SUPERFETAZIONI DIETROLOGICHE E IDEOLOGICHE. CASO MORO E DINTORNI

«Il dramma, signori, è tutto qui» (L. Pirandello). E anche la farsa.

Superfetazioni dietrologiche
Un gruppo (nove persone, a quanto pare) di “militanti rivoluzionari” (notare le virgolette: ci tengo particolarmente!) armati di tutto punto una mattina del 16 marzo 1978 sequestra nella capitale italiana uno dei maggiori leader politici del Paese dopo averne annientata la scorta: rimangono sul terreno, per usare il freddo linguaggio poliziesco, cinque servitori dello Stato crivellati dal piombo “rivoluzionario”. Si tratta di un’azione fulminea (di un “blitz”, si dirà): si parla di non più di cinque minuti tutto compreso. Poi (il 9 maggio), dopo un sequestro durato cinquantacinque giorni, questo micidiale gruppo di fuoco (o la direzione politico-strategica che lo guida) decide di uccidere lo statista catturato lasciandone il cadavere dentro un’auto (una Renault 4 rossa) parcheggiata in un luogo altamente simbolico, per amplificare al massimo il messaggio politico dell’intera operazione.

Naturalmente sto parlando del sequestro e dell’uccisione di Aldo Moro, allora Presidente della Democrazia Cristiana, “grande statista” («che Moro non è stato mai», secondo Leonardo Sciascia) e regista indiscusso del cosiddetto Compromesso Storico.

Ebbene, ai lettori sembra poi così assurda, così inverosimile la ricostruzione che ho provato a sintetizzare in poche battute? A me pare proprio di no. Ma in Italia la semplicità non paga, soprattutto di questi complottistici tempi, e anzi proprio nei casi politico-giudiziari più facili da comprendere l’opinione pubblica, o, meglio, chi la costruisce con metodi scientifici, deve vedervi per forza dell’altro: siamo alla ben nota sindrome dietrologica, o alla teoria del complotto, se vi pare. Chi c’era dietro le Brigate Rosse? Chi era il Grande Vecchio che nascostamente li manovrava? «Eccomi, sono io il Grande Vecchio!»: ma si trattava di Ugo Tognazzi! «Anche Vianello nella direzione strategica: cinquecento poliziotti gli danno la caccia» (Paese Sera). Con un tempismo davvero eccezionale il grande attore si prestò da par suo alla ridicolizzazione del montante complottismo intorno alle sempre più eclatanti imprese terroristiche delle BR. Quarant’anni dopo, gli eredi della DC e del PCI (guarda il caso!) intendono riaprire (per l’ennesima volta!) il Caso Moro (peraltro mai davvero chiuso), così da chiarire per sempre i supposti lati oscuri della vicenda e rispondere alla (sempre più stucchevole) domanda: chi c’era davvero dietro le Brigate Rosse?

Scriveva Massimo Bordin, esperto in casi giudiziari di grande rilevanza sociale e politica, sul Foglio del 25 marzo scorso: «L’ennesima commissione sul caso Moro ha trovato un estimatore: Giorgio Bongiovanni. Direttore della rivista Antimafia Duemila, tenuta in gran conto dai dottori Antonio Ingroia e Nino Di Matteo, ma anche leader di una organizzazione religiosa. Sostiene di avere le stigmate, come padre Pio, e di ricevere messaggi della Madonna attraverso extraterrestri che atterrano in astronave per incontrarlo. Bongiovanni non ha dubbi: il delitto Moro sarebbe stato “ideato, studiato ed eseguito da una commistione internazionale tra Br, parti deviate dello Stato, servizi segreti, in testa Cia e Kgb, mafia siculo-americana, criminalità organizzata italiana e poteri occulti del Vaticano”. Questa però è solo la verità storica, sostiene lo stigmatizzato. Occorre che diventi verità processuale. Bongiovanni espone sulla rivista da lui fondata come arrivarci. Occorre aprire un nuovo processo per “Attentato a Corpo politico dello Stato”, lo stesso reato contestato nel processo “trattativa” e bisogna arrestare di nuovo tutti i brigatisti in semi-libertà o libertà provvisoria. Resteranno in galera fino a che non avranno confessato la “commistione internazionale”. Del resto che le elucubrazioni sulla “trattativa Stato-mafia” dovessero saldarsi con quelle sui “misteri del caso Moro” era ampiamente prevedibile. I marziani però nessuno li aveva considerati». Non è mai troppo tardi!

Anziché chiarirsi e sgonfiarsi, il Caso Moro ha nel tempo espanso in modo parossistico i suoi – supposti/presunti – lati oscuri, realizzando una superfetazione di tesi complottiste e dietrologiche che probabilmente non ha pari nella storia recente di questo Paese, che pure è il Paese dei misteri irrisolti. Dalle settimane e poi dalle ore che precedettero il sequestro, alle sue modalità “militari”; dal numero dei brigatisti che parteciparono al blitz, al numero e al contenuto delle mitiche borse prelevate dalla macchina dello statista democristiano; dalla gestione del sequestro durante il “Processo Popolare” (sic!), al luogo del covo-prigione; dalle lettere di Moro, alle trattative intavolate dalle BR con la famiglia del prigioniero politico con una parte del mondo politico istituzionale ed extraistituzionale; dalle indagini delle forze dell’ordine, al ruolo dei servizi segreti italiani e stranieri, e molto, molto altro ancora: non c’è stato un singolo aspetto, politico e logistico, del Caso Moro che non si sia prestato a dubbi, a illazioni, a dietrologie più o meno spassose.

Naturalmente, come accade praticamente con qualsiasi evento di una certa importanza politica, di una notevole risonanza mediatica e di un forte impatto emotivo, anche per il caso in questione rimangono da esplorare (soprattutto a beneficio degli amanti del genere) lati oscuri, zone d’ombra, contraddizioni, incongruenze, bizzarre fatalità (ad esempio, trovarsi nel momento sbagliato nel posto sbagliato), stranezze d’ogni genere (vedi la famosa “seduta spiritica” del 3 aprile ’78, protagonisti Romano Prodi e gli spettri di La Pira e Don Sturzo), conseguenze non intenzionali, ambiguità, reticenze e quant’altro. Capita poi di continuo che qualcuno muori al momento giusto dal punto di vista degli interessi di poche o di molte persone. Non sempre il maggiore beneficiario di un delitto coincide con chi l’ha progettato fin nei minimi dettagli e l’ha poi eseguito con più o meno «geometrica potenza». Ma si può accusare, ad esempio e senza temere di scivolare nel ridicolo, l’Amministrazione americana del tempo quantomeno di aver facilitato, chiudendo un occhio e forse due, il blitz brigatista in Via Fani, visto e considerato che la Casa Bianca non manifestava troppo entusiasmo, per dir così, per la politica interna (apertura al PCI di Berlinguer) ed estera (filo-arabismo) di Moro? Si può dire che gli americani (e gli israeliani!) sapessero delle intenzioni dei brigatisti ma che preferirono non interferire con il loro «progetto criminale» semplicemente perché Moro era diventato indigesto per Washington? Si può dirlo, ovviamente, ma come si può dire qualsiasi altra indimostrabile cosa.

A chi giovava, dunque, la morte di Moro? Scrive Vladimiro Satta, documentarista del Senato incaricato di seguire i lavori della commissione stragi dal 1989 e autore di un assai documentato libro sul Caso Moro (Odissea del caso Moro, Edup 2003): «Tengo a sottolineare altresì che l’uccisione di Moro non giovò ai suoi sequestratori ed assassini, i quali  erano partiti con l’ambizione di suscitare sommovimenti rivoluzionari a catena in tutto il Paese e, al contrario, si ritrovarono politicamente più isolati di prima. […] Da ultimo, osservo che al di là delle coordinate che ho tracciato, la domanda su chi abbia avuto conseguenze negative o invece guadagnato dalla morte di Moro può avere molteplici risposte, data la statura del personaggio, le quali non possono essere messe retroattivamente in relazione con la dinamica del sequestro e del delitto: ad esempio, il fatto che Moro fosse un autorevolissimo candidato alla successione di Giovanni Leone al Quirinale non deve indurci a sospettare di Sandro Pertini. Ci mancherebbe solo questa!» (1). E se dietro l’azione del 16 marzo 1978 ci fosse stato proprio il futuro Presidente Pertini? E se fosse stato proprio lui il Grande Vecchio di cui si favoleggiò allora? Quanto a vecchiaia, i conti tornerebbero! Naturalmente sto scherzando. D’altra parte nel Caso in questione si registrano tante e tali sciocchezze, che aggiungerne un’altra non è che possa disturbare più di tanto.

Seguire il filo logico del cui prodest? significa, nella fattispecie e sempre a mio modestissimo avviso, mettersi nelle condizioni di dare mille risposte, magari una diversa dall’altra, l’una che contraddice l’altra, mentre i fatti aspettano di venir considerati nella loro spietata concretezza sociale e politica.

Quando gli archivi della polizia segreta zarista furono resi pubblici dai bolscevichi dopo la Rivoluzione d’Ottobre, si apprese ciò che gli stessi rivoluzionari russi avevano sempre sospettato: dietro a non pochi attentati terroristici di matrice populista e anarchica c’era la “manina” degli agenti infiltrati nelle organizzazioni rivoluzionarie russe del tempo. Ma, a quanto mi risulta, a nessuno storico serio del mondo è mai venuto in mente di spiegare l’esistenza di quel terrorismo (si pensi alla Zemlja Volja e alla Narodnaja Volja) con il tentativo – molto spesso riuscito – della polizia zarista di infiltrarsi fra le sue fila e di manipolarlo in qualche modo per rendere più efficace l’azione repressiva dello Stato zarista.

Al netto di tutte le «zone d’ombra» che (eventualmente!) rimangono da illuminare, il Caso Moro è per l’essenziale, per ciò che lo definisce socialmente e politicamente, del tutto chiarito, e per la verità esso apparve chiaro fin da quel 16 marzo. Soprattutto al PCI occorre attribuire la volontà di scrivere su quell’evento in sé semplice da capire una “narrazione” (o storytelling, per essere più “trendy”) a sfondo dietrologico-complottista. E qui ritorniamo alla domanda iniziale: chi si nascondeva dietro le BR? E se dietro le BR ci fossero stati un indirizzo “teorico-politico” totalmente organico alla tradizione stalinista del PCI  (e non solo, come vedremo) e un contesto sociale che quasi tutti i gruppi della galassia “rivoluzionaria” consideravano, a torto (e uso un eufemismo), prossimo a precipitare il Paese in una vera e propria crisi rivoluzionaria? Mi rendo conto, la mia risposta non è di quelle che possano soddisfare ed eccitare il gusto dei morologi. Ma tant’è!

Nel ’78 avevo sedici anni e da un anno “militavo” nel Movimento Studentesco della mia città. Non facevo parte di nessun gruppo politico organizzato ma leggevo – e a scuola orgogliosamente esibivo – Lotta Continua, le cui posizioni sul sequestro Moro valsero a distruggere quel po’ di ingenua simpatia che fin lì avevo nutrito per le BR, i cui esponenti ai miei adolescenziali occhi apparivano in guisa di chi la rivoluzione la fa davvero, e non solo ne parla. Che si pretende da un ragazzino di 15, 16 anni?! Saranno sufficienti alcuni mesi, e soprattutto le buone letture (Marx, Lenin, Luxemburg, Trotsky, Lukács e altri autori pubblicati dalla Newton Compton nella “mitica” – e soprattutto economica – collana paberbacks marxisti), per capire che spesso l’esibizione di una «geometrica potenza» di stampo militare non è che l’espressione di un’abissale impotenza analitica e politica.

Ma di cosa si erano nutriti, politicamente parlando, gli uomini e le donne delle Brigate Rosse? «Eravamo soldati di una guerra che era solo nostra. L’ideologia ci ha resi ottusi»: così rispondeva l’ex brigatista Anna Laura Braghetti a una domanda di Sergio Zavoli sull’uccisione di Aldo Moro. Si tratta dunque di capire a quale «ideologia» l’ex militante delle BR faceva riferimento.

