SULLA CRISI BIELORUSSA

Giusto un anno fa il Presidente della Bielorussia Aljaksandr Lukashenko (o Lukašenka) dichiarava di voler difendere la sovranità nazionale del suo Paese dalle mire espansionistiche russe a tutti i costi, se necessario anche con l’uso della forza militare. «La classe dirigente della Bielorussia ha anche pensato, nelle more della crisi ucraina, che la Russia minacciasse il suo territorio con le esercitazioni militari e si è fortemente insospettita per la domanda, da parte di Mosca, di aprire una base militare nel suo territorio» (Limes). Com’è noto, Russia e Bielorussia sono legate da diversi trattati di “fraterno e mutuo soccorso”, a partire dal Trattato di unione tra Russia e Bielorussia firmato nel 1997 e che ha dato vita all’Unione Russia-Bielorussia. Con il tempo però le relazioni tra i due Paesi si sono per così dire raffreddate, soprattutto perché Mosca non ha mai nascosto la sua volontà di riportare la Bielorussia all’interno dello spazio russo.

Ancora alla vigilia delle elezioni del 9 agosto Lukashenko accusava Mosca di volere complottare contro la Bielorussia, ed evocava il pericolo di un «colpo di Stato» ai suoi danni. «C’è qualche forza esterna interessata a una rivoluzione colorata nel nostro Paese», ha ripetuto diverse volte il Presidente baffuto durante la campagna elettorale, con chiare allusioni a Mosca, a Kiev e a Varsavia. Oggi lo stesso “simpatico” personaggio chiede a Putin di difendere la sovranità della Bielorussia dalle solite “ingerenze esterne”. In realtà, e come sanno tutti, ciò che atterrisce Lukashenko non è il nemico esterno (la Nato, l’Unione Europea, l’Ucraina, la Polonia), ma il nemico interno, ossia una popolazione in larga parte toccata dalla crisi economica e sempre più insofferente nei confronti del regime autoritario messo in piedi dal Presidente nel corso di parecchi anni. Al regime di Lukashenko si rimprovera anche una grave responsabilità nella crisi sanitaria dovuta al Covid-19, e infatti, come scrive Iryna Vidanava, «Gli operatori sanitari, delusi dall’incapacità dello stato di proteggerli e sostenerli, si sono uniti alle manifestazioni e hanno parlato apertamente online per la prima volta. Alcuni sono stati arrestati e hanno perso il lavoro. La polizia ha bloccato le proteste e ha perseguitato attivisti, giornalisti e blogger, anche quelli a cui era stato diagnosticato il virus e che erano ricoverati. I tribunali, al soldo del governo, li hanno condannati a pene detentive. Se questo modo di procedere è noto e frequente in Bielorussia, questa volta è stato in qualche modo diverso. La risposta dello Stato alla pandemia di Covid-19 ha portato a un maggiore dissenso nella società, in un maggior numero di gruppi, come mai prima d’ora» (Debates Digital).

La struttura economica del Paese, in gran parte ancora centrata sul vecchio capitalismo di Stato con caratteristiche “sovietiche”, è da anni entrata in un circolo vizioso che non rende più possibile quella politica assistenzialista che tanti consensi aveva portato all’ «ultimo dittatore europeo». Comprare il consenso popolare in tempi di vacche magre è un’impresa molto difficile, e il futuro non promette niente di buono per i lavoratori della Bielorussia, anche per quelli impiegati nelle imprese statali, fonte di inefficienze, sprechi e corruzione – esattamente come accadeva ai “bei tempi” dell’Unione Sovietica. D’altra parte, solo grazie ai “fraterni” aiuti russi il regime di Minsk può sperare di mantenere in piedi «il sistema di welfare che gli garantisce il sostegno delle campagne, degli operai nelle fabbriche, dei pensionati, dei meno abbienti in generale». Ed è esattamente questo “capitalismo assistito” che tanto piace ai rimasugli dello stalinismo italiano.

Ormai da anni si parla in Bielorussia della necessità di una radicale privatizzazione dell’economia del Paese, prospettiva che genera sogni e appetiti in alcune persone, mentre in molte altre è fonte di incubi e di preoccupazioni. Non si escludono – tutt’altro! – divisioni e scontri nel seno dello stesso regime bielorusso intorno alla possibile divisione della torta, ed è anche alla luce dei forti interessi economici in gioco che va letta l’attuale crisi che scuote un Paese schiacciato nella morsa della competizione interimperialistica.

Una volta il Presidente del Venezuela Hugo Chávez definì la Repubblica di Bielorussia come uno «Stato modello»: si tratta di capire di che “modello” parliamo. Ricordo che allora (2007) Slavoj Žižek, che molte illusioni si era fatto sul caudillo di Caracas, definì «folle e catastrofica» la presa di posizione di Chávez; io, nel mio infinitamente piccolo, mi sono fatto quattro crasse risate sulle reazionarie illusioni dell’intellettuale sloveno, il quale dimostrava ancora una volta che l’intelligenza non sorretta dalla coscienza (“di classe”) non basta a capire il mondo.

Leggo da qualche parte: «È opportuno precisare subito che il presidente bielorusso non è un comunista, ma un “paternalista autoritario”, fautore di “un’economia di mercato socialmente orientata”» (Sinistrainrete). Mi chiedo perché qualcuno avverte la premura di “precisare” ciò che dovrebbe essere ovvio per chi abbia in zucca un minimo, non un massimo, di intelligenza storica e politica. Evidentemente in Italia c’è qualcuno (vedi i «rimasugli» di cui sopra) che non si vergogna di accostare quel personaggio al “comunismo”, e qualcun altro che sente il bisogno di contraddirlo. Polemiche che non mi riguardano – ma che la dicono lunga sul cosiddetto “comunismo italiano”.

Il quotidiano on line Tut.by ha riportato che a fermarsi, nonostante gli inviti a riprendere il lavoro dei dirigenti, sono stati anche i lavoratori di importanti aziende come la Naftan (idrocarburi), la MZKT (veicoli pesanti), la MTZ (trattori) e la BMZ (acciai).I lavoratori chiedono la fine della repressione, giustizia per coloro che hanno subito violenze, il rilascio dei prigionieri politici, la consegna dei responsabili dei tre morti durante gli scontri ed ovviamente nuove elezioni con nuovi candidati» (Notizie Geopolitiche). Lukashenko si era illuso di poter liquidare le proteste nel giro di pochi giorni, usando con l’usuale spietatezza il pugno di ferro repressivo; ma non è stato sufficiente sbattere in galera migliaia di manifestanti e mandare all’ospedale centinaia di essi, per piegare il movimento di lotta, che peraltro ha ottenuto la scarcerazione di gran parte degli arrestati. Quando si dice che l’unità fa la forza!

Per tenere a bada le «mire annessioniste» di Mosca e controbilanciare le pesanti avance di marca europea, Minsk si è avvicinata a Pechino, desiderosa di crearsi una base economica nel cuore del Vecchio Continente: «Prima del 2014, la Cina giocava tutte le sue carte sull’Ucraina. Ora, dopo i capolavori russo-occidentali sul territorio di quel Paese, la Cina si volge facilmente verso Minsk. Xi Jinping ha chiamato la Bielorussia “la perla della Belt&Road”» (Formiche.net). Come ricordava Orietta Muscatelli qualche giorno fa, «Il primo leader internazionale a congratularsi con Lukasenka per l’improbabile 80% dei voti è stato il presidente cinese Xi Jinping, deciso a fare della Bielorussia un hub commerciale tra Europa e Asia, poi si vedrà. A Bruxelles, come a Washington e pure a Mosca se ne prende nota, con una certa comprensibile preoccupazione» (Limes). Questo per dire della complessità geopolitica della vicenda, e del resto è sufficiente osservare la collocazione geografica della Bielorussia per farsi un’esatta idea della questione. Di certo quel Paese soffre molto la sua condizione di “zona di cuscinetto” tra Est e Ovest, sebbene cerchi di ricavarne qualche “utilità marginale”.

Naturalmente il virile Vladimir è ben contento di “aiutare” il sempre più traballante e indifendibile Presidente bielorusso, visto che da tempo “lo Zar” «vuole fissare la Russia Bianca (Belaja Rus’) in modo definitivo nell’orbita del Cremlino. Preoccupata dalla penetrazione cinese e occidentale, Mosca intende fissare Minsk nella sua orbita. Lukašenka punta sul nazionalismo e su un’integrazione che preservi la sovranità del paese. Molto dipenderà da quanto faranno gli Usa in Polonia. Mosca di Lukasenka può fare a meno, ma della Bielorussia no. Persa l’Ucraina nel 2014, per il Cremlino è ancora più vitale il controllo sulla ‘Russia Bianca’, fascia di sicurezza sul suo fianco occidentale, collegamento strategico verso Berlino, verso l’enclave militarizzata di Kaliningrad e il Baltico europeo, come pure verso il Mar Nero e la Crimea. Per Mosca, è decisivo un “avvicinamento intensivo”, da ottenere utilizzando la leva economica» (Limes). Oggi per Putin si apre la possibilità di utilizzare anche la leva militare (magari in modo “informale”, come ha fatto in Ucraina (*) e altrove nel suo cortile di casa), che peraltro porta risultati in un tempo assai più breve, anche se la cosa si presta a complicazioni di vario genere e certamente di non agevole gestione. Se puntellare l’attuale Presidente bielorusso dovesse farsi per la Russia troppo dispendioso sul piano delle relazioni economiche e diplomatiche, Putin potrebbe giocarsi una carta di riserva fra le diverse che gli analisti gli accreditano. Ad esempio, qualcuno pensa che «a Mosca stanno cercando di mandare al potere Viktor Lukashenko, il figlio del leader e uomo di formazione “gorbacioviana”» (Formiche.net). L’evocazione di Gorbaciov non so quanto possa assicurare i sostenitori dell’alleanza strategica tra la Russia e la Bielorussia.

Intanto, dopo qualche giorno di esitazione, l’ex batka (“babbo”: sic!) dei bielorussi ha ripreso a usare la sua solita retorica violenta e nazionalista contro i manifestanti, accusati di essere dei fascisti al servizio dell’imperialismo occidentale, e, com’è noto, con i “fascisti” e con i “traditori della Patria” non si tratta. Riferendosi al Consiglio di coordinamento dell’opposizione, istituito dalla rivale Svetlana Tikhanovskaja, Lukashenko ha dichiarato che «La creazione di un organo parallelo e alternativo per usurpare il potere è punibile dalla legge. Voglio ribadire che se pensano che le autorità qui si sono incrinate e ora stanno traballando, si sbagliano: voglio sottolineare che abbiamo qualcuno su cui appoggiarci. Pertanto, non vacilleremo. Percorreremo la nostra strada, come dovremmo fare» (La Repubblica). Il Presidente ha ordinato il Ministro degli Interni a porre senz’altro fine alla protesta; in effetti l’ex uomo forte di Minsk cerca di guadagnare tempo alternando promesse di carota e minacce di bastone, sperando nelle more di fiaccare la resistenza dei manifestanti, i quali rischiano non solo il carcere ma anche la disoccupazione, e di logorare e dividere l’opposizione politica, magari per giungere a un “onorevole” compromesso.

Da parte sua l’Unione Europea ha fatto sapere di non riconoscere il risultato delle elezioni del 9 agosto, come richiesto a gran voce dall’opposizione al regime; «” Oggi mandiamo un messaggio chiaro e solidale con il popolo bielorusso e non tolleriamo impunità. L’Ue imporrà presto sanzioni contro un importante numero di persone responsabili delle violazioni contro i manifestanti e contro i responsabili delle frodi nel voto”, ha annunciato il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel» (La Repubblica). Berlino e Parigi hanno subito precisato che il problema bielorusso non è un problema geopolitico, non è e non deve diventare un fatto che possa in qualche modo modificare l’assetto geopolitico dell’area che confina con lo spazio russo, e questo a voler rassicurare Mosca, con la quale si spera di poter trovare una “soluzione politica” alla crisi. Come se la soluzione militare non fosse la continuazione della “soluzione politica” con altri mezzi, come sa benissimo la Russia di Putin. Questo detto en passant. Insomma, a Est come a Ovest si lavora per un cambio di regime che sia il meno traumatico possibile. Tuttavia, il problema presenta troppe incognite, e la sua soluzione appare tutt’altro che facile, cosa che porta a non escludere un esito violento della crisi. Scrive Vittorio Emanuele Parsi: «Allo stato attuale, solo un ammutinamento interno al regime (del tipo di quello che portò alla destituzione di Ceausescu in Romania nel 1989) o un colpo di palazzo “tattico”, volto a cambiare tutto perché nulla cambi (come quello che depose Mubarak in Egitto nel 2011), potrebbero dar luogo a una transizione morbida.  Ma mancano sia le condizioni interne sia quelle internazionali perché ciò sia probabile. Mubarak era comunque l’espressione del potere politico e del privilegio economico detenuto gelosamente dall’esercito da oltre 60 anni. Quando Ceausescu venne deposto e fucilato, l’Urss di Gorbaciov era nel pieno della sua crisi terminale. Lukashenko non si è fatto – e non si farà – nessuno scrupolo nell’usare il pugno di ferro» (Il Messaggero). Naturalmente Parsi auspica un ruolo maggiormente “assertivo” dell’Occidente, soprattutto dell’Europa: «Si tratta di una rotta difficile da tracciare e ancor di più da mantenere, mentre il nocchiero americano è distratto e incapace e la via tedesca sta rapidamente “facendo pratica”». Naturalmente l’anticapitalista non può che mettersi di traverso nei confronti di questo auspicio.

Non ho mai dato alcun credito, né tanto meno alcun sostegno politico, alle cosiddette “rivoluzioni colorate” (e alle “primavere arabe”); questo però non significa che io non solidarizzi con i movimenti sociali che in qualche modo cercano di reagire all’oppressione politica e a condizioni sociali sempre più insopportabili. E questo anche quando la reazione delle classi subalterne assume forme che personalmente giudico non solo politicamente sbagliate, ma senz’altro reazionarie se guardate dal punto di vista anticapitalista. Contestare un regime politico-istituzionale che è al servizio del dominio capitalistico sostenendo le ragioni delle forze che aspirano a sostituirlo in quella ultrareazionaria funzione non rappresenta alcun guadagno per i lavoratori, per i disoccupati, per gli strati sociali in via di proletarizzazione. Chi lavora per l’autonomia di classe non può far mancare la sua critica solo perché al momento essa appare, come in effetti è, del tutto ininfluente sul reale processo sociale. Simpatizzare e, al contempo, criticare rappresentano a mio avviso due facce di uno stesso approccio politico ai movimenti sociali. In ogni caso questo vale per me; per me che scrivo dall’Italia e non dalla Bielorussia.

Sintetizzo la mia posizione: Contro il regime di Minsk; contro il Sistema Imperialista Unitario; sostegno alle lotte dei lavoratori e degli studenti bielorussi.

 

* Sulla crisi ucraina rimando ad alcuni post:

L’IMPERIALISMO ENERGETICO DELLA RUSSIA

IL PUNTO SULLA “QUESTIONE UCRAINA”

SULLA CRIMEA E SUL MONDO

DUE PAROLE SULLA CRIMEA

KIEV. ANCORA SANGUE A PIAZZA MAIDAN

L’UCRAINA E I SINISTRI PROFETI DI CASA NOSTRA

L’UCRAINA DA LENIN A LUCIO CARACCIOLO

INTRIGO UCRAINO

 

SULLA CATASTROFE LIBANESE

 

Chi chiama in causa la “tragica fatalità”, l’incidente, l’incuria e la negligenza per spiegare la catastrofica esplosione che il 4 agosto ha devastato Beirut, non solo confessa un’assoluta ignoranza circa la realtà sociale, politica e geopolitica del Libano, ma si rende artefice di un cinismo che definire odioso sarebbe ancora troppo poco. Lo stesso primo ministro libanese, Hassan Diab, ha dovuto ammettere solo alcune ore dopo il micidiale evento, che l’esplosione era stata causata da «sostanze chimiche pericolose» (quasi 3.000 tonnellate di nitrato di ammonio, utilizzato per i fertilizzanti ma anche per costruire bombe) che erano state immagazzinate nel porto della capitale libanese negli ultimi sei anni, e che lì sono rimaste nonostante i numerosi (almeno sei!) avvertimenti degli ufficiali portuali sull’estremo pericolo rappresentato da quel materiale, conservato male e probabilmente manipolato anche da forze paramilitari interessate . «Vi prometto che questa catastrofe non passerà senza responsabilità. I responsabili pagheranno un caro prezzo», ha dichiarato il premier libanese alla televisione. Già, chi sono i veri responsabili della tragedia? Intanto i capri espiatori cui addossare la responsabilità della carneficina per placare una popolazione a dir poco esasperata sono già stati individuati e consegnati alla “giustizia”; paradossalmente, se di paradosso si può seriamente parlare alla luce della caotica situazione libanese, chi negli anni aveva dato l’allarme, oggi si ritrova a un passo da una dura condanna. Tuttavia non si escludono nei prossimi giorni sviluppi ancora “più eclatanti”, anche perché i fatti del 4 agosto possono accelerare una resa dei conti finale interna al regime libanese risalente nel tempo e dagli esiti davvero imprevedibili. Come giustamente ammonisce Albero Negri, «se la casa del tuo vicino brucia, prima o poi le fiamme arriveranno nella tua casa» (Il Manifesto).

«Una violenta protesta antigovernativa è scoppiata ieri notte a Beirut nella zona del Parlamento: lo scrive la Bbc online, che riporta scontri tra decine di dimostranti e forze dell’ordine. La polizia ha lanciato gas lacrimogeni per disperdere i manifestanti scesi in strada per denunciare il malgoverno in seguito all’esplosione di martedì che ha provocato almeno 137 morti e 5.000 feriti» (Ansa, 6 agosto). Anche il Presidente francese sta cercando di cavalcare il malessere sociale della popolazione libanese per rafforzare la presenza della Francia nel “Paese dei cedri” e cogliere di sorpresa la concorrenza imperialistica – Italia e Turchia, in primis. «Il Libano non è solo», ha dichiarato Emmanuel Macron: «Sono venuto a portare un messaggio di sostegno, di amicizia, di solidarietà». Com’è umano, signor Presidente! «La Francia, considerata una seconda patria da molti libanesi per i forti legami storici, coglie ora l’occasione per completare una complessa azione diplomatica iniziata in autunno, con l’esplosione delle proteste, e bloccata in una impasse» (Il Sole 24 Ore). Ah, ecco. Che ingenuo sono stato a concedere un minimo di credito umanitario a Macron! Il problema è che l’ingenuità ha contagiato anche la disperata popolazione libanese, che infatti ha accolto Macron come una specie di liberatore dei diseredati. Anche questo rientra nel concetto di catastrofe, che peraltro in questa peculiare accezione (impotenza delle classi subalterne) non riguarda solo il Libano, come ben sappiamo noi occidentali.

Dalla Libia al Libano è tutto un groviglio di molteplici e contrastanti interessi economici, energetici e geopolitici coltivati e difesi da potenze regionali e mondiali; inutile dire che l’Italia è, “nel suo piccolo”, parte molto attiva di questo scenario, come attesta d’altra parte la sua forte presenza economica in Libia e la sua significativa presenza militare in Libano. A proposito di Libia, è noto che da anni l’Italia finanzia e supporta in diversi modi il sistema concentrazionario di quel Paese avente il compito di arrestare il flusso degli immigrati che scappano dalla fame e da altri flagelli sociali, e che per questo sono disposti ad affrontare ogni sorta di pericolo. Si tratta di una «catastrofe umanitaria» che gran parte dell’opinione pubblica italiana finge di non vedere perché per molti la vita di quei disperati non vale niente – se non il misero salario che alcuni di loro ricevono come lavoratori “in nero”. Italia brave gente, come no!

Da decenni si parla del Libano nei termini di una polveriera, e purtroppo non si è mai trattato di una metafora. Circa 120mila libanesi sono morti, ad esempio, nel corso della lunga guerra civile (1975-1990) che ha visto soprattutto Israele, l’Iran e l’Iraq disputarsi il controllo del Paese anche attraverso i numerosi gruppi settari nazionali. Scriveva Lorenzo Trombetta prima della tragica esplosione di tre giorni fa: «Sullo sfondo del rapido impoverimento di una società senza prospettive gravano timori di guerre interne e regionali, allarmi di carestie, incremento di suicidi e criminalità. L’estate libanese potrebbe essere l’ultima di un sistema ormai al collasso. Cento anni dopo la sua nascita e trenta dopo la fine formale della guerra civile, stanno crollando una dopo l’altra le certezze che lo hanno tenuto in piedi. E che, per lunghi tratti della sua storia, lo hanno mostrato al mondo e ai libanesi stessi come luogo di incontro e negoziazione. Dove fare affari e arricchirsi, ma anche nascondersi dalla legge, riciclare e riciclarsi, per poi riapparire puliti e vincenti. Come neve al sole si sta sciogliendo di fronte ai nostri occhi quel che rimaneva della patina di normalità che rendeva ancora il Libano un luogo accettabile, presentabile se visto dal buco della serratura. Il Libano è un giocattolo rotto e irreparabile» (Limes). Il 4 agosto il «giocattolo» è andato in mille pezzi, e nessuno oggi può dire come reagirà una popolazione già stremata dalla crisi economica e sempre più astiosa nei confronti dell’intera compagine politica del Paese, asserragliata nel bunker di una “partitocrazia settaria” (soprattutto in rappresentanza di cristiani, sciiti e sunniti) che risponde agli interessi delle varie e assai bellicose fazioni borghesi, nonché delle potenze regionali che, come già detto, da sempre si disputano il controllo del Libano (1), una pedina assai importante dello scacchiere mediorientale (2).

