Informazioni su sebastianoisaia

Sebastiano Isaia (Catania, 1962) è uno studioso del pensiero critico economico e sociale. Devoto a Karl Marx e al materialismo dialettico, ritiene che il comunismo non sia mai stato realizzato in nessun luogo e in nessun tempo, dunque è acerrimo nemico di ogni marxismo (stalinismo, maoismo etc.). Influenzato da Adorno e Horkheimer, detesta Toni Negri e i teorici del “capitalismo cognitivo”. Non sa chi sia Naomi Klein ed è un polemista di vocazione. Un tempo è stato anche marinaio.

GUERRA AI PALAZZI, PACE ALLE CAPANNE!

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Nel 1848 si aggiravano negli slums di Londra più di 30.000 bambini nudi, denutriti e malati, che vivevano di elemosina o di furti. Il colera e altre malattie avevano spesso ragione della loro miserabile esistenza. «I bambini per lo più muoiono prima di aver raggiunto i due anni» (F. Engels).

Guerra ai palazzi, pace alle capanne, tale
è il grido di guerra del Terrore che ancora
una volta potrebbe risuonare nel nostro
Paese. Stiano in guardia i ricchi!
Times, giugno 1844.

Ho dimostrato sopra con un centinaio di esempi,
e altre centinaia avrei potuto addurne, come nelle
odierne condizioni l’operaio può salvare la propria
umanità solo con l’odio e la ribellione contro la
borghesia. È troppo tardi per una soluzione pacifica.
F. Engels, 1845.

La recente pubblicazione della “classica” opera engelsiana del 1845 La situazione della classe operaia in Inghilterra (Feltrinelli, 2021), segnalatami pochi giorni fa da un mio amico, ha avuto per chi scrive anche il merito di “costringerlo” a rileggere dopo molto tempo un libro davvero importante, peraltro molto amato da Marx (1). Il testo pubblicato dalla Feltrinelli è identico a quello in mio possesso, pubblicato dagli Editori Riuniti nel 1978 (la prima edizione è del 1955), con l’introduzione di Eric J. Hobsbawm e la traduzione di Raniero Panzieri; lo stesso testo si trova nel IV volume delle Opere Marx-Engels pubblicate sempre dagli Editori Riuniti (1972).

Un concetto fondamentale informa il testo engelsiano, quello di «guerra sociale»: si tratta della guerra che il Capitale muove tutti i giorni contro chi, non disponendo di capitale, è costretto a vendere capacità lavorative di qualche tipo (di qualsiasi tipo) a chi invece ne dispone in abbondanza, ricevendone in cambio un salario più o meno elevato – in rapporto a standard variabili nel tempo e differenti nei diversi Paesi del mondo, che tuttavia non ne snaturano il significato storico-sociale. Qui per Capitale intendo in primo luogo un peculiare rapporto sociale di dominio e di sfruttamento degli individui e della natura, ed è per questo che di solito lo degno, per così dire, della “c” maiuscola.

Il concetto di «guerra sociale» è a mio avviso il filo più robusto che lega la società capitalistica analizzata dal giovane Engels (2) e la società capitalistica dei nostri giorni, la quale fa impallidire la prima quanto a dimensione e a potenza espansiva – non solo in senso geoeconomico, ma soprattutto in un’accezione squisitamente sociale che investe anche il corpo umano colto nella sua unità psicosomatica. L’ultima variante del capitalismo ha portato alle estreme conseguenze le “leggi di sviluppo” individuate assai precocemente da Marx e da Engels – vedi L’ideologia tedesca.

«Poiché in questa guerra sociale l’arma con cui si combatte è il capitale, il possesso diretto o indiretto dei mezzi di sussistenza e dei mezzi di produzione, è lampante che tutti gli svantaggi di una tale situazione ricadono sul povero».  Qui per «povero» Engels intende appunto l’individuo sprovvisto di capitale, al quale «se è tanto fortunato da ottenere un lavoro, cioè se la borghesia gli fa la grazia di volersi arricchire per suo mezzo, lo attende un salario che gli è appena sufficiente a tenere insieme corpo e anima» (3). Come si vede, non manca al giovane Engels il concetto di proletariato, e infatti un capitolo del libro è dedicato al «proletariato industriale moderno», cioè a dire agli «operai di fabbrica in senso stretto».

«La decomposizione dell’umanità in monadi, ciascuna delle quali ha un principio di vita particolare e uno scopo particolare, il mondo degli atomi è stato portato qui alle sue estreme conseguenze. È per questo che la guerra sociale, la guerra di tutti contro tutti, è dichiarata qui apertamente. […] Gli uomini considerano gli altri soltanto come oggetti utilizzabili; ognuno sfrutta l’altro» (4) Sfido chiunque a dimostrare che quanto scriveva Engels a proposito della società borghese colta nello «stadio giovanile dello sfruttamento capitalistico» non ha niente da dire a chi vive nella società capitalistica del XXI secolo. Le parole del giovane comunista ci riguardano, altroché!

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«Esaminiamo ora un po’ più a fondo la progressiva eliminazione dell’uomo adulto dalla fabbrica ad opera della macchina. […] In molti casi, la famiglia non viene totalmente disgregata dal lavoro della donna, ma capovolta. La madre mantiene la famiglia, il padre resta a casa, custodisce i bambini, pulisce le stanze e la cucina» (F. Engels).

Ciò che dell’opera engelsiana colpisce è soprattutto il suo vasto respiro analitico, la sua prospettiva intesa a cogliere tutti gli aspetti salienti della vita che si consumava a Londra e nei maggiori centri industriali del Paese: Dublino, Liverpool (che «con tutto il suo commercio, il suo splendore e la sua ricchezza, tratta gli operai con la stessa barbarie»), Nottingham, Bristol, Manchester, Glasgow, Edimburgo. Engels scandaglia a fondo la società inglese con un intento che oggi definiremmo “biopolitico”, inteso cioè a mettere in luce come il rapporto sociale capitalistico impatta anche sugli aspetti più minuti della vita proletaria. Vestiario, abitazione, alimentazione, salute, sessualità, affettività, vizi, “arredo urbano”: niente sfugge all’occhio critico del rinnegato Engels. Rinnegato, beninteso, dal punto di vista della sua provenienza sociale e del «gretto e farisaico pietismo della sua famiglia» (5). «I medici inglesi esigono alti compensi, e gli operai non sono in grado di pagarli. Perciò sono costretti a non far nulla, o a ricorrere a ciarlatani e ciarlatanerie a buon mercato. Tutte le città inglesi sono infestate da un numero enorme di questi ciarlatani che attraverso annunzi pubblicitari, manifesti murali e altri mezzi si procurano una clientela tra le classi più povere. È in vendita una quantità di cosiddette medicine brevettate per tutti i mali possibili e impossibili, le pillole di Morrison, le pillole vitali di Parr, le pillole del dott. Mainwaring e mille altre pillole, essenze e balsami che hanno tutti senza eccezione la proprietà di curare tutte le malattie del mondo. […] Ora gli operai inglesi prendono le loro medicine brevettate per danneggiare se stessi e far affluire il proprio denaro nelle tasche dei fabbricanti» (6). A noi “sgamati” cittadini del XXI secolo, avvezzi alla sempre più capillare medicalizzazione della vita e allo strapotere di Big Pharma, le parole di Engels suonano fin troppo ingenue. Mutatis mutandis, ciarlatani e ciarlatanerie impazzano oggi più di ieri, e i tempi pandemici che viviamo ne sono la più schiacciante conferma.

Scrivono Enrico Donaggio e Peter Kammerer nella loro Postfazione al testo pubblicato a loro cura dalla Feltrinelli: «Vale oggi per tutto il sistema industriale, non solo per quello occidentale, la domanda che Engels pone direttamente o indirettamente: cosa sarà del capitalismo, della sua capacità di espansione e integrazione, una volta che i suoi periodi d’oro basati sul saccheggio del lavoro e della terra rischiano di finire per sempre?» (7). A mio avviso il saccheggio del lavoro e della terra non ha smesso di caratterizzare, e non solo “in ultima analisi”, il Capitale: questa pratica continua nei modi possibili nella società capitalistica del XXI secolo, la quale registra il dominio totalitario e mondiale del rapporto sociale di produzione capitalistico. La tecnoscienza si pone come lo strumento più potente di questo dominio.

Rispetto al tempo in cui Engels scriveva il suo bel saggio la miseria sociale delle classi subalterne si manifesta in modo assai diverso, almeno nei Paesi capitalisticamente avanzati del mondo; nondimeno questa miseria, declinata in termini squisitamente sociali che travalicano di molto la mera dimensione “economicista”, continua come e più di prima a caratterizzare la condizione esistenziale dei nullatenenti – considerati alla stregua di “capitale umano” (sic!) e di consumatori di merci e servizi: «Tutto ruota intorno a te!». Per dirla “filosoficamente”, è l’essenza della cosa che conferisce vitalità e attualità al libro di cui si parla; si tratta di una verità inaccessibile al pensiero comune (superficiale), il quale rimane impigliata nella fenomenologia del Dominio – perdendo con ciò stesso la possibilità di comprenderne, appunto, l’essenza, ciò che caratterizza storicamente e socialmente il dominio capitalistico.

D’altra parte, il livello di produttività sociale del lavoro raggiunto oggi dal capitalismo fa apparire come ben misera cosa anche il salario più alto oggi concepibile – tanto più in presenza di una tendenza livellatrice verso il basso del salario medio sociale. La «nuda vita» di cui parlava Engels a proposito del proletariato inglese del 1845 è un concetto che va considerato in termini qualitativi, mentre una sua lettura puramente quantitativa non tiene conto del carattere storicamente relativo dei problemi sociali. Pensiamo al concetto di “tenore di vita”: ciò che in un Paese si dà come un “tenore di vita” estremamente alto, in un altro Paese, caratterizzato da una più ricca struttura economico-sociale, è considerato invece come un “tenore di vita” estremamente basso. Scriveva Engels nel 1892: «La borghesia ha fatto altri passi in avanti nell’arte di celare la miseria della classe operaia» (8). Il cosiddetto consumismo di massa rientra pienamente in quell’arte così profittevole per i capitalisti; la mercificazione della vita si dà anche come ideologia dominante, oltre che come prassi economica stricto sensu.

È da questa prospettiva radicale che si apprezzano nel modo giusto (ossia non ideologico) le parole dello storico Eric J. Hobsbawm, secondo il quale La situazione della classe operaia in Inghilterra «rimane un’opera indispensabile e una pietra miliare nella lotta per l’emancipazione dell’umanità» (9).

Scriveva Marx a Engels nell’aprile del 1863, riflettendo sull’«apparente infezione borghese» che aveva colpito gli operai inglesi e sugli «eventi succedutisi dal 1844 in poi»: «Rileggere il tuo scritto mi ha fatto sentire con dolore la vecchiaia. Con quale freschezza, con quale passione, con quale precorrente audacia e senza esitazione dotta ed erudita viene qui afferrata la questione! E la stessa illusione, che domani o dopodomani il risultato sprizzerà alla luce del sole anche storicamente, conferisce all’insieme un calore e un umore vitale, di fronte al quale il posteriore “grigiume” contrasta in modo maledettamente spiacevole» (10). Che cosa dovrebbe dire, allora, l’anticapitalista del XXI secolo dinanzi all’abissale “grigiume” che lo circonda da tutte le parti e lo minaccia come il Nulla della Storia infinita? Meglio non pensarci, per legittima difesa.

«La situazione della classe operaia è il terreno reale e il punto di partenza di tutti i movimenti sociali del nostro tempo, poiché è la vetta più alta e più scoperta della nostra attuale miseria sociale» (11): questo scriveva Engels nel 1845. Come si pone oggi, nell’epoca del dominio totale e mondiale del rapporto sociale capitalistico di produzione, la “questione sociale”?

(1) «Alla fine del 1844, quando stava terminando o aveva già terminato gli appunti che compongono i manoscritti del 1844, Marx si incontra a Parigi con Engels, che gli comunica i risultati del suo lavoro e lo mette a parte delle letture economiche e sociologiche. […] L’importanza che di Engels riveste nella formazione del pensiero di Marx, in particolare per l’interpretazione della storia dell’industria, risiede nel fatto che quest’ultimo poteva scorgere, nei tratti essenziali, il funzionamento nella ricerca empirica dell’impostazione metodologica e di alcune idee sviluppate soprattutto in vista di una critica dell’economia politica e della filosofia tedesca contemporanea; proprio per questo le ricerche di Engels rimarranno un punto di riferimento costante durante la stesura delle parti storiche e sociologiche del primo libro del Capitale (A. De Palma, Le macchine e l’industria da Smith a Marx, pp. 171-172, Einaudi, 1971).
(2) «Il libro che viene qui nuovamente presentato al pubblico tedesco, apparve per la prima volta nell’estate del 1845. Nei suoi pregi come nei suoi difetti esso reca l’impronta della giovane età dell’autore. Allora avevo ventiquattro anni; oggi ne ho tre volte tanti, e rileggendo questa opera giovanile trovo che non ho assolutamente da vergognarmene. […] Non mi è passato per la mente di cancellare dal testo le numerose profezie, e in primo luogo quella di un’imminente rivoluzione sociale in Inghilterra, dovute al mio entusiasmo giovanile di quei tempi. Non vedo alcun motivo di presentare il mio lavoro a me stesso migliori di quel che eravamo» (F. Engels, Prefazione all’edizione tedesca del 1892 della Situazione della classe operaia in Inghilterra, Opere Marx-Engels, IV, pp. 669-674 Editori Riuniti, 1972). Personalmente preferisco le «profezie» del giovane Engels, il quale giustamente identificava la «causa del comunismo» con «la causa dell’umanità», alle “sistemazioni scientifiche” del tardo Engels, impegnato nella costruzione del “materialismo dialettico”, ossia del «moderno socialismo internazionale costituito in scienza» (p. 673). Ma questo è tutto un altro discorso.
(3) F. Engels, Situazione della classe operaia in Inghilterra, p. 58, Editori Riuniti, 1978.
(4) Ivi, pp. 57-58.
(5) «Engels proveniva da una ricca famiglia di industriali cotonieri di Barmen, in Renania, una famiglia che aveva avuto l’accortezza di stabilire una filiale (Ermen & Engels) proprio a Manchester, nel centro stesso del capitalismo industriale» (E. J. Hobsbawm, Introduzione a La situazione…, p. 7).
(6) F. Engels, La situazione…, pp. 153-154.
(7) E. Donaggio, P. Kammerer Postfazione a La situazione…, p. 419, Feltrinelli, 2021.
(8) F. Engels, Prefazione all’edizione tedesca del 1892 della Situazione…, pp. 671-672. «Di quanto il salario supererà il minimo, dipenderà dai bisogni medi e dal grado di civiltà degli operai. Se gli operai sono abituati a mangiare carne più volte alla settimana, i capitalisti dovranno acconciarsi a pagar loro un salario che li metta in grado di procurarsi tale nutrimento» (La situazione, p. 122).
(9) E. J. Hobsbawm, Introduzione a La situazione…, p. 19.
(10) Lettera del 9 aprile 1863, in Marx-Engels Opere, XLI, p. 379, Editori Riuniti, 1973.
(11) F. Engels, La situazione…, p. 26.

PER CHI SUONA LA CAMPANA DEL LEBBROSO

Li purgheremo con il green pass!

Che il Green Pass sia uno strumento di pressione/ricatto attraverso la discriminazione è, a mio avviso, fuor di dubbio. Per questa via si introduce surrettiziamente, “all’italiana”, l’obbligo vaccinale generalizzato che determina la vita o la morte sociale degli individui, chiamati nel «grave momento emergenziale» che ci tocca vivere a dare una suprema prova di «responsabilità». Ma a chi (o a cosa) dobbiamo innanzitutto attribuire la responsabilità di quanto è accaduto e accade?