Superfetazioni ideologiche
A proposito dei «compagni che sbagliano» Rossana Rossanda parlò di «album di famiglia», tesi ribadita il 23 marzo 2003 su Liberazione: le BR «erano un pezzo della sinistra». Si trattava di quella «sinistra» che coltivava il mito ultrareazionario (2) della «Resistenza tradita» che ebbe in Pietro Secchia e nella parte più stalinista del PCI le sue fonti più autentiche e riconoscibili. Com’è noto, i “comunisti” che volevano fare della Resistenza una «rivoluzione socialista» («Bisogna fare come nella Russia del ’17! Viva Lenin! Viva Stalin!»: e ho detto tutto!) contestarono il togliattiano «partito nuovo» nato dalla cosiddetta svolta di Salerno (aprile ‘44), espressione della politica di collaborazione con le forze badogliane imposta da Stalin al gruppo dirigente del PCI in vista degli assetti interimperialistici postbellici disegnati dalle Potenze Alleate a Teheran (1943) e a Yalta (1945) – ovviamente dopo averli tracciati col sangue sui campi di battaglia di mezzo mondo. Com’è noto, si decise allora che l’Italia dovesse cadere, insieme alla Germania Occidentale e al Giappone, nella “sfera di influenza” degli Stati Uniti. Richiesto di dire la sua sul «nuovo terrorismo», nel 2012 Renato Curcio rispose che «La nostra storia fu tutta interna al clima degli anni Sessanta e alla storia partigiana». Come volevasi dimostrare.

Scriveva Leonardo Sciascia: «Ma prima di parlare dei documenti del contrappasso [le lettere del prigioniero Moro] bisogna dire del nemico, dei carcerieri. E principalmente riconoscere a questo nemico, a questi carcerieri, un’etica che appunto si potrebbe dire carceraria: maturata nella lettura – o nel sentito dire – di testi di Foucault o foucaultiani. Figli, nipoti o pronipoti del comunismo stalinista» (3). Tesi che mi sento di condividere, al netto di quell’accostamento, che realizza un vero e proprio ossimoro, di comunismo e stalinismo che a mio avviso non ha alcun fondamento, se non nella ciclopica menzogna del XX secolo che ha presentato lo stalinismo in guisa di comunismo “con caratteristiche russe”, oppure come una deformazione paranoide del comunismo, mentre il fenomeno sociale passato alla storia appunto come stalinismo non solo non ebbe mai nulla a che fare con il comunismo, né con quello “ideale” né con quello “reale”, ma ne rappresentò piuttosto la più brutale negazione. Su questo punto rimando a Lo scoglio e il mare e a Il Grande Azzardo.

Con le BR e con gran parte dell’estrema sinistra di quegli anni ci troviamo ben al di là del comunismo inteso marxianamente come «il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente» in vista della Comunità umana.

Il 14 aprile 1978 Lotta Continua pubblicò un articolo, firmato da Marco Boato, che allora generò un vasto dibattito nella “sinistra rivoluzionaria”; titolo: Né con le BR né con lo Stato. E poi? Ne cito alcuni passi: «È vero: la rivoluzione non si può processare. Ma il problema non è questo, se non per chi ha voglia di fantasticare. Si tratta di capire se il terrorismo “di sinistra”, oggi, e in particolare la teoria e la pratica delle BR hanno qualcosa a che fare con la rivoluzione Comunista. Secondo me, no: assolutamente niente». Nemmeno secondo me: «assolutamente niente». Mi scuso e riprendo la citazione: «Per usare una espressione tanto cara ai loro testi “ideologici”, si tratta di una teoria e di una pratica “controrivoluzionaria” (anche se questo termine non mi piace). Ma soltanto l’analfabetismo di ritorno di S. Corvisieri può richiamare l’estraneità alla “tradizione comunista”. Nella “tradizione comunista”, purtroppo, le BR rientrano bene nella teoria e nella pratica dello stalinismo, fin nelle sue più infami aberrazioni (o, meglio, logiche conseguenze)». Sebbene in altro modo, anche qui insiste la vulgata sopra considerata: lo stalinismo come una forma particolarmente cattiva e financo aberrante della «tradizione comunista». Qui intendo fare solo due appunti al ragionamento di Boato: se egli giustamente polemizza con la dirigenza del PCI rinfacciandole lo scabroso “album di famiglia” («le BR appartengono alla vostra tradizione stalinista!»), tuttavia tende a nascondere l’altro “album di famiglia” che esibisce il volto delle BR, ossia la matrice sessantottina del “terrorismo rosso”.

A ben vedere il velleitarismo pseudo rivoluzionario dei gruppi armati non si discostava molto, sul piano “dottrinario” e psicologico, da quello che indubbiamente caratterizzò gran parte dei soggetti politici che dal ’68 in poi decisero, per così dire, che la situazione della società italiana (e, più in generale, della società occidentale) fosse sul punto di realizzare una sorta di “dualismo di potere” che ammetteva due sole soluzioni: o la rivoluzione o la controrivoluzione. La rivista Rosso, non ricordo se nel ’77 o nel ’78, scrisse che se «il proletariato rivoluzionario» non avesse preso il potere nell’arco di qualche settimana o, al più tardi, di qualche mese, i compagni rivoluzionari sarebbero stati spazzati via dalla controrivoluzione. Quel clima di aut-aut, da ultimi giorni allora si avvertiva molto forte anche nel Movimento Studentesco. In realtà, la stessa esistenza del terrorismo si spiegava con la debolezza della classe operaia e del proletariato più in generale, ancora saldamente nelle mani delle organizzazioni (partiti, sindacati, associazionismo di vario genere) al servizio dello status quo sociale. Sostituirsi al proletariato, o “eccitarlo” attraverso azioni esemplari alla fine si è dimostrato tragicamente illusorio. Un conto era mimare l’assalto al cielo, la presa del Palazzo d’Inverno come facevamo noi studenti durante i cortei (con la manina alzata a mimare la P38!) e le manifestazioni di piazza; un conto affatto diverso era credere che fosse arrivata davvero l’ora di passare all’atto! Da un lato ragazzini che devono maturare e che si divertono provocando l’universo mondo (lo Stato, la famiglia, la patria, i benpensanti); dall’altro, adulti con la testa piena di vecchie idee sbagliate e che esibiscono un’infantile capacità di analisi. Dietro la «geometrica potenza» il nulla.  «Le brigate rosse sono nate in fabbrica dentro la crisi della vecchia società fordista» (4); forse sarebbe stato più corretto scrivere dentro una particolare, e a mio avviso per l’essenziale infondata, lettura di quella crisi. Ma il libro qui citato è più che altro interessato, meritoriamente e a quanto pare con grande efficacia, a smontare la montagna dietrologica che nel corso degli anni è andata formandosi, strato dopo strato, superfetazione dopo superfetazione, balla dopo balla, sul Caso Moro.

Scriveva Lenin nel 1906: «Il marxista si pone sul terreno della lotta di classe, non su quello della pace sociale. In certi periodi di acuta crisi economica e politica, la lotta di classe si sviluppa sino a trasformarsi in aperta guerra civile, cioè in lotta armata fra due parti del popolo. In questi periodi il marxista ha il dovere di porsi sul terreno della guerra civile. Ogni sua condanna morale è assolutamente inammissibile per il marxismo» (5). Ora, solo dei visionari (nell’accezione più negativa, più ideologica del termine) potevano vedere nell’Italia (e nella Germania: vedi Rote Armee Fraktion) degli anni Settanta un Paese attraversato da una «lotta di classe [che] si sviluppa sino a trasformarsi in aperta guerra civile, cioè in lotta armata», e giungere alla risibile – che per alcuni avrà conseguenze tragiche – conclusione che il leniniano «partito combattente» fosse all’ordine del giorno. Si può certo dissentire dalla concezione leniniana del partito rivoluzionario, e personalmente non ritengo ad esempio il Che fare? l’ultima parola in fatto di partito rivoluzionario, tutt’altro, e lo stesso Lenin d’altra parte invitò i suoi compagni a non pietrificarne le tesi, a non trasformarle in astratti principi dogmatici. Detto questo, penso che attribuire ai brigatisti una concezione leninista del soggetto rivoluzionario significa, per un verso far torto al rigore politico e analitico di Lenin: «Il marxismo esige categoricamente un esame storico del problema delle forme di lotta. Porre questo problema al di fuori della situazione storica concreta [vedi BR e non solo!] significa non capire l’abbiccì del materialismo dialettico» (6); e per altro verso significa concedere un immeritato credito alla fraseologia “marxista-leninista” usata dalle BR nei loro documenti. Non essendo un intellettuale, e in special modo un intellettuale “di sinistra”, difficilmente mi ubriaco al suono di certa fraseologia pseudo rivoluzionaria, né mi lascio facilmente sedurre dalle pose “rivoluzionarie”di chicchessia. Quantomeno ci tento, oppongo… resistenza!

Fine del lungo ciclo espansivo capitalistico postbellico, “autunni caldi” a ripetizione sul fronte operaio (si trattava, per i lavoratori italiani, di prendere una boccata d’ossigeno dopo anni di compressione salariale e di duro sfruttamento: è il boom economico, bellezza!), rivendicazionismo studentesco (si trattava, per studenti e insegnanti, di “democratizzare” e di svecchiare l’obsoleto sistema formativo italiano), guerra in Vietnam (una rivoluzione nazionale-borghese interpretata dall’estrema sinistra come rivoluzione socialista: un classico del terzomondismo di matrice stalinista e maoista), “Rivoluzione Culturale “ in Cina (una lotta di potere interna al regime cinese letta dall’estrema sinistra come il rilancio di una rivoluzione socialista che in Cina non c’era mai stata): questi e altri eventi vennero letti da chi polemizzava “da sinistra” con il PCI come segni inequivocabili di una situazione che si faceva sempre più “oggettivamente rivoluzionaria” su scala nazionale e mondiale. Tuttavia, il concetto di «revisionismo» applicato dall’estrema sinistra al PCI e all’Unione Sovietica mostrava come essa non riuscisse ancora a cogliere la reale natura di classe dell’uno e dell’altra, e ciò per un verso ne depotenziava e ne inficiava l’analisi economico-sociale, politica e geopolitica,  e per altro verso la metteva nella condizione di mantenere col padre un rapporto ambiguo, di odio-amore, freudianamente non risolto.

Ma ritorniamo all’articolo di Boato. Lo slogan «Né con lo Stato né con le Brigate Rosse», che un po’ ricorda il più famoso «Né aderire, né sabotare», esprimeva tutta l’inadeguatezza teorica e politica di Lotta Continua e di molta parte della sinistra extraparlamentare, i cui militanti non sapevano come uscire dalla morsa letale realizzata dalla «guerra privata» tra Stato e terroristi. Mettere sullo stesso piano la lotta politica contro il cane da guardia dei rapporti sociali capitalistici e la polemica politica contro gruppi non rivoluzionari (non comunisti, non marxisti) accusati di «fare il gioco del nemico» tradiva tutta l’impotenza politica e psicologica di quel mondo già largamente attraversato da una crisi di identità che porterà molti giovani militanti verso la disperazione politica ed esistenziale. Nel ’77, anno che vide il mio esordio nella “militanza politica”, già si parlava di «riflusso», e se ricordo bene l’anno successivo proprio Lotta Continua (7) pubblicò un’inchiesta molto seria sul fenomeno delle discoteche che furoreggiava in una larghissima fascia di proletariato giovanile. Ci si interrogava sui motivi del “riflusso”, su come reagire all’ondata di disimpegno politico ormai evidente e che non si poteva più nascondere ai nostri – ideologici – occhi; il giornale era pieno di lettere di compagni che lamentavano la fuga dei giovani nelle nuove tendenze modaiole che venivano dagli Stati Uniti e che apparivano così diverse da quelle sperimentate in Italia e in tutto l’Occidente a partire dal ’68. In effetti, molti giovani, o ex giovani, che in passato avevano partecipato ai movimenti politici e sociali di sinistra, alla fine degli anni Settanta se ne allontanarono abbastanza delusi, frustrati e schifati: alcuni andarono in India, a cercare “ispirazione”; altri si suicidarono dentro le organizzazioni terroristiche, molti preferirono farlo precipitando nell’infernale buco della droga.

La posizione di chi “da sinistra” accusava le BR di fare “oggettivamente” il gioco del nemico e finiva con il teorizzare il né-né, appare quanto mai ambigua; da sempre la “destra” del movimento operaio ha messo in guardia i lavoratori da “tentazioni estremistiche” che avrebbero offerto al nemico il pretesto per giri di vite repressive. Ma fino a che punto si può spingere l’iniziativa rivoluzionaria senza «offrire pretesti» al nemico? Nei primi anni Venti i socialisti accusarono i comunisti di offrire pretesti ai fascisti solo perché essi decisero di rispondere alla violenza borghese (“legale” e “illegale”, costituzionale e fascista) con la violenza proletaria. Ogni sciopero, osservava Marx, può in qualsiasi momento degenerare in un episodio di violenza se il padrone decide di usare il pugno di ferro per spezzare la combattività operaia, e in ciò egli è supportato dallo Stato, il quale detiene il monopolio dell’uso legittimo (secondo la Legge) della violenza. In ogni caso Marx non metteva mai l’enfasi sulla natura necessariamente (e dolorosamente) violenta della lotta di classe rivoluzionaria, la quale è da egli dedotta come un fatto generato dalla vita stessa del dominio sociale: da un lato i dominati devono rispondere a una violenza sistemica che subiscono quotidianamente, e dall’altro essi hanno il diritto storico di mettere fine a quel dominio, emancipando in questo modo l’intera umanità. La nonviolenza elevata a inderogabile principio politico ed etico, giustificato con la bizzarra tesi che ricorrere alla violenza significa porsi sullo stesso terreno delle classi dominanti, equivale a un’apologia dello status quo sociale e del monopolio della violenza esercitato dal Leviatano che quello status difende con tutti i mezzi necessari.

