LA CATENA DI SANT’ANTONIO DEI SECONDINI

Di respirare la stessa aria
di un secondino non mi va
perciò ho deciso di rinunciare
alla mia ora di libertà.

Se c’è qualcosa da spartire
tra un prigioniero e il suo piantone
che non sia l’aria di quel cortile

voglio soltanto che sia prigione
che non sia l’aria di quel cortile
voglio soltanto che sia prigione.
De André

Dal Dubbio:

«L’ho visto con il volto tumefatto, pieno di lividi con il sangue all’occhio sinistro e ha detto che è stato pestato da una decina di agenti penitenziari». A denunciarlo a Il Dubbio è Teresa, la moglie del detenuto Giuseppe De Felice, 31enne, ristretto nel carcere di Viterbo. Tre giorni fa è andata a visitarlo ed è rimasta scioccata nel vederlo pieno di lividi. «Ho cominciato ad urlare – racconta la moglie -, ma mio marito mi ha detto di smettere, perché ha paura di subire altre ritorsioni».

De Felice è ristretto nel carcere di Viterbo da circa un mese – prima era a Rebibbia –, si trovava nel quarto piano D1 quando sarebbe stato picchiato selvaggiamente dagli agenti. «Gli hanno perquisito la cella, messo a soqquadro tutto e hanno calpestato la foto che ritraeva noi due – racconta Teresa –, mio marito ha reagito urlandogli contro, prendendoli a parolacce» . A quel punto, secondo la versione di Giuseppe De Felice, un agente penitenziario lo avrebbe chiamato in disparte, portato sulla rampa delle scale e una decina di agenti penitenziari, senza farsi vedere in volto, lo avrebbero massacrato di botte. Il marito le ha raccontato che gli agenti avrebbero indossato dei guanti neri e una mazza bianca per picchiarlo. «Lo hanno portato in infermeria – prosegue Teresa –, ma senza visitarlo, dopodiché lo hanno messo in isolamento per un’ora».

La pratica punitiva denunciata da Teresa nel gergo carcerario si chiama, se non erro, catena di Sant’Antonio, e non è difficile afferrare il senso di quella “ironica” definizione. Il carcere è un concentrato di sofferenza e disumanità la cui sola esistenza la dice lunga sulla natura escrementizia della vigente società. Chi parla della necessità di “umanizzare” la struttura carceraria e di riformare il sistema delle pene bestemmia contro il concetto stesso di umanità.

 

Leggi anche:

IL CARCERE E (È) LA SOCIETÀ

RISTRETTI ORIZZONTI. Breve riflessione sul carcere.

SULL’ATTO DI SOTTOMISSIONE ALLA CINA BY DOLCE & GABBANA

Gli uomini sono molli quando vogliono qualcosa
dai più forti; duri e brutali, quando ne sono richiesti
dai più deboli. È questa la chiave del carattere nella
società come è stata finora.
M. Horkheimer, T. W. Adorno

«Maglione nero e facce tiratissime: così Domenico Dolce e Stefano Gabbana nel video pubblicato sui social dove si scusano dopo le polemiche nate in Cina che hanno portato alla cancellazione dello show previsto a Shanghai. Stefano Gabbana, che dice: “vogliamo anche chiedere scusa a tutti i cinesi nel mondo perché ce ne sono molti e prendiamo molto seriamente questa scusa e questo messaggio”. “Siamo sempre stati molto innamorati della Cina, l’abbiamo visitata, amiamo la vostra cultura e certamente – sottolinea Dolce – abbiamo ancora molto da imparare e per questo ci scusiamo se abbiamo sbagliato nel nostro modo di esprimerci”. Conclude Gabbana: “faremo tesoro di questa esperienza e sicuramente non succederà mai più, anzi proveremo a fare di meglio, rispetteremo la cultura cinese in tutto e per tutto. Dal profondo del nostro cuore vi chiediamo scusa”» (Ansa.it).

Dolce: Vi chiediamo scusa con la faccia sotto i piedi e potete camminare; quelli pensano siamo proprio due umili.
Gabbana: Una bellissima immagine, la nostra faccia sotto i loro piedi e possono muoversi quanto pare e piace loro, e noi zitti sotto.
Dolce: Scusate il paragone di prima tra la pizza e le bacchette, non volevamo minimamente offendervi.  I vostri peccatori di prima con la faccia dove sappiamo.
Gabbana: Gli si è detto…
Dolce: Sempre zitti.
Gabbana: Sempre zitti.

La vicenda che ha visto come protagonisti il duo D&G e la Cina si presta a più commenti, alcuni poco seri, anzi decisamente spassosi, e altri concettualmente un po’ più preganti sotto diversi aspetti – non ultimo quello relativo al moralismo vomitato in queste ore dagli amici italiani del Celeste Imperialismo Cinese, i quali hanno approfittato del randello padronale Made in China per contunderlo sulla testa dei noti stilisti, evidentemente oggetto di non poca invidia sociale, magari celata dietro una miserrima ideologia “anticapitalista”. Fare la “lotta di classe” con l’appoggio dei Carabinieri o usando il randello di questo o quel padrone è evidentemente il destino di molti “comunisti” italioti.

È piuttosto sull’agghiacciante scenografia messa in piedi dai due imprenditori italiani per rendere più credibile il loro atto di sottomissione, la loro “autocritica” nei confronti del Grande Fratello capitalistico cinese, nonché sul loro “linguaggio del corpo”, che vorrei dire due cose, in estrema sintesi e sapendo di pestare i calli di qualche lettore. Pazienza!

Che cosa hanno voluto comunicare D&G ai dirigenti cinesi e alla popolazione di quel grande Paese, una popolazione peraltro sempre più intossicata di propaganda nazionalista e revanscista? Di più: che tipo di Cina hanno inteso evocare i due simpatici (c’è dell’ironia, lo giuro!) personaggi per far comprendere all’interlocutore che il messaggio è arrivato alle loro sofisticatissime orecchie forte è chiaro? Inutile girarci intorno: la scenografia ricorda fin troppo bene i processi stalinisti e maoisti, e il linguaggio del corpo comunica un solo, inequivocabile concetto: la piccolezza e la debolezza di chi disgraziatamente viene a trovarsi nella problematica (diciamo così!) situazione di dover giustificare il proprio comportamento dinanzi al Moloch. I capitali in ballo sono tanti («il mercato del lusso del Dragone vale oltre 500 miliardi di yuan annui, circa 72 miliardi di dollari,  pari a quasi un terzo del valore che il settore registra a livello mondiale», scrive l’Ansa), e i due imprenditori italiani hanno dovuto abbandonare subito ogni velleità suggerita dall’orgoglio radicato in una prestigiosa marca; ma forse in questa foga “autocritica” essi sono andati incontro a un eccesso di difesa, per così dire, un eccesso che probabilmente non verrà colto da Pechino. Può anche darsi che a Pechino quell’eccesso vada benissimo, semplicemente perché esso si sposa con la realtà cinese e con il “messaggio” che i Cari Leader intendono comunicare all’opinione pubblica interna e internazionale. Con la Cina non si scherza!

I due personaggi hanno offeso con una serie di luoghi comuni (sull’Italia: pizza, spaghetti e cannolo siciliano «troppo grosso per lei», e sulla Cina: bacchette e ammiccanti donne dal fascino orientale), e si sono difesi evocando altri luoghi comuni: il Processo del Popolo. D’altra parte, in tempo di populismo… Ma non è detto che la difesa non sortisca effetti positivi, magari non subito, magari insieme ad altri atti di sottomissione concordati con i dirigenti cinesi. Vedremo.

Scrive Giulia Pompili: «La lezione che la Cina ha dato al lusso made in Italy è questa: possiamo chiudere tutte le porte quando ci pare, anche se siete un colosso internazionale» (Il Foglio). Di qui, per la Pompili, l’esigenza di una comunicazione pubblicitaria che tenga conto delle tradizioni culturali dei Paesi che si intendono conquistare con i marchi italiani. È la stessa preoccupazione espressa sul Manifesto da Simone Pieranni: «La figuraccia del marchio italiano può anche diventare un evento su cui soffermarsi, ragionando su quanto si conosce in Italia della Cina. Benché non manchino i tentativi, l’Italia è ancora preda di un incredibile orientalismo, ovvero quella prassi di pensare ai paesi lontani come fossero una proiezione del proprio immaginario. […] Significa, in pratica, non conoscere il proprio target, errore fatale per chi si muove su immaginari, advertising, potere del brand». Essendo io un anticapitalista “a 360 gradi”, poco mi curo dell’errore fatale di comunicazione commesso da D&G: non ho insomma suggerimenti da dare al responsabile del marketing di Dolce & Gabbana – magari se mi pagassero, potrei fare qualcosina…

Piuttosto mi interessa quel che dice Pieranni a proposito del caso in oggetto come «termometro di una situazione interna assatanata in fatto di patriottismo»: «In trent’anni la Cina è passata da una situazione di estrema povertà a quella di potenza mondiale, ormai in procinto di diventare numero uno al mondo e determinare i destini anche di altre zone del mondo. Questa crescita economica ha visto il ritorno di un nazionalismo forte, basato su una sorta di sentimento di rivincita». Tra l’altro l’imperialismo cinese inizia a manifestare l’intenzione di esportare anche il modello politico, ideologico e culturale con caratteristiche cinesi, naturalmente rendendolo adattabile alle specificità locali – o periferiche, secondo la concezione chiamata tutto-sotto-il-cielo (dinastia Zhou) che colloca la Cina al centro del mondo. Già da qualche parte in Italia si sostiene con entusiasmo che l’etica confuciana è più rispettosa della donna, della famiglia, della gerarchia sociale, del lavoro e di quei tanti valori etici ormai “traditi” dall’Occidente.

D&G forti con i deboli e deboli con i forti: è questa la lezione che ci viene dal caso in questione? Certamente. Ma a mio avviso non è questa la chiave di lettura più interessante, anche se posso capire – ma non condividere – la reazione di chi ha in antipatia i due “simpatici” personaggi. Sul piano personale essi non mi fanno né caldo né freddo, come si dice dalle mie parti. Io immagino piuttosto un operaio, un ladro, un campagnolo, uno studente, un dissidente politico (magari di etnia uigura) che viene “attenzionato” dal Celeste Moloch e trascinato in giudizio: come deve sentirsi il malcapitato? Come un’assoluta nullità che può solo confidare nella magnanimità dei suoi padroni. «Pochi giorni fa in Cina sono scomparsi un vescovo e un gruppo di catechisti. I cinesi non chiederanno scusa e nessuno chiederà loro di farlo, tantomeno il Vaticano fresco firmatario di un accordo che mette la Chiesa cinese nelle mani del Partito comunista cinese. Era già scritto nel libro di Siracide: “Il ricco commette ingiustizia e per di più grida forte, il povero riceve ingiustizia e per di più deve scusarsi”» (C. Langone, Il Foglio). Nella Neolingua si chiama “Partito comunista cinese” ciò che nella Mialingua si chiama Partito capitalista cinese. Ma questo è un altro discorso.

LA CARTA DEL POPOLO TI LIBERA DALLE CATTIVE TENTAZIONI

Si precisano i contorni politici, finanziari ed etici (sic!) del cosiddetto Reddito di cittadinanza, che qualche radicalchic con la puzza sotto il naso e con le tasche piene di quattrini (insomma chi scrive!), aveva ribattezzato Reddito di sudditanza. La realtà ha scavalcato (a “sinistra” o a “destra”?) ogni più settaria denigrazione di quella originalissima misura sociale: infatti, nelle intenzioni dei pentastellati il Leviatano che dà al cittadino povero qualche briciola in cambio di consenso politico e di sudditanza sociale, deve rivendicare la possibilità di controllare in ogni suo aspetto il destino di quella briciola: come, dove e quando essa sarà usata. E devi usarla subito e tutta, quella briciola, perché se non lo fai, se non dai una mano alla Patria che ha bisogno come il pane di innescare un virtuoso circolo keynesiano («L’obiettivo è spendere nei negozi sul suolo italiano perché vogliamo iniettare nell’economia italiana 10 miliardi di consumi»), essa ti verrà revocata immediatamente. Chi si aspettava di poter ricevere dallo Stato del denaro contante da poter usare senza restrizioni, e magari da mettere in cascina per gli acquisti urgenti di domani (perché nessuno si fa illusioni sul futuro immediato, soprattutto nel Mezzogiorno), deve rimanere deluso. D’altra parte, anche il cosiddetto Reddito di inclusione funziona con la Carta elettronica prepagata.

COMPRA ITALIANO CON LA CARTA DEL POPOLO!

Il controllo sociale sarà dunque totale, di stampo cinese, oserei dire. Ecco cosa ha dichiarato il Deputato del Popolo Luigi Di Maio: «Noi faremo una cosa molto semplice con l’aiuto delle tecnologie: il reddito sarà erogato su una carta e questo permette la tracciabilità, non permette l’evasione o spese immorali con quei soldi e quindi permette di utilizzare questi soldi per la funzione per cui esistono, vale a dire assicurare la sopravvivenza minima per l’individuo». Ma cittadino povero che aspiri al Reddito di cittadinanza, cosa ti sei messo in testa: ricordati che sei un pezzente e che devi comportati come tale! «Ma almeno le sigarette…». No, le sigarette non rientrano tra i beni di prima necessità e poi fanno male, lo sanno tutti. Deputato del Popolo lei che dice? «È chiaro che se vado con quella carta a comprare un gratta e vinci o anche le sigarette o a comprare dei beni non di prima necessità la carta non funziona. Grazie alle tecnologie, che ci sono da venti anni, è possibile disattivare il servizio in alcuni negozi». Benedette tecnologie! Qualcuno ne parla male, è incredibile! «Gratta e vinci e sigarette no, ma una bottiglia di vino?» Puoi bere del vino, caro cittadino indigente, ti è concesso, fa parte della nostra italianissima dieta, ma devi farlo con moderazione: lo Stato ti vuole sobrio, sempre pronto e vigile sulla trincea del lavoro. Naturalmente deve essere vino prodotto dalla nostra amata terra, e soprattutto non deve essere vino francese: potrebbe anche essere vino avvelenato, perché i francesi non sono solo antipatici, ma sono anche invidiosi dei nostri successi, e infatti ci vogliono creare problemi nella nostra Quarta sponda. Giù le mani dalla Libia!

«Va bene, Tripoli bel suol d’amore. Ma come la mettiamo con i profilattici? Possiamo comprarli con la Carta del Popolo?» No! «Ma il Deputato del Popolo Baroni aveva detto, testualmente: “metti il Reddito di cittadinanza in Italia e vedi come iniziano a trombare tutti come ricci”. Continuo: “Col Reddito possiamo uscire a mangiare una pizza e quando torniamo si fa un incontro amoroso”. Qui c’è il rischio di un’incontrollabile esplosione demografica! I profilattici sono indispensabili, è evidente». Nient’affatto! E poi il Paese ha bisogno di braccia italiane, qui corriamo il rischio di finire in un irreversibile declino demografico che ci obbligherà ad aprire le porte ai lavoratori stranieri. E poi, chi lo controlla più Salvini?!

«Parlando della tracciabilità degli acquisti, Laura Castelli [Sottosegretario all’Economia] ha chiarito che “nessuno controlla i cittadini, la cosa è diversa, stiamo dicendo che tracciare gli acquisti su una misura che serve ad aiutare le persone in difficoltà, che hanno perso il lavoro, serve per capire se faranno certi tipi di acquisti, di necessità. Non stiamo dicendo che li controlliamo”». Adesso capisco e mi sento più sereno. Si fa male a essere prevenuti, lo riconosco e faccio autocritica! Autocritica del Popolo, è chiaro. Riprendo la citazione: «Ma», lo sapevo, c’è un maledetto ma! «Ma qualora ci fossero delle stranezze, questo permetterebbe alla guardia di finanza di verificare se quella persona sia davvero in condizione di necessità. Se per tre mesi con il reddito di cittadinanza vai all’Unieuro un controllino la Guardia di Finanza lo fa» (Ansa). Vai retro Unieuro! E poi, che dobbiamo intendere per «stranezze»? Qui c’è il rischio di vedersi arrivare in casa Guardia di finanza, Carabinieri, Polizia e Vigili Urbani solo per aver acquistato una palla da tennis: «Ci dispiace, ma l’articolo da Lei acquistato è non solo superfluo ma di produzione non italiana. Vogliamo foraggiare la concorrenza estera con i nostri soldi?». «No, ci mancherebbe, viva i prodotti italiani, si capisce, sempre viva, sempre, ma lasciatemi la Carta! Anzi datemi il contante, è più semplice da spendere!» Ti piacerebbe! La fai troppo facile e troppo comoda, caro cittadino sussidiato. In fondo il Governo del Popolo ti chiede un minimo d’impegno, un minimo di etica e di patriottismo consumistico, non lamentarti! La Carta del Popolo scotta forse come la moneta falsa o come quella rubata? La Carta elettronica del Popolo quantomeno ci ripara dalle maligne tentazioni; essa di certo non puzzerà mai di sterco: vade retro contante!

Chi perde il diritto al Reddito del Popolo per acquisti eticamente scorretti potrà riaverlo frequentando un corso accelerato di riabilitazione etica? Questo ancora non è dato saperlo.