Soprattutto i sinistrorsi trattano i refrattari del vaccino e del Green Pass che in questi giorni manifestano nelle piazze di mezza Europa alla stregua di ultraindividualisti e menefreghisti che non riconoscono la società, come gentaglia che non concepisce altri “valori” che non siano quelli direttamente collegati al benessere personale dei singoli, alle loro immediate esigenze di consumatori egoisti che non mettono in alcun conto le responsabilità etiche e civili che derivano dal vivere, appunto, in una società. Ma di che società stiamo parlando? Questa è a mio avviso la domanda che deve farsi chi intende orientarsi con un minimo di “spirito critico” dentro la caotica poltiglia esistenziale nella quale ci ha gettato il Dominio. Ha senso, e quale, richiamare gli individui alla “responsabilità sociale” poste le vigenti condizioni sociali, considerata la reale natura di questa società? Si è socialmente responsabili collaborando al cosiddetto  “bene comune” oppure lottando contro di esso in vista di una ben diversa (semplicemente umana) organizzazione sociale? Insomma, un’altra responsabilità sociale è possibile, oltre che concepibile? So bene di porre domande molto suggestive, e non me ne scuso affatto con i lettori, che rimando piuttosto ai miei post dedicati al problema in oggetto, sperando che vi trovino qualche risposta, o solo una traccia utile a trovarla.

Qui mi limito a esternare la seguente riflessione: ciò che oggi sta accadendo ai refrattari del vaccino e del Green Pass potrebbe domani toccare in sorte ad altre “categorie sociali”, e sempre sulla base della difesa del “bene comune”. Poco importa, per me, ciò che motiva questi “refrattari”: si tratti pure di motivi religiosi o politici, di credenze di stampo complottista meritevoli di un’omerica risata (alcune sono davvero impagabili) o di autentiche paure – non dimentichiamo che la presente profilassi vaccinale rappresenta a tutti gli effetti una sperimentazione di massa. Per non parlare dell’insopportabile cacofonia messa in scena in tutti questi sciagurati mesi dai cosiddetti esperti in materia di Covid e dintorni.

La società raccoglie quel che semina: chi fa la predica agli zoticoni del vaccino dovrebbe piuttosto riflettere sulla radicale irrazionalità che domina le nostre esistenze. Il fatto che demagoghi e populisti d’ogni genere nuotino come squali voraci nell’oceano di miseria sociale (nell’accezione più vasta ed “esistenzialista” del concetto) creato da questa società ultratecnologica e ultrascientifica non deve sviare il pensiero critico dalla ricerca delle “cause prime”, ma deve piuttosto orientarlo nella giusta direzione.

Chi cerca il metaforico bandolo della matassa non deve insomma dare per scontato che l’esercizio della responsabilità sociale si esaurisca necessariamente nel collaborare ad arredare meglio l’inferno che ci ospita. Personalmente mi sono vaccinato non perché motivato dalla “responsabilità sociale” di cui parlano i sostenitori dell’attuale regime sociale, ma perché costretto dalla situazione, ossia per non ammalarmi e non far ammalare gli altri, a cominciare dai miei affetti più cari (leggo sul Domani: «Siamo davvero interessati al mondo intero?»); e ovviamente per continuare a lavorare. Il proletario se non lavora non mangia: è la maledizione capitalistica di cui a suo tempo parlò un certo Marx. Del resto mi è capitato altre volte di sottopormi alla vaccinazione (non di rado anche all’estero) per poter portare a casa il maledetto salario.

Il fatto che in altre parti del mondo (in Brasile, in India, in Sudafrica) la gente scende in strada per reclamare una più oculata gestione della pandemia basata proprio sulla vaccinazione di massa, oltre che su un accesso rapido e gratuito alle cure, ci dice quanto complessa e contraddittoria sia la realtà sociale di questo pianeta, che a giusta ragione va considerato come un unico “agglomerato” sociale. A mio avviso scivola nel più piatto moralismo la riflessione di chi oppone la ricca società del Nord del mondo, la quale può permettersi “il lusso” dei No-vax e No-Pass (nonché dei problemi connessi ai disturbi alimentari…), al povero Sud che quel “lusso” non può certo permettersi. Per essere compresi nel loro essenziale significato sociale i problemi vanno contestualizzati, vanno cioè ricondotti a una concreta dinamica sociale.

Scrivevo su un post di qualche mese fa: «La profilassi vaccinale non è qualcosa che sorride alla nostra umanità, alla nostra salute e alla nostra libertà, secondo la vomitevole propaganda di regime, ma una prassi che ci tocca subire per sopravvivere. Anche l’impossibilità di un’autentica scelta (se non ti vaccini sei socialmente discriminato, escluso di fatto da moltissime attività, e questo discorso vale per molte altre nostre cosiddette “scelte obbligate”: lavorare, consumare merci e via di seguito) deve diventare un importante tema di critica sociale. In questo contesto, parlare di un “obbligo etico” alla vaccinazione significa fare dell’ideologia, significa di fatto promuovere un pensiero apologetico nei confronti di una società che nega in radice un’autentica umanità e una vera libertà. […] L’obbligo alla vaccinazione si affermerà di fatto (e per certe attività lavorative anche di Diritto): se vuoi lavorare, viaggiare e quant’altro sarai costretto a vaccinarti, senza contare il rischio del contagio sempre incombente; non dimentichiamo che diverse categorie di lavoratori (pensiamo alla logistica, alla grande distribuzione, al servizio alle persone, eccetera) hanno richiesto invano di essere vaccinati con assoluta priorità, e non si è certo trattata di una richiesta fatta a cuor leggero e fiorita sul terreno del libero arbitrio.

Non per questo a mio avviso deve venire meno la contrarietà all’obbligo vaccinale stabilito per legge» (Sorvegliare e vaccinare). Della serie: previsioni fin troppo facili. E difatti concludevo come segue: «La mia contrarietà all’obbligo vaccinale non ha dunque niente a che fare con l’articolo 32 della Costituzione – Capitalistica – Italiana, peraltro facilmente aggirabile e già più volte aggirato – e che si appresta ad essere quanto prima, forse già oggi stesso, “reinterpretato” in chiave obbligazionista» (*). Scrive Giorgio Agamben: «Come dovrebbe essere evidente, nel green pass non è in questione la salute, ma il controllo della popolazione e prima o poi anche i tesserati avranno occasione di comprenderlo a loro spese» (Sinistrainrete). A mio avviso i termini della questione vanno rovesciati o, meglio, posti in una relazione “dialettica”: il controllo della popolazione da parte dello Stato (considerato in tutte le sue articolazioni istituzionali, politiche e territoriali) si dà necessariamente come risposta a un reale problema sociale – la crisi pandemica, la quale è a mio avviso una crisi sociale capitalistica stricto sensu, la prima crisi sociale autenticamente mondiale della storia. Da questa prospettiva la natura oggettivamente coercitiva della politica orientata alla conservazione dello status quo sociale appare chiaramente in tutta la sua disumana necessità, mentre il punto di vista proposto dal noto filosofo mi pare che per un verso presti assai facilmente il fianco all’accusa di “complottismo”, mentre per altro verso lascia immaginare la possibilità di una politica meno repressiva se solo lo Stato italiano ritrovasse il filo rosso della Costituzione, che evidentemente ha perduto per strada. Come scrivevo su un post dell’ottobre 2020, la dittatura è sociale, non sanitaria. E parlo di dittatura in un’accezione, appunto, squisitamente sociale, e non meramente politologica o astrattamente “filosofica”: siamo tutti assoggettati a una potenza sociale che non controlliamo e che, viceversa, ci controlla dall’inizio alla fine. Alludo forse al rapporto sociale capitalistico di dominio e di sfruttamento? Certamente!

Il concetto di «deriva democratica», caro a molti intellettuali della cosiddetta “sinistra eretica”, non coglie l’essenziale carattere totalitario dei nostri tempi dovuto allo strapotere del Moloch capitalistico, il quale domina sotto il cielo dell’intero pianeta.

«È significativo», continua Agamben, «che la Cina abbia annunciato che manterrà i suoi sistemi di tracciamento e di controllo anche dopo la fine della pandemia»: su questo fatto personalmente non nutrivo alcun dubbio. Il Celeste Imperialismo è oggi per tutti i Paesi del mondo un eccellente modello di controllo e di sfruttamento degli individui. 

(*) «Altro che “dittatura sanitaria” e Green Pass liberticidi. Conversando con alcuni dei più eminenti costituzionalisti italiani si ricava un verdetto unanime: la Costituzione consente sia l’obbligo di vaccinazione che il lasciapassare sanitario e le polemiche non hanno alcun fondamento, almeno dal punto di vista giuridico. Il dibattito sull’obbligo si sta svolgendo in modo “improprio”, secondo Giovanni Maria Flick: “È un obbligo presente nel nostro ordinamento da molto tempo, pensiamo alle vaccinazioni per la polio, il morbillo, altre malattie infettive”» (La Stampa). Per il noto giurista Sabino Cassese, «La possibilità di imporre trattamenti sanitari, purché a farlo sia la legge o un atto con forza di legge, come il decreto-legge o il decreto legislativo, è espressamente contemplata dalla Costituzione. Nell’applicazione concreta, la Corte costituzionale ha fissato altri limiti. L’obbligo non può essere prescritto all’infinito. Deve essere proporzionato. Va attuato in maniera progressiva. […] Come si può dubitare della conclusione tratta dal professore Ichino dalla lettura di un articolo del codice civile così chiaro? Il codice civile stabilisce un obbligo per l’imprenditore di prendersi cura della salute dei lavoratori. Questo obbligo comporta che l’imprenditore richieda a tutti i lavoratori di rispettare il diritto alla salute, che si esercita reciprocamente da parte dell’uno nei confronti degli altri» (Il Messaggero). Non c’è dubbio: quello in cui viviamo è il migliore dei mondi possibili!

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In Sudafrica il regime di apartheid è finito ufficialmente nel 1994, mentre è continuato e si è rafforzato il regime sociale capitalistico, sebbene sotto un nuovo assetto politico-istituzionale. Beninteso, anche nel nuovo contesto “sovrastrutturale” il razzismo continua ad avere robustissime radici nella società sudafricana, ed è un fatto l’esistenza di gigantesche sacche di estrema povertà tra la popolazione “di colore”. Si tratta di milioni di persone che sopravvivono in condizioni disperate, come hanno dovuto ammettere le autorità del Paese dopo le proteste, le violenze e i saccheggi di negozi degli ultimi giorni. La gente porta via cibo, generi di prima necessità e tutto quello che non potrebbe mai acquistare: il bisogno si scontra con la legalità. La repressione dello Stato ha fatto finora più di 200 vittime. A Soweto l’assalto a un centro commerciale è costato la vita a dieci persone. «Il presidente Cyril Ramaphosa ha schierato l’esercito, ed in un discorso televisivo ha ammesso che “mai si era vista una situazione del genere”» (Notizie Geopolitiche).

Già da molti mesi le istituzioni economiche internazionali paventavano il rischio di gravi esplosioni sociali causate anche dalla debolezza politica dell’African National Congress, partito che governa ininterrottamente dal 1994 e che oggi appare devastato da lotte interne e delegittimato da numerosi casi di corruzione. La crisi epidemica, gestita malissimo dal governo sudafricano, non ha fatto che buttare altra benzina sul fuoco della miseria sociale di milioni di diseredati, ai quali durante il lockdown è stato impedito di lavorare nelle attività cosiddette informali: queste persone per mesi non hanno potuto guadagnare nulla, non hanno potuto portare a casa neanche quel poco di cibo che riuscivano a mettere insieme un anno fa. «Il Sudafrica è la nazione del continente più colpita dal virus, con oltre 2,2 milioni di contagi e quasi 66 mila decessi. Nelle scorse 24 ore il bilancio è aumentato di 16.400 casi, 377 dei quali sono morti», ha dichiarato qualche giorno fa il virologo sudafricano Barry Schoub, membro di un gruppo di scienziati che fa consulenza al ministero della Salute. «Nel 2020, l’economia del Sudafrica ha subito la più grande contrazione del Prodotto Interno Lordo (PIL) dalla Seconda Guerra Mondiale. Nel frattempo, anche il mercato del lavoro nazionale si è rivelato essere in crisi» (Sicurezza Internazionale). Il tasso di disoccupazione si aggira introno al 33%: stiamo parlando di oltre 7 milioni di disoccupati censiti ufficialmente.

Scrive Andile Zulu: «Da quando ha ottenuto il potere, l’ANC ha sottoscritto l’ortodossia neoliberista e da essa non si è mai allontanato. Le politiche economiche sostenute dall’ANC hanno abbattuto il carico fiscale per grandi aziende e redditi più alti, favorito il contenimento delle retribuzioni e le privatizzazioni, ridimensionato i servizi pubblici e mantenuto l’impegno all’implementazione di misure di austerity. […] La sconfitta dell’apartheid ha lasciato all’ANC una contraddizione tuttora irrisolta: da un lato la conquista della libertà politica e dall’altro il persistere di un’economia ancora basata sullo sfruttamento della manodopera nera a basso costo»(Mail and Guardian). Si tratta del capitalismo con caratteristiche sudafricane – che peraltro ha fatto del Sudafrica il Paese capitalisticamente più avanzato dell’Africa, sebbene negli ultimi tre anni i suoi tassi di crescita si siano alquanto ridotti e nel marzo del 2020, quando il Coronavirus ha fatto la sua comparsa, il Paese era già “tecnicamente” in recessione.

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LO STIGMA “RIVOLUZIONARIO” SULLA PELLE DEGLI OPPRESSI

Pensavo fosse un sogno, e invece era un incubo.

Scrive Carlos Manuel Álvarez: «L’11 luglio, migliaia di manifestanti in tutta l’isola sono scesi in piazza e hanno rivendicato i loro diritti in una forma inedita. Mai prima nella storia della rivoluzione cubana e della sua deriva la popolazione era insorta contro le pattuglie della polizia, aveva insultato il presidente, stracciato fotografie di Fidel Castro e assediato le sedi locali del Partito comunista. Hanno anche saccheggiato i negozi che vendono in dollari, che abbondano ovunque, nuovi nei del capitalismo di Stato comparsi negli ultimi due anni. […] Le proteste non possono non essere interpretate alla luce delle disuguaglianze sociali e della natura razzista di uno Stato centralizzato che pratica costanti e svariate forme di violenza politica verso i propri cittadini. Vigilanza, indottrinamento, punizioni sul lavoro, mancanza di approvvigionamenti, arresti arbitrari, minacce esplicite o velate, capitalizzazione della paura, interrogatori, carcere, come anche la frattura arbitraria tra la vita nazionale e la ricchezza culturale della diaspora. Allo stesso modo, è insostenibile la tesi che le manifestazioni possano funzionare da pretesto perché Washington invada il paese».

«Dietro la protesta si cela anche un linguaggio dei simboli. Cuba porta il peso dello stigma, come ha detto Žižek, di vivere intrappolata nel sogno degli altri. Il problema con la grammatica che giustifica, anche se parzialmente, ciò che avviene a Cuba è che perpetua la disciplina dell’eufemismo, l’unica disciplina esistente nell’ambito cubano del reale, l’unica che sta dietro alle istituzioni dell’isola. Cuba è una finzione, i cubani no. Chi traffica con le parole, traffica con la vita degli altri» (Il Corriere della Sera).

