CATALOGNA. SUL PONTE SVENTOLA LA BANDIERA BIANCA! E NON SI CANTA L’INTERNAZIONALE…

L’ex Presidente della Catalogna Carles Puigdemont per molti è un eroe della ribellione indipendentista e della libertà. In questi ultimi tempi mi è capitato spesso di citare Franco Battiato, e oggi lo faccio ancor più volentieri anche come augurio di una sua pronta guarigione dopo l’ultima dolorosa caduta: «Abbocchi sempre all’amo. Le barricate in piazza le fai per conto della borghesia che crea falsi miti di progresso». Quando ci vuole, ci vuole!

Come ho scritto l’altro ieri, per me si tratta di battersi tanto contro l’unionismo spagnolo e l’attuale repressione giudiziaria e poliziesca scatenata da Madrid, quanto contro il secessionismo catalano, un progetto capitalistico al 100 per 100. Non si tratta di una posizione indifferentista, come sostengono coloro che sono abituati a pensare solo in termini di posizionamento (schieramento) interborghese (o stai con questa cosca capitalistica, supposta come il male minore, oppure con quella concorrente, supposta come “la peggiore”), ma di una posizione che cerca di costruire l’autonomia di classe a partire dalla disperata situazione in cui si trovano le classi subalterne di tutto il pianeta.

Ieri a Barcellona si gridava contro Madrid: «Questa non è giustizia, è dittatura! Questa non è democrazia, è fascismo!». Non sono d’accordo: questa è la giustizia borghese, questa è la democrazia borghese. Qualcuno ieri mi ha obiettato che nei miei post sulla crisi catalana non prendo in considerazione il carattere franchista (o fascista) del regime spagnolo; rispondo con una citazione: «Quando si usano le parole a casaccio finisce che si hanno idee a casaccio e si fanno proposte a casaccio. Il Governo PP-PSOE non è fascista: è un normale governo “democratico” come “democratico” è il governo di Trump, di Angela Merkel o di Paolo Gentiloni; solo gli incrollabili amici della democrazia borghese chiamano “fascisti” i governi quando manganellano i manifestanti, mettono le bombe sui treni, limitano il diritto di sciopero, partecipano ad aggressioni militari, ecc…; non hanno ancora capito che la democrazia borghese può essere violenta tanto quanto certi regimi fascisti» (Antiper). È sufficiente ricordare la repressione degli anni Settanta del secolo scorso in Italia e in Germania per capire con quanta maestria la democrazia capitalistica sappia dosare l’uso della carota e del manganello, della scheda elettorale e del carcere. Sulle superstizioni democratiche coltivate da molti sinistrorsi cosiddetti radicali, rinvio a miei diversi scritti (*).

In un precedente post avevo messo in luce il carattere leghista (soprattutto del leghismo delle origini, quello caldeggiato da Gianfranco Miglio, per intenderci) del movimento indipendentista catalano, e la sua connessione con la globalizzazione capitalistica, la quale tende a ridisegnare gli assetti politico-istituzionali dei Paesi e dei continenti seguendo le linee di forza generate dal processo capitalistico di produzione/distribuzione della ricchezza sociale. «Nella vecchia logica dello Stato moderno», scriveva Miglio, «si cercava ciò che poteva unire le nazioni e si rifiutava ciò che le divideva. Oggi la gente rifiuta questa maniera di ragionare. L’hanno rifiutata in Cecoslovacchia, la stanno rifiutando in Belgio e in Canada, per non parlare dell’ex impero russo. A poco a poco questa linea verrà respinta dappertutto, perché prevarrà la forza dell’economia, del mercato mondiale». Mi è ritornata in mente questa intelligente riflessione ieri sera, dopo aver letto l’ultima dichiarazione di Puigdemont dall’esilio (?) belga: «Il leader del Pdecat, Puigdemont, si considera in esilio anche se oggi ha detto che questo non gli impedirà di fare campagna, “visto che viviamo in una società globalizzata”» (ANSA). Ricordate il concetto di GloCal che impazzò durante l’epoca d’oro dell’ideologia globalista? Pensare globale e agire locale, si diceva. Ecco, l’ex Presidente della Generalitat, che si è detto pronto a consegnarsi «alla vera giustizia, quella belga» (prendo nota, non si sa mai…), sembra incarnare al meglio lo spirito GloCal.

