GIOCHI DI POTERE SULLA NOSTRA PELLE

Sorde implacabili sirene
davano il triste annuncio,
mentre il tramonto inondava
i viali deserti di oscuri presagi.
Giochi di potere sulla nostra pelle,
su quegli uomini armati di romantici ideali.
Qualunque sia il compenso
non restituirà mai il giusto.
Carmen Consoli, Eco di Sirene.

«Da anni in Italia la questione vaccinale è diventata terreno di uno scontro ideologico e non scientifico»: così scriveva qualche giorno fa Franco Bechis in un interessante articolo pubblicato dal Tempo, e la cui lettura consiglio a chi vuol farsi un’idea sulle cosiddette “reazioni avverse”, o, meglio, su come esse vengono valutate e gestite nei diversi Paesi europei, e in particolate in Italia e in Gran Bretagna, presi da Bechis come esempi di due opposti modelli sociali. Da buon “liberista” Bechis preferisce di gran lunga il modello britannico, perché «le informazioni veritiere e la assoluta trasparenza pagano sempre: i cittadini nel Regno Unito non si sentono trattati come avviene qui come un popolo di ignoranti e scemi a cui non si può dire nulla, e hanno più fiducia nelle autorità. In Italia invece non c’è un solo dato sulle reazioni avverse messo a disposizione della opinione pubblica, e probabilmente nemmeno delle autorità visto che nessuno li raccoglie». C’è chi preferisce il modello (capitalistico) cinese, chi preferisce quello statunitense, oppure tedesco, cubano, russo, francese ecc.: ce n’è per tutti gusti. E d’altra parte, chi sono io per giudicare i gusti degli altri? I tempi consigliano umiltà. E tanto servilismo: più che di “immunità di gregge” si dovrebbe infatti parlare di immunità del gregge.

Era inevitabile insomma che anche sulla profilassi vaccinale contro il Covid-19 si creassero in Italia (ma anche in altri Paesi europei, a dire il vero) due opposti partiti che ostentano una certezza e un piglio combattivo degni di miglior causa: «È meglio vaccinarsi, e chi non la pensa così è uno stupido!»/«È meglio non vaccinarsi, e chi non la pensa così è uno stupido!». Dove sta la ragione? E, ancora, di che ragione si tratta?

I “negazionisti” (sulla pericolosità del Coronavirus, sulla necessità della profilassi vaccinale e su molto altro) e i loro nemici, gli “antinegazionisti”, sono essenzialmente due opposte ma complementari tifoserie, due facce della stessa medaglia: è questa l’idea che ho maturato sulla faccenda che ci assilla ormai da un anno. Entrambe le “fazioni” mostrano, a mio avviso, una totale incomprensione circa la natura di questa società dominata dai rapporti sociali capitalistici, e in questo senso esse non sono che due modi diversi di manifestarsi del “disagio sociale”, dell’irrazionalità che imperversa dappertutto, dell’angoscia individuale e collettiva, dell’impotenza, del risentimento sociale e così via, elencando quanto di pessimo riusciamo a concepire – e a praticare, chi più, chi meno.

È la guerra di tutti contro tutti, ha scritto qualcuno; è la guerra che il Capitale muove a tutti gli individui, a cominciare ovviamente da chi per vivere è costretto a vendere sul mercato del lavoro capacità fisiche e intellettuali. In questa guerra permanente, che oppone i ricchi ai poveri, gli occupati ai disoccupati, i dipendenti pubblici a quelli “privati”, le donne agli uomini, i vecchi ai giovani, i bianchi ai neri, i meridionali ai settentrionali, ecc., il solo vincente è, inutile dirlo, il Capitale, il Moloch che ci centrifuga e che ci getta nella pattumiera quando non siamo in grado né di produrre “beni e servizi” né di spendere per acquistarli.

Quello che sta accadendo in questi giorni a proposito della rognosissima questione vaccinale dimostra plasticamente tutta l’irrazionalità, l’illibertà e la disumanità di questa società, la quale, contro ogni evidenza, non perde occasione per proclamarsi la più razionale, libera e umana organizzazione sociale mai apparsa sulla scena storica. Le vittime (103.000) che oggi lo Stato Italiano commemora a Bergamo, e quelle che si contano in tutto il mondo (2,6 milioni), vanno messe per intero sul conto di questa Società-Mondo, la quale ha creato fin nei dettagli la pandemia che continua a tormentarci.

Scrive Žižek polemizzando con Agamben e i negacomplottisti di “destra” e di “sinistra”: «Sia la destra alternativa sia la sinistra fasulla rifiutano di accettare appieno la realtà dell’epidemia, ed entrambe la mitigano in un esercizio di riduzionismo socio-costruttivista, ovvero, denunciandola in nome del suo significato sociale» (1). Per quanto mi riguarda, ricondurre l’epidemia al suo «significato sociale» non significa affatto depotenziarne in qualche modo la carica maligna, tutt’altro!  Significa piuttosto riconoscere che il virus che mette a repentaglio la nostra salute e la nostra stessa vita ci è stato sparato contro, per così dire, non dalla natura, che così si vendicherebbe del tanto male che le arrechiamo con le nostre attività (capitalistiche), o da qualche “potere forte” più o meno occulto per  ottenere un vantaggio di qualche tipo (e qui basta lasciar correre liberamente la nostra più fervida fantasia), ma appunto dalla vigente società, dal suo  “oggettivo” modo di essere, dai suoi “oggettivi” meccanismi interni. Altro che mitigare la realtà dell’epidemia attraverso il riconoscimento della sua natura essenzialmente sociale!

«Evitare di stringere la mano e isolarsi quando è necessario è la forma che oggi assume la solidarietà»; e la miseria sociale, mi permetto di aggiungere per dispiacere chi vuole vedere sempre il lato pieno del bicchiere.  «Monitorare e punire? Sì, grazie!»: e qui viene fuori tutta la “radicalità di pensiero” di Žižek – e questo anche a proposito di «sinistra fasulla», oltre che autoritaria. La verità è che questa società prima ci dà mazzate (metaforiche e reali) sulla testa, e poi, bontà sua, ci offre i rimedi (farmacologici, psicologici, ideologici e quant’altro) per lenire il dolore e curare le ferite, così che i suoi sudditi possano intonare le lodi al Progresso sociale e scientifico. È la perfida quanto efficacissima dialettica del dominio capitalistico che ci tiene sempre più fortemente inchiodati alla croce di questa disumana dimensione esistenziale.

Quanto al «nuovo comunismo che ci può liberare» proposto dall’intellettuale sloveno, ebbene esso suscita in me la stessa simpatia che mi suscita il capitalismo – comunque declinato: privato, di Stato, benecomunista, liberista, protezionista, dal “volto umano”, dal “volto disumano” e così via.

Il concetto di totalitarismo dei rapporti sociali capitalistici spiega “a cascata” (e “dialetticamente”) tutti i concetti correlati alla prassi del dominio politico e del controllo sociale. Criticare «lo stato di eccezione come paradigma normale di governo» (Agamben), senza mettere in questione la società capitalistica in quanto tale, al di là degli assetti politico-istituzionale contingenti che ci governano, e anzi perorare la causa di un «ritorno alla Costituzione» (capitalistica), significa non aver afferrato concettualmente la radicalità del Male che ci espone, impotenti, a ogni genere di offesa, con ciò che ne segue anche in termini di stato d’angoscia permanete. È questa complessa, contraddittoria e conflittuale realtà che “complotta” contro l’umanità in generale, e contro le classi subalterne in particolare. Sulla natura essenzialmente sociale – tanto nella sua genesi quanto nelle sue conseguenze – di questa pandemia rimando al PDF Il Virus e la nudità del Dominio.

L’eco tagliente di sirene sulle ferite aperte.
Aspettavamo impotenti gli attacchi nemici,
e forse per l’ultima volta.
Giochi di potere sulla nostra pelle.

La massa degli individui non controlla nulla che sia decisivo ai fini della vita individuale e collettiva: siamo completamente in balìa degli eventi, appesi a decisioni di natura economica, politica e geopolitica che riguardano la nostra vita e su cui tuttavia non esercitiamo alcuna influenza: sulle questioni veramente importanti non c’è dato di toccare palla, per usare una metafora calcistica. Rischiare di ammalarsi e magari crepare per non aver fatto il vaccino, oppure accettare il rischio di ammalarsi e lasciarci le penne arrendendosi alla profilattica inoculazione? Che bella scelta ci si para dinanzi! Pare che la statistica parli a favore della vaccinazione: in Gran Bretagna il rischio di morire a causa di “reazioni avverse” è stimato intorno allo 0,00236% dei vaccinati. «Chi il mattino esce per andare a fare la sua dose in un centro di vaccinazione sa già che quella fiala può essere letale più o meno per uno solo ogni 50 mila vaccinati: il rischio c’è, ma non sembra altissimo». Giriamo dunque la Ruota della Fortuna (che per molti ha le sembianze di una incombente roulette russa ), e speriamo di non appartenere allo 0,002% della popolazione “meno fortunata”, diciamo così. Che se ne abbia o meno la consapevolezza, tutti i giorni, ovunque ci troviamo (anche a casa!), ci confrontiamo con questo tipo di realtà.

Accade però che, date certe circostanze, il panico che in situazioni “normali” colpisce solo pochi individui può trasformarsi in un fenomeno di massa: è un po’ quello che sta accadendo in questi giorni a proposito delle supposte “reazioni avverse” causate dalla vaccinazione. Hai voglia di spiegare alla gente che il rischio correlato alla vaccinazione è assolutamente accettabile. Come diceva Sigmund Freud, «le argomentazioni logiche non possono niente contro gli interessi affettivi, ed è per questo che, nel mondo degli interessi, la lotta a base di ragionamenti è tanto sterile» (2). Di qui, le fortune politiche di populisti e demagoghi d’ogni risma e colore, e il pietoso insuccesso di chi porta argomenti razionali a difesa dello status quo sociale – perché alla fine di questo si tratta, per gli uni e per gli altri. L’ottusità dell’illuminista che pretende di rassicurare la gente impaurita sfornando cifre a supporto della ragione scientifica e del “bene comune”, può rivelarsi non meno implacabile e violenta della propaganda politica dei populisti e dei demagoghi. Le strade che portano l’umanità all’infelicità sono lastricate di eccellenti propositi – architettati da chi intende “fare del bene” senza avere la minima idea di ciò che è il Male.

Un consiglio politicamente/eticamente scorretto: se volete continuare a usare i farmaci sfornati dalla famigerata Big Pharma, non leggete la rubrica degli effetti collaterali riportata dai bugiardini. Abbiate fede nella scienza medica e continuate a far girare la Ruota! Qualche giorno fa l’ho fatto anch’io, usando un collirio con proprietà antibiotiche: per mia fortuna male non mi ha fatto, ed è già una buona notizia – ultimamente le mie pretese si sono alquanto ridimensionate, e anche questo è forse un segno dei pessimi tempi. Quale alternativa ha dinanzi chi non vuole beccarsi il maledettissimo virus e non vuole essere messo ai margini della società quando l’obbligo vaccinale si affermerà di fatto (e forse poi anche di Diritto)? Questa società ci mette continuamente di fronte a scelte che tali in effetti non sono, e che difatti spesso chiamiamo “scelte obbligate”: sei “libero” di non lavorare, certo, ma se non lavori non mangi; sei libero di rifiutare la forma-merce e di consumare solo valori d’uso, ma se lo fai… Ma lo puoi fare nella società che ha nella forma-merce e nella forma-denaro i suoi “paradigmi” più caratteristici?

Non c’è dubbio: dobbiamo continuamente accettare dei “compromessi” tra quello che vorremmo essere e fare, e ciò che la società ci impone di essere e di fare.  E, infatti, non si tratta di “compromessi”, ma di costrizioni, di obblighi. La libertà di scelta ci è preclusa in radice: in questa società essa è una menzogna, un concetto puramente ideologico. Come venire fuori da questo circolo vizioso esistenziale che tormenta le persone umanamente più sensibili?

Scrivevo su un post di qualche settimana fa: «Detto en passant, dal vaccino russo a quello americano; dal vaccino cubano a quello cinese e così via, sulla nostra pelle si sta giocando una schifosissima partita geopolitica». In realtà si tratta di una partita sistemica, giocata a tutto campo, che coinvolge ogni aspetto della nostra vita. Ci si indigna per il fatto che le multinazionali che producono il vaccino anti Covid-19 pensino solo al profitto e per il peso che esse hanno sulle scelte dei governi: come spesso accade, anche in questo caso l’indignazione esprime una grave incomprensione circa la natura e la dinamica della società che non a caso definiamo capitalistica. È sempre doloroso toccare con mano la stringente verità di certi concetti.

Scrive Stefano Valentini: «Garantire la salvezza ai più, assicurando alle case farmaceutiche produttrici i profitti della corsa al vaccino contro il Covid-19. È la “Mission impossible” della politica Ue di fronte a una catastrofe sanitaria che ha già seminato oltre 2 milioni e mezzo di vittime. I dirigenti europei sanno che la priorità è proteggere la vita, quella dei potenziali infetti e di coloro che perdono i mezzi di sussistenza a causa del blocco delle attività commerciali per contenere i contagi. Ma, contemporaneamente, non osano [ah, pavidi decisori politici!] sacrificare le logiche del profitto su cui si fonda il nostro modello di sviluppo [si chiama capitalismo, semplicemente]. Da una parte, promuovono l’immunizzazione di massa; dall’altra corrono il rischio che l’industria la rallenti, lasciando la produzione nelle sue mani, anziché democratizzarla» (VoxEurop). È il capitalismo, signor europeista, e tu non puoi farci niente di niente! Sulla democratizzazione della produzione capitalistica conviene poi stendere un velo pietosissimo. Il problema, per chi scrive, è che anche le classi subalterne ragionano allo stesso modo, lasciandosi così ingannare da chi intende “fare del bene”.

Insomma, per come la vedo io il vero problema su cui dovremmo riflettere con serietà, con radicalità di pensiero (e poi magari anche di azione) e senza illusioni di alcun genere non ruota intorno all’amletica domanda: Vaccinarsi o non vaccinarsi?, ma su come venir fuori, e con una certa urgenza, da una società che ci espone continuamente a ogni sorta di rischio, di pericolo, di incertezza. Che le cose in futuro andranno peggio è nell’ordine capitalistico delle cose, e già la semplice continuità di questa società rappresenta ai miei occhi il peggio che ci possa capitare. Personalmente faccio molta fatica a invidiare (in senso buono) i giovani, peraltro spesso accusati da una parte della stessa “opinione pubblica” di essere degli untori (che miserabile sciocchezza!); mentre soffro (lo giuro!) vedendo i bambini e i loro genitori costretti a sospettare di tutto e di tutti, a non poter permettersi nemmeno “il lusso” di una spensierata passeggiata. «Dilaga il disagio psichico tra grandi e piccini. Non sono mai stati venduti tanti psicofarmaci come nell’ultimo anno»: ma va?

«La pandemia ha determinato il crollo del ceto medio, dal 40 per cento pre Covid al 27% di oggi. E la tensione sociale cova, a livelli estremamente pericolosi. Lo rivela il Rapporto Ipsos-Flair. Lo smottamento del ceto medio, passato da quasi il 40% del pre-pandemia al 27% di oggi; la crescita della tensione sociale, che cova sotto la cenere ma che intanto è salita al 73% e potrebbe esplodere da un momento all’altro. La paura (28%) e l’attesa (33%) sono i due sentimenti dominanti del momento, seguiti da altre due pulsioni negative come delusione (24%) e tristezza (22%); la rabbia ribolle nel 13% delle persone, mentre serenità, dinamismo e passione animano, ciascuna, il 5% dell’opinione pubblica» (Formiche.net). Ho sempre invidiato la precisazione statistica della moderna sociologia. Scherzo. E soprattutto mi si dica qualcosa che ancora non so! «La pandemia ha determinato il crollo del ceto medio»: ma va? E vogliamo parlare del crollo del ceto basso?

Giochi di potere sulla nostra pelle,
sulle infanzie sciupate,
violentate irrimediabilmente.
Chi pagherà per questo,
chi ne porterà il segno?
Saranno in pochi a riscattarsi dalla povertà,
a rallegrarsi della gloria per quanto infinita.

«In effetti, rendere la vita sopportabile è il primo dovere dell’essere vivente. […] Si vis vitam, para mortem: se vuoi la vita, impara ad accettare la morte» (3): così scriveva nel 1915 Freud, il quale invitava l’umanità ad abbandonare l’illusione di poter vivere in un mondo fatto di pace («dato che le guerre sono pressappoco inevitabili») e di gioia e ad accettare invece di vivere, più realisticamente e al meglio delle sue possibilità e capacità, in una società decisamente e inevitabilmente “imperfetta”. L’imperfezione del resto è una qualità umanissima! Freud scriveva quei passi in piena guerra mondiale, riflettendo appunto «sulla guerra e sulla morte». Per come la vedo io, «il primo dovere dell’essere vivente» è quello di rendere umana, non semplicemente «sopportabile» (un concetto del resto estremamente “elastico” ed ambiguo), la propria vita, cosa che umanizzerebbe anche il suo rapporto con le malattie e con la morte. Non si tratta di volere un’umanità perfetta, una vita a “rischio zero” e simili infantili sciocchezze che i cosiddetti realisti mettono nella bocca degli “utopisti” per screditarne le idee e per giustificare la propria pochezza esistenziale; si tratta, più semplicemente (si fa per dire!) e radicalmente, di volere un’umanità, ossia una vita autenticamente umana. Ma eccoci ancora qui a far girare la Ruota della Fortuna: auguri!

«Lì dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva», recita un verso di  Friedrich Hölderlin ; ma per vedere ciò che salva dobbiamo conquistare nuovi occhi.

Saremo pronti a celebrare la vittoria,
e brinderemo lietamente sulle nostre rovine.
Sconfitti e vincenti, ricostruiremo.
Sconfitti e vincenti, sconfitti e vincenti,
ricostruiremo. Sconfitti e vincenti».

(1) S. Žižek, Virus. Catastrofe e solidarietà, p. 43, Ponte delle grazie, 2020.
(2) S. Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte, in Psicoanalisi della società moderna, p. 59, newton1991. «Negli ultimi giorni, sui social ma non solo, è facile imbattersi in posizioni estreme: accanto ai soliti anatemi no-vax, è comparsa una nuova forma di irragionevolezza, quella di chi si dichiara così esasperato dalla situazione e così ciecamente fiducioso “nella scienza” da supplicare che gli venga iniettata qualsiasi cosa, russa cinese cubana non importa, approvata dagli enti regolatori o meno. Non voglio mettere i due estremismi sullo stesso piano (sebbene si tratti di posizioni dal simile stampo fideistico). Ma è doveroso chiedersi se il fanatismo vaccinale sia davvero la strategia più conveniente per tutti in questo momento. […] Si tende a liquidare i no-vax come ignoranti, oscurantisti, antiscientifici, ma la trasversalità culturale del pensiero no-vax nega questa stigmatizzazione. Che i soggetti interessati ne siano consapevoli o meno, le radici dell’avversione ai vaccini hanno più legami con una visione politica che con una cognitiva. Rifiutare i vaccini, benché mascherata da argomentazioni pseudoscientifiche, è spesso una manifestazione di rifiuto del sistema, rifiuto di un certo tipo di ordine costituito vissuto come schiacciante e illegittimo. Il corpo viene interpretato come l’ultimo baluardo che quel sistema non avrà la possibilità di violare, su cui non eserciterà alcuna forma di controllo. Su convinzioni a priori di questa natura non è facile incidere, forse è impossibile, se non con gli obblighi stringenti ed esercitando, quindi, una porzione di quella stessa violenza di cui il sistema viene accusato»  (P. Giordano, Il Corriere della Sera, 17/12/2021). Su questa interessante riflessione cercherò di ritornare un’altra volta.
(3) S. Freud, Considerazioni, p. 71.

Questo post è stato scritto ieri.

L’INTELLIGENZA DEL VIRUS…

Infinite forme bellissime e meravigliose
si sono evolute e continuano a evolversi.
C. Darwin

Variante americana (in realtà dal marzo 2020 se ne contano almeno due: D614G e B.1.526), variante inglese, variante brasiliana, variante sudafricana, ecc.: quale variante del ceppo originario (cinese?) del Coronavirus è più intelligente? Vallo a sapere! Ho anche letto e ascoltato da virologi di “chiara fama” che le varianti virali sono certamente più infettive rispetto al ceppo originario, ma quasi sempre sono anche meno letali, perché in linea di principio un virus «non ha alcun interesse» a uccidere l’ospite che lo nutre e lo fa prosperare.

Insomma, ascoltando molti virologi, infettivologi, immunologi e affini, cioè le celebrità di questo pessimo tempo, l’ignorante della materia virale (eccomi!) è portato a credere che i virus possano contare su un’invidiabile intelligenza e su una ancor più ammirevole volontà di potenza – proprio nell’accezione nietzschiana (e anche spinoziana: «Poter esistere è potenza») del concetto!

«Abbiamo a che fare con un virus estremamente intelligente che diversifica continuamente le sue strategie di sopravvivenza adeguandole alle risposte immunitarie della sua vittima»: mi è capitato molte volte di ascoltare e di leggere simili asserzioni. A dire il vero alcuni esperti della rognosissima materia attribuiscono la grande capacità di adattamento del virus all’ospite non a una sua particolare intelligenza, ma al contrario alla sua spiccatissima stupidità, la quale si rivelerebbe essere la sua autentica carta vincente. Così la pensa ad esempio Roberto Burioni [1]: «Insomma, un virus è stupidissimo e fa un enorme numero di errori, ma ha un asso nella manica: il mondo esterno gli seleziona quelli che sono utili per la sua replicazione, e butta via gli altri. Il virus è come un incapace giocatore di scacchi che fa tutte le mosse possibili su un numero altissimo di scacchiere; poi però arriva un maestro bravissimo che butta via tutte le scacchiere, tranne quella in cui ha fatto la mossa migliore. In queste condizioni, anche se non si sa giocare a scacchi è più facile vincere!» (Mediclfacts). La stupidità messa al servizio della sopravvivenza: geniale! Il grande Hegel avrebbe – forse – chiosato: «È l’astuzia del virus, bellezza!». Ma questo disegno intelligente, questo sopraffino quanto astuto (dialettico!) modo di costruire le strategie di sopravvivenza è da attribuirsi al virus in quanto tale, o non piuttosto alle Leggi della Natura che presiedono al processo naturale considerato nella sua ricca e complessa totalità (planetaria, cosmica, universale)? Oppure, ed ecco il mio assillo, si tratta di nostre mere proiezioni concettuali, di un nostro più o meno maldestro tentativo di razionalizzare ciò di cui ci sfugge l’intima ragione? L’umanizzazione (antropomorfismo) dei fenomeni naturali è forse stata la prima forma di “razionalizzazione scientifica” praticata dalla comunità umana, e quindi non bisogna accostarsi alla “problematica” qui confusamente evocata con altezzosità scientista, ma piuttosto con l’umiltà di chi desidera capire ciò che ci accade senza pregiudizi e con autentico spirito critico.

Seguendo soprattutto lo scienziato cha ama la divulgazione (che non raramente smotta nella più crassa delle volgarizzazioni), spesso è difficile capire dove finisce il ragionamento analogico e metaforico messo al servizio di quell’eccellente causa, e dove inizia la vera e propria teoria (concezione) dei processi naturali. Sorge perfino il sospetto che ciò che dovrebbe essere solo un’analogia, un modo di parlare per metafore a beneficio dei non addetti ai lavori, sia in realtà l’essenza del pensiero scientifico coltivato dal divulgatore.

Ora, per quel poco che ho letto – e capito – su ciò che riguarda la dinamica dell’evoluzione animale e vegetale, non sono l’intelligenza e la volontà che presiedono ai mutamenti dei viventi, ma molto più semplicemente e più spesso di quanto si creda, la casualità, l’accidentalità. Il concetto di casualità, beninteso, non rimanda affatto a un evento del tutto privo di cause, com’è ovvio (e come sapeva Spinoza: «Di ciascuna cosa esistente ci dev’essere necessariamente una causa determinata in virtù della quale essa esiste» [2]), ma piuttosto a qualcosa che si dà al di là di una puntuale e riconoscibile necessità. Ad esempio, una mutazione genetica è – ci appare – casuale quando essa non deriva da una risposta coerente di un organismo vivente ai problemi posti dall’ambiente esterno, risposta adattiva che trova una corrispondenza nel patrimonio genetico dell’organismo. Nel caso della mutazione casuale sarà invece il meccanismo della selezione naturale a determinare il successo o meno dell’organismo mutato; mutazione che, come osservò Darwin, di solito si conserva quando apporta un miglioramento alla specie, quando si dimostra a essa utile, mentre viene eliminata nell’arco di qualche generazione nel caso contrario. Il più adatto (non il più forte) sopravvive e prospera, il meno adatto si estingue più o meno rapidamente.  Le mutazioni si introducono nel patrimonio genetico di una specie del tutto casualmente: la selezione naturale fa il resto. Secondo un Piano? Ma non scherziamo! Mi correggo: personalmente non penso che ci sia un Piano di qualche tipo, ma un processo oggettivo di cui noi legittimamente cerchiamo di afferrare il senso.

