CINESERIE. OVVERO: POVERO MARX!

«Per il bicentenario della nascita del padre del comunismo, nel 2018, Pechino ha realizzato un colosso di oltre sei metri da piazzare nella località che gli ha dato i natali. Sindaco e giunta sono d’accordo ma gli abitanti non ci stanno. Anche perché “viene da un paese che mescola autoritarismo feroce al turbocapitalismo più spregiudicato”» (repubblica.it). Ma lo sanno tutti che Il Capitale è la bibbia dei turbocapitalisti! O no?

«Ieri il presidente del circolo di scrittori Pen, Ralf Nestmeyer, ha inviato una lettera al sindaco di Treviri, Wolfram Leibe, chiedendo di spostare la data di inaugurazione della statua di Marx finché «la nostra socia onoraria, la poetessa Liu Xia, non sarà liberata dagli arresti domiciliari e non avrà la possibilità di viaggiare». «Sono sicuro che anche Marx sarebbe stato d’accordo», ha aggiunto Nestmeyer, dal momento che la libertà di stampa era considerata dal filosofo tedesco un principio irrinunciabile. La casa editrice berlinese de Il Capitale, la Karl Diets Verlag, ha reso noto di aver aumentato le vendite di Marx come mai prima d’ora, in particolar modo nell’ultimo trimestre del 2018: “Quest’anno ci aspettiamo, sulla base di questi primi mesi, una nuova crescita di oltre 3000 copie, che è un numero enorme per un’opera storica di questo tipo”», ha detto Sabine Nuss» (Corriere.it). Profitti troppo tardivi, caro Karl!

«Il più grande pensatore dei tempi moderni. L’autore del Capitale resta “il tutore rivoluzionario del proletariato e dei lavoratori nel mondo intero (…) e il più grande pensatore dei tempi moderni”, ha dichiarato Xi Jinping, che dal suo arrivo al potere ha enfatizzato il richiamo al pensiero marxista. Il Partito comunista cinese (Pcc), al potere dal 1949, resterà “il guardiano” del marxismo, ha promesso il presidente, che ha rafforzato decisamente il potere della leadership a Pechino dal suo arrivo alla testa del Partito e dello Stato. La Cina popolare, dai tempi del fondatore Mao Zedong, ha profondamente cambiato faccia. Ha riabilitato la proprietà privata, adottando un’economia di mercato “con caratteristiche cinesi” e diventando la seconda potenza economica mondiale. Nel paese dove si contano non meno di 370 miliardari (in dollari), intanto, le ineguaglianze sono sempre più in crescita» (rai news.it). Si tratta della famosa via miliardaria al Socialismo.

«Se i cittadini cinesi conoscessero seriamente i principi del marxismo, capirebbero che in realtà e al di là della propaganda del regime la Cina è oggi un Paese antimarxista e antisocialista. Il fatto che i diritti dei lavoratori oggi siano protetti meglio nei Paesi capitalistici che in Cina, dimostra quanto sia fallita moralmente e intellettualmente la versione del marxismo di Xi Jinping» (jon Ken Stars, docente alla City University of Hong Kong, Radio Radicale). Detto en passant, non è che la versione maoista del “marxismo” avesse molto a che fare con l’ubriacone di Treviri. Ma queste son quisquilie! Forse.

Proprio ieri mi è capitato di leggere quanto segue:

«La “sorveglianza emotiva” in fabbriche e aziende oggi non è più un racconto da libro di fantascienza ma realtà, almeno in Cina. Alcune aziende del colosso asiatico già utilizzano, infatti, cappelli e caschi con sensori elettronici in grado di “leggere le emozioni” degli operai e adattare le loro mansioni a stress e stati d’animo del momento. L’obiettivo è di aumentare la produttività ed elevare il livello di sicurezza sul lavoro. Alcune imprese di Pechino, supportate dal governo cinese, ormai leggono nella mente dei lavoratori. La tecnologia in grado di catturare i pensieri ancora [ancora!] non c’è: l’obiettivo, grazie a sensori e intelligenza artificiale, è di captare i segnali del cervello per comprendere lo stato emotivo dei dipendenti. A un primo sguardo, sono normali uniformi e divise, ma un piccolo impianto integrato all’interno dei caschi degli operai o dei cappelli da ferroviere capta le onde cerebrali e invia le informazioni all’intelligenza artificiale. Quest’ultima mastica i dati e, grazie a un algoritmo, capisce se il lavoratore è stressato, in ansia, depresso, arrabbiato o troppo stanco. [… ] C’è però chi, come il professore della Beijing Normal University, Qiao Zhian, sottolinea i rischi e tratteggia uno scenario da “Grande Fratello”. “In Cina – afferma – non esiste una legge che limiti l’uso di dispositivi di questo tipo. Il datore di lavoro è incentivato ad adottarli per aumentare i profitti e gli impiegati sono solitamente troppo deboli per dire di no”. Se la gestione dei dati di Facebook è già un problema, “la sorveglianza del cervello può portare l’abuso della privacy a un livello completamente nuovo”. Qiao invoca quindi una regolamentazione, perché “la mente umana non dovrebbe essere sfruttata a scopo di lucro”» (www.rainews.it).

Ma nel capitalismo, ancorché con “caratteristiche cinesi” (e quindi capitalismo nel senso eminente del concetto), «la mente umana» dei lavoratori è sempre «sfruttata a scopo di lucro»! E questo Marx lo sa. Salvo immaginare la possibilità di lavoratori privi di cervello, oltre che di coscienza di classe…

Leggi:

ŽIŽEK, BADIOU E LA RIVOLUZIONE CULTURALE CINESE

TUTTO SOTTO IL CIELO (DEL CAPITALISMO)

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NON C’È PACE SENZA GIUSTIZIA. NON C’È GIUSTIZIA SENZA UMANITÀ. NON C’È UMANITÀ NELLA SOCIETÀ CLASSISTA

Si deve costruire un mondo migliore e l’unico modo
in cui lo si costruirà sarà con metodi estremi. Quanto
a me, mi unirò a chiunque, non mi interessa di quale
colore sia, purché voglia cambiare la miserabile
condizione di questa terra (Malcolm X, 1964).

Chiunque parli in favore della pace senza esporre
con precisione le condizioni di questa pace non può
andare esente dal sospetto di parlare soltanto del
genere di pace che torni ad esclusivo vantaggio suo
e del suo gruppo, il che non appare certo azione di
merito (W. Heisenberg, 1958).

