IL CAPITALE SECONDO VILFREDO PARETO

Nicola Porro ha letto – o riletto – Il Capitale di Vilfredo Pareto, un saggio critico scritto dall’eminente sociologo ed economista italiano nel 1885, e ripubblicato quest’anno dall’editore Aragno, e ne è rimasto letteralmente estasiato: «È favoloso vedere la lucidità di Pareto e scorgere in alcune sue critiche al marxismo, alcuni tic che ancora contraddistinguono il pensiero dominante e collettivistico di oggi». Già solo questo ammirato giudizio ci fa comprendere quanto poco Porro abbia compreso Il Capitale marxiano, e questo, come vedremo, anche sulla pessima scia di Pareto (1). Con quanta superficialità e assenza di cultura storica Porro si approccia a Marx e al cosiddetto marxismo è ben rivelato dagli spassosi passi che seguono: «Alla fine dell’Ottocento Karl Marx è una star. È un Saviano [che faccio, rido?], si parva licet [ah, ah, ah!], su scala globale: è la cosa giusta, scritta nel momento giusto, e appoggiata dai salotti giusti. Sono in pochi a contestarlo [come no!]. Il socialismo è agli inizi, ma gode di grande fama». Ai «salotti giusti» è sufficiente aggiungere i «poteri forti» i «giornaloni» e i salotti radical-chic, ed ecco Marx trasformato in un Bertinotti qualunque, in un protagonista della scena politico-mediatica dei nostri miserabili tempi. Ma che film storico ha visto il signor Porro? Affari suoi, comunque, e del resto lui scrive per un pubblico che non vuole ragionare criticamente, ma desidera piuttosto intrupparsi in una delle tifoserie che movimentano la scena politica di Miserabilandia. Com’è noto, Porro ama tifare per le squadre che si schierano “a destra” del metaforico campo di gioco e che propugnano un capitalismo liberale/liberista insofferente nei confronti di ogni forma di statalismo. Ora, non avendo capito un solo fico secco degli scritti marxiani (ammesso che non si siano limitati a ripetere secolari quanto infondati luoghi comuni fabbricati dai detrattori dell’ubriacone di Treviri), i personaggi alla Porro credono che il comunista tedesco sia nientemeno il padre di tutti gli statalisti sinistrorsi, e quindi ritengono che attaccandolo raggiungono più facilmente il loro target. Ecco perché non mi sento minimamente chiamato in causa dalle «critiche al marxismo e ad alcuni tic che ancora contraddistinguono il pensiero dominante e collettivistico di oggi», critiche che anzi mi divertono alquanto proprio per l’inconsistenza dottrinaria di chi le formula.

Giustamente Porro scrive che, in generale, Pareto critica «la cosiddetta teoria del valore marxiana», e che tale critica è «cosa che oggi è diventata generalmente accettata»: dalla scienza economica borghese, mi permetto di aggiungere. D’altra parte è più che logico che sia così, considerato che la marxiana teoria del valore è in primo luogo una radicale critica dei rapporti sociali capitalistici, i quali sono, per Marx e per il modesto scolaretto che scrive, rapporti di dominio e di sfruttamento. Ma veniamo al peso massimo!

Il saggio di Pareto, scritto nel 1894 come Introduzione al più celebre testo marxiano pubblicato nel 1867 (2), esordisce osservando che «il libro di Carlo Marx dovrebbe intitolarsi il capitalista, piuttosto che il capitale, almeno se si vuole intendere quest’ultima parola nel senso, abbastanza generalmente ammesso, di beni economici destinati a facilitare la produzione di altri beni» (3). Già da queste poche frasi si capisce come l’intellettuale italiano non abbia compreso il concetto marxiano di capitale, e come egli si muova concettualmente all’interno di quella economia politica che Marx giustamente definì volgare, ossia priva di profondità analitica e ferma al punto di vista del pensiero comune, e robinsoniana, ossia priva di senso storico, tale cioè da trasformare le categorie dell’economia politica in platoniche idee eterne, perfettamente in grado di penetrare i misteri di ogni sistema economico-sociale: da Adamo ed Eva in poi. Attribuire un significato storico e sociale ben preciso alle categorie economiche adoperate dalla moderna economia politica, ebbe per Marx il significato di trattare la società borghese come un sistema sociale transeunte esattamente come lo furono le società che l’hanno preceduta, e facendo ciò egli si appropriò e al contempo superò il metodo storico-dialettico hegeliano, il quale aveva indicato appunto nella società borghese il compimento del processo storico.  A differenza di Marx, Pareto aveva dunque del capitale una concezione non storica ma metastorica, idealistica o, appunto, robinsoniana, come dimostra la seguente citazione: «Robinson nella sua isola aveva dei beni economici che egli impiegava nella produzione di altri beni, cioè aveva dei capitali, ma non aveva alcuna circolazione né di merci, né di denaro» (4). Per Pareto, anche l’arco e le frecce dei cacciatori primitivi rientrano a pieno titolo nella rubrica del capitale: robinsonate, appunto (5). Scrive Marx: «Nessuna produzione è possibile senza uno strumento di produzione, non fosse altro questo strumento che la mano; nessuna produzione è possibile senza lavoro passato, accumulato, non fosse altro questo lavoro che l’abilità assommata e concentrata nella mano del selvaggio mediante l’esercizio ripetuto; il capitale è tra l’altro anche uno strumento di produzione, anche lavoro passato, oggettivato; dunque il capitale è un rapporto naturale eterno, universale. Ovverosia, a condizione che io tralasci proprio quell’elemento specifico che solo trasforma uno “strumento di produzione”, in un capitale» (6). Solo sotto determinate condizioni storiche lo strumento di produzione, la materia prima e lo stesso lavoro, ossia i fattori produttivi che incontriamo nelle diverse formazioni storico-sociali, assumono la natura di capitale, e ciò per Marx si realizza nella forma capitalisticamente più “pura” – ossia peculiare – nel momento in cui il produttore immediato della ricchezza sociale (l’operaio, il contadino) viene violentemente allontanato dal possesso dei fattori produttivi e, quindi, dal prodotto del suo lavoro, la cui proprietà è presa in carico in forma monopolistica dal Capitale – non importa quale forma giuridica assume la proprietà capitalistica (7).

Ma per Marx è l’esempio robinsoniano in quanto tale che non ha la benché minima consistenza “scientifica”, un briciolo di senso che non sia quello di mettere in luce la concezione ingenua e fallace del processo sociale di chi lo adopera credendo di poter semplificare fondatamente passaggi logici e storici. «Il singolo ed isolato cacciatore e pescatore con cui cominciano Smith e Ricardo, appartengono alle immaginazioni prive di fantasia che hanno prodotto le robinsonate del XVIII sec. […] La produzione dell’individuo isolato al di fuori della società è un tale assurdo quanto lo è lo sviluppo di una lingua senza individui che vivano insieme e parlino tra loro. Ma è inutile indugiare su questo punto. E non ci sarebbe neppure bisogno di toccarlo se questa insulsaggine, che aveva un senso e una ragione per gli uomini del XVIII secolo, non fosse stata reintrodotta seriamente nel bel mezzo dell’economia più moderna da Bastiat, Carey, Proudhon ecc.» (8). Un’insulsaggine che evidentemente ha fatto breccia anche nel pensiero “scientifico” di Pareto. E non per caso.

Pareto distingue il capitale semplice, che sarebbe più corretto definire capitale eterno («beni destinati alla produzione di altri beni»), e capitale appropriato, «capitale che funziona nelle mani dei capitalisti»: «Il libro di Carlo Marx è evidentemente diretto contro questa categoria di capitali, o, in altri termini, contro i capitalisti. quanto al capitale semplice, Carlo Marx non ne disconosce per nulla l’importanza. […] È il capitalista il nemico» (9). Secondo il nostro scienziato sociale Marx vorrebbe salvare il Capitale e annientare i capitalisti. Ora, anche un modestissimo lettore dei testi marxiani, qual è certamente chi scrive, non può che sorridere dinanzi a una sciocchezza così grossolana; è noto, infatti, che Marx scrisse che si occupava dei singoli capitalisti solo nella loro qualità di funzionari del Capitale, in quanto personificazione (incarnazione) di esso. Per Marx, infatti, il capitale è in primo luogo un rapporto sociale storicamente determinato, e per questo la “fenomenologia” giuridica riguardante la sua proprietà (privata, statale, mista, cooperativistica, azionaria) nulla toglie e nulla aggiunge alla sua sostanza storica e sociale. Su questa infondata interpretazione dei testi marxiani è potuta nascere la miserabile leggenda del Marx statalista. Sulla differenza abissale che corre tra statalizzazione e socializzazione rimando al mio post Sul concetto di socializzazione.

A differenza dei socialisti piccolo-borghesi del suo tempo, che piagnucolavano sui “lati negativi” dello sviluppo capitalistico e che propugnavano un ritorno della società borghese verso forme meno “selvagge” e disumane di economia mercantile, Marx si sforzò di individuare piuttosto le cause di fondo che rendono assolutamente necessario il continuo sviluppo delle forze produttive sociali in regime capitalistico, un imperativo categorico che periodicamente entra in conflitto con la vitale ricerca del profitto; non si trattava, per lui, di superare i “lati cattivi” del Capitalismo e di conservarne i “lati buoni”, oppure di restaurare forme economiche ormai superate, che peraltro avevano preparato il terreno per la nascita della moderna società borghese, ma di oltrepassare in avanti, con una coraggiosa – o magari semplicemente disperata! – corsa rivoluzionaria, il regime sociale capitalistico, e mettere finalmente al servizio dell’intera umanità quanto il millenario processo storico-sociale ha prodotto in termini di conoscenze tecniche e scientifiche (10). Questo atteggiamento storico (materialistico), così distante dall’indignazione moralistica del piccolo-borghese progressista, nei confronti del Capitalismo ha indotto nella testa dei lettori più superficiali e indigenti di dialettica dei tasti marxiani l’idea che Marx fosse, sotto sotto, un entusiasta apologeta dello sviluppo capitalistico: niente di più falso e di più ridicolo! Bisogna riconoscerlo: la dialettica materialistica non è pane per i denti degli scienziati sociali che amano proiettare la propria insulsaggine dottrinaria sul pensiero altrui. Almeno questa è la convinzione di chi scrive.

