LA FRANCIA DI MACRON. Un primo tentativo di approccio non ideologico al “fenomeno-Macron”

Non mi convince affatto la chiave di lettura che ci presenta il nuovo Presidente francese nei panni dell’ennesima creatura tecnocratica creata a tavolino dai soliti “poteri forti mondialisti” generati dal Finanzcapitalismo. Burattino e burattinai, insomma. Per Massimo Franco «Macron è il prodotto di un esperimento tecnocratico della banca d’affari Rotshild, [è] figlio dell’élite tecnocratica [che] incarna una strategia europeista e centrista che ha fatto tabula rasa sia del gollismo, sia della sinistra» (Il Corriere della Sera): troppo semplice per i miei gusti. Questo senza nulla togliere alla forte connotazione tecnocratica e “finanzcapitalistica” del nuovo inquilino dell’Eliseo, matrice che sono ben lungi dal negare. Anche l’interpretazione di Macron (cioè delle politiche “neoliberiste” che egli incarnerebbe alla perfezione) come la vera causa del successo che comunque il Front National ottiene nell’elettorato di estrazione operaia e proletaria (per cui chi ha votato per il candidato della «cupola finanziaria mondialista» di fatto avrebbe portato acqua al mulino della “destra populista”) mi appare troppo riduttiva e semplicistica, e in ogni caso essa non coglie tutta la complessità della crisi sistemica che ormai da anni travaglia in profondità la società francese. Né, ancor meno, mi convincono gli entusiasmi “europeisti” di chi in Italia (vedi Romano Prodi) pensa che in Macron la Cancelliera di Ferro basata a Berlino abbia finalmente trovato un argine, un freno, o quantomeno del pane meno morbido che in passato da masticare, e che questo non possa non favorire il nostro Paese, alla perenne ricerca di sponde che ne possano sostenere gli interessi nei numerosi tavoli negoziali aperti nell’Unione Europea. Come dimostra la vicenda del 1996 che ebbe proprio in Prodi e nell’allora Presidente del Consiglio spagnolo José Maria Aznar i suoi protagonisti (il primo cercò, invano, di convincere il secondo a fare fronte comune per ammorbidire i parametri di Maastricht sulle condizioni imposte dai trattati per l’ammissione al club dell’euro), le astuzie tattiche della classe politica italiana lasciano un po’ a desiderare, diciamo.

Condivido invece la tesi di chi vede nell’esibito europeismo di Emmanuel Macron una copertura politico-ideologica che cela il tentativo, almeno di una parte della classe dominante francese, di impostare in termini completamente nuovi, cioè a partire da rapporti di forza più favorevoli per la Francia, quell’asse Franco-Tedesco che anche in passato parlava assai più la lingua tedesca che quella francese, a dimostrazione che alla fine, e “materialisticamente”, è la potenza economica (tedesca) che detta le proprie regole alla potenza politico-militare (francese).

Scriveva l’altro ieri Angelo Panebianco sul Corriere della Sera: «La Germania è troppo forte, lo squilibrio di potenza fra Germania e Francia è troppo accentuato, perché i vecchi tempi possano ritornare. Resta il fatto che ci proverà». Diciamo pure che i «vecchi tempi» appartengono più alla leggenda che alla realtà, visto che l’asse (o motore) franco-tedesco è stato più un’invenzione propagandistica franco-tedesca, una  cortina fumogena politico-ideologica intesa a celare i reali e mai sopiti antagonismi sistemici fra i due Paesi, che qualcosa di tangibile sul piano politico e geopolitico. Per opposti interessi, tanto Berlino (e prim’ancora Bonn) quanto Parigi avevano  e hanno l’interesse ad accreditare l’esistenza di questo fantomatico asse (o “motore”), che in concreto si è risolto, come anticipato sopra, nel costante e mai riuscito tentativo francese di contenere e frenare la potenza espansiva del capitalismo tedesco, con ciò che ne segue necessariamente sul piano politico – e geopolitico. Scrivevo su un post del maggio 2013 (Francia e Germania ai ferri corti): «La Francia ha perso il confronto sistemico con la Germania che va avanti, sotto la miseranda copertura del “progetto europeista”, dalla fine della Seconda guerra mondiale, e la sua perdita di peso sul mercato mondiale, la sua crisi economico-sociale che rischia di farla scivolare verso Sud, verso la periferia dell’Euro, sono fatti che non possono più essere nascosti dietro il sempre più fantomatico asse franco-tedesco. Alla fine la potenza capitalistica tedesca ha avuto la meglio su tutte le illusioni europeiste e su tutti i calcoli politici fatti a tavolino a Parigi, a Berlino e a Bruxelles. Per dirla con il filosofo, la volontà di potenza del Capitale (non importa in quale guisa nazionale) trova sempre il modo di affermarsi».

Macron sembra aver preso sul serio la profonda crisi sistemica che da anni infierisce sulla Francia, e ha capito che per evitare al suo Paese una deriva “meridionalista” che lo trascinerebbe verso il poco ambito Club Med (a tener compagnia ai famigerati Pigs: Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) egli deve avvinghiarsi con decisione alla Merkel, e che per farlo senza sminuire il ruolo – residuale – della Francia in Europa e nel mondo deve in parte “germanizzarne” l’organizzazione economico-sociale. Da qui non si scappa! Hic Rhodus, hic salta! Non c’è possibilità alcuna, per qualsiasi statista francese, di sottrarsi a questo circolo, che oggi per l’Esagono è fortemente vizioso. Per esorcizzare l’eterno mito/spauracchio francese della sottomissione alla Germania, i francesi devono emulare quanto di buono sono riusciti a fare i tedeschi. Invece di fingere di essere grande, magari esibendo di tanto in tanto qualche muscolo militarista, come è accaduto anche durante la Presidenza dello scialbo Hollande (1), la Francia deve diventare grande, e per farlo deve affrontare e risolvere le sue non poche magagne sistemiche. Forse è questa visione “strategica”, che ho cercato di sintetizzare alla meglio, che orienta la politica macroniana.

L’agenda delle “riforme strutturali” è comunque fissata da tempo; essa prevede che si metta mano quanto prima al mercato del lavoro, all’organizzazione del lavoro, alla struttura economica del Paese (che continua a “vantare” un cospicuo settore pubblico), al welfare, al sistema pensionistico, e così via. Tre perle macroniane illustrano bene la situazione che si va delineando per i lavoratori francesi: «La disoccupazione di massa in Francia è dovuta al fatto che i lavoratori sono troppo protetti»; «gli operai che pretendono il posto sicuro nel mondo globalizzato di oggi sono già morti»; «i britannici hanno la fortuna di aver avuto Margaret Thatcher». C’è del lavoro sporco da fare al servizio del Capitale, e il giovane Presidente francese è pronto alla bisogna, in modo che in futuro qualche sfigato leader europeo potrà dire con invidia che «i francesi hanno la fortuna di aver avuto un Emmanuel Macron». Dagli anni Ottanta la Lady di Ferro è il punto di riferimento di ogni leader europeo che voglia “modernizzare” il proprio Sistema-Paese. Sapranno reagire i lavoratori, i disoccupati, i precarizzati, i marginali d’ogni tipo al progetto “riformista” che Macron, buon ultimo, cercherà di implementare in Francia senza nulla concedere alle sirene “populiste”, sovraniste e protezioniste di “destra” e di “sinistra”? C’è da sperarlo, è ovvio dalle mie parti, ma i dubbi che ciò possa davvero accadere sono molto forti. Molto.

Macron sostiene il progetto “europeista” centrato sulla necessità, per i Paesi del Vecchio Continente, di costruire un polo imperialista europeo in grado di reggere il confronto con gli altri poli (statunitense, cinese e russo), ma teme che la perdurante debolezza francese, per un verso indebolisca quel progetto, intaccando di fatto anche gli interessi del suo Paese, e per altro verso spinga i tedeschi a considerare definitivamente i “cugini” d’oltre Reno incapaci di affiancarli degnamente nella sua realizzazione. La dialettica politico-sociale tra la Francia e la Germania qui appena abbozzata è tutt’altro che nuova: essa caratterizza i rapporti franco-tedeschi dell’ultimo secolo, quantomeno. Per capirlo basta rileggere il dibattito che negli anni Trenta vide in Francia misurarsi i filo-tedeschi e gli anti-tedeschi (2).

Macron sembra ora dire ai suoi compatrioti: «Abbandoniamo la nostra malcelata invidia verso la Germania, la cui potenza è tutta opera del duro lavoro dei tedeschi, della loro disciplina, della loro coesione sociale, e facciamo in modo che anche noi possiamo affrontare con successo e ottimismo le sfide del nostro tempo. Non si tratta di diventare anche noi tedeschi, ma di diventare anche noi forti e seri come lo sono indubbiamente loro».

Inno alla gioia!

Il sovranista (o lepenista) di “sinistra” Jean-Luc Mélenchon si batte per una «Francia non sottomessa»: esattamente come Macron. Si tratta di vedere, alla luce non delle sparate ideologiche vetero o post staliniste ma del reale processo sociale che oggi ha una dimensione mondiale, quale sia la strada più realistica, più praticabile e più fruttuosa per conseguire quell’obiettivo che scalda i cuori di ogni buon patriota francese. Come sanno i miei lettori, quando si parla di Patria (fosse anche quella europea, con tanto di Inno alla gioia!) e di interessi nazionali la mia mano corre subito alla pistola, in mancanza di meglio. La mia “Patria” non è di questo – capitalistico – mondo. Ma questo non è il luogo giusto per parlare delle mie utopie.

Ciò che intendo dire è che anche Macron, e non solo gli opposti “populismi” di “destra” e di “sinistra”, è una verace espressione della crisi generale (economica, politica, identitaria, sociale nel senso più vasto del concetto) che da anni azzoppa la Francia. Egli ritiene, non a torto, che la chiusura sovranista e protezionista proposta da Marine Le Pen e da Mélenchon (3) rappresenti la passiva accettazione da parte di tanti francesi di un declassamento del Paese nel rating delle grandi nazioni: una Francia grande sola a chiacchiere, insomma, ma di fatto piccolissima e inconsistente sullo scenario europeo e mondiale. Probabilmente il nuovo Presidente considera se stesso come la sola, e forse anche ultima, possibilità che rimane al Paese di recuperare il tanto terreno perduto soprattutto nei confronti della Germania, nazione che da sempre rappresenta il modello di riferimento della parte capitalisticamente più dinamica della società francese. Che poi egli ci riesca, questo è tutta un’altra storia. Ad esempio, il citato Panebianco è piuttosto pessimista su questo punto: «Comunque vadano le elezioni tedesche del prossimo settembre, la speranza francese è destinata a essere frustrata. Macron non riuscirà a ricostituire il “governo” franco-tedesco dell’Europa, come non ci sono riusciti alcuni presidenti (come Sarkozy) che lo hanno preceduto». L’atro ieri sul Financial Times Gideon Rachman avanzava molti dubbi circa la fattibilità del progetto “riformista” di Macron, il quale ben presto si troverà a dover fare i conti con la reazione di quella consistente parte della società francese che si sente minacciata da quel progetto e che si illude che un ripiegamento sovranista e protezionista della Francia costituisca il male minore per i cosiddetti perdenti della globalizzazione. L’alternativa “populista”, osserva Rachman, ha perso una battaglia, certo importante, ma non la guerra, ed è pronta a prendersi la rivincita al più tardi fra quattro anni.   Alla vigilia del ballottaggio lo scrittore e filosofo francese Didier Eribon aveva dichiarato: «Una votazione per Macron oggi è un voto per Marine Le Pen tra quattro anni». Che paura!

Le Legislative di giugno chiariranno meglio la reale portata politica del fenomeno-Macron, che fin qui ha potuto contare sulla tradizionale Union Sacrée antilepenista. C’è anche da chiedersi fino a quando possa durare questa Union Sacrée “Repubblicana”. Una domanda che peraltro non mi inquieta neanche un po’

Magari!

