SU ANTISEMITISMO E ANTISIONISMO

«Non ho dubbi sul fatto che Meloni ed altri leader del suo partito abbiano imparato la lezione della storia condannando chiaramente l’antisemitismo e l’antisionismo». Questo ha dichiarato il Premier israeliano Benjamin Netanyahu alla stampa italiana alla vigilia della sua visita in Italia. Nel febbraio del 2021 lo stesso Netanyahu, in questi giorni molto contestato in patria, accusò di tendenze antisioniste e “oggettivamente” antisemite la Corte penale internazionale che intendeva procedere con un’indagine preliminare sui presunti crimini di guerra commessi dallo Stato israeliano nei territori palestinesi occupati. «Si vuole negare a Israele lo stesso diritto a esistere», tuonò allora l’energico Bibi.

Ha un senso accostare antisemitismo e antisionismo? Qui di seguito intendo svolgere una breve riflessione di carattere generale.

Per capire quanto sia falsa e strumentale l’equivalenza tra antisionismo e antisemitismo è sufficiente leggere un buon saggio centrato sulla storia del sionismo come nazionalismo ebraico. Con ciò non intendo affatto sostenere che non esistono correnti di pensiero, a “destra” come a “sinistra”, che usano l’antisionismo per veicolare nascostamente concetti che possiamo senz’altro definire antisemiti. Il veleno antisemita continua purtroppo a circolare nel corpo sociale, a dimostrazione che anche la società capitalistica del XXI secolo, così orgogliosa delle sue straordinarie capacità tecnoscientifiche, non può privarsi di un potente catalizzatore di odio sociale da poter usare nel caso in cui lo status quo necessitasse di un capro espiatorio verso cui indirizzare la rabbia delle masse oppresse e incoscienti. La carta antisemita promette di poter funzionare ancora bene, ed è per questo che essa è tutt’altro che un fossile ideologico.

Ciò che qui si vuol sostenere è tutt’altra cosa, e cioè che sul piano storico non c’è alcuna necessaria corrispondenza tra antisemitismo e antisionismo, a cominciare dal fatto che quest’ultimo è nato alla fine del XIX secolo proprio nel seno del mondo ebraico, e in particolare dell’ebraismo russo, diviso tra sostenitori della tendenza assimilazionista e internazionalista e sostenitori della tendenza territorialista (una patria ebraica in qualche parte del mondo) e sionista (la sola patria possibile per gli ebrei di tutto il mondo si trova in Palestina).

Lo stesso Theodor Herzel, considerato il padre del sionismo, «era un convinto assertore dell’assimilazione, tanto più che ne era egli stesso un brillante esempio. Quel che lo portò a rivedere le sue concezioni fu, com’è noto, l’affare Dreyfus: “Dalla destra estrema alla sinistra estrema”, scrisse per il suo quotidiano, “un unico grido scorre per la Francia: Abbasso gli ebrei!”. […] All’Assemblea Nazionale, un gruppo di deputati chiedeva che gli ebrei fossero esclusi dai pubblici uffici. Proudhon a sua volta annotava nei suoi taccuini: “Chiedere l’espulsione dalla Francia, abolire le sinagoghe, non ammetterli a nessun impiego. L’ebreo è il nemico del genere umano. bisogna spedire questa razza in Asia, oppure eliminarla”» (1). Com’è noto, i nazisti optarono per la seconda soluzione – finale – del problema ebraico. L’antisemitismo è il socialismo degli imbecilli, disse una volta August Bebel.

Herzel, che come tanti altri ebrei del suo tempo aveva considerato la Francia come la patria dei lumi, come il vertice della civiltà borghese, rimase letteralmente scioccato dall’ondata di antisemitismo che attraversò quel Paese, e maturò l’idea che in Europa non ci fosse alcun luogo sicuro per gli ebrei, compresi per quelli che accettavano di lasciarsi assimilare di buon grado, senza opporre resistenza, ma anzi con gioia, dal Paese che li ospitava. Il suo primo concreto successo fu la convocazione del primo Congresso mondiale sionista che si svolse a Basilea nel 1897 (2).

