LA LEGGENDA DEL MARX BEVITORE

Spero per l’onore della schiuma
del vino che Siebold non sia una
siffatta venal schiuma (K. Marx).

Una lettrice mi scrive: «Perdona l’ignoranza…, ma chi è l’avvinazzato di Treviri?». Questa domanda mi offre l’occasione di scusarmi con chi ha la pazienza di leggere le mie modeste cose; infatti, nessuno è ovviamente tenuto a decrittare le mie fisime “letterarie”, a cominciare dal vezzo di strapazzare il buon nome del comunista tedesco che mi concedo definendolo, di volta in volta, «l’ubriacone di Treviri», «l’avvinazzato di Treviri», appunto, «il forte bevitore di Treviri», «l’alcolista di Treviri» e via di questo passo. A volte, tanto per non ripetermi, lo evoco invece come «il barbuto di Treviri», ma anche come «il barbone di Treviri», cercando ignobilmente un facile calembour – peraltro non del tutto infondato: «Non credo che mai nessuno abbia scritto su “il denaro” con una tale mancanza di denaro» (Marx). Lo so che fare dell’ironia sulle disgrazie altrui non è una bella cosa, ma nel caso di specie si tratta di un’ironia carica di affetto e tutt’altro che irrispettosa nei confronti della “vittima” presa di mira, al contrario!

Quando nel carteggio Marx-Engels m’imbatto nella terribile miseria di Marx («privatamente, vivo la più tormentata vita che si possa immaginare») e dei suoi cari («lo status degli abiti estivi delle bambine è da sottoproletari, e mia moglie ha i nervi sconquassati per queste miserie»), ebbene tutte le volte mi commuovo come se si trattasse di una persona a me cara e da me effettivamente conosciuta e frequentata. E poi non posso fare a meno di pensare alle tante perle concettuali e politiche che quel gigante del pensiero rivoluzionario ci avrebbe probabilmente lasciato in eredità se solo avesse potuto vivere un’esistenza meno tribolata (1). Intendiamoci, personalmente non mi lamento e mi faccio bastare il prezioso tesoro che egli riuscì a mettere insieme tra un mal di denti e un travaso di bile, mentre studiava vari espedienti quotidiani volti a procacciarsi un po’ di denaro e la periodica lotta contro reumatismi, foruncoli, «vigliacchissime emorroidi», inappetenza, vomito, «emicrania, terribili dolori di denti, di orecchie, di occhi, di gola e dio sa quali altri dolori» (2). «Io devo perseguire il mio scopo a tutti i costi e non permettere alla società borghese di trasformarmi in una moneymaking machine». Grande Carlo! Di certo la società borghese non riuscì a trasformarlo in un moneymaking machine

Il bizzarro vezzo di cui sopra, che a qualcuno può anche suonare antipatico, e che in ogni caso fin da oggi m’impegno a tenere più a freno, ha come suo fondamento l’attrazione marxiana per il buon vino e per la buona birra (3), una normalissima inclinazione, sicuramente apprezzata anche da molti lettori (e certamente da chi scrive), che ho esasperato fino alla caricatura, alla macchietta, ma, come dicevo, per affetto nei confronti del simpatico Moro, e non certo per denigrarlo in qualche modo, come del resto si evince facilmente dai miei scritti, che difatti non pochi lettori considerano fin troppo elogiativi e “simpatetici” nei confronti dell’autore squattrinato del Capitale. Vero è che ho sempre tenuto a precisare, anche qui civettando abbastanza ignobilmente con Marx, di non essere un marxista, anche per non nascondere le mie tante magagne politico-dottrinarie dietro l’arruffata barba del Tedesco (e soprattutto per tenermi lontano dal calderone dei “veri” o presunti “marxisti”), ma di essere piuttosto un più che modesto interprete dei testi marxiani, che solo in questa modalità “correlativa”  (relazione oggetto-soggetto, testo-lettore) costituiscono il mio punto di partenza concettuale, il fondamento dei miei – non si sa quanto strampalati – ragionamenti. Certo, qui faccio valere il concetto hegeliano di mediazione come venne fuori dopo il trattamento critico operato dal nostro bevitore già negli anni giovanili, anni d’amore, di poesie, di frenetico studio, di lotte e di proverbiali bisbocce. Ma ritorniamo all’osteria! (4)

Fin dal mio primissimo approccio con la politica sentii parlare dell’amore di Marx per il buon vino e, fondato o meno che fosse, trovai quel pettegolezzo  degno del mio interesse. L’idea di un Marx perso tra i fumi della teoria critica e quelli dell’alcol si rivelò subito una sicura fonte di risate («altro che coscienza di classe: fu il suo amore per il liquido nero che nel 1843 lo portò a scrivere sulla miseria dei vignaioli della Mosella!»: e giù risate), e così fin da ragazzo ho ricercato nelle tante lettere che il Moro spediva al carissimo “generale” Frederick, e viceversa, qualcosa che evocasse quell’immagine per me divertante. Per intenderci, passi come quelli che seguono (da una lettera di Marx a Engels del 9 giugno 1866): «Se la tua riserva di vino te lo consente (cioè se non devi fare nuove compere per questo), gradirei che tu me ne mandassi un poco, perché adesso non posso assolutamente bere birra» (5). Perché il Nostro non poteva bere birra in quel momento? Probabilmente a causa di una delle frequenti malattie che lo affliggevano, molte delle quali erano direttamente imputabili alle pessime condizioni di vita che, salvo rari e brevi momenti di “prosperità”, sempre tormentarono l’intera famiglia Marx. Ma questo l’ho già accennato. L’11 giugno Engels risponde alla sollecitazione dell’amico: «Caro Moro, la cassetta di Bordeaux parte stasera stessa. È ottimo vino di Borkheim». Un ultimo esempio: (lettera di Marx ad Engels del 25 febbraio 1865): «A proposito! Un po’ di vino di Porto e di Claret mi farebbe benissimo under present circumstances»; pronta (27 febbraio) la risposta di Engels: «Non ho Porto nel warehouse [magazzino] e debbo procurarmelo, ma lo farò immediatamente»; ancora Engel il 3 marzo: «Nella fretta non ho potuto trovare finora del Porto come si deve, ma ieri ho spedito del Claret. Cercherò ancora il Porto». Il 4 marzo l’avvinazzato di Treviri (quando ci vuole ci vuole!) sospende il maledetto lavoro (6) che lo occupava da anni e risponde: «Il tuo vino è arrivato ieri; ricambio con thanks». E giù sorsate di Claret, in onore del caro amico e alla faccia della malasorte e della società borghese.

Marx eccedeva nel suo amore per il vino? Può darsi, come quella volta in cui costrinse Engels a scrivere all’amico Joseph Weydemeyer quanto segue: «Purtroppo Marx, in seguito a una solenne bevuta durante la mia visita a Londra per capodanno, è stato seriamente ammalato per 14 giorni» (7). In questo caso, credo che almeno una parte della “colpa” vada attribuita proprio alla visita dell’amato compagno (e qui l’illazione gossippara è rigorosamente vietata!), il quale peraltro in quell’occasione trascorse giornate altrettanto sgradevoli, probabilmente anche a cagione delle «affinità elettive» che lo legavano così intimamente al malato.

Continua. Forse!

(1) «Sono completely disabled di lavorare, perché in parte perdo il meglio del tempo correndo di qua e di là e facendo inutili tentativi per scovare denaro, in parte la mia capacità di concentrazione, forse in seguito al mio maggiore esaurimento fisico, non resiste più ai guai domestici» (Lettera di Marx a Engels del 15 luglio 1858, in Marx-Engels, Opere, XL, p. 354, Editori Riuniti, 1973). Marx temeva che nella sua opera più significativa (Il capitale) rimanesse traccia della sua malattia: «Essa è il risultato di quindici anni di ricerche, dunque del periodo migliore della mia vita. Essa rappresenta per la prima volta in modo scientifico una importante concezione dei rapporti sociali. È dunque mio dovere di fronte al partito impedire che la cosa venga deformata da quella maniera di scrivere pesante e legnosa che è tipica di un fegato malato» (Lettera di Marx a Ferdinand Lassalle del 12 novembre 1858, in Marx-Engels, Opere, XL, pp. 594-594).
(2) Lettera di Jenny Marx a Engels, 12 aprile 1857, in Marx-Engels, Opere, XL, p. 683.
(3) «Fin dai tempi degli studi universitari, il giovane filosofo di Treviri imparò a conoscere molto bene gli effetti e i postumi di abbondanti e ripetute bevute. […] Nel rapporto tra il padre del comunismo e il vino, di là dei suoi noti interessi politico-economici e filosofici, l’elemento costante è di natura personale [questo l’avevo capito anch’io!]: la pratica del bere e il gusto dell’eccesso accompagnarono quasi tutta la sua esistenza. […] Se amava il vino, Marx sembrava non far torto neppure alla birra, tanto che una volta scampò miracolosamente all’arresto, in occasione di una protesta contro il divieto della sua vendita domenicale» (M. Donà, Filosofia del vino, Bompiani, 2010).
(4) «Tutto quello che in realtà Techow dice è che egli era solito bere con me, Engels e Schramm. […] Nessuno certamente si attenderà da me che io prenda sul serio notizie sulla mia teoria fornite da un ex tenente, che in tutta la sua vita ha trascorso con me un paio d’ore, e per di più in un’osteria» (Lettera di Marx al consigliere di giustizia Weber, 3 marzo 1860, in Marx-Engels, Opere, XLI, p. 546, Editori Riuniti, 1973).
(5) In Marx-Engels, Opere, XLII, p. 90, Editori Riuniti, 1974.
(6) «Ho sempre pensato che questo maledetto libro a cui hai dedicato così lunga fatica, fosse il nocciolo di tutte le tue disgrazie, da cui non saresti uscito né mai avresti potuto uscire fino a quando non te lo fossi scrollato di dosso. Questa eterna cosa incompiuta ti schiacciava fisicamente, spiritualmente e finanziariamente» (lettera di Engels a Marx del 27 aprile 1867; in Marx-Engels, Opere, XLII, p. 321). Risposta di Marx (7 maggio 1867): «Senza di te non avrei mai potuto portare a compimento la mia opera, e t’assicuro che mi ha sempre pesato sulla coscienza come un incubo il fatto che tu dovessi lasciar disperdere e arrugginire nel commercio la tua straordinaria energia specialmente per causa mia, e into the bargain dovessi vivere di continuo con le mie stesse petit misères». Ma le speranze dei due amici durarono lo spazio di un mattino, sia perché Il capitale non poteva certo fruttare molto capitale al suo autore, e sia perché quest’ultimo non riuscirà (anzi!) a emanciparsi dal maledetto compito di capire e spiegare (peraltro senza mai volgarizzare!) il meccanismo economico capitalistico, come ben si comprende dalla gigantesca montagna di appunti di studio (solo in minima parte pubblicati, almeno in lingua italiana), realizzata dal Moro, per il proprio tormento esistenziale e per la (sadica?) gioia dei suoi estimatori.
(7) Lettera di Engels a Joseph Weydemeyer, 23 gennaio 1852, in Marx-Engels, Opere, XXXIX, p. 507, Editori Riuniti, 1972.