(1) «Per Toni Negri le elezioni francesi sono molto importanti anche in chiave europea, perché insiste all’ordine del giorno la necessità di “un rinnovamento democratico dell’Unione”, e, sotto questo aspetto, il Front National di Marine Le Pen “costruisce un ostacolo serio” all’implementazione di “programmi di rifondazione dell’Europa”. Negri apprezza il convergere dell’estrema sinistra francese “verso Hollande”, che dopo un momento di pericolosa oscillazione ha lasciato alla sola destra gollista e nazionalista la demagogia antieuropea; e poi si chiede, con il consueto gesuitismo: “Ma ciò è sufficiente a garantirci un rinnovamento del processo dell’unità europea?” Dall’”Europa dei banchieri” all’Europa del Comune? Gran bella speranza, niente da dire. Dimenticavo: sono ironico, per usare un eufemismo» (Francia. Per chi vota Toni Negri?, 28/04/2012).
(2) Come ha dimostrato Robert Paxton nel suo studio sul regime di Vichy, l’impresa tedesca degli anni Quaranta «ebbe l’appoggio delle masse e la partecipazione delle élite francesi», perché esse videro nella Germania dell’epoca, «per quanto fosse malvagio il suo spirito», una via d’uscita da quella «Francia chiacchierona» che nascondeva la sua profonda crisi di sistema dietro una grandeur che ormai mostrava tutta la sua inconsistenza strutturale. Ai sogni di gloria, molti francesi preferirono il semplice ma concreto programma di Pétain: «Travail, Famille, Patrie». «Attribuire la disfatta, e poi il regime di Vichy, al tradimento o al complotto non porta a nulla. […] Il nuovo regime non fu il risultato di un intrigo. Cercherò di dimostrare che ebbe l’appoggio delle masse e la partecipazione delle èlite. I suoi programmi s’ispiravano non tanto al modello tedesco o a quello italiano [questo è da escludersi in linea di principio!], quanto alla soluzione di conflitti interni di lunga data. […] Tutte le iniziative prese a Vichy furono in certo senso una reazione alle paure suscitate dalla sua decadenza. Più in particolare, la sconfitta fornì la motivazione e l’opportunità di misure più radicali volte a rovesciare quel lungo declino» (R. Paxton, Vichy, 1940-1944. Il regime del disonore, pp. 32-143, Il Saggiatore, 1999). Alla fine degli anni Ottanta Willy Brandt ricordava (soprattutto per giustificare la tiepida «epurazione antinazista» del dopoguerra messa in opera dal suo Paese), come al suo ritorno in patria il generale De Gaulle si stupisse della gran massa di antinazisti che vi incontrò: «Se avesse contato i francesi che erano stati contro Pétain, sarebbero stati più di quanti cittadini avesse il paese» (W. Brandt, Non siamo nati eroi, Editori Riuniti). Evidentemente al generale i conti non tornavano. (3) Su un post di qualche mese fa scrivevo: «Il politologo francese Dominique Moïsi ha dichiarato al Corriere della Sera del 6 febbraio quanto segue: “Bisogna capire che sui temi della globalizzazione il Front National oggi è un po’ l’equivalente di quel che un tempo era il partito comunista. Ha un’ideologia anti-capitalista [sic!] molto vicina all’estrema sinistra. I discorsi di Jean-Luc Mélenchon e di Marine Le Pen, sul piano dell’economia e dell’avversione nei confronti del mondo globalizzato, sono abbastanza vicini”. Non c’è dubbio. Come ho scritto altre volte, gli estremi si toccano quando condividono lo stesso terreno di classe, per usare un vecchio ma non logoro gergo “critico-radicale”. Ad esempio, rispetto ai “comunisti” di cui parla lo scienziato della politica appena citato chi scrive non è né “più a sinistra” né “più a destra”: è piuttosto altrove, si muove appunto su un diverso e anzi opposto terreno di classe, non importa con quale capacità (davvero minima!) in fatto di dottrina politica e con quale successo (lasciamo perdere…). Ai tempi di Marx e di Lenin i termini “destra” e “sinistra” identificavano la differenza abissale che corre tra reazionari e rivoluzionari, tra oppressori e oppressi, tra sfruttatori e sfruttati; ormai da tempo la politologia e il personale politico che ci amministra li applicano invece ai diversi partiti e movimenti che a diverso titolo e con diverse funzioni sono al servizio dello status quo sociale. Perché, com’è noto, questo regime sociale si può sostenerlo da “destra”, dal “centro” e da “sinistra”: è una gara a chi lo sostiene con maggiore efficacia! Frattanto, con le parole di Moïsi ci troviamo per l’ennesima volta dinanzi alla castroneria più insulsa, ridicola e menzognera che sia mai uscita dal cervello umano negli ultimi millenni: il “comunismo” concepito alla stregua di un capitalismo nazionalista, protezionista, statalista. Se qualcuno può scrivere senza temere di cadere nel ridicolo che Jean-Luc Mélenchon e Marine Le Pen esprimono, sebbene da posizioni politiche diverse, “un’ideologia anti-capitalista”, allora è proprio vero che viviamo nell’epoca della post-verità».

GLI STATI UNITI TRA “ISOLAZIONISMO” E “INTERNAZIONALISMO”

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Ho trovato molto interessante l’articolo di Dario Fabbri pubblicato da Limes che analizza il voto americano ponendolo in rapporto con l’orientamento geopolitico strategico degli Stati Uniti. Il solo punto debole dell’articolo mi è parso di coglierlo nella definizione che l’autore dà della globalizzazione come «pax americana sotto pseudonimo», cosa che mi sembra quantomeno riduttiva. Infatti, anche Paesi come la Germania, la Cina e il Giappone, per non allungare troppo l’elenco e fermarmi al vertice della piramide capitalistica mondiale, hanno partecipato e partecipano a pieno titolo alla «globalizzazione», concetto che d’altra parte sintetizza, almeno nella mia “declinazione”, la naturale tendenza del Capitale ad annettersi non solo l’intero pianeta (realizzando la Società-Mondo), come aveva capito l’anticapitalista di Treviri in anticipo sui tempi, ma anche l’intera esistenza degli individui, come hanno dimostrato la psicoanalisi e la medicina orientata in senso psicosomatico. La definizione di cui sopra sembra fatta apposta per eccitare l’anima “antiamericana” di buona parte dei cosiddetti “antimperialisti”.

Ho sempre considerato un grave errore di prospettiva, fondato soprattutto sul pregiudizio antiamericano che da molto tempo (diciamo pure da un secolo) alberga in una larga parte dell’intellighentia europea (tanto di “destra” quanto di “sinistra”), spiegare la dinamica della competizione interimperialistica del Secondo dopoguerra ricorrendo esclusivamente, e comunque essenzialmente, al confronto politico-ideologico-militare Stati Uniti-Unione Sovietica. Già alla fine degli anni Settanta la politica estera statunitense dedicata all’Europa si spiegava più con l’ascesa economica e politica della Germania, che con la presenza dell’Unione Sovietica, la cui potenza sistemica appariva in netto declino ormai da parecchi lustri. Più che a piegare definitivamente l’Unione Sovietica, che, non dimentichiamolo, comunque garantiva in collaborazione strategica con gli Usa l’equilibrio imperialistico uscito dalla Seconda guerra mondiale, il riarmo missilistico americano dei primi anni Ottanta ebbe come principale obiettivo quello di scoraggiare ogni velleità di autonomia “esistenziale” dei Paesi europei “alleati”, a cominciare dalla Germania, ovviamente. Soprattutto irritante agli occhi di Washington appariva la politica di “apertura” verso l’Est (l’Ostpolitik) varata dal socialdemocratico Willy Brandt, l’ex borgomastro di Berlino diventato Cancelliere della Repubblica Federale Tedesca nel 1969. Come spesso capita (anche nella sfera dei rapporti “interpersonali”), quella dimostrazione di forza surrogava/celava una condizione di – relativa – debolezza.

2.
«È un salto nel buio – spiega un diplomatico europeo che conosce bene gli Stati Uniti. Trump è culturalmente lontano dall’Europa. Soprattutto se tornasse a uno schema bipolare con la Russia di Putin, come sembra, saremmo del tutto spiazzati. Detto questo, il problema di un maggior impegno strategico degli europei non nasce con Trump. Ce lo ha chiesto Obama, lo avrebbe chiesto Hillary Clinton. Cambia il contesto: con America First torna l’isolazionismo e ciò deve preoccuparci» (Corriere della Sera, 16 novembre 2016). Anche Sergio Fabbrini teme l’emergere negli Stati Unti di un «neo-isolazionismo»: «Un isolazionismo nuovo in quanto combinazione di nazionalismo economico e interventismo militare selettivo» (Il Sole 24 Ore, 13 novembre 2016). Sono fondate queste preoccupazioni? E soprattutto: chi deve preoccuparsi?

La verità, a mio avviso, è che oggi Trump esprime quella tendenza, cosiddetta appunto “isolazionista” («America First»), che ogni tanto appare in superficie nella società americana, soprattutto in tempi di grave incertezza interna e internazionale (anni Venti), di gravi crisi economico-sociali (anni Trenta, anni Settanta), o dopo frustranti esperienze belliche (vedi Corea, Vietnam, Afghanistan, Iraq), e che prima facie sembra cozzare con la tendenza cosiddetta “internazionalista” o interventista, che poi è la tendenza prevalente che ispira la geopolitica e la geoeconomia americana ormai da un secolo. Dalla fine del XIX secolo, acquisita l’egemonia nel suo “cortile di casa” continentale (secondo la ben nota Dottrina Monroe), l’elaborazione della politica estera americana deve fare soprattutto i conti con le due direttrici strategiche oceaniche: guardare verso l’Atlantico e verso il Pacifico, al contempo. La geopolitica dei due oceani per gli Stati Uniti si pone insomma non nei termini di una scelta, ma di una prassi obbligata, come annunciò giusto un secolo fa agli americani e al mondo Woodrow Wilson: per gli Stati Uniti è venuto il tempo di «assumersi la responsabilità della pace e della giustizia». Beninteso, la “pace” e la “giustizia” tagliate a misura degli interessi di quella che da allora in poi sarebbe stata la prima Potenza sistemica mondiale.

L’alternanza di politiche estere di volta in volta più inclini a una delle due grandi tendenze (che comunque sarebbe sbagliato contrapporre l’una all’altra) ha molto a che fare con la tensione geopolitica qui solo evocata, ossia col prevalere, mai però in termini assoluti, degli interessi atlantici (relazione America-Europa) piuttosto che di quelli legati alle relazioni economico-politiche con l’area del Pacifico. Lo scontro intercapitalistico fra gruppi industriali, commerciali e finanziari americani interessati al prevalere di una tendenza sull’altra, è parte organica e fondamentale della dialettica che informa la politica estera americana. Il fatto che, ad esempio, oggi il miliardario “internazionalista” George Soros, frustrato dalla sconfitta di Hillary Clinton e del Partito Democratico (dopo averne sostenuto la campagna elettorale investendo la “modica” cifra di 25 milioni di dollari!) si ponga alla testa del “movimento di resistenza” al neo Presidente, accusata dal noto filantropo di voler portare «un attacco terribile ai risultati ottenuti dal Presidente Obama e alla nostra visione progressista di una nazione equa e giusta» (l’imperialismo equo, solidale e compassionevole di certi filantropi mi commuove!), credo debba essere letto, almeno in parte, alla luce di ciò che ho appena sostenuto.

Ciò che la leadership europea denuncia come “isolazionismo” in realtà è una politica interna ed estera che in prospettiva serve a rafforzare la proiezione imperialistica (commerciale, finanziaria, politica, militare, ideologica) degli Stati Uniti. «Oggi mi concentro meglio, più a fondo, sui problemi interni per essere più forte all’estero, con gli amici e soprattutto con i nemici, domani»: è la “filosofia” del perfetto “isolazionista”.

In realtà i Paesi dell’Unione Europea temono un bipolarismo di nuovo conio lungo l’asse Washington-Mosca, come illustrano bene le preoccupate parole di Joschka Fischer, l’ex ministro degli Esteri tedesco: «Trump ha vinto violando ogni regola di comportamento accettato, perché dovrebbe cambiare? Per esempio, sulla Russia, credo che Trump pensi a una Yalta 2.0, un grande accordo con Putin. Ma non è più così semplice. Non funziona dicendo: Ucraina e Georgia sono vostre, questo è nostro». Naturalmente è esattamente per questa prospettiva neobipolare che tifano i nostalgici europei della Guerra Fredda e del mondo com’era prima del crollo del Muro di Berlino e dell’Unione Sovietica. Come reagirà la Germania, la Potenza egemone dell’Unione Europea, dinanzi a questa paventata/auspicata prospettiva? Ancora Fischer: «La Germania sta cambiando. Berlino farà la sua parte, anzi ha già cominciato a farla [menomale, mi sento già più sereno!] ma è l’Europa che rischia di non esserci». L’Europa come mera espressione geografica? Per fortuna c’è la nota Frau che si erge stoicamente come un faro nella notte tempestosa. «In un periodo in cui c’è disordine e instabilità nel mondo, mandare un segnale di stabilità è dal mio punto di vista giusto e importante»: così ha commentato la Cancelliera di ferro la propria candidatura per un quarto mandato governativo. Il mio senso di sicurezza se ne giova, mi si creda sulla parola. Tuttavia, ciò non toglie il fatto che l’arrivo di un “isolazionista” alla Presidenza americana non possa incrementare il grado di entropia interna all’Unione Europea. La Brexit ha mostrato quanto sia già alto il livello di caos nella Vecchia Europa. In un articolo scritto a due mani, pubblicato dal settimanale Wirtschaftswoche, Obama e Merkel hanno ammonito che «Non ci sarà un ritorno a un mondo prima della globalizzazione. È fondamentale dare una forma alla globalizzazione partendo dalle nostre idee e dai nostri valori». Sostituiamo a “idee” e “valori” la parola “interessi” (economici e geopolitici), e il gioco è fatto.

