LA FABBRICA DELLA PAURA

Che Salvini sia un eccellente “imprenditore della paura”, nessuno può negarlo. La Repubblica, Il Corriere della Sera e Il Foglio parlano del leader della Lega Sovranista come di una «vergogna dell’Italia»; non essendo io un patriota, ma un convinto disfattista degli italici interessi e dell’italico prestigio nazionale, non provo alcuna vergogna, né sorpresa, ma piuttosto un’irriducibile ripugnanza di classe nei confronti del demagogo di turno che avanza nei sondaggi elettorali. I quotidiani progressisti europei ne parlano invece come di una «vergogna europea»: non essendo io un europeista, nemmeno del genere di Negri, Žižek e Varoufakis, ma un internazionalista anticapitalista, quella vergogna non mi tocca neanche un poco. Piuttosto, nella mia qualità di proletario provo vergogna quando vedo i miei “colleghi” di classe accettare il terreno della lotta tra i miserabili, anziché quello della solidarietà di classe, della lotta di classe, della rivoluzione sociale. In realtà, più che vergogna provo sentimenti di rabbia, di impotenza e di frustrazione nel vedere l’attuale inesistenza del proletariato come «classe per sé, e non per il Capitale». Nei momenti di arretramento politico-sociale, Marx si aspettava dal proletariato, «classe storicamente rivoluzionaria», non inutili quanto odiose esaltazioni ideologiche, ma la più cruda e spietata delle autocritiche. Scriveva Max Horkheimer nel 1937: «L’intellettuale che con un atteggiamento di inutile venerazione si limita a proclamare la potenza creativa del proletariato, accontentandosi di adeguarglisi e di trasfigurarlo, trascura il fatto che ogni elusione dello sforzo teorico che gli risparmia un temporaneo contrasto a cui potrebbe portare il suo pensiero, rende queste masse più cieche e più deboli» (Teoria critica). Io non sono né un intellettuale né un populista, e quindi posso concedermi il lusso, diciamo così, dell’autocritica volta a comprendere le cause, vicine e lontane, della nostra attuale cattivissima situazione. Nostra come proletari, come nullatenenti, come dominati, come sfruttati.

Qualche giorno fa il leader che sussurra alla ruspa ha dichiarato: «La sinistra sostiene la globalizzazione, o glebalizzazione, come dice il filosofo Diego Fusaro; noi no. Per questo vogliamo arrestare il flusso dei migranti che piace ai filantropi alla Soros perché sradica la nostra identità nazionale e culturale e alle multinazionali che operano in Italia perché abbassa i salari dei lavoratori italiani. Prima i lavoratori italiani!». La patriota Meloni è ancora lì che applaude entusiasta l’ex camerata di coalizione: «Bravo, bene, bis!». Come sappiamo, negli Stati Uniti Trump fa, mutatis mutandis, lo stesso discorso “populista”: «Prima il lavoro americano».

Ora, è vero che la globalizzazione capitalistica del XXI secolo mette i lavoratori di tutto il mondo in reciproca, diretta e spietata concorrenza come non era mai accaduto dai tempi di Marx in poi, con il disastroso risultato sulle loro esistenze che stiamo osservando soprattutto in Occidente, il quale un tempo offriva ai lavoratori migliori condizioni di lavoro e di vita, soprattutto strappate con decenni di lotte operaie; ma la “ricetta” che offre l’anticapitalista non parla di chiusura nazionale, di identità nazionale e politica, di freno alla globalizzazione, di «prima gli italiani», di «aiutiamoli a casa loro»: «diamogli una canna da pesca a casa loro, non pesce fritto a casa nostra!». L’anticapitalista nemmeno si pone il problema circa la compatibilità economico-sociale di un’immigrazione “di massa”, se essa sia utile o dannosa per l’economia del Paese, la quale sta molto a cuore anche a non pochi personaggi che pure si dichiarano “anticapitalisti”, ma che in realtà sono solo degli statalisti più o meno riverniciati. Come ho già detto, quella “ricetta” parla invece di solidarietà di classe, di unione di classe, di lotta di classe, ecc. «Proletari di tutto il mondo, unitevi!», urlava il comunista di Treviri scomodato dall’insulso filosofo di regime, che tanto piace a Salvini, per pura spocchia intellettuale e per paraculismo politico-ideologico, un paraculismo che egli peraltro può usare solo nell’ambito dei nostalgici del “comunismo novecentesco” – cioè dello stalinismo nelle sue diverse declinazioni nazionali. L’intellettuale, soprattutto quello made in Italy, crede che basti citare qualche nome “sovversivo”, per accreditarsi come “rivoluzionario” presso la massa che a stento sa leggere e scrivere.

