IL TOPO È GIÀ NELL’ANGOLO?

Il dibattito, non sempre serissimo occorre dirlo, che si è aperto dopo il famigerato missile della contraerea di Kiev (così sembra) caduto in territorio polacco (Przewodów, a 6-7 chilometri dal confine con l’Ucraina) ha avuto quantomeno il merito di fare luce una volta di più sulle tensioni esistenti nel rapporto tra l’Ucraina e i suoi alleati. Di qui la breve riflessione che segue.

Il concetto di guerra per procura non coglie tutta la realtà della guerra che l’Ucraina combatte contro la Russia: fin dall’inizio Kiev ha cercato di servirsi del vitale sostegno degli Stati Uniti e dell’Unione Europea per difendere gli interessi nazionali ucraini. Spesso questi interessi hanno cozzato contro quelli dei suoi alleati occidentali, interessati a minimizzare gli effetti deleteri del conflitto sulle loro economie e sulle loro società. La stessa cosa si può dire della relazione che lega gli Stati Uniti alla Polonia e agli Stati Baltici, cioè ai Paesi che «sognano un mondo senza la Russia» (Limes). Il primo a dirlo è stato Macron: «La Russia va certamente sconfitta ma non umiliata». Un concetto condiviso soprattutto da Berlino, che ricorda con malcelata nostalgia le sue vecchie e pericolose relazioni con l’orso russo. Da mesi Washington e Bruxelles stanno cercando di mitigare le pretese di Zelensky, espressione di un nazionalismo ucraino che fino al 24 febbraio di quest’anno tutti, a cominciare dai russi e dagli stessi americani, avevano sottovalutato. È probabile che alla fine Kiev dovrà arrendersi alle condizioni fissate dagli Stati Uniti per cessare le ostilità, almeno in questa fase, ma questo non dimostrerebbe affatto la natura di guerra per procura di questo conflitto, ma attesterebbe piuttosto la cogenza dei rapporti di forza che esiste anche fra alleati – sotto questo aspetto la Seconda guerra mondiale ha un valore paradigmatico, considerata da entrambi i fronti in conflitto, e la stessa cosa si può dire per molti versi anche della Guerra Fredda.

Ufficialmente la linea sostenuta da Washington e Bruxelles rimane la stessa: sarà Kiev a stabilire le condizioni di una pace “equa e sostenibile”; sarà Zelensky, in rappresentanza dell’«eroico popolo ucraino», a fischiare la fine della partita. Ovviamente le cose non stanno esattamente così, e il primo a saperlo è il Presidente ucraino, il quale tuttavia deve fare i conti con un fronte interno che ancora oggi mostra di non volere accettare alcun compromesso con il nemico: «Vogliamo riprenderci anche la Crimea!». Scrive il professor Giorgio Cella, analista di politica internazionale e autore del libro Storia e geopolitica della crisi ucraina. Dalla Rus’ di Kiev a oggi (Carocci, 2021): «Se la controffensiva ucraina proseguirà verso est e sud, potrebbe essere la Crimea, forse più ancora che il Donbass, la linea rossa oltre la quale Putin non consentirebbe l’avanzata. E in ultima analisi, fallito tutto il resto, per difenderla potrebbe anche far ricorso ad armi nucleari: rimane un’opzione non da escludere. Non a caso gli americani sembrano a tratti lanciare segnali a Kiev sul compiere passi troppo azzardati: è probabile che una possibile riconquista della Crimea rientri tra questi limiti» (Quotidiano.net). Non c’è dubbio.

Secondo il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov «l’Ucraina si rifiuta di negoziare, ma la Casa Bianca, se vuole, può ammorbidire Kiev con la sua influenza»: missili sparati a casaccio (in realtà si colpiscono soprattutto le infrastrutture civili per privare la gente di gas, luce e acqua) e Moral suasion per “ammorbidire” gli ucraini. Lo scorso martedì 100 missili russi hanno colpito il territorio ucraino, molti dei quali sparati contro Leopoli e le zone confinanti con la Polonia, che a questo punto deve temere anche il “fuoco amico”. Pare che la diplomazia internazionale stia lavorando alla “pace” con ritrovato ottimismo, ed Erdogan fa sapere, bontà sua, che nessun attore del conflitto in corso ha intenzione di usare l’arma nucleare. Se son rose, fioriranno! Di certo per le classi subalterne dell’Ucraina e della Russia sono solo spine appuntite e velenose, e anche i proletari europei stanno pagando un prezzo salato per questa guerra imperialista – da tutte le parti in conflitto.

La verità è che a questo punto della guerra una “pace” umiliante per l’Ucraina segnerebbe soprattutto la sconfitta per quei Paesi che ne hanno sostenuto in tutti i modi lo sforzo bellico. Anche per Washington e Bruxelles il sentiero si è fatto stretto.