Scrive Alberto Negri: «Le sanzioni Usa all’Iran e alla Siria hanno affondato ancora di più le economie regionali come quella libanese. In tutto questo il maggiore alleato americano, Israele, si è annesso ufficialmente parti di questi Paesi, come il Golan siriano e Gerusalemme, sfoderando i piani di annessione della Cisgiordania palestinese. Un esempio imitato dal Sultano atlantico Erdogan a spese di curdi nel Nord della Siria e nella Tripolitania libica: un’annessione ne nasconde spesso un’altra. Ogni giorno Israele bombarda la Siria, il vicino del Libano, dove ha colpito Hezbollah e pasdaran iraniani: c’è da meravigliarsi se sulla linea del cessate il fuoco, dove è di stanza l’Unifil con 1500 soldati italiani, la tensione sia perenne?» (Il Manifesto). No di certo. Concludo, per adesso, la riflessione evocando un concetto che secondo me ha molto a che fare anche con ciò che è accaduto e accadrà in Libano (e non solo) in termini di carneficina e di miseria: Sistema Mondiale del Terrore – o società capitalistica mondiale che dir si voglia. Certo, anche il concetto di Imperialismo Unitario (ma non unico, tutt’altro!) (3) va benissimo, concettualmente e politicamente: via l’esercito italiano dal Libano! Tanto per cominciare.

 

(1) Il Libano è uno Stato artificiale, come tantissimi altri Stati in Asia e in Africa, disegnati sulla carta geografica in modo da corrispondere agli interessi e ai conflitti interni delle Potenze coloniali, e ciò con sovrano disprezzo per le reali condizioni storiche e sociali delle regioni sottoposte alla manipolazione geopolitica. Il nucleo originario dell’attuale Stato libanese è la zona cristiano-maronita del Monte del Libano, poco a nord di Beirut, ma tutta la zona per secoli ha fatto parte della Siria («Grande Siria»). Dopo la Prima guerra mondiale, le potenze coloniali europee hanno approfittato della decomposizione dell’Impero ottomano per insediarsi in tutta l’area mediorientale, contrastandone ogni fermento di indipendenza nazionale. Nel 1920 la Francia ottiene il mandato sul Libano, e annette all’antico nucleo cristiano i circostanti territori musulmani. Contro i movimenti nazionalisti che sventolavano la bandiera della Nazione Araba, Parigi adottò la ben nota politica del divide et impera, intesa a mettere in reciproca contrapposizione le diverse etnie e i diversi gruppi sociali che abitavano il territorio controllato dalla Francia, la quale cercò di favorire i cristiani a scapito dei musulmani, realizzando le condizioni del “conflitto settario” che dura tuttora. Scrive Paolo Maltese: «Il potere francese, invece di giocare come gli inglesi la carta dell’unità araba appoggiandosi sulla borghesia urbana, badò, infatti, a garantire l’autonomia di ognuno degli elementi che facevano parte di questo impasto di arabi, turchi, curdi, drusi, armeni, alauiti, le cui divisioni erano ancor più precisate dalle differenze confessionali» (Nazionalismo arabo e nazionalismo ebraico, 1798-1992, p. 106, Mursia, 1992). L’indipendenza del Libano ottenuta nel 1945 non cambiò di molto la situazione del Paese, soprattutto per ciò che riguardava la sua collocazione geopolitica: esso fu costretto a orbitare nell’area di influenza francese. Col tempo però la Francia dovrà lasciare campo libero agli Stati Uniti, pur mantenendo con il Libano robusti legami economici e politici. La guerra civile libanese iniziata nel 1957 aprì il lungo e sanguinoso ciclo delle “guerre per procura” che conobbe a metà degli anni Settanta un picco soprattutto a causa delle iniziative belliche di Siria e Israele, entrambi interessati a controllare direttamente almeno una parte del Libano.  «La guerra cristiano-palestinese del 1975-1976 porterà all’intervento iniziale siriano in difesa della falange e dei e dei cristiani maroniti e al truce massacro del campo palestinese di Tal el Zaatar. […] Nel giugno 1982 l’esercito israeliano dava inizio all’operazione “Pace in Galilea”, penetrando in Libano per scacciare i palestinesi con la tacita tolleranza siriana, ma non con quella di Washington, come talvolta è stato affermato da chi, in ogni mossa di Israele, ha voluto vedere la complicità americana. […] Gli israeliani arrivarono sino a Beirut – coi siriani fermi a nord – accolti a braccia aperte dai cristiani e salutati con benevola neutralità da buona parte della popolazione araba, ostile, a sua volta, ai palestinesi, alla cui responsabilità imputava buona parte del disastro. A settembre, dopo tre mesi di assedio, i guerriglieri e la dirigenza dell’OLP furono costretti a lasciare Beirut per rifugiarsi a Tripoli del Libano. In quello stesso periodo, gli israeliani si ritiravano nel sud del Libano, allontanandosi da Beirut all’indomani del massacro di Sabra e Chatila» (Ivi, p. 243).
(2) «Il Libano sta attraversando uno dei periodi più bui della sua storia. I conti pubblici, gravati dal secondo debito più alto al mondo, non hanno retto più. Le manifestazioni oceaniche dello scorso autunno hanno sì portato ad un cambio di governo, ma anche il nuovo esecutivo non è riuscito a trovare una soluzione efficace. E così il 9 marzo, quando il coronavirus cominciava a farsi strada anche nel Paese dei Cedri, il nuovo governo non ha pagato un Eurobond da 1,2 miliardi di euro in scadenza, dichiarando peraltro l’impossibilità di pagare tutti gli altri a venire. Da allora è entrato ufficialmente in default. E pensare che questo piccolo Paese di neanche sette milioni di abitanti negli anni 70 era chiamato la Svizzera del Medio Oriente. E che fino a qualche anno fa veniva definito il regno delle Banche, un Paese dollarizzato, con una valuta locale forte ancorata da oltre 20 anni al biglietto verde. Ancora nel 2018 i depositi superavano di tre volte il Pil e gli istituti di credito macinavano profitti. In pochi anni è sprofondato nel club dei Paesi poveri. In settembre, dopo un anno di grave crisi, il 33% per cento della popolazione era precipitato sotto la soglia relativa di povertà. In marzo sotto la soglia relativa di povertà si trovava quasi metà della popolazione, il 45%, di cui il 22% in estrema povertà. Da allora, complice anche la pandemia di Covid19, le cose non hanno fatto altro che peggiorare. Tutti i servizi si base sono allo sfascio. Le principali vie e le piazze restano al buio per mancanza di energia elettrica. La parabola della società elettrica libanese, in rosso cronico, inghiottita dalla corruzione, ha fatto sì che i blackout martoriassero la capitale. Chi può si arrangia con i generatori privati, ammesso e non concesso che trovi il carburante per farli funzionare. Gli altri si devono adattare. […] Il Libano è vittima di un gioco più grande di lui, di una regione in fiamme, di cui è stato investito. Ma soprattutto è vittima di una corruzione dilagante e di un élite composta da grandi famiglie storiche che si spartisce su base confessionale il potere. » (R. Bongiorni, Il Sole 24 Ore).
(3) Questo concetto cerca di esprimere una realtà (l’imperialismo mondiale del XXI secolo) altamente complessa, composita e conflittuale. Esso non ha dunque nulla a che vedere con il Super Imperialismo di kautskiana memoria. Necessariamente conflittuale al suo interno, l’Imperialismo Unitario è radicato in un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che domina l’intero pianeta, e si rapporto con le classi subalterne come un solo Moloch sociale. Il concetto di Sistema Mondiale del Terrore è stato da me “elaborato” anni fa con un preciso intento polemico nei confronti della cosiddetta guerra al terrorismo (per chi scrive terrorizzante e terroristica è la società mondiale presa nella sua disumana totalità): rimando al PDF intitolato La radicalizzazione del male. Ovvero: il Sistema Mondiale del Terrore.

CRESCE LA RIVALITÀ STRATEGICA TRA CINA E INDIA

È impossibile, e comunque sarebbe a mio avviso sbagliato, sottovalutare quanto è avvenuto lo scorso lunedì lungo la frontiera sino-indiana segnata dalla catena himalayana. Alludo naturalmente allo scontro (in teoria senza l’uso di armi da fuoco, come prevede un accordo tra i due giganti asiatici firmato, se non sbaglio, nel 1998) tra l’esercito indiano e quello cinese che avrebbe provocato la morte di almeno venti soldati indiani – mentre Pechino omette di denunciare il numero dei suoi caduti. «Il quotidiano nazionalista cinese Global Times in un editoriale, pubblicato in cinese e inglese, ha affermato che Pechino ha rifiutato di rivelare il numero di vittime cinesi “al fine di evitare confronti e prevenire un’escalation”» (Il Sole 24 Ore). La saggezza diplomatica del Celeste imperialismo è davvero sconfinata, e d’altra parte Pechino predilige la tattica assai concreta del fatto compiuto: poche parole e molti fatti, mentre l’India con la Cina (la cui economia è quattro volte più grande di quella indiana) è costretta ad applicare la tattica opposta. Di qui, lo schiamazzo degli indiani e il profilo basso dei cinesi, venduto dai media cinesi all’opinione pubblica internazionale come prova del pacifismo con caratteristiche cinesi. Sarebbe tuttavia sbagliato sottovalutare la capacità di iniziativa messa in campo negli ultimi anni dall’India anche in chiave anti-cinese, e proprio nella zona contesa dell’Himalaya.

Comunque sia, «fonti di intelligence indiane riportate dalla stampa indiana ma non confermate da altri fonti parlano di 50 morti tra i soldati cinesi». Per uno scontro consumatosi, a quanto è dato sapere, a colpi di bastoni, di mazze ferrate e lancio di pietre, si tratta di un bilancio davvero notevole. Pare che alcuni soldati di ambo gli eserciti siano rimasti vittime di un ambiente naturale molto ostile: montagne alte cinquemila metri e temperature molto basse. Violente sono state anche le reazioni dell’opinione pubblica dei due Paesi, il cui nazionalismo negli ultimi anni è cresciuto moltissimo grazie alla massiccia propaganda nazionalista orchestrata dai rispettivi regimi. In entrambi i Paesi molta gente invoca la vendetta: «Su Instagram girano i video dei cittadini indiani che spaccano apparecchi elettronici cinesi» (Formiche.net), mentre «sui social network cinesi, alcuni utenti di Internet hanno chiesto all’esercito cinese di vendicarsi. “Se non colpiamo a morte l’India, questo tipo di provocazione non si fermerà mai”, ha scritto un utente della rete Weibo» (Il Sole 24 Ore). Diciamo pure che indiani e cinesi si disprezzano a vicenda molto intensamente, come non accadeva da tempo, e sull’orgoglio dei primi brucia ancora il ricordo delle sconfitte patite dall’esercito indiano ad opera di quello cinese nel 1962 (nel Tibet) e nel 1967 (nel protettorato del Sikkim).

In effetti, negli anni Sessanta del secolo scorso si infranse definitivamente il “sogno” di un’alleanza strategica sino-indiana, economicamente fondata sul capitalismo di Stato, in grado di emancipare i due Paesi dal giogo imperialistico delle vecchie e delle nuove potenze mondiali. Mentre allora la Cina si allontanò rapidamente dall’Unione Sovietica, rivelatasi un  “Paese fratello” tutt’altro che affidabile, l’India percorse la strada opposta, e di fatto entrò stabilmente nell’orbita sovietica proprio in chiave anti-cinese.

Dopo gli scontri nella Valle di Galwan l’India ha immediatamente dichiarato il massimo stato di allerta lungo i 3500 chilometri della linea di confine (tracciata definitivamente dall’Inghilterra coloniale nel 1914) con la Cina, sebbene New Delhi si sia affrettata a rassicurare Pechino sulla sua inalterata “disponibilità al dialogo” tra le due parti al fine di abbassare la temperatura e allentare le tensioni. L’ultimo episodio conflittuale tra i due Paesi che ha provocato vittime risale al 1975, e quindi si tratta di capire se nel corso degli anni sono avvenuti significativi cambiamenti nelle loro relazioni. Inutile dire che gli indiani hanno attribuito la responsabilità del fattaccio interamente ai cinesi, che lo avrebbero preparato subdolamente, e che i cinesi hanno fatto la stessa cosa ai danni dei cugini asiatici, accusati di aver cercato cinicamente lo scontro.

La “stazza” geopolitica, militare (con un cospicuo arsenale atomico) e sociale dei due Paesi (la cui popolazione complessiva è pari al 40% di quella mondiale) è troppo imponente per consentire una rapida derubricazione dell’episodio cruento a banale scaramuccia frontaliera tra soldati innervositi e frustrati. Allo stesso tempo, non si può non sorridere dinanzi alle chiacchiere dell’analista geopolitico superficiale, di solito orientato in senso “progressista”, secondo il quale si tratterebbe di un episodio di altri tempi, di un fatto anacronistico che mal si concilia con la natura “intelligente” (vedi il concetto di soft power) del moderno conflitto tra Paesi che aspirano a recitare un ruolo da protagonista sulla scena mondiale. Niente di più sbagliato: si tratta invece di un fatto spiegabile solo a partire da quanto produce questo tempo, il tempo scandito dalla competizione sistemica mondiale tra imprese, Paesi e Continenti.

Anche se si fosse trattato di un episodio accidentale, di «una missione organizzata sul posto, un regolamento di conti tra contingenti locali, e non un’azione pensata per aprire un conflitto più allargato», come sostiene l’analista di Limes Giorgio Cuscito, occorre anche considerare il contesto generale nel quale quella «scaramuccia» si inquadra. Ebbene, i fatti del 15 giugno entrano perfettamente in sintonia con il quadro delle attuali relazioni indo-cinesi, ed è importante prenderli seriamente in considerazione non tanto perché possono far precipitare la situazione, ma in quanto sintomi di una situazione.

Nicola Missaglia, esperto di India dell’Ispi, allarga la visuale e punta i riflettori anche sulla «costruzione di una strada frontaliera da parte dell’India, una via di collegamento logistica per una base militare nell’area che non piace alla Cina». Ma c’è dell’altro, sempre secondo Missaglia: «A questo dobbiamo aggiungere che la Cina ha detestato la decisione indiana di separare il Jammu e il Kashmir perché in quella contesa indo-pakistana ci finisce in mezzo il China Economic Corridor, e Pechino è preoccupata da alcune dichiarazioni forti della componente politica del primo ministro, il nazionalista Nerendra Modi, secondo cui gli indiani dovrebbero spingersi ad approfondire il proprio controllo anche in aree del Kashmir pakistane». Il corridoio di cui parla Missaglia è strategicamente molto importante perché collega Pechino al «supporto logistico militare» realizzato dai cinesi nel 2018 nel porto di Gwadar (provincia pakistana del Balochistan), e perché attraversa la zona di collegamento tra Tibet e Xinjiang, due regioni periferiche che, com’è noto, sono molto “problematiche” per il regime cinese. Tra l’altro Washington non ha mancato di ricordare a Islamabad, già accusata da Trump di ospitare gli estremisti di Haqqqani, organizzazione affiliata al gruppo militante talebano, che il suo legame sempre più stretto con Pechino non può non avere conseguenze negative, anche sul piano finanziario, sulle relazioni Usa-Pakistan.

«Di fatto – osserva ancora Missaglia – siamo davanti a due potenze emergenti che si stanno mandando segnali. Non credo che sia nell’interesse di nessuno fare una guerra nucleare, ma è una situazione da tenere sotto controllo. Certamente ha contribuito ad arrivare a questo punto anche l’effetto della pandemia. La Cina non ha gradito la chiusura dei confini e della vendita di materiale sanitario nelle fasi più critiche dell’epidemia da parte dell’India, ma ora sta ripartendo e su questo piano è in vantaggio rispetto a New Delhi, che invece è ancora nel mezzo della crisi» (Formiche.net).

C’è anche da prendere in considerazione la sindrome dell’accerchiamento che colpisce entrambi i Paesi. «L’India si sente accerchiata dalla Cina, che sostiene il suo arcinemico (Pakistan) e prova a sottrarle influenza nell’estero vicino (Bangladesh, Myanmar, Sri Lanka, Nepal, Maldive) attraverso le nuove vie della seta» (F. Petroni, Limes); ma anche la Cina si sente accerchiata dall’India, che si avvicina sempre più agli Stati Uniti, al Giappone, all’Australia, al Vietnam, all’Indonesia e a tutti i Paesi del Pacifico Meridionale che percepiscono come una minaccia imminente il forte attivismo marittimo-militare della Cina. «Tuttavia, Delhi è storicamente refrattaria a schierarsi nettamente contro Pechino. Per esempio, non si è accodata alle invettive più veementi dell’amministrazione Trump in tema di virus. È da vent’anni almeno che è sempre più sensibile ai corteggiamenti americani, cedendo anno dopo anno a un’avance in più di Washington. Non le si concederà del tutto, ma episodi come questo la indurranno a far cadere altri tabù e altre insicurezze nell’affrontare direttamente i cinesi. D’altronde, dal punto di vista di Pechino, gli scontri in corso possono essere interpretati proprio come un modo per testare la risolutezza di Delhi. Per ammonirla che una posizione più filoamericana comporta violenza alle porte di casa. Per questo occorrerà osservare attentamente come terminerà questa disputa» (Ivi). Un editoriale comparso l’altro ieri sul Wall Street Journal suggeriva a Trump di lasciar perdere le polemiche e le beghe politico-elettorali interne per approfittare della situazione creata dagli scontri che hanno avuto per scenario le splendide cime dell’Himalaya. Non c’è dubbio, «occorrerà osservare attentamente come terminerà questa disputa».

Può essere di qualche utilità, per concludere, vedere come qualche anno fa il generale Carlo Jean tratteggiava i rapporti di forza tra India e Cina e la dimensione geopolitica del loro confronto: «Dal punto di vista militare, la Cina possiede una netta superiorità sull’India ed è in grado di accrescere ulteriormente il proprio vantaggio, in quanto possiede un’industria degli armamenti molto più efficiente di quella indiana. La competizione fra la Cina e l’India si sviluppa in Asia centrale, nel Golfo e in Africa, soprattutto con strumenti economici e diplomatici. Nell’Oceano Indiano, è rilevante anche la competizione militare, soprattutto in campo navale. In essa, la Cina è favorita dal fatto che l’India deve destinare gran parte delle sue risorse all’Esercito, data la possibilità di un nuovo conflitto con il Pakistan. La Cina, invece, può dedicarle alla Marina e alle forze di proiezione di potenza, pur dovendo mantenere un forte esercito da utilizzare contro rivolte sociali e tentativi di secessione dal Tibet e dallo Xingkiang. Inoltre, il maggior livello tecnologico dell’industria degli armamenti cinese ha ampiamente affrancato la Cina dall’importazione di armamenti dalla Russia, mentre l’industria della difesa indiana dipenderà dall’estero ancora a lungo. La geografia e la storia non favoriscono però la Cina. Il Mar Cinese Meridionale è chiuso dagli Stretti della Malacca e la Cina, a differenza dell’India, è considerata una potenziale minaccia da tutti i paesi della regione. Non appena la politica di Pechino diventerà più assertiva, tutti questi paesi ricercano la protezione militare degli Usa, ma anche rafforzano i loro legami strategici con l’India» (Geopolitica del mondo contemporaneo, Laterza, 2013).

 

È QUESTA LA VERITÀ SU REGENI!

«La verità su Regeni è il Sistema Mondiale del Terrore (o società capitalistica mondiale che dir si voglia), di cui fanno parte a pieno titolo l’Italia e l’Egitto» (Tutto il male del mondo. Quale verità per Giulio Regeni?).