Salvini è un ottimo imprenditore della paura, dicevo, ma personalmente trovo politicamente più interessante puntare i riflettori della critica sulla fabbrica della paura. Perché signori progressisti è abbastanza facile sparare contro l’ultimo demagogo che calca la scena, in attesa di lasciare il posto al prossimo, magari ancora più “populista” e fascista del precedente – chi si ricorda più del “fascista” Marco Minniti? Ebbene, signori “buonisti”, il problema è solo il cattivista del giorno che vende paura, rabbia e pregiudizi un tanto al chilo (sui neri, sui rom, sugli omosessuali, su ogni specie di “diversità” e di “devianza”), o anche, e direi soprattutto, la società che crea sempre di nuovo il mercato politico-elettorale della paura, della rabbia e dei pregiudizi? Di più: non è forse questa società che crea soprattutto nelle classi subalterne sentimenti di paura, di angoscia, di rabbia, di frustrazione, di invidia sociale e quant’altro? I fascisti (o come vogliamo diversamente chiamarli nel XXI secolo), i razzisti e i demagoghi prosperano su un terreno lungamente arato e fertilizzato dalla prassi sociale nel contesto di differenti regimi politico-istituzionali: dalla cosiddetta Prima Repubblica a quella attuale – Terza, Quarta, ho perso il conto!

«Sempre i demagoghi seminano su un terreno già arato, ed è per questo che non esistono metodi assolutamente sicuri per la seduzione di massa: il metodo varia con la disponibilità alla seduzione» (M. Horkheimer, T. W. Adorno). Il problema teorico più importante è quindi capire che cosa rende possibile «la disponibilità alla seduzione» che osserviamo nelle masse, sforzo che non solo non contraddice l’azione pratica contro le politiche e le ideologie del nuovo governo, ma piuttosto la rafforza e la mette nelle condizioni di indebolire il regime politico-istituzionale nel suo complesso. Che alla fase democratica (o come altrimenti vogliamo chiamarla) del regime possa seguire quella fascista (negli anni Settanta si parlò di «fascistizzazione della democrazia» e di «democrazia fascista»), è cosa che non mi sorprende affatto, tutt’altro. L’alternarsi della carota e del bastone come metodo di gestione delle contraddizioni sociali nelle diverse fasi del processo sociale capitalistico e nelle differenti configurazioni geopolitiche della contesa interimperialistica è qualcosa che non può certo spiazzare il pensiero critico-rivoluzionario.

Qualche mese fa il già citato filosofo del regime pentaleghista dichiarava: «Quando Salvini mi applaude mi chiedo cosa ho detto di sbagliato». Chi segue Fusaro per farsi due risate e prendere di mira non un personaggio di successo (beato lui!), ma una precisa posizione politica (ultrareazionaria, c’è bisogno di dirlo?), sa benissimo che Salvini non può che gongolare quando ascolta le invettive fusariane contro il «capitalismo finanziario». Come ho ricordato altre volte, già negli anni Novanta, prima che nascesse il Movimento Noglobal, Umberto Bossi inveiva contro la globalizzazione, soprattutto contro la «colonizzazione cinese» dei distretti industriali e commerciali del Nord’Est: «La Cina deve rimanere fuori dal WTO, perché pratica un micidiale dumping industriale e mercantile. Il nostro modello sociale non può competere con quello cinese. Tra qualche anno le nostre aziende saranno costrette a chiudere o a delocalizzare nei Paesi dell’Europa orientale». Oggi Salvini si scaglia contro le navi che portano in Italia non solo «carne umana» ma anche il riso prodotto in Asia: «Prima gli agricoltori italiani!». Mentre nell’area capitalisticamente più avanzata del Paese i consensi politico-elettorali della Lega si impennavano, perché il Senatur sapeva ben cavalcare le contraddizioni sociali nazionali (divario crescente Nord-Sud) e quelle che derivavano dalla competizione capitalistica mondiale, i sinistrorsi si limitavano a denunciare il razzismo (vu cumprà fora dai ball!) e l’antimeridionalismo dei leghisti: «i meridionali rubano, scroccano e puzzano! Che poi è quello che molti tedeschi pensano di tutti gli italiani. Le simpatie che i leghisti oggi suscitano anche nel Mezzogiorno possono stupire solo chi si arresta alla schiuma ideologica e fraseologica che sempre accompagna i processi sociali. Ma ritorniamo al filosofo più amato dal regime. Un caso tutt’altro che paradossale.

