SIAMO UOMINI O “PROFILI”?

 Leggo da qualche parte: «”È inutile seguire i fatti, tutto si basa solo sulle emozioni. E noi le creiamo”. Il reportage di Channel 4 fatto con telecamere nascoste che riprendono conversazioni riservate dei dirigenti Cambridge Analytica svela la verità dietro le campagne elettorali seguite dalla società di comunicazione in Kenya e in America. […] Insomma, la macchina del fango funziona ovunque. Quel che diventa sempre più evidente è che le campagne elettorali si basano su fake news create perché le persone possano sentirsi dire quello che vogliono; la verità con le promesse elettorali non c’entra niente. È sempre stato così ma ora grazie all’Intelligenza Artificiale si può personalizzare la favola secondo i gusti di ognuno». Esatto! Ancora: «Profilare gli utenti di Facebook e entrare nei loro sentimenti con trucchi forse è disonesto ma non illecito. Lo fanno molte società e siamo noi a regalare a Facebook le nostre informazioni gratis e volontariamente». Chi non è d’accordo, scagli la prima pietra! Detto altrimenti, «la clamorosa inchiesta del New York Times e del Guardian» circa la “profilazione” degli utenti di Facebook non mi indigna neanche un po’ né, ancor meno, mi sorprende, ma piuttosto conferma l’dea che col tempo ho maturato circa i cosiddetti social, sulla loro natura sociale e sul loro funzionamento “algoritmico”. In generale, niente che non si sapesse già da molti anni e niente che cada al di là della guerra furibonda tra fazioni politiche, tra capitalisti e tra Stati. L’obiettivo? Il solito: il Potere in ogni sua “declinazione”.

Non ci voleva una mente particolarmente geniale, ma era sufficiente un minimo di coscienza critica, per capire già da tempo che tutti i discorsi apologetici intorno al carattere rivoluzionario e liberatorio del Web poggiavano sull’argilla ideologica, semplicemente perché non consideravano il processo sociale colto nella sua totalità che lo aveva reso possibile e che ne promuoveva incessantemente lo sviluppo. Gli stessi scienziati della comunicazione che fino a qualche lustro fa cantavano le magnifiche sorti e progressive della Big Net, oggi la demonizzano additandola all’opinione pubblica come la radice di quel Male che starebbe prosciugando la nostra residua umanità. Le letture ideologiche dei fenomeni sociali si prestano a simili capovolgimenti concettuali.

Come sempre il fumo generato dall’indignazione delle anime belle non permette alle persone di porsi le giuste domande, o quelle che a me sembrano tali; ne formulo alcune per cercare di circoscrivere il problema. Come mai abbiamo voluto fare della nostra vita quotidiana uno spettacolo che tutti possono guardare e commentare? Perché ci consegniamo con zelo ed entusiasmo al controllo meticoloso e sempre più invasivo del Leviatano e di chi commercia in “profili” (salvo poi recriminare sulla nostra “privacy” violata e diffonderci più o meno intelligentemente sui rischi che corre «l’integrità del processo democratico»)? Perché gli esperti del marketing politico e commerciale (peraltro una distinzione che ormai non ha alcun senso) ci trattano come dei bambini che compiono scelte sulla base di emozioni e non di riflessioni razionali? Cosa ci rende così intellettualmente stupidi (a cominciare da chi scrive e salvo chi legge, si capisce) per ciò che riguarda la comprensione degli aspetti fondamentali della società (che pure rendiamo possibile con il nostro lavoro, con le nostre tasse ecc.)? Perché la nostra intera esistenza è diventata un gigantesco mercato, talmente grande e affine alla nostra stessa e più intima natura, che quasi non riusciamo più a percepire nessuna distinzione sostanziale tra ciò che è vita e ciò che è, appunto, mercato? Perché questa vita interamente mercificata ci appare del tutto naturale e immodificabile, al punto da considerare bizzarro (per usare un eufemismo) chi invece non la pensa così? Cos’è, socialmente parlando, la cosiddetta Intelligenza Artificiale (che rischia di diventare l’ennesimo capro espiatorio a uso e consumo dei politici che ci vogliono come sempre ingannare e del nostro stesso bisogno di autoinganno: le vie della sopravvivenza sono infinite)?

A mio avviso, le risposte a queste domande hanno a che fare, in modo più o meno diretto, con la natura dei rapporti sociali che oggi dominano su scala mondiale. Vendere (qualsiasi cosa!) e controllare la testa e il cuore degli individui/utenti: il Moloch capitalistico si serve dell’Intelligenza Artificiale per forzare sempre di nuovo gli ostacoli che in qualche modo impediscono, o quantomeno frenano, la piena realizzazione di quei due vitali obiettivi, che erano tali già ai tempi di Marx, figuriamoci oggi, ai tempi di Zuckerberg. Il Mostro sa bene (vedi la sterminata letteratura filosofica, sociologica e psicologica dedicata al tema) come funziona l’animo umano all’interno della società disumana; esso sa benissimo come far vibrare le corde dei desideri e delle emozioni, e s’inventa di tutto, letteralmente, per mettere a profitto – è proprio il caso di dirlo! – quella conoscenza.

In realtà non esiste alcun Mostro che ci impone dall’esterno la sua malvagia volontà: è la nostra stessa esistenza che sotto determinate condizioni sociali genera sempre di nuovo il mondo che sperimentiamo. Ecco perché è vano aspettare l’eroe di turno che ci salva dal Mostro uccidendolo: troppo facile, troppo comodo! Soprattutto troppo falso, proprio perché l’idea del Mostro è tutto sommato rassicurante. Come ho scritto nell’ultimo post, «Sta all’uomo, a cominciare da chi non si sente in armonia con i tempi, decidere come risolvere il problema che ruota intorno alla dialettica di realtà (Dominio) e possibilità (Liberazione). L’attuale tragedia può anche avere un esito liberatorio. Ma, appunto, può, è data solo la possibilità».

