SUL CONCETTO DI SOCIALIZZAZIONE

L’esistenza di una classe che non possiede
null’altro che la capacità di lavorare, è una
premessa necessaria del capitale (K. Marx).

La Comunità non troverà pace, armonia e
felicità fin quando non ruoterà attorno
al sole dell’individuo che non conosce
classi sociali.

 

Socializzare il Capitale non è un’ipotesi come un’altra, ma una vera e propria sciocchezza concettuale, un’assurdità dottrinaria, un ossimoro che si giustifica solo con una profonda ignoranza circa il concetto di Capitale da parte di chi dovesse sostenere il carattere rivoluzionario di quel vero e proprio pastrocchio ideologico. Vediamo, in breve, perché.

Comincio affermando senza alcun tentennamento che un abisso ideale e reale separa il concetto di socializzazione dei presupposti materiali della produzione della ricchezza sociale (mezzi di produzione, materie prime, ecc.) dai concetti di nazionalizzazione e statizzazione (1) di questi stessi presupposti – che nelle sue opere “economiche” Marx definisce «condizioni oggettive di lavoro». La tesi appena enunciata rappresenta una delle pochissime acquisizioni teoriche fondamentali che il mio poco efficiente cervello è riuscito a conservare nel suo striminzito archivio neuronale nel corso degli anni. Questa formidabile conquista teorica, che dobbiamo al geniale pensiero critico marxiano, consente, tra l’altro, di tenersi alla larga dalla vulgata che concepisce il Capitalismo di Stato (vedi Unione Sovietica, Cina maoista, ecc., ecc.) come una forma di Socialismo: il «Socialismo di Stato», appunto. È sul fondamento di quella perla marxiana, che Engels adoperò nel suo celebre Antidühring per ridicolizzare il «Socialismo di Stato» dei cosiddetti socialisti bismarckiani (2), che ha potuto prendere corpo già alla fine degli anni Venti del secolo scorso un antistalinismo squisitamente critico-rivoluzionario, il solo in grado, tra l’altro, di salvare l’innocente, ancorché ubriacone e barbuto, fanciullino di Treviri dal bagno putrido, più che sporco, dello stalinismo, la cui intima natura storico-sociale può essere compresa, sempre al modesto avviso di chi scrive, solo sulla scorta della marxiana critica dell’economia politica – la quale, è sempre bene ricordarlo, è fondamentalmente una critica dei vigenti rapporti sociali di dominio e di sfruttamento.

Naturalmente quanto appena scritto presuppone una particolare accezione del termine socializzazione; si tratta dunque di delinearne e delimitarne i contorni, cosa che proverò a fare in modo assai stringato, rimandando i lettori ai miei scritti “economici” scaricabili dal blog per maggiori approfondimenti. Inizio a farlo anticipando il risultato a cui perverrò: il concetto di socializzazione ha come sua diretta e necessaria antitesi storica e sociale quello di monopolio, il quale a sua volta corrisponde nel modo più stringente al concetto stesso di Capitale. Vediamo per quali impervie strade giungo a questa conclusione.

Leggo sul dizionario del Corriere della Sera alla voce Socializzazione (nell’accezione economica del termine): «Rendere sociali o statali i mezzi di produzione o ciò che è privato, ad esempio le banche». La citazione vuole semplicemente mostrare quanta confusione si faccia intorno ai concetti qui richiamati: rendere sociali equivarrebbe a rendere statali «i mezzi di produzione o ciò che è privato». Intanto, in che senso è corretto in regime capitalistico parlare di “privato” e di “sociale”? Fino a che punto regge l’antitesi, così familiare per il pensiero comune, privato-sociale?

Soprattutto contro Proudhon e il «socialismo piccolo-borghese» Marx dimostrò al di là d’ogni ragionevole dubbio come il Capitale avesse dato corpo a una prassi economica eminentemente sociale, e come il Capitalismo fosse anzi il primo modo di produzione veramente sociale della storia. Questa concezione “sociale” dell’economia capitalistica gli consentì tra l’altro di scoprire quel profitto sociale medio che gli diede la possibilità di risolvere molte delle “incongruenze” dottrinarie che riscontrò nei pur geniali studi economici di Adam Smith e David Ricardo. Qui è solo il caso di accennare per titoli ai problemi circa lo scostamento del valore dal prezzo di produzione e alla distinzione tra plusvalore e profitto la cui soluzione ancora oggi permette di dar conto della reale dinamica capitalistica (3). Insomma, se guardato dal punto di vista strettamente – e superficialmente – economico, quello capitalistico è un modo di produzione pienamente socializzato, e questo carattere si estrinseca come dominio totalitario e mondiale dei rapporti sociali capitalistici sugli aspetti fondamentali della vita degli individui, tutti a diverso titolo assoggettati alla bronzea legge del profitto.

Non va poi dimenticato che lo stesso Fascismo volle civettare (4), a fine corsa e nel ridotto della Repubblica Sociale, con il termine socializzazione, dichiarando appunto la necessità di una «socializzazione fascista» dell’economia distrutta dalla guerra, e non è certo una bizzarria del destino se tra i massimi teorici di una simile “socializzazione” incontriamo l’ex militante del PC d’Italia Nicola Bombacci, a dimostrazione di un’intima vicinanza tra gli statalisti di “sinistra” (come quelli che alla fine degli anni venti saltarono sul carro del Fascismo trionfante), e quelli di “destra” (come quelli che dopo il’43 abbandonarono in fretta e furia Mussolini al suo tragico destino  per avvicinarsi al cavallo statalista allora vincente: Palmiro Togliatti). È noto come la «socializzazione fascista» non andasse oltre un’economia statalista e corporativistica del tipo di quella un tempo auspicata dalla cosiddetta sinistra fascista. Come sempre bisogna diffidare delle parole che si usano, e concentrarsi piuttosto sui concetti e sulla prassi a cui quelle parole sono appiccicate il più delle volte in modo del tutto arbitrario, tale da occultare la cosa che si cela dietro il nome.

A differenza di Stalin e dello stesso Trotsky (che non a caso rimase invischiato nella controrivoluzionaria teoria del Socialismo in un solo Paese, peraltro da egli stesso coraggiosamente combattuta sul piano politico), Lenin non attribuì mai un carattere economicamente socialista al monopolio statale delle imprese industriali sotto il regime della dittatura sovietica, preferendo adoperare il concetto che meglio corrispondeva alla cosa, quello di Capitalismo di Stato. Nelle condizioni storico-sociali della Russia sovietica, arretrata economicamente e devastata da anni di guerra imperialista e guerra civile, il passaggio al Capitalismo di Stato appariva agli occhi di Lenin un gigantesco passo in direzione del Socialismo. Nell’immediato si trattava, non di una transizione dal Capitalismo al Socialismo, come poi, a Lenin morto e imbalsamato (poverino!), diranno i teorici dello stalinismo, bensì di una transizione da un’economia capitalisticamente arretrata (Lenin parlava anche di «capitalismo piccolo-borghese») e ancora fortemente legata a modi di produzione precapitalistici (soprattutto nella sterminata campagna russa) a un moderno Capitalismo tanto nel settore industriale quanto in quello agricolo. Il leader bolscevico pensava al modello industriale tedesco e al modello agricolo statunitense, ossia al “miglior” Capitalismo dei suoi tempi.  «Il contadino, dopo aver pagato l’imposta in natura, ha il diritto di scambiare liberamente quel che gli rimane del suo grano. Questa libertà di scambio significa libertà per il capitalismo. Noi lo diciamo francamente e lo sottolineiamo. Non lo nascondiamo affatto. Le nostre cose andrebbero male se pensassimo di nasconderlo. Libertà di commercio significa libertà per il capitalismo, ma significa al tempo stesso una nuova forma di capitalismo. Vale a dire che noi, in una certa misura, ricreiamo il capitalismo. E lo facciamo del tutto apertamente. Si tratta del capitalismo di Stato. Ma capitalismo di Stato in una società in cui il potere appartiene al capitale, e capitalismo di Stato in uno Stato proletario sono due concetti diversi. In uno Stato capitalistico, capitalismo di Stato significa capitalismo riconosciuto e controllato dallo Stato a vantaggio della borghesia e contro il proletariato. Nello Stato proletario, vien fatta la stessa cosa a vantaggio della classe operaia e allo scopo di resistere alla borghesia ancora forte e di lottare contro di essa. È ovvio che dovremo cedere molte cose alla borghesia e al capitale straniero» (5).

Alla fine, Lenin, il suo partito e i Soviet dovranno cedere al rapporto sociale capitalistico non soltanto «molte cose», ma l’intera esperienza rivoluzionaria.

Per capire quanto fosse aleatorio parlare di socialismo e di comunismo nella Russia rivoluzionaria, lo dimostrò sempre Lenin, il quale alla fine della guerra civile e alla vigilia del varo della Nuova Politica Economica, invitò i suoi compagni a smetterla di pensare al cosiddetto Comunismo di Guerra nei termini di un’epoca d’oro della rivoluzione, perché di comunista durante la guerra civile c’era stata solo (si fa per dire!) la volontà politica del Bolscevismo di combattere con tutti i mezzi necessari la controrivoluzione interna e internazionale, mentre sul terreno economico-sociale la Russia di quegli anni non aveva prodotto nulla che andasse oltre un’economia di guerra. «Abbiamo parlato così tanto di comunismo di guerra che alla fine ci siamo convinti che si trattasse davvero di comunismo, che davvero stessimo saltando la fase capitalistica del nostro sviluppo, come avevano auspicato le teorie populiste un tempo da noi stessi derise, mentre si trattava di organizzare la resistenza a una catastrofe economico-sociale di spaventose proporzioni»: questa, in estrema ma non penso infondata sintesi, l’autocritica proposta da Lenin alla fine del 1920. Nell’opuscolo del maggio 1921 Sull’imposta in natura, Lenin cita i passi contenuti in un opuscolo del PCR del 1918: «Nessun comunista ha neppure negato, a quanto pare, che l’espressione “repubblica socialista sovietica” significa che il potere dei soviet è deciso a realizzare il passaggio al socialismo, ma non significa affatto che riconosca come socialisti i nuovi ordinamenti economici (6).

È pur vero che non sempre Lenin tenne fede alla sua proverbiale chiarezza cristallina, e che qualche volte annoverò anche un supposto «socialismo», peraltro largamente minoritario, fra «i diversi tipi economico-sociali» allora presenti in Russia: «1) l’economia patriarcale, cioè in larga misura naturale e contadina, 2) la piccola produzione mercantile, (che comprende la maggioranza dei contadini che vendono il grano), 3) il capitalismo privato, 4) il capitalismo di Stato, 5) il socialismo» (7); ma a mio avviso sarebbe profondamente ingiusto, oltre che storicamente infondato, fare di lui il precursore del Socialismo in un solo Paese. Senza contare che mentre io scrivo dalla comoda posizione dello “storico”, avendo sotto i miei occhi l’intero quadro degli eventi e potendo avvantaggiarmi anche degli errori teorici e politici altrui, Lenin agiva e faceva la storia in un ambiente sociale altamente complesso e contraddittorio. Personalmente non mi sento di rinfacciare a Lenin gli errori che certamente commise (a cominciare dal suo pessimo rapporto con la sinistra comunista europea) e le illusioni (che a lui apparivano come fondate speranze) che certamente coltivò. Ovviamente questo non ha nulla a che vedere con una doverosa critica delle posizioni leniniane, che io stesso esercito senza remora alcuna nei limiti delle mie capacità. Su tutte queste cose rifletto in diversi scritti, ad esempio ne Lo scoglio e il mare e nel Grande Azzardo.

