CINISMO PLANETARIO

  1. Sovranismo repressivo

«I politici statunitensi, che avevano definito le proteste di Hong Kong uno spettacolo bellissimo da vedere, naturalmente non si aspettavano che un simile spettacolo arrivasse così velocemente fin sotto le loro finestre» (Global Times). «Gli americani farebbero meglio a mettere rapidamente da parte il sogno di interferire a Hong Kong per minare la prosperità della Cina» (China Daily).

Traduco: Caro Presidente Trump, reprimi in piena tranquillità i tuoi cittadini e lascia i cittadini cinesi alle amorevoli cure del Presidente Xi Jinping! Anche Teheran, il cui regime notoriamente è più incline alla carota che al bastone quando si tratta di “dialogare” con la piazza, non ha fatto mancare le sue frecciate ironiche sugli americani esportatori di democrazia e diritti umani. Della seria: il più pulito ha la rogna – e un robusto manganello da assestare sulla testa dei nemici della Patria. Per il Time «Cina, Russia e Iran sono impegnati in una cinica campagna propagandistica contro gli Stati Uniti»: come sempre i corifei della civiltà occidentale sono sensibili solo nei confronti del cinismo propagandistico degli avversari.

Intanto la polizia di Hong Kong ha respinto, per la prima volta in trent’anni, la domanda da parte degli organizzatori dell’annuale veglia per ricordare le vittime del massacro di piazza Tienanmen avvenuto il 4 giugno 1989. La giustificazione ufficiale per il diniego è di ordine sanitario: le regole di distanziamento sociale contro il coronavirus vietano le riunioni di oltre otto persone. Il controllo sociale in tempi di pandemia riesce meglio?

  1. L’eterno razzismo americano

Donald Trump minaccia di schiacciare «il terrorismo interno» con il tallone di ferro dell’Esercito più potente del mondo. «Terrorismo interno»: anche nel linguaggio il Presidente americano ricorda il suo collega cinese. Nel 1992 fu Bush padre a usare l’Esercito per sedare la rivolta di Los Angeles scoppiata dopo l’assoluzione di quattro agenti del Dipartimento di Polizia di Los Angeles per l’uso eccessivo della forza nell’arresto e nel pestaggio di Rodney King: «Con lo schieramento dei militari, l’ordine fu ristabilito in tutta la città, ma durante i disordini furono uccise 63 persone, vi furono 2.383 feriti e più di 12.000 arresti» (Wikipedia).

Scriveva Tomàs F. Summers il 29 settembre del 2009: «L’elezione di Obama è stata salutata come la fine della questione razziale. Niente di più sbagliato. La razza resta un pilastro della società statunitense e un potente fattore di discriminazione, specialmente in tempo di crisi» (Limes). Dalla crisi del 2009 alla crisi del 2020 (dal progressista Obama al conservatore Trump ): «I video che ritraggono la morte di George Floyd hanno una forza innegabile. Ma la rabbia dei neri covava da mesi durante il regime di lockdown, perché l’isolamento sociale e la perdita dell’occupazione hanno gravato in misura maggiore sulle comunità più povere, e loro sono in prima linea anche sul fronte dei decessi. L’omicidio a Minneapolis è stata la scintilla che l’ha fatta scoppiare. La comunità degli afro americani è quella che soffre di più in termini di mancanza di servizi sociali e qualità delle cure mediche. Nulla è stato fatto per correggere l’oppressione di polizia nei confronti dei neri, o per migliorare le loro condizioni di vita. Nel frattempo la classe dei bianchi poveri ha sofferto un parallelo deterioramento economico e sociale che ha favorito un clima di opposizione crescente tra i due gruppi» (Ian Bremmer, Il Messaggero). Questa analisi non mi sorprende neanche un po’, e penso che non possa suonare originale all’orecchio di nessuno.

Purtroppo continua a latitare la solidarietà di classe tra oppressi e sfruttati d’ogni “razza e colore”, che sarebbe il solo antido efficace contro il veleno razzista e contro la guerra tra poveri che tanto ingrassa il Dominio sociale. «Non siamo contro i bianchi come tali, ma contro lo sfruttamento, contro l’oppressione e contro la degradazione», disse una volta Malcolm X, il quale non incitava alla violenza contro i “bianchi” ma rivendicava piuttosto per i “neri” il diritto di difendersi con tutti i mezzi necessari se attaccati dai razzisti e dalla polizia – spesso le due cose coincidevano, come peraltro accade anche oggi. Politici, analisti e media di tutto il mondo si chiedono quanto i fatti seguiti all’omicidio di George Floyd danneggeranno la corsa presidenziale di Trump e avvantaggeranno quella del suo scialbo avversario. Come sempre il dramma sociale troverà il suo momentaneo sfogo nel rito della democrazia che preserva la continuità del regime sociale. Morto (?) un Presidente, se ne elegge un altro!

«Per una volta non lo fare, non far finta che non sia un problema in America. Non pensare che questo non ti riguardi, non restare in silenzio, non pensare che non puoi essere parte del cambiamento. Cerchiamo tutti di essere parte del cambiamento» (Nike). Calzando le scarpe sportive della Nike la via del Progresso umano e civile può essere percorsa con maggiore comodità e speditezza? Come sempre il cinismo va attribuito in primo luogo alla realtà, non alle sue vomitevoli fenomenologie. Il marketing non è solo l’anima del commercio: esso è soprattutto l’anima di questa società disumana basata sui valori di scambio. E questo dalla Cina agli Stati Uniti, dall’Europa all’Africa. Ovunque.

CATTIVISSIMI PENSIERI

Sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi (Frankie HI-NRG MC).

Oggi è difficile concepire una forma di bestialità o di follia, di oppressione o di improvvisa devastazione che non possa essere credibile, che non possa rapidamente trovar posto nella realtà dei fatti. Moralmente e psicologicamente è terribile essere così poco inclini allo stupore. Inevitabilmente il nuovo realismo cospira con tutto ciò che è o dovrebbe essere meno accettabile nella realtà. Eppure, al tempo stesso, il nostro progresso materiale è immenso, evidentissimo. I miracoli della tecnica, della medicina e della ricerca scientifica sono appunto tali. Ma la realtà si ritorce contro di noi, si fa gioco di noi. Le conquiste della tecnica, grandiose in sé, si realizzano dialetticamente e parallelamente come male, come rottura degli equilibri non ricostituibili tra società e natura, come distruzione dei sistemi viventi primari e degli ecosistemi. Oggi possiamo concepire un’utopia tecnocratica e igienica operante in un vuoto di possibilità umane (G. Steiner, Nel castello di Barbablù, 1971).

 

Un infettivologo consulente del Governo: «Il virus lo veicoliamo noi, le misure di distanziamento sociale nei prossimi mesi saranno di aiuto per la salute di tutti noi e per gli anziani e fragili. Purtroppo ancora niente baci e abbracci, manifestazioni di affetto in famiglia. La curva epidemica dipende da noi».

Un sindaco: «Adesso però tutto dipende da noi e dai nostri comportamenti ed occorre quindi tenere alta la tensione e l’attenzione».

Questo maledetto e odioso mantra del “Tutto dipende da noi” ci perseguita ormai da due mesi. Personalmente non ne posso più! Quando un funzionario al servizio di questa escrementizia società, di questa società che ci sta esponendo tutti i giorni al rischio della malattia e della morte, di questa società che sta rendendo ancora più difficile e precaria la nostra condizione sociale/esistenziale; ebbene quando un simile odioso personaggio ci dice che «tutto dipende da noi», dai nostri comportamenti, mi viene l’irrefrenabile voglia di bastonarlo a sangue. E forse tutto sommato questo scatto d’ira non è poi un cattivo segnale, almeno per me. Forse uscirò persino migliorato da questa crisi. Una volta tanto voglio essere ottimista!

Non solo questa società ci rende difficile la vita anche nelle attività più elementari, ma i suoi funzionari (politici, esperti, intellettuali, artisti, ecc.) ci vogliono inoculare il virus del senso di colpa: «Stai a casa, non mettere a rischio la vita dei bambini e degli anziani. Segui comportamenti responsabili, perché la curva epidemica dipende da te». Dipende da me? Ma io afferro un bastone! Metaforico, signori tutori dell’ordine, metaforico.

Un deputato del PD ha detto l’altro ieri alla Camera che la famiglia italiana è stata eroica, perché ha dimostrato una responsabilità, una pazienza e una resilienza [sic!] che nessuno prima della crisi sanitaria immaginava possibile. Naturalmente per il deputato piddino eroi sono stati e sono soprattutto i medici e gli infermieri che hanno rischiato e che continuano a rischiare la vita tutti i giorni pur di salvare i cittadini contagiati. «Dobbiamo andar fieri di questo Paese!». Di merda! Mi è scappato e mi scuso! Ma dopo 153 medici morti, 34 infermieri, 18 operatori sociosanitari e 13 farmacisti morti…. E gli oltre 27mila morti per Coronavirus vanno messi tutti sulla “coscienza” di questa società, uno dopo l’altro. Ho detto società, non sul conto di questo o quel governo, di questa o quella regione, di questo o quel Paese (la Cina, ad esempio), ma della società capitalistica complessivamente e globalmente considerata.

Questa pandemia è stata ampiamente prevista e annunciata, ma prevenirla avrebbe avuto costi incompatibili con la società che fa del calcolo economico la sua ossessione. Nella società capitalistica deve necessariamente dominare il calcolo economico, al quale è tutto subordinato, a iniziare dall’uomo. Oggi in tutto il mondo deve dominare la “sacra legge del profitto”, non la legge dell’uomo: qualcuno lo faccia sapere anche a Sua Santità (e agli altri progressisti laici che lo venerano), le cui prediche “antiliberiste” diventano di giorno in giorno sempre più stucchevoli e infantili.

Massimo Cacciari: «Non c’è dubbio che la crisi del Coronavirus abbia portato alle estreme conseguenze tendenze già in atto da tempo. Si è rivelata come un formidabile acceleratore della trasformazione del lavoro e della sostituzione delle attività umane più “meccaniche” con la tecnologia. È come nella Grande Crisi del 1929, solo che stavolta stiamo assistendo a un cambiamento profondo dei rapporti di forza all’interno del capitalismo e tra Capitale e Lavoro. Ci sono settori distrutti e altri, come il sistema dei Big Data e l’e-commerce, che stanno realizzando guadagni strepitosi. Il gioco prevede vincitori e vinti» (La Stampa). Di certo da questa ennesima rivoluzione capitalistica il «Lavoro» (salariato, cioè sfruttato) uscirà con le ossa ancora più rotte. «Stiamo assistendo in corpore vivi a un esperimento di scomposizione totale dell’organizzazione del lavoro», continua il noto filosofo prestato alla politica – o viceversa. Soluzioni? «La politica deve mettersi gli stivaloni magici del gatto e dobbiamo tutti sperare che si metta a correre davvero. Perché, se non ce la fa, sarebbe l’infarto delle democrazie liberali e già si vedono i modelli che riscuotono più consenso: la Cina e la Russia sono davanti a noi. La sfanghiamo se tutti i leader europei diventano consapevoli del rischio». Contrapporre al modello autoritario-totalitario russo-cinese il modello democratico-liberale europeo: una prospettiva davvero affascinante e piena di promesse per l’umanità. Si scherza per non brandire il metaforico bastone. Quando le classi subalterne metteranno «gli stivaloni magici (leggi: rivoluzionari) del gatto»? Lo scopriremo solo vivendo? Mah! Anche perché nei tempi lunghi…

Mancano i più elementari presidi igienico-sanitari (personalmente solo da pochi giorni sono riuscito a trovare in farmacia due mascherine, che ho acquistato al modico prezzo di 8 euro!), e ci dicono che «tutto dipende da noi»! Negli anni hanno ridotto la spesa sanitaria, e ci vengono a dire che «tutto dipende da noi»! Ci sequestrano in casa perché non sanno che fare («State a casa e lavatevi spesso le mani»: e fin qui ci arrivavo pure io!), e ci dicono che «tutto dipende da noi!» Hanno trasformato ospedali e case di riposo in incubatori del Coronavirus, e ci dicono che «tutto dipende da noi»! Questa Società-Mondo ha distrutto gli ecosistemi scatenando contro gli animali e contro gli umani una vera e propria guerra batteriologica, e ci dicono che «tutto dipende da noi»! Ma i servitori di questo regime a chi vogliono prendere in giro? Come diceva il Sommo Artista, ogni limite ha una pazienza…

E qui arriviamo al vero punto dolente – e tragico – della questione. Il problema, almeno per come la vedo io, non è che i funzionari al servizio del Moloch provino, più o meno “oggettivamente”, a prenderci in giro con repellenti discorsi demagogici, ma che noi, noi come insieme di individui maltrattati dal “sistema” (capitalistico), ci lasciamo prendere in giro, siamo incapaci di opporre al discorso del Dominio una efficace e produttiva (cioè feconda di un nuovo mondo, di nuove e più umane possibilità) resistenza. Quel discorso penetra nelle nostre coscienze come una lama d’acciaio nel burro. Per quanto tempo ancora?