Per il premio Nobel Muhammad Yunus, ideatore nel 2006 della cosiddetta Banca dei poveri, «Il reddito di cittadinanza rende più poveri. È la negazione dell’essere umano, della sua vitalità, del potere creativo. Il reddito di cittadinanza crea una dipendenza: non si usano più le proprie personali capacità, ma si dipende da soldi che arrivano da altri» (Il Foglio). Caro Yunus, è la società capitalistica presa in blocco che rappresenta la negazione dell’essere umano; cercare di essere in qualche modo utile a questa società è un’ambizione suscitata dal Demonio, pardon, dal Dominio – capitalistico. Poi, sul terreno degli interessi capitalistici (anche nazionali), il premio Nobel ha ragione da vendere, e non a caso oggi il leghista Roberto Maroni lo usa contro l’assistenzialismo pentastellato (e contro il suo capo Matteo Salvini, accusato di voler meridionalizzare la Lega): «Yunus dice cose che qui al nord sono condivise da tanti: imprenditori, lavoratori dipendenti e autonomi, giovani startupper, millennial pronti alla sfida del futuro. Parole condivise anche da me, naturalmente, e pure da tanti leghisti. A Yunus darei l’Ambrogino d’oro». Personalmente darei l’Ambrogino d’oro a molti, Maroni incluso, ma sulla capa! E poi di corsa a vendere l’aureo riconoscimento, per mettere in saccoccia un po’ di sterco del Demonio da spendere come meglio credo.

Perversioni popolari!

 

DISASTRO CAPITALE

L’età capitalista è più carica di superstizioni di
tutte quelle che L’hanno preceduta. La storia
rivoluzionaria non la definirà età del razionale,
ma età della magagna. Di tutti gli idoli che ha
conosciuto l’uomo, sarà quello del progresso
moderno della tecnica che cadrà dagli altari col
più tremendo fragore (A. Bordiga).

Secondo Jena (La Stampa, 15 agosto) «Alla fine delle inchieste e dei processi si scoprirà che l’unico colpevole è il ponte». Una battuta fin troppo scontata che personalmente non trovo particolarmente arguta né ironica. Il vero dramma sociale che ci tocca vivere è che, «catastrofe evitabile e annunciata»  dopo «catastrofe evitabile e annunciata» (della serie: cornuti e mazziati, il danno e la presa in giro), non viene mai fuori il vero colpevole dei disastri: un sistema sociale orientato ossessivamente al profitto e che subordina al calcolo delle compatibilità economiche ogni attività pubblica e privata.

Non bisogna necessariamente aver letto l’ingegner Amadeo Bordiga per sapere che «è l’affarismo che detta legge alla “scienza” e alla  “tecnica”, pur nascondendosi alle loro spalle e spingendo in primo piano il tecnico, l’esperto, lo specialista» (*); soprattutto quando si tratta di dare in pasto un capro espiatorio all’opinione pubblica colpita dall’immancabile «catastrofe evitabile e annunciata».

Per il capitale è più profittevole la manutenzione di un ponte, di una strada, di una scuola, di una diga, di un palazzo, oppure la costruzione di un nuovo ponte, di una nuova strada, di una nuova scuola e così via? Bisogna vedere! Bisogna calcolare! E il governo in carica, su quali risorse finanziarie può contare per investire nella manutenzione di ponti, strade, scuole ecc.?  Bisogna vedere! Bisogna calcolare! Bisogna stabilire delle priorità! La coperta è sempre corta, per definizione. Soprattutto in Italia, dove i lavori pubblici hanno sempre avuto una chiara connotazione politico-clientelare, con ciò che ne è derivato in termini di efficienza e di produttività sistemica. Il calcolo elettorale sta al centro degli interessi della politica, e insieme al calcolo economico collabora all’irrazionalità generale che spesso provoca i disastri «evitabili e annunciati».

Posti i vigenti rapporti sociali, il calcolo umano è fuori discussione, è una splendida possibilità che attende ancora di trasformarsi in atto, di porsi al cuore di tutte le attività e decisioni umane. Nella bocca dei politici e degli intellettuali che desiderano un Capitalismo a misura d’uomo (sic!), il calcolo umano non è che una squallida menzogna puntualmente svelata dalla realtà dei fatti in ogni ambito di attività.

Leggo da qualche parte: «Anche in questo caso non assuefarsi alla catastrofe, in questo Paese è un imperativo etico che diviene immediatamente un programma politico». Ma non si tratta tanto di «non assuefarsi alla catastrofe», quanto piuttosto di comprenderne l’autentica natura sociale: se non chiamiamo la catastrofe con il suo vero nome (capitalismo tout court), l’«imperativo etico» e l’indignazione possono fondare solo programmi politici idonei a conservare lo status quo sociale, magari “da sinistra” e in guisa statalista. Sai che avanzamento di civiltà!

Forse la profezia della Jena verrà smentita; forse cadranno teste, verrà versato del metaforico sangue, verranno comminate salatissime multe e magari inflitte pene carcerarie (per la gioia dei populisti e dei manettari). Forse. Ma ciò che davvero conta, almeno a mio avviso, è che il Moloch sociale che minaccia permanentemente di divorarci, e che magari decide di ingoiarci con tutte le scarpe dopo  una bella giornata trascorsa al mare, mentre facciamo ritorno a casa (scongiuri autorizzati!); oppure alla fine di un duro turno di lavoro (come sopra), o quando meno ce lo aspettiamo, a tradimento; quel Moloch, dicevo, non verrà nemmeno sfiorato dalle iniziative della politica e dal  potente braccio della Legge, la quale com’è noto non guarda in faccia nessuno. E Nessuno è infatti il nome del Mostro sociale qui evocato. Chi è dunque il colpevole dell’ennesimo disastro «evitabile e annunciato»?

(*) A. Bordiga, Drammi gialli e sinistri della moderna decadenza sociale, p. 6, Iskra, 1978.

LA SFILATA DEI MORTI VIVENTI

Il morto afferra il vivo!

Scrive Liz Jones Diary del Mail On Sunday: «La critica in estasi: “Lo show della stagione! Monumentale!”, strombazza Vogue.com, a proposito della sfilata maschile parigina di Rick Owens per la primavera/estate 2018. La stella è un modello così scarno che le orecchie sembrano giganti, testa rasata, faccia emaciata, zigomi così affilati da grattugiarci il parmigiano, costole a vista. Sembra il sopravvissuto di un campo di concentramento. […] L’ossessione per i modelli magrissimi non è nuova, ma ora siamo andati oltre. Non vedono mai il sole, non fanno attività fisica, sembrano malati terminali. Si tratta, mi dicono gli interni, di giovani fieri di non stare in salute perché vivono virtualmente. E i loro stilisti pure, hanno abbandonato il mondo reale, sono virtuali, sono fantasmi. Non c’è nessuno che ne accorga? A parte l’organizzazione All Walks Beyond the Catwalk, che dichiara: “I modelli fanno fatica a riconoscere la loro vulnerabilità e tentano di mantenere il corpo alla moda. Sono sottopeso in modo scioccante, ma è un nuovo look per vendere più vestiti”. Sono cadaveri guidati dal commercio. Si notano e gli altri li copiano».

È il Capitalismo, bellezza! Insomma, bellezza per modo di dire…

«Un look che farebbe girare parecchio le palle a Primo Levi», ha commentato qualcuno sul mio profilo Facebook. Non c’è dubbio. D’altra parte Levi forse capì, o quantomeno intuì, che la radice del Male che aveva generato lo sterminio della guerra e dei campi di concentramento non fosse stata estirpata dai cosiddetti liberatori, e che anzi essa fosse più profonda e più viva che mai, nonostante le apparenze contrarie e la retorica intorno all’irripetibilità di quell’orrore. In ogni caso, non voglio sostenere che tra l’anoressico modello che sfila a Parigi e lo scheletrico prigioniero di Auschwitz non corra alcuna differenza; intendo piuttosto dire che entrambi, a loro modo e nelle circostanze date (insomma, mutatis mutandis), ci restituiscono l’immagine dello stesso mondo irrazionale, che è tale in grazia della sua radicale disumanità. La sostanza irrazionale e disumana di un mondo che ruota sempre più vorticosamente intorno al Sole-Denaro si manifesta in molteplici modi, e spesso tocca alla scienza medica (dalla psichiatria alla psicoanalisi, dalla chirurgia alla farmacologia) prenderne atto in modo del tutto empirico, senza altro obiettivo che non sia quello di riparare danni e metterci nelle condizioni di continuare la corsa. Ecco perché a mio avviso non è “blasfemo” né fuori luogo esclamare anche nel caso qui trattato: Se questo è un uomo! Con una semplice quanto essenziale avvertenza: qui si parla di noi, di tutti noi, non dell’eccezione che ci invita a spalancare gli occhi sulla cosiddetta normalità. 

OCCULTISMO

Dopo gli speculatori finanziari che ingrassano servendo il Dio Denaro, i capitalisti che inseguono solo il profitto (che scandalo!), i corrotti incapaci di cristiano pentimento e i mafiosi indegni di Nostro Signore è la volta degli operatori della superstizione. Il Compagno Papa è davvero infaticabile. Leggo sul Messaggero: «”Avrei voglia di domandarvi, ma ognuno risponda dentro, in silenzio, quanti di voi ogni giorno leggono l’oroscopo? Quando vi viene voglia di leggerlo, guardate a Gesù che vi vuole bene”. Papa Francesco mette all’indice gli esperti di astrologia, le fattucchiere, i medium nonché maghi e divinatori. Non servono “oroscopi o negromanti per conoscere il futuro”, non serve la “sfera di cristallo o la lettura della mano”: il “vero cristiano” si fida di Dio e si lascia guidare in un cammino aperto alle sorprese di Dio. Altrimenti “non è un vero cristiano”».

Detto che chi scrive non è un cristiano, né vero né falso, sarebbe auspicabile, Santissimo, qualche “sorpresa” in meno; troppe “sorprese” non fanno bene alla salute, diciamo. Alludo a quelle “sorprese”, di cui tutti farebbero volentieri a meno, tipo guerre mondiali, campi di sterminio, gulag, carestie, malattie, annegamenti nel Mediterraneo, disperate e spesso mortali fughe attraverso il deserto alla ricerca di un tozzo di pane, miserie materiali e spirituali di vario genere, e via elencando. Diciamo che quanto a guida del gregge il buon Dio ha finora lasciato a desiderare. E per favore non scomodare il libero arbitrio: non provarci nemmeno! Né la tesi circa il carattere necessariamente imperscrutabile, eppur razionalissimo, del Disegno Divino può reggere, neanche lontanamente, il confronto con chi offre sul mercato della vita risposte “umanamente” più sostenibili. E poi, se togli al gregge anche il “diritto” alla superstizione cosa gli rimane nel difficile e quotidiano tentativo, spesso non coronato dal successo, di dare un senso all’insensatezza più sfacciata? La “vera religione”? La scienza? Ma se ciò bastasse, oggi non staremmo qui a lamentare il successo di medium, maghi, fattucchiere, negromanti, astrologi, divinatori, ecc., ecc. D’altra parte, lo scottante caso della Madonna di Medjugorje di cosa ci parla?

«Ogni anno in Italia, cadono vittime del fenomeno dell’occulto circa 12 milioni di persone. Secondo quanto riportano diverse associazioni antiplagio le  persone raggirate sborsano anche diversi miliardi di euro per ingrassare i 120.000 maghi operanti nel settore. Somme che si concentrano soprattutto nelle grandi città: Milano, Roma e Napoli.  Il 52% delle consulenze presso i maghi vengono fatte per questioni di cuore, il 24% per questioni economiche ed il 13% per questioni di salute. Sono tantissime le denunce che arrivano allo sportello antiplagio rivelando casi di dipendenza dalla consulenza, casi nei quali i clienti parlano del telefono come di una vera e propria droga».

Ora, dinanzi a questo fenomeno, come ad altri analoghi fenomeni sociali, c’è da chiedersi se la maggiore responsabilità circa il suo dilagare negli strati più diversi della popolazione sia da attribuire agli operatori del settore, i quali in fondo si limitano a soddisfare una domanda, secondo i noti criteri “mercatisti”, o non piuttosto alla società presa nel suo insieme che crea quel mercato – che realizza l’incontro tra la domanda in grado di pagare e l’offerta.

Nel precedente post dedicato al Compagno Papa, mi sono permesso di affermare, sulla scorta del mio astrologo di riferimento, la seguente banalità: «Non c’è magagna sociale che non realizzi un’occasione di profitto per chi ha le giuste “competenze specifiche” (da quelle giurisprudenziali a quelle malavitose, da quelle sanitarie a quelle criminali) da far valere sul mercato: è il Capitalismo, Santità!». Confermo! Non è insomma agli operatori della superstizione che si può imputare il carattere radicalmente disumano e irrazionale della vigente società; non sono loro che creano un materiale umano così vulnerabile alle sciocchezze d’ogni genere. Vietare, criminalizzare o semplicemente ridicolizzare gli “impostori” e i “ciarlatani” non eliminerà un mercato creato dall’hegeliana società civile, ed è questa consapevolezza che, tra l’altro, mi suggerisce un atteggiamento critico, ma non illuministico, nei confronti di ogni forma di superstizione, a cominciare da quella venduta come «vera fede» dalla Chiesa Romana.

Qualche anno fa il Cardinale Ersilio Tonini stigmatizza l’invasione delle rubriche astrologiche nei media: «Questo dilagare spasmodico, ossessionante dell’occultismo fra non molto eroderà via la sostanza, il concetto stesso che l’uomo ha di sé e del suo posto fra le cose e i fenomeni. E lo farà intaccando la radice dell’essenza umana: l’intelligenza» (da Vero, 13 Maggio 2011). Ma come, «la radice dell’essenza umana» non si trovava un tempo nel nostro essere stati creati a immagine e somiglianza di Nostro Signore? Ecco il teologo spiazzato dalla concorrenza comportarsi alla stregua di un ateo, il quale pretende di dare scacco matto al Re (al Celeste Sovrano del Creato) sul piano della mitica evidenza scientifica. Il fatto è che chi avverte un subdolo disagio rodergli l’anima, oltre che il corpo, non cerca discorsi intelligenti, ma discorsi conformi all’assurdità del Mondo che lo ospita. L’espansione dell’occultismo non ha a che fare con una supposta indigenza in fatto di intelligenza (magari causata dalla solita televisione e dai cosiddetti social), ma testimonia piuttosto l’impotenza sociale di tutti gli individui, la loro indigenza esistenziale. È vero che, come scriveva Adorno, «L’occultismo è la metafisica degli stupidi», ma è soprattutto vero che occulte sono le Potenze Sociali che ci dominano, nonostante esse camminino sulle gambe degli uomini. Sotto questo radicale aspetto siamo tutti stupidi: dallo scienziato che vuole riprodurre in laboratorio l’Istante Zero della Creazione Universale, al teologo che vuole provare la superiorità della sua fede sul piano della razionalità.

I politici “tradizionali” si lamentano per il dilagare dell’antipolitica; gli scienziati si lamentano per il diffondersi nella società di atteggiamenti antiscientifici; il giornalismo mainstream denuncia il dilagare delle fake news; la Chiesa denuncia la sleale concorrenza organizzata ai suoi danni da parte di «false religioni alternative» e si scaglia contro le “insane” inclinazioni superstiziose dei cristiani. Verrebbe da esclamare: da che pulpito!

Aggiunta da Facebook:

LA CHIESA E IL “FRONTE UNICO UMANISTA”

Da La Repubblica:

«Il cardinale Gianfranco Ravasi, teologo, biblista, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, non è però uomo che si dia per vinto. Con il “Cortile dei Gentili” e il “Tavolo permanente per il dialogo fra scienza e religione” sta cercando “alleati” fra coloro che hanno ancora fiducia nell’uomo e nel suo pensiero. «Atei, scienziati, persino chi ancora crede nelle ideologie. Non è più tempo di contrapposizioni ma di dialogo. […] La tecnologia corre e ci propone nuovi mezzi con una velocità che la teologia e gli altri canali della conoscenza umana non riescono a seguire. […] Per colpa dell’ignoranza, non della scienza, stiamo vivendo una globalizzazione della cultura contemporanea dominata solo dalla tecnica o dalla pura pratica. C’è, ad esempio, una sovrapproduzione di gadget tecnologici di fronte alla quale non riusciamo a elaborare un atteggiamento critico equilibrato. Ci ritroviamo in un’epoca di bulimia dei mezzi e atrofia dei fini. Ci ritroviamo spesso appiattiti, schiacciati su un’unica dimensione [quest’ultima locuzione non mi è nuova]. Un certo uso della scienza e della tecnologia hanno prodotto in noi un cambiamento che non è solo di superficie. Se imparo a creare robot con qualità umane molto marcate, se sviluppo un’intelligenza artificiale, se intervengo in maniera sostanziale sul sistema nervoso, non sto solo facendo un grande passo avanti tecnologico, in molti casi prezioso a livello terapeutico medico. Sto compiendo anche un vero e proprio salto antropologico, che tocca questioni come libertà, responsabilità, colpa, coscienza e se vogliamo anima. […] Il fondatore del cristianesimo, Gesù di Nazaret [ma non era stato Paolo?], era un laico, non un sacerdote ebraico. Egli non ha esitato a formulare un principio capitale: “Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. La contrapposizione fra clericali e anticlericali ormai è sorpassata. Alcuni aspetti della laicità ci accomunano tutti e la teologia ha smesso da tempo di considerare la filosofia e la scienza solo come sue ancelle. I problemi piuttosto sono altri. Semplificazione, indifferenza, banalità, superficialità, stereotipi, luoghi comuni. Una metafora del filosofo Kierkegaard mi sembra adatta ai tempi di oggi: la nave è finita in mano al cuoco di bordo e ciò che dice il comandante con il suo megafono non è più la rotta, ma ciò che mangeremo domani. È indispensabile riproporre da parte di credenti e non credenti, i grandi valori culturali, spirituali, etici come shock positivo contro la superficialità ora che stiamo vivendo una svolta antropologica e culturale complessa e problematica, ma sicuramente anche esaltante”».