Lo scrittore cubano ha capito quello che i sostenitori nostrani del regime fasciostalinista cubano non hanno mai capito: difendendo il loro (peraltro sempre più ridicolo) sogno di una Cuba perennemente “rivoluzionaria” essi sostengono al contempo un incubo, ossia una realtà fatta di miseria e di oppressione – economica, politica, ideologica, esistenziale, in una sola parola: sociale. Stessa cosa vale ovviamente per il Venezuela “chavista”. Questi sinistri personaggi si aggrappano alle loro sempre più risibili certezze “rivoluzionarie” e “antimperialiste” (e nel frattempo tifano magari per l’imperialismo cinese e russo) senza mostrare alcuna attenzione per quanto accade veramente nella società cubana, che essi guardano attraverso gli occhiali deformanti di un’ideologia che era reazionaria già mezzo secolo fa – figuriamoci oggi! D’altra parte non è facile rinunciare alla mitologia “rivoluzionaria”: come diceva il barbuto di Treviri, l’ideologia è una forza materiale, e non una mera sovrastruttura. L’ideologia è una gran brutta bestia che azzanna la verità e i corpi delle persone.

Difendere le ragioni del regime cubano non significa sostenere le ragioni della “rivoluzione” (quale?) e dell’”antimperialismo”, significa piuttosto difendere l’oppressione sociale dei nullatenenti cubani e schierarsi sul fronte della competizione interimperialistica dalla parte della concorrenza antiamericana. Ecco la sostanza di certi “sogni” – incubi per i subalterni.

«Tra molti analisti politici a Cuba, sembra esserci un consenso sul fatto che le proteste dell’11 luglio siano un appello al regime per includere nel dibattito pubblico importanti rivendicazioni sociali che si sono manifestate nelle strade. Violentemente o meno, stimolate da attori esterni o no, il fatto è che risuona ancora in tutto il mondo la notizia delle più grandi manifestazioni che si siano svolte nel paese negli ultimi 60 anni. Domenica, 11 luglio, numerosi gruppi di cittadini hanno occupato le piazze chiedendo migliori condizioni di vita e più libertà» (G. Paiva, Il Manifesto). Con un certo imbarazzo qui si cerca di prendere atto di una situazione che potrebbe condurre alla definitiva conclusione della “Rivoluzione cubana”. Probabilmente ci si augura che il regime accolga positivamente  l’«appello» che sale dal basso per insufflare ossigeno al boccheggiante “sogno cubano”. Ma “riformare” la “Rivoluzione” non sarà un pranzo di gala.

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L’IDENTITÀ NEGATA. Vicissitudini del “corredo identitario umano” ai tempi del dominio totalitario del Capitale

Qui di seguito consegno alcune (confuse e rapsodiche) riflessioni sul disagio esistenziale dei nostri tempi. Mi scuso per le ripetizioni di parole e concetti che non mi è stato possibile eliminare. Spesso, nel mio caso, economia di pensiero ed economia di tempo non collaborano per dare buoni frutti.

Diciamolo francamente: il “pensiero unico” è sempre quello degli altri. Il nostro pensiero è sempre e puntualmente refrattario e ostile al “pensiero unico”, esattamente come suggerisce il marketing di alto target: «Esci dalla massa e asseconda la tua personalità». E il pensiero dominante, che in ogni epoca storica fa capo alla classe dominante, se la ride e se la gode, per così dire. La nostra identità (sessuale, politica, ideologica, nazionale, in una sola parola: esistenziale) è invece ridotta a brandelli, a una poltiglia perennemente alla ricerca di surrogati che gridano vendetta al cospetto della cruda verità delle cose. La moltiplicazione delle identità di ogni genere mette in luce fino a che alto grado di frammentazione, di dispersione e incoerenza è giunta la nostra cosiddetta personalità. L’ossessiva – quanto frustante e illusoria – ricerca di un’identità forte è l’altra faccia della medaglia.

Questa frantumazione identitaria è peraltro assai utile al Capitale, il quale ha bisogno di allargare sempre di nuovo le sue possibilità di produzione e di vendita. Si tratta di un complotto oggettivo, per così dire, ordito dal Capitale contro gli esseri umani ridotti al rango di consumatori. Nella sua disumana ricerca del massimo profitto il Capitale abbatte qualsivoglia limite (anche di natura biologica) e frontiera. Alla globalizzazione capitalistica molti destri e molti sinistri rispondono con il sovranismo e il populismo: anche qui, facce della stessa escrementizia (capitalistica) medaglia.

La parola d’ordine della nostra epoca storica (un tempo la si definiva “borghese”) è una e categorica: spianare tutto quello che in qualche modo, spesso suo malgrado, oppone resistenza al processo di totale integrazione della persona alle esigenze del Capitale. Tutto deve essere – e non solo apparire – fluido, mutevole, adattabile, fungibile, smussato, levigato, liscio. Questo in linea di principio. Chi si oppone alla corrente generale è perduto e, presto o tardi, perdente.

Il confine che separa l’essere socialmente abili dall’asocialità più o meno totale si assottiglia con una progressione davvero inquietante: è un attimo, basta distrarsi un attimo, e si finisce in prossimità della pattumiera sociale – la quale spesso assume l’aspetto delle “malattie mentali” o del carcere. Lavoratore perfetto, consumatore perfetto, utente perfetto, cittadino perfetto. Perfetto, beninteso, rispetto alle esigenze di profitto del Moloch sociale. Siamo sempre più fatti a immagine e somiglianza del Capitale. Tocchiamo con mano la sussunzione totale (totalitaria) dell’individuo ai rapporti sociali capitalistici di produzione e riproduzione – anche sessuale. Tutti i legami vengono indeboliti e “fluidificati”, mentre il legame con le esigenze imperiose del Capitale e con lo Stato che ne garantisce la continuità del dominio si irrobustiscono sempre più ogni giorno che passa. L’eterna lamentela secondo la quale «prima si stava meglio, prima i rapporti tra le persone erano più umani», non fa che registrare la necessaria progressione del Male – del Dominio.

Per capire quanto invasivo e capillare sia diventato il Capitale, è sufficiente riflettere sul potere molecolare dei farmaci di cui ormai non può fare a meno neppure il soggetto cosiddetto sano. Qui il pensiero superficiale corre subito, per rimanervi in un atteggiamento solo apparentemente critico, alle multinazionali dei farmaci (Big Pharma), mentre è piuttosto sulla logica e sulla dinamica immanenti alla società capitalistica colta nella sua complessa e altamente contraddittoria totalità che bisogna in primo luogo puntare i riflettori.

È dunque la nostra stessa vita che perde continuamente di coesione – “materiale”, “spirituale”, psicologica, affettiva, ideale, in una sola parola: sociale. Anche nella scelta dell’identità di genere la madre e il padre vengono sempre più marginalizzati: la loro opinione dilegua dinanzi a quella degli “esperti” (insegnanti, psicologi, medici, giuristi), i quali rappresentano le potenze sociali (a cominciare dal Capitale) e politiche (a cominciare dallo Stato) che plasmano e controllano le nostre vite dall’inizio alla fine. La stessa tradizionale nozione di padre e di madre ha subito una profonda ridefinizione, e la cosa non sembra aver trovato ancora un punto di equilibrio, tutt’altro.

Nel 1943 C.S. Lewis pubblicò un libro intitolato L’abolizione dell’uomo: ma per abolire qualcosa occorre innanzitutto che  qualcosa  di cui ci si vuole sbarazzare esista, e questo non è il caso dell’«uomo in quanto uomo»,  dell’uomo concepito «al suo più altro livello» (Arthur Schopenhauer), di «un’umanità socialmente sviluppata» (Karl Marx). Detto en passant (ma poi non tanto), per Schopenhauer «L’umanità al suo livello più alto non ha bisogno di uno Stato»: concordo! Qui ovviamente uomo sta per umanità, un insieme storico e sociale (con “acclusa” natura) fatto di donne e di uomini.

Colgo l’occasione per una confessione assai poco politicamente corretta: considero oltremodo antipatico il rifiuto (ideologico!) del plurale “neutralizzato” (tutti, ragazzi, amici, compagni, ecc.) per non discriminare le donne (tutti e tutte, ragazzi e ragazze, amici e amiche, compagne e compagni). Per non parlare dell’uso dello schwa (ə) e dell’asterisco! La “rivoluzione terminologica” come supporto ed espressione di una non meglio precisata (ma in ogni caso inquietante, almeno per chi scrive) “rivoluzione antropologica” non è gradita dalle mie parti.

Concordo con chi sostiene che l’ormai mitico Ddl Zan non aggiunge alcun nuovo diritto né nuove autentiche tutele per chicchessia, mentre esso per un verso estende pericolosamente la discrezionalità della magistratura per quanto riguarda i cosiddetti “reati d’odio” (sconfinando senz’altro nella sfera delle pure e semplici opinioni, per quanto disgustose e aberranti siano), e per altro verso promuove una concezione etica dello Stato di stampo progressista che nei risultati normativi e coercitivi ricorda molto lo Stato fascista – il quale peraltro non ebbe mai la pretesa di poter mettere becco su ogni aspetto della vita sociale, così da ricondurre ogni comportamento degli individui a pratica potenzialmente passibile di una “verifica di legalità”.  Il fatto che siano le cosiddette “destre” a denunciare una «deriva orwelliana» della società la dice lunga sulle cosiddette “sinistre”, le quali per molti aspetti praticano politiche e diffondono ideologie ancora più reazionarie di quelle sostenute e propagandate dalla concorrenza.

La tendenza in atto ormai da tempo in tutti i Paesi capitalisticamente avanzati del pianeta va nel senso di una risposta impostata sul piano giuridico (leggi: penale) a tutte le manifestazioni di odio e di latente violenza generate da questa odiosa e violenta società. Ci si illude di poter gestire con strumenti repressivi l’enorme carica di odio, di violenza, di invidia sociale, di frustrazione e quant’altro vediamo spuntare come funghi velenosi ovunque volgiamo lo sguardo. Se non basta la farmacologia, ecco giungere in soccorso della “pace sociale” il braccio armato dello Stato. Ma repressa in un punto, la magagna esistenziale rispunta in un altro punto, e poi ancora in un altro, costringendo la politica a nuove rincorse emergenziali: «Vietato scrivere e pronunciare parole d’odio!», «Vietato assumere atteggiamenti ostili nei confronti di questa o di quella categoria, di questa o di quella minoranza!». In buona sostanza, ogni individuo è incasellato in una categoria o sottocategoria (insomma, in una “minoranza”) meritevole di una qualche tutela giuridica, e il pensiero progressista presenta questa odiosa situazione come una “conquista di civiltà”. Ci vogliono educare con la forza della Legge (del Diritto, che equivale appunto a Forza) a essere “tolleranti”, “umani”, “collaborativi”, “educati”, “rispettosi”, e tutto questo in un contesto sociale radicalmente disumano,  violento, totalitario, ingiusto, intollerante. La coperta della “tolleranza” è sempre più corta, e tirarla da una parte o dall’altra non servirà a niente, se non a creare altro odio, disagio, rabbia, frustrazione…  

A mio avviso si tratta di lottare contro ogni forma di pregiudizio e di discriminazione (sessuale, razziale, culturale, “estetica”, ecc.) sul piano squisitamente politico, culturale, in una sola parola: sociale, e non su quello penale, delegando ad esempio alla magistratura il compito di stabilire quale frase configuri un incitamento (magari solo “oggettivo”) alla discriminazione o alla violenza di qualche genere. L’odio di classe, ad esempio, può configurare un reato di qualche tipo? Di certo quest’odio classista non predica sentimenti di amicizia e di bontà, tutt’altro. Si capisce che quanto appena sostenuto non vuole essere una proposta positiva indirizzata ai politici che ci governano, ma una riflessione rivolta a chi si pone il problema di come resistere alle disumane potenze sociali che ci opprimono. Allo Stato e al sistema politico considerato in tutte le sue forme e articolazioni istituzionali non ho alcunché da consigliare.

«Bisogna educare bambini e bambine, ragazzi e ragazze all’amore e alla sessualità fin dalle elementari»: l’educazione sentimentale e sessuale affidata allo Stato stimola in me sentimenti d’odio a profusione.

«Il sesso non si cancella», sostiene Francesca Izzo, storica del pensiero moderno e contemporaneo, tra le fondatrici del movimento femminista Se non ora quando, e critica del DDL Zan. È vero: «Il sesso non si cancella»; lo si interpreta… Le TERF di certo non sottoscriverebbero questa mia assiomatica affermazione. Scrive Elisabetta Moro: «Secondo le Trans Exclusionary Radical Feminist (TERF) non solo esiste un’inconciliabilità tra uomo e donna, ma l’identità di una persona è legata categoricamente al suo corredo biologico. Dunque: sei una donna solo se possiedi un utero, una vagina eccetera. Questo significa anche che solo le donne cisgender (quindi classificate donne alla nascita) sono “vere donne”, le donne trans invece sono uomini “effemminati”» (Elle, 04/05/2021).

Molti critici Ddl Zan sostengono che la sessualità non deve diventare una sovrastruttura: ma lo è sempre stata! La sessualità da sempre è stata anche una “sovrastruttura” (ideologica, culturale, psicologica, in una sola parola: sociale). Tutto quello che riguarda gli uomini e le donne (e tutte le figure sessualmente “transizionali”) non è mai stato né potrà mai essere puramente naturale. Per questo ho sempre criticato l’ingenua idea che oppone i cosiddetti “bisogni naturali” (buoni in linea di principio) degli individui ai loro cosiddetti “bisogni artificiali” (cattivi in linea di principio), cioè a dire sociali. Piuttosto la questione interessante da indagare verte sul tipo di dialettica viene a realizzarsi tra la “struttura biologica” della sfera sessuale e la sua “sovrastruttura sociale”. La produzione della soggettività è sempre socialmente mediata.

Non di rado è il disagio sociale che porta molti individui a vivere come oppressiva (come un carcere, come un incatenamento) la natura corporea (biologica) della loro identità personale, a cominciare ovviamente dalla loro sfera sessuale; ritengo però sbagliato fare delle generalizzazioni a questo proposito.  È comunque un fatto che non sempre sesso, genere, pratica sessuale e desiderio convivono nella stessa persona in una condizione di coerenza funzionale e simbolica. Si tratta innanzitutto di comprendere la natura (storica? sociale? antropologica? biologica?) di quel dato di fatto. Io sono tra chi pensa che la differenza di genere (con ciò che essa implica su molti aspetti della nostra vita quotidiana) non abbia una natura meramente biologica.

Non ha senso parlare di naturalizzazione (o di rinaturalizzazione) della relazione affettiva e sessuale quando è nota l’intima connessione che insiste tra natura e società – tra «Natura e Cultura», per usare una vecchia e imprecisa strumentazione concettuale. La relazione di cui si tratta non va naturalizzata, ma umanizzata, cosa che presuppone rapporti sociali autenticamente – ossia non solo a parole – umani, la cui vigenza è possibile solo in assenza di classi sociali e di relazioni di dominio e di sfruttamento fra gli uomini (a cominciare dalla relazione uomo-donna) e fra questi ultimi e la natura – anche quella che riguarda immediatamente gli individui: il loro corpo, la loro “nuda” fisicità. Non si tratta di «ritornare alla natura», o a un contesto sociale “meno caotico” e “più umano”; si tratta a mio avviso di costruire una Comunità umana – umanizzata e umanizzante. Né più, né meno. «Se si vuole uno scopo, allora bisogna volere anche i mezzi», diceva Friedrich Nietzsche; e infatti io voglio la rivoluzione sociale anticapitalista! «Ma gli altri non la vogliono»: come se non lo sapessi! Tuttavia i termini della questione rimangono immutati: su questo terreno “terze vie” non ne esistono – e in ogni caso io non riesco a concepirle. Sul terreno dell’identità di genere esistono invece terze, quarte, quinte ecc. vie.