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IL VENEZUELA E L’ODIOSA COAZIONE A RIPETERE DELLO STALINISMO

Mutatis mutandis

 

Qui per stalinismo intendo una peculiare concezione della società e della politica che prescinde dallo stesso puntuale riferimento storico alla concreta esperienza stalinista consumatasi in Russia come espressione della controrivoluzione antisovietica dispiegatasi nella seconda metà degli anni Venti del secolo scorso.

 

Marinellys Tremamunno, una giovane giornalista italo-venezuelana, ha scritto un libro intitolato Venezuela. Il crollo di una rivoluzione (Edizioni Arcoiris, 2017). In realtà in quel Paese non è crollata alcuna rivoluzione; piuttosto è andata in frantumi l’ennesima illusione “rivoluzionaria” di chi non avendo ben chiaro in testa il concetto stesso di rivoluzione, e volendo tuttavia «cambiare il mondo qui e subito», si lascia turlupinare con estrema facilità dalla propaganda “rivoluzionaria” del liberatore di turno, ossia dal demagogo/populista chiamato dal processo sociale ad esprimere gli interessi (economici e politici) della classe dominante o solo di una sua particolare cosca. D’altra parte sempre i “liberatori” si presentano dinanzi all’opinione pubblica nelle vesti dei «veri rivoluzionari», nei panni di chi la rivoluzione la vuole fare davvero, e non solo a chiacchiere – vedi chi scrive. L’ex socialista Benito Mussolini, promotore della “Rivoluzione Fascista”, una volta proclamò: «In principio è l’azione!». Il bello, ma si fa per dire, è che questi personaggi credono davvero di essere dei rivoluzionari, soprattutto perché essi hanno in testa un concetto ultramiserabile di “rivoluzione”. Chi non vuole lasciarsi usare dal demagogo di turno ha invece l’obbligo di capire la precisa natura di ciò che si agita nella società, per non nutrire false speranze, per non sostenere senza volerlo progetti ultrareazionari e, last but not least, per non lasciarci le penne difendendo una causa completamente sbagliata. Per l’autentico rivoluzionario e per chi non vuole diventare cibo per i pescecani della politica, la teoria non è un lusso, ma una stringente necessità politica, un vero e proprio “salvavita”.

Come scrive Raúl Zibechi, scrittore e giornalista uruguayano, in un articolo molto interessante fin dal titolo (Quando il problema è la sinistra), «Quello che sta succedendo in Venezuela non ha nulla a che vedere con una “rivoluzione” o con il “socialismo”, né con la “difesa della democrazia”e nemmeno con la trita “riduzione della povertà”, tanto per passare in rassegna gli argomenti che si utilizzano a destra e sinistra. Si potrebbe menzionare il “petrolio”, e saremmo più vicini». Non c’è dubbio. L’interessante articolo di Zibechi, che invito a leggere, si conclude come segue: «La polarizzazione destra-sinistra è falsa, non spiega quasi nulla di quel che sta accadendo nel mondo. La cosa peggiore, tuttavia, è che la sinistra è diventata simmetrica alla destra in un punto chiave: l’ossessione per il potere». Tuttavia se non si chiarisce la natura di questo potere, l’ossessione di cui giustamente parla l’intellettuale uruguayano rimane confinata in una sfera più psicologica che politica. La polarizzazione destra-sinistra non spiega niente di essenziale, ed è sempre più una mera finzione ideologica posta al servizio della lotta politica (borghese), perché essa si dà interamente dentro il perimetro tracciato dagli interessi capitalistici: “destra” e “sinistra” sono le due facce di una stessa medaglia perché entrambe difendono, magari in modo diverso (ma non sempre e non necessariamente) lo stesso status quo sociale.

Non essendo uno sprovveduto, Maduro sapeva benissimo che il suo invito a discutere da pari a pari rivolto a Donald Trump sarebbe suonato provocatorio alle orecchie del focoso Presidente della prima potenza imperialista del pianeta, e difatti la reazione della Casa Bianca non si è fatta attendere, cosa che ha permesso al Presidente venezuelano di intascare un prezioso dividendo “antimperialista”. Le minacce americane naturalmente sono le ben venute a Caracas, perché esse creano un clima di assedio che può consentire al regime chávista di alimentare la sua retorica “antimperialista” e così recuperare consenso almeno in una parte della popolazione venezuelana che lo ha abbandonato. Quando il nemico bussa alla porta, l’onesto patriota è chiamato ad abbandonare ogni controversia nazionale per schierarsi senza se e senza ma in difesa del sacro suolo patrio.

In quanto disonesto disfattista io difendo invece questa posizione: nello scontro sistemico (economico, tecnologico, scientifico, ideologico, militare) tra i Paesi (tra gli Stati, tra le Nazioni, tra le Potenze) le classi subalterne, e chi ha in odio i vigenti rapporti sociali capitalistici, non devono stare dalla parte dei soggetti capitalistici contingentemente più deboli, ma in primo luogo devono contrastare il proprio Paese e, in secondo luogo, il sistema delle nazioni capitalistiche in quanto tale, preso per così dire in blocco, senza fare alcuna distinzione tra piccole e grandi nazioni, tra piccoli e grandi imperialismi. Esiste un solo Sistema Mondiale del Terrore, e ogni sezione locale (regionale, nazionale, continentale) dà a esso il proprio maligno contributo in termini di sfruttamento, di oppressione e quant’altro. Nello scontro tra Venezuela e Stati Uniti io mio schiero contro entrambi i Paesi e, per quel che vale, auspico (dire «mi batto» mi sembra eccessivo, velleitario e soprattutto non vero, purtroppo!) un flusso di solidarietà che coinvolga i lavoratori venezuelani e statunitensi, così che essi possano affrancarsi dall’ideologia dominante, disintossicarsi dal veleno nazionalista, patriottardo, sovranista. La classe dominante vuole dare una patria ai dominati per legarli a doppio filo al carro degli interessi nazionali, i quali esprimono i suoi specifici interessi.

La mia opposizione a un eventuale intervento militare americano in Venezuela (o in Corea del Nord) non si situa dunque, politicamente parlando, sul terreno sovranista, né intende concedere un atomo di credibilità alla borghesissima e pacchiana menzogna della pari dignità tra le nazioni. Posto il vigente regime sociale mondiale, l’ineguaglianza degli individui e delle nazioni è un portato necessario; come scrisse una volta Engels, «L’effettivo contenuto della rivendicazione proletaria dell’eguaglianza è la rivendicazione della soppressione delle classi. Ogni rivendicazione di eguaglianza che esce da questi limiti va necessariamente a finire nell’assurdo» (Antidühring). Il nazionalismo borghese è costretto a fare la voce grossa soprattutto perché nell’epoca del dominio totalitario e totale (globale e mondiale) del Capitale ogni pretesa sovranista appare per quel che è: ridicola (*). Se vuoi allentare la corda che ti tiene legato a un imperialismo, devi necessariamente accettare di “venire a compromessi” con un altro imperialismo, il quale magari all’inizio è disposto a concederti una maggiore libertà di movimento, salvo revocarla immediatamente al bisogno. E in ogni caso si tratta della “libertà” concessa dal Signore al vassallo, il quale strilla tanto più forte, assume pose sempre più virili, quanto più la realtà ne mostra tutta la pochezza e l’impotenza.

Sul terreno interno (nazionale) come su quello esterno (internazionale) il diritto è un fatto di rapporti di forza, e compito dell’autentico anticapitalista (e antimperialista) è quello di far luce intorno all’ideologia dominante, affinché i lavoratori possano scoprire il fondo di menzogna che si nasconde dietro le feticistiche parole così care soprattutto all’intellighentia progressista: diritto, uguaglianza, pari opportunità e dignità, democrazia, ecc., ecc., ecc.

Personalmente ho sempre lottato contro la NATO non per affermare l’indipendenza nazionale dell’Italia, un’illusione ultrareazionaria tipica del sinistrismo di matrice stalinista/maoista, ma per combattere l’imperialismo internazionale nelle sue concrete manifestazioni. Non solo, ma anche nel contesto di questa battaglia ho sempre privilegiato, nella mia qualità “anagrafico-sociale” di proletario italiano, la mia avversione nei confronti dell’imperialismo italiano, il quale all’ombra del padrone americano non ha mai smesso di tessere la sua tela di interessi sistemici (economici, politici, militari) nel suo tradizionale cortile di casa: Balcani, Nord Africa, Medio Oriente. L’antimperialismo di molti cosiddetti antimperialisti è stato in passato e continua a essere nel presente un antiamericanismo profondamente intriso di volgare nazionalismo. Non pochi “antimperialisti” sperano in cuor loro, e alcuni non ne fanno mistero, che in Paesi come Venezuela, Russia, Cina, Corea del Nord e Iran non dilaghi, come io invece spero ardentemente, l’antagonismo sociale perché temono un indebolimento dei regimi che oggi garantiscono l’esistenza di un fronte antiamericano e, più in generale, antioccidentale. «Avete visto cosa ha provocato la Primavera di Gorbaciov?». Non c’è dubbio: meglio la Tienanmen dei compagni cinesi! Per questo negli anni scorsi quei personaggi hanno criticato le cosiddette Primavere (in Europa orientale, in Africa, in Medio oriente, a Hong Kong), mentre la mia critica era indirizzata a mettere in luce il vero carattere storico-sociale di quelle “Primavere“, il cui contenuto rivoluzionario – considerato dal punto di vista critico-rivoluzionario e non da quello degli interessi capitalistici – era pari a zero.

Nel corso della «marcia anticapitalista» [sic!] del 14 agosto Nicolas Maduro ha annunciato l’avvio di esercitazioni militari in tutto il Paese per il 26 e il 27 agosto. «Gridiamolo assieme e che si senta fino a Washington: il popolo del Venezuela dice Trump, go home!». Il Presidentissimo ha inoltre chiesto che la Costituente Bolivariana mandi a processo tutti coloro che appoggiano l’idea di un intervento statunitense in Venezuela. Della serie: chi non è con me, è con l’imperialismo americano, d’ufficio! Gente disfattista come me oggi rischia grosso in quel Paese “rivoluzionario”. Intanto non si arresta l’epurazione degli elementi meno affidabili dai ranghi delle Forze Armate “bolivariane”, delicata quanto vitale (per il regime) operazione affidata ai servizi segreti venezuelani, i quali si avvantaggiano del prezioso supporto dei servizi cubani, la cui genesi, forse non è inutile ricordarlo, fu a suo tempo fortemente influenzata dai servizi segreti della Germania Orientale. Le “democrazie popolari” non temono confronti in fatto di controllo sociale e repressione del dissenso.