È vero, come singoli “utenti” non controlliamo il Web, ma ne siamo piuttosto controllati dalla testa ai piedi; ma questo ci accade in generale, ossia se prendiamo in considerazione la società nel suo complesso. Sotto questo aspetto, gli “eccessi” della Rete confermano l’essenza della nostra condizione sociale, una condizione che attesta appunto la nostra radicale impotenza sociale. Scriveva Max Horkheimer nei remotissimi anni Quaranta del secolo scorso: «Ai nostri giorni il frenetico desiderio degli uomini di adattarsi a qualcosa che ha la forza di essere, ha condotto a una situazione di razionalità irrazionale. […] Il processo di adattamento oggi è diventato intenzionale e quindi totale» (Eclisse della ragione). La servitù volontaria degli uomini è una vecchia e inquietante “problematica” che non smette di essere puntuale. Nel frattempo, il processo sociale denunciato dall’intellettuale tedesco ha fatto enormi e decisivi passi avanti in direzione del dominio totalitario degli individui, a prescindere dal tipo di sistema politico-istituzionale vigente nei diversi Paesi del mondo. Già, un solo mondo, un solo dominio. Ma non ditelo ai sovranisti: potrebbero accusarvi di essere al servizio del «cosmopolitismo finanzcapitalistico» – che poi è quello che regge le sorti del Web.

Scrive Corrado Augias su Repubblica: «Dove ci porteranno le grandi tecnologie elettroniche avanzate? Prova a rispondere Massimo Gaggi nel suo “Homo premium” (Laterza), che parte da un ragionamento economico ma arriva alle conseguenze politiche. L’autore osserva che mentre scrive Facebook vale in borsa 520 miliardi di dollari, quanto i giganti dell’energia messi insieme. Mr Zuckerberg però ha 21mila dipendenti, gli altri più di un milione. Per certo i robot oltre ai lavori manuali incominciano a sostituire avvocati, medici, giudici e giornalisti. Ma quanto l’uso spregiudicato dei social – il caso di Cambridge Analytica insegna – può incidere sull’opinione pubblica e sul voto?». A mio avviso, se non comprendiamo che «le grandi tecnologie elettroniche avanzate» si spiegano solo a partire dai vigenti – e planetari – rapporti sociali capitalistici, ossia dal legittimo bisogno di fare profitti da parte dei detentori di capitali, e che non si dà alcuna autentica alternativa posti questi rapporti, continueremo a brancolare nel buio dell’impotenza sociale versando calde lacrime sull’«uso spregiudicato» di questa o quell’altra tecnologia. Lo ripeto: il vero (radicale) problema non è capire «quanto l’uso spregiudicato dei social può incidere sull’opinione pubblica e sul voto», ma comprendere fino a che punto le odierne condizioni sociali ci hanno reso socialmente impotenti, schiavi incapaci di ribellione.

Lo so bene che questo discorso non ha alcun valore per chi coltiva il mito della società capitalistica (meglio se amministrata democraticamente) come migliore dei mondi possibili, e magari pensabili; per non parlare del populista che non può certo condividere la mia pessima opinione sul “Popolo”. Ma il mio discorso si rivolge appunto a chi non sa che farsene di quel mito né delle blandizie dei populisti, e si interroga piuttosto sulle cause della disumanità che dilaga ovunque e su come venirne a capo; ovviamente non per offrirgli delle risposte, ma per cercarle insieme.

Aggiunta del 23 marzo 2018

Per Steven Spielberg la «realtà virtuale può coesistere con il mondo reale»: «Io guardo le notizie online ma non rinuncio a cominciare la giornata leggendo i giornali. Adoro tenere la carta in mano» (Il Messaggero). Ma ha un seppur minimo senso stabilire una distinzione “ontologica” tra cosiddetta «realtà virtuale» e cosiddetto «mondo reale»? A mio  avviso non ne ha alcuno: esiste un solo mondo, e purtroppo oggi (diciamo ormai da qualche secolo) esso è assoggettato ai rapporti sociali di dominio e di sfruttamento sintetizzabili nel concetto di Capitalismo. «Realtà virtuale» e «mondo reale» sono fatti insomma della stessa sostanza sociale.

Il famoso regista di successo ha girato un nuovo film, molto in sintonia con i pessimi tempi che viviamo: Ready Player One. «Si tratta di una favola ambientata in un futuro distopico quando un eccentrico idealista (interpretato da Mark Rylance), una specie di Steve Jobs dei videogame, crea un universo digitale chiamato Oasis dove l’umanità, assediata nel mondo reale da povertà, disoccupazione e sovraffollamento, può vivere in pace e sicurezza sotto forma di avatar. Ma questa isola felice viene presto assediata…» (Gloria Satta, Il Messaggero). I cattivoni come sempre e ovunque (nella «realtà virtuale» come nel «mondo reale») sono in agguato, pronti a rompere le uova che gelosamente custodiamo nel paniere della nostra felicità, più o meno “virtuale” o “reale” che sia.

«Sono convinto», dice Spielberg, «che la privacy sia l’ultimo bastione sacro della libertà. E il mio film, pur essendo un prodotto di evasione, contiene un ammonimento su quello che potrebbe accadere. Il cattivo deciso a rubare i dati degli utenti di Oasis per contaminare quell’universo puro con la pubblicità e le offerte commerciali deve farci riflettere su un mondo dominato dalle corporation malvagie che cercano di controllare la gente a fini commerciali. E sul fatto che stiamo perdendo di vista la realtà e il contatto personale. Ho visto crescere i miei ragazzi con lo smartphone in mano, intenti a scambiarsi messaggi sui social anziché guardarsi negli occhi, gli emoticon al posto delle emozioni. Dobbiamo tornare ad affrontare la vita nella dimensione reale». Quasi mi commuovo dinanzi a una siffatta esibizione di saggezza! Ho detto quasi.

