FOGLIO BIANCO PER IL CARO LEADER

Senti le persone cantare, cantare la rabbia degli uomini?
È la musica della gente che non vuole più essere schiava,
c’è una vita che comincia quando arriva il domani.
(Dal musical Les Miserables).

Il foglio bianco rappresenta tutto ciò che vogliamo dire ma
che non possiamo dire.

Leggo da un mio appunto del 5 novembre: «Migliaia di persone sono scese in strada nella città cinese di Guangzhou (Canton) per protestare contro le oppressive e ottuse restrizioni previste dalla fallimentare strategia Zero Covid seguita dal regime ormai da quasi tre anni. Test di massa, tracciamento e quarantena: la gente non ne può più! Guangzhou, che ospita oltre 15 milioni di persone e che è al centro di alcuni focolai di Covid, vede soprattutto esplodere la rabbia di migliaia di lavoratori migranti provenienti da altre parti della Cina (soprattutto dalla provincia di Hubei) che lavorano nei mercati tessili all’ingrosso e in migliaia di piccole imprese. Soprattutto il distretto di Haizhu, che da solo conta 1,8 milioni di residenti, è precipitato nel caos quando migliaia di persone hanno deciso di violare le disposizioni governative nel tentativo di vendere la merce già ammassata nei magazzini. Sui social cinesi Weibo e WeChat si parla della disperazione dei lavoratori migranti che da quasi tre anni non riescono a ritornare a casa a causa dei divieti governativi: “Stanno facendo impazzire le persone. Alcuni lavoratori si sono suicidati”. Radio Free Asia ha riferito che i lavoratori scontenti hanno protestato anche in diversi centri industriali vicini, tra cui Kangle, sempre nel distretto di Haizhu, e Tangxia, nel distretto di Tianhe Ovviamente tutti i post pubblicati sui social che hanno riportato le notizie e le immagini della protesta sono statti prontamente censurati». Oggi la protesta coinvolge tutte le maggiori città del Paese, incluse Pechino e Shanghai.

Intervistato dalla Stampa, un ex giovane militante del movimento di lotta represso nel sangue nel giugno 1989 riparato all’estero ha dichiarato che quello che sta accadendo in Cina potrebbe essere l’inizio di una «nuova rivoluzione», con le donne in prima linea proprio come in Iran. Diciamo, assai più realisticamente, che stiamo assistendo in Cina e in Iran ad avvenimenti molto importanti, i cui sviluppi meritano l’attenzione di chi tifa contro il capitalismo mondiale – e, nella fattispecie cinese, contro il falsissimo “socialismo” che tanto piace anche a non pochi “comunisti” italiani.

Ian Bremmer, il politologo che ha fondato e dirige Eurasia, mette in guardia chi in queste ore evoca lo spettro di Tienanmen: «Quello fu un movimento di chiara connotazione politica che portò in piazza milioni di persone per oltre due mesi. Qui fanno notizia le ribellioni di gente esasperata dopo anni di lockdown a singhiozzo. Ma si tratta di comunità relativamente limitate. Furibonde certo, ma chiedono libertà di movimento, non libertà politica» (Adnkronos). Quasi tutti gli esperti di Cina concordano con questa valutazione. Staremo a vedere.

La rabbia di queste settimane potrebbe incrociare un malessere sociale assai diffuso al centro della metropoli cinese come nelle immense periferie rurali, serbatoio della vitale (per il capitale cinese e internazionale) forza-lavoro a basso costo. Ma la politica Zero Covid e l’improvvisa “svolta statalista” di Xi rischiano di erodere anche il consenso accordato al regime dal ceto medio-alto (si parla di circa 150 milioni di persone), uno strato sociale che è stato molto importante nella dinamica dello sviluppo capitalistico cinese degli ultimi venti anni.