Per capire fino a che punto Fusaro sia in sintonia con le ideologie più reazionarie prodotte da questa società escrementizia, è sufficiente leggere l’intervista apparsa su Le figaro domenica scorsa, il cui titolo è, come si dice, tutto un programma: «L’uomo che sussurra a Di Maio e Salvini». Niente di nuovo intendiamoci, ma vale la pena ogni tanto raccontare qualche barzelletta e ricordare con chi abbiamo a che fare. «Nel nostro tempo, quello del capitalismo finanziario, la vecchia dicotomia destra-sinistra è stata sostituita dalla nuova dicotomia alto-basso, padrone-schiavo (Hegel). Sopra, il padrone ha il suo posto, vuole un mercato più deregolamentato, più globalizzato, più liberalizzato. Sotto il servo “nazionalsocialista” (Gramsci) vuole meno commercio libero e più stato nazionale, meno globalizzazione e difesa dei salari, meno Unione Europea e più stabilità esistenziale e professionale. Il 4 marzo in Italia non c’è stata la vittoria della destra, né della sinistra: il basso vince, il servo. Ed è rappresentato dal M5S e dalla Lega, le parti che il padrone globale e i suoi intellettuali diffamano come “populisti, vale a dire i vicini del popolo e non l’aristocrazia finanziaria (Marx). Salvini e Di Maio stanno guardando alla Russia, e questa è una buona cosa. La Russia è ora l’unica resistenza contro l’imperialismo del dollaro, cioè contro l’americanizzazione del mondo, conosciuta anche come globalizzazione. La vecchia borghesia e la vecchia classe operaia, un tempo nemici, sono oggi oppressi e insicuri, e formano una nuova plebe povera e priva di diritti, in balia dei predatori finanziari e dell’usura bancaria. È il nuovo precariato. La classe dominante è questa volta l’aristocrazia finanziaria, una classe cosmopolita di banchieri e delocalizzatori, signori di grandi affari e del dumping. Marx lo dice molto bene nel terzo libro del Capitale: il capitalismo supera la sua fase borghese e accede a quella finanziaria, basata sulla rendita finanziaria e sui furti della burocrazia. Questo è il nostro destino». Nazionalismo, sovranismo, “nazionalsocialismo” (Gramsci o Hitler?), statalismo, collaborazionismo di classe, corporativismo, difesa dei «ceti produttivi» contro «gli speculatori della grande finanza»: l’armamentario ideologico caro a fascisti, nazisti e stalinisti c’è tutto. Certo, manca l’invettiva aperta contro gli ebrei, ossia contro gli speculatori finanziari e i cosmopoliti per eccellenza, ma i tempi cambiano: fasciostalinismo, certo, ma mutatis mutandis.

Ora, è da decenni che i leghisti predicano la collaborazione tra i «ceti produttivi», ieri vessati da «Roma ladrona», oggi saccheggiati e impoveriti dalla globalizzazione. Ma anche il PCI, ai suoi tempi, predicava l’alleanza tra i «ceti produttivi» contro la rendita finanziaria rappresentata politicamente dalla DC. E non pochi leader democristiani santificavano, esattamente come i “comunisti”, il duro ma sano lavoro (salariato, cioè sfruttato) contro lo sterco del Demonio: siamo in Italia, se Dio vuole… Una volta (Elogio della ghigliottina, 1922) Piero Gobetti parlò del Fascismo come «autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi»; ebbene Fusaro è, sotto questo aspetto, solo l’ultimo arrivato.

