OTTOBRE 1917 – OTTOBRE 2017. LA PRIMA VOLTA COME RIVOLUZIONE, LA SECONDA COME MARIO TRONTI

Ho appena finito di leggere il discorso pronunciato ieri nell’aula del Senato da Mario Tronti per ricordare il centenario della Rivoluzione d’Ottobre, pubblicato oggi dal Manifesto. Che dire? Già solo il fatto che il Senato di una Repubblica fondata sul lavoro salariato (leggi sfruttato) perda il suo preziosissimo tempo legittimamente speso al servizio delle classi dominanti a commemorare una rivoluzione che proprio il potere politico e sociale di quelle classi intendeva spazzare via, ebbene già solo questa “bizzarra” messinscena politica la dice lunga su cosa sia diventata la Rivoluzione d’Ottobre nella memorialistica curata dall’intellighentia che un tempo militava nel PCI. Che ci azzecca, per usare un linguaggio particolarmente forbito, la Repubblica Italiana con l’Ottobre Rosso? Ha senso celebrare o semplicemente ricordare in termini elogiativi la «dittatura rivoluzionaria del proletariato e dei contadini poveri» nel tempio di quella «democrazia borghese» che Lenin, sulle orme di Marx, considerava come la forma politico-istituzionale più perfetta attraverso cui si esercita la dittatura borghese (soprattutto nei Paesi a Capitalismo avanzato)?

Naturalmente nella testa dell’intellighentia “comunista” e “postcomunista” del nostro Paese le cose non stanno affatto così, visto che molti uomini che hanno reso possibile la nascita della Repubblica Italiana erano in qualche modo legati all’evento rivoluzionario ricordato ieri, forse con qualche imbarazzo, da Tronti: «Qui, a Palazzo Madama, come a Montecitorio, soprattutto nella prima Legislatura, seguita alla Costituente, presero posto alcuni protagonisti che avevano vissuto quella storia in prima persona. Questo mio ricordo vuole essere anche un omaggio a questi padri». Ebbene, i padri della Patria cui allude l’ex teorico dell’operaismo, così attento oggi ad addomesticare in chiave borghese il Grande Azzardo di Lenin, erano tutti figli dello stalinismo, ossia della controrivoluzione che spazzò via nel modo più radicale, violento e mistificatorio (gli assassini della rivoluzione continuarono a chiamarsi “comunisti”!) l’esperienza dell’Ottobre Sovietico come avanguardia e precursore della rivoluzione proletaria internazionale.

Sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre e sul significato storico-sociale dello stalinismo rimando al mio studio Lo scoglio e il mare.

«Mi rendo conto di parlarne con fin troppa partecipazione, e perfino enfasi. Ma vedete, colleghi, io mi considero figlio di quella storia. E francamente vi dico che non sarei nemmeno qui se non fossi partito da lì. Qui, a fare politica per gli stessi fini con altri mezzi, senza ripetere nulla di quel tempo lontano passato, attraverso tante trasformazioni, rimanendo identico. Vi assicuro, un esercizio addirittura spericolato, ma entusiasmante. Se entusiasmo può esserci ancora concesso in questi tristi tempi. Vi chiedo ancora scusa». La scena vi appare surreale? «La scena è surreale», puntualizza Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera: «Tronti con il corpo è qui, ma con la mente è a San Pietroburgo con Lenin e Trotzky. In tribuna assiste una scolaresca attonita. Minniti interviene protettivo: “Guai a chi me lo tocca, Tronti è sulla mia linea. Pane e ordine; la sicurezza è di sinistra”». E non c’è dubbio, compagno Ministro!

Ancora Cazzullo: «Il ciellino Mario Mauro, ex ministro passato all’opposizione, dà mano al libro nero del comunismo: “E i 20 milioni di kulaki fatti morire di fame? E Pol Pot che faceva sparare a chiunque avesse gli occhiali?”». Ne ricavo che i “comunisti” non solo mangiavano i bambini, cosa risaputa dai tempi di De Gasperi, ma odiavano perfino gli occhialuti! Gli occhiali come espressione di un lusso che in Cambogia solo gli intellettuali al servizio della borghesia e dell’imperialismo potevano concedersi? Vallo a sapere! «Gasparri arriva trafelato e si indigna: “Allora uno di noi potrebbe alzarsi il 28 ottobre a commemorare la marcia su Roma!”». Assalto al Palazzo d’Inverno, Marcia su Roma, il tema di fondo non cambia: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa, o, meglio, come macchietta. Che tempi ignobili!

Detto en passant, ricordo che soprattutto contro i nostalgici “comunisti” del mondo perduto della Guerra Fredda ho sostenuto che il cosiddetto «socialismo reale» è stato un capitolo particolarmente ignobile del Libro nero del Capitalismo mondiale: altro che «libro nero del comunismo»! Tra l’altro, la Cina e la Corea del Nord continuano ad aggiungere non poche pagine a quel famigerato Libro.