Rileggendo i testi marxiani che trattano il «fissarsi del sovraprofitto in rendita fondiaria», mi sono imbattuto in una serie di passi che, a mio avviso, illustrano molto bene l’abisso concettuale e reale di cui parlavo all’inizio. Riporto solo alcuni brani, i quali sebbene considerino un aspetto specifico della “problematica” capitalistica (la genesi della rendita fondiaria, la differenza tra produzione agricola stricto sensu e produzione industria, ecc.) hanno un significato teorico generale perché rinviano al cuore della teoria marxiana del plusvalore. Qui è sufficiente osservare che Marx concepisce la terra (e ogni risorsa a essa direttamente connessa: acqua, cascate, miniere, cave, ecc.) come un «essenzialissimo mezzo di produzione» e che egli considera altresì la rendita fondiaria (e ogni genere di rendita) come si configura in regime capitalistico «una forma particolare, caratteristica del plusvalore», o, ancora più precisamente, come quella aliquota di plusvalore che i proprietari terrieri intascano solo perché vantano nei confronti dell’affittuario capitalista un titolo di proprietà sulla terra che quest’ultimo adopera appunto come un mezzo di produzione. La terra non produce alcunché in termini di valore, mentre è il lavoro umano il solo “fattore produttivo” che conserva la ricchezza già prodotta nello stesso momento in cui  ne crea di nuova.

Scrive Marx: «Così come soltanto il monopolio del capitale permette al capitalista di estorcere pluslavoro all’operaio, il monopolio della proprietà fondiaria permette ai proprietari fondiari di estorcere al capitalista la parte del pluslavoro che formerebbe un costante sovraprofitto» (8). Non essendo questa la sede per approfondire la teoria marxiana della rendita fondiaria, la frase che qui ci interessa valutare è la seguente: «soltanto il monopolio del capitale permette al capitalista di estorcere pluslavoro all’operaio». In che senso qui Marx parla di monopolio? In un senso storico-sociale ben preciso, ben spiegato dai passi che seguono: «Questa concezione [del monopolio] si adatta più o meno, mutatis mutandis, a tutti i modi di produzione in cui gli operai e i possessori delle condizioni oggettive di lavoro formano classi differenti» (p. 263). Da un lato ci sono gli agenti del Capitale (o capitalisti), i quali detengono le «condizioni oggettive di lavoro», ossia i fattori materiali della produzione: macchine, materie prime e così via; dall’altra ci sono i lavoratori salariati, i quali hanno la sventura di possedere solo la capacità lavorativa che vendono agli agenti del Capitale in cambio appunto di salario. «Il modo capitalistico di produzione capitalistico presuppone in generale che i lavoratori siano espropriati delle condizioni di lavoro» (9); «Il capitale presuppone dunque il lavoro salariato, il lavoro salariato presuppone il capitale. Essi si condizionano a vicenda; essi si generano a vicenda» (10). Essi cadranno, se cadranno, insieme, essendo le due facce di una stessa medaglia, due modi di essere dello stesso rapporto sociale, sintetizzato nel concetto di Capitale, che io di solito scrivo con la “c” maiuscola proprio per sottolinearne il carattere sociale e la dimensione mostruosa – da Moloch – sotto molteplici aspetti.

Appare dunque evidente come il concetto di monopolio qui illustrato abbia un valore storico-sociale generale che non ha nulla a che fare con quello meramente giuridico-economico di cui tratta la scienza sociale borghese. Infatti, ogni regime sociale che conosce la divisione classista degli individui si fonda sul dualismo appena individuato: a un polo troviamo sempre, anche nelle epoche precapitalistiche, il monopolio delle condizioni oggettive del lavoro, che garantisce il monopolio nel possesso dei prodotti del lavoro; al lato opposto troviamo i nullatenenti, ossia coloro che possiedono solo capacità lavorativa da mettere al servizio di un padrone (uno Stato, un Faraone, un monarca, un privato), obtorto collo, pena il morir di fame, né più, né meno. In questo senso preciso il regime salariale non è qualitativamente diverso dal sistema schiavistico, da quello servile o da quello corporativo: in tutti questi sistemi, infatti, chi non ha la fortuna di possedere i fattori materiali della produzione è costretto a vendere la propria capacità lavorativa, cosa che determina la sua intera esistenza. Lo stesso salario intascato dal moderno lavoratore non fa che confermarlo come tale, ossia come mero venditore di capacità lavorativa, e difatti produrre merci (“beni e servizi”) presuppone e pone sempre di nuovo i peculiari rapporti di dominazione di questa epoca storica. Il moderno lavoratore salariato non è schiavo o servo di un signore particolare, come avveniva per gli sfruttati nelle società precapitalistiche; egli conosce un solo Signore: il Capitale, e in quanto “libero cittadino” è sottoposto alle leggi emanate da quello Stato che si erge sopra gli individui come feroce cane da guardia dei vigenti rapporti sociali. È dentro i confini tracciati da questi rapporti sociali che si dispiega la nostra cosiddetta libertà, che difatti non ha nulla a che fare con un’autentica libertà, impossibile in una dimensione classista. Ma non allarghiamo troppo lo spettro tematico!

Ancora Marx: «Ricardo parte dalla bipartizione fra capitalista e operaio salariato e non fa entrare che più tardi il rentier fondiario come una speciale superfetazione, e ciò corrisponde perfettamente al punto di vista della produzione capitalistica. Lavoro oggettivato e lavoro vivo sono i due fattori, sulla cui contrapposizione si basa la produzione capitalistica. Capitalista e operaio salariato sono gli unici funzionari e fattori della produzione, la cui relazione e il cui contrapporsi scaturisce dall’essenza stessa del modo di produzione capitalistico. […] La produzione, come osserva James Mill, potrebbe continuare indisturbata anche se il rentier fondiario sparisse e al suo posto subentrasse lo Stato. Egli – il proprietario fondiario privato – non è un agente produttivo necessario per la produzione capitalistica, benché per questa sia necessario che la proprietà fondiaria appartenga a qualcuno, purché non sia l’operaio, per esempio allo Stato» (pp. 266-277). Analogamente, sul fondamento dei rapporti sociali capitalistici la produzione potrebbe continuare indisturbata se scomparisse il funzionario privato del Capitale, ossia il singolo capitalista che si confronta con la moltitudine dei capitalisti, e al suo posto subentrasse l’agente collettivo di esso, per esempio lo Stato. Come abbiamo visto, già Engels parlava dello «Stato capitalista [come] l’ideale capitalista complessivo».

Ciò che è essenziale, ai fini della continuità dello status quo sociale, è che i produttori diretti, cioè a dire i lavoratori salariati, siano tenuti lontani dal possesso «delle condizioni oggettive della produzione»: il Capitalismo si risolve in questa semplice condizione. Non importa se il plusvalore – o pluslavoro – venga «predato», «smunto», «estorto», «scroccato» ai lavoratori da molti capitalisti o da un solo capitalista (lo Stato, nel nostro esempio): ciò che conta, e che realizza la «differentia specifica» del modo di produzione capitalistico, è che i presupposti materiali della produzione non appartengano a chi li adopera per conto del Capitale, il quale evaporerebbe come un vampiro sottoposto ai raggi del sole se gli strumenti di lavoro, le materie prime e quant’altro fossero nella piena e libera disponibilità di tutti gli individui appartenenti alla Comunità. Qui appare chiarissimo come il Capitale non sia una categoria economica “oggettiva”, che si possa usare in un senso (capitalistico) o nel senso opposto (socialistico), come sosteneva ad esempio lo stalinismo internazionale, peraltro rimasticando la dottrina economica borghese fatta a pezzi da Marx; ma come esso sia in primo luogo, in radice e come già accennato, un rapporto sociale fra uomini divisi in classi sociali. È questo rapporto che fa di un robot industriale capitale, di una materia prima capitale, della stessa capacità lavorativa capitale – quel «capitale umano» esaltato dai politici e dagli intellettuali di “destra” e di “sinistra” come se fosse la cosa più bella e umana del mondo, mentre esso attesta nel modo più brutale la realtà della disumana condizione che ci tocca vivere. «È il capitale che impiega il lavoro. Già questo rapporto, nella sua semplicità, è personificazione delle cose e reificazione delle persone» (11). Come si vede, la natura economica del Capitale si può comprendere nella sua essenza solo partendo dalla sua natura storico-sociale, capendo cioè che dietro le macchine, le materie prime, le merci e i beni prodotti insistono delle relazioni fra gli uomini che danno anche un senso economico alle attività che generano la ricchezza sociale nella sua espressione fenomenologica di “beni e servizi”.  Checché ne dica il volgare materialismo della scienza economica borghese, abituata a ragionare in termini di input e output, di risorse materiali (tecnologie, materie prime, “capitale umano”) e finanziarie che si spostano vorticosamente da un punto all’atro della ciclopica sfera economica, il corpo dell’economia può essere compreso nella sua autentica essenza e nella sua complessa e contraddittoria dinamica solo a partire dalla sua anima sociale. Per questo accusare Marx di determinismo economico è semplicemente ridicolo, e semmai si potrebbe accusarlo di «eccesso di hegelismo», come in effetti hanno fatto non pochi suoi epigoni, o sedicenti tali (12), e i soliti detrattori, spiazzati dalla profondità dialettica del pensiero marxiano.

Ma chi detiene nelle proprie mani il monopolio della produzione detiene anche e necessariamente – e del tutto legittimamente sul piano storico – il monopolio della distribuzione, che giustamente Marx concepiva come un momento della stessa produzione della ricchezza sociale. La “bizzarra” idea di poter autonomizzare i rapporti di distribuzione dai rapporti di produzione su cui essi si fondano, per rendere “umanamente sostenibile” il Capitalismo, è tipica dei riformatori sociali, le cui chimeriche illusioni fanno impallidire ogni più sfrenata utopia di stampo “marxista”. Come scrive Marx, «La distribuzione degli oggetti di consumo è ogni volta soltanto conseguenza della distribuzione delle condizioni stesse di produzione» (13).

Chi non ha il possesso dei fattori oggettivi del lavoro non ha nemmeno il possesso dei prodotti del lavoro, e per accedere a una parte della ricchezza prodotta il nullatenente si vede costretto a lavorare “sotto padrone” per ricevere in cambio la forma più astratta – e più potente – di ricchezza, il denaro, il quale nelle sue mani non si trasformerà mai in capitale, ossia in denaro investito in vista di una qualsiasi attività imprenditoriale. Il salario-denaro consente al produttore diretto della ricchezza sociale di accedere a una minima parte, relativamente sempre più piccola se confrontata alla crescente produttività del suo lavoro, di quella ricchezza. Di qui, il concetto marxiano, ridicolmente frainteso soprattutto dal socialismo riformista, di miseria crescente.

Come racconta Marx nel suggestivo capitolo 24 del primo libro del Capitale (La cosiddetta accumulazione originaria), il punto di partenza dello svolgimento storico-sociale che porta alla moderna società borghese non è rappresentato dal denaro, dalla sua rivoluzionaria immissione in un ambiente economico altrimenti destinato a rimanere inchiodato a secolari prassi e tradizioni, ma dall’allontanamento violento (anche con l’ausilio del diritto borghese) dei produttori immediati (contadini e artigiani, in primis) dalla proprietà dei presupposti oggettivi della loro produzione e, dunque, dalla proprietà del loro prodotto: questa doppia proprietà, che realizza i nuovi rapporti sociali borghesi, si concentra nelle mani dei capitalisti.  In questo contesto il lavoro salariato si trova in una condizione di totale soggezione nei confronti del Capitale, in una condizione sociale di pura alienazione: gli strumenti di lavoro, la materia prima lavorata e il prodotto del lavoro si ergono come potenze estranee e ostili a chi lavora. Il lavoratore come oggetto della produzione; il Capitale come soggetto della produzione: un mondo invertito che oggi più di ieri genera irrazionalità d’ogni genere e continui mal di testa esistenziali, se così posso esprimermi.