Ma siamo proprio sicuri che «la vita nella dimensione reale» sia da preferirsi a quella, peraltro già abbastanza escrementizia, prospettata e praticata nella dimensione “virtuale”? Non è forse «la vita nella dimensione reale» a creare i presupposti economici, tecnologici, scientifici, psicologici ecc. che rendono possibile la cosiddetta «realtà virtuale»? Nell’epoca del dominio totale (e totalitario) dei rapporti sociali capitalistici parlare della privacy come «ultimo bastione sacro della libertà» e indignarsi dinanzi a un «mondo dominato dalle corporation malvagie» è cosa che, credo, dà purtroppo un senso alla mia antipatica domanda: cosa ci rende politicamente così stupidi (sempre al netto di chi legge!) dinanzi alle questioni decisive della nostra esistenza?

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È LA POST-IDEOLOGIA, BELLEZZA! O NO?

Il Popolo al Potere!

I pentastellati sostengono da sempre di aver dato vita a un Movimento politico post-ideologico: «Noi non siamo né di destra né di sinistra. Gli altri partiti non si rendono conto che ormai tutte le ideologie del Novecento sono morte e sepolte». Da quando? Almeno dalla caduta del Muro di Berlino. Che c’è di vero nella pretesa post-ideologica dei post-grillini? Nulla. A cominciare dal fatto che il cosiddetto post-ideologico è a sua volta un’ideologia, e precisamente l’ideologia che meglio esprime, interpreta e cavalca questi complicati e agitati tempi. Proprio la pretesa anti-ideologica fa del post-ideologico una falsa coscienza elevata all’ennesima potenza.

Beninteso, anche la Lega di Salvini ama accreditarsi come un Movimento rigorosamente post e anti-ideologico, come del resto fanno quasi tutti i movimenti cosiddetti populisti del Vecchio Continente. La stessa Marine Le Pen, pestando i calli al vecchio padre, ha detto che il suo Movimento non è di destra, bensì populista e sovranista: «Nel nostro elettorato abbiamo sia i delusi dell’Ump che i delusi del Ps. Siamo all’anno zero di un grande movimento patriottico, né di destra né di sinistra, che fonda la sua opposizione all’attuale classe politica sulla difesa della nazione, sul rifiuto dell’ultraliberismo e dell’europeismo, capace di trascendere le antiche barriere per porre i problemi veri: la prospettiva è nazionale o post-nazionale?» (La Repubblica). Inutile dire che chi scrive non è assolutamente in grado di «trascendere le antiche barriere» né di offrire alcun contributo alla soluzione dei «problemi veri» che assillano la Nazione. Il classismo internazionalista fa di chi scrive un nemico mortale di ogni Sovranismo, comunque “declinato”, e quindi un estraneo alla dimensione nazionale tanto cara ai populisti che amano definirsi tali. In effetti il Nazional-Popolare continua ad avere il vento in poppa in tutta l’Europa, nonostante i successi di Emmanuel Macron e di Angela Merkel, la strana coppia che desidera rilanciare il “sogno europeo”.

La verità è che il Movimento fondato da Grillo e Gianroberto Casaleggio ormai molti anni fa ha preso corpo, sul terreno “sovrastrutturale”, a partire da un mix di ideologie ultrareazionarie rubacchiate allungando le mani verso tutte le direzioni politiche possibili e immaginabili, e lo ha potuto fare semplicemente perché quelle ideologie e gli orientamenti politici che le esprimevano avevano (e hanno) una radice sociale comune, piantata in profondità sul terreno del dominio capitalistico. Per parlare con il vecchio linguaggio novecentesco così antipatico all’orecchio del post-ideologico, Destra, Centro e Sinistra stavano, e stanno, sullo stesso terreno di classe; tutti gli orientamenti politico-ideologici di stampo novecentesco hanno sempre sostenuto, a vario titolo e con diverse funzioni (governative, oppositive, critiche, di testimonianza, ecc.), il vigente status quo sociale, che poi è lo stesso status che oggi vige in tutto il pianeta.

Ecco perché, ad esempio, è perfettamente plausibile che lo statalismo di destra possa incrociare sulla sua strada lo statalismo di sinistra, come peraltro capita sempre più spesso in Europa e, in parte, negli Stati Uniti. Non è che la vecchia distinzione destra/sinistra non ha più ragion d’essere, non funzione più, è stata superata da una diversa composizione di classe delle società “post-ideologiche”; si tratta piuttosto del fatto che bisogna capire, nella fattispecie, che lo statalismo destrorso e quello sinistrorso hanno, appunto, un fondamento di classe comune. Un anno fa il politologo francese Dominique Moïsi dichiarò al Corriere della Sera quanto segue: «Bisogna capire che sui temi della globalizzazione il Front National oggi è un po’ l’equivalente di quel che un tempo era il partito comunista. Ha un’ideologia anti-capitalista molto vicina all’estrema sinistra. I discorsi di Jean-Luc Mélenchon e di Marine Le Pen, sul piano dell’economia e dell’avversione nei confronti del mondo globalizzato, sono abbastanza vicini». Come si spiega questo “paradosso”? Si spiega con il fatto che il Capitalismo rimane tale anche se viene “declinato” in diversi modi, compresi quelli ideologicamente a me più “antipatici” perché scomodano una terminologia “socialista” la cui funzione è solo quella di confondere le idee a chi arresta il proprio sguardo alla superficie dei fenomeni politici e sociali, e che quindi vede paradossi dove invece insiste solo la necessità dei fatti che vanno compresi criticamente, non ideologicamente. Quando Dominique Moïsi parla di «ideologia anti-capitalista» egli evidentemente fa riferimento all’ideologia ultrareazionaria che sostiene la necessità di una politica economica orientata in senso fortemente statalista e contraria alla globalizzazione e al “liberismo selvaggio”. Come ho scritto altre volte riflettendo sul Populismo nelle sue diverse declinazioni politico-ideologiche, gli estremi del circolo vizioso ideologico si toccano perche essi insistono sullo stesso piano.