«C’è anche l’ok del consiglio dei ministri e a questo punto la vendita delle navi da guerra all’Egitto è solo una formalità. Manca l’ultima firma di un ambasciatore, ma quel che conta è l’assenso al termine di un’informativa di Giuseppe Conte. Con il regime di Al-Sisi ha prevalso la logica dell’appeasement e non quella dei pugni sul tavolo. Carmelo Miceli (PD), responsabile nazionale per le Politiche della sicurezza, ribatteva già ieri mattina che la vendita delle navi è ottima e anzi indispensabile. “È inaccettabile – affermaMiceli – la vulgata che vuole che con questa commessa si paga il silenzio su Regeni. Considerare questo rapporto commerciale con Egitto come una “mancetta” per l’acquisto del silenzio è scorretta. In questo momento non possiamo perdere un posizionamento geopolitico in Egitto. L’Italia ha perduto il suo ruolo di riferimento in Tripolitania a vantaggio della Turchia e la nostra relazione con l’Egitto può essere il viatico per una ricollocazione dell’Italia tra i Paesi che contano in ottica pacifista. Questa commessa non è solo un affare commerciale. Dietro la fornitura di armamenti c’è un reciproco affidamento di carattere politico e geopolitico che può essere d’aiuto alla ricerca di verità su Giulio Regeni» (La Stampa). «Ottica pacifista»: datemi un martello! «Che cosa ci vuoi fare?» Lo so io!

«Sulla notizia della vendita di due fregate di Fincantieri all’Egitto promesse in precedenza alla Marina militare italiana è lecito sospendere il giudizio in attesa di conoscere maggiori dettagli sull’operazione. Dopo l’appalto ottenuto in Qatar, Roma riesce a infliggere un altro smacco a Parigi nel mercato delle forniture navali. L’Egitto era dal 2014 un acquirente privilegiato di navi da guerra francesi di superficie, con sette moderne unità ricevute fra navi d’assalto anfibio, fregate e corvette. Fincantieri ottiene invece l’ennesimo riconoscimento alle sue eccellenti capacità produttive in ambito militare, tanto più che la pandemia ha inflitto un colpo durissimo al settore civile e da crociera. Fin qui le buone notizie. Nel complesso la dinamica dell’accordo non ci è ancora completamente favorevole. Bisognerà sciogliere alcuni importanti nodi. Nell’immediato la spina dorsale della flotta italiana verrà privata delle due navi tecnologicamente più avanzate, lo Spartaco Schergat e l’Emilio Bianchi, realizzate grazie all’esperienza e alle lezioni acquisite nell’ultimo decennio con le precedenti otto unità. Non è chiaro se queste fregate saranno rimpiazzate, né in che modo: con altrettante Fremm, magari allestite in modalità antisottomarino, oppure con nuovi pattugliatori polivalenti d’altura, unità che possono surrogare soltanto in parte ai compiti delle più potenti fregate? La mancata compensazione alla Marina italiana può indebolirci in maniera oggettiva proprio mentre nel Mediterraneo è in corso il veloce riarmo navale dei vicini. Per questo va assolutamente evitata. Lo stesso Egitto – che di questo risiko è parte integrante – di certo non si trasforma magicamente in un nostro nuovo e amichevole partner solo in virtù dell’affare. Basti solo guardare alla Libia, dove il suo approccio è opposto a quello italiano. Inoltre, in assenza di un riequilibrio l’accordo sulle fregate favorisce indirettamente l’avversario turco: se da una parte indebolisce la superiore flotta italiana, dall’altra diluisce ulteriormente l’ossatura di una linea da battaglia egiziana che già non brilla per omogeneità. A riprova del fatto che la politica di acquisizione degli armamenti del Cairo risulti ancora pesantemente inficiata da considerazioni di utilità diplomatica ancor prima che militare. L’intera operazione acquisirà senso soltanto quando verranno confermate le indiscrezioni che legano la vendita delle fregate di Fincantieri ai contratti multimiliardari fra Italia ed Egitto in ambito militare anticipati nelle ultime settimane. Il Cairo sarebbe pronto a rivolgersi ai campioni industriali della Difesa italiana per acquisire altre quattro fregate, 20 pattugliatori d’altura, 24 caccia Typhoon, 24 addestratori M346 e persino un satellite. Commesse semplicemente da capogiro, che però sono ancora ben lungi dal diventare realtà. E privilegiare la pecunia non è certo una risposta ai fortissimi bisogni geostrategici che attanagliano il nostro paese. Specie nel Mediterraneo» (Limes).

Scriveva due giorni fa Il Manifesto, il noto quotidiano “comunista”: «Alla faccia della verità per Giulio Regeni e della libertà per Patrick Zaki e per altre centinaia di militanti sociali e sindacali seppelliti nelle carceri egiziane». Ma la verità su Giulio Regeni è proprio questa; quella che si manifesta da ultimo con la famigerata commessa militare di cui si parla. Comunque vada a finire la vicenda legata a questa importante operazione commerciale e militare, non dobbiamo perdere l’occasione che la situazione ci offre di guardare in faccia la realtà nella sua disumana verità. Scrivevo su un post di tre anni fa (Per tutti i Regeni del mondo):

«La terribile – ma tutt’altro che eccezionale – vicenda toccata in sorte a Giulio Regeni è insomma finita nel tritacarne degli interessi economici, geopolitici e politici. Com’era d’altra parte inevitabile che accadesse, come nel mio infinitamente piccolo ho cercato di dire fin dall’inizio: “In ogni caso, personalmente non ho bisogno di vedere i volti – veri o presunti – di chi ha materialmente massacrato «il nostro ragazzo» per condannare senza appello il vero colpevole dell’odioso crimine: il Sistema Mondiale del Terrore (o società capitalistica mondiale che dir si voglia), di cui fanno parte a pieno titolo l’Italia e l’Egitto. Il resto è ricerca del capro espiatorio di turno, cinico accomodamento diplomatico, gestione del potere, propaganda, geopolitica, business, giustizia amministrata per conto dello status quo sociale. Tutto il male del mondo che la madre di Giulio ha visto sul volto martirizzato del figlio è esattamente il vero volto di quel Sistema. Chiedere ‘giustizia’ per Giulio e per tutte le vittime del Moloch può avere dunque, per chi scrive, un solo significato umano e politico: rompere con la logica e con la retorica ‘del mio Paese’ e della ‘dignità nazionale’. Tanto per cominciare. Impostato il problema nei suoi corretti termini, la stessa richiesta di una ‘Verità per Giulio’ assumerebbe il pregnante significato di una denuncia del regime italiano e del regime egiziano, in particolare, e del regime internazionale delle relazioni interimperialistiche in generale. Dinanzi agli interessi del Capitale e degli Stati la vita umana appare del tutto sacrificabile: lo chiamano ‘effetto collaterale’. Un movimento d’opinione orientato in quel senso non sarebbe un obiettivo politico disprezzabile, mi sembra. Lo so benissimo, la cosa appare quantomeno ‘problematica’, e tuttavia…” (Tutto il male del mondo. Quale verità per Giulio Regeni?)».

L’APPROCCIO STRATEGICO DEGLI STATI UNITI ALLA CINA

Qui di seguito cercherò di dar conto di un documento reso pubblico lo scorso 20 maggio dall’Amministrazione americana. Mi scuso per la non impeccabile traduzione dall’inglese. Il documento, il cui titolo è, come si dice, “tutto un programma” (L’approccio strategico degli Stati Uniti alla Repubblica Popolare Cinese), è molto interessante sebbene esso non presenti sostanziali novità rispetto alla politica estera americana che abbiamo avuto modo di osservare in questi ultimi anni. La maggiore novità è forse da individuare nella forte “politicizzazione” della polemica anticinese che si riscontra nel documento, nel quale il cosiddetto «Partito Comunista Cinese» come attivo soggetto politico che orienta le scelte strategiche della Repubblica Popolare Cinese è chiamato diverse volte in causa in modo diretto e sempre sotto una luce negativa. Si dirà che anche nel mio “cosiddetto” si avverte una punta polemica, ed è verissimo; ma si tratta di una polemica che non ha nulla a che fare con il merito del documento in oggetto, come apparirà chiaro tra poco.

Il documento esordisce manifestando il rammarico e il disappunto dell’Amministrazione americana circa il mancato rispetto da parte della Cina delle sue tante promesse fatte in passato sull’implementazione di politiche economiche, istituzionali e sociali rispettose degli standard che si richiedono ai Paesi che intendono partecipare a pieno titolo a una costruttiva, responsabile e libera competizione economica internazionale. «Da quando gli Stati Uniti e la Repubblica popolare cinese hanno stabilito relazioni diplomatiche nel 1979, la politica degli Stati Uniti nei confronti della Repubblica popolare cinese è stata in gran parte fondata sulla speranza che un impegno più profondo avrebbe portato a una fondamentale apertura economica e politica nella Repubblica popolare cinese. Più di 40 anni dopo, è diventato evidente che questo approccio ha sottovalutato la volontà del Partito Comunista Cinese di limitare la portata delle riforme economiche e politiche in Cina. Negli ultimi due decenni, le riforme sono state rallentate, bloccate o invertite. Il rapido sviluppo economico della Repubblica Popolare Cinese e il suo maggiore impegno verso il mondo non hanno portato alla convergenza con l’ordine libero, aperto e incentrato sui cittadini come speravano gli Stati Uniti. Il Partito Comunista Cinese ha scelto invece di sfruttare il mondo libero e aperto per tentare di rimodellare il sistema internazionale a suo favore. Pechino riconosce apertamente che sta cercando di trasformare l’ordine internazionale in linea con gli interessi e l’ideologia del Partito Comunista Cinese. L’uso crescente del potere economico, politico e militare da parte del Partito Comunista Cinese per ottenere il consenso gli Stati nazionali danneggia i vitali interessi americani e mina la sovranità e la dignità di Paesi e individui in tutto il mondo». Come si vede, non si tratta di accuse originali; tuttavia, riprese e inserite in un importante documento ufficiale queste accuse acquistano indubbiamente una notevole forza polemica.

Assai significativamente, il documento non cita mai Xi Jinping nella sua qualità di Presidente della Cina, ma unicamente in quella di Segretario Generale del PCC, e questo nell’evidente tentativo di enfatizzare la natura politico-ideologica della funzione che il leader cinese sta svolgendo al servizio dello «Stato-Partito». Una natura che l’Amministrazione americana percepisce come estremamente aggressiva proprio sul terreno politico ideologico, il quale farebbe da fondamento alla “maligna” competizione sistemica cinese. In altri termini, l’imperialismo economico e geopolitico cinese si spiega, secondo l’Amministrazione statunitense, con l’imperialismo politico-ideologico del PCC. Per dirla marxianamente, la “sovrastruttura” è la chiave della “struttura”.

«Nel 2013, il segretario generale Xi ha invitato il PCC a prepararsi per un “lungo periodo di cooperazione e conflitto” tra due sistemi in competizione e ha dichiarato che “il capitalismo è destinato a estinguersi e il socialismo è destinato a vincere”. Il PCC mira a rendere la Cina un “leader globale in termini di potere nazionale completo e influenza internazionale”, come ha espresso il Segretario Generale Xi nel 2017 precisando quello che egli definisce “il sistema del socialismo con caratteristiche cinesi”. Questo sistema è radicato nell’interpretazione di Pechino dell’ideologia marxista-leninista, e combina: una dittatura nazionalista a partito unico; un’economia diretta dallo Stato; un dispiegamento di scienza e tecnologia al servizio dello Stato e la subordinazione dei diritti individuali agli interessi del PCC. Ciò è in contrasto con i principi condivisi dagli Stati Uniti e da molti Paesi a governo rappresentativo, i quali tutelano la libera impresa, la dignità e il valore intrinseci di ogni individuo». Qui è solo il caso di ricordare ai lettori che ciò che il documento (e il PCC) definisce «sistema del socialismo con caratteristiche cinesi» non è che il capitalismo/imperialismo “con caratteristiche cinesi” che chi scrive ha da sempre combattuto alla stregua di ogni altro sistema capitalista/imperialista esistente al mondo. Per “ideologia marxista-leninista” bisogna a mio avviso intendere la dottrina stalinista posta al servizio degli interessi del capitalismo di Stato ai tempi dell’Unione Sovietica, dottrina ripresa e cucinata in salsa cinese da Mao Tse-tung. Chiudo la parentesi “ideologica” e riprendo a citare il documento in oggetto.

«A livello internazionale, il PCC promuove la visione del Segretario Generale Xi di governance globale all’insegna della “costruzione di una comunità di destino comune per l’umanità”. Gli sforzi di Pechino per imporre la conformità ideologica in patria, tuttavia, presentano un quadro inquietante di come appare in pratica una “comunità” guidata dal PCC: (1) una campagna anticorruzione che ha eliminato le opposizioni politiche; (2) azioni penali ingiuste nei confronti di blogger, attivisti e avvocati; (3) arresti determinati algoritmicamente di minoranze etniche e religiose; (4) severi controlli e censura di informazioni, media, università, imprese e organizzazioni non governative; (5) sorveglianza e valutazione del credito sociale di cittadini, società e organizzazioni; e (6) detenzione arbitraria, tortura e abuso di persone percepite come dissidenti. In un severo esempio di conformità domestica, i funzionari locali hanno pubblicizzato un evento di bruciatura di libri in una biblioteca comunitaria per dimostrare il loro allineamento ideologico al “Pensiero di Xi Jinping”. Una disastrosa dimostrazione di tale approccio alla governance è la politica di Pechino nello Xinjiang, dove dal 2017 le autorità hanno arrestato più di un milione di uiguri e membri di altri gruppi di minoranze etniche e religiose nei campi di indottrinamento, dove molti subiscono lavoro forzato, indottrinamento ideologico e abuso fisico e psicologico. Al di fuori di questi campi, il regime ha istituito uno Stato di polizia che impiega tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale e la biogenetica per monitorare le attività delle minoranze etniche al fine di garantire fedeltà al PCC. La diffusa persecuzione religiosa – di cristiani, buddisti tibetani, musulmani e membri del Falun Gong – include la demolizione e la profanazione di luoghi di culto, arresti di credenti pacifici, rinunce forzate alla fede e divieti di crescere i bambini nelle tradizioni di fede». Diciamo pure che la Cina esibisce al mondo un modello di società capitalistico-orwelliana che come «comunità di destino comune per l’umanità» lascia un po’ a desiderare. Ma solo un po’, intendiamoci… Ovviamente la stessa cosa vale, a mio avviso, per il modello sociale statunitense, o per quello europeo, o italiano: come si dice dalle mie parti, tutto il mondo è Paese! Tutto il mondo giace infatti sotto il plumbeo cielo dei rapporti sociali capitalistici. Per dirla con i cinesi: Tutto sotto il cielo – del Capitalismo

Dopo aver denunciato la mancata reciprocità tra Cina e Stati Uniti in diversi campi di attività (ovviamente attribuendone alla prima la responsabilità, secondo lo schema Paese-buono, Paese-cattivo), e dopo aver stigmatizzato il fatto che «Pechino tenta regolarmente di costringere o convincere i cittadini cinesi e di altri Paesi a intraprendere una serie di comportamenti maligni che minacciano la sicurezza nazionale ed economica degli Stati Uniti e minano la libertà accademica e l’integrità dell’impresa di ricerca e sviluppo degli Stati Uniti», il documento si concentra sulle diverse sfide che gli Stati Uniti devono affrontare nel tentativo di contenere l’espansionismo totalitario della Cina.

Naturalmente l’Amministrazione americana giura di non voler spingere la competizione sistemica globale con la Cina fino al tragico punto di rottura: ci mancherebbe altro! «La competizione non deve condurre a scontri o conflitti. Gli Stati Uniti hanno un profondo e costante rispetto per il popolo cinese e godono di legami di lunga data con il Paese. Non cerchiamo di contenere lo sviluppo della Cina, né desideriamo prendere le distanze dal popolo cinese. Gli Stati Uniti prevedono di entrare in concorrenza leale con la RPC, in base alla quale le nostre nazioni, le nostre imprese e le nostre persone potranno godere di sicurezza e prosperità». Semmai è la Cina che fa di tutto per avvelenare ed esacerbare la competizione con gli Statti Uniti e con i suoi alleati, ponendo in essere prassi del tutto sconvenienti a un Paese che vuole far parte del “concerto” delle nazioni civili. È soprattutto sul terreno della competizione economica che si manifesta con maggiore ampiezza ed evidenza la natura infida ed aggressiva del regime cinese: «La scarsa reputazione di Pechino nel seguire gli impegni di riforma economica e il suo ampio uso di politiche e pratiche protezionistiche guidate dallo Stato danneggiano le aziende e i lavoratori degli Stati Uniti, distorcono i mercati globali, violano le norme internazionali e inquinano l’ambiente. Quando la RPC ha aderito alla World Trade Organization (WTO) nel 2001 [con il pieno sostegno degli Stati Uniti e l’opposizione del Movimento antiglobal di Seattle], Pechino ha accettato di abbracciare l’approccio aperto al mercato del WTO e di incorporare questi principi nel suo sistema commerciale e nelle sue istituzioni. I membri del WTO si aspettavano che la Cina continuasse il suo percorso di riforma economica e si trasformasse in un’economia e in un regime commerciale orientati al mercato. Queste speranze non sono state realizzate. Pechino non ha interiorizzato le norme e le pratiche di commercio e investimento basate sulla concorrenza e ha invece sfruttato i vantaggi dell’adesione al WTO per diventare il più grande esportatore del mondo, proteggendo sistematicamente i suoi mercati nazionali. Le politiche economiche di Pechino hanno portato a una massiccia sovraccapacità industriale che distorce i prezzi globali e consente alla Cina di espandere la sua quota di mercato globale a spese di concorrenti che operano senza i vantaggi ingiusti che Pechino offre alle sue imprese. La RPC mantiene la sua struttura economica statalista non di mercato, mentre ha un approccio mercantilista al commercio e agli investimenti. Allo stesso modo le riforme politiche si sono atrofizzate o sono andate all’indietro, e le distinzioni tra governo e partito si stanno erodendo. La decisione del Segretario Generale Xi di rimuovere i limiti del mandato presidenziale, estendendo di fatto il suo mandato a tempo indeterminato, incarna queste tendenze. L’elenco degli impegni di Pechino di cessare le sue pratiche economiche predatorie è disseminato di promesse non mantenute».

Secondo gli estensori del documento la maligna furbizia del Partito-Stato cinese si coglie pienamente nel seguente paradosso: «Mentre Pechino riconosce che la Cina è ora una “economia matura”, la RPC continua a discutere e a rapportarsi con gli organismi internazionali, compreso il WTO, ancora nei termini di un “Paese in via di sviluppo”. Pur essendo il principale importatore di prodotti ad alta tecnologia e al secondo posto solo agli Stati Uniti in termini di prodotto interno lordo, spesa per la difesa e investimenti esteri, la Cina si autodefinisce come Paese in via di sviluppo per giustificare politiche e pratiche che distorcono sistematicamente più settori a livello globale, danneggiando gli Stati Uniti e gli altri Paesi». La Cina bleffa! La Cina fa il doppio gioco! La Cina mente sapendo di mentire! Soprattutto la Cina pensa di poterci prendere in giro: inammissibile!

«La Cina è il più grande paese in via di sviluppo al mondo», ha dichiarato qualche mese fa Gao Feng, portavoce del Ministero del Commercio cinese. Perché Pechino ci tiene tanto a difendere lo status di Paese in via di sviluppo per la Cina? È presto detto: perché il Paese trae indubbi vantaggi da questo status, il quale concede appunto ai Paesi cosiddetti “in via di sviluppo” sussidi all’agricoltura (e la campagna cinese ha ancora un peso notevole nell’economia del Paese), e gli consente di stabilire un certo numero di ostacoli all’ingresso nel loro mercato interno delle merci prodotte dalle economie più sviluppate. Tra l’altro l’Organizzazione mondiale del commercio non segue dei criteri standardizzati per rilasciare la “patente” di Paese in via di sviluppo piuttosto che di Paese sviluppato, ma lascia che siano i diversi Paesi che fanno parte dell’Organizzazione a definirsi in un modo o nell’altro, e al contempo a essi è riconosciuto il diritto di eccepire su tale definizione rilasciata a questo o a quel partner. Le controversie che nascono nel seno del WTO di solito finiscono in arbitrati politici che si trascinano per anni e per lustri, e quasi sempre a sciogliere i nodi problematici ci pensa la realtà dei fatti, ossia la dinamica dei rapporti di forza tra i Paesi. Ma veniamo all’ambiguo concetto di Paese in via di sviluppo.

