CATALOGNA. SUL PONTE SVENTOLA LA BANDIERA BIANCA! E NON SI CANTA L’INTERNAZIONALE…

L’ex Presidente della Catalogna Carles Puigdemont per molti è un eroe della ribellione indipendentista e della libertà. In questi ultimi tempi mi è capitato spesso di citare Franco Battiato, e oggi lo faccio ancor più volentieri anche come augurio di una sua pronta guarigione dopo l’ultima dolorosa caduta: «Abbocchi sempre all’amo. Le barricate in piazza le fai per conto della borghesia che crea falsi miti di progresso». Quando ci vuole, ci vuole!

Come ho scritto l’altro ieri, per me si tratta di battersi tanto contro l’unionismo spagnolo e l’attuale repressione giudiziaria e poliziesca scatenata da Madrid, quanto contro il secessionismo catalano, un progetto capitalistico al 100 per 100. Non si tratta di una posizione indifferentista, come sostengono coloro che sono abituati a pensare solo in termini di posizionamento (schieramento) interborghese (o stai con questa cosca capitalistica, supposta come il male minore, oppure con quella concorrente, supposta come “la peggiore”), ma di una posizione che cerca di costruire l’autonomia di classe a partire dalla disperata situazione in cui si trovano le classi subalterne di tutto il pianeta.

Ieri a Barcellona si gridava contro Madrid: «Questa non è giustizia, è dittatura! Questa non è democrazia, è fascismo!». Non sono d’accordo: questa è la giustizia borghese, questa è la democrazia borghese. Qualcuno ieri mi ha obiettato che nei miei post sulla crisi catalana non prendo in considerazione il carattere franchista (o fascista) del regime spagnolo; rispondo con una citazione: «Quando si usano le parole a casaccio finisce che si hanno idee a casaccio e si fanno proposte a casaccio. Il Governo PP-PSOE non è fascista: è un normale governo “democratico” come “democratico” è il governo di Trump, di Angela Merkel o di Paolo Gentiloni; solo gli incrollabili amici della democrazia borghese chiamano “fascisti” i governi quando manganellano i manifestanti, mettono le bombe sui treni, limitano il diritto di sciopero, partecipano ad aggressioni militari, ecc…; non hanno ancora capito che la democrazia borghese può essere violenta tanto quanto certi regimi fascisti» (Antiper). È sufficiente ricordare la repressione degli anni Settanta del secolo scorso in Italia e in Germania per capire con quanta maestria la democrazia capitalistica sappia dosare l’uso della carota e del manganello, della scheda elettorale e del carcere. Sulle superstizioni democratiche coltivate da molti sinistrorsi cosiddetti radicali, rinvio a miei diversi scritti (*).

In un precedente post avevo messo in luce il carattere leghista (soprattutto del leghismo delle origini, quello caldeggiato da Gianfranco Miglio, per intenderci) del movimento indipendentista catalano, e la sua connessione con la globalizzazione capitalistica, la quale tende a ridisegnare gli assetti politico-istituzionali dei Paesi e dei continenti seguendo le linee di forza generate dal processo capitalistico di produzione/distribuzione della ricchezza sociale. «Nella vecchia logica dello Stato moderno», scriveva Miglio, «si cercava ciò che poteva unire le nazioni e si rifiutava ciò che le divideva. Oggi la gente rifiuta questa maniera di ragionare. L’hanno rifiutata in Cecoslovacchia, la stanno rifiutando in Belgio e in Canada, per non parlare dell’ex impero russo. A poco a poco questa linea verrà respinta dappertutto, perché prevarrà la forza dell’economia, del mercato mondiale». Mi è ritornata in mente questa intelligente riflessione ieri sera, dopo aver letto l’ultima dichiarazione di Puigdemont dall’esilio (?) belga: «Il leader del Pdecat, Puigdemont, si considera in esilio anche se oggi ha detto che questo non gli impedirà di fare campagna, “visto che viviamo in una società globalizzata”» (ANSA). Ricordate il concetto di GloCal che impazzò durante l’epoca d’oro dell’ideologia globalista? Pensare globale e agire locale, si diceva. Ecco, l’ex Presidente della Generalitat, che si è detto pronto a consegnarsi «alla vera giustizia, quella belga» (prendo nota, non si sa mai…), sembra incarnare al meglio lo spirito GloCal.

L’interessante analisi di Oriol Nel·lo Colom (Limes) sembra avvalorare quanto appena detto: «Il processo d’integrazione europea – uno dei frutti più lampanti della dimensione politica della globalizzazione – è percepito come una cornice che, invece di frenare l’anelito indipendentista, ne assicura la viabilità, offrendo una struttura di protezione e di inquadramento per l’eventuale nuovo Stato. Da qui l’apparente contraddizione di un movimento sovranista che, a differenza di quelli nazionalisti xenofobi, si definisce europeista, benché il processo d’integrazione comunitaria comporti necessariamente una riduzione della sovranità degli Stati. Il movimento indipendentista catalano si inscrive dunque nella tendenza verso il rescaling della politica europea, che ha trovato terreno fertile in Scozia, nelle Fiandre e nel Paese Basco. Il fatto che, nonostante l’apparente immutabilità delle frontiere europee, sia emersa nell’ultimo quarto di secolo una nutrita schiera di nuovi Stati nel continente, molti dei quali hanno aderito all’Ue, ha anche contribuito a evidenziare l’esistenza di una finestra di opportunità per il movimento indipendentista. Da qui i continui richiami all’intermediazione europea da parte del suo corpo dirigente. Di contro, l’Unione Europea si è mostrata refrattaria a farsi coinvolgere, quantomeno pubblicamente, mentre la causa indipendentista non ha trovato sponde in alcun governo d’Europa, né in alcuna delle principali organizzazioni internazionali». La costruzione di un polo imperialista europeo in grado di competere con Stati Uniti e Cina non è esattamente un pranzo di gala e trova lungo il suo percorso ostacoli vecchi e nuovi.