Un altro esempio. Un tipo come Enrico Berlinguer, non a caso molto reclamizzato dai pentastellati nell’ultima campagna elettorale, può entrare nelle grazie anche di molti elettori centristi e destrorsi amanti della “pulizia morale” e della «serietà politica al servizio degli interessi superiori del Paese». Chi ha una certa età non può non ricordare come durante i cosiddetti anni di piombo, culminati nel rapimento e nell’esecuzione di Aldo Moro per mano degli stalinisti delle Brigare Rosse dopo un italianissimo (cioè ridicolo, grottesco e meschino) “Processo Popolare” (il Popolo è sempre stato di gran moda!); in quegli anni, dicevo, il PCI tenne in materia di “politica della sicurezza” (leggi: della repressione) una posizione molto più a destra di quella della DC, per non parlare della posizione “trattativista” difesa dal PSI durante la vicenda sopra ricordata. Nel 1977 l’estrema sinistra molto si scandalizzò vedendo il convergere delle parallele disegnare negli anni precedenti da Moro e Berlinguer: e perché mai? Perché l’ideologia che animava i gruppi che stavano alla sinistra del PCI impediva loro di coglierne la natura radicalmente capitalistica. L’ho sempre sostenuto: l’esperienza dello stalinismo pesa come un macigno sulla testa di chi non ne ha compreso il significato storico-sociale, ossia la sua natura profondamente controrivoluzionaria. Chiudo la parentesi… ideologica.

Tra l’altro, fu proprio ai tempi del “Compromesso storico” e del successivo “riflusso giovanile” che alcuni intellettuali iniziarono a parlare dell’apertura di un’epoca post-ideologica, una tesi fortemente ideologica cavalcata nei ruggenti anni Ottanta dal socialista Bettino Craxi.

Molti sinistri si sono scandalizzati vedendo Pierferdinando Casini tenere discorsi elettorali nelle sedi del PD che furono dei DS, del PDS e prim’ancora del PCI: e dove sta il motivo dello scandalo? Il PCI e la DC, al di là delle canoniche schermaglie politico-ideologiche e dei luoghi comuni intorno ai “comunisti” che mangiavano i bambini e dei democristiani che intascavano di contrabbando pacchi di dollari Made in Usa, non sono forse stati i due pilastri fondamentali del regime post-fascista? Che c’è di male se i post-cosiddetti-comunisti e i post-democristiani convolano a nozze? «È il post-ideologismo, bellezza, e tu, ancora impigliato nel Novecento, sei destinato a non capire i tempi nuovi». Che tempi, ragazzi! «Se Togliatti dialogò con Guglielmo Giannini, il fondatore dell’Uomo Qualunque, il centrosinistra può dialogare con Luigi Di Maio» (Massimo D’Alema, intervista al Corriere della Sera). E io cosa ho detto?!

La postura post-ideologica assunta dal Movimento 5 stelle e dalla Lega ha consentito loro di drenare gran parte dell’elettorato del PD e del partito berlusconiano che più è stato bastonato dalla lunga crisi economica, cosa che li ha portati al centro della scena politica del Paese, a chiedere senza alcun imbarazzo “ideologico” l’appoggio a tutti i partiti desiderosi di dare un contributo alla soluzione della crisi politica. Altro che la politica democristiana dei due forni! Roba da dilettanti. Ogni pur affettato imbarazzo è stato travolto da una spregiudicatezza politica forse mai vista prima nemmeno in questo Paese, che pure vanta una lunga tradizione di cinismo politico. Inutile dire che il PD e FI, i due partiti usciti più penalizzati dal responso popolare, temono di rimanere schiacciati nella morsa della “responsabilità”, di assumere cioè una dimensione politica irrilevante nella «Terza Repubblica» annunciata, forse un po’ in anticipo sui tempi, da Di Maio, e tutte le loro mosse politiche devono essere lette da questa prospettiva.

Ieri il Financial Time ricordando le posizioni del Movimento 5 Stelle in materia di reddito di cittadinanza e di politiche dell’immigrazione ha definito Di Maio «un camaleonte che si adatta alle circostanze». Può anche darsi che l’ideologia camaleontica sia appunto l’ideologia che meglio si adatta alle circostanze, quella cioè che con maggiore efficacia intercetta il disagio economico ed esistenziale che attraversa molti strati sociali, alcuni che sentono di non avere davvero più nulla da perdere e qualche sussidio statale da conquistare (vedi il Mezzogiorno Italiano), altri, ancora più angosciati, che temono di perdere il tanto o il poco che hanno accumulato negli anni passati e quindi precipitare nel fondo senza speranza dei vinti della globalizzazione capitalistica. Di qui pulsioni razziste, fasciste, stataliste, protezioniste («Bravo Trump!»), xenofobe e quant’altro: altro che mondo post-ideologico!