L’interessante analisi di Oriol Nel·lo Colom (Limes) sembra avvalorare quanto appena detto: «Il processo d’integrazione europea – uno dei frutti più lampanti della dimensione politica della globalizzazione – è percepito come una cornice che, invece di frenare l’anelito indipendentista, ne assicura la viabilità, offrendo una struttura di protezione e di inquadramento per l’eventuale nuovo Stato. Da qui l’apparente contraddizione di un movimento sovranista che, a differenza di quelli nazionalisti xenofobi, si definisce europeista, benché il processo d’integrazione comunitaria comporti necessariamente una riduzione della sovranità degli Stati. Il movimento indipendentista catalano si inscrive dunque nella tendenza verso il rescaling della politica europea, che ha trovato terreno fertile in Scozia, nelle Fiandre e nel Paese Basco. Il fatto che, nonostante l’apparente immutabilità delle frontiere europee, sia emersa nell’ultimo quarto di secolo una nutrita schiera di nuovi Stati nel continente, molti dei quali hanno aderito all’Ue, ha anche contribuito a evidenziare l’esistenza di una finestra di opportunità per il movimento indipendentista. Da qui i continui richiami all’intermediazione europea da parte del suo corpo dirigente. Di contro, l’Unione Europea si è mostrata refrattaria a farsi coinvolgere, quantomeno pubblicamente, mentre la causa indipendentista non ha trovato sponde in alcun governo d’Europa, né in alcuna delle principali organizzazioni internazionali». La costruzione di un polo imperialista europeo in grado di competere con Stati Uniti e Cina non è esattamente un pranzo di gala e trova lungo il suo percorso ostacoli vecchi e nuovi.

«Migliaia di catalani si sono concentrati in tutto il paese davanti ai luoghi di lavoro a mezzogiorno per un minuto di silenzio all’appello delle organizzazioni della società civile indipendentista per protestare contro il “processo politico” avviato contro il Govern. Centinaia di persone si sono riunite davanti al Palazzo della Generalità a Barcellona gridando “Puigdemont è il nostro Presidente”, “Llibertat!” e cantando l’inno di Els Segadors» (La Stampa). Els Segadors, dunque!

Bon cop de falç!
Bon cop de falç, defensors de la terra!
Bon cop de falç!

Ara és hora, segadors!
Ara és hora d’estar alerta!
Per quan vingui un altre juny
esmolem ben bé les eines!

Que tremoli l’enemic
en veient la nostra ensenya:
com fem caure espigues d’or,
quan convé seguem cadenes!

Buon colpo di falce!
Buon colpo di falce, difensori della terra!
Buon colpo di falce!

È giunta l’ora mietitori!
È giunta l’ora di stare all’erta!
Per quando verrà un altro giugno
teniamo affilati gli arnesi!

Che tremi il nemico
vedendo la nostra insegna:
come facciamo cadere le spighe dorate,
quando è opportuno seghiamo le catene!

Ecco! Le catene bisogna segarle, non renderle più forti marciando a fianco del nemico di classe! E ovviamente questo vale per le classi subalterne non solo di Barcellona e di Madrid, ma di tutto il mondo. Come sottrarci alle lotte di potere intercapitalistiche (su scala locale, nazionale e internazionale)? Come costruire l’autonomia di classe e demistificare l’ideologia dominante (che trova alimento anche nell’eterno e falso dualismo tra democrazia e fascismo)? Come estirpare la pianta velenosa del nazionalismo delle piccole e delle grandi patrie? Questo è il tema che personalmente mi interroga in quanto proletario anticapitalista.

Compagni catalani e spagnoli, «teniamo affilati gli arnesi» contro il capitale, non contro una capitale (Barcellona o Madrid che sia)! Caspita, per un attimo ho creduto di essere Vladimiro… Sarà per via del noto centenario.

(*) solo alcuni titoli:

STATO DI DIRITTO E DEMOCRAZIA TRA MITO E REALTÁ

SULLA CRISI DELLA DEMOCRAZIA

LA “BELLA POLITICA”, DA PERICLE A PIPERNO

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IL PUNTO SULLA CRISI CATALANA

Scriveva Niccolò Locatelli su Limes all’indomani del referendum indipendentista catalano del 1º ottobre 2017: «La catastrofica e autolesionistica figura politica di David Cameron meriterebbe di essere rivalutata, se messa a confronto con il dilettantismo mostrato questa settimana dagli indipendentisti catalani. I quali stanno avendo molte difficoltà ad uscire dall’angolo nel quale loro stessi si sono rinchiusi». L’altro ieri Michele Boldrin su Linkiesta parlava dell’indipendenza catalana nei termini di «una pagliacciata, come previsto».  Per Michele Boldrin «La storia è un misto di tragedie e di farse. E per fortuna l’indipendenza catalana del 2017, al contrario di quella del 1934, appartiene a pieno alle seconde». Un’ultima citazione sul tema: «La vicenda dell’ex presidente catalano Carles Puigdemont, scappato in Belgio a elemosinare un asilo politico quasi impossibile dopo aver chiesto ai suoi di fare “resistenza democratica”, può essere letta come la parabola dell’avventurista. I quotidiani spagnoli, ma anche quelli catalani, ne danno un giudizio inesorabile» (Giulia Belardelli).