A mio avviso, e come provo ad argomentare nei miei modesti scritti, il comando della nave è invece saldamente nelle mani del Capitale, cosa impossibile da capire quando gli occhi sono occlusi, mi si consenta la dotta metafora, dal prosciutto feticistico che impedisce di vedere i rapporti sociali di dominio e di sfruttamento che presuppongono e pongono sempre di nuovo ciò che siamo e che facciamo, «tecnologia intelligente» inclusa. Per un verso il Fronte Unico Umanista proposto da Ravasi fa capire, mi sembra, con quanta intelligenza politica e con quale respiro dottrinario si muova la Chiesa, o quantomeno una parte maggioritaria di essa; e per altro verso ci parla della profondità della crisi esistenziale (che poi è crisi sociale tout court) che stiamo attraversando in questo scorcio di XXI secolo. Da sempre la Chiesa si mostra particolarmente a proprio agio nei momenti critici, pronta a orientare e a confortare il gregge che soffre ma non comprende.

Nella sua infinita ingenuità, diciamo così, il nostro Cardinale vorrebbe salvare qualcosa che andrebbe piuttosto creata: la dimensione umana delle nostre relazioni sociali. In ogni caso, e per quel che vale, io mi chiamo fuori dal F. U. U. Per me oggi più di ieri è «tempo di contrapposizioni», possibilmente di classe. Sì, sono settario fino in fondo, settario senza speranza. Ma di classe! E che un qualche Dio (anche artificiale, per me andrebbe benissimo: non coltivo certe fisime ideologiche) mi aiuti!

 

A DOMANDA RISPONDE

Papa Francesco: «Cosa c’è all’origine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo?».
Sebastiano: Rapporti sociali di dominio e di sfruttamento. Nel XXI secolo questi rapporti si compendiano nel concetto di Capitalismo e nella sua demoniaca prassi, che oggi ha una dimensione mondiale.

Papa Francesco: «Cosa c’è all’origine del degrado e del mancato sviluppo?».
Sebastiano: La contraddittoria manifestazione di quei rapporti sociali.

Papa Francesco; «Cosa c’è all’origine del traffico di persone, di armi, di droga?»
Sebastiano: L’economia fondata sul profitto «predato», «smunto», «estorto», «scroccato» ai lavoratori nelle onestissime imprese che producono beni e servizi. Su questa base virtuosa si erge l’edificio di una società completamente dominata dal denaro, la cui origine, com’è noto, non puzza, non ha colore, non ha sesso, non ha razza, non ha religione (fratello Jihadista si fa per dire!), è del tutto impersonale, è soprattutto disumana. Non c’è magagna sociale che non realizzi un’occasione di profitto per chi ha le giuste “competenze specifiche” (da quelle giurisprudenziali a quelle malavitose, da quelle sanitarie a quelle criminali) da far valere sul mercato: è il Capitalismo, Santità!

Papa Francesco: «Cosa c’è all’origine dell’ingiustizia sociale e della mortificazione del merito? Cosa, all’origine dell’assenza dei servizi per le persone? Cosa, alla radice della schiavitù, della disoccupazione, dell’incuria delle città, dei beni comuni e della natura? Cosa, insomma, logora il diritto fondamentale dell’essere umano e l’integrità dell’ambiente?».
Sebastiano: Azzardo una risposta originale: il maledetto rapporto sociale di cui sopra!

Per Sua Santità la causa è invece un’altra: «La corruzione, che infatti è l’arma,  è il linguaggio più comune anche delle mafie e delle  organizzazioni criminali nel mondo. Per questo, essa è un processo di morte che dà linfa alla cultura di morte delle mafie e delle organizzazioni criminali». Di qui, la sua “rivoluzionaria” idea di scomunicare i corrotti e i mafiosi.

Ora, chi sono io per obiettare al Santissimo Padre che è il profitto il linguaggio comune di tutte le attività imprenditoriali, comprese quelle mafiose e quelle che fanno capo alle «organizzazioni criminali nel mondo»? Chi sono io per obiettargli che è il Capitale in sé che dà corpo a «un processo di morte che dà linfa alla cultura di morte»? E difatti, come sempre, non gli obietto un bel nulla: non è che il poveruomo può scomunicare, dalla sera alla mattina, un intero regime storico-sociale! Un  po’ di sano realismo, per favore. E poi anche il Papa ha il sacrosanto diritto di vendere un po’ di ideologia al popolo indignato e affamato di capri espiatori. Che il Capo dei Capi Totò Riina crepi in carcere e senza il conforto di Nostro Signore!
Non sarò diventato anch’io un pochino populista? Che tempi! Che tempi!

PERLE AI PORCI

Non gettate le vostre perle davanti ai porci,
perché non le calpestino con le loro zampe.

Francesco Borgonovo sulla Verità di ieri ha citato da par suo il noto comunista di Treviri: «In una società comunista, spiegò una volta Karl Marx, la produzione sarà organizzata in modo tale da permettere all’uomo “di fare oggi questa cosa, domani quell’altra”. In una società del genere, io potrei, “la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia, senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore né critico”». Vediamo come Borgonovo chiosa la perla marxiana: «Mi ridurrei a vivere una vita senza scopo, cercando di tenermi impegnato in qualche modo». Perle ai porci, verrebbe da dire sulla scorta di certe interpretazioni della «stravagante utopia» marxiana.

La celebre battuta marxiana, che con ironia sconta la ”materialistica” circostanza per cui nessuno è in grado di prevedere i modi in cui gli esseri umani eventualmente liberati dalla maledizione del lavoro capitalistico userebbero il loro prezioso tempo, si trova ne L’ideologia tedesca (1),un capolavoro scritto tra il 1845 e il 1846, pubblicato per la prima volta nel 1932, che invito a leggere a chi volesse farsi un’idea abbastanza precisa di cosa Marx ed Engels intendessero per comunismo. Chi si è fatto un’idea del comunismo sulla base delle molte versioni volgari di “marxismo” che continuano a circolare, leggendo quel testo rimarrebbe forse sorpreso dalla vera e propria apologia dell’individuo che vi si trova, a testimonianza del fatto che nella società borghese l’individualismo non è che una menzogna (un’ideologia) intesa a celare la reale subordinazione degli individui atomizzati alle bronzee leggi del Capitale. Il marketing pubblicitario e politico (una distinzione puramente formale!) ci vuole convincere che tutto ruota intorno al cittadino, mentre tutti noi, come consumatori, lavoratori, contribuenti, utenti e quant’altro sperimentiamo una ben diversa realtà: ruotiamo sempre più vorticosamente intorno alle esigenze dell’economia fondata sul profitto.

Come ho scritto nel precedente post, in tanti (Santi Padri inclusi) continuano a illudersi di poter in qualche modo imbrigliare, moralizzare, temperare, umanizzare (sic!) la mostruosa Cosa capitalistica, ma 171 anni dopo la stesura del citato testo marxiano non mi sembra che l’umanità ne sia venuta minimamente a capo, anzi! Gran parte delle stesse riflessioni intorno alle opportunità e ai rischi (2) della robotizzazione dell’intera prassi sociale dimostrano come il potere sociale del Capitale sia enormemente cresciuto dall’epoca in cui Marx dichiarò al mondo che lo stesso sviluppo capitalistico rendeva finalmente possibile la fuoriuscita di tutti gli individui dalla dimensione classista del dominio e dello sfruttamento – degli uomini e della natura. Il Comunismo non come generalizzazione della miseria (3), come pensa anche Borgonovo (secondo il quale ciò che ci prospettano i robot «Non è libertà: è l’Urss 4.0.»), ma all’opposto come generalizzazione della ricchezza. Non tutti egualmente poveri, ma tutti ricchi: ricchi di libertà, di umanità, di creatività, di felicità, di possibilità. Solo il negletto individuo dei nostri miserabili tempi può vedere nel lavoro capitalistico una fonte di gioia e di dignità e può pensare il tempo libero umanizzato come tempo inutile, sprecato, noioso, privo di scopo. Scrive infatti Borgonovo a proposito delle “tecnologie intelligenti”: «Le nuove tecnologie, in buona sostanza, libereranno la società dal fardello del lavoro. […] Come i filosofi dell’antica Grecia, gli uomini senza lavoro avranno tempo per dedicarsi all’”ozio creativo”. Saranno tutti riposati, colti, e felici». Una vera tragedia! Tutti gli uomini saranno (potrebbero essere) «riposati, colti, e felici»: occorre assolutamente scongiurare una simile sciagura! Bisogna essere davvero profondamente alienati, reificati e disumanizzati per inorridire dinanzi alla possibilità di una piena libertà umana.

Ci sono uccelli cresciuti in cattività che, se liberati, ritornano subito nella vecchia gabbia, semplicemente perché non hanno conosciuto un altro mondo, non hanno sperimentato un diverso modo di vivere. Anche noi non siamo abituati alla libertà e allo spazio aperto. È questa la vera tragedia che ci tocca vivere, la tragedia di una condizione umana lacerata dalla tensione, via via crescente, generata dall’attualità del Dominio e dalla possibilità della Liberazione, una tensione che si manifesta in mille modi, spesso dolorosi e insospettati, nonché fonti di reddito per molte figure professionali.

E qui ritorniamo alla battuta marxiana, la quale si inseriva appunto in una riflessione intorno alla possibilità/necessità di superare la condizione disumana degli individui in regime capitalistico, in vista dell’«individuo totale» («onnilaterale»), attraverso la «liberazione di ogni singolo individuo». Infatti, scriveva Marx, «nel mondo attuale il libero sviluppo dell’individuo completo è reso impossibile» (p. 254). Da che cosa? Dalla divisione degli individui in classi sociali e dalla divisione sociale del lavoro: «Se gli operai, per esempio, nella loro propaganda comunista affermano che la vocazione, la determinazione, la missione di ciascun uomo è di svilupparsi sotto tutti i punti di vista, di sviluppare tutte le sue capacità, per esempio anche la capacità di pensiero», in ciò occorre vedere la loro intenzione di andare oltre «l’individuo come è, mutilato a sue spese dalla divisione del lavoro e sussunto sotto una vocazione unilaterale. […] La realizzazione universale dell’individuo cesserà di essere rappresentato come ideale, come vocazione, ecc., solo quando l’impulso universale che sollecita le capacità degli individui a svilupparsi realmente, sarà passato sotto il controllo degli individui come vogliono i comunisti» (p. 291). Come già detto, oggi gli individui sono, a vario titolo e a diverse gradazioni, sotto il pieno controllo del Capitale, un controllo che si fa di ora in ora (e forse di minuto in minuto!) sempre più globale e totalitario. E difatti, nel robot è sbagliato («feticistico») vedere una macchina che “ci ruba” il lavoro, bensì, per dirla sempre marxianamente, «capitale costante» in grado di rendere più produttiva di plusvalore (prim’ancora che di “beni e servizi”) la capacità lavorativa sottoposta a scientifico sfruttamento.

«Le macchine», conclude scoraggiato Borgonovo, «non si limiteranno a cancellare la fatica, ma cancelleranno pure il lavoro: benvenuti nella quarta rivoluzione industriale. Che fare, dunque? Il dibattito è in corso, ma è in forte crescita la corrente di pensiero che auspica la “fine del lavoro”. Il primo a occuparsi a fondo della questione fu, nel 1995, Jeremy Rifkin. Egli teorizzò l’avvento di una era di “post mercato”, in cui i lavoratori inutili sarebbero stati drenati verso il terzo settore, cioè il volontariato, e retribuiti tramite “salari fantasma”. Di fatto, tutto ciò sta già avvenendo. Oggi, anche in Italia: pensate a quanti giovani (stagisti, assistenti universitari, apprendisti) lavorano senza percepire un regolare compenso. Tutti costoro sono vittime dell’innovazione tecnologica e della globalizzazione sregolata che costringe gli umani a competere con i robot, una sfida persa in partenza. Ed ecco la soluzione offerta dai guru della Silicon Valley e da una bella fetta dell’intellighenzia progressista. Constatato che la tecnologia cancella il lavoro, essi suggeriscono che la risposta non dev’essere fermare la tecnologia. Bensì spingere ancora di più sull’innovazione, in modo che il lavoro sia cancellato una volta per tutte. Come si manterranno allora le persone? Semplice: con un sussidio statale, un reddito di cittadinanza, magari finanziato proprio tassando i robot, come ha proposto la divinità digitale chiamata Bill Gates». Detto che, in regime capitalistico, la tecnologia non elimina semplicemente il lavoro (salariato, cioè mercificato e sfruttato), ma, come si diceva sopra, in primo luogo essa rende più produttivo il «lavoro vivo» residuale, per cui la «fine del lavoro» di Jeremy Rifkin appare ai miei occhi un modo raffinato di nascondere, per un verso l’aumentato tasso di sfruttamento dei lavoratori e, per altro verso, il loro deprezzamento (la svalorizzazione della capacità lavorativa sul mercato del lavoro è un fenomeno a cui concorre anche la globalizzazione capitalistica, la quale mette a diretta e immediata concorrenza i salariati di tutto il pianeta); detto questo, non necessariamente l’umanità è costretta a scegliere tra le diverse opzioni capitalistiche, più o meno realistiche e chimeriche, più o meno di “destra” (liberiste) o di “sinistra” (stataliste) presenti sul mercato delle idee e delle proposte politiche. Dite che sto pensando alle perle di Marx, alla sua «stravagante utopia»? Lo avete detto voi!

La tassa sui robot di Bill Gates e i «robot umanoidi a cui l’Ue pensa di concedere diritti», mi hanno riportato alla mente (che parola impegnativa!) quanto scrisse una volta il giovane Marx a proposito dei cani: «L’imperativo categorico [è] rovesciare tutti i rapporti nei quali l’uomo è un essere degradato, assoggettato, abbandonato, spregevole, rapporti che non si possono meglio raffigurare che con l’esclamazione di un francese di fronte ad una progettata tassa sui cani: poveri cani! Vi si vuole trattare come uomini!» (4). Poveri robot!

(1) «E infine la divisione del lavoro offre anche il primo esempio del fatto che fin tanto che gli uomini si trovano nella società naturale, fin tanto che esiste, quindi, la scissione fra interesse particolare e interesse comune, fin tanto che l’attività, quindi, è divisa non volontariamente ma naturalmente, l’azione propria dell’uomo diventa una potenza a lui estranea, che lo sovrasta, che lo soggioga, invece di essere da lui dominata. Cioè appena il lavoro comincia ad essere diviso ciascuno ha una sfera di attività determinata ed esclusiva che gli viene imposta e dalla quale non può sfuggire: è cacciatore, pescatore, o pastore, o critico, e tale deve restare se non vuol perdere i mezzi per vivere; laddove nella società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico» (K. Marx-F. Engels, L’ideologia tedesca, Opere, V, p. 33, Editori Riuniti, 1972).
(2) «Questo sviluppo delle forze produttive (in cui è già implicita l’esistenza empirica degli uomini sul piano della storia universale, invece che sul piano locale) è un presupposto pratico assolutamente necessario anche perché senza di esso si generalizzerebbe soltanto la miseria e quindi col bisogno ricomincerebbe anche il conflitto per il necessario e ritornerebbe per forza tutta la vecchia merda (ibidem, p. 34).
(3) Scrive Borgonovo: «Tanto per cominciare, resta da vedere se le intelligenze artificiali e i robot umanoidi (a cui l’Ue pensa di concedere diritti) si riveleranno docili schiavi al servizio degli umani». Qui il feticismo tecnologico raggiunge livelli davvero elevatissimi, come in tutte le “utopie negative” che paventano la “rivolta delle macchine”, una paura che esprime il dominio della Cosa capitalistica (la «potenza a lui estranea, che lo sovrasta, che lo soggioga, invece di essere da lui dominata») sugli individui. La scorsa settimana una “trasmissione di successo” alla TV aveva per tema il rapporto tra lavoro e nuove tecnologie. Titolo: Licenziati dai robot. Ma i robot non licenziano nessuno! È il Capitale che assume, sfrutta e licenzia. E che diamine! A un certo punto, vittima anch’io del maledetto velo tecnologico, stavo per aprire sul web un comitato di solidarietà con i robot. Titolo del comitato: Basta con la criminalizzazione dei robot! La sola cosa intelligente del programma è uscita dalla bocca di Mario Seminerio, economista bocconiano e animatore del Blog Phastidio, il quale a proposito della proposta di Bill Gates di tassare ogni nuovo robot acquistato dalle aziende ha detto: «La filantropia è la conservazione dell’esistente con altri mezzi». Io avrei detto: la conservazione del dominio sociale capitalistico, ma non m’impicco ai “particolari”, diciamo.
(4) K. Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, in Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, p. 168, Editori Riuniti, 1983.

LO SPIRITO DEL MONDO, IN LATTINA…

piero-manzoni-809048Tra lo scherzoso e il serio, mi sono affacciato alla finestra e ho visto passare lo spirito del mondo in lattina!