Scrive Carlo Formenti: «Chi paga il fio di disoccupazione, precarizzazione, degrado delle periferie slum dove si ammassano bianchi poveri e immigrati chiede protezione. Protezione economica e sociale dai fallimenti del mercato e messa in sicurezza del territorio. E protezione è proprio ciò che offrono i programmi populisti. Ed è qui che è possibile distinguere fra populismi di destra e di sinistra: entrambi utilizzano la retorica dello scontro fra popolo (buono) ed élite (cattive), entrambi vogliono difendere la nazione dalle ingerenze esterne (per cui condividono l’euroscetticismo), entrambi hanno leadership carismatiche, e tuttavia, mentre i primi offrono protezione dall’ondata migratoria e dai suoi effetti, nonché dall’invadenza statale (tasse, burocrazia, sprechi, ecc.), i secondi si propongono di contrastare la mobilità di capitali e merci più che quella dei flussi migratori, auspicano un ruolo attivo dello stato in economia e ripropongono la lotta di classe, ancorché trasfigurata in opposizione alto/basso (una differenza analoga – sia pure indebolita a causa della perdita di radicalità del M5S – esiste anche fra Lega e grillini)». Quando parla di riproposizione della «lotta di classe» a chi pensa Formenti? Leggiamo: «Non stupisce nemmeno il misero 1% raccolto da Potere al Popolo. Per fare di meglio, si sarebbe dovuto costruire per tempo un progetto politico sul modello di quelli di Podemos e Mélenchon». La lotta di classe «sul modello di quelli di Podemos e Mélenchon» è una genialata che poteva balenare solo nella testa di un Nazional Popolare che guarda con tanta simpatia e speranza al «Socialismo del XXI secolo» che forse – e sottolineo forse – sta incontrando qualche lieve – e sottolineo lieve – battuta d’arresto in Venezuela. Gli estremi del circolo vizioso ideologico si toccano perche essi insistono sullo stesso piano: come volevasi dimostrare!

LA SEVERA LEZIONE DI ANTIFASCISMO DEL PROFESSOR ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA

Dalle pagine del Corriere della Sera della scorsa domenica il Professor Ernesto Galli della Loggia ha impartito ai suoi lettori una notevole e non banale lezione di storia dell’antifascismo e di scienza della politica. È vero, sostiene il noto intellettuale, che la nostra Repubblica (capitalistica: aggiunta settaria di chi scrive) è «nata dalla Resistenza», e «che la nostra Costituzione è antifascista», ma storicamente e politicamente parlando c’è antifascismo e antifascismo. C’è stato l’antifascismo dei sinceri democratici e quello di chi non predicava né praticava la democrazia ma un sistema di valori autoritari almeno quanto lo erano quelli che facevano capo al Fascismo e al Nazismo. Il riferimento è ovviamente al mondo “comunista” (Unione Sovietica) che si alleò con il mondo democratico (Stati Uniti e Inghilterra) per sconfiggere il nazifascismo. Inutile dire che il Professorone chiama “comunismo” quello che, come sanno i miei pochissimi lettori, io chiamo stalinismo, una mostruosa creatura politico-sociale che rappresentò la più feroce negazione del comunismo e di ogni aspirazione di emancipazione umana. Ma questo fa parte del mio modestissimo bagaglio politico-dottrinario che certo non può minimamente reggere il confronto con quello dell’intellettualone di cui si parla.

Ma diamogli pure la parola: «Sta bene. Non possiamo fare a meno di ricordare che l’Italia è una Repubblica fondata sull’antifascismo, che la nostra Costituzione è antifascista. Si dà il caso però che la storia – la storia ripeto e non già le nostre opinioni personali –  dovrebbe farci chiedere: antifascista sì, ma di quale antifascismo?». Alzo la manina e come uno scolaretto che crede di essere preparato rispondo: «Professore, si trattò di un antifascismo tutto interno alla lotta interborghese e interimperialistica».  «Intercosa? Qui non si parla di calcio! Faccia piuttosto silenzio e impari qualcosa ascoltando la mia Scienza!» Va bè, sto zitto e continuo la citazione: «Come infatti sa chi ha letto qualche libro, la storia registra molti avvenimenti che non possono non porre qualche problema di contenuto quando si adopera il termine antifascismo. Erano certamente antifascisti, ad esempio, quelli che in Spagna incendiavano le chiese e passavano per le armi preti, anarchici e trotzkisti. Erano antifascisti quelli che nel 1939 pensavano che l’Unione sovietica avesse fatto benissimo ad annettersi i Paesi baltici e mezza Polonia dopo essersi messa d’accordo con Hitler, così come lo erano quelli che sul nostro confine orientale dal ’43 al ’45 gettarono qualche migliaia di italiani nelle foibe. […] Ancora: antifascisti a diciotto carati erano pure quelli che negli anni ‘50 non esitavano a definire “nazisti” gli Stati Uniti mentre non riservavano una sola parola di solidarietà, neppure una, agli antifascisti cecoslovacchi o ungheresi, solo pochi anni prima loro compagni nella Resistenza e ora mandati sulla forca con le accuse più inverosimili e infamanti dai regimi comunisti stabilitisi nei loro Paesi. E non si sono sempre proclamati antifascisti – a loro dire anzi del più “coerente” antifascismo – i terroristi delle Brigate rosse e di altre organizzazioni consimili?». La ricostruzione storica mi sembra ineccepibile.

Chi simpatizzava per gli Stati Uniti stava dalla parte giusta (democratica) della barricata, chi simpatizzava per l’Unione Sovietica stava invece dalla parte sbagliata, perché sosteneva un regime dittatoriale liberticida, peraltro neanche in grado di competere sul terreno economico con l’odiato sistema capitalistico: è il succo del discorso di della Loggia. Solo la comparsa del Male Assoluto nazifascista rese possibile un’alleanza altrimenti nemmeno immaginabile tra un Paese antidemocratico come l’Unione Sovietica di Stalin e Paesi democratici come gli Stati Uniti di Roosevelt e la Gran Bretagna di Churchill, il quale fu il primo, a guerra finita, a lanciare l’allarme sui pericoli che l’Occidente correva se non si fosse sufficientemente armata per contenere l’«imperialismo comunista» di Mosca. A Occidente il Bene, a Oriente il Male. Fortunatamente, abbastanza presto ho conosciuto compagni che stavano su una ben diversa barricata: quella dell’anticapitalismo e dell’antistalinismo. A Occidente il Capitalismo, a Oriente il Capitalismo: il mondo intero vive sotto il tallone di ferro di un solo rapporto sociale. Il «socialismo reale» dell’Unione Sovietica come reale Capitalismo (più o meno “di Stato”) a forte vocazione imperialista: questo concetto per me è stato forse l’acquisto dottrinario (che parolona!) e politico (idem!) più importante alla fine degli anni Settanta.