Soprattutto i microrganismi vanno incontro a rapide mutazioni, più o meno significative, a causa della loro struttura biologica estremamente elementare e alla loro incredibile velocità di replicazione [3]. Se nel processo di replicazione del patrimonio genetico qualcosa va storto, per così dire, assistiamo alla mutazione genetica di una cellula, di un virus, di un batterio, eccetera. Se, ad esempio, il virus mutato casualmente mostra di possedere una maggiore infettività e una maggiore capacità di adattamento a determinate condizioni biologiche (un corpo animale di qualche tipo) rispetto al virus di partenza, è ovvio che nel giro di qualche tempo il virus modificato soppianterà, in tutto o in larga parte, il ceppo virale originario, e così via, lungo una catena di modificazioni del tutto casuali. Siamo noi che razionalizziamo questo processo naturale come «intelligente strategia di adattamento del virus», rendendo operativo una concettualizzazione del reale non molto dissimile dal modo di pensare mitologico. D’altra parte, il pensiero mitologico fu il primo sofisticato tentativo umano di dare un senso ai fenomeni naturali e sociali.

Gli organismi complessi sono dotati di un sistema di feedback proteico che controlla la delicata operazione di sintesi degli acidi nucleici, in modo da “correggere” eventuali errori nella replicazione genetica, o di restringerli a un numero molto limitato, tale che la quantità degli errori non generi un – hegeliano – salto qualitativo. Gli scienziati chiamano questa attività di controllo «correzione delle bozze» (proof-reading). Soprattutto per questo gli organismi cosiddetti superiori mutano con estrema lentezza, vantano per così dire una grande inerzia genetica, mentre scendendo nella scala della complessità bio-strutturale cresce esponenzialmente la velocità di replicazione e, quindi, di “errore”.

«Il virus non ha alcun interesse a uccidere l’ospite»: ma le cose non stanno affatto così! Semplicemente accade che il ceppo che annienta l’ospite molto rapidamente altrettanto rapidamente si estingue, mentre quello che lo lascia – di fatto, “oggettivamente”, non in virtù di una scelta – in vita più a lungo si conserva nel tempo. È quello che ad esempio è accaduto all’HIV, che oggi sopravvive come specie virale soprattutto nei suoi ceppi – relativamente – meno virulenti e in grado di adattarsi continuamente al processo di cronicizzazione della malattia a essi associata (AIDS) realizzato dai farmaci. Questo feedback da parte del virus, che si sostanzia in una sempre più rapida moltiplicazione (che fa aumentare le probabilità di un virtuoso “errore”) non ha nulla che si possa anche solo lontanamente definire intelligente – o stupido. L’intelligenza – o stupidità – sta solo dalla parte umana.

Il pensiero di molte persone semplicemente si rifiuta di accettare l’idea che gli effetti profondi e durevoli dovuti alle mutazioni genetiche possono avere come loro causa un evento del tutto casuale. Anche quando non si arriva a dargli una formalizzazione nominalistica, un nome e un cognome, in quel modo di concepire la realtà il concetto del Piano Intelligente si affaccia da tutte le parti. Quando Darwin sottopose L’origine della specie (1859) all’attenzione di John Herschel, che egli considerava il suo eroe scientifico, ne ricevette in cambio una dolorosa stroncatura. Soprattutto Herschel liquidò come «legge alla rinfusa» l’idea della variazione spontanea o casuale. «L’obiezione più ostinata di Herschel alla teoria darwiniana era la sua sensazione che nuovi caratteri favorevoli non sarebbero mai potuti apparire dalla semplice variazione casuale. In vari scritti pubblici sostenne che quelle caratteristiche avrebbero sempre richiesto “una mente, un piano, un progetto”, semplicemente, e ovviamente escludendo la visione accidentale della questione e il concorso casuale degli atomi”» [4]. Ad Herschel ripugnava l’idea che si potesse tirare in ballo la casualità in questioni così importanti per l’uomo e per la scienza: che cosa bizzarra! Il “bizzarro” Darwin ovviamente non sapeva nulla di DNA, il portatore dell’informazione genetica, e di RNA, anch’esso coinvolto nella trasmissione del contenuto genetico, ma aveva capito benissimo il meccanismo casualità-selezione che stava alla base delle mutazioni delle specie e che, come oggi sappiamo, chiama in causa la «biochimica delle catene polipeptidiche che formano le proteine che si ripiegano a forma di elica» (James D. Watson). Senza la comprensione del meccanismo darwiniano quella biochimica ci restituisce un semplice dato di fatto, il sostrato biologico di un processo che va in ogni caso spiegato.

La casualità ha avuto nella storia dell’uomo un ruolo importantissimo.  Come sappiamo, molte scoperte (ad esempio in agricoltura o nella farmacopea) hanno avuto un’origine del tutto casuale, e si sono conservate solo perché l’uomo ne ha riconosciuta la bontà. Si deve piuttosto osservare che la casualità non si dà nel vuoto, in un astratto ambiente naturale e sociale, ma come essa debba relazionarsi con qualcosa –  un contesto – concreto, e quindi come ciò che accade per puro caso spesso non rimane privo di conseguenze. In ogni caso, nessun evento rimane privo di conseguenze. Per questo mi pare più interessante riflettere sulle condizioni ambientali (di qualsiasi natura esse siano: naturali o sociali) che fanno da sfondo all’evento casuale, piuttosto che sull’evento in sé, colto nella sua (impossibile) autonomia rispetto alla totalità del reale.

«La generazione di varianti virali contenenti una o più mutazioni rispetto al progenitore è quindi un fatto atteso, scontato e perseguito»[5]. Scontato (per noi) e atteso (da noi), non c’è dubbio; ma «perseguito» da chi?

Perché sentiamo il bisogno di attribuire una volontà e un’intenzione a qualsiasi cosa, o di stabilire un’immediata relazione di causa-effetto anche nei casi in cui è evidente, a uno sguardo solo un po’ più avvertito, che è ridicolo tirare in ballo i concetti di volontà e di causalità? Per renderci più facile la vita? Non posso escluderlo, tutt’altro. Per ragioni di “economia di pensiero”? Probabile. Ma ciò che a mio avviso è importante rilevare, non è tanto l’uso “economico” dei concetti e della logica, cui spesso siamo costretti per ragioni pratiche; quello che ai miei occhi è degno di considerazione è il fatto che a un certo punto perdiamo il controllo dell’operazione “mentale” che eseguiamo, e questo ne causa la fissazione e cristallizzazione nel nostro modo di concettualizzare la realtà e di rapportarci con essa. Lo strumento cessa insomma di essere al nostro servizio e noi stessi ci facciamo, senza averne la minima contezza, a sua immagine e somiglianza: ragionare “economicamente” diventa il solo modo di ragionare che conosciamo, e a questo punto il pensiero critico non trova appigli, e scivola come chi andasse a piedi nudi su una lastra di vetro bagnata posta in verticale: impossibile!

Come si è capito questa breve riflessione ha poco a che fare con i virus o con altre “problematiche” scientifiche in senso stretto, anche perché chi scrive si muove in esse da perfetto ignorante; essa ha piuttosto a che fare con lo sforzo di capire il modo in cui ragioniamo, come noi razionalizziamo la realtà, cosa che il più delle volte facciamo usando acriticamente schemi logici e concettuali che solo ai nostri occhi si mostrano perfettamente in grado di dar conto di ciò che accade intorno a noi. Spesso è sufficiente riflettere un po’ più criticamente del solito sulle parole che usiamo per esprimere i concetti, per renderci conto di quanto sia assurda la nostra razionalizzazione dei fatti: come può un virus essere intelligente, stupido, cattivo e via di seguito? Come può un virus scegliere una strategia di adattamento, di replicazione e di diffusione piuttosto che un’altra? Semplicemente non può.

Per quanto riguarda la natura essenzialmente sociale – tanto nella sua genesi quanto nelle sue conseguenze – della pandemia che ormai da oltre un anno imperversa sul mondo, rimando al PDF Il Virus e la nudità del Dominio.  Detto en passant, dal vaccino russo a quello americano; dal vaccino cubano a quello cinese e così via, sulla nostra pelle si sta giocando una schifosissima partita geopolitica. Ma su questo aspetto della questione ci sarà modo di ritornare.

 

[1] «”A margine del dibattito sull’opportunità o meno dell’obbligo vaccinale si è sviluppata in Italia una più generale discussione su una questione davvero non semplice: la scienza è democratica? È stato soprattutto Roberto Burioni a sostenere presso il grande pubblico una risposta negativa. Secondo il noto scienziato del San Raffaele, “la scienza non è democratica”, perché in ogni suo settore (ad esempio quello dei vaccini) l’opinione degli esperti – una volta verificato il consenso nella comunità scientifica – deve senza incertezze prevalere su quella di chi non ha studiato la materia” (AA. VV., Fake news in ambito medico-scientifico e diritto penale, p. 26, Filodiritto Editore, 2019). Cercherò di criticare questa posizione autoritaria, che postula l’obbligo vaccinale, non dal punto di vista dell’astratta democrazia, del cosiddetto principio di maggioranza, bensì da quello che contesta radicalmente – alla radice – la stessa divisione sociale del lavoro come si configura nella società capitalistica, a cominciare dalla divisione sociale tra lavoro intellettuale e lavoro manuale. L’immunità di gregge che hanno in testa gli scienziati che pensano come Burioni presuppone l’esistenza degli individui come gregge, come massa di individui atomizzati privi di un punto di vista generale sulla società che pure essi stessi riproducono giorno dopo giorno, sempre di nuovo» (Il Virus e la nudità del Dominio, p. 121).
[2] B Spinoza, Etica, p. 69, Fratelli Melita, 1990.
[3] «Batteri e virus possono evolversi in un giorno più di quanto possiamo noi in mille anni. Questo è un handicap ingiusto e grave nella corsa agli armamenti: non possiamo evolvere abbastanza velocemente da sfuggire ai microrganismi. […] Da un punto di vista immunologico, un’epidemia può cambiare drasticamente una popolazione umana» (R. M. Nesse, G. C. Williams, Perché ci ammaliamo. Come la medicina evoluzionista può cambiare la nostra vita, p. 67, Einaudi, 1999).
[4] D. Kingsley Dagli atomi ai caratteri, Le scienze, n. 486, 2009.
[5] Varianti virus, quando un fenomeno naturale e atteso diventa una notizia, Infezioni obiettivo zero, 2021.

LO SPETTRO DI MALTHUS. E QUELLO DI MARX

Il libro di Malthus On Population era un pamphlet
contro la Rivoluzione francese e le contemporanee
idee di riforma in Inghilterra. Era un’apologia della
miseria delle classi lavoratrici [1].

La teoria malthusiana della popolazione è il sistema
più feroce e barbaro che sia mai esistito, un sistema
della disperazione, che distrusse tutte le belle frasi
sull’amore del prossimo e sulla cittadinanza mondiale [2].

Noi, semplicemente, annulliamo la contraddizione
superandola. Si dilegua così l’opposizione fra la
sovrappopolazione qui e l’eccesso di ricchezza lì,
si dilegua il fatto prodigioso, più prodigioso di tutti
i prodigi di tutte le religioni messe insieme, che una
 nazione debba morire di fame a causa della ricchezza
e della sovrabbondanza; si dilegua la folle tesi che la
terra non abbia la capacità di nutrire gli uomini [3].

 

Lo spettro di Malthus è il titolo della personale di Marzia Migliora ospitata dal Museo MA*GA di Gallarate (Varese). «Lo Spettro di Malthus è l’ideale conclusione del ciclo di ricerca degli ultimi anni, che Marzia Migliora ha dedicato all’analisi sul rapporto tra produzione di cibo, merce e plusvalore del modello capitalista e allo sfruttamento delle risorse umane, animali e minerarie. Temi evocati fin dal titolo del progetto proposto in cui l’artista richiama la teoria enunciata da Thomas Malthus, economista e demografo inglese (1766-1834), che teorizzava, già a fine diciottesimo secolo, il problema dell’insostenibilità tra crescita demografica e produzione alimentare, indicando come conseguenze di monoculture e allevamenti industriali, possibili carestie e pandemie a livello globale. Lo spettro di Malthus chiama direttamente in causa la figura dello studioso inglese che nel 1798 pubblica Saggio sul principio della popolazione e i suoi effetti sullo sviluppo futuro della società, precursore rispetto agli squilibri tra crescita demografica e produzione alimentare. “Le motivazioni – afferma il curatore della mostra Matteo Lucchetti – che hanno portato Marzia Migliora ad esplorare le contraddizioni insite nei modelli produttivi agricoli industrializzati, o le pratiche estrattive intensive del capitalismo neoliberale, sono ancorate alla convinzione che i paradigmi sui quali si basa l’esistenza del mondo industrializzato che conosciamo, siano alla radice delle emergenze, presenti e future, che il genere umano si sta progressivamente trovando ad affrontare”. “Con l’opera Lo Spettro di Malthus – continua Alessandro Castiglioni, conservatore del MA*GA – Marzia Migliora prosegue una ricerca pluriennale dedicata a lavoro, risorse naturali e ambiente, interrogando ciascuno di noi sulle responsabilità, individuali e collettive, relative all’uso e sfruttamento di risorse e forza lavoro”» (Arte.it). Per l’autrice qui menzionata «Lo spettro di Malthus apre una riflessione sul valore del denaro, in relazione al modello di vita proposto nella società dei consumi, alimentato dal costante desiderio di ricchezza come obiettivo per una vita felice» ( Versus, dicembre 2019).

Naturalmente non intendo dire nulla sul merito squisitamente artistico della mostra, anche perché non ne ho le “competenze specifiche” né ritengo che il mio giudizio estetico sulle opere di Marzia Migliora possa essere di un qualche interesse per chi legge queste righe. Qui intendo piuttosto svolgere una stringata riflessione sul merito concettuale che informa la mostra di cui si parla, la quale in realtà rappresenta per me un mero pretesto per dire la mia su una questione estremamente generale e, come si dice, di scottante attualità. Lungi da me insomma l’intenzione di polemizzare con l’autrice delle opere esposte nel Museo di Gallarate, e credo anzi di soddisfare le sue aspettative, visto che l’artista auspica l’apertura di una riflessione su temi e problemi che agitano la nostra scombussolata epoca.

Leggendo il titolo e la presentazione della personale di Marzia Migliora mi sono chiesto cosa spinge persone sensibili ai destini dell’uomo e del pianeta a cercare in Malthus conforto e ispirazione, e so che se dovessi trovare la risposta negli scritti del celebre curato inglese di certo fallirei l’impresa, perché tutto si può dire delle opere malthusiane, tranne che esse siano ispirate da idee di empatia e di solidarietà nei confronti degli uomini, soprattutto di quelli che vivono, ma forse sarebbe meglio scrivere sopravvivono, nei piani bassi dell’edificio sociale capitalistico. Come sia stato possibile trasformare Malthus in un campione dello spirito umanista e ambientalista per me resta un mistero. Probabilmente sulla buona opinione di cui Malthus gode soprattutto presso l’opinione progressista occidentale pesa anche il “bizzarro” giudizio che una volta John Maynard Keynes formulò sul curato inglese: «Se, al posto di Ricardo, fosse stato Malthus il padre che ha influenzato l’economia del XIX secolo! Il mondo ne sarebbe stato più ricco e accorto. [Malthus] ha radici profonde nella tradizione inglese della scienza umana […], tradizione segnata dall’amore della verità e una assai nobile lungimiranza, da un prosaico buon senso, libero da ogni sentimentalismo e ogni metafisica, da un immenso disinteresse e spirito civico» [4]. Già mi pare di sentire crasse risate provenire dall’oltretomba: si tratta dello spettro di Marx?

Certo, bisogna poi considerare la famosa – e per alcuni famigerata – teoria malthusiana della popolazione, la quale a dire il vero appariva vecchia e contraddetta dai fatti già ai tempi di Marx e di Engels, che difatti ebbero facile gioco nel randellare criticamente gli epigoni del maestro inglese, il quale a differenza degli scolari non mancava di una certa intuizione e di un certo acume, come peraltro non mancarono di riconoscere gli stessi autori del Manifesto del Partito Comunista [5]. Scriveva nel 1913 il demografo Leroy-Beaulieu: «Il pericolo al quale è esposta la civiltà moderna si trova in direzione del tutto opposta a quella in cui lo cercava Malthus. […] Le razze europee manterranno ancora a lungo una eccedenza degna di nota delle nascite rispetto ai decessi? Un secolo fa, al tempo di Malthus, tale questione non si sarebbe posta» [6]. Come altri demografi, economisti e politici del suo tempo, Leroy-Beaulieu denunciava i «pericoli economici e morali in presenza di una popolazione stazionaria e di una debole natalità», e concludeva: «Il mondo ha notevole bisogno di popolazione». Paesi come l’Italia e il Giappone oggi si trovano esattamente in questa condizione, e ormai da diversi anni si parla in Occidente di crisi demografica. Negli anni Venti del secolo scorso diversi scienziati sociali calcolarono che, al livello della tecnica e della scienza di quel periodo, la Terra avrebbe potuto occupare un numero massimo di abitanti che andava dai 6 agli 8 miliardi; allora la popolazione mondiale non superava 1,9 miliardi di anime. Oggi la popolazione mondiale si aggira intorno ai 7,4 miliardi, ed essa può disporre di un apparato tecnico-scientifico incomparabilmente più potente rispetto a quello che la società capitalistica poteva vantare un secolo fa [7].

«Secondo la Fao nel mondo si produce cibo per 12 miliardi di persone. La popolazione del pianeta è di 7 miliardi di individui e 842 milioni soffrono la fame» [8]. La progressione geometrica malthusiana fa acqua da tutte le parti, oggi più che al tempo in cui il noto ubriacone tedesco ne metteva in ridicolo, penetrandolo criticamente, il reazionario fondamento concettuale. Scrive il “futurologo” Gerd Leonhard: «La tecnologia rende le cose abbondanti perché con la buona tecnologia il prezzo cala drasticamente e la tecnologia esponenziale renderà le cose esponenzialmente abbondanti. I mezzi di comunicazione, l’informazione, i viaggi, i servizi finanziari, i servizi medici, il cibo, l’acqua, l’energia. In meno di 20 anni possiamo arrivare al punto in cui avremo energia, cibo e acqua abbondanti, mentre la maggior parte del lavoro sarà svolta da macchine o software; il che significa che “lavoreremo” solamente per poche ore al giorno, godendoci lo stesso tenore di vita e di reddito. Ciò significherà che il consumo e la crescita non potranno essere più considerati i principi che definiscono l’economia – si svilupperà una sorta di post-capitalismo. Il PIL come parametro sarà completamente sparito da allora – e forse troveremo un modo per perseguire più FIL (Felicità Interna Lorda)» [9]. Il concetto di FIL, peraltro oggi di gran moda presso i progressisti, ai miei occhi appare eccitante quanto lo è il pensiero di un sasso che mi cade dritto sulla testa; tuttavia la riflessione di Leonhard coglie una tendenza storica che apre all’umanità la possibilità di emanciparsi dall’indigenza, dal duro lavoro, dalla divisione classista e sociale del lavoro [10], e di vivere un’esistenza piena, felice e libera, realizzando finalmente quel concetto di «uomo in quanto uomo» che si trova nella produzione intellettuale e artistica dei grandi umanisti che si sono succeduti in oltre duemila anni di storia. Solo il Moloch chiamato Capitale rende impossibile la realizzazione della tendenza storica che sorride all’umanità, lasciandola così nella triste, precaria e disumana condizione che sappiamo.

«Sottrarre terra destinabile alla produzione alimentare, per ottenere invece bioetanolo e biodisel è eticamente irrazionale, soprattutto se vengono utilizzati terreni dell’Africa, un continente che ha bisogno di sfamare milioni di suoi abitanti. La produzione di biocarburanti è un metodo basato ancora su logiche colonialiste ed eurocentriche, che considerano l’Africa come uno spazio di conquista e di sfruttamento. A pagarne le conseguenze sono sempre i più poveri» [11]. Com’è noto, in questa competizione è il celeste imperialismo cinese che sta avendo la meglio. Ora, ancorché umanamente irrazionale, sul fondamento della società capitalistica la trasformazione del cibo in biocarburante mentre in molte parti del pianeta la gente continua a morire di fame è un fatto logico, del tutto razionale, che si spiega benissimo con la logica e con la razionalità del noto Moloch. Piuttosto i riflettori della critica andrebbero puntati ancora una volta sui rapporti sociali che rendono non solo possibile ma assolutamente necessario (per il Capitale) la trasformazione di tutto e di tutti in altrettante occasioni di profitto. Volere imporre al Capitale una razionalità, una logica e un’etica che non possono appartenergli, mi sembra uno sforzo di gran lunga più “utopistico” di quello che propone l’autentico anticapitalista, il quale almeno ha capito quale radice andrebbe estirpata per orientare la comunità nella giusta (umana) direzione.

Scriveva Henrik Grossmann alla vigilia della grande crisi del 1929: «È caratteristico dell’economia politica borghese odierna non il timore della sovrappopolazione, bensì al contrario quello della sottopopolazione […] Il mondo è già ripartito, la riserva umana disponibile è limitata. Qui il capitalismo trova per il suo sviluppo un limite che egli deve tentare in ogni modo di spezzare. Risiede qui dunque un motivo sempre presente di conflitti e di guerre per la fonte insufficiente di plusvalore» [12]. Bisogna infatti ricordare che nel capitalismo, ancor più che nei precedenti modi di produzione, il concetto di popolazione è strettamente correlato a quello di popolazione lavoratrice, la quale costituisce appunto la base del vitale (per il Capitale, beninteso) plusvalore. Scriveva Marx: «La massa del plusvalore può essere aumentata soltanto aumentando il numero degli operai, cioè aumentando la popolazione operaia.  L’aumento della popolazione costituisce, in questo caso, il limite matematico della produzione di plusvalore ad opera del capitale complessivo sociale» [13]. Come si vede Marx parlava di «limite matematico» non in astratto, ma riferendolo a un’economia basata sull’estrazione di plusvalore dal lavoro vivo, mettendolo in intima e inscindibile relazione con una peculiare società: quella capitalistica. Il capitale, osservava sempre Marx, cerca di superare sempre di nuovo quel limite (sociale, non fisico), o attraverso il prolungamento fisico della giornata lavorativa («produzione di plusvalore assoluto»), oppure accrescendo la produttività dei lavoratori a parità di giornata lavorativa o addirittura anche in presenza di una sua diminuzione («produzione di plusvalore relativo»), cosa che esso realizza grazie all’impiego di mezzi di produzione sempre più sofisticati e a un’organizzazione del lavoro sempre più razionale  – dal punto di vista degli interessi del Capitale, non certo dell’umanità genericamente considerata. Infatti, «Scienza e tecnica costituiscono una potenza dell’espansione del capitale» [14]. Su questi importanti aspetti della “problematica” rimando al PDF Sul potere sociale della scienza e della tecnica.

La crisi mondiale degli anni Trenta cambierà drammaticamente i termini del problema demografico nei Paesi capitalisticamente più avanzati del pianeta (soprattutto in relazione alla formazione di un gigantesco «esercito industriale di riserva»), che muterà ancora una volta nel Secondo dopoguerra, quando la fame di popolazione operaia tornerà a farsi risentire soprattutto in quanto problema attinente al processo di accumulazione capitalistica. Questo semplicemente per dire quanto sia sbagliato porre il problema demografico in astratto, senza cioè considerarlo alla luce delle tendenze economico-sociali di breve, di medio e di lungo termine registrabili nei diversi Paesi del mondo e nei suoi differenti Continenti.