A proposito di autobiografia nazionale, scriveva Luca Ricolfi qualche anno fa: «La borghesia italiana non è mai stata liberale, né ha mai cercato sul serio di ridurre il ruolo della politica. Ha semmai sempre cercato di usare la politica, per ottenere favori, esenzioni, posizioni di rendita, informazioni riservate, commesse, sussidi. I ceti produttivi del Nord non sono nemmeno riusciti a strappare un federalismo degno di questo nome» (Intervista rilasciata a Linkiesta del 15 settembre 2011). Oggi sono soprattutto i pentastellati attivi sul fronte dell’assistenzialismo, cosa che dovrà fare i conti con le condizioni economiche del Paese e con gli interessi sociali difesi dai leghisti. Con l’ormai mitico reddito di cittadinanza le camaleontiche creature di Grillo & Casaleggio vorrebbero crearsi una solida e permanente area di consenso sociale, un po’ come face ai bei tempi la Democrazia Cristiana attraverso le mille forme di clientelismo rese possibili da una congiuntura economica favorevole, e, mutatis mutandis, come fa il regime venezuelano usando la rendita petrolifera. Solo che i pentastellati, sempre più impauriti dall’attivismo leghista che potrebbe cannibalizzarli nello spazio di poche elezioni, non possono contare né su una congiuntura economica favorevole, né su qualche forma di rendita. Certo, possono sempre far leva sul debito pubblico, ma la cosa non appare di facile approccio. «Per il 2018 i giochi sono fatti, da qui a fine anno ci muoveremo solo su interventi strutturali che non hanno costi. Il nostro vincolo sono i mercati», ha dichiarato il Ministro delle Finanze Tria. «Il nostro vincolo sono i mercati»: questa l’avevo già sentita…

«È la Germania che ci vuole affamare! Spezzeremo le reni a Berlino!». Il sovranista italico deve solo sperare che il prossimo Cancelliere tedesco non sia un sovranista: «Germany First!». «I sovranisti sono vittime di una contraddizione. Si dichiarano solidali l’un con l’altro: i sovranisti francesi con quelli americani, italiani, inglesi, eccetera. Si ascolti, ad esempio, cosa dice quel piazzista del sovranismo che è Steve Bannon (ex sodale di Donald Trump). In realtà, nel caso che molti di loro (ancor più di quelli già oggi al potere) si trovassero simultaneamente alla guida dei rispettivi Paesi, sarebbe la loro stessa ideologia a spingerli l’uno contro l’altro» (A. Panebianco, Il Corriere della Sera).

Per il noto filosofo che sussurra al regime «La Russia è ora l’unica resistenza contro l’imperialismo del dollaro, cioè contro l’americanizzazione del mondo, conosciuta anche come globalizzazione». Evidentemente al Nostro nazionalsocialista (Gramsci) piace l’imperialismo del rublo – e forse anche la cinesizzazione del mondo, «conosciuta anche come globalizzazione». D’altra parte ai “nazionalsocialisti” (Gramsci o Hitler?) è sempre piaciuta la figura del leader virile, forte, carismatico, con la schiena dritta, devoto ai sacri interessi del Popolo, della Nazione Proletaria; un leader schietto e contrario alle ipocrisie del politicamente corretto tipico del personale politico liberale e progressista. Insomma, un leader tipo Salvini.

«Alexandr Dugin è in Italia. Il filosofo russo, le cui idee sono considerate ispiratrici delle politiche di Vladimir Putin, sta girando da nord a sud tutto lo stivale per realizzare una serie d incontri: due pubblici e molti in forma privata. Quelli pubblici sono stati ampiamente pubblicizzati: il primo a Milano in occasione di una conferenza che lo hanno visto affiancato da altri relatori quali il filosofo Diego Fusaro e il responsabile culturale di Casapound Adriano Scianca; il secondo a Roma presso la sede di Casapound dove parlerà insieme ai vertici del movimento fascista, all’editore di destra Maurizio Murelli e a Giulietto Chiesa» (Huffington Post). Ecco, ora la barzelletta è completa! Ma c’è – solo – da ridere?