Produrre per gli uomini non significa semplicemente manipolare prodotti naturali o artificiali in vista di un bene o di un servizio; produrre significa innanzitutto entrare «in relazioni e rapporti determinati gli uni con gli altri, e soltanto all’interno di queste relazioni e di questi rapporti sociali ha luogo il loro rapporto con la natura, ha luogo la produzione» (14). Sono queste relazioni e questi rapporti che determinano anche il modo di produrre (ad esempio, un modo rispettoso degli uomini e della natura, come non accade nel Capitalismo) e per molti e fondamentali aspetti anche il cosa produrre – ad esempio, soddisfare pienamente bisogni coltivati in un ambiente sociale umano, mentre oggi ciò che “fa premio” su ogni altro aspetto è il bisogno del Capitale di allargare continuamente il mercato dei bisogni in vista del profitto. Beninteso, non si tratta di contrapporre i supposti bisogni naturali ai cosiddetti bisogni artificiali, secondo una concezione ingenua e infantile della prassi sociale: i bisogni degli individui sono sempre, in larghissima parte, socialmente e storicamente determinati; si tratta piuttosto, per chi si pone il problema del superamento di questa società, di umanizzare l’intera esistenza degli individui, cosa che postula in modo assoluto il superamento della divisione classista degli individui: dove esistono le classi sociali non può esistere l’uomo in quanto uomo. Qui rinvio a due miei modesti contributi: Eutanasia del Dominio e La Comunità umana come opera d’arte.

Il monopolio di cui parla Marx è insomma il Capitale stesso, il cui concetto e la cui prassi sono profondamente radicati nel dualismo sociale menzionato sopra. Come si vede, e come già detto, qui siamo lontanissimi dal concetto di monopolio come viene fuori dall’economia politica e dal diritto borghese, concetto che rinvia alla distinzione tra economia concorrenziale ed economia monopolistica (15).

E se la scena economico-sociale vedesse protagonista solo lo Stato come agente unico del Capitale, cosa cambierebbe in termini storici e sociali? Lo abbiamo visto: per Marx, e assai più modestamente (c’è bisogno di precisarlo?) per chi scrive, assolutamente nulla. Ma repetita – forse – iuvant! E quindi diamo nuovamente la parola a Marx: «Il capitalista è il funzionario non solo necessario, ma dominante della produzione. Invece il proprietario fondiario è, in questo sistema di produzione, del tutto superfluo. Ciò che è necessario, è che la terra non sia proprietà comune, che essa si contrapponga alla classe lavoratrice come mezzo di produzione che non le appartiene, e questo scopo è completamente raggiunto quando essa diventa proprietà statale, e quindi lo Stato percepisce la rendita fondiaria. […] Il borghese radicale, che segretamente vagheggia la soppressione di tutte le altre imposte, arriva quindi teoreticamente alla negazione della proprietà fondiaria privata, di cui egli vorrebbe fare, sotto la forma di proprietà statale, la proprietà comune della classe borghese, del capitale» (16). Lo statalista radicale invece «segretamente vagheggia» la soppressione della proprietà privata capitalistica delle attività che producono “beni e servizi”, dimodoché l’intero plusvalore (oggi frantumato in varie rubriche dalla dialettica economica: profitto, rendita, interesse, ecc.) possa affluire interamente al Padrone Unico.

«Se lo Stato espropriasse la proprietà fondiaria, mantenendo la produzione capitalistica, la rendita sarebbe pagata allo Stato, ma la rendita in se stessa rimarrebbe. Se la proprietà fondiaria divenisse proprietà del popolo, cesserebbe di esistere in generale la base della produzione capitalistica, il fondamento su cui è basato il realizzarsi dell’indipendenza delle condizioni di lavoro rispetto all’operaio» (p. 249). Per evitare ogni fraintendimento “populista”dei passi marxiani, è appena il caso di ricordare che con «popolo» Marx intende il popolo lavoratore, la moltitudine dei lavoratori salariati, e non un’astratta entità interclassista che ricomprenda tutte le classi della società (o magari solo quelle impegnate nella cosiddetta “economia reale”), secondo il concetto borghese di popolo che da sempre hanno in testa i “populisti”. Che significato dà Marx al concetto di proprietà?  È presto detto: «La proprietà nella sua forma attuale si muove entro l’antagonismo fra capitale e lavoro salariato» (17).

La natura giuridica della proprietà (privata, pubblica, “mista”, azionaria, cooperativistica, ecc.) non ci dice nulla circa la sostanza sociale della proprietà capitalistica, la quale si configura in primo luogo come un peculiare rapporto sociale di dominio e di sfruttamento. Per mutuare i citati passi marxiani, se lo Stato espropriasse la proprietà privata delle imprese (industriali, commerciali, finanziarie e d’altro genere), mantenendo la produzione capitalistica, il profitto andrebbe allo Stato, ma il profitto in se stesso rimarrebbe, e dove c’è profitto deve necessariamente esservi un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento.

«Anzitutto, se la terra fosse a libera disposizione di tutti, mancherebbe uno degli elementi principali alla formazione del capitale. Questo essenzialissimo mezzo di produzione, il solo mezzo di produzione originale, oltre all’uomo e al suo lavoro stesso, non potrebbe essere né alienato né appropriato, e quindi non potrebbe contrapporsi al lavoratore come proprietà altrui e fare di lui un operaio salariato. La produttività del lavoro nel senso ricardiano, cioè nel senso capitalistico (18), il “produrre” di un lavoro altrui non pagato (19) diventerebbe allora impossibile. Sarebbe la fine della produzione capitalistica» (20).  Vade retro, socializzazione! Abolire il monopolio delle condizioni oggettive della produzione significa abolire il Capitalismo in ogni sua possibile configurazione economica.

Socializzare la produzione e la distribuzione dei valori d’uso (o beni) di cui i singoli individui e la Comunità considerata nel suo insieme necessitano, non significa, almeno per come la vedo io, che quella vitale prassi dovrà essere affidata alla direzione e al controllo dello Stato, fosse anche lo Stato (o come si vorrà chiamarlo) che le classi subalterne vorranno darsi per scardinare definitivamente la resistenza delle vecchie classi dominanti e incominciare la (per molti mitica) transizione dal Capitalismo alla Comunità umana; significa piuttosto che sarà l’intera compagine sociale che dovrà farsi carico della produzione e della distribuzione di quanto occorre alla vita degli individui e della comunità. Nessun centro di potere autonomo potrà surrogare questa fondamentale prassi, senza la quale l’umanità cadrebbe in qualche nuova forma di dominazione, fosse pure solo di natura “tecnica” ed esercitata da soggetti “umanamente ben disposti”. So bene che la cosa appare inconcepibile ai nostri miopi occhi, ma occorre considerare il fatto altamente “materialistico” che sulle nostre spalle pesano millenni di dominio, millenni di abitudine a delegare (divisione intellettuale del lavoro), millenni di sudditanza politica, ideologica e psicologica. Qui non è di noi che si parla, ma di una possibile umanità futura, quella che probabilmente troverà altrettanto incomprensibile (per non dire altro) il nostro modo di fare e di pensare.

Ciò che a noi compete, credo, è cogliere la natura oggettiva, storicamente fondata e perciò stesso realistica della socializzazione come ho cercato di tratteggiarla, e per questa via immaginare soluzioni politiche rivoluzionarie coerenti con il quadro teorico qui appunto solo schizzato, con l’unico obiettivo di mantenere vivo l’interesse, a cominciare da quello di chi scrive, per una questione a dir poco fondamentale, la quale invita il pensiero a pensare il presente in modo meno scontato e certamente meno in armonia con ciò che passa il convento. Prima di mettere un bel punto, sperando di poter riprendere al più presto la fondamentale “problematica” qui solo sfiorata, desidero esternare la seguente convinzione: nella sua eccezionale possibilità il processo sociale di transizione da un’economia fondata sul profitto, con ciò che necessariamente ne segue su tutti i piani della prassi sociale (da quello politico-istituzionale a quello psicologico), a un’economia (o come si converrà chiamarla) fondata sui bisogni (umani nell’accezione più profonda e “filosofica” del termine) oggi appare assai diverso (molto meno problematico e assai più rapido) da come si mostrava agli occhi di un Marx o di un Lenin – del Lenin alle prese con la Russia capitalisticamente arretrata del suo tempo. Mentre l’abbattimento rivoluzionario (non riesco a immaginare “abbattimenti” d’altro genere, salvo catastrofi naturali o “artificiali”) del Capitalismo mi appare tremendamente più difficile da come probabilmente la cosa si prospettava alla coscienza dei due rivoluzionari appena citati (e ciò, a quasi un secolo e mezzo dalla Comune di Parigi e a un secolo dalla Rivoluzione d’Ottobre, credo che abbia un qualche fondamento storico e non sia solo il frutto del mio congenito pessimismo), la transizione (21) mi appare all’opposto, e in grazia di quello stesso sviluppo capitalistico che ha reso così mostruoso l’edificio capitalistico, un’impresa sempre più “fattibile”, sempre più alla portata di un’umanità oggi instupidita dalla potenza ipnotica del Capitale.