Certamente le ultime mosse dei “rivoluzionari” catalani non sono tali da poter confutare, o quantomeno mitigare, questi severi giudizi, tutt’altro. La figura politica e umana dell’ex Presidente della Generalitat appare, almeno ai miei occhi, senz’altro ridicola, più che drammatica. Ovviamente non sono fra quelli che lo vorrebbero vedere penzolare dall’albero dei “traditori” della patria catalana («la bandiera della rivoluzione catalana è stata gettata nel fango dall’avventurismo e dalla vigliaccheria di Puigdemont e soci»), né da quello dei “traditori” della patria spagnola. I miei nemici di classe non li consegnerei mai nelle mani del Leviatano capitalistico.

Sulle azioni dei leader indipendentisti, i quali sembrano essere andati allo scontro con Madrid confidando solo sulla buona sorte e sulla loro – presunta – superiore intelligenza politica, aleggia dunque lo spettro della farsa più scombinata e ridicola, che tuttavia potrebbe trasformarsi in un’autentica e sanguinosa tragedia per molti catalani che sono stati conquistati dall’ultrareazionario “sogno” secessionista. Ultrareazionario, beninteso, al pari del “sogno” unionista – ed europeista.

Volando a Bruxelles, forse Puigdemont credeva forse di portare nel cuore stesso dell’Unione Europea quel “dualismo di potere” che non è riuscito a radicare a Barcellona. La già citata Belardelli su questo punto ha le idee chiare: il leader indipendentista catalano ha portato nella capitale belga «tutta la goffaggine e l’inadeguatezza di un leader politico che ha cavalcato una causa populista senza prima assicurarsi di aver allacciato la sella. Ma il paradosso è anche per il debole governo belga, la cui fragilità ha permesso alla “farsa” catalana di finire proprio nel centro di un’Europa a sua volta sempre più fragile». Non c’è dubbio che la crisi catalana ha messo in luce, oltre che le magagne sistemiche della Spagna (in perfetta analogia con le magagne italiane: vedi la rinata Questione settentrionale), tutta la debolezza del progetto europeista, il quale deve ancora fare i conti con la dimensione nazionale degli attori chiamati a implementarlo. Più che per solidarietà europeista, i leader europei hanno sostenuto le ragioni di Madrid contro le ragioni di Barcellona per paura di un effetto domino transnazionale. Persino la Cancelliera di Ferro volgendo lo sguardo verso la Penisola Iberica ha visto controluce una possibile crisi bavarese.

Mi fanno ridere quelli che in Italia cianciano di «diritto all’autodeterminazione del popolo catalano» e poi negano al «popolo lombardo-veneto» il diritto a una più spinta autonomia politica e fiscale delle loro regioni! Come se le due vicende (ma è anche il caso della Scozia) non avessero, mutatis mutandis, una comune radice sociale individuabile nella natura altamente contraddittoria e conflittuale del processo sociale capitalistico, alla scala individuale (vedi alla voce alienazione: spesso vorremmo separarci da noi stessi!), locale, regionale, nazionale e mondiale. Più la globalizzazione capitalistica ci centrifuga come alimenti gettati dentro a un frullatore (altro che “omologazione”! altro che “pensiero unico”!), e più cerchiamo disperatamente – e pateticamente – di aggrapparci a qualche misero brandello di “identità”: nazionale, culturale, sportiva, etnica, sessuale, religiosa ecc.