 

Diversi lettori del Blog mi hanno chiesto di spiegare il senso della locuzione «punto di vista umano» che compare sulla sua testata. Provo a farlo con piacere prendendo spunto da una dichiarazione di Bernice Albertine King, la figlia minore di Martin Luther King, rilasciata ai media italiani qualche giorno fa.

Cito dall’Avvenire: «Ora più che mai, credo che mio padre incoraggerebbe l’umanità sulla strada dell’unione, dell’armonia del sostegno verso il prossimo, percorrendo la strada della nonviolenza. Essa non cerca una falsa pace che accetta l’ingiustizia, ma una pace vera; come diceva mio padre: “La vera pace non è una mera assenza di tensioni; la pace vera è la presenza della giustizia”. Se rimaniamo nella morsa del nazionalismo, del conflitto di classe, del razzismo, continueremo ad essere disumanizzati e distrutti dalla povertà, dal genocidio, dalla schiavitù e dalla guerra». Che dire? Provo ad articolare una breve riflessione.

« La vera pace non è una mera assenza di tensioni (se ricordo bene Martin Luther King parlava di conflitti); la pace vera è la presenza della giustizia»: questo  mi sembra un concetto di grande pregnanza sociale e ideale che personalmente ho sempre “declinato” nei termini classisti e anticapitalistici che mi derivano da una particolare (la “mia”!) interpretazione del discorso marxiano.

Non c’è pace senza giustizia! Imporre la “pace” là dove manca la giustizia significa difendere uno status quo illiberale, violento e disumano. Detto altrimenti, non c’è pace senza umanità. La pace sociale nel contesto della comunità divisa in classi è una pretesa che da sempre le classi dominanti legittimano ideologicamente e impongono materialmente ai dominati. Non c’è Stato, democratico o autoritario che sia, che non operi affinché nella comunità regni la “pace” e l’”armonia” fra i cittadini, nonché  fra questi e i loro amministratori politici. Chi in qualche modo, anche senza volerlo e suo malgrado, turba la “pace sociale” è considerato dal Leviatano come un personaggio meritevole della sua tutt’altro che benevole attenzione indirizzata a preservare la «serena convivenza degli onesti e laboriosi cittadini». Storicamente, il carcere e il manicomio sono sorti sulla base di questa fondamentale esigenza d’ordine che sorge spontaneamente sulle maligne fondamenta della società classista.

Può la giustizia regnare in una società che conosce la divisione classista degli individui? Per come la vedo io, la cosa è assolutamente impossibile, e ciò prescinde dalla stessa volontà dei politici che di volta in volta ci amministrano. Come suggerivo prima, è la società classista “in sé”, in quanto tale che genera sempre di nuovo sfruttamento (anche della natura), disumanizzazione, razzismo, nazionalismo (oggi anche in chiave sovranista), povertà (materiale ed esistenziale), guerre, schiavitù (salariale ed esistenziale), genocidi, pregiudizi d’ogni sorta e quant’altro. Di più: lo sfruttamento dell’uomo e della natura costituisce il presupposto fondamentale della società capitalistica, la quale si serve soprattutto della tecno-scienza per rendere più razionale ed efficace la pratica intesa a creare profitti dal lavoro umano e dalla trasformazione (o saccheggio) delle risorse naturali. Eppure, la stessa tecno-scienza ci suggerisce la possibilità di un assetto davvero umano del mondo; tuttavia, come scrisse una volta Simone Weil «Noi non abbiamo da sperare nessuna felicità dallo sviluppo della tecnica, finché non sapremo impedire agli uomini di usare la tecnica per dominare i propri simili invece che la natura» (*).

Certo, la nostra società genera anche il «conflitto di classe», ma ciò per un verso è qualcosa che si sviluppa, appunto, necessariamente sul fondamento dell’ingiustizia sociale oggi creata dai rapporti sociali capitalistici; e per altro verso esso è il solo fenomeno che sotto peculiari circostanze potrebbe mettere in moto un processo di eccezionale (rivoluzionaria) portata in grado di portarci fuori dal regno dell’ingiustizia, ossia nella Comunità che non conosce la divisione classista degli uomini, né alcun altro genere di divisione formalizzata, cristallizzata, istituzionalizzata – quella, ad esempio, basata sulla professione o da ogni altra inclinazione personale. L’utopia cessa di essere tale nell’esatto momento in cui gli uomini decidono di realizzarla.

Ecco perché è sbagliato, dal mio punto di vista, mettere il «conflitto di classe» sullo stesso piano del nazionalismo, del razzismo, della xenofobia e quant’altro. È proprio di quel tipo di conflitto che le classi subalterne avrebbero invece bisogno come il pane per sbarazzarsi di ogni maledetta idea ultrareazionaria radicata nella disumana condizione sociale che peraltro riguarda, a diverso titolo e a diversi gradi, tutti gli individui, in modo “trasversale”, come s’usa dire oggi. Ma questa trasversalità esistenziale non deve farci perdere di vista l’essenziale, vale a dire l’esistenza delle classi sociali, con tutto quello che ciò presuppone e pone sempre di nuovo con una necessità che non va misconosciuta ma spezzata, radicalmente.

Va da sé che nella mia “declinazione” «conflitto di classe» sta per lotta di classe, la quale non ha nulla a che fare, ad esempio, con la guerra tra i poveri che dilaga come la peste nei piani bassi e bassissimi dell’edificio sociale, né ha a che vedere con la cieca invidia sociale che straripa sui cosiddetti “social”, anche se solo le anime belle possono scandalizzarsi osservando l’abisso di miseria esistenziale che vi fa capolino. Oggi insomma il conflitto sociale si dà come guerra sistemica che il Capitale, considerato in ogni sua fenomenologia («Il Capitale è un rapporto sociale»), conduce contro le classi subalterne in particolare, e contro l’umanità in generale. Dico di più: è l’assenza del «conflitto di classe» che incattivisce in modo distruttivo e autodistruttivo chi oggi vive il disagio sociale in modo più diretto e violento: amico, non somatizzare, lotta!

E qui mi viene in mente la battuta morettiana che, se ricordo bene, si trova nel film Caro diario (1993): «Caro Moretti, la sua malattia è psicosomatica. In altri termini, tutto dipende da lei». Moretti: «Se dipende da me, allora non c’è proprio speranza». In effetti, se aspettiamo che qualcuno venga da chissà dove a salvarci, siamo fottuti in partenza. E infatti siamo già fottuti, senza se e senza ma. Fino a prova contraria, si capisce. I Megarici, sulla scorta del grande Parmenide, dicevano: «Ciò che è possibile si realizza, ciò che non si realizza non è possibile». Sta all’uomo, a cominciare da chi non si sente in armonia con i tempi, decidere come risolvere il problema che ruota intorno alla dialettica di realtà (Dominio) e possibilità (Liberazione). L’attuale tragedia può anche avere un esito liberatorio. Ma, appunto, può, è data solo la possibilità.