Scrive Marx: «La particolare, specifica funzione del capitale è la produzione di plusvalore che non è niente altro che produzione di pluslavoro, appropriazione di lavoro non pagato nel reale processo produttivo, che si presenta materializzato come plusprodotto» (11). Come si vede, qui Marx parla della funzione peculiare del capitale, non del capitalista, e analoghe precisazioni si trovano in diverse pagine del Capitale, testo che concepisce il Capitalismo non come la risultante di molteplici scelte economiche prese dai detentori di capitali, ma come il primo modo di produzione realmente sociale apparso sulla scena storica. La stessa teoria marxiana del valore (a cominciare dalle distinzioni tra valore e prezzo di produzione, tra lavoro concreto e lavoro astratto, tra plusvalore e profitto) non è accessibile alla comprensione se non si tiene fermo il principio della totalità sociale che informa l’analisi critica marxiana. E difatti Pareto mostra di non comprendere, per l’essenziale, il nocciolo di questa teoria, anche perché egli tratta come un cane morto il lascito dottrinario degli economisti classici: «Noi riputiamo, per nostro conto, assolutamente oziosa, nello stato attuale della scienza, ogni discussione che non abbia altro scopo che di sapere che cosa si deve intendere per valore, capitale, o altre simili espressioni. È questa una questione che appartiene alla filologia, ma non già alla scienza economica» (12). Per Pareto la sostanza storica e sociale del valore, del capitale, della merce, del lavoro salariato o di altre simili “cose” non rappresenta un problema ma un fatto del tutto privo di misteri da svelare, di zone d’ombra da rischiarare attraverso l’analisi. Mentre per la scienza economica positiva – e apologetica – il rapporto sociale capitalistico è un dato, un fatto compiuto che bisogna accettare acriticamente alla stregua del contadino che accetta l’esistenza della terra, del sole e della pioggia come intangibili ed eterni elementi naturali (13), per Marx all’opposto questo rapporto sociale rappresenta un problema, anzi: il problema, da sviscerare e approfondire in tutti i suoi complessi e contraddittori aspetti. Per lui «il capitale [è] un essere incredibilmente misterioso», e lo è soprattutto perché «la produzione capitalistica sviluppa su grande scala le condizioni del processo lavorativo come potenze dominanti il singolo lavoratore e a lui estranee. […] Le condizioni di lavoro si accumulano come forze sociali che si impongono al lavoratore e, in questa forma, vengono capitalizzate» (14). È in questa dimensione di pura alienazione/reificazione che le forze sociali assumono l’aspetto di capitale, almeno nell’accezione marxiana del concetto che personalmente sposo in toto. Ed è esattamente questa mostruosa (disumana) dimensione che conferisce un grado altissimo, e mai conosciuto nella storia umana, di irrazionalità all’economia che ha fatto dell’uso della scienza e della tecnica la sua stessa condizione di esistenza. Naturalmente per lo scienziato sociale “oggettivo” e “avalutativo” tutte queste considerazioni non sono che fuffa filosofica che niente a che fare ha con l’analisi puntuale e rigorosa dei fatti economici; ciò è perfettamente conforme alla sua concezione feticistica del processo che crea e distribuisce la ricchezza sociale in regime capitalistico. Lo stesso feticismo, ancor prima che nelle teste degli economisti “avalutativi”, si sviluppa nella realtà del processo produttivo: «non i mezzi di produzione, le condizioni materiali del lavoro appaiono sottomessi al lavoratore, ma questo ad essi. È il capitale che impiega il lavoro. Già questo rapporto, nella sua semplicità, è personificazione delle cose e reificazione delle persone» (15). Il recente dibattito intorno all’uso sempre più massiccio e “pervasivo” delle cosiddette tecnologie intelligenti è interamente orientato dalla concezione feticistica di cui parla Marx (16).

Pareto non comprese che tutta la sua costruzione teorica intorno al concetto di utilità economica (ofelimità) può avere un qualche fondamento empirico solo a valle, per così dire, della legge del valore-lavoro, mentre non può sostituirla in alcun modo. Ciò si può dire in analogia con la legge della domanda e dell’offerta, la quale agisce su una sostanza di valore già creata, influenzando la dinamica dei prezzi solo post festum, a valore di scambio creato nel processo produttivo. Un conto è la formazione del valore, un altro l’oscillazione sul mercato della sua espressione monetaria. Prescindendo dalla teoria del valore-lavoro l’ofelimità paretiana può dirci qualcosa di minimamente interessante sul versante della psicologia di massa, non certo su quello del processo economico capitalistico.

Quando poi Pareto scrive che la scienza economica «si occupa dei rapporti fra cose e non fra persone», egli mostra in tutta la sua ingenuità quello che Marx definì con azzeccatissima locuzione feticismo delle merci, fondamento di ogni sorta di feticismo economico (cioè a dire relativo al denaro, alla tecnologia e così via), il quale non consente di capire che «quel che assume per gli uomini la forma fantasmagorica di un rapporto fra cose è soltanto il rapporto sociale determinato che esiste fra gli uomini stessi» (17). Ripetiamo per l’ennesima volta il celebre versetto marxiano in sfregio alla scienza sociale “avalutativa”: il Capitale non è una cosa, né una relazione fra cose, ma un peculiare rapporto sociale. L’economia volgare postclassica che si “emancipò” dalla scottante teoria del valore-lavoro di Smith e Ricardo nella prassi economica vede solo movimenti di grandezze fisiche (macchine, materie prime, lavoratori, capitali finanziari, ecc.), mentre il rapporto sociale Capitale-Lavoro che rende possibile e spiegabile sul terreno storico-sociale tali movimenti non li riguarda neanche un po’. E si capisce bene perché!  La più recente scienza economica si è illusa di poter nascondere la propria volgarità e la propria impotenza analitica sotto un gigantesco edificio di equazioni e di concetti matematici che incutono timore solo in chi non ha avuto la ventura di leggere senza pregiudizi Marx e di conoscere, attraverso la sua mediazione critica, i fecondi studi dei fondatori dell’economia politica. La marxiana teoria del valore, che è in primis la teoria dello sfruttamento del lavoratore, “manuale” o “intellettuale” che sia, da parte del Capitale, purtroppo è più viva che mai!

Più in generale, se l’approccio puramente oggettivo, descrittivo e “avalutativo” con la realtà fenomenica è un’ingenua illusione nella sfera della scienza naturale, figuriamoci se esso può godere di maggior credito nel campo dei fenomeni sociali, nella dimensione cioè degli interessi sociali più disparati e, soprattutto, dei conflitti sociali dovuti alla divisione classista degli individui (18). Scriveva Adorno: «Allo stesso modo che da un punto di vista sociale e contenutistico l’apatia politica rivela un carattere politico, lo stesso avviene per la tanto elogiata neutralità scientifica. Da Pareto in poi la scepsi positivistica si è sempre messa d’accordo con il potere esistente, anche con quello di Mussolini. Poiché tutte le teorie sociali sono intrecciate con la società reale, di ciascuna di esse è certamente possibile abusare, o trasformare la funzione, a scopi ideologici; ma il positivismo … si presta specificamente all’abuso ideologico, a causa della sua indeterminatezza contenutistica, del suo modo di procedere che è un incasellare e ordinare, e, infine, della preferenza accordata all’esattezza [il più delle volte semplicemente formale] rispetto alla verità» (19). E la verità parla il duro linguaggio del dominio di classe. Se tu, scienziato “avalutativo” e in ottima fede, non ti occupi (non riconosci) il rapporto sociale dominante, esso si occupa di te, alle tue spalle!

Ma riprendiamo la citazione marxiana lasciata in sospeso: «Le funzioni che il capitalista esercita non sono allora se non funzioni dello stesso capitale – del valore che si valorizza assorbendo valore vivo – espletate con coscienza e volontà: il capitalista funziona unicamente come capitale personificato, capitale-persona, allo stesso modo che l’operaio funziona come lavoro personificato […] Il dominio del capitalista sull’operaio è quindi dominio della cosa sull’uomo, del prodotto sul produttore. […] L’autovalorizzazione del capitale – la creazione di plusvalore – è dunque lo scopo preciso e ossessivo del capitalista, la molla ed il contenuto assoluto del suo operare, […] un contenuto, quindi, astratto e meschino che fa apparire il capitalista completamente sottomesso alla schiavitù del rapporto capitalistico non meno che, al polo opposto, l’operaio». Qui addirittura lo stesso capitalista appare nei panni della vittima costretta a sacrificarsi al Moloch sociale chiamato Capitale. Ma, continua Marx, mentre in questa dimensione disumana e alienante il capitalista trova «un assoluto appagamento», «l’operaio, in quanto sua vittima, si pone sin dall’inizio in un rapporto di ribellione, e lo avverte come un processo di asservimento» (20). Tuttavia, una volta eliminati per ipotesi (cara agli statalisti di tutte le tendenze ideologiche e politiche) i singoli capitalisti (21) senza intaccare il rapporto sociale capitalistico che tutto e tutti domina, l’umanità non avrebbe fatto un solo passo avanti sulla strada della sua emancipazione da ogni forma di sfruttamento e di asservimento.

Non avendo compreso, fra l’altro, il concetto marxiano di capitale Pareto fece del comunista di Treviri il precursore del «socialismo di Stato», o «socialismo popolare», come egli lo definì in opposizione al «socialismo borghese», ossia allo statalismo propugnato dai partiti borghesi che egli detestava in quanto economista liberale/liberista; cioè a dire di quel «socialismo», soprattutto nella sua versione lassalliana, contro cui l’uomo con la barba ebbe modo di polemizzare per tutta la sua  tormentata vita. È sufficiente leggere la Critica del programma di Gotha (1875) per capire di che parlo. È così che si spiega la fesseria paretiana che segue: «Bisognerebbe completare la teoria di Carlo Marx colla legge di bronzo di Lassalle perché la dimostrazione [della sua pochezza dottrinaria] fosse completa» (22). Ora, tutto si può dire di Marx, tranne che egli non abbia deriso e combattuto, in quanto concettualmente falsa e politicamente pericolosa (reazionaria), la legge bronzea del salario! (23)