Ai miei colleghi di classe dico che alla globalizzazione capitalistica non si risponde con successo alzando muri (economici, nazionalistici, identitari, eccetera), ma piuttosto abbattendo la madre di tutti i muri reali e virtuali: il Capitalismo. «E in attesa di eventi migliori, non facciamo niente?». È, questa, la solita puerile obiezione che lo pseudo rivoluzionario rivolge a chi intende praticare la “via maestra” della lotta di classe non con spirito “purista”, ma con la coerenza di un’autentica radicalità. Gli «eventi migliori» non cadono dal cielo nel mitico giorno x della rivoluzione sociale “dura e pura”, ma bisogna prepararli nei periodi di magra rivoluzionaria. Sto parlando dell’oggi. Non si tratta di opporre, banalmente e infantilmente, la lotta per gli obiettivi massimi a quella per gli obiettivi minimi: si tratta piuttosto di fare degli obiettivi cosiddetti minimi (come la rivendicazione di un salario migliore e di migliori condizioni di lavoro e di vita) altrettanti momenti utili a costruire rapporti di forza favorevoli alla realizzazione degli obiettivi cosiddetti massimi. L’autonomia di classe dei lavoratori e dei proletari è un obiettivo che va perseguito qui e ora, a partire da qualsiasi occasione di lotta e di conflitto sociale; esso non va rimandato a “tempi migliori”, i quali ovviamente non arriveranno mai se non ne vengono realizzati i presupposti. Come sapevano i rivoluzionari di una volta, è una fesseria voler scavare un fosso tra prassi e teoria, tattica e strategia.  Scriveva nel 1919 il giovane György Lukács: «Il criterio di un giusto agire in senso socialista, di una giusta tattica può essere esclusivamente lo stabilire se il modo dell’agire in un caso determinato serva a realizzare l’obiettivo finale»; per il rivoluzionario ungherese sono da considerare «cattivi tutti i mezzi che ottenebrano la coscienza di classe». Per Lukács anche gli «interessi materiali temporanei del proletariato» sono deleteri se contribuiscono a «ottenebrare» la sua coscienza di classe, a indebolirne l’autonomia di classe: il riformismo borghese, supportato fortemente dal collaborazionismo sindacale, non ha avuto altro significato. Ma rituffiamoci nell’attualità politica!

Qualche giorno fa Giorgio Cremaschi invitava «le compagne e i compagni» che non hanno condiviso il suo «omaggio al popolo della Catalogna, giudicando la sua lotta sbagliata, ambigua, borghese, egoista, nazionalista, eccetera», ad andare a scuola da Lenin: «Mi permetto di citare ciò che Lenin disse dell’emiro dell’Afghanistan, un reazionario che nel 1920 si batteva contro gli inglesi… Lenin disse che aveva fatto più danni all’imperialismo quell’emiro che tutta la socialdemocrazia e la sinistra europea. Per favore, a cento anni dalla Rivoluzione contro Il Capitale, come la definì Gramsci [e anche il mitico Antonio è sistemato!], non usate Marx e Lenin in senso scolastico e soprattutto da menscevichi. […] Lenin scriveva che per la rivoluzione vale il motto di Napoleone: si comincia lo scontro e poi si vede… Per favore compagni non date i voti a chi ci prova nella condizione reale in cui sta, soprattutto da un paese, il nostro, che dopo essere stato per decenni all’avanguardia dei conflitti in Europa oggi è alla più triste retroguardia. Cari compagni [e compagne no?] non fate i pedanti, ma siate generosi…».

Vorrei spendere solo due parole su quanto appena riportato, per ribadire la mia posizione sulla sempre più “bizzarra” e aggrovigliata crisi spagnola, e non certo per polemizzare con Cremaschi, dal quale peraltro mi separa un abisso concettuale e politico, visto che la “sinistra radicale” di cui egli fa parte è la diretta discendente di quel “comunismo” con caratteristiche italiane che ho sempre combattuto ritenendolo uno dei pilastri dello status quo sociale (ripeto: sociale, non meramente politico-istituzionale) del nostro Paese, insieme alla Democrazia cristiana e agli altri partiti della cosiddetta Prima Repubblica.

Secondo il leninista Cremaschi non corre dunque alcuna differenza, o una differenza politicamente trascurabile, tra i tempi storici e la specifica situazione sociale e geopolitica nella quale agiva Lenin, e i nostri tempi, la concreta realtà sociale e geopolitica nel cui seno si dipana anche la crisi catalana, che poi è la crisi del regime spagnolo com’è venuto fuori dopo la morte di Franco. Secondo lui le guerre nazionali dei Paesi sottoposti al colonialismo e all’imperialismo ancora ai tempi di Lenin, avevano, sempre cambiando quel che c’è da cambiare, lo stesso significato storico e lo stesso impatto sugli equilibri interimperialistici che potrebbe avere l’indipendentismo catalano. Un minimo sindacale di analisi materialistica della società spagnola, Catalogna incluso, e dello scenario mondiale di riferimento consente di confutare nel modo più assoluto ogni accostamento storico tra i fatti richiamati polemicamente da Cremaschi e le vicende di cui ci occupiamo oggi. Sulla natura fondamentalmente “leghista” della questione catalana rimando ai miei due precedenti post (*). Tra l’altro, l’emiro reazionario afghano probabilmente organizzava attentati contro l’imperialismo inglese, mente l’ex Presidente reazionario della Generalitat è scappato via per chiedere sostegno all’imperialismo europeo: c’è una leggerissima differenza tra le due cose, mi pare. Ma sicuramente si tratta di una raffinatissima strategia politica che un’indigente di dialettica e un dottrinario come chi scrive non è in grado di apprezzare nella sua autentica sostanza.