3.
Lo stomaco del Moloch chiamato Stati Uniti d’America è sufficientemente grande e potente da poter digerire senza troppi sforzi il Trump di turno.

Il fenomeno-Trump può accelerare e portare a maturazione processi interni e internazionali che da lungo tempo operano nel sottosuolo della Società-Mondo; il terremoto, come abbiamo imparato ultimamente, consente all’energia che si è accumulata nel tempo di liberarsi, cosa che realizza un nuovo assetto geologico – peraltro tutt’altro che definitivo – invisibile ai nostri occhi. Insomma, Trump come personaggio più o meno eccentrico non è la “causa prima” di nulla, ma piuttosto è un sintomo, la fenomenologia di una crisi sistemica interna (alla società americana in particolare e al cosiddetto Occidente in generale) e internazionale. «La situazione per cui gli uomini non sono più che appendici dell’apparato» (Adorno) non riguarda solo i dominati, gli “ultimi”, i “perdenti della globalizzazione”, la massa dei reietti («deplorables») che hanno risposto all’appello del “populista biondo” lo scorso 8 settembre, ma coinvolge tutti gli individui, anche quelli “chiamati” dal processo sociale ai vertici delle istituzioni nazionali. Processo sociale, è bene precisarlo per evitare antipatici fraintendimenti, che è sommamente contraddittorio e generatore di conflitti sociali sia “orizzontali” (dentro le classi) che “verticali” (tra le classi); insomma non vorrei che il mio punto di vista venisse associato a concezioni di stampo deterministico/finalistico. D’altra parte anche per il sottoscritto vale la dura – ma quanto giustificata! – sentenza marxiana: un conto è ciò che si è nella realtà, un altro ciò che siamo nella nostra testa, ossia ciò che crediamo di essere. In questi giorni, ad esempio, vedo eserciti interi di mosche cocchiere ronzare follemente intorno al carro del miliardario a stelle e strisce: che spettacolo! E che risate. Ho visto con i miei occhi e ascoltato con le mie orecchie aperture di credito al futuro Presidente della prima potenza capitalista/imperialista del mondo da parte di personaggi che vanno in crisi di astinenza se non cianciano di “antimperialismo”, di “guerra al pensiero unico” e di “socialismo del XXI secolo” ogni tre secondi: nemmeno fosse un nuovo Stalin!

Concludevo il mio ultimo post dedicato al trionfo di Trump con la seguente – fin troppo facile – previsione: «Va da sé che il trionfo presidenziale di Trump, un altro terremoto nel cuore dell’Occidente dopo la Brexit, non può che galvanizzare i sovranisti d’ogni razza e colore». La realtà ha superato la mia immaginazione. Poi ci sono quelli – vedi Slavoj Žižek, specializzato in “provocazioni politiche” – che confidano nella ridicola illusione del «tanto peggio, tanto meglio», illusione che appare tanto più miserabile non appena si comprende il tipo di “rivoluzione sociale” che hanno in testa i sinistri-radicali. Per noi proletari, cari intellettualoni “post marxisti”, il peggio è ogni giorno che il Capitale manda sulla Terra.

Per Quarantotto, la Presidenza Trump apre almeno «la prospettiva, densa di positive speranze, che i costi, per il popolo USA, come per tutti gli altri ad esso interconnessi prima di tutto dalla tensione alla democrazia effettiva, non risulteranno mai così elevati come quelli che sarebbero derivati dalla conservazione della logica della “competizione tra Stati” e della competitività basata sulla domanda estera. Una concezione che, oggi, aleggia ancora in €uropa, come lo spettro di un imperialismo mercantilista, sempre più goffamente camuffato da aspirazione alla pace. Mentre è esattamente il suo opposto; mentre il protezionismo dello sviluppo della ricostruzione dei sistemi industriali nazionali, può portare veramente il ritorno alla crescita e alla vera “pace” del veramente “coordinated capitalism”». Una lettura così risibile della competizione capitalistica mondiale è difficile da trovare, è a suo modo una rarità. Prevedo per il prossimo futuro molte “autocritiche” (magari!) da parte di chi ha in testa una storia della globalizzazione capitalistica che non ha nulla a che fare con il reale processo sociale. Credere che la Presidenza Trump possa essere estranea all’«imperialismo mercantilista» (o imperialismo sans phrase) è qualcosa che davvero si colloca al di là del bene e del male. Diciamo…

4.
Anche per quanto riguarda il temuto protezionismo di Trump bisogna andare oltre la propaganda orchestrata negli Stati Uniti e in Europa dai suoi rivali. Gli stessi media hanno interesse a creare il Mostro, perché la paura si vende bene. Scrive Pietro Saccò: «Il tema del ritorno del “protezionismo” è stato al centro degli ultimi incontri del G20. I leader mondiali in questi vertici si sono sempre detti d’accordo sulla necessità di non alzare nuove barriere commerciali, ma poi tornati in patria non se ne sono poi preoccupati molto. Come ha notato lo stesso Wto questo giovedì, nell’ultimo report sui paesi del G20, quegli stessi capi di Stato tra maggio e ottobre di quest’anno hanno implementato ottantacinque nuove misure restrittive del commercio» (Avvenire). Abbiamo a che fare insomma con una tendenza oggettiva che si spiega con la competizione capitalistica mondiale e con le condizioni del processo di valorizzazione degli investimenti, il quale determina in ultima analisi lo stato di salute dell’economia mondiale e “nazionale”. Lo stesso discorso vale per il famigerato muro con il Messico, il cui progetto risale a ben prima che il razzista Trump scendesse in campo. Di più: il confine con il Messico è sempre stato massicciamente presidiato militarmente dagli americani, al punto che ai tempi della costruzione del Muro di Berlino Mosca rispose alle indignate proteste di Washington consigliando al governo americano di guardare piuttosto al muro eretto in casa sua, anziché impicciarsi dei muri altrui. Centinaia di migliaia di messicani sono stati ricacciati in Messico durante la Presidenza Obama, e moltissimi messicani sono morti nel tentativo di attraversare un confine sempre più controllato, ultimamente anche con dispositivi elettronici in grado di vedere la capoccia di uno spillo da grande distanza. «Si tratta di un’opera relativamente economica ($600 milioni), dagli enormi effetti mediatici e con nessun impatto pratico. Insomma un grande spottone elettorale» (L. Zingales, Il Sole 24 Ore). Staremo a vedere. Nel mentre, è meglio tenersi alla larga dalla propaganda, di qualsivoglia segno essa sia, si capisce. Sto forse cercando di relativizzare e di sminuire l’originalità del nuovo Presidente americano? No, mi sforzo di ragionare criticamente. Ci provo, quantomeno.

Non sono pochi i politici e gli intellettuali europei che invitano i governi dell’Unione a prendere come un’eccezionale e forse irripetibile opportunità l’”isolazionismo” di Trump: «È venuto il momento di diventare adulti anche dal punto di vista militare. Dobbiamo in qualche modo emanciparci dallo strumento militare americano e finanziare la nostra sicurezza. L’Esercito Europeo deve passare dal sogno alla realtà!». Un bel “sogno”, non c’è che dire. Le Monde (15 novembre 2016) invita ad andarci cauti con i “sogni”: «Pensiamo piuttosto a spendere di più per rafforzare la Nato, che ha garantito sette decenni di pace e di prosperità nel cuore dell’Europa, e così irrobustire anche i legami con l’alleato americano, su cui grava un peso finanziario non più sostenibile». È facile recitare il ruolo dei “pacifisti” con i soldi e con i missili a testata atomica degli altri! È giusto – leggi: conveniente economicamente e politicamente – finanziare la sicurezza dell’Europa occidentale nel mutato scenario geopolitico mondiale seguito al crollo dell’Unione Sovietica? Negli anni Novanta (ma qualcosa di simile si subodorava già alla fine degli anni Settanta) questa domanda non è più un tabù negli Stati Uniti.

Ricordo che lo stesso Barack Obama, nell’intervista a The Atlantic del marzo scorso che tante polemiche sollevò a Londra e Parigi, accusò Francia e Inghilterra di comportarsi in diverse occasioni (vedi Libia 2011) come dei veri e propri scrocconi (free riders) nei confronti degli Stati Uniti: «Quando torno indietro e mi chiedo cosa è andato storto [in Libia], c’è spazio per le critiche, perché avevo più fiducia che gli europei, data la vicinanza alla Libia, investissero nel follow-up. […] Abbiamo ottenuto un mandato Onu, costruito una coalizione, costataci un miliardo di dollari, che non è molto quando affronti operazioni militari. Abbiamo evitato vittime civili su larga scala, prevenuto quello che quasi sicuramente sarebbe stato un conflitto civile prolungato e sanguinario. E nonostante tutto ciò, la Libia è un caos». Nell’intervista Obama non nascose di essere «indispettito» nei confronti di alleati – riferendosi non solo alla Francia e all’Inghilterra, ma anche all’Arabia Saudita – che si mostrano impazienti di trascinare gli Stati Uniti in pesanti conflitti, che talvolta non si armonizzano con gli interessi americani, salvo poi «mostrare una mancanza di volontà di mettersi in gioco. Sono scrocconi». Più chiaro di così!

5.
«Gli anti-americani che popolano le piazze europee (e i talk-show televisivi italiani) continuano a non rendersi conto che l’Europa pacificata è stata resa possibile dall’America vittoriosa. […] Senza la copertura militare degli Stati Uniti, quegli Stati [Francia, Germania, Inghilterra, Giappone, Italia] non avrebbero potuto investire risorse per la loro crescita economica e per il loro sviluppo civile» (S. Fabbrini). Sul terreno degli interessi capitalistici e imperialistici, che poi è lo stesso terreno su cui marciano i sinistri che hanno fatto del Secondo massacro imperialistico (Resistenza inclusa) un ignobile mito (la cosiddetta «Guerra di Liberazione»), Fabbrini ha perfettamente ragione, e tutta la stucchevole propaganda “pacifista” incentrata sul presunto dualismo fra l’amorevole Venere (il Vecchio Continente) e il bellicoso Marte (gli USA, of course!) ha molto a che vedere con il mito che i Paesi europei, usciti a vario titolo tutti sconfitti dal conflitto, iniziarono a fabbricare nel dopoguerra. Sono, questi, i temi che il “falco” Robert Kagan propose nel suo “classico” Paradiso e potere (Mondadori, 2003): «L’Europa sta voltando le spalle al potere. […] Sta entrando in un paradiso poststorico di pace e relativo benessere: la realizzazione della “pace perpetua” di Kant. Gli Stati Uniti invece restano impigliati nella storia a esercitare il potere in un mondo anarchico, hobbesiano, nel quale la vera sicurezza, la difesa e l’affermazione dell’ordine liberale dipendono ancora dal possesso e dall’uso della forza».  Colombe contro falchi, Kant versus Hobbes, Venere contro Marte. Naturalmente nulla di più falso, di più ideologico, di più propagandistico, da entrambe le sponde dell’Atlantico.

6.
Si stima che il debito aggregato, somma del debito pubblico (federale, locale e statale) e del debito privato (imprese, famiglie, ipoteche) degli Stati Uniti veleggi verso la stratosferica cifra di 64.000 miliardi di dollari. Forse sbaglio per difetto. Nel 2000 esso ammontava a 28.600 miliardi. A inizio anno il debito pubblico federale americano ha raggiunto i 19.200 miliardi di dollari, pari a circa il 105% del Pil. Alla fine del 2007 era di 9.200 miliardi pari al 65% del Prodotto interno lordo. Nel 2000 era di 5.600 miliardi. Detto en passant, anche la Cina deve fare i conti con un debito pubblico alquanto obeso: 25.000 di dollari. «Secondo gli analisti della Standard Chartered Bank, l’economia cinese è la terza al mondo, se si effettua una classificazione secondo il peso del debito pubblico e privato» (Fondiesicav). Eppure, «Nessun presidente americano», scrive Oscar Giannino, «può dimenticare che la Cina ancora a giugno 2016 deteneva quasi 1250 miliardi di dollari di debito pubblico statunitense, oltre, si stima, a più di 1000 miliardi di debito corporate». Di certo non lo dimentica Pechino, che per adesso sta reagendo con la tradizionale prudenza diplomatica ai segnali contraddittori che arrivano dagli Stati Uniti. Il Dragone è adesso in modalità wait and see.

