L’ALBUM DI FAMIGLIA DI MARCO MINNITI

«A sinistra devono ringraziare mia madre. Se no come Ministro dell’Interno gli toccava non un ex comunista ma un ex ufficiale dell’Aeronautica» (M. Minniti). Che culo!

Chi oggi parla con sempre maggiore insistenza della necessità e urgenza di un rapido superamento delle categorie di “sinistra” e di “destra”, ormai incapaci di intercettare i mutamenti sociali del XXI secolo, può farlo con piena legittimità politica e “dottrinaria” perché la sinistra a cui di solito si fa riferimento ha le sue radici piantate saldamente nella tradizione del PCI, un Partito stalinista (altro che comunista!) che per molti versi praticava una politica ancora più reazionaria di quella democristiana. La cosa apparve chiara anche ai ciechi durante i cosiddetti anni di piombo, quando il Partito di Enrico Berlinguer e Ugo Pecchioli gareggiò con il Movimento Sociale di Giorgio Almirante e con il Partito Repubblicano di Ugo La Malfa nella competizione tesa a stabilire a chi spettasse il primato nella repressione dei movimenti di opposizione sociale. Com’è noto, il PCI vinse per molti anni di seguito il prestigioso Manganello d’Oro. Ecco perché giustamente il Ministro dell’Interno Marco Minniti può oggi rivendicare con orgoglio, dinanzi a chi lo accusa di essere uno sbirro e un fascista in ragione del suo piglio “decisionista”, la propria militanza nel «vecchio e glorioso» PCI: «Io mi sono formato in quella scuola, è chiaro questo fatto?». Chiarissimo!

A quanto pare la cosa appare chiara anche al “destro” Pietrangelo Buttafuoco: «L’uomo delle missioni sporche e delle sfide impossibili. Marco Minniti è un po’ comunista, un po’ sbirro. Un po’ il Mister Wolf di Pulp fiction, che risolve a modo suo le patate bollenti, un po’ un ministro napoleonico, un po’ Scipione l’Africano. Ce n’è abbastanza per conquistare anche Pietrangelo Buttafuoco, uomo che certo di sinistra non è, che sul Fatto quotidiano ne disegna un ritratto ironico e, in certi passaggi, ammirato. Il ministro degli Interni, duro e pragmatico, ha dovuto sbrigare in poco tempo la prova titanica dello sbarco dei migranti e lo ha fatto, sottolinea Buttafuoco, con lo stesso senso della “legge e dell’ordine” che muoveva Ugo Pecchioli, comunista di ferro responsabile della linea dura del Pci ai tempi del sequestro Moro. Un uomo, insomma, in grado di salvare il Paese» (Libero Quotidiano). Finalmente un uomo politico con la schiena dritta!

Massimo D’Alema, che nel suo Governo ebbe Minniti come sottosegretario e uomo di fiducia (o braccio destro, appunto!), schiuma di invidia: «Il Ministro Minniti in Libia ha fatto come Berlusconi con Gheddafi». Praticamente un complimento, visto cosa è successo dopo la “guerra umanitaria” a trazione franco-britannica del 2011. Naturalmente il cinico D’Alema sa benissimo che la politica estera “implementata” dal Governo Berlusconi nei confronti della Libia e del Medio Oriente non contraddisse in nulla la tradizionale politica estera italiana, peraltro servita in modo eccellente dallo stesso epigono di Togliatti, il quale nel 1999 «autorizzò l’uso dello spazio aereo italiano per la guerra della Nato contro la Serbia di Milosevic, scoppiata per la crisi in Kosovo. Anche i nostri aerei andarono a bombardare» (Il Giornale).

Scriveva il 13 febbraio di quest’anno Francesco Specchia su Libero Quotidiano: «Come tutti i veri comunisti, il ministro degli Interni Domenico Marco Minniti è un uomo di destra». Mi permetto una piccolissima correzione: come tutti i veri stalinisti italiani (o togliattiani che dir si voglia) Minniti «è un uomo di destra». D’altra parte, come cantava il grande Gaber, «Cos’è la destra, cos’è la sinistra?». Per me è sufficiente sapere che nel Secondo dopoguerra “destra” e “sinistra” hanno rappresentato due diversi modi di servire lo stesso dominio sociale – capitalistico. Le classiche due facce della stessa escrementizia (o capitalistica: il concetto non cambia!) medaglia. Per questo anche una parte della cosiddetta destra radicale e una parte della cosiddetta sinistra radicale esibiscono non pochi punti in comune tra loro: sovranismo, statalismo, antiliberismo, protezionismo, forte simpatia verso i regimi a partito unico, aperta ostilità nei confronti dei nuovi movimenti di “emancipazione sessuale” (*) e così via.

Scrive Eurostop: «A maggio di quest’anno Eurostop ha lanciato un appello contro la repressione e per la difesa delle libertà democratiche che ha raccolto decine di adesioni di giuristi, sindacalisti, accademici, attivisti sociali e politici. In questi mesi, i fatti si sono incaricati di confermare l’allarme contenuto in quell’appello e l’urgenza di sbarrare la strada a misure che stanno configurando nel nostro paese uno stato di polizia. È sempre più palese un modello politico autoritario di società in cui i diritti di proprietà e quelli di impresa prevalgono sui diritti costituzionali all’abitare, al lavoro, alla salute, alla dignità, colpendo preventivamente e repressivamente chi ritiene che l’ordine di tali priorità vada rovesciato. Vogliamo discutere il come mettere in campo un percorso inclusivo ed efficace a tale scopo. Scegliamo di farlo a Bologna il 23 settembre non solo perché a Bologna è stato reso pubblico l’appello di maggio, ma perché quaranta anni fa il “convegno contro la repressione” organizzato dal movimento del ’77 proprio a Bologna, fu anche allora anticipatore ed emblematico del modello sociale che si voleva imporre al nostro paese, scatenando la repressione contro il movimento come presupposto per l’azzeramento delle conquiste politiche e sociali del movimento operaio e democratico dal dopoguerra fino agli anni ’70». Registro le solite illusioni sulle «libertà democratiche» e sulla «Costituzione [borghese!] più bella del mondo»; detto questo, mi permetto di rilevare che qui non si fa alcun cenno al ruolo che il PCI di Berlinguer, Pecchioli e Zangheri, indimenticato sindaco “comunista” di Bologna, ebbe in quella repressione e, in generale, nel tentativo, riuscito, di preparare «il terreno alla vendetta di classe e alla piena restaurazione dell’ordine capitalistico nel paese». Certamente se ne parlerà il 23 settembre.