«Lenin scriveva che per la rivoluzione vale il motto di Napoleone: si comincia lo scontro e poi si vede»: verissimo! Ai menscevichi (quelli veri!) che, testi marxiani alla mano, giudicavano immatura la rivoluzione proletaria nella Russia capitalisticamente arretrata, Lenin, che inquadrava il Grande Azzardo dell’Ottobre ’17 nel quadro della rivoluzione sociale internazionale (una “sottigliezza” politico-concettuale che quasi tutti i cultori della materia tendono a trascurare, e che nemmeno il Gramsci pizzicato da Cremaschi comprese), rispondeva appunto che i bilanci non si tirano prima della battaglia, ma dopo. Ora, di che guerra, di che rivoluzione stiamo discutendo nel caso della Catalogna? La risposta mi appare di una semplicità a dir poco imbarazzante: di una guerra di potere tutta interna agli interessi delle classi dominanti, catalane e spagnole. Parlare di «guerra nazionale» e di «rivoluzione» nel caso di specie, e negli altri casi simili, è semplicemente ridicolo, e io tratto l’argomento solo per contribuire a dissipare qualche dubbio in chi frequenta la cosiddetta sinistra radicale.
Leggendo alcuni articoli sinistrorsi (pubblicati ad esempio dal Blog Contropiano) sulla crisi catalana mi è sembrato di leggere la cronaca della Rivoluzione Russa! Mancavano all’appello solo i Soviet e la madre di tutte le rivendicazioni: Pace, pane e terra! Forse la suggestione del Centenario ha causato in alcuni qualche scompiglio intellettuale. È un’ipotesi, beninteso.

Chi ha voluto e chi ha cominciato lo scontro in Catalogna? Si risponde: «il popolo catalano». Già, certo, il “popolo”! Il “popolo” ha sempre ragione! Chi siamo noi per dare voti e lezioni al popolo «che ci prova»? Ma «ci prova» a fare che cosa esattamente, compagno leninista: a fare la rivoluzione? a costruire “una nuova e socialmente più avanzata” sovranità nazionale? a conquistare una maggiore libertà e migliori condizioni di vita? a mettere in crisi l’odierno assetto interimperialistico? a ricostruire un fronte di classe? Ovviamente nulla di tutto questo, e come sempre al netto delle illusioni e dei veri e propri autoinganni coltivati dai singoli e dalle masse. Il cosiddetto “popolo”, in Catalogna, in Spagna e ovunque in Europa e nel mondo (vedi anche le cosiddette “Primavere arabe”), oggi è solo una bestia da soma che tira il pesante carro del Dominio. Lo so che dire questo non è né “popolare” né “populista”, ma io non mi devo presentare alle prossime elezioni, ed essendo un modestissimo scolaro di Marx so che le classi subalterne, alle quali purtroppo appartengo per “anagrafe sociologica”,  non vanno mai adulate e accarezzate per carpirne la simpatia, ma criticate puntualmente per sollecitarne la crescita politica in vista dell’agognata autonomia di classe. Quantomeno uno ci tenta, e che diamine!

L’idea, poi, che si possa “cavalcare da sinistra” un movimento politico-sociale interamente subordinato agli interessi capitalistici, è qualcosa che rasenta l’idiozia. In realtà questa idea rivela la natura borghese della “sinistra radicale” di cui parlano molti sedicenti anticapitalisti.

E poi, in che senso è legittimo, sul piano dell’analisi sociale e dell’iniziativa politica, parlare di “popolo”? Come aveva già capito Marx, ragionare in termini di popolo significa inchinarsi agli interessi della classe che nell’ambito del popolo ha più potere sociale: la borghesia. E difatti il più delle volte il comunista di Treviri parlava di «popolo dei lavoratori», un popolo di salariati contrapposto a quel concetto borghese di popolo che sta al centro dell’ideologia pattizia elaborata dalla borghesia nella sua fase rivoluzionaria: vedi, fra l’altro, Rousseau. Non si tratta, come si vede bene, di pedanti sofismi dottrinari, di sottigliezze teoriche prive di contenuto politico e di attualità, ma di precise demarcazioni concettuali che hanno un gigantesco significato politico che l’anticapitalista (Cremaschi si senta dunque esonerato dalla difficilissima incombenza) deve sforzarsi di far valere nella situazione presente, una contingenza caratterizzata dalla confusione politica e ideale più totale.