Limitata attività industriale, basso tenore di vita, basso reddito, povertà diffusa, basso indice di “sviluppo umano”: sono queste le caratteristiche essenziali che permettono a un Paese di entrare nel novero dei Paesi in via di sviluppo. La vastità e la complessità economico-sociale di un Paese come la Cina, che mostra aree geografiche, relativamente ristrette, capitalisticamente molto avanzate (è sufficiente pensare a Shanghai e alla provincia del Guandong) e vaste zone socio-economiche assai meno sviluppate (vedi, ad esempio, il Tibet), insieme a non piccole sacche di vera e propria povertà come quella che possiamo incontrare nell’Asia arretrata (India, Bangladesh, ecc.) o in Africa. La Cina “economicamente duale” che alla fine degli anni Novanta del secolo scorso aspirava a entrare nel WTO per alcuni versi assomiglia alla Cina dei nostri giorni, sebbene lo sviluppo capitalistico abbia nel frattempo interessato non piccole regioni interne del Paese che un tempo facevano parte della sua vasta campagna. «Una perfetta descrizione dello status “ambiguo” della Cina ci viene fornita dai recenti avvenimenti legati al coronavirus Covid-19. Il fatto che questa infezione abbia avuto origine in Cina, infatti, insieme alle modalità con cui ha avuto origine, riflettono fedelmente una condizione in cui le caratteristiche di un paese arretrato e di uno sviluppato coesistono e si compenetrano: da una parte lo smercio di animali selvatici nei wet market, ad esempio, e dall’altra le feroci politiche di urbanizzazione degli ultimi anni; da una parte le rigidissime misure prese dal governo centrale che limitano enormemente la libertà personale, e dall’altra la straordinaria efficienza nel contenere e debellare l’epidemia. L’immagine di un paese retrogrado e draconiano si sovrappone a quella di uno efficiente e produttivo. […] Senza dubbio, la Cina rappresenta il caso unico di un paese che, in contrapposizione alle restrizioni imposte ai propri cittadini e ai propri partner, ha raggiunto un peso geopolitico quasi egemonico. È difficile rintracciare una situazione simile nel corso della storia, soprattutto quando si parla di un’economia che, a parità di potere d’acquisto, ha ormai sorpassato gli Usa come prima del mondo» (Geopolitica.info, maggio 2020).

In ogni caso, per quanto riguarda la Cina, ancora oggi definita la fabbrica del mondo, non si può certo parlare di limitata attività industriale: un “fatturato” industriale pari a circa 4900 miliardi di dollari (contro i 3700 miliardi del Made in USA) la dice lunga sulla maturità industriale del capitalismo cinese. Ma mentre la Corea del Sud, il Brasile e altri Paesi cosiddetti in via di sviluppo hanno dichiarato la loro disponibilità a rivedere il loro status nel WTO, la Cina continua a rifiutare ogni discussione sul punto, tirando in ballo un PIL pro capite (un sesto di quello degli Stati Uniti e un quarto di quello dell’Unione europea, secondo stime cinesi) e un “indice di sviluppo umano” (80mo posto) ancora non in linea con la media dei Paesi sviluppati. Parlando a un evento ospitato dall’European Policy Center nel dicembre dello scorso anno, il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi sostenne che «La Cina resta un Paese in via di sviluppo, e non sarebbe giusto chiedere reciprocità tra un Paese che si è sviluppato per diversi decenni e Paesi che lo hanno fatto per secoli. La Cina non solo ha compiuto enormi progressi nel proprio sviluppo, ma ha anche apportato contributi molto più grandi al mondo rispetto a molti altri paesi. Prendiamo ad esempio l’economia; la Cina ha contribuito per oltre il 30 per cento alla crescita globale per oltre dieci anni consecutivi, fungendo da motore principale dell’economia mondiale». Diciamo pure che il regime cinese sa giocare con maestria le carte che il Celeste Imperialismo ha nelle sue mani.

In ogni caso, e senza aspettare arbitrati interni al WTO, il 20 febbraio scorso gli Stati Uniti hanno rimosso la Cina dalla loro lista dei Paesi in via di sviluppo – insieme ad altri come il Brasile e l’India. Anche il Giappone, seppure con mille cautele, sta iniziando a denunciare il “doppio gioco” praticato da molti lustri da Pechino nelle istituzioni economico-finanziarie dell’area asiatica: non è più possibile chiudere gli occhi sulla potenza economica e militare della Cina e trattare questo Paese come se fosse ancora bisognoso di sussidi, prestiti a tassi agevolati e quant’altro possa favorire lo sviluppo di un’economia ancora bisognosa di aiuti e di protezione, caso che esclude ormai da tempo il Paese in questione. La Cina deve insomma smetterla di recitare troppe parti in commedia nella competizione sistemica mondiale: è il punto di vista degli Stati Uniti e del Giappone, sebbene i due Paesi traggano da esso due differenti approcci politici nei confronti del Paese del Dragone, com’è del resto inevitabile considerati la loro differente collocazione geografica e il loro peculiare ruolo sullo scacchiere geopolitico mondiale.

Cito dal Sole 24 Ore: «Gli equilibri globali si stanno spostando. E a quanto pare hanno un nuovo padrone: la Cina. La conferma arriva dalla Fortune Global 500 [del 2019], tradizionale classifica sulle maggiori aziende al mondo per fatturato, stilata dall’omonima rivista americana. Ebbene, per la prima volta nella storia di questa rassegna (che è un appuntamento fisso dal 1990), le aziende cinesi presenti nella classifica superano quelle americane: 129 (comprese 10 taiwanesi) contro 121. Un dato abbastanza eloquente, che segna un sorpasso storico. Perché nonostante la Global 500 di Fortune sia redatta da “soli” 29 anni, gli indicatori economici ci raccontano che potrebbe essere la prima volta che la Cina sorpassa gli Stati Uniti dal secondo dopoguerra a oggi. È vero che le entrate delle compagnie cinesi rappresentano il 25,6% del totale mondiale, ben al di sotto del 28,8% di quelle Usa. Ma è la crescita a fare la differenza: quelle del Paese del Dragone, infatti, corrono molto più veloce. Cina e Stati Uniti si contendono lo scettro del potere economico mondiale un po’ da sempre. Nell’ultimo periodo, però, gli equilibri che hanno trainato le due economie per almeno un decennio sembrano essersi incrinati. E la partita che i due Stati hanno deciso di giocare a viso aperto è tutta incentrata sul fronte tecnologico, [il quale ha] trascinato Pechino e Washington in un terreno minato. E da quando il nuovo inquilino della Casa Bianca è Donald Trump, le cose si sono complicate ulteriormente. […] Da Pechino hanno obiettivi molto chiari. L’immagine della Cina fabbrica del mondo, degli opifici sempre aperti e delle metropoli avvolte dai fumi industriali non funziona più. Il miracolo cinese della manodopera a basso costo appartiene al ventennio che ci stiamo mettendo alle spalle. Davanti c’è un Paese che ha necessità di cambiare e innovare, trainato da giganti tecnologici pronti a competere con i rivali statunitensi sul piano dell’innovazione, oltre che su quello finanziario. Alibaba e Tencent sono le aziende tecnologiche più fiorenti del macrocosmo cinese. La loro capitalizzazione di mercato è ormai costantemente sopra i quattrocento miliardi di dollari. Tallonano da vicino nomi come Google, Facebook e Amazon. E la loro forza non è la manodopera a basso costo, ma l’innovazione. Robotica e intelligenza artificiale sono obiettivi dichiarati, per una sfida che sarà tutta da giocare». Ed è esattamente questa potente dinamica economica che inquieta molto l’America di Trump, anche se la malcelata paura della Casa Bianca di poter perdere davvero il confronto sistemico con Pechino va ben aldilà delle bizzarrie caratteriali del Presidente americano oggi al potere. È noto del resto come molti leader del Partito Democratico auspichino da anni l’implementazione di una politica estera americana ancora più dura di quella trumpiana per ciò che riguarda il confronto con la Cina e la Russia. Trump ha cercato di indebolire la relazione tra Mosca e Pechino, puntando sulle molte contraddizioni insite in quella relazione, ma a oggi i risultati per lui non sembrano essere incoraggianti.

Detto en passant, il regime cinese mostra di fare un uso particolarmente intelligente e odioso della robotica e della cosiddetta intelligenza artificiale sul terreno del controllo sociale e della repressione, e certamente il suo modello orwelliano con caratteristiche cinesi, come spesso lo definisco, è fonte di ispirazione per tutti i regimi del mondo (da quello americano a quello italiano, tanto per intenderci), anche se in Occidente la cosa non si deve sapere. Tuttavia il noto evento epidemico ha reso evidente quanto forte sia la tendenza “orwelliana” anche nei Paesi occidentali, e questo già prima della pandemia e a prescindere da essa. Quell’evento ha piuttosto accelerato tendenze sociali (economiche, politiche e tecnoscientifiche) già in atto da tempo.

Ma ritorniamo al documento dell’Amministrazione americana. Per «proteggere il popolo americano, la patria e lo stile di vita americano la China Initiative del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti e il Federal Bureau of Investigation stanno orientando risorse per identificare e perseguire i furti, gli hacker e lo spionaggio economico sui segreti commerciali, e per aumentare gli sforzi volti a proteggere le infrastrutture degli Stati Uniti e la loro catena di approvvigionamento da investimenti esteri maligni e dalle minacce derivanti da agenti stranieri che cercano di influenzare la politica americana. […] L’Amministrazione sta inoltre rispondendo alla propaganda del PCC negli Stati Uniti mettendo in evidenza comportamenti maligni, contrastando false narrative e comportamenti privi di convincente trasparenza. Funzionari degli Stati Uniti, compresi quelli della Casa Bianca e dei Dipartimenti di Stato, Difesa e Giustizia, stanno conducendo sforzi per mettere in guardia l’opinione pubblica americana dallo sfruttamento da parte del governo della Repubblica Popolare Cinese della nostra società libera e aperta per portare in essa il programma del PCC nemico degli interessi e dei valori statunitensi». Secondo la Casa Bianca Pechino starebbe estendendo la sua “maligna” opera di influenza e di spionaggio ben oltre i tradizionali confini assegnati alla “dialettica politica”, alla diplomazia e all’intelligence, configurandosi questa azione cinese a vasto raggio come una vera e propria guerra propagandistica e ideologica portata direttamente sul suolo americano. Forse era dai tempi della prima Guerra Fredda che non si sentivano simili accuse rivolte dagli Stati Uniti a un Paese rivale.

«L’Amministrazione sta combattendo attivamente la cooptazione di Pechino dei propri cittadini che studiano negli USA e di altre istituzioni accademiche degli Stati Uniti. Stiamo lavorando con le università per proteggere i diritti degli studenti cinesi nei campus americani, fornire informazioni per contrastare la propaganda e la disinformazione del PCC e garantire la comprensione dei codici etici di condotta nell’ambiente accademico americano. Gli studenti cinesi rappresentano oggi la più grande coorte di studenti stranieri negli Stati Uniti. Gli Stati Uniti apprezzano il contributo di studenti e ricercatori cinesi. A partire dal 2019, il numero di studenti e ricercatori cinesi negli Stati Uniti ha raggiunto il massimo storico, mentre il numero di rifiuti di visti studenteschi per i richiedenti cinesi è costantemente diminuito. Gli Stati Uniti sostengono fortemente i principi del discorso accademico aperto, e accolgono studenti e ricercatori internazionali che conducono legittimi studi accademici; stiamo migliorando i processi per escludere la piccola minoranza di candidati cinesi che tentano di entrare negli Stati Uniti con falsi motivi e con cattive intenzioni». Come si vede la cosiddetta America trumpiana si sente sotto attacco da parte della Cina su tutti i fronti, e ciò rende particolarmente sensibile e potenzialmente esplosivo il suo approccio strategico nei confronti di quel Paese.

Naturalmente l’Amministrazione americana attribuisce alle «maligne pratiche» cinesi la responsabilità della politica americana dei dazi praticati su diversi prodotti Made in China. «In risposta alle documentate pratiche commerciali e industriali ingiuste e abusive della RPC, l’Amministrazione sta intraprendendo azioni forti per proteggere le imprese, i lavoratori e gli agricoltori americani e per porre fine alle pratiche di Pechino che hanno contribuito a svuotare la base manifatturiera degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti sono impegnati a riequilibrare le relazioni economiche Stati Uniti-Cina. Il nostro approccio e quello di tutto il governo sostiene il commercio equo e promuove la competitività degli Stati Uniti; promuove le loro esportazioni e abbatte gli ingiusti ostacoli al loro commercio e ai loro investimenti. Avendo fallito, dal 2003, nel tentativo di persuadere Pechino ad onorare i suoi impegni economici attraverso dialoghi regolari e di alto livello, gli Stati Uniti stanno affrontando con un diverso approccio il problema delle pratiche cinesi volte al trasferimento forzato di tecnologia e proprietà intellettuale americane. Queste pratiche distorcono il mercato, e per questo l’Amministrazione americana ha imposto alle merci cinesi in arrivo negli Stati Uniti costi aggiuntivi sotto forma di tariffe. Tali tariffe rimarranno in vigore fino a quando un equo accordo commerciale non sarà concordato tra gli Stati Uniti e la RPC. In risposta al ripetuto diniego di Pechino di eliminare o ridurre i sussidi che distorcono il mercato e favoriscono la sovraccapacità produttiva della Cina, gli Stati Uniti hanno imposto tariffe per proteggere le nostre industrie, strategicamente importanti, dell’acciaio e dell’alluminio».

Washington ci tiene a far sapere ai cinesi, e all’opinione pubblica internazionale, che in questa lotta contro le «cattive pratiche» cinesi gli Stati Uniti non sono soli, tutt’altro: essi guidano, oggi come ai tempi della prima Guerra Fredda vinta contro l’Unione Sovietica, il vasto fronte del “mondo libero”: «Insieme ad altre nazioni politicamente simili, gli Stati Uniti promuovono una visione economica basata su principi di sovranità, mercati liberi e sviluppo sostenibile. Accanto all’Unione europea e al Giappone, gli Stati Uniti sono impegnati in un solido processo trilaterale per sviluppare controlli sulle imprese statali, sui sussidi industriali e sui trasferimenti forzati di tecnologia. Continueremo inoltre a lavorare con i nostri alleati e partner per garantire che gli standard industriali discriminatori non diventino standard globali. Essendo il mercato di consumo più ricco del mondo, la più grande fonte di investimenti esteri diretti e la principale fonte di innovazione tecnologica globale, gli Stati Uniti si impegnano ampiamente con alleati e partner per valutare le sfide condivise e coordinare risposte efficaci per garantire la pace e la prosperità, nel presente e nel futuro». Come sempre l’Imperialismo (che sia americano o cinese, che sia russo o europeo) desidera centrare due soli umanissimi obiettivi: la pace e la prosperità. Ho fatto una battuta? Oppure il maledetto virus ha attaccato quel poco di materia grigia che abita nel mio cranio? Misteri della Pandemia!

Per quanto riguarda il “travaso fraudolento” di tecnologia americana a vantaggio della Cina, bisogna ricordare che già agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso (prima Presidenza Reagan) negli Stati Uniti ci si chiedeva fino a che punto gli interessi strategici americani si armonizzassero con il sostegno tecnologico (anche di carattere militare) offerto dalla Casa Bianca alle “quattro modernizzazioni” elaborate da Deng Xiaoping. Ma allora a Washington prevalse la linea del contenimento degli interessi russi e – soprattutto – giapponesi, linea che contemplava appunto il rafforzamento della Cina. Spesso è difficile conciliare tattica e strategia, contingenza e prospettiva.

Arriviamo, dulcis in fundo, all’aspetto militare della questione, ossia a ciò che il documento definisce «Preserva la pace attraverso la forza». Se vuoi la pace, prepara la guerra, dicevano quelli. «Come descritto nella Nuclear Posture Review, l’Amministrazione sta dando la priorità alla modernizzazione della triade nucleare, incluso lo sviluppo di capacità supplementari progettate per dissuadere Pechino dall’usare le sue armi di distruzione di massa o condurre altri attacchi strategici. Nel frattempo, gli Stati Uniti continuano a sollecitare i leader cinesi a presentarsi al tavolo e avviare discussioni sul controllo degli armamenti e sulla riduzione strategica dei rischi connessi all’energia nucleare, alla crescita di un moderno arsenale nucleare e alla più grande raccolta al mondo di sistemi missilistici di gittata a medio raggio. Gli Stati Uniti ritengono che sia nell’interesse di tutte le nazioni migliorare la trasparenza di Pechino, prevenire errori di calcolo ed evitare costosi accumuli di armi». Attenzione adesso ai seguenti passi: «Come parte del nostro programma di operazioni intese a garantire la libertà di navigazione in tutto il mondo, gli Stati Uniti stanno respingendo le eccessive pretese egemoniche di Pechino. L’esercito degli Stati Uniti continuerà a esercitare il diritto di navigare e operare laddove il diritto internazionale lo consenta, anche nel Mar Cinese Meridionale. Stiamo parlando con alleati e partner regionali e stiamo fornendo loro assistenza e sicurezza per aiutarli a sviluppare la capacità di resistenza ai tentativi di Pechino di usare le sue forze militari, paramilitari e di contrasto per prevalere nelle controversie». Non so chi legge, ma io qui “sento” odore di polvere da sparo!

Qui si pestano i piedi ai cinesi! Qui si entra sfacciatamente in quello che sempre più si configura come il cortile di casa dell’imperialismo cinese: l’area del Mar Cinese Meridionale, appunto. E si tocca il tasto, delicatissimo e sempre più scottante, di Taiwan: «Gli Stati Uniti continueranno a intrattenere forti relazioni non ufficiali con Taiwan conformemente alla nostra politica “Una Cina”, basata sul Taiwan Relations Act e sui tre comunicati congiunti Stati Uniti-Repubblica popolare cinese. Gli Stati Uniti sostengono che qualsiasi risoluzione delle differenze tra le due sponde dello Stretto deve essere pacifica e secondo la volontà del popolo di entrambe le parti, senza ricorrere a minacce o a coercizioni. L’incapacità di Pechino di onorare i suoi impegni, com’è dimostrato dal suo massiccio sviluppo militare, costringe gli Stati Uniti a continuare a fornire Taiwan di armi così che essa possa organizzare una legittima autodifesa che scoraggi l’aggressione e aiuti a garantire la pace e la stabilità nella

regione. In un memorandum del 1982, il Presidente Ronald Reagan ha insistito sul fatto “che la quantità e la qualità delle armi fornite a Taiwan debbono essere interamente condizionate dalla minaccia rappresentata dalla RPC”. Nel 2019, gli Stati Uniti hanno venduto armi a Taiwan per oltre 10 miliardi di dollari». Anche alla luce di queste ammissioni si capisce l’aggressivo atteggiamento che Pechino sta esibendo ultimamente nei confronti di Taiwan, il cui destino è sempre più associato a quello di Hong Kong. Sulla natura dei diritti che la Cina rivendica su Hong Kong e Taiwan rimando a un precedente post.

«Il Presidente, il vicepresidente e il Segretario di Stato hanno ripetutamente invitato Pechino a onorare la dichiarazione congiunta sino-britannica del 1984 per preservare l’alto grado di autonomia, lo Stato di diritto e le libertà democratiche di Hong Kong, che consentono a Hong Kong di rimanere un hub di successo negli affari della finanza internazionale. Gli Stati Uniti stanno espandendo il proprio ruolo di nazione indo-pacifica che promuove la libera impresa e il governo democratico. A novembre 2019, gli Stati Uniti, il Giappone e l’Australia hanno lanciato la Blue Dot Network per promuovere la costruzione di infrastrutture di alta qualità in tutto il mondo finanziata in modo trasparente e guidata dal settore privato, che aumenterà di quasi 1 trilione di dollari gli investimenti diretti degli Stati Uniti solo nella regione indo-pacifica. Allo stesso tempo, il Dipartimento di Stato ha pubblicato una relazione dettagliata sullo stato di avanzamento dell’attuazione della nostra strategia per la regione indo-pacifica: Un indo-pacifico libero e aperto; promuovere una visione condivisa». Il Blue Dot Network come risposta Americana alla Belt and Road Initiative? «Il Blue Dot Network è stata formalmente annunciato il 4 novembre 2019 all’Indo-Pacific Business Forum di Bangkok, in Thailandia, a margine del 35° vertice dell’ASEAN. È guidato dalla U.S. International Development Finance Corporation, dalla Japan Bank for International Cooperation e dal Dipartimento per gli affari esteri e il commercio dell’Australia. Si prevede che il Blue Dot Network fungerà da sistema globale di valutazione e certificazione per strade, porti e ponti con particolare attenzione alla regione indo-pacifica. È stato percepito come un contrappeso alla Belt and Road Initiative» (Wikipedia). Di certo è così che l’hanno “percepito” i leader cinesi. Vedremo gli sviluppi dell’ambiziosa iniziativa americana.