«La sinistra ha trovato il nuovo nemico: Marco Minniti. Troppo di destra sui migranti, troppo popolare nei sondaggi, troppo elogiato anche all’estero (il New York Times gli ha dedicato un lungo ritratto, “Italy’ s Lord of the Spies”), più temibile di Renzi ormai considerato in fase declinante» (Il Giornale). Ultimamente «la sinistra» consuma nemici e miti (vedi il Venezuela chávista) con una rapidità davvero sorprendente, e forse anche questo è un segno della grave crisi politico-ideologica che da anni la travaglia. «E un bel chi se ne frega non lo vogliamo aggiungere?». Chi ha parlato? Certo che oggi non si hanno più remore nemmeno nello sparare sulla Croce Rossa: che tempi!

«Minniti ha una storia da sbirro», ha scritto il “guru della sinistra umanitaria” Gino Strada; come abbiamo visto Minniti ha innanzitutto una storia da “comunista italiano”. E si vede.

(*) A proposito di “emancipazione sessuale”! Qualche giorno fa il noto programma radiofonico La zanzara ha voluto rubare a Diego Fusaro, il filosofo più mediaticamente reclamizzato del momento (e sempre più una caricatura di sé stesso), perle dialettico-materialistiche su un tema molto scottante ed eccitante: la masturbazione. Chiede il conduttore Giuseppe Cruciani: «Come si colloca la masturbazione nella vita di un filosofo dalle molte letture?». A domanda il filosofo «nemico del pensiero unico e dei poteri forti» (dice lui) risponde: «Io il godimento massimo lo traggo dalla lettura del Simposio di Platone oppure dalla lettura di Kant. [Probabilmente qui Freud avrebbe individuato un chiaro sintomo di sublimazione degli istinti]. Suddetta pratica [onanistica] finisce di fatto per aumentare l’atomizzazione degli individui. Essa è una forma di autarchia egoistica, una pratica tipica e coessenziale del neoliberismo imperante. Suddetta pratica ci parla del nuovo ordine sessuale neoliberista». Che ruolo può avere la famiglia nell’arrestare la deriva neoliberista anche in ambito sessuale? «La famiglia è l’ultimo baluardo di resistenza comunitaria al nesso sradicante del mercato che ci vuole tutti atomi consumistici in ambito economico e gaudenti in maniera autistica in ambito erotico, e che dissolve i legami sociali. Occorre ripartire dalla comunità. In ambito politico la comunità si declina come Stato etico e in ambito erotico si declina come famiglia, cioè come comunità immediatamente basata sul sentimento. Ho appena citato Hegel». Tutto si può dire del nostro filosofo reazionario, tranne che non abbia una citazione pronta all’occorrenza.

Preso da invidia compulsiva, mi permetto anch’io una citazione “colta”: «La famiglia si presenta alla coscienza ingenua come un’isola posta nel flusso della dinamica sociale, residuo dell’idealizzato stato di natura. in realtà, la famiglia non solo dipende dalla realtà sociale nelle sue successive concretizzazioni storiche, ma è mediata socialmente fin nella sua struttura più intima. […] La famiglia non è un’entità naturale ed eterna anteriore a ogni società organizzata. In una tal famiglia “naturale” va cercato probabilmente anche il modello della categoria di “comunità” che il Tönnies oppose alla “società”. [Molti “comunitaristi” odierni citano Marx ma pensano come Tönnies]. Come accade per tutte le forme di mediazione tra singolarità biologica e totalità sociale la famiglia, nel suo contenuto sostanziale, viene riassunta a proprio conto dalla società. La crisi della famiglia è d’origine sociale; e non è possibile negarla, o liquidarla come semplice sintomo di degenerazione e decadenza. […] Non vi sarà emancipazione della famiglia senza emancipazione della totalità sociale» (M. Horkheimer, T. W. Adorno, Famiglia, in Lezioni di sociologia, pp. 148-163, Einaudi, 2001). Voler fare della famiglia «l’ultimo baluardo di resistenza comunitaria» da contrapporre «al nesso sradicante del mercato» (si tratta del Capitalismo tout court o di una sua forma particolarmente “cattiva”?) non solo rivela una totale incomprensione circa la dialettica e la natura del processo sociale capitalistico, ma significa anche sostenere una posizione particolarmente reazionaria sul terreno della difesa del vigente dominio di classe, che qualcuno vorrebbe solo un po’ meno ostile ai vecchi e cari valori occidentali – e magari più aperto alle ragioni dello statalismo in campo economico.

«Avviatosi con “l’autoposizione” corrispondente alla fase tetico astratta e proseguito con l’antitesi della contraddizione della fase dialettica, il processo fenomenologico può così dirsi giunto alla sua ultima figura (non è infatti ipotizzabile alcuno stadio ulteriore di sviluppo), a quella fase sintetica che segna l’emersione di un capitalismo assoluto-totalitario o speculativo. Per poter essere corrispondente al proprio concetto (begriffsmassig), il capitalismo deve transitare per il negativo della fase dialettica, superarlo, e, in tal maniera, raggiungere – hegelianamente – una condizione ‘speculativa’, senza più opposizioni interne e contrasti di alcun tipo, saturando ogni poro del’”esistenza umana e paralizzando ogni istanza critica”» (D. Fusaro, Pensare altrimenti, Einaudi, 2017). È facile finire nella supercazzola quando non si sa padroneggiare la dialettica hegeliana! Ad ogni modo, sempre più spesso l’intellettualone pompato a dovere dai media sostiene di non avercela con il Capitalismo in quanto tale ma solo con il Finanzcapitalismo. E anche questo rappresenta un punto di convergenza tra ultrareazionari di “destra” e ultrareazionari di “sinistra”. Questo anche a proposito di «Cos’è la destra, cos’è la sinistra?», problema che trova in alcuni personaggi “emblematici” un’eccellente soluzione.

 

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IL VENEZUELA E L’ODIOSA COAZIONE A RIPETERE DELLO STALINISMO

Mutatis mutandis

 

Qui per stalinismo intendo una peculiare concezione della società e della politica che prescinde dallo stesso puntuale riferimento storico alla concreta esperienza stalinista consumatasi in Russia come espressione della controrivoluzione antisovietica dispiegatasi nella seconda metà degli anni Venti del secolo scorso.