Non solo la Cina controlla una grande fetta di titoli di Stato Usa (circa il 7%, in diretta concorrenza con il Giappone), ma nel solo 2016 ha investito oltre 70 miliardi di dollari per acquisire aziende americane.  «Sono soprattutto i saldi commerciali tra Usa e Cina che giustificano le proposte neo protezionistiche di Trump. Nel corso degli anni la bilancia commerciale tra i due Paesi si è inclinata sempre di più a favore di Pechino. Nel 2010 le esportazioni americane verso il Dragone erano 91 miliardi di dollari e le importazioni 364, per un disavanzo di 273 miliardi. L’anno scorso erano salite rispettivamente a 116 e 483 miliardi, facendo lievitare il disavanzo all’esorbitante cifra di 367 miliardi di dollari. Sulla carta, un trasferimento netto di ricchezza (oltre che di posti di lavoro, sostiene Trump) dagli Stati Uniti alla Cina» (F. Santelli, La Repubblica, 14 novembre 2016).

Non so al lettore, ma al sottoscritto tutto questo ricorda la relazione nippo-americana degli anni Ottanta/inizio Novanta del secolo scorso. Con una significativa differenza, assai gravida di conseguenze geopolitiche: il Giappone era – e continua a essere, non si sa ancora per quanto – parte integrante dell’Alleanza imperialistica dominata dagli Stati Uniti, i quali non mancarono di far pesare la loro posizione politico-militare sulle scelte di politica economica (commerciale, finanziaria, monetaria) dell’”alleato” asiatico; per la Cina le cose stanno naturalmente in modo affatto diverso.

7.
Alla fine degli anni Ottanta, mentre il Giappone faceva registrare continui e consistenti surplus commerciali, gli Stati Uniti conoscevano un crescente deficit commerciale e finanziario, e subivano la triste condizione di Paese debitore, esposto soprattutto nei confronti dei giapponesi, “amici” dal punto di vista politico-militare, e rognosissimi competitori sul versante della fondamentale contesa economica – mercantile, finanziaria, tecnologica, scientifica.

Preso atto del relativo – ma sempre più marcato e accelerato – declino della Potenza americana e dell’ascesa, che allora agli americani appariva inarrestabile e gravida di indicibili conseguenze (come rivela una battuta “geopolitica” di gran moda negli Stati Uniti agli inizi degli anni Novanta: «Toyota! Toyota! Toyota!» a echeggiare il più noto «Tora! Tora! Tora!»), Fred Bergsten, già assistente al Tesoro nel 1977-1981 (Amministrazione Carter) e analista geopolitico dallo spiccato orientamento “strutturalista” (la dinamica dei rapporti tra le Potenze considerata alla luce dell’economia e dei mutamenti tecnologici), concluse che due strade si aprivano dinanzi agli USA: una portava alla condivisione dell’egemonia mondiale con il Giappone (duopolio egemonico nippo-americano), l’altra conduceva dritto al cul de sac isolazionista. La seconda ipotesi avrebbe avuto come immediata e più importante conseguenza la crescita della spesa militare nei Paesi alleati che anche in grazia dell’ombrello protettivo militare offerto “generosamente” dagli americani avevano conosciuto un eccezionale successo economico, con ricadute non disprezzabili sul terreno politico-diplomatico. Fu alla fine degli anni Settanta che la Casa Bianca iniziò a lasciar trapelare l’irritazione del Governo americano nei confronti di un’Europa che dinanzi all’opinione pubblica mondiale affettava una postura “pacifista” potendo contare sulla spesa militare dell’antipatico Zio Sam: è facile essere “pacifisti” con i soldi e con i missili a testata atomica degli altri! È giusto – leggi: conveniente economicamente e politicamente – finanziare la difesa dell’Europa occidentale nel mutato scenario geopolitico mondiale seguito al crollo dell’Unione Sovietica? Dagli anni Novanta a seguire questa domanda non è più un tabù negli Stati Uniti d’America.  Ricordo che lo stesso Barack Obama, nell’intervista a The Atlantic del marzo scorso che tante polemiche sollevò a Londra e Parigi, accusò Francia e Inghilterra di comportarsi in diverse occasioni (vedi Libia 2011) come dei veri e propri scrocconi (free riders) nei confronti degli Stati Uniti: «Quando torno indietro e mi chiedo cosa è andato storto [in Libia], c’è spazio per le critiche, perché avevo più fiducia che gli europei, data la vicinanza alla Libia, investissero nel follow-up. […] Abbiamo ottenuto un mandato Onu, costruito una coalizione, costataci un miliardo di dollari, che non è molto quando affronti operazioni militari. Abbiamo evitato vittime civili su larga scala, prevenuto quello che quasi sicuramente sarebbe stato un conflitto civile prolungato e sanguinario. E nonostante tutto ciò, la Libia è un caos». Nell’intervista Obama non nascose di essere «indispettito» nei confronti di alleati – riferendosi non solo alla Francia e all’Inghilterra, ma anche all’Arabia Saudita – che si mostrano impazienti di trascinare gli Stati Uniti in pesanti conflitti, che talvolta non si armonizzano con gli interessi americani, salvo poi «mostrare una mancanza di volontà di mettersi in gioco. Sono scrocconi». Più chiaro di così!

Ma ritorniamo a Fred Bergsten: è lo stesso che nel 2005 coniò il termine di “G2” (Usa e Cina) come la formula geoeconomica più adeguata alla nuova economia globalizzata. Tuttavia egli non ebbe remore nel 2010 a definire «il cambio artificiosamente basso della moneta cinese una misura schiettamente protezionistica esclusa come tale dal Wto e mediante la quale la Cina non solo massimizza l’export di prodotti, ma anche quello del tasso di disoccupazione, cosa tanto più spiacevole nell’attuale congiuntura economica statunitense» (G. Mafodda, Limes, 1 aprile 2010). E difatti la «disonesta» condotta economica della Cina è stata al centro della campagna elettorale di Trump. Ricordo che Umberto Bossi, già nella prima metà degli anni Novanta, ammoniva i Paesi occidentali a lasciare fuori dal Wto il Dragone cinese, accusato dal Senatur di fare una concorrenza sleale alle imprese del mitico Nord-Est italiano. Naturalmente allora gli italici sinistri erano tutti concentrati sulla volgare canottiera estiva del leader leghista e sugli slogan razzisti/fascisti del suo movimento politico. Il leghismo come espressione delle “ataviche” magagne del Capitalismo italiano (vedi frattura Nord-Sud) e come sintomo della “globalizzazione capitalistica” andava al di là della loro capacità di comprensione. Probabilmente ha ragione Antonello Piroso, il quale ieri ha bacchettato, sempre a proposito della “mostrificazione” mediatica di Trump, il provincialismo degli intellettuali basati nella provincia italiana: «Il giornalismo militante vede, e vuol far vedere, solo ciò che vuol vedere. Da una parte e dall’altra. Con l’aggravante, a sinistra, della sindrome da «terrazzismo», come da film di Ettore Scola. Perché è confortante guardare il mondo dall’alto in basso, dall’attico della propria cultura con pregiati arredi di superiorità morale, ma può risultare letale» (La Verità).

C’è da dire che molti sinistri che praticarono il “terrazzismo” all’epoca di Bossi e Berlusconi, oggi invitano a non demonizzare il fenomeno-Trump e a leggerlo in chiave sociologica: misteri della fede! Ho il sospetto che questa conversione ideologica abbia qualcosa a che fare con la calda simpatia che il virile Donald mostra nei confronti del Virile Vladimir, il quale ne ha manifestata almeno altrettanta nel corso della lunga marcia trumpista alla Presidenza. Ma è solo un sospetto, intendiamoci. Semmai c’è da chiedersi che fine faranno certe insospettate aperture di credito nei confronti del nuovo Presidente americano qualora la reciproca simpatica tra i due campioni di virilità politica dovesse scontrarsi con la dura realtà della competizione interimperialistica. Lo scopriremo solo vivendo – e auspicabilmente non tifando per questo o per quello!

8.
Come si sa, Trump e Xi Jinping si sono parlati al telefono dopo l’elezione dell’8 novembre; la TV di Stato cinese ha riferito che il colloquio è stato «molto costruttivo», e che il futuro Presidente ha intenzione di realizzare con la Cina «una delle più forti partnership della sua Presidenza». Donald, incassato il voto degli “sconfitti della globalizzazione”, si acconcia a una politica più morbida nei confronti del Made in China? Può darsi. Il già citato Giannino ha invece le idee molto chiare su questo punto: «Una contraddizione manifesta di Trump, dunque? No. Al contrario, le parole di Trump al leader cinese aiutano a capire quale sia la sua vera strategia nel commercio mondiale. Direi che è il caso di aprire gli occhi, e capire. Trump non crede alla rete dei grandi trattati multilaterali che associano grandi aree mondiali, su cui si è affaticato Obama con Il Trattato Transpacifico ormai approvato e a cui manca solo la ratifica finale, e il Trattato Transatlantico con la Ue, che invece a questo punto finisce su un binario morto. Trump vuole ridefinire i rapporti commerciali con i paesi leder del commercio mondiale su base bilaterale, da potenza a potenza. Ma in questo realizza esattamente le insperate attese della Cina e della Russia di Putin, che la pensano esattamente allo stesso modo». Trovo molto interessante, e probabilmente coincidente in più punti con la dinamica reale dei rapporti sino-americani di questa fase storica, l’interpretazione di Giannino, e in ogni caso l’invito che faccio anche a me stesso è di non andare appresso alle spiegazioni

fondate su pregiudizi ideologici di qualche tipo. Il solo “pregiudizio ideologico”, se così vogliamo chiamarlo, che rivendico è un anticapitalismo “senza se e senza ma”, un pregiudizio che non risparmia nessun leader mondiale, nessuna politica estera, nessun Paese, nessuna alleanza imperialistica. Lo so, il mio settarismo classista è fin troppo rigido e dogmatico; io provo a essere più dialettico, meno pretenzioso, ma è più forte di me! 8. Affiancare l’auspicato (dagli europeisti!) Esercito Europeo alla Nato, oppure mandare senz’altro in soffitta la vecchia Alleanza Atlantica, ormai in crisi conclamata?