Ferruccio De Bortoli: «Al governo rimprovero la mancanza di chiarezza e l’eccessiva enfasi sulla responsabilità dei cittadini italiani, che in questi mesi sono stati bravissimi. Dobbiamo trattarli come persone adulte, non come adolescenti». Siamo stati «bravissimi»: ecco, appunto! Per quanto tempo ancora? Tutte le decisioni che riguardano fin nei minimi dettagli la nostra vita, sono prese da altri ed esse passano completamente sopra la nostra testa e alle nostre spalle. Abbiamo solo il “potere” della pazienza, della “responsabilità” e della “resilienza”, ossia dell’obbedienza. Ci trattano non «come persone adulte» ma «come adolescenti», ed è esattamente questo che siamo dal punto di vista sociale. Anche quando nell’ultimo post ho parlato di “gregge”, non si è trattato di un giudizio di valore astrattamente etico inteso a offendere la massa degli individui atomizzati, ma piuttosto di una critica politica a un dato di fatto, a un oggettivo comportamento sociale visto da una prospettiva che non lascia agli uomini la sola falsa alternativa tra il meno peggio e il peggio. È su questo terreno che si radica l’etica della responsabilità come la concepisco io: socialmente responsabile è accettare il rischio della rivoluzione anticapitalistica per farla finita con una società che ci espone a ogni sorta di pericolo e che fa degli individui e della natura risorse economicamente “sensibili”.

«Ho voluto rappresentare un uomo in ginocchiato perché credo che, mai come ora, ci sentiamo impotenti di fronte a quello che sta accadendo», confessa a Repubblica l’artista Sergio Furnari, autore di «una statua genuflessa nel cuore di Times Square con le mani rivolte al cielo, diventata il simbolo della lotta alla pandemia». Ma non sarebbe ora di alzarsi e di camminare, come Lazzaro, verso una nuova vita?

Enzo Soresi, chirurgo specializzato in oncologia polmonare e autore del bestseller Il cervello anarchico (Utet, 2005): «Se l’isolamento durasse troppo a lungo pagheremmo danni neurobiologici importanti per la mancanza di relazioni, per l’impossibilità di abbracciarci, di toccarci, di scambiare informazioni: noi viviamo di emozioni, sostenute da una serie di algoritmi nel cervello, che vanno rispettati e, se le perdiamo, siamo penalizzati a livello biologico». E questo potevo dirlo perfino io, che di «algoritmi nel cervello» ne conto davvero pochi. «Nell’uomo c’è una capacità di adattamento affascinante, come racconta Sacks in Un antropologo su Marte, a proposito di quel cieco che, dopo che la moglie gli ha fatto fare tanti interventi per riacquistare la vista, alla fine diventa un disadattato…» (Il Giornale). E se fosse proprio questa poco affascinante capacità di adattamento a fregarci? Vallo a sapere! In ogni caso la metafora proposta dal dottor Soresi ben si presta a evocare la tragedia dei nostri tempi, ossia la cecità che colpisce gli uomini proprio nel momento in cui essi sono – “oggettivamente” – a un passo dalla liberazione. «Le situazioni di dolore del corpo sono spesso legate a conflitti emotivi non liberati. Le sofferenze possono aumentare in un momento come quello che stiamo vivendo ed è per questo che dobbiamo fare attività fisica, per liberarci». Va bene, per adesso accontentiamoci di questa liberazione, bisogna essere realisti – diciamo così.

Ultimo pensiero cattivissimo. Dice il poeta: Scintilla, scintilla delle mie brame, dai fuoco a tutto il reame! Anche perché così uccidiamo una volta per sempre il maledetto Virus: altro che la calura estiva!

SI – PUÒ – FARE!

La cosiddetta “Fase 2” conferma sostanzialmente lo Stato di polizia confezionato brillantemente dal Governo italiano durante la cosiddetta “Fase 1”. L’esperimento sociale in atto da circa due mesi sta dimostrando che il gregge segue alla perfezione gli ordini impartiti dal Pastore e imposti capillarmente dai suoi cani da guardia. Salvo le solite eccezioni (del resto le pecore nere non mancano mai, ma non creano troppi disturbi all’economia della Sovranità), gli italiani hanno dato prova di possedere una capacità di sopportazione e di disciplina (chiamata anche “senso di responsabilità”, “senso civico” ecc.) che ha spiazzato non pochi osservatori politici e diversi intellettuali, di “destra” e di “sinistra”.

Questi personaggi sono stati sorpresi soprattutto dalla facilità con cui è stato possibile transitare da uno stato di “normalità” a uno di “eccezione” (1), anzi di Lockdown (2). Certo, la paura del virus, l’angoscia di morte ecc. hanno lavorato in profondità, hanno quasi azzerato la già indebolita “capacità di resistenza critica” delle persone; tuttavia il Moloch si è mosso su un terreno già preparato da tempo: un terreno continuamente arato, fertilizzato, seminato e innaffiato. Che bei frutti stiamo raccogliendo! La metaforica rana di Chomsky è da un pezzo che si lascia lentamente riscaldare dal “sistema”, e adesso che l’acqua inizia a bollire… «Ahi! Che succede?» Che peccato, si stava così bene al calduccio!

No, questa crisi sociale non sta inventando nulla che non fosse già presente nella società quantomeno sotto forma di tendenza, mentre essa accelera, frena e devia processi sociali in corso da molto tempo.

L’esperimento sta dunque riuscendo, almeno fino a questo momento; come diceva il dottor Frederick Frankenstein, «Si- può- fare!» Il Moloch ne prende nota, per la prossima emergenza. Giordano Bruno Guerri parla di «scintilla del possibile che si annida nel grigiore della quarantena»; si tratta di capire la natura di questa scintilla: quale incendio ci aspetta? Sempre che si tratti di un incendio, beninteso.

Forse è utile ripetere un concetto che ho cercato di esprimere nei miei post dedicati a questa crisi sociale: qui non si tratta di capire se siamo dinanzi a un complotto fabbricato dal Moloch (cioè dal dominio sociale capitalistico) o da una qualche “Entità” non ancora meglio identificata, oppure alla pessima volontà (o all’incapacità) dei decisori politici. Si tratta piuttosto di prendere atto di un fatto, di un risultato, di un processo sociale che realizza oggettivamente un ulteriore giro di vite esistenziale ai danni degli individui, in generale, e delle classi subalterne in particolare.

(1) «Il virus sta già cambiando il nostro modo di vivere e di pensare, anzi lo ha già fatto, è sotto gli occhi di tutti, e ci cambia apparentemente in peggio. Aumenta la diffidenza, cresce la lontananza fisica tra le persone. Non sarà facile tornare indietro. La scintilla del possibile si annida nel grigiore della quarantena. La possibilità più cupa che temo di più è quella del potere, il quale appena sente l’odore del sangue ci si affeziona. Il Coronavirus è stato il battesimo del sangue per tanti aspiranti autocrati. Ma ciò che mi ha più stupito non è il fatto che ci provini, ma la facilità con cui la gente è stata privata della libertà e si è lasciata privare della libertà. Questa è stata la scoperta più brutta di questi mesi. Ma altri mostri incombono; ad esempio il braccialetto elettronico, il controllo dei dati sensibili. Se ci pensate, agli aspiranti emuli del Grande Fratello mancava solo l’ultima frontiera: il controllo fisico, quello sulla mobilità delle persone. Ci siamo arrivati. Il controllo poliziesco mi spaventa anche quando diventa una necessità. Bisogna avere consapevolezza del rischio che corriamo» (G. B. Guerri, La Verità).

(2) «Lockdown è sulla bocca di tutti e viene usato per indicare l’isolamento e la chiusura forzata per l’emergenza sanitaria. In realtà – sostiene Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca – ci sono due parole equivalenti nella nostra lingua: “Confinamento” e “segregazione”. Il significato in inglese di “lockdown”, anzi in americano perché il termine non viene da Oxford, ha infatti origine dal linguaggio carcerario: vuol dire confinamento dei detenuti nelle loro celle durante una rivolta, misura che nel Nord America è in vigore dal 1983. Per estensione, poi, la parola ha assunto anche il significato di stato di isolamento o di restrizione per motivi di sicurezza. “Seppure i provvedimenti di lockdown siano stati presi molto tardi proprio dagli americani e dagli inglesi – prosegue – in Italia abbiamo sentito il bisogno di usare un’espressione loro, forse perché suonava meno spaventosa del più crudo “segregazione”, o forse si è messo in atto il solito procedimento: attribuire a una parola straniera assolutamente ignota agli italiani un significato tecnico molto specifico, e poi far circolare questa parola al posto delle nostre, chiare e trasparenti» (La Stampa). Come diceva quello, «Le parole sono importanti».

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ANDRÀ COME DEVE ANDARE…

La preghiera quotidiana

Walter Ricciardi, «consigliere del ministro della Salute Speranza ed esperto di sanità pubblica di fama internazionale»: «Uno studio presentato il 24 aprile dal sottosegretario alla sicurezza interna Usa alla Casa Bianca mostrerebbe che il virus soffre il caldo umido. Al chiuso, con 24° e 20% di umidità può resistere su una superficie per 18 ore, con 35°e un tasso di umidità dell’ 80% la sua permanenza non supera l’ ora. Se poi si è al sole bastano 24° e lo stesso livello di umidità perché scompaia in due minuti» (La Stampa). Amen!

«Nella nostra epoca, in cui gli scrittori e gli scienziati hanno così stranamente usurpato il ruolo dei sacerdoti, l’opinione pubblica, con una compiacenza che non ha un fondamento razionale, pensa che le facoltà artistiche e scientifiche siano sacre. […]L’opinione degli specialisti esercita un potere pressoché sovrano su ciascuno di noi» (Simone Weil, La persona è sacra?).

Come si cambia, per non morire…

«Non essendo un giurista, non so se questi decreti siano incostituzionali. A occhio, mi pare di sì. Il punto però non è questo. Il punto è l’ abitudine all’ illibertà. All’ emergenza permanente. Da due mesi stiamo vivendo un esperimento sociale disumano. Non abbiamo più vita sociale, di lavoro, un contatto con il mondo esterno. Siamo chiusi dentro quelle che a volte sono capsule, perché la stragrande maggioranza della gente non vive in delle regge. Molta gente comincia a pensare: “Che fortuna che arrivino le forze dell’ ordine a beccare uno che sta prendendo il sole in spiaggia!”. “Ah, maledetti runner!”. “Ah, maledetti bambini!”.”Ah, maledetti cani!”» (P. Battista, La Verità).

Anche io ieri, sull’autobus, ho odiato un tizio, salito a bordo con tanto di mascherina d’ordinanza e di guanti igienici, che ha iniziato a tossire. L’ho fulminato con uno sguardo pieno di disprezzo, come se il poverino fosse salito sull’autobus per attaccarmi il maledetto Virus, come se ce l’avesse personalmente con me. Di certo io non uscirò migliorato da questa catastrofe umana.

COMPLOTTISMI, SPILLOVER E “NUOVO PENSIERO COMUNISTA” (SIC!)

Chi c’è dietro la pandemia? In un editoriale di qualche giorno fa pubblicato dal Corriere della Sera, Paolo Mieli sferza da par suo (non si dice così?) gli italici esponenti delle teorie complottiste in materia di malattie virali, crisi sanitarie e loro inevitabili contraccolpi sul terreno politico-istituzionale – leggi alla voce controllo sociale a mezzo di panico e paura. Anche chi scrive, nel suo infinitamente piccolo, ha tenuto a confermare la propria ritrosia, diciamo così, nei confronti del complottismo, il quale non è che il “pensiero critico” dei poveri di spirito, per dirla con la critica adorniana dell’occultismo in quanto «metafisica degli stupidi».