«Migliaia di catalani si sono concentrati in tutto il paese davanti ai luoghi di lavoro a mezzogiorno per un minuto di silenzio all’appello delle organizzazioni della società civile indipendentista per protestare contro il “processo politico” avviato contro il Govern. Centinaia di persone si sono riunite davanti al Palazzo della Generalità a Barcellona gridando “Puigdemont è il nostro Presidente”, “Llibertat!” e cantando l’inno di Els Segadors» (La Stampa). Els Segadors, dunque!

Bon cop de falç!
Bon cop de falç, defensors de la terra!
Bon cop de falç!

Ara és hora, segadors!
Ara és hora d’estar alerta!
Per quan vingui un altre juny
esmolem ben bé les eines!

Que tremoli l’enemic
en veient la nostra ensenya:
com fem caure espigues d’or,
quan convé seguem cadenes!

Buon colpo di falce!
Buon colpo di falce, difensori della terra!
Buon colpo di falce!

È giunta l’ora mietitori!
È giunta l’ora di stare all’erta!
Per quando verrà un altro giugno
teniamo affilati gli arnesi!

Che tremi il nemico
vedendo la nostra insegna:
come facciamo cadere le spighe dorate,
quando è opportuno seghiamo le catene!

Ecco! Le catene bisogna segarle, non renderle più forti marciando a fianco del nemico di classe! E ovviamente questo vale per le classi subalterne non solo di Barcellona e di Madrid, ma di tutto il mondo. Come sottrarci alle lotte di potere intercapitalistiche (su scala locale, nazionale e internazionale)? Come costruire l’autonomia di classe e demistificare l’ideologia dominante (che trova alimento anche nell’eterno e falso dualismo tra democrazia e fascismo)? Come estirpare la pianta velenosa del nazionalismo delle piccole e delle grandi patrie? Questo è il tema che personalmente mi interroga in quanto proletario anticapitalista.

Compagni catalani e spagnoli, «teniamo affilati gli arnesi» contro il capitale, non contro una capitale (Barcellona o Madrid che sia)! Caspita, per un attimo ho creduto di essere Vladimiro… Sarà per via del noto centenario.

(*) solo alcuni titoli:

STATO DI DIRITTO E DEMOCRAZIA TRA MITO E REALTÁ

SULLA CRISI DELLA DEMOCRAZIA

LA “BELLA POLITICA”, DA PERICLE A PIPERNO

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IL PUNTO SULLA CRISI CATALANA

Scriveva Niccolò Locatelli su Limes all’indomani del referendum indipendentista catalano del 1º ottobre 2017: «La catastrofica e autolesionistica figura politica di David Cameron meriterebbe di essere rivalutata, se messa a confronto con il dilettantismo mostrato questa settimana dagli indipendentisti catalani. I quali stanno avendo molte difficoltà ad uscire dall’angolo nel quale loro stessi si sono rinchiusi». L’altro ieri Michele Boldrin su Linkiesta parlava dell’indipendenza catalana nei termini di «una pagliacciata, come previsto».  Per Michele Boldrin «La storia è un misto di tragedie e di farse. E per fortuna l’indipendenza catalana del 2017, al contrario di quella del 1934, appartiene a pieno alle seconde». Un’ultima citazione sul tema: «La vicenda dell’ex presidente catalano Carles Puigdemont, scappato in Belgio a elemosinare un asilo politico quasi impossibile dopo aver chiesto ai suoi di fare “resistenza democratica”, può essere letta come la parabola dell’avventurista. I quotidiani spagnoli, ma anche quelli catalani, ne danno un giudizio inesorabile» (Giulia Belardelli).

Certamente le ultime mosse dei “rivoluzionari” catalani non sono tali da poter confutare, o quantomeno mitigare, questi severi giudizi, tutt’altro. La figura politica e umana dell’ex Presidente della Generalitat appare, almeno ai miei occhi, senz’altro ridicola, più che drammatica. Ovviamente non sono fra quelli che lo vorrebbero vedere penzolare dall’albero dei “traditori” della patria catalana («la bandiera della rivoluzione catalana è stata gettata nel fango dall’avventurismo e dalla vigliaccheria di Puigdemont e soci»), né da quello dei “traditori” della patria spagnola. I miei nemici di classe non li consegnerei mai nelle mani del Leviatano capitalistico.

Sulle azioni dei leader indipendentisti, i quali sembrano essere andati allo scontro con Madrid confidando solo sulla buona sorte e sulla loro – presunta – superiore intelligenza politica, aleggia dunque lo spettro della farsa più scombinata e ridicola, che tuttavia potrebbe trasformarsi in un’autentica e sanguinosa tragedia per molti catalani che sono stati conquistati dall’ultrareazionario “sogno” secessionista. Ultrareazionario, beninteso, al pari del “sogno” unionista – ed europeista.