Come mi capita spesso di dire, nel XXI secolo e soprattutto nei Paesi capitalisticamente avanzati (vedi Spagna) quando si parla di “popolo” bisogna mettere subito le mani alla pistola: sicuramente si tratta di una truffa, di una menzogna, di un miserabile tentativo di trascinare le classi subalterne in una guerra che non è la loro (la nostra, la mia) guerra. Nell’epoca del dominio totalitario del Capitale su tutto il pianeta parole come “popolo”, “nazione”, “sovranità nazionale”, “patria” eccetera suonano odiosamente false: esse non sono che fumo ideologico dietro il quale si nascondono enormi interessi economici, politici e geopolitici. Il nazionalismo delle grandi e delle piccole patrie appare sempre più per quel che è, e cioè una disgustosa menzogna ideologica che serve alle classi dominanti di tutte le nazioni per tenerci ben stretti al carro dello status quo sociale e portarci quando serve sul campo di battaglia, reale e virtuale, così che possiamo scannarci, l’un l’altro armati di fucili o di schede elettorali, per affermare la volontà dei nostri padroni. Spagnoli o catalani, italiani o lombardo-veneti, britannici o scozzesi, americani o californiani: sempre di padroni si tratta!All’invocazione del “popolo” fatta dai capitalisti e dai loro funzionari politici e ideologici, occorre rispondere con la lotta di classe, la sola via di fuga dall’impotenza che oggi vede il popolo dei nullatenenti disarmati di fronte agli opposti interessi che lo tengono in una morsa che si strige sempre più.

«E poi con chi stareste voi, con un popolo che si ribella, ripeto con ambiguità e contraddizioni, e che in questa ribellione matura, o con il Re e i postfranchisti che lo reprimono? Siete sicuri di potervi chiamare fuori da tutto questo?». Bel modo di ragionare, quello del leninista Cremaschi! Un modo di ragionare, sia detto en passant, perfettamente organico alla “sinistra radicale” di cui egli è uno dei leader più apprezzati e autorevoli. O stai dalla parte del «popolo che si ribella» (e che, come si è detto prima, ha sempre ragione, per definizione populista, anche quando sbaglia, esattamente come il cliente che non bisogna mai lasciarsi scappare dalle grinfie a beneficio della concorrenza), oppure stai dalla parte della monarchia e dei postfranchisti: il bolscevico Cremaschi non vede alternative possibili a questo drammatico (o comico?) aut-aut. Per me invece l’alternava si dà, eccome! Questa alternativa si chiama indipendenza di classe e disfattismo di classe. Si può benissimo essere contro il progetto indipendentista del «popolo catalano» (leggi: della classe dominante catalana) senza per questo appoggiare, neanche “oggettivamente”, la causa unionista, monarchica e postfranchista di Madrid. «Si può essere nemici del regime costituzionale senza essere per questo amici dell’assolutismo» disse una volta l’uomo con la barba; Marx portava forse acqua al mulino dell’assolutismo? «Sì, oggettivamente». Non l’avevo capito!

Essere disfattisti non significa affatto essere indifferenti, starsene con le mani in mano a guardare gli altri che si danno battaglia, nelle piazze o nelle urne, per conto dei loro padroni, come sostengono le novelle mosche cocchiere della “rivoluzione” che si credono più furbe del cavallo che ha la gentilezza di portarle a spasso per il capitalistico mondo; essere disfattisti significa invece lottare contro tutte le fazioni padronali, contro tutti i partiti al servizio della Nazione e dello Stato. Essere disfattisti in Spagna e in Catalogna oggi significa rigettare gli interessi capitalistici che fanno capo a Madrid e a Barcellona e battersi perché non un solo individuo muoia per sostenere quegli interessi. Unionismo? Secessionismo? Europeismo? Non in nostro nome!

(*) ALCUNE RIFLESSIONI SULLA CATALOGNA; CATALOGNA E NON SOLO. PER UNA “SECESSIONE DI CLASSE” CONTRO GLI OPPOSTI NAZIONALISMI.

CATALOGNA E NON SOLO. PER UNA “SECESSIONE DI CLASSE” CONTRO GLI OPPOSTI NAZIONALISMI

Un commentatore politico (forse Antonio Polito) ha parlato di «rivoluzione dall’alto» a proposito del processo secessionista in atto in Catalogna; io toglierei la «rivoluzione», che non c’entra assolutamente niente con la cosa di cui parliamo, e lascerei senz’altro «dall’alto», anche se è un “alto” ben nascosto dalla fenomenologia di massa dell’evento qui rapidamente analizzato. D’altra parte nel XXI secolo il marketing – commerciale e politico – ci ha abituati ad associare la parola “rivoluzione” alle cose più stupide e banali di questo mondo.