Negli anni Settanta del secolo scorso, quando il boom economico era ormai diventato per i Paesi occidentali solo un bellissimo ricordo e la crisi petrolifera veniva a impattare su un capitalismo già in forte debito d’ossigeno (cioè di profitto), la figura di Malthus subì un processo di trasformazione (stavo per scrivere di beatificazione!) da parte di un gruppo di scienziati sociali (economisti, ecologisti, sociologi, demografi, statistici, ecc.) intenzionati a fare dell’autore del famoso Saggio sul principio di popolazione il teorico-profeta dei limiti dello sviluppo. L’allusione al celebre rapporto del 1972 (The Limits to Growth) fatto dal Massachusetts Institute of Technology per conto del Club di Roma è del tutto ricercato. «Lo studio del MIT, finanziato dalla Fondazione Volkswagen, ha come scopo di definire chiaramente i limiti fisici e le costrizioni relativi alla moltiplicazione del genere umano e alla sua attività materiale sul nostro pianeta. […] Sebbene si ponga ancora l’accento sui vantaggi dell’aumento di produzione e consumo, nei paesi più prosperi sta nascendo la sensazione che la vita stia perdendo in qualità, e vengono messe in discussione le basi di tutto il sistema» [15]. Ribadisco il concetto: a mio avviso parlare in astratto di «limiti fisici», di sovrappopolazione, di «attività umane» e, soprattutto di «sistema» non ha alcun senso storico-sociale, mentre ne ha uno politico-ideologico (il quale prescinde dalle intenzioni degli stessi autori  e sponsorizzatori del famoso Rapporto) ben preciso: celare dietro una fraseologia neomalthusiana le reali cause dello sfruttamento degli uomini e del pianeta, nonché dell’inquinamento e della distruzione degli ecosistemi. Ebbene queste cause sono a mio avviso riconducibili immediatamente, senza alcuna mediazione, al dominio capitalistico sul mondo, ai rapporti sociali di produzione/distribuzione che oggi dominano tutte le società di questo pianeta. Io infatti preferisco parlare di Società-Mondo, con le sue intrinseche contraddizioni tra aree più sviluppate e meno sviluppate, più dinamiche e meno dinamiche, più popolate e meno popolate, e così via. Il concetto di globalizzazione capitalistica è ancora troppo superficiale per esprimere adeguatamente l’intera essenza della realtà che ci sta dinanzi e che mi sforzo, non so con quali risultati, di esprimere.

Insomma, quando osserviamo e valutiamo le conseguenze dello sviluppo capitalistico (e non genericamente industriale o moderno) è appunto di sistema capitalistico che dobbiamo parlare, il quale dominava anche nelle società cosiddette di socialismo reale, che difatti erano società realmente capitalistiche: sto parlando in primo luogo dell’ex Unione Sovietica e della Cina maoista, la quale, pur attraverso contraddizioni e catastrofi economico-sociali di vario tipo (registrate nella mostruosa contabilità in termini di sofferenze e di morti), ha posto le basi per il decollo del gigante asiatico all’inizio degli anni Ottanta, con i risultati eccezionali che conosciamo. Se oggi per le persone è molto più facile immaginare e credere possibile la fine del mondo, magari a causa di una micidiale pandemia, che la fine del capitalismo, ebbene ciò si deve anche, se non soprattutto, alla più grande menzogna (altro che fake news! ) mai circolata in questo pianeta: l’esistenza di un “socialismo reale”. La critica dell’industrialismo e della modernità genericamente intesi, tipica del pensiero ecologista occidentale, dovrebbe misurarsi anche con la menzogna qui denunciata, se non vuole rimanere intrappolata nel riformismo di stampo capitalista che porta tanta acqua al mulino di chi ha interesse a “svecchiare” l’economia fondata sulla ricerca del profitto.

Il club di Roma si sforzò di attualizzare le teorie demografiche malthusiane elaborate in una fase dello sviluppo capitalistico che, come ho già detto, era molto vecchia già ai tempi di Marx e di Engels. Malthus ai suoi tempi fu una cosa seria, comunque lo si voglia giudicare sul piano ideologico e scientifico; dei suoi epigoni (soprattutto quelli tardi) non si può dire la stessa cosa. Come spesso accade, alla tragedia non segue qualcosa che possa reggerne il confronto, nemmeno alla lontana.

«I limiti dello sviluppo era un rapporto contro l’inquinamento ambientale americano dell’epoca, che vedeva nella cessazione della crescita globale e dello sviluppo economico l’unica soluzione possibile per evitare la catastrofe. Queste conclusioni vennero rifiutate dal Terzo Mondo: meglio risolvere il problema dell’inquinamento e dell’iperconsumo aggredendo il sistema produttivo dei paesi sviluppati – tramite vincoli o stimoli economici – che bloccare la crescita globale condannando i paesi poveri al sottosviluppo eterno» [16]. Mutatis mutandis, è la stessa posizione che Paesi come la Cina e l’India, e l’intero Continente africano, oggi difendono contro chi sostiene che il pianeta non può tollerare uno stile di vita di tipo occidentale nei Paesi a più forte “impatto demografico”: «Un solo pianeta non basterebbe!» Cinesi, indiani e africani rispondono che adesso è arrivato il loro turno, che gli occidentali predicano bene dopo aver razzolato malissimo per molto, troppo tempo, e che dietro il loro amore per il pianeta probabilmente si nasconde una nuova forma di razzismo. Rifiutare lo sviluppo economico basato sull’uso del carbone, del petrolio e dell’energia atomica sarebbe oggi un suicidio, e comunque la “transizione ecologica” deve tenere conto delle reali condizioni sociali dei Paesi a più alta densità demografica. Questo ribattono i Paesi un tempo definiti in via di sviluppo ai Paesi “ecologicamente più sensibili” – che pregustano le enormi possibilità di profitto offerte dalla cosiddetta “transizione ecologica”. In effetti, è difficile far comprendere alle popolazioni che per la prima volta nella loro storia possono avvicinarsi al tanto agognato “stile di vita occidentale” che «un aumento del consumo non rappresenta un aumento del benessere», mentre di certo rappresenta un’aggressione all’ecosistema. Dove sta la ragione? Ovvero, e più fondatamente, di che ragione si tratta?

Chiunque abbia letto il saggio di Malthus del 1798 sa bene come esso sia informato dall’inizio alla fine da un pensiero che era fortemente reazionario già ai suoi tempi. Come scrive Guido Maggioni nella sua introduzione del saggio malthusiano pubblicato dall’Einaudi, l’obiettivo dichiarato del Saggio non è il «principio di popolazione», ma la «confutazione delle ideologie del progresso, con particolare riguardo alle teorie di Condorcet e, soprattutto, di Godwin. […] L’obiettivo di Malthus è quello di fornire una base scientifica alla difesa dell’ordine costituito: la divisione in classi, la proprietà privata, il principio dell’interesse personale. La tesi non era nuova, ma ripresa da Malthus ebbe un immenso successo nella prima metà dell’Ottocento, alimentando un ampio dibattito. Il Saggio va dunque considerato come un pamphlet contro la rivoluzione e contro l’ideologia del progresso, come un episodio della polemica conservatrice che nella cultura inglese conosceva già il grande precedente delle Reflections on the Revolution in France di Edmund Burke» [17].

Pochi passi del famoso (o famigerato?) Saggio sono sufficienti a dare l’idea di che cosa stiamo parlando. Scriveva Malthus: «Attraverso i regni animale e vegetale, la natura ha sparso dappertutto i semi della vita con mano quanto mai prodiga e generosa. […] Ma la necessità, questa imperiosa legge di natura che tutto pervade, li limita entro confini prescritti. La razza delle piante e la razza degli animali si contraggono sotto questa grande legge restrittiva. E la razza umana non può sfuggirle, per quanti sforzi faccia. […] Questa naturale diseguaglianza dei due poteri, di popolazione e di produzione da parte della terra, e quella grande legge della nostra natura che costantemente deve mantenere in equilibrio i loro effetti, costituiscono la grande difficoltà, che a me pare insormontabile, sulla via che conduce alla perfettibilità della società.  […] Non vedo alcuna via per la quale l’uomo possa sfuggire al peso di questa legge che pervade tutta la natura animata. Nessuna sognata forma di eguaglianza, nessuna legge agraria spinta al massimo grado, potrebbe rimuoverne la pressione anche per un solo secolo. Ed essa appare dunque decisiva per negare la possibile esistenza di una società nella quale tutti i suoi membri possano vivere con agio, felicità e relativo ozio e riposo, e non sentire l’ansia di procurare mezzi di sussistenza per sé e per le proprie famiglie. Di conseguenza, se le premesse sono giuste, l’argomentazione è decisiva per negare la perfettibilità della massa dell’umanità» [18]. In saggio scritto nel 1830, Malthus ribadiva il concetto: «Per quanto l’uomo si innalzi sopra tutti gli altri animali per le sue facoltà intellettive, non bisogna pensare che le leggi fisiche cui egli è soggetto debbano essere radicalmente diverse da quelle che si osservano prevalere nelle altre parti della natura animata» [19]. Qui abbiamo un esempio di volgarissimo materialismo borghese, che peraltro piacque molto a Darwin, il quale, com’è noto, ne trasse l’ispirazione per la sua «lotta per l’esistenza» [20].

Come si vede Malthus non nega la cattiva utopia della società perfetta; non polemizza con le ricette buone «per l’osteria dell’avvenire» (Marx): egli nega la stessa possibilità di un reale miglioramento nelle condizioni della comunità umana, nega non l’ingenua idea di perfezione ma la perfettibilità «della massa dell’umanità», massa destinata necessariamente a subire le conseguenze della Legge della Necessità. Per Malthus solo pochi eletti possono aspirare a un’esistenza materialmente e intellettualmente ricca e felice. Ma chi è stato il soggetto che ha istituito la maligna legge di natura che condanna gran parte degli uomini a una vita di duro lavoro e di miseria? Il «Creatore Supremo» in persona! Possibile? Secondo Malthus pare di sì. E perché lo avrebbe fatto? «Per destare l’uomo all’azione e rendere la sua mente atta a ragionare. Per fornire all’uomo tali incessanti eccitamenti all’azione e per spingerlo a secondare i benigni disegni della Provvidenza con la piena coltivazione della terra, è stato stabilito che la popolazione debba aumentare assai più rapidamente degli alimenti. […] Ritornando al principio di popolazione e considerando l’uomo quale realmente è, e cioè un essere inerte, torpido e alieno dalla fatica se non quando vi è costretto dalla necessità (ed è certo il massimo della follia considerare l’uomo come se fosse quell’essere ideale che immaginiamo nelle nostre ingenue fantasie), potremo affermare con sicurezza che il mondo non si sarebbe popolato se il potere di popolazione non fosse superiore ai mezzi di sussistenza» [21].

Rimane sempre da spiegare perché mai il «Creatore Supremo» abbia optato, nella sua infinita potenza e bontà, per «un essere inerte, torpido e alieno dalla fatica se non quando vi è costretto dalla necessità», e non si sia invece deciso per un essere attivo, intellettualmente vivace e pronto ad assumersi tutte le responsabilità che conseguono dal desiderare una vita prospera e felice, né mi sembra particolarmente convincente quanto sostenne Malthus a proposito della condizione dell’uomo come un perenne stato di prova che arreca felicità a chi supera le difficoltà poste all’umanità dal «Creatore benevolente», cosicché «La legge della popolazione corrisponde perfettamente a tali esigenze» [22]. Ma qui conviene non addentrarsi in difficili “problematiche” teologiche. Probabilmente il “giovane Engels” colse nel segno quando scrisse: «La teoria malthusiana non è che l’espressione economica del dogma religioso della contraddizione tra spirito e natura e della conseguente corruzione di entrambe» [23]. Amen!

Estendere deterministicamente e meccanicamente ciò che accade nel “regno animale” al “mondo umano”, come fece Malthus, è del tutto errato già in linea di principio, perché tale operazione concettuale non tiene in alcun conto ciò che sostanzia la fondamentale differenza tra il primo e il secondo: il “regno animale” è assoggettato dal principio alla fine alle ferree e incoercibili leggi della natura; il “mondo umano”, che ovviamente comprende la natura come una sua parte costitutiva fondamentale, è in larghissima parte opera delle attività umane e risponde essenzialmente alle leggi della società, non alle leggi della natura, le quali in questo mondo architettato e costruito dall’uomo non sono ovviamente sospese o annullate, ma anch’esse socialmente mediate.

Ecco come nei Manoscritti del 1844 Marx traccia la linea di demarcazione tra l’uomo, in quanto prodotto storico-sociale, e l’animale, in quanto mero prodotto naturale: «La libera attività cosciente è il carattere specifico dell’uomo. […] L’animale è immediatamente una cosa sola con la sua attività vitale. Non si distingue da essa. È quella stessa. L’uomo fa della sua attività vitale l’oggetto della sua volontà e della sua coscienza. Ha un’attività vitale cosciente. Non c’è una determinazione in cui immediatamente l’uomo si confonda. L’attività vitale cosciente distingue l’uomo immediatamente dall’attività vitale animale. Proprio soltanto per questo egli è un essere appartenente alla specie. O è un essere cosciente, cioè la sua propria vita è un oggetto per lui, proprio perché egli è un essere appartenente alla specie. […] La fabbricazione pratica d’un mondo oggettivo, la lavorazione della natura inorganica è la conferma dell’uomo come un essere cosciente appartenente alla specie» [24].  Nel concetto marxiano di ”specie” è dunque immanente l’unità “dialettica e organica” di storia e natura. Peculiare è dunque nell’uomo il bisogno di padroneggiare con la testa e con le mani ciò che gli sta dinanzi, lo sforzo cioè di non subire passivamente il mondo ma anzi di trasformarlo a proprio vantaggio. L’uomo incontra immediatamente il mondo non solo attraverso i sensi, ma anche attraverso la coscienza, qualunque grado di maturità e complessità essa abbia conseguito nelle diverse epoche storiche. Sotto questo aspetto è corretto dire che anche i sensi e l’istinto sono, nell’uomo, socialmente mediati. Il bisogno di padroneggiare il mondo a certe condizioni può diventare una volontà di sopraffazione e di sfruttamento. Le società classiste rappresentano l’esempio più vistoso e doloroso di un tale esito disumano.

Considerato che l’uomo non può essere nemmeno concepito fuori dalla dimensione sociale e dal suo vitale rapporto con la natura, «perché l’uomo è una parte della natura» (Marx), tutta la questione “antropologica” si risolve nella domanda che segue: i rapporti sociali che informano la vita della comunità sono tali da promuovere e favorire un’esistenza umana oppure no? Come già si è capito, io penso che la società capitalistica non solo non promuove né favorisce una tale esistenza, ma la nega sempre di nuovo, necessariamente.

«Se il lettore dovesse ricordarmi il Malthus, il cui saggio Essay on Population uscì nel 1798, io gli ricorderò che questo scritto non è che plagio superficiale da scolaretto, declamato in maniera pretesca, di scritti di De Poe, Sir James Steuart, Townsend, Franklin, Wallace ecc., e non contiene nemmeno una proposizione originale. Il grande scalpore destato da quest’opuscolo fu dovuto unicamente a interessi di partito. La rivoluzione francese aveva trovato nel regno britannico degli appassionati difensori; il “principio della popolazione”, elaborato lentamente nel secolo XVIII, annunciato poi a suon di tromba contro le dottrine del Condorcet e di altri, fu salutato entusiasticamente dall’oligarchia inglese come il grande sterminatore di tutte le voglie di progresso umano» [25]. «Chi potrebbe credere, a prima vista, che i Principles of Political Economy di Malthus non siano che la traduzione malthusiana dei Nouveaux Principes de l’économie politique di Sismondi? Eppure è così. L’opera di Sismondi apparve nel 1819. Un anno più tardi ne apparve, ad opera di Malthus, la caricatura inglese. Se Malthus combatteva in Ricardo la tendenza della produzione capitalistica, la quale è rivoluzionaria contro l’antica società, da Sismondi, con infallibile istinto pretesco, attinse soltanto ciò che era reazionario contro la produzione capitalistica, contro la moderna società borghese. […] Malthus non ha interesse a celare le contraddizioni della produzione borghese; al contrario, ha tutto l’interesse a metterle in evidenza, da un lato per dimostrare che la miseria delle classi lavoratrici è necessaria, dall’altro per dimostrare ai capitalisti che, affinché essi abbiano un’adeguata domanda, è indispensabile un clero ecclesiastico e statale ben ingrassato» [26]. Qui Marx fa riferimento alla teoria malthusiana del valore, la quale postulava l’assoluta necessità di una «terza classe di consumatori improduttivi» (a cominciare dai proprietari fondiari) dediti esclusivamente a realizzare il valore contenuto nelle merci, una consistente parte delle quali rimarrebbe invenduta, sempre secondo Malthus, alla luce della necessaria miseria dei lavoratori e della virtuosa frugalità dei capitalisti. «Ma questi rentiers fondiari non bastano a creare una “domanda sufficiente”. Bisogna ricorrere a mezzi artificiali. Questi consistono di forti imposte, in una massa di sinecure statali ed ecclesiastiche, in grandi eserciti, pensionati, decime per i preti, in un considerevole debito pubblico e, di tanto in tanto, in guerre dispendiose. Questi sono i “rimedi”» [27]. Una larga base di parassitismo sociale foraggiato dalle classi produttive della società borghese: questa era la reazionaria “utopia” malthusiana – la quale affascinò non poco Keynes, ossessionato dalle pericolose fluttuazioni della domanda in grado di pagare – la sola che può vantare giusti diritti nella società capitalistica. In quella base parassitaria Malthus includeva in primo luogo tutti i ceti sociali e intellettuali che avevano prosperato nella società che la rivoluzione capitalistica stava spazzando via proprio a partire dall’Inghilterra, avanguardia di quella rivoluzione.

Contro il reazionario Malthus il rivoluzionario Marx non mobilitò il pensiero progressista della borghesia illuminata del XVIII secolo e degli inizi del secolo successivo, bensì la concezione comunista che individuava nella stessa società capitalistica le condizioni oggettive dell’emancipazione dell’umanità attraverso l’emancipazione dei senza riserve, dei proletari, di chi per vivere è costretto a fare della propria esistenza (e non solo del proprio lavoro) una merce. La «ruota della storia» non andava fatta girare all’indietro, sempre ammesso che ciò fosse stato – e sia – possibile, ossia verso la precedente fase dello sviluppo capitalistico, come teorizzava il «socialismo piccolo-borghese», o addirittura in direzione delle epoche precapitalistiche, ma in avanti, verso un futuro di autentica libertà e di generale prosperità, una prospettiva che la rivoluzione capitalistica iniziata in Europa nel XVI secolo aveva finalmente reso oggettivamente possibile: l’utopia della Comunità Umana era passata dal sogno degli umanisti alla prassi dei rivoluzionari.

Oggi uno dei massimi esponenti dell’”anticapitalismo” ultrareazionario è Papa Francesco, che difatti è, al contempo, il più autorevole punto di riferimento del sinistrismo mondiale e la personalità più disprezzata dai liberali/liberisti di casa nostra, i quali lo accusano, a giorni alterni, di essere un “comunista” (sic!) o un “populista peronista”. Secondo il direttore del Foglio Claudio Cerasa, irritato dallo spirito “antiglobal” e “antimodernista” di cui sarebbe impregnata l’ultima Enciclica Francescana, «È il capitalismo inviso al Papa che ci renderà fratelli e ci salverà dal virus»: misteri della fede capitalistica! Quanto al denunciato «anticapitalismo» dell’attuale Papa, icona del progressismo mondiale (forse in attesa del successore del “negazionista” Trump), occorre stendere un velo pietoso sulla mediocrità del pensiero liberista/liberale e bestemmiare contro il nichilismo dei nostri oscuri tempi che fa della verità una barzelletta – che peraltro non fa ridere.

Chi vede in Marx un’apologeta dell’idea ottocentesca di progresso, mostra a mio avviso di non aver letto, non dico capito, la critica marxiana dell’economia politica. È ovvio, ad esempio, che il comunista del XXI secolo non può parlare dell’uso capitalistico delle macchine negli stessi termini in cui ne parlava Marx quando scrisse Il Capitale, cioè in un’epoca in cui solo una parte del mondo era stato assoggettato dai moderni rapporti sociali capitalistici: oggi è più facile ed attuale pensare che non si tratta più solo e semplicemente di un uso capitalistico della tecnologia già esistente, ma di una tecnologia adeguata ad una comunità autenticamente umana. Il processo di umanizzazione di una comunità che si fosse emancipata dalla divisione classista degli individui non potrebbe non toccare fin nell’essenza anche la prassi tecnoscientifica. Ma il nucleo fondamentale del problema messo a tema da Marx rimane a mio avviso intatto e addirittura più attuale che mai: occorre mettere l’uomo nelle condizioni di vivere secondo il principio della completa soddisfazione dei suoi molteplici bisogni: «Ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni!» [28]. Ovviamente per costruire le premesse di una comunità umana che sia tale non solo nominalmente, occorre superare il rapporto sociale capitalistico con ciò che esso presuppone e pone sempre di nuovo, a cominciare dal «sistema del lavoro salariato [che] è un sistema di schiavitù e di una schiavitù che diventa sempre più intollerabile nella misura in cui si sviluppano le forze produttive sociali del lavoro, tanto se l’operaio riceve paghe migliori, tanto se ne riceve di peggiori» [29].  Quando «la Costituzione più bella del mondo» recita nel suo articolo di apertura che «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro» (salariato), essa confessa apertamene al mondo la natura capitalistica della società italiana – natura che rende necessaria anche la formazione di un «esercito industriale di riserva» più o meno numeroso: la disoccupazione conferma, non contraddice, la «Costituzione più bella del mondo».

Il concetto marxiano di miseria crescente, trivialmente presentato dai suoi critici come legge assoluta del pauperismo, chiama in causa la relazione che insiste nella società capitalistica tra crescente produttività del lavoro umano e retribuzione dei lavoratori, la cui miseria sociale cresce necessariamente proprio in rapporto alla crescente produttività del lavoro, resa possibile dall’introduzione nel processo lavorativo della potenza tecno-scientifica. Malthus assolutizzava e naturalizzava un fenomeno (la forbice tra popolazione e cibo) che ha un fondamento reale e concettuale solo a certe condizioni storico-sociali; il capitalismo ha messo in crisi proprio questo fondamento, spostando il problema dalla mera demografia nella sua immediata relazione con la nuda natura, all’organizzazione sociale considerata nella sua totalità – e nella sua dimensione planetaria. Si muore di fame, ci si immiserisce in termini relativi (ma spesso anche assoluti: vedi oggi!), si diventa obesi oppure anoressici non a causa di una drammatica sproporzione tra il numero delle bocche da sfamare e la quantità di generi alimentari che l’uomo e la natura sono in grado di mettere a disposizione della società, ma a motivo di un’irrazionalità sistemica (“strutturale”) che si spiega in primo luogo con i rapporti sociali di produzione vigenti nel capitalismo.

Negli anni Trenta del secolo scorso gli Stati Uniti, divenuta prima potenza capitalistica del pianeta nel corso della Prima carneficina mondiale, “vantavano” un esercito di disoccupati di oltre 13 milioni, e i lavoratori percepivano un salario inferiore a quello ritenuto per legge il “minimo vitale”, fissato a un valore annuo di 2000 dollari. I prezzi agricoli precipitarono a circa la metà del loro livello del periodo bellico; per ripristinare prezzi di mercato remunerativi il governo “progressista” di allora finanziò la distruzione di interi campi di cotone, di vigneti, di aranceti. «La devastazione di dieci milioni di acri di cotone fruttò agli agricoltori compensi per oltre 100 milioni di dollari» [30]. Sotto la pressione della potente corporazione dei dirigenti agricoli, preoccupata di ricostituire i prezzi della carne macellata, il segretario all’agricoltura Henry Agard Wallace organizzò anche l’abbattimento di 6 milioni di porcellini e di duecentomila scrofe in procinto di partorire. Il grano già raccolto venne stipato nei silos in attesa di tempi (leggi: prezzi) migliori. La gente moriva letteralmente di fame non perché si era prodotto troppo poco, ma viceversa perché la macchina capitalistica aveva prodotto troppo in relazione alle leggi che ne regolano il funzionamento. Com’è noto, queste leggi hanno a che fare con l’imperativo categorico dell’investimento capitalistico: generare profitti! Nella nostra società non si produce, immediatamente ed esclusivamente, per soddisfare i bisogni umani, ma fondamentalmente per soddisfare i bisogni del Capitale, un Moloch sociale che di fatto fa dei bisogni umani un mero pretesto per ingoiare profitti: per dirla sempre marxianamente, il valore di scambio domina sul valore d’uso, il lavoro morto (macchine, materie prime, ecc.) domina su quello vivo. Nel capitalismo non si produce e consuma troppo o troppo poco in termini assoluti, o in rapporto ai bisogni umani, ma sempre e necessariamente in rapporto alle esigenze dell’accumulazione capitalistica.

«Nelle crisi scoppia una epidemia sociale che in ogni altra epoca sarebbe apparsa un controsenso: l’epidemia della sovrapproduzione. La società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio» [31]. Un mostruoso paradosso che da solo basta a ridicolizzare lo spettro di Malthus, il quale non ha mai fatto paura a nessuno, salvo che ai malthusiani, i quali peraltro hanno gravemente travisato l’intenzione politico-filosofica dell’«innato plagiario» di Wotton.

A proposito dell’«epidemia sociale» evocata dallo spettro di Treviri, riflettendo su questi epidemici mesi mi viene in mente un altro passo del Manifesto: «La borghesia è incapace di assicurare al suo schiavo l’esistenza persino nei limiti della sua schiavitù, perché è costretta a lasciarlo cadere in condizioni tali, da doverlo poi nutrire anziché esserne nutrita. La società non può più vivere sotto il suo dominio» [32]. Marx ed Engels non hanno aspettato la distruzione umana ed ambientale che sperimentiamo oggi per dichiarare la radicale incompatibilità tra il dominio capitalistico  e l’uomo e la natura.