Volando a Bruxelles, forse Puigdemont credeva forse di portare nel cuore stesso dell’Unione Europea quel “dualismo di potere” che non è riuscito a radicare a Barcellona. La già citata Belardelli su questo punto ha le idee chiare: il leader indipendentista catalano ha portato nella capitale belga «tutta la goffaggine e l’inadeguatezza di un leader politico che ha cavalcato una causa populista senza prima assicurarsi di aver allacciato la sella. Ma il paradosso è anche per il debole governo belga, la cui fragilità ha permesso alla “farsa” catalana di finire proprio nel centro di un’Europa a sua volta sempre più fragile». Non c’è dubbio che la crisi catalana ha messo in luce, oltre che le magagne sistemiche della Spagna (in perfetta analogia con le magagne italiane: vedi la rinata Questione settentrionale), tutta la debolezza del progetto europeista, il quale deve ancora fare i conti con la dimensione nazionale degli attori chiamati a implementarlo. Più che per solidarietà europeista, i leader europei hanno sostenuto le ragioni di Madrid contro le ragioni di Barcellona per paura di un effetto domino transnazionale. Persino la Cancelliera di Ferro volgendo lo sguardo verso la Penisola Iberica ha visto controluce una possibile crisi bavarese.

Mi fanno ridere quelli che in Italia cianciano di «diritto all’autodeterminazione del popolo catalano» e poi negano al «popolo lombardo-veneto» il diritto a una più spinta autonomia politica e fiscale delle loro regioni! Come se le due vicende (ma è anche il caso della Scozia) non avessero, mutatis mutandis, una comune radice sociale individuabile nella natura altamente contraddittoria e conflittuale del processo sociale capitalistico, alla scala individuale (vedi alla voce alienazione: spesso vorremmo separarci da noi stessi!), locale, regionale, nazionale e mondiale. Più la globalizzazione capitalistica ci centrifuga come alimenti gettati dentro a un frullatore (altro che “omologazione”! altro che “pensiero unico”!), e più cerchiamo disperatamente – e pateticamente – di aggrapparci a qualche misero brandello di “identità”: nazionale, culturale, sportiva, etnica, sessuale, religiosa ecc.

Ai miei colleghi di classe dico che alla globalizzazione capitalistica non si risponde con successo alzando muri (economici, nazionalistici, identitari, eccetera), ma piuttosto abbattendo la madre di tutti i muri reali e virtuali: il Capitalismo. «E in attesa di eventi migliori, non facciamo niente?». È, questa, la solita puerile obiezione che lo pseudo rivoluzionario rivolge a chi intende praticare la “via maestra” della lotta di classe non con spirito “purista”, ma con la coerenza di un’autentica radicalità. Gli «eventi migliori» non cadono dal cielo nel mitico giorno x della rivoluzione sociale “dura e pura”, ma bisogna prepararli nei periodi di magra rivoluzionaria. Sto parlando dell’oggi. Non si tratta di opporre, banalmente e infantilmente, la lotta per gli obiettivi massimi a quella per gli obiettivi minimi: si tratta piuttosto di fare degli obiettivi cosiddetti minimi (come la rivendicazione di un salario migliore e di migliori condizioni di lavoro e di vita) altrettanti momenti utili a costruire rapporti di forza favorevoli alla realizzazione degli obiettivi cosiddetti massimi. L’autonomia di classe dei lavoratori e dei proletari è un obiettivo che va perseguito qui e ora, a partire da qualsiasi occasione di lotta e di conflitto sociale; esso non va rimandato a “tempi migliori”, i quali ovviamente non arriveranno mai se non ne vengono realizzati i presupposti. Come sapevano i rivoluzionari di una volta, è una fesseria voler scavare un fosso tra prassi e teoria, tattica e strategia.  Scriveva nel 1919 il giovane György Lukács: «Il criterio di un giusto agire in senso socialista, di una giusta tattica può essere esclusivamente lo stabilire se il modo dell’agire in un caso determinato serva a realizzare l’obiettivo finale»; per il rivoluzionario ungherese sono da considerare «cattivi tutti i mezzi che ottenebrano la coscienza di classe». Per Lukács anche gli «interessi materiali temporanei del proletariato» sono deleteri se contribuiscono a «ottenebrare» la sua coscienza di classe, a indebolirne l’autonomia di classe: il riformismo borghese, supportato fortemente dal collaborazionismo sindacale, non ha avuto altro significato. Ma rituffiamoci nell’attualità politica!

Qualche giorno fa Giorgio Cremaschi invitava «le compagne e i compagni» che non hanno condiviso il suo «omaggio al popolo della Catalogna, giudicando la sua lotta sbagliata, ambigua, borghese, egoista, nazionalista, eccetera», ad andare a scuola da Lenin: «Mi permetto di citare ciò che Lenin disse dell’emiro dell’Afghanistan, un reazionario che nel 1920 si batteva contro gli inglesi… Lenin disse che aveva fatto più danni all’imperialismo quell’emiro che tutta la socialdemocrazia e la sinistra europea. Per favore, a cento anni dalla Rivoluzione contro Il Capitale, come la definì Gramsci [e anche il mitico Antonio è sistemato!], non usate Marx e Lenin in senso scolastico e soprattutto da menscevichi. […] Lenin scriveva che per la rivoluzione vale il motto di Napoleone: si comincia lo scontro e poi si vede… Per favore compagni non date i voti a chi ci prova nella condizione reale in cui sta, soprattutto da un paese, il nostro, che dopo essere stato per decenni all’avanguardia dei conflitti in Europa oggi è alla più triste retroguardia. Cari compagni [e compagne no?] non fate i pedanti, ma siate generosi…».