A proposito di retorica “antimperialista”, ecco cosa ha scritto Edgardo Lander, sociologo venezuelano di idee “progressiste”: «Il fatto che un governo tenga un discorso anti-imperialista e che sia visto come nemico da parte degli Usa e della destra globale, non lo converte in automatico in un governo di sinistra. Nel processo politico venezuelano attuale si sta giocando in varia maniera il futuro della sinistra non solo venezuelana e latinoamericana, ma mondiale. Il collasso del blocco socialista ha lasciato gran parte della sinistra globale senza prospettiva; l’affermazione dei cosiddetti governi progressisti in Sudamerica, specialmente il processo bolivariano, li ha convertiti in punti di riferimento e speranze. Si fa senz’altro un danno a queste speranze se si difende come “di sinistra” o “anticapitalisti” governi sempre più autoritari e repressivi, che usano strumentalmente la democrazia e che la mettono da parte quando ciò dà loro fastidio. Governi che concedono accesso alle risorse petrolifere e minerarie a multinazionali a condizioni che non si differenziano da quelle dei governi neoliberisti. È come se molti settori della sinistra mondiale non avessero imparato nulla dallo stalinismo e dall’immenso prezzo della complicità con l’autoritarismo sovietico». (Il Manifesto). Qui aggiungo solo, per la solita maniacale precisione che mi distingue, che «l’autoritarismo sovietico» fu messo al servizio del Capitalismo e dell’Imperialismo targato URSS. È meglio non essere generici quando analizziamo o semplicemente citiamo i regimi politico-istituzionali del passato e del presente.

Sulla vicenda venezuelana Roma cerca di recitare, come sempre del resto, più parti in commedia. Se ufficialmente il Governo Gentiloni ha dichiarato di non riconoscere la nuova Assemblea Costituente, allineandosi così agli Stati Uniti, all’Unione Europea e a molti governi del continente americano, l’ambasciatore italiano a Caracas Silvio Mignano ha incontrato la Presidentessa dell’aborrito organismo “bolivariano”, Delcy Rodriguez, la quale ha subito divulgato la notizia ai quattro venti per dimostrare che il regime chávista non è affatto isolato, cosa che ha creato qualche imbarazzo diplomatico nella capitale italiana. D’altra parte gli interessi italiani in quel Paese fino a qualche anno fa (diciamo fino al 2013/2014) erano ragguardevoli (Astaldi, Salini Impregilo, Enel, Pirelli, Iveco, Italferr, Alitalia, solo per citare le imprese italiane più grandi attive colà), mentre oggi solo l’Eni, presente da decenni in Venezuela, continua la sua attività senza grossi cambiamenti; in ogni caso il mercato venezuelano va in qualche modo presidiato e coltivato, in attesa di tempi migliori. Senza parlare della numerosa comunità italovenezuelana che può garantire all’Italia una non disprezzabile proiezione economica, diplomatica e culturale.  Gli interessi attuali e potenziali del Sistema-Italia in Venezuela vanno insomma difesi, anche a costo di inciampare in qualche bega politico-diplomatica costruita dall’opposizione venezuelana e italiana – la Lega ad esempio ha chiesto un «chiarimento urgente» al Governo: «Riconosciamo il golpe comunista di Maduro o sosteniamo l’opposizione democratica?». Un dilemma che investe la coscienza dei “comunisti” e dei “democratici”, mentre lascia del tutto indifferente quella di chi scrive.

Leggo da qualche parte: «Basta sapere chi c’è dietro la cosiddetta opposizione venezuelana per sapere chi va sostenuto [il regime chavista, si capisce], costi quel che costi». Bel ragionamento, non c’è che dire; soprattutto dialettico, direi. Oltre che virile: «Costi quel che costi»! Ma non capendo niente di bei ragionamenti e, soprattutto, di dialettica, non posso fare a meno di chiedermi «chi c’è dietro» tutte le parti in campo, e farlo a partire da un punto di vista ben preciso: anticapitalista, internazionalista, indipendente ed ostile nei confronti di tutte le fazioni della classe dominante, di tutti gli Stati, di tutti i partiti e le organizzazioni (sindacati collaborazionisti compresi) che a vario titolo difendono lo status quo sociale. E che scopro osservando la crisi sociale venezuelana da questa peculiare prospettiva? Che tanto il regime di Caracas quanto l’opposizione ufficiale che lo contrasta non sono che due diverse espressioni dello stesso dominio sociale (capitalistico) che sfrutta e opprime il proletariato venezuelano. Beninteso, si tratta dello stesso regime sociale vigente in tutto il mondo: dagli Stati Uniti alla Cina, dalla Germania al Giappone, dall’Italia alla Russia. Per quanto mi riguarda il gagliardo «costi quel che costi» va dunque rispedito al mittente, con aggiunta pernacchia rigorosamente critico-rivoluzionaria.

Il concetto di regime sociale (o di status quo sociale) ha una straordinaria capacità critica perché permette di andare oltre la schiuma politico-ideologica che occulta la natura di classe dei conflitti che continuamente si sviluppano nella società, non solo tra le classi «storicamente nemiche» (borghesia e proletariato), ma anche all’interno della stessa classe dominante, la quale, come insegnò a suo tempo l’alcolista di Treviri, si ricompatta solo per contrastare le rivendicazioni dei nullatenenti. Ecco perché non mi sconvolge neanche un po’ il conflitto tra chávisti e antichávisti; un conflitto per il potere giocato sulla pelle dei proletari e di una classe media ridotta ormai ai minimi termini. Di qui l’urgenza di costruire in Venezuela (e ovunque nel mondo) l’autonomia/coscienza di classe, senza la quale le classi subalterne sono “libere” solo di scegliere l’albero a cui impiccarsi: quello di “sinistra” o quello di “destra”? quello “sovranista” o quello “globalista”? quello “statalista” o quello “liberista”? quello antiamericano (e magari filocinese e filorusso) o quello filoamericano?

Ma c’è un motivo in più che mi porta a scatenare «fuoco e fiamme», per dirla con Trump, contro quel simpaticone di Maduro: l’abissale balla speculativa chiamata «Socialismo del XXI secolo», e che andrebbe invece tradotto come segue: «Stalinismo – e financo peronismo/fascismo – del XXI secolo»; certo, mutatis mutandis, come sempre del resto. Volendo affermare una posizione radicalmente anticapitalista, devo assolutamente, come mosso da un invincibile imperativo categorico, gridare in faccia ai miei “colleghi di classe” venezuelani, statunitensi, italiani ecc. che i chávisti (anche quelli di casa nostra) chiamano «Socialismo» ciò che se va bene (per gli statalisti di “destra” e di “sinistra”, si capisce) non è che un Capitalismo di Stato più o meno “integrale”. Dopotutto, è una vita che mi batto contro ogni falso socialismo: da quello sovietico a quello cinese, da quello albanese a quello cubano, da quello jugoslavo a quello Nordcoreano, da quello emiliano (ricordate il mitico “compagno” Zangheri?) a quello cambogiano. Quando cadde il Muro di Berlino io e alcuni amici particolarmente inclini all’ottimismo della rivoluzione pensammo che finalmente ci fossimo liberati una volta per sempre della gentaglia che tanta cacca aveva portato al mulino del Socialismo e tanta acqua invece al mulino della conservazione capitalistica. Ahimè, ci sbagliavamo! È dal 1989, infatti, che vetero e post stalinisti, benché ammaccati dalle macerie del Muro che tanto amavano, si muovono in tutte le direzioni nella speranza di scoprire nel vasto e capitalistico mondo «nuove e originali vie per il Socialismo». E un regime statalista che si proclama “Socialista” da qualche parte si trova sempre! Meglio se si tratta di uno statalismo basato sulla rendita petrolifera usata come formidabile strumento di consenso e di controllo sociale. E qui ritorniamo al Venezuela. Lo so, nel caso di specie non si può nemmeno parlare di statalismo; ma uso questo termine solo in chiave polemica, senza alcuna intenzione “scientifica”.

Insomma, osservato dal peculiare punto di vista che offro ai lettori, il cosiddetto chávismo non appare come la soluzione del problema qui posto (la necessità e l’urgenza dell’autonomia di classe, della coscienza di classe), non appare nemmeno come un tentativo inteso a risolverlo, né, men che meno, esso mi appare come un esempio positivo da additare ai proletari e ai lavoratori di tutto il mondo (anzi!): esso è piuttosto parte organica di quel problema, semplicemente perché il regime venezuelano è, nel suo piccolo, parte organica del sistema mondiale capitalistico.

Su un post dedicato al Venezuela, Giorgio Cremaschi se la prende con «la sinistra governativa», ma anche con una parte della «sinistra cosiddetta radicale», ossia con quei compagni che non riescono a capire che in quel Paese «si combattere il capitalismo americano nel nome del socialismo»: «settori della cosiddetta sinistra radicale e dell’antagonismo hanno inanellato ponderose analisi, il succo delle quali era la scelta di non stare né col Venezuela chavista, né con quello filoamericano e fascista. Una fuga sulla Luna in attesa della rivoluzione globale». Ammetto di abitare sulla Luna e di “lavorare”, nel mio infinitamente piccolo, per la «rivoluzione globale», e infatti le critiche di Cremaschi non mi sfiorano nemmeno, anche perché la «scelta del né col Venezuela chavista, né con quello filoamericano e fascista» è lontanissima dalla mia posizione: io mi schiero contro l’uno e contro l’altro. La neutralità la lascio a chi non sa ragionare in termini radicalmente classisti. Ma molti “socialisti” sono talmente lontani dalla concezione rivoluzionaria del conflitto sociale che non riescono nemmeno a concepire l’idea che, per dirla sempre col barbuto di Germania, «Si può essere nemici del regime costituzionale senza essere per questo amici dell’assolutismo», e viceversa.