(1) Concetti che si equivalgono dal punto di vista squisitamente sociale, rinviando entrambi al dominio capitalistico sulla società. «Si ha la nazionalizzazione delle imprese, non soltanto quando si attua la gestione provvisoria da parte dello stato di determinate aziende di interesse collettivo, in specie per fini bellici, ma soprattutto quando si compie il passaggio di proprietà di determinati mezzi di produzione dai privati alla collettività; una sottospecie è la municipalizzazione, ove la proprietà e la gestione delle aziende spettano ad una collettività più ristretta: quella comunale. Si ha la statizzazione quando il potere di gestione delle aziende nazionalizzate è attribuito direttamente allo Stato, cioè quando sono accentrate nelle mani dell’organo statale non soltanto la proprietà dei mezzi di produzione, ma anche la gestione delle aziende» (A. Anselmi, Enciclopedia italiana Treccani, Appendice, 1949).
(2) «Recentemente, da che Bismarck si è gettato alla statizzazione, si è presentato un certo falso socialismo, il quale ogni monopolio, anche quello di Bismarck, dichiaro senz’altro socialista. … Lo Stato moderno, quale che sia la sua forma, è una macchina essenzialmente capitalistica, lo Stato capitalista, l’ideale capitalista complessivo. Quanto più si appropria di forze produttive tanto più esso diventa realmente il capitalista generale, tanto più sfrutta i cittadini. I lavoratori restano operai salariati, proletari. La categoria del capitale non è abolita, ma è spinta al contrario al più alto grado» (F. Engels, La scienza sovvertita dal signor Eugenio Dühring, pp. 237-238, Avanti Edizioni, 19250).
(3) «Al prezzo di costo [C + V] di una merce viene aggiunto non il plusvalore che essa contiene, ma il profitto medio» (K. Marx, Il Capitale, III. p. 253). Sul fondamentale concetto di profitto medio, o «saggio generale del profitto», che tiene conto della produttività del lavoro colto nella sua dimensione sociale, si basa la marxiana trasformazione del valore della singola merce (C + V + pv) nel suo prezzo di produzione. In effetti, è nel mercato che si mostra il carattere pienamente sociale del Capitale, perché in esso hanno modo di confrontarsi tutti i singoli («individuali») capitali, ossia le concrete condizioni produttive (base tecnologica, produttività del lavoro ecc.) delle imprese che concorrono alla spartizione del plusvalore sociale. La concorrenza ripartisce tra i capitali la massa del plusvalore sociale (che ha una dimensione mondiale) secondo la loro grandezza e secondo la loro composizione organica, la quale determina in ultima analisi il grado di produttività del lavoro sfruttato in ogni singola impresa.
(4) Il 20 giugno 1944, ossia appena quattro mesi dopo il Decreto Legislativo del 12 febbraio emanato dalla Repubblica Sociale Italiana che rendeva operativa la «socializzazione» delle grandi imprese, il dirigente della federazione fascista degli impiegati del commercio, Anselmo Vaccari, in un rapporto diretto a Mussolini confessò che «I lavoratori considerano la socializzazione come uno specchio per le allodole, e si tengono lontano da noi e dallo specchio. Le masse ripudiano di ricevere alcunché da noi» (Rapporto Vaccari al Duce, cit. tratta da S. Peli, Storia della Resistenza in Italia, p. 69, Einaudi, 2006). Diciamo pure che c’è un limite a tutto, anche alla demagogia fascista, soprattutto se l’ex Duce degli italiani faceva pena in primo luogo a sé medesimo, come attesta peraltro l’istruttivo carteggio Mussolini-Petacci.
(5) Lenin, Rapporto sulla tattica del PCR, Opere, XXXII, pp. 465-466, Editori riuniti, 1967.
(6) Lenin, Sull’imposta in natura, Opere, XXXII, p. 310.
(7) Ivi.
(8) K. Marx, Storia delle teorie economiche, II, p. 238, Einaudi, 1955.
(9)K. Marx, Il Capitale, III, p. 713, Editori Riuniti, 1980.
(10) K. Marx, Lavoro salariato e capitale 59, Newton, 1978.
(11) K. Marx, Il capitale, libro primo, capitolo VI inedito, p. 82, Newton, 1976.
(12) Quando il socialdemocratico Eduard Bernstein, alla fine del XIX secolo, insinuò il velenoso sospetto che la dialettica esibita da Marx nel Capitale non fosse che un cattivo lascito della «fase hegeliana» del presunto maestro, egli affermò un punto di vista assai condiviso presso la gran parte degli intellettuali e dei dirigenti socialdemocratici.
(13) K. Marx, Critica del programma di Gotha, p. 43, Savelli, 1975.
(14) K. Marx, Lavoro salariato e capitale, p. 54.
(15) «Il monopolio è una forma di mercato non concorrenziale in cui un’unica impresa controlla l’offerta di un bene/servizio, mentre la domanda è suddivisa tra molteplici soggetti acquirenti. In un settore monopolistico esiste un’unica impresa che vende un determinato prodotto e non esistono beni sostituti. L’impresa monopolista è l’unico offerente del prodotto. L’ingresso nel mercato da parte di altre imprese è ostacolato dalla presenza di barriere tecnologiche, legali o naturali. A differenza delle imprese concorrenziali, l’impresa monopolistica è in grado di controllare sia il prezzo di vendita che la quantità offerta» (http://www.okpedia.it/monopolio).
(16) K. Marx, Storia delle teorie economiche, II, p. 192.
(17) K. Marx, F. Engels, Il Manifesto del partito comunista, p. 149, Einaudi, 1974.
(18) «Il senso capitalistico della parola produttivo: produttivo di plusvalore [non di prodotto]» (K. Marx, Storia delle teorie economiche, II, p. 257.
(19) Qui Marx allude al pluslavoro, fondamento oggettivo del plusvalore, ossia alla parte non retribuita della giornata lavorativa, la quale secondo Marx si compone di due parti distinte: quella retribuita con salario (ad esempio, 4 ore) e quella non pagata (ad esempio, 4 ore). Quest’ultima parte dà luogo alla filiera di valore che segue: pluslavoro → plusprodotto → plusvalore. Il profitto, a sua volta, è la parte di plusvalore che viene realizzato attraverso la vendita della merce al suo prezzo di produzione. «Il plusvalore non è altro che lavoro non pagato; il profitto medio o normale non è altro che il quantum di lavoro non pagato realizzato in media da ogni capitale di grandezza di valore data» (K. Marx, Storia delle teorie economiche, II, p.187).
(20) Ibidem, p. 191.
(21) Tratteggiata a grandi linee da Marx nella superba Critica del programma di Gotha del 1875 ed elaborata da Lenin nel suo celebre Stato e Rivoluzione del 1917. «Tra la società capitalistica e la società comunista vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell’una nell’altra. Ad esso corrisponde anche un periodo politico di transizione, il cui Stato non può essere che la “dittatura rivoluzionaria del proletariato”» (K. Marx, Critica del programma di Gotha, pp. 52-53).

SUPERFETAZIONI DIETROLOGICHE E IDEOLOGICHE. CASO MORO E DINTORNI

«Il dramma, signori, è tutto qui» (L. Pirandello). E anche la farsa.

Superfetazioni dietrologiche
Un gruppo (nove persone, a quanto pare) di “militanti rivoluzionari” (notare le virgolette: ci tengo particolarmente!) armati di tutto punto una mattina del 16 marzo 1978 sequestra nella capitale italiana uno dei maggiori leader politici del Paese dopo averne annientata la scorta: rimangono sul terreno, per usare il freddo linguaggio poliziesco, cinque servitori dello Stato crivellati dal piombo “rivoluzionario”. Si tratta di un’azione fulminea (di un “blitz”, si dirà): si parla di non più di cinque minuti tutto compreso. Poi (il 9 maggio), dopo un sequestro durato cinquantacinque giorni, questo micidiale gruppo di fuoco (o la direzione politico-strategica che lo guida) decide di uccidere lo statista catturato lasciandone il cadavere dentro un’auto (una Renault 4 rossa) parcheggiata in un luogo altamente simbolico, per amplificare al massimo il messaggio politico dell’intera operazione.

Naturalmente sto parlando del sequestro e dell’uccisione di Aldo Moro, allora Presidente della Democrazia Cristiana, “grande statista” («che Moro non è stato mai», secondo Leonardo Sciascia) e regista indiscusso del cosiddetto Compromesso Storico.

Ebbene, ai lettori sembra poi così assurda, così inverosimile la ricostruzione che ho provato a sintetizzare in poche battute? A me pare proprio di no. Ma in Italia la semplicità non paga, soprattutto di questi complottistici tempi, e anzi proprio nei casi politico-giudiziari più facili da comprendere l’opinione pubblica, o, meglio, chi la costruisce con metodi scientifici, deve vedervi per forza dell’altro: siamo alla ben nota sindrome dietrologica, o alla teoria del complotto, se vi pare. Chi c’era dietro le Brigate Rosse? Chi era il Grande Vecchio che nascostamente li manovrava? «Eccomi, sono io il Grande Vecchio!»: ma si trattava di Ugo Tognazzi! «Anche Vianello nella direzione strategica: cinquecento poliziotti gli danno la caccia» (Paese Sera). Con un tempismo davvero eccezionale il grande attore si prestò da par suo alla ridicolizzazione del montante complottismo intorno alle sempre più eclatanti imprese terroristiche delle BR. Quarant’anni dopo, gli eredi della DC e del PCI (guarda il caso!) intendono riaprire (per l’ennesima volta!) il Caso Moro (peraltro mai davvero chiuso), così da chiarire per sempre i supposti lati oscuri della vicenda e rispondere alla (sempre più stucchevole) domanda: chi c’era davvero dietro le Brigate Rosse?

Scriveva Massimo Bordin, esperto in casi giudiziari di grande rilevanza sociale e politica, sul Foglio del 25 marzo scorso: «L’ennesima commissione sul caso Moro ha trovato un estimatore: Giorgio Bongiovanni. Direttore della rivista Antimafia Duemila, tenuta in gran conto dai dottori Antonio Ingroia e Nino Di Matteo, ma anche leader di una organizzazione religiosa. Sostiene di avere le stigmate, come padre Pio, e di ricevere messaggi della Madonna attraverso extraterrestri che atterrano in astronave per incontrarlo. Bongiovanni non ha dubbi: il delitto Moro sarebbe stato “ideato, studiato ed eseguito da una commistione internazionale tra Br, parti deviate dello Stato, servizi segreti, in testa Cia e Kgb, mafia siculo-americana, criminalità organizzata italiana e poteri occulti del Vaticano”. Questa però è solo la verità storica, sostiene lo stigmatizzato. Occorre che diventi verità processuale. Bongiovanni espone sulla rivista da lui fondata come arrivarci. Occorre aprire un nuovo processo per “Attentato a Corpo politico dello Stato”, lo stesso reato contestato nel processo “trattativa” e bisogna arrestare di nuovo tutti i brigatisti in semi-libertà o libertà provvisoria. Resteranno in galera fino a che non avranno confessato la “commistione internazionale”. Del resto che le elucubrazioni sulla “trattativa Stato-mafia” dovessero saldarsi con quelle sui “misteri del caso Moro” era ampiamente prevedibile. I marziani però nessuno li aveva considerati». Non è mai troppo tardi!

Anziché chiarirsi e sgonfiarsi, il Caso Moro ha nel tempo espanso in modo parossistico i suoi – supposti/presunti – lati oscuri, realizzando una superfetazione di tesi complottiste e dietrologiche che probabilmente non ha pari nella storia recente di questo Paese, che pure è il Paese dei misteri irrisolti. Dalle settimane e poi dalle ore che precedettero il sequestro, alle sue modalità “militari”; dal numero dei brigatisti che parteciparono al blitz, al numero e al contenuto delle mitiche borse prelevate dalla macchina dello statista democristiano; dalla gestione del sequestro durante il “Processo Popolare” (sic!), al luogo del covo-prigione; dalle lettere di Moro, alle trattative intavolate dalle BR con la famiglia del prigioniero politico con una parte del mondo politico istituzionale ed extraistituzionale; dalle indagini delle forze dell’ordine, al ruolo dei servizi segreti italiani e stranieri, e molto, molto altro ancora: non c’è stato un singolo aspetto, politico e logistico, del Caso Moro che non si sia prestato a dubbi, a illazioni, a dietrologie più o meno spassose.

Naturalmente, come accade praticamente con qualsiasi evento di una certa importanza politica, di una notevole risonanza mediatica e di un forte impatto emotivo, anche per il caso in questione rimangono da esplorare (soprattutto a beneficio degli amanti del genere) lati oscuri, zone d’ombra, contraddizioni, incongruenze, bizzarre fatalità (ad esempio, trovarsi nel momento sbagliato nel posto sbagliato), stranezze d’ogni genere (vedi la famosa “seduta spiritica” del 3 aprile ’78, protagonisti Romano Prodi e gli spettri di La Pira e Don Sturzo), conseguenze non intenzionali, ambiguità, reticenze e quant’altro. Capita poi di continuo che qualcuno muori al momento giusto dal punto di vista degli interessi di poche o di molte persone. Non sempre il maggiore beneficiario di un delitto coincide con chi l’ha progettato fin nei minimi dettagli e l’ha poi eseguito con più o meno «geometrica potenza». Ma si può accusare, ad esempio e senza temere di scivolare nel ridicolo, l’Amministrazione americana del tempo quantomeno di aver facilitato, chiudendo un occhio e forse due, il blitz brigatista in Via Fani, visto e considerato che la Casa Bianca non manifestava troppo entusiasmo, per dir così, per la politica interna (apertura al PCI di Berlinguer) ed estera (filo-arabismo) di Moro? Si può dire che gli americani (e gli israeliani!) sapessero delle intenzioni dei brigatisti ma che preferirono non interferire con il loro «progetto criminale» semplicemente perché Moro era diventato indigesto per Washington? Si può dirlo, ovviamente, ma come si può dire qualsiasi altra indimostrabile cosa.