La storia della sessualità umana è la storia delle comunità umane che si sono succedute nel tempo. Michel Foucault ha avuto il merito di aver indagato in profondità i «dispositivi specifici di sapere e di potere» connessi alla sessualità, ciò che gli ha permesso di parlare, a proposito della società borghese come si venne a strutturare a partire dal XVIII secolo, di «isterizzazione del corpo della donna», di «pedagogizzazione del sesso del bambino», di «socializzazione delle condotte procre­atrici», di «psichiatrizzazione del piacere perverso» (La volontà di sapere), ecc.; tutti concetti fondati sul dominio del «maschio adulto eterosessuale» sulla donna, sui bambini e sui “diversi” d’ogni genere. «Per distinguere il maschile dal femminile ci serviamo di un’equazione palesemente insufficiente di natura empirica e convenzionale. Tutto ciò che è forte e attivo lo chiamiamo maschile, tutto ciò che è debole e passivo femminile» (S. Freud).

Sarà la stessa società capitalistica a porre le basi per il superamento del dominio incontrastato del patriarcato, ponendo l’istituzione familiare in una condizione di crisi permanente che continua ai nostri giorni. La “famiglia borghese” è in crisi (addirittura in dissoluzione) per definizione. La costruzione sociale del corpo, a partire dalla sua “sfera sessuale” (secondo le tre classiche definizioni normative: normale, anormale, patologica), è il cuore del problema che ci occupa. Solo sotto determinate condizioni sociali l’uomo diventa il Padre-Padrone che la storia millenaria conosce. Lo spirito proprietario del maschio, con annessa gelosia patologica nei riguardi della “sua” femmina e dei “suoi” figli, è ciò che più odio e disprezzo nel cosiddetto “uomo” – soprattutto quando quello spirito bussa forte alla porta di chi scrive!

Per gli esponenti della “destra” «la lobby delle persone trans e degli omosessuali» agisce per confondere le idee ai bambini e alle bambine e per questa via distruggere la famiglia tradizionale e i ruoli di genere. Questi personaggi non si rendono conto (semplicemente non è nella loro  disponibilità) che è il processo sociale capitalistico in quanto tale, e non il complotto di qualche lobby, che dissolve la famiglia “tradizionale” e i “vecchi” (binari) ruoli di genere. Non solo la famiglia “tradizionale” non merita di essere salvata, ma salvarla è semplicemente impossibile, e ogni sforzo orientato in quel senso appare, oltre che ultrareazionario sul piano storico e politico, sommamente ridicolo – vedi le comiche ideologiche di Diego Fusaro. (L’accelerazionista Toni Negri rappresenta l’altra faccia della stessa ultrareazionaria e ridicola medaglia). Bisogna allora assecondare la corrente dei tempi senza opporre una qualche resistenza? Per come la vedo io, si tratta di favorire la nascita e lo sviluppo di una ben diversa (umana, rivoluzionaria, anticapitalista) corrente, e questo modestissimo scritto va considerato sotto questa luce. Ma riprendiamo il filo del discorso.

Occorre sempre tenere ferma l’idea che un corpo è sempre un corpo connesso ad altri corpi, un corpo che si definisce e acquista senso (individuale e collettivo, per noi e per gli altri) solo in questa relazione allargata – sociale. L’Io presuppone e pone immediatamente il Tu e il Noi; questa realtà non né bella né brutta, né buona né cattiva: è un fatto necessario che fonda la nostra esistenza. Questa (banale?) considerazione sposta il discorso su un piano interamente storico-sociale – con “acclusa” natura, senza la quale noi nemmeno esisteremmo.

Identità di genere versus diritti delle donne basati sul sesso? Molte “femministe storiche”, in primis quelle che si riconoscono nel cosiddetto “femminismo della differenza”, rispondono con un forte a questa domanda. Hanno ragione? L’errore di fondo consiste a mio avviso nel supporre che, nel migliore dei mondi possibili, l’identità sessuale e l’identità di genere siano legati da una relazione puramente naturale o da un rapporto astrattamente antropologico. Come brevemente e rozzamente ricordato, l’analisi del processo storico ci dice invece che quel legame ha sempre avuto una fortissima “componente” sociale – spesso banalizzata dalla sociologia e dalla psicologia. E quando parlo di «componente sociale» alludo in primo luogo ai soliti rapporti sociali di produzione dominanti in una peculiare epoca storica, con ciò che necessariamente ne segue sul piano delle istituzioni politiche, delle “sovrastrutture” ideologiche, delle formazioni psicologiche individuali e collettive, ecc. Il rapporto degli individui e delle comunità con la vita, con la morte, con la sessualità, con l’affettività ecc. ha sempre avuto e sempre avrà una robusta “componente” sociale, e questo ci obbliga, come si diceva, a riflettere sulla natura (sulla qualità) della nostra società e sulla possibilità di una diversa e umana (non genericamente “più umana”) organizzazione sociale.

Il femminismo ideologico è incapace di vedere il dominio e lo sfruttamento che subiscono tanto le donne quanto gli uomini a causa di un rapporto sociale che trascende di molto la semplice dimensione sessuale degli individui. Lo stesso patriarcato è in primo luogo una questione squisitamente storico-sociale, perché solo poste determinate circostanze la differenza sessuale e fisica tra uomo e donna ha potuto porre le basi per l’oppressione esercitata dal primo nei confronti della seconda. Il passaggio dalla comunità strutturata in senso matriarcale a quella fondata sul primato del maschio si è dato attraverso un processo storico e sociale inspiegabile alla luce del semplice dato sessuale e biologico. Personalmente non credo nella natura astrattamente antropologica dei fenomeni sociali, che infatti si chiamano sociali; né penso che il fondamento della vita umana abbia essenzialmente a che fare con le nostre caratteristiche biologiche.

Analogamente, non si può ridurre l’uomo (soprattutto le sue attività concettuali) alle connessioni neuronali del suo cervello. L’idea “materialistica” di poter tradurre tutti gli stati mentali in stati neuronali e in connessioni neurofisiologiche la dice lunga sul carattere altamente disumano dei tempi che viviamo – a cominciare dalla prassi tecnoscientifica. Se vogliamo capire il significato del pensiero umano in tutte le sue espressioni è verso il metaforico e impalpabile «cervello sociale» che dobbiamo volgere lo sguardo. Questo semplicemente per dire che il riduzionismo biologista non  spiega e non può spiegare la sostanza umana (sociale) della nostra esistenza – mentre si presta benissimo alla sua manipolazione ad opera del Dominio.

Non si tratta di rivendicare uno sguardo desessualizzato sulla storia e sulla società, tutt’altro (chi scrive si è formato anche studiando, sempre con “spirito critico”, Sigmund Freud e la “sinistra freudiana”); si tratta piuttosto, e come già detto, di collocare la differenza sessuale in una dimensione storica e sociale che assume la divisione classista degli individui come il cuore pulsante della “questione sociale” – e della problematica “antropologica”.

Anche la cosiddetta teoria del gender merita a mio avviso una critica portata sul terreno del processo storico-sociale, anziché ammassare contro i suoi sostenitori materiale critico traendolo da considerazioni astrattamente antropologiche, culturali e fisiologiche. Non essendo un “esperto” della materia non so dire con la necessaria precisione “scientifica” attraverso quali vie il sociale si apre la strada per giungere alle più intime fibre dell’individuo, ma so per certo che ciò accade, che è sempre accaduto e che sempre accadrà, perché l’individuo può essere concepito (concettualmente e realmente) solo in una dimensione sociale.

Utero in affitto, compravendita di ovuli e sperma, transizione sessuale farmacologica e chirurgica: poteva rimanere al riparo dalle dinamiche capitalistiche la “sfera sessuale” degli individui? Formulata da chi scrive questa domanda suona giustamente assai retorica. Solo oggi, con molti decenni di ritardo, molti sociologi e psicologi scoprono che «il mercato» vuole fare dell’intero corpo umano una risorsa (un capitale umano: sic!) totalmente asservita alle logiche del profitto. Oggi la novità occorre piuttosto individuarla nella brusca accelerazione subita dal processo di disumanizzazione della vita umana. Sto forse pensando ai mezzi tecnologici che rendono possibile questo processo? Ovviamente! Ma soprattutto penso che cade in un tragico errore chi attribuisce il problema in questione alla tecnoscienza, e non invece alla sostanza sociale di quest’ultima, ossia al Capitale, appunto. È comunque un fatto che il feticismo tecnologico dilaga ovunque, in ogni “comparto” della nostra vita. Quando le cose vanno male, è facile prendersela con i robot, con gli algoritmi e con la struttura della cosiddetta Intelligenza Artificiale che media i nostri rapporti con le attività che siamo chiamati a svolgere e, in generale, con le altre persone. Non è la “tecnologia intelligente” che, ad esempio, si frappone tra genitori e figli, i quali preferiscono guardare un “visore” di qualche tipo e digitare su una tastiera, anziché confrontarsi con i loro “vecchi”; quei dispositivi tecnologici non sono che la fenomenologia della potenza sociale oggi dominante.

I cosiddetti transumanisti hanno ragione quando affermano che il problema non è, in linea di principio, la tecnoscienza in quanto tale ma l’uso che ne facciamo, e che, dunque, è da “reazionari” opporsi al “progresso” tecnico e scientifico, il quale è in ogni caso “inevitabile”; ma essi testimoniano tutta la loro indigenza intellettuale quando assecondano acriticamente l’uso capitalistico della scienza e della tecnologia confidando in un “risvolto umanista” di quell’uso. Salvo ammettere che «Dobbiamo comunque tenere presente che un disastro o una guerra, causati o resi possibili da una tecnologia avanzata, potrebbero portare all’estinzione di ogni forma di vita intelligente» (La Dichiarazione dei principi Transumanista). Peraltro non si tratta solo dell’uso (capitalistico) della tecnoscienza, ma anche del tipo di scienza e di tecnica adeguata a una comunità autenticamente umana. Non esiste una tecnoscienza buona per tutte le stagioni.   «Pagando, puoi avere tutto quello che desideri – tanto sono io che creo e coltivo sempre di nuovo i tuoi desideri». Il Capitale moltiplica le possibilità di consumo capace di pagare (il solo consumo, insegna Marx, che conta in questa società), e per questo inventa nuovi bisogni, nuovi desideri; la scienza, la tecnologia e il marketing sono i

suoi potentissimi strumenti. Come combattere la mercificazione totale dell’esistenza umana? A mio avviso una cosa è oltremodo evidente: senza spezzare il cerchio stregato del dominio capitalistico ogni resistenza alla mercificazione è destinata a fallire – perlomeno per ciò che riguarda il piano generale dei processi sociali e storici, mentre sul piano della singola persona non mi permetto di dire niente.

Non c’è dubbio che la struttura sociale capitalistica pesa negativamente in mille modi sulle relazioni affettive e sessuali degli individui; ed è per questo che più che di snaturamento si dovrebbe piuttosto parlare di disumanizzazione dei problemi legati alla sfera affettiva e sessuale. Il concetto di snaturamento non coglie a sufficienza l’intimo legame esistente in ogni aspetto della nostra vita tra la società e la natura. Ancora una volta è sulla qualità sociale di questo rapporto che dobbiamo puntare i riflettori della nostra analisi critica, rifuggendo da ogni suggestione ingenuamente naturalistica, la quale ci spinge a ingaggiare una lotta di retroguardia destinata a esser persa ancor prima di aver sparato un solo metaforico proiettile.

Per Marina Terragni, la relazione materna rappresenta l’estremo punto di resistenza al transumanesimo: «La natura ha collocato la donna al centro insieme al figlio. Ne ha fatto la madre del mondo. Sono capaci gli uomini di accettare questa centralità e questa autorità femminile, che è al contempo cura, e di mettersi in ascolto autentico delle donne? Perché altra strada non c’è» (Avvenire).

Più che sul futuristico Transumanesimo, bisogna riflettere molto seriamente sulla presente e sempre crescente disumanizzazione della nostra esistenza. È su questo tragico terreno che fioriscono i mille fiori dell’ideologia adeguata ai cupi tempi che viviamo. Il cosiddetto Transumanesimo non è che uno, forse tra i più significativi,  di quei fiori. In ogni caso, ciò che oggi è di moda chiamare “transumano” a mio avviso andrebbe senz’altro definito semplicemente disumano, anche per non fornire alibi all’idea, del tutto infondata, che «si stava meglio quando si stava peggio», perché la verità è che, posta la società classista, al peggio non c’è mai fine. Non si tratta, insomma, di «restare umani», secondo una fin troppo banale e ottimistica parola d’ordine, ma piuttosto di diventare umani, di conquistare una condizione sociale autenticamente umana. La teoria del post-umano presuppone l’esistenza di un mondo umano (umanizzato e umanizzante) che non c’è mai stato.

Ciò che molti chiamano, esibendo una “modernità” fin troppo superficiale, Transumanesimo non è dunque che un approfondimento del processo di disumanizzazione degli individui che va avanti ormai da due secoli, da quando cioè il Capitale ha preso il potere – nell’accezione squisitamente sociale del concetto – prima in pochi Paesi europei, e poi in tutto il mondo.

Scrive la Professoressa in bioetica e antropologia Elena Postigo Solana: «J. Habermas ha criticato la teoria e i presupposti del Transumanesimo e dell’enhancement [miglioramento della specie umana] in quanto essi eliminerebbero la possibilità di autonomia morale dell’individuo umano, poiché questa sarebbe sottomessa ad interessi sociali, politici o economici» (1). Ma è esattamente quello che accade oggi! Il dominio totalitario delle esigenze economiche nega in radice la pratica di un’autentica libertà: perfino i capitalisti non sono liberi di agire, perché essi sono obbligati ad assecondare in tutti i modi la “legge bronzea” del massimo profitto.

Come si diceva prima, la società capitalistica ha accelerato enormemente i cambiamenti che da sempre hanno segnato il corpo sociale, esponendo gli individui a pressioni materiali e psicologiche di inaudita magnitudine, tale da spazzare via tutto ciò che rappresenta un ostacolo di natura “antropologica” e biologica alle esigenze che fanno capo al processo di creazione della ricchezza sociale. In questo Marx ha visto giusto e assai precocemente: già nel 1845 egli scrisse infatti sulla natura “rivoluzionaria” del Capitale, il quale abbatte tutto ciò che ne può limitare l’espansione e la radicalizzazione: confini nazionali, tradizioni, ideologie, culture, abitudini.

«La dignità o è originaria, l’uomo la possiede in quanto tale, oppure ci è concessa. In questo caso, chi è che la dà o la riconosce? Infatti, quello che sta accadendo è che dalla perdita del concetto di dignità ontologica come valore intrinseco e inalienabile di ogni uomo deriva direttamente la conseguenza per cui la dignità stessa può venire riconosciuta o meno dalle persone, dal potere tecnocratico, se non dal potere politico (si ricordi, ad esempio, come l’asserzione “vite non degne di essere vissute” posta a motivo dalle politiche naziste nella cosiddetta “Operazione eutanasia T4” produsse di fatto la discriminazione e l’eliminazione di persone deformi o con gravi demenze)» (2). Ma la «dignità ontologica» non ha alcun senso se non viene collocata all’interno di un preciso contesto storico-sociale, e infatti il significato di quella dignità si è evoluto con il tempo. L’uomo «in quanto tale» è sempre stato l’uomo storicamente e socialmente determinato, e questo riconduce il problema della dignità umana sul terreno della storia e della prassi sociale. Oggi il concetto e la realtà di quella dignità impallidiscono al cospetto delle potenze sociali che calpestano sempre di nuovo la nostra esistenza.

La sessualità e l’affettività vanno umanizzate, non ricondotte a una mitica dimensione naturale fondata sulla mera differenza biologica tra i sessi. Ovviamente lungi da me azzardare ipotesi sulla sessualità e l’affettività ai tempi della possibile Comunità Umana del futuro. Nota bene: ho scritto possibile. D’altra parte, «Più in alto della realtà si trova la possibilità» (M. Heidegger, Essere e tempo). Ciò che invece mi sento di affermare con un certo grado di sicurezza è che le “magagne esistenziali“ che travagliano la nostra vita non hanno una causa naturale o antropologica, bensì cause storico-sociali che non è difficile rintracciare. Superarle, questo sì, è tutto un altro discorso.