«Essere contro il Venezuela di Chavez è diventata una patente di democrazia distribuita a cani e porci», dice Cremaschi. Anche qui, non mi sento minimamente chiamato in causa, perché come si evince benissimo dai miei precedenti post sul Venezuela, la mia posizione antichávista non ha niente a che fare con la rivendicazione di una «vera democrazia», anche perché per me «vera democrazia» e fascismo (e/o stalinismo) si equivalgono, sono due modi diversi di servire gli interessi della classe dominante. Finchè ha potuto usare gli introiti della rendita petrolifera per crearsi una vasta base di consenso sociale il regime chávista ha usato lo strumento democratico-parlamentare; il crollo del prezzo del compagno Petrolio ha costretto il regime a dare molto più peso all’esercito, che peraltro già controllava diversi settori strategici dell’economia del Paese (come quello dell’approvvigionamento alimentare), e a inventarsi nuove soluzioni istituzionali che se fossero state semplicemente pensate da un Renzi, da un Berlusconi o da un Grillo (molto più attendibile come esempio), certamente avrebbero scatenato la resistenza antifascista di molti sostenitori del caudillo di Caracas. «Ora e sempre resistenza contro la deriva autoritaria del governo di Caio o di Tizio»: quante volte gli italici sostenitori della rivoluzione bolivariana ci hanno massacrato i… timpani denunciando l’ennesima «svolta autoritaria» intrapresa dal “fascista” di turno? Dite che il paragone non regge? Ah già, dimenticavo: in Venezuela è in corso una marcia verso il socialismo. Che sbadato che sono! Per fortuna c’è chi prontamente mi riporta alla verità dei fatti (diciamo): «Che la rivoluzione possa difendersi o meno con la forza dalla consueta reazione violenta dell’imperialismo (in America Latina quasi sempre USA) delle destre, del capitalismo e delle forze militari, è forse la questione centrale, quella dirimente, che separa – nel giudizio, nello schierarsi – le forze rivoluzionarie da quelle controrivoluzionarie o della sinistra moderata, quelle “interne” al sistema capitalistico. È il problema dei problemi: quello del potere. Ed è bene – una volta tanto – affrontare la “questione venezuelana” dal punto di vista anche teorico, politico-teorico» (Contropiano). È appunto quello che dico io! Non bisogna essere dei Lenin per capire che senza teoria rivoluzionaria non c’è prassi rivoluzionaria. Solo che la “mia” teoria colloca l’esperienza chávista interamente dentro il potere capitalistico riguardato nella sua dimensione nazionale, regionale (continentale) e mondiale. Giusto uno stalinista può richiamare la battaglia di Lenin contro Kautsky («Del marxismo si ammette tutto, tranne i mezzi rivoluzionari di lotta») per portare acqua al mulino del regime venezuelano! Della serie: pensavo fosse un potere rivoluzionario e invece era un calesse – pieno di sostanza escrementizia, diciamo.

Intanto ieri la «cricca di Maduro» ha perfezionato la “rivoluzione istituzionale”: «Il cerchio è chiuso. Con un decreto disposto dalla presidente Delcy Rodríguez, già tumultuosa ministro degli Esteri e fedele chavista, la neonata Assemblea Costituente azzera le competenze del Parlamento venezuelano e si assume il potere di legiferare su temi di ordine pubblico, sicurezza nazionale, diritti umani, sistema socio-economico e finanze. Sarà il vero organo legislativo del Paese e diventa nei fatti una sorta di Consiglio dei ministri alle dirette dipendenze del presidente Nicolás Maduro. Il Parlamento non viene sciolto ma il suo ruolo viene sterilizzato ad un semplice foro di dibattito. Nel migliore dei casi». Dobbiamo aspettarci la nascita di un Aventino venezuelano? «Ma intanto in un video l’ex procuratore Luisa Ortega Diaz ha detto oggi che dispone di prove su casi di corruzione legati alla multinazionale brasiliana Odebrecht “che coinvolgono Nicolas Maduro e il suo entourage”. Ortega Diaz ha sostenuto che i vertici chavisti “sono molto preoccupati, perché sanno che ho tutte le informazioni, i dettagli di ogni operazione e il nome di chi si è arricchito”. L’ex procuratrice è fuggita insieme al marito, il deputato chavista German Ferrer» (D. Mastrogiacomo, La Repubblica). Pare che il regime chávista sia coinvolto anche in assai lucrosi traffici di droga. Ma lascio volentieri ai professionisti delle mani pulite queste “problematiche” che non modificano di una virgola l’essenza della questione (almeno nella “declinazione” che mi sforzo di elaborare): la natura ultrareazionaria del regime di Caracas. Tutto il resto è propaganda e lotta politica interborghese, sul piano interno come su quello internazionale.

Scrive ancora Cremaschi: «Mezzo secolo dopo la rivoluzione cubana, Chavez e Morales si sono dati come obiettivo esplicito la ripresa della marcia verso il socialismo [ecco!]. L’hanno realizzato? Certo che no. Hanno dovuto fare compromessi e anche errori? Sicuramente e anche hanno commesso ingiustizie che hanno deluso una parte di chi li sosteneva. Ma ovviamente non è per questo che sono sotto attacco, al contrario lo sono proprio perché nonostante tutto questo non hanno rinunciato all’obiettivo del socialismo. Ed è proprio questa parola, socialismo, che dà fastidio e che crea persino rancore in una certa sinistra». E qui ritorniamo alla più gigantesca balla ideologica del XX secolo, riciclata in questo scorcio di XXI secolo, e alla cacca, con rispetto parlando (per la cacca!), di cui sopra. Lo ammetto: quando personaggi del tipo qui preso di mira straparlano di “socialismo” mi assale una fastidiosissima voglia di bastonarli. Si tratta di una bastonatura critica, sia chiaro.

Antonio Moscato, che a differenza di chi scrive (notoriamente un purista e un settario) aveva guardato con molta simpatia all’esperimento chávista, oggi stigmatizza l’atteggiamento acritico dei sinistri che appoggiano «senza se e senza ma» il regime di Caracas: «Qualunque critica alla situazione attuale [del Venezuela] viene messa in conto ai “servi dell’imperialismo”. Questo ricorda da vicino le accuse a chi ascoltava le voci del dissenso (in origine anche marxista) e i dati dell’economia per capire dove stava finendo il sistema che presumeva di essere il “socialismo reale” e per giunta credeva di essere eterno. Ogni esplosione di malcontento (che naturalmente veniva soppressa facilmente per l’efficienza dei vari KGB e affini non contro il nemico di classe ma verso i critici interni) veniva attribuita all’onnipotenza della CIA». Confermo. È dal remotissimo 1980, da quando cioè ho iniziato a criticare la menzogna del «Socialismo reale» (in realtà un reale Capitalismo), che mi sento dare del «servo sciocco dell’imperialismo» (cioè degli Stati Uniti e di Israele) da non pochi sinistrorsi devoti a Stalin e a Mao. D’altra parte, se perfino un Trotsky o un Bordiga passavano per «agenti del fascismo, del nazismo e dell’imperialismo», chi sono io per lamentarmi!

Riprendo la citazione (e mi scuso per la sua lunghezza): «Quelli che si erano chiusi gli occhi di fronte ai segni inequivocabili del declino e dell’involuzione definitiva dell’URSS potevano avere una mezza attenuante, era la prima volta. Ma ora, che attenuante possono avere i difensori di un sistema che affama la popolazione e pretende di rappresentare il socialismo? […] Gli argomenti dei difensori incondizionati di Maduro sono debolissimi ma inquietanti. Se la prendono con i giornalisti superficiali che parlano alla leggera di “dittatura”, ma sorvolano sulla dimensione reale dello scontro in Venezuela. Non è su astratti problemi di architettura istituzionale che è esplosa la crisi, ma sulla fame provocata da una politica economica dissennata. A differenza di molti degli ardenti sostenitori nostrani del regime attuale, io ho seguito dall’inizio il “processo bolivariano” senza pregiudizi per l’origine militare di Chávez, anche se con qualche cautela rispetto agli entusiasmi che ritenevo eccessivi di altri compagni che stimo, ma con un appoggio indiscusso a questa e ad altre manifestazioni di quello che avevo chiamato “il risveglio dell’America Latina” (titolo di un mio libro pubblicato da Alegre nel 2007). Tuttavia non mi ero nascosto mai il carattere non socialista (ma pur sempre positivo) delle misure di nazionalizzazioni con indennizzi consistenti, col risultato che il settore privato negli anni di Chávez si era rafforzato rispetto a quello pubblico. Le scandalose cessioni di bond dell’azienda petrolifera di Stato alla Goldman Sachs dell’ultimo periodo hanno rappresentato però un salto di qualità rispetto a una politica consolidata di favori concessi per ottenere la benevolenza dei grandi petrolieri, tanto è vero che sono rimaste segrete a lungo. Ma nessuno di quelli che del Venezuela non si erano mai occupati fino a quel momento ha avuto il sospetto che l’aumento delle proteste potesse essere collegato alle privazioni inflitte alla popolazione per assicurare questi regali alla grande finanza, e per far apparire il governo un buon pagatore del debito accumulato. Privazioni che si possono quantificare: hanno ridotto i tre quarti dei salariati a sopravvivere con meno di due dollari al giorno, è cresciuta di nuovo la mortalità infantile per carenze di medicinali che non vengono più importati, dato che l’importazione di beni e servizi è scesa da 66 miliardi di dollari nel 2012 a circa un miliardo e mezzo nel 2017».

Un post di Cronache latinoamericane invita a riflettere «intorno alla figura del lavoratore venezuelano, ricattato e costretto a percorrere la via scelta dal governo per poter mantenere il proprio posto di lavoro e portare il pane a casa. Cos’è quindi la coscienza di classe, come fa a provocare processi di emancipazione quando lo statalismo e la burocrazia dettano le regole del gioco? Quali spazi per la critica ci sono dentro al socialismo venezuelano?» La mia risposta a quest’ultima domanda è: zero spazi, per mancanza di materia prima, per così dire. Come ho più volte scritto, il «socialismo venezuelano» è una pura invenzione propagandistica utile a chi vuol fregare, da “destra” o da “sinistra”, le classi subalterne. Ma il post appena citato è interessante anche perché introduce un testo di Rolando Astarita, Professore di economia dell’Università di Buenos Aires, che offre alla riflessione del lettore utili spunti critici. Astarita lancia frecce critiche soprattutto in direzione dei difensori di Maduro, i quali «sono convinti che quando si costringe un operaio di PDVSA o della metropolitana di Caracas, ad andare a votare per Maduro, si stia rafforzando la coscienza socialista della classe operaia. Inoltre alcuni pensano che in questo modo il governo venezuelano stia combattendo pericolosi lavoratori ”contro-rivoluzionari pro-imperialisti”. Per questo motivo non vedono nulla di essenzialmente criticabile in ciò che fa Maduro. Essi hanno così tanto interiorizzato i metodi burocratici che li accettano con la stessa naturalezza  con cui diciamo “oggi piove”. Non hanno imparato nulla dalle tragiche esperienze del “socialismo reale”, delle collettivizzazioni forzate, dell’unanimità conseguita sulla base di campi di concentramento e muri di Berlino. Si tratta di una sinistra alienata dal nazionalismo statalista, a cui, come sempre, piace pensare che  “l’avanguardia illuminata” detiene la ragione storica che giustifica tutto. Tutto questo con una conseguenza brutale: agli occhi di milioni di sfruttati nel mondo, il socialismo oggi si incarna in Maduro che minaccia di punire i lavoratori “riluttanti”, nel contesto di un paese devastato dalla fame e scosso da ripetute uccisioni di manifestanti oppositori». Ciò che critico della posizione di Astarita è il fatto che egli concepisce lo stalinismo non come la negazione più patente del socialismo, ma come una sua forma degenerata (burocratizzata), e in ciò forse ha un peso la lettura trotskista della «degenerazione burocratica» del potere sovietico con l’ascesa della «cricca stalinista» dopo la morte di Lenin. Ma posso sbagliarmi. Per il resto considero molto interessante il suo scritto e invito a leggerlo.