Per quanto riguarda il riferimento alle Brigate Rosse, in effetti, e come ho ricordato altre volte, c’è da dire che la concezione politica della galassia dei gruppi e gruppuscoli che stavano alla “sinistra” del PCI (“terroristi rossi” compresi) trovava non poco alimento “dottrinale” proprio nel mito della «Resistenza tradita» (e poi della «Costituzione tradita») elaborato dai militanti “comunisti” che alla fine della Seconda guerra mondiale avevano sperato di prendere il potere con l’aiuto dell’Armata Russa – e magari anche con l’aiuto del “compagno” Tito, a proposito di foibe. Ora, e sempre per rimanere sul piano della ricostruzione storica tanto caro al nostro professore, un conto era voler «fare come in Russia» nel 1917, ai tempi di Lenin, un conto tutt’affatto diverso era voler «fare come in Russia» nel ’45, ai tempi di Stalin, una distinzione che i post  stalinisti, e lo stesso prestigioso editorialista del Corriere della Sera, non possono apprezzare nel suo autentico significato. Per me si tratta della distinzione che passa tra la Rivoluzione e la Controrivoluzione, né più, né meno.

Oggi non pochi antifascisti militanti duri e puri vorrebbero «fare come in Venezuela», dimostrando con ciò stesso quanto sia ancora forte lo stalinismo inteso come ideologia politica. Un solo esempio, tanto per farci quattro risate. Scrive Luciano Vasapollo, sostenitore di Potere al Popolo e grande amico del «Venezuela rivoluzionario chavista» (ah, ah, ah, già rido!): «Molte forze in Potere al Popolo da anni si battono per difendere la democrazia in questo paese. Ma per democrazia intendiamo quella popolare e partecipata, non quella rappresentativa. E questo secondo me è già vivere rivoluzionario. Pensare che la rivoluzione sia solo atto violento è una follia. Chávez ha rivoluzionato tutta l’America Latina vincendo le elezioni e ancora oggi il chavismo è un modello per tutti gli ultimi della terra. Evo Morales in Bolivia, Rafael Correa in Ecuador hanno vinto regolari elezioni e poi rivoluzionato Bolivia e Ecuador. Cuba va alle elezioni a marzo. La questione che fanno finta di non capire in molti è che da una parte il movimento dei lavoratori, le forze popolari, i comunisti e i paesi progressisti nell’Alba si danno forme di democrazia partecipativa; dall’altro lato, in questo mondo a capitalismo maturo si pensa che l’unica democrazia sia quella rappresentativa. Ma rappresentativa di chi?» Degli interessi che a diverso titolo fanno capo alle classi dominanti, o alle fazioni contingentemente più forti di esse, esattamente come accade nei Paesi che hanno la “fortuna” di sperimentare la «democrazia popolare e partecipativa».  Finisco la rivoluzionaria citazione: «È necessario quindi che non solo tutti coloro che si battono per il superamento del capitalismo e l’apertura di spazi di socialismo, ma anche ogni sincero democratico e progressista e chiunque ritenga un valore l’autodeterminazione dei popoli, mostri la propria tangibile solidarietà con il Venezuela rivoluzionario chavista. Atilio Boron ha definito la lotta del Venezuela come la Stalingrado dell’America Latina. Io credo sia la Stalingrado di tutti i popoli che ambiscono all’autodeterminazione, alla sovranità e alla giustizia sociale». Più che di Stalingrado, parlerei piuttosto di stalinismo, appunto. È proprio vero, Professor Ernesto galli della Loggia, c’è antifascismo e antifascismo! Ma non finisce qui: «Sono tornato in queste ore da un lungo viaggio a Cuba con cui ho avuto incontri con governo, partito, accademici, economisti anche di Venezuela, Bolivia e Stati Uniti. Concordiamo tutti su un punto: la finta democrazia occidentale serve solo a restringere gli spazi di democrazia». Mentre quella «popolare e partecipativa» invece… Forse nemmeno gli stalinisti italiani degli anni Cinquanta si permettevano simili comiche idiozie al ritorno dai loro viaggi “internazionalisti” nella “Patria del Socialismo”. Sul Venezuela, invece, c’è poco da ridere.

Sul regime venezuelano rimando ai miei diversi post pubblicati sul Blog; sulla crisi sociale sempre più devastante che sconvolge quel Paese e sulle condizioni sempre più difficili dei proletari venezuelani, soprattutto di quelli che sono fuori dal circuito clientelare (o “Stato Sociale”) creato dal chávismo con i proventi della rendita petrolifera, cercherò di scrivere qualcosa tra qualche giorno, giusto il tempo di ricevere le solite velenose veline anticháviste dai miei amici e finanziatori americani.

In passato molti mi hanno rimproverato il fatto di prendermela più con gli stalinisti che con i fascisti, e avevano pure ragione! Come si spiega un atteggiamento che a molti militanti della sinistra deve apparire inaccettabilmente settario? Ecco la mia difesa. In primo luogo sul piano storico è lo stalinismo che ha vinto (dopo aver cercato di allearsi con il nazismo e dopo essersi alleato con l’imperialismo angloamericano), ed è perciò con esso che milioni di proletari hanno dovuto fare i conti per decenni, anche in Italia, attraverso il PCI da Togliatti a Occhetto; in secondo luogo, e cosa più importante per un modestissimo epigono di Marx, lo stalinismo si faceva chiamare “comunismo”, sventolava bandiere rosse e diceva di fare gli interessi della classe operaia russa e mondiale, mentre il fascismo non ha mai nemmeno lontanamente toccato simili abissali profondità di menzogna. O mi sbaglio? Chiudo l’ennesima parentesi autobiografica, dedicata a chi conosce solo la storia ufficiale scritta e tramandata dagli intellettuali di regime (in gran parte di orientamento sinistrorso), e ritorno alla noiosa cronaca politica dei nostri giorni.