In conclusione e riepilogando: la strada dell’unione, dell’armonia e della nonviolenza di cui parla Bernice Albertine King a mio avviso non può essere realizzata nella società che genera la massima disunione, la massima disarmonia e la massima violenza – fisica, psicologica, “biopolitica”. Farsi delle illusioni su questa società radicalmente disumana impedisce al pensiero che non vuole adeguarsi alla cattiva realtà di uscire dal cerchio stregato del “male minore” e incominciare a camminare sul terreno, certo ignoto, certo difficile e pericoloso, delle possibilità più splendide e ardite. L’umanità non ha certo bisogno di “sano realismo”.

Commentando entusiasticamente la recente (e pare sensazionale) scoperta circa il momento in cui le prime stelle iniziarono a formarsi e a inondare di luce l’Universo (pare 180 milioni dopo il Big Bang), Peter Kurczynski, Program Director della National Science Foundation del Governo degli Stati Uniti, ha conclusola la sua apologetica esaltazione della Scienza con le seguenti poetiche parole: «Siamo nel bel mezzo di un uragano e abbiamo sentito il battito d’ali di un colibrì». Che precisione! Ecco, fra tanta accuratezza e potenza tecno-scientifica e immersi come siamo nel più prosaico ma a noi assai più prossimo e cogente uragano chiamato processo sociale, non riusciamo neanche a immaginare il battito d’ali di «un’umanità socialmente sviluppata» (Marx), di «un’umanità al suo livello più alto» (Schopenhauer). No, vedere la fotografia di Dio (o chi per Lui) nell’attimo in cui creò l’Universo (almeno quello oggi conosciuto: anche la Creazione deve fare i conti con la Relatività speciale e la Teoria quantistica!) non mi dà alcuna gioia.

Sull’uso della violenza nella lotta politica rinvio al post Mezzi e fini considerati dal punto di vista umano.

(*) S. Weil, Riflessioni a proposito della teoria dei “quanta”, in Sulla scienza, p. 171, Borla editori, 1971.

POTERE A CHI?

Sono anni, almeno da quando è deflagrata la crisi economica che ha attraversato pesantemente tutti i Paesi occidentali, che i militanti (o attivisti, come si dice oggi) appartenenti alla vasta e frastagliata (“composita”) galassia della “sinistra radicale” si pongono il problema di creare in Italia un “populismo di sinistra” in grado di competere anche elettoralmente con il “populismo di destra”. Le suggestioni “populiste” offerte da Ernesto Laclau hanno fatto scuola. Sul cosiddetto populismo, comunque “declinato”, rimando i lettori al post Chi sono e cosa vogliano gli “amici del popolo”? Il successo del movimento pentastellato ha forse dimostrato che uno spazio per il “populismo di sinistra” effettivamente c’era, ma passata (?) la fase più acuta della crisi economica i sinistri-populisti rischiano di arrivare in ritardo all’appuntamento con le urne. Magari saranno più fortunati alle prossime elezioni. Lo scopriremo solo vivendo – possibilmente mantenendosi lontanissimi, a distanza di sicurezza, dai riti della democrazia capitalistica, almeno questo è il mio auspicio. Né l’eventuale successo elettorale di un “populismo di sinistra” cambierebbe la sostanza della breve, disordinata e certamente disorganica riflessione che metto all’attenzione dei lettori.

Dunque, refrattario a qualsiasi suggestione elettoralistica (ancorché “tattica” e subordinata all’azione rigorosamente «dal basso»), reitero il vecchio slogan Non votare, lotta! Infatti, penso che oggi più che mai la prospettiva dell’autonomia di classe e della lotta di classe si pongano in netta e radicale contrapposizione alla pratica democratico-elettorale.  La democrazia capitalistica va demistificata e delegittimata attraverso la critica teorica e la lotta politica (incluse rivendicazioni “economiche” di vario genere: lavoro, salario, casa, salute, ecc.), non rivitalizzata e legittimata «dal basso». È in questa preziosa opera che bisogna “investire” le poche energie che si liberano sul terreno dell’antagonismo sociale.

Chi si muove sul terreno della difesa della Costituzione “più bella del mondo” si muove sul terreno della conservazione capitalistica, e non è certo la formula magica «agire dal basso» che può cambiare la sostanza (ultrareazionaria) della cosa. Su un post dedicato all’esito del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 scrivevo: «Per come la vedo io, chi vuole dare un contributo alla “formazione del proletariato in classe autonoma”, dovrebbe agire, nei limiti del possibile, per ciò che egli è in grado di fare, per creare le condizioni di un grande esodo di classe dai riti della democrazia, affinché l’”inquietante passività” (Žižek) dei dominati possa trasformarsi in lotta di classe generalizzata». Altro che portare soccorso a una democrazia capitalistica sempre più brutta, screditata e boccheggiante.

Non la teoria (non solo essa), ma una prassi ormai lunghissima e consolidata dimostra oltre ogni ragionevole dubbio come la democrazia capitalistica, la sola democrazia possibile nella vigente società, sia una forma politica, istituzionale e ideologica particolarmente efficace (per la sua duttilità politica e per la sua potente carica mistificatrice) al servizio del Dominio. All’interno di questa democrazia porre la distinzione tra “alto” e “basso” per un verso rivela l’impotenza politica di chi la pone (“democrazia dal basso” versus “democrazia dall’alto”), e per altro verso rafforza la carica mistificatrice di cui sopra. Allora dobbiamo augurarci l’avvento di un regime palesemente dittatoriale, tipo fascismo? Anche questa ridicola obiezione rivela l’inconsistenza concettuale e politica di chi la formula. Gli anticapitalisti non hanno preferenze circa la fenomenologia politico-istituzionale del dominio capitalistico: essi combattono contro qualsiasi tipo di regime che si trovano davanti, e lo fanno senza illudere le classi subalterne dell’esistenza del male minore. La ricerca del “male minore” non è affatto estranea all’attuale situazione d’impotenza dei dominati.

Sono questi contorti concetti, per nulla originali, che proverò a sviluppare in questo scritto.