(*) Scrive Raúl Zibechi: «Al di là di quanto possano sostenere le estemporanee dichiarazioni di Donald Trump, non sono certo le precarie condizioni della democrazia né esattamente l’eredità chavista del Socialismo del XXI Secolo la maggiore preoccupazione che spinge gli Stati Uniti ad avere tanta fretta di liberarsi del governo di Nicolas Maduro. Per comprenderlo, basta dare un’occhiata al profilo della presenza strategica cinese: il Venezuela è un “socio” importante per noi, sostiene il Global Times, rivista di proprietà del Quotidiano del Popolo. Caracas riceve già quasi la metà dei rilevanti prestiti cinesi nella regione sudamericana e a Pechino sono intenzionati a mantenere una solida presenza nell’area, del tutto indipendentemente dal colore politico dei governi che si succederanno. Gli investimenti più importanti sono naturalmente quelli nel settore petrolifero e, se tutto va come deve andare, presto il mercato cinese è destinato a superare quello statunitense per l’export venezuelano. […] «“Le sommosse politiche significano rischi per gli investimenti cinesi e la Cina deve apprendere ad affrontarle. La Cina non può rinunciare alla sua presenza economica in America Latina solo per la sua instabilità politica”, afferma l’articolo del Global Times». In altri termini, se il Venezuela e gli altri Paesi dell’America Latina vogliono avvantaggiarsi dell’amichevole attenzione del Capitale cinese, essi devono tenere sotto controllo l’effervescenza sociale e politica che da sempre li caratterizza. Gli affari hanno bisogno di sicurezza e di stabilità! Riprendo la citazione: «La Cina è uno dei principali soci commerciali dei paesi della regione e ha sostituito, dal 2005 al 2016, la Banca Mondiale e la BID (Banca Interamericana di Sviluppo) come principale fonte di prestiti, con 141 miliardi di dollari rovesciati sull’America Latina e i Caraibi, secondo l’Inter-American Dialogue. Il Venezuela assorbe quasi la metà del totale dei prestiti, con 62,200 miliardi di dollari, seguito dal Brasile con 36,800 miliardi, e abbastanza più indietro l’Ecuador e l’Argentina. Gli investimenti in Venezuela ebbero un picco nel 2010 e dopo sono discesi considerevolmente, ma continuano ad occupare un posto rilevante. Il grosso è destinato ad energia, ossia a idrocarburi, ma anche alle attività minerarie e alle infrastrutture. […] Proseguendo su questa strada, la Cina finirà con il sostituire gli Stati Uniti come principale mercato del petrolio venezuelano, che è il paese che ostenta le maggiori riserve mondiali di greggio. Questa realtà, più che il “socialismo del XXI secolo”, spiega i motivi di Washington per abbattere Maduro» (Sinistrainrete).

SUL CONCETTO DI SOCIALIZZAZIONE

L’esistenza di una classe che non possiede
null’altro che la capacità di lavorare, è una
premessa necessaria del capitale (K. Marx).

La Comunità non troverà pace, armonia e
felicità fin quando non ruoterà attorno
al sole dell’individuo che non conosce
classi sociali.

 

Socializzare il Capitale non è un’ipotesi come un’altra, ma una vera e propria sciocchezza concettuale, un’assurdità dottrinaria, un ossimoro che si giustifica solo con una profonda ignoranza circa il concetto di Capitale da parte di chi dovesse sostenere il carattere rivoluzionario di quel vero e proprio pastrocchio ideologico. Vediamo, in breve, perché.

Comincio affermando senza alcun tentennamento che un abisso ideale e reale separa il concetto di socializzazione dei presupposti materiali della produzione della ricchezza sociale (mezzi di produzione, materie prime, ecc.) dai concetti di nazionalizzazione e statizzazione (1) di questi stessi presupposti – che nelle sue opere “economiche” Marx definisce «condizioni oggettive di lavoro». La tesi appena enunciata rappresenta una delle pochissime acquisizioni teoriche fondamentali che il mio poco efficiente cervello è riuscito a conservare nel suo striminzito archivio neuronale nel corso degli anni. Questa formidabile conquista teorica, che dobbiamo al geniale pensiero critico marxiano, consente, tra l’altro, di tenersi alla larga dalla vulgata che concepisce il Capitalismo di Stato (vedi Unione Sovietica, Cina maoista, ecc., ecc.) come una forma di Socialismo: il «Socialismo di Stato», appunto. È sul fondamento di quella perla marxiana, che Engels adoperò nel suo celebre Antidühring per ridicolizzare il «Socialismo di Stato» dei cosiddetti socialisti bismarckiani (2), che ha potuto prendere corpo già alla fine degli anni Venti del secolo scorso un antistalinismo squisitamente critico-rivoluzionario, il solo in grado, tra l’altro, di salvare l’innocente, ancorché ubriacone e barbuto, fanciullino di Treviri dal bagno putrido, più che sporco, dello stalinismo, la cui intima natura storico-sociale può essere compresa, sempre al modesto avviso di chi scrive, solo sulla scorta della marxiana critica dell’economia politica – la quale, è sempre bene ricordarlo, è fondamentalmente una critica dei vigenti rapporti sociali di dominio e di sfruttamento.

Naturalmente quanto appena scritto presuppone una particolare accezione del termine socializzazione; si tratta dunque di delinearne e delimitarne i contorni, cosa che proverò a fare in modo assai stringato, rimandando i lettori ai miei scritti “economici” scaricabili dal blog per maggiori approfondimenti. Inizio a farlo anticipando il risultato a cui perverrò: il concetto di socializzazione ha come sua diretta e necessaria antitesi storica e sociale quello di monopolio, il quale a sua volta corrisponde nel modo più stringente al concetto stesso di Capitale. Vediamo per quali impervie strade giungo a questa conclusione.

Leggo sul dizionario del Corriere della Sera alla voce Socializzazione (nell’accezione economica del termine): «Rendere sociali o statali i mezzi di produzione o ciò che è privato, ad esempio le banche». La citazione vuole semplicemente mostrare quanta confusione si faccia intorno ai concetti qui richiamati: rendere sociali equivarrebbe a rendere statali «i mezzi di produzione o ciò che è privato». Intanto, in che senso è corretto in regime capitalistico parlare di “privato” e di “sociale”? Fino a che punto regge l’antitesi, così familiare per il pensiero comune, privato-sociale?

Soprattutto contro Proudhon e il «socialismo piccolo-borghese» Marx dimostrò al di là d’ogni ragionevole dubbio come il Capitale avesse dato corpo a una prassi economica eminentemente sociale, e come il Capitalismo fosse anzi il primo modo di produzione veramente sociale della storia. Questa concezione “sociale” dell’economia capitalistica gli consentì tra l’altro di scoprire quel profitto sociale medio che gli diede la possibilità di risolvere molte delle “incongruenze” dottrinarie che riscontrò nei pur geniali studi economici di Adam Smith e David Ricardo. Qui è solo il caso di accennare per titoli ai problemi circa lo scostamento del valore dal prezzo di produzione e alla distinzione tra plusvalore e profitto la cui soluzione ancora oggi permette di dar conto della reale dinamica capitalistica (3). Insomma, se guardato dal punto di vista strettamente – e superficialmente – economico, quello capitalistico è un modo di produzione pienamente socializzato, e questo carattere si estrinseca come dominio totalitario e mondiale dei rapporti sociali capitalistici sugli aspetti fondamentali della vita degli individui, tutti a diverso titolo assoggettati alla bronzea legge del profitto.

Non va poi dimenticato che lo stesso Fascismo volle civettare (4), a fine corsa e nel ridotto della Repubblica Sociale, con il termine socializzazione, dichiarando appunto la necessità di una «socializzazione fascista» dell’economia distrutta dalla guerra, e non è certo una bizzarria del destino se tra i massimi teorici di una simile “socializzazione” incontriamo l’ex militante del PC d’Italia Nicola Bombacci, a dimostrazione di un’intima vicinanza tra gli statalisti di “sinistra” (come quelli che alla fine degli anni venti saltarono sul carro del Fascismo trionfante), e quelli di “destra” (come quelli che dopo il’43 abbandonarono in fretta e furia Mussolini al suo tragico destino  per avvicinarsi al cavallo statalista allora vincente: Palmiro Togliatti). È noto come la «socializzazione fascista» non andasse oltre un’economia statalista e corporativistica del tipo di quella un tempo auspicata dalla cosiddetta sinistra fascista. Come sempre bisogna diffidare delle parole che si usano, e concentrarsi piuttosto sui concetti e sulla prassi a cui quelle parole sono appiccicate il più delle volte in modo del tutto arbitrario, tale da occultare la cosa che si cela dietro il nome.

A differenza di Stalin e dello stesso Trotsky (che non a caso rimase invischiato nella controrivoluzionaria teoria del Socialismo in un solo Paese, peraltro da egli stesso coraggiosamente combattuta sul piano politico), Lenin non attribuì mai un carattere economicamente socialista al monopolio statale delle imprese industriali sotto il regime della dittatura sovietica, preferendo adoperare il concetto che meglio corrispondeva alla cosa, quello di Capitalismo di Stato. Nelle condizioni storico-sociali della Russia sovietica, arretrata economicamente e devastata da anni di guerra imperialista e guerra civile, il passaggio al Capitalismo di Stato appariva agli occhi di Lenin un gigantesco passo in direzione del Socialismo. Nell’immediato si trattava, non di una transizione dal Capitalismo al Socialismo, come poi, a Lenin morto e imbalsamato (poverino!), diranno i teorici dello stalinismo, bensì di una transizione da un’economia capitalisticamente arretrata (Lenin parlava anche di «capitalismo piccolo-borghese») e ancora fortemente legata a modi di produzione precapitalistici (soprattutto nella sterminata campagna russa) a un moderno Capitalismo tanto nel settore industriale quanto in quello agricolo. Il leader bolscevico pensava al modello industriale tedesco e al modello agricolo statunitense, ossia al “miglior” Capitalismo dei suoi tempi.  «Il contadino, dopo aver pagato l’imposta in natura, ha il diritto di scambiare liberamente quel che gli rimane del suo grano. Questa libertà di scambio significa libertà per il capitalismo. Noi lo diciamo francamente e lo sottolineiamo. Non lo nascondiamo affatto. Le nostre cose andrebbero male se pensassimo di nasconderlo. Libertà di commercio significa libertà per il capitalismo, ma significa al tempo stesso una nuova forma di capitalismo. Vale a dire che noi, in una certa misura, ricreiamo il capitalismo. E lo facciamo del tutto apertamente. Si tratta del capitalismo di Stato. Ma capitalismo di Stato in una società in cui il potere appartiene al capitale, e capitalismo di Stato in uno Stato proletario sono due concetti diversi. In uno Stato capitalistico, capitalismo di Stato significa capitalismo riconosciuto e controllato dallo Stato a vantaggio della borghesia e contro il proletariato. Nello Stato proletario, vien fatta la stessa cosa a vantaggio della classe operaia e allo scopo di resistere alla borghesia ancora forte e di lottare contro di essa. È ovvio che dovremo cedere molte cose alla borghesia e al capitale straniero» (5).