Giungiamo finalmente alla conclusione! «L’approccio dell’Amministrazione alla RPC riflette una rivalutazione fondamentale di come gli Stati Uniti comprendono e rispondono ai leader del paese più popoloso del mondo e alla seconda economia nazionale più grande al mondo. Gli Stati Uniti riconoscono la competizione strategica a lungo termine tra i nostri due sistemi». In realtà si tratta di un solo sistema: quello capitalista/imperialista. «Attraverso un approccio governativo completo e guidato da un ritorno al principio realista, il governo degli Stati Uniti continuerà a proteggere gli interessi americani e a far avanzare l’influenza americana. Allo stesso tempo, restiamo aperti a un impegno costruttivo orientato ai risultati e alla cooperazione con la Cina dove i nostri interessi si allineano con quelli cinesi. Continuiamo a impegnarci con i leader della RPC in modo rispettoso ma con occhi limpidi, sfidando Pechino a mantenere i suoi impegni». L’evocazione del realismo geopolitico è un vecchio mantra dei politici repubblicani che ha il solo scopo di polemizzare con la visione geopolitica dei democratici, accusata di “idealismo”. L’esponente forse più famoso e prestigioso della scuola “realista” americana è Henry Kissinger, il fautore della politica di riavvicinamento tra Stati Uniti e Cina negli anni Settanta, ai tempi dell’Amministrazione Nixon. Come si evince dal sul libro del 2011 dedicato alla Cina (On China), Kissinger apprezza molto la realpolitik praticata  a suo tempo da Mao Tse-tung in materia di politica estera: «Più che sull’ideologia marxista, l’approccio cauto e realista di Mao è basato sugli interessi nazionali della Cina ed è volto  a restituire credibilità al suo Paese, umiliato dalle potenze occidentali, dalla Russia e dal Giappone nel corso del XIX secolo». E fu appunto di natura nazionale-borghese la Rivoluzione che culminò nel 1949 con la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese. Ma questa è la mia opinione, non quella del “realista” Kissinger! Sebbene ultimamente l’ottimismo dell’ex Segretario di Stato circa la pacifica cooperazione tra Cina e Stati Uniti si sia alquanto raffreddato, egli continua a rifiutare l’idea di un’inevitabile resa dei conti finale tra i due Paesi: la prospettiva dell’apocalisse nucleare obbligherebbe Washington e Pechino a rendere possibile una qualche forma di “coesistenza pacifica” cino-americana.

C’è da dire, per concludere davvero, che il cosiddetto “idealismo” del Partito Democratico in materia di politica estera è stato sempre (da Wilson a Kennedy) non più che un vezzo ideologico e fraseologico del tutto ininfluente sulla reale linea politica praticata da quel Partito in sostanziale continuità con quella elaborata (senza troppo concedere all’ipocrita retorica “pacifista” e “umanitaria”) e praticata dal Partito avversario. E questo Pechino lo sa benissimo.

I DIRITTI DELLA CINA SU HONG KONG E TAIWAN

Hong Kong non ha mai perso il suo status di
colonia. Siamo semplicemente passati da un
padrone imperialista a un altro (Joshua Wong).

Gli economisti borghesi vedono soltanto che
con la polizia moderna si può produrre meglio
che, ad es., con il diritto del più forte. Essi
dimenticano soltanto che anche il diritto del più
forte è un diritto, e che il diritto del più forte
continua a vivere sotto altra forma nel loro
Stato di diritto (Karl Marx).

 

Alla vigilia dei giorni che ricordano la strage di Tienanmen, vorrei ricordare in estrema sintesi la mia posizione sul movimento di opposizione politica che ormai da diversi anni scuote la vita sociale di Hong Kong con le molteplici implicazioni, di natura interna e internazionale, che qui è inutile ricordare. In particolare cercherò di definire la natura storico-sociale dei diritti che la Cina rivendica su Hong Kong – e, mutatis mutandis, su Taiwan. Anticipo la conclusione: il ritorno di Hong Kong – e in prospettiva di Taiwan – alla madrepatria cinese si configura nel XXI secolo come un processo di espansione imperialista.

A differenza di quello che hanno pensato alcuni miei superficiali lettori, io non sostengo affatto il movimento autonomista/indipendentista/separatista/democratico, o come altro lo si voglia definire, di Hong Kong. In generale, e in linea di principio, non sostengo alcun tipo di separatismo: per quanto mi riguarda ha un significato apprezzabile solo l’autonomia di classe, ossia la separazione delle classi subalterne dal punto di vista delle classi dominanti, difeso dallo Stato (considerato in tutte le sue articolazioni politico-istituzionali) ed espresso in mille forme dagli intellettuali e dagli artisti di regime. Per questo non ho sostenuto, ad esempio, il movimento separatista catalano, né sosterrei, per mera ipotesi, un analogo movimento separatista che nascesse negli Stati Uniti o in Italia – vedi la mitica Padania. Ma non per questo nel 2017 ho “tifato” per l’azione repressiva messa in campo dal potere centrale spagnolo contro l’indipendentismo catalano, né sosterrei Washington o Roma nella loro ipotetica opera repressiva volta a salvaguardare l’unità nazionale statunitense e italiana. Ci mancherebbe altro! Anzi, come ho fatto a proposito dei fatti catalani denuncerei il carattere violento e reazionario di quell’opera, e ne individuerei le contraddizioni, così da scagliare frecce critiche contro l’orgoglio nazionale (sia quello che fa capo ai separatisti, sia quello che fa capo ai centralisti), il quale rappresenta un vero e proprio veleno politico, ideologico e psicologico che i funzionari del dominio sociale inoculano sempre di nuovo nelle vene del corpo sociale, così da poterlo stordire, controllare e mobilitare (in vista delle urne o delle armi) più facilmente.

Non è per ideologia, ma per puntuale visione storica e sociale che i comunisti sostengo il carattere internazionale del proletariato e delle sue lotte, mentre i funzionari del Dominio fanno di tutto per fornirlo di una patria da rispettare e da onorare soprattutto quando il Nemico bussa alle porte. Ma per il proletariato che ha coscienza, il Nemico si chiama Patria, si chiama Paese, si chiama interesse nazionale, si chiama unità nazionale, si chiama rapporto sociale capitalistico. Questo è un inderogabile principio che l’anticapitalista fa valere ovunque: negli Stati Uniti, in Cina, in Russia, in Italia: ovunque.

Naturalmente il regime cinese ha tutto il diritto di reprimere il movimento separatista hongkonghese, esattamente come lo ha avuto il regime spagnolo nei confronti dei catalani e lo avrebbero, sempre per riprendere l’esempio precedente, i regimi statunitense e italiano. Si tratta, per la precisione, di un diritto capitalistico, del diritto esercitato – anche manu militari, all’occorrenza – dallo Stato capitalistico per salvaguardare l’unità nazionale, dovere sacro per ogni soggetto politico-istituzionale devoto ai “superiori interessi” della Patria. «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino», recita l’Art. 52 della Costituzione Italiana. Si tratta insomma dell’ultrareazionario diritto borghese che da sempre gli anticapitalisti considerano ultrareazionario e che combattono con ogni mezzo necessario adeguato alla situazione.

La “narrazione” messa in piedi dal regime cinese, e propagandata in Occidente dai miserabili tifosi del “Socialismo con caratteristiche cinesi”, a proposito di Hong Kong e di Taiwan parla di compimento dell’unità nazionale e di chiusura definitiva con l’epoca della secolare umiliazione (1839-1949) patita dalla Cina vittima del colonialismo occidentale e dell’imperialismo giapponese. Si tratta di un’operazione politico-ideologica che trova un terreno molto fertile nel crescente nazionalismo della popolazione cinese. Dal punto di vista “storico-materialista” il nuovo “Risorgimento cinese” ha una base sociale totalmente e violentemente reazionaria: nel 2020 non abbiamo a che fare con il nazionalismo borghese-rivoluzionario in salsa maoista culminato nel 1949 con la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese (osteggiata prima dagli Stati Uniti e poi anche, e ancor di più, dall’Unione Sovietica) (1), ma con il nazionalismo di una Cina giunta ai vertici della competizione capitalistica e imperialista mondiale. Ancora nella prima metà degli anni Sessanta del secolo scorso la Cina di Mao poteva vantare verso la storia mondiale qualche credito progressista (sempre di natura nazionale-borghese), ma già agli inizi del decennio successivo essa entrò a pieno titolo nella dinamica interimperialistica rivendicando per sé uno spazio sempre più ampio nel grande gioco del potere mondiale. Dico questo per sottolineare quanto reazionario sia oggi sostenere il diritto della Cina, potenza imperialista di primissimo rango, di integrare pienamente Hong Kong e Taiwan nel suo spazio nazionale.

Ovviamente la stessa attiva e radicale ostilità va praticata nei confronti dell’imperialismo occidentale (Stati Uniti e Unione Europea), il quale peraltro è tutt’altro che unito in un solo “blocco di civiltà” nei confronti dell’attivismo sistemico (economico, tecnologico, politico, ideologico, militare, “sanitario”) cinese. Germania, Francia e Italia guidano il fronte “filocinese” europeo (2) che tanto irrita il Presidente Trump, il quale com’è noto è molto sensibile ai “diritti umani” – violati negli altri Paesi: «Se fossero riusciti a superare la cancellata, i dimostranti [di Washington] sarebbero stati accolti dai cani più feroci e dalle armi più minacciose» (Donald Trump). Nei media cinesi, tutti controllati più o meno direttamente dal regime, in questi giorni circola la seguente battuta: «Anziché occuparsi di Hong Kong, il Presidente americano farebbe bene a preoccuparsi di Minneapolis». Come dire che ogni regime è legittimato a occuparsi, per ciò che riguarda il conflitto sociale e politico, solo di quanto avviene nel proprio spazio nazionale: «Padroni di reprimere a casa nostra!»

La stessa classe dominante americana non è totalmente schierata a favore delle sanzioni economiche promesse da Trump contro una Hong Kong ormai “cinesizzata”; le due economie, quella cinese e quella americana, sono fra loro così fortemente integrate e “sinergiche” sul piano finanziario, logistico e produttivo, che sarà difficile per Washington assestare dei seri colpi alla Cina senza danneggiare almeno in parte gli interessi del capitale americano. Molti politici e analisti geopolitici statunitensi spingono dunque per una politica estera americana più realistica e accomodante nei confronti della Cina, rinviando a un momento successivo la resa dei conti con un Paese che in ogni caso rimane il principale nemico strategico degli Stati Uniti (su questo punto negli USA si registra l’unanimità delle opinioni) (3); insomma, qualche lacrimuccia “democratica” e “umanitaria” da versare sui «coraggiosi giovani di Hong Kong e Taipei così attaccati ai valori occidentali», e molta realpolitik geopolitica e affaristica, sperando che la Seconda Guerra Fredda (4) minacciata da Washington e Pechino non si trasformi rapidamente in una Terza Guerra Mondiale.

Concludo questa breve riflessione. Quando, nel giugno del 1989, il Partito-Regime decise di mettere fine con una brutale repressione al movimento studentesco – in realtà definirlo semplicemente studentesco è riduttivo – centrato soprattutto nella capitale cinese, esso fece valere contro la piazza il proprio ultrareazionario diritto di preservare lo status quo politico e sociale che aveva permesso alla Cina di accelerare in modo prodigioso lungo la strada dello sviluppo capitalistico che l’avrebbe portata ai vertici del potere mondiale. Per il capitalismo/imperialismo cinese si trattò allora della scelta più giusta. Per il capitalismo/imperialismo cinese, appunto (5). Il processo storico-sociale procede verso una piena integrazione di Hong Kong (e probabilmente di Taiwan) nel gigantesco corpo del continente cinese; ma la violenza, le tensioni, le sofferenze e le contraddizioni politiche e sociali che questo processo genera, o che potrebbe generare, non trovano l’anticapitalista in una posizione di indifferente fatalità, tutt’altro.

Come ho scritto su un precedente post, il “diritto di ingerenza” che rivendico su quanto accade a Hong Kong, a Minneapolis e in ogni altra città del mondo «non ha nulla a che fare né con il diritto internazionale, che è la continuazione del diritto capitalistico su scala planetaria, né con la cosiddetta difesa dei “diritti umani”, tirata in ballo soprattutto dai Paesi occidentali come strumento politico-ideologico posto al servizio dei loro imperialistici interessi». Questo “diritto di ingerenza” si fonda piuttosto sulla coscienza circa la natura di classe dei conflitti sociali e politici che sorgono ovunque nel mondo: una volta si chiamava “internazionalismo proletario”, e personalmente mi piace chiamarlo ancora così.

 

(1) Sulla natura nazionale-borghese della rivoluzione cinese ho scritto da ultimo un post centrato soprattutto Sulla Campagna cinese. Sulla rivoluzione cinese e sul maoismo rinvio anche a Tutto sotto il cielo – del Capitalismo e al post Žižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinese.
(2) «È una questione di principi e valori liberali da difendere. Ma l’Occidente non lo ha capito. L’Italia è l’esempio perfetto: è come cedere alla mafia, perché per qualcuno conviene di più rispetto ai valori dello Stato. Ecco, il partito comunista cinese è una mafia: non ci sono individui, ma membri che giurano fedeltà totale. Non va meglio in Francia, Regno Unito e soprattutto in Germania. La Germania è la prima a beneficiare dei rapporti con il regime cinese, a livello industriale, commerciale, bancario. Poi però in Europa vuole ergersi a paladina della moralità. Che scandalo. La Germania non critica mai la Cina, neppure quando la gravità del coronavirus è stata inizialmente insabbiata. Berlino ha svenduto il suo futuro a Pechino. E così il resto dell’Occidente sta collassando perché ha rinunciato ai suoi valori» (Ai Weiwei, La Repubblica). A me non sembra che l’Occidente abbaia rinunciato ai suo valori. Di che valori parlo? Dei valori di scambio, è ovvio! Sono i valori che dominano in tutto il mondo: a Occidente come a Oriente, a Nord come a Sud.
(3) A questo proposito segnalo l’interessante documento reso pubblico il 20 maggio dall’Amministrazione statunitense riguardante l’approccio strategico statunitense alla Repubblica Popolare Cinese. Cito alcuni passi: «Da quando gli Stati Uniti e la Repubblica popolare cinese hanno stabilito relazioni diplomatiche nel 1979, la politica degli Stati Uniti nei confronti della Repubblica popolare cinese è stata in gran parte fondata sulla speranza che un impegno più profondo avrebbe portato a una fondamentale apertura economica e politica nella Repubblica popolare cinese e al suo emergere come uno stakeholder globale costruttivo e responsabile, con una società più aperta. Più di 40 anni dopo, è diventato evidente che questo approccio ha sottovalutato la volontà del Partito comunista cinese di limitare la portata delle riforme economica e politica in Cina. Negli ultimi due decenni, le riforme sono state rallentate, bloccate o invertite. Il rapido sviluppo economico della Repubblica popolare cinese e il maggiore impegno verso il mondo non hanno portato alla convergenza con l’ordine libero, aperto e incentrato sui cittadini come speravano gli Stati Uniti. Il Partito comunista cinese ha scelto invece di sfruttare il mondo libero e aperto e di tentare di rimodellare il sistema internazionale a suo favore. Pechino riconosce apertamente che sta cercando di trasformare l’ordine internazionale in linea con gli interessi e l’ideologia del Partito comunista cinese. L’uso crescente dei poteri economico, politico e militare da parte del Partito comunista cinese per costringere al consenso gli Stati nazionali danneggia i vitali interessi americani e mina la sovranità e la dignità di Paesi e individui in tutto il mondo.
(4) «Stati Uniti e Cina: in marcia verso un nuovo tipo di guerra fredda? I legami della Cina con gli Stati Uniti per la maggior parte degli ultimi 40 anni sono stati fondati su un’equazione intrinsecamente instabile. Ciascuna parte era disposta a minimizzare le differenze ideologiche e le tensioni strategiche al fine di beneficiare della cooperazione economica. Per decenni, questo atteggiamento ha prodotto notevoli guadagni commerciali a entrambi. Molti a Pechino attribuiscono le tensioni alle insicurezze di una superpotenza in declino: a Washington temono la crescente fiducia di una grande potenza in espansione» (Financial Times).
(5) «Qualche giorno fa Berlusconi ha scritto un “impegnato” articolo centrato sulla necessità, per l’Occidente, di contenere e rintuzzare «l’imperialismo comunista cinese»; ieri il quotidiano spagnolo El País ospitava un lungo articolo dedicato al pericoloso «capitalismo comunista cinese»: più che parlare di ossimoro, bisognerebbe scomodare il concetto di… minchiata! Il problema, almeno per come la vedo io, è che la stragrande maggioranza delle persone crede davvero che la popolazione cinese sia governata da una mostruosità politico-sociale mai vista prima: un “regime comunista” basato su un iper capitalismo. Tra l’altro questa “mostruosità”, la cui natura sociale beninteso non supera di un millimetro la dimensione capitalistica, sta offrendo a tutto il mondo standard e modelli di controllo e di repressione sociale davvero eccellenti, sicuramente all’avanguardia. Ed è anche per questo che seguo con interesse le vicende di Hong Kong – ma anche quelle che riguardano il Tibet e lo Xinjiang» (Da Hong Kong a Minneapolis: mi riguarda! Mi “ingerisco”).

LA LOTTA MONDIALE ALLA PANDEMIA COME MOMENTO NON SECONDARIO DELLA CONTESA INTERIMPERIALISTA

A testimoniare della natura squisitamente sociale – e per nulla naturale – della crisi sanitaria mondiale di questi mesi, giunge anche la ritorsione del Presidente Trump nei confronti dell’Organizzazione Mondiale della sanità, accusata non solo di grave negligenza e pressappochismo in tutta la questione epidemica, ma di essersi mossa di fatto in piena sintonia con gli interessi cinesi, cosa che l’avrebbe portata addirittura a «insabbiare informazioni e dati sulla diffusione dell’epidemia» (*). Bisogna dire che la decisione di Trump non giunge inattesa, dal momento che essa «è stata annunciata da giorni e sostenuta persino dai media americani anche più progressisti» (Notizie Geopolitiche). Scrive Enrico Oliari: «Il sospetto della Casa Bianca e non solo è che l’asse tra i cinesi e l’Oms sia consolidato, anche perché nel 2017 l’etiope Ghebreyesus fu eletto con i voti di quasi tutti i paesi africani, gli stessi in cui Pechino detta legge attraverso il neoimperialismo coloniale. Di certo la polemica torna utile allo stesso presidente nella logica dello scarica barile, dal momento che i suoi ordini e i contrordini sulla gestione dell’epidemia negli Usa si stanno traducendo nei dati di oggi: 600mila contagiati e 25mila morti» (Notizie Geopolitiche).

Per il Corriere della Sera «L’Oms si è mossa in ritardo e, pur lanciando allarmi, per molto tempo ha evitato di sollecitare interventi radicali dichiarando la pandemia soltanto dopo un mese. Il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus è andato a Pechino ad omaggiare Xi Jinping per la sua presunta trasparenza anche se la Cina ha nascosto a lungo le reali dimensioni dell’epidemia: ed è verosimile che l’organizzazione si sia comportata in questo modo perché marcata stretta dalla Cina». Come si vede, anche qui viene avanti il rapporto che la Cina ha stretto con il direttore dell’OMS e, più in generale, le conseguenze sul piano geopolitico della dinamica e capitalisticamente aggressiva presenza dell’imperialismo cinese in Africa – e non solo

In un’intervista a Repubblica, l’ambasciatore della Cina in Italia Li Junhua ha dichiarato che «La Cina è pronta a fare da guardiano all’ordine mondiale e da riparatrice dell’economia globale»: è chiaro che questa chiara strategia non può non inquietare l’imperialismo americano, il quale evidentemente capisce che l’ordine mondiale che la Cina intende difendere inizia a penalizzarlo in modo sempre più serio e su diversi fronti.

Da più parti in Occidente si sostiene che la Cina stia approfittando della crisi epidemica per espandersi economicamente, politicamente e ideologicamente in quei Paesi europei fiaccati dalla crisi epidemica. La particolare struttura politico-istituzionale della Cina avrebbe permesso a questo Paese di mostrare una grande resilienza sistemica e un’eccezionale capacità di reazione, e ciò l’avrebbe messo nelle condizioni di avvantaggiarsi delle altrui debolezze. Come sempre nelle guerre, alla fine c’è chi perde e chi vince. Naturalmente le classi subalterne di tutti i Paesi, sia che appartengano al novero dei vinti che a quello dei vincitori, da questa guerra escono sempre e puntualmente come perdenti, ma questo è un altro (forse) discorso. Ha ragione chi teme il rafforzamento dell’imperialismo cinese anche grazie all’epidemia in corso? Non c’è dubbio. Ma non si tratta, ovviamente, di cattiveria, ma della natura del capitalismo/imperialismo mondiale. Di solito le nazioni si scandalizzano per l’altrui attivismo imperialista, mentre il loro proprio imperialismo non lo vedono neanche: «Il nostro Paese desidera per il mondo pace, armonia, prosperità e uguaglianza tra le nazioni». Come no! Perché dunque scandalizzarsi della pratica imperialista della Cina? Chi si scandalizza mostra di difendere interessi che fanno capo ad altri imperialismi: ad esempio a quello americano, o a quello europeo – che ancora fatica a trovare una “sintesi” nell’Unione Europea.