 

Marinellys Tremamunno, una giovane giornalista italo-venezuelana, ha scritto un libro intitolato Venezuela. Il crollo di una rivoluzione (Edizioni Arcoiris, 2017). In realtà in quel Paese non è crollata alcuna rivoluzione; piuttosto è andata in frantumi l’ennesima illusione “rivoluzionaria” di chi non avendo ben chiaro in testa il concetto stesso di rivoluzione, e volendo tuttavia «cambiare il mondo qui e subito», si lascia turlupinare con estrema facilità dalla propaganda “rivoluzionaria” del liberatore di turno, ossia dal demagogo/populista chiamato dal processo sociale ad esprimere gli interessi (economici e politici) della classe dominante o solo di una sua particolare cosca. D’altra parte sempre i “liberatori” si presentano dinanzi all’opinione pubblica nelle vesti dei «veri rivoluzionari», nei panni di chi la rivoluzione la vuole fare davvero, e non solo a chiacchiere – vedi chi scrive. L’ex socialista Benito Mussolini, promotore della “Rivoluzione Fascista”, una volta proclamò: «In principio è l’azione!». Il bello, ma si fa per dire, è che questi personaggi credono davvero di essere dei rivoluzionari, soprattutto perché essi hanno in testa un concetto ultramiserabile di “rivoluzione”. Chi non vuole lasciarsi usare dal demagogo di turno ha invece l’obbligo di capire la precisa natura di ciò che si agita nella società, per non nutrire false speranze, per non sostenere senza volerlo progetti ultrareazionari e, last but not least, per non lasciarci le penne difendendo una causa completamente sbagliata. Per l’autentico rivoluzionario e per chi non vuole diventare cibo per i pescecani della politica, la teoria non è un lusso, ma una stringente necessità politica, un vero e proprio “salvavita”.

Come scrive Raúl Zibechi, scrittore e giornalista uruguayano, in un articolo molto interessante fin dal titolo (Quando il problema è la sinistra), «Quello che sta succedendo in Venezuela non ha nulla a che vedere con una “rivoluzione” o con il “socialismo”, né con la “difesa della democrazia”e nemmeno con la trita “riduzione della povertà”, tanto per passare in rassegna gli argomenti che si utilizzano a destra e sinistra. Si potrebbe menzionare il “petrolio”, e saremmo più vicini». Non c’è dubbio. L’interessante articolo di Zibechi, che invito a leggere, si conclude come segue: «La polarizzazione destra-sinistra è falsa, non spiega quasi nulla di quel che sta accadendo nel mondo. La cosa peggiore, tuttavia, è che la sinistra è diventata simmetrica alla destra in un punto chiave: l’ossessione per il potere». Tuttavia se non si chiarisce la natura di questo potere, l’ossessione di cui giustamente parla l’intellettuale uruguayano rimane confinata in una sfera più psicologica che politica. La polarizzazione destra-sinistra non spiega niente di essenziale, ed è sempre più una mera finzione ideologica posta al servizio della lotta politica (borghese), perché essa si dà interamente dentro il perimetro tracciato dagli interessi capitalistici: “destra” e “sinistra” sono le due facce di una stessa medaglia perché entrambe difendono, magari in modo diverso (ma non sempre e non necessariamente) lo stesso status quo sociale.

Non essendo uno sprovveduto, Maduro sapeva benissimo che il suo invito a discutere da pari a pari rivolto a Donald Trump sarebbe suonato provocatorio alle orecchie del focoso Presidente della prima potenza imperialista del pianeta, e difatti la reazione della Casa Bianca non si è fatta attendere, cosa che ha permesso al Presidente venezuelano di intascare un prezioso dividendo “antimperialista”. Le minacce americane naturalmente sono le ben venute a Caracas, perché esse creano un clima di assedio che può consentire al regime chávista di alimentare la sua retorica “antimperialista” e così recuperare consenso almeno in una parte della popolazione venezuelana che lo ha abbandonato. Quando il nemico bussa alla porta, l’onesto patriota è chiamato ad abbandonare ogni controversia nazionale per schierarsi senza se e senza ma in difesa del sacro suolo patrio.

In quanto disonesto disfattista io difendo invece questa posizione: nello scontro sistemico (economico, tecnologico, scientifico, ideologico, militare) tra i Paesi (tra gli Stati, tra le Nazioni, tra le Potenze) le classi subalterne, e chi ha in odio i vigenti rapporti sociali capitalistici, non devono stare dalla parte dei soggetti capitalistici contingentemente più deboli, ma in primo luogo devono contrastare il proprio Paese e, in secondo luogo, il sistema delle nazioni capitalistiche in quanto tale, preso per così dire in blocco, senza fare alcuna distinzione tra piccole e grandi nazioni, tra piccoli e grandi imperialismi. Esiste un solo Sistema Mondiale del Terrore, e ogni sezione locale (regionale, nazionale, continentale) dà a esso il proprio maligno contributo in termini di sfruttamento, di oppressione e quant’altro. Nello scontro tra Venezuela e Stati Uniti io mio schiero contro entrambi i Paesi e, per quel che vale, auspico (dire «mi batto» mi sembra eccessivo, velleitario e soprattutto non vero, purtroppo!) un flusso di solidarietà che coinvolga i lavoratori venezuelani e statunitensi, così che essi possano affrancarsi dall’ideologia dominante, disintossicarsi dal veleno nazionalista, patriottardo, sovranista. La classe dominante vuole dare una patria ai dominati per legarli a doppio filo al carro degli interessi nazionali, i quali esprimono i suoi specifici interessi.

La mia opposizione a un eventuale intervento militare americano in Venezuela (o in Corea del Nord) non si situa dunque, politicamente parlando, sul terreno sovranista, né intende concedere un atomo di credibilità alla borghesissima e pacchiana menzogna della pari dignità tra le nazioni. Posto il vigente regime sociale mondiale, l’ineguaglianza degli individui e delle nazioni è un portato necessario; come scrisse una volta Engels, «L’effettivo contenuto della rivendicazione proletaria dell’eguaglianza è la rivendicazione della soppressione delle classi. Ogni rivendicazione di eguaglianza che esce da questi limiti va necessariamente a finire nell’assurdo» (Antidühring). Il nazionalismo borghese è costretto a fare la voce grossa soprattutto perché nell’epoca del dominio totalitario e totale (globale e mondiale) del Capitale ogni pretesa sovranista appare per quel che è: ridicola (*). Se vuoi allentare la corda che ti tiene legato a un imperialismo, devi necessariamente accettare di “venire a compromessi” con un altro imperialismo, il quale magari all’inizio è disposto a concederti una maggiore libertà di movimento, salvo revocarla immediatamente al bisogno. E in ogni caso si tratta della “libertà” concessa dal Signore al vassallo, il quale strilla tanto più forte, assume pose sempre più virili, quanto più la realtà ne mostra tutta la pochezza e l’impotenza.