Alla fine, Lenin, il suo partito e i Soviet dovranno cedere al rapporto sociale capitalistico non soltanto «molte cose», ma l’intera esperienza rivoluzionaria.

Per capire quanto fosse aleatorio parlare di socialismo e di comunismo nella Russia rivoluzionaria, lo dimostrò sempre Lenin, il quale alla fine della guerra civile e alla vigilia del varo della Nuova Politica Economica, invitò i suoi compagni a smetterla di pensare al cosiddetto Comunismo di Guerra nei termini di un’epoca d’oro della rivoluzione, perché di comunista durante la guerra civile c’era stata solo (si fa per dire!) la volontà politica del Bolscevismo di combattere con tutti i mezzi necessari la controrivoluzione interna e internazionale, mentre sul terreno economico-sociale la Russia di quegli anni non aveva prodotto nulla che andasse oltre un’economia di guerra. «Abbiamo parlato così tanto di comunismo di guerra che alla fine ci siamo convinti che si trattasse davvero di comunismo, che davvero stessimo saltando la fase capitalistica del nostro sviluppo, come avevano auspicato le teorie populiste un tempo da noi stessi derise, mentre si trattava di organizzare la resistenza a una catastrofe economico-sociale di spaventose proporzioni»: questa, in estrema ma non penso infondata sintesi, l’autocritica proposta da Lenin alla fine del 1920. Nell’opuscolo del maggio 1921 Sull’imposta in natura, Lenin cita i passi contenuti in un opuscolo del PCR del 1918: «Nessun comunista ha neppure negato, a quanto pare, che l’espressione “repubblica socialista sovietica” significa che il potere dei soviet è deciso a realizzare il passaggio al socialismo, ma non significa affatto che riconosca come socialisti i nuovi ordinamenti economici (6).

È pur vero che non sempre Lenin tenne fede alla sua proverbiale chiarezza cristallina, e che qualche volte annoverò anche un supposto «socialismo», peraltro largamente minoritario, fra «i diversi tipi economico-sociali» allora presenti in Russia: «1) l’economia patriarcale, cioè in larga misura naturale e contadina, 2) la piccola produzione mercantile, (che comprende la maggioranza dei contadini che vendono il grano), 3) il capitalismo privato, 4) il capitalismo di Stato, 5) il socialismo» (7); ma a mio avviso sarebbe profondamente ingiusto, oltre che storicamente infondato, fare di lui il precursore del Socialismo in un solo Paese. Senza contare che mentre io scrivo dalla comoda posizione dello “storico”, avendo sotto i miei occhi l’intero quadro degli eventi e potendo avvantaggiarmi anche degli errori teorici e politici altrui, Lenin agiva e faceva la storia in un ambiente sociale altamente complesso e contraddittorio. Personalmente non mi sento di rinfacciare a Lenin gli errori che certamente commise (a cominciare dal suo pessimo rapporto con la sinistra comunista europea) e le illusioni (che a lui apparivano come fondate speranze) che certamente coltivò. Ovviamente questo non ha nulla a che vedere con una doverosa critica delle posizioni leniniane, che io stesso esercito senza remora alcuna nei limiti delle mie capacità. Su tutte queste cose rifletto in diversi scritti, ad esempio ne Lo scoglio e il mare e nel Grande Azzardo.

Rileggendo i testi marxiani che trattano il «fissarsi del sovraprofitto in rendita fondiaria», mi sono imbattuto in una serie di passi che, a mio avviso, illustrano molto bene l’abisso concettuale e reale di cui parlavo all’inizio. Riporto solo alcuni brani, i quali sebbene considerino un aspetto specifico della “problematica” capitalistica (la genesi della rendita fondiaria, la differenza tra produzione agricola stricto sensu e produzione industria, ecc.) hanno un significato teorico generale perché rinviano al cuore della teoria marxiana del plusvalore. Qui è sufficiente osservare che Marx concepisce la terra (e ogni risorsa a essa direttamente connessa: acqua, cascate, miniere, cave, ecc.) come un «essenzialissimo mezzo di produzione» e che egli considera altresì la rendita fondiaria (e ogni genere di rendita) come si configura in regime capitalistico «una forma particolare, caratteristica del plusvalore», o, ancora più precisamente, come quella aliquota di plusvalore che i proprietari terrieri intascano solo perché vantano nei confronti dell’affittuario capitalista un titolo di proprietà sulla terra che quest’ultimo adopera appunto come un mezzo di produzione. La terra non produce alcunché in termini di valore, mentre è il lavoro umano il solo “fattore produttivo” che conserva la ricchezza già prodotta nello stesso momento in cui  ne crea di nuova.

Scrive Marx: «Così come soltanto il monopolio del capitale permette al capitalista di estorcere pluslavoro all’operaio, il monopolio della proprietà fondiaria permette ai proprietari fondiari di estorcere al capitalista la parte del pluslavoro che formerebbe un costante sovraprofitto» (8). Non essendo questa la sede per approfondire la teoria marxiana della rendita fondiaria, la frase che qui ci interessa valutare è la seguente: «soltanto il monopolio del capitale permette al capitalista di estorcere pluslavoro all’operaio». In che senso qui Marx parla di monopolio? In un senso storico-sociale ben preciso, ben spiegato dai passi che seguono: «Questa concezione [del monopolio] si adatta più o meno, mutatis mutandis, a tutti i modi di produzione in cui gli operai e i possessori delle condizioni oggettive di lavoro formano classi differenti» (p. 263). Da un lato ci sono gli agenti del Capitale (o capitalisti), i quali detengono le «condizioni oggettive di lavoro», ossia i fattori materiali della produzione: macchine, materie prime e così via; dall’altra ci sono i lavoratori salariati, i quali hanno la sventura di possedere solo la capacità lavorativa che vendono agli agenti del Capitale in cambio appunto di salario. «Il modo capitalistico di produzione capitalistico presuppone in generale che i lavoratori siano espropriati delle condizioni di lavoro» (9); «Il capitale presuppone dunque il lavoro salariato, il lavoro salariato presuppone il capitale. Essi si condizionano a vicenda; essi si generano a vicenda» (10). Essi cadranno, se cadranno, insieme, essendo le due facce di una stessa medaglia, due modi di essere dello stesso rapporto sociale, sintetizzato nel concetto di Capitale, che io di solito scrivo con la “c” maiuscola proprio per sottolinearne il carattere sociale e la dimensione mostruosa – da Moloch – sotto molteplici aspetti.

Appare dunque evidente come il concetto di monopolio qui illustrato abbia un valore storico-sociale generale che non ha nulla a che fare con quello meramente giuridico-economico di cui tratta la scienza sociale borghese. Infatti, ogni regime sociale che conosce la divisione classista degli individui si fonda sul dualismo appena individuato: a un polo troviamo sempre, anche nelle epoche precapitalistiche, il monopolio delle condizioni oggettive del lavoro, che garantisce il monopolio nel possesso dei prodotti del lavoro; al lato opposto troviamo i nullatenenti, ossia coloro che possiedono solo capacità lavorativa da mettere al servizio di un padrone (uno Stato, un Faraone, un monarca, un privato), obtorto collo, pena il morir di fame, né più, né meno. In questo senso preciso il regime salariale non è qualitativamente diverso dal sistema schiavistico, da quello servile o da quello corporativo: in tutti questi sistemi, infatti, chi non ha la fortuna di possedere i fattori materiali della produzione è costretto a vendere la propria capacità lavorativa, cosa che determina la sua intera esistenza. Lo stesso salario intascato dal moderno lavoratore non fa che confermarlo come tale, ossia come mero venditore di capacità lavorativa, e difatti produrre merci (“beni e servizi”) presuppone e pone sempre di nuovo i peculiari rapporti di dominazione di questa epoca storica. Il moderno lavoratore salariato non è schiavo o servo di un signore particolare, come avveniva per gli sfruttati nelle società precapitalistiche; egli conosce un solo Signore: il Capitale, e in quanto “libero cittadino” è sottoposto alle leggi emanate da quello Stato che si erge sopra gli individui come feroce cane da guardia dei vigenti rapporti sociali. È dentro i confini tracciati da questi rapporti sociali che si dispiega la nostra cosiddetta libertà, che difatti non ha nulla a che fare con un’autentica libertà, impossibile in una dimensione classista. Ma non allarghiamo troppo lo spettro tematico!

Ancora Marx: «Ricardo parte dalla bipartizione fra capitalista e operaio salariato e non fa entrare che più tardi il rentier fondiario come una speciale superfetazione, e ciò corrisponde perfettamente al punto di vista della produzione capitalistica. Lavoro oggettivato e lavoro vivo sono i due fattori, sulla cui contrapposizione si basa la produzione capitalistica. Capitalista e operaio salariato sono gli unici funzionari e fattori della produzione, la cui relazione e il cui contrapporsi scaturisce dall’essenza stessa del modo di produzione capitalistico. […] La produzione, come osserva James Mill, potrebbe continuare indisturbata anche se il rentier fondiario sparisse e al suo posto subentrasse lo Stato. Egli – il proprietario fondiario privato – non è un agente produttivo necessario per la produzione capitalistica, benché per questa sia necessario che la proprietà fondiaria appartenga a qualcuno, purché non sia l’operaio, per esempio allo Stato» (pp. 266-277). Analogamente, sul fondamento dei rapporti sociali capitalistici la produzione potrebbe continuare indisturbata se scomparisse il funzionario privato del Capitale, ossia il singolo capitalista che si confronta con la moltitudine dei capitalisti, e al suo posto subentrasse l’agente collettivo di esso, per esempio lo Stato. Come abbiamo visto, già Engels parlava dello «Stato capitalista [come] l’ideale capitalista complessivo».