«Il coronavirus è l’ultima arma del nuovo imperialismo cinese?», domanda Luca Forestieri di Rolling Stone alla sinologa Giada Messetti. «Finita la pandemia», continua Forestieri, «l’equilibrio di forze potrebbe cambiare e la Cina di Xi Jinping potrebbe soffiare agli Stati Uniti il primato di maggiore economia mondiale». Che ne pensa di questo scenario l’autrice di Nella testa del dragone (Mondadori, febbraio 2020)? La via della seta e la via della sanità hanno a che fare con le mire egemoniche dell’imperialismo cinese? Ecco la risposta della sinologa: «È un modus operandi esattamente com’è stato quello degli USA dopo la seconda guerra mondiale: avere un controllo geopolitico di alcune parti del mondo da parte della Cina. Anche gli USA non hanno dato i soldi all’Europa [dopo la Seconda guerra mondiale] per benevolenza. E così la Cina: ha un surplus pazzesco e cerca nuovi mercati in cui vendere le merci. […] È il soft power cinese che si sostituisce a quello americano. Una volta erano gli americani che aiutavano. Adesso sono i Cinesi che si stanno raccontando all’esterno come coloro in grado di fornire aiuti e assistenza. Tanto che in Cina si parla già di “Via della Seta sanitaria”». È la contesa interimperialistica, e tu non puoi farci niente, sciocco occidentale! A proposito: si scrive «modus operandi», si legge prassi imperialista.

«Più capitalista o più socialista. Come sarà la Cina del futuro?», chiede ancora Luca Forestieri, il quale evidentemente non ha letto i miei fondamentali scritti (faccio dell’ironia!) sulla Cina, a Giada Messetti. «Non so rispondere, ma penso che la Cina diventerà sempre di più un modello a cui noi guarderemo. Il capitalismo cinese è un mix tra socialismo e capitalismo perché sono riusciti a rendere cinese il capitalismo occidentale». Ma non sarebbe stato più corretto e semplice rispondere che quello cinese non è che un capitalismo “con caratteristiche cinesi”? Un «mix tra socialismo e capitalismo» è una formula che sarebbe molto piaciuta a Marx: anche qui, faccio della facile ironia. Come ho scritto non so quante volte commentando le risibili (qui invece faccio dell’eufemismo) tesi dei tifosi occidentali del “Socialismo con caratteristiche cinesi”, la “sovrastruttura” politico-istituzionale della Cina è (è sempre stata, da Mao a Xi Jinping, con la mediazione di Deng Xiaoping) perfettamente adeguata alla sua “struttura” economica-sociale, la quale è capitalistica al 100 per cento. «Ma il Partito che dà sostanza al regime autoritario cinese si chiama comunista!». Ecco, appunto, si chiama

Naturalmente i sostenitori dell’imperialismo occidentale hanno tutto l’interesse ad accreditare la natura “comunista” del regime cinese, in modo da celare gli interessi imperialistici che difendono dietro una cortina di lotta ideologica (secondo il ben noto e rodato schema dello scontro fra le civiltà), e da poter dimostrare ai lavoratori occidentali quanto poco appetibile sia un “regime comunista”, il quale quanto a sfruttamento della forza lavoro e a oppressione politica («In Cina gli operai se li sognano i sindacati liberi e indipendenti!) vince la gara con i regimi democratici occidentali.

Ancora la sinologa Messetti: «L’Occidente ha sfruttato la Cina per avere profitti più alti perché avevano bisogno di manodopera a basso costo. La Cina l’ha fatto, ma quando ha acquisito le competenze, ha detto “Ok, noi ora vogliamo diventare la potenza tecnologica più avanzata del mondo”. Non è rimasta passiva, ma ha girato le cose a suo vantaggio. E ora è arrivato il suo momento. La Cina se ne frega della cultura occidentale, fa come dice lei perché crede che il suo metodo sia superiore al nostro. Ed è la prima volta che l’Occidente si ritrova in questa situazione dopo secoli in cui si è sentito superiore rispetto agli altri». Non c’è che dire, l’imperialismo occidentale ha trovato pane imperialistico per i suo denti – e sempre posto che abbia un senso mettere l’Europa e gli Stati Uniti in un solo fascio, mentre in realtà molte e profonde le faglie di scontro sistemico tra le due sponde dell’Atlantico, e questo ancora una volta porta acqua al mulino del Celeste Imperialismo.

Per Vittorio Emanuele Parsi (Il Messaggero) la frenata economica di Cina e Stati Uniti provocata dalla pandemia potrebbe rivelarsi «la vera chance per l’Europa», la quale potrebbe approfittare della momentanea debolezza di quei due Paesi per acquistare autonomia e capacità di iniziativa geopolitica. Secondo Francesco Bechis, l’attivismo cinese in Europa si spiega anche con una serie di problemi che la Cina si trova a dover affrontare: «Ora che gli Stati Uniti di Donald Trump hanno iniziato a rispondere con i fatti e a venire in soccorso degli alleati europei, la “coronavirus diplomacy” cinese nel Vecchio Continente è entrata in una nuova, più aggressiva fase della campagna diplomatica per stringere rapporti (e contratti) con i partner del Vecchio Continente nel guado dell’emergenza sanitaria. Due le ragioni che spiegano una così brusca accelerazione. La prima: la crisi economica. Oggi mantenere un accesso privilegiato al mercato europeo non è un optional, è questione di vita o di morte per l’economia cinese. La caduta a picco del Pil, che, scrive Reuters, gli analisti stimano in un -6,5% sull’anno precedente da gennaio a marzo, -9,9% su base trimestrale, preoccupa non poco le feluche cinesi. Per trovare un precedente bisogna risalire al 1992. Se si pensa che nel primo trimestre del 2019 il Pil cinese è cresciuto del 6% si ha una dimensione del baratro. La seconda: non tutto fila liscio nella campagna cinese in Europa a suon di aiuti internazionali, mascherine, equipaggiamento medico. Negli ultimi giorni, il piano di Xi Jinping ha iniziato a mostrare le prime crepe» (Formiche.net). Staremo a vedere. Naturalmente Bechis, essendo un sostenitore del “mondo libero e democratico”, si augura che la controffensiva americana abbia pieno successo. Personalmente tifo invece per la catastrofe del Capitalismo/Imperialismo mondiale preso in blocco, nella sua disumana ed escrementizia totalità, ma questi sono dettagli che forse ai lettori non interessano.

Il noto scienziato sociale Alessandro Di Battista non ha invece alcun dubbio su dove punti l’ago della bilancia nella lotta per il potere mondiale: «La Cina vincerà la Terza guerra mondiale senza sparare un solo colpo. Noi abbiamo carte da giocare in Europa, come il rapporto con la Cina» (Il Fatto Quotidiano). Alla luce della sapienza geopolitica del “leader di riserva” dei pentastellati, dire che «La Cina è vicina», come si diceva una volta, suona del tutto anacronistico: la Cina è già qui e non se ne andrà più, per la felicità dei tifosi del “modello cinese”.

Scrive Jacob L. Shapiro: «Stati Uniti e Cina sono i due pilastri dell’economia globale. Insieme, assommano il 40% del pil mondiale. Eppure, la minaccia unica e planetaria posta dal coronavirus non ha avvicinato i due paesi. Anzi, li ha ulteriormente allontanati. In questo momento le relazioni bilaterali sono ai minimi dagli anni della guerra in Vietnam, quando Pechino inviò centinaia di migliaia di soldati nel Vietnam del Nord per supportare i vietcong. Il mondo già ne soffre, ma è molto probabile che abbia a soffrirne ancora di più» (Limes). Il futuro non promette nulla di buono? Niente sarà più come prima, è d’altra parte il mantra del momento: non so a chi legge, ma a me quel mantra suona oltremodo sinistro. La “nuova normalità” si annuncia ancora più brutta di quella vecchia, su ogni aspetto della vita individuale e sociale. Ora, e per non dar libero corso al mio antipatico pessimismo, non si vede perché «la minaccia unica e planetaria posta dal coronavirus» avrebbe dovuto avvicinare i due Paesi che oggi si contendono il primato mondiale in ogni ambito della contesa imperialistica: in quello economico, tecnologico, scientifico, geopolitico, militare, ideologico. La stessa lotta alla pandemia si è presto e necessariamente trasformata in una continuazione della guerra mondiale sistemica con altri mezzi, in un suo importante, e per molti analisti geopolitici perfino decisivo, momento di quella guerra. Per Le Monde, la pandemia forza tendenze già presenti sulla scena geopolitica da molto tempo e segna il definitivo tramonto dell’Occidente, la cui egemonia sistemica (economica, politica, culturale) sul mondo passa decisamente nelle mani dell’Oriente più estremo: dalla Cina alla Corea del Sud – che non a caso hanno offerto al mondo i due modelli ritenuti più di successo nella lotta al Covid-19. Avremo modo di verificare la solidità di questa tesi, la quale peraltro riprende la ben nota “profezia” di Oswald Spengler esposta nel suo famoso libro pubblicato nell’estate del 1918 – nel pieno della Spagnola.

«Il virus – osserva Shapiro – colpisce gli esseri umani indipendentemente dal colore della pelle, dal credo religioso, dalla nazionalità. Il virus non guarda se il suo ospite è americano, cinese, spagnolo o sudafricano. Il dolore di perdere i propri cari, la paura di lasciare casa, la necessaria ma innaturale necessità di isolarci dalle nostre comunità, l’incertezza economica sono divenute esperienze universali nelle ultime settimane. Per il Covid-19, siamo tutti uguali». Com’è ingenuo, signor Shapiro! Per il virus un “ospite vale l’altro”, ma la malattia che esso innesca impatta non su un’astratta umanità, ma su una Società-Mondo che mostra di essere radicalmente ostile agli uomini in generale, e alle classi subalterne in particolare. Senza contare poi, che è stata la distruzione degli ecosistemi prodotta dal capitalismo a gettare il famigerato virus nella mischia sociale, per tacere delle altre cause squisitamente sociali che ne hanno determinato la diffusione planetaria e la sua pericolosità per la salute umana. Ma su questo aspetto rimando ai miei precedenti post dedicati alla “problematica”.

(*) REVISIONI CON CARATTERISTICHE CINESI

«Coronavirus, la Cina ha rivisto, a sorpresa, i conti dell’epidemia, conti che fin dall’inizio hanno sollevato perplessità in Occidente: la città di Wuhan, il focolaio del Covid-19, ha annunciato i numeri di contagi e decessi aumentandoli, rispettivamente, di 325 unità a 50.333 e di 1.290 unità a 3.869 totali. Il quartier generale municipale impegnato nella prevenzione e controllo del virus ha spiegato in una nota, secondo i media locali, che la “revisione è conforme a leggi e regolamenti, e al principio di essere responsabili verso la storia, le persone e i defunti”» (Il Messaggero). «Non c’è mai stato un insabbiamento delle informazioni sull’epidemia di Covid-19 in Cina, il governo di Pechino non consente operazioni del genere. Lo ha dichiarato il portavoce del ministero degli esteri cinese, Zhao Lijian» (La Presse). Quasi quasi ci credo. Quasi. Però no, meglio di no. Non vorrei attirare su di me l’ira dello spettro del dottor Li Wenliang, e la rabbia dei “giornalisti di strada” di Wuhan che il Partito-Regime ha silenziato “solo” perché hanno denunciato le sue menzogne sulla crisi sanitaria. Piuttosto è lecito attendersi ulteriori “revisioni”, e perfino qualche “autocritica”. Chissà!

MODELLO CINESE. OVVERO L’IMPERIALISMO COMPASSIONEVOLE…

A quanto pare il modello cinese in materia di guerra al coronavirus sta conquistando la simpatia di una fetta sempre più cospicua dell’opinione pubblica italiana, mentre nel mondo politico nostrano il modello sociale cinese nel suo complesso non da oggi riscuote un certo consenso in certi ambienti politici ed imprenditoriali. Ha dichiarato (naturalmente su Facebook) il nostro Ministro degli Esteri: «Ci ricorderemo di chi ci ha aiutato come ha fatto la Cina. Noi abbiamo dimostrato solidarietà verso il governo cinese colpito da pregiudizio e razzismo e ora loro ricambiano»: quant’è compassionevole il Celeste Imperialismo!  Da sempre l’italico politico è bravissimo nel mutare la tragedia in farsa, anche se non manca mai quello che si distingue in questa malfamata capacità.

Il comico Presidente della Campania ha dichiarato: «In Cina, un cittadino che era uscito dalla zona che era in quarantena è stato fucilato. Ora, nelle democrazie occidentali non esistono questi metodi terapeutici»: purtroppo? Marcello Lippi, già eroe nazionale nel 2006 ed ex allenatore della nazionale di calcio della Cina, loda il grande popolo cinese e biasima gli italici vizi: «C’è sempre grande confusione, ognuno dice la sua, pensa al proprio giardino, ma c’è chi è deputato a comandare. Il governo deve ordinare, fare le leggi e farle rispettare. Se il governo, col consiglio di vari scienziati e medici, decide di fare certe cose, le deve ordinare. Per esempio ho sentito dire che una persona contagiata era scappata dalla zona rossa per andare a sciare. In Cina invece chi è scappato dalle zone rosse è stato giustiziato». Ben gli sta! Bravi “compagni”! Che efficienza! «I governanti cinesi sono molto più severi nel fare rispettare le leggi, hanno dei medici e degli scienziati importanti. Stanno piano piano trovando la maniera di uscirne. Stanno aumentando tantissimo i guariti e mi hanno detto che riprenderanno il campionato a metà aprile» (Rai Sport). Finalmente una bella notizia!

È bene dire, a scanso di equivoci, che la “deriva autoritaria” che oggi registriamo in Italia è un prodotto tutto italiano (come dimostra anche la vicenda del “virus informatico” chiamato Trojan), fenomeno che come sempre in epoca di “globalizzazione spinta” si spiega nella sua interezza e dinamica solo alla luce del processo sociale mondiale complessivamente considerato, e questa considerazione vale naturalmente per i fenomeni politico-sociali che si registrano in tutti i Paesi del mondo, un mondo che si distende sotto un unico cielo: quello realizzato dai rapporti sociali capitalistici. Per dirla con i cinesi: tianxia, «tutto sotto il cielo» – del Capitalismo. Semmai possiamo dire che il modello con caratteristiche orwelliane offerto dalla Cina suggerisce ai regimi politico-istituzionali degli altri Paesi delle eccellenti soluzioni politico-tecnologiche ai problemi posti dalle sempre più pressanti e complesse esigenze di controllo sociale. Ed è anche per questo che per l’anticapitalista basato in Occidente, come chi scrive, è molto interessante tutto quello che avviene in Cina.

Il radicale (nell’accezione pannelliana del termine) Maurizio Bolognetti sta conducendo l’ennesimo sciopero della fame, questa volta per denunciare la “scomparsa” del giornalista cinese Lì Zehua, colpevole di aver voluto sbugiardare la propaganda del Partito-Regime circa la genesi e la diffusione della famigerata pandemia virale che tanto ci amareggia in questi giorni. Bolognetti ha scritto qualche giorno fa una lettera indirizzata al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e al Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, per “sensibilizzarli” al caso in questione; eccone alcuni passi: «Signor Presidente del Consiglio, signor Ministro degli Esteri, in troppi cedono alla fascinazione esercitata dal modello cinese, dimenticando che quello di Pechino è un regime totalitario in cui la tanto decantata “efficienza” viaggia a braccetto con l’assenza di libertà e democrazia e con la violazione di elementari diritti umani. Nella Cina del Presidente Xi Jinping può accadere, ed è accaduto, che le informazioni taroccate diffuse dal Partito del Popolo contro il popolo abbiano messo a repentaglio la salute di milioni di persone e contribuito alla diffusione dell’epidemia in corso. Nella Cina del proiettile addebitato ai familiari del condannato a morte, nella Cina post Piazza Tienanmen, in cui ogni anelito di libertà viene stroncato e la massima libertà concessa è l’acquisto dell’ultimo modello di Huawei, può accadere, ed è accaduto, che un giornalista, Lì Zehua, venga arrestato dai servizi di sicurezza del Partito Stato del comandante in capo Xi Jinping. La colpa di Zehua? Il blogger ed ex giornalista della CCTV ha provato a raccontare quel che accadeva nella Cina epicentro della diffusione del Covid-19. Colpevole agli occhi di Pechino di voler onorare il diritto alla conoscenza. Colpevole di aver voluto far luce sull’assenza di trasparenza, sulle bugie e sulla propaganda». Oltre a Lì Zehua sono “scomparsi” altri due «nemici del Popolo e dello Stato»: Fang Bin e Chen Qiushi. In Cina chi fa controinformazione è considerato una spia e trattato come tale; i cittadini sono caldamente invitati a denunciare le “spie”, se non vogliono correre il rischio di venir denunciati a loro volta come spie al servizio di qualche potenza estera – un nome a caso: gli Stati Uniti.

In effetti, non sono stati pochi i cittadini di Wuhan e della provincia dell’Hubei che dal dicembre 2019 si sono “inventati” giornalisti di strada per darsi alla rischiosissima impresa della controinformazione. In Cina le epidemie sono classificate come segreto di Stato, perché la salute e la continuità del Partito-Regime vengono prima di ogni altra considerazione. E qui vale la pena di ricordare la vicenda di Li Wenliang, il medico di Wuhan  che già alla fine di dicembre denunciò la presenza del coronavirus in quella popolosissima città della provincia dell’Hubei, e che per questo venne “attenzionato” dal regime, che lo ammonì come segue: «Stai diffondendo parole non veritiere in rete. Il tuo comportamento ha gravemente disturbato l’ordine sociale. Hai violato il regolamento dell’amministrazione della pubblica sicurezza». Solo il 20 gennaio Pechino dichiarò l’emergenza sanitaria e mobilitò l’esercito con quel piglio “decisionista”, tipico dei regimi autoritari a partito unico, a cui molti politici e intellettuali occidentali guardano con ammirazione e invidia; cinque giorni dopo il Comitato Centrale del fantomatico Partito Comunista Cinese ammise l’esistenza di un’epidemia che a quel punto rischiava di diventare incontrollabile. Ammalatosi l’11 gennaio dopo aver curato una donna affetta da glaucoma poi risultata positiva al virus, il 7 febbraio il dottor Li Wenliang morì di polmonite. Il regime ne fece subito un eroe nazionale, dopo averlo trattato come un potenziale “criminale sociale”.

Per il radicale Bolognetti «In Cina si è realizzata una mostruosa fusione di comunismo e di capitalismo reale»: niente di più falso, e di più farsesco. In Cina non c’è mai stato un solo atomo, dico atomo, di comunismo o di socialismo, e questo già ai tempi di Mao, l’eroe della rivoluzione nazionale-borghese – fatta passare, secondo la più autentica tradizione stalinista, come “via nazionale al socialismo”. In Cina “sovrastruttura” e “struttura” si corrispondono alla perfezione semplicemente perché entrambe hanno la medesima natura storico-sociale: quella capitalistica, appunto. Questa mia posizione ultraminoritaria, che ho cercato di argomentare in molti scritti (*), ha dovuto sempre fare i conti sia con i detrattori della “Cina comunista”, sia con i simpatizzanti del “Socialismo con caratteristiche cinesi”: due facce della stessa escrementizia (capitalistica) medaglia.

Il portavoce del Ministro degli Esteri cinese Zhao Lijian ha accusato gli Stati Uniti di aver diffuso il virus a Wuhan. Non si tratta di un’assoluta novità propagandistica: anche ai tempi della Sars (2003/2004) i cinesi tentarono lo stesso giochetto manipolatorio, con scarsissimi risultati. Washington ha subito risposto che si tratta di una colossale “information warfare”, di una ridicola balla propagandistica intesa a far dimenticare ai cinesi e al mondo intero le responsabilità che il regime “comunista” ha avuto nella rapida espansione dell’epidemia, che poi si è trasformata in pandemia. Trump cavalca da par suo la “information warfare” anche per far dimenticare la sua iniziale sottovalutazione della magagna epidemica. Il tutto naturalmente si inquadra nella guerra sistemica (o totale) che oppone i due maggiori imperialismi del pianeta. Si potrebbe dire che siamo in piena guerra propagandistico-batteriologica, con tanto di vittime “reali” e “virtuali”.

Inutile dire che in Italia si fronteggiano, come su ogni singola questione più o meno importante, due tifoserie: la tifoseria che sposa la tesi cinese (trattasi di un virus americano) e quella che sposa la tesi americana (trattasi di un virus con caratteristiche cinesi). Il coronavirus attacca i polmoni, l’impotenza politico-sociale degli individui attacca la loro capacità critica. Che brutti tempi!