Vorrei spendere solo due parole su quanto appena riportato, per ribadire la mia posizione sulla sempre più “bizzarra” e aggrovigliata crisi spagnola, e non certo per polemizzare con Cremaschi, dal quale peraltro mi separa un abisso concettuale e politico, visto che la “sinistra radicale” di cui egli fa parte è la diretta discendente di quel “comunismo” con caratteristiche italiane che ho sempre combattuto ritenendolo uno dei pilastri dello status quo sociale (ripeto: sociale, non meramente politico-istituzionale) del nostro Paese, insieme alla Democrazia cristiana e agli altri partiti della cosiddetta Prima Repubblica.

Secondo il leninista Cremaschi non corre dunque alcuna differenza, o una differenza politicamente trascurabile, tra i tempi storici e la specifica situazione sociale e geopolitica nella quale agiva Lenin, e i nostri tempi, la concreta realtà sociale e geopolitica nel cui seno si dipana anche la crisi catalana, che poi è la crisi del regime spagnolo com’è venuto fuori dopo la morte di Franco. Secondo lui le guerre nazionali dei Paesi sottoposti al colonialismo e all’imperialismo ancora ai tempi di Lenin, avevano, sempre cambiando quel che c’è da cambiare, lo stesso significato storico e lo stesso impatto sugli equilibri interimperialistici che potrebbe avere l’indipendentismo catalano. Un minimo sindacale di analisi materialistica della società spagnola, Catalogna incluso, e dello scenario mondiale di riferimento consente di confutare nel modo più assoluto ogni accostamento storico tra i fatti richiamati polemicamente da Cremaschi e le vicende di cui ci occupiamo oggi. Sulla natura fondamentalmente “leghista” della questione catalana rimando ai miei due precedenti post (*). Tra l’altro, l’emiro reazionario afghano probabilmente organizzava attentati contro l’imperialismo inglese, mente l’ex Presidente reazionario della Generalitat è scappato via per chiedere sostegno all’imperialismo europeo: c’è una leggerissima differenza tra le due cose, mi pare. Ma sicuramente si tratta di una raffinatissima strategia politica che un’indigente di dialettica e un dottrinario come chi scrive non è in grado di apprezzare nella sua autentica sostanza.

«Lenin scriveva che per la rivoluzione vale il motto di Napoleone: si comincia lo scontro e poi si vede»: verissimo! Ai menscevichi (quelli veri!) che, testi marxiani alla mano, giudicavano immatura la rivoluzione proletaria nella Russia capitalisticamente arretrata, Lenin, che inquadrava il Grande Azzardo dell’Ottobre ’17 nel quadro della rivoluzione sociale internazionale (una “sottigliezza” politico-concettuale che quasi tutti i cultori della materia tendono a trascurare, e che nemmeno il Gramsci pizzicato da Cremaschi comprese), rispondeva appunto che i bilanci non si tirano prima della battaglia, ma dopo. Ora, di che guerra, di che rivoluzione stiamo discutendo nel caso della Catalogna? La risposta mi appare di una semplicità a dir poco imbarazzante: di una guerra di potere tutta interna agli interessi delle classi dominanti, catalane e spagnole. Parlare di «guerra nazionale» e di «rivoluzione» nel caso di specie, e negli altri casi simili, è semplicemente ridicolo, e io tratto l’argomento solo per contribuire a dissipare qualche dubbio in chi frequenta la cosiddetta sinistra radicale.
Leggendo alcuni articoli sinistrorsi (pubblicati ad esempio dal Blog Contropiano) sulla crisi catalana mi è sembrato di leggere la cronaca della Rivoluzione Russa! Mancavano all’appello solo i Soviet e la madre di tutte le rivendicazioni: Pace, pane e terra! Forse la suggestione del Centenario ha causato in alcuni qualche scompiglio intellettuale. È un’ipotesi, beninteso.

Chi ha voluto e chi ha cominciato lo scontro in Catalogna? Si risponde: «il popolo catalano». Già, certo, il “popolo”! Il “popolo” ha sempre ragione! Chi siamo noi per dare voti e lezioni al popolo «che ci prova»? Ma «ci prova» a fare che cosa esattamente, compagno leninista: a fare la rivoluzione? a costruire “una nuova e socialmente più avanzata” sovranità nazionale? a conquistare una maggiore libertà e migliori condizioni di vita? a mettere in crisi l’odierno assetto interimperialistico? a ricostruire un fronte di classe? Ovviamente nulla di tutto questo, e come sempre al netto delle illusioni e dei veri e propri autoinganni coltivati dai singoli e dalle masse. Il cosiddetto “popolo”, in Catalogna, in Spagna e ovunque in Europa e nel mondo (vedi anche le cosiddette “Primavere arabe”), oggi è solo una bestia da soma che tira il pesante carro del Dominio. Lo so che dire questo non è né “popolare” né “populista”, ma io non mi devo presentare alle prossime elezioni, ed essendo un modestissimo scolaro di Marx so che le classi subalterne, alle quali purtroppo appartengo per “anagrafe sociologica”,  non vanno mai adulate e accarezzate per carpirne la simpatia, ma criticate puntualmente per sollecitarne la crescita politica in vista dell’agognata autonomia di classe. Quantomeno uno ci tenta, e che diamine!