«Ci vide lungo, l’artista Piero Manzoni (1933-1963), quando sigillò 90 scatole di latta applicando su ciascuna di esse un’etichetta recante la scritta “Merda d’artista. Contenuto netto gr. 30. Conservata al naturale. Prodotta ed inscatolata nel maggio 1961”. Nessuno ha mai saputo se i barattoli contengano davvero quanto dichiarato (verosimilmente, no), ma non è questo che conta. Importa il fatto che, con la sua provocazione, Manzoni abbia dimostrato che nella società dei consumi tutto può essere fatto passare per arte e tutto può essere venduto. Anche la merda. Soprattutto, ha dimostrato che persino la merda può essere venduta a peso d’oro. Lui stesso, del resto, aveva stabilito 55 anni fa che il prezzo di ogni barattolo corrispondesse a quello di 30 grammi d’oro. Ma la realtà è andata parecchio oltre. Lo attesta quanto è capitato ieri a una delle preziose scatolette, ossia essere battuta – presso la casa d’aste milanese Il Ponte – a ben 275mila euro. Si tratta dell’esemplare n. 69 e ha fatto registrare quello che, al momento, è il prezzo record per le merde manzoniane» (Libero quotidiano).

E poi dice che uno rimane quasi ammirato dinanzi all’ipnotica potenza del “discorso del capitalista”! Il potere in tasca, come diceva lo squattrinato di Treviri a proposito del denaro, e lo spirito del mondo in una scatola. Corro a prenotare l’esemplare n. 70: prevedo una profittevole speculazione al rialzo. Lo so, è un mestiere di cacca, ma qualcuno deve pur farlo.

LO STOLTO DICE IN CUOR SUO: «DIO E L’UOMO NON ESISTONO!»

The_ScreamUn grido scosse dal profondo la Terra:
Io voglio essere un uomo!

Interpretando le angosce e i dubbi che puntualmente si fanno strada nella coscienza dei credenti ogni qualvolta un evento catastrofico viene a ricordarci la presenza del Male su questa martoriata Terra, diversi alti prelati hanno confessato che dinanzi all’ultima tragedia sismica non hanno potuto fare a meno di chiedere a Dio dove Egli fosse mentre alcune pecorelle del suo vasto gregge reclamavano il Suo aiuto misericordioso e gratuito. «Dove eri, Dio?». A quanto pare, non c’è stata risposta, anche se la nota ubiquità di nostro Signore potrebbe suggerirci qualche riflessione circa le Sue responsabilità. «Ma Dio non può essere utilizzato come il capro espiatorio», ha tuonato, non senza ragioni, il vescovo di Rieti, Monsignor Domenico Pompili. E poi, «la domanda “Dov’è Dio?” non va posta dopo ma prima, e comunque sempre per interpretare la vita e la morte. Va evitato di accontentarsi di risposte patetiche e al limite della superstizione. Come quando si invoca il destino, la sfortuna, la coincidenza impressionante delle circostanze. Il terremoto non uccide. Uccidono le opere dell’uomo». Un po’ vago, ma comunque in linea con il dibattito avviato a partire dal terremoto di Lisbona del 1° novembre 1755 dai migliori filosofi occidentali del tempo. No, decisamente questo non è il migliore dei mondi possibili. «Se gli uomini edificano su un suolo saturo di materiali infiammabili, prima o poi tutta la magnificenza delle loro costruzioni si trasformerà in macerie a causa delle scosse sismiche. Forse che per questo dobbiamo ribellarci ai decreti della Provvidenza» (Immanuel Kant). Troppo facile prendersela con i «decreti della Provvidenza», soprattutto se ciò può servire a nascondere le magagne della civilizzazione; non la natura deve adattarsi all’uomo, concludeva il grande filosofo tedesco, ma l’uomo deve imparare a rispettare le leggi della natura. Sagge parole, non c’è dubbio. Purtroppo la saggezza deve fare i conti con i reali rapporti sociali che regolano la prassi degli individui, la loro intera esistenza.

«”E adesso che si fa?”, mi sono rivolto a Dio Padre»: anche la domanda del vescovo di Ascoli, Monsignor Giovanni D’Ercole, non ha avuto maggior fortuna. Interpellato, Dio si rifiuta di proferir parola, si nega, sfugge. Perché? E soprattutto, stanno davvero così le cose?

Altri autorevoli principi della Chiesa hanno invece sostenuto che la domanda giusta da porsi in questi dolorosi giorni è piuttosto un’altra, questa: «Dov’era l’uomo, dove erano i suoi controlli?». Dov’era Dio? Ma anche: dov’era l’uomo? Come si vede, domande assai pregne di significato, che investono grandi questioni d’ordine teologico, etico, politico, sociale. Dov’era Dio? dov’era l’uomo? Ebbene, a entrambe le domande mi sento di dare una risposta, per quel che vale, la quale certamente scontenterà tanto i credenti in Dio quanto i credenti nell’Uomo: l’uno e l’altro erano altrove, abissalmente lontani dal luogo della tragedia, semplicemente perché non potevano esservi.

Se questo è un Dio. La cosa che più mi urta degli eventi catastrofici, è ascoltare i discorsi di chi tira in ballo il miracolo, la mano divina, l’angelo custode, per spiegare la salvezza dei sopravvissuti: «È stato un miracolo! È come se un Angelo avesse preso la manina di quel bambino e lo avesse guidato nell’oscurità, verso la salvezza». Come se? E il bambino morto a soli dieci centimetri da quello salvato, come lo spieghiamo? Come si spiega questo potere discrezionale? Un bimbo si salva, l’altro muore: misteri della fede? Karma? È come se il buon Dio, per motivi che evidentemente conosce solo Lui, che noi non possiamo neanche tentare di capire, se non al prezzo di abbandonarci alla corrente che porta direttamente nell’abisso dell’ateismo; è come se Dio, dicevo, avesse voluto scientemente risparmiare l’uno e abbandonare al suo mortifero destino l’altro. Possibile? Può essere tanto cinico ciò che si dà (dovrebbe darsi) come infinito amore? O forse Dio si è distratto un attimo, come capita ai comuni mortali? Dio si è forse recato ad Aleppo? D’altra parte, anche lì non mancano episodi che fanno pensare al potere molto discrezionale del buon Dio. Un bambino si salva dalle bombe dei macellai, il fratellino invece muore sotto le stesse macerie. Possibile, poi, che Dio, che teoricamente potrebbe tutto, non riesca a imporre ai lupi nemmeno ventiquattro ore di tregua, giusto per donare alle pecorelle qualche ora di riposo? Per non parlare del Mare d’Inferno che mangia migliaia di disperati che tentano di scappare dalla fame, dalle malattie, dalle guerre: «Dove sei, Dio?». Ma Dio – o Allah – non intende battere un solo colpo: non pervenuto, latitante, irrintracciabile, comunque e sempre altrove. E proprio nel momento del bisogno: diserzione? In ogni caso, «se non tutti vengono salvati, che cosa conta la salvezza di uno solo»? (F. M. Dostoevskij). Il “male minore” è un concetto che fa rabbrividire gli umanisti d’ogni tempo.

Si può sempre dire: «Ma Dio non può salvare tutti, che si pretende da Lui?!» Certo, se Dio è impegnato a salvare un bambino, non può salvarne al contempo un altro: purtroppo anche Egli, pur nella sua infinita Potenza, ha i suoi limiti. Ecco, magari ci vorrebbe un congruo numero di divinità, perché effettivamente uno solo non basta, soprattutto in tempi di catastrofi, “naturali” o sociali che siano. Cosa pretendevano, ad esempio, gli ebrei rinchiusi nei lager e sottoposti alle amorevoli cure dei nazisti, di venir salvati tutti? Troppo facile! E perché, piuttosto, non li hanno salvati gli altri uomini? Vogliamo forse attribuire a Dio la colpa dello sterminio degli ebrei? Vogliamo fare di Dio il capro espiatorio dei nostri mali? «Ma Dio sa tutto e può tutto per definizione! Perché, dunque, Egli ha permesso che milioni di uomini e donne, di vecchi e bambini, di civili e militari morissero nei campi di sterminio, nelle città bombardate dagli aerei, nei campi di battaglia, ovunque?». Nei campi di sterminio Dio è dunque morto? E dove lo mettiamo l’imponderabile Disegno Divino? Se Dio ha permesso quella carneficina, significa che anche essa risponde a un Piano la cui intelligenza deve per forza sfuggirci. Che pretesa illuministica voler sindacare i Progetti di nostro Signore! Noi moderni abbiamo perso il senso del Sacro, del Mistero, e pretendiamo di dare una spiegazione a ogni cosa; ebbene non sempre i conti tornano su questa Terra, mentre Dio è impegnato in ben altri calcoli. Senza contare l’esistenza del libero arbitrio, creato da Dio proprio per mettere l’uomo nelle condizioni di agire liberamente. «Il “libero arbitrio”: che bella invenzione! Questo concetto mi pare nasconda molto imbarazzo dinanzi alla realtà del Male. C’era proprio il bisogno di concepire il Male per mettere l’uomo nelle condizioni di scegliere tra Bene e Male, e così essere libero? O il Demonio è, quantomeno coevo a Dio, oppure quest’ultimo ha voluto giocare a dadi con la nostra felicità. In ogni caso Egli non fa una bella figura a proposito del cosiddetto libero arbitrio». Ma forse le cose stanno altrimenti. «Esatto. Il fatto è che l’uomo non intende collaborare affatto con Dio in vista del Bene. Nel Vecchio Testamento vediamo quante volte Geova è costretto a punire duramente l’orgoglio delle sue creature predilette. Dio ce la mette tutta per renderci felici, ma che può fare da solo dinanzi alla disgustosa predilezione degli uomini per il Male?» Vogliamo forse dire che gli uomini sono più potenti di Dio, che poi è il loro Santo Padre? È possibile? Vogliamo forse insinuare che il Demonio sta vincendo la partita della vita? «Ma il Demonio ha già vinto la partita! Non ricordate Auschwitz? Non vedete Aleppo?».

Com’è umano, fin troppo umano, questo Dio, non trovate? Ne vien fuori un Dio talmente impotente, cattivo, disumano, vigliacco che vien proprio voglia di mandarlo a quel Paese, di «rottamarlo», come s’usa dire oggi con pessimo linguaggio, senza pensarci su due volte: mi propongo come nuovo Dio, certamente non farei di peggio rispetto a quello vecchio, incapace persino di salvare due bambini per volta. Ebbene, da non credente (o da ateo, se rende meglio l’idea), mi ripugna il miserabile concetto di Dio che vien fuori dai discorsi di molti credenti. L’unico gesto con cui riesco a simpatizzare è il silenzio doloroso e affollato di dubbi di chi non riesce a padroneggiare la maligna dialettica tra la sua fede, fra il suo Dio personale, e la realtà che non lesina sforzi per distruggerla sempre di nuovo. Se Dio esistesse davvero, e non fosse un mero concetto creato dagli uomini per rispondere a molti e vitali bisogni, permetterebbe l’attuale tragedia umana? Ho un concetto troppo alto di Dio, per credere che egli lo permetterebbe anche solo per un istante, magari in omaggio al “libero arbitrio”, un vizio razionalistico che faccio fatica a connettere con il (mio) concetto di Dio.

durer_albrecht_F3081_le_sofferenze_di_cristo_1493Se questo è un uomo. Veniamo, brevemente, all’uomo. «Dov’era l’uomo?». Riformulo la domanda: esiste l’uomo?

Una volta il giovane Marx scrisse (ad esempio nelle lettere a Ruge del 1843, o nella Questione ebraica) che il suo programma rivoluzionario intendeva fare «dell’uomo un uomo», e che l’uomo empirico, l’uomo che conosciamo e che per così dire esperiamo tutti i giorni, «non è ancora un essere umano», non è «un uomo in quanto uomo», non è «un vero essere umano».  Quando parla dell’uomo adeguato al suo più alto concetto, Marx intende riferirsi all’individuo (non alla “massa”!) posto nelle condizioni di sviluppare liberamente tutte le sue molteplici qualità. Per l’umanista di Treviri non si tratta, dunque, di creare “l’uomo nuovo”, o l’uomo perfetto, né, tanto meno, l’uomo a una sola misura/dimensione pensato dalle utopie negative degli ultimi due secoli; si tratta piuttosto di realizzare condizioni sociali autenticamente umane. Ciò postula in primo luogo il superamento della dimensione classista della società, perché non è possibile l’esistenza di una reale libertà e di un’autentica esistenza umana, ossia di una vita non segnata da alcuna forma di sfruttamento, di subordinazione, di oppressione, di dominio (materiale, politico, ideologico, psicologico), quando gli individui sono divisi in classi sociali. La vera domanda sensata da porsi, allora, non è se sia possibile l’«uomo in quanto uomo», ma se sia possibile il superamento della dimensione classista della società, presupposto ineludibile perché l’uomo auspicato dalla migliore arte e dalla migliore filosofia d’ogni tempo possa venire finalmente alla luce e respirare una nuova aria, l’aria che rende appunto gli individui davvero umani.  Se non riusciamo a concepire la possibilità della fuoriuscita dell’umanità dalla dimensione classista, ogni discorso intorno alla libertà e all’umanità, due facce della stessa medaglia, perde a mio avviso qualsiasi significato politico.

Come ho scritto altre volte mutuando indegnamente il grande Dostoevskij, se l’uomo non esiste, tutto il peggio non solo è possibile, ma è nell’ordine “naturale” delle cose, compreso lo sterminio degli individui scientificamente pianificato e attuato. Il Male oggi ha assunto quell’aspetto scandaloso di cui ha sempre parlato la teologia perché esso è, almeno a certe condizioni, del tutto comprensibile e certamente eliminabile. È, infatti, davvero scandaloso che il Male, qui concepito in termini strettamente storici e sociali, continui a esistere, a espandersi e a radicalizzarsi quando la stessa prassi che lo produce sempre di nuovo ha creato le premesse oggettive per il suo definitivo superamento.

«Dov’era l’uomo?» Non pervenuto, latitante, irrintracciabile, comunque e sempre altrove, esattamente come Dio.

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160131573-5391eaa6-de69-436c-9629-634feb1fdef5«Lo stolto ha detto in cuor suo: “Non c’è Dio”. Sono corrotti, fanno cose abominevoli: non c’è nessuno che faccia il bene. Il Signore ha guardato dal Cielo i figli degli uomini, per vedere se vi è una persona intelligente, che ricerchi Dio» (Salmi, 14, 1/2). Chissà se l’ha visto. In ogni caso, si tratta di cercare l’uomo.

«Dicono che la pena eterna che soffrono le anime nell’Inferno è la perdita di Dio… Nella mia anima io sperimento proprio questa terribile pena del danno, di Dio che non mi vuole, di Dio che non è Dio, di Dio che in realtà non esiste. Gesù, ti prego, perdona la mia bestemmia» (Santa Teresa di Calcutta).

VENDOLA, TOBIA E «IL VALORE DI SCAMBIO ELEVATO AL CUBO»

bor6Il direttore di Avvenire Marco Tarquinio ha avuto la bella idea, e lo dico senza alcuna ironia, di far scendere in campo il noto comunista di Treviri contro Nichi Narrazione Vendola a proposito della sempre più scottante questione dell’utero oggetto di transazione mercantile. «Stavo per ricorrere a un’immagine di papa Francesco o di Benedetto XVI, ma poi ho pensato che a Nichi Vendola era meglio dedicare una citazione di Karl Marx, quella che pubblichiamo qui sotto. Il triste mercato dell’umano cresce, e ha ingressi di destra e di sinistra. Si smetta di chiamarli “diritti”» (1). Qui mi limito a osservare che i “comunisti” alla Vendola o alla Bertinotti meritano invece proprio le perle luogocomuniste di un Papa Francesco, considerato che tali personaggi non hanno mai avuto nulla, e sottolineo nulla, a che fare con il comunismo marxiano. Questa considerazione naturalmente va estesa a quanti a vario titolo si richiamano alla tradizione del cosiddetto “comunismo italiano”, declinazione italica dello stalinismo internazionale. Ma non è di questo che intendo scrivere brevemente adesso.Veniamo al regalo che Tarquinio ha voluto consegnare al neo padre, nonché ideologo della “famiglia arcobaleno”, oggi al centro dell’attenzione dei media e dell’opinione pubblica, sempre pronti a trovare occasioni utili a creare opposte tifoserie. Si tratta di uno splendido passo marxiano inteso a colpire la concezione robinsoniana (astorica, adialettica, idealistica, piccolo-borghese) di Proudhon circa la genesi dello scambio, il quale trovò infine la sua forma più sviluppata nella moderna società borghese, non a caso stilizzata da Marx come «una immane raccolta di merci» – e questo oltre un secolo e mezzo fa! Leggiamo:

«Venne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato; il tempo in cui quelle stesse cose che fino allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate – virtú, amore, opinione, scienza, coscienza, ecc. – tutto divenne commercio. È il tempo della corruzione generale, della venalità universale, o, per parlare in termini di economia politica, il tempo in cui ogni realtà, morale e fisica, divenuta valore venale, viene portata al mercato per essere apprezzata al suo giusto valore» (2). È sufficiente compulsare anche solo superficialmente il testo marxiano per comprendere come nell’autore non vi sia neppure l’ombra di un atteggiamento moralistico nei confronti della cosa denunciata, mentre il moralismo è tutto dalla parte di Proudhon, nella cui invettiva “anticapitalista” «Non vi è più dialettica; tutt’al più c’è solo un po’ di morale allo stato puro». Come sempre la prosa marxiana è spassosissima.