Chi invece esalta l’uso della violenza nella lotta politica a prescindere da un’attenta analisi della situazione e dall’individuazione degli obiettivi politici da conseguire contingentemente e strategicamente (mezzi adeguati ai fini), e ne fa invece una sorta di cartina al tornasole per verificare il “tasso di rivoluzione” che scorre nelle vene di un soggetto politico, a mio avviso non ha nulla a che fare con una posizione autenticamente rivoluzionaria. L’esaltazione della violenza è tipica di quei ceti sociali per cui vale il noto motto: «Armiamoci e partite!». «Noi ci mettiamo l’esaltazione della violenza rivoluzionaria che brucia e purifica; voi ci mettete la vita!». Da sempre i dominati hanno dovuto versare il loro sangue per cause altrui, ed è per questo che bisogna usare il massimo della cura nel maneggiare la cosa. Personalmente concepisco l’uso della violenza da parte delle classi subalterne in lotta come un male necessario (un male tuttavia) (8), che trova la sua legittimazione storica in primo luogo nella violenza sistemica determinata dai vigenti rapporti sociali di dominio e di sfruttamento. Proprio perché mi sforzo di avere nei confronti della violenza politica rivoluzionaria un approccio critico e non ideologico; proprio perché non sono per principio contrario alla violenza usata dai dominati per difendersi o per attaccare cerco di trattare la questione con estrema cura e serietà, senza nulla concedere a quelle aberrazioni narcisistiche che, ad esempio, si trovano nei libretti “sovversivi” di Toni Negri scritti negli anni Settanta (9). In ogni caso, è la nostra testa di proletari e di militanti anticapitalisti che dobbiamo armare, perché nessuna pistola, nessuna arma potrà mai surrogare quella coscienza di classe senza la quale ogni discorso intorno alla “rivoluzione” è mera ideologia, un’ideologia che non di rado spalanca le porte dell’inferno a chi la pratica con una coerenza degna di miglior causa.

Il feticismo democratico di non poca parte della sinistra extraparlamentare appare evidente nelle parole di Boato: «Per i teorici e i militanti dell’”Autonomia” il problema della democrazia non esiste, anzi è un falso problema. Per noi invece, credo, è un problema decisivo. Questo Stato è di classe, borghese (chi lo nega, “da sinistra”, è perché semplicemente ne adotta ormai lo stesso punto di vista, non solo in termini ideologici, ma anche materiali): ma c’è per noi un abisso tra regime totalitario-fascista e regime democratico-rappresentativo». Prima si dice che «Questo Stato è di classe», ma quando poi si passa dalla premessa fondamentale astrattamente enunciata alle logiche – nonché dialettiche – conseguenze analitiche e politiche, ecco che  la si contraddice in pieno con la solita scusa della difesa dell’«agibilità politica», un feticcio che viene sempre rinfacciato a chi cerca di demistificare il contenuto di classe del regime democratico-rappresentativo. La famosa «agibilità politica» che il regime democratico-rappresentativo garantirebbe ha forse favorito, anche solo di uno zero virgola, lo sviluppo della lotta di classe? Lo so, la domanda suona un tantino retorica. Senza contare che quando si è trattato di mettere da parte la carota democratica per passare al bastone della repressione il regime democratico-rappresentativo lo ha fatto senza chiedere il permesso al Boato di turno, e con la legittimità politica e storica che gli deriva dalla sua funzione sociale (10). Contrapporre in linea di principio la corata (ad esempio sottoforma di scheda elettorale) al bastone (o manganello che dir si voglia) è puerile sotto ogni punto di vista, e soprattutto invita le classi subalterne a coltivare sciocche quanto pericolose illusioni intorno alla democrazia capitalistica.

Sto forse sostenendo che, allora, è “oggettivamente” da preferirsi lo Stato autoritario, che quantomeno mostra ai subalterni la vera faccia del Leviatano? Questo può sospettarlo solo un cretino. Io sostengo semplicemente che regime democratico-rappresentativo e regime autoritario (fascista, stalinista o di qualche altro tipo) sono due “sovrastrutture” politico-istituzionali dello stesso dominio sociale (capitalistico) e che in linea di principio, e come dimostra la prassi storica, nessuno dei due diversi – ma complementari e sinergici – regimi offre allo sviluppo della lotta e della coscienza di classe un terreno più fertile. Questo lo avevano capito benissimo i comunisti occidentali che nei primi anni Venti entrarono in polemica con Lenin sulla tattica da applicare nei Paesi capitalisticamente avanzati: mentre il retaggio zarista della Russia induceva il secondo a sopravvalutare il problema dell’«agibilità politica», i secondi dovevano confrontarsi con una classe operaia già largamente sedotta e ipnotizzata dall’ideologia (e dalla prassi) democratica, trattamento politico e psicologico che favorì non poco l’ascesa dei regimi autoritari.

Il sequestro Moro rese evidente, tra l’altro, il madornale errore commesso dalle BR (e non solo da loro!) nell’identificare senz’altro lo Stato capitalistico con la Democrazia Cristiana (e, in generale, con il governo pro tempore), e comunque di concepire quel partito come l’architrave di un regime politico crollato il quale sarebbe venuto giù, “inevitabilmente” e quasi automaticamente, l’intera impalcatura statuale. DC = Stato Imperialista delle Multinazionali = Imperialismo: e il gioco di prestigio è servito! Individuare nel Presidente della DC il «cuore dello Stato»: che puerile idiozia! (11) Dopo l’esperienza brigatista altri “rivoluzionari” teorizzeranno la necessità di costruire un largo fronte antidemocristiano (una sorta di riedizione della Resistenza antifascista) «perché abbattere il partito-regime significa abbattere lo Stato borghese». La miserabile fine della cosiddetta Prima Repubblica agli inizi degli anni Novanta ha dimostrato quanto errato e sciocco fosse quel cliché, che peraltro è stato ripreso pari pari da molti ultrasinistri e applicato con il consueto zelo al «regime berlusconiano» (ultimamente si è anche sproloquiato di «regime renziano»), a dimostrazione di quanto radicata sia la mitologia resistenzialista nella “sinistra rivoluzionaria” di questo Paese. E anche qui, in fondo e mutatis mutandis, ci muoviamo nella logica dell’”album di famiglia”.

(1) Vuoto a perdere.
(2) Come ho scritto altre volte, la Resistenza rappresentò a tutti gli effetti per l’Italia la continuazione della guerra imperialista con altri mezzi nel mutato scenario interno (crollo “ufficiale” del regime fascista il 25 luglio 1943) e internazionale – con il tradizionale “salto della quaglia” nelle alleanze politico-militari del Paese. Gli episodi di lotta di classe (scioperi operai nei centri industriali del Nord, lotte contadine in Sicilia e in Puglia) e di autodifesa armata di soldati italiani sbandati (dall’8 settembre 1943 in poi) staccati dal movimento “ufficiale” resistenziale guidato dai partiti borghesi antifascisti riuniti nel CLN, episodi che naturalmente sono ben lungi dal negare o, credo, dal sottovalutare, non furono tuttavia tali da poter mutare nemmeno in minima parte la sostanza storico-sociale di quel fenomeno. Non nego, e anzi so bene, che allora, nel fuoco degli avvenimenti bellici, più di un comunista antistalinista (detto per inciso, è il solo modo di essere comunista che riesco a concepire) pensò che vi fosse quantomeno la possibilità di trasformare la Resistenza imperialista in una Resistenza di classe, per mutuare la celebre parola d’ordine leniniana del 1914, e si mosse in quel senso, scontando naturalmente i limiti imposti dalla situazione. Nulla da dire, se non per esternare dell’ammirazione nei confronti di compagni rivoluzionari disposti a sacrificare la loro vita nella lotta di emancipazione. Bisogna d’altra parte aggiungere, per completezza “storiografica”, che tutte le volte che qualcuno cercò allora di praticare l’internazionalismo proletario, si trovò a fare i conti con gli sgherri di Togliatti e di Stalin, non raramente lasciandoci la pelle. Lungi quindi dal negare contraddizioni, speranze più o meno fondate e quant’altro, cerco piuttosto di restituire appunto l’essenza di un fatto storico, di coglierne il senso generale. E il senso generale della Resistenza, in Italia e altrove, fu quello, ripeto, che le impresse la guerra imperialista, definita dai vincitori Guerra di liberazione – è difficile trovare nella storia un vincitore che non si sia presentato al mondo in guisa di “liberatore”.
(3) L. Sciascia, L’affaire Moro, pp. 16-17, Sellerio, 1978.
(4) M. Clementi, E. Santalena, P. Persichetti, Brigate rosse – Dalle fabbriche alla campagna di primavera, p. 4, DeriveApprodi, 2017.
(5) Lenin, La guerra partigiana, Opere, XI, p. 200, Editori Riuniti, 1962.
(6) Ibidem, p. 195.
(7) Lotta Continua si era sciolta come organizzazione politica alla fine del 1976. «Coloro che hanno salutato come una liberazione la fine della forma partito hanno cercato di rivendicarla all’impeto delle nuove idee sprigionate dal femminismo e dalla cultura del personale. Altri, per ragioni opposte, hanno puntato il dito sull’irresponsabilità del gruppo dirigente che ha preferito tirarsi indietro di fronte alle contraddizioni. In realtà la dissoluzione ha radici molto più lontane; rappresenta cioè l’esito di un’ambiguità che ha accompagnato tutta la vita dell’organizzazione» (L. Bobbio, Storia di Lotta Continua, pp. 177-178, Feltrinelli, 1988).
(8) «Scriveva Lukács nel 1919: “Esistono delle situazioni – tragiche situazioni – nelle quali è impossibile agire senza attirare su di sé una colpa” (G. Lukács, Tattica e etica). Questo è, a mio giudizio, il modo politicamente serio di affrontare il problema della violenza rivoluzionaria, il quale si fa carico di assumere su di sé tutta la portata politica ed etica che quel problema necessariamente racchiude. La violenza, qualunque natura essa venga ad assumere in una data situazione storica, ruota sempre e ossessivamente nell’orbita del male. In altre parole, per il punto di vista critico-radicale il problema della violenza non costituisce una questione di principio ma di consapevolezza storica, coscienza cioè che la prassi rivoluzionaria deve necessariamente immergersi nella colpa della violenza. Il Soggetto di quella prassi non solo non oblitera il carattere colpevole – nel ristretto senso qui delineato – della violenza cui esso stesso è costretto a ricorrere, ma ne fa consapevoli tutti i protagonisti dello scontro sociale, affinché ogni atto sia commisurato alla posta in gioco. Come lo psicanalista cerca di desublimare gli istinti repressi e deformati che si agitano nel subconscio e nella stessa prassi del paziente, analogamente il Soggetto rivoluzionario – qualunque significato si voglia attribuire a questo concetto – deve aiutare i protagonisti del processo storico a chiamare con i loro autentici nomi i sentimenti che li spingono a battersi (odio, invidia, rabbia, paura, speranza, desiderio, amore, ecc.), in modo che la responsabilità storica e sociale delle loro azioni possa venire alla luce, giorno dopo giorno, errore dopo errore, eccesso dopo eccesso. Questa è la sola etica della responsabilità che riesco a concepire» (S. Isaia, L’Angelo Nero sfida il Dominio, p. 135).
(9) «Nulla rivela a tal punto l’enorme storica positività dell’autovalorizzazione operaia, nulla più del sabotaggio. Nulla più di quest’attività di franco tiratore, di sabotatore, di assenteista, di deviante, di criminale che mi trovo a vivere. Immediatamente risento il calore della comunità operaia e proletaria, tutte le volte che mi calo il passamontagna [il passamontagna come simboliche mutande?]. Questa mia solitudine è creativa, questa mia separatezza è l’unica collettività reale che conosco. Né l’eventuale rischio mi offende: anzi mi riempie di emozione febbrile, come attendo l’amata. Né il dolore dell’avversario mi colpisce: la giustizia proletaria ha la stessa forza produttiva dell’autovalorizzazione e la stessa facoltà di convinzione logica» (A. Negri, Il dominio e il sabotaggio, 1977, p. 43, Feltrinelli, 1979). Quando si dice «erotizzazione dello scontro!». Analoghe farneticazioni piccolo borghesi (si diceva un tempo) si trovano nel volantino di rivendicazione dell’attentato a Roberto Adinolfi (maggio 2012) firmato Fai: «Con una certa gradevolezza abbiamo armato le nostre mani, con piacere abbiamo riempito il caricatore. Impugnare una pistola, scegliere e seguire l’obiettivo, coordinare mente e mano sono stati un passaggio obbligato, la logica conseguenza di un’idea di giustizia. Le idee nascono dai fatti, le parole accompagnate dall’azione portano il marchio della vita».
(10) «La repressione occulta, subdola e disgregante, condotta dai servizi segreti, si accompagnava all’introduzione di nuove e più severe leggi di polizia, volte principalmente a colpire le manifestazioni di piazza e le proteste. L’approvazione della famosa “legge Reale”, sull’ordine pubblico, ne era un chiaro esempio. Essa assegnava alla polizia un potere di intervento e di repressione verso i movimenti, le manifestazioni di piazza e i compagni, che non aveva precedenti nella breve storia dell’Italia repubblicana. La stessa Corte Costituzionale nella sentenza n. 16 del 1978 aveva ravvisato in quella legge: “un particolare complesso di misure legislative eccezionali, se non provvisorie, per fronteggiare la presente situazione di crisi dell’ordine pubblico con particolare riguardo alla criminalità politica e parapolitica”» (D. Giachetti).
(11) Ecco come Sciascia, commentando un comunicato firmato BR rilasciato durante il “Processo del Popolo”, coglie le illusioni frustrate dei brigatisti: «”Non ci sono segreti che riguardano la DC, il suo ruolo di cane da guardia della borghesia, il suo compito di pilastro dello Stato Imperialista delle Multinazionali, che siano sconosciuti al proletariato. […] Non ci sono quindi clamorose rivelazioni da fare”. Niente segreti, niente misteri, nessuna clamorosa rivelazione: tanto valeva – poiché lo si sapeva prima, poiché non è una risultanza del processo – lasciare Moro in Via Fani, affratellato nella morte a cinque servitori del SIM. Di essere caduti in contraddizione si accorgeranno anche loro. E subito dopo, nello stesso comunicato, aggiustano: “L’interrogatorio ad Aldo Moro ha rivelato le turpi complicità del regime, ha additato con fatti e nomi i veri e nascosti responsabili”. […] Caso estremo, e di estrema comicità: un sintomo rivelatore di uno stato d’animo abbastanza diffuso» (L’affaire Moro, pp. 78-81).