A questo punto Xi Jinping si trova a dover compiere scelte difficili: se continua a difendere, magari concedendo solo delle modifiche non sostanziali, la politica orwelliana Zero Covid, presentata al mondo anche all’ultimo Congresso Nazionale del PCC come l’esempio più eclatante della superiorità del sistema sociale cinese su quello occidentale, il Presidente cinese rischia di affidare il controllo della situazione alle sole forze della repressione, perché di certo la rabbia della gente non si placherebbe ma anzi si acuirebbe e si estenderebbe. Se invece azzerasse di fatto quella più che fallimentare politica, celando la realtà della decisione dietro la solita contorta e sempre più stucchevole fraseologia propagandistica, egli per un verso ammetterebbe una sua grave sconfitta politico-ideologica, con ciò che ne potrebbe seguire anche sul piano degli equilibri interni al Partito Capitalista Cinese, e per altro verso aprirebbe il Paese al rischio di una feroce espansione dei contagi, dal momento che il vaccino cinese si è dimostrato meno efficace rispetto a quelli, tecnologicamente più avanzati, prodotti in Occidente, che la campagna vaccinale in Cina è rimasta molto indietro, soprattutto nella fascia della popolazione più anziana, e che il sistema sanitario cinese soffre di moltissime “magagne”. Ma sarebbe anche la dimostrazione che la lotta paga: il virus della protesta potrebbe essere molto contagioso e «le forze ostili» potrebbero avvantaggiarsene per tentare avventure oggi impensabili. Allentare le maglie o reprimere con maggiore accanimento? Un problema assai ostico anche per il mitico gatto cinese.

Il Times di Londra ieri parlava di «rabbia rossa». Se il colore si riferisce alla natura sociale del regime cinese dovremmo piuttosto parlare di rabbia nera, nel senso che in Cina domina il rapporto sociale capitalistico, come del resto domina in tutto il mondo: si tratta di un rapporto sociale che produce sfruttamento, oppressione e  catastrofi sociali d’ogni genere: guerre, pandemie, crisi ambientali, distruzione dei territori e quant’altro. Non abbiamo che da sfogliare il libro nero del capitalismo mondiale.

E a proposito di capitalismo, il regime cerca di rassicurare gli investitori esteri, sostenendo che la Cina porterà vitalità allo sviluppo globale: «La Cina mantiene la sua parola su un’apertura di alto livello, con mosse concrete che consentiranno alle economie di tutto il mondo di trarne vantaggio. La Cina ha ribadito che porterà avanti un’agenda di apertura più ampia in più aree e con maggiore profondità, seguirà il percorso cinese verso la modernizzazione, metterà in atto nuovi sistemi per un’economia aperta di standard più elevati e continuerà a condividere le opportunità dello sviluppo della nazione con il mondo. In uno dei suoi sforzi più recenti a tal fine, il Paese ha aperto più settori agli investimenti stranieri, con il suo nuovo catalogo di industrie in cui saranno incoraggiati gli investimenti esteri. La revisione, con 239 nuove voci aggiunte e 167 esistenti modificate, pone particolare attenzione al settore manifatturiero e ai servizi alla produzione. Aprendo il mercato finanziario, la Cina ha anche consentito agli investitori istituzionali esteri idonei di investire direttamente o attraverso la connettività nel mercato obbligazionario a partire dal 30 giugno. Sostenuta da questi sforzi, la Cina ha mantenuto il suo forte richiamo per le imprese estere nonostante la cupa atmosfera di investimento in tutto il mondo» (Quotidiano del Popolo Online).

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4 pensieri su “FOGLIO BIANCO PER IL CARO LEADER

  1. BASTONE E CAROTA

    «Si è fermata la protesta in Cina contro le rigide misure di contenimento anti-Covid. La polizia è scesa in forze in strada, circondato e presidiato i luoghi della protesta, eretto barriere, compiuto arresti, effettuato controlli anche sulla configurazione di app e Vpn. È successo a Pechino e Shanghai, dove la presenza della polizia si è materializzata in alcune zone indicate su Telegram come possibili luoghi di incontro per nuove manifestazioni. E a Hangzhou, nel sud del paese, una protesta è stata velocemente interrotta ieri sera e diversi arresti sono stati compiuti, riporta la Bbc citando immagini sui social» (Adnkronos). In realtà il regime sta cercando di combinare bastone e carota nel tentativo di sedare e poi eliminare del tutto il pericolo di una ribellione sociale generalizzata nel Paese. «Il messaggio dei manifestanti, che in piazza gridavano “Libertà” e “Xi dimettiti”, è arrivato forte e chiaro, tanto che la provincia dello Xinjiang ha allentato diverse restrizioni nella sua capitale, Urumqi, dopo l’incendio che ha provocato 10 vittime, a causa delle rigide norme contro la pandemia, scatenando l’ondata di proteste nel Paese. I residenti, che hanno subìto chiusure fino a 100 giorni, da oggi potranno viaggiare di nuovo in autobus per fare acquisti nei loro quartieri, hanno annunciato i funzionari, che hanno anche dato via libera alle consegne dei pacchi, anche se i lavoratori della logistica dovranno rimanere a «circuito chiuso» nei dormitori aziendali» (Il Giornale). La leadership assoluta di Xi Jinping oggi non appare fortissima e incontrastata come appariva solo alcune settimane fa, anche se per adesso non si può parlare di una sua crisi.