(1) E. P. Solana, Transumanesimo e postumano: principi teorici e implicazioni bioetiche, p. 276, Medicina e Morale 2009/2.

(2) Ibidem, p. 279.

CUBA. IL COMPLOTTO DELLA MISERIA CONTRO I DISEREDATI

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Scrivevo ieri su Facebook:

Proteste senza precedenti ieri a Cuba. «Alcune migliaia di persone hanno manifestato all’Avana, la capitale di Cuba, e in alcune altre città dell’isola per protestare contro la carenza di cibo e di energia elettrica, e l’aumento dei prezzi dovuti alla crisi economica che sta interessando il paese, in parte dovuta alla pandemia. Le proteste hanno coinvolto per lo più giovani, che hanno fermato il traffico e urlato slogan contro il governo, una circostanza piuttosto rara a Cuba dove non è usuale che si tengano manifestazioni antigovernative» (Il Messaggero).

Il Presidente cubano Miguel Diaz-Canel ha dichiarato che dietro le manifestazioni ci sono gli Usa che vogliono provocare disordini sociali. Inoltre ha invitato «ogni rivoluzionario del paese a scendere nelle strade contro chi manifesta per affrontarlo in modo fermo, coraggioso e decisivo». Traduzione: mazzate, mazzate e ancora mazzate! «Ogni rivoluzionario del paese»: se la cosa non fosse tragica, ci sarebbe da ridere, soprattutto in faccia ai nostrani sostenitori della dittatura cubana, i quali continuano a raccontare le solite barzellette sul “socialismo cubano”, sulla “rivoluzione cubana”, sull’”orgoglio cubano” e ridicolaggini di simile fattura. Dietro le manifestazioni, che ormai da mesi si ripresentano con scadenza regolare, c’è ovviamente il capitalismo: quello interno e quello internazionale, a cominciare dall’imperialismo americano (vedi alle voci embargo e sanzioni), e senza però dimenticare l’imperialismo russo che da decenni sostiene il regime cubano, e quello cinese, che cerca di penetrare economicamente anche nel cortile di casa degli Stati Uniti.

«Migliaia di cubani sono scesi in piazza domenica 11 luglio in un evento senza precedenti, al grido di “Patria e vita!”, titolo di una canzone critica contro il governo, ma anche di “Abbasso la dittatura!”, e “Non abbiamo paura!”» (Il Fatto). Da “Patria o morte!” a “Patria e vita!”: è già un passo in avanti. Di questi tempi tocca accontentarsi di poco, di pochissimo. Che tempi!

cuba ok

Leggo oggi da qualche parte su Facebook (a commento di una foto che ritrae una manifestazione oceanica probabilmente organizzata dal regime fasciostalinista cubano):

«A parte che questa foto è più vecchia del culo della regina. Ma poi, davvero ancora si sogna un mondo in cui vengono negate le libertà individuali? Un mondo che nega l’individualità a favore di una collettività omologante, discriminante e totalitaria. Davvero ancora si crede al sogno marxista di un centralizzato capitalismo di stato? È questo che vogliamo per i nostri figli? Non sono bastati gli orrori del socialismo: Unione sovietica, fascismo, nazismo, comunismo cinese e Coreano per capire che la libertà è un valore irrinunciabile. No, non è questione di essere pecore ma solo di credere nella libertà e nella democrazia».

Ovviamente rispetto le critiche e le opinioni politico-ideologiche esposte nel citato commento, tanto più che chi scrive ha da sempre  provato a sbugiardare e ridicolizzare la gigantesca panzana del “socialismo cubano”. Non solo quella del cosiddetto “socialismo con caratteristiche caraibiche” (risate!), ma la colossale balla ideologica del “socialismo reale” novecentesco in tutte le sue escrementizie varianti nazionali: da quella “sovietica” a quella cinese, da quella Jugoslava a quella coreana, ecc., ecc., ecc. Il «sogno marxista di un centralizzato capitalismo di stato» è esistita ed esiste solo nella testa degli stalinisti (vecchi e nuovi) e dei loro avversari ideologici che difendono la stessa società: quella capitalista. Per gli anticapitalisti il «socialismo reale» (leggi: reale capitalismo) è sempre stato un incubo, non un sogno.

Marx ed Engels (*) hanno sempre sparato a palle incatenate contro il “socialismo di Stato” che già ai loro tempi accreditava come “socialismo” il capitalismo di Stato. Ma per saperlo occorre leggere i testi di Marx ed Engels, non quelli dei loro falsi epigoni, il cui vomitevole statalismo fa un’eccellente concorrenza allo statalismo di matrice fascista e nazista. Gli orrori di cui giustamente si parla nel commento sono dunque tutti imputabile al Capitalismo – in tutte le sue diverse configurazioni giuridiche e politiche: capitalismo “privato”, capitalismo di Stato, capitalismo “cooperativistico” e via di seguito.

Finisco osservando che a mio modesto avviso la «collettività omologante, discriminante e totalitaria» esiste già e abbraccia l’intero pianeta: da Cuba all’Italia, dalla Cina agli Stati Uniti, dalla Russia all’India, ecc. Mi riferisco naturalmente al dominio sempre più totalitario, capillare e pervasivo del rapporto sociale capitalistico di produzione, con ciò che ne segue in ogni aspetto della nostra vita quotidiana.

Rimando ai miei diversi scritti su Cuba. CUBA. ENNESIMO ANNUNCIO DI UNA “GRANDE RIFORMA ECONOMICA”

(*) «Recentemente, da che Bismarck si è gettato alla statizzazione, si è presentato un certo falso socialismo, il quale ogni monopolio, anche quello di Bismarck, dichiarò senz’altro socialista. […] Né la trasformazione in società per azioni né quella in proprietà dello Stato sopprime l’appropriazione capitalistica delle forze produttive. […] Lo Stato moderno, qualunque ne sia la forma, è una macchina essenzialmente capitalistica, uno Stato dei capitalisti, l’ideale capitalista complessivo. Quanto più si appropria di forze produttive tanto più esso diventa realmente il capitalista generale, tanto più sfrutta i cittadini dello Stato borghese. I lavoratori restano operai salariati, proletari. La categoria del capitale non è abolita, ma è spinta al contrario al più alto grado» (F. Engels, La scienza sovvertita dal signor Eugenio Dühring, p. 238, Società Editrice Avanti, 1925). Su questo aspetto rimando al PDF Dialettica del dominio capitalistico.

LA PRIMA VITTIMA

Li abbattiamo come vitelli. Domate il bestiame!

C’hanno insegnato la meraviglia
verso la gente che ruba il pane,
ora sappiamo che è un delitto
il non rubare quando si ha fame,
ora sappiamo che è un delitto
il non rubare quando si ha fame.

Di respirare la stessa aria
dei secondini non ci va,
e abbiamo deciso di imprigionarli
durante l’ora di libertà,
venite adesso alla prigione
state a sentire sulla porta
la nostra ultima canzone,
che vi ripete un’altra volta
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.

Per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.

Fabrizio De André

Scrive il “garantista” Piero Sansonetti: «Sappiamo con certezza che i detenuti di Santa Maria Capua Vetere sono stati picchiati e torturati da un gruppo molto folto di guardie carcerarie. E questa è una cosa orrenda. È orrendo che dei maramaldi si accaniscano contro dei cittadini indifesi, per di più resi debolissimi dalla condizione di detenuti, è orrendo che il potere non sappia fare altro che utilizzare se stesso solo per affermarsi, per esprimere potenza, arroganza, punizione, umiliazione. È orrendo anche che le notizie su questo fetido episodio di aggressione e tortura non abbiano scosso neppure un po’ l’opinione pubblica e l’intellettualità, sempre pronta a indignarsi per la pensione di Formigoni. Si sa di questa aggressione in carcere da molti mesi. Noi la denunciammo per primi nei giorni immediatamente successivi ai fatti. Silenzio, finora» (Il Riformista). Se posso completare il “concetto” qui riportato, aggiungo che orrenda è in primo luogo questa società che trasuda violenza e ingiustizia da tutti i pori. Lo vediamo anche nella gestione dell’immigrazione. «Il carcere produce violenza», scrive giustamente Sansonetti, che però non coglie la radice sociale e storica del problema, ed è per questo che la sua richiesta di «abolire il carcere» in vista di una gestione non carcerocentrica e non panpenalistica dell’illegalità non è a mio avviso credibile, per non dire altro. D’altra parte non si può pretendere altro da un cultore dello Stato di diritto, ossia dello Stato capitalistico. «Gli economisti borghesi vedono soltanto che con la polizia moderna si può produrre meglio che, ad es., con il diritto del più forte. Essi dimenticano soltanto che anche il diritto del più forte è un diritto, e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma nel loro Stato di diritto» (K. Marx,Grundrisse).

Se non vuoi gli effetti, devi abolire le cause, e intanto devi fidarti solo della tua forza, e lottare con tutti i mezzi necessari per opporre resistenza al potere sociale che ti schiaccia – economicamente, psicologicamente, moralmente, fisicamente.    

Dopo la diffusione delle notizie sull’«orribile mattanza» al carcere Santa Maria Capua Vetere durata dal 6 al 9 aprile 2020, il politicume ha versato le solite escrementizie quanto ipocrite lacrimucce:

«La prima vittima è lo Sato di diritto».

«La prima vittima è la nostra democrazia».

«La prima vittima è la nostra bella Costituzione».

«La prima vittima è la stessa istituzione carceraria».

«La prima vittima è il corpo di polizia penitenziaria».

A mio modesto avviso «La prima vittima» di lor signori merita tutto il disprezzo di cui è capace chi conservi ancora un briciolo di umanità e di pensiero critico.

«Dopo il pestaggio fui portato in una cella di isolamento. Lì c’era Lamine (detenuto che morirà suicida un mese dopo, ndr), era sul letto quasi morto, aveva un rigonfiamento dietro alla nuca, un livido sul viso e vari lividi sul corpo. Ha dormito quasi continuamente per tre o quattro giorni, non ha parlato. Io sono stato con Lamine per undici giorni. La stanza era solo per una persona, dopo che sono entrato hanno portato una branda. Quella sera non abbiamo avuto niente da mangiare». «Non avevamo coperte. Ho usato la federa del materasso. Ci hanno lasciati senza indumenti, senza coperte e con il volume del televisore tenuto al massimo, ininterrottamente, anche di notte. E senza la possibilità di una telefonata ai familiari». «Fakhri M. è tra coloro che ha avuto la peggio. Condotto da solo nella sala della socialità, accerchiato da diversi agenti, costretto a inginocchiarsi davanti a loro e a trascinarsi in ginocchio mentre veniva colpito con calci e pugni e preso a manganellate sulle nocche delle dita delle mani al fine di procurargli la massima sofferenza possibile. Teneva le mani sulla testa come ultimo disperato tentativo di proteggere almeno una parte del corpo dall’aggressione» (Il Riformista).

Questo a proposito di chi è «la prima vittima». Intanto assistiamo alla prevedibile e risibile ricerca delle solite «poche mele marce che non possono infangare un’intera istituzione». Auguri! Ovvero: ma chi volete prendere in giro? Marcia è questa società, nella sua compatta totalità, e il fatto che la cosiddetta opinione pubblica non ne abbia alcuna contezza, e che anzi sostenga la ricerca delle «poche mele marce», ebbene ciò è l’aspetto più inquietante della faccenda che tuttavia non rende meno vera (tutt’altro!) la tesi di fondo qui rozzamente sintetizzata.

LA CINA CAPITALISTA NELLA “TRANSIZIONE ECOLOGICA”

1. La muraglia cinese di Xi Jinping

Scrive Lucio Caracciolo sulla Stampa di oggi: «C’erano una volta due Cine, la comunista e la nazionalista. Mao e i suoi eredi, padroni della Repubblica Popolare Cinese, contro Chiang Kai-shek arroccato a Taiwan. Oggi c’è una sola Cina, comunista e nazionalista, incarnata da Xi Jinping. La coreografia di massa con cui il leader ha celebrato in Piazza Tiananmen i cent’anni di vita del Partito comunista ha sanzionato al suono dell’Internazionale la crasi nazionalcomunista (il primo aggettivo è decisivo, il secondo irrinunciabile ma decorativo)». Più che «decorativo» il secondo aggettivo è semplicemente falso, e parlare di un «comunismo imperiale» a proposito del regime cinese suona, oltre che comico, ridicolo in modo difficilmente eguagliabile. Ma i tempi sono quel che sono, e personaggi come Caracciolo possono cianciare di “nazionalcomunismo” e di “comunismo imperiale” senza temere di cadere nel ridicolo. Altro che «crasi» (commistione di concetti e parole): trattasi piuttosto di crisi del “pensiero raziocinante”, per dirla con il filosofo.

Scriveva ieri Simone Pieranni sul Manifesto: «Il Partito comunista cinese, nato a Shanghai nel 1921, ha percorso i primi anni della sua vita all’interno di una delle fasi più travagliate della storia cinese. Nato con l’impeto del movimento del 4 luglio 1919 e sulle ceneri dell’ultima dinastia, al suo primo congresso contava 53 iscritti e si premurava di rappresentare per lo più il proletariato urbano, protagonista allora di grandi scioperi, repressi dai signori della guerra. Sarà Mao, con le sue inchieste sulle campagne dell’Hunan, a riportare il Pcc sui sentieri rurali, finendo per organizzare i contadini e affrontare tempeste politiche (anche interne) e militari».

Non si trattò di un mero ripiegamento tattico, ossia della continuazione della stessa guerra di classe (proletaria) con altri mezzi, ma di una radicale trasformazione del PCC, che da Partito del proletariato urbano cinese diventò il Partito della rivoluzione nazionale-borghese basata sui contadini come “massa di sfondamento”. Dall’anticapitalismo strategico, il PCC passò all’antimperialismo nazionalista, pur conservando il vecchio nome – anche in questo degno prodotto dello stalinismo. Dall’internazionalismo proletario predicato e praticato, il Partito che sarà di Mao passerà al nazionalismo rivoluzionario (borghese, nell’accezione storica del concetto), senza peraltro abbandonare mai una fraseologia pseudo “comunista” di stampo stalinista – con caratteristiche più orwelliane che cinesi. Rimando i lettori ai miei diversi scritti sulla natura sociale del PCC e della Rivoluzione Cinese culminata nel 1949 con la proclamazione della Repubblica Popolare – in Cina da quell’anno tutto diventa rigorosamente “popolare”, compreso l’oppressione del Partito-Stato ai danni del popolo.

«Il popolo cinese non ha mai oppresso nessuno», ha detto a ragione ieri Xi Jinping celebrando il totalitarismo politico-istituzionale che regge la Cina ormai da 72 anni; il Partito Capitalista Cinese, detto “Comunista”, continua invece a opprimere il popolo cinese, a cominciare dai lavoratori, sul cui sfruttamento intensivo il Capitalismo cinese ha fondato le sue eccezionali fortune – in questo del tutto simile ai concorrenti cosiddetti “democratici”, a cominciare dal Capitale a stelle e strisce. Nel XXI secolo l’intero pianeta è dominato dai rapporti sociali capitalistici di produzione, con quel che necessariamente ne segue su ogni aspetto della nostra vita quotidiana. Tutto sotto il Capitale.

Al «popolo cinese» Xi-Mao ha fatto sapere che esso non si libererà mai dalla dittatura del PCC: inutile coltivare impossibili quanto rischiose utopie: un Paese, un sistema (capitalistico), un Partito!

«Il popolo cinese», ha aggiunto il Carissimo Leader, «non permetterà ad alcuna forza straniera di intimidirlo, prevaricarlo, soggiogarlo, renderlo schiavo. Chiunque volesse cercare di farlo si schiaccerebbe la testa e verserebbe il suo sangue contro una muraglia d’acciaio forgiata da un miliardo e quattrocento milioni di cinesi». Che pacifiche e armoniose parole! Quando vuole il Celeste Imperialismo sa essere chiaro fino alla brutalità. Altro che la fascistissima «foresta di 8 milioni di baionette bene affilate e impugnate da giovani intrepidi e forti»!