La tendenza che definiamo sionista (il termine fu usato per la prima volta nel 1890 dallo scrittore N. Birnbaum) nasce in effetti in Russia come risposta ai bestiali pogrom antisemiti degli anni 1881-82: «in quei giorni gli ebrei parevano vivere nell’attesa di un’imminente emigrazione di massa. L’immagine di un nuovo esodo, della fuga dalla terra della schiavitù verso una terra promessa, giunse a dominare, per quanto momentaneamente, ogni aspetto della vita pubblica degli ebrei in Russia. [Ma] l’entusiasmo apocalittico ebbe vita assai breve, lasciando presto il posto allo scoraggiamento tra le file dei fautori dell’emigrazione e rinfocolando invece la fiducia tra i loro oppositori, che operavano per la russificazione degli ebrei» (3). L’idea del ritorno a Sion non incontrò solo l’ostilità degli ebrei di orientamento socialista e internazionalista, i quali avevano affidato alla rivoluzione proletaria anche la missione di liquidare una volta per sempre l’antisemitismo afferrandone le radici sociali, ma si scontrò anche con i molti ebrei che temevano di finire sotto la lente di ingrandimento della popolazione cristiana dei Paesi che li ospitavano, i quali avrebbero potuto metterne in dubbio la loro fede patriottica. Lo zelo patriottico di molti ebrei va spiegato anche con questa fondata preoccupazione. C’è anche da dire che molti ebrei russi che visitarono la Palestina agli inizi degli anni Ottanta del XIX secolo per verificare la possibilità di realizzare una comunità ebraica prospera e felice da quelle parti, trassero la sconfortante convinzione che quel sogno non fosse realizzabile, sia per la condizione a dir poco disastrosa in cui riversava la Palestina del tempo, sia per l’ostilità nei loro confronti che subito dimostrarono gli islamici e i cristiani che vi vivevano. Tutto congiurava contro il loro ritorno a Sion! Nel suo Rapporto sulla Palestina del 1882 Grigorii Gurevich scrisse che «saranno la natura e la vita dell’Oriente a dettare a noi le proprie condizioni, non viceversa». È chiaro che la prospettiva di un netto regresso di civiltà (nelle condizioni economico-sociali) non poteva allettare la gran parte degli ebrei europei, molti dei quali trovavano infatti più attraente l’idea, spesso trasformata in realtà, di emigrare negli Stati Uniti. Già negli anni Settanta del XIX secolo oltre cinquantamila ebrei lasciarono l’Impero russo per il continente americano.

Scrive Furio Biagini: «Le comunità israelite consideravano il sionismo una minaccia alla posizione che gli ebrei con tanta fatica avevano recentemente conquistato all’interno delle società occidentali. Interpretando l’ebraismo come un culto esclusivamente confessionale al quale liberamente sceglievano di rimanere fedeli e respingendo qualunque concezione nazionalista, che consideravano una specie di tribalismo e di regressione morale, gli ebrei occidentali si consideravano fedeli cittadini degli stati in cui vivevano. Lo scontro più duro fu quello che l’oppose all’ultraortodossia, che vedeva nel sionismo una temibile eresia, un nuovo falso messianismo simile al sabbataismo o al frankismo. I rabbini, a qualunque corrente appartenessero, sostenevano la tesi tradizionale secondo la quale l’esilio degli ebrei costituiva un castigo divino che solamente il Creatore poteva annullare. L’uomo non aveva alcuna influenza sulla Sua decisione e voler accelerare la redenzione significava ribellarsi a Dio. Inoltre, osservavano che il sionismo era un movimento d’ispirazione laica e sostanzialmente anti-religioso, per lo più diretto da ebrei miscredenti. Gli altri storici oppositori del sionismo furono gli ebrei che militavano nei partiti rivoluzionari. L’Unione generale dei lavoratori ebrei di Lituania, Polonia e Russia, fondata a Vilnius nell’ottobre 1897, comunemente chiamata Bund, vedeva nel sionismo un’ideologia piccolo-borghese nazionalista, colonialista e imperialista – l’alleanza con la Gran Bretagna del resto lo confermava – che allontanava il proletariato ebraico dalla lotta di classe da condurre al fianco del movimento operaio internazionale» (4).

Paradossalmente il sionismo fu invece accolto con una certa simpatia anche in certi ambienti dell’antisemitismo militante occidentale, perché il ritorno degli ebrei in Palestina fu visto come una realistica soluzione del “problema ebraico”. Gli antisemiti favorevoli al movimento sionista cullavano soprattutto la speranza che il mondo islamico avrebbe col tempo mangiato e digerito, per così dire, quella «infida razza», privandola di quei mezzi materiali e di quella cultura che l’aveva portata ai vertici del potere mondiale. Il risentimento antiebraico che troviamo nel Mein Kampf di Hitler può stupire solo chi non conosce la storia dell’antisemitismo occidentale.