Diamo dunque la parola all’accusato! «È noto che della “legge bronzea del salario” appartiene a Lassalle soltanto la parola “bronzea”, presa in prestito dalle “eterne, bronzee, grandi leggi” di Goethe. La parola “bronzea” è un sigillo che permette agli ortodossi di riconoscersi tra loro. […] Lassalle non sapeva che cosa fosse il salario, ma, sulla scia degli economisti borghesi, prendeva la parvenza per la sostanza della cosa» (24). Una puntuale critica marxiana della legge bronzea del salario, la quale nella sua impostazione concettuale deve molto a Malthus, si trova in Salario, prezzo e profitto, un saggio “popolare” che Marx scrisse nel 1865 per confutare le tesi “bronzee” di John Weston, un operaio seguace di Owen. Riporto solo alcuni passi, tanto per dare al lettore un’idea del suo contenuto: «La volontà del capitalista consiste certamente nel prendere quanto più è possibile. Ciò che noi dobbiamo fare non è di parlare della sua volontà, ma di indagare la sua forza, i limiti di questa forza e il carattere di questi limiti. […] Il cittadino Weston ha dimenticato che la zuppiera nella quale mangiano gli operai è riempita dall’intero prodotto del lavoro nazionale e che ciò che impedisce loro di prenderne di più, non è né la piccolezza della zuppiera, né la scarsità del suo contenuto, ma soltanto la piccolezza dei loro cucchiai» (25). Caspita! Ma allora possiamo annoverare Marx fra i riformatori sociali che si battono per rendere più grande il cucchiaio “degli ultimi”? Marx come un Bertinotti o un Bergoglio qualsiasi? Ma neanche per idea! Infatti egli conclude il saggio come segue: «Se tale è in questo sistema la tendenza delle cose, significa forse ciò che la classe operaia deve rinunciare alla sua resistenza contro gli attacchi del capitale e deve abbandonare i suoi sforzi per strappare dalle occasioni che le si presentano tutto ciò che può servire a migliorare temporaneamente la sua situazione? Se essa lo facesse, essa si ridurrebbe al livello di una massa amorfa di affamati e di disperati, a cui non si potrebbe più dare nessun aiuto. […] Se la classe operaia cedesse per viltà nel suo conflitto quotidiano con il capitale, si priverebbe essa stessa della capacità di intraprendere un qualsiasi movimento più grande. Nello stesso tempo la classe operaia non deve esagerare a se stessa il risultato finale di questa lotta quotidiana. Non deve dimenticare che essa lotta contro gli effetti, ma non contro le cause di questi effetti; che essa può soltanto frenare il movimento discendente, ma non mutarne la direzione; che essa applica soltanto dei palliativi, ma non cura la malattia. Perciò essa non deve lasciarsi assorbire esclusivamente da questa inevitabile guerriglia, che scaturisce incessantemente dagli attacchi continui del capitale o dai mutamenti del mercato.  […] Invece della parola d’ordine conservatrice: “Un equo salario per un’equa giornata di lavoro”, gli operai devono scrivere sulla loro bandiera  il motto rivoluzionario: “Soppressione del sistema del lavoro salariato”» (26). La lotta economica per strappare al Capitale migliori condizioni di lavoro e di vita come palestra di lotta di classe. Lo so, non è dialettica che gli scienziati sociali positivi possono facilmente comprendere, né si sforzano di farlo: a che pro, del resto?

Scrive Pareto: «Marx cade nell’errore di non fare abbastanza attenzione a ciò: che il valore d’uso non è una proprietà inerente a ciascuna merce, come sarebbe la composizione chimica, ma è al contrario un semplice rapporto di convenienza tra una merce e uno o più uomini. Questo errore è ancora più manifesto per il valore di scambio, ed è una delle cause principali del sofisma che si trova nella teoria del plus-valore». Ora, non riesco proprio a capire dove Pareto ha letto la sciocca idea sul valore d’uso che mette in testa a Marx, il quale storicizzò perfino i cinque sensi umani: «I sensi dell’uomo sociale sono diversi da quelli dell’uomo non sociale. Soltanto attraverso l’intero svolgimento oggettivo della ricchezza dell’essere umano, viene in parte educata, in parte prodotta la ricchezza della sensibilità soggettiva dell’uomo, e parimenti un orecchio per la musica, un occhio per la bellezza della forma, in breve i soli sensi capaci di un godimento umano, quei sensi che si confermano come forze essenziali dell’uomo. Infatti non solo i cinque sensi, ma anche i cosiddetti sensi spirituali, i sensi pratici (il volere, l’amore, ecc.), in una parola il senso umano, l’umanità dei sensi, si formano soltanto attraverso l’esistenza dell’oggetto loro proprio, attraverso la natura umanizzata. L’educazione dei cinque sensi è un’opera di tutta la storia del mondo sino ad oggi» (27). Per Marx l’uomo ha un rapporto storico-sociale con tutto ciò con cui egli entra in rapporto (28), e d’altra parte nemmeno un incallito materialista volgare può pensare che «il valore d’uso è una proprietà inerente a ciascuna merce, come sarebbe la composizione chimica» di un qualsivoglia oggetto; lo stesso concetto di valore d’uso rinvia immediatamente oltre la “cosa in sé”, in direzione del soggetto consumatore; piuttosto sarebbe da precisare il «semplice rapporto di convenienza tra una merce e uno o più uomini» di cui parla, con la superficialità (banalità) tipica dell’economia postclassica,  Pareto. Anche per questo egli appare quantomeno poco credibile quando parla della teoria del plus-valore, che non poteva capire a causa della sua falsa concezione del capitale (e del Capitale), nei termini di un sofisma.

Ciò che a Marx interessa porre in evidenza per ciò che riguarda il valore d’uso è la sua derivazione dai bisogni sociali e dal lavoro umano chiamato a conferire al corpo della materia prima sottoposta alla manipolazione umana impieghi (usi) sempre nuovi, in aderenza agli sviluppi nella struttura produttiva (nuove tecnologie) e, più in generale, nella struttura sociale (nuovi bisogni). «Dove e quando è stato costretto dal bisogno di coprirsi, l’uomo ha tagliato e cucito per millenni, prima che un uomo divenisse sarto. Ma l’esistenza dell’abito, della tela, di ogni elemento della ricchezza materiale non presente nella natura, ha sempre dovuto essere procurata mediante un’attività speciale, produttiva in conformità a uno scopo, che assimilasse particolari materiali naturali a particolari bisogni umani. Quindi il lavoro, come formatore di valori d’uso, come lavoro utile, è una condizione di esistenza dell’uomo, indipendentemente da tutte le forme della società» (29).Viceversa, il valore di scambio presuppone l’esistenza di una peculiare forma di società, nel cui seno lo scambio tra prodotti è mediato dal denaro in quanto «misura di valore», come «forma fenomenica necessaria della misura immanente di valore delle merci, del tempo di lavoro» (30). Può anche darsi che Pareto si sia fatto suggestionare dal fatto che Marx definisce il valore d’uso come «ricchezza materiale», ma la natura di questa «ricchezza materiale» è ben spiegata dall’autore del Capitale. Nel suo libro Marx cerca di spiegare perché «la ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come una immane raccolta di merci», con ciò che tale indiscutibile circostanza, nel XXI secolo molto più vera di quanto non lo fosse nel XIX, presuppone e pone sempre di nuovo in ogni ambito della prassi sociale e nella vita di ogni singolo individuo. È possibile liberare il valore d’uso dei prodotti del lavoro (che oggi hanno appunto la maligna natura di merci, “materiali” o “immateriali” che siano) dalla schiavitù del valore di scambio? Per Marx sì, e, si parva licet, anche per il sottoscritto. Qui però bisogna mettere fine alla cosa!

Ovviamente si può anche essere in completo disaccordo con il punto di vista marxiano concernente la natura del Capitale (che ho il vezzo di scrivere con la “c” maiuscola proprio per enfatizzarne la sostanza storico-sociale, il suo essere in primo luogo un rapporto sociale), ma intanto bisognerebbe capirlo, e a me pare che Pareto neanche riuscì a sfiorare l’essenza teorica e politica del Capitale marxiano. Più in generale, egli concepì l’organizzazione economica capitalistica come un ancorché di naturale, la cui stabilità e razionalità sono continuamente messe in crisi da una generica quanto capricciosa «natura umana». L’economia come la sfera della pura razionalità, della pura logica; la società come il regno dell’irrazionalità e dell’illogicità: questa ingenua dicotomia, così tipica in un pensiero indigente di profondità concettuale, di senso storico e di dialettica, non fa i conti col fatto che è proprio nella sfera economica che si realizza quell’inversione di oggetto e soggetto, di strumento di lavoro e lavoratore, di prodotto e produttore che rappresenta la madre di tutte le irrazionalità generate dalla vigente società, e che non a caso ho posto come filo conduttore di questo modesto scritto.

 