2. Il Medio Oriente ha il petrolio, noi le terre rare (Deng Xiaoping, 1992).

Quante volte al giorno, negli ultimi due anni, abbiamo sentito parlare di “transizione ecologica” o abbiamo letto da qualche parte che il XXI secolo sarà il secolo della “transizione ecologica”? Tante volte. Troppe. Diciamo pure fino alla nausea! “Transizione ecologica” e “resilienza”: ecco i mantra più ripetuti dei nostri giorni, i termini che stabiliscono il grado di modernità di chi ci parla del presente e del futuro. Al netto della propaganda e delle frasi fatte, ciò che quella locuzione modaiola chiama in causa è una gigantesca guerra sistemica (economica, scientifica, geopolitica, militare) di portata mondiale che aderisce come un guanto al concetto di imperialismo. A tutti gli effetti la cosiddetta “transizione ecologica” designa la prassi dell’imperialismo del nostro tempo. La rivoluzione capitalistica che si annuncia è talmente vasta, capillare e profonda, da coinvolgere direttamente nel suo dispiegarsi gli assetti politico-istituzionali dei maggiori Paesi capitalistici del pianeta, chiamati a supportare la “transizione ecologica” con ogni mezzo necessario. È questo che rende particolarmente pericolosa questa rivoluzione sistemica, la quale espone l’umanità alla possibilità di una guerra mondiale senza precedenti.

Enrico Salvatori e Giovanni Brussato hanno pubblicato per la rivista Fare Futuro un’interessante ricerca sugli aspetti economici, tecnologici e geopolitici della mitica “transizione ecologica”, il cui titolo dice tutto intorno al taglio politico di questo pur eccellente lavoro: Sottomessi alla Cina nella transizione verde. Si tratta, com’è facile capire, del punto di vista dell’imperialismo “democratico”, il quale ha nell’Unione Europea e negli Stati Uniti d’America il suo pilastro fondamentale. I nemici dell’imperialismo cinese si rendono conto di aver perso molto terreno nei confronti del gigante asiatico e cercano di correre ai ripari, ben consapevoli della posta in gioco.

Il paradosso a cui assistono i nemici del Celeste Imperialismo è il seguente: le catene di approvvigionamento, produzione e  commercializzazione delle tecnologie cosiddette green (dalle batterie agli ioni di litio alle celle fotovoltaiche) sono saldamente nelle mani del capitalismo cinese, e nel prossimo futuro questo primato strategico sembra destinato a rafforzarsi. A questa posizione di leadership mondiale nelle tecnologie “green” fa puntuale riscontro un crescente predominio cinese nel comparto della logistica. Questo per un verso. Per altro verso la Cina detiene il primato nell’uso delle materie prime energetiche più inquinanti e impattanti in termini di emissioni di gas a effetto serra: petrolio, gas, carbone. «Il destino della transizione energetica europea è, in senso letterale, sulle spalle del gigante delle emissioni globali: la Cina, le cui emissioni globali superano quelle di USA ed UE insieme. […] Un altro aspetto strategico è il rafforzamento dei legami economici con la Russia: nonostante divergenze presenti e passate, il deterioramento delle relazioni con l’Occidente ha spinto i due paesi a cooperare più strettamente negli ultimi dieci anni in particolare nel settore dell’energia. La Russia prevede di aumentare le esportazioni annuali di carbone in Cina fino a 20 milioni di tonnellate all’anno per i prossimi 20 anni; nel complesso, i funzionari russi hanno affermato di voler raddoppiare il carbone esportato in Asia fino a 85 milioni di tonnellate all’anno entro il 2030» (Sottomessi alla Cina nella transizione verde, pp. 8-13). Anche la politica cinese nei confronti di Taiwan, dello Xinjiang, del Myanmar e dell’Africa ha molto a che fare con la “transizione ecologica” e con i bisogni del Capitale cinese di approvvigionarsi dei vitali (almeno nel breve periodo), quanto assai poco “ecosostenibili”, combustibili fossili.

Invito i lettori a leggere il PDF, il quale è ricco di utili informazioni.

«Per quanto riguarda l’Italia sarà fondamentale recuperare il suo ruolo “baricentrico” sullo scacchiere geopolitico, perché riacquisire la piena sovranità nella politica estera è fondamentale per rimpadronirsi di una sana e proficua politica energetica» (p. 51). In effetti, da qualche anno a questa parte l’iniziativa geopolitica dell’italico imperialismo in Africa e nel Vicino Oriente si è fatta più chiara e “assertiva”, ovviamente sempre nei limiti concessi a una piccola potenza regionale – oggi incalzata nel suo “cortile di casa” anche dalla Turchia e dall’Egitto.

LA FITTA TRAMA DEL MONDO. Sul concetto di oggettività

Colui che sa non parla; colui che parla non sa (Lao-tzu).

Chi discute dimostra di non avere chiarezza di idee (Chuang-tzu).

Somma cosa è non sapere di sapere (Lao-tzu).

Qui di seguito “socializzo” una riflessione sollecitata da commenti su Facebook aventi per oggetto il concetto di realismo com’è stato elaborato dalla scienza nel corso del tempo. Ho preferito non cambiarne la forma, con quel che ne segue anche in termini di punteggiatura e di ripetizioni concettuali, che spero non disturbino molto la lettura.  Le tre citazioni in epigrafe probabilmente la dicono lunga su chi scrive, il quale sa, socraticamente (capovolgendo il saggio Lao-tzu), di non sapere, soprattutto per ciò che riguarda la meccanica quantistica, e si comporta di conseguenza: non smette di studiarla, di parlarne, di discuterne. Questa estroversione del pensiero, se così vogliamo chiamarla, mi accosta più alla filosofia occidentale che a quella orientale, e anche questo è ben comprensibile. Occorre anche ammettere che la “problematica quantistica” è assai suggestiva e affascinante, e probabilmente i paradossi e le “stranezze” su cui ci costringe a riflettere stanno alla base del grande successo che negli ultimi anni tale “problematica” sta avendo presso il “grande pubblico” dei non addetti ai lavori – cosa che peraltro spinge non pochi “divulgatori scientifici” a delle volgarizzazioni che sconfinano nel più banale esoterismo a sfondo mistico – vedi alle voci anima quantistica, saggezza cosmica, spiritualità quantica, ecc., ecc., ecc. D’altra parte, chi sono io per criticare la nuova “moda quantistica”?

Tullio Regge, che per un semestre lavorò con il grande Werner Heisenberg, disse una volta: «La meccanica quantistica non si capisce: ci si abitua». E in effetti, ancor prima di capire si tratta di abituarsi a ragionare in un modo particolare, di acquisire cioè un metodo d’indagine adeguato a una realtà che spesso ridicolizza la semplice intuizione, costretta a rifugiarsi nella solita domanda: «Ma com’è possibile che ciò accada?» È sufficiente pensare alla correlazione quantistica tra due corpi o tra due sistemi chiamata entanglement (groviglio, intreccio), per capire fino a che punto possa essere controintuitiva la meccanica quantistica. 

Se la Prima rivoluzione industriale ebbe nel vapore, ossia nell’energia termica, la sua principale spinta propulsiva, la Seconda ebbe invece nell’elettricità e nella chimica la sua fondamentale base tecnologica. Avere a che fare con l’elettricità e con la chimica delle sostanze manipolate nel processo produttivo significa imbattersi nei problemi pratici e teorici posti all’uomo dalla dimensione microscopica della materia. La creazione di una misura standard della luminosità (accanto al metro, al chilogrammo, al litro) diventò un serio problema quando in Europa e negli Stati Uniti si sviluppò una promettente industria legata alla produzione di lampadine. La ricerca intorno ai problemi teorici e pratici posti alla fisica moderna dal “mitico” corpo nero [1], ricerca che ha avuto un ruolo fondamentale nella rivoluzione quantistica, ebbe dunque una precisa connotazione storico-sociale, a dimostrazione di quanto sciocco sia considerare la scienza a prescindere dalla più generale prassi sociale che realizza le condizioni di esistenza di una comunità in una data situazione storica.

Bella riflessione su come lavora la scienza, sui suoi metodi, sulla sua storia e sulla sua autocoscienza, se così posso esprimermi. La cosa mi fa piacere tanto più in questo momento, essendo reduce dalla lettura di tre libri che certamente conoscerete: Breve storia del tempo, di Stephen W. Hawking (la cui capacità divulgativa è, a mio ultramodesto giudizio, non eccelsa, diciamo così), Il Tao della fisica, di Fritjof Capra [2], e Fisica e filosofia di Werner Heisenberg. Quest’ultimo libro, che considero davvero importante, l’avevo già letto qualche tempo fa, ma volevo rinfrescarmi le idee sulla concezione filosofica del grande fisico tedesco per metterla a confronto con quella di Capra, il cui libro (del 1975) è stato per me una bella scoperta. Sto provando a scrivere qualcosa a proposito di questo confronto – che a mio modestissimo parere premia la concezione di Heisenberg, il cui respiro storico-sociale gli consente tra l’altro di non spingere oltre il lecito alcune analogie (tra il pensiero scientifico/filosofico moderno e quello del passato) e alcune suggestioni concettuali. «Noi apparteniamo ad una comunità o ad una società. Questa società è tenuta insieme da idee comuni, da una scala comune di valori etici, o da un comune linguaggio nel quale ci si esprime sui problemi generali della vita» [3]. La prassi sociale, più o meno ricca e complessa, degli individui si deposita nel linguaggio ed è possibile solo per mezzo del linguaggio, vero e proprio strumento di lavoro – compreso, ovviamente, il lavoro scientifico e quello artistico.

Mutuando il grande Galileo [4] mi sento di dire che il libro della natura è scritto in linguaggio umano: nelle pagine che seguono cercherò di dare un senso compiuto a questa impegnativa affermazione.

Marxianamente parlando, concepisco le «relazioni materiali degli uomini» nei termini di un «linguaggio della vita reale» [5]. Linguaggio della vita reale e linguaggio propriamente detto sono collegati tra loro da moltissimi fili, spesso invisibili a un primo sguardo, e non raramente il nostro pensiero rimane impigliato nel groviglio che si viene a formare nei punti di connessione tra i due linguaggi. Heisenberg dedicò molta attenzione a questo problema, il quale si palesò in tutta la sua dimensione proprio nel momento di passaggio dalla fisica classica alla fisica sorta dalla rivoluzione quanto-relativistica.

Per ragioni economiche vorrei commentare un solo passo della vostra riflessione, questo: «E in fisica ciò che conta sono solo i fenomeni. È dai fenomeni che risalgo ai principi che regolano la realtà del mondo». A mio modo di vedere non esistono «principi che regolano la realtà del mondo», ma piuttosto principi e leggi elaborati dalla scienza per descrivere i fenomeni. Non solo, ma la scienza approccia i fenomeni che indaga provvista già di una strumentazione teorica frutto di passate osservazioni e teorizzazioni, la cui idoneità deve naturalmente passare il vaglio delle nuove osservazioni potenziate dalle nuove acquisizioni tecnico-scientifiche. E così via. Insomma, «La scienza naturale non è semplicemente una descrizione e una spiegazione della natura; essa è parte dell’azione reciproca tra noi e la natura» [6].

Alle spalle dello scienziato che osserva e misura c’è il prodotto materiale e concettuale della secolare prassi sociale. Kant intuì qualcosa di questa “dialettica”, e parlò dell’esistenza di concetti che precedono l’esperienza, di concetti «a priori». In realtà questi concetti precedono quella determinata esperienza, l’ultima della serie, e quindi non sono affatto «a priori» in senso assoluto, nel senso kantiano – o platonico – della definizione.  È vero, ad esempio, «che i concetti di spazio e di tempo appartengono alla nostra relazione con la natura, non alla natura stessa; che noi non potremmo descrivere la natura senza far uso di questi concetti» [7]; ma è soprattutto vero che quei concetti sono il frutto di passate osservazioni e teorizzazioni. Insomma, come spesso mi è capitato di scrivere non è possibile tagliare fuori il soggetto della conoscenza dalla scena chiamata “oggettività del mondo” senza annichilire con ciò stesso questa oggettività. L’oggetto diventa una platonica ombra se lo concepiamo assolutamente indipendente dal soggetto: Non esiste la “pura oggettività”; esiste piuttosto l’ideale di oggettività che informa il pensiero scientifico in una data epoca storica. Come sempre, quando parlo di “soggetto”, o di “osservatore”, non intendo mai riferirmi a un singolo individuo, ma a un soggetto collettivo, a una comunità storicamente data, alla multiforme prassi sociale che rende possibile un’organizzazione sociale.

Ciò che io non posso osservare, toccare, esperire in qualche modo direttamente non cade nella dimensione della pura (leggi: astratta) oggettività, ma nella dimensione più larga costituita dagli altri individui della comunità: io non ho assistito ieri alla copertura del disco solare da parte di quello della Luna, ma ne hanno parlato le persone che hanno assistito a quel fenomeno, e quindi per me esso ha il carattere della realtà oggettiva. Come sempre bisogna intendersi sul significato che diamo alle parole: cosa intendiamo per “realtà oggettiva”? In che senso le cose accadano “realmente”? La sola realtà oggettiva che personalmente concepisco è quella che viene fuori dalla relazione, intima, inscindibile e sempre mutevole, di oggetto e soggetto. Il mondo non è la nostra sensazione, né la nostra rappresentazione: il mondo è la nostra prassi sociale, il nostro rapporto con la comunità degli individui e con la natura.

«La fisica del Novecento, in particolare quella quantistica, propone un rapporto, tuttora irrisolto, con la realtà. La tesi di Lucio Russo è molto significativa e richiama, in qualche modo, quella di Albert Einstein. Prendiamo un elettrone, che sulla base dei modelli fisici si comporta sia da onda che da corpuscolo. In maniera, dunque, contraddittoria. I due comportamenti sono incompatibili. Ebbene, sostiene Lucio Russo [in Stelle, atomo e velieri, Mondadori], la gran parte dei fisici assume l’idea che i modelli quantistici (tipo “l’interpretazione di Copenaghen” della MQ) rappresentino la realtà e che, dunque, la natura è intrinsecamente contraddittoria. Mentre, suggerisce Lucio Russo, probabilmente i modelli si limitano a “salvare i fenomeni” in maniera molto precisa (la meccanica quantistica, riconosceva Einstein, è la più precisa tra le teorie elaborate dai fisici) e nulla dicono circa l’effettiva realtà del mondo» [8]. Salvare le apparenze (i fenomeni) o cogliere «l’autentica realtà delle cose»? Questa domanda e la relativa risposta devono in ogni caso scontare a mio avviso il carattere relazionale (storico, sociale) di ciò che chiamiamo «autentica realtà delle cose». Come cercherò di argomentare, nella descrizione del mondo naturale (e del mondo tout court) aggancio ai fenomeni e aggancio al soggetto rappresentano due facce della stessa medaglia, due fondamenti della “realtà obiettiva” che non vanno mai separati l’uno dall’altro – salvo incorrere in astrattezze concettuali di stampo “realista” oppure “idealista”.

Il termine “oggettivo” che usiamo per caratterizzare la realtà cosiddetta “obiettiva” (la cosa che non vive solo nella nostra testa) è sbagliato e forviante proprio perché rinvia il pensiero a uno solo dei due momenti costitutivi, ossia all’oggetto, considerato erroneamente come l’ente che sta all’inizio della catena relazionale, a fondamento del processo conoscitivo, mentre da solo, indipendentemente dal soggetto, l’oggetto semplicemente non esiste, né concettualmente né realmente. Con ciò non voglio affatto dire che oggetto e soggetto sono sostanzialmente identici, tutt’altro; intendo piuttosto affermare che le loro peculiari nature, le loro ineliminabili differenze qualitative, hanno modo di estrinsecarsi solo nella loro reciproca relazione. Tolti dal contesto relazionale qui rozzamente abbozzato, oggetto e soggetto svaniscono senza lasciare alcuna traccia della loro specifica natura. Tutto questo ovviamente sempre all’avviso di chi scrive. Concludo con alcune citazioni tratte dai miei appunti.