Ora, e sempre per come la vedo io, chi accusasse Tronti di incoerenza politica, magari pensando al suo passato “operaista”, sbaglierebbe di grosso ed esibirebbe la tipica deformazione professionale dell’intellettuale, il quale molto facilmente si lascia ipnotizzare dalle parole evocative e dalle frasi ben formulate. Infatti, dietro un solido impianto fraseologico e ideologico costruito con i materiali del “marxismo”, c’è sempre stata la sostanza di un militante politico al servizio dello status quo sociale. Gli intellettualoni del PCI nei convegni e sulle riviste teoriche magari parlavano e scrivevano di “plusvalore”, di “sfruttamento capitalistico”, di “composizione di classe” e altro ancora, ma essi erano lungi dal riconoscere una realtà che alla modestissima intelligenza di chi scrive è sempre apparsa di un’evidenza solare: la natura borghese, ultrareazionaria del loro Partito, da Togliatti, il migliore degli stalinisti europei, a Berlinguer, il teorico del “compromesso storico”.

Tronti dice ai suoi compagni, pardon, ai suoi colleghi senatori di essere rimasto «identico», e bisogna credergli: egli è rimasto un “comunista italiano”, cioè a dire, dal mio punto di vista, un perfetto anticomunista, e difatti il senatore del PD dà il suo prezioso contributo alle istituzioni poste al servizio del dominio capitalistico. Il senatore “diversamente comunista” giustamente definisce «tristi» i nostri tempi; ma non è che i tempi in cui i figli e i nipotini dello stalinismo (anche con caratteristiche cinesi) dominavano la scena politica italiana ed europea fossero meno tristi, quantomeno per le classi subalterne (a cominciare da quelle che ebbero la ventura di vivere sotto i regimi “comunisti”) e per chi lo stalinismo lo combatteva sul terreno della lotta anticapitalista.

Dai Cazzullo, facci ridere! «”Il 24 ottobre del 1917, secondo il calendario giuliano, o il 7 novembre, secondo il calendario gregoriano, esplodeva nel mondo la Grande Rivoluzione russa”… I grillini si guardano l’un l’altro ignari, il senatore a vita Rubbia interroga il suo vicino Bonaiuti: “Scusa, sono appena tornato da San Francisco dove ho commemorato i 75 anni della pila atomica di Fermi, ho ancora il jet-lag; chi sta parlando, e perché?”. In effetti sarebbe il giorno in cui il Senato affronta il nuovo sistema elettorale detto Rosatellum, ma Tronti è ispiratissimo: “Soldati, operai, contadini russi, non sparate contro i soldati e i contadini tedeschi, ma voltate i fucili e sparate contro i generali zaristi!”. Applaude il senatore sudtirolese Karl Zeller, forse per il sollievo di evitare le schioppettate delle guardie rosse». Ah, Ah, Ah! Rido. Una risata vi seppellirà, si diceva un tempo; temo che non sarà così semplice.

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E LA CHIAMANO “UTOPIA”!

Un nuovo intellettuale “rivoluzionario”, “visionario” e “utopista” sta calcando la scena del pensiero progressista mondiale: si chiama Rutger Bregman, è giovane e viene dall’Olanda. Naturalmente il noto “Quotidiano comunista” se n’è subito invaghito: «Nel suo libro Utopia per realisti (Feltrinelli) lo storico Rutger Bregman propone un’idea semplice: un reddito di base universale per sradicare la povertà e sganciare i bisogni dell’essere umano dalla schiavitù del lavoro. Il cibo, la casa, l’istruzione dovrebbero essere garantiti a tutti, in maniera incondizionata. Non un favore, ma un diritto fondamentale» (Il Manifesto). Il diritto di essere uomini e donne, semplicemente, e di essere trattati dalla società come tali: che bello! Ci sto! Ma un momento: se tutti sono “sganciati” «dalla schiavitù del lavoro», chi produce i beni e i servizi di cui pure abbiamo bisogno? I robot o i lavoratori che avranno la ventura (anche nota come sfiga) di rimanere invischiati nel mondo della produzione? E poi, di che società stiamo parlando? È presto detto: di questa società, ossia della società capitalistica mondiale. L’«Utopia per realisti» dell’ennesimo nipotino di Proudhon (1) si configura come una riconciliazione tra le classi nel nome della comune identità umana: mera cacca, avrebbe forse detto il forte bevitore di Treviri.

Per quanto riguarda il cosiddetto reddito di cittadinanza, c’è da dire che il concetto (borghese) di cittadinanza rinvia a una visione della società che ne oblitera la stessa essenza: la divisione classista degli individui, un’assoluta maledizione che le classi dominanti da sempre cercano in ogni modo di celare agli occhi dei sottoposti con più o meno sofisticati espedienti politici, ideologici e istituzionali. La cittadinanza che renderebbe uguali tutti gli individui al cospetto del Leviatano è una menzogna, e così l’affermazione di una comune identità umana dei “cittadini” fatta nel seno della società che nega in modo sempre più radicale la stessa possibilità di un’esistenza autenticamente umana. Di qui, la necessità di conquistare rapporti sociali pienamente umani, o semplicemente umani. Dopo tutto, non stiamo forse parlando di “utopia”? Ah, già, dimenticavo: l’utopia buona è solo quella «per realisti»!