(1) «Vilfredo Pareto nasce il 15 luglio 1848 a Parigi, dove si era rifugiato nei primi anni Trenta suo padre Raffaele (1812-1888), nobile genovese, esperto di ingegneria idraulica e mazziniano, personaggio dalla ricca e poliedrica personalità che ebbe un ruolo importante nell’educazione scientifica del figlio. La madre Marie Métenier (1813-1889) era invece francese. Ancora bambino, Vilfredo torna a Genova (probabilmente nel 1854) e, a Casale Monferrato prima, a Torino poi, frequenta l’istituto tecnico nella sezione industriale. Quindi, sempre a Torino, si iscrive alla facoltà di Scienze, e quindi alla Scuola di applicazione per ingegneri, dove nel 1870 ottiene a pieni voti il diploma di ingegnere. […] In quegli anni legge anche gli Éléments d’économie politique pure di Walras, ma non ne resta affascinato. La conversione alla nuova economia, quella matematica e marginalista, è legata all’incontro con Pantaleoni. Maffeo Pantaleoni era l’economista italiano più originale del periodo (prima dell’arrivo di Pareto), il “principe degli economisti italiani”, come lo definì Piero Sraffa e dopo di lui molti altri economisti del Novecento. Il rapporto con Pantaleoni sarà fondamentale per lo sviluppo della teoria economica di Pareto» (L. Bruni, Enciclopedia Treccani).
(2) V. Pareto, Introduzione a K.Marx, Il Capitale, Sandron, 1894. Ho letto il saggio di Pareto nella versione pubblicata dalla UTET nel 1934 insieme ad altri saggi.
(3) V. Pareto, Il Capitale, in AA. VV., Politica ed Economia, p. 141, UTET, 1934-XII. In una lettera del 1893 indirizzata a Maffeo Pantaleoni Pareto scrive, riferendosi a Marx, che «quell’autore vale poco», e che se ne occupava solo perché anche in Italia molti intellettuali si stavano convertendo alla nuova “religione” marxista (Lettere a Maffeo Pantaleoni, 1890-1923, I, p. 349, Edizioni di Storia e Letteratura, 1962).
(4) V. Pareto, Il Capitale, p. 141.
(5) «L’economia politica predilige le robinsonate. […] Perfino il Ricardo ha la sua robinsonata. Secondo lui i pescatori e i cacciatori primitivi si scambiavano subito pesce e selvaggina, come se fossero possessori di merci, nel rapporto del tempo di lavoro oggettivato in questi valori di scambio. Questa volta, egli cade nell’anacronismo di far consultare al cacciatore e al pescatore primitivi, per calcolare i loro strumenti di lavoro, le mercuriali in uso nel 1817 alla borsa di Londra» (K. Marx, Il Capitale, I, p. 108, Editori Riuniti, 1980).
(6) K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, I,  p. 7, La Nuova Italia, 1978.
(7) «Come racconta Marx nel suggestivo capitolo 24 del primo libro del Capitale (La cosiddetta accumulazione originaria), il punto di partenza dello svolgimento storico-sociale che porta alla moderna società borghese non è rappresentato dal denaro, dalla sua rivoluzionaria immissione in un ambiente economico altrimenti destinato a rimanere inchiodato a secolari prassi e tradizioni, ma dall’allontanamento violento (anche con l’ausilio del diritto borghese) dei produttori immediati (contadini e artigiani, in primis) dalla proprietà dei presupposti oggettivi della loro produzione e, dunque, dalla proprietà del loro prodotto: questa doppia proprietà, che realizza i nuovi rapporti sociali borghesi, si concentra nelle mani dei capitalisti.  In questo contesto il lavoro salariato si trova in una condizione di totale soggezione nei confronti del Capitale, in una condizione sociale di pura alienazione: gli strumenti di lavoro, la materia prima lavorata e il prodotto del lavoro si ergono come potenze estranee e ostili a chi lavora. Il lavoratore come oggetto della produzione; il Capitale come soggetto della produzione: un mondo invertito che oggi più di ieri genera irrazionalità d’ogni genere e continui mal di testa esistenziali, se così posso esprimermi» (Sul concetto di socializzazione).
(8) K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, I,  pp. 3-6.
(9) V. Pareto, Il Capitale, p.143.
(10) ) «Questo sviluppo delle forze produttive (in cui è già implicita l’esistenza empirica degli uomini sul piano della storia universale, invece che sul piano locale) è un presupposto pratico assolutamente necessario anche perché senza di esso si generalizzerebbe soltanto la miseria e quindi col bisogno ricomincerebbe anche il conflitto per il necessario e ritornerebbe per forza tutta la vecchia merda» (K. Marx-F. Engels, L’ideologia tedesca, Opere, V, p. 34, Editori Riuniti, 1972).
(11) K. Marx, Il Capitale, Libro VI inedito, p. 7, Newton, 1976.
(12) V. Pareto, Il Capitale, p. 141.
(13) «Il dialogo con Croce culmina in una polemica pubblica, ospitata sul Giornale degli economisti nel 1900-1901, attorno al “principi”» e al “fenomeno” economico. Il tema al centro del dialogo con Croce è il ruolo dei “fatti” nella scienza economica. L’economia “sperimentale” di Pareto si fonda sui fatti, considerati più affidabili, dal punto di vista epistemologico, delle categorie di “utilità” o “valore” che riscontrava nella scienza economica del tempo. Croce, dalla sua prospettiva idealista, cercò in quegli anni di mostrargli che i fatti, in realtà, sono meno semplici di quanto Pareto (e i positivisti) pensassero: i fatti hanno bisogno di categorie pre-empiriche che li possano far “parlare”, altrimenti sono spesso muti e sempre equivoci. In particolare, Croce cercò di mostrare che sotto questa fede nei fatti si nasconde una religione, una metafisica: quella positivista. Un corollario di questa fede consiste nel considerare i fatti dell’uomo non sostanzialmente diversi dai fatti della natura, un assunto chiave di Pareto e di tutti i monisti metodologici. Le domande di Croce non convertirono Pareto, lo portarono piuttosto a una fede positivista ancor più radicale. […] Einaudi esprime bene il senso del rapporto tra questi due protagonisti della cultura italiana: “Il Pareto non badò al Croce e scrisse il Trattato di Sociologia Generale, applicando allo studio delle leggi le quali governano le società umane un metodo di classificazioni in tipi e sottotipi […] profondamente ripugnante a chi sia fornito di quel minimo di istinto storico”» (L. Bruni, Enciclopedia Treccani).
(14) K. Marx, Il Capitale, Libro VI inedito, p. 84.
(15) Ibidem, p. 82.
(16) K. Marx, Il Capitale, I, p. 104.
(17) Su questi aspetti rinvio a diversi miei scritti scaricabili dal Blog: Sul potere sociale della scienza e della tecnologia; Robotica prossima futura. La tecnoscienza al servizio del dominio; Capitalismo cognitivo e postcapitalismo. Qualunque cosa ciò possa significare; Capitalismo 4.0. tra “ascesa dei robot” e maledizione salariale; Accelerazionismo e feticismo tecnologico.
(18) «Per Pareto, l’economia è una scienza semplice, perché studia azioni prevedibili, regolari, in quanto azioni logiche. Il difficile delle scienze sociali inizia allora con la sociologia, scienza del non logico.
L’economia viene così ridotta da Pareto allo studio delle sole azioni logiche che gli esseri umani pongono in essere per soddisfare al meglio i propri interessi. L’unica forma di razionalità consentita all’homo oeconomicus è dunque quella strumentale; l’unico paradigma da prendere a riferimento è quello della fisica newtoniana» (L. Bruni, Enciclopedia Treccani). Per Claudio Napoleoni «la teoria marginalista è la rappresentazione di un mondo armonico, il quale tende all’equilibrio, e sia nelle configurazioni di equilibrio, sia nei processi con cui accidentalmente si discosta da esse è descrivibile mediante modelli non dissimili da quelli con cui la scienza naturale descrive la realtà fisica. Ora la storia del capitalismo ha mostrato in misura crescente che la realtà capitalistica non è una realtà armonica, ma al contrario procede per squilibri, crisi, antagonismi» (C. Napoleoni, Smith, Ricardo, Marx, p. 11, Boringhieri, 1973). E difatti la grande crisi del ‘29 distruggerà definitivamente ogni illusione “armonicista” anche nel campo della “scienza economica”; l’invocazione dell’intervento dello Stato per salvare il meccanismo economico attraverso la regolazione della domanda, della distribuzione del reddito e attraverso la programmazione della produzione segnerà la definitiva scomparsa del pensiero marginalista, e costringerà la moderna “scienza economica” a uscire fuori dalla retorica neo-armonica e a misurarsi con le contraddizioni capitalistiche, a partire da quella più importante e rivelatrice di tutte le altre: la crisi economica, appunto.
(19) T. W. Adorno, Scritti sociologici, p. 272, Einaudi, 1976. «La teoria delle élites diventerà negli anni un elemento centrale nel pensiero di Pareto, in quanto strumento per sostenere la sua tesi. […] In Pareto, questa posizione ideologica elitaria e sempre più critica delle masse e del consenso popolare con il passare degli anni si accentuerà, al punto che egli diverrà uno dei teorici che giustificarono e approvarono l’emergere del fascismo» (L. Bruni, Enciclopedia Treccani). Scivolare in una concezione ultrareazionaria della società è quello che spesso capita a chi critica la massificazione degli individui e la demagogia democratica come strumento di consenso e di controllo sociale da una prospettiva “aristocratica”. Io mi sforzo di farla, quella critica, cercando di conquistare un punto di vista autenticamente critico-rivoluzionario. Ci riesco? Lasciamo stare!
(20) K. Marx, Il Capitale, Libro VI inedito, pp. 18-19.
(21) «La produzione capitalistica stessa ha portato a questo, [ossia al] lavoro di direzione totalmente separato dalla proprietà del capitale. È divenuto assolutamente inutile che questo lavoro di direzione sia esercitato da capitalisti» (K. Marx, Storia delle teorie economiche, III, pp. 515, Einaudi, 1958).
(22) V. Pareto, Il Capitale,   p. 169.
(23) Com’è noto, Ferdinand Lassalle sosteneva che anche in presenza di una congiuntura economica «propizia, generale e durevole, l’aumento dei salari che si verifica a poco a poco genera un tale aumento di matrimoni e di famiglie operaie e un tale aumento di domanda di lavoro che, di regola, viene compensata con ciò la crescente offerta di lavoro, e il salario cade di nuovo al suo antico livello o sotto di questo» (F. Lassalle, Capitale e lavoro, ed. Samonà e Savelli, 1970).  Per dirla con Engels, secondo Lassalle «l’operaio riceve in media solo il minimo del salario perché secondo la teoria della popolazione di Malthus vi sono sempre troppi operai»: di qui, sempre secondo il parere del bronzeo socialista tedesco, la sostanziale inutilità delle lotte operaie sul terreno delle rivendicazioni economiche.
(24) K. Marx, Critica del programma di Gotha, pp. 48-49, Savelli, 1975.
(25) K. Marx, Salario, prezzo e profitto, pp. 36-38, Newton, 1976.
(26) Ibidem, pp. 115-116. Le Trade Unions non mirano ad altro che ad impedire l’abbassamento del salario al di sotto del suo livello tradizionalmente dato nei diversi rami di commercio, a impedire la riduzione del prezzo della capacità lavorativa al di sotto del suo valore (K. Marx, in appendice a Il Capitale, Libro VI inedito, p. 126).
(27) K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del ’44, p. 48, MIA, 2007.
(28) Mi scuso e mi cito: «L’uomo è tale (naturalmente, storicamente e socialmente) nella misura in cui oppone resistenza, “materiale” e “spirituale”, alle cose e agli eventi, e non li subisce passivamente. Come ho scritto altre volte, balbettando abbastanza ignobilmente concetti hegelo-marxiani, l’uomo è la specie che pone la mediazione: “Medio, dunque esisto!”. L’uomo pone il mondo come una mediazione tra sé e l’ambiente circostante, e lo fa naturalmente, spontaneamente, cioè a dire prima che la cosa diventi oggetto della sua riflessione, la quale peraltro non tarda a bussare alla sua porta: ed ecco la filosofia, la scienza, l’arte, la religione, e così via. Mediare significa comprendere, trasformare e padroneggiare il mondo, tanto quello “esterno” quanto quello “interno”, e senza soluzione di continuità reale e concettuale tra questi momenti: nel caso dell’uomo è impossibile immaginare un impulso ad agire per soddisfare una necessità vitale che sia privo di un qualche fondamento razionale, non importa quanto “sofisticata” e adeguata alla “verità oggettiva” sia la sua manifestazione» (Sul potere sociale della scienza e della tecnologia).
(29) K. Marx, Il Capitale, I, p. 75.
(30) Ibidem, p. 127.