Fin qui la citazione regalataci dal direttore di Avvenire. Ecco come invece prosegue la riflessione – acuta, pungente, ironica fino allo scherno – di San Marx: «Come spiegare ora questa nuova ed ultima fase dello scambio, il valore di scambio elevato al cubo? Proudhon avrebbe pronta una risposta. Potete supporre che una persona abbia “proposto ad altre persone, suoi collaboratori in funzioni diverse”, di fare della virtù, dell’amore, ecc. un valore venale, di elevare il valore di scambio alla sua terza potenza. Si vede bene: il “metodo storico e descrittivo” di Proudhon è buono a tutto, risponde a tutto, spiega tutto». Insomma, per Marx «il “metodo storico e descrittivo” di Proudhon» non spiega un bel niente circa la progressiva mercificazione dell’intera esistenza umana, e questo in primo luogo perché il filosofo della miseria aveva imboccato una strada che doveva portarlo necessariamente molto indietro rispetto alle feconde acquisizioni fatte da Adam Smith e da Ricardo sulla natura del valore di scambio delle merci. «La teoria dei valori di Ricardo è l’interpretazione scientifica della vita economica attuale, la teoria dei valori di Proudhon è l’interpretazione utopistica della teoria di Ricardo. […] Certo, il linguaggio di Ricardo è quanto mai cinico. Ma non gridiamo troppo al cinismo. Il cinismo è nei fatti e non nelle parole che esprimono i fatti. Scrittori francesi come i signori Droz, Blanqui, Rossi ed altri si concedono l’innocente soddisfazione di dimostrare la loro superiorità sugli economisti inglesi, cercando di rispettare l’etichetta di un linguaggio “umanitario”; se essi rimproverano a Ricardo e alla sua scuola un linguaggio cinico è perché non sopportano di vedere esposti i rapporti economici in tutta la loro crudezza, di vedere svelati i misteri della borghesia». E qual è, secondo Marx, il mistero borghese più inconfessabile perché metterebbe in piena luce la cinica realtà che sta a fondamento della civiltà borghese? Il lavoro venduto e comprato come una merce: «Riassumendo: il lavoro, essendo esso stesso una merce, come tale viene misurato in base al tempo necessario a produrre il lavoro-merce. E che cosa è necessario perché si produca il lavoro-merce? Esattamente quel tanto di tempo di lavoro necessario a produrre gli oggetti indispensabili al mantenimento costante del lavoro, ossia a far vivere il lavoratore e a metterlo in grado di riprodurre la sua specie. […] Così il valore misurato in base al tempo di lavoro è fatalmente la formula della schiavitù moderna dell’operaio» (3). Qui Marx sta parlando del lavoro salariato, ossia del lavoro che secondo Papa Francesco e i cultori dell’Art. 1 della Sacra Costituzione Italiana dovrebbe riempire di «umana dignità» l’esistenza di chi per vivere è costretto a vendere capacità lavorative di qualche tipo. Parlare «di un nuovo umanesimo del lavoro» sul fondamento del Capitalismo (comunque declinato: liberista-selvaggio, statalista, benicomunista, “socialista”, ecc.: come dice Bauman, ce n’è per tutti i gusti!) è cosa che può fare andare in visibilio personaggi come Nichi Vendola e Bertinotti, non certo chi ha compreso la natura necessariamente disumana della vigente società: «Una classe oppressa è la condizione vitale di ogni società fondata sull’antagonismo delle classi» (4).

Marx dimostra come sulla base del rapporto sociale capitalistico la sempre più spinta mercificazione dell’intera esistenza umana sia una tendenza necessaria (non arbitraria, non basata sulla maligna volontà di qualcuno) e immanente al concetto stesso di capitale (legata cioè intimamente e indissolubilmente all’essenza della Cosa) e come quindi debba risultare illusoria – diciamo pure infantile, o tipica del «socialismo piccolo-borghese», sempre per citare il nostro mangia crauti – l’idea che si possa contrapporre un «lato buono» del Capitalismo a un suo «lato cattivo». Il lettore sta forse pensando a quelli che sostengono la “buona” «economia reale» contro la “cattiva” «economia finanziaria»? In questo caso avrebbe la mia approvazione, sempre per quel pochissimo che vale.

Come ho scritto sopra, non solo Marx non ha un atteggiamento moralistico nei confronti degli “istinti animali” dei capitalisti, ossessionati dalla ricerca del massimo profitto, ma sferza ogni atteggiamento di quel tipo in quanto rivelatore di un rapporto capovolto – idealistico, ideologico, falso – col mondo, il quale è sottomesso alla «bronzea legge del profitto» e al denaro quale potenza sociale che può comprare tutto, e che proprio per questo è diventato, e qui cito un interessante articolo di Giuliano Ferrara, «il mondo seriale della libertà riproduttiva, della scelta dei tempi e delle compatibilità di vita», il mondo nel cui seno «il neonato [è] fabbricato con l’onanismo e la tecnica bioingegneristica applicata a corpi di donna, in un quadro di commercializzazione della gravidanza» (5). Scrive Annalisa Chirico: «Vendola, che ha costruito una carriera politica sulla retorica pauperista, antiamericana e pseudofemminista, è volato in California e ha pagato l’utero di una donna. Non c’è scherno nelle mie parole. La fotografia di quello che è accaduto testimonia la drammaticità di certe scelte di vita. La vita è carogna. Eppure ci basta così poco per sputare sentenze inappellabili. Ci basta poco per rimuovere le nostre personali miserie, il carico di ridicolo che ci portiamo dietro, e sentirci invincibili al cospetto degli altri. Chi di voi non ha concepito un figlio per egoismo? Non c’è atto più egoistico del fare un figlio. Fai un figlio decidendo che lui deve venire al mondo, a questo mondo, ma non puoi interpellarlo. Lo fai perché tu vuoi un figlio» (6). Qui di notevole è soprattutto la precisazione apparentemente superflua: «a questo mondo», un mondo che somiglia molto, e sempre di più, a una lotteria, a una ruota della fortuna e a tutto ciò che rinvia a una condizione di essenziale illibertà e di feroce casualità, precarietà, insicurezza. «Insomma», continua la Chirico, «si viene al mondo in cento modi. E non è mai troppo tardi per avere un’infanzia felice. Ma che cos’è poi la felicità? Forse i figli della famiglia Barilla immaginaria (quella del Banderas infarinato con la gallina) non devono misurarsi con il grande guazzabuglio esistenziale?».

Ecco perché nel precedente post dedicato al tema (Partorirai con denaro!) invitavo i miei simili a «essere più indulgenti con le nostre e con le altrui magagne personali (contraddizioni, debolezze, paure, idiosincrasie, paranoie, angosce, scorrettezze d’ogni genere) e molto più severi nel giudicare la società che non ci permette di vivere secondo umanità». Illuderci di poter inchiodare le nostre labili ed evanescenti “certezze” a vecchie perle di saggezza (del tipo: mater semper certa est) tipiche di un mondo scomparso ormai da molto tempo la dice lunga sulla nostra impotenza esistenziale e concettuale, sulla nostra scarsissima comprensione circa i processi sociali che ci scuotono e ci percuotono nel corpo e nell’anima.

Annalisa Chirico è autrice di Siamo tutti puttane. Contro la dittatura del politicamente corretto (Marsilio, 2014), e quindi non stupisce la sua ironica presa in giro delle «pseudofemministe che ieri manifestavano per l’aborto (“l’utero è mio”) e oggi usano gli stessi argomenti degli antiabortisti»: «Quanto alle donne mercificate e vilipese, chiedete a loro. Interpellate la mamma indonesiana che ha partorito per soldi e che senza la “donazione” di Vendola&c. non avrebbe sostenuto la gravidanza. È la solita storia: le donne che parlano per conto delle donne. Io non lo farei, e dunque è impossibile che qualcuno sia disposto a farlo. Care le mie badesse, ci sono donne disposte a sopportare un pancione per nove mesi salvo incassare all’uscita. I soldi saranno pure lo sterco del demonio, ma fanno gola a tutti». A tutti, non c’è dubbio alcuno. A tutti. Anche alle ragazzine e ai ragazzini di ottima e tradizionalissima famiglia che si prostituiscono quando e dove possono  nel momento in cui avvertono l’irresistibile desiderio di comprare un nuovo capo d’abbigliamento o l’ultima diavoleria elettronica alla moda. Sto forse giustificando la prostituzione e la pedofilia? Il cretino di turno è ovviamente autorizzato a pensarlo. Comunque sia, per legittima difesa e per confortare Annalisa Chirico cerco sponde dalle parti del magnaccia di Treviri: «La prostituzione è soltanto un’espressione particolare della prostituzione generale dell’operaio, e siccome la prostituzione è un rapporto di tale natura che vi rientra non solo chi è prostituito ma anche chi prostituisce – la cui abiezione è ancor più grande – anche il capitalista, ecc., rientra in questa categoria» (7). Di qui, il concetto marxiano di prostituzione universale di tutto e di tutti. Cara Annalisa, arrivi tardi!

Il Capitalismo ha messo un codice a barra a ogni cosa, animata o inanimata, “naturale” o “artificiale”, e l’ha fatto con assoluta necessità, seguendo cioè la propria più intima natura, e non perché alla fine hanno vinto le “forze del male” su quelle “del bene”, come si raccontano a “destra” e a “sinistra” per razionalizzare qualcosa che sfugge alla loro comprensione. Siamo al cliché, da me usato spesso, rubricato È il Capitalismo, bellezza? Esatto, e sempre per come la vedo io a noi non rimane che una scelta che abbia un senso, un’etica, una concreta possibilità di successo in vista di un mondo autenticamente umano: una lotta quotidiana su tutti i fronti della società subordinata al conseguimento di un solo umanissimo obiettivo: la rivoluzione sociale anticapitalista. Tutto il resto è moralismo, inutile piagnisteo, amministrazione della cattiva condizione umana, vano tentativo di ridurre il danno – ad esempio appellandosi ai cani da guardia nazionali (gli Stati) e internazionali (ONU e altro) dei vigenti rapporti sociali affinché essi mettano al bando la pratica dell’utero in affitto. Lo sfruttamento delle menti e dei corpi (delle donne, degli uomini, degli operai, degli intellettuali, degli adulti, dei bambini) va combattuto creando solidarietà fra i dominati, accrescendone la forza politica e la coscienza, non certo facendo affidamento al buon cuore della classe dominante o tirando in ballo una generica “civiltà” che esiste solo nelle teste dei buoni di spirito. Naturalmente questa preoccupazione non può neanche lontanamente sfiorare chi agisce secondo la dottrina del male minore, del lento ma costante miglioramento della nostra condizione – salvo poi lamentare, decennio dopo decennio, «la crescente mercificazione dell’umano»!

Scrive Ritanna Armeni: «Mi colpisce l’assenza del limite: le coppie che ricorrono a questa pratica, in gran parte eterosessuali, vogliono avere tutto. Pretendono un figlio in un certo modo, di averlo senza perdere nove mesi di lavoro… naturalmente solo tra persone molto ricche. Sotto sotto c’è la stessa filosofia di vita per cui molte donne nella nostra società hanno adottato il cesareo: è più pratico. O per cui anche a 60 anni si pretende di diventare madri… Sarebbe bene generalmente che tutti avessimo forte in noi l’accettazione del limite, almeno quando le questioni sono così delicate» (8). Invocare l’etica del limite (e della responsabilità) nella società che per sopravvivere ha bisogno di superare sempre di nuovo ogni limite attesta una grave indigenza teorica e politica a carico di chi la invoca, il quale si mette senz’altro sul terreno di coloro che intendono raddrizzare le “cattive abitudini” dei cittadini con le buone o con le cattive, proibendo e punendo.  «Per troppo tempo», continua Armeni, «abbiamo adottato una mentalità per cui tutto è vendibile/comprabile e oggi ne raccogliamo i frutti. La maternità però non è semplicemente un utero che si noleggia, non compri un organo ma una relazione! Ci parlano tanto di quanto è importante fin dal primo momento il rapporto madre e figlio, poi quando fa comodo ignoriamo tutto?» Il discorso sembra non fare una grinza. Sembra. Infatti esso inciampa su un punto fondamentale, non compreso il quale il pensiero che vuole essere critico scade necessariamente al livello dell’impotente recriminazione moralistica: prim’ancora che una mentalità che si possa accettare/rifiutare la dimensione mercantile della compravendita è una realtà sociale che prende corpo a partire dalle prassi che rendono possibile la nostra esistenza in questa epoca storica. Noi raccogliamo gli avvelenati frutti non di una «mentalità» ma, in primo luogo, di un peculiare rapporto sociale di dominio e di sfruttamento: quello capitalistico. Ecco perché la salvezza dell’umano affidata a improbabili «rivoluzioni culturali» lascia il tempo che trova, per così dire.

Citando Marx, Tarquini ne ha fatto una sorta di profeta; in realtà in Marx non c’è un solo atomo di profezia: nel suo pensiero viene in luce piuttosto l’esatta comprensione della natura storico-sociale del Moloch capitalistico, la cui sopravvivenza è legata alla continua moltiplicazione delle occasioni di profittabilità per chi ha capitale da investire, cosa che genera quella rivoluzione sociale permanente che costituisce la differenza specifica del vigente modo di produrre e distribuire la ricchezza rispetto a quelli che lo hanno preceduto. Mentre nelle epoche precapitalistiche ogni cambiamento (anche piccoli, quasi insignificanti progressi tecnici e organizzativi) nella struttura economica della società rischiava di mettere in crisi l’ordine costituito, incapace di metabolizzare creativamente le novità, nella moderna società borghese il continuum del Dominio è all’opposto appeso al continuo e sempre più rapido cambiamento delle tecniche, delle forme organizzative, dei materiali, dei «beni e servizi» offerti ai cittadini, dei bisogni, dei desideri, dei modi di pensare (o “abiti mentali” che dir si voglia), con ciò che tutto questo deve necessariamente implicare su ogni aspetto della prassi sociale. L’immagine che a volte mi viene in mente riflettendo sul nostro mondo che corre a folle velocità (verso dove?) è il letto della piccola Regan, la protagonista de LEsorcista: «Regan giaceva supina, rigida, tesa come una gomena, il volto inondato di lacrime sconvolto dal terrore, aggrappata ai bordi del lettino. “Mamma, perché si scuote così?” Gridò. “Fallo smettere! Ho paura, ho paura! Fallo smettere!” Il materasso oscillava violentemente avanti e indietro». Quando il letto oscilla violentemente avanti e indietro, in alto e in basso ci si può forse meravigliare se tutto quello che vi sta sopra non può stare in piedi se non per pochissimo tempo? Lamentarsi, indignarsi, dire «che certe cose non si possono fare, anche se la scienza lo permette» serve solo come espediente esorcistico, come esercizio apotropaico, ma non è cosa che possa aiutare a comprendere la sostanza del problema, né, tanto meno, a risolverlo.

Per Marx la soluzione si trova andando oltre il Capitalismo, superandolo con una cavalcata rivoluzionaria in avanti, in direzione di un assetto semplicemente umano della Comunità, cosa che implica necessariamente la scomparsa della divisione classista degli individui e ogni forma di dominio e di sfruttamento. Non la teoria, ma la prassi degli ultimi due secoli mostra oltre ogni ragionevole dubbio come ogni tentativo di imbrigliare o di “umanizzare” (sic!) la bestia sia destinato a fallire miseramente. L’idea di poter mettere le braghe al mostro fa parte del repertorio delle utopie negative. Per questo i liberisti mostrano da sempre una consapevolezza superiore e un minor tasso di ideologismo rispetto ai loro colleghi statalisti e teorici del primato della politica sull’economia, la cui azione al massimo può appunto sortire l’effetto di rallentare processi e tendenze oggettive destinati comunque ad affermarsi in quanto iscritti nel “DNA” del Capitale. «Così, inesorabilmente, è posto il problema» (9).