Scrivevo su un post del 10 marzo: «No, nessun complotto, nessun progetto malvagio elaborato da qualche oscura Entità che ama agire, appunto, nell’ombra; il complottismo lasciamolo pure agli ingenui, diciamo così, a chi lo esibisce a se stesso e agli altri come la sola coscienza critica possibile oggi, e questo semplicemente perché il complottista non ha alcuna coscienza critica da mettere in azione per capire il complesso mondo del XXI secolo. Le cose di cui trattiamo in questi giorni e in queste ore sono maledettamente serie. Ciò che qui evoco è un processo sociale oggettivo la cui natura e le cui conseguenze probabilmente sfuggono alla comprensione dei suoi stessi protagonisti, a cominciare ovviamente dai decisori politici e dai loro consulenti “tecnici”: scienziati, tecnologi, economisti e quant’altro». Nulla da aggiungere. Certo mi piacerebbe sapere, per pura curiosità intellettuale (e non da intellettuale, cosa che non sono), come Mieli leggerebbe il «processo sociale oggettivo» di cui parlo: probabilmente mi metterebbe nel sacco dei complottisti, perché anch’io, in fin dei conti, cerco di puntare i riflettori dell’analisi critica non sul virus, sulle «forze della natura capaci di assassinarci con sublime indifferenza» (David Quammen), ma sulle condizioni sociali che hanno permesso la genesi e l’espansione della pandemia ancora in corso, nonché sulle devastazioni sistemiche che essa sta producendo nella società. Certo non è imputabile al virus se, ad esempio, nel corso degli anni il sistema sanitario italiano ha subito quella pesante “razionalizzazione” dei costi che sta mostrando i suoi frutti avvelenati. Né al virus possiamo attribuire la colpa di aver spostato la produzione dei più elementari presidi igienico-sanitari in quei Paesi dove i “fattori totali della produzione” hanno un costo minore: già Adam Smith parlava della divisione mondiale del lavoro secondo la teoria dei costi di produzione comparati. In base a questa teoria, confermata sempre di nuovo dalla prassi, personalmente per un mese non sono riuscito a procurarmi una sola mascherina! Quando poi sono riuscito a trovarla in farmacia, l’ho pagata al modico prezzo di 4 euro. Ma cosa sono 4 euro in confronto alla salute, se non anche alla vita? Anche qui, comparazione dei costi e dei benefici. Siamo immersi in un relativismo esistenziale che farebbe orrore perfino a George Orwell. E qui naturalmente evoco anche lo scambio che ci viene gentilmente proposto da chi ci amministra tra tutela della cosiddetta privacy e tutela della nostra salute: un ricatto che ci viene somministrato sotto forma di libera e democratica scelta.

In un altro post ho anche affermato che dal mio punto di vista non ha alcuna importanza stabilire il luogo d’origine, il “punto zero” della diffusione dell’epidemia da Coronavirus che poi si è molto velocemente trasformata in una pandemia che ha investito l’intero pianeta, secondo i tempi e le dimensioni geosociali del capitalismo “globalizzato” del XXI secolo. «L’analogia con la guerra mondiale non potrebbe essere più adeguata e stringente: non ha alcuna importanza, al fine della ricerca delle “vere e ultime” responsabilità del conflitto bellico, quale Paese ha fatto la prima mossa (ad esempio, la Germania o il Giappone), perché le ragioni di esso (ad esempio, la spartizione delle materie prime e dei mercati internazionali) chiamano in causa il Sistema Imperialista Mondiale nel suo complesso». Il virus non parla in cinese, o in inglese: esso parla tutte le lingue del mondo, ossia, in estrema e metaforica sintesi, la disumana lingua del Capitale. Ed ecco apparire sulla scena da me confusamente allestita il vero artefice della crisi sociale che sta rendendo molto più difficile soprattutto la vita di chi normalmente conduce una vita difficile, e che solo questa condizione di quarantena può indurre a leggere con una certa nostalgia: «Com’erano belli i tempi in cui potevamo passeggiare e respirare liberamente!» Magari eravamo poveri, ma liberi di scambiarci un bacio al chiaro di luna senza la paura di contagiarci a vicenda o di infrangere un comma qualsiasi dell’ultimo Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri: come erano belli quei tempi lì. E come sarà, invece, la “nuova normalità”? Per non spargere altro pessimismo tengo per me la risposta. Che poi è un modo suggestivo di rispondere, me ne rendo conto. E mi scuso.

La relativizzazione della condizione umana secondo le circostanze ha sempre sorriso al Dominio, a chi ha interesse a difendere lo status quo sociale, e di questo ha molto parlato anche Primo Levi nel suo racconto della vita degli ebrei e degli altri reietti ai tempi dei campi di concentramento e di sterminio: «I migliori fra noi, i più umanamente sensibili, furono i primi a morire». «Dopo millenni di illuminismo, il panico torna a calare su una umanità il cui dominio sulla natura, in quanto dominio sugli uomini, supera di gran lunga, in fatto di orrore, tutto ciò che gli uomini ebbero mai a temere dalla natura» (T. W. Adorno, Minima Moralia). Perché ciò che minaccia la nostra vita e la nostra sempre più precaria e volatile serenità non è la natura, la quale si starebbe finalmente vendicando per tutto il male che le abbiamo arrecato soprattutto negli ultimi due secoli, secondo una concezione “naturista” e “animalista” più diffusa di quanto si pensi in certi ambienti culturali; a minacciarci ogni giorno è la totalità sociale che ci tiene in pugno sempre più strettamente, e che ci trascina e ci sballotta in ogni direzione come fossimo dei manichini privi di vita e incapaci di provare dolore. Ma qui per fortuna – faccio dell’ironia – ci “soccorre” la scienza medica, con i suoi meravigliosi ritrovati chimici e psicologici. Nella cura delle anime offese e doloranti i professionisti della religione hanno a che fare con una temibilissima concorrenza.

Scrive Paolo Mieli: «David Quammen, l’autore di Spillover (Adelphi), il libro che dieci anni fa previde quel che sta accadendo adesso, definisce questo genere di teorie cospirazioniste lo “zucchero del web”: più se ne legge, più se ne vorrebbe leggere; “una droga”. Una droga anche per i filosofi». E Agamben (ma anche Diego Fusaro, che ha parlato di una «guerra batteriologica da parte degli Stati Uniti») è sistemato!

«Dimentica le teorie cospirazioniste», ammonisce giustamente Quammen in un’intervista rilasciata qualche giorno fa al Fatto Quotidiano: «Noi dobbiamo resistere all’ossessione di sapere l’ultimo dato, l’ultima notizia. È giusto prestare attenzione al virus, ma abbiamo bisogno anche di altre storie»: è il contributo che, sempre nel mio infinitamente piccolo (le dimensioni di un virus!), cerco di dare anch’io. Come non mi stanco di ripetere, e so benissimo di essere ripetitivo (spero non fino alla noia!), qui chi organizza il complotto ai nostri danni non è né il governo, né la solita Potenza straniera (ognuno scelga quella che più gli aggrada: l’America di Trump, la Cina di Xi Jinping, la Russia di Putin), né i medici in combutta con le multinazionali dei farmaci (le quali ovviamente sfruttano al meglio la nostra sventura: è il capitalismo, bellezza! ): si tratta piuttosto dei vigenti rapporti sociali di dominio e di sfruttamento – degli uomini e della natura. Il complottista non ha un volto ma ha certamente un nome: si tratta di azzeccare quello giusto.

«In che modo i cambiamenti che l’uomo impone all’ambiente rendono la vita facile ai virus? Diciamo che ogni volta che distruggiamo una foresta estirpandone gli abitanti, i germi del posto svolazzano in giro come polvere che si alza dalle macerie. Più distruggiamo gli ecosistemi, più smuoviamo i virus dai loro ospiti naturali, offrendoci a nostra volta come ospiti alternativi. Il virus così vince la lotteria! Ha una popolazione di quasi 8 miliardi di individui attraverso cui diffondersi» (D. Quammen ). Non c’è dubbio. Ma ha senso qui parlare genericamente e astrattamente di «uomo»? Non ha piuttosto senso chiarire in quale concreta dimensione storico-sociale si svolge l’attività umana? Chi distrugge «gli ecosistemi»?

Ancora l’autore di Spillover, la Bibbia del momento: «Non abbiamo investito risorse nella sanità pubblica: più posti letto, più terapie intensive negli ospedali, più formazione del personale. Perché non l’abbiamo fatto? Perché come cittadini siamo poco informati e tendenzialmente apatici, mentre i nostri leader sono cinici e avari, concentrati solo su loro stessi. Questa pandemia è il risultato delle cose che facciamo, delle scelte che prendiamo. Ne siamo responsabili tutti». Si può essere degli eccellenti scrittori, e Quammen lo è di certo, ma questo di sicuro non basta a spingere il pensiero verso una prospettiva in grado di cogliere la reale dinamica dei processi sociali, e sempre Quammen ne è la dimostrazione vivente. Quando non si è in grado di capire la natura classista di questa società, con tutto quello che questa disumana realtà presuppone e pone sempre di nuovo con assoluta necessità in ogni ambito della nostra vita sociale e individuale, il pensiero intelligente, ma non cosciente (in un’accezione politicamente e dottrinalmente peculiare del concetto), deve per forza di cose naufragare nel mare delle banalità che arridono al pensiero dominante – che, come diceva il virologo sociale che spesso cito, è il pensiero della classe dominante.

Al contrario di chi scrive, Slavoj Žižek è ottimista (beato lui!): «Un nuovo senso di comunità: ecco cosa vedo emergere da questa crisi. Una sorta di nuovo pensiero comunista, diverso però dal comunismo storico. Stiamo scoprendo che per battere il virus servono coordinamento e cooperazione globale. Ci accorgiamo di aver bisogno gli uni degli altri come non era mai accaduto prima. Persone e nazioni» (La Repubblica). Per capire il tipo di «nuovo pensiero comunista» che ha in testa il celebre intellettuale sloveno, è sufficiente leggere quanto segue: «La realtà è già cambiata. Vediamo governi conservatori mettere in atto misure che in altri tempi avremmo chiamato socialiste: Donald Trump ordina a industrie private cosa produrre. Boris Johnson nazionalizza temporaneamente le ferrovie. Stiamo vivendo in un modo che pochi mesi fa sarebbe stato impensabile. C’è chi teme che i governi approfitteranno del virus per controllarci tutti. Ma io non credo a nuovi totalitarismi. Ho paura, semmai, che aumenti la sfiducia verso le istituzioni: perfino in Cina abbiamo assistito a proteste. Dovremmo trovare un modo per ricostruire la fiducia».  Appena lo statalista (altro che “nuovo pensiero comunista”!) sente in giro odore di statalismo, si eccita come quando Dracula annusa nell’aria l’odore del sangue! «Perfino in Cina abbiamo assistito a proteste»: come si permettono i sudditi cinesi di sfiduciare il regime che li sta proteggendo dall’epidemia? Un’altra perla ascrivibile al «nuovo pensiero comunista» [sic!]: «Gli sforzi delle singole nazioni non bastano. Solidarietà globale e cooperazione sono l’unica via. Dovremo però affrontare il futuro dell’Unione europea: è stata ridicolmente passiva». Invece definire questa posizione ultrareazionaria come l’espressione di un «nuovo pensiero comunista» non sarebbe ridicolmente farsesco! In ogni caso, se questo è il «nuovo pensiero comunista» ai tempi del Coronavirus, io mi tengo felicemente quello mio, anche se vecchio e rigorosamente non comunista – certamente non nel senso di Žižek e compagni, i quali riescono a far convivere il “comunismo” con il sostegno al polo imperialista europeo chiamato Unione Europea: che inarrivabili capacità dialettiche!

È davvero commovente, diciamo così, osservare lo sforzo con cui molti di noi cercano di farsi piacere questa situazione escrementizia; sforzarsi di far buon viso a pessimo gioco: non è uno spettacolo gradevole alla vista, diciamo così. Si tratta, a mio modesto parere, di un ottimismo – più o meno “rivoluzionario” – degno di miglior causa.

Aggiunta del 10 aprile

CONTRADDIZIONI IN SENO AL POPOLO …

«Mentre il mondo si interroga sul ritorno dello Stato, della sanità pubblica e delle stesse idee socialiste; mentre il filosofo Slavoj Zizek, intervistato qualche giorno fa da Repubblica, si diceva convinto che in questa crisi stia emergendo “un nuovo senso di comunità, una sorta di nuovo pensiero comunista”, due campioni della sinistra mondiale escono di scena. In Gran Bretagna Jeremy Corbyn, ex leader del Partito laburista, sostituito dal più moderato Keir Starmer, e Bernie Sanders ha invece abbandonato l’altroieri la corsa per la nomination presidenziale lasciando il campo libero a Joe Biden, vice di Obama e ormai quasi sicuro front-runner di Donald Trump» (S. Cannavò, Il Fatto Quotidiano).

Cercasi campioni della sinistra mondiale, disperatamente! Tanto più che il socialismo è sempre più a portata di mano: non si parla forse in Italia dell’urgenza di una “Nuova IRI”? «Ma l’IRI fu una creazione del regime fascista!». Appunto!!

L’ETICA DELLA RESPONSABILITÀ AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Oggi lo storico israeliano Yuval Noah Harari ritorna sulla sua “inquietante” tesi, esposta in diverse interviste rilasciate nei giorni scorsi ai più accreditati quotidiani europei: l’attuale «crisi sanitaria» pone l’umanità, sempre più esposta all’aggressione di «agenti patogeni sconosciuti» che ne minacciano la salute e la stessa esistenza su questo pianeta, dinanzi alla seguente drammatica alternativa: o essa avanza con passo spedito verso la «sorveglianza totalitaria», sul “modello cinese” (ma anche quello “coreano” non scherza!), oppure impara a praticare, e non più solo predicare, l’aureo ideale della «responsabilità individuale», il quale suggerisce agli individui comportamenti adeguati nelle diverse circostanze della vita. Ad esempio, si accetta con stoica rassegnazione la quarantena quando dilaga un’epidemia non perché costretti dal Leviatano, ma perché è la cosa giusta da fare in quella circostanza.