A DOMANDA RISPONDE

Papa Francesco: «Cosa c’è all’origine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo?».
Sebastiano: Rapporti sociali di dominio e di sfruttamento. Nel XXI secolo questi rapporti si compendiano nel concetto di Capitalismo e nella sua demoniaca prassi, che oggi ha una dimensione mondiale.

Papa Francesco: «Cosa c’è all’origine del degrado e del mancato sviluppo?».
Sebastiano: La contraddittoria manifestazione di quei rapporti sociali.

Papa Francesco; «Cosa c’è all’origine del traffico di persone, di armi, di droga?»
Sebastiano: L’economia fondata sul profitto «predato», «smunto», «estorto», «scroccato» ai lavoratori nelle onestissime imprese che producono beni e servizi. Su questa base virtuosa si erge l’edificio di una società completamente dominata dal denaro, la cui origine, com’è noto, non puzza, non ha colore, non ha sesso, non ha razza, non ha religione (fratello Jihadista si fa per dire!), è del tutto impersonale, è soprattutto disumana. Non c’è magagna sociale che non realizzi un’occasione di profitto per chi ha le giuste “competenze specifiche” (da quelle giurisprudenziali a quelle malavitose, da quelle sanitarie a quelle criminali) da far valere sul mercato: è il Capitalismo, Santità!

Papa Francesco: «Cosa c’è all’origine dell’ingiustizia sociale e della mortificazione del merito? Cosa, all’origine dell’assenza dei servizi per le persone? Cosa, alla radice della schiavitù, della disoccupazione, dell’incuria delle città, dei beni comuni e della natura? Cosa, insomma, logora il diritto fondamentale dell’essere umano e l’integrità dell’ambiente?».
Sebastiano: Azzardo una risposta originale: il maledetto rapporto sociale di cui sopra!

Per Sua Santità la causa è invece un’altra: «La corruzione, che infatti è l’arma,  è il linguaggio più comune anche delle mafie e delle  organizzazioni criminali nel mondo. Per questo, essa è un processo di morte che dà linfa alla cultura di morte delle mafie e delle organizzazioni criminali». Di qui, la sua “rivoluzionaria” idea di scomunicare i corrotti e i mafiosi.

Ora, chi sono io per obiettare al Santissimo Padre che è il profitto il linguaggio comune di tutte le attività imprenditoriali, comprese quelle mafiose e quelle che fanno capo alle «organizzazioni criminali nel mondo»? Chi sono io per obiettargli che è il Capitale in sé che dà corpo a «un processo di morte che dà linfa alla cultura di morte»? E difatti, come sempre, non gli obietto un bel nulla: non è che il poveruomo può scomunicare, dalla sera alla mattina, un intero regime storico-sociale! Un  po’ di sano realismo, per favore. E poi anche il Papa ha il sacrosanto diritto di vendere un po’ di ideologia al popolo indignato e affamato di capri espiatori. Che il Capo dei Capi Totò Riina crepi in carcere e senza il conforto di Nostro Signore!
Non sarò diventato anch’io un pochino populista? Che tempi! Che tempi!

CHI SONO E COSA VOGLIONO GLI “AMICI DEL POPOLO”?

Sempre i demagoghi seminano su un terreno già arato.
M. Horkheimer, T. W. Adorno.

Il povero biascica le parole per saziarsi di esse.
Egli attende dal loro spirito oggettivo il valido
nutrimento che la società gli rifiuta; e fa la voce
grossa, arrotondando la bocca che non ha nulla
da mordere.
T. W. Adorno.

 «Gli italiani hanno bisogno come il pane
dell’uomo che “si affaccia dal balcone”»
(I. Montanelli). O dal Blog.

Dietro all’uno vale uno di solito si nasconde il Super Uno.

1. Populismo: è la categoria politica oggi più citata – e il più delle volte abusivamente – nel dibattito politico degli ultimi dieci anni. In realtà, già con l’avvento del berlusconismo, agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso, si iniziò a scomodare quella definizione; allora però più che di “popolo” si straparlava di “società civile”, una mitica entità antropologicamente orientata al bene da contrapporre alla corrotta e incivile casta politica. E fu proprio come massimo esponente della “società civile” che scese in campo l’ex Cavaliere di Arcore, l’uomo del fare, dello spettacolo e dello sport che tanto entusiasmo suscitò in una larga fascia di elettorato popolare che gli permise di espugnare il Palazzo al primo attacco. Altro che la «gioiosa macchina da guerra» messa in piedi dal patetico Occhetto! Allora gli intellettuali sinistrorsi, che avevano pronosticato il fulmineo fallimento della «ridicola messinscena» del riccone, sostennero che mentre Berlusconi e i leghisti stuzzicavano il basso ventre della gente, ricercando un facile consenso, il polo progressista puntava invece sulla testa delle «masse popolari». Insomma, finì 2 a 0 a favore del basso ventre. La testa aspetta l’ennesima rivincita, diciamo.

In effetti, è stato solo con i “fermenti” sociali e politici generati dalla Grande Crisi iniziata negli Stati Uniti alla fine del 2007 che il “populismo” ha guadagnato le prime pagine dei giornali e si è posto stabilmente al centro del dibattito politico. Si declina il “populismo” in un’accezione positiva come, assai più spesso, in una fortemente negativa, come sinonimo di demagogia; pare poi che esista un populismo di “destra” e un populismo di “sinistra”, populismi che spesse volte finiscono per toccarsi in questioni tutt’altro che marginali, provocando la meraviglia nelle teste dei politologi più scadenti: «Ma com’è possibile? È proprio vero: le vecchie ideologie del Novecento sono morte!». Pace all’animaccia loro! Spesso uso la metafora geometrica per spiegare la cosa: gli estremi si toccano solo se insistono sullo stesso piano. Ad esempio, “estrema destra” sovranista ed “estrema sinistra” sovranista si toccano in diversi punti dell’agenda politica mondiale (come dimostra l’attrazione fatale per Putin, e in parte per Trump) semplicemente perché entrambe condividono uno stesso orizzonte sociale: quello tracciato dai rapporti sociali capitalistici. Di solito il politologo non si occupa di questo aspetto decisivo, e si concentra sulla fenomenologia “sovrastrutturale” dei processi sociali.

Naturalmente i populisti di “sinistra” si arrabbiano non poco con chi, ed è appunto il caso di chi scrive, li assimila senz’altro ai loro colleghi di “destra”. Qui entra in gioco proprio il concetto di popolo, che generalmente si tira dietro quello di nazione, a cui io contrappongo il concetto di classe, che chiama in causa il concetto di internazionalismo. Spesso, per non dire sempre, il populista, di “destra” o di “sinistra” che sia, è anche un sovranista convinto, e ciò ha appunto a che fare con il concetto di Popolo.

2. La lotta non è più tra sfruttatori e sfruttati, tra classi ricche e classi povere, ma tra alto e basso, tra chi lavora (e anche gli imprenditori onesti lavorano, forse più dei loro dipendenti!) e vampiri della finanza speculativa (la banca onesta è tutt’altra cosa!), tra élites e popolo, tra casta e gente semplice: trattasi di una gigantesca menzogna che peraltro non ha nemmeno il pregio dell’originalità.

Una variante populista della lotta di classe è una contraddizione in termini. Checché ne pensino coloro che, ad esempio sulla scia del lascito teorico di Ernesto Laclau, lavorano per una «declinazione a sinistra del populismo», la variante populista della “tradizionale” lotta di classe si esaurisce, per i dominati, in un portare acqua al mulino di questa o quella fazione della classe dominante, la quale è quanto mai divisa al proprio interno (sempre per una questione di valori… di scambio!) e si compatta solo contro il nemico interno (i proletari in lotta) e contro il nemico esterno – salvo incombenze rivoluzionarie, come dimostra il classico esempio della Comune di Parigi al tempo della guerra franco-prussiana: «Il dominio di classe non è più capace di travestirsi con una uniforme nazionale; contro il proletariato i governi nazionali sono uniti. […] I governi europei attestano così, davanti a Parigi, il carattere internazionale del dominio di classe» (1). Questo anche a proposito di sovranismo/nazionalismo.

Parlare di popolo in un’accezione rivoluzionaria nell’epoca della sottomissione totale del pianeta al Capitale non è solo politicamente ultrareazionario, è anche storicamente ridicolo. Dopo la prese del potere da parte della moderna borghesia il concetto di popolo ha assunto sempre più una precisa funzione ideologica, quella di cancellare la realtà dell’antagonismo fra le classi e dentro ogni singola classe. Supplire alla frammentazione sociale e all’impotenza politica delle classi subalterne riprendendo quel concetto, magari attualizzandolo un poco alla luce del capitalismo del XXI secolo, sarebbe, da parte degli anticapitalisti, politicamente stupido e illusorio. Di fatto chi tenta di sdoganare a “sinistra” il populismo non tradisce nulla e si limita piuttosto a rendere evidente la propria natura politicamente reazionaria, e non a caso quei tentativi arrivano soprattutto, se non esclusivamente, dalla tradizione stalinista, che in Italia ha avuto nel PCI di Togliatti (e poi anche nella galassia gruppettara che si è formata negli anni alla sua “sinistra”) la sua più significativa espressione – o variante che dir si voglia. Il carattere borghese, nell’accezione storica (e marxiana) del concetto, degli aspiranti populisti di “sinistra” è insomma, almeno per chi scrive, del tutto scontato, e da me essi non riceveranno mai l’accusa di aver tradito il “ classismo marxista”, che la soggettività politica a cui essi, più o meno apertamente e nostalgicamente, si ispirano non ha mai praticato. Il “compromesso storico” di Berlinguer arriverà buon ultimo a suggellare la natura togliattiana del PCI degli anni Settanta.

I populisti di “sinistra” polemizzano con «una sinistra che strategicamente ripropone la stessa logica della destra liberista»; il loro nemico infatti, e al netto di una fraseologia pseudo anticapitalista che può ingannare solo gli sprovveduti (e purtroppo oggi sono tanti), non è il rapporto sociale capitalistico in quanto tale, non è il Capitalismo tout court ma solo la sua variante “liberista”, o finanziario-speculativa. Ai populisti sinistrorsi piace molto il Capitalismo di Stato (che essi spesso chiamano “socialismo”, o, per essere più “trendy”, benecomunismo) e il vecchio Capitalismo “produttivo”, peraltro intimamente intrecciato con la finanza già ai tempi di Marx, per non parlare del vecchio Engels, il quale fece in tempo a osservare l’ascesa del capitale finanziario come potenza sociale dominante nelle società capitalisticamente avanzate dell’epoca. Non stupisce affatto, dunque, se anche sul terreno delle proposte di politica economica i due populismi (quello di “destra”, già ben strutturato,  e quello di “sinistra”, in lenta e stentata formazione) spesso si incrociano. Da buon opportunista politico, Grillo si limita a saltare da una parte all’altra del campo “populista”, dimostrando la sostanziale identità fra cosiddetta destra e cosiddetta sinistra. Dove mi colloco io rispetto a questi due poli, a queste facce della stessa medaglia? Né più a “destra” né più a “sinistra”, ma altrove, su un diverso e opposto terreno di classe, per usare vecchie ma ancora valide categorie politiche.