«A ben vedere però l’idea non sembra essere di così facile applicazione», commenta Roberto Ciccarelli, che ha intervistato per Il Manifesto il brillante scienziato sociale olandese: «il lavorismo, che pervade le culture di sinistra e di destra, e quella di coloro che pensano che entrambe siano superate», renderebbe infatti impossibile l’implementazione di una proposta che invece, a ben vedere, parla il linguaggio del realismo. Non ci credete? Allora leggete quanto segue «Non sono in molti oggi – argomenta Bregman – a ricordare che alla fine degli anni Sessanta quasi tutti credevano che gli Stati Uniti avrebbero dovuto sviluppare una qualche forma di reddito di base universale. Sia la destra che la sinistra erano favorevoli. Così Nixon pensò: se tutti lo vogliono, allora facciamolo. La sua legge sul reddito di base andò due volte in parlamento, ma fu abbattuta dai democratici. Non perché fossero contrari, ma perché lo ritenevano troppo basso! È una storia abbastanza bizzarra, piena di strane contingenze». E sì, questi servitori del Capitalismo e dell’Imperialismo quando vogliono sanno essere davvero bizzarri!

A proposito di «lavorosmo», fissazione ideologica (o religione) che secondo Ciccarelli sarebbe il maggior ostacolo alle proposte utopiste-realiste di Bregman, qui mi permetto di notare con un certo piacere la conferma del “mio” mantra: la cosiddetta sinistra e la cosiddetta destra condividono un comune terreno di classe (capitalistico), perché solo politiche e ideologie filo-capitalistiche possono esaltare il lavoro salariato – il tanto decantato e glorificato «capitale umano». Com’è noto, il «lavorismo» in Italia ha avuto soprattutto una matrice cattostalinista, e se ne trovano abbondanti tracce nella «Costituzione – borghese – più bella del mondo». Quando sente parlare in modo apologetico di lavoro (salariato!) e di “economia reale” (quella che rende possibile la creazione del vitale plusvalore attraverso lo sfruttamento della capacità lavorativa vivente) l’anticapitalista conseguente non può fare a meno di mettere subito la mano alla metaforica pistola. Dall’arma della critica, alla critica delle armi, diceva quello. Per adesso dobbiamo accontentarci delle metafore. Si fa per dire, compagno Minniti!

Nella nostra epoca “post-fordista” il fatto stesso di esistere significa essere produttivi di «valore sociale» perché ogni attività, anche quella non immediatamente economica o addirittura ludica, produce ricchezza: i teorici del Capitalismo cognitivo giustificano in questi termini la rivendicazione di un reddito universale di base (2). Il lavoro di cui parlano questi “post rivoluzionari” è talmente produttivo di valore, che per essere remunerato ha bisogno della fiscalità generale, ossia della tassazione dei cittadini – e non è detto affatto di quelli più abbienti. Ma ritorniamo al nostro “utopista” olandese: «Reddito universale di base significa soldi gratis per tutti» (Utopia per realisti); ma com’è noto nel Capitalismo nessun pasto è gratis! In generale, per quanto riguarda la rivendicazione di un salario o di un reddito garantito dal Leviatano (e sempre al netto delle eventuali fumisterie ideologiche che ne sorreggono l’impianto “dottrinario”), occorre tenere in mente che la fiscalità generale per i lavoratori si risolve generalmente in un secco prelievo alla fonte del loro reddito. L’intellettuale di Westerschouwen vuole «responsabilizzare» i poveri regalandogli i soldi: mi prenoto!

Dal punto di vista di chi si batte per realizzare le condizioni dell’autonomia di classe e della solidarietà tra i proletari (d’ogni “razza, colore e nazione”), la rivendicazione di un «reddito minimo garantito», o come si voglia altrimenti chiamarlo, ha senso solo se essa non si risolve in un ennesimo strumento di divisione e di indebolimento dei lavoratori e di rafforzamento dello Stato capitalistico, il quale soprattutto nei periodi di crisi sociale ama vestire i panni del Padre buono che pensa soprattutto “agli ultimi”. Solo con la lotta di classe “gli ultimi” riescono a migliorare la loro condizione di esistenza e, al contempo, a conquistare lo status di combattenti per l’emancipazione sociale. Solo con e nella lotta di classe i dominati conquistano gradi di libertà e di dignità altrimenti inarrivabili. Se mi si consente la metafora, il povero Cristo deve farsi Spartaco. Gli “umanitari” lavorano invece per fare degli “ultimi” degli assistiti dalla fiscalità generale, dei sudditi eternamente grati al Leviatano che li nutre, li veste e li alloggia. Abbiamo visto ultimamente come in Venezuela il proletariato assistito con ciò che ancora percola dalla rendita petrolifera si sia schierato a difesa del regime ultrareazionario di Maduro.

Lo so che il discorso degli “umanitari” oggi è infinitamente più popolare del mio, ma io non sono un populista, come non sono un realista. Di più: sono un arcinemico del populismo (di “destra” e di “sinistra”) e del realismo.

Confessa il nostro giovane intellettuale (che si batte per «la creazione di un populismo positivo e aperto»): «Vorrei uno Stato grande in termini economici (che raccoglie soldi con le tasse e li ridistribuisce) ma piccolo per quanto riguarda il controllo sull’individuo e la sua libertà» (La Repubblica). Questa sì che è davvero un’“utopia”! Detto en passant e per ribadire il concetto di cui sopra, non è che il «populismo positivo e aperto» di certi sinistri appaia ai miei irrealistici occhi meno cattivo del populismo negativo e chiuso propagandato dai destri: nella buia notte della società capitalistica tutti quelli che a vario titolo cercano di vendere fuffa ideologica alle classi subalterne, per rafforzare la loro attuale condizione di impotenza sociale e politica, mi appaiono neri, indistintamente, proprio come le celebri vacche hegeliane.