Qualche giorno fa un intellettuale di “destra” (forse Pietrangelo Buttafuoco) ha scritto da qualche parte che «la secessione è un lusso che possono permettersi solo i ricchi». Pensava naturalmente alla Catalogna, ma anche alle regioni “leghiste” dell’Italia del Nord, Veneto e Lombardia in primis. Se prendiamo in considerazione l’Europa occidentale, le cose stanno proprio così, e anche nell’ex Yugoslavia furono soprattutto le ragioni più ricche (o meno povere) e socialmente più dinamiche (Croazia e Slovenia) a spingere l’acceleratore dell’indipendentismo nazionale che mandò in frantumi la creatura geopolitica assemblata da Tito alla fine della Seconda guerra mondiale, come esito di quella carneficina. Io stesso nel precedente post dedicato alla Catalogna sottolineavo l’aspetto “leghista” della vicenda. Naturalmente sarebbe sbagliato cancellare le peculiarità storico-sociali degli eventi e delle “problematiche” qui ricordati, ma certo è che tirando il filo della “struttura”, degli interessi materiali, qualcosa di vero e di significativo viene sempre a galla.

La Catalogna oggi vanta condizioni capitalisticamente invidiabili, sempre relativamente parlando: con il 16% della popolazione spagnola (7 milioni e mezzo di abitanti su un totale di oltre 47 milioni) la Catalogna è fra le principali mete turistiche della Spagna, ha un Pil pari a quasi il 20% del Pil spagnolo, vanta circa il 23% della produzione industriale spagnola (ospita anche le fabbriche automobilistiche della Seat e della Nissan), è sede di quasi la metà (il 46%) delle imprese estere che investono in Spagna (si parla di 7.000 multinazionali estere), ha un reddito pro capite più alto della media nazionale e forse anche di quella continentale (27.663 euro contro i 24.100 della media spagnola), ha una tasso di disoccupazione inferiore a quello nazionale (circa il 13,2% contro il 17,2%), e molto altro ancora. La squadra ricca e vincente del Barcellona sintetizza plasticamente l’orgoglioso spirito agonistico della Catalogna di oggi.

Certo, non tutti i catalani possono vantare stipendi milionari come quelli che allietano le fatiche dei campioni del Barça, ma questo è tutto sommato un dettaglio, diciamo, e poi non voglio scivolare nella facile demagogia: da sempre disprezzo con tutte le mie forze i professionisti dell’invidia sociale. «Nessuno è contro la Spagna o pensa che la Spagna sia il nemico. Perché un indipendentista non potrebbe giocare con la Spagna? Siamo tutti uguali, vogliamo tutti giocare e vincere. La Spagna e la Catalogna sono come padre e figlio, dove il figlio a 18 anni chiede di andare via di casa. Bisogna dialogare. La cosa più importante sono il rispetto e il dialogo». È quanto ha dichiarato il catalano Gerard Piquè, giocatore simbolo del Barcellona e pezzo forte della Nazionale spagnola. Quasi mi commuovo. Ho detto quasi. A quanto pare, Re Felipe VI e il Premier Rajoy non si sono commossi neanche un po’ ascoltando i discorsi accomodanti di molti indipendentisti catalani “moderati”; forti dell’appoggio ricevuto dall’Unione Europea, essi invece intendono mettere senz’altro con le spalle al muro la Generalitat ribelle, magari nel tentativo di spaccare e indebolire il fronte secessionista. Ieri il quotidiano catalano Avanguardia scriveva che la dichiarazione unilaterale di indipendenza avrebbe esiti catastrofici per la Catalogna, e che la strada da seguire è quella del dialogo, contro gli opposti estremismi di Madrid e di Barcellona. Quanto mi piacerebbe vedere i miei “colleghi di classe” spagnoli e catalani mandare a…, a quel paese, diciamo, le opposte fazioni sovraniste! Lo so, è una speranza destinata a rimanere delusa.