(1) M., Tarquini, Avvenire, 1 marzo 2016.
(2) K. Marx, Miseria della Filosofia, Opere, VI, p. 111, Editori Riuniti, 1973.
(3) Ibidem, pp. 124-126.(4) Ibidem, p. 224.
Con una certa piacevole sorpresa ho visto che Carlo Lottieri, nella sua più che prevedibile – e legittima, dal punto di vista dei riformatori dell’italico Capitalismo – risposta al discorso francescano agli imprenditori del 27 febbraio, non ha tirato in ballo il fantasma del barbuto di Treviri. Nel suo articolo pubblicato su Il Giornale non c’è traccia né di “Marx” né di “marxismo”. Miracolo! Mi sono detto: «Vuoi vedere che Lottieri ha preso atto dei miei consigli esposti nel pezzo del 19 febbraio?» (Il “fantasma” di Marx, questo sconosciuto). Possibile? No, non mi pare possibile; tuttavia è con piacere che prendo atto dello sforzo di Lottieri a non mischiare, secondo un canone che va molto di moda, il sacro (San Karl Marx) con il profano (Papa Francesco), uno sforzo che solo pochissimi analisti politici ed economici oggi riescono a fare. Ma c’è di più! Guardi il lettore stesso: «In una società in cui la rapacità del ceto politico-burocratico aggredisce quasi senza limiti il diritto contrattuale e la proprietà privata (con una tassazione da rapina), nessuna libertà è più possibile. E su questo tema aveva scritto pagine formidabili, non a caso, il Pontefice “venuto da lontano”, che tanto direttamente aveva conosciuto le devastazioni dello statalismo: Giovanni Paolo II». Capite? Lottieri parla, con impeccabile terminologia scientifica, di «statalismo» e non di «socialismo», come purtroppo è d’uso fare in ogni ambiente della società da quando il Capitalismo di Stato di matrice stalinista si è affermato nel mondo nella sua falsa qualità di «socialismo reale». (Analogo discorso vale naturalmente per il Capitalismo di Stato di matrice maoista, o stalinismo con caratteristiche cinesi). Una falsità apprezzata soprattutto dagli anticomunisti dichiarati, ossia dai sostenitori del cosiddetto “mondo libero” o occidentale, i quali hanno potuto facilmente dimostrare alle classi subalterne di tutto il mondo che il tanto disprezzato Capitalismo non è poi così male, soprattutto se confrontato con la sua miserabile alternativa, il «socialismo reale», appunto. Di qui, il mio particolare disprezzo nei confronti degli anticomunisti di matrice stalinista/maoista, i quali hanno scritto pagine davvero ignobili nel grande Libro Nero del Capitalismo.
L’ex segretario di Rifondazione Statalista, Fratello Fausto Bertinotti, non ha invece detto nulla di nuovo: la verità si è rifugiata nel santo corpo di Francesco. «Nell’eclissi della democrazia che stiamo vivendo in Europa, sembra che la fede risulti l’ultimo luogo dell’autonomia. Autonomia di un pensiero non omologato. Al tempo del Concilio Vaticano II c’era Giovanni XXIII, ma dall’altra parte c’erano giganti, c’era Kruscev, Kennedy. Oggi l’attuale Pontefice parla in un deserto politico, anche per questo la sua voce risuona così forte. La sua è una profezia, ma opera anche come supplenza nei confronti di una politica che non esiste più». Evidentemente Bertinotti conosce un solo tipo di politica: quella del “bel tempo che fu”, quella che trovava legittimità, consenso e ragion d’essere in una configurazione capitalistica e in un assetto politico-istituzionale del Paese che sono entrati in crisi non a causa di una mitologica «controrivoluzione neoliberista» ma a motivo di dinamiche economiche, geopolitiche e sociali di respiro mondiale. D’altra parte, il partito dei nostalgici della Guerra Fredda, del mondo bipolare che precedette il crollo del Muro di Berlino, non fa che ingrossarsi via via che il “nuovo ordine mondiale” mostra tutta la sua instabilità e imprevedibilità. Che a un “comunista italiano” tipo Bertinotti Papa Francesco possa apparire quanto di meglio vi sia in circolazione in termini di “umanitarismo” è cosa che non può certo stupire chi non ha mai dato alcun credito al “comunismo” di certi personaggi.
(5) Il Foglio, 1 marzo 2016.
(6) Dagospia, 2 marzo 2016.
(7) K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844. p. 52, Mia, 2007.
(8) Avvenire, 9 dicembre 2015.
(9) G. Sand citato da Marx alla fine della Miseria.

PARTORIRAI CON DENARO!

Immagine ripulitaUn primo approccio critico alla questione dell’utero in affitto.
Senza la promessa di un suo ulteriore approfondimento.

«A parte le difficoltà tecniche e mediche», dichiarava qualche mese fa Karine Chung, della University of Southern California’s Keck School of Medicine, «non vedo nessun motivo etico per respingere l’idea di eseguire un trapianto di utero in un paziente maschio. Un paziente maschio che desideri fare l’esperienza della gravidanza ha il diritto di poterla vivere. Le difficoltà non sono poche, visto che l’anatomia maschile e femminile non sono proprio analoghe. Probabilmente tra cinque o massimo dieci anni qualcuno prima o poi sarà in grado di farlo» (Marie claire, dicembre 2015). «Ma tra gli ostacoli all’effettiva realizzazione dell’intervento c’è il fattore economico» (Tgcom24, 4 dicembre 2015). Allora siamo a cavallo: infatti, è nella natura del Capitalismo abbassare progressivamente i prezzi dei beni e servizi. Forse non dovremo aspettare il Ventinovesimo secolo, come pensava J. K. Jerome nel 1891, per vedere La nuova utopia egalitaria: «In questi giorni felici, gli uomini non solo hanno imparato a essere eguali, ma anche ad apparire eguali, per quanto è possibile. Facendo in modo che tutti gli uomini siano ben rasati, e che tutti gli uomini e tutte le donne abbiano i capelli neri, tagliati alla stessa lunghezza, noi rimediamo, fino a un certo punto, agli errori della Natura». Mi scuso con il lettore per questa frivola introduzione a una “problematica” molto seria. E mi scuso anche per le ripetizioni formali e concettuali contenute nel testo; si tratta in effetti di appunti presi alla rinfusa nell’arco di diverse settimane. D’altra parte ripetere può forse giovare a spiegare meglio la mia posizione su un tema così scottante e controverso. Forse!

1. La teoria del piano inclinato e della deriva (economica, politica, etica, antropologica) praticata da molti intellettuali di “destra” e di “sinistra” conferma come il riflesso conservatore e il Principio d’ordine (sociale, morale, psicologico, antropologico) siano sempre in agguato quando non si ha chiara coscienza circa i rapporti sociali che oggi informano l’intera nostra esistenza, e in tutto il pianeta. Il corretto punto di partenza non è chiedersi «di questo passo dove andremo a finire» («La deriva dell’inimmaginabile è imboccata», scriveva ad esempio Annalisa Borghese nel 2014), ma piuttosto cercare di capire dove già siamo finiti. Quando si affrontano le grandi questioni connesse ai temi cosiddetti eticamente ed antropologicamente sensibili, a cominciare dalla mercificazione della nostra vita, tenuta in ostaggio dal Dio denaro, si omette, o si  sottovaluta grandemente la necessità di prendere in considerazione la natura radicalmente disumana del Capitalismo, al quale certo si possono dettare leggi e regole di comportamento, così da frenarne, imbrigliarne e correggerne in qualche modo “gli eccessi”. Questi tentativi sono però destinati, nell’essenza, al fallimento più clamoroso per un semplice motivo: i cosiddetti “eccessi” mostrano in realtà la vera e più intima natura del Moloch. Ecco perché mi fanno sorridere quelli che teorizzano la falsa antitesi fra modernità (cosa bella e giusta) e ipermodernità (cosa brutta e ingiusta). La vera antitesi è fra l’attualità del Dominio e la possibilità della liberazione universale degli individui, in tutto il pianeta.

In ogni sfera della nostra esistenza l’eccezione getta un potente fascio di luce sulla regola: si tratta, se mi è concesso esprimermi in modalità contraddittoria (“dialettica”?), di non distogliere lo sguardo dall’accecante verità. Inutile dire che invece ci regoliamo diversamente, facciamo cioè esattamente quello che ci suggerisce la sirena della minor resistenza: puntare gli occhi altrove, alla ricerca di risposte già confezionate (ce ne sono per tutti i gusti politici ed ideologici), quelle che ci promettono cambiamenti «graduali ma certi» della situazione, seguendo metodi che non intaccano una routine esistenziale che evidentemente, tutto sommato, ci piace: dopo tutto paghiamo i politici e gli esperti perché siano loro a prendersi cura dei nostri problemi, intanto che noi studiamo, lavoriamo, paghiamo le tasse, mettiamo al mondo figli e così via.

A mio avviso, e così tento una prima incursione nel merito della questione, la vicenda rubricata come Utero in affitto non «ci interroga con forza e prima di tutto sullo statuto del figlio», come sostiene dalla sua peculiare prospettiva scientifica lo psicanalista Giancarlo Ricci, autore del libro Il padre dov’era. Le omosessualità nella psicoanalisi (Sugarco); ci interroga piuttosto «con forza e prima di tutto sullo statuto» dell’individuo creato a immagine e somiglianza del Dominio. Sto parlando di tutti noi, sia ben chiaro.

Prima ancora che giuridico, simbolico e antropologico il problema è schiettamente e radicalmente sociale, investe cioè l’essenza stessa della nostra società, la cui dimensione mondiale è oggi una realtà e non più una bizzarra/visionaria ipotesi marxiana.

Più che sulla «mancanza ontologica della condizione di madre» (Ricci) nel caso della pratica dell’utero in affitto, invito il lettore a riflettere, anche in relazione a quel problema specifico, sulla «mancanza ontologica della condizione» di uomo, dell’«uomo che non è ancora un essere umano» (Marx), dell’individuo atomizzato e massificato che non controlla con la propria testa e con le proprie mani la Cosa che pure esso stesso crea sempre di nuovo, peraltro con l’ausilio di mezzi tecnici e organizzativi sempre più razionali, scientifici, “intelligenti” – a dimostrazione che nella società classista in generale e in quella capitalistica in particolare la razionalità, la scienza e l’intelligenza devono piegarsi sempre e puntualmente alle necessità dell’economia e del Potere: vedi, fra l’altro, le carneficine belliche del XX secolo. È giusto sostenere che non tutto ciò che la tecnica e la scienza rendono possibile è anche eticamente e umanamente desiderabile; ma se non si scorge la Potenza sociale che sta dietro, prima, sopra e sotto la tecno-scienza cadiamo in quel feticismo tecnologico (peraltro intimamente imparentato con il feticismo della merce e del denaro che considera l’una e l’altro come cose e non come rapporti sociali) che ci condanna all’impotenza sociale e concettuale nello stesso momento in cui ci armiamo per andare a duellare con i mulini a vento di turno: la televisione, le biotecnologie, Internet, gli organismi geneticamente modificati, ecc., ecc. Si tratta piuttosto di umanizzare la tecnica e la scienza, di porle davvero e per la prima volta nella storia (o «preistoria») al servizio dei molteplici bisogni, desideri e speranze degli uomini, cosa impossibile senza fuoriuscire dalla vigente dimensione classista e capitalistica.

2. Per evitare fraintendimenti di sorta e per offrire all’interlocutore la corretta chiave di lettura di queste righe, ne anticipo la conclusione politica. Mentre le “femministe storiche”, coerentemente al loro punto di vista filosofico e politico che non mette in discussione la continuità del Dominio (capitalistico, non semplicemente e genericamente patriarcale), fanno appello alle classi dirigenti nazionali e internazionali (dai Parlamenti all’ONU) per mettere al bando lo sfruttamento sessuale della donna (dalla prostituzione all’utero in affitto), chi scrive pensa invece che solo l’autonoma iniziativa dei nullatenenti, al di là della loro divisione per sesso, razza, nazionalità e religione, può davvero 1) porre un argine a ogni genere di sfruttamento e 2) preparare le condizioni per il superamento di quei rapporti sociali che oggi rendono possibile l’universale prostituzione degli individui.

Il punto di vista critico-radicale (o semplicemente “rivoluzionario”) che sostengo non equivale ad assumere un atteggiamento di spocchiosa ed elitaria indifferenza nei confronti delle rivendicazioni parziali di qualsiasi genere: sindacali, politiche, “civili” e quant’altro; significa piuttosto approcciare le contraddizioni sociali che generano quelle rivendicazioni, e dunque queste stesse rivendicazioni, da una prospettiva concettuale e politica che non conceda alcuna attenuante a questa società, che, detto in altri termini, non contribuisca a creare, soprattutto “nella testa e nel cuore” dei dominati, illusioni circa una sua possibile “umanizzazione”. La risposta alla sempre più spinta disumanizzazione della nostra esistenza non si trova né nel passato né in un futuro concepito come mera estensione temporale dell’attuale status quo sociale: essa va costruita a partire dal superamento della divisione classista degli individui, la quale necessariamente presuppone e pone sempre di nuovo relazioni e prassi di dominio e di sfruttamento. Necessariamente.

Leggere e ascoltare la posizione che con «estrema indignazione» stigmatizza lo sfruttamento sessuale delle donne assunta da chi non ha mai avuto nulla, ma proprio nulla, da dire sullo sfruttamento e sull’oppressione sociale degli individui più che ridere mi stimola fisiologicamente, diciamo. Da “destra” e da “sinistra” mi arriva addosso un’ondata di ipocrisia che per fortuna ho imparato a cavalcare. Ma i sommersi sono tanti.

3. So benissimo di affrontare una “problematica” assai controversa, che si presta a diverse letture e a molteplici valutazioni d’ordine etico e politico, molte delle quali personalmente considero interessanti e feconde anche quando prendono le mosse da presupposti filosofici (incluse visioni religiose del mondo) e politici molto lontani dalla mia prospettiva. Non pretendo, insomma, di dire “la cosa giusta”, di affermare una posizione univoca, esauriente, priva di contraddizioni interne, sulla questione che sto trattando, peraltro in una forma molto sommaria e sintetica; intendo, molto più modestamente e realisticamente (ossia alla mia portata), contribuire a impostare in un certo modo il tema, a inquadrarlo, a metterlo a fuoco, così che la riflessione possa dispiegarsi tenendo conto di ciò che ai miei occhi appare alla stregua di un’indiscutibile verità (ne ho poche, il lettore mi consenta di esternarne almeno una): la natura classista e disumana della vigente società. Ecco, quando riflettiamo sui problemi e sulle contraddizioni del mondo, e soprattutto sui problemi e sulle contraddizioni che ci toccano personalmente e quotidianamente, cerchiamo di non perdere mai di vista l’essenza disumana dei rapporti sociali che determinano, «in ultima analisi», i nostri comportamenti e le nostre scelte – il più delle volte si tratta di “scelte obbligate”, anche quando esse ci sembrano ispirate dalla massima libertà. Come ho scritto altre volte, cerchiamo di essere più indulgenti con le nostre e con le altrui magagne personali (contraddizioni, debolezze, paure, idiosincrasie, paranoie, angosce, scorrettezze d’ogni genere) e molto più severi nel giudicare la società che non ci permette di vivere secondo umanità. Lo so, è un discorso che si scontra con la dominante etica della responsabilità personale, quella che ci invita a essere bravi e onesti cittadini – o soldatini – kantiani. «Tutto il pathos dell’imperativo categorico kantiano si riduce a ciò, che l’uomo fa “liberamente”, cioè per intima persuasione, quello a cui sul piano del diritto verrebbe costretto a fare» (E. B. Pašukanis). Mi si potrebbe giustamente obiettare: «Ma sulla base del tuo ragionamento politico e del tuo approccio etico ai problemi sociali non si governa un Paese; al massimo si può fare una rivoluzione». Esatto! D’altra parte di realisti e pragmatici è pieno il mondo; e, infatti, ecco i bei risultati che abbiamo sotto gli occhi…

Certo, si potrebbe anche pensare che sostengo l’essenziale (radicale) irresponsabilità individuale, beninteso posto un regime di universale illibertà (ricordate la Banalità del male di Hannah Arendt?), non per intime convinzioni etico-filosofiche ma, molto più prosaicamente, egoisticamente e in armonia con i tempi, pro domo mea. Ebbene, chi sono io per stigmatizzare una simile interpretazione?

4. Quando ci relazioniamo con i problemi posti alla società e ai singoli individui dalla sessualità, dai rapporti di coppia, dalla cosiddetta genitorialità e così via ci confrontiamo con una costellazione di problemi che, a mio avviso, hanno assai poco a che fare con la natura “in sé” delle cose e delle persone mentre molto a che fare hanno invece con la prassi sociale umana colta e “declinata” nella sua ricca e assai mutevole molteplicità. Sotto questo aspetto è corretto dire, ad esempio, che non c’è nulla di meno naturale e di più sociale dell’istituto familiare, ed è sufficiente leggere qualsiasi serio testo di storia sociale della famiglia (ma anche il Vecchio Testamento va benissimo!) per rendersi conto di quanto concettualmente ridicole e politicamente strumentali siano le tesi difese in questi giorni dai sostenitori di una mitica «famiglia tradizionale» o «naturale». Non c’è, insomma, una naturalità da preservare nei rapporti fra gli esseri umani ma piuttosto una dimensione autenticamente umana da conquistare per questi stessi rapporti. Detto in altri termini, il problema si riduce, diciamo così, alla qualità dei rapporti sociali, il che mi porta dritto a questa dirimente domanda: possiamo pretendere dalle istituzioni, qui genericamente intese, dalle pratiche sociali d’ogni tipo e dagli individui comportamenti autenticamente umani nella società informata da rapporti sociali disumani? Io penso, con Adorno, che «Non si dà vera vita nella falsa». Per «vera vita» Adorno intendeva, sulla scorta della migliore tradizione filosofica umanista mondiale, la vita «dell’uomo in quanto uomo», il quale rimane ancora uno splendido progetto, una meravigliosa possibilità – peraltro sempre più negata, sebbene sempre più fondata sul terreno economico, scientifico, tecnologico: ciò che nega allo stesso tempo promette.

Quando parlo di comportamenti «autenticamente umani» non intendo evocare sciocche e infantili utopie circa l’uomo perfetto o la società perfetta: parlo piuttosto della possibilità di un uomo che, innanzitutto, viva in una comunità che non conosca la divisione degli individui in classi sociali, e che quindi produca e distribuisca i beni (materiali e immateriali) secondo i bisogni e non secondo la «bronzea legge del valore». Oggi è con la società fondata sulla ricerca del massimo profitto che abbiamo a che fare; oggi, quando ci troviamo a dover ragionare su qualsivoglia argomento  (economico, politico, ideologico, scientifico, culturale, etico, psicologico, “antropologico”) non possiamo prescindere dal considerare la mostruosa (disumana) potenza del denaro, la Cosa che può comprare tutte le altre cose («Ma la Cosa è un rapporto sociale!»). Conosco molte persone che pur sapendo molto meglio di me quanto appena sostenuto, non ne tengono però in alcun conto, o solo marginalmente, quando si tratta di dar conto di questioni apparentemente particolari, soprattutto quelle che in qualche modo riguardano appunto i temi «eticamente o antropologicamente sensibili».