Ancora Bregman: «L’idea di reddito di base supera la distinzione tra destra e sinistra. Nel senso che è di sinistra l’idea di sradicare la povertà, ed è di destra il fatto che promuove la libertà individuale. In realtà, sono convinto che il reddito possa essere davvero il coronamento della socialdemocrazia. O, come l’ha definito un filosofo, la “via capitalistica al comunismo”» (Il Manifesto). Come no? Naturalmente «la via capitalistica al comunismo», se considerata con serietà “critico-scientifica”, è un’assoluta fregnaccia; d’altra parte occorre considerare il tipo di “comunismo” che hanno in testa gli intellettuali di tutte le tendenze politico-ideologiche, i quali associano il “comunismo” al Capitalismo di Stato o a qualche altra forma di Capitalismo non meglio definito, ma possibilmente «dal volto umano»: sic! Per l’anticapitalista che non ama sfoggiare letture marxiane (peraltro mai digerite) nei salotti avvezzi allo «spirito dell’utopia» (e così abbiamo sistemato anche il povero Ernst Bloch!), non si tratta semplicemente di «sradicare la povertà», ma di eliminare la divisione classista degli individui (emancipando se stesso, il proletariato emancipa l’intera umanità, diceva quello) e di rendere possibile la «liberazione di ogni singolo individuo», perché «nel mondo attuale il libero sviluppo dell’individuo completo è reso impossibile» (3). La libertà individuale di cui parla la “destra” è una gigantesca menzogna nel seno della società retta da leggi che gli individui non controllano e che anzi subiscono alla stregua di «potenze estranee e ostili». Come diceva sempre l’uomo con la barba, un conto è ciò che gli individui credono di essere, ad esempio liberi e belli, per citare una vecchia reclame, un altro ciò che essi sono realmente sulla base di un determinato processo sociale. Chi non controlla la prassi che rende possibile la nostra stessa esistenza su questo pianeta, può solo illudersi di essere libero. Nemmeno i capitalisti singolarmente presi sono liberi di prendere decisioni sulla loro attività: sopra le loro teste incombe infatti l’imperativo categorico del profitto, che li costringe a scegliere solo le pratiche che garantiscono all’investimento il pieno successo. «Ciò malgrado, l’operaio sin dall’inizio si eleva al di sopra del capitalista, in quanto quest’ultimo è radicato in quel processo di alienazione e vi trova un assoluto appagamento, mentre l’operaio, in quanto sua vittima, si pone sin dall’inizio in un rapporto di ribellione verso di esso e lo avverte come un processo di asservimento» (4). L’anticapitalista si sforza di orientare in senso rivoluzionario quel «rapporto di ribellione», mentre i difensori dello status quo sociale, “utopisti realisti” compresi, cercano di depotenziarlo e ingabbiarlo in ogni modo. Sappiamo chi finora ha avuto la meglio.

Ad ogni modo, al concetto cattolico e laico di povertà contrappongo il concetto marxiano di miseria sociale, il quale dal lato specificamente “economico” mette in luce la crescente indigenza dei lavoratori in rapporto all’aumenta produttività del lavoro (5). Scriveva Camillo Benso conte di Cavour: «Se ci vien fatto di dimostrare che la carità legale può essere utilmente introdotta nelle società moderne, noi avremo tolto al comunismo i suoi più formidabili argomenti, e segnata la via a migliorare le sorti delle classi più numerose, senza mettere a repentaglio l’esistenza stessa dell’ordine sociale» (6). Come a suo tempo Cavour, molti, a “destra” come a “sinistra”, pensano che “Comunismo” significhi assicurare un piatto di minestra, qualche vestito e un tetto a tutti: la miseria (quasi!) generalizzata, insomma. Una miseria che in ogni caso richiederebbe, come già detto, il servile consenso dei miserabili, consapevoli che al peggio non c’è limite e avvezzi a pensare che «chi si accontenta gode» e che «l’ottimo è nemico del bene».