I catalani che sostengono la secessione da Madrid non si chiedono se il successo della loro regione (pardon, nazione) abbia anche a che fare con il recente passato della Spagna (scrive Aldo Cazzullo: «La Catalogna non è una terra oppressa da un conquistatore. È la regione più ricca della Spagna, e lo è diventata anche grazie al sudore e talora al sangue degli operai andalusi, dei muratori estremegni, dei manovali manchegos, dei lavoratori venuti dalle regioni più povere»); o se l’attuale relativo “benessere” possa durare fuori dal vigente quadro nazionale, e questo semplicemente perché essi sono concentrati su come custodire e possibilmente migliorare questa posizione. Tra l’altro essi confidano, non si sa quanto fondatamente, su un rapido riconoscimento del fatto compiuto da parte dell’Unione Europea, la sola cornice geopolitica possibile per una Catalogna capitalisticamente avanzata. Ma i catalani più radicalmente indipendentisti (si possono trovare a “destra” come a “sinistra”) guardano piuttosto alla Russia, alla Cina, al Venezuela come possibili “alleati”.

Ora, che c’è di male in tutto questo? Assolutamente niente! C’è forse qualcosa di male nel secessionismo lombardo-veneto, o in quello, tanto per dire, siciliano? Io credo di no, e non darò nessun contributo alla conservazione del vecchio status quo nazionale, che si tratti di Spagna o di Italia, di Madrid o di Roma. Sono piuttosto refrattario, per dirla gentilmente, ai richiami della patria.

Dimenticavo però di aggiungere al ragionamento questa piccola precisazione: non c’è nulla di male se tutto questo è considerato dalla prospettiva del successo capitalistico e della dinamica capitalistica, considerata in tutta la sua dimensione sistemica (economica, politica, geopolitica), e non a caso nel già citato post sulla Catalogna ho richiamato il concetto di sviluppo ineguale e ho citato Gianfranco Miglio, il cosiddetto teorico della Lega bossiana. Se la cosa viene invece considerata dalla prospettiva dell’autonomia politica, ideale e psicologica delle classi subalterne, essa assume un aspetto completamente diverso, ossia l’aspetto di un ennesimo “incasinamento” di quella prospettiva, visto che si chiede al proletariato catalano (o lombardo-veneto) di sottoscrivere un nuovo patto sociale, ossia la sua resa incondizionata dinanzi agli interessi nazionali declinati in salsa catalana, e magari lo si inganna con la prospettiva di più alti salari e di un più ricco welfare, frutto del mancato prelievo fiscale da parte del «parassitario e ladro» Stato centrale: «Madrid, ladrona, la catalogna non perdona!».

Al tempo del referendum sulla Brexit i politici inglesi che sostenevano l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione parlavano di una drastica diminuire dell’immigrazione, di uno spettacolare aumento dell’occupazione e di un netta riduzione dei costi del sistema sanitario e del welfare in generale, in caso di successo. Il “popolo” abboccò all’amo degli interessi nazionali: «Prima la Gran Bretagna!». E ci ricordiamo la vicenda greca ai tempi del referendum del 5 luglio 2015 sul famigerato Terzo Memorandum della Troika? Sempre nuovi specchietti per le allodole appaiono all’orizzonte delle classi subalterne, soprattutto in tempi di crisi sociale. Per la lotta di classe c’è sempre tempo! E poi, dove le mettiamo le “tappe intermedie”? Lo riconosco, sono un proletario impaziente.

Negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso fu il nazionalismo andaluso a venire incontro agli interessi del capitale spagnolo minacciati dalla lotta dei contadini poveri dell’Andalusia e dei portuali di Cadice, assorbendo e deviando le energie della ribellione sociale verso le sabbie mobili delle rivendicazioni identitarie. Nazionalismo indipendentista, repressione poliziesca e militare, gestione (finalmente!) democratica del conflitto sociale: e il gioco è fatto. Analogo discorso, mutatis mutandis, si può fare per i Paesi Baschi.

Gli interessi nazionali, non importa se declinati da Madrid o da Barcellona, da Milano o da Roma, corrispondono sempre e puntualmente agli interessi delle classi dominanti, ed è per questo che l’anticapitalista si batte contro ogni forma di nazionalismo, di patriottismo e di sovranismo. Nel caso di specie, secessionisti e unionisti per me pari sono. Per come la vedo io, bisogna piuttosto lavorare per la secessione dell’umanità dal Capitalismo. Tappa intermedia: la secessione delle classi subalterne dall’ideologia dominante che, come diceva quello, è l’ideologia delle classi dominanti.

Mi fanno ridere quegli ultrasinistri, catalani e non, che sventolano La Questione nazionale e coloniale della Terza Internazionale per sostenere le ragioni secessioniste della Catalogna, dimostrando in tal modo che per loro il materialismo storico è pura ideologia e fraseologia salottiera da mettere al servizio degli interessi nazionali di questa o quella fazione capitalista, nazionale e sovranazionale.