«Basta con questa storia del fascismo e dell’antifascismo, non se ne può più. È un dibattito di una inconcludenza totale, fondato sul nulla. Pensiamo piuttosto al fatto che i nostri ragazzi escono da scuola senza sapere bene chi era Hitler e Mussolini». Così si è espresso qualche giorno fa un altro pezzo grosso dell’italica intellighentia, Massimo Cacciari. Crisi di rigetto dopo aver ascoltato per decenni, come una litania sempre più stanca e noiosa, lo slogan «Ora e sempre Resistenza»? È probabile. Certo è che nella testa progressista di chi ha una certa età e non è abituato a lisciare sempre e comunque il pelo al Popolo della Sinistra, qualche dubbio intorno all’attualità, alla pregnanza politica e alla serietà dell’antifascismo gli sarà venuto. «”Suvvia – dice il filosofo operaista e senatore dem Mario Tronti, che sfila in corteo a dispetto dei suoi 86 anni – non esageriamo il fenomeno di qualche minoranza che si agita”. Osservazione saggia, se non fosse che fra sette giorni si vota» (Il Messaggero, 25/02/18). Sempre che l’antifascismo, militante (“dal basso”) o istituzionale (“dall’alto”) che sia, porti nuovi voti alla sinistra, di opposizione o governativa che sia, e non si risolva invece in un ennesimo regolamento di conti al suo interno. Un problema che ovviamente non mi sfiora nemmeno. «Nel corteo romano Veltroni, Zingaretti, Zanda e altri si mescolano al popolo che grida: “Antifascismo, Costituzione, questa è la nostra rivoluzione”». Che bella “rivoluzione”! Una “rivoluzione” che lascio molto volentieri al Popolo della Sinistra, la cui massima aspirazione è quella di vedere i Cari Leader dare il ben servito a Renzi, non a caso dipinto fino a qualche mese fa come l’incarnazione del neoliberismo, dei poteri forti, del «fascismo del XXI secolo» e, orribile a dirsi, del berlusconismo. Fascismo, antifascismo, berlusconismo, antiberlusconismo: l’eterno ritorno del sempre uguale! «Che palle!» direbbe un altro intellettuale di sicuro peso e di altrettanto certo spessore, Giuliano Ferrara, il quale peraltro ha denunciato la sciatta e pavida superficialità con cui i media nazionali hanno raccontato la mancata strage terroristica di Macerata: «Perché non abbiamo detto e scritto, come abbiamo fatto in analoghe circostanze, “Siamo tutti Gideon, Festus, Jennifer, Mahmadou, Wilson, Omar”?». Già, perché? Elezioni incombenti?

Essendo un intellettuale borghese liberale, Galli della Loggia quando tratta di antifascismo conosce solo una distinzione, tutta radicata sul terreno della difesa dello status quo sociale: quella tra antifascismo democratico e antifascismo antidemocratico. Non conosce né concepisce altre forme di antifascismo. E non è il solo, peraltro. Naturalmente egli appoggia con tutte le sue forze il primo e osteggia nel modo più risoluto e conseguente il secondo: «le democrazie si difendono dal fascismo non facendo la Resistenza – come pretenderebbero facendola a modo loro i teppisti di Torino, di Piacenza o di Palermo – bensì applicando la legge. Nelle democrazie il capo della Resistenza è il Ministro degli interni. Punto. Se non lo è – ma il ministro Minniti appare da ogni punto di vista perfettamente calato nel ruolo – va richiamato ai suoi doveri, non già surrogato da qualche violento capobanda dei centri sociali». Il monopolio della violenza va lasciato allo Stato anche quando si tratta di difendersi dal fascismo. Ma è appunto questo che contestano «i teppisti (copyright di Antonio Padellaro)» che praticano l’antifascismo militante, i quali sostengono che i “traditori” della Repubblica [capitalistica] nata dalla Resistenza e della Costituzione [capitalistica] più bella del mondo non solo non reprimono adeguatamente l’insorgenza fascista, ma addirittura la sostengono in qualche modo, anche attraverso il sistema dei media, il quale avrebbe scientemente “sdoganato” il neofascismo presentandolo agli occhi dell’opinione pubblica come il solo movimento politico che davvero ha a cuore le sorti degli ultimi, delle vittime della globalizzazione – o mondializzazione, per usare il lessico del sovranismo destrorso –, e del Paese. A proposito di sdoganamento: «Una signora sotto lo striscione dedicato a Giacomo Matteotti se la prende in pieno trip da retropia addirittura con il Migliore: “Fu Togliatti a sdoganare il fascismo con l’amnistia del ‘46”» (Il Messaggero). Anche questa in fondo è storia.

Si può individuare una differenza di principio, radicale in termini storici e sociali, tra antifascismo militante e antifascismo istituzionale? Io credo di no, e anzi possono entrambi venir considerati come interni a un antifascismo di regime, il regime nato appunto dalla Resistenza. Verrò dopo su questo decisivo punto.

Scrive della Loggia: «Nell’Italia della Costituzione, difendere la democrazia – dal fascismo come da ogni altra minaccia – è compito solo delle forze dell’ordine della Repubblica». E la Repubblica nata dalla Resistenza sa bene come difendersi, non ha bisogno di venir surrogata da un “antifascismo dal basso”. E qui mio malgrado mi tocca dare ragione al Professore. Vediamo subito in che senso attraverso la solita antipatica autocitazione: «Negli anni Settanta la distruzione dei movimenti sociali fu affidata soprattutto agli apparati repressivi dello Stato, con il pieno sostegno di tutti i partiti appartenenti a quello che allora si chiamava “arco costituzionale”, a cominciare dal PCI e dalla DC. […] In quegli anni il neofascismo ebbe uno scarsissimo ruolo nella repressione e nell’intimidazione dei movimenti antagonisti. Insomma, la democrazia capitalistica sa difendersi benissimo dai nemici dell’ordine costituito (e costituzionale) anche senza sguinzagliare le squadracce fasciste contro i “sovversivi”, e ciò in piena coerenza con la lettera e con lo spirito della Costituzione più bella del mondo» (Fascismo reale, fascismo immaginario…).