«Paesi come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna – osserva Bregman – sono oggi cinque volte più ricchi del 1930. Ma, a differenza di quanto sperato, il tempo libero non è affatto aumentato. Così oggi lavoriamo paradossalmente molto più di ottant’anni fa, anche per colpa delle nuove tecnologie – smartphone su tutte – che ci impediscono di separare vita professionale e privata» (La repubblica). Ma sul fondamento dei vigenti rapporti sociali non c’è affatto da stupirsi, tutt’altro. La lamentela del Nostro è tanto comune quanto “paradigmatica” del modo di pensare della scienza sociale progressista dei nostri giorni. Su questo aspetto rimando a diversi miei post (7). Quanto infantile e concettualmente indigente sia il pensiero economico-sociale di Bregman possiamo apprezzarlo anche dai passi che seguono: «John Maynard Keynes diceva che entro il 2030 le macchine ci avrebbero permesso di lavorare non più di 15 ore. Potremmo già farlo se non avessimo inventato l’iperconsumo. Invece di lavorare meno per produrre quanto serve, lavoriamo di più per creare cose inutili, inquinando e impegnando cervelli in attività vuote» (La Repubblica). Ma la tecnoscienza oggi non serve a liberare gli uomini dal lavoro ma a renderli più produttivi e sempre più adeguati alle molteplici necessità del Capitale: nella loro qualità di lavoratori, di consumatori, di scienziati e così via. Il problema ovviamente non è «l’iperconsumo» ma (e so benissimo di ripetermi: però quando ci vuole, ci vuole!) l’economia – e l’intera società – che ha nella ricerca del profitto il suo assoluto fondamento, il suo più grande e storicamente ineliminabile movente. Ineliminabile, beninteso, senza contemplare – e poi magari “fare” – la rivoluzione sociale. Il problema non è quello di «ripensare il concetto di lavoro», ma di superare senz’altro la società fondata sullo sfruttamento del lavoro salariato: come sempre non è questione di «rivoluzione culturale», una merce ideologica che tanto piace agli intellettuali di “sinistra”, ma, appunto, di rivoluzione sociale. Ovviamente al “visionario” olandese non importa un fico secco della prospettiva rivoluzionaria qui ricordata: «Il capitalismo è una fantastica macchina per creare prosperità.  […] È proprio perché siamo ricchi come mai prima d’ora che oggi abbiamo i mezzi per completare il successivo passo nella storia del progresso: dare a chiunque la sicurezza di un reddito minimo. È quello che il capitalismo avrebbe dovuto cercare sin da subito» (da Utopia per realisti). Davvero miserabile il concetto di progresso storico che ha in testa Bregman. Per mutuare John Maynard Keynes, un economista tenuto in grandissima considerazione dal nostro bravo “utopista”, da troppo tempo ci alleniamo a combattere, non a vivere da uomini: si tratta di rendere possibile la «Società umana libera» (Marx), libera in primo luogo dalla cieca necessità (sociale e naturale) e da ogni forma di coercizione: materiale, ideologica, psicologica. Utopia (nell’accezione che ne dà chi scrive: luogo che ancora non esiste) impossibile nella società divisa in classi. Come ho scritto su un post di qualche anno fa, il comunismo è un lusso che l’uomo del XXI secolo può permettersi, e per certi aspetti lo stesso libro qui preso di mira lo conferma.

A proposito di comunismo! Scrive Bregman nel suo libro: «Certo, la storia è piena di varianti orribili di utopismo (fascismo, comunismo, nazismo)». Il “comunismo” ridotto a un’orribile variante di utopismo e messo nello stesso escrementizio sacco che ospita il fascismo e il nazismo: di questo il Dominio vigente non ringrazierà mai abbastanza lo Stalinismo che ha distrutto l’esperienza sovietica dell’Ottobre e ha costruito il Capitalismo in Russia nel nome appunto del “comunismo”. Ha detto ieri il Presidente americano alle Nazioni Unite (riassumo): «Dall’Unione Sovietica a Cuba e al Venezuela la storia ha dimostrato che il socialismo lì non è stato applicato male, ma come esso sia esattamente quello che appare: miseria e oppressione». Una tesi che inchioda stalinisti e post stalinisti – anche quelli con caratteristiche cháviste. Le classi dominanti dell’intero pianeta stanno ancora pagando a caro prezzo la costruzione della più grande menzogna del XX secolo, la quale tra l’altro consente a un Bregman qualsiasi di fare bella figura nei salotti del progressismo mondiale esternando concetti e illusioni piccoloborghesi di rara insulsaggine.

Se capisco bene, l’«utopia» proposta da Rutger Bregman non è «per realisti» ma per chi auspica un Capitalismo privo di contraddizioni e di antagonismi sociali: più che un’utopia, una miserabile chimera, la quale si aggiunge alle tantissime chimere generate dal pensiero borghese e – soprattutto – piccolo borghese ormai da oltre due secoli. Lo sviluppo del Capitalismo e il progresso della tecnoscienza hanno dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio quanto sia ingenuo e illusorio credere di poter sfruttare le conquiste del vigente modo di produrre e distribuire la ricchezza sociale contro questo stesso mostruoso (disumano) meccanismo sociale senza prima sradicare di netto i rapporti sociali di dominio e di sfruttamento che lo rendono possibile. Tutte le cosiddette utopie che non considerano la necessità storico-sociale del superamento rivoluzionario del Capitalismo non sono che ricette, più o meno realistiche, più o meno sensate e radicali dal punto di vista borghese, intese a salvare le chiappe del Capitale da funzionari economici e politici considerati poco lungimiranti e poco intelligenti dalle solite mosche cocchiere.