SULLA CRISI SOCIALE CHE SCUOTE IL VENEZUELA

Un moderno Paese capitalista può vivere solo esportando petrolio o altre (poche) materie prime? Diciamo, per economia di pensiero, che in quel caso più che di una vita si dovrebbe piuttosto parlare di una stentata sopravvivenza, strettamente dipendente dalle oscillazioni del ciclo economico mondiale. Il regime politico di quel Paese potrebbe mantenersi a galla a una sola condizione, ossia alla condizione che il prezzo del petrolio sul mercato mondiale sia sufficientemente e costantemente alto. In questo caso quel regime potrebbe usare una parte della pingue rendita petrolifera per crearsi una base sociale con cui puntellarsi. Infatti, anche il regime più totalitario di questo mondo sa che per svolgere bene e con continuità la propria funzione al servizio dello status quo sociale non può contare solo sul bastone, ma deve anche ricercare il consenso politico-ideologico da parte delle cosiddette masse, un’impresa che, come testimonia la storia passata e recente, è tutt’altro che impossibile. Insomma, sto parlando del Venezuela, e del suo regime “diversamente socialista” che tanto piaceva – e, a quanto pare, continua a piacere – a una parte non piccola del mondo sinistrorso di casa nostra.

L’export del Venezuela dipende per il 95% dal petrolio, che costituisce oltre la metà delle entrate pubbliche; negli ultimi due anni il bilancio pubblico del Paese è stato calibrato su un prezzo del greggio pari a 60 dollari al barile, mentre solo intorno ai 100 dollari al barile Caracas può scongiurare un definitivo deterioramento della sua già drammatica situazione debitoria. Come ricorda Alessandro Giberti (Lettra43), Chávez «ha provato a distruggere il sindacato operaio (Ctv). Ne ha inventato un altro (la Unt), e ha proposto una legislazione che proibiva la negoziazione collettiva e gli scioperi nel settore pubblico e petrolifero», confessando con ciò stesso il lato forte e, al contempo, debole del suo regime. Ieri il Presidente Maduro ha annunciato il «terzo aumento del salario minimo nel corso dell’anno in Venezuela. Un incremento del 60% per tutti i lavoratori statali e per i pensionati La decisione è stata presa per fronteggiare una crisi economica devastante e l’ondata di proteste» (TgCom24). Per implementare le sue «politiche redistributive» Chávez poteva contare sui cospicui dividenti petroliferi garantiti da un alto prezzo del petrolio, una condizione favorevole che ha voltato le spalle al suo successore. Sono i limiti del “socialismo petrolifero” – a dire il vero molto petrolifero e per niente socialista. Scherzi a parte, la “modernizzazione” della struttura economica del Paese (ma la cosa riguarda quasi tutti i Paesi latinoamericani) rimane un nodo decisivo che qualsiasi governo/regime è chiamato a sciogliere; mi rendo conto, è più facile a dirsi che a farsi, soprattutto perché l’impresa crea fortissime tensioni sociali nonché la messa in discussione di fortissimi interessi economici e politici, ponendo così le premesse per l’ennesima avventura “rivoluzionaria” guidata dall’ennesimo Salvatore della Patria – o caudillo che dir si voglia.

Con il rapido declino del prezzo del petrolio, del gas e, più in generale, delle materie prime è entrata in crisi anche l’«Alternativa Bolivariana per i Popoli della Nostra America» (ALBA), la creatura geopolitica voluta dall’ambizioso Chávez e nata a Cuba nell’aprile del 2006 (primi firmatari Venezuela, Bolivia e Cuba). La “Rivoluzione Bolivariana” ha insomma esaurito la… benzina… Pardon, volevo dire la spinta propulsiva, per riprendere una celebre formula  berlingueriana riferita – nientemeno! – alla Rivoluzione d’Ottobre.

Per fidelizzare almeno una parte dell’Esercito, il regime chávista ha militarizzato diverse attività economiche, e molti analisti ritengono che ormai Nicolás Maduro sia ostaggio delle Forze Armate, che la sua permanenza al potere, cioè, dipenda unicamente dal loro appoggio. «Con Maduro c’è l’esercito e il suo peso politico, e lo scorso 17 aprile ha fatto avere al presidente il proprio sostegno “incondizionato”». Si tratta di vedere fino a quando e a quale prezzo questo sostegno rimarrà «incondizionato». In un articolo pubblicato su Liberazione (allora organo di Rifondazione Comunista, se ricordo bene) del giugno 2007, la giornalista A. Nocioni notò come «tra i fedeli del Presidente» Chávez ci fossero  «molti ufficiali amici e pochi civili»; il Comitato Bolivariano La Madrugata di Firenze si sentì in dovere di precisare quanto segue: l’articolo fa «una lista di generali in diversi posti chiave dello Stato venezuelano, ma chi conosce la realtà delle attuali forze armate in Venezuela sa che non c’è alcuna dittatura militare. L’esercito adesso è attivo in ogni missione sociale governativa, esercito come ente sociale che si è unito al popolo in quella che si chiama unità civico-militare. Un esercito differente da quello che conosciamo in America Latina, composto da gente di ogni classe, non di casta, che segue un indirizzo umanista» (da Il Pane e le rose). Molto commovente e, soprattutto, convincente. Diciamo… Anche da questa presa di posizione in difesa del caudillo di Caracas si comprende quanto capillare sia in Venezuela la presenza dei militari.

La scorsa settimana il Presidente degli Stati Uniti ha dichiarato, buon ultimo e certamente leccandosi i metaforici baffi, che «il Venezuela è un disastro»: difficile dargli torto. «Quando nel 2006 ero venuto a seguire le elezioni vinte da Chavez contro Rosales, nelle “favelas” di Caracas la logica [del regime] reggeva ancora, grazie al boom del greggio che consentiva di finanziare l’assistenzialismo, la corruzione, e pure la sopravvivenza del castrismo a Cuba, anche se nel frattempo la struttura produttiva del Venezuela veniva lentamente smantellata. Col prezzo del petrolio crollato da oltre 100 dollari al barile a meno di 30, però, l’ illusione è finita. Oggi un ingegnere, se va bene, guadagna cento dollari al mese, e se ha figli fatica a garantire loro il pane. Ammesso che lo trovi, perché persino i generi alimentari di base vengono importati dal Messico o dai paesi vicini. Al supermercato si fanno i turni, nel senso che puoi andare a fare la spesa solo nei giorni in cui il numero finale della tua tessera sociale corrisponde con quello autorizzato a mettersi in fila. L’inflazione è al 150%, ma alcuni la stimano oltre l’800%» (P. Mastrolilli, La Stampa, 29 aprile 2017). Il piano di nazionalizzazioni voluto da Chávez (e venduto al mondo come «transizione al socialismo») ha fallito tutti i suoi obiettivi, mettendo in ginocchio la già fragile struttura industriale venezuelana. La violenza, “comune” e politica, impazza nel Paese, facendo del Venezuela uno dei luoghi più pericolosi del pianeta, probabilmente insieme al Brasile, anch’esso sprofondato in una grave crisi sistemica: economica, politica, istituzionale, sociale. Si parla di 80 persone uccise ogni giorno dalla delinquenza venezuelana: una vera e propria guerra incivile di vaste proporzioni, espressione di un degrado sociale davvero impressionante.

La Russia di Putin sta cercando di puntellare finanziariamente il regime di Caracas, ma può farlo solo entro precisi limiti, perché anche Mosca deve fronteggiare la crisi sociale derivata dal crollo del prezzo del petrolio. Su questo punto rimando al post Oro nero bollente. La Cina come al solito agisce con prudenza e discrezione, ma simile al ragno è pronta a papparsi la preda che finisce dentro la sua tela finanziaria.

Ovviamente il regime di Caracas attribuisce la catastrofica situazione del Paese all’azione antipatriottica della destra volta a implementare «il piano destabilizzante ordito dall’imperialismo statunitense, con la finalità di imporre, attraverso la forza e il ricatto, un governo al servizio della sua egemonia nel continente, smontando i processi di liberazione nazionale iniziati in America Latina agli inizi di questo secolo, sovvertendo i cambiamenti progressisti che hanno permesso ai lavoratori e lavoratrici e al popolo in generale, di stabilire diritti e conquiste sociali negati storicamente da governi che rispondevano, assolutamente, agli interessi della grande borghesia associata in condizioni di subordinazione all’imperialismo nordamericano». Ho appena citato un documento redatto da un sedicente Partito Comunista del Venezuela, il quale chiama «il Grande Polo Patriottico alla più ampia unità d’azione antimperialista». Lo spauracchio del nemico esterno che minaccia la sacra indipendenza della patria mostra ancora la sua maligna efficacia nell’opera tesa a compattare le classi subalterne a difesa dello status quo.

«I proletari non hanno patria», diceva il comunista di Treviri; e lo dico anch’io, nella mia pochezza politico-dottrinaria, s’intende. Ma un conto è dirlo… Ancora nel XXI secolo, nell’epoca del dominio totalitario e globale del Capitale sull’uomo e sulla natura la carta nazionalistico-patriottica si rivela, per le classi dominanti, vincente, ovunque. Come scrisse una volta Karl Kraus, «Il nazionalismo è un fiotto di sangue in cui ogni altro pensiero annega». A proposito di nazionalismo mi piace citare spesso anche Schopenhauer: «Fra tutte le forme di superbia quella più a buon mercato è l’orgoglio nazionale. […] Ogni povero diavolo, che non ha niente di cui andare superbo, si afferra all’unico pretesto che gli è offerto: essere orgoglioso della nazione alla quale ha la ventura di appartenere. Ciò lo conforta; e in segno di gratitudine egli è pronto a difendere πύξ κάì λάξ [a pugni e calci, con le unghie e coi denti] tutti i suoi difetti e tutte le sue stoltezze». Le classi dominanti sanno bene come solleticare il miserabile orgoglio nazionale dei «poveri diavoli», e lo fanno puntualmente tutte le volte che se ne presenti l’occasione per oliare il meccanismo del controllo sociale. Ecco perché ciò che un tempo si chiamava internazionalismo proletario rimane non un astratto principio da sbandierare per esibire una – ridicola – purezza ideologica, salvo poi contraddirlo nella prassi (magari con la scusa che “fare politica” significa scendere a compromessi con la realtà e perle “dialettiche” di simile conio), bensì un’imprescindibile investimento politico.