9.
Massimo fini perora da sempre la causa di un sovranismo su base europea e in chiave antiamericana: «In realtà la Nato, da quando esiste (il Patto fu firmato nel 1949), è stata lo strumento con cui gli americani hanno tenuto in stato di minorità l’Europa, militarmente, politicamente, economicamente e dai e ridai anche culturalmente. L’Alleanza ha avuto un senso per noi europei finché è esistita l’Unione Sovietica (non è un caso che il Patto sia stato siglato all’inizio della “guerra fredda”) perché gli Stati Uniti erano gli unici ad avere il deterrente atomico per dissuadere “l’orso russo” dal tentare avventure militari in Europa Ovest. Ma dal crollo dell’Urss la situazione, con tutta evidenza, è profondamente cambiata. La dissoluzione della Nato, se Trump parla con lingua dritta, sarebbe per l’Europa l’occasione per riacquistare, almeno parzialmente, un’indipendenza perduta all’indomani della Seconda guerra mondiale. La mia formula per l’Europa, a partire dal 1990, è questa: un’Europa unita, neutrale, armata, nucleare e autarchica. Unita politicamente, cosa che oggi non è ma che dovrà necessariamente diventare perché nessun singolo Paese può resistere, da solo, contro le grandi Potenze, sia quelle storiche, Stati Uniti e Russia, sia quelle cosiddette “emergenti”, Cina e India». Beninteso un’Europa «armata e nucleare non per aggredire nessuno, ma per poterci difendere autonomamente da eventuali minacce, senza dover ricorrere a pelose protezioni altrui». Si sa, da che mondo è mondo i cattivoni imperialisti sono sempre gli altri! Per questo gli internazionalisti (qui nel senso di Marx, non di Trump!) dal 1914 in poi non fanno alcuna differenza tra Paese cosiddetto aggredito e Paese cosiddetto aggressore: l’Imperialismo come struttura sociale ha una sola dimensione, quella mondiale, e ciò è tanto più vero oggi, al tempo della compiuta globalizzazione capitalistica, che ai tempi di Lenin e compagni. Per questo parlo di «Imperialismo unitario, ma non unico». Ovviamente questo discorso non vale per chi ritiene di essere un antimperialista solo perché sostiene posizioni antiamericane – e magari sbaciucchia in segreto le immagini del virile Putin. Di certo non ho alcuna speranza di convincere Fulvio Scaglione, come si evince da quel che segue: «È ovviamente troppo presto per dire se Trump, in politica estera, farà disastri o meraviglie. Ma il rifiuto preventivo di prendere in serio esame le sue posizioni è uno dei fattori che hanno contribuito a rendere questa vittoria incomprensibile ai soliti noti ma perfettamente naturale per la maggioranza degli americani. I quali, a quanto pare, si fanno la stessa domanda che da anni si fa Putin: perché il mondo deve avere un modello unico, quello americano? Perché non riconoscere che sul pianeta esistono popoli diversi con storie diverse che portano (in politica, nella cultura, negli orientamenti sociali) a risultati diversi? E perché queste diversità non possono convivere?» Per il sovranista economico-politico-culturale la divisione classista degli individui, oggi sussunti in tutto il mondo sotto il dominio totalitario dei rapporti sociali capitalistici, è un dettaglio, o comunque non è il punto dirimente della questione, come lo è invece per il sottoscritto; per il sostenitore della pacifica convivenza delle diversità nazionali, che stravede per un assetto multipolare della contesa interimperialistica (che grande conquista sarebbe per l’umanità!), l’esistenza di un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che informa la prassi sociale mondiale non è la prospettiva dalla quale osservare il mondo hobbesiano (tanto sul fronte sociale quanto su quello geopolitico) che ci ospita, per combatterlo nella sua compatta e disumana totalità. Chissà, forse Scaglione è nostalgico della «Coesistenza pacifica tra sistemi sociali diversi» – leggi: diversamente capitalistici. Ma chi sono io per dare del reazionario – pardon: ultrareazionario – a chicchessia?

Per Pietrangelo Buttafuoco quello che è avvenuto negli Stati Uniti conferma in pieno la marxiana lotta di classe: il popolo, rappresentato naturalmente dal miliardario Donald, si è rivoltato contro l’élite, contro l’establishment. E ha vinto, anche alla faccia dei radical-chic. Il simpatico intellettuale siciliano, che non nasconde le sue inclinazioni destrorse, non è obbligato a conoscere le opere marxiane, e quindi può pensare e dire sul concetto di “lotta di classe” tutte le sciocchezze e le banalità demagogiche e populiste che gli passano per la testa. Dà da pensare, invece, il fatto che moltissimi sedicenti marxisti “puri e duri” sul punto la pensino allo stesso modo, confermando la tesi geometrico-politica secondo la quale gli estremi si toccano, quando essi insistono sullo stesso piano.

10
Riprendiamo dunque la citazione finiana, per concludere rapidamente il ragionamento: «Europa neutrale e autarchica. Neutrale per avere una giusta equidistanza fra Stati Uniti e Russia. Autarchica, attraverso un limitato protezionismo, per parare gli effetti più devastanti della globalizzazione». Personalmente sorrido quando sento parlare di «neutralità» e di «giusta equidistanza» (già, come ai “bei tempi” dei cosiddetti Paesi non allineati), non solo sul terreno geopolitico ma in ogni sfera della prassi sociale, mentre impugno con decisione la rivoltella, per legittima difesa s’intende, quando qualcuno evoca il protezionismo e l’autarchia. Lo ammetto, sono vittima dei fantasmi del passato… Il problema è che la società capitalistica (che oggi, lo ripeto, ha le dimensioni del nostro pianeta) è un passato che non vuole passare: ahimè!

Massimo Fini ha il merito di svelare il segreto – di Pulcinella – che si cela dietro il cosiddetto “sogno europeo”: la creazione di un polo imperialista europeo in grado di competere “a 360 gradi” con le altre Potenze mondiali. Scrive ad esempio Oscar Giannino: «O l’Italia e l’Europa capiscono che nel nuovo mondo commerciale Trump, Putin e Xi Jinping vanno a braccetto e i cocci sono nostri, oppure sarà solo peggio per noi» (Istituto Bruno Leoni). È bene ricordare che in termini aggregati l’economia europea è seconda solo a quella statunitense. Il problema, per gran parte dei sostenitori del progetto europeista, è che in esso la Germania non può non giocare, anche contro la volontà del suo stesso establishment (questo sì davvero angosciato, e a giusta ragione, dai fantasmi del passato!), il ruolo di forza propulsiva (la mitica “locomotiva tedesca”) e di centro egemonico aggregante – la Prussia d’Europa. Di qui, le diverse strategie messe in campo negli ultimi settant’anni da Inghilterra e Germania per contenere in qualche modo la potenza sistemica tedesca. Anche la Brexit risponde in una certa – non piccola – misura a quella strategia di contenimento, e certamente dobbiamo attenderci un ulteriore rafforzamento della relazione speciale transatlantica che da un secolo lega, con gli inevitabili “alti e bassi”, gli Stati Uniti alla Gran Bretagna.

In ogni caso, il sovranismo su base continentale sostenuto da Massimo Fini appare più intelligente e “realistico del sovranismo su base nazionale propugnato da larghissimi settori della “estrema sinistra” e della “estrema destra”. Ho detto «più intelligente e “realistico”», non meno reazionario: non vorrei salire anch’io, magari mio malgrado, sul carro del vincitore! Se non altro per non stare accanto a certi rognosi personaggi. Come ha “ricordato” a Trump, nel corso di un’intervista alla Reuters, il ministro dell’Economia messicano Ildefonso Guajardo, trepidante per il destino dell’accordo nordamericano per il libero scambio (Nafta) tra Stati Uniti, Canada e Messico in vigore dal 1994, «La competizione globale non è per paesi, ma per regioni». Dove con «regioni» occorre ovviamente intendere le macro-aree continentali. Penso che perfino un personaggio politicamente sprovveduto (?) come Trump sappia benissimo come vanno le cose in questo capitalistico mondo.

UNGHERIA. 1956-2016

budapest_6Un tentativo di interpretazione

Scoppiata la sommossa a Budapest, noi
non potevamo che augurarci apertamente
che fosse schiacciata (Palmiro Togliatti).

Scrive Francesco Perfetti ricordando i sanguinosi (si parla di oltre 25mila morti, in gran parte lavoratori) “fatti ungheresi” vecchi ormai di sessant’anni: «La rivolta di Budapest del 1956 fu la prima grande crepa nel muro eretto a difesa dell’impero costruito, passo dopo passo, attraverso l’instaurazione delle democrazie popolari, dal comunismo. Quei dodici giorni che sconvolsero le sorti dell’Ungheria e che commossero il mondo occidentale furono l’evento che, come avrebbe poi detto Richard Nixon, segnò “l’inizio della fine dell’impero sovietico”. La sanguinosa repressione sovietica dell’eroica sollevazione ungherese ebbe effetti disastrosi per l’immagine dell’Urss. Il filosofo marxista Jean-Paul Sartre dovette ammettere che, dopo i massacri di Budapest, “mai in Occidente i comunisti si erano trovati così isolati” dopo un periodo che aveva visto i russi “in vantaggio quasi in ogni campo” al punto che “sembrava che sarebbero usciti vincitori dalla Guerra fredda”». Abbiamo visto come la storia si sia incaricata di capovolgere nel modo più brutale le previsioni che dopo il Secondo macello mondiale non furono appannaggio dei soli “comunisti” occidentali fedeli allo stalinismo. Giustamente Perfetti sostiene che «Le giornate di Budapest non erano piovute dall’alto», che almeno ai piani alti della politica internazionale si avvertiva un forte odore di bruciato che emanava non solo dall’Ungheria ma da tutti i Paesi europei – rubricati un po’ sbrigativamente “dell’Est” in ossequio alla scienza geopolitica – che avevano subito il trattamento “sovietico” secondo gli auspici della Conferenza di Yalta, «quando Stalin, Roosevelt e Churchill decisero di coprire con la foglia di fico delle Nazioni Unite la spartizione dell’Europa e del mondo fra Occidente americano e Russia sovietica» (1).

In che senso la repressione militare e poliziesca dei “moti ungheresi” di sessant’anni fa segna l’inizio della fine del «comunismo sovietico» e la morte dell’utopia chiamata «socialismo dal volto umano», come scrive Perfetti (e gran parte della memorialistica politica e storiografica che in questi giorni si sta esercitando sui “fatti ungheresi”)? Scrive il Nostro: «All’inizio di giugno di quello stesso anno, il 1956, il New York Times aveva reso noto il discorso pronunciato da Kruscev pochi mesi prima al XX congresso del Pcus: il cosiddetto “rapporto segreto” che denunciava i crimini dello stalinismo e condannava il culto della personalità. Poi, qualche tempo dopo, c’erano state, prima, la rivolta di Poznan che aveva assunto presto il carattere di una manifestazione anti russa e, poi, le giornate dell’ottobre polacco che si erano concluse con il ritorno al potere di Wladislaw Gomulka, a suo tempo destituito da Stalin con l’accusa di deviazionismo ideologico, e che avevano finito per avallarne l’immagine non tanto di un dirigente comunista riformista, quanto piuttosto di un leader nazionale il cui avvento significava la fine dello stalinismo». Sullo sfondo – ma è solo un modo di dire – di quei fatti, si staglia anche la Crisi di Suez, a segnalare il groviglio di contraddizioni e tensioni che segnavano l’imperialismo di quel tempo, il cui assetto si consolidò proprio dopo l’ultimo disperato tentativo di Francia e Inghilterra di conservare il vecchio rango di grandi Potenze mondiali. Le rivolte antisovietiche del ’56 e la Crisi di Suez possono dunque essere interpretate anche come scosse di assestamento del Nuovo ordine mondiale determinato dalla Seconda guerra mondiale? Credo di sì. Di qui, l’alleanza di fatto che allora il mondo registrò tra Stati Uniti e Unione Sovietica, entrambe interessate a conservare l’equilibrio geopolitico fissato a Yalta. Negli anni Ottanta, altre scosse telluriche (a cominciare dagli scioperi nei cantieri navali di Danzica e dalla nascita di Solidarność) manderanno in pezzi uno dei pilastri che reggevano «il mondo di Yalta». Ma Cerchiamo di mettere un po’ d’ordine nei fatti, e soprattutto nella loro interpretazione – perché qui ciò che più conta non è la ricostruzione dei fatti, ma appunto la loro interpretazione: il lettore perciò mi scuserà se si troverà dinanzi a delle imprecisioni cronologiche più o meno “imbarazzanti”.

La cosiddetta destalinizzazione del regime sovietico ufficializzata da Chruščёv al XX Congresso del Pcus è un buon punto di partenza per comprendere i fatti ungheresi? Sì, ma solo se comprendiamo il vero significato di quel fenomeno, cosa che ci obbliga a tenerci a debita distanza dalle letture ideologiche che della destalinizzazione fecero allora – e ne fanno oggi – gli amici e i nemici del “socialismo reale”. Detto in altri termini, non si comprende l’autentico significato della destalinizzazione politico-ideologica del regime sovietico, e del suo necessario risvolto internazionale, senza analizzare la destalinizzazione economica in atto in Unione Sovietica prima di quel fatidico Congresso. Non si tratta di un puntiglio dottrinario di stampo vetero-materialista, ma della sola via d’accesso alla comprensione degli eventi qui ricordati che riesco a concepire. Poi ovviamente ognuno è libero di seguire la strada che più gli aggrada, che crede più corretta.

La politica di destalinizzazione della struttura di potere che aveva nel Pcus il suo pilastro più importante e il suo cervello, apparve necessaria e non più rinviabile quando la crisi sistemica del vecchio Capitalismo di Stato di stampo “sovietico” iniziò ad avvitarsi pericolosamente su se stessa, così da convincere la riluttante leadership moscovita che piccole riforme strutturali non sarebbero bastate a mettere il treno dello sviluppo economico sui binari della necessaria modernizzazione capitalistica – di cui la «corsa al primato nello spazio» era l’aspetto più eclatante e propagandistico, a Est come a Ovest. La prima fase, quella “eroica” (beninteso per lo Stato Russo e per il Capitale “sovietico”, non certo per i lavoratori e per i contadini russi!), dell’accumulazione capitalistica post rivoluzionaria si basò fondamentalmente sull’industria pesante (metallurgia, costruzione di mezzi di produzione, industria mineraria, industria chimica, cantieristica navale, ecc.), la quale aveva consentito di accelerare i tempi e di incrementare i ritmi della crescita, per un verso, e  per altro e fondamentale aspetto aveva permesso di sostenere le storiche ambizioni imperialistiche del Paese (prima navi da guerra, carri armati, aerei, fucili e bombe; poi, forse, burro e carta igienica: un genere di lusso, peraltro…).