L’idea, poi, che si possa “cavalcare da sinistra” un movimento politico-sociale interamente subordinato agli interessi capitalistici, è qualcosa che rasenta l’idiozia. In realtà questa idea rivela la natura borghese della “sinistra radicale” di cui parlano molti sedicenti anticapitalisti.

E poi, in che senso è legittimo, sul piano dell’analisi sociale e dell’iniziativa politica, parlare di “popolo”? Come aveva già capito Marx, ragionare in termini di popolo significa inchinarsi agli interessi della classe che nell’ambito del popolo ha più potere sociale: la borghesia. E difatti il più delle volte il comunista di Treviri parlava di «popolo dei lavoratori», un popolo di salariati contrapposto a quel concetto borghese di popolo che sta al centro dell’ideologia pattizia elaborata dalla borghesia nella sua fase rivoluzionaria: vedi, fra l’altro, Rousseau. Non si tratta, come si vede bene, di pedanti sofismi dottrinari, di sottigliezze teoriche prive di contenuto politico e di attualità, ma di precise demarcazioni concettuali che hanno un gigantesco significato politico che l’anticapitalista (Cremaschi si senta dunque esonerato dalla difficilissima incombenza) deve sforzarsi di far valere nella situazione presente, una contingenza caratterizzata dalla confusione politica e ideale più totale.

Come mi capita spesso di dire, nel XXI secolo e soprattutto nei Paesi capitalisticamente avanzati (vedi Spagna) quando si parla di “popolo” bisogna mettere subito le mani alla pistola: sicuramente si tratta di una truffa, di una menzogna, di un miserabile tentativo di trascinare le classi subalterne in una guerra che non è la loro (la nostra, la mia) guerra. Nell’epoca del dominio totalitario del Capitale su tutto il pianeta parole come “popolo”, “nazione”, “sovranità nazionale”, “patria” eccetera suonano odiosamente false: esse non sono che fumo ideologico dietro il quale si nascondono enormi interessi economici, politici e geopolitici. Il nazionalismo delle grandi e delle piccole patrie appare sempre più per quel che è, e cioè una disgustosa menzogna ideologica che serve alle classi dominanti di tutte le nazioni per tenerci ben stretti al carro dello status quo sociale e portarci quando serve sul campo di battaglia, reale e virtuale, così che possiamo scannarci, l’un l’altro armati di fucili o di schede elettorali, per affermare la volontà dei nostri padroni. Spagnoli o catalani, italiani o lombardo-veneti, britannici o scozzesi, americani o californiani: sempre di padroni si tratta!All’invocazione del “popolo” fatta dai capitalisti e dai loro funzionari politici e ideologici, occorre rispondere con la lotta di classe, la sola via di fuga dall’impotenza che oggi vede il popolo dei nullatenenti disarmati di fronte agli opposti interessi che lo tengono in una morsa che si strige sempre più.

«E poi con chi stareste voi, con un popolo che si ribella, ripeto con ambiguità e contraddizioni, e che in questa ribellione matura, o con il Re e i postfranchisti che lo reprimono? Siete sicuri di potervi chiamare fuori da tutto questo?». Bel modo di ragionare, quello del leninista Cremaschi! Un modo di ragionare, sia detto en passant, perfettamente organico alla “sinistra radicale” di cui egli è uno dei leader più apprezzati e autorevoli. O stai dalla parte del «popolo che si ribella» (e che, come si è detto prima, ha sempre ragione, per definizione populista, anche quando sbaglia, esattamente come il cliente che non bisogna mai lasciarsi scappare dalle grinfie a beneficio della concorrenza), oppure stai dalla parte della monarchia e dei postfranchisti: il bolscevico Cremaschi non vede alternative possibili a questo drammatico (o comico?) aut-aut. Per me invece l’alternava si dà, eccome! Questa alternativa si chiama indipendenza di classe e disfattismo di classe. Si può benissimo essere contro il progetto indipendentista del «popolo catalano» (leggi: della classe dominante catalana) senza per questo appoggiare, neanche “oggettivamente”, la causa unionista, monarchica e postfranchista di Madrid. «Si può essere nemici del regime costituzionale senza essere per questo amici dell’assolutismo» disse una volta l’uomo con la barba; Marx portava forse acqua al mulino dell’assolutismo? «Sì, oggettivamente». Non l’avevo capito!

Essere disfattisti non significa affatto essere indifferenti, starsene con le mani in mano a guardare gli altri che si danno battaglia, nelle piazze o nelle urne, per conto dei loro padroni, come sostengono le novelle mosche cocchiere della “rivoluzione” che si credono più furbe del cavallo che ha la gentilezza di portarle a spasso per il capitalistico mondo; essere disfattisti significa invece lottare contro tutte le fazioni padronali, contro tutti i partiti al servizio della Nazione e dello Stato. Essere disfattisti in Spagna e in Catalogna oggi significa rigettare gli interessi capitalistici che fanno capo a Madrid e a Barcellona e battersi perché non un solo individuo muoia per sostenere quegli interessi. Unionismo? Secessionismo? Europeismo? Non in nostro nome!