Si può essere contro il regime cosiddetto chávista senza per questo sostenere, neanche un po’, chi gli si oppone rimanendo sullo stesso terreno di classe? Per me la risposta è di un’ovvietà disarmante: certo che si può! Anzi, dal mio punto di vista si deve. Quando parlo di «terreno di classe», usando una vecchia espressione che tuttavia riesce ancora a toccare la sostanza della realtà sociale del XXI secolo, intendo ovviamente riferirmi alla natura capitalistico-borghese del regime venezuelano e degli oppositori politici che da anni cercano di prenderne il posto, anche correndo il rischio di pagare un prezzo assai salato in termini di sangue versato. Nell’ultimo mese si parla di 32 manifestanti antichávisti uccisi: «Nel paese continuano ad operare i “colectivos”, bande di estremisti che sostengono il regime e che attaccano i manifestanti dell’opposizione arrivando a sparare al volto» (Notizie Geopolitiche). Lo squadrismo con caratteristiche “bolivariane” non scherza! L’esercito, la polizia e la milizia paramilitare “socialista” (o “patriottica”) naturalmente non fanno mancare il loro prezioso contributo repressivo sul terreno della lotta contro il neoliberismo e l’imperialismo.

Beninteso faccio dell’ironia; vorrei che i lettori cogliessero il mio intento denigratorio nei riguardi della “Rivoluzione Bolivariana”, o “Socialismo del XXI secolo” che dir si voglia, la cui natura sociale, politica e ideologica è organica alla tradizione “populista” o “caudillista” dell’America Latina. «Cos’hanno in comune le storie politiche dei Paesi del Sud America? Qual è, se c’è, il tratto distintivo della via latino-americana all’esercizio del potere? La risposta è semplice: la presenza, più o meno costante, della figura del capo invincibile, del condottiero semi-divino, della guida di un intero popolo verso la terra promessa. E non è un caso se proprio a queste latitudini è stata coniata la parola che riunisce tutti questi concetti in uno solo: caudillismo. Gli esempi si sprecano: Hugo Chavez, Evo Morales, Daniel Ortega in Nicaragua, per molti versi anche Rafael Correa in Ecuador. E prima di loro, Juan Domingo Peron in Argentina, Alvaro Obregon, Lazaro Cardenas e Porfirio Diaz in Messico, Getulio Vargas in Brasile, Augusto Pinochet in Cile, Rafael Trujillo nella Repubblica Dominicana, Manuel Noriega a Panama, Alberto Fujimori in Perù, Fulgencio Batista e Fidel Castro a Cuba sono i primi di una lista che arriva a contare tranquillamente una cinquantina di nomi. In terra latina, deve esserci qualcosa di così particolare che, anche in tempi storici in cui è praticamente impossibile instaurare sistemi politici fondati sul più completo assolutismo, l’arrivo in questo o quel Paese di un nuovo caudillo è sempre una possibilità concreta. Hugo Chavez, il pilastro del Venezuela della rinascita bolivariana, è caudillo in tutto e per tutto, in modo addirittura caricaturale» (A. Giberti, Lettra43). Per chi scrive il fenomeno “caudillista”, che ha nella propaganda dal forte contenuto demagogico il suo tratto distintivo (caratteristica eccellente quando si tratta di controllare masse costantemente in subbuglio), va ricondotto ai suoi reali – e marxiani – termini strutturali, in senso sociale (stratificazione delle classi, composizione economica della sfera produttiva: agricoltura, industria leggera, industria pesante, ecc.), storico (ritardo capitalistico dei Paesi sudamericani) e geopolitico (l’egemonia imperialistica statunitense sull’intero Continente Americano), termini che naturalmente si trovano in intima relazione tra loro, e che qui non è il caso di indagare più a fondo.

Parlavo poco sopra di «ovvietà disarmante» circa la natura sociale (ultrareazionaria) del chávismo; la cosa appare però meno ovvia, meno scontata, agli occhi del sinistrismo mondiale che alla fine degli anni Novanta del secolo scorso individuò nel tenente colonnello Hugo Chávez il suo Nuovo Messia del «socialismo dal volto umano», dopo i rovesci patiti sul fronte del “socialismo reale”. In realtà Chávez fu l’ennesimo “uomo della provvidenza” chiamato dal processo sociale a controllare/imbrigliare/incanalare le forti tensioni sociali e politiche generate dalla crisi economica. Scrive Pedro Castro, docente all’Universidad Autónoma Metropolitana di Città del Messico e studioso di caudillismo: «Nel nostro continente destra o sinistra da questo punto di vista è sempre stata la stessa cosa. Sono le condizioni, oggettive e soggettive di un Paese, che determinano il caudillismo. In America latina la povertà economica (condizione oggettiva) ha sempre prodotto delle speranze altissime. Le masse si aspettano molto e quando riconoscono qualcuno che potrebbe risolvere loro il problema gli si concedono totalmente». Crisi sociale, povertà e assenza di coscienza di classe: sono le condizioni “oggettive” e “soggettive” che rendono possibile il successo dell’uomo della provvidenza.

Come sempre, è stato il sinistrismo italiota a vincere la medaglia d’oro nella gara apologetica del «Nuovo Socialismo» o «Socialismo del XXI secolo». Alcune perle italo-cháviste chiariranno il concetto.

«Se la scelta è tra la democrazia, imperfetta, europea e nordamericana, ormai soffocata dal peso del denaro che domina le campagne elettorali e la democrazia imperfetta di Chávez e di Castro, scelgo quest’ultima, in nome della solidarietà con i più deboli e dello sforzo, che vedo qui all’opera, di costruire una società più giusta, anche se spesso non più ricca» (G. Vattimo, La Stampa, 25 luglio 2005). Il noto filosofo qui ci regala un saggio di “socialismo” concepito come miseria generalizzata: miseria della filosofia, ci verrebbe da dire scopiazzando il noto ubriacone tedesco. Il “simpatico” Gianni Minà, chávista della prima ora, fu attratto soprattutto dal «militarismo progressista» messo in campo dal compagno Chávez, il quale offriva almeno alle masse diseredate «l’illusione di poter fare una politica sconveniente agli Stati Uniti e alle multinazionali dell’energia» (Il Manifesto, 13 maggio 2002). Alla prova dei fatti il «militarismo progressista» di marca chávista si sta dimostrando all’altezza della situazione: la sua efficacia repressiva è degna di ammirazione – da parte dei chávisti italiani (vedi Il manifesto), beninteso.

«Ho una profonda simpatia per quel laboratorio chiamato “rivoluzione bolivariana”, un’esperienza che ha fatto invecchiare la stella di Cuba, perché Chávez, questa è la profonda verità, riesce dove Fidel ha fallito» (N. Vendola, Corriere della sera, dicembre 2012). Chissà come avranno reagito i castristi fondamentalisti dinanzi alla dichiarazione del noto narratore. In un’intervista rilasciata al quotidiano argentino Página 12, l’allora leader di Sinistra, Ecologia e Libertà, si disse «invidioso dell’America Latina e delle sue rivoluzioni: quelle guidate dal presidente venezuelano Hugo Chávez, dal il presidente boliviano Evo Morales e dagli altri leader di sinistra». Sono invidie che lascio volentieri ai chávisti con caratteristiche italiote.

«Hugo Chavez è la spiegazione del perché, in tutta l’America Latina, la parola socialismo ha ancora un profondo significato, mentre in Europa lo ha perduto quasi del tutto». Quando un personaggio che trasuda stalinismo da tutti i pori come Giulietto Chiesa straparla di «socialismo», non si può che sghignazzare. Ma continuiamo la citazione (Il Fatto quotidiano, 10 marzo 2013): «Finché visse fu invincibile. Parlò incessantemente con il suo popolo in quelle incredibili maratone televisive che milioni ascoltavano perché le sentivano sincere, ma che erano anche lezioni di storia patria, scuola di formazione culturale di massa, insegnamenti di autodifesa. Gli occidentali, istupiditi dalle loro televisioni, ironizzavano. Ma Chavez aveva capito meglio di loro i segreti della comunicazione. E poiché non voleva ingannare o istupidire, con la pubblicità e l’intrattenimento yankee, semplicemente parlava. Sapeva che c’era poco da ridere». Qui concordo: dinanzi alla sirena demagogica che riesce a ipnotizzare (e a ingannare e istupidire) “le masse”, c’era e c’è poco da ridere. Ma per Chiesa esiste solo l’inganno e l’istupidimento con caratteristiche yankee: tutto il resto (da Putin ad Assad) è “antimperialismo” e resistenza al “pensiero unico” – amerikano, si capisce.

Vogliamo parlare del noto post-post marxista Toni Negri? Anche lui a suo tempo mostrò di apprezzare l’esperimento sociale chávista, e il caudillo di Caracas ricambiò la stima invitandolo a Telesur, la televisione di regime, e citandolo spesso durante i suoi comizi televisivi. «Per me è molto interessante vedere come si sviluppa questo processo rivoluzionario, che dà il potere al popolo. […] Il nemico si può sconfiggere solo con la lotta di classe. Voi lo chiamate socialismo, io lo definirei comunismo» (Panorama, 2006). Come non apprezzare il rigore dottrinario di Negri…

Per Bertinotti il chavismo era «un movimento che cerca di dare al popolo dignità e un migliore futuro», e oggi Rifondazione Comunista (sic!) fa ricadere le responsabilità della crisi sociale, del caos e della violenza che imperversano in Venezuela «all’opposizione, espressione dell’oligarchia economica del Paese, per tentare di rovesciare il legittimo governo venezuelano e di fomentare lo scontro civile in Venezuela». I rifondatori se la prendono anche con «il ruolo inaccettabile dell’informazione, che in Italia produce una sistematica disinformazione sulla situazione venezuelana, a partire dall’etichettatura di regime o dittatura». Forse la critica non mi riguarda, visto che personalmente parlo di regime e di dittatura (capitalistica) anche per ciò che riguarda la Repubblica nata dalla Resistenza. Così come si può essere contro il regime Repubblicano senza per questo essere a favore del regime Fascista, analogamente, e mutatis mutandis, si può benissimo essere contro il regime di Maduro senza per questo sostenete o simpatizzare per le ragioni dell’opposizione antichávista. Ma non spero certo di far comprendere il concetto di autonomia di classe ai simpatizzanti del regime chávista di ieri e di oggi: conosco i miei forti limiti teorici e politici!

Il limite politico e analitico più grave del vecchio terzomondismo, ereditato dal cosiddetto “Campo Antimperialista” dei nostri giorni, è stato quello di aver voluto individuare come «nemico principale» del proletariato mondiale un solo polo imperialista (quello occidentale a guida statunitense) e di aver trascurare quasi del tutto la dinamica del conflitto sociale in quei Paesi che in qualche modo cercavano di sottrarsi dall’influenza nordamericana. Quel conflitto sociale veniva in ogni caso ricondotto, per esserne di fatto sterilizzato, dentro la logica della «lotta antimperialista». Mutatis mutandis, è con gli occhi del terzomondismo che il “Campo Antimperialista” sta approcciando la crisi sociale venezuelana.

Per chi si batte per l’autonomia di classe in vista – diciamo così – della rivoluzione sociale anticapitalistica è davvero triste vedere le classi subalterne recitare il ruolo di impotente massa di manovra nelle mani di una delle fazioni (filogovernativi versus antigovernativi, “sinistra” versus “destra”, statalisti versus liberisti, democratici versus autoritari, globalismi versus sovranisti, ecc., ecc., ecc.) che si contendono il potere capitalistico. Un tragico spettacolo che abbiamo visto anche nel corso delle cosiddette Primavere Arabe. Ma non è che in Europa – Italia compresa – o negli Stati Uniti la musica sia diversa, tutt’altro.

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CHI SONO E COSA VOGLIONO GLI “AMICI DEL POPOLO”?

Sempre i demagoghi seminano su un terreno già arato.
M. Horkheimer, T. W. Adorno.

Il povero biascica le parole per saziarsi di esse.
Egli attende dal loro spirito oggettivo il valido
nutrimento che la società gli rifiuta; e fa la voce
grossa, arrotondando la bocca che non ha nulla
da mordere.
T. W. Adorno.

 «Gli italiani hanno bisogno come il pane
dell’uomo che “si affaccia dal balcone”»
(I. Montanelli). O dal Blog.

Dietro all’uno vale uno di solito si nasconde il Super Uno.