A ben guardare, l’alternativa proposta da Harari è tutt’altro che un’autentica alternativa, e comunque essa si riduce alla “scelta” tra l’accettare con cattiva disposizione d’animo (diciamo così) la pessima realtà, oppure accettarla di buon grado, e magari con zelo, delegando di fatto a noi stessi l’autorità di segregarci in casa per un tempo indefinito. «Liberamente decido di non essere libero». In questo secondo caso, si tratterebbe non di una sorveglianza totalitaria, ma di una totale vittoria delle esigenze sociali (capitalistiche: un dettaglio!) sull’individuo, che diventa appunto il sorvegliante di se stesso. Il nodoso bastone del Sovrano si fa carne e spirito, sangue e psiche. In realtà la doppia sorveglianza (“esterna” e “interna”) dell’individuo è da tempo un fatto compiuto, come del resto aveva già “profetizzato” lo stesso Sigmund Freud, ed è questo a conferirle un carattere totalitario di natura squisitamente sociale (esistenziale, “biopolitica”), prim’ancora che di natura politico-istituzionale.

Rick DuFer si rifiuta di piegarsi alla logica del «Credere, obbedire, guarire»: «O si obbedisce ciecamente, oppure si è degli anarchici irresponsabili e privi di qualsiasi valore umano. O si mostra sui social la propria perfetta aderenza ad ogni dettame, ogni regola, ogni norma, anche la più inspiegabile, oppure si fa parte del non-popolo dei disobbedienti, degli incoscienti. Ma non c’è nulla di più incosciente, nel Paese del “fascismo eterno”, che obbedire ciecamente a quello che decide un burocrate. […] Io non sto “obbedendo” all’imposizione di restare il più possibile a casa: io decido di stare a casa nei limiti delle mie necessità primarie. Io non sto “obbedendo” alla prudenza nella relazione con gli altri: io decido di prestare attenzione al modo con cui conduco i miei rapporti per evitare di farci del male. Io non sto “obbedendo” alla norma secondo cui bisogna evitare assembramenti: io ho capito, leggendo e informandomi, che stare in gruppo è rischioso e decido di non correre quel rischio. E tutto questo ben prima che la legge arrivi ad impormelo. Non credo, non ho mai creduto e mai crederò nell’obbedienza ad alcunché» (Blog Bruno Leoni).

Questo sfoggio di “etica antiautoritaria” ai tempi del coronavirus, elude la domanda che a me pare fondamentale: perché siamo costretti alla quarantena? E più precisamente: di chi è la responsabilità della pandemia che impazza in tutto il mondo? Perché nel nostro Paese nel corso degli anni la spesa sanitaria ha subito continui e pesanti tagli? Perché la «crisi sanitaria» sta già scatenando una crisi economica? Quest’ultima domanda può suonare banale, ma non lo è affatto, perché investe il cuore pulsante del meccanismo che rende possibile la nostra stessa nuda esistenza.

Ebbene, tutte queste domande chiamano in causa non questo o quel governo, ma la natura stessa di questa società, la quale nel volgere di poco tempo ci ha fatto conoscere una devastante crisi economica internazionale, che ha lasciato sul terreno molti morti e moltissimi feriti (sotto forma di disoccupati, precarizzati, supersfruttati, declassati, ecc.), e una crisi cosiddetta sanitaria (che invece è un’autentica crisi sociale sotto tutti i punti di vista), le cui conseguenze sulle nostre condizioni di vita e di lavoro si annunciano ancora più devastanti di quelle prodotte dalla crisi economica del 2008.  Altro che “agente patogeno sconosciuto”: qui l’agente patogeno che corrode la nostra fibra sociale-esistenziale è conosciutissimo! Di più: l’agente patogeno è la società stessa, è la società capitalistica tout court, la quale è dominata dal calcolo economico.

Proprio ieri il leader della Cigil Maurizio Landini dichiarava che questa crisi sanitaria ci dice che «dobbiamo dire basta alla logica del profitto fine a se stesso»: ai progressisti piace la logica del profitto piegata alle necessità del “bene comune”. Questa colossale sciocchezza è benedetta e santificata da Papa Francesco. Per me invece si tratta di dire basta alla “logica del profitto” in quanto tale, e quindi al rapporto sociale oggi dominante in tutto il mondo. Se l’umanità non esce fuori dalla disumana dimensione del calcolo economico (bisogna far quadrare i conti nell’azienda “privata” come in quella “pubblica”, nella famiglia come ovunque si faccia sentire il problema della “sostenibilità economica”), essa si espone a ogni sorta di magagna, “agenti patogeni sconosciuti” compresi.

Parlare di “etica della responsabilità” senza aggredire la radice sociale del problema, significa a mio avviso chinare il capo e decidere come ci conviene subire la cattivissima realtà: subirla da cittadini responsabili che sanno come comportarsi in vista del “bene comune” (sic!), oppure da sudditi recalcitranti che obbediscono solo per timore della legge, e non certo per convinzione. Che bella alternativa!

Come ho scritto altre volte, poste le odierne condizioni sociali, socialmente e umanamente responsabile è, a mio giudizio, ogni azione orientata in direzione del radicale (rivoluzionario) superamento di quelle condizioni: è, questa, la sola etica della responsabilità che personalmente riesco a concepire nell’epoca del dominio totalitario dei rapporti sociali capitalistici e che, nel mio infinitamente piccolo, mi sforzo di praticare.

LA LINGUA DEL VIRUS

«Mentre il coronavirus stravolge la vita di milioni di persone anche negli Usa, i cinesi-americani affrontano una doppia minaccia. Non solo stanno lottando come tutti gli altri per evitare il virus, ma stanno anche lottando con il crescente razzismo. Anche altri asiatici-americani – con famiglie coreane, vietnamite, filippine, del Myanmar e di altri paesi – sono sotto minaccia. Nelle interviste della scorsa settimana, circa due dozzine di americani asiatici in tutto il paese hanno dichiarato di avere paura: di fare la spesa, di viaggiare da soli in metropolitana o in autobus, di far uscire i propri figli. Molti hanno raccontato di essere stati insultati in strada. Un’improvvisa ondata di odio che ricorda quella affrontata da musulmani americani e da altri arabi dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. Trump sta usando un linguaggio che secondo gli asiatici americani sta provocando attacchi razzisti. Trump parla di “virus cinese”, e martedì ha detto ai giornalisti che chiama il virus “cinese” per controbattere alla campagna di disinformazione da parte di Pechino, affermando che i cinesi sono la fonte dell’epidemia» (Dagospia).

Anche in Italia, prima che cominciasse il nostro turno nella sperimentazione dell’evento epidemico, e prima che in tutto il mondo ci schifassero come portatori del maledetto “virus cinese”, si diffuse una certa ostilità, per così dire, nei confronti dei cinesi (e “affini”) presenti sul sacro suolo nazionale, percepiti come potenziali untori e costringendoli a una precoce “quarantena autoimposta” – di certo caldeggiata (ordinata?) anche dal regime cinese, allora in debito di popolarità presso l’opinione pubblica internazionale, oltre che su quella nazionale. Detto en passant, dopo aver accusato, più o meno velatamente, gli Stati Uniti di essere all’origine dell’epidemia esplosa a fine novembre dello scorso anno a Wuhan, da qualche giorno Pechino sembra aver cambiato capro espiatorio propagandistico, visto che sta cercando di accreditare, manipolando dichiarazioni rilasciate da noti virologi italiani, la tesi secondo cui è l’Italia, non la Cina, il Paese responsabile della pandemia targata COVID-19.  La misericordiosa e filantropica Via della Salute Roma-Pechino si è già interrotta? Di certo una simile “antipatica” manovra propagandistica da parte dei “compagni” cinesi, il governo italiano non se l’aspettava.

Naturalmente il Coronavirus non è né cinese, né americano, né italiano: esattamente come il rapporto sociale capitalistico oggi dominante in tutto il mondo, quel virus (e la malattia a esso correlata) non ha nazione, ed anche per questo non ha alcun senso stabile il punto zero geografico della pandemia. Per dirla volgarmente, tutto il mondo è Paese, ovvero: il mondo è diventato un solo grande Paese – capitalistico, e per questo radicalmente ostile all’umanità e alla natura. Le peculiarità nazionali (locali) che hanno contribuito alla genesi della famigerata pandemia (le contraddizioni e i limiti del gigantesco e devastante sviluppo capitalistico che ha interessato la Cina negli ultimi quattro decenni, la struttura politico-istituzionale del regime cinese, ecc.), non bastano, a mio avviso, a connotare come “cinese” il Coronavirus. Esattamente come le mitiche “catene del valore” che si aggrovigliano intorno alla nostra sempre più precaria esistenza, anche le malattie virali hanno una dimensione globale, non conoscono confini nazionali. Il virus che minaccia i nostri polmoni parla la lingua del Capitale, ossia del Moloch che lo ha gettato nella mischia sociale – il metaforico dito non indica il pipistrello, o un altro “vettore animale”, ma una peculiare relazione sociale.

L’analogia con la guerra mondiale non potrebbe essere più adeguata e stringente: non ha alcuna importanza, al fine della ricerca delle “vere e ultime” responsabilità del conflitto bellico, quale Paese ha fatto la prima mossa (ad esempio, la Germania o il Giappone), perché le ragioni di quel conflitto (ad esempio, la spartizione delle materie prime e dei mercati internazionali) chiamano in causa il Sistema Imperialista Mondiale nel suo complesso.

Non abbiamo insomma a che fare con il supposto nemico invisibile di cui parlano tutti i governi del mondo e che la scienza medica cerca di contenere e distruggere – dando nuova linfa ai teorici del governo dei competenti; abbiamo a che fare con la ciclopica realtà di una Società-Mondo in grado di renderci difficile, e a volte perfino impossibile, la vita in tutti i modi possibili e immaginabili – anche se l’immaginazione spesso non riesce a tenere il passo della realtà. Ma ci vogliono occhiali speciali per vedere la sostanza sociale del virus; ci vuole un pensiero non ancora del tutto piegato alla “cultura del realismo”, per capirne il linguaggio. Perché la Cosa qualcosa ci dice, anzi ci grida.

Ieri sul Financial Time  Gideon Rachman, riflettendo sulle conseguenze economiche e politiche della pandemia in corso, faceva sfoggio del suo proverbiale ottimismo: «Il problema è quando lo stato-nazione sfocia in un nazionalismo incontrollato, che porta a un crollo nel commercio globale e al quasi abbandono della cooperazione internazionale. Gli scenari peggiori da questo punto di vista riguarderebbero il collasso dell’Unione Europea e la rottura delle relazioni tra Stati Uniti e Cina, che potrebbe plausibilmente culminare in una guerra». Plausibilmente. Non si tratta di capire quanto sia realistica la “profezia” di Rachman, ma di comprendere quanto pessima sia la nostra condizione, “qui e subito”; una condizione che rende plausibile ogni genere di catastrofe. Certamente ci aspettano tempi di “lacrime e sangue”, di sacrifici imposti dalla crisi economica innescata dalla pandemia (ma già a fine gennaio l’economia italiana tendeva alla recessione), e non a caso nel nostro Paese si parla sempre più spesso di un futuro “governo di unità/solidarietà nazionale” – magari con Mario Draghi investito di “pieni poteri”… Più in generale, da tutte le parti ci spronano ad accettare l’idea che niente sarà più come prima, che dobbiamo cambiare i nostri “stili di vita”, adeguarli alle minacce che ci giungono da un mondo sempre più complesso ed enigmatico, nel quale anche una stretta di mano può risultaci fatale. Impariamo a respirare con moderazione: l’aria potrebbe essere infetta. Che brutti tempi!

Scrivevo su un post di qualche giorno fa: «A proposito di cigni neri e di opportunità offerte dall’attuale crisi sociale, ho l’impressione che la “nuova normalità” post-crisi sarà peggiore di quella vecchia, come vuole la pessimistica (ma quanto realistica!) tesi secondo cui, posta questa disumana società, il peggio non conosce alcuna saturazione». Il problema è che le nostre capacità di adattamento sembrano quasi illimitate – come ebbe a dire anche Primo Levi, riflettendo sull’infernale vita nei lager nazisti: «I migliori di noi, i più sensibili, erano tutti morti già da un pezzo».

Mi rendo conto di aver depresso alquanto i lettori e quindi desidero concludere questa triste riflessione con una nota positiva. Inutile dire che il Paese può contare sulla responsabilità e sulla solidarietà del sottoscritto: dai, ridiamo! Pare che ridere aiuti a irrobustire il nostro sistema immunitario: per dirla con Vasco Rossi, voglio dare un senso a questo post! Vediamo se ci riesco toccando un ben diverso registro.

Il leader della CGIL Maurizio Landini ha dichiarato oggi: «L’interlocuzione con il governo sta andando bene. Dobbiamo salvaguardare la salute dei lavoratori e l’economia del Paese. Come sindacato il nostro obiettivo è evitare che la paura possa trasformarsi in rabbia. Oggi si tratta di unire questo Paese, non di dividerlo». L’obiettivo degli anticapitalisti è invece quello di trasformare in coscienza rivoluzionaria la paura e la rabbia dei lavoratori e di chiunque vive con sofferenza la disumana e irrazionale realtà di questa società. Il fatto che questo obiettivo oggi appaia completamente “fuori scala”, irrealistico, ebbene ciò non toglie nulla alle ottime ragioni dell’anticapitalista e testimonia piuttosto della tragedia che stiamo vivendo come umanità. L’estrema debolezza (“rarefazione”) politica degli anticapitalisti non è solo un loro problema, tutt’altro.