«È importante ricordare che nella scienza naturale ciò che ci interessa non è l’universo come un tutto, includente noi stessi, ma che la nostra attenzione si dirige verso una parte dell’universo e fa di quella l’oggetto dei nostri studi. […] Ciò che importa è che gran parte dell’universo, inclusi noi stessi, non appartiene all’oggetto. […]. È stato prima sottolineato che nell’interpretazione di Copenaghen della teoria dei quanta noi possiamo in realtà procedere senza menzionare noi stessi come individui, ma non possiamo trascurare il fatto che la scienza naturale è formata da uomini. La scienza naturale non descrive e spiega semplicemente la natura; descrive la natura in rapporto ai sistemi usati da noi per interrogarla. È qualcosa, questo, cui Descartes poteva non aver pensato, ma che rende impossibile una netta separazione fra il mondo e l’io. Se si pensa alle gravi difficoltà che anche eminenti scienziati, come Einstein, incontrano per intendere ed  accettare l’interpretazione di Copenaghen dalla teoria dei quanta, esse si possono far risalire alla divisione cartesiana di materia e spirito. Tale divisione è penetrata profondamente nella menta umana durante i tre secoli che seguono Descartes e ci vorrà molto tempo perché possa esser sostituita da un atteggiamento veramente diverso nei riguardi del problema della realtà» [9].

Su questo punto Fritjof Capra concorda: «La concezione meccanicistica della natura è quindi in stretto rapporto con un determinismo rigoroso. […] La base filosofica di questo determinismo rigoroso era la fondamentale divisione tra l’Io e il mondo introdotta da Cartesio. Come conseguenza di questa divisione, si riteneva che il mondo potesse essere descritto oggettivamente, cioè senza tener mai conto dell’osservatore umano, e tale descrizione oggettiva del mondo divenne l’ideale di tutta la scienza» [10]. Con Cartesio si delinea dunque il moderno concetto di oggettività: oggettiva è la realtà della natura colta nella sua (impossibile) indipendenza dal soggetto che pure la indaga con mezzi teorici e tecnici sempre più penetranti e invasivi.

Cartesio concepisce il soggetto come «una sostanza la cui essenza o natura consiste nel pensare e che per esistere non ha bisogno di alcun luogo né dipende da alcuna cosa materiale. Di guisa che questo io, che l’anima, per mezzo della quale io sono quel che sono, è interamente distinta dal corpo, e se questo non esistesse affatto, essa non cesserebbe di essere tutto quel che è» [11]. Egli fonda quindi la certezza dell’essere su un’astratta ipotesi che non potrà mai realizzarsi. E infatti, egli aggiunge poco dopo: «Io vedo chiarissimamente che per pensare bisogna esistere» [12].  E d’altra parte l’individuo può esistere solo in quanto totalità vivente, come soggetto avente un corpo e un’anima: non si può esistere senza pensare e non si può pensare senza esistere, e questa evidente realtà non ammette primazie di sorta dell’uno o dell’altro momento. Ma c’è di più: il singolo individuo non è possibile senza considerare la comunità di cui egli è parte. L’essenza dell’Io chiama immediatamente in causa l’esistenza di un soggetto collettivo, di una comunità, di una società storicamente determinata. Se dico Io dico sempre, necessariamente e immediatamente Noi. Dalle mie parti non c’è spazio alcuno per il Robinson gnoseologico caro a tanta filosofia idealista [13]. Quella cartesiana è dunque una mera finzione metodologica, di un astratto razionalismo che il filosofo francese cercherà di portare a coerenza nel corso della sua esistenza senza però mai riuscirvi. Ciò comunque non priva il dubbio metodologico cartesiano della sua feconda carica rivoluzionaria – naturalmente considerando la cosa dalla prospettiva storica [14].

«Cogito ergo sum non ci dice nulla circa i limiti entro cui possiamo usare i concetti di “pensare” e di “essere”, nel cercare la nostra strada. In definitiva, da un punto di vista generale, è sempre una questione empirica quella dei limiti nei quali i nostri concetti possono venire applicati» [15]. Io traduco «questione empirica» con «questione pratica», e fatto ciò tiro senz’altro la barba al mio ubriacone preferito: «Il difetto principale d’ogni materialismo fino ad oggi (compreso quello di Feuerbach) è che l’oggetto, la realtà, la sensibilità, vengono concepiti solo sotto la forma dell’obietto o dell’intuizione; ma non come attività sensibile umana; non soggettivamente. […] La questione se al pensiero umano spetti una verità oggettiva, non è una questione teoretica bensì una questione pratica. Nella prassi l’uomo deve provare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere immanente del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non-realtà del pensiero – isolato dalla prassi – è una questione meramente scolastica» [16]. Metto le metaforiche mani avanti: citando Marx non intendo affatto attribuirgli la mia idea di “realtà oggettiva”, che è appunto “mia”. Né d’altra parte intendo dire che la mia concezione “filosofica” sposa in pieno l’interpretazione di Copenaghen della teoria quantistica. Vediamo in che senso. Non prima però di aver ribadito che la “correlazione forte” qui esposta impegna, per così dire, solo chi scrive.

Segue qui (a pagina 13).


[1] Qualsiasi corpo che non sia fisicamente “morto” emette onde elettromagnetiche. A zero gradi Kelvin (-273 C) l’agitazione molecolare dei corpi cessa, e quindi si estingue l’energia associata al movimento più o meno intenso e caotico delle molecole. Un corpo che assorbe energia dall’esterno aumenta la sua energia interna (cresce l’agitazione delle sue molecole) e quindi la sua temperatura, mentre viceversa, un corpo che emette (dissipa) energia all’esterno registra un abbassamento della sua temperatura. La variazione di temperatura registra insomma una variazione dell’energia termica di un corpo. L’assorbimento di energia dall’esterno e l’emissione di energia verso l’esterno sono fenomeni correlati, perché se la fonte esterna cessa di emanare energia verso il corpo le condizioni energetiche di quest’ultimo tendono con il tempo a ripristinare lo stato precedente: il corpo prima si riscalda (T → T1), e poi si raffredda (T1 → T). Il corpo prima assorbe energia, e poi la emette, ripristinando l’equilibrio termico iniziale. Un corpo colpito da onde elettromagnetiche è in grado di assorbirne una parte, e l’energia associata a quelle onde ne fa aumentare la temperatura, perché l’energia assorbita dall’esterno è trasformata dal corpo in energia termica. In altri termini, le onde elettromagnetiche assorbite dal corpo mettono in agitazione le sue cariche di superficie, le quali generano appunto calore. In generale, non tutta l’energia che colpisce il corpo viene da esso assorbita; il rapporto tra energia assorbita (Ea) e energia incidente (Ei) si chiama assorbanza. Un’assorbanza (A) uguale a 1 definisce un corpo che è in grado di assorbire l’intera energia incedente “trasportata” dalle onde elettromagnetiche. Un corpo che ha questa caratteristica è definito corpo nero: A = Ea = Ei = 1. Il corpo è “nero” nel senso che esso assorbe l’intera energia incidente senza rifletterne all’esterno niente. Si tratta di un caso limite utile a orientare euristicamente la teoria. Il potere assorbente e il potere emissivo sono dunque grandezze fisiche funzioni della frequenza e della temperatura, mentre la natura e la forma dei corpi non entrano in gioco né nell’assorbimento né nell’emissione della radiazione. Ciò portò gli scienziati di fine XIX secolo a teorizzare un corpo nero ideale, la cui materia fosse costituita da oscillatori armonici, ossia da un sistema fisico che essi sapevano ben concettualizzare, formalizzare e misurare.  Si trattava quindi di trovare una relazione che legasse in qualche modo tra loro la frequenza e la temperatura, cosa che riuscì al fisico austriaco Stefan nel 1879, sebbene solo dal punto di vista strettamente empirico.

[2] Curiosamente ho letto il libro di Capra, che ho scoperto del tutto casualmente sbirciando nella libreria di un’amica, qualche giorno dopo aver riletto la Bhagavad Gītā – volevo semplicemente spolverarla, ma una volta afferrato il libro mi sono messo a leggere: prima un passo, poi un altro, e alla fine l’ho letto tutto! Le due casualità si sono incontrate a meraviglia, dal momento che il fisico austriaco più volte nel suo libro cita «il libro religioso prediletto in India», al cui centro troviamo il concetto di Māyā: «Māyā non significa che il mondo è un’illusione, come spesso viene erroneamente affermato. L’illusione, semplicemente, si trova nel nostro punto di vista, se pensiamo che le forme e le strutture, le cose e gli eventi attorno a noi siano realtà della natura, invece di comprendere che sono concetti della nostra mente la quale misura e classifica. Māyā è l’illusione che deriva dallo scambiare questi concetti per realtà, dal confondere la mappa con il territorio» (F. Capra, Il Tao della fisica, p. 105, Adelphi, 1989). Incontreremo spesso in questo scritto la dialettica mappa-territorio.

[3]  W. Heisenberg, Fisica e filosofia, p. 166, Il Saggiatore, 2007.

[4] «La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto» (G. Galilei, La prosa, p. 261,1978.

[5] K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca, Opere, V, pp. 21-22, Editori Riuniti, 1983.

[6] W. Heisenberg, Fisica e filosofia, p. 85.

[7] Ibidem, p. 151. Scrive Mendel Sachs: «La rivoluzione avvenuta con la teoria di Einstein fu l’abbandono dell’idea secondo la quale il sistema di coordinate spazio-temporali ha un significato obiettivo come entità fisica indipendente. Al posto di questa idea, la teoria della relatività suggerisce che le coordinate spazio e tempo sono soltanto elementi di un linguaggio che viene usato da un osservatore per descrivere il suo ambiente (cit. tratta da F. Capra, Il Tao della fisica, pp. 192-193).

[8] P. Greco, La scienza salva i fenomeni o conosce la realtà?, Scienza in Rete.

[9] Ibidem, pp. 67-69. «Indubbiamente la teoria dei quanta non contiene dei veri e propri tratti soggettivi, non introduce la mente del fisico come parte dell’evento atomico. Ma essa parte dalla divisione del mondo in “oggetto” e resto del mondo. […] È una divisione arbitraria e storicamente una nostra diretta conseguenza del nostro metodo scientifico; l’uso dei concetti classici è infine una conseguenza del modo generale di pensare degli uomini. Ma ciò implica già un riferimento a noi stessi e quindi la nostra descrizione non completamente obbiettiva» (p. 71). Heisenberg declina il soggetto nei termini di un osservatore che maneggia un sofisticato apparato sperimentale, e ciò conferisce alla sua concezione scientifica e filosofia un notevole respiro storico.

[10] F. Capra, Il Tao della fisica, p. 67.

[11] R. Descartes, Discorso sul metodo, p. 69, Mursia, 1972.

[12] Ibidem, p. 70.

[13] A suo tempo Marx ridicolizzò il Robinson protagonista dell’economia politica di Smith e Ricardo: «L’uomo è nel senso più letterale un zòon politikòn, non soltanto un animale sociale, ma un animale che solamente nella società può isolarsi» (Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, I, p. 5, La Nuova Italia, 1997). Qui l’allusione marxiana chiama in causa l’individualismo borghese fondato sulla proprietà capitalistica, espressione giuridica dei peculiari rapporti sociali di produzione capitalistici. Per Marx «la produzione dell’individuo isolato al di fuori della società» è una pura assurdità che non sta in piedi nemmeno per un secondo.

[14] Lo spirito borghese (predatorio e padronale) del XVII secolo è bene espresso dai passi che seguono: «In luogo di quella filosofia speculativa che si insegna nelle scuole, se ne può trovare una pratica, per mezzo della quale, conoscendo la forza e le azioni del fuoco, dell’acqua, dell’aria, degli astri, dei cieli e di tutti gli altri corpi che ci circondano, […] noi potremmo impiegarli nello stesso modo a tutti gli usi a cui sono appropriati, rendendoci, così, simili a padroni e possessori della natura» (ibidem, p. 105).

[15] W. Heisenberg, Fisica e filosofia, p. 102.

[16] K. Marx, Tesi su Feuerbach,  Opere Marx-Engels, V, p. 3, Editori Riuniti, 1972.

LA VIOLENZA SULLE DONNE FINANZIATA DA ROMA E DA BRUXELLES

«Ragazzine somale abusate da mesi, dopo la cattura in mare: due hanno tentato il suicidio. L’Onu conferma: violenza inconcepibile, siano subito rilasciate e protette. Accuse a Itala e Ue» (Avvenire). Inconcepibile è, dal punto di vista umano, di «un’umanità socialmente sviluppata» (Marx), di «un’umanità al suo livello più alto» (Schopenhauer); inconcepibile è, dicevo, l’esistenza di questa Società-Mondo. Come scrivo spesso, e senza temere di essere smentito (purtroppo!), sul fondamento di questa escrementizia (disumana) società dobbiamo aspettarci tutto il male concepibile e anche quello che ancora non riusciamo nemmeno a concepire.

«Sono rimaste in cinque. Tutte minorenni. Tutte somale. La loro età è nota alla polizia libica. Ma non è certo l’essere poco più che bambine a metterle al riparo dagli stupri dei guardiani foraggiati, equipaggiati e addestrati da Italia e Ue. Anche se ieri Bruxelles ha scaricato le responsabilità su Roma. Un mese fa due ragazzine, dopo l’ennesima sessione di abusi ad opera degli agenti, hanno provato a togliersi la vita. Entrambe sono state ricoverate in ospedale a Tripoli e visitate da personale di Medici senza frontiere, che ne ha chiesto l’immediato rilascio. Ma non c’è stato niente da fare. Le hanno di nuovo gettate in cella. Per continuare come prima. “Anche se non è la prima volta che subisco aggressioni sessuali, queste sono le più dolorose, perché sono commesse dalle persone che dovrebbero proteggerci”, ha raccontato una di loro. Nessuna alternativa: “Devi dargli qualcosa in cambio per poter andare in bagno, o per chiamare la famiglia, o per evitare di essere picchiata”. Succede nel centro di detenzione ufficiale di Shar al-Zawyah, una prigione nella quale vengono portati i migranti catturati in mare dalla cosiddetta guardia costiera libica, in attesa del loro trasferimento in uno degli altri 28 campi di prigionia riconducibili al governo di Tripoli. Le ragazze in passato sono state rinchiuse in gattabuie clandestine. Ma adesso che si trovano in una struttura statale assicurano che “è come essere prigioniere dei trafficanti”. […] E da Ginevra l’Alto commissariato parla di “violenza sessuale inconcepibile contro donne e ragazze migranti nel centro di detenzione Shara’ al-Zawiya di Tripoli: tentativi di suicidio per disperazione e fame” » (Avvenire).

Quanto ci piace il lavoro sporco appaltato ai libici e ai turchi! E poi, all’occasione potremo sempre dire che noi non sapevamo niente di quei “disdicevoli” fatti.

Mentre lo Stato italiano finanzia i torturatori e gli stupratori libici per fare il lavoro sporco sul “problema immigrati”, il leader del PD Enrico Letta stigmatizza i giocatori della nazionale italiana che la scorsa domenica non si sono inginocchiati in segno di rispetto per il movimento Black lives matter: quando di dice avere la faccia come il culo – con rispetto parlando per il degnissimo deretano.