1. Populismo: è la categoria politica oggi più citata – e il più delle volte abusivamente – nel dibattito politico degli ultimi dieci anni. In realtà, già con l’avvento del berlusconismo, agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso, si iniziò a scomodare quella definizione; allora però più che di “popolo” si straparlava di “società civile”, una mitica entità antropologicamente orientata al bene da contrapporre alla corrotta e incivile casta politica. E fu proprio come massimo esponente della “società civile” che scese in campo l’ex Cavaliere di Arcore, l’uomo del fare, dello spettacolo e dello sport che tanto entusiasmo suscitò in una larga fascia di elettorato popolare che gli permise di espugnare il Palazzo al primo attacco. Altro che la «gioiosa macchina da guerra» messa in piedi dal patetico Occhetto! Allora gli intellettuali sinistrorsi, che avevano pronosticato il fulmineo fallimento della «ridicola messinscena» del riccone, sostennero che mentre Berlusconi e i leghisti stuzzicavano il basso ventre della gente, ricercando un facile consenso, il polo progressista puntava invece sulla testa delle «masse popolari». Insomma, finì 2 a 0 a favore del basso ventre. La testa aspetta l’ennesima rivincita, diciamo.

In effetti, è stato solo con i “fermenti” sociali e politici generati dalla Grande Crisi iniziata negli Stati Uniti alla fine del 2007 che il “populismo” ha guadagnato le prime pagine dei giornali e si è posto stabilmente al centro del dibattito politico. Si declina il “populismo” in un’accezione positiva come, assai più spesso, in una fortemente negativa, come sinonimo di demagogia; pare poi che esista un populismo di “destra” e un populismo di “sinistra”, populismi che spesse volte finiscono per toccarsi in questioni tutt’altro che marginali, provocando la meraviglia nelle teste dei politologi più scadenti: «Ma com’è possibile? È proprio vero: le vecchie ideologie del Novecento sono morte!». Pace all’animaccia loro! Spesso uso la metafora geometrica per spiegare la cosa: gli estremi si toccano solo se insistono sullo stesso piano. Ad esempio, “estrema destra” sovranista ed “estrema sinistra” sovranista si toccano in diversi punti dell’agenda politica mondiale (come dimostra l’attrazione fatale per Putin, e in parte per Trump) semplicemente perché entrambe condividono uno stesso orizzonte sociale: quello tracciato dai rapporti sociali capitalistici. Di solito il politologo non si occupa di questo aspetto decisivo, e si concentra sulla fenomenologia “sovrastrutturale” dei processi sociali.

Naturalmente i populisti di “sinistra” si arrabbiano non poco con chi, ed è appunto il caso di chi scrive, li assimila senz’altro ai loro colleghi di “destra”. Qui entra in gioco proprio il concetto di popolo, che generalmente si tira dietro quello di nazione, a cui io contrappongo il concetto di classe, che chiama in causa il concetto di internazionalismo. Spesso, per non dire sempre, il populista, di “destra” o di “sinistra” che sia, è anche un sovranista convinto, e ciò ha appunto a che fare con il concetto di Popolo.

2. La lotta non è più tra sfruttatori e sfruttati, tra classi ricche e classi povere, ma tra alto e basso, tra chi lavora (e anche gli imprenditori onesti lavorano, forse più dei loro dipendenti!) e vampiri della finanza speculativa (la banca onesta è tutt’altra cosa!), tra élites e popolo, tra casta e gente semplice: trattasi di una gigantesca menzogna che peraltro non ha nemmeno il pregio dell’originalità.

Una variante populista della lotta di classe è una contraddizione in termini. Checché ne pensino coloro che, ad esempio sulla scia del lascito teorico di Ernesto Laclau, lavorano per una «declinazione a sinistra del populismo», la variante populista della “tradizionale” lotta di classe si esaurisce, per i dominati, in un portare acqua al mulino di questa o quella fazione della classe dominante, la quale è quanto mai divisa al proprio interno (sempre per una questione di valori… di scambio!) e si compatta solo contro il nemico interno (i proletari in lotta) e contro il nemico esterno – salvo incombenze rivoluzionarie, come dimostra il classico esempio della Comune di Parigi al tempo della guerra franco-prussiana: «Il dominio di classe non è più capace di travestirsi con una uniforme nazionale; contro il proletariato i governi nazionali sono uniti. […] I governi europei attestano così, davanti a Parigi, il carattere internazionale del dominio di classe» (1). Questo anche a proposito di sovranismo/nazionalismo.

Parlare di popolo in un’accezione rivoluzionaria nell’epoca della sottomissione totale del pianeta al Capitale non è solo politicamente ultrareazionario, è anche storicamente ridicolo. Dopo la prese del potere da parte della moderna borghesia il concetto di popolo ha assunto sempre più una precisa funzione ideologica, quella di cancellare la realtà dell’antagonismo fra le classi e dentro ogni singola classe. Supplire alla frammentazione sociale e all’impotenza politica delle classi subalterne riprendendo quel concetto, magari attualizzandolo un poco alla luce del capitalismo del XXI secolo, sarebbe, da parte degli anticapitalisti, politicamente stupido e illusorio. Di fatto chi tenta di sdoganare a “sinistra” il populismo non tradisce nulla e si limita piuttosto a rendere evidente la propria natura politicamente reazionaria, e non a caso quei tentativi arrivano soprattutto, se non esclusivamente, dalla tradizione stalinista, che in Italia ha avuto nel PCI di Togliatti (e poi anche nella galassia gruppettara che si è formata negli anni alla sua “sinistra”) la sua più significativa espressione – o variante che dir si voglia. Il carattere borghese, nell’accezione storica (e marxiana) del concetto, degli aspiranti populisti di “sinistra” è insomma, almeno per chi scrive, del tutto scontato, e da me essi non riceveranno mai l’accusa di aver tradito il “ classismo marxista”, che la soggettività politica a cui essi, più o meno apertamente e nostalgicamente, si ispirano non ha mai praticato. Il “compromesso storico” di Berlinguer arriverà buon ultimo a suggellare la natura togliattiana del PCI degli anni Settanta.

I populisti di “sinistra” polemizzano con «una sinistra che strategicamente ripropone la stessa logica della destra liberista»; il loro nemico infatti, e al netto di una fraseologia pseudo anticapitalista che può ingannare solo gli sprovveduti (e purtroppo oggi sono tanti), non è il rapporto sociale capitalistico in quanto tale, non è il Capitalismo tout court ma solo la sua variante “liberista”, o finanziario-speculativa. Ai populisti sinistrorsi piace molto il Capitalismo di Stato (che essi spesso chiamano “socialismo”, o, per essere più “trendy”, benecomunismo) e il vecchio Capitalismo “produttivo”, peraltro intimamente intrecciato con la finanza già ai tempi di Marx, per non parlare del vecchio Engels, il quale fece in tempo a osservare l’ascesa del capitale finanziario come potenza sociale dominante nelle società capitalisticamente avanzate dell’epoca. Non stupisce affatto, dunque, se anche sul terreno delle proposte di politica economica i due populismi (quello di “destra”, già ben strutturato,  e quello di “sinistra”, in lenta e stentata formazione) spesso si incrociano. Da buon opportunista politico, Grillo si limita a saltare da una parte all’altra del campo “populista”, dimostrando la sostanziale identità fra cosiddetta destra e cosiddetta sinistra. Dove mi colloco io rispetto a questi due poli, a queste facce della stessa medaglia? Né più a “destra” né più a “sinistra”, ma altrove, su un diverso e opposto terreno di classe, per usare vecchie ma ancora valide categorie politiche.

«L’acquiescenza della sinistra a questo disegno, la sua rinuncia ad opporsi, e in molti casi la sua partecipazione attiva al processo di “normalizzazione” liberista, ha fatto sì che la bandiera della rivolta contro l’establishment sia stata quasi dappertutto brandita dalle destre, che hanno imposto come ossessione dominante il tema, da ogni punto di vista secondario in termini realistici, delle politiche di immigrazione, col rigurgito di xenofobia e nazionalismo risorgente. Sono populismi, si dirà con quella punta di disprezzo delle “folle” che ormai caratterizza il linguaggio delle sinistre come delle élites. Ma in realtà avremmo bisogno di un serio populismo di sinistra, capace di parlare alle masse e di opporsi alle politiche dell’establishment» (2). E dove va a parare questo «serio populismo di sinistra»? È presto detto: «È del tutto falso e propagandistico affermare che un recupero di sovranità, assolutamente necessario, porti a nazionalismi sfrenati o addirittura a guerre. Come italiani non dovremmo certo proporci di tornare a Crispi e Mussolini, ma dovremmo guardare piuttosto a Enrico Mattei». Come volevasi dimostrare. Quelli del Manifesto negli anni Settanta non volevano morire democristiani; negli anni Ottanta non volevano morire craxiani; nel decennio successivo non volevano morire berlusconiani; oggi guardano a Enrico Mattei come a un fulgido esempio di sovranismo: qualche passo politico in avanti l’hanno pur fatto, bisogna riconoscerlo… «Si tratta di verificare, e per l’ultima volta, se esistono margini di riformabilità di questa Unione Europea, blindata da trattati che sembrano escludere ripensamenti o inversioni di rotta. Se questo non sarà possibile, e la disgregazione procederà tra stagnazione e conflitti, gioverà ricordare che il mondo è molto più grande e più vario rispetto alla prospettiva che si può osservare da Strasburgo e da Bruxelles». Dalla prospettiva che si può osservare dal “Quotidiano comunista” si vede Enrico Mattei che sfida le Sette Sorelle per affermare gli interessi strategici del Capitalismo italiano: credo che Matteo Salvini e Giorgia Meloni si affaccerebbero volentieri dalla finestra del Manifesto. Prima l’Italia! Cribbio!

3. Scrive Gennaro Sangiuliano su Tempi: «Nel delineare le ragioni del nichilismo europeo Martin Heidegger fa ricorso a due giganti russi, in particolare riprende il discorso di Dostoevskij su Pusˇkin del 1880, laddove lo scrittore cita il poeta nell’analisi del rapporto fra élite oligarchica e popolo. Pusˇkin identifica quello che chiama ceto dell’intelligencija, che “crede di stare di gran lunga al di sopra del popolo”, responsabile di aver alimentato una “società sradicata, senza terreno”, e ne censura il comportamento “svincolato dalla terra del nostro popolo”. Leggendo quel testo Dostoevskij appare come un simpatizzante del populismo, che infatti è un movimento che si palesa per la prima volta in Russia nella seconda metà del XIX secolo». Ha senso storico e politico, aiuta a farci comprendere ciò che oggi ci piace definire, forse un po’ troppo frettolosamente e acriticamente, “populismo” chiamare in causa il populismo russo del XIX secolo? Certo, la suggestione creata dal richiamo del suolo e delle radici, che è una componente essenziale del vecchio populismo basato socialmente sui contadini poveri, mantiene una certa forza, un discreto fascino, nella società “liquida”. Su una ben diversa latitudine storico-sociale, nel suo Furore (1939) John Steinbeck faceva dire ai “suoi braccianti”: «Questa terra è nostra […]. Su questa terra siamo nati, su questa terra ci siamo fatti uccidere, su questa terra siamo anche morti. […] Ecco che cosa la rende nostra: esserci nati, lavorarci, morirci». Terra, radici e sudore generato dal duro ma onesto e produttivo lavoro agricolo. Ed ecco la stoccata “populista”: «Il governo invece d’appoggiarsi su noi, su noi che lavoriamo la terra per il bene di tutti, appoggia invece il margine di profitto» (dei proprietari) (3). I braccianti gettati sul lastrico dalla depressione e dalla rivoluzione tecnologica arrivata anche nei campi («Un uomo solo, sulla trattrice, ora sostituisce dodici, quattordici famiglie») si rivolgono al governo degli Stati Uniti come fosse una paterna entità contingentemente traviata dal «mostro», ossia dal potere finanziario: «Oh, ma la banca non è una creatura che respira aria, che mangia polenta. Respira dividenti, mangia interessi». E il governo lascia fare! È sufficiente leggere i discorsi pronunciati da Franklin D. Roosevelt agli inizi della sua Presidenza per farsi un’idea della retorica populista che allora si incaricò di contenere la rabbia sovversiva dei salariati dell’industria e della campagna, nonché degli strati di media e piccola borghesia precipitati nell’inferno della nullatenenza.