Concludendo! Si fa per dire. La demografia e il problema della produzione delle condizioni materiali di esistenza degli individui non vanno considerati in astratto, in relazione alla natura o a un contesto umano storicamente indeterminato e socialmente non caratterizzato; essi acquistano un reale significato concettuale e reale solo in intima relazione con una peculiare comunità umana, con una concreta dinamica sociale, con una specifica prassi sociale. In particolare, la cosiddetta «legge naturale della popolazione» non ha nulla di naturale e si spiega solo a partire dalla prassi sociale informata da peculiari rapporti sociali di produzione/distribuzione. Il primo recensore russo del Capitale così scriveva sul Viestnik Evropy del maggio 1872: «Marx nega che la legge della popolazione sia la stessa in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Afferma anzi che ogni grado di sviluppo ha una sua propria legge della popolazione». Marx dice di condividere in pieno questa considerazione e, più in generale, la «esatta e benevola» esposizione del suo metodo fatta «dall’egregio autore» [33].

Parlare in un contesto capitalistico di divario tra crescita aritmetica dei generi alimentari e crescita geometrica della popolazione non ha alcun senso: come abbiamo visto, già oggi i mezzi di produzione astrattamente considerati potrebbero sfamare, vestire, alloggiare e curare tutta la popolazione esistente su questo pianeta; è l’uso capitalistico dei mezzi di produzione e della tecnoscienza (che è anch’essa un formidabile mezzo di produzione) che crea abbondanza in un luogo e miseria in un altro luogo. Non solo, ma una comunità umana che fosse orientata esclusivamente alla soddisfazione dei molteplici bisogni umani col tempo troverebbe il giusto (umano) equilibrio demografico, oltre che ecologico – peraltro due lati della stessa medaglia.

Il problema della sovrappopolazione come la conosce l’epoca moderna (borghese) in Africa e in Asia nasce soprattutto a causa della rottura in quei continenti dei vecchi equilibri tra pressione demografica e capacità produttiva delle comunità locali, ossia quando le merci a basso costo prodotte nei Paesi capitalisticamente avanzati incominciarono a riversarsi in quelle comunità diventando accessibili anche ai più poveri. A questo punto si ruppe il legame tra demografia e produzione locale, e si ebbe una continua crescita della popolazione su una base economica rimasta inalterata o addirittura ridimensionata, proprio a causa del rapporto sociale capitalistico che dall’esterno e dall’interno indeboliva le vecchie strutture sociali. A quel punto il problema demografico in Africa e in Asia diventò un problema di sviluppo (o sottosviluppo) capitalistico, di divisione internazionale del lavoro, di sfruttamento capitalistico di alcuni Paesi da parte di altri paesi.

Chi afferma che Paesi come la Cina e l’India, per non parlare dell’intero Continente Africano, dovrebbero moderare il loro sviluppo demografico ed economico, perché le attività umane hanno già raggiunto e superato i limiti della sostenibilità ecologica del nostro Pianeta, non sa letteralmente di cosa parla, e quindi confeziona pseudo soluzioni che hanno successo solo nella convegnistica e nel dibattito politico, ormai dominato dall’ecologicamente corretto: economia green, green deal, economia circolare, sostenibilità ambientale, eccetera, eccetera, eccetera. «Ho avuto delle volte l’impressione che molti avevano voglia di incontrarmi solo per fare una foto. Però è vero, a volte le cose sembrano poco reali, sembra molto una messa in scena» [34]. Beata ingenuità!

Come ho cercato di mettere in luce in questo scritto, il problema non è la demografia della Cina, dell’India e del Continente Africano, né il loro “modello di sviluppo” astrattamente considerato: il problema è la società capitalistica mondiale, il problema è un modo di produrre e distribuire la ricchezza sociale che per sopravvivere deve sfruttare e saccheggiare uomini e natura. Nel capitalismo tutto è relativo, eccetto che la legge del profitto.

 

[1] K. Marx, Storia delle teorie economiche, III, p. 64, Einaudi, 1958.
[2] F. Engels, Lineamenti di una critica dell’economia politica, Marx-Engels Opere, III, p. 456, Editori Riuniti, 1972.
[3] Ivi, p. 476.
[4] J. M. Keynes, Essays in Biography, pp. 120-144, MacMillan and co., 1933.
[5] «In generale non bisogna dimenticare che tanto i Principles, quanto gli altri due scritti di Malthus [Definition in Political Economy del 1820 e The Measure of value stated del 1823], devono la loro origine all’invidia per il successo dell’opera ricardiana e al tentativo di riacquistare quel primato a cui Malthus era fraudolentemente assurto grazie alla sua abilità di plagiario, prima che apparisse l’opera di Ricardo. […] Il merito vero e proprio di questi tre scritti di Malthus è quello di aver posto l’accento principale sullo scambio ineguale fra capitale e lavoro salariato, mentre Ricardo non spiega come dallo scambio delle merci secondo la legge del valore – secondo il tempo di lavoro in esse contenuto – abbia origine lo scambio ineguale fra capitale e lavoro vivo. […] L’aver messo in evidenza questo punto, che in Ricardo non resta ben chiarito, […] è l’unico merito di Malthus negli scritti citati sopra. Ma questo merito è annullato dal fatto che egli confonde la valorizzazione del denaro o della merce come capitale, e quindi il loro valore nella specifica funzione di capitale, con il valore della merce in quanto tale; e perciò nello svolgimento ricade, come vedremo, nelle grossolane rappresentazioni del sistema monetario – del profitto che deriva dall’alienazione» (K. Marx, Storia delle teorie economiche, III, pp. 14-16).
[6] Cit. tratta da H. Grossman, Il crollo del capitalismo, 1928, pp. 356-357, Jaca Book, 1971.
[7] «Dai dati analizzati dalle Nazioni Unite sappiamo da una stima che fino al 1700 il tasso di crescita della popolazione mondiale è stato molto lento: la statistica aggiornata dice solo lo 0.04% annuale. Certo, i popoli passati avevano più fertilità, ma la mortalità infantile bilanciava questa tendenza: era la prima fase della transizione demografica. La popolazione attuale mondiale è soggetta ad altre dinamiche. Il tasso di crescita annuale della popolazione ha raggiunto il picco nel 1968. Da allora è rallentato, ed oggi si attesta sull’1% annuo. Il mondo sperimenta la fine di un grosso ciclo di espansione. Il grafico sul tasso di crescita della popolazione mondiale mostra anche come l’ONU valuta questo processo nel prossimo futuro. Con il continuo calo della crescita demografica la popolazione mondiale attuale cresce più lentamente, e la curva della popolazione sta diventando sempre meno ripida. Entro il 2100 il tasso di crescita sarà dello 0.1%, la popolazione starà per fermare del tutto una corsa incredibile, dopo essere decuplicata in appena 250 anni» (Futuro prossimo, agosto 2020).
[8] S. Sileoni, Istituto Bruno Leoni, 19 giugno 2015.
[9] G. Leonhard: Tecnologia vs Umanità. Lo scontro prossimo futuro, Egea, 2019.
[10] «Laddove nella società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico» (K. Marx-F. Engels, L’ideologia tedesca, Opere, V, p. 33, Editori Riuniti, 1972). Né cacciatori, né pescatori, né pastori, né critici: semplicemente uomini. Uomini e donne, si capisce!
[11] Corsa alle terre africane, Società Missioni Africane, 2015.
[12] H. Grossman, Il crollo del capitalismo, p. 358.
[13] K. Marx, Il Capitale, I, pp. 354-346, Editori Riuniti, 1980.
[14] Ivi, p. 662.
[15] AA. VV., I limiti dello sviluppo, p. 21, EST Mondadori, 1972.
[16] F. Zuliani, I limiti dello sviluppo: un’analisi del rapporto al Club di Roma, Futurimagazine.
[17] G. Maggioni, Introduzione al Saggio sul principio di popolazione, p. XII, Einaudi, 1977.
[18] T. R. Malthus, Saggio sul principio di popolazione, pp. 14-15.
[19] T. R. Malthus, Esame sommario del principio di popolazione, in Saggio…, p. 195. Secondo Malthus «le «leggi fisiche» prevedono le carestie, le pestilenze, le guerre e altre sciagure naturali e sociali (le occupazioni malsane, i lavori faticosi, la scarsa alimentazione, lo scarso abbigliamento, l’infanticidio, ecc.) come «freni positivi [o preventivi] alla popolazione» (p. 225).
[20] «Quindi, siccome nascono più individui di quanti ne possano sopravvivere, in ogni caso vi deve essere una lotta per l’esistenza, sia tra gli individui della stessa specie sia tra quelli di specie differenti, oppure con le condizioni materiali di vita. e questa la dottrina di Malthus in un’energica e molteplice applicazione estesa all’intero regno animale e vegetale». Tuttavia Darwin aggiungeva subito dopo che nel regno animale, a differenza di quello umano, «non vi può essere né un incremento artificiale della quantità di alimenti, né un’astensione a scopo prudenziale dal matrimonio» (C. Darwin, L’origine della specie per selezione naturale, 1859, p. 236, Newton, 1994). Scriveva a questo proposito Marx a Engels: «Mi diverto con Darwin, al quale ho dato di nuovo un’occhiata, quando dice d’applicare la “teoria del Malthus” anche alle piante e agli animali, come se il succo del signor Malthus non consistesse proprio nel fatto che essa non viene applicata alle piante e agli animali, ma invece – con geometrica progressione – soltanto agli uomini, in contrasto con le piante e gli animali. È notevole il fatto che, nelle bestie e nelle piante, Darwin riconosce la sua società inglese con la sua divisione del lavoro, la concorrenza, l’apertura di nuovi mercati, “le invenzioni” e la malthusiana “lotta per l’esistenza”. È il bellum omnium contra omnes di Hobbes, e fa ricordare Hegel nella Fenomenologia, dove raffigura la società borghese quale “regno animale dello spirito”, mentre in Darwin il regno animale è raffigurato quale società borghese» (Lettera di Marx a Engels del 18 giugno 1862, in Marx-Engels, Opere, XLI, p. 279, Laterza, 1973).
[21] T. R. Malthus, Esame sommario del principio di popolazione, pp. 173-175.
[22] Ivi, p. 251.
[23] F. Engels, Lineamenti di una critica dell’economia politica, p. 476. Per il “giovane Engels” la teoria malthusiana ebbe quantomeno il merito di spazzare via tutte le illusioni progressiste e filantropiche sorte sul fondamento della società borghese, e di costringere il pensiero «a volgere l’attenzione alla forza produttiva della terra e dell’umanità e, dopo il superamento di questa disperazione economica siamo stati liberati una volta per tutte dal timore della sovrappopolazione. […] grazie a questa teoria abbiamo imparato a conoscere la massima degradazione dell’umanità e la sua dipendenza dal rapporto della concorrenza; essa ci ha mostrato come, in ultima istanza, la proprietà privata abbai fatto dell’uomo una merce, la cui produzione e il cui annientamento dipende anche ed esclusivamente dalla domanda, come il sistema della concorrenza abbia così sterminato e stermini ogni giorno milioni di uomini; tutto ciò abbiamo visto, e tutto ciò ci spinge alla soppressione di questa degradazione dell’umanità attraverso la soppressione della proprietà privata, della concorrenza e degli interessi contrapposti» (p. 477). In una sola parola: del capitalismo – tout court, sans phrase, senza alcun’altra inutile e fuorviante aggettivazione: neoliberista, selvaggio, turbo, speculativo, eccetera, eccetera, eccetera.
[24] K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, pp. 78-79, Feltrinelli, 2018.
[25] K. Marx, Il Capitale, I, p. 675.
[26] K. Marx, Storia delle teorie economiche, III, pp. 56-61, Einaudi, 1958.
[27] Ivi, p. 54.
[28] K Marx, Critica del programma di Gotha, 1875, p. 43, Savelli, 1975.
[29] Ivi, p. 49.
[30]  W. E. Leuchtenburg, Roosevelt e il New Deal.1932-1940, Laterza, 1976.
[31] K. Marx, F. Engels, Il Manifesto del partito comunista, in Marx-Engels Opere, VI, pp. 491-492, Editori Riuniti, 1973. «Con quale mezzo riesce la borghesia a superare le crisi? Per un verso distruggendo forzatamente una grande quantità di forze produttive; per altro verso, conquistando nuovi mercati e sfruttando più intensamente i mercati già esistenti» (p. 492). Come si vede, già nel 1848 Marx ed Engels individuarono il meccanismo che sta alla base del moderno imperialismo e della cosiddetta globalizzazione: «Il bisogno di sbocchi sempre più estesi spinge la borghesia per tutto il globo terrestre. Dappertutto essa deve ficcarsi, dappertutto stabilirsi, dappertutto stringere relazioni. Sfruttando il mercato mondiale la borghesia ha reso cosmopolita la produzione e il consumo di tutti i paesi. Con gran dispiacere dei reazionari, ha tolto all’industria la base nazionale»  (pp. 489-490). Si ha distruzione di capitale reale semplicemente arrestando per un periodo più o meno lungo la produzione: il valore d’uso e il valore di scambio di macchine, lavoratori, materie prime e quant’altro è indispensabile alla produzione di “beni e servizi” «se ne vanno al diavolo». In questi epidemici tempi la distruzione di capitale reale è all’ordine del giorno.
[32] Ivi, p. 497.
[33] K. Marx, Poscritto alla seconda edizione del Capitale, 1873, Il capitale, I, p. 44.
[34] Greta Thunberg intervistata a Che tempo che fa, 18/10/2020.

Sul concetto di Antropocene leggi: LA CRISI ECOLOGICA NELL’EPOCA DEL CAPITALE.

IL VIRUS E LA NUDITÀ DEL DOMINIO

Non c’è niente da fare: se «l’uomo in quanto uomo» non esiste, tutto il male concepibile (e anche quello che oggi non riusciamo nemmeno a immaginare) è possibile e altamente probabile – anche sotto forma di virus…

 

Una lettrice ha così commentato su Facebook il mio ultimo post dedicato al Coronavirus e al feticismo associato alla malattia che esso causa: «Il virus non chiede il permesso di fare quello che vuole. È anche con i virus, diventati parte di noi, che ci siamo trasformati nel corso dell’evoluzione». Non c’è dubbio.

Su quest’ultimo aspetto proprio un mese fa ho letto un libro scritto da due scienziati americani teorici del punto di vista evoluzionista nello studio delle malattie e nella profilassi medica: le malattie (cause e sintomi) come adattamento del corpo plasmato dalla selezione naturale, come adattamento evolutivo sempre esposto ai mutamenti ambientali – molto spesso causati dal puro caso. Un testo che consiglia di andarci piano con antibiotici e vaccini, senza ovviamente negarne la validità in termini assoluti: «È sbagliato non prendere l’aspirina solo perché sappiamo che la febbre può essere utile, ed è un errore non trattare sintomi spiacevoli di alcuni casi di nausea da gravidanza, allergia e ansia. […] Un approccio evolutivo suggerisce però che molti trattamenti potrebbero non essere necessari, e che dovremmo chiarire se i benefici siano superiore ai costi» (1). Il problema, continuano gli autori, è che «batteri e virus possono evolversi in un giorno più di quanto possiamo noi in mille anni. Questo è un handicap ingiusto e grave nella corsa agli armamenti: non possiamo evolvere abbastanza velocemente da sfuggire ai microrganismi. […] Da un punto di vista immunologico, un’epidemia può cambiare drasticamente una popolazione umana». A questo punto potremmo esclamare abbastanza sconsolati, o semplicemente armati di “sano realismo”: È l’adattamento evolutivo, bellezza!

Ma l’uomo non solo non subisce passivamente la cieca pressione esercitata dall’ambiente esterno sul suo corpo e sulla sua comunità, ma col tempo ha imparato ad affinare strategie di sopravvivenza sempre più efficaci, finendo per trasformare la stessa natura in una sua gigantesca riserva di cibo, di strumenti e di creatività. La storia naturale è insomma intimamente intrecciata alla storia umana, e non a caso diverse nostre malattie (a cominciare dalla comune influenza) risalgono agli albori della nostra civilizzazione, quando abbiamo iniziato ad addomesticare piante e animali. Questo semplicemente per dire che ormai da migliaia di anni il nostro processo evolutivo si dà necessariamente all’interno di società (con “annessa” natura) storicamente caratterizzate, e non in un ambiente puramente naturale o comunque socialmente neutro: tutt’altro! Tanto è vero che molte malattie (morbillo, tubercolosi, vaiolo, pertosse, malaria) sono state debellate o grandemente ridimensionate nei Paesi capitalisticamente sviluppati del mondo, mentre altre si sono diffuse in stretta connessione al nostro cosiddetto “stile di vita”. Si assiste poi proprio nei Paesi di più antica tradizione capitalistica al sempre più allarmante fenomeno della resistenza agli antibiotici, per cui batteri sensibili alla penicillina che negli anni Quaranta del secolo scorso sembravano aver imboccato la strada dell’estinzione (con la produzione industriale dei vaccini e la moderna profilassi), nel corso dei decenni hanno invece sviluppato enzimi in grado di degradare la penicillina: «Oggi, il 95 per cento dei ceppi di stafilococco mostra una certa resistenza alla penicillina» (Perché ci ammaliamo).

Per virus e batteri il nostro corpo è il loro ambiente esterno che li sfida, e non hanno altra “strategia di sopravvivenza” che non sia quella di mutare, di evolvere, di adattarsi a circostanze sempre mutevoli: è la «corsa agli armamenti» tra “creature aliene” e “ospite” cui accennavo prima. Per l’uomo l’adattamento a virus, batteri e quant’altro è sempre e necessariamente socialmente mediato. «Questa asserzione non significa negare che batteri e virus facciano ammalare il corpo biologico e siano conseguentemente causa di infezioni, ma che quando bisogna pensare al lamento, al disagio e al dolore nella clinica medica e nella psicoanalitica, è necessario considerare e valutare gli effetti del linguaggio e del discorso» (2), ossia, detto nei “miei” termini, della prassi sociale umana e delle «relazioni materiali degli uomini, linguaggio della vita reale» (3).

Mi si consenta a questo punto una brevissima digressione sotto forma di una metafora abbastanza rozza e banale. Una pistola spara un proiettile che colpisce a morte una persona: a chi o a cosa attribuire la responsabilità del triste evento? Al proiettile? alla pistola? alla mano che la impugna? Ovviamente al soggetto che ha sparato, che ha messo in moto la catena degli eventi. Qui i motivi dell’insano gesto non ci riguardano. Ecco, il Covid-19 ci è stato sparato contro da una società che distrugge foreste e ciò che rimane delle nicchie ecologiche, che fa un uso sempre più intensivo degli allevamenti, che investe nel settore sanitario secondo parametri di economicità e non di pura umanità (4), che di fatto mette al centro delle sue molteplici attività la ricerca del profitto e non la sicurezza delle persone, che fa dei lavoratori, dei disoccupati e in generale dei senza riserve, i soggetti di gran lunga più vulnerabili alle malattie e alle sciagure, e potrei continuare su questa strada lastricata di miseria sociale – “materiale” e “spirituale”.

La mia tesi è che il calcolo economico (legge del profitto e legge delle compatibilità tra “entrate” e “uscite”) che domina nella società capitalistica realizza una prassi sociale che nella sostanza è del tutto irrazionale, nonostante la scienza e la tecnica vi abbiano un ruolo a dir poco fondamentale. Oggi davvero l’umanità potrebbe avere nelle sue mani il proprio destino, eliminando le cause oggettive (che cioè prescindano da qualsivoglia intenzione e volontà umane) che generano sempre di nuovo irrazionalità (“disfunzionalità”) d’ogni genere, con ciò che ne segue in termini di crisi economiche, di disagio sociale, di precarietà esistenziale, di sofferenze fisiche e psicologiche, di crisi ecologiche, eccetera, eccetera, eccetera. Ciò che stiamo vivendo nell’ormai famigerata Epoca del Coronavirus (da d.C. a d.C.) la dice lunga sul carattere irrazionale (disumano e disumanizzante) della nostra società. Da anni si parlava della possibilità di una pandemia del tipo che stiamo sperimentando, ma il “sistema” ha ritenuto più opportuno non allocare risorse finanziarie nella prevenzione, sperando che quella possibilità non si trasformasse in una realtà, almeno a breve scadenza, e intanto continuare nella solita vita fatta di lavoro, di vendite, di acquisti, di viaggi, di affari, di investimenti, di speculazioni, eccetera. Lo spettacolo del Capitale deve continuare!

Mutuando Spinoza enuncio quanto segue: Dicesi schiavitù l’incapacità umana di dominare le cause e gli effetti della prassi sociale. Questa schiavitù non ha dunque a che fare direttamente con la sfera politico-istituzionale di un Paese, ma essa chiama in causa direttamente il suo fondamento sociale, la sua “struttura” economico-sociale. Di qui il concetto di totalitarismo sociale che secondo me è la chiave che apre alla comprensione dell’attuale crisi sociale.

La responsabilità “ultima” della pandemia ancora in corso è dunque della società capitalistica, la quale ha oggi una dimensione mondiale – e, com’è noto, scienziati particolarmente “visionari” e capitalisti dal “pensiero lungo” (almeno quanto il loro conto in banca) operano per allargarne i confini oltre l’angusto orizzonte del nostro pianeta: si vuol portare il virus capitalistico su altri mondi! Ma è possibile, e non solo auspicabile, un altro mondo? Personalmente non ho alcun dubbio su questa eccezionale possibilità, e il fatto che essa oggi sia negata dalla realtà nel modo più radicale e doloroso, e che certamente io non la vedrò mai realizzarsi, ebbene questo non cambia di un solo atomo il fondamento oggettivo (storico e sociale) di questa splendida alternativa al cattivissimo presente.

Io non chiedo di immaginare la società perfetta, la società che non conosce la sofferenza, la malattia, la morte, l’imprevisto, ecc.; si tratta piuttosto di concepire la possibilità di una comunità che sappia affrontare in termini umani (umanizzati) la sofferenza, la malattia, la morte, l’imprevisto e così via. Concepire l’inconcepibile, mettere radicalmente in discussione l’idea che per un qualche motivo l’umanità non possa affrancarsi dalla divisione classista della società e costruire una Comunità nel cui seno fratelli e sorelle collaborano alla felicità di tutti e di ciascuno. In fondo lo dice anche il Papa: Fratelli tutti! Il pensiero deve reagire al torpore della routine che lo intrappola nel cerchio stregato dell’ideologia dominante, e giungere a questa straordinaria conclusione: Si può davvero fare! Dobbiamo offrire al pensiero la possibilità di vedere finalmente nudo il Dominio, un po’ come il bambino della celebre favola di Anderson; e così capire che nella sua vigenza non c’è nulla di naturale o di sovrannaturale, di inevitabile o di assolutamente necessario, ma solo una questione di coscienza (o incoscienza: la nostra) e di rapporti di forza. Io cerco di dare il mio modestissimo contributo a questa vera e propria rivoluzione del pensiero, sperando ovviamente che essa non rimanga solo nel pensiero.

DAMMI TEMPO…
«Non riteniamo di introdurre una norma vincolante ma vogliamo dare il messaggio che se si ricevono persone non conviventi anche in casa bisogna usare la mascherina» (Premier G. Conte).
«Quando c’è una norma, questa va rispettata e gli italiani hanno dimostrato di non aver bisogno di un carabiniere o di un poliziotto a controllarli personalmente. Ma è chiaro che aumenteremo i controlli, ci saranno le segnalazioni» (Ministro R. Speranza).

L’esperienza della Pandemia sta portando altra velenosissima acqua alla tesi secondo cui oggi ci riesce più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. La rivoluzione sociale appare anche ai miei anticapitalistici occhi abissalmente lontana; ma penso anche che se per un qualche motivo essa diventasse improvvisamente possibile nella testa di molte persone, altrettanto repentinamente quello straordinario evento diventerebbe talmente vicino nella realtà, da poterne quasi avvertire l’odore, per così dire. Come ho scritto altrove, non ho la pretesa di pensare che con me debba finire la storia, e che altri dopo di me non possano conoscere la rivoluzione sociale e la Comunità umana; bisogna essere davvero arroganti, presuntuosi e soprattutto deboli di immaginazione, per cristallizzare in eterno (fortunatamente solo nel pensiero!) il pessimo presente. Intanto, così come respiro, mangio, dormo, eccetera, rinnovo sempre di nuovo la mia irriducibile ostilità nei confronti di questa società disumana: più che di scelta, dovrei piuttosto parlare di fisiologia!