Di realistica nella concezione del mondo di Bregman c’è solo l’esigenza di gestire alla meglio le contraddizioni sociali nell’epoca della sottomissione totale e capillare dell’uomo e della natura al Capitale; quanto alle ricette da lui proposte i fatti si incaricheranno di testarne la bontà. Per molti aspetti, e ovviamente per come la vedo io, le proposte dell’intellettuale olandese appaiono molto più “utopistiche” e assai meno realistiche di quelle informate dal pensiero radicalmente (autenticamente) anticapitalista. E allora, tanto vale…

(1) Vedi Sul concetto di miseria sociale e sui proudhoniani 2.0 e Profitto versus rendita.
(2) Sulla presunta crisi della teoria marxiana del valore, che, è bene ricordarlo, è in primo luogo una teoria dello sfruttamento del lavoro salariato, rimando ai post dedicati ai “comunardi” alla Toni Negri: Le superstizioni comunarde di Toni Negri; La valorizzazione capitalistica ai tempi di Toni Negri; La coscienza di classe nella rete; Cripto-moneta del Comune e “acciarpature monetarie”; Miseria del Comune; Quel che resta di Toni Negri.
(3) Marx-Engels, L’ideologia tedesca, Opere, V, p. 254, Editori Riuniti, 1972. Bregman sostiene che «È di destra promuovere la libertà individuale»: questo la dice lunga, molto lunga, sulla cosiddetta sinistra, non a caso figlia dello stalinismo e ancora oggi impregnata di statalismo in modo odioso. Associare il “marxismo” di Marx all’ostilità nei confronti dell’individuo e della sua libertà è un luogo comune resistente quanto infondato. Cito da un mio post: «”Voi amate l’uomo, e perciò tormentate il singolo essere, l’egoista; il vostro amore degli uomini è tormento di essi” (M. Stirner, L’unico e la sua proprietà, 1845, p. 274, Ed. Anarchismo, 1987). Nient’affatto, risponde Marx: noi desideriamo che “il singolo essere, l’egoista” diventi un uomo in carne ed ossa, desideriamo che il concetto prenda corpo, corpo umano. “Nella storia fino ad oggi trascorsa è certo un fatto empirico che i singoli individui, con l’allargarsi dell’attività sul piano storico universale, sono stati sempre asserviti a un potere a loro estraneo (oppressione che essi si sono rappresentati come un dispetto del mondo), a un potere del cosiddetto spirito che è diventato sempre più smisurato e che in ultima istanza si rivela come mercato mondiale. Ma è altrettanto empiricamente dimostrato che col rovesciamento dello stato attuale della società attraverso la rivoluzione comunista questo potere così smisurato per i teorici tedeschi verrà liquidato, e allora verrà attuata la liberazione di ogni singolo individuo” (Marx-Engels, L’ideologia tedesca, p. 66). Nota bene: di ogni singolo individuo. Nella Comunità umana non solo l’individuo non è sacrificato alle necessità della totalità sociale, come avviene nelle società classiste, ma essa è, per così dire, predisposta fin nei dettagli per rendere possibile il libero dispiegamento del potere “di ogni singolo individuo” sulla propria esistenza. Solo così la totalità sociale, sottomessa al controllo degli individui, non ha modo di darsi in guisa di potere sociale estraneo e ostile che si afferma sulla testa dei suoi stessi creatori, secondo la maligna dialettica che da sempre ha inquietato i poeti e i filosofi umanamente sensibili. Umana è la Comunità che fa dell’uomo, del singolo individuo, la sua totalità».
(4) K. Marx, Il Capitale, capitolo VI inedito, p. 19, Newton, 1976.
(5) Per Marx la miseria sociale del proletariato cresce in termini relativi nella misura in cui cresce in termini assoluti la ricchezza sociale nella sua odierna forma capitalistica: «Il salario reale può rimanere immutato, anzi può anche aumentare, e ciò nonostante il salario relativo può diminuire. […] Quantunque l’operaio disponga di una maggiore quantità di merci che non prima, il suo salario però è diminuito in rapporto al guadagno del capitalista […] Se dunque con il rapido aumento del capitale aumentano le entrate dell’operaio, nello stesso tempo però si approfondisce l’abisso sociale che separa l’operaio dal capitalista, aumenta il potere del capitale sul lavoro, la dipendenza del lavoro dal capitale. […] La situazione materiale dell’operaio è migliorata, ma a scapito della sua situazione sociale. L’abisso sociale che lo separa dal capitalista si è approfondito» (K. Marx, Lavoro salariato e capitale, pp. 64-68, Newton, 1978).
(6) Cit. tratta da F. Mezzi, Cavour e la questione sociale, versione digitalizzata, 2007, p. 26.
(7) Sul potere sociale della scienza e della tecnologia; Robotica prossima futura. La tecnoscienza al servizio del dominio; Capitalismo cognitivo e postcapitalismo. Qualunque cosa ciò possa significare; Capitalismo 4.0. tra “ascesa dei robot” e maledizione salariale; Accelerazionismo e feticismo tecnologico.

LA LEGGENDA DEL MARX BEVITORE

Spero per l’onore della schiuma
del vino che Siebold non sia una
siffatta venal schiuma (K. Marx).

Una lettrice mi scrive: «Perdona l’ignoranza…, ma chi è l’avvinazzato di Treviri?». Questa domanda mi offre l’occasione di scusarmi con chi ha la pazienza di leggere le mie modeste cose; infatti, nessuno è ovviamente tenuto a decrittare le mie fisime “letterarie”, a cominciare dal vezzo di strapazzare il buon nome del comunista tedesco che mi concedo definendolo, di volta in volta, «l’ubriacone di Treviri», «l’avvinazzato di Treviri», appunto, «il forte bevitore di Treviri», «l’alcolista di Treviri» e via di questo passo. A volte, tanto per non ripetermi, lo evoco invece come «il barbuto di Treviri», ma anche come «il barbone di Treviri», cercando ignobilmente un facile calembour – peraltro non del tutto infondato: «Non credo che mai nessuno abbia scritto su “il denaro” con una tale mancanza di denaro» (Marx). Lo so che fare dell’ironia sulle disgrazie altrui non è una bella cosa, ma nel caso di specie si tratta di un’ironia carica di affetto e tutt’altro che irrispettosa nei confronti della “vittima” presa di mira, al contrario!