Leggo da qualche parte: «Siamo convinti che oggi, a livello mondiale, ci sia un grande problema di democrazia. Questa parola è stata svilita, ma alla lettera significa “potere del popolo”, laddove per popolo – demos – i greci non intendevano il popolo dei fascismi, ma le classi popolari, gli strati più bassi della città che dovevano poter contare nelle decisioni. Oggi, purtroppo, la nostra democrazia è una procedura elettorale sempre più stanca e vuota a cui partecipa sempre meno gente. E su tutte le decisioni della vita collettiva non c’è nemmeno la verifica o la ratifica degli organismi eletti. Insomma, siamo in una situazione in cui tu della tua vita non decidi niente». Detto che a mio modestissimo avviso è semplicemente ridicolo anche solo porre un’analogia tra la democrazia dei tempi di Pericle (che comunque aveva un preciso connotato di classe) e la democrazia capitalistica ai tempi del dominio mondiale e totalitario dei rapporti sociali capitalistici, e che parlare di “svilimento” della parola democrazia manifesta l’ingenuità concettuale e politica di un pensiero che rimane alla superficie del processo sociale, e che quindi non potrà mai comprenderlo; detto questo, mi sia permesso di svolgere una riflessione di carattere generale, per poi giungere rapidamente al punto politico della questione.

Scrive Giso Amendola riflettendo sui populismi declinati “da sinistra”: «Il problema, semmai, in questo tipo di approcci, è che la loro risposta alle trasformazioni rispetto al panorama del classico conflitto industriale, su cui si era formato l’alfabeto del marxismo ortodosso che pure diagnosticano correttamente, continua a risiedere in una mossa molto tradizionale, quella che vede lo Stato come momento centrale anche nella costruzione di questo popolo “antagonista”. Il che del resto corrisponde alla natura più profonda di ogni discorso sulla costruzione del popolo, il quale, come Hobbes chiarisce nei termini più netti già alle origini della modernità, è sempre una costruzione, una rappresentazione prodotta dall’unità statale, un effetto della sovranità. E qui forse sta il punto di debolezza di ogni richiamo populista “da sinistra”» (Euronomade). Qui Giso sembra dimenticare, o gravemente sottovalutare, la natura fortemente statalista della sinistra italiana, in linea peraltro con tutta la tradizione riformista e stalinista che vedeva nell’ingerenza dello Stato nella sfera economica la condizione necessaria per immettere nella società colta nel suo insieme elementi di socialismo. Anche larghissima parte della “nuova sinistra” conserva questo impianto fortemente statalista, che cerca di nascondere dietro la fraseologia benecomunista che certo non può convincere chi ha imparato a leggere il processo sociale capitalistico servendosi del metodo critico-rivoluzionario di Marx. Sull’ideologia benecomunista è particolarmente interessante la critica svolta dal comunista tedesco nei confronti di Proudhon.

Il richiamarsi al popolo, e non alle classi, risponde all’ideologia “populista” che non divide i cittadini in sfruttati e sfruttatori, in dominati e dominanti, in oppressi e oppressori, secondo uno schema dichiarato “ormai superato”, bensì in popolo ed elite, basso e alto, emarginati e integrati, onesti e disonesti, noi e loro. Qui è appena il caso di ricordare che con «popolo», declinato in termini rivoluzionari, Marx intese sempre riferirsi al popolo lavoratore, alla moltitudine dei lavoratori salariati, e non a un’astratta entità interclassista che ricomprenda tutte le classi della società, secondo il concetto borghese di popolo, che il comunista di Treviri bombardò criticamente già nella sua giovinezza, e che non a caso troviamo al centro del Contratto sociale chiamato a mistificare la realtà del dominio e dello sfruttamento. È questo concetto ultrareazionario di popolo che, ad esempio, troviamo nella Costituzione Italiana, la quale si trova al vertice della considerazione anche in ambienti politici che pure si proclamano rivoluzionari: che “bizzarria”! Per molti “rivoluzionari” si tratterebbe piuttosto di «applicarla» quella Costituzione (eh sì, anche il mito della «Costituzione tradita» è un evergreen duro a morire), non di denunciarne la natura radicalmente capitalistica, a cominciare dall’Articolo che confessa ciò che i comunisti, dal già citato barbuto in poi, hanno sempre saputo: la Repubblica borghese si fonda sul lavoro salariato, cioè sullo sfruttamento da parte del Capitale di chi per vivere è costretto a vendersi in cambio di salario. Per Giorgio Cremaschi Potere al Popolo si pone come «l’avanguardia di quella ripresa diffusa della lotta di classe, che è uno degli obiettivi necessari per non lasciare la Costituzione nella carta straccia». Come volevasi dimostrare!

«Proprio il fatto che nell’ambito del parlamento un’aspra critica della società borghese appare possibile, contribuirà al disorientamento, auspicato dalla borghesia, della coscienza di classe del proletariato. La finzione della democrazia parlamentare borghese si basa proprio sul fatto che il parlamento appare non come organo dell’oppressione di classe ma come l’organo di “tutto il popolo”. Ogni radicalismo verbale – con il fatto stesso della sua possibilità d’esplicarsi in parlamento – risulta opportunistico poiché rafforza negli strati meno coscienti del proletariato le illusioni nei confronti di questa finzione. Bisogna quindi sabotare il parlamento in quanto parlamento, e l’attività parlamentare dev’essere proiettata oltre il parlamentarismo». Questo scriveva György  Lukács nel 1920, nell’ambito del dibattito sul parlamentarismo rivoluzionario che vide Lenin e gli altri leader bolscevichi contrapporsi al comunismo di sinistra occidentale. Su un post del 2012 dedicato alle elezioni politiche di quell’anno commentavo come segue i passi appena citati: «Se penso che oggi non pochi, in basso come in alto loco, vorrebbero spedire in galera il redivivo Cavaliere Nero [Berlusconi] per lesa maestà all’Italica Dignità Nazionale, mi viene da sorridere leggendo “Ogni radicalismo verbale è possibile”: era possibile, prima del Fascismo e della successiva democrazia fascistizzata. Quanti secondi rimarrebbero in Parlamento gli ipotetici quattro gatti comunisti che provassero oggi a fare del “parlamentarismo rivoluzionario”? È possibile gridare in Parlamento, tanto per dire, «Abbasso la Costituzione! Abbasso la Repubblica capitalistica!» senza infrangere un qualche articolo del codice penale? Chiedo per mera curiosità, beninteso. Certamente la cosa non può incuriosire né, tanto meno, impensierire i “comunisti” che venendo «dal basso» cercano di varcare la soglia del famigerato Palazzo, visto che proprio loro si dichiarano i veri paladini della «Costituzione (capitalistica!) più bella del mondo».