Sul terreno interno (nazionale) come su quello esterno (internazionale) il diritto è un fatto di rapporti di forza, e compito dell’autentico anticapitalista (e antimperialista) è quello di far luce intorno all’ideologia dominante, affinché i lavoratori possano scoprire il fondo di menzogna che si nasconde dietro le feticistiche parole così care soprattutto all’intellighentia progressista: diritto, uguaglianza, pari opportunità e dignità, democrazia, ecc., ecc., ecc.

Personalmente ho sempre lottato contro la NATO non per affermare l’indipendenza nazionale dell’Italia, un’illusione ultrareazionaria tipica del sinistrismo di matrice stalinista/maoista, ma per combattere l’imperialismo internazionale nelle sue concrete manifestazioni. Non solo, ma anche nel contesto di questa battaglia ho sempre privilegiato, nella mia qualità “anagrafico-sociale” di proletario italiano, la mia avversione nei confronti dell’imperialismo italiano, il quale all’ombra del padrone americano non ha mai smesso di tessere la sua tela di interessi sistemici (economici, politici, militari) nel suo tradizionale cortile di casa: Balcani, Nord Africa, Medio Oriente. L’antimperialismo di molti cosiddetti antimperialisti è stato in passato e continua a essere nel presente un antiamericanismo profondamente intriso di volgare nazionalismo. Non pochi “antimperialisti” sperano in cuor loro, e alcuni non ne fanno mistero, che in Paesi come Venezuela, Russia, Cina, Corea del Nord e Iran non dilaghi, come io invece spero ardentemente, l’antagonismo sociale perché temono un indebolimento dei regimi che oggi garantiscono l’esistenza di un fronte antiamericano e, più in generale, antioccidentale. «Avete visto cosa ha provocato la Primavera di Gorbaciov?». Non c’è dubbio: meglio la Tienanmen dei compagni cinesi! Per questo negli anni scorsi quei personaggi hanno criticato le cosiddette Primavere (in Europa orientale, in Africa, in Medio oriente, a Hong Kong), mentre la mia critica era indirizzata a mettere in luce il vero carattere storico-sociale di quelle “Primavere“, il cui contenuto rivoluzionario – considerato dal punto di vista critico-rivoluzionario e non da quello degli interessi capitalistici – era pari a zero.

Nel corso della «marcia anticapitalista» [sic!] del 14 agosto Nicolas Maduro ha annunciato l’avvio di esercitazioni militari in tutto il Paese per il 26 e il 27 agosto. «Gridiamolo assieme e che si senta fino a Washington: il popolo del Venezuela dice Trump, go home!». Il Presidentissimo ha inoltre chiesto che la Costituente Bolivariana mandi a processo tutti coloro che appoggiano l’idea di un intervento statunitense in Venezuela. Della serie: chi non è con me, è con l’imperialismo americano, d’ufficio! Gente disfattista come me oggi rischia grosso in quel Paese “rivoluzionario”. Intanto non si arresta l’epurazione degli elementi meno affidabili dai ranghi delle Forze Armate “bolivariane”, delicata quanto vitale (per il regime) operazione affidata ai servizi segreti venezuelani, i quali si avvantaggiano del prezioso supporto dei servizi cubani, la cui genesi, forse non è inutile ricordarlo, fu a suo tempo fortemente influenzata dai servizi segreti della Germania Orientale. Le “democrazie popolari” non temono confronti in fatto di controllo sociale e repressione del dissenso.

A proposito di retorica “antimperialista”, ecco cosa ha scritto Edgardo Lander, sociologo venezuelano di idee “progressiste”: «Il fatto che un governo tenga un discorso anti-imperialista e che sia visto come nemico da parte degli Usa e della destra globale, non lo converte in automatico in un governo di sinistra. Nel processo politico venezuelano attuale si sta giocando in varia maniera il futuro della sinistra non solo venezuelana e latinoamericana, ma mondiale. Il collasso del blocco socialista ha lasciato gran parte della sinistra globale senza prospettiva; l’affermazione dei cosiddetti governi progressisti in Sudamerica, specialmente il processo bolivariano, li ha convertiti in punti di riferimento e speranze. Si fa senz’altro un danno a queste speranze se si difende come “di sinistra” o “anticapitalisti” governi sempre più autoritari e repressivi, che usano strumentalmente la democrazia e che la mettono da parte quando ciò dà loro fastidio. Governi che concedono accesso alle risorse petrolifere e minerarie a multinazionali a condizioni che non si differenziano da quelle dei governi neoliberisti. È come se molti settori della sinistra mondiale non avessero imparato nulla dallo stalinismo e dall’immenso prezzo della complicità con l’autoritarismo sovietico». (Il Manifesto). Qui aggiungo solo, per la solita maniacale precisione che mi distingue, che «l’autoritarismo sovietico» fu messo al servizio del Capitalismo e dell’Imperialismo targato URSS. È meglio non essere generici quando analizziamo o semplicemente citiamo i regimi politico-istituzionali del passato e del presente.