Fin dall’inizio della crisi sociale chiamata Pandemia ho cercato di mettere in luce il carattere oggettivo del processo sociale in corso su scala mondiale, il quale ha peraltro approfondito e accelerato tendenze economiche, tecnologiche, geopolitiche, politiche e istituzionali già da molto tempo attive – e produttive di fatti – in tutti i Paesi capitalisticamente più avanzati del mondo. Come sempre, la realtà non crea mai nulla a partire dal nulla, ma impasta, per così dire, materiale sociale già esistente aggiungendone dell’altro solo in parte o interamente nuovo; il problema è piuttosto quello di capire fino a che punto abbiamo il controllo della situazione e la natura (la “qualità”) della realtà che contribuiamo a creare giorno dopo giorno.

Il carattere autoritario, per non dire altro, delle misure politiche prese in questi asfissianti e alienanti mesi pandemici dal governo italiano a mio avviso si connette in primo luogo a processi che per l’essenziale sfuggono anche al controllo degli stessi decisori politici, i quali sono stati chiamati a un rapido adattamento alla situazione che si è venuta a creare di volta in volta su scala nazionale e globale. Sappiamo poi come i politici nostrani eccellano nell’arte dell’adattamento, e come essi sanno approfittare delle situazioni emergenziali per intascare lauti dividenti elettorali e cementare il loro consenso e il loro potere – due facce della stessa medaglia democratica. Tuttavia, il “complotto” ai nostri danni non è da ricercarsi nella volontà di Tizio piuttosto che di Caio, senza parlare dei soliti “poteri forti” (meglio se infiltrati da qualche “lobby ebraica”): è questa società che complotta tutti i giorni contro gli individui, contro le classi subalterne, contro la possibilità di relazioni autenticamente umane. Per questo non si tratta, per chi scrive, di cambiare governi e governanti, ma di mettere la parola fine a questa società e iniziare la storia della Comunità umana, la storia dell’«uomo in quanto uomo». Vasto Programma, non c’è dubbio, e per questo qui conviene mettere un bel punto.Ogni Paese ha cercato di gestire la “crisi sanitaria” ricercando un difficile bilanciamento tra protezione della salute del corpo sociale, per assicurare la continuità del sistema ed evitare una più grave catastrofe sociale (con relative tensioni generatrici di conflitti potenzialmente disastrosi per il vigente ordine sociale), e protezione della struttura economica, per evitare un collasso economico dagli esiti imprevedibili ma certamente destabilizzanti. Il tutto naturalmente sulla base delle strutture sociali e delle configurazioni politico-istituzionali dei diversi Paesi, nonché delle loro diverse esperienze in materia di epidemie: negli ultimi venti anni la Cina e altri Paesi asiatici si sono confrontati molto spesso con le epidemie virali. È ovvio che nei Paesi a regime politico-istituzionale totalitario il lockdown viene meglio, per così dire, è di più facile, rapida e sicura implementazione, soprattutto se sono in grado di servirsi di un’avanzata tecnologia idonea al controllo e alla repressione dei comportamenti sociali. Non per niente la Cina si è subito proposta all’attenzione dell’Europa come il modello da seguire, sebbene con adattamenti e innesti “democratici”. Il lockdown con caratteristiche europee, insomma. Quello italiano è stato particolarmente duro, tale da evocare lo spettro del “fascismo sanitario”. Certo è che sentir parlare di «dittatura sanitaria» da parte di personaggi che sostengono i regimi di Cina, Cuba, Venezuela e non so di quanti altri Paesi rigorosamente antiamericani, fa davvero sorridere, diciamo così. Sto per caso alludendo anche al noto filosofo-comico Diego Fusaro? Fate un po’ voi! (5)

Per usare un’analogia medica, visto che parliamo di virus e di “crisi sanitaria”, nel caso italiano è come se una parte assai consistente dell’economia fosse stata messa in una condizione di coma artificiale o farmacologico, in attesa che i parametri sociali, stressati dallo shock, iniziassero a rientrare nella normalità. In questa delicata operazione l’interventismo statale ha avuto una parte decisiva, e gli effetti del «ritorno in grande stile dello Stato» nella sfera economica, osteggiato dalla minoranza liberista ancora presente nel Paese e applaudito dalla sua maggioranza statalista, saranno evidente solo tra qualche tempo. Com’è noto, spesso dal coma indotto artificialmente, si passa al coma vero e proprio, e non raramente segue il decesso del paziente: l’intervento è riuscito, ma il paziente è moto – di fame o di qualche altro accidente, ma vivaddio senza un solo Coronavirus in corpo! Quel che è certo è che molte aziende, soprattutto di piccole e medie dimensioni, non apriranno più, e già a giugno si parlava di “autunno caldo”, di disoccupazione dilagante, di gente pronta a pescare nel torbido. Il Ministro degli Interni da mesi non smette di lanciare segnali di allarme: «Andiamo incontro a una delicata situazione sociale. Dobbiamo prepararci». Preparaci a cosa? Come si dice, lo scopriremo solo vivendo – se il Coronavirus vuole!

Ho raccolto in questo PDF buona parte dei post dedicati alla “crisi epidemica” che ho pubblicato su questo Blog dall’inizio di questa crisi, la quale peraltro è lungi dall’essersi esaurita; il primo è del 5 gennaio, quando sembrava che il raggio d’azione del Coronavirus fosse circoscritto alla sola Cina, o ai soli Paesi asiatici, come avvenne per la Sars nel 2003/2004, e l’ultimo è del 6 ottobre, quando la temuta “seconda ondata” si è alla fine palesata anche in Italia, e con una forza che ha sorpreso molti degli stessi “esperti”. La “seconda ondata” si abbatte su un corpo sociale già provato fisicamente e psicologicamente, e per questo i soliti “esperti” ritengono che essa potrebbe essere ancora più devastante della “prima ondata”, con ciò che ne segue sul piano delle politiche “preventive” suggerite al governo. Se dipendesse dagli “esperti”, in Italia saremmo già al lockdown generalizzato. Vedremo cosa accadrà tra qualche settimana, o forse tra qualche giorno.

La scienza si pavoneggia per i suoi successi ottenuti nella ricerca del vaccino, ma a parte ogni altra considerazione (anche d’ordine geopolitico), non fa che riparare i guasti prodotti dalla società di cui essa è un potentissimo strumento di dominio e di sfruttamento – di “risorse” umane e naturali.

L’intreccio “problematico” che questi post offrono ai lettori è molto ricco, perché essi chiamano in causa, sebbene in forma estremamente semplice – spero non del tutto semplicistica – e sintetica molteplici questioni di natura politica, etica, geopolitica, economica, psicologica: sociale in senso generale. Purtroppo non ho potuto eliminare la ripetizione di temi, di concetti e di parole, e di questo mi scuso con i lettori.

«Il virus non chiede il permesso di fare quello che vuole»; anche noi dovremmo conquistare questa irriducibile volontà nei confronti del pessimo presente – con il futuro che certo non ci sorride, tutt’altro!

Qui il PDF

(1) R. M. Nesse, G. C., Williams, Perché ci ammaliamo. Come la medicina evoluzionista può cambiare la nostra vita, p. 67, Einaudi, 1999. «Il corpo umano è al contempo fragile e robusto. Come tutti i prodotti dell’evoluzione organica, è un insieme di compromessi, e ognuno di questi offre un vantaggio, anche se spesso il prezzo è la predisposizione a una malattia. Le debolezze non possono essere eliminate dall’evoluzione perché è stata la stessa selezione naturale a crearle. […] In medicina niente ha senso se non alla luce dell’evoluzione» (pp. 287- 301). E la società, qui genericamente intesa, in tutto questo che ruolo ha? Ed è corretto, nel trattamento dei cosiddetti “disordini mentali” associati alle emozioni, mettere da parte Sigmund Freud (qui inteso come “padre della psicoanalisi”) e chiamare senz’altro in causa gli «algoritmi darwiniani della mente»?
(2) A. Eidelsztein, L’origine del soggetto in psicoanalisi, p. 52, Paginaotto, 2020.
(3) K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca, Opere, V, pp. 21-22, Editori Riuniti, 1983.
(4) Secondo stime attendibili, dal 2009 al 2018 in Italia c’è stata una riduzione della spesa sanitaria di circa 26 miliardi, una diminuzione del 12%. Se consideriamo, oltre la spesa corrente, anche il calo degli investimenti pubblici nel settore sanitario, la riduzione si aggira intorno al 13%.
(5) «La Ue manda il Mes, gli USA mandano soldati, la Cina manda medici e mascherine. Solo uno dei tre è nostro amico. Gli altri due sono nemici da combattere. L’avete capito? Il potere vi fa apparire amici i nemici e nemici gli amici. E, così, nostri amici sarebbero UE e USA, che in questa crisi ci stanno ignorando, quando non apertamente ostacolando. E nostri nemici sarebbero Cina, Russia, Cuba e Venezuela, che ci stanno mandando aiuti e medici. L’alternativa continua ad essere tra socialismo e barbarie o, se preferite, tra socialismo e capitalismo» (D. Fusaro). Indovinate secondo chi scrive da quale parte dell’alternativa si colloca il simpatico intellettuale SocialSovranista? Solo in un mondo ottusamente nichilista nei confronti della verità, un personaggio ridicolo come Fusaro può cavalcare le escrementizie onde delle ospitate televisive in qualità di filosofo hegelo-marxista. Anche questo, nel suo infinitamente e comicamente piccolo, esprime la tragedia dei nostri tempi.

LA DITTATURA È SOCIALE, NON SANITARIA

Da più parti, ma soprattutto negli ambienti politico-culturali della “destra” e tra i cosiddetti “negazionisti”, si parla sempre più spesso di dittatura sanitaria, cioè di un regime autoritario imposto ai cittadini dal governo con la scusa della crisi sanitaria, e con l’attivo supporto degli “esperti”: virologi, infettivologi, medici, statistici, scienziati di varia natura. Non pochi in Occidente considerano il Covid una bufala pianificata a tavolino dal “sistema” (o dai “poteri forti”) per dare un’ulteriore stretta alle nostre già anoressiche e boccheggianti libertà individuali: la mascherina come metafora e simbolo di un bavaglio politico, ideologico, esistenziale. La paura del contagio come strumento di controllo e di governo: Foucault parlava di disciplinamento dei corpi e, quindi, delle menti.

Qualche giorno fa il Presidente della Repubblica francese ha dichiarato a proposito della “crisi sanitaria” che in Francia ha subito un’inaspettata escalation: «È vero, stiamo comprimendo la vostra libertà in aspetti molto importanti della vostra vita, ma siamo costretti a farlo per tutelare la vostra salute». Prendiamo per buona l’intenzione di Macron e riflettiamo sul contenuto “oggettivo” di quella dichiarazione: che realtà sociale ne viene fuori?

La dittatura di cui intendo parlare qui è in primo luogo un fatto, ossia una realtà che prescinde da qualsivoglia intenzione, da qualsiasi progettualità politica, da qualsiasi tipo di volontà; e come sempre al fatto segue il diritto, ossia la formalizzazione politica e giuridica di ciò cha ha prodotto la società. Naturalmente la politica cerca di approfittare in termini di potere e di consenso (due facce della stessa medaglia) della situazione, ma questo è l’aspetto che appare ai miei occhi il meno interessante, almeno in questa sede, anche perché esso mostra la superficie di un fenomeno, si muove nella contingenza, mentre ciò che ha significato è la radice, la dinamica e la tendenza dei fenomeni sociali.

«Siamo in una dittatura sanitaria? È un discorso che non sta in piedi. Con il virus non si po’ fare una trattative, né politica né sindacale»: affermando questo l’ormai noto infettivologo Massimo Galli dà voce a quello che mi piace definire, lo ammetto con scarsa originalità di pensiero, feticismo virale. Attribuire al virus una “crisi sanitaria” che ha una natura squisitamente sociale. Condizioni sociali considerate su scala planetaria hanno trasformato un virus in un vettore di malattie, di sofferenze, di contraddizioni sociali, ecc. Credere insomma che il problema sia il Virus, e non la società che l’ha trasformato in una fonte di malattia, di sofferenze e di crisi sociale (che coinvolge l’economica, la sanità, la politica, le istituzioni, la salute psicosomatica delle persone): ecco spiegato in estrema sintesi il concetto di feticismo virale. Pensare che la nostra vita sia minacciata da un invisibile organismo vivente, il quale avrebbe il potere di tenere sotto scacco l’economia e le istituzioni di interi Paesi: ebbene questa assurda idea la dice lunga sulla nostra impotenza sociale, sulla nostra incapacità di dominare con la testa e con le mani fenomeni che nulla o poco hanno a che fare con la natura, mentre hanno moltissimo a che fare con la prassi sociale capitalistica. Nella nostra società l’apprendista stregone lavora senza sosta, H24.

È vero, verissimo: la potenza che ci tiene sotto scacco è invisibile, e in un certo senso la sua natura può benissimo essere considerata come virale, ma in un’accezione particolarissima che non ha nulla a che vedere con la natura. Si tratta, infatti, degli impalpabili (ma quanto concreti!) rapporti sociali capitalistici, i quali realizzano un mondo che noi per l’essenziale non controlliamo e che subiamo come se fosse un’intangibile e immodificabile realtà naturale.

«Se tutto è connesso, è difficile pensare che questo disastro mondiale non sia in rapporto con il nostro modo di porci rispetto alla realtà, pretendendo di essere padroni assoluti della propria vita e di tutto ciò che esiste. Non voglio dire che si tratta di una sorta di castigo divino. E neppure basterebbe affermare che il danno causato alla natura alla fine chiede il conto dei nostri soprusi. È la realtà stessa che geme e si ribella»: così ha scritto Papa Francesco nella sua ultima Enciclica Fratelli tutti. Oggi ciò che connette tutto e tutti sono appunto i rapporti sociali di produzione capitalistici, i quali fanno del Capitale un Moloch che domina sulle nostre vite e sulla natura. Siamo tutti fratelli sottoposti alle disumane leggi della dittatura capitalistica. Si tratta di una dittatura sociale, oggettiva, sistemica, che si realizza giorno dopo giorno in grazia delle nostre molteplici attività sottoposte al dominio del calcolo economico.

Apro una piccola parentesi. Come ormai abbiamo imparato in questi mesi, se nella gestione della “crisi sanitaria” va tutto bene è merito del governo, se qualcosa invece va male, è colpa di quei cittadini irresponsabili che sono più inclini ai piaceri della movida che alla salute della comunità. Non solo siamo costretti a subire le conseguenze di una prassi sociale che non sbagliamo affatto a considerare complessivamente irrazionale proprio perché è informata dalle logiche economiche (capitalistiche), e non dal calcolo umano; ma chi ci amministra è pronto a infliggerci multe, punizioni di vario genere e una colata di stigma sociale e di sensi di colpa se nostro malgrado infrangiamo le ultime disposizioni governative in materia di sicurezza e di distanziamento asociale e dovessimo trasformarci, non sia mai, in “untori”! Non solo il danno, ma anche la beffa! Per favore, datemi un martello! «Che cosa ne vuoi fare?» Sono affari miei! Chiudo la parentesi.

Il Papa ovviamente non va oltre il solito (banale?) e ingenuo discorso intorno all’uomo astrattamente considerato che pretende di farsi Dio non avendone le capacità, ed essendo piuttosto vittima della demoniaca brama di profitti, mentre bisognerebbe «sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale». Il “neoliberista” scuote la testa, il “progressista” applaude come da copione. Massimo Cacciari, dall’alto della sua filosofia katechontica, nicchia: «Il discorso di Bergoglio è un grande appello alla fraternità universale che resterà, lo sappiamo, purtroppo inascoltato. Egli sviluppa temi ormai classici nelle encicliche della Chiesa. Insomma è naturale che Bergoglio parli delle tragedie del mondo in questi termini» (La repubblica). Io invece penso che il mondo creato dal capitalismo non possa che essere disumano e disumanizzante, e che per questo esso non debba conoscere altra “riforma” che non sia la sua radicale distruzione in vista di un assetto autenticamente umano della Comunità dei fratelli e delle sorelle – finalmente affrancati dalla divisione classista. Ma questa è solo una mia bizzarra opinione che impallidisce al cospetto del buon samaritano di cui parla il Santissimo Padre nella sua Enciclica dedicata «alla fraternità e all’amicizia sociale».

La nostra minorità politica in quanto cittadini, così ben esemplificata dall’affermazione macroniana di cui sopra (vi amministriamo per il vostro bene), si può a mio avviso comprendere in tutta la sua tragica portata solo se considerata alla luce della dittatura sociale che qui mi sono limitato a richiamare all’attenzione di chi legge, e sul cui fondamento è possibile ogni tipo di “involuzione autoritaria”. Inclusa quella dei nostri giorni, di queste ore.

«Con il virus non si può fare una trattativa, né politica né sindacale», ci dice il saggio Galli pensando di infilzare con la sua “pungente ironia” i teorici del “negazionismo” (no virus, no mask, no vaccino); e infatti non si tratta di raggiungere un compromesso di qualche tipo con il virus: si tratta (si tratterebbe!) di farla finita una buona volta con una società che ci espone a ogni genere di rischio (da quello pandemico a quello idrogeologico, da quello ecologico a quello bellico, da quello economico a…, fate un po’ voi), a ogni sorta di preoccupazioni e sofferenze.

«Se qualcuno pensa che si trattasse solo di far funzionare meglio quello che già facevamo, o che l’unico messaggio sia che dobbiamo migliorare i sistemi e le regole già esistenti, sta negando la realtà» (Fratelli tutti). È quello che ho detto!

NEGAZIONISTA E COMPLOTTISTA È QUESTA SOCIETÀ

Prima della cura

Tutta la vita delle società nelle quali predominano
le condizioni moderne di produzione si presenta
come un’immensa accumulazione di rischi. L’anno
2020 ce lo ha ricordato nel modo più incisivo.

R. A. Ventura, Radical choc.

Sono francamente odiose le accuse di negazionismo e complottismo scagliate come oggetti contundenti dai socialmente allineati contro chi azzarda un minimo (non un massimo!) di atteggiamento critico sulla cosiddetta “crisi sanitaria” e, soprattutto, sulla sua gestione da parte dei “comitati scientifici”, dei decisori politici e dei loro apparati propagandistici. Si sta generalizzando l’escrementizia tendenza a bollare come “negazionista” e “complottista” chiunque esprima un’idea difforme da quella certificata come politicamente e socialmente corretta dagli esponenti più autorevoli della classe dirigente del Paese. Chi non si allinea di buon grado all’opinione comune è concepito dai più come una persona quantomeno “strana”, dalla quale è igienico mantenere le debite distanze: non si sa mai! E la cosa appare ai miei occhi tanto  più sinistra e politicamente significativa, nel momento in cui il Parlamento italiano vara una Commissione d’inchiesta (con poteri di autorità giudiziaria) sulle cosiddette “fake news” che si configura come una vera e propria Commissione di controllo e censura delle opinioni considerate dai politici filogovernativi non in linea con le verità stabilite dai sacerdoti del regime: intellettuali, politologi, scienziati, artisti, opinion leader, ecc.

Naturalmente chi abbaia contro l’irrazionalismo dei “negazionisti” e dei “complottisti” non ha nemmeno una vaga idea di quanto profondamente irrazionale, per non dire folle, sia la società che nega in radice una vita autenticamente umana e che complotta tutti i giorni contro gli individui, soprattutto  contro quelli che sopravvivono a stento nei piani bassi di un edificio sociale sempre più imputridito e appestato: altro che Coronavirus! Perché la crisi sociale che stiamo vivendo non ha niente a che fare con un virus, con la natura «che oggi ci presenta il conto», mentre ha moltissimo a che fare con la natura del capitalismo.

 

Dopo la cura. «Parker Crutchfield, professore associato di etica medica alla Western Michigan University, qualche giorno fa ha pubblicato su The conversation un singolare articolo. In sintesi, lo studioso vorrebbe iniettare nel sistema idrico americano un mix di sostanze psicoattive, che dovrebbero ammansire i bifolchi che rifiutano di indossare le mascherine» (La Verità). Se non puoi convincerli, puoi sedarli.

Per come la vedo io, il problema non è il “negacomplottista” che considera il Covid «una bufala pianificata a tavolino per dare un’ulteriore stretta alle libertà individuali», e che scende in strada senza bavaglio, pardon, senza mascherina per manifestare questa sua “bizzarra” posizione; ci sono più paradossi, più contraddizioni e più irrazionalità sistemica tra terra e cielo, non crede per principio alle “verità ufficiali” fabbricate da un non meglio specificato “sistema”. Il vero problema è piuttosto la gente che rendendosi conto di quanto rischiosa e “problematica” sia la vita che ci offre questa società, tuttavia non scende in strada (con o senza mascherina!) per manifestare la necessità e l’urgenza di sbarazzarsi di un’organizzazione sociale che, appunto, non smette di creare all’umanità problemi d’ogni tipo.

Forse ce la prendiamo tanto con il «comportamento irresponsabile» dei “negazionisti” per non guardare in faccia la nostra irresponsabilità sociale, la nostra impotenza, la nostra incapacità di immaginare un modo di vivere autenticamente umano, completamente diverso da quello a cui siamo avvezzi. Scriveva il grande Tolstoj: «Non ci sono condizioni alle quali un uomo non possa assuefarsi, specialmente se vede che tutti coloro che lo circondano vivono nello stesso modo» (Anna Karenina). Il problema è dunque il cerchio stregato dell’assuefazione, questo nostro essere gregge (per dirla con Forrest Gump, pecora è chi la pecora fa), non certo chi si prende la “pericolosa” e “irresponsabile” libertà di non rispettare le regole del distanziamento asociale. Forse è quella libertà che l’apologeta della mascherina come “segno di rispetto per gli altri” segretamente invidia. Forse.

OBBLIGO VACCINALE E ALTRO ANCORA

L’evento epidemico che ancora ci travaglia probabilmente innescherà dopo l’estate un acceso dibattito sulla necessità, o meno, di rendere obbligatorio il vaccino antivirale stagionale (antinfluenzale), quantomeno per certe categorie professionali “a rischio” (medici e infermieri, in primis; seguono gli insegnanti) o per determinate fasce di età (bambini e anziani), come profilassi idonea a scongiurare il pericolo di una saturazione degli ospedali nel caso in cui dovesse presentarsi una nuova recrudescenza del Covid-19. Com’è noto, anche su questa possibilità la comunità scientifica è riuscita a dividersi in tante “scuole di pensiero”. Secondo Walter Ricciardi, componente dell’Oms e consigliere del Ministro della Salute Roberto Speranza, «Non ci sarà bisogno di introdurre l’obbligo per il vaccino contro il Coronavirus perché la gente ha sperimentato cosa significa avere paura di una malattia». Rimane inteso che se la paura non dovesse bastare… Questo richiamo alla paura della gente la dice lunga sulla natura del controllo sociale che stiamo subendo nella cosiddetta “nuova normalità”, la quale è sostanzialmente come la vecchia, solo ancora peggiore. L’ormai celebre virologa Ilaria Capua punta invece sul maledetto mantra del “Tutto dipende da noi”: «Siamo noi stessi che attraverso i nostri comportamenti possiamo facilitare questo ritorno del virus. Dobbiamo saperci difendere». Sono i nostri cattivi comportamenti, e non questa cattivissima società, a esporci al rischio del contagio. Su questo mantra, che sembra far leva sul libero arbitrio e sulla responsabilità dei cittadini, mentre in realtà colpevolizza gli individui e li educa alla paura e al sospetto (anche nei confronti di se stessi!), rinvio ai miei diversi post dedicati alla pandemia – in realtà alla società che l’ha generata in ogni sua fase: dal mitico salto di specie (Spillover) causato dalla distruzione degli eco-sistemi, alla sua diffusione planetaria attraverso il rapido movimento di uomini, di capitali e di merci. Per non parlare della gestione della crisi sanitaria da parte dei governi dei diversi Paesi! Per non andare lontano, è sufficiente pensare al caso-Lombardia. In Italia, Paese abilissimo nella ricerca dei capri espiatori da dare in pasto a un’opinione pubblica sempre affamata di colpevoli (spesso si tratta di uomini di successo e popolarissimi caduti in disgrazia), la Magistratura è già al lavoro.

Ma ritorniamo al problema “vaccinale”. Qui di seguito intendo svolgere una breve riflessione sull’obbligo alla vaccinazione. «A margine del dibattito sull’opportunità o meno dell’obbligo vaccinale si è sviluppata in Italia una più generale discussione su una questione davvero non semplice: la scienza è democratica? È stato soprattutto Roberto Burioni a sostenere presso il grande pubblico una risposta negativa. Secondo il noto scienziato del San Raffaele, “la scienza non è democratica”, perché in ogni suo settore (ad esempio quello dei vaccini) l’opinione degli esperti – una volta verificato il consenso nella comunità scientifica – deve senza incertezze prevalere su quella di chi non ha studiato la materia» (1). Cercherò di criticare questa posizione autoritaria, che postula l’obbligo vaccinale, non dal punto di vista dell’astratta democrazia, del cosiddetto principio di maggioranza, bensì da quello che contesta radicalmente – alla radice – la stessa divisione sociale del lavoro come si configura nella società capitalistica, a cominciare dalla divisione sociale tra lavoro intellettuale e lavoro manuale. L’immunità di gregge che hanno in testa gli scienziati che pensano come Burioni presuppone l’esistenza degli individui come gregge, come massa di individui atomizzati privi di un punto di vista generale sulla società che pure essi stessi riproducono giorno dopo giorno, sempre di nuovo.