Scrive Valerio Evangelisti: «Avere qualche deputato in Parlamento cambierebbe le cose? Certamente no, solo un ingenuo potrebbe crederlo. Ma un’azione politica anche modesta, unendosi all’azione di piazza, potrebbe valorizzare quest’ultima, conquistare spazi di visibilità, imporsi a media che grondano infamia e menzogna, spernacchiare il nemico di classe. Andrea Costa, primo parlamentare socialista italiano, e Lenin, primo trionfatore comunista, dicevano, su questo tema, la stessa cosa. Non lasciare la tribuna all’avversario. E se poi il tentativo non riesce, quanto meno ci si sarà provato. Lo stesso sforzo propagandistico pagherà col tempo» (Contropiano). Si tratterebbe insomma di una sorta di «parlamentarismo rivoluzionario» adeguato alla realtà sociale del XXI secolo. Ricordo solo incidentalmente e per mero prurito intellettualistico che per Lenin non si trattava affatto di rivitalizzare «dal basso» la democrazia capitalistica, ma di distruggere lo Stato democratico-parlamentere, perfino nella Russia capitalisticamente arretrata e ancora fresca di rivoluzione democratico-borghese, come infatti gli obiettarono i menscevichi.

Scriveva Anton Pannekoek nell’abissalmente lontano 1920: «Il problema della tattica consiste nel trovare i mezzi per estirpare la mentalità tradizionale borghese che domina sulle masse proletarie indebolendone la forza. Tutto ciò che rafforza nuovamente le concezioni tradizionali è nocivo». In Italia, ad esempio, rivendicare la natura “progressiva” della Costituzione, e quindi difenderla dagli attacchi “anticostituzionali” provenienti dalla “destra” e dalla “sinistra liberale”, significa rafforzare le nocive concezioni che dominano «sulle masse proletarie indebolendone la forza». La distanza abissale di cui sopra appare tale non tanto dal punto di vista cronologico, quanto dal punto di vista della soggettività politica rivoluzionaria e, più in generale, della coscienza di classe, la quale oggi latita tragicamente.

Al di là del problema “tattico” circa l’efficacia e la praticabilità di un “parlamentarismo rivoluzionario” ai nostri giorni, la questione fondamentale naturalmente verte sulla natura politica del progetto che si vorrebbe dispiegare eventualmente anche utilizzando la tribuna parlamentare – per fare propaganda antiparlamentare! Il problema non consiste nell’evitare di non sporcarsi le mani, di non soccombere alla forza tentatrice della democrazia borghese, di conservarsi “duri e puri”, e altre sciocchezze similari che possono nascere, in guisa di obiezioni da sparare contro i “settari” e i “dottrinari”, solo nella testa di adulti rimasti politicamente infantili; il problema verte (anche ai tempi della nota polemica fra Lenin e il comunismo occidentale) sulla presenza o meno di una soggettività autenticamente rivoluzionaria. La discussione sulle migliori forme di lotta da implementare su tutto lo spettro dell’azione politica ha come presupposto appunto l’esistenza o meno di quella soggettività.

Ora, personalmente non scorgo un’oncia di politica rivoluzionaria nel progetto chiamato Potere al Popolo! E peggio mi sento quando osservo i “comunisti storici” che hanno partecipato alla formazione di quella lista elettorale. “Parlamentarismo rivoluzionario”? La prima volta come Lenin (come cosa seria, sebbene discutibile e criticabile), la seconda come Cremaschi, (cioè come farsa).

Non ho compulsato il ponderoso programma elettorale prodotto da Potere al Popolo; da qualche parte ho letto che si tratterebbe di una sorta di copia-incolla del programma “rivoluzionario” presentato a suo tempo da Tsipras, e che comunque si può senz’altro considerarlo  un «programma neoriformista», volendo essere generosi. Sulla scorta della lettura dei tanti documenti prodotti dagli esponenti della nuova lista elettorale, e quindi non per un settario pregiudizio di stampo astensionista,  tendo a dar credito a quel giudizio, anche se ci sarebbe da opinare sulla stessa definizione di «programma neoriformista» nell’attuale epoca storica. Ma su questo punto adesso è bene sorvolare. Mi chiedo piuttosto: ci si poteva aspettare di più da Potere al Popolo? Ha senso criticare da “sinistra” la deriva «neoriformista» delle forze “antagoniste” che hanno deciso di lanciarsi in quell’impresa?

Vi ricordate Casarini e Caruso, i leader/eroi del movimento Noglobal di inizio 2000? Ebbene, leggere la loro vicenda politica nei termini di una deriva ideologica, o addirittura di un “tradimento”, mi sembra ridicolo, almeno se uno non si fosse fatto delle illusioni sul loro conto. Le illusioni spesso nascono quando chi desidera “fare qualcosa di concreto” contro gli attuali rapporti sociali sorvola su una questione fondamentale: il significato politico generale (strategico) di quel fare. Ad esempio, bastava ascoltare un intervento di Casarini e Caruso in qualche assemblea (o in qualche talkshow) per rendersi conto dell’inconsistenza politica dei loro discorsi, al di là della solita retorica pseudo “radicale” che poteva affascinare giusto qualche ragazzino alle prime armi quanto a militanza politica e a letture serie. Eppure, anche qualche maturo “marxista” aveva visto in quei due personaggi l’espressione di una rinata prassi rivoluzionaria, di una militanza adeguata al conflitto sociale del XXI secolo. Ridevo allora, quando i Casarini e i Caruso si agitavano in affollatissime assemblee, come rido oggi. È vero, l’illusione deve fare il suo corso, come le malattie; essa deve consumarsi sfregando dolorosamente contro la dura realtà. Mi limito a constatare come sempre più raramente l’illusione frustrata dà corpo a una più matura visione del mondo, e questo vale soprattutto per la “sinistra radicale”. Gratta gratta (ma poi non più di tanto), e dietro alla fraseologia nuovista compaiono le vecchie bandiere ideologiche e i vecchi ritratti. In quell’universo politico la coazione a ripetere è quasi la regola.

«Dobbiamo liberarci da una sindrome della sconfitta che ha colpito tutti gli attivisti, anche coloro che in questi anni sono rimasti coerentemente dal lato giusto della barricata» (Collettivo Genova City Strike). Mi permetto di obiettare che in primo luogo chi si batte per lo sviluppo della coscienza di classe in vista della rivoluzione, come affermano di voler fare gli attivisti del Collettivo genovese, deve sforzarsi di capire la natura della coazione a ripetere di cui sopra. Personalmente offro un contributo, per quanto modesto sia (ognuno secondo le sue capacità!), a quel preziosissimo sforzo. Reputo talmente importante questo lavoro di chiarificazione, che ovviamente riguarda in primo luogo l’oscuro pensiero di chi scrive, che passo volentieri sopra il fatto che le mie riflessioni certamente non hanno il dono della popolarità. Dopo tutto, non sono candidato a niente, e quindi posso concedermi il lusso dell’impopolarità, tanto più quando troppi desiderano essere invece popolari, se non populisti.