La mistica nazista che riprese la parola d’ordine Blut und Boden del vecchio movimento völkisch che predicava per i tedeschi una «comunità di destino», fu il prodotto di una soggettività politica che seppe tradurre in termini propagandistici ciò che un “popolo” impoverito dalla crisi e privo dei vecchi punti di riferimento politici, istituzionali e culturali reclamava a gran voce: lavoro, sicurezza, pace sociale. Ma si trattava appunto di una mistica, di un’abborracciata ideologia che fosse in grado di captare il consenso di masse impoverite e sbandate che vivevano nel cuore del Capitalismo mondiale scosso dalla Grande Crisi. Come era accaduto nell’Italia dei primi anni Venti, si rispolverarono vecchi miti per tenere a bada la bestia rivoluzionaria che poteva distruggere la società capitalistica giunta a un livello assai alto di sviluppo. La modernità capitalistica aveva indossato vecchi costumi, ma sotto il vestito nulla era cambiato. Molti commentatori europei di orientamento democratico credettero di osservare nella Germania di Hitler un ritorno al più buio periodo medievale, ma essi si ingannavano proprio perché suggestionati dallo spettacolo mandato in scena – letteralmente – dai nazisti con grande cura per i dettagli. Il punto essenziale da cogliere era invece un altro, ossia quello che metteva in relazione l’alta razionalità tecnoscientifica conseguita dalla società occidentale (e dal Giappone) con il permanere e l’approfondirsi dell’irrazionalità più cieca. Lo sterminio industriale degli ebrei e lo sterminio di milioni di individui intrappolati nelle città, ricercato attraverso l’uso dei più sofisticati mezzi bellici, rappresentarono l’eccezione che illuminava in modo accecante la sostanza della regola – della cosiddetta “normalità”. Ma allora solo pochissimi riuscirono a mantenere gli occhi bene aperti sull’orrore. Ed eccoci ancora qui a riflettere, mutatis mutandis, sul dilagare dell’irrazionalità nella società economicamente, tecnologicamente e scientificamente più avanzata mai apparsa sulla scena storica. Sarebbe dunque il caso di interrogarsi sulla natura sociale della nostra economia, della nostra tecnologia, della nostra scienza, anziché perdere tempo prendendo in giro, ad esempio, le sciocchezze populiste e complottiste in circolazione.

4. Applicare acriticamente al presente categorie politico-ideologiche del passato non solo conduce il pensiero che vuole essere critico fuori pista, ma soprattutto non lo mette nelle condizioni di capire i caratteri specifici dell’odierno regime sociale. Anche per questo ho da sempre polemizzato con i professionisti dell’antifascismo, i quali “calano” sul presente vecchi schemi concettuali che peraltro si erano dimostrati analiticamente, oltre che politicamente, fallaci già al momento della loro elaborazione. E difatti, lungi dall’aver realizzato un cambiamento di “paradigma” politico-sociale, la Repubblica nata dalla Resistenza si è subito rivelata per quello che non poteva non essere, ossia la continuazione del dominio sociale capitalistico già difeso dal regime fascista. Mentre la militanza antifascista del nostro Paese si dava da fare con il “fascista” di turno (Cossiga, Craxi e Berlusconi, ad esempio) nel pregevole – faccio dell’ironia – sforzo di salvare la democrazia italiana eternamente in pericolo, il Capitalismo affermava ovunque nel mondo il suo carattere totalitario. La circostanza per cui la dittatura borghese di cui parlava Marx si dà, in primo luogo, come un fatto squisitamente sociale, prim’ancora che politico-istituzionale, è cosa che la gran parte dei “marxisti” ancora in circolazione in Italia non capiranno mai. Si badi bene, non a causa di un difetto di intelligenza, ma a motivo della loro collocazione politico-sociale: questi “marxisti”, infatti, difendono da “sinistra” il vigente dominio sociale, che essi intendono semplicemente migliorare, ad esempio con iniezioni di “egualitarismo”, affinché la distanza che separa i ricchi dai poveri non sia troppo grande, e cianfrusaglie ideologiche di simile conio, tutte puntualmente derise dal reale processo sociale, nonostante i continui esorcismi di Papa Francesco.

A proposito del “Papa comunista”, Francesco Borgonovo (La Verità) ha voluto cogliere una contraddizione nel dibattito, peraltro sempre più stucchevole e strumentale, in corso in Italia sul “populismo”: «Il populista dei tempi nostri è un cattivone che cova ambizioni autoritarie, un arruffapopoli che fa strame della democrazia sfruttando i bassi istinti, uno che finge di rappresentare il popolo ma fomenta il popolino. Eppure, in questo ragionamento ormai universalmente diffuso, c’è un inghippo. C’è qualcosa che non torna. Se i populisti sono così bestie e così perfidi, perché c’è un populista fatto e finito che viene celebrato a reti unificate? Di più: che viene incensato dai giornali e citato come un esempio dai politici di ogni ordine e grado? Mistero (ma nemmeno tanto). Il populista in questione è un signore di nome Jorge Mario Bergoglio, cioè papa Francesco. La sua recente visita a Milano e Monza si è rivelata un successo strepitoso, e tutti i media l’hanno descritta così. Eppure proprio quella visita ha fatto emergere il lato più decisamente populista di Francesco». Borgonovo spiega la naturale tendenza populista del Santissimo Padre con la sua origine geopolitica: «Bergoglio conosce molto bene il populismo, perché lo ha praticato e frequentato anche prima di diventare papa. Non per nulla viene dall’Argentina, la terra del peronismo. Nei richiami del pontefice alla “Madre Terra” violentata dal dio denaro si trovano tracce dell’attenzione peronista verso “el campo”, la campagna». Sul peronismo di Papa Francesco concorda anche Loris Zanatta, professore di storia dell’America latina all’università di Bologna e autore de La nazione cattolica. Chiesa e dittatura nell’Argentina di Bergoglio (Laterza, 2015): «Francesco può a tutti gli effetti essere definito un papa populista, se si usa il termine come strumento analitico e non nel senso negativo a cui siamo abituati. Il suo popolo non è però quello della tradizione illuminista, ma è il popolo della tradizione latinoamericana di cui il peronismo è stato il più tipico caso: una comunità organica, riflesso della volontà divina. Una sorta di “popolo mitico”, come lo ha definito il papa» (4). Su questa faccenda rimando a un mio vecchio post.

5. Lo stesso Papa, a sua volta, denuncia un crescente «populismo penale» che starebbe trascinando la politica penale, in Italia e nel mondo, verso una vera e propria deriva classista e razzista. Si tratta, come scrive Alberto Bazoli sul Foglio, della «produzione continua e inarrestabile di nuove fattispecie penali, spesso caratterizzate da pene draconiane e sproporzionate, che soddisfano la ricerca immediata del consenso politico, ma finiscono per ingolfare il sistema e assegnare alla risposta penale compiti che non le sono propri». Avendo io una concezione piuttosto “elastica”, o “dinamica” (o semplicemente realistica e non ideologica), del Diritto (borghese) tale “deriva panpenalistica” non mi scandalizza affatto, e conferma piuttosto ai miei occhi la tesi marxiana secondo la quale «anche il diritto del più forte è un diritto, e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma nello Stato di diritto» (Grundrisse).

In un discorso del giugno 2014 tenuto in un convegno di giuristi, egli pronunciò le chiare parole che seguono: «Negli ultimi decenni si è diffusa la convinzione che attraverso la pena pubblica si possano risolvere i più disparati problemi sociali, come se per le più diverse malattie ci venisse raccomandata la medesima medicina. […] Si è affievolita la concezione del diritto penale come ultima ratio, come ultimo ricorso alla sanzione, limitato ai fatti più gravi contro gli interessi individuali e collettivi più degni di protezione. [..]. In questo contesto, la missione dei giuristi non può essere altra che quella di limitare e contenere tali tendenze. È un compito difficile, in tempi nei quali molti giudici e operatori del sistema penale devono svolgere la loro mansione sotto la pressione dei mezzi di comunicazione di massa, di alcuni politici senza scrupoli, e delle pulsioni di vendetta che serpeggiano nella società». Sulle «pulsioni di vendetta che serpeggiano nella società» verrò tra un attimo.

Una limpida lezione di “populismo giudiziario” ci viene oggi offerta dal Pubblico Ministero di Trani Michele Ruggiero, protagonista nel processo a carico di importanti agenzie di rating «accusate di avere decretato e divulgato una serie di declassamenti e giudizi negativi nei confronti della “nostra” Repubblica Italiana nel secondo semestre del 2011 “manipolando il mercato”, così calpestando la dignità del nostro Stato sovrano». Cito dal Blog di Beppe Grillo: «Era per quella gente semplice e silenziosa, il Popolo Sovrano, che dovevo farmi coraggio, resistere ed andare avanti in quell’ardua battaglia giudiziaria. Se è vero – come qualcuno ha detto – che è impossibile vincere contro chi non si arrende mai, è altrettanto vero che in questo processo sapevo per certo che non avrei perso mai, come non avrebbe perso mai il mio Paese silenzioso, perché non ci saremmo arresi mai. A tutti i miei fratelli d’Italia, piccoli e grandi, dedico questo enorme sforzo, con l’amarezza di non avere raggiunto – per ora – l’obiettivo, ma con la serenità che mi deriva dall’intima consapevolezza di aver fatto il mio dovere, tutto e fino in fondo. Quando ci si impegna tenacemente per realizzare quello in cui si crede, si intraprende un cammino ed il risultato finale non conta più, diviene solo un trascurabile dettaglio. Siamo anelli di una catena, siamo parte di un Tutto». Il «Tutto» naturalmente allude al Popolo Sovrano, alla Nazione, alla Patria, al «Paese che avrebbe potuto non onorare i suoi debiti» ma che avrebbe dovuto trattare il processo di cui si parla come «una questione di dignità delle sue istituzioni e, prima ancora, del suo stesso popolo». Roba da mandare in estasi tutti i populisti e i manettari del Belpaese!

6. Ha senso oggi parlare di populismo come se ne poteva parlare, che ne so, un secolo fa, o mezzo secolo fa? Penso che non ne abbia molto, se non per individuare delle costanti. Ad esempio, lisciare il pelo al popolo, coccolarlo, affermare che esso ha sempre ragione (come il cliente, salvo poi mazziarlo a dovere a voto o appoggio politico incassato); che è nel Popolo che si concentrano tutte le virtù civili e morali del Paese, mentre l’odiata “casta” è simile a una sentina di vizi; che è nella “gente semplice” che risiede la sola possibilità di salvezza e di riscatto; che bisogna pensare e parlare come il popolo: queste e altre simili fandonie di stampo demagogico da sempre fanno parte del repertorio politico dei “populisti”, a iniziare da quelli attivi nell’antica Roma. Il problema non è il populista in sé, ma piuttosto la realtà sociale che produce le condizioni idonee alla sua nascita e al suo successo. Quando ascolto un “populista”, di “destra” o di “sinistra” che sia, istintivamente non mi arrabbio con lui, della cui esistenza su questo pianeta nulla mi importa, ma con la gente che lo applaude, che prende per oro colato tutte le sciocchezze e le frasi ultrareazionarie che gli escono dalla bocca. Poi, essendo un “materialista dialettico”, almeno secondo il giudizio poco obiettivo di alcuni amici, stempero quella istintiva rabbia nei confronti delle vittime del “populismo”, soprattutto se provengono dal proletariato e dai ceti sociali declassati e azzannati dal processo capitalistico di ristrutturazione, e cerco di riflettere sui meccanismi sociali che trasformano gli individui in tante pecorelle smarrite pronte a subire l’inquadramento da parte del personale politico che amministra la nostra vita. E quando parlo di personale politico intendo riferirmi a tutto lo spettro politico, e non solo ai cosiddetti “populisti”, i quali arrivano buon ultimi e cercano, del tutto legittimamente, di coprire una fetta del mercato politico-ideologico creata da una specifica domanda, esattamente come fanno i loro concorrenti di “destra” e di “sinistra” che affettano nei loro confronti una presunta – e ridicola – superiorità antropologica. La stessa miserabile “superiorità” che, come già ricordato, essi sbandierarono agli inizi degli anni Novanta nei confronti del “berlusconismo”, rubricato a sua volta come espressione di «populismo demagogico e antipolitico», come l’anticamera di un «nuovo fascismo», e sciocchezze di analogo conio.

7. Alla fine del XIX secolo in Germania venivano definiti populisti gli antisemiti, e nello stesso periodo in Francia l’antisemitismo era molto popolare. Scrivevo in un post del 2010 dedicato ai sanguinosi fatti di Rosarno: «Chi vive nei piani bassi dell’edificio sociale è più esposto al veleno del pregiudizio, perché lì la darwiniana lotta per la sopravvivenza si presenta tutti i giorni con i caratteri ultimativi della sopravvivenza fisica e morale. La famigerata “lotta tra i poveri”, della quale il Santo Padre si lamenta, non dispone gli animi ai buoni sentimenti, e chi vive giornalmente con l’angoscia di perdere anche le briciole coltiva una suscettibilità nei confronti dei pericoli, reali o semplicemente immaginari, tutt’affatto particolare. Non ci vuole un corso accelerato di sociologia o di psicoanalisi per comprendere questo meccanismo, e certo lo hanno ben compreso i dittatori e i populisti d’ogni tempo. Le classi dominanti hanno imparato a tenere caldo il risentimento dei dominati, per volgerlo al momento opportuno contro i suoi nemici, o contro il capro espiatorio di turno: l’ebreo, il negro, l’arabo, l’albanese, il rumeno, il cinese: chi sarà il capro espiatorio di domani? Mutatis mutandis, la storia si ripete sempre di nuovo, non a causa di tare antropologiche, di corsi e ricorsi vichiani o di altre più moderne e meno sofisticate cianfrusaglie concettuali, ma a ragione del fatto che le radici del male sono ancora intonse e sempre più profonde». Ebbene, chi intende approfondire seriamente la riflessione intorno a fenomeni che fin troppo sbrigativamente, per “economia di pensiero”, rubrichiamo come populismo, a mio avviso farebbe bene a concentrasi più sulla radicalità sociale del male, che sulle sue manifestazioni politiche, ideologiche, culturali, che a volte offrono allo sguardo una maschera di banale ottusità intellettuale.