FETICISMO VIRALE E RICERCA DEGLI UNTORI

Dilaga l’epidemia di ciò che a mio avviso possiamo definire senza alcuna forzatura concettuale feticismo del virus. Com’è noto, il barbuto virologo di Treviri parlò una volta del feticismo delle merci, fenomeno sociale di grande rilievo che si estende a tutte le fenomenologie del Capitale: al denaro, alle tecnologie, alla scienza e così via. Siccome il rapporto tra gli individui è sempre mediato dai prodotti del lavoro (“materiale” e “immateriale”) umano, la realtà di quella mediazione sociale ci si presenta alla coscienza «non come rapporti immediatamente sociali fra persone ma, anzi, come rapporti di cose fra persone e rapporti sociali fra cose» (K. Marx). Ecco quindi che le magagne che questa società genera sempre di nuovo, spesso con una creatività degna dei migliori romanzieri del genere horror (la cui fantasia evidentemente non gira nel vuoto), ci appaiono il più delle volte non come il necessario risultato dei rapporti sociali oggi dominanti su scala planetaria, bensì come il frutto di questa o quella particolare fenomenologia capitalistica: del denaro, che sovverte la morale e ci incita a ogni perversione, oppure della tecnoscienza, che rende superfluo il lavoro umano e ci rende individui ad alta obsolescenza professionale (e non solo professionale), o di un esasperato consumismo astrattamente considerato, e così via. È sufficiente leggere o ascoltare qualche predica papale o progressista, per farsi un’esatta idea di ciò che intendo dire.

Adesso è appunto il turno del Coronavirus: esso è il nemico che ha dichiarato guerra all’intera umanità ; è la bestia che ci vuole divorare; è la Cosa totalitaria che ci vuol rubare la libertà e la democrazia; è il monito che ci lancia la natura, per dimostrarci che, in fin dei conti, non siamo che animali civilizzati, nient’altro che questo. A me pare che la verità ci dica tutt’altro, e cioè, in estrema sintesi, che è questa società, non la natura (o il caso, o la sfiga) che ci dichiara guerra tutti i giorni, sempre di nuovo, minacciando continuamente quel poco di felicità o di serenità che riusciamo a strappare al Moloch. È questa società, considerata nella sua dimensione mondiale, che ha reso possibile la genesi e l’espansione della malattia associata al Coronavirus. Ma di questo ho parlato anche nell’ultimo post. Qui mi preme solo dire, sempre per quel poco che vale, che mi fa ribrezzo il tentativo messo in atto dal mostro sociale di cui sopra volto a insinuare nelle nostre coscienze il senso di colpa: «È colpa degli irresponsabili, dei furbetti della quarantena, se ancora non riusciamo a venire a capo di questa maledetta situazione!» Non solo questa disumana società ci espone alla malattia e alla morte, e ci avvelena le giornate, ma attraverso i suoi rappresentanti (politici, scienziati, intellettuali, attori, cantanti, ecc.) cerca di fare di noi dei potenziali untori, o capri espiatori che dir si voglia.

«Serve lo sforzo di tutti. È in gioco la tenuta sociale ed economica del nostro Paese»: signor Presidente del Consiglio, non conti sul mio “senso di responsabilità”!

A CHE PUNTO È L’INCUBO

  1. Il salto non è evolutivo

La virologa Ilaria Capua, ultimamente molto presente sui media nazionali, dà un’interpretazione storico-sociale della pandemia che sta investendo l’intero pianeta che trovo molto interessante, sebbene questa interpretazione risulti appesantita dal suo peculiare approccio scientista ai fenomeni sociali. Per molti aspetti la scienziata non fa che ripetere quanto aveva scritto qualche giorno fa Mario Tozzi sulla Stampa di Torino e da me citato nel precedente post. Dal mio punto di vista le tesi esposte dai due personaggi è molto significativa perché mostrano la natura essenzialmente sociale dell’attuale crisi sanitaria, ossia la sua profonda e ramificata radice capitalistica – parlare di una generica “globalizzazione” e tirare in ballo un altrettanto generica prassi tecnoscientifica non coglie il cuore del problema e anzi contribuisce a rendere difficile la sua individuazione. Ma questa è una “problematica” che spetta all’anticapitalista affrontare.

Veniamo alla dottoressa Capua, intervistata da Raffaele Alberto Ventura per Le grand continent: «L’esperienza delle precedenti pandemie bastava a immaginare questo scenario. Tuttavia si tratta di fenomeni che toccano una tale quantità di sfere, da quelle naturali a quelle sociali, con innumerevoli ramificazioni, che per affrontarli un approccio interdisciplinare è fondamentale. Nel mio libro Salute Circolare mi ero precisamente concentrata sugli squilibri globali che rendono sempre più probabili simili scenari. In un certo senso, questa pandemia la stavamo tutti aspettando. […] Questa emergenza ha rivelato che il vero punto di fragilità del sistema è la sua velocità. Attraverso le infrastrutture di comunicazione siamo riusciti ad accelerare (e quindi a trasformare qualitativamente) dei fenomeni che prima mettevano millenni ad accadere. Pensiamo al virus del morbillo: non era altro che una mutazione della peste bovina che si è trasmessa all’essere umano quando abbiamo iniziato ad addomesticare la mucca. Il morbillo ha invaso il mondo camminando a piedi. Pensiamo all’influenza spagnola, che un secolo fa ci ha messo ben due anni per diffondersi. Questa volta invece sono bastate un paio di settimane. Un virus che stava in mezzo a una foresta, in Asia, è stato improvvisamente catapultato al centro della scena, passando da un mercato in cui venivano radunati animali provenienti da aree geografiche molto diverse. Siamo noi ad aver creato l’ecosistema perfetto per generare spontaneamente delle armi biologiche naturali. Nel ciclo naturale, se pure il virus usciva dalla foresta andava a finire in un villaggio di cento persone e lì esauriva il suo ciclo di vita. Noi stiamo vivendo un fenomeno epocale, ovvero l’accelerazione evolutiva del virus. […] Ma volendo essere ottimisti, possiamo sperare che la crisi che stiamo vivendo cambierà anche questo. Il coronavirus è un cigno nero che stravolgerà il rapporto tra scienza e società, il modo di lavorare, il modo di comunicare. Ora dobbiamo essere pronti a quello che verrà. Forse ci sarà un riavvicinamento alla scienza, che è una delle cose per la quale mi sono più battuta negli ultimi anni con l’One Health Center. Stiamo vivendo un grandissimo esperimento evolutivo. Ma siamo ancora noi la specie animale in cabina di pilotaggio, non possiamo chiedere al lombrico di venire a risolvere i nostri problemi. Non c’è dubbio che di tutto questo conserveremo i segni più nella coscienza che nei corpi».

Ma siamo proprio sicuri che siamo noi «la specie animale in cabina di pilotaggio»? Io ne dubito fortemente, e penso anzi che come umanità non abbiamo il controllo di ciò che noi stessi facciamo e costruiamo: penso che nella metaforica cabina di pilotaggio ci siano rapporti sociali di dominio e di sfruttamento (degli uomini e della natura) che capovolgono il rapporto tra il produttore e il prodotto. La peculiare socialità capitalistica prende corpo alle nostre spalle, in guisa di potenza «estranea e ostile». Rimando ai miei diversi scritti dedicati al tema. A proposito di cigni neri e di opportunità offerte dall’attuale crisi sociale, ho l’impressione che la “nuova normalità” post-crisi sarà peggiore di quella vecchia, come vuole la pessimistica (ma quanto realistica!) tesi secondo cui, posta questa disumana società, il peggio non conosce alcuna saturazione.

«Mentre in Italia attraversa la quarantena per il Coronavirus, i cigni appaiono nei canali di Venezia, e i delfini nuotano giocosamente. La Natura ha semplicemente premuto il tasto reset. Immaginate se tutti noi venissimo messi da parte, cosa potrebbe diventare il nostro pianeta al di là dei nostri sogni più selvaggi»: è quanto ha scritto l’attrice Sharon Stone su Instagram, postando una foto dei canali della città lagunare. Naturalmente sono piovute sulla famosa attrice le indignate risposte degli italiani, in questi giorni così gonfi di orgoglio nazionale. La riflessione di Sharon Stone è a mio avviso assai sintomatica della nostra pessima condizione umana, perché essa rivela come spesso dietro l’amore per la natura si celi un invincibile odio e un abissale disprezzo per il genere umano, accusato in blocco di aver distrutto l’ecosistema. Non pochi individui ecologicamente sensibili cullano la misantropica ”utopia” di un mondo radicalmente inumano, ossia completamente vuoto di uomini: Il mondo dopo l’uomo. E già: si fa prima a pensare la fine dell’uomo, magari per mano di un Virus Sterminatore, che la fine di una società ostile all’uomo. Viviamo tempi eccezionalmente cattivi, c’è poco da dire. E da fare? Fate un po’ voi!

  1. Repetita iuvant? Mah!

Nel volgere di pochi giorni siamo passati dalla metafora («è come se fossimo in guerra», alla constatazione di un dato di fatto: «siamo senz’altro nel bel mezzo di una guerra», con ciò che questo salto logico e reale presuppone e pone sul terreno delle pratiche sociali. Come abbiamo visto, non c’è sfera della prassi sociale che non sia stata toccata e profondamente sconvolta da questo eccezionale evento bellico. Si contano i morti, mentre il numero dei feriti è incalcolabile: siamo tutti noi. La guerra moderna non distingue più tra militari e civili, né tra fronte e retrovia: l’intera città è un solo enorme campo di battaglia. Lo stato di guerra implica necessariamente l’esistenza di un nemico, interno o esterno che sia, e come ho cercato di dire nel corso di queste sciagurate settimane l’impalpabile (ma quanto duro e feroce!) nemico che minaccia la nostra salute, la nostra qualità della vita e la nostra stessa nuda esistenza va individuato nei vigenti rapporti sociali di dominio e di sfruttamento – degli uomini e della natura. La pandemia dei nostri giorni si spiega solo con la natura disumana, e quindi necessariamente ostile alla natura, dei rapporti sociali capitalistici oggi dominanti su scala planetaria; si spiega con la sua inestinguibile fame di profitti, con le sue contraddizioni, con i suoi insuperabili limiti, con i suoi continui fallimenti. Nella sua impalpabilità, nella sua aggressività e nel suo cosmopolitismo il Coronavirus si presta benissimo come metafora del Male che ci tiene sotto scacco fin dalla nostra nascita.

«Per Ken Rogoff, economista americano di 66 anni professore a Harvard University, e campione di scacchi, “Non è una crisi come le altre. Siamo in guerra. È come se fossimo stati invasi dagli alieni”» (Il Corriere della Sera). La metafora dell’invasione aliena, così amata dalla “scienza economica” (vedi, ad esempio, Paul Krugman), la dice lunga sulla “potenza concettuale” di quella scienza. Siamo dunque in guerra? Ebbene, si tratta della guerra “esistenziale” che questa società ci dichiara ogni giorno, sempre di nuovo, minacciando continuamente quel poco di felicità che riusciamo a strappare al Moloch.

In questi giorni ho anche cercato di esprimere un concetto che il pensiero comune non può né capire né accettare: l’evento eccezionale mette in luce la vera natura di questa società, l’autentica funzione dello Stato, il quale rivela la sua natura di «forza pubblica organizzata di asservimento sociale», di «strumento del dispotismo di classe», per citare il solito Marx. Nei periodi di “pace sociale” la classe dominante riesce facilmente a occultare questa verità perché le classi subalterne si sono abituate ad accontentarsi di quel poco che hanno, che spesso ai loro occhi appare molto solo perché ormai da troppo esse sono avvezze alle miserie, materiali e spirituali, che questa società offre loro, una società che queste classi subiscono come la sola realtà possibile e concepibile. È su questa tragica incoscienza dei nullatenenti che si regge il dominio delle classi che detengono il potere sociale. «L’assurdità si perpetua e si riproduce mediante se stessa.; il dominio si tramanda attraverso i dominati» (T. W. Adorno, Minima moralia).