Sollecitata da una giornalista di Radio Radicale sul problema delle carceri italiane, notoriamente sovraffollate e sempre più schifose, così ha risposto una portavoce di Potere al Popolo nel corso della presentazione della lista elettorale avvenuta l’altro ieri: «Il carcere deve essere educazione, come vuole la Costituzione, non vessazione, come vogliono i manettari. Che non significa che le pene non devono essere scontate o che i rei possono correre liberi e felici tra i prati, come qualcuno pensa che noi di Potere al Popolo pensiamo. Chi ha sbagliato deve pagare, deve scontare una pena commisurata al reato, ma senza vessazioni e potendo usufruire delle pene alternative già previste dalle leggi» (Radio Radicale). È sufficiente questa dichiarazione per capire quale sia il quadro di riferimento concettuale e politico di Potere al Popolo, la cui prospettiva ideologica è confinata dentro l’orizzonte di possibilità tracciato dal vigente dominio sociale. Sul carcere i radicali pannelliani hanno da sempre posizioni assai più di “sinistra” rispetto a quella appena riportata.

Chi ha sbagliato deve pagare? Ma “sbagliata”, ossia disumana, irrazionale, violenta, non è la condotta del reo, ma la società che ci mette tutti nelle condizioni di “sbagliare” (lo dice anche Sua Santità Francesco!), e che comunque ci confina tutti dentro una dimensione esistenziale ostile all’autentico concetto di dignità umana, semplicemente perché la sua prassi orientata al massimo profitto (e non solo in un’accezione economica) ci toglie dalle mani il comando sulle cose essenziali che decidono della nostra vita. Se si prescinde da questa capacità di decisione, ogni discorso intorno alla dignità umana e alla libertà di scelta non è che ideologia, ideologia dominante, per la precisione. Se non mettono a nudo la struttura di classe di questa società, che rende possibile ogni ignominia pubblica e privata (se l’uomo non esiste tutto il peggio non solo è possibile, ma è anche nell’ordine “naturale” delle cose), anche le idee più progressiste e umanamente orientate minacciano continuamente di volgersi nel loro contrario, nella misura in cui non mettono in questione in radice le “regole del gioco” che preservano e irrobustiscono lo status quo sociale. Se non afferriamo questa dolorosa verità, dal punto di vista ”spirituale” non siamo più liberi del detenuto che sconta l’ergastolo nella più fetida delle celle del carcere più schifoso del Bel Paese. Lungi dal sottovalutare la lotta dei detenuti per «migliori condizioni di detenzione», offro a questa auspicata lotta un punto di vista che in sé è già un acquisto di libertà, beninteso nei limiti consentiti da questa società-carcere. Sulla mia posizione “carceraria” rimando al post Carcere e umanità – che si può tradurre come: O carcere o umanità.

Richiesta di chiarire la posizione della nuova lista elettorale riguardo all’Unione Europea, la stessa portavoce ha dichiarato che su quel punto Potere al Popolo si sente vicina alle posizioni di Jean-Luc Mélenchon, il noto “rivoluzionario” francese – o «snobista di sinistra», come lo definì Giuliano Ferrara alla vigilia delle Presidenziali francesi: «Sia come sia, questo grande paese non si è voluto far mancare, e nessuno può dire fino a che punto arriverà, il candidato che dovrebbe spaventare e invece fa simpatia, rimesta bonario nel vaso ribollente della speranza di primavera, e sopra tutto fa chic. Il nostro buon Bertinotti, è noto, sbagliò l’arcobaleno, qui i colori per adesso sembrano quelli giusti» (Il Foglio).  Mélenchon? Andiamo bene! No, certamente la signora Lina Perrone, «una casalinga attiva nella Rete di Solidarietà Popolare che è stata candidata a Napoli», non è la cuoca di Lenin: forse è nella cucina di qualche “comunista” italiano o francese che la signora con il grembiule presta il suo prezioso servizio civile.

A proposito di Mélenchon! Al processo di formazione di un polo imperialista europeo unitario, oggi trainato dall’asse Berlino-Parigi; alla globalizzazione capitalistica e al “liberismo selvaggio” si risponde con l’internazionalismo e la lotta di classe dispiegata “a 360 gradi”, non certo con il sovranismo, il patriottismo “di sinistra”, lo statalismo e l’appoggio – o quantomeno la simpatia – al polo imperialista concorrente.

Scrive Viola Carofalo, portavoce nazionale di Potere al popolo: «Potere al popolo! nasce con l’idea di far sentire la voce degli esclusi, per rappresentare i non-rappresentati, che in questo paese sono maggioranza, per riattivare la partecipazione dal basso». Ma «la partecipazione» a cosa esattamente? Alla lotta di classe, per perseguire obiettivi immediati (lotta per il salario, per il lavoro, per la casa, ecc.) e “strategici” (favorire in tutti i modi la nascita dell’autonomia di classe in vista della rivoluzione sociale: nientedimeno!), oppure al processo democratico di questo Paese? La «democrazia dal basso» per un anticapitalista ha un significato autenticamente rivoluzionario solo se si sviluppa in diretto e dichiarato antagonismo con la democrazia capitalistica, processo elettorale compreso. Ancora nel XXI secolo, nell’epoca del dominio totale (che riguarda il mondo, il corpo, l’anima, la psiche: tutto) e sempre più totalitario (chi non ha denaro muore, semplicemente) del Capitale c’è ancora gente che nutre delle illusioni sulla «partecipazione dal basso»! Coazione a ripetere, appunto.

È sufficiente leggere la risposta che la portavoce Carofalo ha dato alle critiche avanzate da Luciana Castellina al progetto politico-elettorale di Potere a popolo per capire l’humus politico-ideologico, per così dire, di quel progetto: «Cara Luciana, tu non mi conoscerai, ma io sono cresciuta con i tuoi testi e ti confesso di essere rimasta delusa dal tuo breve scritto su di noi, per come liquida un’esperienza larga e finalmente entusiasmante come “Potere al popolo!”». Crescere leggendo i testi della sedicente comunista Castellina di sicuro non ha favorito la crescita di un pensiero autenticamente critico-radicale nella testa della Carofalo, come peraltro dimostra ampiamente la sua simpatia per regimi che personalmente considero ultrareazionari, a cominciare dal solito Venezuela chávista.