Per riprendere e generalizzare quanto una volta ebbe a dire Indro Montanelli sugli italiani, eternamente affascinati dall’uomo forte (che oggi potrebbe avere il volto di un Putin o di un Trump), gli individui «hanno bisogno come il pane dell’uomo che “si affaccia dal balcone”». O dal Blog… Ma è un bisogno che si spiega benissimo a partire dai meccanismi e dalle relazioni che informano la moderna società capitalistica.

Come hanno dimostrato Adorno e Horkheimer, anche sulla scorta della psicoanalisi freudiana, il processo di massificazione degli individui, che espone questi ultimi al richiamo delle sirene “populiste”, è iniziato ben prima che in Occidente apparissero i movimenti di massa legati in mille modi alla Prima guerra mondiale, e cioè già in epoca democratico-liberale, quando lo sviluppo del Capitalismo, reso possibile anche dai successi mietuti dalla razionalità scientifica su tutti i campi di osservazione della natura (dal microcosmo al macrocosmo) (5), trasformò definitivamente il singolo individuo in un atomo incapace di padroneggiare la totalità del processo sociale, che davvero a quel punto appariva ai suoi occhi in guisa di mostruosa potenza estranea e ostile, come voleva la teoria marxiana. «Si sente spesso affermare che i moderni mezzi di comunicazione di massa – cinema, radio, televisione ecc. – offrono a chiunque ne disponga la sicura possibilità di pervenire al dominio delle masse mediante manipolazioni tecniche: ma non sono i mezzi di comunicazione di per sé il pericolo sociale». Così scrivevano Horkheimer e Adorno negli anni Cinquanta. In effetti, l’attenzione va posta appunto sulla riduzione degli individui a massa, «la quale è un prodotto sociale. […] Essa dà agli individui un illusorio senso di prossimità e unione ma proprio questa illusione presuppone l’atomizzazione, alienazione e impotenza degli individui» (6).

Non è che nell’epoca del dominio totalitario del capitale le cose per l’individuo sono cambiate in meglio, anzi! Ecco il Popolo (o «le masse», in una variante sinistrorsa del populismo) con cui abbiamo a che fare. Il populismo esalta il “popolo” come questo viene generato sempre di nuovo dalla vigente struttura sociale, e per questo esso conferma ed esprime in forma apologetica la cattivissima realtà che ci sta dinanzi. Lungi dall’essere adulato e idealizzato il “popolo” andrebbe piuttosto criticato, ossia ricondotto ai suoi reali termini sociali, cosa che ovviamente non può importare un fico secco a chi vuole mietere voti elettorali, mentre interessa moltissimo a chi intende favorire lo sviluppo di una coscienza critico-rivoluzionaria intorno alla vigenza del Dominio e alla possibilità della Liberazione.

A proposito di «democrazia diretta», c’è da dire che il “popolo” è diretto in primo luogo dalla prassi sociale informata fin nei dettagli dai rapporti sociali dominanti; esso respira a pieni polmoni l’escrementizia aria che promana da quei rapporti di dominio e di sfruttamento, ragion per cui fare affidamento sulla sua spontaneità significa consegnarsi senza combattere al nemico.

8. Ovviamente il populista non la pensa così. «Sì, penso di essere populista. Voglio fare decidere il popolo su tutti gli argomenti. […] Io non voglio essere rappresentato. Voglio essere consultato, di continuo, su ogni argomento. Auspico la democrazia diretta. La democrazia diretta significa: sono i cittadini a proporre dei progetti di legge da approvare tramite referendum. Non ci sarebbe più un Parlamento. La tesi di una presunta incompetenza dei cittadini è molto antidemocratica. Il voto del più ignorante vale quanto quello del più istruito. O siamo d’accordo su questo oppure affidiamo le decisioni agli esperti. Io preferisco la prima soluzione. Non so se dà migliori risultati, ma a quelli mi sento obbligato di aderire. Non è tanto una questione di efficacia quanto di giustizia». È questo tipo di populismo che Michel Houellebecq, «lo scrittore francese vivente più celebre nel mondo», difende in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera. Io continuo a pensare che la cosiddetta democrazia diretta non sia semplicemente la democrazia diretta da un capo, ma che, «diretta» o «delegata» che sia, quella che chiamiamo democrazia è soprattutto un regime politico-istituzionale conforme ai rapporti di classe vigenti in questa epoca storica. Guardata da questa prospettiva, la sola, credo, che consente al pensiero di osservare ciò che si muove oltre l’apparenza generata dall’ideologia dominante (un concetto, questo, che non ha nulla a che fare con la solita infantile distinzione “destra-sinistra”), l’alternativa tra «democrazia diretta», che farebbe gli interessi del “popolo” (della gente che sta in basso), e «democrazia tradizionale», che farebbe gli interessi della «casta» (dei «poteri forti», delle élites, di quelli che stanno in alto) non ha un solo grammo di consistenza, ed è buona solo per drenare consensi elettorali sul versante di chi non ha più fiducia nella cosiddetta democrazia rappresentativa. Per non parlare del fatto che spesso dietro all’«uno vale uno» si nasconde il Super Uno, l’Uno che è più uguale degli altri.

Secondo Franco Debenedetti, che cita un paper della Bridgewater, il più grande hedge fund del mondo che considera il populismo «un rischio politico a livello mondiale», questo “partito” «ormai ha il consenso del 35% degli elettori delle nazioni sviluppate, un livello che non si vedeva dagli anni 30. Ma non tutti i populismi sono uguali», aggiunge Debenedetti forse per rincuorare i suoi elettori: «c’è quello di Hitler e Mussolini, e quello di Franklin D. Roosevelt che entrambi combatté e sconfisse» (7). «Combatté e sconfisse», mi permetto di aggiungere, non per ragioni ideologiche, non per salvare il mondo dall’abisso nazifascista, come disse e scrisse la propaganda dei vincitori, ma per interessi sintetizzabili nel concetto, tutt’altro che obsoleto, di imperialismo, realtà che ovviamente accomunava tutte le nazioni del mondo che portarono al macello decine di milioni di persone, la gran parte “civili”.

Insomma, «democrazia diretta» e «democrazia delegata» sono la stessa cosa quanto a natura sociale, e sono perfettamente interscambiabili sul piano della governabilità, come i giocatori di una stessa squadra che all’occorrenza si alternano sul terreno di gioco: il giocatore stanco o infortunato viene subito sostituito dal compagno fresco e pimpante che prima sedeva in panchina e scalpitava per entrare: «Mister, mi faccia entrare, sono pronto!». Un regime finisce e un altro lo sostituisce, garantendo la continuità del Dominio sociale: niente di più fisiologico. Lo abbiamo visto in Italia proprio dopo la caduta del Fascismo. Poi, mutatis mutandis, lo abbiamo rivisto ai tempi di Tangentopoli, quando cadde la cosiddetta Prima Repubblica, evidentemente non più adeguata ad esprimere il mondo creato dalla globalizzazione capitalistica e dalla caduta del Muro di Berlino. È arrivato il momento dei nuovi salvatori della Patria? Detto en passant, sulla robusta continuità politica, ideologica e istituzionale tra fascismo e post-fascismo da ultimi offre un buon contributo analitico il saggio di Mimmo Franzinelli Il tribunale del Duce (Mondadori, 2017) (8).

Il referendum greco del 5 luglio 2015 sul famigerato Terzo Memorandum della Troika e quello britannico del 23 giugno sulla Brexit vengono presentati da molti commentatori e da non pochi leader politici come due fulgidi esempi di «democrazia diretta»; ai miei occhi essi rappresentano piuttosto due classici esempi di quella che a proposito dei due eventi ho definito scelta dell’albero a cui impiccarsi. Infatti, in entrambi i casi per le classi subalterne di quei due Paesi non solo non sarebbe cambiato sostanzialmente niente, comunque fossero andate le cose, ma in più in caso di magagne la classe dominante avrebbe sempre potuto dire all’elettorato che esso stesso ha scelto la strada da prendere, e che, nella buona come nella cattiva sorte, «siamo tutti sulla stessa barca». Certo, siamo tutti sulla barca del Capitalismo planetario, che per quanto mi riguarda andrebbe affondata senz’altro, e non portata su mari meno tempestosi, come si illudono di fare populisti e antipopulisti.

Il populista ama appellarsi al Popolo perché sa perfettamente che esso sceglierà le sue carte prendendo sempre dal mazzo preparato dal Dominio. D’altra parte, se il gioco di prestigio democratico non dovesse riuscire, basterebbe un secondo per gettare la carota e impugnare il bastone. Beninteso, sempre in vista della felicità del Popolo, o delle masse che dir si voglia.

9. Alla vigilia della Rivoluzione d’Ottobre, di cui quest’anno si celebra il centenario, Lenin disse che «ogni cuoca dovrebbe imparare a governare lo Stato»; una frase che gli verrà rinfacciata dai suoi critici alla luce di una controrivoluzione (quella che porta il nome di Stalin) che egli non poteva certo prevedere.   Comunque sia, lo Stato di cui parlava Lenin era quello partorito non dalle urne, non da una consultazione elettorale o referendaria (Volete il Capitalismo o il Socialismo?), ma da una rivoluzione sociale, era insomma, nell’esempio russo qui richiamato, lo Stato sovietico (cioè centrato sui «Soviet degli operai, dei soldati e dei contadini») chiamato ad esercitare la «dittatura rivoluzionaria del proletariato», anche definita «democrazia proletaria», in vista del superamento del Capitalismo e della dimensione classista della società mondiale. Le speranze di Lenin e della sua cuoca andranno deluse per i motivi che ho provato a spiegare, in ultimo, in due post dedicati al Grande Azzardo. Qui intendo semplicemente dire che la sola «democrazia diretta» che le classi subalterne dovrebbero rivendicare sarebbe quella che ne attesterebbe l’autonomia politica e l’irriducibile antagonismo nei confronti delle classi dominanti, e quindi nei confronti dello Stato e del vasto mondo politico-ideologico che esprime e sorregge il vigente status quo sociale. Altro che sovranismo! Altro che «lotta alla casta»! Altro che “populismo”! Classismo a tutto spiano, piuttosto. Mettere oggi la metaforica cuoca, come vorrebbe il “populista”, al posto di un politico della “casta” muterebbe forse di una sola virgola l’attuale regime sociale? La domanda è puramente retorica, e non è certo rivolta al “populista”, il quale è assorbito da ben altre incombenze: «Rottamiamo la casta! Potere al Popolo!». Ecco fatto!

(1) K. Marx, La guerra civile in Francia, pp. 140-141, Newton, 1973.
(2) G. Santomassimo, Il Manifesto, 28/06/2016
(3) J. Steinbeck, Furore, p. 66, Bompiani, 1980.
(4) Pagina 99.
(5) «In realtà il desiderio insaziabile dell’uomo di estendere il suo potere in due infiniti, il microcosmo e l’universo, non ha radici nella sua natura bensì nella struttura della società» (M Horkheimer, Eclisse della ragione, pp. 96-97, Einaudi, 2000). Su questo aspetto rimando al post Sul potere sociale della scienza e della tecnologia.
(6) M. Horkheimer, T. W. Adorno, Massa, in Lezioni di sociologia, p. 96, Einaudi, 2001.
(7) F. Debenedetti, Il populismo di Grillo e il ruolo del Pd, Istituto Bruno Leoni.
(8) Scriveva Ugo Rescigno nel 1975 (un momento di svolta nella politica repressiva condotta dallo Stato contro i nemici della politica dei sacrifici praticata dalla “strana coppia” DC-PCI): «Si coglie la essenziale continuità di tutto l’ordinamento giuridico italiano e dell’apparato statuale dal periodo fascista a quello repubblicano, per cui la Costituzione si è sovrapposta a quell’ordinamento come un cappello nuovo su un vecchio abito» (U. Rescigno, Costituzione italiana e Stato borghese, Savelli, 1977).