Quando però la crisi sociale mette in questione, o semplicemente rischia di poterlo fare, anche quel poco che le classi subalterne si fanno bastare, per così dire, ecco che le loro vecchie “certezze” iniziano a vacillare, a indebolirsi, a creparsi, così da lasciare aperte sulla loro superficie fessure dalle quali è possibile vedere squarci di verità. Una verità che fa orrore, e difatti i dominati quasi sempre reagiscono chiudendo gli occhi, puntandoli altrove, perché il disinganno provoca dolore e chiede un’immediata assunzione di responsabilità, cosa a cui essi non sono abituati, avvezzi come sono alla maligna logica della delega che ne fa dei bambini incoscienti e socialmente impotenti. Il massimo di “azione diretta di governo” che la massa dei nullatenenti riesce a concepire si esaurisce nel recarsi ai seggi elettorali quando è il turno di “scegliere” la classe dirigente che deve amministrarci per conto del Leviatano e della conservazione sociale. Chi pensa che l’anticapitalista sostenga la tesi del “tanto peggio, tanto meglio” dimostra di avere in testa un’immagine macchiettistica dell’anticapitalista, il quale invece sa benissimo che quasi mai l’incremento del male si trasforma automaticamente, spontaneamente in una presa di coscienza da parte dei subalterni e in una loro autentica azione rivoluzionaria. Per quanto riguarda il tanto peggio, poi, ci pensa questa società a non farcelo mai mancare.

  1. La scienza non ci salverà

Quando l’integrazione della società, soprattutto negli stati totalitari, determina i soggetti, sempre più esclusivamente, come momenti parziali nel contesto della produzione materiale, la “modificazione nella composizione organica del capitale” si continua negli individui. Cresce così, la composizione organica dell’uomo […] La tesi corrente della “meccanizzazione” dell’uomo è ingannevole, in quanto concepisce l’uomo come ente statico, sottoposto a certe deformazioni ad opera di un “influsso” esterno, e attraverso l’adattamento a condizioni di produzione esterne al suo essere. In realtà, non c’è nessun sostrato di queste “deformazioni”, non c’è un’interiorità sostanziale, su cui opererebbero – dall’esterno – determinati meccanismi sociali: la deformazione non è una malattia che colpisce gli uomini, ma è la malattia della società, che produce i suoi figli come la proiezione biologistica vuole che li produca la natura: e cioè “gravandoli di tare ereditarie” (T. W. Adorno, Minima moralia).

Scrive lo storico israeliano Yuval Noah Harari: «A metà del XIV secolo la peste nera ci impiegò dieci anni per arrivare dalla Cina in Europa, e devastò il continente. Oggi ci sono volute due settimane per diffondere il coronavirus, ma la velocità del sistema non è necessariamente un male, anzi. In due settimane gli scienziati hanno mappato il Dna del virus, lo hanno decifrato. Sanno che cos’è, cosa fa. La peste, nel passato, è sempre rimasta un mistero. Non si sapeva nulla di quale fosse l’origine, di come si propagasse. La nostra situazione è molto diversa. Resta ovviamente sempre una misura di incertezza: il virus ci grida che non abbiamo il controllo totale sulla natura, e ciò è inquietante. È un fattore di destabilizzazione» (La Stampa). A mio avviso il virus ci grida tutt’altro, e cioè che non abbiamo il controllo, nemmeno parziale, sulla nostra stessa esistenza, le cui fonti materiali sono assoggettate alle necessità dell’economia capitalistica.

Ormai da parecchio tempo non esiste più una natura selvaggia, non toccata (“contaminata”) dalla civiltà come ancora prosperava nelle epoche precapitalistiche: ciò che oggi sopravvive di quella natura è inglobata nella dimensione sociale, essa è parte della “periferia allargata” delle zone rurali delle megalopoli. È in queste zone che gli animali “selvatici”, alcuni dei quali peraltro entrano nella dieta alimentare e culturale di alcune popolazioni urbanizzate, entrano più facilmente in contatto con gli animali “civilizzati”, soprattutto con quelli allevati per scopi commerciali. A questo punto il salto dei virus dagli animali selvatici a quelli “civilizzati” (materia prima per l’industria capitalistica), e da questi ultimi agli uomini («trasferimento zootecnico») è una questione di tempo, e in ogni caso questo salto di specie è una possibilità pronta a trasformarsi in un fatto appena se ne presenti l’occasione, la quale può essere la più diversa, fortuita e persino bizzarra.

Le stesse rapide mutazioni dei virus che da almeno tre decenni registrano i virologi di tutto il mondo sono in larga misura indotte dai periodici abbattimenti “di massa” del bestiame e dei volatili contaminati da virus e batteri; la produzione di virus sempre più resistenti e “intelligenti”, ossia adattabili alle modificazioni dell’ambiente naturale causate dalle attività umane, è spesso il paradossale effetto della lotta ai virus come è in grado di pianificarla e realizzarla questa società, la quale, come già detto, deve sempre tenere presente le vitali esigenze dell’economia, e questo significa innanzi tutto che quella ai virus deve sempre essere concepita come una guerra lampo: il profitto non può aspettare e gli affari hanno bisogno di certezze! D’altra parte, non parliamo forse di resilienza batterica dovuta all’uso eccessivo di antibiotici che facciamo? Abbiamo i virus e i batteri che ci meritiamo (alleviamo)! Scherzo, scherzo. Come diceva qualcuno, «la vita vuole vivere», lo vuole con tutte le sue forze, e quale che sia la sua dimensione, il suo corredo biologico e la sua struttura organica, prima di soccombere questa vita cercherà in tutti i modi di cambiare se stessa per non morire. Mi scuso per le indegne citazioni “filosofiche”. In questo contesto, parlare di “natura” mi sembra quantomeno esagerato.

Insomma, nella società capitalistica la relazione uomo-natura è necessariamente una relazione malata, irrazionale, contraddittoria, pericolosa – per entrambi i poli della relazione.

Ancora Harari: «La scienza è più forte del virus. L’arma fondamentale di cui l’umanità dispone oggi e che non aveva in passato è la conoscenza. La scienza è conoscenza più metodo: questa combinazione fa tutta la differenza, nella guerra contro il coronavirus». Oggi la scienza, inseparabile dalla sua “fenomenologia” tecnologica, è uno degli strumenti più formidabili che ha in mano il Moloch capitalistico, che si serve della tecnoscienza per sfruttare e saccheggiare uomini e natura. In questo senso la scienza non è parte della soluzione, come crede il nostro storico, ma del problema. Naturalmente il problema di cui parlo non è il coronavirus, ma il rapporto sociale capitalistico, è la condizione disumana a cui siamo assoggettati tutti, in primis chi tira a campare nei gironi più bassi di questo inferno. Più che di scienza e di conoscenza, avremmo piuttosto bisogno di una coscienza critico-rivoluzionaria.

Per evitare “spiacevoli” equivoci, preciso che qui non intendo riferirmi a una generica scienza, alla scienza astrattamente concepita, alla scienza “in sé e per sé” (concetto astorico che non ha alcun significato), ma alla scienza come si dà nella società capitalistica del XXI secolo. Il concetto di uso capitalistico della scienza e della tecnologia investe, a mio avviso, ogni ambito della prassi scientifica e tecnologica, a partire dal contenuto eminentemente teorico dell’una e dell’altra.

MODELLO CINESE. OVVERO L’IMPERIALISMO COMPASSIONEVOLE…

A quanto pare il modello cinese in materia di guerra al coronavirus sta conquistando la simpatia di una fetta sempre più cospicua dell’opinione pubblica italiana, mentre nel mondo politico nostrano il modello sociale cinese nel suo complesso non da oggi riscuote un certo consenso in certi ambienti politici ed imprenditoriali. Ha dichiarato (naturalmente su Facebook) il nostro Ministro degli Esteri: «Ci ricorderemo di chi ci ha aiutato come ha fatto la Cina. Noi abbiamo dimostrato solidarietà verso il governo cinese colpito da pregiudizio e razzismo e ora loro ricambiano»: quant’è compassionevole il Celeste Imperialismo!  Da sempre l’italico politico è bravissimo nel mutare la tragedia in farsa, anche se non manca mai quello che si distingue in questa malfamata capacità.

Il comico Presidente della Campania ha dichiarato: «In Cina, un cittadino che era uscito dalla zona che era in quarantena è stato fucilato. Ora, nelle democrazie occidentali non esistono questi metodi terapeutici»: purtroppo? Marcello Lippi, già eroe nazionale nel 2006 ed ex allenatore della nazionale di calcio della Cina, loda il grande popolo cinese e biasima gli italici vizi: «C’è sempre grande confusione, ognuno dice la sua, pensa al proprio giardino, ma c’è chi è deputato a comandare. Il governo deve ordinare, fare le leggi e farle rispettare. Se il governo, col consiglio di vari scienziati e medici, decide di fare certe cose, le deve ordinare. Per esempio ho sentito dire che una persona contagiata era scappata dalla zona rossa per andare a sciare. In Cina invece chi è scappato dalle zone rosse è stato giustiziato». Ben gli sta! Bravi “compagni”! Che efficienza! «I governanti cinesi sono molto più severi nel fare rispettare le leggi, hanno dei medici e degli scienziati importanti. Stanno piano piano trovando la maniera di uscirne. Stanno aumentando tantissimo i guariti e mi hanno detto che riprenderanno il campionato a metà aprile» (Rai Sport). Finalmente una bella notizia!

È bene dire, a scanso di equivoci, che la “deriva autoritaria” che oggi registriamo in Italia è un prodotto tutto italiano (come dimostra anche la vicenda del “virus informatico” chiamato Trojan), fenomeno che come sempre in epoca di “globalizzazione spinta” si spiega nella sua interezza e dinamica solo alla luce del processo sociale mondiale complessivamente considerato, e questa considerazione vale naturalmente per i fenomeni politico-sociali che si registrano in tutti i Paesi del mondo, un mondo che si distende sotto un unico cielo: quello realizzato dai rapporti sociali capitalistici. Per dirla con i cinesi: tianxia, «tutto sotto il cielo» – del Capitalismo. Semmai possiamo dire che il modello con caratteristiche orwelliane offerto dalla Cina suggerisce ai regimi politico-istituzionali degli altri Paesi delle eccellenti soluzioni politico-tecnologiche ai problemi posti dalle sempre più pressanti e complesse esigenze di controllo sociale. Ed è anche per questo che per l’anticapitalista basato in Occidente, come chi scrive, è molto interessante tutto quello che avviene in Cina.

Il radicale (nell’accezione pannelliana del termine) Maurizio Bolognetti sta conducendo l’ennesimo sciopero della fame, questa volta per denunciare la “scomparsa” del giornalista cinese Lì Zehua, colpevole di aver voluto sbugiardare la propaganda del Partito-Regime circa la genesi e la diffusione della famigerata pandemia virale che tanto ci amareggia in questi giorni. Bolognetti ha scritto qualche giorno fa una lettera indirizzata al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e al Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, per “sensibilizzarli” al caso in questione; eccone alcuni passi: «Signor Presidente del Consiglio, signor Ministro degli Esteri, in troppi cedono alla fascinazione esercitata dal modello cinese, dimenticando che quello di Pechino è un regime totalitario in cui la tanto decantata “efficienza” viaggia a braccetto con l’assenza di libertà e democrazia e con la violazione di elementari diritti umani. Nella Cina del Presidente Xi Jinping può accadere, ed è accaduto, che le informazioni taroccate diffuse dal Partito del Popolo contro il popolo abbiano messo a repentaglio la salute di milioni di persone e contribuito alla diffusione dell’epidemia in corso. Nella Cina del proiettile addebitato ai familiari del condannato a morte, nella Cina post Piazza Tienanmen, in cui ogni anelito di libertà viene stroncato e la massima libertà concessa è l’acquisto dell’ultimo modello di Huawei, può accadere, ed è accaduto, che un giornalista, Lì Zehua, venga arrestato dai servizi di sicurezza del Partito Stato del comandante in capo Xi Jinping. La colpa di Zehua? Il blogger ed ex giornalista della CCTV ha provato a raccontare quel che accadeva nella Cina epicentro della diffusione del Covid-19. Colpevole agli occhi di Pechino di voler onorare il diritto alla conoscenza. Colpevole di aver voluto far luce sull’assenza di trasparenza, sulle bugie e sulla propaganda». Oltre a Lì Zehua sono “scomparsi” altri due «nemici del Popolo e dello Stato»: Fang Bin e Chen Qiushi. In Cina chi fa controinformazione è considerato una spia e trattato come tale; i cittadini sono caldamente invitati a denunciare le “spie”, se non vogliono correre il rischio di venir denunciati a loro volta come spie al servizio di qualche potenza estera – un nome a caso: gli Stati Uniti.

In effetti, non sono stati pochi i cittadini di Wuhan e della provincia dell’Hubei che dal dicembre 2019 si sono “inventati” giornalisti di strada per darsi alla rischiosissima impresa della controinformazione. In Cina le epidemie sono classificate come segreto di Stato, perché la salute e la continuità del Partito-Regime vengono prima di ogni altra considerazione. E qui vale la pena di ricordare la vicenda di Li Wenliang, il medico di Wuhan  che già alla fine di dicembre denunciò la presenza del coronavirus in quella popolosissima città della provincia dell’Hubei, e che per questo venne “attenzionato” dal regime, che lo ammonì come segue: «Stai diffondendo parole non veritiere in rete. Il tuo comportamento ha gravemente disturbato l’ordine sociale. Hai violato il regolamento dell’amministrazione della pubblica sicurezza». Solo il 20 gennaio Pechino dichiarò l’emergenza sanitaria e mobilitò l’esercito con quel piglio “decisionista”, tipico dei regimi autoritari a partito unico, a cui molti politici e intellettuali occidentali guardano con ammirazione e invidia; cinque giorni dopo il Comitato Centrale del fantomatico Partito Comunista Cinese ammise l’esistenza di un’epidemia che a quel punto rischiava di diventare incontrollabile. Ammalatosi l’11 gennaio dopo aver curato una donna affetta da glaucoma poi risultata positiva al virus, il 7 febbraio il dottor Li Wenliang morì di polmonite. Il regime ne fece subito un eroe nazionale, dopo averlo trattato come un potenziale “criminale sociale”.