Infatti, quando la portavoce poterpopolarista parla di «partecipazione dal basso» e di «democrazia assoluta» pensa alle «esperienze di questi ultimi vent’anni in America Latina, in Venezuela in primis». Alla faccia della «partecipazione dal basso» e della «democrazia assoluta»! Non c’è niente da fare, come ho scritto su un post dedicato alla crisi venezuelana (che peraltro si approfondisce sempre di più) il lupo stalinista perde il pelo ma non il vizio. D’altra parte da decenni l’orizzonte politico-ideologico della cosiddetta estrema sinistra non va oltre il “comunismo” cinese e il “socialismo” in salsa cubana. Senza tralasciare la fondamentale esperienza zapatista, così cara al compagno Fausto Bertinotti.

«Le esperienze di Syriza in Grecia e di Podemos in Spagna hanno generato molte disillusioni. Ma nulla vieta che l’ostinazione di ricominciare da capo possa produrre entusiasmo e creatività proprio in Italia, paese così intriso di storia proletaria e comunista» (Intervista di G. Colotti a V. Carofalo e G. Granato). Ma non si tratta di essere ostinati: si tratta piuttosto di capire la natura politico-sociale di quelle esperienze, la loro piena organicità al sistema di potere capitalistico, e questo proprio per non alimentare in se stessi e negli altri false illusioni. L’ostinazione priva di comprensione è una mera coazione a ripetere. Appunto! La verità è che i leader di Potere al Popolo condividono l’impianto politico-ideologico di Syriza e di Podemos. Per quanto ne so, non pochi militanti della neo lista hanno pure simpatizzato con la “Rivoluzione Arancione” del sindaco di Napoli Luigi De Magistris: come diceva il compagno Totò, ho detto tutto! «Ci segnalano questo: De Magistris ieri chiude un comizio urlando “potere al popolo” con il pugno chiuso» (8 maggio 2016, profilo Facebook di Ex OPG Occupato Je so’ pazzo). Ora capisco! Personalmente un bel pugno chiuso saprei dove assestarlo, politicamente parlando, beninteso.

Sempre più la democrazia capitalistica mostra a chi possiede occhi per vedere il suo vero volto, il volto del regime sociale capitalistico di cui essa è espressione, esattamente come lo è la forma politico-istituzionale basata sul partito unico. Certamente: democrazia e fascismo (per rimanere all’esperienza italiana) come le due facce di una stessa escrementizia medaglia, due diverse modalità di servire lo status quo sociale nelle differenti condizioni storiche. Modalità che spesso danno luogo a una perfetta sinergia, al di là delle apparenze e dei formalismi istituzionali che eccitano solo i politologi: il manganello e la carota agiscono meglio quando vengono somministrati insieme. In nessun caso il mio antifascismo avrà il significato di un’adesione, anche solo “tattica”, al fronte democratico del regime – che declino sempre in termini squisitamente sociali e non politologici.

Ecco perché non scriverei mai la robaccia che segue: «Il gruppetto di skinhead veneti in trasferta a Como solo per intimidire un’associazione (cattolica, peraltro) impegnata nell’accoglienza ai migranti meritava risposte all’altezza. Sia di massa che istituzionali» (Contropiano). Mi tengo la “massa” (anche se il termine e, soprattutto, il concetto di “massa” non mi piace affatto) e lascio ad altri le istituzioni, democratiche, populiste o fasciste che siano. «Se un ministro – o il segretario del partito principale del governo – vuol far vedere di essere davvero preoccupato per il pericolo rappresentato dai fascisti ha tutti i poteri per agire e risolvere il problema. Ci sono infatti numerose leggi che vietano la ricostituzione del partito fascista, che definiscono reato l’apologia di fascismo, che permettono insomma di confinare le nostalgie mussoliniane alle cantine maleodoranti da cui certi esseri provano a venir fuori. I ministri agiscono contro i pericoli, non manifestano per dire che ci sono». Ecco, è proprio contro questo tipo di antifascismo ideologico, ancorché “militante”, che per combattere i suoi nemici invoca l’intervento repressivo dello Stato democratico che da sempre combatto. Ma non si tratta, da parte di quei “compagni”, di un semplice sbaglio, bensì di un atteggiamento politico coerente per chi pratica l’antifascismo di stampo resistenzialista e costituzionalista: «le scarse milizie fasciste attive in questo paese vanno represse come Costituzione e leggi prescrivono». Complimenti! Se è per questo, la Costituzione e le leggi prescrivono anche la repressione delle scarse, ancorché ipotetiche, “milizie comuniste”: come la mettiamo, “compagni”?

Insomma, per me si tratta di esprimere anche sul terreno dell’antifascismo una posizione che considero non più di un minimo sindacale per un punto di vista che si professa autenticamente “di classe”, ossia orientato nel senso di un rafforzamento dell’autonomia politica e psicologica delle classi subalterne.

Sempre più, dicevo, lo specchietto per le allodole chiamato democrazia parlamentare fa cilecca presso una fascia via via crescente di proletari schifati dai discorsi dei “politicanti”. «Quando il popolo si allontana dalle istituzioni, un Paese democratico incomincia a indebolirsi, come un corpo che ha un sistema immunitario in sofferenza»: un qualsiasi scienziato della politica sottoscriverebbe quanto ho appena scritto. D’altra parte è almeno da un decennio che in Occidente si parla di «crisi della democrazia». È del 2010 il libro di Richard A. Posner, allora giudice alla Corte d’Appello del Seventh Circuit e professore alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Chicago, che portava appunto come titolo La crisi della democrazia capitalistica (Università Bocconi Editore) e che metteva al centro della riflessione il rapporto tra crisi economica e crisi politica nei Paesi dell’Occidente, sfidati dal cartello dei regimi autoritari guidati dalla Cina.

In altri termini, sempre più si diffonde nel potenziale elettorato la giusta convinzione che un partito vale l’altro, che scegliere l’albero a cui impiccarsi non vale la fatica di muoversi da casa per recarsi al seggio elettorale. «Operai e precari orfani della sinistra, indecisi tra l’astensione e il voto alle destre. Ai cancelli di Mirafiori rabbia per la crisi e la legge Fornero. La maggioranza della Torino operaia non sta bene e promette di non andare a votare, “tanto non serve”, oppure di votare i 5 Stelle o la Lega per mandare a casa quelli che ci sono adesso. “Troppe promesse vane, forse con i 5 Stelle cambierà qualcosa”». (P. Griseri, La Repubblica, 15 gennaio 2018). Cambierà qualcosa in meglio o in peggio? Ma questo per molti lavoratori precarizzati e per molti disoccupati è un dettaglio: l’importante per loro è mettere alla porta il vecchio personale politico, senza peraltro aspettarsi molto da quello nuovo pronto a sostituirlo. Ai tempi della prima “discesa in campo” di Silvio Berlusconi molti proletari schifati dalla “partitocrazia” furono mossi dalla medesima impellente urgenza “antipolitica”, e in gran parte il loro voto «populista e qualunquista» (Umberto Eco) rese possibile il successo del Cavaliere di Arcore e del Senatur Bossi, evento apocalittico che gettò nella disperazione più completa il cosiddetto popolo della sinistra, cha da allora non si è più ripreso.