Scrive Francesco Sisci: «Nell’attuale smisurata percezione di sé – vedremo quanto colpita dagli effetti anche d’immagine del coronavirus – la Repubblica Popolare Cinese rifiuta di venire pragmaticamente a patti con i vicini, i quali hanno accettato la visione del mondo occidentale. Dimostrandosi incapace di cogliere i rapporti di forza effettivi. Incoraggiata dall’eco di certe valutazioni americane, ma anche asiatiche, sull’inevitabile ascendere di Pechino al primato mondiale, la Cina ha adottato una condotta tipica delle potenze all’apice del proprio sviluppo. Grave errore, malgrado l’enorme crescita economica degli ultimi decenni, in cui hybris endogena e narrazione occidentale del “miracolo cinese” hanno contribuito ad allargare lo iato fra realtà e smisurate ambizioni» (Limes). Ho l’impressione che non manchi molto tempo per verificare se lo iato di cui parla Sisci esista effettivamente, come ritiene anche chi scrive, e quanto largo esso sia, e come sempre saranno le classi subalterne, non importa quale passaporto esse possano esibire, a pagarne il prezzo più caro, in tutti i sensi.

(*) Ne cito solo due:

TUTTO SOTTO IL CIELO (DEL CAPITALISMO)

ŽIŽEK, BADIOU E LA RIVOLUZIONE CULTURALE CINESE

L’IMPERIALISMO AMERICANO TRA REALTÀ E “NARRAZIONE”

L’ultima monografia di Limes dedicata agli Stati Uniti (America contro tutti) è a mio avviso molto interessante soprattutto perché cerca di fare piazza pulita dei tanti luoghi comuni che negli ultimi anni si sono addensati intorno alla cosiddetta America di Trump, in particolare, e più in generale intorno al presente e al prossimo futuro degli Stati Uniti, considerati da molti analisti geopolitici e da molti politici di tutto il mondo come una Potenza mondiale ormai condannata a un declino sistemico pressoché inarrestabile e inevitabile. Come si dice in questi casi, le cose sono più complesse di come appaiono alla luce delle “narrazioni” messe in campo non solo dai nemici degli Stati Uniti, ma dagli stessi politici americani, sempre pronti a cavalcare “lo spirito del tempo” soprattutto in chiave elettoralistica. E in quel Paese “lo spirito del tempo” ormai dal 2008 parla il linguaggio “isolazionista”.

La “narrazione” spesso, anzi quasi sempre, è più forte della realtà, e sicuramente la prima è agli occhi della mitica “opinione pubblica” molto più suggestiva della seconda; ed esattamente sulla scorta di questo “disdicevole” dato di fatto che i politici, soprattutto quelli basati in Occidente, fin troppo frequentemente prendono decisioni del tutto sbagliate, soprattutto sul terreno della politica estera: è un po’ questa la “filosofia” che ispira America contro tutti – Limes, 12/2019.

Scrive Dario Fabbri: «Per capire il momento della superpotenza occorre trascurare la retorica nazionalista di Trump. Gli Stati Uniti sono passati dalla fase imperialista a quella compiutamente imperiale. Sfidando il resto del mondo. E i rischi, domestici ed esterni, che tale aggressività comporta». A mio avviso la fase «compiutamente imperiale» della Potenza americana cade interamente all’interno del concetto “classico” di imperialismo, non è che l’imperialismo americano come si manifesta nel XXI secolo. Probabilmente il termine Impero (imperiale) in certe orecchie suona meglio, politicamente parlando, rispetto a quello di Imperialismo, più connotato del primo anche dal punto di vista ideologico. Ma non è qui il luogo per approfondire l’importante questione. Riprendiamo dunque la citazione: «L’America è imperiale, inquieta, contro tutti. L’inaggirabile cogenza della condizione egemonica, unita alla fatica percepita dalla cittadinanza, l’ha resa tanto universalistica quanto aggressiva nei confronti di clientes e nemici. Anziché regredire allo stato di nazione promesso da Trump, negli ultimi tre anni ha puntellato il proprio ruolo, cresciuto in freddezza, esposizione globale, solipsismo. A dispetto di una vulgata che la vuole in ritirata, ha aumentato il contingente militare dispiegato in ogni continente, l’attività di compratore sistemico, il numero di immigrati che accoglie sul proprio territorio. Ha continuato ad accollare agli altri il suo benessere attraverso il mostruoso debito pubblico, a usare carsicamente la retorica umanitaria per occultare la politica estera, a controllare le rotte marittime del pianeta. Per fissità dell’architettura imperiale, nata spontaneamente, impossibile da estinguere col solo arbitrio. Contro la volontà della popolazione che, provata dal mantenimento della primazia, vorrebbe tornare nazione. Stretta tra l’impossibilità di sottrarsi al proprio destino e la voglia di distacco, in questa fase la superpotenza considera il caos uno strumento della sua azione, almeno finché non ne lambisce gli interessi strategici. Promuove il non interventismo che ne riduce la fatica, pretende che i satelliti spendano di più per accedere al suo sistema. Finendo per considerare ogni interlocutore come un nemico. Per cui risulta simultaneamente in lotta con Cina e Russia, Germania e Giappone, Turchia e Iran, Gran Bretagna e Australia, Canada e Corea del Sud, Venezuela e Messico, perfino Italia. Attraverso il contenimento, le azioni dimostrative, i dazi, le sanzioni».

Limes, 12/2019

Secondo Fabbri (*) l’America di Trump è «la medesima che aveva promesso Obama, sebbene con una narrazione molto diversa da quella trumpiana. Partendo da questo punto abbiamo provato ad indagare lo stato di salute dell’impero. Sintetizzando e semplificando, ci troviamo di fronte a una classica fatica imperiale di un Paese che si trova a essere in una certa fase storica superpotenza contro la propria volontà, inevitabilmente, e che vive con fastidio crescente il proprio ruolo di gendarme del mondo. Bisogna partire dal presupposto che solo rarissimamente un singolo uomo è in grado di mutare la traiettoria di un Paese, e questo vale anche per Trump.

Non dobbiamo dimenticare che esistono quelle strutture che Franco chiama lo Stato profondo, che non è nient’altro che gli apparati dello Stato federale, cioè vari ministeri che gestiscono l’impero nella sua dimensione globale. Trump può sempre dire che sono i cattivoni dello Stato profondo che non rispettano la volontà popolare, che contraddicono lo spirito del tempo che vuole che gli americani presenti ai quattro angoli del pianeta ritornino tutti a casa. Come diceva Lucio Caracciolo poco fa, ciò che sostenevano Trump e Obama durante la campagna presidenziale del 2016 conta pochissimo, appunto perché il singolo soggetto non ha le capacità di cambiare la traiettoria di una collettività». In un post del 2016 (Gli Stati Uniti tra “isolazionismo” e “internazionalismo”) ho messo in luce i non pochi punti di continuità tra la politica estera praticata dal Nobel per la Pace (della serie: quando la fantasia fa impallidire l’immaginazione!) Obama e quella annunciata dal rissoso Trump.

Riprendo la citazione: «In questi ultimi tre anni leggendo i media si ha avuta l’impressione che la politica estera ed economica degli Stati Uniti sia cambiata di 360 gradi; l’impressione cioè che siano diventati essenzialmente chiusi, isolazionisti, nazionalisti, serrati nei confronti dell’immigrazione, protezionisti, dediti al disimpegno e al ritiro in tutti i quadranti del pianeta. C’è qualcosa che non torna in questa narrazione. Perché gli Stati Uniti sono così arrabbiati, se stanno ottenendo esattamente quello che Trump diceva e dice di volere, ossia tornarsene a casa e costringere gli altri Paesi a pagare di più l’accesso al loro sistema? Bisogna distinguere tra realtà e narrazione. Obama e Trump hanno promesso agli americani di tornarsene a casa, di chiudersi e di far pagare agli altri sia il fardello militare quanto quello commerciale perché questo gli americani volevano sentirsi dire, niente di più niente di meno. Ma indagando scopriamo che lo smantellamento dell’impero globale non c’è stato, che in questi anni l’impero americano si è confermato nella sua interezza e che anzi ha esteso la sua presenza nel globo, invece di tornarsene a casa. Gli Stati Uniti sono meno protezionisti di tre anni fa, così come  sono meno chiusi verso l’esterno, verso  l’immigrazione rispetto a tre anni fa. Tutti i dati confermano questa analisi. Se dovessimo spiegare in breve il perché di tutto questo, diremmo con una formula che dall’impero non ci si può dimettere. Dimettersi da impero diventa impossibile nel momento in cui lo si è; se gli americani decidessero di ritirarsi in convento gli altri li verrebbero a cercare, come accadrebbe al grande fuorilegge che decidesse di passare ad una vita puramente legale dopo aver sparso tanta violenza nella sua carriera. Nessun impero può abbandonare la traiettoria che ha più o meno volontariamente intrapreso. Non c’è verso, e le ragioni concrete di questa impossibilità sono legate all’atteggiamento sentimentale degli americani, anche di quelli che propendono per un ritorno a casa, per un abbandono degli interessi globali: essi non vorrebbero mai abbandonare lo status di numero uno del pianeta, per usare un’espressione molto americana».

Gli Stati Uniti sono condannati a essere una superpotenza; essi sono un impero globale loro malgrado: questa tesi può avere un qualche senso solo a patto che la si illumini con il concetto di interesse: per perseguire i suoi interessi sistemici (economici, finanziari, tecno-scientifici, militari, ideologici, ecc.) l’imperialismo americano è ovviamente “costretto” a difendere, consolidare ed espandere con tutti i mezzi necessari le sue posizioni conquistate nell’arco di oltre un secolo. Non solo non ci si può dimettere dal potere mondiale, ma soprattutto non si ha alcun interesse a farlo. Il limite fondamentale del pensiero geopolitico è quello di non prendere in considerazione il concetto e la realtà del dominio di classe, il concetto e la realtà del rapporto sociale capitalistico, e quindi esso ragiona sempre in termini di nazioni considerate come soggetti socialmente e politicamente omogenei al loro interno. Il punto di vista geopolitico non vede classi sociali e interessi di classe, ma Nazioni, Stati e Popoli, tutti concetti che occultano la natura classista delle Nazioni, degli Stati e dei Popoli. Chi decide la politica estera di un Paese è la classe dominante di quel Paese, oppure la sua frazione che contingentemente si impone sulle altre orientando, con le buone o con le cattive (o con un mix di entrambe), le scelte dello Stato. Per approfondire la conoscenza del mio punto di vista “geopolitico” rinvio a due testi: Il mondo è rotondo e Sul concetto di imperialismo unitario.

Limes, 12/2019

Anche per Colin Dueck Redazione Limes«La politica estera dell’istrionico inquilino della Casa Bianca è meno originale di quanto sembri. The Donald è un attore razionale. Il modo in cui l’amministrazione Trump pensa il mondo non può che essere di notevole interesse per gli osservatori stranieri. Per comprenderlo è prima fondamentale chiarire i ruoli e le prospettive dei numerosi attori coinvolti a Washington nella gestione dei dossier internazionali. Le decisioni prese da Donald Trump non sono casuali, per quanto a molti possa sembrare così. Derivano, almeno parzialmente, da specifiche interpretazioni elaborate nel corso dei decenni. Il fatto che il presidente diffonda le proprie posizioni soprattutto tramite interviste in radio – e non in contesti convenzionali come i paludati think tank washingtoniani – viene interpretato dagli analisti più dogmatici come la prova che il presidente non abbia alcuna visione del mondo. Formidabile errore».

Ultimamente la visione del mondo del Presidente americano sembra essersi allargata fino a contemplare lo spazio: «Il presidente Donald Trump ha firmato la legge che istituisce le forze spaziali, sesta branca delle forze armate statunitensi accanto ad esercito (Army), marina (Navy), aeronautica (Air Force), Marine e Guardia Costiera. Annunciata nel 2018, la nuova armata spaziale americana è da considerarsi ufficialmente istituita con la firma da parte del presidente del budget militare annuale da 738 miliardi di dollari. “La nostra resilienza basata sulle capacità spaziali è cresciuta enormemente ed oggi lo spazio è diventato un campo di battaglia per il suo dominio”, ha osservato il segretario alla Difesa Usa, Mark Esper. “Mantenere il predominio americano nello spazio è ora la missione delle forze spaziali degli Stati Uniti”, ha aggiunto» (La Repubblica). Imperialismo spaziale! Le annunciate missioni esplorative sulla Luna e su Marte si collocano in questo scenario di sfida totale.

Federico Petronisi si è occupato «della dimensione militare dell’impero americano»: «Se avete dei dubbi se per caso l’America sia o no un impero, andate a vedere il suo schieramento militare all’estero e scoprirete che esattamente come nella dimensione finanziaria non è mai esistito un debito così alto, una potenza così indebitata, nella storia non è mai esistito un impero mondiale così esteso dal punto di vista militare, non è mai esistita una Rete di basi militari così estesa. Le installazioni militari all’estero – almeno ottocento, forse molte più – sono l’impronta della postura imperiale. La scelta di impiantarsi nel mondo deriva dalle lezioni della seconda guerra mondiale. Il contenimento dell’Eurasia è la priorità. Ma chi comanda davvero? […] Compongono una rete immensa e innumerata, ai quattro angoli del pianeta, dal Giappone all’Honduras, dalle sabbie arabiche ai ghiacci groenlandesi, dai verdi colli di Baviera e Palatinato al ceruleo atollo di Wake. Sono indeterminate come indeterminato è il limite geografico del primato a stelle e strisce – coincidente con il mondo stesso, in attesa del cosmo. Ripropongono il mito della frontiera, catapultata in Eurasia dopo aver soggiogato Nordamerica e Oceano Pacifico. […] Soprattutto, le basi sono l’espressione più manifesta della natura imperiale del primato degli Stati Uniti. Sottrarre terreni alla sovranità altrui, stanziare militari in paesi stranieri, controllare proprietà o averle nella propria disponibilità mette a nudo lo squilibrio dei rapporti di forza tra Numero Uno e resto del mondo. Investe la sfera del comando, essenza stessa dell’impero. […] Infine, le basi investono le funzioni più salienti del mantenimento del primato statunitense: contenimento e deterrenza dei nemici, sedazione dei potenziali avversari, rassicurazione dei soci, intervento rapido in caso di crisi, controllo degli stretti e dei mari, creazione di una rete di comunicazione planetaria».

Per Petroni non è possibile fare un esatto conteggio delle basi e delle istallazioni militari americane all’estero per tre motivi: il primo motivo ha un’ovvia natura strategica, in quanto la profonda ambiguità circa il numero e la dislocazione geografica delle basi militari americane serve a non dare troppe informazioni ai nemici, i quali se «sapessero dove e come sono presenti gli americani nel mondo si difenderebbero meglio e attaccherebbe meglio la potenza americana in caso di guerra». Il secondo motivo chiama in causa quei Paesi che ospitano le basi o un qualche tipo di istallazione militare statunitense ma che cercano di occultare o comunque minimizzare la cosa agli occhi dell’opinione pubblica nazionale, magari avvezza alla demagogica propaganda antiamericana: è il classico caso dell’Arabia Saudita – non a caso la patria di Bin Laden. C’è poi da considerare la riluttanza che una parte non piccola degli americani coltiva nei confronti della «proiezione imperiale» del loro Paese, che se da una parte titilla l’orgoglio nazionale, dall’altra è vissuta da molti cittadini statunitensi come una permanente fonte di problemi e di costi. «L’impero comporta un fardello che non tutti gli americani sono disposti a sopportare».

La mappa che vien fuori dalla presenza militare statunitense nel mondo(*) «rappresenta plasticamente la strategia geopolitica degli Stati Uniti. Collegando le principali installazioni militari ci siamo resi conto che queste formavano effettivamente uno strumento assai utile per capire che cosa ci stanno a fare gli Stati Uniti nel mondo; la loro strategia è immutata dalla seconda guerra mondiale, e prevede di impedire che in Eurasia sorga un rivale o una coalizione di rivali che posso mettere a repentaglio l’egemonia mondiale americana. Pensateci bene: Seconda guerra mondiale, sfida a nipponici e tedeschi; Guerra Fredda, impedire ai sovietici di conquistare la Germania e l’Europa occidentale; la fase attuale prevede proprio di impedire a Cina, Russia e in misura minore anche all’Iran di costruirsi delle sfere di influenza dalle quali escludere l’America, sottraendole così il controllo dei mari che è la dimensione più pura del potere globale americano – anche perché il novanta per cento delle merci che acquistiamo e ci scambiamo viaggiano sul mare. Questa linea, dicevo, illustra plasticamente la strategia degli Stati Uniti perché ci fa vedere dove l’America si difende in posizione avanzata per contenere i propri rivali. La sua presenza militare in Europa serve sia a mantenere in una condizione imbelle la Germania, che è l’ossessione strategica degli Stati Uniti da un secolo a questa parte, e l’Europa tutta; sia, ovviamente, a impedire una per quanto improbabile avanzata russa e a tenere la pressione sulla Russia». Discorso analogo vale per la loro presenza in Medioriente, con l’Iran che recita il ruolo di nemico strategico principale da tenere sotto costante assedio. Alla Cina «bisogna tassativamente impedirle di uscire dai propri asfittici confini nazionali, e che la stessa Cina percepisce come opprimenti, e infatti essa sta lavorando per costruirsi una sfera di influenza a partire dal Mar Cinese Meridionale per andare molto oltre».

La conclusione: «Quindi vedete subito che gli Stati Uniti non si stanno affatto ritirando, perché da settant’anni a questa parte, anzi più di settanta o ottant’anni a questa parte, la loro sicurezza non si gioca più nel Golfo del Messico, sulle coste atlantiche o sulle coste del Pacifico ma si gioca a casa degli altri, e questo destino non se lo sono assegnato loro stessi, sarebbero rimasti volentieri dentro i loro confini nazionali». Qui vale il commento fatto sopra: non si tratta affatto del destino, o della mera oggettività dei processi storici: si tratta soprattutto di giganteschi interessi, si tratta del potere sistemico della classe dominante statunitense.

(*) Qui cito dalla presentazione della rivista di Limes che ha avuto luogo a Roma il 20 gennaio scorso e che è scaricabile da Radio radicale.

DOPO SOPHIA, COSA?

Presentando alla stampa l’accordo raggiunto ieri dal Consiglio dei ministri degli Esteri dell’Unione Europea, accordo politico sul lancio di una nuova operazione intesa a far rispettare l’embargo delle Nazioni Unite sulla fornitura di armi alla Libia, che chiude definitivamente la precedente missione Sophia, il responsabile Esteri dell’UE, lo spagnolo Joseph Borrell, ha dichiarato che «la nuova missione europea dovrà contare sulle navi, su potenti aerei da ricognizione e su satelliti spia. Non andremo a fare una crociera». Per non concedere nulla all’immaginazione, e per rendere più persuasiva ed esplicita la minaccia lanciata a entità geopolitiche non meglio precisate (Turchia? Russia? Egitto? Arabia Saudita? Emirati Arabi Uniti?), Borrel ha voluto ricordato quanto il Generale Claudio Graziano, suo consigliere militare e Presidente del Comitato Militare dell’UE, ebbe a dire qualche tempo fa: «Se è vero che non esiste una soluzione militare alle crisi, è anche vero che non c’è una soluzione alle crisi senza i militari». Lo strumento militare come continuazione dello strumento politico-diplomatico con altri mezzi: sai che novità! «È derivato da Clausewitz il concetto che la guerra sia un normale strumento della politica estera degli Stati. […] La guerra è un fenomeno sociale e rappresenta una continuazione e uno strumento della politica» (Generale Carlo Jean). «La più grande struttura dell’ingiustizia è la stessa industria della guerra», ha detto Papa Francesco. Sbagliato! La più grande struttura dell’ingiustizia è la stessa società capitalistica, la quale rende possibile guerre d’ogni genere (economiche, tecno-scientifiche, armate, ecc.) e fa della vendita (“legale” e “illegale”) delle armi un affarone per chi le fabbrica e le traffica. La “legge del profitto” è cieca: per essa la differenza tra produrre e vendere burro e produrre e vendere cannoni si sostanzia nel verificare quale delle due merci dà un maggior profitto. Detto en passant, «il bilancio dell’export italiano è di circa 5 miliardi di euro l’anno, con circa la metà destinata ai Paesi del Nordafrica come la Libia e il Medio Oriente» (Il Manifesto).

L’Unione Europea e soprattutto l’Italia temono che la presenza militare di Russia e Turchia* in Libia (sono 3.500 i miliziani siriani portati lì dalla Turchia) possa decretare il definitivo passaggio di quest’ultima nella sfera di influenza di Mosca e Ankara, magari dopo una scomposizione regionale del paese africano (Cirenaica, Tripolitania, Fezzan) secondo le ben note fratture etniche che l’Italia (liberale e fascista) aveva saldato con repressioni, deportazioni e sterminio di massa. Considerato che assicurare il rispetto dell’embargo di armi in Libia si presenta come un’operazione oltremodo problematica, per fare dell’ironia, è evidente che l’attivismo europeo nella crisi libica ha più un significato geopolitico e politico – in chiave di “politica interna” europea. Vedremo se l’accordo tra i diversi Paesi dell’Unione Europea reggerà, anche perché, tanto per dire, gli interessi della Francia non coincidono esattamente con quelli dell’Italia.

