PERMANENT CRISIS

Per il prestigioso dizionario britannico Collins la parola dell’anno è Permacrisis. Un neologismo che vuol dire “crisi permanente”. Secondo una recentissima ricerca permanent crisis è stata la locuzione più digitata sul motore di ricerca Google nel 2022. Segno dei calamitosi tempi che stiamo vivendo, non c’è il minimo dubbio. «Abbiamo scelto questo termine perché riassume in modo veritiero quanto il 2022 sia stato terribile per moltissime persone», ha dichiarato Alex Beecroft, capo delle edizioni che pubblicano il dizionario. D’altra parte è dall’11 Settembre 2001 che il mondo vive in una “diabolica” dimensione sempre più segnata dalla crisi sistemica: economica, geopolitica, ambientale, sanitaria (dall’influenza aviaria al Coronavirus), identitaria (la famigerata “perdita di senso”), esistenziale, in una sola parola sociale.

Già lo scorso aprile Christine Lagarde, Presidente della Bce, aveva richiamato l’attenzione sul neologismo di cui parliamo: «Alcuni dicono che viviamo in un’era di permacrisis: dove ci muoviamo continuamente da un’emergenza all’altra. Solo 10 anni fa abbiamo fronteggiato la peggiore crisi finanziaria dagli anni ’30, poi la peggiore pandemia dal 1919 e ora la più grave crisi geopolitica in Europa dalla fine della guerra fredda». È toccato a noi l’onore di vivere in tempi oltremodo interessanti. Qualcuno di certo ne avrebbe fatto a meno. Scrivevo su un post di ottobre: «Ora che è stata ampiamente sdoganata la possibilità di una guerra mondiale combattuta anche con il prezioso ausilio delle bombe atomiche (“tattiche” o “strategiche” che siano), la celebre tesi secondo la quale per la gente è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo ha acquisito una precisa, quanto tragica, pregnanza e un’attualità che anche durante la fase più critica della crisi pandemica, con la conta giornaliera dei morti e dei feriti, nessuno aveva pensato potesse avere». 

Scrive Gennaro Malgieri: «Come automi senz’anima, attraversiamo le angosce del nostro tempo segnato dallo spossessamento delle ragioni dell’essere e dal dominio della conservazione degli averi. Ci aggiriamo smarriti nelle megalopoli confuse, contraddittorie, violente alla ricerca del nulla o, nella migliore delle ipotesi, di un senso al nostro vagabondare. E soffermandoci davanti alle miserie che ci si parano davanti nelle forme più volgari o banali, non riusciamo a cogliere il significato della nostra presenza nel groviglio di indistinte suggestioni che da ogni angolo ci invitano a cedere. Ma è la modernità stessa che ci respinge con le sue gravosissime richieste per accedere ai suoi richiami. Un controsenso, naturalmente, che tuttavia scandisce il tormento che accompagna il nostro peregrinare di occidentali cresciuti nell’adorazione di un benessere ritenuto eterno» (Formiche.net). La modernità di cui parla Malgieri va declinata in un senso ben preciso: si tratta della società capitalistica del XXI secolo, la società dominata in modo sempre più totalitario dai rapporti sociali capitalistici, con quel che necessariamente ne segue su tutti gli aspetti fondamentali della nostra vita. Si tratta del «mondo ridotto a mercato» di cui parla lo stesso Malgieri. Come spesso mi capita di scrivere, balbettando il comunista di Treviri, non siamo noi che guidiamo il processo sociale in tutte le sue molteplici espressioni, ma è il processo sociale che ci guida, nonostante esso sia una nostra creatura. La nostra stessa vita ci è sfuggita di mano. «Il tutto accade quasi nell’indifferenza, come se si dovesse compiere una fatalità». Io toglierei il «come se».

«La crisi è di civiltà, non di sistemi economico-monetari o di contingenze belliche o di terrorismo diffuso». Non c’è dubbio: è la civiltà capitalistica a precipitarci in una crisi esistenziale permanente, ed è per questo che appare quantomeno ingenuo, per non dire altro, chiamare alla responsabilità la politica e la cultura, quando si tratta di mettere fine alla civiltà fondata sullo sfruttamento degli uomini e della natura, e inaugurare la Civiltà Umana – umanizzata, priva di classi sociali e di qualsivoglia rapporto sociale di dominio. La rana comodamente adagiata nell’acqua bollente è ancora viva?

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