Si dà talmente per ovvia, per scontata la prassi vaccinale, che non appena qualcuno (soprattutto se in veste di genitore) si pone il problema di vagliare i vantaggi della vaccinazione e i rischi connessi a essa, immediatamente scatta contro il malcapitato l’accusa di  cittadino irresponsabile, per non dire di peggio, rivoltagli dalla massa dell’opinione pubblica e dalle istituzioni. Già il solo porsi il problema è percepito dall’opinione comune, medici e scienziati compresi, come sospetto: «Eccone un altro!» L’accusa di “complottista sanitario” è praticamente assicurato, è incluso nel prezzo, per dir così, insieme al compatimento in qualità di «ennesima vittima delle fake news» (2). Quando, ad esempio, qualche anno fa il Professor Luc Montagnier, Premio Nobel per la Medicina, si “permise” di mettere in luce gli aspetti negativi o semplicemente problematici della pratica vaccinale, quasi l’intera corporazione medica sentì il bisogno di esprimere la sua indignazione nei confronti dello scienziato francese, la cui notorietà rischiava, secondo i teorici dell’immunità di gregge, di conferire presso l’ignara opinione pubblica (il gregge, appunto) autorità ad asserzioni antiscientifiche e socialmente pericolose. Tra l’altro, Montagnier non è affatto contrario, in linea di principio, alle vaccinazioni antivirali, come si evince dai passi che seguono: «Il virus può essere considerato il Fregoli dei germi. È decisamente intelligente e pur di non soccombere e, per esempio, sfuggire all’attacco dei vaccini antinfluenzali, cambia rapidissimamente la propria forma, i propri connotati, si sottopone ad un radicale intervento di plastica facciale: è il modo migliore per sfuggire al “controllo d sicurezza” degli anticorpi, quei soldati del Sistema Immunitario che vigilano affinché nessuno “nemico” entri nel nostro organismo e, nel caso, lo fanno fuori. C’è però un piccolo problema: gli anticorpi sono molto specializzati e, al controllo di sicurezza, se anche solo per un neo il virus non è più lo stesso, loro lo lasciano passare. È questo il motivo per cui l’efficaci dei vaccini è comunque limitata: essi stimolano la produzione di anticorpi specifici solo e soltanto per un preciso virus, se questo si camuffa solo un po’, loro diventano totalmente inefficaci. Il vaccino è un’arma molto efficace per difendersi dal virus influenzale, ma purtroppo non può fare niente se esso cambia. In ogni caso le categorie a rischio è bene che si sottopongano alla vaccinazione» (3). Per Montagnier «il modo migliore per prepararsi all’inverno» è quello di combinare “sinergicamente” medicina allopatica (a cominciare dal vaccino antinfluenzale) e medicina omeopatica: «Quello che io mi auguro è che allopatia e omeopatia possano essere utilizzate in futuro insieme, in maniera integrata, guidate dalla medesima visione dell’uomo, considerato nella sua unità e complessità. Per cui auspico un ritorno a quella che era la vecchia medicina in cui i farmaci si prescrivevano quando vi era reale necessità e quando l’organismo non sapeva più reagire: in questa visione l’omeopatia e l’allopatia sono complementari. Ci sono casi e momenti in cui l’Omeopatia non può funzionare: si tratta di una medicina come tutte le altre che ha i suoi limiti e i suoi prediletti campi di applicazione. In questi casi è giusto integrare con un rimedio allopatico tradizionale». Naturalmente anche “il sociale” è parte costitutiva dell’uomo «considerato nella sua unità e complessità», ragion per cui ogni discorso sulla salute umana e sui rimedi farmacologici e psicologici (o di altra specie) agli “stati patologici” che non consideri nella giusta misura la “componente sociale” rischia, nei fatti, di smottare verso l’ideologia e l’apologia della scienza come essa si dà in questa epoca storico-sociale.

In realtà la pratica vaccinale è tutt’altro che ovvia, e da molti punti di vista: da quello storico a quello sociale, da quello biologico a quello ecologico, da quello politico a quello psicologico, da quello etico a quello, dulcis in fundo, economico. Metto le mani avanti, come si dice, e rassicuro chi legge che non intendo affrontare tutti questi aspetti della questione, anche per una discreta incompetenza specifica, la quale tuttavia non m’impedisce di sostenere un preciso punto di vista sull’obbligo vaccinale.

Il mio approccio al problema vaccinale è negativo, cioè a dire critico-rivoluzionario, non positivo, ossia non orientato alla ricerca della sua soluzione all’interno della vigente società. Io non voglio governare i problemi sociali: intendo piuttosto ricondurli su un terreno concettuale e ideale che renda accessibile alla gente la reale natura sociale di quei problemi, con ciò che ne segue “dialetticamente” sul piano dell’iniziativa politica. Quanto poi questo sforzo colga il bersaglio, ebbene questo è tutto un altro discorso che adesso è bene non affrontare per non andare fuori tema – insomma, per non rendere più amara la mia giornata!

Il mio approccio ai problemi sociali è informato da un punto di vista che assume come possibile, auspicabile e urgente il radicale superamento di questa società capitalistica, da me considerata altamente disumana, e non la sua stabilità, il suo rinnovamento, il suo progresso, la sua buona salute – detto anche come metafora. Superamento rivoluzionario in vista di cosa? Di una Comunità autenticamente – o semplicemente – umana. Detto en passant, e come ho accennato prima, non solo il corpo sociale ma anche il corpo umano, nella sua inscindibile totalità psicosomatica (e so bene di essere riduttivo in questa specificazione di comodo), “sente” il sociale: la natura oppressiva, predatoria, alienante, competitiva, irrazionale, violenta, ecc. di questa società non può non avere un forte impatto negativo sulla nostra condizione esistenziale considerata nel suo complesso. Quanto la cattiva condizione umana influisca negativamente, ad esempio, sul sistema immunitario, è cosa ormai acquisita anche dalla cosiddetta scienza ufficiale (una volta si diceva “borghese”), la quale è infatti molto impegnata nel riparare i danni organici e psicologici che ci infligge un ambiente sociale sempre più ostile all’umano. «La società capitalistica rende difficoltoso il normale svolgimento delle funzioni vitali: l’uomo-macchina vive per produrre. […] La società capitalistica ha combattuto i microorganismi così come si combatte un concorrente sul mercato. Ha investito nella ricerca medica così come si investe nella ricerca tecnologica: avere macchine con rendimento ottimale. Ha tenuto per sé le energie prima sottratte all’uomo dai micro parassiti. La ragione scientifica ha sostituito l’irrazionalità religiosa nel mantenere il dominio sociale sui “sudditi” riconoscenti, per i quali l’allungamento della vita media ha significato semplicemente maggior tempo nelle galere del lavoro salariato. Il prezzo che la salute umana sta pagando a questo sistema sociale non è quantificabile. Ma empiricamente è possibile osservare di quante malattie lunghe e striscianti, croniche, è affetto il genere umano. In questo quadro non può sorprendere se si sta operando una svolta storica per la specie umana: quello che per millenni era stato il simbolo della resistenza e dell’adattamento all’ambiente, cioè il sistema immunitario, sembra complessivamente compromesso. Quali anticorpi si possono produrre contro la depressione, la tristezza, la solitudine, lo stress che quotidianamente, ancor più invisibili dei microorganismi, assalgono il corpo? Quale resistenza a microorganismi che lo stesso intervento medico seleziona attraverso indiscriminate campagne di antibiotici-farmaci-vaccini sempre più forti?» (4).

A mio avviso battersi per una medicina “a misura d’uomo” (c’è perfino chi si batte per un capitalismo “a misura d’uomo”!) senza mettere radicalmente in questione la continuità storica di una società che genera sempre di nuovo disumanizzazione, non è utopistico (ciò che attiene alla possibilità), ma chimerico (ciò che attiene alla mostruosità).

Da tutto ciò ne discende a mio avviso necessariamente, e non solo “dialetticamente”, una contrarietà di principio estesa a ogni forma di obbligo e di proibizione (incluso quello afferente all’uso delle cosiddette “sostanze droganti”) imposti dallo Stato, che considero, in ogni sua manifestazione politico-istituzionale e in ogni sua articolazione regionale, il cane da guardia posto a difesa dello status quo sociale. La mia posizione sull’obbligo vaccinale prescinde cioè dal merito dell’oggetto-vaccino, ossia dal problema circa la sua efficacia dal punto di vista della salute individuale e collettiva, e non essendo d’altra parte un medico non ho da dare alcun consiglio ad alcuno in materia di vaccinazione. Essendo contro questa società, non mi pongo il problema di come essa debba o possa gestire al meglio i problemi connessi alla salute del corpo sociale, problemi che invece toccano da vicino i funzionari che ci amministrano per conto delle classi dominanti e della conservazione sociale – due diversi modi di esprimere lo stesso concetto. Il mio è, come già detto, un rifiuto di principio alla collaborazione che investe anche il fondamentale “settore sanitario”: si tratta insomma di un antagonismo politico che non conosce deroghe di sorta, per così dire, “a 360 gradi”.

Personalmente non ho mai avuto problemi di alcun genere con i vaccini che ho dovuto fare per ragioni di lavoro, e ho chinato il capo all’obbligo vaccinale («Se fai il vaccino lavori, se non lo fai non lavori: a te la scelta»: sic!) esattamente come sono stato, come sono e come sarò costretto a farlo in futuro con altri tipi di obblighi che il Moloch mi ha imposto, mi impone (la “mascherina”, ad esempio!) e mi imporrà – lo scoprirò solo vivendo, è proprio il caso di dirlo! Non ho mai fatto il vaccino antinfluenzale stagionale, ma non escludo di vaccinarmi contro il Coronavirus se e quando fosse disponibile: questo semplicemente per dire che non sono contro la pratica vaccinale in sé, ma piuttosto contro l’obbligo vaccinale, e confesso che non ho alcuna simpatia nei confronti di chi ha fatto della lotta ai vaccini una sorta di religione, di ideologia, di crociata. Ma questa antipatia non inficia minimamente il principio anti-obbligazionista.

Se una persona non vuole farsi vaccinare, o non vuole che suo figlio venga vaccinato, io non solo non ho da obiettargli nulla ma, per quel che posso, lo sostengo moralmente e politicamente se lo Stato dovesse creargli dei problemi per costringerlo a cambiare idea. Sono sordo per quanto riguarda le ragioni della salute pubblica, mentre mi riguarda molto la salute del singolo individuo che deve vedersela con la totalità sociale, con il Moloch. Non nego che lo Stato abbia ragioni e diritti da far valere anche contro il singolo individuo: li riconosco e, proprio per questo, li combatto nel modo più conseguente, contrapponendogli altre ragioni e altri diritti: le ragioni e i diritti radicati nella possibilità di una Comunità Umana e nella lotta da condurre, “qui e ora”, per costruirla. Anche la lotta contro l’obbligo vaccinale potrebbe rientrare a pieno titolo nella più generale lotta anticapitalista. Ho scritto potrebbe, e so benissimo che oggi siamo lontanissimi da questa possibilità. Ma qui cerco di abbozzare e chiarire una posizione di principio, anche a beneficio di chi scrive, cioè di me stesso.

I cosiddetti No Vax ricorrono alla Costituzione di questo Paese per sostenere le loro ragioni. Io invece combatto l’obbligo vaccinale anche contro la Costituzione, la quale, come spesso osservava Cossiga, consente allo Stato di fare tutto ciò che serve per mantenere l’ordine sociale, per controllare e, quando occorre, “sculacciare” il corpo sociale. Tra l’altro, l’Art. 32 della Costituzione, quello a cui si richiamano i sostenitori della libera scelta in materia vaccinale, è tutt’altro che univoco nella sua interpretazione: «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». La legge (non il singolo medico o la classe medica nel suo complesso) può dunque obbligare a un determinato trattamento sanitario; quanto ai «limiti imposti dal rispetto della persona umana», ci troviamo dinanzi a un concetto che ammette diverse interpretazioni politiche, filosofiche, etiche, deontologiche, ecc., e difatti esso ha ricevuto sul piano giuridico differenti interpretazioni giuridiche nel corso del tempo.

Il mio antagonismo contro ogni forma di coercizione normativa investe, lo ripeto, anche la Costituzione, la cui natura sociale è confessata dall’Art. 1: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Verissimo! Si tratta del lavoro salariato (5), ossia del lavoro sfruttato dal Capitale (statale o privato che sia) che fonda la società capitalistica mondiale – perché oggi il rapporto sociale capitalistico domina l’intero mondo, e non solo alcuni grandi Paesi, come ai tempi di Karl Marx, alla cui peculiare “concezione del mondo” faccio peraltro riferimento.

So benissimo che molte persone maturano una “coscienza anti vaccinale” perché danno credito a opinioni (o fake news) che nulla hanno a che fare con la cosiddetta evidenza scientifica, ma il mio giudizio negativo sull’obbligo vaccinale non cambia di un millimetro, proprio perché esso prescinde dal merito della “cosa in sé”. Ad esempio, pur essendo ateo io difendo, eventualmente anche contro l’autorità statale, la volontà del Testimone di Geova che dovesse rifiutarsi di venir sottoposto a una trasfusione di sangue accampando “problematiche” religiose. «Ma così rischia di morire!». Lo so bene, ma è la sua decisione, che rispetto, pur non condividendola. Tra l’atro mi pare che la legge sul cosiddetto consenso informato consenta oggi al paziente di rifiutare, anche a rischio della propria vita, cure e interventi chirurgici o d’altro tipo che egli non desidera ricevere e subire. Una questione che tocca anche la scottante questione del “suicidio assistito” e dell’eutanasia. Ma non allarghiamo troppo il quadro problematico!

Semmai sono interessato a capire perché molte persone sviluppano il bisogno di credere in certe idee che l’ateista – cioè l’ateo ideologizzato, l’illuminista senescente/anacronistico – si limita a bollare come assurde, irrazionali, buone solo per gente ignorante, credulona, disinformata, paranoide, psichicamente disturbata, e così via. I credenti nell’Evidenza Scientifica non capiranno mai che in questa società altamente irrazionale le strade imboccate dalla gente che è alla ricerca di un senso (di una qualche razionalità) da dare a ciò che gli accade sono davvero infinite, e in linea di principio la strada scelta da quei credenti nella Scienza Onnipotente non è migliore, almeno ai miei occhi, di quella che scelgono di percorrere i credenti in un Dio o in un Guru incontrato più o meno casualmente sul Web. Faccio del “relativismo concettuale”? No. Mi sforzo di comprendere questa società, molto spesso senza riuscirci. C’è più irrazionalità e disumanità tra cielo e terra, di quanto ne riesca a supporre lo scientista: questo l’ho capito benissimo.

Per quanto riguarda la cosiddetta evidenza scientifica, feticcio che impressiona molto soprattutto i Sacerdoti della Scienza ridotta a dogma indiscutibile, mi basta dire che dal mio punto di vista la pratica scientifica è essa stessa parte organica del sistema che tiene incatenati gli individui al carro del Dominio sociale. Una volta il filosofo Emanuele Severino disse che «La storia della scienza è la storia della volontà di potenza dell’uomo» (Legge e Caso). Io, che filosofo non sono, e nemmeno scienziato, penso anche che occorra riempire di contenuti storici e sociali il concetto (di “stampo nietzschiano”?) di «volontà di potenza dell’uomo», per strapparlo alla cattiva metafisica e ricondurlo sul terreno della reale prassi sociale degli uomini. Ed è osservando la scienza da questa prospettiva che essa mi appare come il più potente strumento che il Capitale ha oggi a disposizione per sfruttare gli uomini e la natura, e infatti esso investe sempre più in Ricerca & Sviluppo, e in ogni ramo di attività: dalla produzione di caramelle a quella dei missili “intelligenti”; dalla produzione di tecnologie che salvano vite umane, alla produzione di tecnologie che annientano vite, o che, appunto, espandono a dismisura la capacità capitalistica di sfruttare uomini, cose e natura. Com’è noto, le cosiddette tecnologie intelligenti, frutto della ricerca scientifica più avanzata in ogni ambito dello studio dei fenomeni naturali (compresi quelli che coinvolgono il corpo umano), sono alla base del controllo sociale praticato oggi da tutti gli Stati del mondo – con la Cina che gioca l’odioso ruolo di avanguardia e di modello.

Insomma, ciò che potrebbe favorire un’esistenza autenticamente umana, oggi collabora attivamente con le potenze sociali che fanno dell’uomo una mera risorsa economicamente sensibile: come lavoratore, come consumatore, come investitore, come cittadino, e così via. Ovviamente tutto questo si compie alle spalle degli stessi scienziati, senza cioè che essi ne abbiano la minima consapevolezza: lo fanno, ma non lo sanno, e anzi credono di essere i più convinti sostenitori del pensiero critico, che gli scienziati credono di poter fondare, appunto, sulle cosiddette evidenze scientifiche.

La mia netta opposizione all’obbligo vaccinale è radicata nel punto di vista che ho cercato di tracciare, sperando che esso sia di qualche interesse per chi ha avuto la bontà di seguirmi fino alla conclusione del ragionamento.

 

(1) AA. VV., Fake news in ambito medico-scientifico e diritto penale, p. 26, Filodiritto Editore, 2019.
(2) «Quali sono le possibili conseguenze delle fake news che interessano anche il diritto penale? Già il legislatore del 1930, epoca della redazione dell’attuale codice penale, si era preoccupato – sia pure con scopi differenti – della diffusione di notizie false e della loro attitudine a turbare l’ordine pubblico. Non si tratta di una vera e propria tutela della “verità”, bensì della tutela della popolazione da possibili sconvolgimenti derivanti da un comportamento idoneo ad ingenerare un turbamento. In questo senso il codice penale, tuttora vigente, ha mantenuto il reato di “diffusione di notizie false o tendenziose” all’art. 656 c.p.» (Ivi, pp. 31-32). «Sia pure con scopi differenti»: non sono affatto d’accordo! Gli scopi, allora come oggi, sono gli stessi, e il fatto stesso che il codice penale emanato dal regime fascista sia «tuttora vigente» prova plasticamente la radicale continuità tra quel regime e quello che lo ha sostituito.
(3) Il Giornale, 01/10/2010. Anche il virologo e immunologo americano Robert Gallo, co-scopritore dell’Hiv come causa dell’Aids, condivide la posizione “problematica” di Montagnier circa la validità dei vaccini antivirali: «Credo che saremo esposti ad altri ceppi del Coronavirus e temo che l’immunità generata dal vaccino non sia duratura, perché ravvisiamo analogie tra i peplomeri di questo virus e quelli dell’Hiv. E gli anticorpi nel caso dell’Hiv non sono duraturi. Potrebbe esserci la possibilità di contrarre il virus una seconda volta, a meno che l’immunità ottenuta dalla prima infezione non riesca a rispondere a tutte le varianti del virus e a meno che l’immunità non sia duratura. Se l’immunità fosse duratura, cosa che non possiamo sapere, e fosse ampia e comprendesse tutte le varianti del virus, allora non lo contrarremo di nuovo, ma non credo sia molto probabile» (Il Digitale).
(4) AIDS e salute umana, Combat, febbraio/aprile 1987
(5) La stessa disoccupazione non contraddice, ma piuttosto conferma in pieno l’Art. 1, perché il lavoro (salariato) genera in questa società anche le condizioni del non lavoro, della precarietà ecc.

RIFLESSIONI DALLA QUARANTENA

«Ultimamente ho parlato con decine di esperti sul Covid-19 e appare chiaro che la malattia uccide di preferenza gli anziani, rispetto ai giovani; in maggioranza gli uomini, rispetto alle donne; ma si accanisce soprattutto contro i poveri» (Il Corriere della Sera). È questa l’eccezionale scoperta fatta qualche giorno fa dal noto “filantropo” americano Bill Gates. Non vorrei apparire ridicolo e irrispettoso dinanzi a cotanta celebrità, ma anch’io già da qualche settimana sono arrivato alle medesime conclusioni, e senza parlare «con decine di esperti sul Covid-19». La pandemia «si accanisce soprattutto contro i poveri»: ma va? Io non avrei mai potuto immaginare una simile cosa, e quindi sono grato alla scienza ai filantropi che la finanziano per queste perle di strabiliante saggezza che essi mi donano.

Ma il nostro caro – si fa per dire – filantropo ci regala anche una riflessione davvero “scottante”: «Su alcuni punti cominciano a convergere i consensi: per esempio, che gli operatori sanitari in prima linea dovrebbero essere i primi a sottoporsi a test diagnostici e ricevere tutti i dispositivi di protezione personale. Su scala mondiale, però, come si compie la scelta? Come vengono distribuiti mascherine e test diagnostici in una comunità o in una nazione rispetto alle altre? La risposta si traduce in un’altra domanda, assai sconcertante: Chi è disposto a offrire di più? Personalmente, seppur convinto sostenitore del capitalismo, sono il primo a riconoscere che in una pandemia i mercati non funzionano nel migliore dei modi, e l’esempio più drammatico è proprio il mercato delle forniture salvavita. Il settore privato svolge un ruolo importante, ma se la nostra strategia di lotta al Covid-19 si trasforma in un’asta al miglior offerente tra i vari Paesi, il virus causerà molte più vittime». Che straordinaria scoperta!

«In una pandemia i mercati non funzionano nel migliore dei modi»: sbagliato! In una pandemia «i mercati» (cioè il capitalismo) funzionano esattamente come devono funzionare, ossia secondo le leggi concorrenziali centrati sulla ricerca del massimo profitto, con tutte le contraddizioni che ciò comporta sul piano sociale, e che i decisori politici cercano in qualche modo di fronteggiare. Me essendo un filantropo «convinto sostenitore del capitalismo», Bill Gates auspica il sorgere di “mercati” dal volto umano, di “mercati” responsabili, ossia aperti alle richieste dei politici, degli esperti e delle organizzazioni umanitarie.

«Nella drammatica vicenda del Covid-19, gli spiragli di ottimismo sono stati rari, ma il principale riguarda indubbiamente la scienza. Tre anni fa la nostra fondazione Wellcome Trust, con l’appoggio di alcuni governi, ha lanciato la Coalition for Epidemic Preparedness Innovations (Cepi), un consorzio per finanziare progetti di ricerca per lo sviluppo di vaccini contro le malattie infettive emergenti. L’obiettivo era quello di velocizzare il processo di sperimentazione dei vaccini e finanziare le metodologie più rapide e innovative per il loro sviluppo». È facile dimostrare quanto preziosa sia per l’economia capitalistica presa nel suo insieme questa filantropica ricerca scientifica, la quale sviluppa nuove tecnologie, nuovi materiali, nuove metodologie produttive ecc.; senza poi contare che trovare vaccini significa 1. salvaguardare il “capitale umano” senza il cui lavoro questa società crollerebbe miseramente, e 2. mettere al riparo l’ordine sociale da pericolose crisi sociali. Questa società crea magagne di ogni tipo e poi ricava profitto anche dalla loro cura: è un circolo virtuoso per il Capitale e un circolo mostruoso (disumano) per l’umanità. Per l’umanità in generale, e per i senza riserve in particolare, perché come ha scoperto di recente Bill Gates, le magagne si accaniscono «soprattutto contro i poveri». In questo peculiare senso la scienza non è affatto la soluzione, ma è piuttosto parte organica del problema. Secondo l’epistemologo Gilberto Corbellini, «La visione antropocentrica fa perdere di vista l’effettiva natura del rapporto “ecologico” fra il mondo vivente macroscopico e quello microscopico» (Il Sole 24 Ore). A mio avviso, invece, è la visione che non mette al centro della riflessione sulla relazione Uomo-Natura la condizione umana, non in astratto ma come essa si dà nell’attuale società classista, che non permette di cogliere la reale natura e dinamica «del rapporto “ecologico” fra il mondo vivente macroscopico e quello microscopico». Anche perché il rapporto di cui si parla è in primo luogo sociale – dimensione “ecologica” compresa. Anche solo parlare di «visione antropocentrica», per criticarla, è del tutto insensato, il frutto di una preoccupazione interamente ideologica, e questo semplicemente perché oggi al centro del mondo, considerato sempre come un’unità di società e natura, non c’è l’uomo, tanto meno «l’uomo in quanto uomo», ma interessi sociali che in larga parte afferiscono al processo che crea e distribuisce la ricchezza sociale nell’attuale forma capitalistica. È solo attraverso questa disumana mediazione sociale che l’uomo compare sulla scena sociale e nella nostra riflessione.