Tra l’altro la politicizzazione e la “nazionalizzazione” della questione ebraica operata dal sionismo esposero questo movimento al rischio di venir utilizzato come pedina nella scacchiera geopolitica dalle Potenze del tempo (Gran Bretagna, Germania, Francia e Russia), e lo stesso Herzel non fece nulla per marginalizzare questo rischio. Nel 1903, anno segnato in Russia da sanguinosi pogrom antisemiti, egli si recò dal Primo ministro russo Plehve, noto arcinemico degli ebrei, per convincerlo a facilitare con ogni mezzo la migrazione degli ebrei russi verso la Palestina. In cambio ottenne solo la cinica battuta del Ministro delle finanze de Witte: «Ma noi già li incoraggiamo…». Quell’episodio fallimentare rappresentò un duro colpo per il prestigio politico di Herzen, che intanto si convinse definitivamente che solo dalla Gran Bretagna il sionismo avrebbe potuto ricevere un certo sostegno, nonostante che proprio nel 1903 il governo di Londra proponesse come possibile sede di un «focolare nazionale» ebraico una regione dell’Uganda. «Herzel morì nel 1904, lasciando dietro di sé un movimento mondiale diviso tra favorevoli e contrari alla sua proposta di opzione per l’Uganda: un movimento cioè spaccato tra chi chiedeva un’azione immediata in qualche modo commisurata alla situazione socioeconomica e politica delle masse ebraiche dell’Europa orientale, e chi si appellava a una lealtà indefettibile verso l’ideale della Palestina» (5).

Scriveva Lenin nel 1903: «Assolutamente inconsistente sotto il profilo scientifico, l’idea di un particolare popolo ebraico è reazionaria per il suo significato politico. La dimostrazione pratica irrefutabile di questa affermazione è data dai fatti universalmente noti della storia più recente e dell’odierna realtà politica. In tutta l’Europa la decadenza del medioevo e lo sviluppo della libertà politica sono proceduti di pari passo con l’emancipazione politica degli ebrei, col loro passaggio dal gergo  alla lingua del popolo in seno al quale vivono, e in generale con un indubbio progresso della loro assimilazione con la popolazione circostante. […] La questione ebraica si pone appunto così: assimilazione o isolamento? E l’idea della “nazionalità” ebraica presenta un carattere chiaramente reazionario non solo tra i suoi fautori conseguenti (i sionisti), ma anche tra coloro che si sforzano di abbinarla alle idee della socialdemocrazia (i bundisti). L’idea della nazionalità ebraica è in contrasto con gli interessi del proletariato ebraico, poiché suscita in esso, direttamente e per via oblique, uno stato d’animo ostile all’assimilazione, lo stato d’animo del “ghetto”. “Quando l’Assemblea nazionale decretò, nel 1791, l’emancipazione degli ebrei, – scrive Renan, – essa si occupò pochissimo della razza. Il compito del XIX secolo è di abbattere tutti i ‘ghetti’, ed io non mi congratulo con coloro che cercano di restaurarli”. […] Anziché porsi come parola d’ordine la lotta contro questo isolamento sorto storicamente (e rafforzato dallo scompiglio) essi [i bundisti] lo hanno elevato a principio, aggrappandosi a questo scopo a sofismi sull’interna contraddittorietà dell’autonomia, all’idea sionista di una nazione ebraica» (6).

La posizione politica leniniana intorno alla «questione ebraica» appare a mio avviso ineccepibile dal punto di vista “di classe” e come essa si poneva allora: lotta alle discriminazioni antiebraiche e condanna dei pogrom, denuncia della politica isolazionista dei capi ebraici che allontanava il proletariato ebraico dall’insieme delle classi oppresse e sfruttate russe, e lo esponeva ai pregiudizi e ai pogrom. Occorreva fare di quella questione un problema squisitamente sociale, di classe appunto, epurandola da ogni residuo nazionalistico e razziale: «Non solo le particolarità nazionali dell’ebraismo, ma anche le particolarità razziali sono confutate dall’odierna indagine scientifica, che pone in primo piano le particolarità storiche dell’ebraismo» (7). Nella posizione leniniana si può certo coglie, col senno del poi, una lettura forse eccessivamente ottimista per ciò che riguarda la politica di assimilazione ebraica allora adottata dagli Stati europei, ma questo si spiega soprattutto alla luce della polemica di Lenin tesa a correggere l’impostazione politicamente «ambigua» dei bundisti, oscillanti tra l’«internazionalismo proletario» e un nazionalismo ebraico più o meno mascherato. Questa corretta impostazione politica del problema (corretta, beninteso, sempre se considerata dalla prospettiva della rivoluzione sociale proletaria) è stata nondimeno sconfitta dal processo storico-sociale: da un lato la società borghese ha dimostrato di non poter superare il retaggio medievale dell’antisemitismo, anche grazie all’opera “ghettizzante” dei capi delle comunità ebraiche denunciata da Lenin, e dall’altro, “dialetticamente”, le tendenze isolazioniste e nazionaliste (sioniste) si sono andate rafforzando nella misura in cui il fallimento della politica assimilazionista dei Paesi occidentali si rendeva sempre più evidente.