C’è da dire che questo modello economico staliniano, che – come non mi stanco di ripetere, peraltro inutilmente – nulla a che fare ebbe mai con il socialismo (né con quello “reale” né con quello “irreale”), venne imposto dalla Russia Sovietica anche ai Paesi di recente conversione “comunista” (si trattò, com’è noto, di una conversione molto… spintanea), i quali dopo la Seconda guerra mondiale subiranno un vero e proprio processo di sfruttamento imperialistico da parte dell’Unione Sovietica, che si servì delle risorse materiali e finanziarie drenate  dai “Paesi Fratelli” per rafforzarsi ulteriormente. Ciò naturalmente anche nella prospettiva dell’aspro confronto con la Superpotenza rivale, la quale da parte sua instaurò con i “Paesi Fratelli” di sua competenza geopolitica un diverso rapporto imperialistico (espressione di una più alta maturità capitalistica), come apparve chiaro quando le economie di Germania (dell’Ovest!), Giappone e Italia, tre Paesi usciti letteralmente devastati dalla guerra (bisogna dirlo, le bombe democratiche e antifasciste fecero bene il loro  sporco lavoro al servizio della “Liberazione”!), conobbero un assai precoce e intensissimo boom economico.

Strumenti della spoliazione economica attuata dall’Unione Sovietica ai danni dei “Paesi fratelli” furono i «prestiti socialisti», le società miste dominate dal capitale sovietico, le forniture a quei Paesi di attrezzature industriali made in URSS, l’imposizioni di prezzi “politici” alle merci prodotte dalla cosiddette Democrazie Popolari ed esportate in Unione Sovietica, e così via). Il peso dello sfruttamento imperialistico e della spoliazione economica gravava soprattutto sui lavoratori, ovviamente. Nella prima metà degli anni Cinquanta le condizioni di lavoro e di vita dei proletari che vivevano nelle Democrazie Popolari erano giunte al limite della sopportazione, e il «basso livello di vita della classe lavoratrice» diventò il tema più importante e scottante dibattuto nei Comitati Centrali di tutti i Partiti “operai” che con il Pcus condividevano una comune prospettiva “socialista”. Ecco, ad esempio, cosa si legge nel rapporto presentato al CC il 18 luglio del 1956 dal Segretario del Partito Operaio Polacco Edwar Ochab: «Già molto tempo prima degli avvenimenti di Poznan, il Comitato Centrale si era occupato delle misure da adottare per migliorare il basso livello di vita della classe lavoratrice, ma i miglioramenti sono risultati insufficienti. […] La Polonia vive male e ciò dipende dalla situazione generale della nostra economia, dalle difficoltà della situazione internazionale e dai numerosi problemi collegati alla ricostruzione di un paese depresso e distrutto dalla guerra. Il governo non ha fatto ancora tutto il possibile per venire in aiuto dei lavoratori, e la massa, che sperava in un miglioramento attraverso l’applicazione del Piano Sessennale, ha invece veduto che in pratica nulla è cambiato». Nell’estate di quell’anno gli operai delle officine Stalin (!) di Poznan rompono gli indugi e proclamano uno sciopero che presto si caricherà di pericolose valenze politiche – pericolose, beninteso, per i regimi “socialisti” dell’Est e per la stessa Unione Sovietica, certo, ma anche per i regimi democratici dell’Ovest, che se esultavano per il fallimento del “socialismo”, tuttavia temevano come la peste il contagio operaio, la cattiva emulazione proletaria, il “vento dell’Est”. Come scrisse una volta il mangia patate di Treviri, contro il proletariato in lotta le classi dominanti di tutto il mondo, che di solito non si risparmiano sputi, calci e pugni, si trovano invece solidali contro il comune nemico di classe. Questo è piacevole ricordarlo anche contro il Sovranismo di “sinistra” (per intenderci, quello che difende gli interessi geopolitici della Russia, della Cina, dell’Iran e di tutti gli avversari degli Stati Uniti) di questi tristissimi tempi.

Il regime polacco cercò di arginare la rivolta operaia usando, alternativamente, bastone e carota, ma alla fine, quando una saldatura tra lotte operaie e malcontento studentesco appare possibile e perfino prossima, il governo di Varsavia optò decisamente per il pugno di ferro, che tuttavia non sortì del tutto l’effetto sperato, almeno fino a novembre. A ottobre Chruščёv si precipitò a Varsavia accompagnato da un manipolo di generali sovietici (tanto per mettere le cose in chiaro), ma subito ripartì per Mosca frastornato dalla lotta politica che dilaniava il Partito “fratello” polacco. Come ricorda Perfetti, «le giornate dell’ottobre polacco si erano concluse con il ritorno al potere di Wladislaw Gomulka, a suo tempo destituito da Stalin con l’accusa di deviazionismo ideologico [leggi: di titoismo], e avevano finito per avallarne l’immagine non tanto di un dirigente comunista riformista, quanto piuttosto di un leader nazionale il cui avvento significava la fine dello stalinismo».

Il 23 ottobre il Circolo Petöfi di Budapest organizza nella capitale ungherese una manifestazione di solidarietà con i rivoltosi polacchi; il governo prima la vieta, ma poi capisce che non autorizzarla avrebbe potuto far salire improvvisamente la pressione sociale che sa essere già molto alta nel Paese. Il bastone della repressione si nasconde nell’ombra e lascia la scena alla carota della «democratica manifestazione del dissenso». Il governo confida pure nell’isolamento degli studenti e degli intellettuali che avevano indetto la manifestazione, ma sbaglia i conti, e difatti migliaia di operai e di impiegati lasciano il loro posto di lavoro per convergere nel luogo convenuto. La leadership ungherese subisce il colpo e reagisce riabilitando in fretta e furia Imre Nagy, già emarginato dalla “cricca stalinista” del Partito in quanto esponente di punta del “nuovo corso” già prima che da Mosca venisse annunciata la necessità della destalinizzazione. Ma la riabilitazione dell’antistalinista Nagy non basta a placare la piazza, anche perché la lotta interna al regime ungherese sfocia in vere e proprie provocazioni lanciate contro i manifestanti accusati dalla “cricca stalinista” di intelligenza con l’imperialismo occidentale. Accusa subito ripresa e rilanciata dallo stalinismo internazionale, togliattismo compreso.

Da parte loro, i lavoratori e gli studenti ungheresi non aspettavano altro per far esplodere una rabbia covata in anni di miseria, di supersfruttamento, di oppressione politica; quando la misura è colma, qualsiasi cosa, anche il più insignificante pretesto, può agire da micidiale detonatore. Una piccola scintilla può incendiare una grande prateria, scriveva qualcuno. Commetteremmo tuttavia un grosso errore se concentrassimo la nostra attenzione sulla casuale quanto preziosa scintilla, trascurando di analizzare le cause che hanno consentito l’accumulo del materiale infiammabile e il superamento della soglia critica esplosiva. Nel nostro caso quelle cause si compendiano, ieri come oggi, nel concetto di processo sociale capitalistico, un processo cha va colto in tutta la sua complessa, contraddittoria e multiforme dimensione – sociale e geopolitica. Scrivo questo anche per prendere le distanze dalla tesi che attribuisce la causa più importante dei “fatti” qui esaminati alla proclamazione della destalinizzazione e alla lotta tra “stalinisti” e “antistalinisti”, tra “falchi” e “colombe”, tra “conservatori” e “riformisti”, tra “socialismo autoritario” e “socialismo libertario”, e via di seguito. Personalmente chiamo in causa due concetti chiave: quello, già citato, di processo sociale capitalistico e quello, evocato nelle pagine precedenti e intimamente correlato al primo, di lotta di classe. Se, come scrive Andrea Tarquini su Repubblica del 22 ottobre, «Oggi quella rivoluzione viene commemorata in tono minore dal leader nazionalconservatore Orbán», probabilmente ciò non è dovuto solo alla prudenza diplomatica del leader ungherese, il quale «non vuole mettere a repentaglio l’amicizia con Putin»; la cosa si può forse spiegare anche con la dinamica sociale di quella «rivoluzione», che non può essere spiegata solo in termini di aspirazioni nazionalistiche frustrate e di astratte idealità: tutt’altro. Forse la combattività, le rivendicazioni, le realizzazioni (i Consigli, in primis), le speranze e financo le illusioni espresse sessant’anni fa dai lavoratori ungheresi è meglio che cadano nel più completo oblio. Ma riprendiamo il bandolo della narrazione.

Già il 23 ottobre la piazza si infiamma; migliaia di lavoratori e di studenti si armano con l’aiuto dei soldati delle caserme e degli operai che lavorano nelle officine degli arsenali; la “piattaforma rivendicativa” avanzata dal movimento sociale al regime equivale a una ingiunzione di sfratto: diminuzione dei ritmi e dei carichi di lavoro imposti dal governo (è il Capitalismo di Stato, bellezza!), diritto di sciopero, fine del sindacalismo di regime instaurato nel 1948, agibilità politica per lavoratori, studenti e intellettuali (2), ritiro delle truppe sovietiche d’occupazione. Il 24 ottobre a Budapest ha luogo una violenta battaglia davanti al parlamento, dove si fronteggiano da una parte gruppi di lavoratori e di studenti armati, e dall’altra forze di sicurezza (AVH, l’odiata e temuta polizia politica) e carri armati sovietici. Interviene anche l’aviazione sovietica, e Radio Budapest ne dà tempestiva informazione, anche a riprova della sorda lotta di potere tra filosovietici e antisovietici che dilania il regime. Gli operai delle officine Cespel, spina dorsale del movimento sociale ungherese, proclama lo sciopero generale, a cui aderiscono immediatamente i lavoratori di diversi centri industriali sparsi per il Paese; a Miskolc, Szeged, Gyoer e altrove i lavoratori si organizzano in consigli e in comitati di lotta. Gli intellettuali e gli studenti hanno iniziato con coraggio la rivolta, ma adesso sono i lavoratori alla testa del movimento, il quale mette insieme in un confuso – ma sempre interessante e cangiante – coacervo rivendicazioni genuinamente classiste (aumenti salariali uguali per tutti, allentamento dei ritmi produttivi, alloggi migliori, diritto allo sciopero, sindacato indipendente, ecc.) e rivendicazioni schiettamente nazionaliste che ben si comprendono alla luce dell’oppressiva presenza imperialista dell’Unione Sovietica nel Paese. Ho scritto si comprendono, non si condividono. Per il proletariato il nazionalismo – o sovranismo che dir si voglia – è sempre una risposta sbagliata all’oppressione imperialista, che va combattuta dispiegando il massimo dell’internazionalismo possibile, in ogni circostanza. Ciò non in ossequio ad un astratto principio, o per fedeltà alla pulciosa barba di qualche antico comunista («Proletari di tutto il mondo…»), ma sulla scorta di un’adeguata lettura del processo sociale, il quale non smette appunto di convalidare la tesi internazionalista – soprattutto in grazie del sacrificio richiesto, in “pace” come in guerra, ai proletari nel nome dei «superiori interessi nazionali».