    Scrive oggi Federico Rampini: «Gli errori si cumulano. In economia il ritorno allo statalismo coincide con un rallentamento della crescita e l’aumento della disoccupazione giovanile. In politica estera l’appoggio a Putin in Ucraina inasprisce la guerra fredda con gli Stati Uniti e accelera una crisi della globalizzazione che penalizza l’economia cinese. Parlare di un’altra Tienanmen per il momento non ha senso, però qualcuno al vertice del partito comincerà a preoccuparsi per i segnali di esasperazione nel ceto medio e tra gli studenti universitari: due constituency finora fedeli al regime» (Il Corriere della Sera).

  2. IL MALESSERE DEI GIOVANI CINESI

    «Dietro le proteste di questi giorni in , oltre all’esasperazione per i lockdown e quarantene da pandemia, c’è una causa più antica: la disoccupazione giovanile alta e crescente. In particolare fra i laureati. È un dato in contrasto con l’immagine che abbiamo del colosso asiatico come di una «success story», un miracolo economico. Nel successo innegabile non tutto risplende, e le statistiche ufficiali di Pechino lo ammettono: sono i dati del governo a indicare una percentuale del 18% di disoccupati nella fascia di età fra i 16 e i 24 anni. Nell’estate 2023 il sistema universitario sfornerà altri 12 milioni di laureati. Molti di loro non troveranno un lavoro, o aspetteranno anni prima di collocarsi, e spesso a livelli retributivi inferiori alle attese (loro e dei genitori), nonché dei sacrifici compiuti. Il dramma della disoccupazione giovanile è accentuato dal rallentamento della crescita economica, a cui contribuiscono la politica e la guerra in Ucraina con il corollario di tensioni geopolitiche Est-Ovest. Però l’alto tasso di giovani senza lavoro è un fenomeno ben più antico, esisteva prima della pandemia e della guerra. La durezza della selezione meritocratica cinese a scuola affonda le radici nella cultura confuciana. Oggi ha anche una giustificazione attuale e stringente: il mercato del lavoro non è facile per le nuove generazioni. Vista da lontano, al termine di trent’anni di crescita che hanno migliorato in modo spettacolare il benessere della popolazione, la Cina può sembrare agli occidentali un paese generoso di opportunità per i giovani. In realtà, soprattutto dopo un rallentamento della crescita nel 2008 (conseguenza della crisi americana che frenò le esportazioni), il fenomeno della disoccupazione o sottoccupazione giovanile è diventato una costante anche nel paesaggio cinese» (F. Rampini, Il Corriere della Sera).

    LA VOCE DEL REGIME

    «Un portavoce della National Health Commission (NHC) cinese ha dichiarato martedì 29 novembre che le autorità faranno del loro meglio per ridurre i disagi causati dall’epidemia di COVID-19 alle persone. … Le misure di controllo eccessive dovrebbero essere continuamente aggiustate e le richieste ragionevoli delle persone dovrebbero essere soddisfatte e affrontate in modo tempestivo, ha aggiunto» (Quotidiano del Popolo Online).
    Come sempre il regime cercherà di scaricare la responsabilità dei “disagi” sui suoi rappresentanti locali, chiamati a rispondere di “zelo eccessivo” o di incapacità nella lotta antipandemica. Aspettiamoci epurazioni, incarcerazioni e qualche bella fucilazione.

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