Prendere atto del fatto che il concetto di guerra per procura non coglie tutta la realtà della guerra che l’Ucraina combatte contro la Russia, non implica affatto che si debba mutare di un solo atomo il giudizio sulla natura di questo conflitto, iniziato dalla Federazione Russa come estremo e disperato tentativo di conservare la sua egemonia sull’Ucraina, l’area di gran lunga più importante del suo “spazio vitale”, del suo “estero vicino”, del suo “impero”. Importante non solo dal punto di vista economico e strategico, ma anche, se non soprattutto, in chiave di conservazione dello status quo sociale e politico della Russia, la cui popolazione urbana (Mosca e San Pietroburgo, in primis) potrebbe guardare con crescente simpatia alla definitiva “occidentalizzazione” dell’Ucraina, irresistibilmente attratta dal capitalismo “con caratteristiche occidentali”. Putin e la sua cosca oligarchica temono come la peste una “rivoluzione colorata” sul suolo russo. D’altra parte è dai tempi dell’Unione Sovietica che Mosca ha paura di perdere la partita sistemica con l’Europa e con gli Stati Uniti, centri capitalistici di gran lunga più forti che solo adesso hanno trovato un avversario assai temibile e già sulla strada che potrebbe condurlo nel medio periodo al vertice assoluto (solitario) del capitalismo mondiale. Naturalmente alludo alla Cina. Ma nel medio periodo possono accadere molte cose, e la saggezza cinese sa che non si può dire gatto (quello accarezzato a lungo da Deng Xiaoping) se non ce l’hai nel sacco.

Obama definì una «potenza regionale» la Russia di Putin, la quale nel corso degli anni ha cercato di reagire come sa e come può a questa umiliante condizione geopolitica determinata non da un destino cinico e baro o da un complotto antirusso ordito dalle solite potenze demoplutocratiche ostili a Mosca, ma dal processo sociale considerato nella sua dimensione mondiale. Senza una profonda ristrutturazione dell’economia russa, ancora centrata sulla vendita di materie prime, roba da Paese “in via di sviluppo”, l’imperialismo russo avrà sempre i piedi d’argilla e dovrà mantenere alta la guardia nei confronti dei nemici occidentali come degli “amici” cinesi. Di qui l’allettante (per Mosca e Berlino) prospettiva della GeRussia, un ambiziosissimo progetto geopolitico caduto in disgrazia – ma forse non ancora archiviato definitivamente.  

A quanto pare il regime putiniano, espressione di concreti interessi economici e politici, di reali tendenze politico-ideologiche e geopolitiche da sempre presenti nelle classi dirigenti russe (peraltro in conflitto con tendenze di segno opposto), ha completamente sbagliato i suoi calcoli, e adesso lotta per la sua stessa sopravvivenza.

Come reagirà il topo messo nell’angolo? Di certo il topo deve guardarsi anche alle spalle, e ormai da qualche settimana il partito della guerra totale non fa mistero di considerare Putin non più all’altezza della situazione. E fino a che punto reggerà il fronte interno russo scosso dalle durissime sconfitte patite dall’esercito russo in Ucraina (*)? Mutatis mutandis la stessa domanda può essere fatta pensando al fronte interno ucraino e occidentale – perché come sappiamo la guerra in corso ha una forte, e per molti aspetti decisiva, componente economica: alludo ovviamente alle sanzioni varate contro la Russia. Intanto anche il rapporto di Mosca con Pechino sembra essersi definitivamente incrinato, e Xi Jinping forse pensa che il topo che si nasconde tra le mura del Cremlino sia sacrificabile sull’altare degli interessi strategici del Celeste Imperialismo. Ma è ancora presto per dire se il gatto cinese desidera acchiappare il topo russo. Ciò di cui possiamo essere certi è che quel gatto non si farà scrupoli di sorta una volta che si convincesse che per il topo la sola via di fuga rimane la sua famelica bocca. Qualche mese fa il Carissimo Leader cinese aveva parlato di un’amicizia senza limiti tra Russia e Cina; oggi quell’”amicizia” sembra essersi al quanto raffreddata e relativizzata, al punto che «durante un meeting della Shanghai Cooperation Organization (Sco), il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha ammesso che la Repubblica Popolare Cinese nutre “dubbi e preoccupazioni” riguardo la guerra in Ucraina» (Formiche.net). Nel frattempo quei dubbi e quelle preoccupazioni si sono accentuati, come abbiamo avuto modo di constatare seguendo il G20 di Bali.

(*) «La “non guerra” di Putin costa al popolo russo 15 vittime all’ora, più di 35 al giorno, oltre 10 mila al mese. Ai primi di agosto il Pentagono stimava che erano già morti o feriti in Ucraina circa 80 mila soldati russi. Ora il capo dello stato maggiore congiunto americano, Mark Milley, aggiorna la cifra a 100 mila. Tra chi si difende le cose non vanno meglio anche perché alle vittime in divisa bisogna aggiungere almeno 40 mila civili. Tutti ucraini, ovviamente. Se anche l’invasione si fermasse domani, sarebbe già una delle guerre più dolorose degli ultimi cinquant’anni» (A. Nicastro, Il Corriere della Sera).

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LA GUERRA SISTEMICA MONDIALE TRA “RITORNO DEGLI IMPERI” E LA CONTINUITÀ DELL’IMPERIALISMO UNITARIO

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2 pensieri su “IL TOPO È GIÀ NELL’ANGOLO?

  1. IL PUNTO DI VISTA DEL GOVERNO UCRAINO

    «Qualsiasi teoria del complotto sulla resa ucraina o sui negoziati segreti dell’Occidente con Putin non tiene conto di “piccoli dettagli”: gli ucraini. Simili accordi non possono essere attuati. L’Ucraina non si inginocchierà davanti ai russi. Non è una questione di politica. È una questione della nostra esistenza» (ANSA). Lo ha scritto il consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, Mykhailo Podolyak, su Twitter.

    Si tratta di vedere per quanto tempo ancora la popolazione ucraina è disposta a sostenere il governo ucraino.

  2. Pingback: SULLA PAROLA D’ORDINE “DIFENDERE LA PACE” | Sebastiano Isaia

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