Ad esempio, a Miskolc la radio locale in mano ai ribelli del consiglio operaio diffonde un comunicato che proclama la necessità di «un governo ove siano installati dei comunisti devoti al principio dell’internazionalismo proletario, che sia prima di tutto ungherese e che rispetti le nostre tradizioni nazionali e il nostro passato millenario». Che confusione, nevvero? Per le classi subalterne la coscienza di classe è una conquista, che esse strappano alla società attraverso un lungo processo, fatto di lotte e di sconfitte, di avanzate e arretramenti, di illusioni frustrate e di fecondi insegnamenti; non è, cioè, qualcosa che possa venir fuori all’improvviso, quasi fosse affidata a un singolo e miracoloso atto. E questo tanto più nel momento in cui i concetti più elementari della coscienza di classe hanno dovuto subire l’odioso trattamento stalinista, il quale aveva travisato, deformato e svuotato di significato parole e concetti che un tempo avevano appunto espresso la coscienza rivoluzionaria degli sfruttati e degli oppressi. È alla luce di questo maligno trattamento, il cui retaggio purtroppo si fa ancora sentire, che bisogna leggere le confuse parole del comunicato appena citato (come di moltissimi altri allora sfornati a un ritmo impressionante, quasi a voler compensare il tempo perduto), con il quale non ha alcun senso polemizzare, tanto più dopo sessant’anni. Dire che allora si trattò di una rivolta, per quanto importante e promettente (soprattutto dal punto di vista di chi ha sempre avuto in odio – di classe – lo stalinismo), e non di una rivoluzione sociale mi sembra quasi banale, e anche qui avrebbe poco senso, almeno per quanto mi riguarda, polemizzare con chi credette di assistere a eventi di portata rivoluzionaria paragonabili a quelli che resero possibile la Comune di Parigi (1871) o l’Ottobre Rosso (1917), e certamente la mia postuma simpatia, se così si può dire, va interamente a chi si schierò, “senza se e senza ma”, dalla parte dei lavoratori e degli studenti polacchi e ungheresi, contro la polizia “popolare” governativa e i carri armati sovietici, sostenuti invece dagli stalinisti occidentali, cominciare da quelli italiani, che li bollarono senz’altro come «agenti provocatori al soldo del nemico».

«Particolare esecrazione è mostrata dall’Unità per i membri del Consiglio operaio in rivolta. Con un clamoroso capovolgimento, gli operai di Budapest (“elementi declassati, divenuti operai negli ultimi anni”, si minimizzava) che avevano aderito in massa alla rivoluzione erano accusati di aver spalancato le porte ai nemici di classe, e nel contempo venivano elogiati contadini e piccoli proprietari rimasti in disparte (anzi, secondo l’Unità, erano stati “i primi ad invocare l’ adozione di drastiche misure contro coloro che minacciavano di aprire la strada al ritorno del feudalesimo”). I giovani operai vengono definiti “giovinastri”, “sfaccendati”, reclutati da “ufficiali horthysti” in ragione del loro “primitivismo” e “infantilismo politico” [praticamente li si accusava di “deviazionismo bordighista”!]. Stesso discorso vale per i loro coetanei italiani, studenti che “hanno disertato le aule per inscenare una manifestazione” unendosi ad “alcuni gruppi di persone estranee alla scuola”. […] Il direttore dell’Unità di Roma, Pietro Ingrao (3) ammetteva la possibilità del dubbio (“Domani si potrà discutere e anche differenziarsi sui modi e sui tempi della rivoluzione socialista”), ma aggiungeva che “quando crepitano le armi dei controrivoluzionari, si sta da una parte o dall’altra della barricata”: in poche parole che bisognava schierarsi a favore dell’invasore russo» (4). Anche Giorgio Napolitano scese in campo contro la «controrivoluzione», come ricordo in un post di qualche anno fa (Gli scheletri nell’armadio di Re Giorgio), e così fece un altro futuro Presidentissimo, Sandro Pertini: «Se tacessimo, cesseremmo di essere socialisti, e diverremmo, sia pure inconsapevolmente, complici della reazione che in Ungheria tenta di riaffermare il suo antico potere». Premio Stalin – o Chruščёv – a Pertini! Alla Camera dei deputati il focoso Giancarlo Pajetta «lanciò alto il grido di “Viva l’Armata Rossa!”»; chissà, forse intendeva dire Russa. Forse.

Senza dubbio il titolo di Migliore (fra gli stalinisti) attribuito a Togliatti è meritatissimo, e lo dimostrano ampiamente proprio i suoi scritti del ‘56 tesi a individuare con consumata maestria politica i “cattivi maestri” che avevano traviato la gioventù operaia e studentesca d’Ungheria, a cavillare su “errori” governativi e “orrori” appena denunciati (maledetto «culto della personalità»!), e naturalmente a giustificare il pugno di ferro contro i “nemici del popolo” che loro malgrado le forze del Socialismo, del Progresso e della Pace (se non in questo, almeno nell’altro mondo!) avevano dovuto usare. Come scrive Alessandro Frigerio nel suo libro Budapest 1956. La macchina del fango. La stampa del Pci e la rivoluzione ungherese: un caso esemplare di disinformazione (Lindau, 2012), i vertici del “comunismo” italiano e i tanti intellettuali (5) che orbitavano intorno al Pci difesero l’intervento militare sovietico in Ungheria «anche quando era ormai evidente che l’esercito sovietico stava schiacciando una rivoluzione di popolo in cui l’unica vera contaminazione non era rappresentata da fantomatiche forze restauratrici, bensì dai consigli operai, cioè da quelle stesse forme di democrazia diretta che avevano reso possibile la conquista del potere a Pietrogrado nell’ottobre 1917». L’ingenuità politica di Frigerio fa quasi tenerezza: proprio perché paventavano, al pari dei “compagni” ungheresi e russi, la «contaminazione» operaia gli stalinisti italiani si schierarono dalla parte dei carri armati inviati da Mosca! Il falso paradosso che mostra gli amici degli operai sparare contro gli operai, si dissolve non appena si comprende la natura borghese di un Partito che continuava a chiamarsi “comunista” benché con il comunismo, quello vero intendo, esso non avesse più nulla a che fare almeno dai primi anni trenta del secolo scorso, da quando cioè il processo di stalinizzazione del Partito nato nel ’21 a Livorno, iniziato già nella seconda metà del decennio precedente, poté dirsi concluso, con la formazione di un ottimo strumento di conservazione sociale al servizio dell’Unione Sovietica e della classe dominante italiana – questo apparirà chiaro ai più solo più tardi, quando la disfatta del regime fascista imporrà al Paese nuove alleanze internazionali e una nuova leadership politica. Quanto alla Rivoluzione d’Ottobre del ’17, essa entrò in gravissima sofferenza già alla fine del 1920, dopo lo smacco subito dall’Armata Rossa alle porte di Varsavia, quando apparve chiaro che il proletariato occidentale, in primis quello tedesco, non sarebbe corso in aiuto al Potere dei Soviet, come aveva legittimamente sperato Lenin architettando il Grande Azzardo, lasciando gli stessi bolscevichi in un drammatico isolamento che presto si sarebbe rivelato mortale. Nel mio libro Lo scoglio e il mare cerco di ricostruire il complesso dei fatti – in realtà dei processi – che alla fine trasformeranno il Partito Bolscevico di Stalin in un feroce quanto efficace strumento al servizio della controrivoluzione mondiale e dello sviluppo capitalistico nell’arretrata Russia. Nel libro lo stalinismo è presentato come una tendenza storico-sociale oggettiva, non come il prodotto di una personalità dalla mente particolarmente contorta, gravata da piccole e grandi magagne caratteriali, come invece sostenne la nuova leadership sovietica dopo la morte di Stalin: la politica del capro espiatorio da dare in pasto alle “masse” deluse, frustrate e affamate ha sempre funzionato – e l’animaccia di Benito Mussolini ne sa qualcosa… Le turbe psichiche, le inclinazioni criminali e le paranoie di Baffone, che naturalmente mi guardo bene dal negare, non spiegano un bel niente e perciò le lascio al gossip storiografico che pensa di poter spiegare tutto – e il suo contrario – a partire dai “lati oscuri” che non mancano mai nella biografia dei grandi personaggi storici. Come già accennato, il feroce regime dittatoriale passato alla storia col nome di stalinismo fu funzionale 1. alla distruzione delle conquiste politiche dell’Ottobre rimaste ancora in piedi nonostante tutto (sul terreno economico non apparve mai sul suolo russo nulla che si potesse definire socialista e comunista in senso proprio, compreso lo stesso «Comunismo di guerra», come peraltro ammetterà Lenin in sede di critica e di autocritica); 2. alla costruzione a tappe forzate e a ritmi accelerati di un moderno Capitalismo in Russia, e 3. alla ripresa e al rafforzamento del ruolo internazionale del Paese, e ciò in larga parte in continuità con il vecchio retaggio zarista. La necessità di un “ammorbidimento” del regime dittatoriale si presenterà, come abbiamo visto, negli anni Cinquanta, allorché la vecchia strategia di sviluppo capitalistico mostrerà tutti i suoi limiti, dopo aver prodotto tutti i frutti – velenosi, soprattutto per i lavoratori e i contadini – che essa poteva produrre. Credo che la destalinizzazione (6) vada considerata alla luce di quanto qui sommariamente ricostruito. Facile merce propagandistica, la “destalinizzazione” reclamizzata dai post stalinisti, da vendere all’opinione pubblica interna e internazionale, e soprattutto a quei milioni di lavoratori di tutto il mondo che in buona fede, ma in cattivissima coscienza, avevano visto nell’Unione Sovietica, se non una valida alternativa al Capitalismo di stampo occidentale (soprattutto se di marca americana!), almeno qualcosa da agitare a mo’ di spauracchio contro i padroni e contro i partiti “reazionari” che li sostenevano. Riprendiamo il filo del racconto, per concluderlo rapidamente.

In una precedente citazione, Paolo Mieli faceva cenno ai contadini e ai piccoli proprietari. Ebbene, alla fine anche questi due strati sociali, che in realtà in larga parte coincidevano, si uniranno al movimento sociale di protesta. La riforma agraria varata dal governo “socialista” dopo la guerra aveva infatti trasformato gran parte dei contadini poveri ungheresi in piccoli proprietari di appezzamenti insufficienti a garantire loro un’esistenza appena decente. La riforma agraria dei “socialisti” aveva dato a molti contadini la gretta mentalità del piccolo proprietario (che troverà puntuale espressione nel Partito dei piccoli proprietari guidato da Tildy), ma non una vita migliore. Anche i risultati della riforma agraria del secondo dopoguerra alimenteranno lo scontro politico nel Partito.

Alla fine di ottobre lo stalinista di stretta osservanza moscovita Mátyás Rákosi, leader della fazione filosovietica, cade in disgrazia (capita!) e il “riformista” Nagy assume la direzione del governo; lo sciopero generale proclamato il 24 ottobre però non viene revocato dagli operai, nonostante le minacce e gli appelli lanciati dalla radio di regime: «Operai, deponete le armi, tornate al lavoro!». Minaccia e supplica sembrano fondersi in qualcosa di surreale che non annuncia niente di buono. Lo si capisce anche leggendo la stampa “comunista” del Belpaese. Il 26 ottobre la direzione del Pci rende nota la posizione ufficiale del Partito con un editoriale pubblicato sull’Unità; vi si legge che il governo ungherese si è dovuto confrontare con una «sommossa controrivoluzionaria armata, apertamente volta a rovesciare il governo democratico popolare, a troncare la marcia verso il socialismo e restaurare un regime di reazione capitalistica». La sconfitta dei ribelli quindi «non può che essere salutata da ogni democratico sincero». I togliattiani annunciarono una sconfitta che non si era ancora consumata: il solito zelo dei migliori! Come ricorda Federigo Argentieri, il Pci elevò la calunnia a cime forse mai raggiunte fino a quel momento: «La calunnia era necessaria per poter accettare l’enormità dell’accaduto: una delle due superpotenze mondiali invadeva, con grande dispiego di mezzi, uno dei paesi più piccoli d’Europa; come poteva un partito come il Pci, che si diceva schierato dalla parte della pace, contro l’imperialismo ed il colonialismo, accettare una cosa del genere?» (7). Già, come poteva…

Nagy fa qualche timida concessione economica e politica, anche nel tentativo di spezzare il fronte di lotta, che tuttavia rimane assai compatto; il 28 ottobre riconosce «il carattere nazionale e democratico della rivoluzione», impone all’esercito ungherese il cessate il fuoco e annuncia importanti concessioni, tra cui lo scioglimento della polizia segreta. La piazza applaude ma non si scioglie: il movimento ha capito che davvero l’unità fa la forza. Il 30 ottobre il Premier “riformista” (o “controrivoluzionario”, secondo i punti di vista) rompe gli indugi e annuncia la fine del regime a Partito unico e la formazione di un governo di solidarietà nazionale simile a quello di coalizione che vide la luce nel 1946. Nagy promette libere elezioni a suffragio universale, l’amnistia, la denuncia del Patto di Varsavia, una posizione di neutralità dell’Ungheria sulla scena internazionale e altro ancora. Vede la luce un nuovo governo quadripartito con “comunisti”, socialdemocratici, nazionalcontadini e piccoli proprietari.