Insomma, solo uno sciocco può trarre dallo schifo “di massa” nei confronti della politica e dalla crescente disaffezione per il rito elettorale la conclusione che “le masse” si stanno spostando sul terreno dell’autonomia di classe, cosa che purtroppo oggi è assai lungi dall’essere vero e dal potersi realizzare; ma d’altra parte un autentico rivoluzionario non può certo versare lacrime osservando la “crisi della democrazia”. Personalmente lavoro (millanto credito, lo riconosco!) per approfondire e riempire di contenuti rivoluzionari quella crisi. Si tratta dell’ABC del comunismo rivoluzionario – cosa che non riguarda minimamente il cosiddetto “comunismo storico italiano”.

Comunque sia, niente paura, signore e signori: c’è sempre un soggetto politico che irrompe sulla scena del disastro per salvare ciò che merita di precipitare nella considerazione degli sfruttati e degli oppressi. La nave democratica ha falle da tutte le parti e rischia di inabissarsi? Ecco che corrono in soccorso i nuovi teorici della «democrazia assoluta». Niente di nuovo sotto il capitalistico cielo, intendiamoci. Negli anni Settanta in difesa della democrazia scesero in campo i “partitini” della cosiddetta estrema sinistra (cioè i gruppi e i “gruppetti” che si collocavano a “sinistra” del PCI); mutatis mutandis (se Dio vuole, il PCI è morto e sepolto!), oggi accade la stessa cosa, e ciò vale soprattutto per i rimasugli della diaspora “comunista” tipo Rifondazione Statalista, pardon “Comunista” o il rinato PCI di Mauro Alboresi. A volte ritornano! Prendendo sul serio gli attivisti di Potere al popolo che hanno una lunga militanza nel sociale, ci si stupisce della loro alleanza con quel pessimo mondo. Dal mio punto di vista quel genere di “comunismo” è parte del problema che riguarda chi si batte per l’autonomia di classe; un problema che infatti viene da lontano, direi da lontanissimo.

Leggo da qualche parte: «L’identità di Sinistra, e anche una certa memoria della Sinistra nelle classi popolari, non è una cosa da “buttare a mare”». Dal mio punto di vista chi intende costruire in Italia un autentico soggetto anticapitalista deve invece in primo luogo buttare a mare proprio «l’identità di Sinistra», deve soprattutto rottamare, per usare il deprecabile gergo dei “politicanti”, «una certa memoria della Sinistra nelle classi popolari», e questo semplicemente perché la «Sinistra» di cui si parla è nata sotto l’egemonia dello stalinismo, a eccezione del PSI – che peraltro già nei primi anni Venti del secolo scorso aveva rotto definitivamente i ponti con il marxismo rivoluzionario, anticipando di qualche anno il PCI di Togliatti, com’è noto il Migliore degli stalinisti, e non solo di quelli battenti bandiera italiana. La sinistra politica (PCI, PSI) e sindacale (CGIL) di questo Paese è stata il cane da guardia più feroce posto a difesa dello status quo sociale durante la “Prima Repubblica”, come dimostra ampiamente l’opera repressiva svolta dal Partito di Enrico Berlinguer e dal sindacato di Luciano Lama durante la crisi economico-sociale degli anni Settanta. L’attuale Ministro degli interni, Marco Minniti, è il degno epigono di quella scuola.

Solo chi non ha ancora compreso la natura ultrareazionaria (o semplicemente borghese, nell’accezione marxiana del termine) del PCI, dagli anni Trenta in poi (per essere di manica larga), può guardare con ammirazione alla simpatia di cui quel partito godeva in vasti strati popolari.  Proprio quella simpatia, anzi, testimoniava nel modo più evidente (almeno agli occhi di chi non fosse ipnotizzato dal pensiero unico “di sinistra”) la debolezza politico-sociale del proletariato italiano, il quale era completamente assoggettato al potere politico e ideologico che in Italia trovò nella mitologia resistenzialista il suo più potente cemento politico-ideologico.

«In generale l’ideologia intesa come cornice di teorie e concetti che ti permette di afferrare la realtà può avere un suo valore, basta che non diventi mascheramento della realtà stessa» (idem). Ecco, fermarsi al nome della cosa (Partito Comunista, ad esempio, o Sinistra, o Popolo), prescindendo dalla natura (borghese, nella fattispecie) della cosa stessa significa fare appunto dell’ideologia, nell’accezione dispregiativa che ne diedero Marx ed Engels.

Recensendo il libro di Gianni Cuperlo Sinistra, e dopo? (Donzelli)  su Radio Radicale, Matteo Marchesini si è prodotto nella riflessione che segue: «È un libro interessante, ma sarebbe interessante chiedere a Cuperlo se il Partito Comunista Italiano, e non solo nella versione oggi per certi versi impopolare di Berlinguer, che ha scisso quello che era diventato una sorta di moralismo dalle proposte concrete della teoria della prassi; l’autore deve riflettere sul fatto che questa scissione viene da lontano, e viene come sappiamo dalla famosa doppiezza togliattiana, che poteva anche essere obbligata ma che ha prodotto un enorme livello di ideologia, cioè di falsa coscienza, nella mentalità della sinistra italiana. Ci si diceva e ci si comportava da comunisti e da rivoluzionari quando si era nei fatti dei socialdemocratici, dei socialdemocratici d’ordine, goffi, senza possibilità di un reale riformismo, di una reale spinta riformatrice. C’è da chiedersi quanto questa doppiezza, questo alto livello di ideologia abbia condizionato anche la nuova sinistra nata contro la sinistra tradizionale e quanto ciò ha continuato a condizionare quella oscillazione un po’ schizofrenica tra velleitarismo estremista e invece un richiamo eccessivamente d’ordine». Non bisogna avere necessariamente un passato bordighista alle spalle per sfornare intelligenti riflessioni sul PCI e sulla variopinta galassia che in qualche modo ancora vi si richiama.