Sulla vicenda venezuelana Roma cerca di recitare, come sempre del resto, più parti in commedia. Se ufficialmente il Governo Gentiloni ha dichiarato di non riconoscere la nuova Assemblea Costituente, allineandosi così agli Stati Uniti, all’Unione Europea e a molti governi del continente americano, l’ambasciatore italiano a Caracas Silvio Mignano ha incontrato la Presidentessa dell’aborrito organismo “bolivariano”, Delcy Rodriguez, la quale ha subito divulgato la notizia ai quattro venti per dimostrare che il regime chávista non è affatto isolato, cosa che ha creato qualche imbarazzo diplomatico nella capitale italiana. D’altra parte gli interessi italiani in quel Paese fino a qualche anno fa (diciamo fino al 2013/2014) erano ragguardevoli (Astaldi, Salini Impregilo, Enel, Pirelli, Iveco, Italferr, Alitalia, solo per citare le imprese italiane più grandi attive colà), mentre oggi solo l’Eni, presente da decenni in Venezuela, continua la sua attività senza grossi cambiamenti; in ogni caso il mercato venezuelano va in qualche modo presidiato e coltivato, in attesa di tempi migliori. Senza parlare della numerosa comunità italovenezuelana che può garantire all’Italia una non disprezzabile proiezione economica, diplomatica e culturale.  Gli interessi attuali e potenziali del Sistema-Italia in Venezuela vanno insomma difesi, anche a costo di inciampare in qualche bega politico-diplomatica costruita dall’opposizione venezuelana e italiana – la Lega ad esempio ha chiesto un «chiarimento urgente» al Governo: «Riconosciamo il golpe comunista di Maduro o sosteniamo l’opposizione democratica?». Un dilemma che investe la coscienza dei “comunisti” e dei “democratici”, mentre lascia del tutto indifferente quella di chi scrive.

Leggo da qualche parte: «Basta sapere chi c’è dietro la cosiddetta opposizione venezuelana per sapere chi va sostenuto [il regime chavista, si capisce], costi quel che costi». Bel ragionamento, non c’è che dire; soprattutto dialettico, direi. Oltre che virile: «Costi quel che costi»! Ma non capendo niente di bei ragionamenti e, soprattutto, di dialettica, non posso fare a meno di chiedermi «chi c’è dietro» tutte le parti in campo, e farlo a partire da un punto di vista ben preciso: anticapitalista, internazionalista, indipendente ed ostile nei confronti di tutte le fazioni della classe dominante, di tutti gli Stati, di tutti i partiti e le organizzazioni (sindacati collaborazionisti compresi) che a vario titolo difendono lo status quo sociale. E che scopro osservando la crisi sociale venezuelana da questa peculiare prospettiva? Che tanto il regime di Caracas quanto l’opposizione ufficiale che lo contrasta non sono che due diverse espressioni dello stesso dominio sociale (capitalistico) che sfrutta e opprime il proletariato venezuelano. Beninteso, si tratta dello stesso regime sociale vigente in tutto il mondo: dagli Stati Uniti alla Cina, dalla Germania al Giappone, dall’Italia alla Russia. Per quanto mi riguarda il gagliardo «costi quel che costi» va dunque rispedito al mittente, con aggiunta pernacchia rigorosamente critico-rivoluzionaria.

Il concetto di regime sociale (o di status quo sociale) ha una straordinaria capacità critica perché permette di andare oltre la schiuma politico-ideologica che occulta la natura di classe dei conflitti che continuamente si sviluppano nella società, non solo tra le classi «storicamente nemiche» (borghesia e proletariato), ma anche all’interno della stessa classe dominante, la quale, come insegnò a suo tempo l’alcolista di Treviri, si ricompatta solo per contrastare le rivendicazioni dei nullatenenti. Ecco perché non mi sconvolge neanche un po’ il conflitto tra chávisti e antichávisti; un conflitto per il potere giocato sulla pelle dei proletari e di una classe media ridotta ormai ai minimi termini. Di qui l’urgenza di costruire in Venezuela (e ovunque nel mondo) l’autonomia/coscienza di classe, senza la quale le classi subalterne sono “libere” solo di scegliere l’albero a cui impiccarsi: quello di “sinistra” o quello di “destra”? quello “sovranista” o quello “globalista”? quello “statalista” o quello “liberista”? quello antiamericano (e magari filocinese e filorusso) o quello filoamericano?

Ma c’è un motivo in più che mi porta a scatenare «fuoco e fiamme», per dirla con Trump, contro quel simpaticone di Maduro: l’abissale balla speculativa chiamata «Socialismo del XXI secolo», e che andrebbe invece tradotto come segue: «Stalinismo – e financo peronismo/fascismo – del XXI secolo»; certo, mutatis mutandis, come sempre del resto. Volendo affermare una posizione radicalmente anticapitalista, devo assolutamente, come mosso da un invincibile imperativo categorico, gridare in faccia ai miei “colleghi di classe” venezuelani, statunitensi, italiani ecc. che i chávisti (anche quelli di casa nostra) chiamano «Socialismo» ciò che se va bene (per gli statalisti di “destra” e di “sinistra”, si capisce) non è che un Capitalismo di Stato più o meno “integrale”. Dopotutto, è una vita che mi batto contro ogni falso socialismo: da quello sovietico a quello cinese, da quello albanese a quello cubano, da quello jugoslavo a quello Nordcoreano, da quello emiliano (ricordate il mitico “compagno” Zangheri?) a quello cambogiano. Quando cadde il Muro di Berlino io e alcuni amici particolarmente inclini all’ottimismo della rivoluzione pensammo che finalmente ci fossimo liberati una volta per sempre della gentaglia che tanta cacca aveva portato al mulino del Socialismo e tanta acqua invece al mulino della conservazione capitalistica. Ahimè, ci sbagliavamo! È dal 1989, infatti, che vetero e post stalinisti, benché ammaccati dalle macerie del Muro che tanto amavano, si muovono in tutte le direzioni nella speranza di scoprire nel vasto e capitalistico mondo «nuove e originali vie per il Socialismo». E un regime statalista che si proclama “Socialista” da qualche parte si trova sempre! Meglio se si tratta di uno statalismo basato sulla rendita petrolifera usata come formidabile strumento di consenso e di controllo sociale. E qui ritorniamo al Venezuela. Lo so, nel caso di specie non si può nemmeno parlare di statalismo; ma uso questo termine solo in chiave polemica, senza alcuna intenzione “scientifica”.

Insomma, osservato dal peculiare punto di vista che offro ai lettori, il cosiddetto chávismo non appare come la soluzione del problema qui posto (la necessità e l’urgenza dell’autonomia di classe, della coscienza di classe), non appare nemmeno come un tentativo inteso a risolverlo, né, men che meno, esso mi appare come un esempio positivo da additare ai proletari e ai lavoratori di tutto il mondo (anzi!): esso è piuttosto parte organica di quel problema, semplicemente perché il regime venezuelano è, nel suo piccolo, parte organica del sistema mondiale capitalistico.