Per il radicale Bolognetti «In Cina si è realizzata una mostruosa fusione di comunismo e di capitalismo reale»: niente di più falso, e di più farsesco. In Cina non c’è mai stato un solo atomo, dico atomo, di comunismo o di socialismo, e questo già ai tempi di Mao, l’eroe della rivoluzione nazionale-borghese – fatta passare, secondo la più autentica tradizione stalinista, come “via nazionale al socialismo”. In Cina “sovrastruttura” e “struttura” si corrispondono alla perfezione semplicemente perché entrambe hanno la medesima natura storico-sociale: quella capitalistica, appunto. Questa mia posizione ultraminoritaria, che ho cercato di argomentare in molti scritti (*), ha dovuto sempre fare i conti sia con i detrattori della “Cina comunista”, sia con i simpatizzanti del “Socialismo con caratteristiche cinesi”: due facce della stessa escrementizia (capitalistica) medaglia.

Il portavoce del Ministro degli Esteri cinese Zhao Lijian ha accusato gli Stati Uniti di aver diffuso il virus a Wuhan. Non si tratta di un’assoluta novità propagandistica: anche ai tempi della Sars (2003/2004) i cinesi tentarono lo stesso giochetto manipolatorio, con scarsissimi risultati. Washington ha subito risposto che si tratta di una colossale “information warfare”, di una ridicola balla propagandistica intesa a far dimenticare ai cinesi e al mondo intero le responsabilità che il regime “comunista” ha avuto nella rapida espansione dell’epidemia, che poi si è trasformata in pandemia. Trump cavalca da par suo la “information warfare” anche per far dimenticare la sua iniziale sottovalutazione della magagna epidemica. Il tutto naturalmente si inquadra nella guerra sistemica (o totale) che oppone i due maggiori imperialismi del pianeta. Si potrebbe dire che siamo in piena guerra propagandistico-batteriologica, con tanto di vittime “reali” e “virtuali”.

Inutile dire che in Italia si fronteggiano, come su ogni singola questione più o meno importante, due tifoserie: la tifoseria che sposa la tesi cinese (trattasi di un virus americano) e quella che sposa la tesi americana (trattasi di un virus con caratteristiche cinesi). Il coronavirus attacca i polmoni, l’impotenza politico-sociale degli individui attacca la loro capacità critica. Che brutti tempi!

Scrive Francesco Sisci: «Nell’attuale smisurata percezione di sé – vedremo quanto colpita dagli effetti anche d’immagine del coronavirus – la Repubblica Popolare Cinese rifiuta di venire pragmaticamente a patti con i vicini, i quali hanno accettato la visione del mondo occidentale. Dimostrandosi incapace di cogliere i rapporti di forza effettivi. Incoraggiata dall’eco di certe valutazioni americane, ma anche asiatiche, sull’inevitabile ascendere di Pechino al primato mondiale, la Cina ha adottato una condotta tipica delle potenze all’apice del proprio sviluppo. Grave errore, malgrado l’enorme crescita economica degli ultimi decenni, in cui hybris endogena e narrazione occidentale del “miracolo cinese” hanno contribuito ad allargare lo iato fra realtà e smisurate ambizioni» (Limes). Ho l’impressione che non manchi molto tempo per verificare se lo iato di cui parla Sisci esista effettivamente, come ritiene anche chi scrive, e quanto largo esso sia, e come sempre saranno le classi subalterne, non importa quale passaporto esse possano esibire, a pagarne il prezzo più caro, in tutti i sensi.

(*) Ne cito solo due:

TUTTO SOTTO IL CIELO (DEL CAPITALISMO)

ŽIŽEK, BADIOU E LA RIVOLUZIONE CULTURALE CINESE

PROVE TECNICHE DI TOTALITARISMO?

No, nessun complotto, nessun progetto malvagio elaborato da qualche oscura Entità che ama agire, appunto, nell’ombra; il complottismo lasciamolo pure agli ingenui, diciamo così, a chi lo esibisce a se stesso e agli altri come la sola coscienza critica possibile oggi, e questo semplicemente perché il complottista non ha alcuna coscienza critica da mettere in azione per capire il complesso mondo del XXI secolo. Le cose di cui trattiamo in questi giorni e in queste ore sono maledettamente serie.

Ciò che qui evoco è un processo sociale oggettivo la cui natura e le cui conseguenze probabilmente sfuggono alla comprensione dei suoi stessi protagonisti, a cominciare ovviamente dai decisori politici e dai loro consulenti “tecnici”: scienziati, tecnologi, economisti e quant’altro. Per il South China Morning «Quando lo Stato si espande per affrontare una crisi, poi rimane nelle nuove dimensioni anche dopo che la crisi è scomparsa»: niente di più vero! Il Moloch si avvantaggia sempre degli stati d’eccezione, i quali peraltro non fanno che confermare la regola del Dominio. Oggi più di ieri i quotidiani italiani sono pieni di metafore belliche e di invocazioni autoritarie; per molti politici, intellettuali e commentatori politici, forse è finalmente arrivata l’occasione per raddrizzare la schiena etica degli italiani, per farne dei cittadini responsabili e civili: è il sogno che a suo tempo accarezzò anche Benito Mussolini, prima di arrendersi dinanzi a un “materiale umano” che alla fine egli giudicò troppo scadente e ormai irrimediabilmente malato: «Governare gli italiani non è difficile, è inutile».

Oggi Giuliano Ferrara, forse il più convinto sostenitore dei «pieni poteri» in capo al governo, scrive che la ribellione contro «l’irregimentamento totalitario in forme diverse ma convergenti, [come si verifica] nel mondo nazifascista e in quello comunista» è sempre eticamente e politicamente giustificata, mentre non lo è mai se prende di mira le decisioni assunte dalle istituzioni, centrali e periferiche, che compongono lo Stato democratico. «Ribellarsi è sempre stato un gesto di libertà e in certi casi di responsabilità. Disobbedire agli ordini criminali un atto di eroismo. Insubordinarsi contro le angherie, le prepotenze, nel pubblico e nel privato, una benedizione». Ma oggi non si tratta di questo: «La disobbedienza non è più una virtù». Di più: oggi la disobbedienza è un crimine contro l’umanità, letteralmente; criminali sono tutti i cittadini che non volendo attenersi alle regole sanitarie imposte per decreto dal governo, mettono a rischio la vita di molte persone. Se Ferrara ha bisogno di scomodare concetti così forti per difendere l’operato del governo, significa che davvero stiamo vivendo una fase storica importante, per diversi aspetti eccezionale, e certamente tutt’altro che banale.

Giunti a questo punto è forse il caso di ricordare, in modo assai sintetico, quale concetto ho cercato di esprimere in questi giorni virali. Con l’emergenza epidemica (o pandemica) segnata dal Coronavirus (che genera la malattia chiamata Covid-19) siamo dinanzi a una vera e propria crisi sociale, e non semplicemente sanitaria. Sociale non solo nelle sue conseguenze, come tutti sono disposti a concedere, ma anche nella sua genesi e intima natura. Ciò che ci ha esposti e ci espone al rischio della malattia e della morte non è infatti la cieca potenza della natura, sotto la subdola forma del virus, ma la cieca e disumana potenza sociale che tiene in ostaggio (in quarantena?) l’intera umanità, e ormai da moltissimo (troppo!) tempo. Marxianamente parlando, non controlliamo ciò che noi stessi creiamo, e non possiamo farlo perché le relazioni sociali che informano le nostre più significative pratiche sociali, a cominciare da quelle connesse con la produzione di ciò che ci permette di esistere fisicamente, non sono orientate verso la soddisfazione dei nostri bisogni e la nostra felicità, come invece proclama l’ideologia dominante, ma verso la soddisfazione di stringenti (dittatoriali, totalitari) requisiti economici: le aziende che non generano profitti devono licenziare o dichiarare fallimento; i governi devono fare i conti con la sostenibilità finanziaria del welfare e con la produttività generale dell’economia, che poi è quella che in ultima analisi finanzia lo Stato attraverso le tasse, e così via. È evidente che una simile organizzazione sociale deve necessariamente generare contraddizioni d’ogni tipo, sempre di nuovo, e questo appunto a prescindere dalla volontà di capitalisti, politici e di chi a vario titolo amministra la nostra vita per conto della conservazione sociale, ossia delle classi dominanti.

In queste condizioni, credere che possiamo stabilire una relazione razionale e umana con la natura significa davvero pretendere l’impossibile. Ecco perché sulla base di questa società; sul fondamento della società capitalistica mondiale, ogni genere di catastrofe sociale (inclusa quella che erroneamente rubrichiamo come “naturale”: terremoto, alluvione, tempesta, ecc.) è altamente probabile: è la realtà che si incarica di dimostrare la dolorosa verità di questa tesi, che il modestissimo pensiero di chi scrive si limita a esprimere senza avvertire il bisogno di addolcire l’amara pillola. «Ribellarsi è sempre stato un gesto di libertà e in certi casi di responsabilità», scrive il noto Elefante: e lo è anche in questo caso, soprattutto in questo caso!

Ma la ribellione a cui oggi chiamo chi legge queste poche righe non è quella che si sostanzia nell’uscire di casa senza mascherina e di abbracciare e sbaciucchiare amici e parenti, di stringere mani e abbracciare la prima persona che passa solo per dimostrarle umana amicizia e comprensione ( non fatelo: si commette un grave reato!); no, si tratta di una ribellione “concettuale”, che già sarebbe a mio avviso moltissimo, di questi pessimi tempi. Si tratta appunto di capire che tutto quello che stiamo vivendo in questi giorni non ha nulla a che fare né con la natura, né col caso né con gli imprevisti della vita: è la società del capitale, del profitto, della merce e del denaro che ci infligge sofferenze e preoccupazioni d’ogni tipo. È allo spirito della solidarietà nazionale, del “siamo tutti sulla stessa barca” (capitalistica!) che dobbiamo – dovremmo – ribellarci.

Pensare che veniamo trattati da chi ci governa (per il nostro bene, è chiaro!) da minorati sociali bisognosi di paterne cure, e che noi glielo permettiamo come fosse la cosa più normale di questo mondo («Non li paghiamo per questo, per prendersi cura di noi?»), ebbene questo pensiero mi fa arrabbiare moltissimo, e per quel che vale ci tengo a dichiarare al Moloch che oggi  subisco le sue imposizioni come lo schiavo che non ha la forza di ribellarsi, ma non faccia affidamento sul mio consenso né, tanto meno, sulla mia comprensione. Approfitto dell’occasione per rinnovargli la mia più radicale inimicizia.

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IL NOSTRO NEMICO

Trasformare il Cigno Nero in un Cigno Rosso!

In un’intervista rilasciata oggi a Repubblica il Primo Ministro Giuseppe Conte ha voluto addolcire la nostra giornata citando una famosa frase di Churchill pronunciata nel 1940: «È la nostra ora più buia ma ce la faremo». Non so se «ce la faremo», ma il pensiero che Conti ha voluto regalarci è quanto mai sintomatico dei tempi inquieti (e inquietanti) che viviamo – o subiamo? Oggi tutti i quotidiani sono piene di metafore belliche in riferimento alla crisi sociale che stiamo attraversando: «Può diventare una nuova Caporetto; è un nuovo 8 settembre; la trincea (i presidi sanitari) non regge e il nemico (il Coronavirus) può dilagare». Sul Corriere della Sera, sempre di oggi, un importante medico di Bergamo ha voluto difendere il documento diffuso l’altro ieri dalla Società italiana di anestesia, rianimazione e terapia intensiva (*): «Come in tutte le situazioni di guerra siamo obbligati a scegliere chi salvare e chi sacrificare. Miracoli non ne possiamo fare. È come per la chirurgia di guerra: la priorità va a chi ha maggiori probabilità di cavarsela, e i più giovani rispondono meglio alle cure che non i più anziani, magari già indeboliti da altre malattie». Siamo in guerra e dobbiamo accettare tutte le conseguenze che un simile evento impone alla società, compreso lo Stato di Polizia, il più ferreo controllo dei comportamenti e dei corpi: guai al disfattista che bacia, stringe mani e abbraccia amici e parenti! Guai a chi tenta di sottrarsi alla quarantena per scappare dalla fidanzata: oggi non è il tempo per prodursi in simile sciocchezze romantiche! Contro il Nemico le istituzioni ci chiedono la massima responsabilità – anche per fare vedere al mondo di che pasta (!) è fatto l’italiano. «Dobbiamo prendere esempio dalla Cina». Che tempi! (**)

Ma chi è il Nemico che ci ha dichiarato guerra? Chi è il Nemico che minaccia di invadere i nostri corpi e di mettere in ginocchio la nostra economia? Chi è il Nemico che ci espone al pericolo del disastro sociale e della morte? Ho provato a dare una risposta in un post che ho pubblicato sabato scorso.