«L’acquiescenza della sinistra a questo disegno, la sua rinuncia ad opporsi, e in molti casi la sua partecipazione attiva al processo di “normalizzazione” liberista, ha fatto sì che la bandiera della rivolta contro l’establishment sia stata quasi dappertutto brandita dalle destre, che hanno imposto come ossessione dominante il tema, da ogni punto di vista secondario in termini realistici, delle politiche di immigrazione, col rigurgito di xenofobia e nazionalismo risorgente. Sono populismi, si dirà con quella punta di disprezzo delle “folle” che ormai caratterizza il linguaggio delle sinistre come delle élites. Ma in realtà avremmo bisogno di un serio populismo di sinistra, capace di parlare alle masse e di opporsi alle politiche dell’establishment» (2). E dove va a parare questo «serio populismo di sinistra»? È presto detto: «È del tutto falso e propagandistico affermare che un recupero di sovranità, assolutamente necessario, porti a nazionalismi sfrenati o addirittura a guerre. Come italiani non dovremmo certo proporci di tornare a Crispi e Mussolini, ma dovremmo guardare piuttosto a Enrico Mattei». Come volevasi dimostrare. Quelli del Manifesto negli anni Settanta non volevano morire democristiani; negli anni Ottanta non volevano morire craxiani; nel decennio successivo non volevano morire berlusconiani; oggi guardano a Enrico Mattei come a un fulgido esempio di sovranismo: qualche passo politico in avanti l’hanno pur fatto, bisogna riconoscerlo… «Si tratta di verificare, e per l’ultima volta, se esistono margini di riformabilità di questa Unione Europea, blindata da trattati che sembrano escludere ripensamenti o inversioni di rotta. Se questo non sarà possibile, e la disgregazione procederà tra stagnazione e conflitti, gioverà ricordare che il mondo è molto più grande e più vario rispetto alla prospettiva che si può osservare da Strasburgo e da Bruxelles». Dalla prospettiva che si può osservare dal “Quotidiano comunista” si vede Enrico Mattei che sfida le Sette Sorelle per affermare gli interessi strategici del Capitalismo italiano: credo che Matteo Salvini e Giorgia Meloni si affaccerebbero volentieri dalla finestra del Manifesto. Prima l’Italia! Cribbio!

3. Scrive Gennaro Sangiuliano su Tempi: «Nel delineare le ragioni del nichilismo europeo Martin Heidegger fa ricorso a due giganti russi, in particolare riprende il discorso di Dostoevskij su Pusˇkin del 1880, laddove lo scrittore cita il poeta nell’analisi del rapporto fra élite oligarchica e popolo. Pusˇkin identifica quello che chiama ceto dell’intelligencija, che “crede di stare di gran lunga al di sopra del popolo”, responsabile di aver alimentato una “società sradicata, senza terreno”, e ne censura il comportamento “svincolato dalla terra del nostro popolo”. Leggendo quel testo Dostoevskij appare come un simpatizzante del populismo, che infatti è un movimento che si palesa per la prima volta in Russia nella seconda metà del XIX secolo». Ha senso storico e politico, aiuta a farci comprendere ciò che oggi ci piace definire, forse un po’ troppo frettolosamente e acriticamente, “populismo” chiamare in causa il populismo russo del XIX secolo? Certo, la suggestione creata dal richiamo del suolo e delle radici, che è una componente essenziale del vecchio populismo basato socialmente sui contadini poveri, mantiene una certa forza, un discreto fascino, nella società “liquida”. Su una ben diversa latitudine storico-sociale, nel suo Furore (1939) John Steinbeck faceva dire ai “suoi braccianti”: «Questa terra è nostra […]. Su questa terra siamo nati, su questa terra ci siamo fatti uccidere, su questa terra siamo anche morti. […] Ecco che cosa la rende nostra: esserci nati, lavorarci, morirci». Terra, radici e sudore generato dal duro ma onesto e produttivo lavoro agricolo. Ed ecco la stoccata “populista”: «Il governo invece d’appoggiarsi su noi, su noi che lavoriamo la terra per il bene di tutti, appoggia invece il margine di profitto» (dei proprietari) (3). I braccianti gettati sul lastrico dalla depressione e dalla rivoluzione tecnologica arrivata anche nei campi («Un uomo solo, sulla trattrice, ora sostituisce dodici, quattordici famiglie») si rivolgono al governo degli Stati Uniti come fosse una paterna entità contingentemente traviata dal «mostro», ossia dal potere finanziario: «Oh, ma la banca non è una creatura che respira aria, che mangia polenta. Respira dividenti, mangia interessi». E il governo lascia fare! È sufficiente leggere i discorsi pronunciati da Franklin D. Roosevelt agli inizi della sua Presidenza per farsi un’idea della retorica populista che allora si incaricò di contenere la rabbia sovversiva dei salariati dell’industria e della campagna, nonché degli strati di media e piccola borghesia precipitati nell’inferno della nullatenenza.

La mistica nazista che riprese la parola d’ordine Blut und Boden del vecchio movimento völkisch che predicava per i tedeschi una «comunità di destino», fu il prodotto di una soggettività politica che seppe tradurre in termini propagandistici ciò che un “popolo” impoverito dalla crisi e privo dei vecchi punti di riferimento politici, istituzionali e culturali reclamava a gran voce: lavoro, sicurezza, pace sociale. Ma si trattava appunto di una mistica, di un’abborracciata ideologia che fosse in grado di captare il consenso di masse impoverite e sbandate che vivevano nel cuore del Capitalismo mondiale scosso dalla Grande Crisi. Come era accaduto nell’Italia dei primi anni Venti, si rispolverarono vecchi miti per tenere a bada la bestia rivoluzionaria che poteva distruggere la società capitalistica giunta a un livello assai alto di sviluppo. La modernità capitalistica aveva indossato vecchi costumi, ma sotto il vestito nulla era cambiato. Molti commentatori europei di orientamento democratico credettero di osservare nella Germania di Hitler un ritorno al più buio periodo medievale, ma essi si ingannavano proprio perché suggestionati dallo spettacolo mandato in scena – letteralmente – dai nazisti con grande cura per i dettagli. Il punto essenziale da cogliere era invece un altro, ossia quello che metteva in relazione l’alta razionalità tecnoscientifica conseguita dalla società occidentale (e dal Giappone) con il permanere e l’approfondirsi dell’irrazionalità più cieca. Lo sterminio industriale degli ebrei e lo sterminio di milioni di individui intrappolati nelle città, ricercato attraverso l’uso dei più sofisticati mezzi bellici, rappresentarono l’eccezione che illuminava in modo accecante la sostanza della regola – della cosiddetta “normalità”. Ma allora solo pochissimi riuscirono a mantenere gli occhi bene aperti sull’orrore. Ed eccoci ancora qui a riflettere, mutatis mutandis, sul dilagare dell’irrazionalità nella società economicamente, tecnologicamente e scientificamente più avanzata mai apparsa sulla scena storica. Sarebbe dunque il caso di interrogarsi sulla natura sociale della nostra economia, della nostra tecnologia, della nostra scienza, anziché perdere tempo prendendo in giro, ad esempio, le sciocchezze populiste e complottiste in circolazione.

4. Applicare acriticamente al presente categorie politico-ideologiche del passato non solo conduce il pensiero che vuole essere critico fuori pista, ma soprattutto non lo mette nelle condizioni di capire i caratteri specifici dell’odierno regime sociale. Anche per questo ho da sempre polemizzato con i professionisti dell’antifascismo, i quali “calano” sul presente vecchi schemi concettuali che peraltro si erano dimostrati analiticamente, oltre che politicamente, fallaci già al momento della loro elaborazione. E difatti, lungi dall’aver realizzato un cambiamento di “paradigma” politico-sociale, la Repubblica nata dalla Resistenza si è subito rivelata per quello che non poteva non essere, ossia la continuazione del dominio sociale capitalistico già difeso dal regime fascista. Mentre la militanza antifascista del nostro Paese si dava da fare con il “fascista” di turno (Cossiga, Craxi e Berlusconi, ad esempio) nel pregevole – faccio dell’ironia – sforzo di salvare la democrazia italiana eternamente in pericolo, il Capitalismo affermava ovunque nel mondo il suo carattere totalitario. La circostanza per cui la dittatura borghese di cui parlava Marx si dà, in primo luogo, come un fatto squisitamente sociale, prim’ancora che politico-istituzionale, è cosa che la gran parte dei “marxisti” ancora in circolazione in Italia non capiranno mai. Si badi bene, non a causa di un difetto di intelligenza, ma a motivo della loro collocazione politico-sociale: questi “marxisti”, infatti, difendono da “sinistra” il vigente dominio sociale, che essi intendono semplicemente migliorare, ad esempio con iniezioni di “egualitarismo”, affinché la distanza che separa i ricchi dai poveri non sia troppo grande, e cianfrusaglie ideologiche di simile conio, tutte puntualmente derise dal reale processo sociale, nonostante i continui esorcismi di Papa Francesco.