Su un post dedicato al Venezuela, Giorgio Cremaschi se la prende con «la sinistra governativa», ma anche con una parte della «sinistra cosiddetta radicale», ossia con quei compagni che non riescono a capire che in quel Paese «si combattere il capitalismo americano nel nome del socialismo»: «settori della cosiddetta sinistra radicale e dell’antagonismo hanno inanellato ponderose analisi, il succo delle quali era la scelta di non stare né col Venezuela chavista, né con quello filoamericano e fascista. Una fuga sulla Luna in attesa della rivoluzione globale». Ammetto di abitare sulla Luna e di “lavorare”, nel mio infinitamente piccolo, per la «rivoluzione globale», e infatti le critiche di Cremaschi non mi sfiorano nemmeno, anche perché la «scelta del né col Venezuela chavista, né con quello filoamericano e fascista» è lontanissima dalla mia posizione: io mi schiero contro l’uno e contro l’altro. La neutralità la lascio a chi non sa ragionare in termini radicalmente classisti. Ma molti “socialisti” sono talmente lontani dalla concezione rivoluzionaria del conflitto sociale che non riescono nemmeno a concepire l’idea che, per dirla sempre col barbuto di Germania, «Si può essere nemici del regime costituzionale senza essere per questo amici dell’assolutismo», e viceversa.

«Essere contro il Venezuela di Chavez è diventata una patente di democrazia distribuita a cani e porci», dice Cremaschi. Anche qui, non mi sento minimamente chiamato in causa, perché come si evince benissimo dai miei precedenti post sul Venezuela, la mia posizione antichávista non ha niente a che fare con la rivendicazione di una «vera democrazia», anche perché per me «vera democrazia» e fascismo (e/o stalinismo) si equivalgono, sono due modi diversi di servire gli interessi della classe dominante. Finchè ha potuto usare gli introiti della rendita petrolifera per crearsi una vasta base di consenso sociale il regime chávista ha usato lo strumento democratico-parlamentare; il crollo del prezzo del compagno Petrolio ha costretto il regime a dare molto più peso all’esercito, che peraltro già controllava diversi settori strategici dell’economia del Paese (come quello dell’approvvigionamento alimentare), e a inventarsi nuove soluzioni istituzionali che se fossero state semplicemente pensate da un Renzi, da un Berlusconi o da un Grillo (molto più attendibile come esempio), certamente avrebbero scatenato la resistenza antifascista di molti sostenitori del caudillo di Caracas. «Ora e sempre resistenza contro la deriva autoritaria del governo di Caio o di Tizio»: quante volte gli italici sostenitori della rivoluzione bolivariana ci hanno massacrato i… timpani denunciando l’ennesima «svolta autoritaria» intrapresa dal “fascista” di turno? Dite che il paragone non regge? Ah già, dimenticavo: in Venezuela è in corso una marcia verso il socialismo. Che sbadato che sono! Per fortuna c’è chi prontamente mi riporta alla verità dei fatti (diciamo): «Che la rivoluzione possa difendersi o meno con la forza dalla consueta reazione violenta dell’imperialismo (in America Latina quasi sempre USA) delle destre, del capitalismo e delle forze militari, è forse la questione centrale, quella dirimente, che separa – nel giudizio, nello schierarsi – le forze rivoluzionarie da quelle controrivoluzionarie o della sinistra moderata, quelle “interne” al sistema capitalistico. È il problema dei problemi: quello del potere. Ed è bene – una volta tanto – affrontare la “questione venezuelana” dal punto di vista anche teorico, politico-teorico» (Contropiano). È appunto quello che dico io! Non bisogna essere dei Lenin per capire che senza teoria rivoluzionaria non c’è prassi rivoluzionaria. Solo che la “mia” teoria colloca l’esperienza chávista interamente dentro il potere capitalistico riguardato nella sua dimensione nazionale, regionale (continentale) e mondiale. Giusto uno stalinista può richiamare la battaglia di Lenin contro Kautsky («Del marxismo si ammette tutto, tranne i mezzi rivoluzionari di lotta») per portare acqua al mulino del regime venezuelano! Della serie: pensavo fosse un potere rivoluzionario e invece era un calesse – pieno di sostanza escrementizia, diciamo.

Intanto ieri la «cricca di Maduro» ha perfezionato la “rivoluzione istituzionale”: «Il cerchio è chiuso. Con un decreto disposto dalla presidente Delcy Rodríguez, già tumultuosa ministro degli Esteri e fedele chavista, la neonata Assemblea Costituente azzera le competenze del Parlamento venezuelano e si assume il potere di legiferare su temi di ordine pubblico, sicurezza nazionale, diritti umani, sistema socio-economico e finanze. Sarà il vero organo legislativo del Paese e diventa nei fatti una sorta di Consiglio dei ministri alle dirette dipendenze del presidente Nicolás Maduro. Il Parlamento non viene sciolto ma il suo ruolo viene sterilizzato ad un semplice foro di dibattito. Nel migliore dei casi». Dobbiamo aspettarci la nascita di un Aventino venezuelano? «Ma intanto in un video l’ex procuratore Luisa Ortega Diaz ha detto oggi che dispone di prove su casi di corruzione legati alla multinazionale brasiliana Odebrecht “che coinvolgono Nicolas Maduro e il suo entourage”. Ortega Diaz ha sostenuto che i vertici chavisti “sono molto preoccupati, perché sanno che ho tutte le informazioni, i dettagli di ogni operazione e il nome di chi si è arricchito”. L’ex procuratrice è fuggita insieme al marito, il deputato chavista German Ferrer» (D. Mastrogiacomo, La Repubblica). Pare che il regime chávista sia coinvolto anche in assai lucrosi traffici di droga. Ma lascio volentieri ai professionisti delle mani pulite queste “problematiche” che non modificano di una virgola l’essenza della questione (almeno nella “declinazione” che mi sforzo di elaborare): la natura ultrareazionaria del regime di Caracas. Tutto il resto è propaganda e lotta politica interborghese, sul piano interno come su quello internazionale.

Scrive ancora Cremaschi: «Mezzo secolo dopo la rivoluzione cubana, Chavez e Morales si sono dati come obiettivo esplicito la ripresa della marcia verso il socialismo [ecco!]. L’hanno realizzato? Certo che no. Hanno dovuto fare compromessi e anche errori? Sicuramente e anche hanno commesso ingiustizie che hanno deluso una parte di chi li sosteneva. Ma ovviamente non è per questo che sono sotto attacco, al contrario lo sono proprio perché nonostante tutto questo non hanno rinunciato all’obiettivo del socialismo. Ed è proprio questa parola, socialismo, che dà fastidio e che crea persino rancore in una certa sinistra». E qui ritorniamo alla più gigantesca balla ideologica del XX secolo, riciclata in questo scorcio di XXI secolo, e alla cacca, con rispetto parlando (per la cacca!), di cui sopra. Lo ammetto: quando personaggi del tipo qui preso di mira straparlano di “socialismo” mi assale una fastidiosissima voglia di bastonarli. Si tratta di una bastonatura critica, sia chiaro.