Personalmente non vedo niente di progressivo (tutt’altro!) nei processi sociali che svuotano di significato e che disarticolano la «famiglia tradizionale», la quale un tempo prometteva agli individui strapazzati dai meccanismi sociali almeno un’apparenza, un simulacro di rifugio, un’estrema difesa nei confronti delle forze sociali esterne: oggi è proprio la distinzione fra interno ed esterno (riferita anche al singolo individuo: vedi il corretto, non modaiolo, concetto di biopolitica) che non regge alla prova dei fatti. E quando dico oggi intendo riferirmi a una intera epoca storica: quella borghese, la quale, come aveva ben capito Marx, si distingue dalle altre epoche storiche per il carattere «rivoluzionario» dei rapporti sociali che la connotano: nulla, salvo il dominio del Capitale, può conservarsi inalterato per troppo tempo, tutto deve continuamente cambiare sotto la sferza delle sempre più forti, impellenti e totalitarie necessità economiche. Tutto questo è vero e bisogna lasciare agli apologeti dei diritti a tutto e su tutto le illusioni intorno a un avanzamento di progresso che esiste solo nelle loro teste arcobaleno.

Estendere l’istituto matrimoniale anche alle coppie dello stesso sesso ha a che fare con i diritti patrimoniali borghesi (auguri e figli… come il politically correct vuole!), ma non mi si venga a parlare di un avanzamento di progresso umano.

Ciò detto non è certo invocando un impossibile – e non desiderabile, almeno per chi scrive – ritorno al passato che possiamo venire fuori dal vero e proprio cul de sac esistenziale nel quale ci siamo cacciati.

Come accade per tutte le forme di mediazione tra singolarità biologica e totalità sociale la famiglia, nel suo contenuto sostanziale, viene risussunta a proprio conto nella società. La crisi della famiglia è d’ordine sociale; e non è possibile negarla, o liquidarla come semplice sintomo di degenerazione e decadenza. […] La crisi della famiglia è crisi integrale dell’umanitarismo. […] La famiglia soffre di ciò come ogni particolare che preme verso la propria liberazione: non vi sarà emancipazione della famiglia senza emancipazione della totalità sociale» (M. Horkheimer, T. W. Adorno, Lezioni di sociologia, Einaudi, 2004). Di qui, la disillusione di quelle femministe che si erano illuse di poter emancipare la società intera attraverso la cosiddetta emancipazione della donna. Cosiddetta perché più di una emancipazione nel significato più profondo del concetto si è trattato piuttosto di una modernizzazione del ruolo della donna funzionale al progresso della società – capitalistica. Condividere la stessa cattiva condizione esistenziale del maschio (con relativo declino dell’“autostima” di quest’ultimo, evidentemente appesa al nulla di un’esistenza sempre più disumana – per tutti: uomini e donne) non mi sembra un acquisto rivoluzionario per le donne. Sto forse insinuando che la donna “stava meglio quando stava peggio”? Per un simile atteggiamento mentale (passatista, conservatore, reazionario, stupido) bisogna bussare alla porta di qualcun altro, non alla mia.

5. Inaspettatamente – ma non certo per chi scrive – Giuseppe Vacca e Mario Tronti hanno ripreso le vecchie posizioni del PCI (da Togliatti a Berlinguer) per denunciare gli aspetti «più delicati e controversi» della legge sulle unioni civili in discussione in questi giorni al senato. «Le riserve di due intellettuali di cultura comunista del calibro di Vacca e Tronti arrivano da lontano, da una radice che ha avuto una profonda influenza nella storia politica italiana, la radice del realismo incarnata dal leader del Pci Palmiro Togliatti che nel dibattito sulla Costituente nel 1947 disse: “Per noi la semplice unione dell’uomo e della donna non è condizione sufficiente per la formazione della famiglia. […] La famiglia per noi esiste soltanto quando è fondata sul vincolo matrimoniale”. Una impostazione pragmatica e tradizionalista ripresa da Enrico Berlinguer nella sua opposizione al referendum sul divorzio del 1974, sostenuto invece dalla corrente libertaria della sinistra italiana, quella radicale e socialista» (F. Martini, La Stampa, 1 febbraio 2016). Ovviamente solo chi sconosce completamente il significato della parola comunismo e, cosa assai più “riprovevole”, lo associa senz’altro allo stalinismo, magari nella sua variante italiana (togliattiana), può parlare, riferendosi a Vacca e a Tronti, di «due intellettuali di cultura comunista». Sono talmente “comunisti” e “marxisti”, quei due grossi calibri dell’intellighentia sinistrorsa nostrana, da scendere in campo in difesa della «tradizione millenaria della famiglia, dal Medioevo in avanti». Vacca, in particolare, teme «la deriva nichilista della sinistra» sui temi antropologici: «Giuseppe Vacca è un filosofo marxista, una vita nel Partito comunista italiano e nelle sue successive declinazioni, fino al Partito democratico di cui è uno degli intellettuali più autorevoli. Nel 2012, insieme ad altre figure di riferimento della sinistra, come Mario Tronti e Pietro Barcellona, firma un documento sull’”emergenza antropologica”: si sostiene che esistono “valori non negoziabili” e si apprezza l’impegno della Chiesa, allora di Benedetto XVI, per difenderli. Ai firmatari viene affibbiata l’etichetta di “marxisti ratzingeriani”» (M. Rebotti, Corriere della Sera, 3 febbraio 2016). Tanto in Italia l’etichetta di “comunista” o di “marxista” non si nega a nessuno: da Marco Rizzo a Papa Francesco. «La famiglia naturale», sostiene Vacca, «è il prodotto della storia: prima il sovrano e oggi il legislatore ne prendono atto». Insomma, il “marxista” di cui sopra difende la famiglia sorta sulla base della divisione classista della società; la famiglia che porta in radice i contrassegni del Dominio di classe, di cui «prima il sovrano e oggi il legislatore prendono atto»; la famiglia naturale ed eterna da una supposta «deriva antropologica» che tenderebbe a scardinarne l’assetto naturale – ossia storico-sociale. Nino Bertoloni Meli ha scritto oggi sul Messaggero che Beppe Vacca sulla famiglia ha una «posizione premarxista»: come dargli torto!

Sghignazzo sulle balle speculative di questi conservatori-autoritari che amano vestire i panni di “intellettuali marxisti” da quando ero adolescente, e quindi ogni loro perla reazionaria non fa che confermare e rafforzare il mio giudizio sul “comunismo” italiano, il quale non di rado assumeva, su diverse questioni, posizioni politiche ancora più destrorse di quelle elaborate a suo tempo dalla Democrazia Cristiana.

Per capire il tipo di “comunismo” che ha formato l’ossatura dottrinaria e politica di Tronti, e che spiega la sua infatuazione per “l’umanesimo” del Papa Emerito, è sufficiente leggere quanto segue: «Nella storia del movimento operaio, nell’attrezzatura teorica del marxismo, nelle esperienze pratiche dei comunisti c’è una disattenzione all’uomo» (Il Manifesto, 5 maggio 1991). Sì, effettivamente nello stalinismo, nel maoismo e negli altri ismi un tempo assai graditi all’intellettuale italiano «c’è una disattenzione all’uomo». Ecco perché mentre certi “comunisti” – nonché intellettualoni –  dalla coda di paglia si salvano in corner, per usare il sofisticato gergo calcistico, invocando il katechon (1), chi scrive può tranquillamente parlare, senza evocare nella propria testa esperienze contrarie a ogni prassi emancipativa, di rivoluzione sociale.

Alla sinistra italiana e occidentale, i “marxisti ratzingeriani” imputano di aver ceduto a «culture falsamente libertarie, per le quali non esiste altro diritto che non sia il diritto dell’individuo». A questo “nichilismo individualista”, che si conforma alla tesi antisociale espressa una volta dalla Thatcher («la società non esiste, esistono solo gli individui») i “marxisti ratzingeriani” oppongono la «dimensione comunitaria, ossia la società vigente, e un «umanesimo condiviso»: il Capitalismo dal volto umano, appunto. Se Dio vuole, chi scrive non appartiene né alla «sinistra italiana e occidentale» né al “marxismo” comunque declinato dai sinistrorsi. È poco, ma mi accontento. Per godere punto su pratiche che in qualche modo hanno a che fare con l’argomento qui trattato.

Come non esistono “in natura” una società in generale, un’economia in generale, uno Stato in generale, ma una società, un’economia e uno Stato storicamente e socialmente peculiari, allo stesso modo non ha alcun fondamento storico e sociale parlare della famiglia in generale. Ebbene, la famiglia borghese, l’istituto familiare tipico di questa epoca storica, deve necessariamente vivere una condizione di permanente crisi, deve necessariamente subire periodici processi di cambiamento a causa della già accennata natura «rivoluzionaria» della società borghese. La politica e il diritto non possono che prenderne atto, in maniera più o meno rapida, con soluzioni più o meno adeguate alle realtà. Sotto questo aspetto, il mondo anglosassone e l’Italia offrono i due modelli opposti di modernizzazione capitalistica della società: il primo rapido e – relativamente – lineare, il secondo lento e contraddittorio. Nel caso dell’Italia la funzione “katecontica” del Vaticano ha sempre avuto un certo peso nelle scelte della politica nazionale, soprattutto sui temi “eticamente e antropologicamente sensibili”.

6. Apprendo, nientemeno che da Famiglia Cristiana, che «le lesbiche francesi hanno detto che “Il corpo delle donne non può essere mercificato”». Non può o non dovrebbe? e a quali condizioni? Riprendo la cristiana citazione: «Le lesbiche francesi» si battono contro le «lobby molto organizzate dal discorso menzognero» che sostengono in Francia e in Europa il diritto di avere un figlio anche attraverso la pratica dell’utero in affitto – chiamata anche maternità surrogata o Gestazione per altri. «L’associazione lesbica francese CLF ha deciso di tagliare i ponti con altre associazioni omosessuali possibiliste o favorevoli alla pratica dell’utero in affitto. I motivi? “Vendere i propri ovociti e il proprio corpo non ha nulla di libero”, hanno detto, “il corpo delle donne non può essere mercificato, né altrove, né qui”». Verissimo: «Vendere i propri ovociti e il proprio corpo non ha nulla di libero»; però mi chiedo: vendere a qualsiasi titolo il proprio corpo per ricavarne denaro, possibilmente molto e in fretta, si può considerare, al di là di ogni apparenza, una pratica segnata dalla libertà d’arbitrio? Vietiamo allora anche la prostituzione e la pornografia? Posto il vigente regime sociale mondiale fondato sulla ricerca del massimo profitto, ha un minimo senso, che non sia quello passatista, biecamente moralista e conservatore, chiedere al Leviatano, ossia al cane da guardia chiamato a difendere il rapporto sociale capitalistico che sta alla base della mercificazione degli individui e della loro sempre più spinta disumanizzazione, di proibire una pratica che peraltro si armonizza (si sposa!) perfettamente con l’essenza – non con le fumisterie ideologiche tipo “Diritti inalienabili dell’uomo” – di questa escrementizia società? Io credo proprio di no.

Per un verso non si risolve il problema (2), perché esiste comunque un bisogno da soddisfare (com’è noto, il proibizionismo non elimina il mercato, ossia la compravendita di un bene o servizio, ma, per così dire, si limita a colorarlo di “nero” per la gioia di chi vende e la maledizione di chi compra: vedi, ad esempio, il mercato delle droghe); e per altro verso si porta tanta acqua al mulino dello status quo sociale, come dimostra la seguente citazione: «Nessun essere umano può essere ridotto a mezzo. Noi guardiamo al mondo e all’umanità ispirandoci a questo principio fondativo della civiltà europea» (Appello contro la pratica dell’utero in affitto). Ma la «civiltà europea», ossia la civiltà capitalistica moderna apertasi con le rivoluzioni borghesi, dalla fine del XVI secolo in poi, si basa proprio sulla riduzione degli esseri umani a meri strumenti, a pure risorse economiche (bio-merci, bio-mercati), a «capitale umano»! «Denunciamo l’utilizzo degli esseri umani il cui valore intrinseco e la cui dignità sono cancellati a favore del valore d’uso e del valore di scambio» (Carta per l’abolizione universale della maternità surrogata). Benissimo! Iniziamo allora con l’abolizione del lavoro salariato, ossia della prestazione lavorativa venduta e acquistata nella sua maligna qualità di «merce particolare» (Marx)! È una provocazione, si capisce. E già che abbiamo tirato la barba al vecchio surrogato di Treviri, caliamo sul tavolo la solita bella citazione intonata al tema: «La prostituzione generale appare come una fase necessaria dello sviluppo del carattere sociale delle disposizioni, capacità, abilità e attività personali. Esprimendosi più compiutamente: l’universale rapporto di utilità e utilizzabilità» (K. Marx, Grundrisse). Altro che «principio fondativo della civiltà europea»! Con una certa nonchalance raddoppio senz’altro la dose: «La prostituzione è soltanto un’espressione particolare della prostituzione generale dell’operaio, e siccome la prostituzione è un rapporto di tale natura che vi rientra non solo chi è prostituito ma anche chi prostituisce – la cui abiezione è ancor più grande – anche il capitalista, ecc., rientra in questa categoria» (Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844). Di qui, il concetto di prostituzione universale.

Se a qualcuno non piace il termine prostituzione applicato a prassi che non implicano l’uso mercantile del corpo delle donne, non ho problemi a sostituirlo con sfruttamento: il concetto rimane tuttavia lo stesso. Per quanto mi riguarda non c’è umanità né dignità nel lavoro salariato (sì, il lavoro che fonda anche la «Repubblica democratica nata dalla Resistenza»), nel lavoro venduto e comparto in guisa di merce.

7. Si badi bene (e qui mi cito, e mi scuso): «Contro ogni evidenza (o apparenza), la merce che il capitalista acquista non è il lavoro, come pensa lo stesso lavoratore, ma l’intera esistenza di quest’ultimo, un’esistenza ridotta appunto a merce. Infatti, ciò che il lavoratore vende e che il capitalista compra è l’uso di capacità lavorativa per un tempo stabilito: un’ora, otto ore, ecc; in cambio di questo uso il lavoratore riceve dal capitalista un salario. Ma questa capacità lavorativa naturalmente non è separabile dall’esistenza del lavoratore, non è qualcosa che il venditore di prestazione lavorativa possa mettere dentro una confezione e alienarla senz’altro in questa guisa reificata: qui è il venditore stesso a essere la confezione della propria merce. Forma e contenuto qui sembrano essere la stessa cosa, in onore alla filosofia della pura identità. Insomma, Il valore di scambio di questa bio-merce equivale, come per ogni altra merce, al tempo di lavoro oggettivato nei “beni e servizi” che ne rendono possibile l’esistenza e la continuità generazionale attraverso la formazione di una famiglia e la procreazione. L’esistenza del lavoratore calcolata (quantificata) in termini di tempo di lavoro oggettivato nei “beni e servizi” vitali rappresenta il valore di scambio della merce-lavoratore, mentre la disponibilità a essere usato per un tempo stabilito contrattualmente costituisce il valore d’uso della nostra bio-merce. Quando il capitalista porta a casa, cioè nell’impresa, la merce-lavoratore (o bio-merce) dando in cambio salario, egli non commette alcuna ingiustizia nei confronti dell’operaio-venditore, non gli sottrae nulla che non abbia restituito interamente sotto forma di salario (di denaro): “Con ciò è quindi realizzata la piena libertà del soggetto. Transazione volontaria; nessuna parte ricorre alla violenza. […] È solo in virtù degli equivalenti che nello scambio i soggetti sono come equivalenti l’un per l’altro”» (K. Marx, Lineamenti, II. Vedi il post Stato di diritto).

Scrive Eugenia Roccella, militante devota alla Chiesa Romana e felicissima di poter assistere ai dolorosi travagli delle “femministe storiche” («La sinistra è spiazzata, le sicurezze ideologiche vacillano, il senso comune, legato all’esperienza, si prende la sua rivincita»): «Emanuele Trevi spiega [a proposito dell’utero in affitto] che si tratta solo di “un contratto tra esseri umani liberi e consapevoli”, senza minimamente considerare che molte forme di sfruttamento nel mondo si basano appunto su contratti liberi e consapevoli» (Il Foglio, 13 dicembre 2015). Brava, sottoscrivo!

Ecco perché quando la simpatica Ministra (si dice così?) della Salute Beatrice Lorenzin parla, sempre a proposito della pratica dell’utero in compravendita, di prostituzione al quadrato, anzi di «ultraprostituzione» con il sottoscritto sfonda una porta aperta, di più: spalancata. Ma la mia porta non si apre verso un atteggiamento repressivo, punitivo, proibizionista, bensì verso un atteggiamento radicalmente critico nei confronti della società che rende possibile l’universale prostituzione, pardon: sfruttamento degli individui.

Secondo alcune femministe “storiche”, attraverso la pratica dell’utero in affitto l’uomo (omosessuale) cerca di «impossessarsi della prole e di un processo, la maternità, da cui gli uomini sono quasi del tutto esclusi, a parte l’apporto biologico iniziale». Pare che ancora oggi, se Dio vuole, non si possa fare a meno di questo «apporto biologico iniziale», anche se la provetta non è certo un simpatico surrogato delle buone pratiche, diciamo così. Ora, anche se così fosse, mi chiedo che bisogno c’è di chiamare la polizia, i carabinieri, la magistratura, l’Unione Europea e l’ONU a tutela del “bene comune-maternità”. La sociologa femminista Daniela Danna lamenta che «Ci sono in America giovani eterosessuali che si rivolgono a cliniche private per commissionare un bambino. Nonostante siano eterosessuali, cercano di bypassare la presenza materna» (Linkiesta, 5 febbraio 2015). E allora? È questo il nocciolo del problema? Io non credo. Non c’è niente da fare: sento puzza di lesa maestà riproduttiva, mi pare di cogliere la paura di perdere qualcosa (una funzione, un ruolo, un potere) a vantaggio della concorrenza – ognuno è libero di declinarla come crede.