A proposito del “Papa comunista”, Francesco Borgonovo (La Verità) ha voluto cogliere una contraddizione nel dibattito, peraltro sempre più stucchevole e strumentale, in corso in Italia sul “populismo”: «Il populista dei tempi nostri è un cattivone che cova ambizioni autoritarie, un arruffapopoli che fa strame della democrazia sfruttando i bassi istinti, uno che finge di rappresentare il popolo ma fomenta il popolino. Eppure, in questo ragionamento ormai universalmente diffuso, c’è un inghippo. C’è qualcosa che non torna. Se i populisti sono così bestie e così perfidi, perché c’è un populista fatto e finito che viene celebrato a reti unificate? Di più: che viene incensato dai giornali e citato come un esempio dai politici di ogni ordine e grado? Mistero (ma nemmeno tanto). Il populista in questione è un signore di nome Jorge Mario Bergoglio, cioè papa Francesco. La sua recente visita a Milano e Monza si è rivelata un successo strepitoso, e tutti i media l’hanno descritta così. Eppure proprio quella visita ha fatto emergere il lato più decisamente populista di Francesco». Borgonovo spiega la naturale tendenza populista del Santissimo Padre con la sua origine geopolitica: «Bergoglio conosce molto bene il populismo, perché lo ha praticato e frequentato anche prima di diventare papa. Non per nulla viene dall’Argentina, la terra del peronismo. Nei richiami del pontefice alla “Madre Terra” violentata dal dio denaro si trovano tracce dell’attenzione peronista verso “el campo”, la campagna». Sul peronismo di Papa Francesco concorda anche Loris Zanatta, professore di storia dell’America latina all’università di Bologna e autore de La nazione cattolica. Chiesa e dittatura nell’Argentina di Bergoglio (Laterza, 2015): «Francesco può a tutti gli effetti essere definito un papa populista, se si usa il termine come strumento analitico e non nel senso negativo a cui siamo abituati. Il suo popolo non è però quello della tradizione illuminista, ma è il popolo della tradizione latinoamericana di cui il peronismo è stato il più tipico caso: una comunità organica, riflesso della volontà divina. Una sorta di “popolo mitico”, come lo ha definito il papa» (4). Su questa faccenda rimando a un mio vecchio post.

5. Lo stesso Papa, a sua volta, denuncia un crescente «populismo penale» che starebbe trascinando la politica penale, in Italia e nel mondo, verso una vera e propria deriva classista e razzista. Si tratta, come scrive Alberto Bazoli sul Foglio, della «produzione continua e inarrestabile di nuove fattispecie penali, spesso caratterizzate da pene draconiane e sproporzionate, che soddisfano la ricerca immediata del consenso politico, ma finiscono per ingolfare il sistema e assegnare alla risposta penale compiti che non le sono propri». Avendo io una concezione piuttosto “elastica”, o “dinamica” (o semplicemente realistica e non ideologica), del Diritto (borghese) tale “deriva panpenalistica” non mi scandalizza affatto, e conferma piuttosto ai miei occhi la tesi marxiana secondo la quale «anche il diritto del più forte è un diritto, e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma nello Stato di diritto» (Grundrisse).

In un discorso del giugno 2014 tenuto in un convegno di giuristi, egli pronunciò le chiare parole che seguono: «Negli ultimi decenni si è diffusa la convinzione che attraverso la pena pubblica si possano risolvere i più disparati problemi sociali, come se per le più diverse malattie ci venisse raccomandata la medesima medicina. […] Si è affievolita la concezione del diritto penale come ultima ratio, come ultimo ricorso alla sanzione, limitato ai fatti più gravi contro gli interessi individuali e collettivi più degni di protezione. [..]. In questo contesto, la missione dei giuristi non può essere altra che quella di limitare e contenere tali tendenze. È un compito difficile, in tempi nei quali molti giudici e operatori del sistema penale devono svolgere la loro mansione sotto la pressione dei mezzi di comunicazione di massa, di alcuni politici senza scrupoli, e delle pulsioni di vendetta che serpeggiano nella società». Sulle «pulsioni di vendetta che serpeggiano nella società» verrò tra un attimo.

Una limpida lezione di “populismo giudiziario” ci viene oggi offerta dal Pubblico Ministero di Trani Michele Ruggiero, protagonista nel processo a carico di importanti agenzie di rating «accusate di avere decretato e divulgato una serie di declassamenti e giudizi negativi nei confronti della “nostra” Repubblica Italiana nel secondo semestre del 2011 “manipolando il mercato”, così calpestando la dignità del nostro Stato sovrano». Cito dal Blog di Beppe Grillo: «Era per quella gente semplice e silenziosa, il Popolo Sovrano, che dovevo farmi coraggio, resistere ed andare avanti in quell’ardua battaglia giudiziaria. Se è vero – come qualcuno ha detto – che è impossibile vincere contro chi non si arrende mai, è altrettanto vero che in questo processo sapevo per certo che non avrei perso mai, come non avrebbe perso mai il mio Paese silenzioso, perché non ci saremmo arresi mai. A tutti i miei fratelli d’Italia, piccoli e grandi, dedico questo enorme sforzo, con l’amarezza di non avere raggiunto – per ora – l’obiettivo, ma con la serenità che mi deriva dall’intima consapevolezza di aver fatto il mio dovere, tutto e fino in fondo. Quando ci si impegna tenacemente per realizzare quello in cui si crede, si intraprende un cammino ed il risultato finale non conta più, diviene solo un trascurabile dettaglio. Siamo anelli di una catena, siamo parte di un Tutto». Il «Tutto» naturalmente allude al Popolo Sovrano, alla Nazione, alla Patria, al «Paese che avrebbe potuto non onorare i suoi debiti» ma che avrebbe dovuto trattare il processo di cui si parla come «una questione di dignità delle sue istituzioni e, prima ancora, del suo stesso popolo». Roba da mandare in estasi tutti i populisti e i manettari del Belpaese!

6. Ha senso oggi parlare di populismo come se ne poteva parlare, che ne so, un secolo fa, o mezzo secolo fa? Penso che non ne abbia molto, se non per individuare delle costanti. Ad esempio, lisciare il pelo al popolo, coccolarlo, affermare che esso ha sempre ragione (come il cliente, salvo poi mazziarlo a dovere a voto o appoggio politico incassato); che è nel Popolo che si concentrano tutte le virtù civili e morali del Paese, mentre l’odiata “casta” è simile a una sentina di vizi; che è nella “gente semplice” che risiede la sola possibilità di salvezza e di riscatto; che bisogna pensare e parlare come il popolo: queste e altre simili fandonie di stampo demagogico da sempre fanno parte del repertorio politico dei “populisti”, a iniziare da quelli attivi nell’antica Roma. Il problema non è il populista in sé, ma piuttosto la realtà sociale che produce le condizioni idonee alla sua nascita e al suo successo. Quando ascolto un “populista”, di “destra” o di “sinistra” che sia, istintivamente non mi arrabbio con lui, della cui esistenza su questo pianeta nulla mi importa, ma con la gente che lo applaude, che prende per oro colato tutte le sciocchezze e le frasi ultrareazionarie che gli escono dalla bocca. Poi, essendo un “materialista dialettico”, almeno secondo il giudizio poco obiettivo di alcuni amici, stempero quella istintiva rabbia nei confronti delle vittime del “populismo”, soprattutto se provengono dal proletariato e dai ceti sociali declassati e azzannati dal processo capitalistico di ristrutturazione, e cerco di riflettere sui meccanismi sociali che trasformano gli individui in tante pecorelle smarrite pronte a subire l’inquadramento da parte del personale politico che amministra la nostra vita. E quando parlo di personale politico intendo riferirmi a tutto lo spettro politico, e non solo ai cosiddetti “populisti”, i quali arrivano buon ultimi e cercano, del tutto legittimamente, di coprire una fetta del mercato politico-ideologico creata da una specifica domanda, esattamente come fanno i loro concorrenti di “destra” e di “sinistra” che affettano nei loro confronti una presunta – e ridicola – superiorità antropologica. La stessa miserabile “superiorità” che, come già ricordato, essi sbandierarono agli inizi degli anni Novanta nei confronti del “berlusconismo”, rubricato a sua volta come espressione di «populismo demagogico e antipolitico», come l’anticamera di un «nuovo fascismo», e sciocchezze di analogo conio.

7. Alla fine del XIX secolo in Germania venivano definiti populisti gli antisemiti, e nello stesso periodo in Francia l’antisemitismo era molto popolare. Scrivevo in un post del 2010 dedicato ai sanguinosi fatti di Rosarno: «Chi vive nei piani bassi dell’edificio sociale è più esposto al veleno del pregiudizio, perché lì la darwiniana lotta per la sopravvivenza si presenta tutti i giorni con i caratteri ultimativi della sopravvivenza fisica e morale. La famigerata “lotta tra i poveri”, della quale il Santo Padre si lamenta, non dispone gli animi ai buoni sentimenti, e chi vive giornalmente con l’angoscia di perdere anche le briciole coltiva una suscettibilità nei confronti dei pericoli, reali o semplicemente immaginari, tutt’affatto particolare. Non ci vuole un corso accelerato di sociologia o di psicoanalisi per comprendere questo meccanismo, e certo lo hanno ben compreso i dittatori e i populisti d’ogni tempo. Le classi dominanti hanno imparato a tenere caldo il risentimento dei dominati, per volgerlo al momento opportuno contro i suoi nemici, o contro il capro espiatorio di turno: l’ebreo, il negro, l’arabo, l’albanese, il rumeno, il cinese: chi sarà il capro espiatorio di domani? Mutatis mutandis, la storia si ripete sempre di nuovo, non a causa di tare antropologiche, di corsi e ricorsi vichiani o di altre più moderne e meno sofisticate cianfrusaglie concettuali, ma a ragione del fatto che le radici del male sono ancora intonse e sempre più profonde». Ebbene, chi intende approfondire seriamente la riflessione intorno a fenomeni che fin troppo sbrigativamente, per “economia di pensiero”, rubrichiamo come populismo, a mio avviso farebbe bene a concentrasi più sulla radicalità sociale del male, che sulle sue manifestazioni politiche, ideologiche, culturali, che a volte offrono allo sguardo una maschera di banale ottusità intellettuale.

Per riprendere e generalizzare quanto una volta ebbe a dire Indro Montanelli sugli italiani, eternamente affascinati dall’uomo forte (che oggi potrebbe avere il volto di un Putin o di un Trump), gli individui «hanno bisogno come il pane dell’uomo che “si affaccia dal balcone”». O dal Blog… Ma è un bisogno che si spiega benissimo a partire dai meccanismi e dalle relazioni che informano la moderna società capitalistica.

Come hanno dimostrato Adorno e Horkheimer, anche sulla scorta della psicoanalisi freudiana, il processo di massificazione degli individui, che espone questi ultimi al richiamo delle sirene “populiste”, è iniziato ben prima che in Occidente apparissero i movimenti di massa legati in mille modi alla Prima guerra mondiale, e cioè già in epoca democratico-liberale, quando lo sviluppo del Capitalismo, reso possibile anche dai successi mietuti dalla razionalità scientifica su tutti i campi di osservazione della natura (dal microcosmo al macrocosmo) (5), trasformò definitivamente il singolo individuo in un atomo incapace di padroneggiare la totalità del processo sociale, che davvero a quel punto appariva ai suoi occhi in guisa di mostruosa potenza estranea e ostile, come voleva la teoria marxiana. «Si sente spesso affermare che i moderni mezzi di comunicazione di massa – cinema, radio, televisione ecc. – offrono a chiunque ne disponga la sicura possibilità di pervenire al dominio delle masse mediante manipolazioni tecniche: ma non sono i mezzi di comunicazione di per sé il pericolo sociale». Così scrivevano Horkheimer e Adorno negli anni Cinquanta. In effetti, l’attenzione va posta appunto sulla riduzione degli individui a massa, «la quale è un prodotto sociale. […] Essa dà agli individui un illusorio senso di prossimità e unione ma proprio questa illusione presuppone l’atomizzazione, alienazione e impotenza degli individui» (6).