Il progetto sionista è dunque il prodotto più genuino di questo circolo vizioso che si è andato stringendo sempre più intorno al collo degli ebrei, e non solo metaforicamente. Dopo il 1945 molti ebrei preferiranno isolarsi all’interno di un «focolare nazionale» creato anche sulla pelle dei palestinesi, anziché aspettare di essere assimilati da un Occidente che aveva dimostrato ogni ragionevole dubbio di non saper sradicare il pregiudizio antisemita. In un certo senso gli ebrei sionisti hanno voluto realizzare la profezia di Moses Hess contenuta nella sua Storia sacra dell’umanità (1837): «I suoi nemici non lo possono distruggere, per la semplice ragione che uno spettro è intoccabile. Il suo spirito ha permeato questo mondo; e presto il mondo assisterà a una nuova fase, degna della sua vecchia madre. L’antica legge risorgerà ancora una volta in tutto il suo splendore». Spinto dal processo storico-sociale, che ha realizzato catastrofi di apocalittiche dimensioni, lo spettro ha voluto darsi un corpo.

Non è mia intenzione tratteggiare la storia del sionismo; qui è sufficiente ricordare che lo sterminio degli ebrei (e di molti altri individui «indegni di vivere»), organizzato e realizzato con la tradizionale scrupolosità e perizia tecnoscientifica dalla Germania nazista, confermò le più cupe previsioni dei sionisti. Il catastrofico evento conferì al movimento sionista la fisionomia e il carattere aggressivo che esso assunse nell’immediato dopoguerra e di cui anche i Palestinesi faranno un’amara esperienza. «L’immediato dopoguerra vedrà sorgere nuovamente l’uno accanto all’altro, ma questa volta per affrontarsi in campo aperto, senza più sfumature, l’arabismo ed il sionismo, nobilitato tragicamente dai campi di sterminio e dalla rivolta del ghetto di Varsavia. E la storia, in una sempre più fatale ed inestricabile concatenazione di fatti ed emozioni, avrebbe preso una svolta decisiva e irrimediabile, complicata dall’intervento – ancora una volta interessato – delle grandi potenze» (8). Se non si inquadra la nascita dello Stato israeliano (maggio 1948) nel contesto del conflitto interimperialistico “agito” dalle vecchie e dalle nuove potenze mondiali non se ne comprende la genesi e soprattutto la dinamica; non si comprende la “resilienza” di una nazione che non solo non è stata cancellata dalle mappe geografiche del Medioriente, come pensavano (e speravano) molti leader politici regionali e internazionali, ma si è col tempo grandemente rafforzata, mentre i suoi storici nemici (Siria ed Egitto, in primis) si sono grandemente indeboliti. Per molti versi la profezia di Grigorii Gurevich non si è avverata, visto che con Israele un pezzo d’Occidente si è installato in Medio Oriente.

Si può essere contro l’oppressione nazionale e sociale dei palestinesi esercitata dallo Stato israeliano senza essere necessariamente degli antisemiti? Ovviamente sì, e questo lo sanno benissimo anche i politici israeliani, i quali usano la carta truccata dell’odio antisemita nei confronti del popolo israeliano per sporcare l’immagine politica di chi solidarizza con la lotta nazionale palestinese. Personalmente, sia detto en passant, ho sempre subordinato questa lotta alla dinamica del conflitto sociale in Medio Oriente e alla necessità di costruire un fronte di lotta comune tra lavoratori israeliani e diseredati palestinesi, così come non ho mai simpatizzato, tutt’altro, con il panarabismo sbandierato strumentalmente dai Paesi arabi, i quali hanno usato e continuano a usare la questione palestinese in chiave strumentale, sia nella politica interna (per strizzare l’occhio alle masse diseredate) che in quella estera (nella lotta geopolitica regionale). Come scriveva Paolo Maltese in un bel libro dei primi anni Novanta del secolo scorso qui già citato, «È semplicistico e deviante ritenere che sia sufficiente risolvere la questione palestinese per portare la pace in Medio Oriente. Piuttosto essa è stata pure, col suo peso lacerante, utile come alibi per camuffare antagonismi e problemi interni del mondo arabo» (9).