Prima di correre dai carabinieri e di invocare il carcere per «pratiche contrarie alla natura» sforziamoci piuttosto di capire di cosa veramente si tratta, ciò che implica necessariamente un discorso centrato sui processi sociali che modellano e rimodellano sempre di nuovo il nostro mondo.

Scrive Luisa Muraro, «filosofa e figura di riferimento del femminismo italiano»: «Per combattere la prostituzione la legge Merlin funzionò benissimo fino a quando l’immigrazione dai Paesi poveri non diede il via alla massiccia importazione di donne, allettate con l’inganno proprio a causa della loro povertà» (L’Avvenire.it). Si vede che la filosofa femminista non ha mai sentito parlare del mercato nero della prostituzione che fiorì proprio quando le famigerate Case vennero chiuse: il celebre invito di Totò (Italiani, arrangiatevi!) non alludeva solo a pratiche manuali, diciamo. «L’immigrazione dai Paesi poveri» si è poi sommata alla popolazione femminile autoctona, diversificando l’offerta a beneficio della clientela maschile, la quale, detto per inciso, si trova nella paradossale situazione di sfruttare “oggettivamente” (per legge!) una prostituta, sebbene la prestazione professionale erogata da quest’ultima, ancorché non legalmente riconosciuta, non è sanzionata penalmente. Sono i paradossi del proibizionismo e dell’ipocrisia sociale. Certo, si potrebbero sempre abolire i clienti… (3). Ma riprendiamo la citazione: «Allo stesso modo la pratica dell’utero in affitto prospera solo dove c’è miseria. La Francia – lo ha scritto anche Le Monde – risente molto di questo vero e proprio ritorno al colonialismo, con un movimento di francesi che si recano nelle ex colonie. È un colonialismo particolarmente inaccettabile, perché dalla vendita del suo corpo chi non trae alcun vantaggio è la donna». Siamo sicuri che la risposta giusta sia creare un regime internazionale di proibizionismo su quella pratica affidato alla cura degli Stati e delle organizzazioni internazionali create da quegli stessi Stati?

C’è poi chi è talmente progressista e difensore dei diritti dei bambini da voler costringere per legge tanto le coppie eterosessuali quanto quelle dello stesso sesso alla prova del «progetto genitoriale», così da accertarne l’idoneità alla corretta educazione intellettuale, civile e sentimentale dei figli. E chi dovrebbe stabilire i criteri per fissare i corretti “standard di genitorialità”? Lo Stato? una Commissione scientifica creata ad hoc?, chi? Come sempre le strade che menano all’inferno sono lastricate di eccellenti intenzioni.

Concepire la maternità “tradizionale” come l’ultimo baluardo che ci separa dal baratro del nichilismo totale, come «l’ultima relazione davvero inscindibile, “per sempre”, in un mondo di rapporti labili e precari, che si possono spezzare e interrompere in ogni momento», è una posizione ideologica di retroguardia inefficace sul piano della teoria (comprendere il mondo, capire la natura della Cosa che ci manipola e che ci minaccia) e della prassi (difenderci efficacemente dagli attacchi della Cosa mentre conquistiamo la capacità di metterla definitivamente a letto, diciamo così).

8. Scriveva Oriana Fallaci nel giugno del 2005, alla vigilia del referendum sulla procreazione medicalmente assistita: «Non mi piace, questo referendum, perché, a parte l’industria farmaceutica il cui cinismo supera il cinismo dei mercanti d’armi, dietro questo referendum v’è un progetto anzi un proposito inaccettabile e terrificante. Il progetto di reinventare l’Uomo in laboratorio, trasformarlo in un prodotto da vendere come una bistecca o una bomba. Il proposito di sostituirsi alla Natura, manipolare la Natura, cambiare anzi sfigurare le radici della Vita, disumanizzarla massacrando le creature più inermi e indifese. Non a caso, quando otto anni fa gli inglesi crearono la pecora Dolly, invece di esaltarmi ebbi un brivido d’orrore e dissi: «Siamo fritti. Qui ci ritroviamo con una società fatta di cloni. Qui si torna al nazismo». Quando porti il discorso su Hitler e sul nazismo, su Mengele, fanno gli offesi anzi gli scandalizzati. Cianciano di pregiudizi, protestano che il paragone è illegittimo. Poi nel più tipico stile bolscevico ti mettono alla gogna. Ti chiamano bigotto, baciapile, servo del Papa e del Cardinale Ruini, mercenario della Chiesa Cattolica. Ti dileggiano con le parole retrogrado oscurantista reazionario e posando a neo illuministi, a progressisti, avanguardisti, ti buttano in faccia le solite banalità. Strillano che non si può imporre le mutande alla Scienza, che il Sapere non può essere imbrigliato, che il Progresso non può essere fermato, che i fatti sono più forti dei ragionamenti, che il mondo va avanti malgrado gli ottusi come te». Lo spettro di Oriana Fallaci con me può stare tranquillo: anch’io disprezzo l’atteggiamento degli illuministi fuori tempo massimo, e nei confronti della religione ho sempre avuto un atteggiamento storico-materialistico, non illuminista. Come mi piace dire, sono “tecnicamente ateo” ma non ateista sul piano filosofico. L’illuminismo e l’ateismo furono una cosa seria nel XVII e nel XVIII secolo, e già a metà del XIX secolo quelle due posizioni avevano perduto ogni vitalità e carattere autenticamente progressista, almeno nei Paesi più sviluppati del mondo. Il punto è, al di là di più o meno fondate analogie storiche fra passato e presente, che tutto quello che preoccupava la Fallaci è già alle nostre spalle, si è già verificato, è già da molto tempo una realtà, e noi non facciamo altro che registrare le continue accelerazioni di un processo ultrasecolare. Altro che «malefatte dei Frankenstein»: il problema è molto più serio! «Chi in buona fede favorisce il mondo nuovo si ripara sempre sotto l’ombrello delle parole Scienza e Progresso. Forse le più abusate dopo le parole Amore e Pace». Condivido, salvo che per un punto: non si tratta affatto del «mondo nuovo» ma del mondo vecchio, nel cui seno Scienza e Progresso equivalgono a sviluppo capitalistico. Ecco perché è perfettamente inutile prendersela con «i maledetti computer, i maledetti telefonini e il maledetto Internet con cui puoi calunniare chi vuoi e rubare il lavoro altrui senza finire in galera». Ripeto: chi sostiene che non tutto quello che è tecnicamente concepibile è eticamente e umanamente corretto non capisce la natura profondamente sociale (o antisociale, punti di vista) della tecnoscienza, come ad esempio ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio la “conquista atomica”. Non è nelle nostre mani il potere di decidere sulle cose che riguardano gli aspetti fondamentali, vitali della nostra vita, e continuare a illudersi che le cose potrebbero cambiare a parità di regime sociale serve solo ripetere, anno dopo anno, decennio dopo decennio, la solita triste litania: «in fondo prima si stava meglio». Sono secoli che si ripete questo sciocco ritornello. La verità è che, posta la società divisa in classi sociali, il peggio è sempre, soprattutto per i nullatenenti, e non smette di peggiorare.

9. Come si vede, io mi muovo, a tentoni e goffamente, sul terreno della critica radicale della vigente società, non su quello dei diritti, più o meno astratti, più o meno “civili”. Al di là del merito delle singole battaglie, conta moltissimo la prospettiva concettuale dalla quale ci muoviamo per dare battaglia. Non poche lotte iniziate rivendicando la salvaguardia di ciò che di umano residua nella nostra condizione disumana (penso alle battaglie ecologiste, o a quelle connesse alla “biopolitica”) finiscono per risolversi in un illusorio tentativo di rallentare processi sociali radicati nell’essenza stessa di questa società. Non pochi “umanisti”, poi, conservano l’illusione giacobina di poter cambiare le teste e le inclinazioni degli individui senza mutare ciò che, «in ultima analisi», orienta quelle teste e quelle inclinazioni. E magari, a fallimento accertato, decapitare gli incorreggibili, in attesa di veder rotolare la propria testa. Ma l’illusione giacobina del XVIII secolo fu una cosa tragicamente seria, mentre gli odierni “giacobini” non arrivano nemmeno a sfiorare il livello della farsa.

«Bisogna fermare lo sfruttamento del corpo femminile e il sistema di produzione industriale dei bimbi». Ci sto dentro! Ma senza proibizionismi di sorta, senza invocare la protezione del Leviatano, e senza ideologismi – del tipo di quelli che tendono a discriminare tra supposti bisogni naturali e cosiddetti bisogni artificiali o «indotti dal mercato»: il Capitalismo (il Capitalismo tout court, non la sua presunta variante degenere chiamata neoliberismo o liberismo selvaggio, come pensano le “femministe storiche”) (4) va superato, non esorcizzato o, men che meno, “umanizzato” mediante illuministiche “rivoluzioni culturali”.

Invocare il senso del limite e la necessità di una «zona di impossibilità» (Massimo Recalcati) in grado di porre un freno a un godimento completamente in balìa delle sirene del mercato, sordo a ogni etica della responsabilità e delle conseguenze (5), il tutto a parità di rapporti sociali di dominio e di sfruttamento, significa davvero non capire la natura del Moloch sociale con cui abbiamo a che fare; significa voler raddrizzare un albero che deve essere storto a causa delle leggi che ne informano lo sviluppo. Odisseo non va legato all’albero della ricurva nave: va piuttosto liberato portandolo in acque interdette per sempre a ogni forma di dominio e di sfruttamento.

hqdefault(1) «Toni Negri mantiene il paradigma escatologico, io invece assumo il paradigma katecontico. Penso che non possiamo più dire o credere che ci sia un’idea lineare della storia, quindi che comunque sia dobbiamo andare avanti nello sviluppo poiché comporterà contraddizioni nuove. Credo che bisogna trattenere, non lasciar scorrere il fiume della storia. Bisogna rallentare l’accelerazione della modernità. Perché questo tempo più lento permette di ricomporre le nostre forze» (M. Tronti, Noi operaisti, p. 111, DeriveApprodi, 2009). «La crisi europea è proprio crisi di potenze catecontiche. Il potere politico non frena, non trattiene il globale, e anche la Chiesa governa sempre meno… E quando il katechon non frena più, che cosa succede? Il pensiero reazionario dell’800 vedeva la vittoria dei barbari: socialismo, ateismo… C’è anche questo, ma io ho una lettura apocalittica: non semplicemente l’assalto esterno, barbarico, ma “energeitai”. L’Anticristo non si è manifestato, ma è già in tutta la sua energia ovunque, anche nella Chiesa» (M. Cacciari, Politica e Chiesa non sanno più contenere il male, La Stampa, 29 marzo 2013). Su questi temi rimando ai miei appunti di studio Dominio e katechon.

(2) Scrive Riccardo Staglianò: «Le donne del mondo industrializzato vogliono un figlio che possono permettersi economicamente, ma non fisicamente. Le “donatrici” indiane, brasiliane, dell’Est Europa hanno lombi fecondi e non un euro in tasca. Che domanda e offerta finissero per incontrarsi secondo logiche globalizzate era fatale. Ci si può chiedere se il prezzo sia giusto. Discutere sulle implicazioni etiche. Senza illudersi di arginare il bisogno più di quanto si possa con i container cinesi» (Associazione Luca Coscioni). Staglianò informa che dall’Ucraina ti porti a casa un bellissimo bebè da madre surrogata spendendo sui 20-40 mila euro. E nel resto del mondo? «Dal ‘76 a oggi, calcola l’Organization of Parents Through Surrogacy, sono venuti al mondo così circa 28 mila bambini negli Stati Uniti. I costi variano dai 30 ai 60 mila dollari, tutto compreso. Più che in Ucraina, senza considerare la maggiore distanza e il viaggio. Il motivo per cui solo i ricchi europei si avventurano a varcare l’oceano. Gli altri prendono un biglietto per Kiev…».

«L’industria della maternità surrogata in Thailandia negli ultimi anni è cresciuta notevolmente. Le coppie che non sono capaci di riprodurre ricorrono ai servizi delle società che si trovano là per selezionare una madre surrogata. In generale, i prezzi della realizzazione della FEC in Thailandia non si differenziano molto da quelli praticate in altre cliniche di riproduzione. Il costo dei servizi di maternità surrogata è però molto più basso che nei paesi in cui la maternità surrogata è completamente legale» (Lavitanova.net). Come sempre cinico è innanzitutto il Dominio e non tanto le parole che ne danno testimonianza.

(3) Nel febbraio del 2014 il Parlamento europeo approvò una «risoluzione non vincolante» sullo sfruttamento sessuale e la prostituzione basata su un testo proposto dalla deputata laburista inglese Mary Honeyball. Secondo questa risoluzione, che giudica la prostituzione «una forma di schiavitù incompatibile con la dignità umana e i diritti umani» (non più di altri meno retribuiti e più pesanti mestieri, direbbero alcune lavoratrici sessuali), bisogna criminalizzare «chi acquista servizi sessuali e non chi li vende», secondo il cosiddetto modello nordico proibizionista adottato in Svezia, Islanda e Norvegia. Naturalmente il mondo dei sex workers si è rivoltato contro: «Il modello svedese di criminalizzazione dei clienti», sostiene Luca Stevenson, coordinatore dell’International committee on the rights of sex workers in Europe, «non solo è inefficace per ridurre la prostituzione e la tratta, ma è anche pericoloso per le/i sex workers. Infatti aumenta lo stigma che è la maggiore causa di violenza contro di noi. È una politica fallimentare denunciata da tutte le organizzazioni di sex workers e da molte organizzazioni di donne, Lgbt e migranti». Secondo Marija Tosheva, advocacy officer della Swan, «Il rapporto non riesce a rappresentare le differenti realtà del lavoro sessuale nei contesti europei. Rinforza gli stereotipi che tutte le donne provenienti dall’Est Europa siano trafficate in Europa occidentale, mettendo a tutte l’etichetta di “vittime”, escludendole dal dibattito e dai processi decisionali. Alcune sex workers migrano per cercare migliori opportunità di lavoro, alcune diventano vulnerabili alla violenza e allo sfruttamento, ma etichettare tutte le sex workers come vittime di violenza e criminalizzare ogni aspetto del lavoro sessuale vuol dire distogliere lo sguardo dalla realtà per guardare a soluzioni moralistiche e repressive».

(4) «Per questo micidiale neoliberismo tutto deve tradursi in merce, tutto si compra e si vende. Non è solo un business, è una cultura, una tendenza generale a farci ragionare in questi termini» (Luisa Muraro). Non a caso Marx parlò di «immane raccolta di merci» a proposito della moderna società capitalistica. Il corpo stesso degli individui è, infatti, diventato una «immane raccolta di merci», una verde prateria in continua espansione a disposizione del cavallo capitalistico (il Capitale non conosce un limite fisico, ma anzi esso crea sempre di nuovo spazio esistenziale su cui scorrazzare liberamente), un laboratorio che fa la gioia e la fortuna di chi per mestiere inventa nuovi bisogni, nuovi desideri, nuove “utopie”, nuovi sogni, nuove necessità. Ma che fa anche la gioia e la fortuna di chi si guadagna il pane aggiustando l’anima strapazzata di un «capitale umano» a sempre più alta «composizione organica» e a sempre più basso “saggio di umanità”: la caduta di questo “saggio” non è tendenziale ma fattuale, quasi misurabile.

(5) «Si tratta di spiegare alla gente che la libertà illimitata cioè privata d’ogni freno e d’ogni senso morale non è più Libertà ma licenza. Incoscienza, arbitrio. Si tratta di chiarire che per mantenere la Libertà, proteggere la Libertà, alla libertà bisogna porre limiti col raziocinio e il buon senso. Cnoi cannibali e i figli di Medeaon l’etica» (O. Fallaci, Noi cannibali e i figli di Medea, Corriere della Sera, 3 giugno 2005). Il punto è: siamo davvero liberi? Su questi temi rimando a Eutanasia del Dominio, L’Angelo Nero sfida il Dominio, Illibero arbitrio.

Napolitano_BerlinguerAggiunta del 15/02/2016

MISTERO NAPOLITANO

Sul Fatto Quotidiano di oggi Fabrizio d’Esposito parla dell’ex Presidente Giorgio Napolitano, per rintracciare le origini “dottrinarie” del suo moralismo/bacchettonismo in materia di unioni civili. «Giova ricordare che le battaglie sui diritti civili in Italia sono merito dei radicali di Pannella e in parte dei socialisti. Re Giorgio, di estrazione borghese e liberale, fu allevato nella Federazione comunista di Napoli che tanto liberale all’epoca non era, e infatti era fra le più staliniste d’Italia in reazione al bordighismo frazionista [si allude ad Amadeo Bordiga, la bestia nera degli stalinisti italiani dagli anni Trenta in poi]. Nel suo capolavoro Mistero napoletano dedicato al dramma di Francesca Spada, donna comunista che si uccise nel 1961*, Ermanno Rea riassume così il moralismo della destra comunista partenopea che ebbe il suo primo riferimento in Giorgio Amendola, maestro di Napolitano: “Lo stalinismo fu anche questo: continua violazione dell’altrui vita privata, ipocrisia di stampo moralistico, maschilismo”».

* «La Spada aveva una relazione con Renzo Lapiccirella, altro comunista di genio e antistalinista del Pci napoletano. Per i quadri del Partito, Francesca era “puttana” ed eretica. Lo stalinismo togliattiano è la chiave per decifrare tutto, come gestione dispotica del potere, come strumento di polverizzazione di ogni forma di dissenso, come complotto, menzogna, trama, morta gora» (Ermanno Rea).