(*) ALCUNE RIFLESSIONI SULLA CATALOGNA; CATALOGNA E NON SOLO. PER UNA “SECESSIONE DI CLASSE” CONTRO GLI OPPOSTI NAZIONALISMI.

AUTOMAZIONE E BASE DI VALORIZZAZIONE DEL CAPITALE. IL CASO GIAPPONESE

La notizia è questa: «Per via del costante calo di manodopera, le aziende giapponesi hanno preso a reclutare personale meccanico», cioè robot. Si dirà: «e la novità dove sta?». Da nessuna parte, ed io stesso da anni scrivo sull’impatto che la nuova tecnologia cosiddetta intelligente ha non solo sul mondo del lavoro (1), che, è bene ricordarlo, è sostanzialmente un mondo di sfruttamento e di alienazione, ma sulla società nel suo insieme. Tuttavia oggi mi è venuto in testa proprio il Giappone mentre rileggevo quanto scriveva Henrik Grossmann, sulla scia di Marx, a proposito della base di valorizzazione del capitale, ossia della materia prima vivente che genera valore e plusvalore. Provo a spiegarmi.

Grossmann tratta questo oggetto nel suo celebre testo del 1928 Il crollo del capitalismo, e in particolare in  un capitolo intitolato Accumulazione di capitale e problema della popolazione. A pagina 351 si legge: «La popolazione costituisce un limite all’accumulazione; non però un limite nel senso di Rosa Luxemburg, cioè nel senso che il numero dei consumatori, dei compratori, limita l’accumulazione, ma per il fatto che con la popolazione è dato anche il limite di valorizzazione» (2). Ciò che sostanzia la base di valorizzazione non è la popolazione in generale, genericamente intesa, ma quella che Marx chiamava «popolazione operaia»: «Data la durata della giornata lavorativa […] la massa del plusvalore può essere aumentata soltanto aumentando il numero degli operai, cioè aumentando la popolazione operaia» (3). Alludendo polemicamente agli economisti di “scuola marxista” Grossmann scrive: «Si dimentica che tuttavia il valore e conseguentemente anche il plusvalore, può essere creato soltanto nella produzione di beni» (p. 355). Nella produzione di merci si ha la valorizzazione del capitale investito in mezzi di produzione e salari, ossia la generazione di un plus di valore che va a sommarsi al capitale iniziale; nella vendita di quelle merci si ha la realizzazione del valore (valore vecchio più plusvalore) in esse corporato, ossia quella trasformazione del valore in denaro che rappresenta il punto d’arrivo della «metamorfosi della merce».

Ora, non è nella sfera della realizzazione, come inclinano a pensare i teorici del sottoconsumo della popolazione come fondamento delle crisi economiche (4), ma piuttosto in quella della valorizzazione che bisogna individuare i limiti cui periodicamente va incontro il processo di accumulazione. Uno dei limiti più significativi riguarda appunto la base di valorizzazione, ossia la massa di capacità lavorativa a disposizione del capitale. La valorizzazione del capitale deve fare i conti con una contraddittoria e ineliminabile dialettica: per un verso essa ha bisogno di una base di valorizzazione sempre più ampia, ossia di un numero crescente di lavoratori da “mettere a valore” (leggi da sfruttare); per altro verso la ricerca del profitto, che mette i capitali in reciproca concorrenza su un campo di battaglia che oggi abbraccia l’intero pianeta, spinge il capitale ad elevare quella che Marx chiamava composizione tecnica di ogni singola impresa, ossia il suo livello tecnologico ed organizzativo, e ciò se consente di aumentare la produttività del lavoro, elevando il saggio del plusvalore, fa aumentare al contempo la composizione organica del capitale, definita dal rapporto tra il capitale investito in mezzi di produzione (che non creano valore) e il capitale investito in capacità lavorativa, la sola risorsa in grado di conservare valore vecchio mentre ne crea uno nuovo di zecca. La base di valorizzazione tende cioè a restringersi, non in assoluto, ma in rapporto al capitale investito in mezzi di produzione. «È unicamente nel modo capitalistico di produzione che si riscontra questo bisogno di un aumento assoluto del numero dei salariati nonostante la loro relativa diminuzione» (5).

Occorre dire che la fenomenologia monetaria del processo di valorizzazione (non a caso Marx parla di capitale costante e capitale variabile: il primo investito in mezzi di produzione e il secondo in forza-lavoro) occulta la sostanza del processo di valorizzazione, ossia il suo essere fondamentalmente un processo di sfruttamento di lavoro vivente, di uomini in carne ed ossa, attuato servendosi di mezzi tecnologici sempre più sofisticati. È qui che trova alimento la concezione feticistica dell’economia mercantile, la quale appare come «una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologici» (6).