La nuova operazione militare sarà concentrata a Est, non su tutta la costa libica come la precedente operazione Sophia, e questo la dice lunga sulla sua ispirazione geopolitica (antiturca). «In particolare Austria, Italia e Ungheria volevano garanzie che la nuova operazione non finisse di fatto per favorire i flussi di migranti nel Mediterraneo centrale, generando il cosiddetto “pull factor”. Borrell ha comunque ricordato che per “la legge del mare, se le navi incontrano persone a rischio di annegare, naturalmente le devono salvare” perché altrimenti “sarebbe contro tutte le leggi internazionali”» (Il Corriere della Sera). Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha invece insistito, anche per non dare preziosi argomenti propagandistici al suo ex compagno di merende Matteo Salvini, sul fatto che  «se ci sarà un pull factor, si ritireranno le navi dalle zone interessate». Tradotto: se la presenza delle navi che dovranno garantire il rispetto dell’embargo stimolerà le partenze dei dannati della terra, noi lo bloccheremo senz’altro. Si va lì non per salvare vite, ma per salvaguardare interessi: il messaggio deve essere e apparire chiaro, a tutti.

Scriveva Enrico Oliari una settimana fa: «In tale marasma si è consumato il viaggio del ministro degli Esteri Luigi Di Maio in Libia, a Tripoli e a Bengasi. Si è trattato di una missione a sorpresa, forse nel disperato tentativo di non far perdere all’Italia la propria zona di influenza. Ora sarà da vedere se ai buoni propositi seguirà concretezza, o se nonostante il fiume di denaro italiano versato in Libia dovremo assistere ancora alle carceri-lager per migranti, dove le donne venivano violentate, le famiglie depredate di tutto, gli uomini torturati, seviziati e persino uccisi» (Notizie Geopolitiche). Venivano? Ma in Libia la violenza contro le donne e gli uomini finiti nelle mani dei “trafficanti di carne umana” non è mai cessata!

* Scrivevo qualche mese fa: «Negli ultimi tre anni l’attivismo della Turchia nel suo ampio cortile di casa ha subito una notevole accelerazione, e a farne le spese potrebbero essere anche gli interessi “energetici” italiani: ”Al centro delle tensioni tra la Turchia e l’Italia, come anche con altri paesi dell’Unione Europea tra cui Francia, Grecia e Germania, vi è lo sfruttamento dei giacimenti di gas nelle acque territoriali di Cipro: Ankara considera da sempre la parte meridionale dell’isola come secessionista, ma l’Eni italiana ha ottenuto da Nicosia concessioni per lo sfruttamento dei fondali. Già nel febbraio dello scorso anno la Turchia aveva bloccato nelle acque di Cipro la nave esplorativa italiana Saipem 12000, che non potendo lì operare era stata poi trasferita in Marocco. Da lì a poco erano giunte nell’area navi esplorative turche. In seguito le autorità di Ankara avevano disposto imponenti esercitazioni navali in prossimità delle acque di Cipro, e ‘Scopo dell’esercitazione – aveva spiegato il ministro della Difesa Hulusi Akar – è quello di mostrare la determinazione e la preparazione al fine di garantire la sicurezza, la sovranità e i diritti marittimi della Turchia’. […] Per dare seguito ai propri diritti di sfruttamento Roma ha inviato in questi giorni nell’area la fregata Federico Martinengo, classe Fremm, insieme ad altre nove unità navali al fine di dimostrare di essere in grado di tutelare i propri interessi, un esempio che a breve potrebbe essere seguito dai francesi e non solo» (G. Eddaly, Notizie Geopolitiche). La crisi cipriota rischia di saldarsi a quella libica con effetti imprevedibili e certamente non orientati alla “pace e prosperità”» (Grossi guai nel nostro cortile di casa).

CINAVIRUS. ASPETTANDO L’EFFETTO CHERNOBYL…

Ieri anche il Presidente cinese Xi Jinping ha ammasso sottovalutazioni, ritardi, reticenze e omissioni da parte del regime nella famigerata vicenda “virale” che ormai investe l’intero pianeta. Abbiamo sbagliato ma vinceremo la «guerra popolare» contro il «demonio virus», ha dichiarato il “Caro Leader”, la cui rassicurante faccia da qualche giorno non appare più sui media del Paese, come fanno notare gli esperti in dietrologie pechinesi.

«È il 30 Dicembre. Su un gruppo wechat chiamato University of Whuan, clinic 2004 Li Wenliang manda questo messaggio: “Confermati 7 casi di Sars provenienti dal mercato di frutta e pesce”. Quindi Wenliang mette in chat la diagnosi e le foto dei polmoni di alcuni pazienti. Altro messaggio di Li: “I pazienti sono ora isolati nella sala di emergenza”. Un’ora dopo un nuovo messaggio, che però proviene da un altro dei partecipanti alla chat: “Stai attento, il nostro gruppo wechat potrebbe essere cancellato”. L’ ultimo messaggio che si legge è di Li: “Confermato che si tratta di coronavirus, ora stiamo cercando di identificarlo, fate attenzione, proteggete le vostre famiglie”. Li Wenliang non è una persona qualsiasi ma un medico, e il gruppo wechat è composto dai laureati nel 2004 all’Università di Whuan. Pochi giorni dopo questo scambio di messaggi, è il 3 gennaio, la polizia bussa alla porta di Wenliang e gli sottomette un foglio, una cosiddetta “nota di ammonizione”. Il testo è lungo ma il contenuto è chiaro: “Stai diffondendo parole non veritiere in rete. Il tuo comportamento ha gravemente disturbato l’ordine sociale. Hai violato il regolamento dell’amministrazione della pubblica sicurezza”» (La Stampa). In effetti Li Wenliang aveva fatto un solo errore: pensava si trattasse di Sars, non di un coronavirus nuovo di zecca. In Cina le epidemie sono classificate come segreto di Stato, perché la salute e la continuità del Partito-Regime vengono prima di ogni altra considerazione. Solo il 25 gennaio il Comitato Centrale del fantomatico PCC ha deciso di rompere il silenzio e di mobilitare l’esercito con quel decisionismo, tipico dei regimi autoritari a partito unico, che molti politici occidentali invidiano. «Dopo aver curato una donna affetta da glaucoma poi risultata positiva al virus, fin dall’11 gennaio Li aveva cominciato ad accusare disturbi. Anche i suoi genitori si sono ammalati. Solo il 20 gennaio la Cina ha dichiarato l’emergenza sanitaria. Per molti è un eroe e un simbolo. Per le autorità di Wuhan, la testimonianza inequivocabile dei loro fallimenti» (Il Sole 24 Ore).

«Nelle pandemie vere o presunte, gestite da burocrati, il maggior numero di vittime non le fa il virus ma il mix segretezza isteria che trasforma un problema, a volte banale, in una catastrofe, prima comunicazionale, poi, forse, sanitaria di massa. E alla fine il regime che farà per mondarsi? Lo ha detto ieri il solito Xi Jinping: punirà i colpevoli, qualche mini gerarca periferico» (La Verità). Le prime teste sono già cadute, e le “autocritiche” di medici e politici locali non si contano più. Tutto questo basterà a salvare il prestigio dei Cari Leader centrali?

Ovviamente non so se lo spettro di Chernobyl bussa in queste difficili ore alla porta del regime cinese, terrorizzandolo; certo è che la crisi sanitaria innescata dall’epidemia ha fatto balenare nella testa di molti analisti (e certamente in quella di chi scrive) l’idea di un potenziale “effetto Chernobyl” sugli assetti politico-istituzionali della Cina. D’altra parte, della possibilità di un tale effetto si parlò anche cinque anni fa a proposito della sciagura occorsa a Tianjin; in quell’occasione scrissi un post la cui lettura può forse essere di qualche interesse.

Naturalmente i nemici del “comunismo” sono ben contenti di poter “sputtanare” quel colosso dai piedi d’argilla quale oggi appare la “Cina comunista”, la quale peraltro non è mai stata né comunista né socialista, ma neanche lontanamente, nemmeno di striscio, per così dire, e non posso che provare schifo e ripugnanza – l’odio lo riservo per oggetti più importanti e interessanti – vedendo gli italici tifosi del “socialismo con caratteristiche cinesi” difendere con il solito zelo il regime cinese che «si batte eroicamente contro il Coronavirus e contro le menzogne propalate dall’imperialismo occidentale». Non c’è antivirus che possa guarire simili personaggi, le cui capacità critiche sono annichilite da un’ideologia ultrareazionaria che evidentemente continua a fare vittime.

«Le notizie sulla diffusione del coronavirus stanno scatenando un inquietante effetto collaterale, in Italia e in altri Paesi: la ripulsa nei confronti di persone di origine cinese e a volte di altri asiatici, la sinofobia. La paura che gli stranieri (specie se poveri) diffondano malattie è antica e radicata. […] Nell’emergenza attuale l’ondata sinofoba è però ancora più incresciosa, perché investe non soltanto le persone in arrivo dal gigante asiatico, ma anche cittadini cinesi e naturalizzati residenti qui da anni, attività commerciali, ristoranti, bambini che frequentano le scuole italiane, piccoli calciatori: tutte persone e famiglie che non hanno nessun rapporto con la città di Wuhan e la provincia di Hubei, epicentro dell’epidemia. In questo clima intossicato, il presunto allarme sanitario vorrebbe giustificare persino la discriminazione dei più piccoli e indifesi. […] Il razzismo del XXI secolo, non potendo più fare appello a ragioni “scientifiche”, cerca di volta in volta argomenti apparentemente razionali per sostenere la necessità di cacciare o emarginare le proprie vittime: può essere la disoccupazione, il terrorismo, la sicurezza, ora è il coronavirus. Il fatto che la sinofobia sia esplosa a ridosso della Giornata della memoria per le vittime della Shoah invita ad alzare la guardia contro le nuove forme di razzismo e pregiudizio etnico» (Avvenire). Qui mi permetto di citarmi da uno scritto sui Manoscritti marxiani del 1844 che penso di “socializzare” tra qualche giorno:

«L’uomo, dice l’umanista di Treviri, ormai sa intendere e parlare solo il disumano linguaggio delle cose, semplicemente perché la sua stessa vita si è cosificata, a cominciare dal lavoro e dal suo prodotto. E cosa dovremmo dire circa l’alienazione universale che tanto inquietava il “giovane Marx” noi che abbiamo la ventura di vivere nel 2020, nell’epoca del dominio totale dei rapporti sociali che stanno a fondamento di quella alienazione? Probabilmente non sbagliamo di molto se diciamo che al peggio non c’è limite, posta la continuità della vigente epoca storica. E questa considerazione vale anche a proposito dello sterminio industriale degli ebrei e degli altri «indegni di stare al mondo», un evento che non fece registrare un «ritorno alla barbarie», secondo una sua interpretazione fin troppo superficiale e quasi (?) apologetica della società borghese, ma che piuttosto illuminò in modo accecante la disumana radice sociale di quella società, l’ultima nella serie delle società classiste. La bestia capitalistica è sempre gravida di orrori supportati dagli ultimi ritrovati della tecnoscienza, orrori che fanno impallidire quelli concepiti e realizzati nelle epoche precapitalistiche, le quali non sospettavano nemmeno che si potesse creare l’inferno sulla terra. Al cinico motto nazista Arbeit macht frei andrebbe contrapposta questa indiscutibile – almeno per chi scrive – verità: solo l’umanità rende liberi. Umanità, beninteso, nel modo in cui cerco di parlarne in questo scritto, elaborato proprio nel canonico e fin troppo istituzionalizzato periodo della Memoria (ma si tratta di capire, più che di ricordare), sulla scorta dei concetti marxiani, i quali mi consentono di dire, ripensando a Primo Levi, che questo non è un uomo».

«Da Paese divenuto modello di economia “vincente”, senza il minimo rispetto delle libertà e il vantato strapotere negli accordi bilaterali, la Cina rischia oggi di scontare tutte insieme le paure circa la natura oscura dei processi decisionali e le diffidenze per la mancanza di veri controlli. In altre parole, uno degli elementi di forza del “capitalismo di Stato” dell’ex impero celeste è stato rappresentato dalla sostanziale assenza di vincoli ambientali, sanitari e sociali troppo stringenti. L’abbattimento del costo della manodopera, lo spostamento di intere popolazioni per lasciare spazio a siti produttivi, la scarsa attenzione alla qualità dell’aria e delle acque, le carenze nelle verifiche alimentari sono stati, per un ventennio, gli elementi che hanno fatto della Cina, insieme alla sua sterminata popolazione, il luogo ideale per realizzarvi la “fabbrica del mondo”» (Altreconomia). In effetti, la crisi sociale (non puramente igienico-sanitaria) che oggi investe la Cina rende evidente tutti i limiti e tutte le contraddizioni del gigantesco sviluppo capitalistico che ha letteralmente cambiato il volto di quel Paese, soprattutto a partire dai primi anni Ottanta del secolo scorso, quando venne definitivamente abbandonata la via maoista alla modernizzazione capitalistica e all’indipendenza nazionale. Sulla natura nazionale-borghese della rivoluzione cinese rinvio ai miei diversi scritti dedicati al tema (*). La “Cina profonda”, a cominciare da quella rurale delle regioni centrali, è lungi dall’essere stata trasformata dalla modernizzazione capitalistica degli ultimi quarant’anni. Converrà ritornare quanto prima su questo importante aspetto del problema.

Intanto, mentre segue con crescente interesse e trepidazione l’evoluzione della situazione virale, ed esulta come dopo un goal segnato dagli Azzurri in una finale di coppa del mondo di calcio dinanzi ai (supposti) successi conseguiti della scienza medica italiana (vedi «il primato di isolamento del virus, denominato 2019-nCoV/Italy-INMI1, all’ospedale Spallanzani di Roma»), l’opinione pubblica nazionale si risparmia di prendere in considerazione gli ultimi dati sui morti e sui feriti causati non da qualche virus, ma dal lavoro – salariato. «Tra gennaio e novembre del 2019 le morti hanno sfiorato soglia 1.000: dietro il gelo dei numeri vuol dire drammaticamente che 997 persone sono morte mentre svolgevano il loro lavoro, mentre 590 mila sono state nello stesso periodo le denunce di infortunio presentate all’Inail» (La Repubblica). «Il mio lavorare non è vita» (K. Marx).

«Il pericolo delle epidemie rimette in gioco un insieme di valori che pareva desueto e dannoso: la paura, forse anche un po’ irrazionale, diventa lo strumento che spinge a sottomettere i processi di sviluppo a regole che non sono dettate solo dal profitto. I mercati tendono, di fronte alle epidemie, a perdere i caratteri del capitalismo e a riconquistare una loro autonomia in cui la tutela delle persone appare primaria, soprattutto se diventa il tema centrale degli immaginari collettivi» (Altraeconomia). Che inguaribili ottimisti! Mi correggo: che ottusi ideologi! Ideologi, beninteso, in senso marxiano: chi pensa il mondo «a testa in giù». L’ONU ha chiamato infodemia l’epidemia di false informazioni che sta dilagando a proposito del Coronavirus; per certi versi anche i passi appena citati possono venir classificati come «false informazioni».

«L’influenza stagionale ordinaria provoca circa mezzo milione di morti ogni anno a livello globale. Eppure a malapena notiamo l’influenza, ma ci sentiamo in pericolo per le nuove malattie. Nuove malattie, ha osservato il sociologo Philip Strong, sembrano anche esporre la società umana a una fragilità esistenziale. Le risposte alle epidemie sono spesso tentativi delle autorità di dimostrare di avere il controllo e di modellare la narrazione pubblica» (The Guardia). Malattie e controllo sociale: Michel Foucault ha scritto pagine molto interessante su questo tema: «Il corpo umano entra in un ingranaggio di potere che lo fruga, lo disarticola e lo ricompone. […] La disciplina fabbrica così corpi sottomessi ed esercitati, corpi “docili”» (Sorvegliare e punire).

(*) TUTTO SOTTO IL CIELO (DEL CAPITALISMO)

ŽIŽEK, BADIOU E LA RIVOLUZIONE CULTURALE CINESE

Aggiunta del 7 febbraio

Gli hanno vietato di parlare e ora gli vietano di morire!

«Ieri i cinesi hanno pianto e urlato di rabbia per un eroe caduto al fronte. “È morto il dottor Li Wenliang, medico di Wuhan che aveva cercato di dare l’allarme sull’epidemia, ma era stato redarguito dalla polizia”. Questa BreakingNews è stata lanciata dal Global Times, giornale comunista di Pechino. Anche il Quotidiano del Popolo ha espresso “cordoglio nazional”. Poi la smentita: “Il dottor Li ha avuto un arresto cardiaco, ma è in rianimazione”. Il virus si è annidato in profondità nei polmoni del medico e dubbi e rancore sono penetrati nei social network cinesi. Molti non hanno creduto alla smentita, hanno accusato le autorità: “Gli hanno vietato di parlare e ora gli vietano di morire”, si legge su Weibo. Forse il potere non voleva un martire della controinformazione. Ancora ore di ansia. Infine la conferma dell’ospedale: “Lo abbiamo perso”» (Corriere della Sera). La mitica Infallibilità del Partito-Regime forse non è morta, ma di certo in queste ore non sta messa benissimo.

Quei grassi funzionari che vivono con il denaro pubblico, possano morire per una bufera di neve!

«Tra i vari commenti su Weibo e WeChat, ce ne sono alcuni con la chiamata a scendere in strada e allusioni poetiche alla fallacia del Partito comunista, in gran parte poi finite tra le maglie della censura del Great Firewall. “Li è un eroe e ha messo in guardia gli altri sacrificando la sua vita”, ha scritto uno dei follower del medico di Wuhan, morto in piena notte alle 2:58 (le 19:58 di giovedì in Italia), secondo il referto ufficiale. Altri commenti sono più pesanti: “Quei grassi funzionari che vivono con il denaro pubblico, possano morire per una bufera di neve”, ha scritto un netizen in un post, subito oscurato» (ANSA). Naturalmente i Cari Leader di Pechino faranno di tutto per cavalcare in chiave demagogico-populista la rabbia cha sale dalle regioni del Paese più esposte al Coronavirus, e che potrebbe contagiare vasti strati sociali.

IRAN. ORRORE UMANO

Dopo una serie di ridicoli quanto cinici tentativi intesi a negare le proprie dirette responsabilità, «L’Iran ammette di aver abbattuto l’aereo di linea ucraino, per un errore umano» (Ansa). Il cosiddetto «errore umano» ha fatto 176 vittime, a ulteriore dimostrazione che nelle guerre moderne sono i “civili” i più esposti alla carneficina organizzata dalle classi dominanti. «Scusandosi e porgendo le condoglianze alle famiglie delle vittime dell’aereo ucraino abbattuto dopo il decollo da Teheran, il Quartier generale delle Forze armate iraniane afferma in un comunicato che metterà in atto “riforme essenziali nei processi operativi per evitare simili errori in futuro” e che perseguirà legalmente “coloro che hanno commesso l’errore”». Traduzione: il sanguinario regime iraniano impiccherà qualche militare per saziare la “fame di giustizia” dell’opinione pubblica interna e internazionale e chiudere senza troppe perdite l’imbarazzante (faccio della triste ironia) caso. Ovviamente il regime ha rigirato la scottante frittata in chiave antiamericana: «Il ministro degli Affari esteri iraniano Mohammad Javad Zarif afferma che “l’errore umano” dietro all’abbattimento dell’aereo di linea ucraino da parte delle forze armate dell’Iran è accaduto nel “momento di crisi causato dall’avventurismo degli Usa”». In realtà il massacro avvenuto nei cieli di Teheran è ascrivibile, a mio avviso, all’«avventurismo» dei due Paesi coinvolti direttamente nell’attuale crisi mediorientale: Stati Uniti e Iran. La guerra moderna, con il suo altissimo potenziale distruttivo, mette sempre in conto le “vittime collaterali” provocate dagli “errori umani”.

Intanto «La Resistenza Iraniana ha reso noto che il numero di persone uccise dalle forze di sicurezza durante le proteste in Iran ha superato i 1.500. Almeno 4.000 sono stati i feriti e almeno 12.000 le persone arrestate. Il 23 dicembre 2019, citando fonti all’interno del regime, Reuters ha confermato che 1.500 persone erano state uccise in Iran durante meno di due settimane di disordini iniziati il 15 novembre. A Reuters è stato detto che circa 400 donne e 17 adolescenti erano tra le vittime. I funzionari iraniani che hanno fornito i dati a Reuters hanno affermato di essersi basati su informazioni raccolte da forze di sicurezza, obitori, ospedali e uffici del coroner. Reuters ha affermato che l’ordine di Khamenei di “fare tutto il possibile per fermarli (i manifestanti)” è stato confermato da tre fonti vicine alla cerchia interna del Leader Supremo» (Nessuno tocchi Caino). Com’è noto, il Generale Qassem Soleimani, recentemente “terminato” dai macellai di Washington, ha contribuito non poco a “fermare” i manifestanti: «Che Allah l’abbia in gloria» (Diego Fusaro).