Quando nel carteggio Marx-Engels m’imbatto nella terribile miseria di Marx («privatamente, vivo la più tormentata vita che si possa immaginare») e dei suoi cari («lo status degli abiti estivi delle bambine è da sottoproletari, e mia moglie ha i nervi sconquassati per queste miserie»), ebbene tutte le volte mi commuovo come se si trattasse di una persona a me cara e da me effettivamente conosciuta e frequentata. E poi non posso fare a meno di pensare alle tante perle concettuali e politiche che quel gigante del pensiero rivoluzionario ci avrebbe probabilmente lasciato in eredità se solo avesse potuto vivere un’esistenza meno tribolata (1). Intendiamoci, personalmente non mi lamento e mi faccio bastare il prezioso tesoro che egli riuscì a mettere insieme tra un mal di denti e un travaso di bile, mentre studiava vari espedienti quotidiani volti a procacciarsi un po’ di denaro e la periodica lotta contro reumatismi, foruncoli, «vigliacchissime emorroidi», inappetenza, vomito, «emicrania, terribili dolori di denti, di orecchie, di occhi, di gola e dio sa quali altri dolori» (2). «Io devo perseguire il mio scopo a tutti i costi e non permettere alla società borghese di trasformarmi in una moneymaking machine». Grande Carlo! Di certo la società borghese non riuscì a trasformarlo in un moneymaking machine

Il bizzarro vezzo di cui sopra, che a qualcuno può anche suonare antipatico, e che in ogni caso fin da oggi m’impegno a tenere più a freno, ha come suo fondamento l’attrazione marxiana per il buon vino e per la buona birra (3), una normalissima inclinazione, sicuramente apprezzata anche da molti lettori (e certamente da chi scrive), che ho esasperato fino alla caricatura, alla macchietta, ma, come dicevo, per affetto nei confronti del simpatico Moro, e non certo per denigrarlo in qualche modo, come del resto si evince facilmente dai miei scritti, che difatti non pochi lettori considerano fin troppo elogiativi e “simpatetici” nei confronti dell’autore squattrinato del Capitale. Vero è che ho sempre tenuto a precisare, anche qui civettando abbastanza ignobilmente con Marx, di non essere un marxista, anche per non nascondere le mie tante magagne politico-dottrinarie dietro l’arruffata barba del Tedesco (e soprattutto per tenermi lontano dal calderone dei “veri” o presunti “marxisti”), ma di essere piuttosto un più che modesto interprete dei testi marxiani, che solo in questa modalità “correlativa”  (relazione oggetto-soggetto, testo-lettore) costituiscono il mio punto di partenza concettuale, il fondamento dei miei – non si sa quanto strampalati – ragionamenti. Certo, qui faccio valere il concetto hegeliano di mediazione come venne fuori dopo il trattamento critico operato dal nostro bevitore già negli anni giovanili, anni d’amore, di poesie, di frenetico studio, di lotte e di proverbiali bisbocce. Ma ritorniamo all’osteria! (4)

Fin dal mio primissimo approccio con la politica sentii parlare dell’amore di Marx per il buon vino e, fondato o meno che fosse, trovai quel pettegolezzo  degno del mio interesse. L’idea di un Marx perso tra i fumi della teoria critica e quelli dell’alcol si rivelò subito una sicura fonte di risate («altro che coscienza di classe: fu il suo amore per il liquido nero che nel 1843 lo portò a scrivere sulla miseria dei vignaioli della Mosella!»: e giù risate), e così fin da ragazzo ho ricercato nelle tante lettere che il Moro spediva al carissimo “generale” Frederick, e viceversa, qualcosa che evocasse quell’immagine per me divertante. Per intenderci, passi come quelli che seguono (da una lettera di Marx a Engels del 9 giugno 1866): «Se la tua riserva di vino te lo consente (cioè se non devi fare nuove compere per questo), gradirei che tu me ne mandassi un poco, perché adesso non posso assolutamente bere birra» (5). Perché il Nostro non poteva bere birra in quel momento? Probabilmente a causa di una delle frequenti malattie che lo affliggevano, molte delle quali erano direttamente imputabili alle pessime condizioni di vita che, salvo rari e brevi momenti di “prosperità”, sempre tormentarono l’intera famiglia Marx. Ma questo l’ho già accennato. L’11 giugno Engels risponde alla sollecitazione dell’amico: «Caro Moro, la cassetta di Bordeaux parte stasera stessa. È ottimo vino di Borkheim». Un ultimo esempio: (lettera di Marx ad Engels del 25 febbraio 1865): «A proposito! Un po’ di vino di Porto e di Claret mi farebbe benissimo under present circumstances»; pronta (27 febbraio) la risposta di Engels: «Non ho Porto nel warehouse [magazzino] e debbo procurarmelo, ma lo farò immediatamente»; ancora Engel il 3 marzo: «Nella fretta non ho potuto trovare finora del Porto come si deve, ma ieri ho spedito del Claret. Cercherò ancora il Porto». Il 4 marzo l’avvinazzato di Treviri (quando ci vuole ci vuole!) sospende il maledetto lavoro (6) che lo occupava da anni e risponde: «Il tuo vino è arrivato ieri; ricambio con thanks». E giù sorsate di Claret, in onore del caro amico e alla faccia della malasorte e della società borghese.