A chi giovava, dunque, la morte di Moro? Scrive Vladimiro Satta, documentarista del Senato incaricato di seguire i lavori della commissione stragi dal 1989 e autore di un assai documentato libro sul Caso Moro (Odissea del caso Moro, Edup 2003): «Tengo a sottolineare altresì che l’uccisione di Moro non giovò ai suoi sequestratori ed assassini, i quali  erano partiti con l’ambizione di suscitare sommovimenti rivoluzionari a catena in tutto il Paese e, al contrario, si ritrovarono politicamente più isolati di prima. […] Da ultimo, osservo che al di là delle coordinate che ho tracciato, la domanda su chi abbia avuto conseguenze negative o invece guadagnato dalla morte di Moro può avere molteplici risposte, data la statura del personaggio, le quali non possono essere messe retroattivamente in relazione con la dinamica del sequestro e del delitto: ad esempio, il fatto che Moro fosse un autorevolissimo candidato alla successione di Giovanni Leone al Quirinale non deve indurci a sospettare di Sandro Pertini. Ci mancherebbe solo questa!» (1). E se dietro l’azione del 16 marzo 1978 ci fosse stato proprio il futuro Presidente Pertini? E se fosse stato proprio lui il Grande Vecchio di cui si favoleggiò allora? Quanto a vecchiaia, i conti tornerebbero! Naturalmente sto scherzando. D’altra parte nel Caso in questione si registrano tante e tali sciocchezze, che aggiungerne un’altra non è che possa disturbare più di tanto.

Seguire il filo logico del cui prodest? significa, nella fattispecie e sempre a mio modestissimo avviso, mettersi nelle condizioni di dare mille risposte, magari una diversa dall’altra, l’una che contraddice l’altra, mentre i fatti aspettano di venir considerati nella loro spietata concretezza sociale e politica.

Quando gli archivi della polizia segreta zarista furono resi pubblici dai bolscevichi dopo la Rivoluzione d’Ottobre, si apprese ciò che gli stessi rivoluzionari russi avevano sempre sospettato: dietro a non pochi attentati terroristici di matrice populista e anarchica c’era la “manina” degli agenti infiltrati nelle organizzazioni rivoluzionarie russe del tempo. Ma, a quanto mi risulta, a nessuno storico serio del mondo è mai venuto in mente di spiegare l’esistenza di quel terrorismo (si pensi alla Zemlja Volja e alla Narodnaja Volja) con il tentativo – molto spesso riuscito – della polizia zarista di infiltrarsi fra le sue fila e di manipolarlo in qualche modo per rendere più efficace l’azione repressiva dello Stato zarista.

Al netto di tutte le «zone d’ombra» che (eventualmente!) rimangono da illuminare, il Caso Moro è per l’essenziale, per ciò che lo definisce socialmente e politicamente, del tutto chiarito, e per la verità esso apparve chiaro fin da quel 16 marzo. Soprattutto al PCI occorre attribuire la volontà di scrivere su quell’evento in sé semplice da capire una “narrazione” (o storytelling, per essere più “trendy”) a sfondo dietrologico-complottista. E qui ritorniamo alla domanda iniziale: chi si nascondeva dietro le BR? E se dietro le BR ci fossero stati un indirizzo “teorico-politico” totalmente organico alla tradizione stalinista del PCI  (e non solo, come vedremo) e un contesto sociale che quasi tutti i gruppi della galassia “rivoluzionaria” consideravano, a torto (e uso un eufemismo), prossimo a precipitare il Paese in una vera e propria crisi rivoluzionaria? Mi rendo conto, la mia risposta non è di quelle che possano soddisfare ed eccitare il gusto dei morologi. Ma tant’è!

Nel ’78 avevo sedici anni e da un anno “militavo” nel Movimento Studentesco della mia città. Non facevo parte di nessun gruppo politico organizzato ma leggevo – e a scuola orgogliosamente esibivo – Lotta Continua, le cui posizioni sul sequestro Moro valsero a distruggere quel po’ di ingenua simpatia che fin lì avevo nutrito per le BR, i cui esponenti ai miei adolescenziali occhi apparivano in guisa di chi la rivoluzione la fa davvero, e non solo ne parla. Che si pretende da un ragazzino di 15, 16 anni?! Saranno sufficienti alcuni mesi, e soprattutto le buone letture (Marx, Lenin, Luxemburg, Trotsky, Lukács e altri autori pubblicati dalla Newton Compton nella “mitica” – e soprattutto economica – collana paberbacks marxisti), per capire che spesso l’esibizione di una «geometrica potenza» di stampo militare non è che l’espressione di un’abissale impotenza analitica e politica.

Ma di cosa si erano nutriti, politicamente parlando, gli uomini e le donne delle Brigate Rosse? «Eravamo soldati di una guerra che era solo nostra. L’ideologia ci ha resi ottusi»: così rispondeva l’ex brigatista Anna Laura Braghetti a una domanda di Sergio Zavoli sull’uccisione di Aldo Moro. Si tratta dunque di capire a quale «ideologia» l’ex militante delle BR faceva riferimento.

Superfetazioni ideologiche
A proposito dei «compagni che sbagliano» Rossana Rossanda parlò di «album di famiglia», tesi ribadita il 23 marzo 2003 su Liberazione: le BR «erano un pezzo della sinistra». Si trattava di quella «sinistra» che coltivava il mito ultrareazionario (2) della «Resistenza tradita» che ebbe in Pietro Secchia e nella parte più stalinista del PCI le sue fonti più autentiche e riconoscibili. Com’è noto, i “comunisti” che volevano fare della Resistenza una «rivoluzione socialista» («Bisogna fare come nella Russia del ’17! Viva Lenin! Viva Stalin!»: e ho detto tutto!) contestarono il togliattiano «partito nuovo» nato dalla cosiddetta svolta di Salerno (aprile ‘44), espressione della politica di collaborazione con le forze badogliane imposta da Stalin al gruppo dirigente del PCI in vista degli assetti interimperialistici postbellici disegnati dalle Potenze Alleate a Teheran (1943) e a Yalta (1945) – ovviamente dopo averli tracciati col sangue sui campi di battaglia di mezzo mondo. Com’è noto, si decise allora che l’Italia dovesse cadere, insieme alla Germania Occidentale e al Giappone, nella “sfera di influenza” degli Stati Uniti. Richiesto di dire la sua sul «nuovo terrorismo», nel 2012 Renato Curcio rispose che «La nostra storia fu tutta interna al clima degli anni Sessanta e alla storia partigiana». Come volevasi dimostrare.

Scriveva Leonardo Sciascia: «Ma prima di parlare dei documenti del contrappasso [le lettere del prigioniero Moro] bisogna dire del nemico, dei carcerieri. E principalmente riconoscere a questo nemico, a questi carcerieri, un’etica che appunto si potrebbe dire carceraria: maturata nella lettura – o nel sentito dire – di testi di Foucault o foucaultiani. Figli, nipoti o pronipoti del comunismo stalinista» (3). Tesi che mi sento di condividere, al netto di quell’accostamento, che realizza un vero e proprio ossimoro, di comunismo e stalinismo che a mio avviso non ha alcun fondamento, se non nella ciclopica menzogna del XX secolo che ha presentato lo stalinismo in guisa di comunismo “con caratteristiche russe”, oppure come una deformazione paranoide del comunismo, mentre il fenomeno sociale passato alla storia appunto come stalinismo non solo non ebbe mai nulla a che fare con il comunismo, né con quello “ideale” né con quello “reale”, ma ne rappresentò piuttosto la più brutale negazione. Su questo punto rimando a Lo scoglio e il mare e a Il Grande Azzardo.

Con le BR e con gran parte dell’estrema sinistra di quegli anni ci troviamo ben al di là del comunismo inteso marxianamente come «il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente» in vista della Comunità umana.

Il 14 aprile 1978 Lotta Continua pubblicò un articolo, firmato da Marco Boato, che allora generò un vasto dibattito nella “sinistra rivoluzionaria”; titolo: Né con le BR né con lo Stato. E poi? Ne cito alcuni passi: «È vero: la rivoluzione non si può processare. Ma il problema non è questo, se non per chi ha voglia di fantasticare. Si tratta di capire se il terrorismo “di sinistra”, oggi, e in particolare la teoria e la pratica delle BR hanno qualcosa a che fare con la rivoluzione Comunista. Secondo me, no: assolutamente niente». Nemmeno secondo me: «assolutamente niente». Mi scuso e riprendo la citazione: «Per usare una espressione tanto cara ai loro testi “ideologici”, si tratta di una teoria e di una pratica “controrivoluzionaria” (anche se questo termine non mi piace). Ma soltanto l’analfabetismo di ritorno di S. Corvisieri può richiamare l’estraneità alla “tradizione comunista”. Nella “tradizione comunista”, purtroppo, le BR rientrano bene nella teoria e nella pratica dello stalinismo, fin nelle sue più infami aberrazioni (o, meglio, logiche conseguenze)». Sebbene in altro modo, anche qui insiste la vulgata sopra considerata: lo stalinismo come una forma particolarmente cattiva e financo aberrante della «tradizione comunista». Qui intendo fare solo due appunti al ragionamento di Boato: se egli giustamente polemizza con la dirigenza del PCI rinfacciandole lo scabroso “album di famiglia” («le BR appartengono alla vostra tradizione stalinista!»), tuttavia tende a nascondere l’altro “album di famiglia” che esibisce il volto delle BR, ossia la matrice sessantottina del “terrorismo rosso”.

A ben vedere il velleitarismo pseudo rivoluzionario dei gruppi armati non si discostava molto, sul piano “dottrinario” e psicologico, da quello che indubbiamente caratterizzò gran parte dei soggetti politici che dal ’68 in poi decisero, per così dire, che la situazione della società italiana (e, più in generale, della società occidentale) fosse sul punto di realizzare una sorta di “dualismo di potere” che ammetteva due sole soluzioni: o la rivoluzione o la controrivoluzione. La rivista Rosso, non ricordo se nel ’77 o nel ’78, scrisse che se «il proletariato rivoluzionario» non avesse preso il potere nell’arco di qualche settimana o, al più tardi, di qualche mese, i compagni rivoluzionari sarebbero stati spazzati via dalla controrivoluzione. Quel clima di aut-aut, da ultimi giorni allora si avvertiva molto forte anche nel Movimento Studentesco. In realtà, la stessa esistenza del terrorismo si spiegava con la debolezza della classe operaia e del proletariato più in generale, ancora saldamente nelle mani delle organizzazioni (partiti, sindacati, associazionismo di vario genere) al servizio dello status quo sociale. Sostituirsi al proletariato, o “eccitarlo” attraverso azioni esemplari alla fine si è dimostrato tragicamente illusorio. Un conto era mimare l’assalto al cielo, la presa del Palazzo d’Inverno come facevamo noi studenti durante i cortei (con la manina alzata a mimare la P38!) e le manifestazioni di piazza; un conto affatto diverso era credere che fosse arrivata davvero l’ora di passare all’atto! Da un lato ragazzini che devono maturare e che si divertono provocando l’universo mondo (lo Stato, la famiglia, la patria, i benpensanti); dall’altro, adulti con la testa piena di vecchie idee sbagliate e che esibiscono un’infantile capacità di analisi. Dietro la «geometrica potenza» il nulla.  «Le brigate rosse sono nate in fabbrica dentro la crisi della vecchia società fordista» (4); forse sarebbe stato più corretto scrivere dentro una particolare, e a mio avviso per l’essenziale infondata, lettura di quella crisi. Ma il libro qui citato è più che altro interessato, meritoriamente e a quanto pare con grande efficacia, a smontare la montagna dietrologica che nel corso degli anni è andata formandosi, strato dopo strato, superfetazione dopo superfetazione, balla dopo balla, sul Caso Moro.