Una società che mettesse davvero al centro l’uomo (il singolo individuo, e non la sua astratta totalità), il suo benessere, la sua felicità, i suoi molteplici bisogni concepiti e soddisfatti umanamente; una comunità di tal fatta avrebbe umanizzato anche il suo rapporto con la natura, oggi considerata soprattutto una risorsa da mettere a profitto, esattamente come nel caso del “capitale umano”.

«Questa pandemia agisce come la Livella di Totò: si trascina nella fossa ricchi e poveri»: quante volte abbiamo letto e ascoltato questa colossale panzana all’inizio della crisi – cosiddetta – sanitaria! No, la sventura non è uguale per tutti; essa invece lascia sul corpo sociale una profonda impronta classista. Qualche giorno fa Anthony Fauci, immunologo di fama mondiale e direttore (dal 1984) dell’Istituto nazionale di allergie e malattie infettive degli Stati Uniti, è stato costretto a dichiarare che a pagare il prezzo più caro, anche in termini di salute e di vite stroncate, della pandemia sono soprattutto gli afroamericani e i latinoamericani, nonché i più poveri d’ogni “razza e colore” – in molte città americane non si sa più dove seppellire i corpi dei morti non cercati da nessuno. Chi mangia male (gli obesi sono quasi tutti proletari: guarda il caso!), chi respira male (i fumatori incalliti già avvelenati dallo smog metropolitano), chi non ha la possibilità di accedere a cure mediche continue e appropriate, chi non può permettersi una quarantena “dignitosa” (a partire dagli homeless): ecco i soggetti prediletti e decimati dal virus negli Stati Uniti. Solo negli Stati Uniti?

«L’impatto del coronavirus sull’economia globale rischia di far precipitare, a breve termine, mezzo miliardo di persone sotto la soglia della povertà estrema. È l’allarme lanciato oggi da OXFAM attraverso il nuovo rapporto Dignità, non miseria, che denuncia come la contrazione dei consumi e redditi causata dallo shock pandemico rischi di ridurre in povertà tra il 6 e l’8% della popolazione mondiale» (La Repubblica). Intanto, in tutto il mondo dilaga poi la pandemia della disoccupazione. Secondo l’Organizzazione Mondiale del Lavoro la pandemia provocherà 25 milioni di disoccupati in tutto il mondo. «Oltre sei milioni di nuovi disoccupati in sette giorni e più di sedici milioni in tre settimane [negli Stati Uniti], ben più degli impieghi persi in due anni di grande recessione all’indomani della debacle finanziaria e economica del 2008. E un tasso di senza lavoro che potrebbe già avvicinarsi al 15%, percentuale che non si ricorda a memoria di analista. […] Jeff Schulze, investment strategist del fondo ClearBridge Investments, prevede una profonda recessione, pur se la speranza è che sia di breve durata, e si aspetta “ulteriori licenziamenti”. Le imprese, afferma, “taglieranno costi per far fronte a debiti”. E per dare le dimensioni di quanto sta avvenendo, di un evento che minaccia di lasciare in eredità drastiche trasformazioni nel tessuto economico e finanziario, ha scomodato Lenin: “Ci sono decenni in cui non succede nulla, e ci sono settimane in cui accadono decenni”» (M. Valsania, Il Sole 24 Ore). C’è da dire che all’orizzonte non si vede alcun Lenin che possa dare un significato rivoluzionario all’improvvisa accelerazione degli eventi. E anche questa constatazione coglie un aspetto particolarmente “problematico” (tragico?) della situazione.

«La crisi sanitaria rischia di trasformarsi in una vera e propria crisi sociale»: sbagliatissimo! Quella che stiamo vivendo è fin dall’inizio «una vera e propria» crisi sociale, perché sociali sono le sue cause immediate e indirette. Eccone un breve elenco: la distruzione degli ecosistemi, le scarse condizioni igieniche dei luoghi d’origine della pandemia, l’atteggiamento della politica dinanzi al pericolo incombente (non solo in Cina, dove per un certo – e decisivo – numero di giorni si negò l’esistenza di quel pericolo e si punirono severamente i medici e i “giornalisti di strada” che tentarono di dare l’allarme, ma anche altrove, Italia compresa, quando solo a pandemia conclamata i governi hanno cercato di tamponare la situazione); il taglio alla spesa sanitaria, la mancanza dei più elementari presidi medico-sanitari (mascherine, guanti, ecc.), la cui produzione è stata trasferita nei Paesi che possono produrli a minor costo.

E vogliamo parlare delle case di cura e dei ricoveri per anziani trasformati in Lombardia in incubatrici del contagio? La ricerca dei responsabili da punire in sede giudiziaria rientra nella ricerca del capro espiatorio da dare in pasto a un’opinione pubblica sempre più arrabbiata, frustrata e incattivita. Tutto già visto. Davanti all’ecatombe di medici e infermieri, mandati dalle autorità a mani nude (e non è solo una metafora!) contro il virus, come appare squallida e odiosa tutta quella retorica sui “nostri angeli ed eroi” e sul “modello italiano” di lotta al contagio che tutto il mondo ci invidia! Ancora una volta esprimo la mia solidarietà umana e politica, e non, nel modo più assoluto, patriottica, a tutti i lavoratori della sanità, della logistica, della vendita, delle pulizie, delle industrie ecc. che sono costretti a rischiare la salute per non perdere il lavoro. «Abbiamo l’opportunità di dimostrare al mondo intero che siamo un grande Paese»: si scrive Paese, si legge società capitalistica – certo, con “caratteristiche italiane”. L’orgoglio nazionale è sempre un veleno, e lo è soprattutto in tempi di crisi sociale, quando “l’amor patrio” impedisce a chi ne rimane vittima di vedere in faccia il vero nemico che lo minaccia. E non sto parlando del Coronavirus…

«L’uomo è in pericolo?», si chiedeva qualche giorno fa Alessandro Bergonzoni sulla Repubblica, e rispondeva: «No, l’uomo è il pericolo». È chiaro, almeno a chi scrive, che fin quando ragioniamo in termini così astratti, non verremo mai a capo del problema che ci travaglia e ci corrode. Di che “uomo” stiamo parlando? e di quale pericolo? pericolo per chi? Quello con cui abbiamo a che fare è il solo uomo possibile? Quali sono le condizioni sociali che possono permettere la comparsa di un’umanità che non costituisca più un pericolo né per se stessa, né per la natura? Se il pensiero che vuole essere critico si rifiuta di collocare la riflessione circa la presenza dell’uomo su questa Terra in una precisa (puntuale, concreta) dimensione storico-sociale, esso deve necessariamente naufragare, o in un “pessimismo cosmico” che trova conforto in un cieco nichilismo che affetta pose di superiorità etico-intellettuale, oppure in un ottimismo altrettanto impotente e inconcludente, magari travestito da “impegno sociale”.  Parlare in astratto di “uomo” nella società divisa in classi sociali, mi sembra quantomeno riduttivo, diciamo così. Ma si può sempre credere, del tutto legittimamente, in una “eterna natura umana”, ossia in una dimensione antropologica refrattaria a qualsiasi mutamento storico e sociale. Non condivido questo pensiero, ma naturalmente lo rispetto, anche perché esso trova nutrimento nella millenaria storia classista dell’umanità. Non è semplice scavare nella dura roccia della “datità” – del dato di fatto accettato acriticamente.

«Non vedo la luce in fondo al tunnel: ma devo diventare quella luce, dentro al tunnel. Non è importante solo uscirne ma come. È la fine del modo non del mondo»: così Bergonzoni chiude l’articolo appena citato. Niente da aggiungere e tutto da interpretare, mi sembra di poter dire; suggestioni magari da riempire con i concetti che più ci aggradano, che ci sembrano più significativi e appropriati in questa contingenza storica.

L’ETICA DELLA RESPONSABILITÀ AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Oggi lo storico israeliano Yuval Noah Harari ritorna sulla sua “inquietante” tesi, esposta in diverse interviste rilasciate nei giorni scorsi ai più accreditati quotidiani europei: l’attuale «crisi sanitaria» pone l’umanità, sempre più esposta all’aggressione di «agenti patogeni sconosciuti» che ne minacciano la salute e la stessa esistenza su questo pianeta, dinanzi alla seguente drammatica alternativa: o essa avanza con passo spedito verso la «sorveglianza totalitaria», sul “modello cinese” (ma anche quello “coreano” non scherza!), oppure impara a praticare, e non più solo predicare, l’aureo ideale della «responsabilità individuale», il quale suggerisce agli individui comportamenti adeguati nelle diverse circostanze della vita. Ad esempio, si accetta con stoica rassegnazione la quarantena quando dilaga un’epidemia non perché costretti dal Leviatano, ma perché è la cosa giusta da fare in quella circostanza.

A ben guardare, l’alternativa proposta da Harari è tutt’altro che un’autentica alternativa, e comunque essa si riduce alla “scelta” tra l’accettare con cattiva disposizione d’animo (diciamo così) la pessima realtà, oppure accettarla di buon grado, e magari con zelo, delegando di fatto a noi stessi l’autorità di segregarci in casa per un tempo indefinito. «Liberamente decido di non essere libero». In questo secondo caso, si tratterebbe non di una sorveglianza totalitaria, ma di una totale vittoria delle esigenze sociali (capitalistiche: un dettaglio!) sull’individuo, che diventa appunto il sorvegliante di se stesso. Il nodoso bastone del Sovrano si fa carne e spirito, sangue e psiche. In realtà la doppia sorveglianza (“esterna” e “interna”) dell’individuo è da tempo un fatto compiuto, come del resto aveva già “profetizzato” lo stesso Sigmund Freud, ed è questo a conferirle un carattere totalitario di natura squisitamente sociale (esistenziale, “biopolitica”), prim’ancora che di natura politico-istituzionale.

Rick DuFer si rifiuta di piegarsi alla logica del «Credere, obbedire, guarire»: «O si obbedisce ciecamente, oppure si è degli anarchici irresponsabili e privi di qualsiasi valore umano. O si mostra sui social la propria perfetta aderenza ad ogni dettame, ogni regola, ogni norma, anche la più inspiegabile, oppure si fa parte del non-popolo dei disobbedienti, degli incoscienti. Ma non c’è nulla di più incosciente, nel Paese del “fascismo eterno”, che obbedire ciecamente a quello che decide un burocrate. […] Io non sto “obbedendo” all’imposizione di restare il più possibile a casa: io decido di stare a casa nei limiti delle mie necessità primarie. Io non sto “obbedendo” alla prudenza nella relazione con gli altri: io decido di prestare attenzione al modo con cui conduco i miei rapporti per evitare di farci del male. Io non sto “obbedendo” alla norma secondo cui bisogna evitare assembramenti: io ho capito, leggendo e informandomi, che stare in gruppo è rischioso e decido di non correre quel rischio. E tutto questo ben prima che la legge arrivi ad impormelo. Non credo, non ho mai creduto e mai crederò nell’obbedienza ad alcunché» (Blog Bruno Leoni).

Questo sfoggio di “etica antiautoritaria” ai tempi del coronavirus, elude la domanda che a me pare fondamentale: perché siamo costretti alla quarantena? E più precisamente: di chi è la responsabilità della pandemia che impazza in tutto il mondo? Perché nel nostro Paese nel corso degli anni la spesa sanitaria ha subito continui e pesanti tagli? Perché la «crisi sanitaria» sta già scatenando una crisi economica? Quest’ultima domanda può suonare banale, ma non lo è affatto, perché investe il cuore pulsante del meccanismo che rende possibile la nostra stessa nuda esistenza.

Ebbene, tutte queste domande chiamano in causa non questo o quel governo, ma la natura stessa di questa società, la quale nel volgere di poco tempo ci ha fatto conoscere una devastante crisi economica internazionale, che ha lasciato sul terreno molti morti e moltissimi feriti (sotto forma di disoccupati, precarizzati, supersfruttati, declassati, ecc.), e una crisi cosiddetta sanitaria (che invece è un’autentica crisi sociale sotto tutti i punti di vista), le cui conseguenze sulle nostre condizioni di vita e di lavoro si annunciano ancora più devastanti di quelle prodotte dalla crisi economica del 2008.  Altro che “agente patogeno sconosciuto”: qui l’agente patogeno che corrode la nostra fibra sociale-esistenziale è conosciutissimo! Di più: l’agente patogeno è la società stessa, è la società capitalistica tout court, la quale è dominata dal calcolo economico.

Proprio ieri il leader della Cigil Maurizio Landini dichiarava che questa crisi sanitaria ci dice che «dobbiamo dire basta alla logica del profitto fine a se stesso»: ai progressisti piace la logica del profitto piegata alle necessità del “bene comune”. Questa colossale sciocchezza è benedetta e santificata da Papa Francesco. Per me invece si tratta di dire basta alla “logica del profitto” in quanto tale, e quindi al rapporto sociale oggi dominante in tutto il mondo. Se l’umanità non esce fuori dalla disumana dimensione del calcolo economico (bisogna far quadrare i conti nell’azienda “privata” come in quella “pubblica”, nella famiglia come ovunque si faccia sentire il problema della “sostenibilità economica”), essa si espone a ogni sorta di magagna, “agenti patogeni sconosciuti” compresi.

Parlare di “etica della responsabilità” senza aggredire la radice sociale del problema, significa a mio avviso chinare il capo e decidere come ci conviene subire la cattivissima realtà: subirla da cittadini responsabili che sanno come comportarsi in vista del “bene comune” (sic!), oppure da sudditi recalcitranti che obbediscono solo per timore della legge, e non certo per convinzione. Che bella alternativa!

Come ho scritto altre volte, poste le odierne condizioni sociali, socialmente e umanamente responsabile è, a mio giudizio, ogni azione orientata in direzione del radicale (rivoluzionario) superamento di quelle condizioni: è, questa, la sola etica della responsabilità che personalmente riesco a concepire nell’epoca del dominio totalitario dei rapporti sociali capitalistici e che, nel mio infinitamente piccolo, mi sforzo di praticare.

UNO STARNUTO CI SEPPELLIRÀ?

Scrive Antonio Scurati: «È questo il modo in cui finisce il mondo. Non con uno schianto ma con un lamento. Ora che è arrivato, ora che lo spaventoso coronavirus è tra noi, tornano in mente i versi del poeta. E se la fine non si manifestasse tramite la deflagrazione roboante di una esplosione micidiale ma si insufflasse in noi, silenziosa, vaporosa e inavvertita come lo è la letale vita infinitesimale dei microrganismi? Se non si annunciasse con un tuono assordante ma con un semplice, distratto colpo di tosse? […] Questo immaginario globale isterizzato ci dice che la modernità ha fallito: quasi nessuno, purtroppo, crede più nel suo glorioso progetto di previsione e controllo, nelle magnifiche sorti e progressive. Ma ci dice anche un’altra cosa: non siamo più capaci di equilibrato, adulto, “sano” rapporto con la morte. Il nostro destino di morenti non trova più codici culturali capaci di elaborarlo e affrontarlo ponendoci all’altezza del compito assegnatoci dalle tante minacce letali che gravano sulle nostre vite e sul nostro mondo» (Il Corriere della Sera).

Ma è possibile stringere con la morte un «equilibrato, adulto, “sano” rapporto», quando non siamo capaci di un «equilibrato, adulto, “sano” rapporto» con la vita? E poi, di che natura sono le «tante minacce letali che gravano sulle nostre vite e sul nostro mondo»? Si tratta forse di un destino cinico e baro? O dell’eterno ritorno dell’uguale? Non credo proprio. Siamo alle solite: oggi è più facile immaginare la fine del mondo, magari per via epidemica, che quella del Capitalismo. Come siamo messi male!

Non c’è dubbio: la modernità (capitalistica) ha fallito: non controlliamo le basi materiali della nostra esistenza, e anzi ne veniamo controllati. Come diceva Marx già nel 1844, la Cosa che abbiamo creato con le nostre stesse mani ci si contrappone ostile ed estranea. L’evento eccezionale non fa che confermare la regola; esso lancia un potente fascio di luce sulla mortale normalità, che evidentemente ferisce i nostri deboli occhi: meglio chiuderli! E magari aprirli alla ricerca di capri espiatori o di risposte rassicuranti. La tecnoscienza avrà la meglio, prima o poi, sul “maledetto” Covid-19, ponendo fine all’ennesimo episodio di isteria di massa (che a sua volta la dice lunga sulla nostra cattiva condizione “esistenziale”), ma il fallimento di questa società quanto a rapporti autenticamente umani (anche con la malattia e con la morte) è cosa che non può trovare rimedi dentro i suoi confini, nel seno della società che, ad esempio, ci consente di fischiettare allegramente mentre in Siria o in Libia uomini e donne, vecchi e bambini vengono massacrati ogni santo giorno. Anche oggi. «Ma oggi c’è lo starunuto da tenere a bada! Non possiamo pensare a tutti i mali del mondo!» E anche questo è vero… Non si dà vita sana (umana) nella società malata (disumana). Dove il Male, beninteso, è costituito dalla società stessa.

TECNOLOGIA vs UMANITÀ?

Essere, o non essere, questo è il dilemma:
se sia più nobile nella mente soffrire
colpi di fionda e dardi d’atroce fortuna
o prender armi contro un mare d’affanni
e, opponendosi, por loro fine?
W. Shakespeare

Ormai non passa quasi un singolo, brevissimo giorno senza che gli scaffali delle librerie di tutto il mondo si arricchiscano dell’ennesimo libro che mette in guardia l’umanità dai pericoli che si nasconderebbero – ma poi non così tanto – dietro la rivoluzione tecnologica che, a quanto pare, giungerà a completa maturazione entro i prossimi venti anni. Alcuni “futurologi” parlano di dieci anni: in appena due lustri l’umanità si giocherebbe la partita con l’Intelligenza Artificiale, e tutto lascia supporre che non sarà la prima a uscirne trionfante, tutt’altro.

Personalmente l’altro ieri mi sono imbattuto nell’ultimo saggio del “futurologo” (è così che egli ama definirsi) Gerd Leonhard: Tecnologia vs Umanità. Lo scontro prossimo futuro (Egea, 2019). Confesso che ho iniziato a leggere il libro con una certa ritrosia, perché temevo di perdere tempo andando dietro a concetti letti e riletti mille volte nel corso degli ultimi dieci e passa anni, e da me rubricati come feticismo tecnologico. La ritrosia, che comunque non voleva scadere nel pregiudizio, si è purtroppo rivelata ben fondata; tuttavia, cercando di cogliere in qualche pagina del libro almeno un passo suggestivo e fecondo, uno spunto argomentativo dove agganciare una critica di qualche interesse, alla fine mi sono accorto di averlo letto tutto: mio malgrado! Comunque ho chiuso la “pratica” in poco tempo, proprio perché i concetti esposti nel saggio in questione sono tutt’altro che originali, e quindi il pensiero ha avuto modo di “digerirli” rapidamente.

Il tedesco (di Bonn) Leonhard è il classico “pensatore visionario” («inserito da Wired Magazine tra le cento persone più influenti in Europa già nel 2015, e secondo il The Wall Street Journal uno dei dieci futurist keynote speakers tra i più importanti al mondo»: come mi sento insignificante!) che nei confronti delle innovazioni tecnologiche ha un atteggiamento tutt’altro che ostile, ma che al contempo riflette sugli aspetti negativi, o quantomeno fortemente problematici, di molte di esse. Per il Nostro futurista l’umanità deve certamente accogliere con entusiasmo i “lati positivi” della rivoluzione digitale che ridisegnerà radicalmente la società capitalistica, e le cui avvisaglie già possiamo cogliere in diversi ambiti della nostra vita, mentre essa deve respingerne senz’altro i “lati negativi”, ossia quelle tendenze che spingono la tecnoscienza per un verso a comprimere tutte le peculiari qualità umane; quelle qualità (emozionarci, essere compassionevoli, porci problemi etici, ricercare la felicità, essere creativi, ecc.) che fanno di noi ciò che siamo da millenni e che ci distinguono dalla macchina più intelligente che siamo in grado di concepire e produrre; e per altro verso a renderci dipendenti in modo assoluto dalle macchine intelligenti, ciò che ci obbligherebbe a una continua e snervante competizione interumana per rimanere socialmente abili in un ambiente sociale totalmente digitalizzato. Senza parlare del fatto che alcune importanti capacità umane, fisiche, intellettuali e psicologiche, col tempo subiranno un processo di atrofizzazione, essendo stato il loro uso delegato alle macchine cosiddette intelligenti. Il darwinismo tecnologico è dietro l’angolo! C’è poi un grande problema che assilla e inquieta Leonhard: la convergenza tra nanotecnologia e biologia, convergenza che potrebbe creare un mostruoso ibrido biotecnologico che renderà difficile capire dove finisce la “componente umana” della Cosa e inizia quella inumana. Chissà, forse è lo stesso concetto di umanità che subirà una radicale ridefinizione, com’è stato previsto da moltissimi romanzi e film del genere fantascientifico. Bisogna anche considerare che mentre i mutamenti tecnologici si danno con una rapidità sempre maggiore e investono sempre più direttamente e capillarmente la stessa “nuda vita” dell’uomo, i mutamenti che coinvolgono la sua struttura fisica e psichica rimangono invece lenti, e questa diversa velocità di cambiamento non può non generare problemi e contraddizioni di vasta portata, che la società cercherà di superare investendo ancora più massicciamente nell’Intelligenza Artificiale, innescando un circolo vizioso tecnologico dalle conseguenze imprevedibili.

Per analogia possiamo forse pensare ai problemi che in passato hanno dovuto affrontare le popolazioni che sono state costrette ad adattarsi nel giro di poche generazioni al clima e al regime alimentare dei luoghi nei quali si sono recati “in cerca di fortuna”. Pare che l’obesità e non poche patologie della pelle e degli occhi abbiano colpito – e colpiscano – più frequentemente persone provenienti da Paesi caldi e aventi un regime alimentare sostanzialmente vegetariano, che si sono trasferiti per lavoro in Paesi dal clima più rigido e assoggettati a una dieta basata sulla carne e sui derivati del latte. L’adattamento degli organismi viventi secondo natura è un processo che si svolge quantomeno nei millenni, mentre il capitalismo non concede alle persone tutto questo tempo, e ciò ha avuto – e forse continua ad avere – delle conseguenze anche sul loro corpo. Il nostro corpo e la nostra struttura psichica sono ancora troppo poco “moderni” e flessibili per adattarsi senza alcuna frizione alle esigenze capitalistiche. La composizione organica del “capitale umano” (1) è ancora troppo bassa. Per dirla con Günther Anders, L’uomo è antiquato: che «vergogna prometeica»! (2)

Il “lato positivo” secondo Leonhard: «La tecnologia rende le cose abbondanti perché con la buona tecnologia il prezzo cala drasticamente e la tecnologia esponenziale renderà le cose esponenzialmente abbondanti. I mezzi di comunicazione, l’informazione, i viaggi, i servizi finanziari, i servizi medici, il cibo, l’acqua, l’energia. In meno di 20 anni possiamo arrivare al punto in cui avremo energia, cibo e acqua abbondanti, mentre la maggior parte del lavoro sarà svolta da macchine o software; il che significa che “lavoreremo” solamente per poche ore al giorno, godendoci lo stesso tenore di vita e di reddito. Ciò significherà che il consumo e la crescita non potranno essere più considerati i principi che definiscono l’economia – si svilupperà una sorta di post-capitalismo. Il PIL come parametro sarà completamente sparito da allora – e forse troveremo un modo per perseguire più FIL (Felicità Interna Lorda)». Il concetto di FIL ai miei occhi è eccitante quanto lo è il pensiero di un sasso che mi cade dritto sulla testa. E ho detto tutto! Questo concetto si segnala peraltro per originalità. Tento di fare della facile ironia, con quale risultato non tocca a me dirlo.

È il turno del “lato negativo”: «Il rischio più grande, oggi, non è tanto che le macchine domineranno, governeranno o addirittura inavvertitamente elimineranno, attraverso complessi sistemi di intelligenza artificiale, l’umanità; questo è un pericolo più vicino ad alcuni film di Hollywood che affronteremo forse tra trent’anni. Il vero problema e che noi umani possiamo diventare troppo simili alle macchine, lasciando che software e IA prendano decisioni al nostro posto disabituandoci a compiere delle scelte autonome. La minaccia della disumanizzazione può interessare diversi aspetti ed è un cambiamento concreto da non sottovalutare. Ad esempio i social media, che utilizziamo tutti giorni, sono strumenti digitali fuorvianti che attraverso dati algoritmici sostituiscono i rapporti sociali ed influenzano le nostre scelte. La stessa dinamica si evidenzia, in maniera ancora più acuta, anche con gli assistenti digitali personali come l’Assistente Google ed Alexa di Amazon, che promettono di svolgere sempre più attività per noi, facendoci gradualmente dimenticare di compiere azioni comuni come accedere la luce del bagno o regolare il termostato».