Trasformare il Cigno Nero in un Cigno Rosso! Si fa per dire. Si scherza! Purtroppo. Sono invece molto serio quando esprimo la mia solidarietà ai fratelli detenuti che manifestano come possono il loro disagio per una condizione che oggi appare ed è più disumana che mai.

La Cina è vicina?

(*) «Può rendersi necessario porre un limite di età all’ingresso in terapia intensiva. Non si tratta di compiere scelte meramente di valore, ma di riservare risorse che potrebbero essere scarsissime a chi ha in primis più probabilità di sopravvivenza»: è la razionalità economica (capitalistica), bellezza!

(**) Per il Quotidiano del Popolo, il noto quotidiano del regime cinese, «il mondo dovrebbe ringraziare la Cina». Infatti, «la battaglia della Cina contro l’epidemia ha dimostrato che il partito comunista è di gran lunga il partito politico con la più forte capacità di governance nella storia umana, e che si prende veramente cura degli interessi nazionali del Paese e del popolo cinese. Se l’epidemia si verificasse negli Stati Uniti, ad esempio a Chicago, si sarebbe in grado di chiudere le aree gravemente colpite? Il governo sarebbe in grado di mobilitare risorse per costruire rapidamente due grandi ospedali per la città? Il governo sarebbe in grado di chiedere alla gente di rimandare il proprio lavoro? Di fronte all’epidemia gli intellettuali dovrebbero rimanere razionali, cosicché in mezzo al panico il popolo possa rimanere calmo e vedere un raggio di luce nell’oscurità». E se “il popolo” si rifiuta di essere un gregge impotente guidato dal buon Pastore e si ribella? Mazzate, mazzate e ancora mazzate!

Marcello Lippi, già eroe nazionale nel 2006 ed ex allenatore della nazionale di calcio della Cina, loda il grande popolo cinese e biasima gli italici vizi: «C’è sempre grande confusione, ognuno dice la sua, pensa al proprio giardino, ma c’è chi è deputato a comandare. Il governo deve ordinare, fare le leggi e farle rispettare. Se il governo, col consiglio di vari scienziati e medici, decide di fare certe cose, le deve ordinare. Per esempio ho sentito dire che una persona contagiata era scappata dalla zona rossa per andare a sciare. In Cina invece chi è scappato dalle zone rosse è stato giustiziato». Ben gli sta! Bravi “compagni”! Che efficienza! «I governanti cinesi sono molto più severi nel fare rispettare le leggi, hanno dei medici e degli scienziati importanti. Stanno piano piano trovando la maniera di uscirne. Stanno aumentando tantissimo i guariti e mi hanno detto che riprenderanno il campionato a metà aprile» (Rai Sport). Finalmente una bella notizia!

Per il South China Morning «Quando lo Stato si espande per affrontare una crisi, poi rimane nelle nuove dimensioni anche dopo che la crisi è scomparsa»: niente di più vero! Il Moloch si avvantaggia sempre degli stati d’eccezione, i quali peraltro non fanno che confermare la regola del Dominio.

QUALE “VIRUS” CI MINACCIA?

Secondo Giovanni Floris, noto giornalista, scrittore e conduttore televisivo, con l’emergenza Coronavirus «Noi siamo di fronte alla potenza della natura»: niente di più falso, a mio avviso. A minacciarci non è la cieca potenza della natura ma la potenza disumana di questa società, della società capitalistica, la cui dimensione oggi è davvero mondiale. Nel 1970 il virus dell’influenza “spaziale” incubato a Hong Kong arrivò in Europa dopo 18 mesi (un italiano su quattro finì a letto), oggi la stessa distanza è coperta da germi e virus in pochissimi giorni, o addirittura in poche ore. Parlare di “globalizzazione” non rende l’idea di ciò che è successo nel mondo soprattutto negli ultimi 50 anni, e d’altra parte la “globalizzazione” non è affatto un fenomeno recente, come dimostrano proprio le malattie epidemiche che hanno segnato l’umanità negli ultimi tremila anni: dalla lebbra alla peste bubbonica, dal vaiolo alla poliomelite epidemica, dalla cosiddetta influenza spagnola all’Aids, per tacere delle ultime crisi epidemiche tipo la Sars-Cov del 2003. Storicamente parlando, non c’è niente di più sociale delle malattie epidemiche, le quali accompagnano l’uomo dal 10.000/9.000 a.C., da quando cioè le comunità umane incominciarono ad addomesticare piante e animali. Scrive la virologa Ilaria Capua:«Covid 19 è figlio del traffico aereo ma non solo: le megalopoli che invadono territori e devastano ecosistemi creando situazioni di grande disequilibrio nel rapporto uomo-animale. La differenza con i virus del passato, conosciuti o sconosciuti (quelli che circolavano nell’ era pre-microbiologica) è la velocità della diffusione e del contagio. […] Stiamo assistendo a un fenomeno epocale, la fuoriuscita di un virus pandemico dal suo habitat silvestre e la sua diffusione globale che diventa un’onda inarrestabile, invade le nostre vite, le nostre case e i nostri affetti. È questo il Cigno nero che scuoterà violentemente il sistema? Lo vedremo» (Il Corriere della Sera). Lo scopriremo solo vivendo, se il Virus vuole…

Se il capitalismo “globalizzato” e ad altissima composizione tecno-scientifica del XXI secolo rende possibile la nascita di un focolaio infettivo e la diffusione delle malattie a esso associate, ciò non si spiega con la potenza della natura, o con la fatalità, oppure con l’imperfezione umana («Non possiamo eliminare l’errore e l’imprevedibile dalla nostra vita!»); ciò si spiega invece con la natura altamente contraddittoria della società capitalistica, che può spendere miliardi di dollari per mandare una macchina “intelligente” fino ai confini estremi del nostro sistema solare, mentre spesso trova razionale economizzare, ad esempio, sulla spesa sanitaria o sull’istruzione. La stessa Cina, patria, a quanto pare, del Covid-19, rappresenta la “madre” di tutte le contraddizioni capitalistiche: a centri urbani modernissimi, che si situano al vertice della civiltà capitalistica mondiale, fanno da contrappunto enormi sacche di arretratezza sociale, con ciò che ne segue anche dal punto di vista igienico-sanitario.

Non c’è magagna nella nostra società che non abbia una conseguenza economica più o meno immediata, che non debba fare i conti, presto o tardi, con la sostenibilità economico-finanziaria delle imprese e degli Stati, con tutto ciò che ne segue in termini di “costi sociali” – precarietà, povertà, paure, cessione di “sovranità esistenziale”, ecc. La possibilità della catastrofe economica non fa meno paura della catastrofe sanitaria che potrebbe provocarla, e per evitare la prima i governi di tutto il mondo cercheranno di scongiurare il collasso sanitario dispiegando mezzi finanziari e imponendo pratiche di controllo sociale eccezionali. Scrive Giuliano Ferrara: «Bisogna che i compatrioti si decidano a obbedire all’autorità, al governo, quando gira come un pipistrello un virus di cui non si conoscono l’origine, la natura, il comportamento, la cura. Affidiamoci per una volta ai pieni poteri. Compresi quelli di Giuseppe Conte [probabilmente qui Ferrara “percula” l’odiato Matteo Salvini]» (Il Foglio). Un invito che personalmente intendo lasciare cadere sulla cacca, con rispetto parlando: l’ondata di solidarietà nazionale antivirale che sta investendo il Paese mi dà il voltastomaco. La guerra contro il Coronavirus è un saggio di quello che ci potrebbe accadere in caso di altre e ben più bellicose emergenze. D’altra parte l’Italia repubblicana ha vissuto altre emergenze nazionali, come ai tempi della crisi energetica dei primi anni Settanta e del terrorismo; allora chi non si piegava all’imperativo categorico dei sacrifici e non solidarizzava con il regime “partitocratico” (centrato sull’asse DC-PCI) finiva automaticamente nella rubrica dei disfattisti e dei fiancheggiatori del terrorismo.

È proprio nei casi eccezionali, quando il Moloch sociale è costretto a mostrare la sua autentica faccia, che l’anticapitalista sente il bisogno di confermare la propria radicale inimicizia nei confronti di una società che espone gli individui a ogni sorta di pericolo, mettendone non di rado a repentaglio la stessa nuda vita. Il mio nemico non è il virus, ma il sistema sociale che mi ha esposto a esso. (Per Moloch intendo il potere sociale capitalistico considerato nella sua complessa e altamente contraddittoria totalità – ossia come esso viene fuori dalle pratiche economiche, scientifiche, tecnologiche, politiche, culturali, ideologiche). Scrivevo su un post del 2013 (Il cigno nero, il cigno rosso): «Sulla base del capitalismo un Cigno Nero, per mutuare Nassim Nicholas Taleb, ossia un evento del tutto inaspettato ma incubato silenziosamente per parecchio tempo e razionalizzato solo post festum, è sempre possibile». E questo non perché «l’improbabile governa la nostra vita», sempre per citare Taleb, ma perché noi non controlliamo il mondo che pure creiamo tutti i giorni, sempre di nuovo, e non riusciamo a farlo a causa dei rapporti sociali (di dominio e di sfruttamento, dell’uomo e della natura) che informano, più o meno direttamente e intimamente, le nostre diverse pratiche sociali. Occorre dare un volto a ciò che chiamiamo improbabile solo perché ci sfugge la natura di ciò che ci minaccia e ci inquieta.

Spagna, 1918

Io non coltivo affatto l’utopia infantile della “società a rischio zero”; penso piuttosto che sia possibile organizzare una Comunità basata esclusivamente sul benessere e sulla felicità degli individui, cosa che nega in radice i vigenti rapporti sociali centrati sul Capitale nelle sue diverse determinazioni: denaro, merce, tecnologie, scienza, lavoro salariato. «Denaro, merce, lavoro salariato. Queste formule portano segnate in fronte la loro appartenenza a una formazione sociale nella quale il processo di produzione padroneggia gli uomini e l’uomo non padroneggia ancora il processo produttivo» (K. Marx). Una Comunità che fosse autenticamente umana, umanizzerebbe anche la nostra relazione con la natura, con ciò che ne seguirebbe anche in termini di malattie e di “disastri naturali”. Già i filosofi europei del XVIII secolo (soprattutto Rousseau e Kant) misero in luce il fondamento umano della cosiddetta catastrofe naturale: gli uomini, ad esempio, non avrebbero dovuto costruire abitazioni in luoghi continuamente soggetti ai terremoti (vedi la Lisbona del 1755), e comunque non avrebbero dovuto costruirle così alte, né in così grande quantità e in uno spazio così ristretto. L’uomo aveva moltiplicato per mille le conseguenze di un fenomeno naturale.

«Manifestazione e ostentazione di potenza politica e tecnologica, la Grande Esposizione londinese del 1851 fu anche occasione per dichiarazioni universalistiche e filantropiche. Furono pronunciate dichiarazioni sulla “solidarietà” tra “tutte le nazioni della Terra” e sulla “unificazione di tutta l’umanità”» (*). Unificazione di tutta l’umanità sotto il tallone di ferro dei rapporti sociali capitalistici. Dopo 169 anni, e svariati massacri mondiali e regionali, la stessa idea di Progresso ci dovrebbe apparire come un insulto alla nostra intelligenza, ma purtroppo non è così, anche se nel frattempo le nostre aspettative “progressiste” si sono di molto ridimensionate. Eccoci dunque ancora appesi come bambini alle decisioni di chi governa (naturalmente per il nostro bene!) le nostre esistenze: politici, scienziati, esperti.

Scriveva Giorgio Agamben qualche giorno fa sul Manifesto: «Così, in un perverso circolo vizioso, la limitazione della libertà imposta dai governi viene accettata in nome di un desiderio di sicurezza che è stato indotto dagli stessi governi che ora intervengono per soddisfarlo». Come sto cercando di spiegare nei post dedicati all’attuale crisi sociale, il problema è molto più grave e radicale di come lo prospetta Agamben, proprio perché esso investe direttamente le stesse relazioni sociali (capitalistiche) che determinano, “in ultima analisi”, le nostre pratiche, le nostre idee, il nostro modo di concepire i rapporti con il prossimo, la nostra sfera affettiva e psicologica, la nostra stessa nuda vita. Criticare «lo stato di eccezione come paradigma normale di governo», senza mettere in questione la società capitalistica in quanto tale, al di là degli assetti politico-istituzionale contingenti che ci governano, e anzi perorare la causa di un «ritorno alla Costituzione» (capitalistica, o borghese che dir si voglia), significa non aver afferrato concettualmente la radicalità del Male che ci espone, impotenti, a ogni genere di offesa.

 (*) U. Fabietti, AA. VV., Alle origini dell’antropologia, Introduzione, p. 13, Boringhieri, 1980.