Scriveva Lenin nel 1906: «Il marxista si pone sul terreno della lotta di classe, non su quello della pace sociale. In certi periodi di acuta crisi economica e politica, la lotta di classe si sviluppa sino a trasformarsi in aperta guerra civile, cioè in lotta armata fra due parti del popolo. In questi periodi il marxista ha il dovere di porsi sul terreno della guerra civile. Ogni sua condanna morale è assolutamente inammissibile per il marxismo» (5). Ora, solo dei visionari (nell’accezione più negativa, più ideologica del termine) potevano vedere nell’Italia (e nella Germania: vedi Rote Armee Fraktion) degli anni Settanta un Paese attraversato da una «lotta di classe [che] si sviluppa sino a trasformarsi in aperta guerra civile, cioè in lotta armata», e giungere alla risibile – che per alcuni avrà conseguenze tragiche – conclusione che il leniniano «partito combattente» fosse all’ordine del giorno. Si può certo dissentire dalla concezione leniniana del partito rivoluzionario, e personalmente non ritengo ad esempio il Che fare? l’ultima parola in fatto di partito rivoluzionario, tutt’altro, e lo stesso Lenin d’altra parte invitò i suoi compagni a non pietrificarne le tesi, a non trasformarle in astratti principi dogmatici. Detto questo, penso che attribuire ai brigatisti una concezione leninista del soggetto rivoluzionario significa, per un verso far torto al rigore politico e analitico di Lenin: «Il marxismo esige categoricamente un esame storico del problema delle forme di lotta. Porre questo problema al di fuori della situazione storica concreta [vedi BR e non solo!] significa non capire l’abbiccì del materialismo dialettico» (6); e per altro verso significa concedere un immeritato credito alla fraseologia “marxista-leninista” usata dalle BR nei loro documenti. Non essendo un intellettuale, e in special modo un intellettuale “di sinistra”, difficilmente mi ubriaco al suono di certa fraseologia pseudo rivoluzionaria, né mi lascio facilmente sedurre dalle pose “rivoluzionarie”di chicchessia. Quantomeno ci tento, oppongo… resistenza!

Fine del lungo ciclo espansivo capitalistico postbellico, “autunni caldi” a ripetizione sul fronte operaio (si trattava, per i lavoratori italiani, di prendere una boccata d’ossigeno dopo anni di compressione salariale e di duro sfruttamento: è il boom economico, bellezza!), rivendicazionismo studentesco (si trattava, per studenti e insegnanti, di “democratizzare” e di svecchiare l’obsoleto sistema formativo italiano), guerra in Vietnam (una rivoluzione nazionale-borghese interpretata dall’estrema sinistra come rivoluzione socialista: un classico del terzomondismo di matrice stalinista e maoista), “Rivoluzione Culturale “ in Cina (una lotta di potere interna al regime cinese letta dall’estrema sinistra come il rilancio di una rivoluzione socialista che in Cina non c’era mai stata): questi e altri eventi vennero letti da chi polemizzava “da sinistra” con il PCI come segni inequivocabili di una situazione che si faceva sempre più “oggettivamente rivoluzionaria” su scala nazionale e mondiale. Tuttavia, il concetto di «revisionismo» applicato dall’estrema sinistra al PCI e all’Unione Sovietica mostrava come essa non riuscisse ancora a cogliere la reale natura di classe dell’uno e dell’altra, e ciò per un verso ne depotenziava e ne inficiava l’analisi economico-sociale, politica e geopolitica,  e per altro verso la metteva nella condizione di mantenere col padre un rapporto ambiguo, di odio-amore, freudianamente non risolto.

Ma ritorniamo all’articolo di Boato. Lo slogan «Né con lo Stato né con le Brigate Rosse», che un po’ ricorda il più famoso «Né aderire, né sabotare», esprimeva tutta l’inadeguatezza teorica e politica di Lotta Continua e di molta parte della sinistra extraparlamentare, i cui militanti non sapevano come uscire dalla morsa letale realizzata dalla «guerra privata» tra Stato e terroristi. Mettere sullo stesso piano la lotta politica contro il cane da guardia dei rapporti sociali capitalistici e la polemica politica contro gruppi non rivoluzionari (non comunisti, non marxisti) accusati di «fare il gioco del nemico» tradiva tutta l’impotenza politica e psicologica di quel mondo già largamente attraversato da una crisi di identità che porterà molti giovani militanti verso la disperazione politica ed esistenziale. Nel ’77, anno che vide il mio esordio nella “militanza politica”, già si parlava di «riflusso», e se ricordo bene l’anno successivo proprio Lotta Continua (7) pubblicò un’inchiesta molto seria sul fenomeno delle discoteche che furoreggiava in una larghissima fascia di proletariato giovanile. Ci si interrogava sui motivi del “riflusso”, su come reagire all’ondata di disimpegno politico ormai evidente e che non si poteva più nascondere ai nostri – ideologici – occhi; il giornale era pieno di lettere di compagni che lamentavano la fuga dei giovani nelle nuove tendenze modaiole che venivano dagli Stati Uniti e che apparivano così diverse da quelle sperimentate in Italia e in tutto l’Occidente a partire dal ’68. In effetti, molti giovani, o ex giovani, che in passato avevano partecipato ai movimenti politici e sociali di sinistra, alla fine degli anni Settanta se ne allontanarono abbastanza delusi, frustrati e schifati: alcuni andarono in India, a cercare “ispirazione”; altri si suicidarono dentro le organizzazioni terroristiche, molti preferirono farlo precipitando nell’infernale buco della droga.

La posizione di chi “da sinistra” accusava le BR di fare “oggettivamente” il gioco del nemico e finiva con il teorizzare il né-né, appare quanto mai ambigua; da sempre la “destra” del movimento operaio ha messo in guardia i lavoratori da “tentazioni estremistiche” che avrebbero offerto al nemico il pretesto per giri di vite repressive. Ma fino a che punto si può spingere l’iniziativa rivoluzionaria senza «offrire pretesti» al nemico? Nei primi anni Venti i socialisti accusarono i comunisti di offrire pretesti ai fascisti solo perché essi decisero di rispondere alla violenza borghese (“legale” e “illegale”, costituzionale e fascista) con la violenza proletaria. Ogni sciopero, osservava Marx, può in qualsiasi momento degenerare in un episodio di violenza se il padrone decide di usare il pugno di ferro per spezzare la combattività operaia, e in ciò egli è supportato dallo Stato, il quale detiene il monopolio dell’uso legittimo (secondo la Legge) della violenza. In ogni caso Marx non metteva mai l’enfasi sulla natura necessariamente (e dolorosamente) violenta della lotta di classe rivoluzionaria, la quale è da egli dedotta come un fatto generato dalla vita stessa del dominio sociale: da un lato i dominati devono rispondere a una violenza sistemica che subiscono quotidianamente, e dall’altro essi hanno il diritto storico di mettere fine a quel dominio, emancipando in questo modo l’intera umanità. La nonviolenza elevata a inderogabile principio politico ed etico, giustificato con la bizzarra tesi che ricorrere alla violenza significa porsi sullo stesso terreno delle classi dominanti, equivale a un’apologia dello status quo sociale e del monopolio della violenza esercitato dal Leviatano che quello status difende con tutti i mezzi necessari.

Chi invece esalta l’uso della violenza nella lotta politica a prescindere da un’attenta analisi della situazione e dall’individuazione degli obiettivi politici da conseguire contingentemente e strategicamente (mezzi adeguati ai fini), e ne fa invece una sorta di cartina al tornasole per verificare il “tasso di rivoluzione” che scorre nelle vene di un soggetto politico, a mio avviso non ha nulla a che fare con una posizione autenticamente rivoluzionaria. L’esaltazione della violenza è tipica di quei ceti sociali per cui vale il noto motto: «Armiamoci e partite!». «Noi ci mettiamo l’esaltazione della violenza rivoluzionaria che brucia e purifica; voi ci mettete la vita!». Da sempre i dominati hanno dovuto versare il loro sangue per cause altrui, ed è per questo che bisogna usare il massimo della cura nel maneggiare la cosa. Personalmente concepisco l’uso della violenza da parte delle classi subalterne in lotta come un male necessario (un male tuttavia) (8), che trova la sua legittimazione storica in primo luogo nella violenza sistemica determinata dai vigenti rapporti sociali di dominio e di sfruttamento. Proprio perché mi sforzo di avere nei confronti della violenza politica rivoluzionaria un approccio critico e non ideologico; proprio perché non sono per principio contrario alla violenza usata dai dominati per difendersi o per attaccare cerco di trattare la questione con estrema cura e serietà, senza nulla concedere a quelle aberrazioni narcisistiche che, ad esempio, si trovano nei libretti “sovversivi” di Toni Negri scritti negli anni Settanta (9). In ogni caso, è la nostra testa di proletari e di militanti anticapitalisti che dobbiamo armare, perché nessuna pistola, nessuna arma potrà mai surrogare quella coscienza di classe senza la quale ogni discorso intorno alla “rivoluzione” è mera ideologia, un’ideologia che non di rado spalanca le porte dell’inferno a chi la pratica con una coerenza degna di miglior causa.

Il feticismo democratico di non poca parte della sinistra extraparlamentare appare evidente nelle parole di Boato: «Per i teorici e i militanti dell’”Autonomia” il problema della democrazia non esiste, anzi è un falso problema. Per noi invece, credo, è un problema decisivo. Questo Stato è di classe, borghese (chi lo nega, “da sinistra”, è perché semplicemente ne adotta ormai lo stesso punto di vista, non solo in termini ideologici, ma anche materiali): ma c’è per noi un abisso tra regime totalitario-fascista e regime democratico-rappresentativo». Prima si dice che «Questo Stato è di classe», ma quando poi si passa dalla premessa fondamentale astrattamente enunciata alle logiche – nonché dialettiche – conseguenze analitiche e politiche, ecco che  la si contraddice in pieno con la solita scusa della difesa dell’«agibilità politica», un feticcio che viene sempre rinfacciato a chi cerca di demistificare il contenuto di classe del regime democratico-rappresentativo. La famosa «agibilità politica» che il regime democratico-rappresentativo garantirebbe ha forse favorito, anche solo di uno zero virgola, lo sviluppo della lotta di classe? Lo so, la domanda suona un tantino retorica. Senza contare che quando si è trattato di mettere da parte la carota democratica per passare al bastone della repressione il regime democratico-rappresentativo lo ha fatto senza chiedere il permesso al Boato di turno, e con la legittimità politica e storica che gli deriva dalla sua funzione sociale (10). Contrapporre in linea di principio la corata (ad esempio sottoforma di scheda elettorale) al bastone (o manganello che dir si voglia) è puerile sotto ogni punto di vista, e soprattutto invita le classi subalterne a coltivare sciocche quanto pericolose illusioni intorno alla democrazia capitalistica.