Ecco adesso il “lato critico”: «La tecnologia viene sempre creata dagli umani e a sua volta ridefinisce ciò che possiamo fare e che faremo. […] L’umanesimo progressista si basa su “esseri umani fantastici sulla cima di una tecnologia straordinaria” non rifiutando la tecnologia stessa, ma rifiutando l’idea che la tecnologia sia lo scopo stesso. Lo scopo della vita è il progresso umano collettivo!»

Non c’è il minimo dubbio: «La tecnologia viene sempre creata dagli umani»; ma questa stessa prassi creatrice non è nemmeno concepibile, né spiegabile, se non si prendono in considerazione i rapporti sociali che dominano in una determinata epoca storica, il reale processo sociale che rende possibile la vita degli uomini, la loro multiforme attività. È verissimo che il desiderio di conoscere e di trasformare il mondo è una qualità peculiarmente umana; essa però non si dà in astratto, a prescindere da specifici e sempre mutevoli presupposti storici e sociali. La storia del pensiero scientifico e della tecnologia ci mostra fino a che punto essi siano sempre stati intimamente connessi alla reale struttura sociale delle comunità umane, agli interessi che fanno capo in primis alle classi dominanti, e questo aspetto è diventato di un’evidenza solare quantomeno all’inizio della Prima rivoluzione industriale. Nella nostra epoca la tecnoscienza è in primo luogo e fondamentalmente legata agli interessi capitalistici; essa è lo strumento più potente di cui dispone il capitale per rendere più produttivo il lavoro umano, per accrescere il suo dominio sulla natura, per moltiplicare all’infinito le sue occasioni di profitto. La tecnoscienza è essa stessa capitale all’ennesima potenza, ed è per questo che ho trovato sommamente feticistico il titolo del libro di Leonhard: infatti, ciò che opprime e minaccia la vita dell’umanità non è la Tecnologia ma il Capitale.

Lo sanno tutti, per fare un esempio legato alle recenti celebrazioni lunari, che dietro la sfida tecnologica e scientifica tra russi e americani per la “conquista dello spazio” c’erano interessi assai poco “umanistici”, compendiabili nel concetto di competizione imperialistica tra le due maggiori Superpotenze dell’epoca. Una competizione sistemica, “a 360 gradi”: tecnologica, scientifica, politica, militare, economica, ideologica.

Come tutti gli intellettuali “umanisti” e “progressisti” di questo mondo, Leonhard accetta, non si sa se a malincuore, il capitalismo, ma poi ne critica i “lati negativi” (come se fosse possibile separarli, anche solo concettualmente, da quelli “positivi”) e prospetta un’azione più chimerica che visionaria: renderlo “più umano” attraverso una “rivoluzione etica” che dovrebbe coinvolgere capitalisti, politici, scienziati e l’intera opinione pubblica.

La domanda eticamente corretta, sostiene giustamente Leonhard, non è quella che chiede se la tecnologia può fare questa o quella cosa, ma in vista di che cosa la usiamo, per raggiungere quale fine: per fare più soldi? per controllare la vita delle persone? per battere il nemico e vincere le guerre (militari, commerciali, tecnologiche, scientifiche, geopolitiche)? «Ci sono cose che probabilmente non dovremmo fare, anche se possiamo». Giustissimo! Ma chi decide, “in ultima analisi”, su tutti questi problemi?

Certo, a ben considerare non c’è solo un problema legato all’uso capitalistico delle macchine e della scienza, ma ce n’è un altro che chiama in causa anche il tipo di tecnologia e di scienza che si armonizza con i bisogni di una comunità autenticamente umana. Ovviamente lungi da me azzardare soluzioni concrete a questo problema, le quali sono interamente nelle mani di una possibile (“futuribile”) Comunità umana, che per essere tale come minimo non deve conoscere alcun tipo di divisione classista degli individui, alcun tipo di rapporto sociale di dominio e di sfruttamento. Ma con il pensiero sono salito troppo in alto, sul pianeta Utopia: mi scuso e rimetto i piedi sul nostro capitalistico pianeta.

Ridiamo la parola al futurista: «L’obiettivo che mi pongo con questo libro è quello di dare risonanza e imprimere velocità al dibattito su come fare in modo di guidare, sfruttare e controllare gli sviluppi scientifici e tecnologici perché raggiungano il loro scopo primario, ovvero servire il genere umano e promuoverne la prosperità». Che bei pensieri, e soprattutto che originalità di concezione. E tuttavia! Un altro tedesco, questa volta di Treviri, instilla nella mia debole mente un inquietante dubbio: siamo proprio sicuri che nella nostra società lo «scopo primario [degli] sviluppi scientifici e tecnologici» sia quello di «servire il genere umano e promuoverne la prosperità»?

Ora, per credere in perfetta buonafede che nella Società-Mondo del XXI secolo, nella società dominata in modo sempre più totalitario dagli interessi economici, «lo scopo della vita» possa essere «il progresso umano collettivo», bisogna avere davvero un ben misero concetto di «progresso umano», di umanità. E bisogna aver maturato una consapevolezza davvero indigente circa la natura di questa società, per credere che le questioni etiche possano imporsi agli interessi economici e politici, «solo che noi lo vogliamo» – a patto però che non mettiamo radicalmente in questione il capitalismo!

«Lo sviluppo tecnologico esponenziale nei settori come quello dell’informatica e del deep learning, delle nanoscienze, delle scienze materiali, dell’energia (batterie!), eccetera significa oltre ogni dubbio che stiamo rapidamente avvicinandoci al punto dove computer, robot e intelligenza artificiale avranno la stessa potenza di calcolo del cervello umano (10 quadrilioni di CPS – connessioni per secondo). Raggiungeremo la cosiddetta singolarità (3) probabilmente in meno di 10 anni. Quando ciò accadrà, avremo bisogno di decidere se vogliamo “fonderci” con le macchine oppure no, e la posizione che prendo in questo libro è chiara: dovremmo sfruttare la tecnologia, ma non diventarla perché la tecnologia non è ciò che cerchiamo, è come cerchiamo!». E dunque? Che fare? «Dobbiamo investire in modo pesante in ciò che chiamo “umanesimo esponenziale“, ovvero dare soldi veri per lo sviluppo umano (e sì, al di sopra della tecnologia), salvaguardando la nostra umanità in maniera molto simile a come già salvaguardiamo la natura». È chiaro, almeno questo appare a chi scrive, che l’«umanesimo esponenziale» reclamizzato da Leonhard, se probabilmente otterrà un certo successo sul mercato delle idee politicamente ed eticamente corrette (leggi: “progressiste”), certamente non salverà l’umanità dalla pessima vita che già sperimenta e da quella ancor più cattiva (il peggio, com’è noto, non conosce saturazione) che la attende in assenza di una rivoluzione sociale in grado di spezzare il circolo fatale della coazione a ripetere del Dominio. Lo so, smotto sempre nell’utopia! Sempre meglio però di rimanere impigliati in mostruose chimere concettuali. Si pensa alla «nostra umanità» nei termini di una dimensione residuale da «salvaguardare» come facciamo con i parchi e gli zoo: che tristezza! Mi correggo: che indigenza concettuale! Se l’etica progressista sostenuta dal nostro futurista è l’ultima chance che ci rimane, la partita è già persa. Ma non affrettiamo i tempi e continuiamo a sperare in qualche sua inaspettata genialata etico-politica.

«La mia convinzione è che questa è la nostra ultima possibilità di mettere in discussione la natura delle sfide che ci attendono»: ma intanto bisogna aver compreso l’essenza (capitalistica) di quella natura, e non mi sembra che egli ci sia riuscito, neanche lontanamente. «È tempo di intavolare un dibattito etico sulla tecnologia digitale, che rappresenta una minaccia al progresso umano potenzialmente maggiore della proliferazione nucleare»: ma, come forse ho già detto, ciò che ci minaccia tutti i giorni, e che domina in guisa di «potenza estranea e ostile» le fonti essenziali della nostra esistenza è il rapporto sociale capitalistico! È su questo disumano rapporto sociale che dovremmo «intavolare un dibattito etico» planetario. Non sono gli «algoritmi, i software e l’intelligenza artificiale che puntano sempre di più a “mangiarsi il mondo”»: come ho scritto nell’ultimo post dedicato a Libra, la “futuristica” moneta di Facebook, è il Capitale che punta sempre più a mangiarsi il mondo. «È la nostra ultima possibilità di decidere fino a che punto permetteremo alla tecnologia di plasmare le nostre vite»: ma il Capitale plasma e riplasma sempre di nuovo, e ormai da moltissimo tempo (Marx ed Engels iniziarono a parlarne già negli anni Quaranta del XIX secolo), le nostre vite, le quali per l’essenziale rispondono a un meccanismo sociale che né comprendiamo né controlliamo – piuttosto ne siamo controllati. Ciò a cui assistiamo è l’ennesima accelerazione del processo sociale capitalistico, e altre ne conosceremo in futuro, non v’è da dubitarne, perché il capitalismo non può vivere senza una permanente rivoluzione sociale che allarghi a dismisura il suo spazio di profittabilità (un vero e proprio spazio vitale) e gli permetta di superare limiti e contraddizioni d’ogni tipo. Non si tratta di sottovalutare i rischi futuri: si tratta piuttosto di capire ciò che accade oggi. Sul fondamento sociale che sostiene le nostre vite, tutto il male immaginabile è possibile, e il cosiddetto secolo breve lo dimostra in modo esemplare.

«Il futuro dell’umanità non dovrebbe costituire un paradigma generico dell’età industriale basato sul profitto e sulla crescita a tutti i costi, o un obsoleto imperativo tecnologico che poteva andar bene negli anni Ottanta». Ma «non dovrebbe» sulla base di quale presupposto? Perché «non dovrebbe», se i rapporti sociali del XXI secolo sono gli stessi che vigevano nel XX secolo? Su quale realistico, e non ideologico, presupposto l’imperativo categorico del profitto «non dovrebbe» plasmare il futuro dell’umanità esattamente come plasma il suo presente?

«Né la Silicon Valley né i Paesi più tecnologizzati al mondo dovrebbero diventare la “sala di controllo dell’umanità” solo perché generano sempre nuovi e ingenti flussi di entrate»: e perché mai «non dovrebbero», se la nostra esistenza oggi dipende dai «flussi di entrate»? Il Capitale, come relazione e come potenza sociale, è ormai da qualche secolo al centro della «sala di controllo dell’umanità», ma evidentemente il nostro futurista ancora non l’ha capito. Capita!

Anziché coltivare paure e angosce sul possibile avvento dell’epoca post-umana o transumana (4), dovremmo piuttosto riflettere sulle inevitabili conseguenze che ci derivano da rapporti sociali disumani, sul carattere sostanzialmente – e necessariamente – disumano della nostra società. Per come la vedo io, solo se il pensiero si sforza di cogliere le radici della cattiva condizione umana, e non si accontenta di analizzarne e descriverne la fenomenologia, si mette nelle condizioni di riempire di vita e di senso (umano) ciò che chiamiamo etica.

Alla fine l’«etica digitale» prospettata da Leonhard come una vera e propria (nonché ennesima) “rivoluzione culturale” rischia di esaurirsi nella solita retorica “antivirtualistica” intesa a spingere la gente a riconciliarsi con il “mondo reale” (il quale evidentemente non dev’essere poi così pieno di attrattive): «Abbiamo davvero bisogno di fotografare o riprendere tutto ciò che ci circonda per creare un’esaustiva “memoria meccanica nel cloud” delle nostre vite? Abbiamo davvero bisogno di condividere ogni aspetto della nostra vita su piattaforme digitali e social network? Questo ci fa sembrare (e sentire) ancora umani o, in un certo qual modo, più simili ad automi? Abbiamo davvero bisogno di fare affidamento su applicazioni di traduzione dal vivo, come SayHi o Microsoft Translator, per conversare con qualcuno in un’altra lingua?» Lascio ai lettori il compito di rispondere a queste originalissime e profondissime domande.

 

(1) «Novissimum organum. È stato dimostrato da tempo che il lavoro salariato ha foggiato le masse dell’età moderna, e ha prodotto l’operaio come tale. In generale, l’individuo non è solo il sostrato biologico, ma – nello stesso tempo – la forma riflessa del processo sociale, e la sua coscienza di se stesso come un essente-in-sé è l’apparenza di cui ha bisogno per intensificare la propria produttività, mentre di fatto l’individuo, nell’economia moderna, funge da semplice agente del valore. […] Decisiva, nella fase attuale, è la categoria della composizione organica del capitale. Con questa espressione la teoria dell’accumulazione intendeva “l’aumento della massa dei mezzi di produzione a paragone della massa della forza-lavoro che li anima”. Quando l’integrazione della società, soprattutto negli stati totalitari, determina i soggetti, sempre più esclusivamente, come momenti parziali nel contesto della produzione materiale, la “modificazione nella composizione organica del capitale” si continua negli individui. Cresce così, la composizione organica dell’uomo. […] La tesi corrente della “meccanizzazione” dell’uomo è ingannevole, in quanto concepisce l’uomo come ente statico, sottoposto a certe deformazioni ad opera di un “influsso” esterno, e attraverso l’adattamento a condizioni di produzione esterne al suo essere. In realtà, non c’è nessun sostrato di queste “deformazioni”, non c’è un’interiorità sostanziale, su cui opererebbero – dall’esterno – determinati meccanismi sociali: la deformazione non è una malattia che colpisce gli uomini, ma è la malattia della società, che produce i suoi figli come la proiezione biologistica vuole che li produca la natura: e cioè “gravandoli di tare ereditarie”» (T. W. Adorno, Minima moralia, p. 278, Einaudi, 1994).
(2) «Intendo con ciò vergogna che si prova di fronte all’umiliante altezza di qualità degli oggetti fatti da noi stessi. […] Non c’è progresso nella produzione degli esseri umani. Il modello rimane quello che era in origine. Il progresso, che tanto si loda, è delle cose; esse sono la storia. L’uomo è arretrato, immutabile, inerte nel cammino trionfale del progresso tecnologico. […] Invecchiamo ma non miglioriamo, […]siamo fatti del peggior materiale» (G. Anders, L’uomo è antiquato, 1956, p. 57, Bollati Boringhieri, 2007).
(3) Sull’avvento della mitica Singolarità circolano diverse idee nel vasto mondo dei “futurologi”. Cito solo una posizione: «Ma se la Singolarità tecnologica è possibile, essa si realizzerà. Anche se tutti i governi del mondo comprendessero la minaccia e ne fossero mortalmente spaventati, il progresso verso la Singolarità continuerebbe. I vantaggi competitivi – economici, militari e perfino artistici – di ogni progresso nell’automazione è talmente allettante che l’imposizione di divieti non farebbe altro che permettere a qualcun altro di essere il primo» (G. Vincenzo, R. Gregorio, Le tecnologie dirompenti. Intelligenza artificiale, realtà virtuale e realtà aumentata, PDF, 2017. Naturalmente qui si parla, senza averne la più pallida consapevolezza, del Capitale, non della cosiddetta «Singolarità tecnologica», concetto molto suggestivo sul piano filosofico ed estetico, ma del tutto inconsistente sul terreno dell’analisi storica e sociale dei fenomeni umani. Ma gli autori non lo sanno, come si evince dai passi che seguono: «Non possiamo prevenire la Singolarità, perché il suo arrivo è una conseguenza inevitabile della nostra competitività naturale e delle possibilità intrinseche della tecnologia». Qui feticismo antropologico e feticismo tecnologico si sposano a meraviglia, creando un mostriciattolo concettuale davvero… singolare!
(4) I post-umanisti preconizzano con orrore una società nella quale ci sarà assai poco di umano, non più che un resto residuale sottoposto permanentemente alla pressione della tecnoscienza; i transumanisti pensano invece a un’umanità potenziata, anche dal punto di vista psicosomatico, dalla tecnologia, e proprio questo consentirebbe al “nuovo uomo” di riconquistare il centro della scena. Naturalmente esistono diverse gradazioni delle due posizioni e diverse “scuole di pensiero” che le declinano.

Leggi anche:

Io non ho paura – del robot; Sul potere sociale della scienza e della tecnologia; Robotica prossima futura. La tecnoscienza al servizio del dominio; Capitalismo cognitivo e postcapitalismo. Qualunque cosa ciò possa significare; Capitalismo 4.0. tra “ascesa dei robot” e maledizione salariale; Accelerazionismo e feticismo tecnologico.

QUEL FETICISTA DI ROBERTO D’AGOSTINO…

Il concetto di feticismo (della merce, della tecnologia, della scienza) è senza dubbio un concetto fondamentale nella critica marxiana della società capitalistica, anche perché esso permette di cogliere il nesso che lega la “sfera economica” a molti fenomeni della vita sociale, anche quelli cosiddetti micrologici, afferenti cioè alla vita “minuta” dei singoli individui. Che l’intera esistenza di ogni individuo debba fare i conti con il mercato – cioè con il Capitale nelle sue forme più peculiari: denaro, merce, lavoro salariato; che essa sia, di fatto, sul mercato e che subisca processi di mercificazione di inaudita violenza, ebbene oggi tutto ciò non è più solo un modo di dire o un’agghiacciante profezia in attesa di conferma: è piuttosto una pessima realtà che, a giudicare dalle premesse, lascia presagire un suo rapido, quanto necessario (cioè conforme alla natura della cosa), peggioramento. «La nostra vita è venduta all’asta dai mercanti della privacy. Gusti, abitudini, scelte politiche: ogni individuo può fruttare 50mila euro» (La Repubblica). Non male!

Il cosiddetto Platform Capitalism (anche detto Capitalismo di sorveglianza) testimonia il grado di potente pervasività raggiunto dal rapporto sociale capitalistico nel XXI secolo.

È sulla base delle infrastrutture “intelligenti” governate dal 5G, dal nuovo standard tecnologico che bussa prepotentemente alla porta, che, dicono gli esperti, sarà possibile costruire la “mitica” Smart city, con controllo centralizzato di tutti i dispositivi che regolano la viabilità, il traffico urbano, la videosorveglianza, e così via. Senza parlare degli elettrodomestici (che terminologia antiquata!) di casa che potranno «dialogare tra loro, ricevere informazioni dall’esterno ed essere gestiti da remoto da un unico dispositivo»: che bel mondo ci attende! Mi sono lasciato contagiare dall’ottimismo tecnologico. Mi scuso, mi ricompongo e assumo la mia abituale postura “critico-radicale”: nel mondo “interconnesso” di oggi e di domani, nel quale miliardi di oggetti potranno “dialogare” tra loro (speriamo almeno che si capiscano!), e dove anche «le auto potranno dialogare tra loro scambiandosi informazioni sul traffico e la sicurezza»; in questo mondo intelligentissimo il Capitalismo ottocentesco analizzato e stramaledetto da Marx impallidisce e un po’ si vergogna: la sua «immane raccolta di merci» oggi appare una ben misera cosa!  Il mondo che sta rendendo possibile l’Internet delle cose (cioè delle merci) celebra l’apoteosi del dominio sociale capitalistico, e dà al concetto di totalitarismo sociale una pregnanza “fattuale” davvero puntuale, radicale, difficilmente opinabile.

Ma, come scrivevo in un precedente post (Controllare e profittare), anche il Big Brother di Orwell appare poca cosa dinanzi alla mostruosa capacità di controllo totale degli individui che il Leviatano dei nostri giorni è riuscito ad assicurarsi e promette (o, meglio, minaccia) di espandere e rafforzare. Peraltro quel controllo è sempre più necessario, perché la connessione totale tra le cose e tra queste e gli individui è certamente “intelligente”, ma anche molto delicata e problematica, potenzialmente foriera di eventi catastrofici: un singolo malintenzionato sufficientemente istruito in materia informatica può, infatti, bloccare una città, scatenare incidenti (dentro le case “intelligenti”, sulle strade “intelligenti”, ovunque domini l’”intelligenza artificiale”), creare danni di qualsiasi genere. E difatti si studiano strategie di controllo e di repressione ispirate ai modelli predittivi che trovano in Cina le prime “promettenti” applicazioni su vasta scala – vedi il Social Credit System. In realtà il paradigma della “vita a punti” è attivo anche nei Paesi occidentali (senza parlare del Giappone!), sebbene in forme più “politicamente corrette” rispetto alla Cina, ma la sostanza non cambia; per essere pienamente efficiente, il controllo sociale degli individui deve tenere conto delle specificità locali – regionali, nazionali, continentali.

Una volta, ai vecchi tempi, potevamo vendicarci con una nostra ex fidanzata mostrando agli amici una sua foto “osé”: la porcata rimaneva in ogni caso confinata in una cerchia ristrettissima. Oggi gli Stati devono inventarsi il reato di Revenge Porn! La potenza straordinaria del Capitale si fa sentire dappertutto, oggi soprattutto attraverso la mediazione tecnologica, la quale rinvia direttamente al rapporto sociale oggi dominante in ogni angolo del pianeta. Prolungando le linee della tecnoscienza si arriva sempre e necessariamente a quel rapporto sociale, non c’è niente da fare, e solo il “velo tecnologico” ci impedisce di vedere la potenza sociale che trova espressione nelle cose, “reali” e “virtuali”, che manipoliamo e negli eventi, “reali” e “virtuali”, che creiamo e subiamo.

Senza contare il paradossale fatto che ci vede un po’ tutti aderire con zelo ed entusiasmo alla mercificazione dei nostri “profili umani” e al controllo sempre più efficace della nostra stessa vita da parte di organismi privati e pubblici. Siamo i volenterosi servi del Dominio. Fenomeno paradossale solo fino a un certo punto. Chi non partecipa al Big Show messo in scena sul Web si sente tagliato fuori, e tutti noi (salvo, come sempre, chi legge) per sentirci in armonia con i tempi sappiamo che dobbiamo pagare un prezzo (al Capitale, allo Stato, a qualcuno o a qualcosa difficile da definire), e lo paghiamo volentieri, perché la solitudine, “reale” o “virtuale” (“percepita“) che sia, è un peso difficile da sopportare. Dinanzi a questi fatti la risposta corretta non è, a mio avviso, la fuga dal “virtuale”, ma la riflessione sulla nostra reale condizione umana. Ha poi un senso la distinzione tra una sfera reale e una sfera virtuale della nostra vita? A mio avviso la distinzione da fare, quella che ha davvero senso e che può aiutarci a spiegare molte delle cose che ci appaiono paradossali, è un’altra, e cioè quella tra una vita pienamente – o semplicemente – umana e una vita che non lo è.

Fa un po’ tenerezza chi scopre solo oggi che, nell’epoca del “Capitalismo di sorveglianza”, «non siamo più padroni nemmeno di noi stessi». Soprattutto di noi stessi, mi verrebbe da dire strizzando l’occhio alla provocazione – o al realismo? Ma ritorniamo, per concludere rapidamente, al concetto di feticismo.

Confesso che l’idea di scrivere questa nota mi è venuta leggendo questa mattina un’intervista rilasciata da Roberto D’Agostino al sito di sua proprietà (Dagospia). Tra poco citerò il passo che mi ha “ispirato”. Prima però ricordo a me stesso che per Marx il feticismo si esprime nel rapporto immediato che gli uomini instaurano con le cose, il quale cela un rapporto ben più essenziale: quello tra gli uomini stessi. La cosa, dice il noto barbuto, non è una “mera cosa”, ma l’espressione di un peculiare rapporto sociale. E difatti, più che con cose, con oggetti, con valori d’uso, noi abbiamo a che fare continuamente con merci, con tutto quello che la forma-merce presuppone e pone sempre di nuovo. «Quel che qui assume per gli uomini la forma fantasmagorica di un rapporto fra cose è soltanto il rapporto sociale determinato che esiste fra gli uomini stessi» (K. Marx, Il Capitale, I, p. 104, Editori Riuniti, 1980).

Ecco adesso la citazione promessa: «Negli Anni ‘70 il guru della rivoluzione digitale, Stewart Brand, disse: “Volete provare a cambiare la testa delle persone? Perderete tempo. Cambiate gli strumenti, i dispositivi, gli oggetti che hanno in mano e cambierete il mondo”. Non sono state le ideologie a cambiare la storia, ma gli oggetti: i caratteri mobili della stampa che hanno diffuso il sapere, la foto che riproduce la realtà, l’auto e il treno che hanno fondato la civiltà industriale, la lavatrice e la pillola che hanno cambiato la vita delle donne, la connessione e lo smartphone».

Tutto vero! L’importante è capire il significato storico e sociale di quegli “oggetti”. Ancora Dago: «Quando arrivò il video la fotografia sembrava defunta, ma con Internet diventa digitale e torna centrale: perché se la pubblichi alla velocità della tecnologia diventa fortissima, ti porta dove le cose accadono e diventa un pensiero visivo. Con buona pace della privacy che si sacrifica in nome dell’identità». Ma di che «identità» si tratta? Qual è la natura, la “qualità” di questa «identità» (“reale” o “virtuale” che sia)? Ecco, per rispondere a domande di questo tipo credo sia importante cogliere la natura feticistica della relazione che spontaneamente stringiamo con le cose – merci, tecnologie e quant’altro.