Per accrescere la base di valorizzazione e reggere il confronto con la concorrenza internazionale, il capitale italiano investito nell’agricoltura ha messo le mani sulla materia prima vivente arrivata soprattutto dall’Africa, e qualcosa di simile, sebbene su una scala più ridotta, è avvenuto nel comparto manifatturiero. Bassissimi salari, ritmi di lavoro sostenuti e una lunga giornata di lavoro: che pacchia per il Made in Italy! Ne ricavo quanto segue: quando le anime candide ci dicono che gli africani fanno il lavoro che gli italiani non vogliono più fare, e che così ci pagano pure le pensioni messe in crisi dal calo demografico, occorre subito impugnare la metaforica rivoltella. «Metaforica?». Sì, metaforica; per la critica delle armi c’è sempre tempo, forse. D’altra parte, non avrebbe senso alcuno armare la mano senza prima armare la testa, e gli esempi, lontani e recenti, in Italia non sono mancati e non mancano. Armare la testa significa, nel caso di specie, demistificare il discorso di razzisti e buonisti gettando un fascio di luce sul funzionamento dell’economia basata sul profitto, per scongiurare la guerra tra i miserabili, materia prima vivente a disposizione del Capitale. E qui ritorniamo a Grossmann e al Giappone.

Nel capitolo Accumulazione di capitale e problema della popolazione Grossmann fa la storia del Capitalismo tedesco, e mostra come nel corso del suo sviluppo il capitale tedesco avesse via via allargato la propria base di valorizzazione per sostenere i sempre più accelerati ritmi di accumulazione. «Con la rapida espansione dell’industria e con il ritmo accelerato dell’accumulazione di capitale a partire dagli anni ’90 [del XX secolo] cessò l’emigrazione e cominciò persino l’immigrazione (polacchi, italiani) nei settori industriali dell’occidente. Soltanto questo crescente assorbimento della forza lavoro addizionale poteva formare una base sufficiente per la creazione di plusvalore, che era necessaria per la valorizzazione del capitale accresciuto. […] Dopo la crisi del 1907 il capitale è costretto a crearsi una più ampia base di valorizzazione attraverso un più elevato impiego del lavoro femminile che possiede ancora il vantaggio di essere più a buon mercato» (pp. 352-353). Come diceva Marx, i rapporti sociali capitalistici rivoluzionano continuamente non solo la struttura tecnologica delle imprese industriali e commerciali, ma anche la struttura sociale presa nel suo insieme. E degli effetti “sovrastrutturali” di questa “rivoluzione sociale” si trova traccia anche nei commenti dei moralisti: «La mascolinizzazione della donna sotto tutti i punti di vista rappresenta un grande pericolo della civiltà contemporanea». Questo scriveva P. Leroy-Beaulier (citato da Grossmann) nel 1913, che concludeva con queste parole dense di preoccupazioni (di stampo capitalistico, beninteso) tutt’altro che infondate: «Le razze europee manterranno ancora a lungo una eccedenza degna di nota delle nascite rispetto ai decessi?». Calo demografico e immigrazione: in Europa non si sta forse discutendo di questo da molti anni? Allargare la base di valorizzazione e al contempo rendere più economica la sostanza vivente che realizza quella base: un difficile problema che come vediamo ha implicazioni di vario ordine.

Ho pensato al Giappone leggendo le pagine dell’assai istruttivo libro di Grossmann perché quel Paese oggi si confronta con una dinamica demografica molto più problematica di quella europea. Cito, e mi scuso, un mio post del 2015 dedicato appunto al Giappone:

«I giapponesi vantano il non invidiabile primato mondiale per quanto riguarda la loro età media: 44,7 anni. Quella giapponese è, infatti, la popolazione più vecchia del mondo, davanti a quella tedesca e italiana. Alla fine della Seconda guerra mondiale l’età media giapponese si aggirava intorno ai 22,5 anni: esattamente la metà di quella attuale. E se ancora a metà degli anni Settanta del secolo scorso il tasso di natalità in Giappone oscillava sopra il 2%, oggi il Paese deve fare i conti con una decrescita che fa registrare una contrazione della popolazione totale. Sulla scorta di dati basati sulla proiezioni del trend demografico degli ultimi anni, la popolazione giapponese potrebbe passare dagli attuali 125 milioni circa di abitanti a poco più di 80 milioni entro il 2060. La popolazione attiva del Giappone rappresenta una percentuale via via decrescente della popolazione del Paese. Oggi in quel Paese si va in pensione a 70 anni con il 35% dell’ultimo stipendio. L’incidenza delle pensioni sulla spesa pubblica attualmente non supera il 20% del PIL, ma secondo recenti stime questa incidenza potrebbe oltrepassare il 35% entro il 2035. […] Com’è noto, la società del Sol Levante è storicamente chiusa nei confronti di acquisti di popolazioni “barbare”: l’unico gruppo etnico non giapponese che vive nel Paese è quello Ainu, che conta circa 25.000 persone concentrate quasi interamente sull’isola di Hokkaido e sulle Isole Curili. “L’altissimo livello di coesione sociale e razziale della popolazione, che ha sperimentato pochissimi matrimoni misti con etnie diverse”, è alla base di “una coesione che si palesa non solo in un fortissimo senso di identità nazionale e in una specificità culturale, quanto anche – ed è questo che maggiormente impressiona gli occidentali – in una marcata enfasi su principi quali armonia sociale, ricerca del consenso, deferenza generazionale e subordinazione dei desideri individuali al bene collettivo” (P. Kennedy, Verso il XXI secolo, Garzanti, 1993). […] Insomma, la politica della purezza della razza oggi mostra tutti i suoi limiti, e la demografia del Giappone si è incamminata da anni lungo un sentiero molto problematico. Naturalmente qui non si fa riferimento a un’astratta demografia, alla demografia in sé, per così dire, ma alla questione demografica come viene configurandosi nel contesto di una società capitalistica collocata in un pianeta dominato dai rapporti sociali capitalistici. Insomma, una lettura malthusiana di questo problema è, almeno per chi scrive, del tutto priva di senso».