Sto forse sostenendo che, allora, è “oggettivamente” da preferirsi lo Stato autoritario, che quantomeno mostra ai subalterni la vera faccia del Leviatano? Questo può sospettarlo solo un cretino. Io sostengo semplicemente che regime democratico-rappresentativo e regime autoritario (fascista, stalinista o di qualche altro tipo) sono due “sovrastrutture” politico-istituzionali dello stesso dominio sociale (capitalistico) e che in linea di principio, e come dimostra la prassi storica, nessuno dei due diversi – ma complementari e sinergici – regimi offre allo sviluppo della lotta e della coscienza di classe un terreno più fertile. Questo lo avevano capito benissimo i comunisti occidentali che nei primi anni Venti entrarono in polemica con Lenin sulla tattica da applicare nei Paesi capitalisticamente avanzati: mentre il retaggio zarista della Russia induceva il secondo a sopravvalutare il problema dell’«agibilità politica», i secondi dovevano confrontarsi con una classe operaia già largamente sedotta e ipnotizzata dall’ideologia (e dalla prassi) democratica, trattamento politico e psicologico che favorì non poco l’ascesa dei regimi autoritari.

Il sequestro Moro rese evidente, tra l’altro, il madornale errore commesso dalle BR (e non solo da loro!) nell’identificare senz’altro lo Stato capitalistico con la Democrazia Cristiana (e, in generale, con il governo pro tempore), e comunque di concepire quel partito come l’architrave di un regime politico crollato il quale sarebbe venuto giù, “inevitabilmente” e quasi automaticamente, l’intera impalcatura statuale. DC = Stato Imperialista delle Multinazionali = Imperialismo: e il gioco di prestigio è servito! Individuare nel Presidente della DC il «cuore dello Stato»: che puerile idiozia! (11) Dopo l’esperienza brigatista altri “rivoluzionari” teorizzeranno la necessità di costruire un largo fronte antidemocristiano (una sorta di riedizione della Resistenza antifascista) «perché abbattere il partito-regime significa abbattere lo Stato borghese». La miserabile fine della cosiddetta Prima Repubblica agli inizi degli anni Novanta ha dimostrato quanto errato e sciocco fosse quel cliché, che peraltro è stato ripreso pari pari da molti ultrasinistri e applicato con il consueto zelo al «regime berlusconiano» (ultimamente si è anche sproloquiato di «regime renziano»), a dimostrazione di quanto radicata sia la mitologia resistenzialista nella “sinistra rivoluzionaria” di questo Paese. E anche qui, in fondo e mutatis mutandis, ci muoviamo nella logica dell’”album di famiglia”.

(1) Vuoto a perdere.
(2) Come ho scritto altre volte, la Resistenza rappresentò a tutti gli effetti per l’Italia la continuazione della guerra imperialista con altri mezzi nel mutato scenario interno (crollo “ufficiale” del regime fascista il 25 luglio 1943) e internazionale – con il tradizionale “salto della quaglia” nelle alleanze politico-militari del Paese. Gli episodi di lotta di classe (scioperi operai nei centri industriali del Nord, lotte contadine in Sicilia e in Puglia) e di autodifesa armata di soldati italiani sbandati (dall’8 settembre 1943 in poi) staccati dal movimento “ufficiale” resistenziale guidato dai partiti borghesi antifascisti riuniti nel CLN, episodi che naturalmente sono ben lungi dal negare o, credo, dal sottovalutare, non furono tuttavia tali da poter mutare nemmeno in minima parte la sostanza storico-sociale di quel fenomeno. Non nego, e anzi so bene, che allora, nel fuoco degli avvenimenti bellici, più di un comunista antistalinista (detto per inciso, è il solo modo di essere comunista che riesco a concepire) pensò che vi fosse quantomeno la possibilità di trasformare la Resistenza imperialista in una Resistenza di classe, per mutuare la celebre parola d’ordine leniniana del 1914, e si mosse in quel senso, scontando naturalmente i limiti imposti dalla situazione. Nulla da dire, se non per esternare dell’ammirazione nei confronti di compagni rivoluzionari disposti a sacrificare la loro vita nella lotta di emancipazione. Bisogna d’altra parte aggiungere, per completezza “storiografica”, che tutte le volte che qualcuno cercò allora di praticare l’internazionalismo proletario, si trovò a fare i conti con gli sgherri di Togliatti e di Stalin, non raramente lasciandoci la pelle. Lungi quindi dal negare contraddizioni, speranze più o meno fondate e quant’altro, cerco piuttosto di restituire appunto l’essenza di un fatto storico, di coglierne il senso generale. E il senso generale della Resistenza, in Italia e altrove, fu quello, ripeto, che le impresse la guerra imperialista, definita dai vincitori Guerra di liberazione – è difficile trovare nella storia un vincitore che non si sia presentato al mondo in guisa di “liberatore”.
(3) L. Sciascia, L’affaire Moro, pp. 16-17, Sellerio, 1978.
(4) M. Clementi, E. Santalena, P. Persichetti, Brigate rosse – Dalle fabbriche alla campagna di primavera, p. 4, DeriveApprodi, 2017.
(5) Lenin, La guerra partigiana, Opere, XI, p. 200, Editori Riuniti, 1962.
(6) Ibidem, p. 195.
(7) Lotta Continua si era sciolta come organizzazione politica alla fine del 1976. «Coloro che hanno salutato come una liberazione la fine della forma partito hanno cercato di rivendicarla all’impeto delle nuove idee sprigionate dal femminismo e dalla cultura del personale. Altri, per ragioni opposte, hanno puntato il dito sull’irresponsabilità del gruppo dirigente che ha preferito tirarsi indietro di fronte alle contraddizioni. In realtà la dissoluzione ha radici molto più lontane; rappresenta cioè l’esito di un’ambiguità che ha accompagnato tutta la vita dell’organizzazione» (L. Bobbio, Storia di Lotta Continua, pp. 177-178, Feltrinelli, 1988).
(8) «Scriveva Lukács nel 1919: “Esistono delle situazioni – tragiche situazioni – nelle quali è impossibile agire senza attirare su di sé una colpa” (G. Lukács, Tattica e etica). Questo è, a mio giudizio, il modo politicamente serio di affrontare il problema della violenza rivoluzionaria, il quale si fa carico di assumere su di sé tutta la portata politica ed etica che quel problema necessariamente racchiude. La violenza, qualunque natura essa venga ad assumere in una data situazione storica, ruota sempre e ossessivamente nell’orbita del male. In altre parole, per il punto di vista critico-radicale il problema della violenza non costituisce una questione di principio ma di consapevolezza storica, coscienza cioè che la prassi rivoluzionaria deve necessariamente immergersi nella colpa della violenza. Il Soggetto di quella prassi non solo non oblitera il carattere colpevole – nel ristretto senso qui delineato – della violenza cui esso stesso è costretto a ricorrere, ma ne fa consapevoli tutti i protagonisti dello scontro sociale, affinché ogni atto sia commisurato alla posta in gioco. Come lo psicanalista cerca di desublimare gli istinti repressi e deformati che si agitano nel subconscio e nella stessa prassi del paziente, analogamente il Soggetto rivoluzionario – qualunque significato si voglia attribuire a questo concetto – deve aiutare i protagonisti del processo storico a chiamare con i loro autentici nomi i sentimenti che li spingono a battersi (odio, invidia, rabbia, paura, speranza, desiderio, amore, ecc.), in modo che la responsabilità storica e sociale delle loro azioni possa venire alla luce, giorno dopo giorno, errore dopo errore, eccesso dopo eccesso. Questa è la sola etica della responsabilità che riesco a concepire» (S. Isaia, L’Angelo Nero sfida il Dominio, p. 135).
(9) «Nulla rivela a tal punto l’enorme storica positività dell’autovalorizzazione operaia, nulla più del sabotaggio. Nulla più di quest’attività di franco tiratore, di sabotatore, di assenteista, di deviante, di criminale che mi trovo a vivere. Immediatamente risento il calore della comunità operaia e proletaria, tutte le volte che mi calo il passamontagna [il passamontagna come simboliche mutande?]. Questa mia solitudine è creativa, questa mia separatezza è l’unica collettività reale che conosco. Né l’eventuale rischio mi offende: anzi mi riempie di emozione febbrile, come attendo l’amata. Né il dolore dell’avversario mi colpisce: la giustizia proletaria ha la stessa forza produttiva dell’autovalorizzazione e la stessa facoltà di convinzione logica» (A. Negri, Il dominio e il sabotaggio, 1977, p. 43, Feltrinelli, 1979). Quando si dice «erotizzazione dello scontro!». Analoghe farneticazioni piccolo borghesi (si diceva un tempo) si trovano nel volantino di rivendicazione dell’attentato a Roberto Adinolfi (maggio 2012) firmato Fai: «Con una certa gradevolezza abbiamo armato le nostre mani, con piacere abbiamo riempito il caricatore. Impugnare una pistola, scegliere e seguire l’obiettivo, coordinare mente e mano sono stati un passaggio obbligato, la logica conseguenza di un’idea di giustizia. Le idee nascono dai fatti, le parole accompagnate dall’azione portano il marchio della vita».
(10) «La repressione occulta, subdola e disgregante, condotta dai servizi segreti, si accompagnava all’introduzione di nuove e più severe leggi di polizia, volte principalmente a colpire le manifestazioni di piazza e le proteste. L’approvazione della famosa “legge Reale”, sull’ordine pubblico, ne era un chiaro esempio. Essa assegnava alla polizia un potere di intervento e di repressione verso i movimenti, le manifestazioni di piazza e i compagni, che non aveva precedenti nella breve storia dell’Italia repubblicana. La stessa Corte Costituzionale nella sentenza n. 16 del 1978 aveva ravvisato in quella legge: “un particolare complesso di misure legislative eccezionali, se non provvisorie, per fronteggiare la presente situazione di crisi dell’ordine pubblico con particolare riguardo alla criminalità politica e parapolitica”» (D. Giachetti).
(11) Ecco come Sciascia, commentando un comunicato firmato BR rilasciato durante il “Processo del Popolo”, coglie le illusioni frustrate dei brigatisti: «”Non ci sono segreti che riguardano la DC, il suo ruolo di cane da guardia della borghesia, il suo compito di pilastro dello Stato Imperialista delle Multinazionali, che siano sconosciuti al proletariato. […] Non ci sono quindi clamorose rivelazioni da fare”. Niente segreti, niente misteri, nessuna clamorosa rivelazione: tanto valeva – poiché lo si sapeva prima, poiché non è una risultanza del processo – lasciare Moro in Via Fani, affratellato nella morte a cinque servitori del SIM. Di essere caduti in contraddizione si accorgeranno anche loro. E subito dopo, nello stesso comunicato, aggiustano: “L’interrogatorio ad Aldo Moro ha rivelato le turpi complicità del regime, ha additato con fatti e nomi i veri e nascosti responsabili”. […] Caso estremo, e di estrema comicità: un sintomo rivelatore di uno stato d’animo abbastanza diffuso» (L’affaire Moro, pp. 78-81).

NOTRE ENNEMI, LE CAPITAL!