Ciò che è essenziale, ai fini della continuità dello status quo sociale, è che i produttori diretti, cioè a dire i lavoratori salariati, siano tenuti lontani dal possesso «delle condizioni oggettive della produzione»: il Capitalismo si risolve in questa semplice condizione. Non importa se il plusvalore – o pluslavoro – venga «predato», «smunto», «estorto», «scroccato» ai lavoratori da molti capitalisti o da un solo capitalista (lo Stato, nel nostro esempio): ciò che conta, e che realizza la «differentia specifica» del modo di produzione capitalistico, è che i presupposti materiali della produzione non appartengano a chi li adopera per conto del Capitale, il quale evaporerebbe come un vampiro sottoposto ai raggi del sole se gli strumenti di lavoro, le materie prime e quant’altro fossero nella piena e libera disponibilità di tutti gli individui appartenenti alla Comunità. Qui appare chiarissimo come il Capitale non sia una categoria economica “oggettiva”, che si possa usare in un senso (capitalistico) o nel senso opposto (socialistico), come sosteneva ad esempio lo stalinismo internazionale, peraltro rimasticando la dottrina economica borghese fatta a pezzi da Marx; ma come esso sia in primo luogo, in radice e come già accennato, un rapporto sociale fra uomini divisi in classi sociali. È questo rapporto che fa di un robot industriale capitale, di una materia prima capitale, della stessa capacità lavorativa capitale – quel «capitale umano» esaltato dai politici e dagli intellettuali di “destra” e di “sinistra” come se fosse la cosa più bella e umana del mondo, mentre esso attesta nel modo più brutale la realtà della disumana condizione che ci tocca vivere. «È il capitale che impiega il lavoro. Già questo rapporto, nella sua semplicità, è personificazione delle cose e reificazione delle persone» (11). Come si vede, la natura economica del Capitale si può comprendere nella sua essenza solo partendo dalla sua natura storico-sociale, capendo cioè che dietro le macchine, le materie prime, le merci e i beni prodotti insistono delle relazioni fra gli uomini che danno anche un senso economico alle attività che generano la ricchezza sociale nella sua espressione fenomenologica di “beni e servizi”.  Checché ne dica il volgare materialismo della scienza economica borghese, abituata a ragionare in termini di input e output, di risorse materiali (tecnologie, materie prime, “capitale umano”) e finanziarie che si spostano vorticosamente da un punto all’atro della ciclopica sfera economica, il corpo dell’economia può essere compreso nella sua autentica essenza e nella sua complessa e contraddittoria dinamica solo a partire dalla sua anima sociale. Per questo accusare Marx di determinismo economico è semplicemente ridicolo, e semmai si potrebbe accusarlo di «eccesso di hegelismo», come in effetti hanno fatto non pochi suoi epigoni, o sedicenti tali (12), e i soliti detrattori, spiazzati dalla profondità dialettica del pensiero marxiano.

Ma chi detiene nelle proprie mani il monopolio della produzione detiene anche e necessariamente – e del tutto legittimamente sul piano storico – il monopolio della distribuzione, che giustamente Marx concepiva come un momento della stessa produzione della ricchezza sociale. La “bizzarra” idea di poter autonomizzare i rapporti di distribuzione dai rapporti di produzione su cui essi si fondano, per rendere “umanamente sostenibile” il Capitalismo, è tipica dei riformatori sociali, le cui chimeriche illusioni fanno impallidire ogni più sfrenata utopia di stampo “marxista”. Come scrive Marx, «La distribuzione degli oggetti di consumo è ogni volta soltanto conseguenza della distribuzione delle condizioni stesse di produzione» (13).

Chi non ha il possesso dei fattori oggettivi del lavoro non ha nemmeno il possesso dei prodotti del lavoro, e per accedere a una parte della ricchezza prodotta il nullatenente si vede costretto a lavorare “sotto padrone” per ricevere in cambio la forma più astratta – e più potente – di ricchezza, il denaro, il quale nelle sue mani non si trasformerà mai in capitale, ossia in denaro investito in vista di una qualsiasi attività imprenditoriale. Il salario-denaro consente al produttore diretto della ricchezza sociale di accedere a una minima parte, relativamente sempre più piccola se confrontata alla crescente produttività del suo lavoro, di quella ricchezza. Di qui, il concetto marxiano, ridicolmente frainteso soprattutto dal socialismo riformista, di miseria crescente.

Come racconta Marx nel suggestivo capitolo 24 del primo libro del Capitale (La cosiddetta accumulazione originaria), il punto di partenza dello svolgimento storico-sociale che porta alla moderna società borghese non è rappresentato dal denaro, dalla sua rivoluzionaria immissione in un ambiente economico altrimenti destinato a rimanere inchiodato a secolari prassi e tradizioni, ma dall’allontanamento violento (anche con l’ausilio del diritto borghese) dei produttori immediati (contadini e artigiani, in primis) dalla proprietà dei presupposti oggettivi della loro produzione e, dunque, dalla proprietà del loro prodotto: questa doppia proprietà, che realizza i nuovi rapporti sociali borghesi, si concentra nelle mani dei capitalisti.  In questo contesto il lavoro salariato si trova in una condizione di totale soggezione nei confronti del Capitale, in una condizione sociale di pura alienazione: gli strumenti di lavoro, la materia prima lavorata e il prodotto del lavoro si ergono come potenze estranee e ostili a chi lavora. Il lavoratore come oggetto della produzione; il Capitale come soggetto della produzione: un mondo invertito che oggi più di ieri genera irrazionalità d’ogni genere e continui mal di testa esistenziali, se così posso esprimermi.

Produrre per gli uomini non significa semplicemente manipolare prodotti naturali o artificiali in vista di un bene o di un servizio; produrre significa innanzitutto entrare «in relazioni e rapporti determinati gli uni con gli altri, e soltanto all’interno di queste relazioni e di questi rapporti sociali ha luogo il loro rapporto con la natura, ha luogo la produzione» (14). Sono queste relazioni e questi rapporti che determinano anche il modo di produrre (ad esempio, un modo rispettoso degli uomini e della natura, come non accade nel Capitalismo) e per molti e fondamentali aspetti anche il cosa produrre – ad esempio, soddisfare pienamente bisogni coltivati in un ambiente sociale umano, mentre oggi ciò che “fa premio” su ogni altro aspetto è il bisogno del Capitale di allargare continuamente il mercato dei bisogni in vista del profitto. Beninteso, non si tratta di contrapporre i supposti bisogni naturali ai cosiddetti bisogni artificiali, secondo una concezione ingenua e infantile della prassi sociale: i bisogni degli individui sono sempre, in larghissima parte, socialmente e storicamente determinati; si tratta piuttosto, per chi si pone il problema del superamento di questa società, di umanizzare l’intera esistenza degli individui, cosa che postula in modo assoluto il superamento della divisione classista degli individui: dove esistono le classi sociali non può esistere l’uomo in quanto uomo. Qui rinvio a due miei modesti contributi: Eutanasia del Dominio e La Comunità umana come opera d’arte.

Il monopolio di cui parla Marx è insomma il Capitale stesso, il cui concetto e la cui prassi sono profondamente radicati nel dualismo sociale menzionato sopra. Come si vede, e come già detto, qui siamo lontanissimi dal concetto di monopolio come viene fuori dall’economia politica e dal diritto borghese, concetto che rinvia alla distinzione tra economia concorrenziale ed economia monopolistica (15).

E se la scena economico-sociale vedesse protagonista solo lo Stato come agente unico del Capitale, cosa cambierebbe in termini storici e sociali? Lo abbiamo visto: per Marx, e assai più modestamente (c’è bisogno di precisarlo?) per chi scrive, assolutamente nulla. Ma repetita – forse – iuvant! E quindi diamo nuovamente la parola a Marx: «Il capitalista è il funzionario non solo necessario, ma dominante della produzione. Invece il proprietario fondiario è, in questo sistema di produzione, del tutto superfluo. Ciò che è necessario, è che la terra non sia proprietà comune, che essa si contrapponga alla classe lavoratrice come mezzo di produzione che non le appartiene, e questo scopo è completamente raggiunto quando essa diventa proprietà statale, e quindi lo Stato percepisce la rendita fondiaria. […] Il borghese radicale, che segretamente vagheggia la soppressione di tutte le altre imposte, arriva quindi teoreticamente alla negazione della proprietà fondiaria privata, di cui egli vorrebbe fare, sotto la forma di proprietà statale, la proprietà comune della classe borghese, del capitale» (16). Lo statalista radicale invece «segretamente vagheggia» la soppressione della proprietà privata capitalistica delle attività che producono “beni e servizi”, dimodoché l’intero plusvalore (oggi frantumato in varie rubriche dalla dialettica economica: profitto, rendita, interesse, ecc.) possa affluire interamente al Padrone Unico.

«Se lo Stato espropriasse la proprietà fondiaria, mantenendo la produzione capitalistica, la rendita sarebbe pagata allo Stato, ma la rendita in se stessa rimarrebbe. Se la proprietà fondiaria divenisse proprietà del popolo, cesserebbe di esistere in generale la base della produzione capitalistica, il fondamento su cui è basato il realizzarsi dell’indipendenza delle condizioni di lavoro rispetto all’operaio» (p. 249). Per evitare ogni fraintendimento “populista”dei passi marxiani, è appena il caso di ricordare che con «popolo» Marx intende il popolo lavoratore, la moltitudine dei lavoratori salariati, e non un’astratta entità interclassista che ricomprenda tutte le classi della società (o magari solo quelle impegnate nella cosiddetta “economia reale”), secondo il concetto borghese di popolo che da sempre hanno in testa i “populisti”. Che significato dà Marx al concetto di proprietà?  È presto detto: «La proprietà nella sua forma attuale si muove entro l’antagonismo fra capitale e lavoro salariato» (17).

La natura giuridica della proprietà (privata, pubblica, “mista”, azionaria, cooperativistica, ecc.) non ci dice nulla circa la sostanza sociale della proprietà capitalistica, la quale si configura in primo luogo come un peculiare rapporto sociale di dominio e di sfruttamento. Per mutuare i citati passi marxiani, se lo Stato espropriasse la proprietà privata delle imprese (industriali, commerciali, finanziarie e d’altro genere), mantenendo la produzione capitalistica, il profitto andrebbe allo Stato, ma il profitto in se stesso rimarrebbe, e dove c’è profitto deve necessariamente esservi un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento.

«Anzitutto, se la terra fosse a libera disposizione di tutti, mancherebbe uno degli elementi principali alla formazione del capitale. Questo essenzialissimo mezzo di produzione, il solo mezzo di produzione originale, oltre all’uomo e al suo lavoro stesso, non potrebbe essere né alienato né appropriato, e quindi non potrebbe contrapporsi al lavoratore come proprietà altrui e fare di lui un operaio salariato. La produttività del lavoro nel senso ricardiano, cioè nel senso capitalistico (18), il “produrre” di un lavoro altrui non pagato (19) diventerebbe allora impossibile. Sarebbe la fine della produzione capitalistica» (20).  Vade retro, socializzazione! Abolire il monopolio delle condizioni oggettive della produzione significa abolire il Capitalismo in ogni sua possibile configurazione economica.