«Il presidente del Consiglio italiano al suo primo bilaterale con Angela Merkel ha appena promesso alla Germania il sostegno dell’Italia al rinnovo dell’accordo con la Turchia. Miliardi ad Erdogan in cambio del blocco del canale che dalla Siria porta direttamente al cuore dell’Europa. In cambio l’Italia ha l’appoggio di Berlino per “rafforzare la sua presenza in Africa”» (Il Messaggero). Affari e geopolitica sulla pelle dei diseredati: un classico!

IL “NUOVO MIRACOLO ECONOMICO” SULLA PELLE DEI LAVORATORI

«Il capitale è violenza sociale concentrata. […] La lotta quotidiana tra capitale e lavoro è una vera lotta di guerriglia, è una guerra civile fra la classe dei capitalisti e la  classe degli operai» (K. Marx).

«Per Lassalle il punto fondamentale dell’agitazione diventò l’aiuto statale invece dell’aiuto reciproco. […] Qui, dove l’operaio viene diretto burocraticamente fin dall’infanzia e crede all’autorità, alle istituzioni superiori, è necessario prima di tutto insegnarli a muoversi autonomamente» (K. Marx). Inutile dire che l’emergenza cosiddetta pandemica ha stretto ancora più fortemente i bulloni del controllo sociale, accentuando il senso di dipendenza dei lavoratori, e di tutti gli individui, nei confronti delle «istituzioni superiori». Prima della pandemia eravamo messi malissimo, dopo…

È evidente che il Capitale vuole approfittare della crisi sociale in corso per schiacciare ancora di più i lavoratori, soprattutto quelli sfruttati nell’industria, nel comparto agroalimentare e nella logistica, cioè nel cuore pulsante del processo di produzione capitalistico, senza il quale non sarebbe possibile nemmeno il gigantesco edificio della speculazione finanziaria. Oggi anche molti sociologi stanno scoprendo che le tecnologie cosiddette intelligenti, lungi dal liberare i salariati dalla fatica fisica e psicologica, ne stanno piuttosto peggiorando le condizioni di vita e di lavoro, accentuando la loro condizione di sudditanza nei confronti del Capitale, proprio come accadde nel corso della Prima rivoluzione industriale. Tutte le volte che da qualche parte leggiamo “dittatura degli algoritmi”, e feticismi tecnologici di simile conio, dobbiamo tradurre senz’altro come segue: dittatura dei rapporti sociali capitalistici.

Leggo da qualche parte: «I padroni non si sporcano le mani direttamente, spingono alla guerra tra poveri. Stanno a guardare, se la ridono e continuano a fare profitto, dal momento che il diritto alla “libera impresa” prevarica, grazie alle leggi borghesi, quello del diritto alla vita». Come affrontare nel modo migliore la guerra che il Capitale conduce ogni giorno contro i lavoratori? Credo che per noi proletari un buon punto di partenza sia capire che lo Stato difende gli interessi dei padroni, della classe dominante, e che quindi è esclusivamente sulla nostra forza che dobbiamo contare per resistere alla «violenza sociale concentrata» di cui parlava il comunista tedesco. Resistere con ogni mezzo necessario. Resistere al dominio sociale capitalistico che sfrutta, uccide, inquina, infetta, prepara guerre “fredde” e “calde”, divide lo stesso fronte dei lavoratori (vedi alla voce “razzismo” e “guerra tra i poveri”) e, infine, produce illusioni e “soddisfazioni” (materiali, spirituali, affettive e psicologiche) a ritmo industriale.

Adesso un punto di vista interno alla logica capitalistica sui noti fatti.

1. Dario di Vico, Il Corriere della Sera, 19 giugno

«Camionisti contro facchini è un pessimo film che sta andando in onda da troppo tempo nei piazzali della logistica italiana, nelle lunghe notti dei picchetti davanti alle fabbriche o davanti ai centri di stoccaggio della grande distribuzione. Nelle notti di un nuovo rancore in cui la paura di essere licenziati e quella di essere investiti fa tutt’uno. Che da un giorno all’altro potesse accadere qualcosa di tragico era un copione, purtroppo, già scritto. In tanti lo sapevano. Gli episodi di contrapposizioni dure, senza filtri, si sono susseguiti con regolarità nelle ultime settimane. Sarebbe potuto succedere a Lacchiarella alle porte di Milano, nel grande polo logistico piacentino di Castel San Giovanni o nell’Interporto di Bologna. Troppe contraddizioni sono state lasciate incancrenire, troppi conflitti non trovano da tempo uno straccio di regolazione. Dentro le fabbriche esiste – nel rispetto dei ruoli – uno spirito di comunità dell’impresa e del lavoro, fuori c’è il Far West. E il sistema della logistica italiana ne esce devastato nell’immagine e nelle relazioni. Ed è paradossale che ciò avvenga nella stagione del massimo successo dell’ecommerce e di super-Amazon.

Del resto purtroppo nella competizione internazionale del traffico delle merci noi non possiamo vantare grandi imprese e il valore aggiunto dell’economia dei flussi globali è appannaggio dei grandi vettori tedeschi o olandesi. Siamo presenti più in basso nella scala del valore con un trasporto su gomma che la fa da padrone sulla rotaia ed è polverizzato in migliaia di piccole ditte, costrette a loro volta a una competizione al ribasso e a subire la concorrenza sleale dei camionisti dell’Est europeo. In questo paesaggio il lavoro è il più classico dei vasi di coccio, i contratti vengono aggirati tramite le cooperative spurie che si assicurano commesse con una marginalità minima e meno riescono a retribuire le braccia più possono pensare di sopravvivere. In realtà di cooperativo non hanno nulla, sono delle imprese grigie in mano ad avventurieri spregiudicati. Così i piazzali della logistica della seconda potenza manifatturiera d’Europa sono diventati un’estrema periferia del mercato, un girone dantesco di illegalità, soprusi, conflitti a sfondo razziale. È una terra sconsacrata dove le (false) cooperative non rappresentano il lavoro associato ma sono sinonimo di caporalato, dove non c’è la forza e il prestigio dell’industria italiana, quella che macina export e riscuote consensi internazionali, dove la grande tradizione del sindacalismo confederale sembra esangue.

Lavoratori come lo scomparso Adil Belakhdim non appartengono alla tradizione dei facchini italiani del ‘900, sono un nuovo tipo di classe operaia con la quale bisogna saper interloquire, superare incomprensioni e barriere e costruire un’altra idea di solidarietà e protagonismo. È un processo lungo, dall’esito non scontato ma le Camere del lavoro del nuovo secolo o le si apre su quei piazzali o niente. Tocca, dunque, ai grandi soggetti di rappresentanza riprendere il pieno controllo del territorio, dimostrare nei fatti di essere capaci di elaborare soluzioni, di porre le basi di una competizione leale e dare un giusto prezzo al lavoro. Non ci si può riempire la bocca di dotte discussioni sul “capitale umano” e poi far finta di non vedere cosa accade nella filiera del trasporto merci. Tocca però anche allo Stato dare il segnale di una lotta senza quartiere all’illegalità. Nell’Italia che vuole riconquistare il posto che le compete in Europa non possono esistere zone franche».

2. Dario Di Vico, Il Corriere della Sera del 18 giugno

«Mario Sassi è un ex manager della grande distribuzione e ha passato molte notti sui piazzali della logistica, quella terra di nessuno del nuovo conflitto sociale dove i Cobas bloccano i cancelli e si scontrano gli autisti dei camion in attesa. «Chiunque si interessi per lavoro di magazzini logistici, cooperative serie o spurie e sindacati del trasporti, sa che sui piazzali le notti sono lunghe e le contrapposizioni tra gli uni e gli altri sono durissime». Anni tra rivendicazioni continue e picchetti duri, con la merce che deve arrivare per tempo nei supermercati e i facchini senegalesi contro i sudamericani in un assurda guerra tra poveri. Dopo i fatti di Tavazzano dove le cronache giornalistiche hanno illuminato scene da nuovo far west, Sassi ha raccontato sul blog, che si occupa di mondo del lavoro, la sua esperienza.

A Tavazzano, davanti alla ditta Zampieri — spiega Sassi — è andata in onda un’ennesima replica. Spesso si tratta di fatti che restano confinati ai comunicati dei Cobas e si concludono con una scazzottata tra autisti inviperiti, gomme bucate, scontri tra etnie contrapposte. «La scelta del blocco improvviso e notturno dei piazzali è strategica per i Cobas perché a quelle ore di solito la polizia è lontana o non arriva in tempo». La mobilitazione per i picchetti duri avviene anche con il tam-tam sulla Rete e qualche volta coinvolge anche i giovani dei vari centri sociali, come è accaduto spesso attorno a Lacchiarella o in altre località dell’hinterland. “Il sindacalismo confederale ha

“Il sindacalismo confederale ha sottovalutato l’emergere di questo fenomeno, anzi all’inizio erano stati proprio Cgil-Cisl e Uil a dar vita alle prime cooperative di facchini. Ma allora i contratti di lavoro erano riconosciuti e rispettati” .Poi, secondo Sassi questo meccanismo è scappato di mano. Le cooperative più serie hanno saputo reggere ma una buona parte è stata travolta dall’ingresso sul mercato di soggetti spregiudicati che hanno creato finte cooperative e praticato il dumping salariale con il ricorso agli immigrati. E questo ha incrinato gli storici rapporti tra sindacato, imprese e cooperative.

La seconda rottura è stata la sottovalutazione della nascita della terza classe operaia, per usare una classificazione del sociologo Antonio Schizzerotto, quella senza memoria storica, senza radici e spesso inerme di fronte al predominio dei caporali. “Il sindacalismo confederale ha sempre rappresentato i lavoratori dei trasporti, altra mentalità, altra idea della rappresentanza, e così si è ritrovato incapace di intercettare soggetti totalmente diversi”. In questa divaricazione si sono inseriti i Cobas che hanno messo nel mirino i confederali, li hanno accusati di essere complici delle imprese e hanno cavalcato la rabbia, le difficoltà linguistiche e persino le contrapposizioni tra etnie. Per governare queste discontinuità ci sarebbero volute delle controparti aziendali capaci e invece è emersa, sempre secondo Sassi, “una debolezza delle direzioni del personale non attrezzate ad affrontare un nuovo tipo di conflitto perché legate agli schemi del ‘900”. “Se a questo aggiungiamo le pretese del massimo ribasso nelle gare per l’aggiudicazione della gestione dei magazzini da parte dei clienti e una conduzione molto spregiudicata e rigida delle risorse umane completiamo il quadro”. E capiamo come i Cobas si siano potuti affermare. […] Le aziende che operano nella logisticaper venirne a capo dovrebbero affidarsi a interlocutori seri, azzerare il rapporto con le cooperative meno trasparenti e accettare un aumento dei costi come giusto prezzo per avere il controllo della situazione e non vivere con il telefono acceso tutta la notte. “I Cobas non avendo regole da rispettare si muovono nelle pieghe del diritto e nelle contraddizioni come pesci nell’acqua e si giovano anche del fatto che le forze dell’ordine non sono attrezzate a contrastare fenomeni improvvisi e imprevedibili anche per loro”.

Questa situazione dura da troppi anni. Adesso è addirittura peggiorata e gli ultimi fatti lo dimostrano, le aziende hanno cominciato anche a commettere errori imperdonabili sostituendosi alle autorità di polizia e venirne a capo non sarà facile. “Il confine tra diritti e soprusi è stato varcato, ci sono organizzazioni para-criminali che ricattano le imprese, l’immigrazione legale è fusa con quella clandestina, legalità e illegalità non si distinguono più” dice Sassi. Bisogna ricostruire quel confine prima che la situazione degeneri con ulteriori e prevedibili violenze che potrebbero far impallidire il ricordo di Tavazzano. Sono in troppi a scommettere sul caos».

BREVE DIALOGO CON WERNER HEISENBERG SULLA PACE E LA GUERRA

Più in alto della realtà si trova la possibilità (M. Heidegger, Essere e tempo).

Leggo da qualche parte: «Joe Biden e Vladimir Putin hanno adottato una dichiarazione congiunta sulla stabilità nucleare volta a scongiurare una guerra atomica». Adesso mi sento un po’ più sereno. Certo, rimane sempre la possibilità della guerra “convenzionale”, ma bisogna essere realisti e accendere un cero di ringraziamento al Male Minore.  

Scriveva il grande fisico Werner Heisenberg nel 1958: «È ovvio che l’invenzione dei nuovi ordigni, specie di quelli termonucleari, ha modificato fondamentalmente la struttura del mondo. Non solo ha trasformato completamente il concetto di Stato indipendente, giacché ogni nazione che non possiede tali ordigni deve in qualche modo dipendere da quelle poche nazioni che producono quelle armi in gran quantità; ma ha anche reso il tentativo di guerra su larga scala per mezzo di tali ordigni praticamente un assurdo tipo di suicidio. Per questo si ascolta spesso l’ottimistica opinione che la guerra è diventata impossibile e che non potrà avvenire. Tale concezione, disgraziatamente, si rifà ad un punto di vista troppo ottimistico. Al contrario, l’assurdità della guerra condotta con ordigni termonucleari può agire piuttosto come un incentivo per la guerra a scala ridotta. […] Le solenni risoluzioni  a favore della pace nel mondo possono apparire come una simpatica prova di buona volontà; ma chiunque parli in favore della pace senza esporre con precisione le condizioni di questa pace non può andare esente dal sospetto di parlare soltanto di quel genere di pace che torno ad esclusivo vantaggio suo e del suo gruppo, il che non appare certo azione di molto merito» (Fisica e filosofia, pp. 222-224, Il Saggiatore, 1961).

La società capitalistica, quella che oggi ha una dimensione planetaria (dagli Stati Uniti alla Cina, dall’Europa all’Africa, ecc.), nega la stessa possibilità della pace considerata in ogni sua accezione.

«La fisica moderna appartiene alle parti più recenti di questo sviluppo [tecno-scientifico], ed il suo risultato disgraziatamente più visibile, l’invenzione degli ordigni nucleari, ha mostrato l’essenza di questo sviluppo nella più chiara luce possibile. Essa ha dimostrato chiarissimamente che i cambiamenti causati dalla combinazione di scienza e di tecnica non possono essere considerati solo dal punto di vista ottimistico; almeno in parte essa ha giustificato le opinioni di coloro che avevano sempre ammonito contro i pericoli d’un mutamento così radicale delle nostre condizioni naturali di vita» (p. 221).

Ma non si tratta, a mio avviso, di ripristinare condizioni più naturali di vita, secondo l’ingenua e passatista idea coltivata in passato e nel presente anche dalle più brillanti e geniali menti – a dimostrazione che sul terreno del processo sociale il pensiero scientifico dominante non riesce a oltrepassare con lo sguardo i confini tracciati dai rapporti sociali dominanti. Si tratta piuttosto di realizzare condizioni di vita umane, semplicemente; condizioni che siano cioè in grado di umanizzare ogni aspetto della nostra esistenza, ogni genere di attività sociale, a cominciare da quelle che rendono possibile la nostra esistenza “fisica” su questo pianeta. Umanizzare la prassi tecno-scientifica significa, ad esempio, porre la scienza e la tecnica a esclusivo servizio della felicità degli uomini e delle donne attraverso la soddisfazione dei loro molteplici bisogni. Umanizzare le relazioni umane significa pacificare anche la relazione Comunità-Natura.

«Ovviamente la potenza politica nel senso di potenza militare poggia sul possesso di ordigni atomici» (p. 221). Questa semplice – e mostruosa – ovvietà non sarebbe nemmeno concepibile in una Comunità che fosse autenticamente umana, e che in quanto tale negasse in radice lo stesso concetto di potenza – sociale, politica, militare. Concludo questo breve dialogo con Heisenberg con un’ovvietà: la Comunità umana (umanizzata e umanizzante) di cui parlo presuppone l’inesistenza della divisione classista degli individui e ogni genere di relazione di dominio e sfruttamento – degli esseri umani e della natura.