A questo punto Mosca capisce che è arrivato il momento di tirare le somme (la paura del contagio “controrivoluzionario” era grande, soprattutto con i “fatti polacchi” ancora freschi, e d’altra parte il quadro internazionale non consentiva “distrazioni”: vedi Suez!): il 31 ottobre il Presidium del Comitato Centrale del Pcus decide di intervenire in Ungheria; il giorno successivo la famigerata Armata Russa varca le frontiere e calpesta il suolo magiaro. Come ricorda Luciana Castellina, allora giovane e promettente “comunista”, «Alle 4, con un comunicato ufficiale, Mosca, col sostegno della Cina e persino degli jugoslavi, aveva annunciato l’intervento delle proprie truppe di stanza in Ungheria. Il precario equilibrio che fino ad allora aveva evitato la guerra stava saltando. Anche nella Fgci ci fu qualche rottura. Come nel Partito. Io non partecipai alla protesta, pur con tutte le riserve sui regimi dell’est e sui giudizi minimizzanti che, pur senza censurare le informazioni, furono emessi dal Pci. Non lo feci non per non rompere la disciplina (che poi ruppi per Praga), ma perché c’era appena stato il XX congresso e l’Urss con Kruscëv sembrava stesse cambiando» (Il Manifesto, 23 ottobre 2016). Il pensiero dei militanti “comunisti” meno ortodossi non andava oltre la prospettiva di uno stalinismo “dal volto umano”, che alcuni credettero di individuare nella Jugoslavia di Tito, altri nella Cina di Mao. In ogni caso, tutti i “comunisti” italiani convergevano sul dogma stalinista della «via nazionale al socialismo» (8), affermato da Baffone contro la vecchia e luminosa tradizione internazionalista del movimento operaio – da Marx a Lenin. Non a caso il Partito nato a Livorno nel ’21 si chiamava PC d’Italia, e non Italiano.

Fino al 3 novembre sembra che il governo Nagy possa ancora trattare pacificamente con gli ex alleati sovietici, ma è solo un’impressione, destinata a evaporare il giorno dopo, quando i blindati sovietici attaccano le postazioni dei lavoratori in armi che difendevano le sedi di “agibilità politica” create dal movimento sociale. Nella notte tra il 3 e il 4 novembre, l’Esercito Russo entra a Budapest con 150.000 uomini e 4.000 carri armati, e in poche ore si impadronisce della città. Dal 4 al 9 novembre a Budapest infuria la battaglia, e solo con molta fatica le truppe sovietiche hanno la meglio sulla «teppaglia controrivoluzionaria» armata. Il bilancio finale della carneficina “socialista” attesterà la morte di circa 25mila ungheresi, in gran parte lavoratori. Tuttavia lo sciopero generale non si interrompe e gli operai continuano a organizzarsi nei consigli; il filosovietico Kadar, che intanto ha sostituito al governo Nagy, accoglie molte delle rivendicazioni operaie, e si dimostra rispettoso nei confronti dei consigli creati dai lavoratori, la cui autorevolezza peraltro nessuno avrebbe potuto a quel punto negare. La mossa sembra quella giusta: il 16 novembre il Consiglio di Budapest annuncia alla radio di accettare quanto promesso da Kadar e di voler interrompere lo sciopero generale. In realtà il movimento di lotta è tutt’altro che esaurito; nei mesi successivi l’iniziativa operaia farà sentire il suo peso, almeno fino a tutto il 1957, anche se il ripiegamento su un terreno più rivendicativo segnala una sconfitta politica che considerata dalla prospettiva storica appare francamente inevitabile, poste quelle condizioni. Com’è noto, pontificare col senno di poi è sempre abbastanza comodo, ma non sempre corretto, e ciò vale in primo luogo per chi scrive. Nagy e i suoi solidali si rifugiano presso l’ambasciata jugoslava, per poi consegnarsi nelle mani delle forze di sicurezza ungheresi dopo la promessa sottoscritta da Kadar di un salvacondotto; vengono però “intercettati” e sequestrati dai sovietici. L’ex primo ministro verrà impaccato a Snagov, in Romania, nel giugno 1958. Per adesso metto un punto.

ungheria-670x274(1) L. Caracciolo, Limes, febbraio 2015. Musica, questa suonata dal fondatore di Limes, per le orecchie di chi, come il sottoscritto, ha sempre denunciato, contro stalinisti e resistenzialisti d’ogni colore politico, la natura radicalmente imperialista della Seconda guerra mondiale (la cui data d’inizio, com’è noto, ha molto a che fare con il Patto nazi-stalinista del 1939), nonché il carattere altrettanto imperialista dell’ONU, il «covo di briganti» (per dirla con Lenin; o «cesso» secondo la sobria e intelligente definizione di Giuliano Ferrara) chiamato a ratificare/difendere i rapporti di forza fra le Potenze sanciti dal fatto bellico.
(2) Un concetto, quello di agibilità politica, che nella misura in cui esprime la lotta delle classi subalterne e la ricercata autonomia di classe non ha nulla a che fare con il feticismo democraticista che promana dalla prassi del potere politico delle classi dominanti basate in Occidente, e che ha nel rito elettorale una delle sue massime – e deleterie – espressioni.
(3) «La redazione era semivuota. Frugavo nei miei pensieri. Girai per ore per le vie di Roma, solo e sempre interrogandomi su quell’aggressione che mi sembrava inspiegabile e infame. C’era un cielo annuvolato quando giunsi – quasi alle soglie della sera – in casa di Togliatti a Montesacro. E gli dissi subito il mio sgomento più ancora che la mia sorpresa per quella invasione. Togliatti mi rispose asciuttamente: Oggi io invece ho bevuto un bicchiere di vino in più… Non ebbi coraggio di replicare. Mi limitai a dire che non condividevo il suo giudizio. Poi rapidamente mi avviai verso casa. C’era ancora un giorno per preparare il giornale (che non usciva il lunedì). Ma io avevo in testa pensieri che scavalcavano la questione del giornale: e poi incisero su tutta la mia vita» (P. Ingrao, Volevo la luna, Einaudi, 2006). Non c’è niente da fare, alla ricostruzione dello stalinista “pentito” preferisco di gran lunga l’esibito cinismo dello stalinista di ferro che festeggia il massacro di lavoratori e studenti: la coerenza, ancorché spesa a favore delle classi dominanti, va sempre apprezzata – e perciò stesso ancor più radicalmente combattuta.
(4) P. Mieli, Il Corriere della Sera, 3 aprile 2012.
(5) «Gli intellettuali che erano stati allevati dal Pci secondo il principio che l’Unione Sovietica era la terra della libertà, che l’Occidente capitalista era l’oppressore delle masse e dei popoli, che l’Urss era infallibile, che il Pci era infallibile, ricevettero almeno tre pugni allo stomaco durante il convulso 1956. Dapprima il XX Congresso del Pcus, con la condanna dello stalinismo da parte di Kruscev, quindi la rivolta di Poznan nel giugno e la rivoluzione ungherese a cavallo fra ottobre e novembre, con la sanguinosa repressione armata per mano sovietica, ed infine l’atteggiamento, la posizione, il ruolo assunti dalla dirigenza del Pci e quindi dal Pci stesso. Quando Togliatti appoggiò l’intervento armato sovietico in Ungheria, tutte le illusioni, le utopie, i sogni degli intellettuali comunisti andarono in frantumi» (A. Vitali, http://www.ragionpolitica.it, 23 novembre 2006). Tuttavia, una simile catastrofe politico-esistenziale non fu sufficiente a fare aprire gli occhi degli «intellettuali comunisti» sulla colossale balla speculativa (chiamata Socialismo Reale) su cui essi avevano investito il loro preziosissimo capitale umano. D’altra parte, “utopie” e “sogni” di tal fatta è giusto, è meglio che vadano in malora.
(6) «In Italia la svolta chruščëviana creò traumi e profondi imbarazzi all’interno del Pci. Impossibile pensare di avviare un analogo processo a Botteghe Oscure: destalinizzare il partito avrebbe significato detogliattizzarlo, cioè fare venire meno il ruolo del suo pontefice massimo, […] la cui vicinanza al tiranno sovietico era stata esibita con orgoglio fino a pochi anni prima» (A. Frigerio, Budapest 1956. La macchina del fango). In effetti, anche il “culto della personalità” (quella nei confronti del Migliore) doveva fare i conti, se non con la storia, con il senso del ridicolo.
(7) F. Argentieri, Ungheria 1956: la rivoluzione calunniata, I libri di Reset, Milano 1996. Nel suo libro Argentieri pubblica il testo di un telegramma, rimasto segreto fino al 1992, che Togliatti inviò alla Segreteria del CC del Pcus il 30 ottobre 1956; eccone di seguito alcuni interessanti stralci, utili a comprendere sia l’impatto che gli avvenimenti ungheresi ebbero sul Pci, che il modo di ragionare del Migliore. «Gli avvenimenti ungheresi hanno creato una situazione pesante all’interno del movimento operaio italiano, e anche nel nostro partito. […] Nel nostro partito si manifestano due posizioni diametralmente opposte e sbagliate. Da una parte estrema si trovano coloro i quali dichiarano che l’intera responsabilità per ciò che è accaduto in Ungheria risiede nell’abbandono dei metodi stalinisti. All’altro estremo vi sono gruppi che accusano la direzione del nostro partito di non aver preso posizione in difesa dell’insurrezione di Budapest e che affermano che l’insurrezione era pienamente da appoggiare e che era giustamente motivata. Questi gruppi esigono che l’intera direzione del nostro partito sia sostituita e ritengono che Di Vittorio dovrebbe diventare il nuovo leader del partito. […] Nel momento in cui noi definimmo la rivoluzione come controrivoluzionaria ci trovammo di fronte a una posizione diversa del partito e del governo ungheresi e adesso è lo stesso governo ungherese che esalta l’insurrezione. Ciò mi sembra errato. La mia opinione è che il governo ungherese – rimanga oppure no alla sua guida Imre Nagy – si muoverà irreversibilmente verso una direzione reazionaria. Vorrei sapere se voi siete della stessa opinione o siete più ottimisti. Voglio aggiungere che tra i dirigenti del nostro partito si sono diffuse preoccupazioni e che gli avvenimenti polacchi e ungheresi possano lesionare l’unità della direzione collegiale del vostro partito, quella che è stata definita dal XX congresso. Noi tutti pensiamo che, se ciò avvenisse, le conseguenze potrebbero essere molto gravi per l’intero nostro movimento». Togliatti temeva insomma che la transizione dallo stalinismo vecchia maniera al “nuovo corso” (uno stalinismo “soft”) potesse distruggere l’opera di un’intera vita – spesa al servizio delle classi dominanti.
(8) Come dimostra anche il famoso Manifesto dei 101 “dissidenti”: «Se non si vuole distorcere la realtà dei fatti, se non si vuole calunniare la classe operaia ungherese, […] occorre riconoscere con coraggio che in Ungheria non si tratta di un putsch o di un movimento organizzato dalla reazione […] ma di un’ondata di collera che deriva dal disagio economico, da amore per la libertà e dal desiderio di costruire il socialismo secondo una propria via nazionale». Come ricorda E. Carnevali in un breve saggio del 2006, i rappresentanti dei “dissidenti” ebbero un duro colloquio con Giancarlo Pajetta, che li accusò, peraltro non senza ragione, di mancare di realismo: «Il mondo è diviso in due blocchi… forse non sapevate che l’Estonia, la Lituania e la Lettonia sono occupate dai russi?» (I fatti d’Ungheria e il dissenso degli intellettuali di sinistra. Storia del Manifesto dei 101, Micromega, 9/2006). O di qua o di là: non si può essere filosovietici a metà! La randellata stalinista di Pajetta si adagiava, per così dire, sulla testa di personaggi che, non comprendendo la natura capitalista e imperialista dell’Unione Sovietica, cianciavano di «amore per la libertà» mentre sostenevano l’esigenza di appoggiare, in ogni caso («a prescindere», avrebbe detto il compagno Totò), il cosiddetto «Campo Antimperialista», al cui centro ovviamente troneggiava la Russia “socialista”. Chiunque osasse affermare che i due opposti – sul piano geopolitico – poli imperialistici (Usa e URSS, poi si aggiungerà la Cina)  condividevano un’identica natura di classe, veniva bollato come un agente provocatore al soldo dell’imperialismo – cioè degli Stati Uniti. C’è da dire, che nel giro di pochi giorni il gruppo dei dissidenti che firmarono il Manifesto di cui sopra si assottigliò alquanto; qualcuno di essi, come Antonello Trombadori, sfidò addirittura il ridicolo giurando di non averlo mai sottoscritto, altri si produrranno in abiure degne della causa stalinista che peraltro avevano sempre sostenuto acriticamente.