Socializzare la produzione e la distribuzione dei valori d’uso (o beni) di cui i singoli individui e la Comunità considerata nel suo insieme necessitano, non significa, almeno per come la vedo io, che quella vitale prassi dovrà essere affidata alla direzione e al controllo dello Stato, fosse anche lo Stato (o come si vorrà chiamarlo) che le classi subalterne vorranno darsi per scardinare definitivamente la resistenza delle vecchie classi dominanti e incominciare la (per molti mitica) transizione dal Capitalismo alla Comunità umana; significa piuttosto che sarà l’intera compagine sociale che dovrà farsi carico della produzione e della distribuzione di quanto occorre alla vita degli individui e della comunità. Nessun centro di potere autonomo potrà surrogare questa fondamentale prassi, senza la quale l’umanità cadrebbe in qualche nuova forma di dominazione, fosse pure solo di natura “tecnica” ed esercitata da soggetti “umanamente ben disposti”. So bene che la cosa appare inconcepibile ai nostri miopi occhi, ma occorre considerare il fatto altamente “materialistico” che sulle nostre spalle pesano millenni di dominio, millenni di abitudine a delegare (divisione intellettuale del lavoro), millenni di sudditanza politica, ideologica e psicologica. Qui non è di noi che si parla, ma di una possibile umanità futura, quella che probabilmente troverà altrettanto incomprensibile (per non dire altro) il nostro modo di fare e di pensare.

Ciò che a noi compete, credo, è cogliere la natura oggettiva, storicamente fondata e perciò stesso realistica della socializzazione come ho cercato di tratteggiarla, e per questa via immaginare soluzioni politiche rivoluzionarie coerenti con il quadro teorico qui appunto solo schizzato, con l’unico obiettivo di mantenere vivo l’interesse, a cominciare da quello di chi scrive, per una questione a dir poco fondamentale, la quale invita il pensiero a pensare il presente in modo meno scontato e certamente meno in armonia con ciò che passa il convento. Prima di mettere un bel punto, sperando di poter riprendere al più presto la fondamentale “problematica” qui solo sfiorata, desidero esternare la seguente convinzione: nella sua eccezionale possibilità il processo sociale di transizione da un’economia fondata sul profitto, con ciò che necessariamente ne segue su tutti i piani della prassi sociale (da quello politico-istituzionale a quello psicologico), a un’economia (o come si converrà chiamarla) fondata sui bisogni (umani nell’accezione più profonda e “filosofica” del termine) oggi appare assai diverso (molto meno problematico e assai più rapido) da come si mostrava agli occhi di un Marx o di un Lenin – del Lenin alle prese con la Russia capitalisticamente arretrata del suo tempo. Mentre l’abbattimento rivoluzionario (non riesco a immaginare “abbattimenti” d’altro genere, salvo catastrofi naturali o “artificiali”) del Capitalismo mi appare tremendamente più difficile da come probabilmente la cosa si prospettava alla coscienza dei due rivoluzionari appena citati (e ciò, a quasi un secolo e mezzo dalla Comune di Parigi e a un secolo dalla Rivoluzione d’Ottobre, credo che abbia un qualche fondamento storico e non sia solo il frutto del mio congenito pessimismo), la transizione (21) mi appare all’opposto, e in grazia di quello stesso sviluppo capitalistico che ha reso così mostruoso l’edificio capitalistico, un’impresa sempre più “fattibile”, sempre più alla portata di un’umanità oggi instupidita dalla potenza ipnotica del Capitale.

(1) Concetti che si equivalgono dal punto di vista squisitamente sociale, rinviando entrambi al dominio capitalistico sulla società. «Si ha la nazionalizzazione delle imprese, non soltanto quando si attua la gestione provvisoria da parte dello stato di determinate aziende di interesse collettivo, in specie per fini bellici, ma soprattutto quando si compie il passaggio di proprietà di determinati mezzi di produzione dai privati alla collettività; una sottospecie è la municipalizzazione, ove la proprietà e la gestione delle aziende spettano ad una collettività più ristretta: quella comunale. Si ha la statizzazione quando il potere di gestione delle aziende nazionalizzate è attribuito direttamente allo Stato, cioè quando sono accentrate nelle mani dell’organo statale non soltanto la proprietà dei mezzi di produzione, ma anche la gestione delle aziende» (A. Anselmi, Enciclopedia italiana Treccani, Appendice, 1949).
(2) «Recentemente, da che Bismarck si è gettato alla statizzazione, si è presentato un certo falso socialismo, il quale ogni monopolio, anche quello di Bismarck, dichiaro senz’altro socialista. … Lo Stato moderno, quale che sia la sua forma, è una macchina essenzialmente capitalistica, lo Stato capitalista, l’ideale capitalista complessivo. Quanto più si appropria di forze produttive tanto più esso diventa realmente il capitalista generale, tanto più sfrutta i cittadini. I lavoratori restano operai salariati, proletari. La categoria del capitale non è abolita, ma è spinta al contrario al più alto grado» (F. Engels, La scienza sovvertita dal signor Eugenio Dühring, pp. 237-238, Avanti Edizioni, 19250).
(3) «Al prezzo di costo [C + V] di una merce viene aggiunto non il plusvalore che essa contiene, ma il profitto medio» (K. Marx, Il Capitale, III. p. 253). Sul fondamentale concetto di profitto medio, o «saggio generale del profitto», che tiene conto della produttività del lavoro colto nella sua dimensione sociale, si basa la marxiana trasformazione del valore della singola merce (C + V + pv) nel suo prezzo di produzione. In effetti, è nel mercato che si mostra il carattere pienamente sociale del Capitale, perché in esso hanno modo di confrontarsi tutti i singoli («individuali») capitali, ossia le concrete condizioni produttive (base tecnologica, produttività del lavoro ecc.) delle imprese che concorrono alla spartizione del plusvalore sociale. La concorrenza ripartisce tra i capitali la massa del plusvalore sociale (che ha una dimensione mondiale) secondo la loro grandezza e secondo la loro composizione organica, la quale determina in ultima analisi il grado di produttività del lavoro sfruttato in ogni singola impresa.
(4) Il 20 giugno 1944, ossia appena quattro mesi dopo il Decreto Legislativo del 12 febbraio emanato dalla Repubblica Sociale Italiana che rendeva operativa la «socializzazione» delle grandi imprese, il dirigente della federazione fascista degli impiegati del commercio, Anselmo Vaccari, in un rapporto diretto a Mussolini confessò che «I lavoratori considerano la socializzazione come uno specchio per le allodole, e si tengono lontano da noi e dallo specchio. Le masse ripudiano di ricevere alcunché da noi» (Rapporto Vaccari al Duce, cit. tratta da S. Peli, Storia della Resistenza in Italia, p. 69, Einaudi, 2006). Diciamo pure che c’è un limite a tutto, anche alla demagogia fascista, soprattutto se l’ex Duce degli italiani faceva pena in primo luogo a sé medesimo, come attesta peraltro l’istruttivo carteggio Mussolini-Petacci.
(5) Lenin, Rapporto sulla tattica del PCR, Opere, XXXII, pp. 465-466, Editori riuniti, 1967.
(6) Lenin, Sull’imposta in natura, Opere, XXXII, p. 310.
(7) Ivi.
(8) K. Marx, Storia delle teorie economiche, II, p. 238, Einaudi, 1955.
(9)K. Marx, Il Capitale, III, p. 713, Editori Riuniti, 1980.
(10) K. Marx, Lavoro salariato e capitale 59, Newton, 1978.
(11) K. Marx, Il capitale, libro primo, capitolo VI inedito, p. 82, Newton, 1976.
(12) Quando il socialdemocratico Eduard Bernstein, alla fine del XIX secolo, insinuò il velenoso sospetto che la dialettica esibita da Marx nel Capitale non fosse che un cattivo lascito della «fase hegeliana» del presunto maestro, egli affermò un punto di vista assai condiviso presso la gran parte degli intellettuali e dei dirigenti socialdemocratici.
(13) K. Marx, Critica del programma di Gotha, p. 43, Savelli, 1975.
(14) K. Marx, Lavoro salariato e capitale, p. 54.
(15) «Il monopolio è una forma di mercato non concorrenziale in cui un’unica impresa controlla l’offerta di un bene/servizio, mentre la domanda è suddivisa tra molteplici soggetti acquirenti. In un settore monopolistico esiste un’unica impresa che vende un determinato prodotto e non esistono beni sostituti. L’impresa monopolista è l’unico offerente del prodotto. L’ingresso nel mercato da parte di altre imprese è ostacolato dalla presenza di barriere tecnologiche, legali o naturali. A differenza delle imprese concorrenziali, l’impresa monopolistica è in grado di controllare sia il prezzo di vendita che la quantità offerta» (http://www.okpedia.it/monopolio).
(16) K. Marx, Storia delle teorie economiche, II, p. 192.
(17) K. Marx, F. Engels, Il Manifesto del partito comunista, p. 149, Einaudi, 1974.
(18) «Il senso capitalistico della parola produttivo: produttivo di plusvalore [non di prodotto]» (K. Marx, Storia delle teorie economiche, II, p. 257.
(19) Qui Marx allude al pluslavoro, fondamento oggettivo del plusvalore, ossia alla parte non retribuita della giornata lavorativa, la quale secondo Marx si compone di due parti distinte: quella retribuita con salario (ad esempio, 4 ore) e quella non pagata (ad esempio, 4 ore). Quest’ultima parte dà luogo alla filiera di valore che segue: pluslavoro → plusprodotto → plusvalore. Il profitto, a sua volta, è la parte di plusvalore che viene realizzato attraverso la vendita della merce al suo prezzo di produzione. «Il plusvalore non è altro che lavoro non pagato; il profitto medio o normale non è altro che il quantum di lavoro non pagato realizzato in media da ogni capitale di grandezza di valore data» (K. Marx, Storia delle teorie economiche, II, p.187).
(20) Ibidem, p. 191.
(21) Tratteggiata a grandi linee da Marx nella superba Critica del programma di Gotha del 1875 ed elaborata da Lenin nel suo celebre Stato e Rivoluzione del 1917. «Tra la società capitalistica e la società comunista vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell’una nell’altra. Ad esso corrisponde anche un periodo politico di transizione, il cui Stato non può essere che la “dittatura rivoluzionaria del proletariato”» (K. Marx, Critica del programma di Gotha, pp. 52-53).