Per Carlo Lottieri il saggio di Jean-Claude Michéa Notre ennemi, le capital, uscito poche settimane fa per le edizioni Flammarion, «interpreta alla perfezione l’antiliberalismo di destra e sinistra che porta a esaltare qualunque filippica contro il profitto e a invocare ogni forma di nazionalismo economico e regolazione autoritaria». Non ho letto il libro di Michéa, ma a giudicare da quello che sono riuscito a trovare sul Web di e su lui, credo che il giudizio di Lottieri non sia poi così infondato, tutt’altro. Tra l’altro, la sua esibita simpatia per Jean Luc Mélenchon e Marine Le Pen («sono gli unici due candidati a distinguersi, ciascuno a loro modo, dal discorso mediatico ufficiale sui benefici della globalizzazione e del libero scambio») la dice lunga sulla sua concezione – ultrareazionaria! – della società, e conferma quanto vado dicendo a proposito del cosiddetto populismo di “destra” e di “sinistra”: gli estremi politici si toccano perché condividono lo stesso terreno di classe – borghese, nell’accezione storico-sociale del concetto. Per questo la sempre più stucchevole diatriba intorno al valore della vecchia divisione “novecentesca” sinistra-destra è del tutto priva di senso se intanto non si chiarisce il terreno su cui insiste (almeno come ipotesi) quella divisione, la quale dalla prospettiva autenticamente anticapitalistica appare interamente confinata dentro lo status quo sociale vigente in tutto il pianeta.

Definisco «prospettiva autenticamente anticapitalistica» la posizione teorico-politica che si batte 1. per l’eliminazione dei rapporti sociali capitalistici (e quindi per l’eliminazione del denaro, della merce, del lavoro salariato e di quant’altro presuppone e pone sempre di nuovo lo sfruttamento sempre più scientifico degli individui e della natura) e 2. per il superamento della dimensione classista della comunità umana – e quindi per il superamento dello Stato e della stessa politica come espressione degli antagonismi di classe. Lo so, sto riassumendo, malamente, il programma comunista di Marx, ma non ho mai detto di avere in testa un pensiero originale.

Ma qui non è di me né di Michéa che intendo parlare. Vorrei piuttosto commentare i seguenti passi di Lottieri: «Dopo le prediche in favore della decrescita di Serge Latouche e quelle sull’eguaglianza di Thomas Piketty, dalla Francia ci viene quindi l’invito a convogliare tutti i ceti popolari contro il comune nemico (il capitale), superando ogni distinzione tra progressisti e conservatori. Va subito detto, però, che si tratta di una lezione assai strampalata: fin dal titolo. Sostenere che il capitale è un nemico significa considerare intrinsecamente negativa la ricchezza e, in particolare, quel tipo di ricchezza non consumata immediatamente, poiché il suo impiego è differito al fine di realizzare in un secondo momento progetti di ampio respiro. Quale che sia la struttura giuridica ed economica che si vuole adottare (collettivista oppure no), una società che non voglia rinunciare alle risorse e neppure voglia vivere solo nell’istante, deve allora fare i conti con il capitale e valorizzarne la funzione». Questo è vero sulla base del Capitalismo, ed è un dogma di fede solo per chi non concepisce altra ricchezza sociale che non abbia le sembianze del denaro e della merce. L’orizzonte concettuale di Lottieri è confinato dentro il cerchio stregato – e feticistico – del Capitale: al di là della produzione e della distribuzione che esso rende possibile, nella sua forma liberista (che il Nostro predilige) oppure in quella statalista (che egli invece detesta e che maldestramente concepisce come “socialismo” o “collettivismo”) non può che esservi  la società in grado di «vivere solo nell’istante», e quindi destinata a estinguersi rapidamente, o comunque sempre a rischio di estinzione perché in balia delle circostanze più o meno avverse. Per dirla con Marx, il mondo di Lottieri deve necessariamente essere, per natura o in virtù di una non meglio individuata magagna antropologica, il mondo in cui il valore di scambio domina sul valore d’uso: che tristezza!

Che una Comunità umana possa generare ricchezza sociale (“beni e servizi”) senza l’ausilio del Capitale è cosa che agli «economisti borghesi» è sempre apparsa una bestemmia che può stare solo nella bocca di qualche utopista avvinazzato. E qui il pensiero corre nuovamente e come sempre in direzione dell’alcolista di Treviri, il quale spiegò a suo tempo in maniera semplice semplice (l’ho capito perfino io!) che il Capitale non è una cosa; non è una tecnologia economica socialmente neutra, ossia buona per tutte le epoche storiche e assolutamente indispensabile per una società che voglia godere di alti standard di civiltà: esso è in primo luogo l’espressione sintetica di un peculiare rapporto sociale di dominio e di sfruttamento. «È soltanto l’abitudine della vita quotidiana che fa apparire come cosa banale, come cosa ovvia, che un rapporto di produzione sociale assuma la forma di un oggetto, cosicché il rapporto fra le persone nel loro lavoro si presenti piuttosto come un rapporto reciproco fra cose e fra cose e persone». (K. Marx, Per la critica dell’economia politica).

Il pluslavoro e il conseguente plusprodotto solo nella società capitalistica generano plusvalore, fondamento del profitto (in ogni sua declinazione) e della rendita – fondiaria, finanziaria, ecc.; solo nel Capitalismo una parte del plusvalore che assume la forma di profitto industriale deve alimentare il motore dell’accumulazione, ossia della produzione su una base sempre più larga. Ma può benissimo esservi un plus di lavoro, dedicato ad esempio alla creazione di scorte, alla manutenzione ordinaria o straordinaria dei mezzi di produzione, ecc., che non assuma la natura di plusvalore, la cui esistenza, è bene precisarlo nuovamente, presuppone e pone rapporti di sfruttamento tra chi produce direttamente la ricchezza sociale (i lavoratori salariati, “manuali” o “intellettuali” che siano) e chi la incamera in quanto proprietario dei mezzi di produzione e distribuzione – che non sono altro che capitale in esercizio. Ovviamente il discorso non muta di un bosone se la proprietà capitalistica fa capo ai singoli o allo Stato, una tesi, questa, che lo statalista sinistrorso non capirà mai.

Perché una comunità organizzata umanamente dovrebbe produrre “beni e servizi”, ossia ricchezza sociale, solo in vista dei bisogni del giorno? Perché essa non dovrebbe o non potrebbe pensare, e poi agire di conseguenza, anche per il giorno successivo, o per il mese successivo e così via, secondo il razionale “calcolo” dei bisogni umani? Intanto diciamo che il “calcolo” dei bisogni umani diventa razionale non grazie all’ausilio della scienza e della tecnica, come ci insegna l’irrazionale economia capitalistica, ma solo nella misura in cui gli uomini riescono a padroneggiare l’intero processo di produzione e di distribuzione della ricchezza sociale, cosa che presuppone appunto il superamento della dimensione capitalistica della vigente produzione-distribuzione. Qui razionalità e umanità sono le facce di una (splendida) medaglia. Nella Comunità umana «Gli uomini sbrigheranno ogni cosa in modo assai semplice, senza l’intervento del famoso “valore”» (F. Engels, Antidühring). Solo chi attribuisce (di fatto!) proprietà magiche al Capitale è incapace di concepire come possibile, anche solo in linea teorica, una produzione/distribuzione di ricchezza sociale che non assuma le disumane sembianze del denaro e della merce. Si può invece benissimo ritenere possibile, se non proprio auspicabile (non è comunque il caso di chi scrive!), la produzione e la distribuzione di meri valori d’uso senza per questo nutrire il dubbio di aver concesso qualcosa al pensiero magico.

«Se si immagina la società non capitalista ma comunista, innanzi tutto cessa interamente il capitale monetario, dunque anche i travestimenti delle transazioni che per suo mezzo si introducono [si tratta del velo monetario che risulta impenetrabile alla vista degli economisti borghesi: vedi Lottieri!]. La cosa si riduce semplicemente a ciò, che la società deve calcolare in precedenza quanto lavoro, mezzi di produzione e mezzi di sussistenza essa può adoperare, senza danno, in branche le quali, come la costruzione di ferrovie ad es., per un tempo piuttosto lungo, un anno o più, non forniscono né mezzi di produzione né mezzi di sussistenza, né un altro qualsiasi effetto utile, ma al contrario sottraggono alla produzione totale annua lavoro, mezzi di produzione e mezzi di sussistenza. Nella società capitalistica invece, in cui l’intelletto sociale si fa valere sempre e soltanto post festum, possono e devono così intervenire costantemente grandi perturbamenti» (K. Marx, Il Capitale, II). È sufficiente por mente solo per un istante alla straordinaria potenza dell’attuale tecnoscienza, oggi al servizio del Capitale (ossia di interessi disumani), per capire, o semplicemente intuire, quanto sarebbe a portata di mano il calcolo di cui parlava Marx già un secolo e mezzo fa. «Oggi il progresso verso l’utopia è arrestato dall’enorme sproporzione fra il peso dei prepotenti meccanismi del potere sociale e quello della masse atomizzate. Tutto il resto è un sintomo di questa sproporzione. […] Ora che la scienza ci ha aiutati a vincere il terrore dell’ignoto nella natura siamo schiavi di pressioni sociali che noi stessi abbiamo create» (M. Horkheimer, Eclisse della ragione). Ma chi crea può, volendo, anche distruggere: non siamo insomma vittime di un destino cinico e baro, ma di precisi rapporti sociali che produciamo sempre di nuovo “spontaneamente” e “liberamente”, semplicemente lavorando, consumando e, in generale, comportandoci da “onesti cittadini”.

Solo lo strapotere sociale che non ci lascia vivere umanamente ci impedisce di cogliere col pensiero le eccezionali possibilità di emancipazione che l’attualità del Dominio, al contempo, ci nega e ci offre. Come scrisse una volta qualcuno, oggi è più facile immaginare la fine del mondo che quella del Capitalismo. È ciò che chiamo tragedia dei nostri tempi, alla cui scrittura hanno concorso anche, se non soprattutto, i “comunisti” un tempo devoti a Stalin, a Mao e a qualche altro leader “comunista” impegnato a costruire da qualche parte il “paradiso terrestre”. Hanno costruito l’inferno e lo hanno chiamato paradiso! Non c’è, dunque, di che stupirsi nel constatare il disorientamento e l’impotenza politico-sociale che segnano la condizione dei dominanti.

È nel senso che ho cercato di precisare sinteticamente in questa breve nota che il Capitale è il nostro nemico, e non certo nel senso proposto da quegli “anticapitalisti” la cui idea più “rivoluzionaria” che riescono a concepire è il Capitalismo di Stato: nientemeno!

Scriveva qualche settimana fa Valentino Parlato sul Manifesto: «Dobbiamo capire che siamo a un passaggio d’epoca, direi un po’ come ai tempi di Marx quando il capitalismo diventava realtà. […] Non possiamo non tener conto di quel che sta cambiando: dobbiamo studiarlo e sforzarci di capire, sarà un lungo lavoro e non mancheranno gli errori, ma alla fine un qualche Carlo Marx arriverà». Un qualche Carlo Marx! Ecco, mentre aspettiamo il miracoloso compiersi del messianico Evento, le nuove generazioni non farebbero male, a mio modesto avviso, a compulsare il vecchio Marx per meglio comprendere l’attuale «passaggio d’epoca» – e magari per mettere in discussione certi luoghi comuni intorno al suo pensiero messi in circolazione dai suoi epigoni “statalisti” come dai suoi detrattori “liberisti”.