Antonio Moscato, che a differenza di chi scrive (notoriamente un purista e un settario) aveva guardato con molta simpatia all’esperimento chávista, oggi stigmatizza l’atteggiamento acritico dei sinistri che appoggiano «senza se e senza ma» il regime di Caracas: «Qualunque critica alla situazione attuale [del Venezuela] viene messa in conto ai “servi dell’imperialismo”. Questo ricorda da vicino le accuse a chi ascoltava le voci del dissenso (in origine anche marxista) e i dati dell’economia per capire dove stava finendo il sistema che presumeva di essere il “socialismo reale” e per giunta credeva di essere eterno. Ogni esplosione di malcontento (che naturalmente veniva soppressa facilmente per l’efficienza dei vari KGB e affini non contro il nemico di classe ma verso i critici interni) veniva attribuita all’onnipotenza della CIA». Confermo. È dal remotissimo 1980, da quando cioè ho iniziato a criticare la menzogna del «Socialismo reale» (in realtà un reale Capitalismo), che mi sento dare del «servo sciocco dell’imperialismo» (cioè degli Stati Uniti e di Israele) da non pochi sinistrorsi devoti a Stalin e a Mao. D’altra parte, se perfino un Trotsky o un Bordiga passavano per «agenti del fascismo, del nazismo e dell’imperialismo», chi sono io per lamentarmi!

Riprendo la citazione (e mi scuso per la sua lunghezza): «Quelli che si erano chiusi gli occhi di fronte ai segni inequivocabili del declino e dell’involuzione definitiva dell’URSS potevano avere una mezza attenuante, era la prima volta. Ma ora, che attenuante possono avere i difensori di un sistema che affama la popolazione e pretende di rappresentare il socialismo? […] Gli argomenti dei difensori incondizionati di Maduro sono debolissimi ma inquietanti. Se la prendono con i giornalisti superficiali che parlano alla leggera di “dittatura”, ma sorvolano sulla dimensione reale dello scontro in Venezuela. Non è su astratti problemi di architettura istituzionale che è esplosa la crisi, ma sulla fame provocata da una politica economica dissennata. A differenza di molti degli ardenti sostenitori nostrani del regime attuale, io ho seguito dall’inizio il “processo bolivariano” senza pregiudizi per l’origine militare di Chávez, anche se con qualche cautela rispetto agli entusiasmi che ritenevo eccessivi di altri compagni che stimo, ma con un appoggio indiscusso a questa e ad altre manifestazioni di quello che avevo chiamato “il risveglio dell’America Latina” (titolo di un mio libro pubblicato da Alegre nel 2007). Tuttavia non mi ero nascosto mai il carattere non socialista (ma pur sempre positivo) delle misure di nazionalizzazioni con indennizzi consistenti, col risultato che il settore privato negli anni di Chávez si era rafforzato rispetto a quello pubblico. Le scandalose cessioni di bond dell’azienda petrolifera di Stato alla Goldman Sachs dell’ultimo periodo hanno rappresentato però un salto di qualità rispetto a una politica consolidata di favori concessi per ottenere la benevolenza dei grandi petrolieri, tanto è vero che sono rimaste segrete a lungo. Ma nessuno di quelli che del Venezuela non si erano mai occupati fino a quel momento ha avuto il sospetto che l’aumento delle proteste potesse essere collegato alle privazioni inflitte alla popolazione per assicurare questi regali alla grande finanza, e per far apparire il governo un buon pagatore del debito accumulato. Privazioni che si possono quantificare: hanno ridotto i tre quarti dei salariati a sopravvivere con meno di due dollari al giorno, è cresciuta di nuovo la mortalità infantile per carenze di medicinali che non vengono più importati, dato che l’importazione di beni e servizi è scesa da 66 miliardi di dollari nel 2012 a circa un miliardo e mezzo nel 2017».

Un post di Cronache latinoamericane invita a riflettere «intorno alla figura del lavoratore venezuelano, ricattato e costretto a percorrere la via scelta dal governo per poter mantenere il proprio posto di lavoro e portare il pane a casa. Cos’è quindi la coscienza di classe, come fa a provocare processi di emancipazione quando lo statalismo e la burocrazia dettano le regole del gioco? Quali spazi per la critica ci sono dentro al socialismo venezuelano?» La mia risposta a quest’ultima domanda è: zero spazi, per mancanza di materia prima, per così dire. Come ho più volte scritto, il «socialismo venezuelano» è una pura invenzione propagandistica utile a chi vuol fregare, da “destra” o da “sinistra”, le classi subalterne. Ma il post appena citato è interessante anche perché introduce un testo di Rolando Astarita, Professore di economia dell’Università di Buenos Aires, che offre alla riflessione del lettore utili spunti critici. Astarita lancia frecce critiche soprattutto in direzione dei difensori di Maduro, i quali «sono convinti che quando si costringe un operaio di PDVSA o della metropolitana di Caracas, ad andare a votare per Maduro, si stia rafforzando la coscienza socialista della classe operaia. Inoltre alcuni pensano che in questo modo il governo venezuelano stia combattendo pericolosi lavoratori ”contro-rivoluzionari pro-imperialisti”. Per questo motivo non vedono nulla di essenzialmente criticabile in ciò che fa Maduro. Essi hanno così tanto interiorizzato i metodi burocratici che li accettano con la stessa naturalezza  con cui diciamo “oggi piove”. Non hanno imparato nulla dalle tragiche esperienze del “socialismo reale”, delle collettivizzazioni forzate, dell’unanimità conseguita sulla base di campi di concentramento e muri di Berlino. Si tratta di una sinistra alienata dal nazionalismo statalista, a cui, come sempre, piace pensare che  “l’avanguardia illuminata” detiene la ragione storica che giustifica tutto. Tutto questo con una conseguenza brutale: agli occhi di milioni di sfruttati nel mondo, il socialismo oggi si incarna in Maduro che minaccia di punire i lavoratori “riluttanti”, nel contesto di un paese devastato dalla fame e scosso da ripetute uccisioni di manifestanti oppositori». Ciò che critico della posizione di Astarita è il fatto che egli concepisce lo stalinismo non come la negazione più patente del socialismo, ma come una sua forma degenerata (burocratizzata), e in ciò forse ha un peso la lettura trotskista della «degenerazione burocratica» del potere sovietico con l’ascesa della «cricca stalinista» dopo la morte di Lenin. Ma posso sbagliarmi. Per il resto considero molto interessante il suo scritto e invito a leggerlo.