Fino a prova contraria non il fascismo, in una qualsiasi forma più adatta ai tempi, ha amministrato politicamente e ideologicamente questo Paese negli ultimi sette decenni, ma la democrazia capitalistica, la sola forma di democrazia possibile nel Capitalismo del XXI secolo. Marx e Lenin parlarono della «democrazia borghese» come del migliore involucro politico–ideologico-istituzionale della dittatura sistemica radicata nei rapporti sociali capitalistici. Migliore, beninteso, per le classi dominanti. Forse quei due personaggi preferivano i regimi borghesi autoritari a quelli democratici? Ovviamente no; semplicemente essi avevano capito che la forma democratica offre alle classi dominanti, almeno nei Paesi capitalisticamente avanzati dell’Occidente, più spazio di manovra nella gestione dei conflitti sociali, un più intelligente e funzionale uso della carota politico-ideologica e del bastone – bombe e picchiatori fascisti compresi, alla bisogna. Per non farsi schiacciare, per resistere alla pressione del processo sociale le classi subalterne devono contare solo sulla loro forza, sulla loro unità, sulla loro autonomia politica, ideale e psicologica nei confronti dello Stato e dei partiti di regime – di “destra” o di “sinistra” non ha alcuna importanza. Ecco perché è fondamentale cercare di fare luce sulla natura ipnotica della democrazia capitalistica, la cui sostanza sociale non è che la realtà del totalitarismo degli interessi economici.

Insomma, è sulla dittatura dei vigenti rapporti sociali che dovremmo concentrare tutta la nostra attenzione anche quando analizziamo il significato storico e sociale del fascismo e della democrazia. Non si tratta di sottovalutare i fenomeni neo-fascisti, tutt’altro! Si tratta piuttosto di collocarli nella giusta prospettiva, così da evitarci l’avvitamento in inconcludenti battaglie ideologiche che alla fine rafforzano solo lo status quo sociale.

E qui entra in scena un altro tipo di antifascismo, quello che prende di mira il fascismo non in quanto forma politica che si oppone alla democrazia (capitalistica), alla Repubblica nata dalla Resistenza e alla Costituzione che, com’è noto, tutto il mondo ci invidia (salvo che in Venezuela, dove è in atto un meraviglioso tentativo di “democrazia partecipativa” e di “socialismo dal volto umano”), ma il fascismo (o come altrimenti si voglia chiamarlo) come strumento di repressione e di intimidazione nei confronti delle avanguardie di classe (dove e quando queste ci sono), delle lotte operaie, dei proletari più radicalizzati in senso anticapitalista (speriamo!), di quanti esprimono solidarietà nei confronti degli immigrati, degli ebrei, dei “diversi” d’ogni genere, delle idee di emancipazione d’ogni tipo, incluse quelle che toccano il ruolo della donna in questa società violenta e abbastanza escrementizia. Per questo è assolutamente sbagliato contrapporre la forma democratica dell’esercizio del potere a quella fascista, per il semplice fatto che entrambe concorrono a mantenere intatto e anzi più forte lo status quo sociale. Ho scritto status quo sociale perché la forma politico-istituzionale che amministra un Paese può anche mutare purché sopravviva il dominio delle classi dominanti: è questo, ad esempio, il significato autentico dell’alternanza Fascismo-Antifascismo che si verificò in Italia come conseguenza della sua rovinosa sconfitta militare ad opera delle Potenze Alleate. Non mi stancherò mai di ricordare a me stesso che la Resistenza altro non fu che la continuazione della guerra imperialista sotto altre condizioni storiche determinate dalle bombe angloamericane sganciate con generoso slancio democratico e antifascista sulle città italiane. Lo so che quando leggono simili affermazioni i fascisti si leccano i baffi: ma chi se ne importa di quella gentaglia! A me interessa denunciare il carattere imperialista della Seconda guerra mondiale da tutte le parti in conflitto, e lascio ai miserabili simpatizzanti del Duce la gioia di sentirsi accomunati con altra gentaglia di diverso orientamento politico. Contenti loro!* La precisazione di cui sopra non ha affatto un carattere passatista, perché intende colpire la mitologia resistenzialista nella sua essenza storico-sociale; una mitologia ultrareazionaria che ancora oggi pesa sulla coscienza di non pochi giovani che desiderano “fare la rivoluzione”.

«Il fascismo è fuori dalla Costituzione», ha detto qualche giorno fa il Premier Gentiloni. È fuori dalla Costituzione, mi permetto di precisare, ma dentro (eccome!) il regime sociale che quella Costituzione esprime. Io sostengo un antifascismo che vuole essere fuori dalla Costituzione e contro quel regime. Ebbene giovani compagni, non c’è Rivoluzione se non fuori dalla Costituzione e contro la Costituzione.

 

* Qualche anno fa un amico mi informò che su un sito rigorosamente nazifascista era comparso un mio scritto sulla democrazia e la Costituzione Italiana. La cosa che mi fece più ridere fu vedere che quel pezzo stava accanto a un articolo di Amadeo Bordiga, il noto fondatore del PC d’Italia nel 1921, sempre di tenore antidemocratico e anticostituzionale. Quale onore! Poveri nazifascisti, cosa sono costretti a fare per non essere considerati dei miserabili reietti dai loro nemici sinistrorsi!