Ritorniamo adesso, per concludere rapidamente, al punto di partenza. Scriveva ieri Cristian Martini Grimaldi sulla Stampa: «Oggi i tassi di natalità più bassi hanno generato un invecchiamento precoce della popolazione e una diminuzione della forza lavoro che hanno messo in serio pericolo la futura crescita economica del Paese. […] Al momento tra le soluzioni contemplate non c’è quella di utilizzare l’immigrazione per compensare il declino. Basti considerare che l’anno scorso sono stati accolti appena 28 richiedenti asilo e 27 nel 2015. Non sorprende dunque se nella relazione annuale sulla politica estera pubblicata ogni anno dal ministero competente si legge già alla seconda pagina: “Il numero di persone che attraversano le frontiere è drammaticamente in crescita a causa della globalizzazione, questo fatto pone una grave minaccia per lo scoppio e la diffusione di malattie infettive”. Nessun cenno quindi alle risorse che potrebbero rappresentare i migranti, si parla solo di un loro potenziale pericolo». E come pensa di supplire all’assottigliamento della base di valore il capitalismo giapponese? È subito detto: automatizzando ogni settore dell’economia, dall’industria, com’è ovvio, ai servizi d’ogni tipo. «Ed ecco allora che lo staff dell’Henna Hotel di Nagasaki è stato rimpiazzato da un’eclettica schiera di robot, tra i quali una signora umanoide che annuisce e regala sprazzi di realistiche espressioni. Ora, per via del costante calo di manodopera, le aziende giapponesi hanno preso a reclutare personale meccanico alla stessa maniera di quello strano hotel».

Se non è possibile estendere fisicamente la base di valore, prosciugando sacche di lavoro umano non ancora “messo a valore”, è necessario intensificare lo sfruttamento di quella stessa base, la quale peraltro tende a restringersi, sia per una questione di calo demografico, sia perché l’intensificazione dello sfruttamento nel Capitalismo avanzato si traduce presto o tardi in un’espulsione di capacità lavorativa divenuta superflua ai fini della valorizzazione. Scriveva Marx: «Nel caso della sottomissione reale del lavoro al capitale, […] si sviluppano le forze produttive sociali del lavoro e, con il lavoro su grande scale, si sviluppa l’applicazione di scienza e macchina nel processo di produzione immediato» (7). Oggi parlerei di sottomissione totale del lavoro al capitale; di dominio totale e totalitario degli uomini e della natura da parte dei rapporti sociali capitalistici.

C’è un aspetto fondamentale della questione che bisogna considerare, e che qui mi limito a sfiorare. Elevando la composizione organica del capitale, espressione monetaria della composizione tecnologica di un’impresa, si innesca un meccanismo che da virtuoso (si eleva il saggio di sfruttamento del lavoro, definito marxianamente come saggio del plusvalore) tende a trasformarsi in vizioso (si abbassa il saggio del profitto, ossia il rendimento dell’intero capitale investito in una produzione di beni). Infatti, il robot può rendere più produttiva la forza-lavoro ma non può creare plusvalore nel processo produttivo di merci, plusvalore che rappresenta la base reale, la “struttura” che sorregge ogni tipo di profitto e di rendita, ogni superfetazione a carattere speculativo. «Non esiste un capitalista il quale applichi di buon grado un nuovo metodo di produzione quando questo, pur essendo assai più produttivo ed aumentando considerevolmente il saggio del plusvalore, provoca una diminuzione del saggio del profitto. Ma un tal metodo fa diminuire il prezzo delle merci» (8), e ciò consente al capitale tecnologicamente più avanzato, per così dire, di battere la concorrenza.

Insomma, i robot non potranno mai diventare la base di valorizzazione del XXI secolo, e questo non per un limite tecnologico o antropologico, ma per un irriducibile limite storico-sociale.

(1) Sul potere sociale della scienza e della tecnologia; Robotica prossima futura. La tecnoscienza al servizio del dominio; Capitalismo cognitivo e postcapitalismo. Qualunque cosa ciò possa significare; Capitalismo 4.0. tra “ascesa dei robot” e maledizione salariale; Accelerazionismo e feticismo tecnologico.
(2) H. Grossmann, Il crollo del capitalismo, Jaca Book, 1976.
(3) K. Marx, Il Capitale, I, p. 345, Editori Riuniti, 1980.
(4) E come teorizzava la stessa Rosa Luxemburg in un saggio del 1913: «La realizzazione del plusvalore è a priori legata in quanto tale a produttori e consumatori non-capitalistici. L’esistenza di acquirenti non-capitalistici del plusvalore è dunque condizione diretta di vita per il capitale e per la sua accumulazione, e rappresenta perciò il punto decisivo del problema dell’accumulazione del capitale» (R. Luxemburg, L’accumulazione del capitale, p. 361, Einaudi, 1980).
(5) K. Marx, Il Capitale, III, p. 317, Editori Riuniti.
(6) K. Marx, Il Capitale, I, p. 103.
(7) K. Marx, Il Capitale, capitolo VI inedito, p. 63, Newton, 1976.
(8) K. Marx, Il Capitale, III, p. 318.