Marx eccedeva nel suo amore per il vino? Può darsi, come quella volta in cui costrinse Engels a scrivere all’amico Joseph Weydemeyer quanto segue: «Purtroppo Marx, in seguito a una solenne bevuta durante la mia visita a Londra per capodanno, è stato seriamente ammalato per 14 giorni» (7). In questo caso, credo che almeno una parte della “colpa” vada attribuita proprio alla visita dell’amato compagno (e qui l’illazione gossippara è rigorosamente vietata!), il quale peraltro in quell’occasione trascorse giornate altrettanto sgradevoli, probabilmente anche a cagione delle «affinità elettive» che lo legavano così intimamente al malato.

Continua. Forse!

(1) «Sono completely disabled di lavorare, perché in parte perdo il meglio del tempo correndo di qua e di là e facendo inutili tentativi per scovare denaro, in parte la mia capacità di concentrazione, forse in seguito al mio maggiore esaurimento fisico, non resiste più ai guai domestici» (Lettera di Marx a Engels del 15 luglio 1858, in Marx-Engels, Opere, XL, p. 354, Editori Riuniti, 1973). Marx temeva che nella sua opera più significativa (Il capitale) rimanesse traccia della sua malattia: «Essa è il risultato di quindici anni di ricerche, dunque del periodo migliore della mia vita. Essa rappresenta per la prima volta in modo scientifico una importante concezione dei rapporti sociali. È dunque mio dovere di fronte al partito impedire che la cosa venga deformata da quella maniera di scrivere pesante e legnosa che è tipica di un fegato malato» (Lettera di Marx a Ferdinand Lassalle del 12 novembre 1858, in Marx-Engels, Opere, XL, pp. 594-594).
(2) Lettera di Jenny Marx a Engels, 12 aprile 1857, in Marx-Engels, Opere, XL, p. 683.
(3) «Fin dai tempi degli studi universitari, il giovane filosofo di Treviri imparò a conoscere molto bene gli effetti e i postumi di abbondanti e ripetute bevute. […] Nel rapporto tra il padre del comunismo e il vino, di là dei suoi noti interessi politico-economici e filosofici, l’elemento costante è di natura personale [questo l’avevo capito anch’io!]: la pratica del bere e il gusto dell’eccesso accompagnarono quasi tutta la sua esistenza. […] Se amava il vino, Marx sembrava non far torto neppure alla birra, tanto che una volta scampò miracolosamente all’arresto, in occasione di una protesta contro il divieto della sua vendita domenicale» (M. Donà, Filosofia del vino, Bompiani, 2010).
(4) «Tutto quello che in realtà Techow dice è che egli era solito bere con me, Engels e Schramm. […] Nessuno certamente si attenderà da me che io prenda sul serio notizie sulla mia teoria fornite da un ex tenente, che in tutta la sua vita ha trascorso con me un paio d’ore, e per di più in un’osteria» (Lettera di Marx al consigliere di giustizia Weber, 3 marzo 1860, in Marx-Engels, Opere, XLI, p. 546, Editori Riuniti, 1973).
(5) In Marx-Engels, Opere, XLII, p. 90, Editori Riuniti, 1974.
(6) «Ho sempre pensato che questo maledetto libro a cui hai dedicato così lunga fatica, fosse il nocciolo di tutte le tue disgrazie, da cui non saresti uscito né mai avresti potuto uscire fino a quando non te lo fossi scrollato di dosso. Questa eterna cosa incompiuta ti schiacciava fisicamente, spiritualmente e finanziariamente» (lettera di Engels a Marx del 27 aprile 1867; in Marx-Engels, Opere, XLII, p. 321). Risposta di Marx (7 maggio 1867): «Senza di te non avrei mai potuto portare a compimento la mia opera, e t’assicuro che mi ha sempre pesato sulla coscienza come un incubo il fatto che tu dovessi lasciar disperdere e arrugginire nel commercio la tua straordinaria energia specialmente per causa mia, e into the bargain dovessi vivere di continuo con le mie stesse petit misères». Ma le speranze dei due amici durarono lo spazio di un mattino, sia perché Il capitale non poteva certo fruttare molto capitale al suo autore, e sia perché quest’ultimo non riuscirà (anzi!) a emanciparsi dal maledetto compito di capire e spiegare (peraltro senza mai volgarizzare!) il meccanismo economico capitalistico, come ben si comprende dalla gigantesca montagna di appunti di studio (solo in minima parte pubblicati, almeno in lingua italiana), realizzata dal Moro, per il proprio tormento esistenziale e per la (sadica?) gioia dei suoi estimatori.
(7) Lettera di Engels a Joseph Weydemeyer, 23 gennaio 1852, in Marx-Engels, Opere, XXXIX, p. 507, Editori Riuniti, 1972.