Non è che nell’epoca del dominio totalitario del capitale le cose per l’individuo sono cambiate in meglio, anzi! Ecco il Popolo (o «le masse», in una variante sinistrorsa del populismo) con cui abbiamo a che fare. Il populismo esalta il “popolo” come questo viene generato sempre di nuovo dalla vigente struttura sociale, e per questo esso conferma ed esprime in forma apologetica la cattivissima realtà che ci sta dinanzi. Lungi dall’essere adulato e idealizzato il “popolo” andrebbe piuttosto criticato, ossia ricondotto ai suoi reali termini sociali, cosa che ovviamente non può importare un fico secco a chi vuole mietere voti elettorali, mentre interessa moltissimo a chi intende favorire lo sviluppo di una coscienza critico-rivoluzionaria intorno alla vigenza del Dominio e alla possibilità della Liberazione.

A proposito di «democrazia diretta», c’è da dire che il “popolo” è diretto in primo luogo dalla prassi sociale informata fin nei dettagli dai rapporti sociali dominanti; esso respira a pieni polmoni l’escrementizia aria che promana da quei rapporti di dominio e di sfruttamento, ragion per cui fare affidamento sulla sua spontaneità significa consegnarsi senza combattere al nemico.

8. Ovviamente il populista non la pensa così. «Sì, penso di essere populista. Voglio fare decidere il popolo su tutti gli argomenti. […] Io non voglio essere rappresentato. Voglio essere consultato, di continuo, su ogni argomento. Auspico la democrazia diretta. La democrazia diretta significa: sono i cittadini a proporre dei progetti di legge da approvare tramite referendum. Non ci sarebbe più un Parlamento. La tesi di una presunta incompetenza dei cittadini è molto antidemocratica. Il voto del più ignorante vale quanto quello del più istruito. O siamo d’accordo su questo oppure affidiamo le decisioni agli esperti. Io preferisco la prima soluzione. Non so se dà migliori risultati, ma a quelli mi sento obbligato di aderire. Non è tanto una questione di efficacia quanto di giustizia». È questo tipo di populismo che Michel Houellebecq, «lo scrittore francese vivente più celebre nel mondo», difende in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera. Io continuo a pensare che la cosiddetta democrazia diretta non sia semplicemente la democrazia diretta da un capo, ma che, «diretta» o «delegata» che sia, quella che chiamiamo democrazia è soprattutto un regime politico-istituzionale conforme ai rapporti di classe vigenti in questa epoca storica. Guardata da questa prospettiva, la sola, credo, che consente al pensiero di osservare ciò che si muove oltre l’apparenza generata dall’ideologia dominante (un concetto, questo, che non ha nulla a che fare con la solita infantile distinzione “destra-sinistra”), l’alternativa tra «democrazia diretta», che farebbe gli interessi del “popolo” (della gente che sta in basso), e «democrazia tradizionale», che farebbe gli interessi della «casta» (dei «poteri forti», delle élites, di quelli che stanno in alto) non ha un solo grammo di consistenza, ed è buona solo per drenare consensi elettorali sul versante di chi non ha più fiducia nella cosiddetta democrazia rappresentativa. Per non parlare del fatto che spesso dietro all’«uno vale uno» si nasconde il Super Uno, l’Uno che è più uguale degli altri.

Secondo Franco Debenedetti, che cita un paper della Bridgewater, il più grande hedge fund del mondo che considera il populismo «un rischio politico a livello mondiale», questo “partito” «ormai ha il consenso del 35% degli elettori delle nazioni sviluppate, un livello che non si vedeva dagli anni 30. Ma non tutti i populismi sono uguali», aggiunge Debenedetti forse per rincuorare i suoi elettori: «c’è quello di Hitler e Mussolini, e quello di Franklin D. Roosevelt che entrambi combatté e sconfisse» (7). «Combatté e sconfisse», mi permetto di aggiungere, non per ragioni ideologiche, non per salvare il mondo dall’abisso nazifascista, come disse e scrisse la propaganda dei vincitori, ma per interessi sintetizzabili nel concetto, tutt’altro che obsoleto, di imperialismo, realtà che ovviamente accomunava tutte le nazioni del mondo che portarono al macello decine di milioni di persone, la gran parte “civili”.

Insomma, «democrazia diretta» e «democrazia delegata» sono la stessa cosa quanto a natura sociale, e sono perfettamente interscambiabili sul piano della governabilità, come i giocatori di una stessa squadra che all’occorrenza si alternano sul terreno di gioco: il giocatore stanco o infortunato viene subito sostituito dal compagno fresco e pimpante che prima sedeva in panchina e scalpitava per entrare: «Mister, mi faccia entrare, sono pronto!». Un regime finisce e un altro lo sostituisce, garantendo la continuità del Dominio sociale: niente di più fisiologico. Lo abbiamo visto in Italia proprio dopo la caduta del Fascismo. Poi, mutatis mutandis, lo abbiamo rivisto ai tempi di Tangentopoli, quando cadde la cosiddetta Prima Repubblica, evidentemente non più adeguata ad esprimere il mondo creato dalla globalizzazione capitalistica e dalla caduta del Muro di Berlino. È arrivato il momento dei nuovi salvatori della Patria? Detto en passant, sulla robusta continuità politica, ideologica e istituzionale tra fascismo e post-fascismo da ultimi offre un buon contributo analitico il saggio di Mimmo Franzinelli Il tribunale del Duce (Mondadori, 2017) (8).

Il referendum greco del 5 luglio 2015 sul famigerato Terzo Memorandum della Troika e quello britannico del 23 giugno sulla Brexit vengono presentati da molti commentatori e da non pochi leader politici come due fulgidi esempi di «democrazia diretta»; ai miei occhi essi rappresentano piuttosto due classici esempi di quella che a proposito dei due eventi ho definito scelta dell’albero a cui impiccarsi. Infatti, in entrambi i casi per le classi subalterne di quei due Paesi non solo non sarebbe cambiato sostanzialmente niente, comunque fossero andate le cose, ma in più in caso di magagne la classe dominante avrebbe sempre potuto dire all’elettorato che esso stesso ha scelto la strada da prendere, e che, nella buona come nella cattiva sorte, «siamo tutti sulla stessa barca». Certo, siamo tutti sulla barca del Capitalismo planetario, che per quanto mi riguarda andrebbe affondata senz’altro, e non portata su mari meno tempestosi, come si illudono di fare populisti e antipopulisti.

Il populista ama appellarsi al Popolo perché sa perfettamente che esso sceglierà le sue carte prendendo sempre dal mazzo preparato dal Dominio. D’altra parte, se il gioco di prestigio democratico non dovesse riuscire, basterebbe un secondo per gettare la carota e impugnare il bastone. Beninteso, sempre in vista della felicità del Popolo, o delle masse che dir si voglia.

9. Alla vigilia della Rivoluzione d’Ottobre, di cui quest’anno si celebra il centenario, Lenin disse che «ogni cuoca dovrebbe imparare a governare lo Stato»; una frase che gli verrà rinfacciata dai suoi critici alla luce di una controrivoluzione (quella che porta il nome di Stalin) che egli non poteva certo prevedere.   Comunque sia, lo Stato di cui parlava Lenin era quello partorito non dalle urne, non da una consultazione elettorale o referendaria (Volete il Capitalismo o il Socialismo?), ma da una rivoluzione sociale, era insomma, nell’esempio russo qui richiamato, lo Stato sovietico (cioè centrato sui «Soviet degli operai, dei soldati e dei contadini») chiamato ad esercitare la «dittatura rivoluzionaria del proletariato», anche definita «democrazia proletaria», in vista del superamento del Capitalismo e della dimensione classista della società mondiale. Le speranze di Lenin e della sua cuoca andranno deluse per i motivi che ho provato a spiegare, in ultimo, in due post dedicati al Grande Azzardo. Qui intendo semplicemente dire che la sola «democrazia diretta» che le classi subalterne dovrebbero rivendicare sarebbe quella che ne attesterebbe l’autonomia politica e l’irriducibile antagonismo nei confronti delle classi dominanti, e quindi nei confronti dello Stato e del vasto mondo politico-ideologico che esprime e sorregge il vigente status quo sociale. Altro che sovranismo! Altro che «lotta alla casta»! Altro che “populismo”! Classismo a tutto spiano, piuttosto. Mettere oggi la metaforica cuoca, come vorrebbe il “populista”, al posto di un politico della “casta” muterebbe forse di una sola virgola l’attuale regime sociale? La domanda è puramente retorica, e non è certo rivolta al “populista”, il quale è assorbito da ben altre incombenze: «Rottamiamo la casta! Potere al Popolo!». Ecco fatto!

(1) K. Marx, La guerra civile in Francia, pp. 140-141, Newton, 1973.
(2) G. Santomassimo, Il Manifesto, 28/06/2016
(3) J. Steinbeck, Furore, p. 66, Bompiani, 1980.
(4) Pagina 99.
(5) «In realtà il desiderio insaziabile dell’uomo di estendere il suo potere in due infiniti, il microcosmo e l’universo, non ha radici nella sua natura bensì nella struttura della società» (M Horkheimer, Eclisse della ragione, pp. 96-97, Einaudi, 2000). Su questo aspetto rimando al post Sul potere sociale della scienza e della tecnologia.
(6) M. Horkheimer, T. W. Adorno, Massa, in Lezioni di sociologia, p. 96, Einaudi, 2001.
(7) F. Debenedetti, Il populismo di Grillo e il ruolo del Pd, Istituto Bruno Leoni.
(8) Scriveva Ugo Rescigno nel 1975 (un momento di svolta nella politica repressiva condotta dallo Stato contro i nemici della politica dei sacrifici praticata dalla “strana coppia” DC-PCI): «Si coglie la essenziale continuità di tutto l’ordinamento giuridico italiano e dell’apparato statuale dal periodo fascista a quello repubblicano, per cui la Costituzione si è sovrapposta a quell’ordinamento come un cappello nuovo su un vecchio abito» (U. Rescigno, Costituzione italiana e Stato borghese, Savelli, 1977).