(*) Scrive Raúl Zibechi: «Al di là di quanto possano sostenere le estemporanee dichiarazioni di Donald Trump, non sono certo le precarie condizioni della democrazia né esattamente l’eredità chavista del Socialismo del XXI Secolo la maggiore preoccupazione che spinge gli Stati Uniti ad avere tanta fretta di liberarsi del governo di Nicolas Maduro. Per comprenderlo, basta dare un’occhiata al profilo della presenza strategica cinese: il Venezuela è un “socio” importante per noi, sostiene il Global Times, rivista di proprietà del Quotidiano del Popolo. Caracas riceve già quasi la metà dei rilevanti prestiti cinesi nella regione sudamericana e a Pechino sono intenzionati a mantenere una solida presenza nell’area, del tutto indipendentemente dal colore politico dei governi che si succederanno. Gli investimenti più importanti sono naturalmente quelli nel settore petrolifero e, se tutto va come deve andare, presto il mercato cinese è destinato a superare quello statunitense per l’export venezuelano. […] «“Le sommosse politiche significano rischi per gli investimenti cinesi e la Cina deve apprendere ad affrontarle. La Cina non può rinunciare alla sua presenza economica in America Latina solo per la sua instabilità politica”, afferma l’articolo del Global Times». In altri termini, se il Venezuela e gli altri Paesi dell’America Latina vogliono avvantaggiarsi dell’amichevole attenzione del Capitale cinese, essi devono tenere sotto controllo l’effervescenza sociale e politica che da sempre li caratterizza. Gli affari hanno bisogno di sicurezza e di stabilità! Riprendo la citazione: «La Cina è uno dei principali soci commerciali dei paesi della regione e ha sostituito, dal 2005 al 2016, la Banca Mondiale e la BID (Banca Interamericana di Sviluppo) come principale fonte di prestiti, con 141 miliardi di dollari rovesciati sull’America Latina e i Caraibi, secondo l’Inter-American Dialogue. Il Venezuela assorbe quasi la metà del totale dei prestiti, con 62,200 miliardi di dollari, seguito dal Brasile con 36,800 miliardi, e abbastanza più indietro l’Ecuador e l’Argentina. Gli investimenti in Venezuela ebbero un picco nel 2010 e dopo sono discesi considerevolmente, ma continuano ad occupare un posto rilevante. Il grosso è destinato ad energia, ossia a idrocarburi, ma anche alle attività minerarie e alle infrastrutture. […] Proseguendo su questa strada, la Cina finirà con il sostituire gli Stati Uniti come principale mercato del petrolio venezuelano, che è il paese che ostenta le maggiori riserve mondiali di greggio. Questa realtà, più che il “socialismo del XXI secolo”, spiega i motivi di Washington per abbattere Maduro» (Sinistrainrete).

A DOMANDA RISPONDE

Papa Francesco: «Cosa c’è all’origine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo?».
Sebastiano: Rapporti sociali di dominio e di sfruttamento. Nel XXI secolo questi rapporti si compendiano nel concetto di Capitalismo e nella sua demoniaca prassi, che oggi ha una dimensione mondiale.

Papa Francesco: «Cosa c’è all’origine del degrado e del mancato sviluppo?».
Sebastiano: La contraddittoria manifestazione di quei rapporti sociali.

Papa Francesco; «Cosa c’è all’origine del traffico di persone, di armi, di droga?»
Sebastiano: L’economia fondata sul profitto «predato», «smunto», «estorto», «scroccato» ai lavoratori nelle onestissime imprese che producono beni e servizi. Su questa base virtuosa si erge l’edificio di una società completamente dominata dal denaro, la cui origine, com’è noto, non puzza, non ha colore, non ha sesso, non ha razza, non ha religione (fratello Jihadista si fa per dire!), è del tutto impersonale, è soprattutto disumana. Non c’è magagna sociale che non realizzi un’occasione di profitto per chi ha le giuste “competenze specifiche” (da quelle giurisprudenziali a quelle malavitose, da quelle sanitarie a quelle criminali) da far valere sul mercato: è il Capitalismo, Santità!

Papa Francesco: «Cosa c’è all’origine dell’ingiustizia sociale e della mortificazione del merito? Cosa, all’origine dell’assenza dei servizi per le persone? Cosa, alla radice della schiavitù, della disoccupazione, dell’incuria delle città, dei beni comuni e della natura? Cosa, insomma, logora il diritto fondamentale dell’essere umano e l’integrità dell’ambiente?».
Sebastiano: Azzardo una risposta originale: il maledetto rapporto sociale di cui sopra!

Per Sua Santità la causa è invece un’altra: «La corruzione, che infatti è l’arma,  è il linguaggio più comune anche delle mafie e delle  organizzazioni criminali nel mondo. Per questo, essa è un processo di morte che dà linfa alla cultura di morte delle mafie e delle organizzazioni criminali». Di qui, la sua “rivoluzionaria” idea di scomunicare i corrotti e i mafiosi.

Ora, chi sono io per obiettare al Santissimo Padre che è il profitto il linguaggio comune di tutte le attività imprenditoriali, comprese quelle mafiose e quelle che fanno capo alle «organizzazioni criminali nel mondo»? Chi sono io per obiettargli che è il Capitale in sé che dà corpo a «un processo di morte che dà linfa alla cultura di morte»? E difatti, come sempre, non gli obietto un bel nulla: non è che il poveruomo può scomunicare, dalla sera alla mattina, un intero regime storico-sociale! Un  po’ di sano realismo, per favore. E poi anche il Papa ha il sacrosanto diritto di vendere un po’ di ideologia al popolo indignato e affamato di capri espiatori. Che il Capo dei Capi Totò Riina crepi in carcere e senza il conforto di Nostro Signore!
Non sarò diventato anch’io un pochino populista? Che tempi! Che tempi!