L’antisionismo di matrice non antisemita e anzi radicalmente nemica dell’antisemitismo in tutte le sue espressioni ideologiche (“destrorse” e “sinistrorse”) nasce nel secondo dopoguerra come opposizione alle politiche di colonizzazione violenta della Palestina da parte degli israeliani e come sostegno al popolo palestinese privato di una patria. La colonizzazione ebraica della Palestinese ha avuto nei confronti dei palestinesi il carattere di una dispersione e di una espropriazione, più che di un loro sfruttamento, secondo i tradizionali “canoni” del colonialismo europeo.  Per questo lo Stato israeliano ha sempre sostenuto una politica di rimpatrio illimitato della diaspora ebraica, connotando in questo modo il moderno sionismo. Allontanare ed espropriare i palestinesi per creare un crescente “spazio vitale” per gli ebrei. Essere antisionisti significa oggi opporsi a questa politica di colonizzazione/espropriazione. Si tratta quindi di una posizione politica che non solo non ha nulla a che fare con pregiudizi razziali o d’altro genere, ma che combatte senza alcuna ambiguità né compromessi contro ogni forma di discriminazione di tipo razziale, politica (nazionale), sociale e culturale.

(1) P. Maltese, Nazionalismo arabo e nazionalismo ebraico, 1798-1992, pp. 50-51, Mursia, 1992.

(2) «Nel 1897 si tenne a Basilea il primo congresso sionistico, nel quale i delegati delle comunità ebraiche diedero vita alle strutture dell’organizzazione sionista e tracciarono le linee del suo futuro programma d’azione. Questo rispecchiava l’avvenuta fusione di tre tendenze: una pratica, che vedeva nella colonizzazione agricola della Palestina il mezzo per restituire agli ebrei la loro dignità e per far valere in futuro effettivi diritti sul territorio; una etico-religiosa, che si batteva per un ritorno alla tradizione e la rinascita di uno spirito nazionale e dei valori culturali e religiosi dell’ebraismo; e infine la tendenza politica, che mirava a ottenere, mediante un’azione diplomatica presso le grandi potenze, la concessione di una “carta” internazionale che autorizzasse e tutelasse l’immigrazione ebraica in Palestina» (Treccani).

(3) J. Frankel, Gli ebrei russi tra socialismo e nazionalismo (1862-1917), pp. 87-90, Einaudi, 1990.

(4) F. Biagini, La dichiarazione Balfour alle origini dello stato di Israele e del moderno Medio Oriente, Eunomia. Rivista semestrale di Storia e Politica Internazionali, 2017 p. 385.

(5) J. Frankel, Gli ebrei russi tra socialismo e nazionalismo (1862-1917), p. 251.

(6) Lenin, La posizione del BUND nel partito, Opere, VII, pp. 94-97, Ed. Riuniti, 1969.

(7) Ibid, p. 94.

(8) P. Maltese, Nazionalismo arabo e nazionalismo ebraico, 1798-1992, p. 131.

(9) Ibid., 292.

RICORDARE E – SOPRATTUTTO – CAPIRE

OGGI COME ALLORA. ADORNO E IL NUOVO RADICALISMO DI DESTRA

CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE. UNA BREVE RIFLESSIONE IN ATTESA DELLE NUOVE VIOLENZE

UP, PROLETARS, TO ARMS!

LA TRAGICA COAZIONE A RIPETERE DEL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE

ALCUNE RIFLESSIONI SUL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE

GAZA E IL «DISEGNO APOCALITTICO» DI GIULIETTO CHIESA

PRESI TRA DUE FUOCHI

GAZA E DINTORNI. Il senso della mia solidarietà.

L’ANTISEMITISMO DI ABU MAZEN SPIEGATO DA CARLO CATTANEO

ALCUNE CONSIDERAZIONI SUL CONFLITTO MEDIORIENTALE

Pubblicità

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...