 

QUANDO IL CAPITALISMO SUPERA LA FANTASIA

Il Capitale recupera a suo vantaggio quello che la politica butta in mare sempre a vantaggio del Capitale. Una grande lezione, se solo fossimo in grado di comprenderla.

Datemi un’anima nera, nera come la vostra, perché vorrei essere bravo come voi a sfruttare anche la sofferenza.
Datemi un’anima nera, nera come la vostra, perché anch’io voglio galleggiare sul mare di cinismo che mi affoga.
Datemi un’anima nera, nera come la vostra, e prendetevi pure la mia pelle, e fatene ciò che volete.

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LA SINISTRA TRA PROGRESSISMO E CONSERVATORISMO

Scriveva ieri  Francesco Borgonovo su La Verità: «Comunque la si metta, il cuore pulsante della questione, il grande tema con cui tutti si devono confrontare, è sempre il medesimo: il rapporto con la tecnologia. Un argomento così potente e divisivo da creare spaccature ovunque, a destra come a sinistra, persino nei fronti che – a prima vista – si crederebbero granitici». È forse inutile precisare in questa sede che «il rapporto con la tecnologia» chiama in causa direttamente il rapporto sociale – capitalistico – che informa in modo sempre più “globale” ( totalitario) e stringente l’intera prassi sociale, la nostra intera esistenza. È la potenza del Capitale che conferisce potenza alla “problematica” individuata dal Nostro. A ogni buon conto la precisazione pignolesca vale a rimarcare l’altrui feticismo concettuale, quello che vede cose, oggetti, là dove il pensiero critico vede soprattutto relazioni umane – o disumane, come sarebbe forse più adeguato scrivere.

«Tra gli intellettuali di derivazione marxista», continua Borgonovo con una comprensibile soddisfazione intellettuale, «volano metaforiche botte da orbi. Da una parte ci sono i fanatici del progresso, i cantori dello sviluppo e dell’avanzamento. Dall’altra, ci sono pensatori di più ampie vedute, che sono stati capaci di recepire idee provenienti dall’ambito identitario e conservatore. Nel secondo schieramento (quello che più ci piace, lo dichiariamo subito) svetta come un titano il filosofo francese Jean Claude Michéa, uno degli intellettuali più interessanti degli ultimi anni, che non a caso ha molto influenzato i movimenti cosiddetti populisti esplosi in tutto il mondo». Michéa rimprovera ai suoi ex compagni di sinistra di non essere riusciti a superare la “malattia infantile” del sessantottismo, con il suo sfrenato e inconcludente movimentismo intriso di giovanilismo e di modernismo: «Corri compagno, il vecchio mondo è dietro di te». «L’anima della sinistra si esprime così, nella corsa sfrenata, in quell’ideologia che altri due brillanti francesi, Pierre André Taguieff e Thibault Isabel, hanno chiamato “bougisme”, ovvero “il culto del movimento fine a sé stesso. In mancanza di una causa per cui battersi si celebra la novità”. Questo culto del movimento, della crescita, secondo Michéa rende la sinistra l’alleata perfetta del neoliberismo». Per molti aspetti qui si dice il vero, ma non bisogna d’altra parte dimenticare né la faccia a mio avviso più scura del ’68, quella che aveva le sembianze dei ritratti di Stalin e di Mao portati in processione da non pochi “militanti rivoluzionari”, né la corrente più creativa e umanamente “più calda” di quel movimento, la quale pur nella sua ingenuità politica (ma forse proprio per questo, visto le ideologie che allora dominavano la scena politico-sociale in Europa e nel mondo) avanzò bisogni e pose problemi molto radicali, che investivano la stessa esistenza quotidiana degli individui nel suo rapporto con il potere politico e economico.

Ormai da tempo, osserva Borgonovo commentando il saggio di Michéa appena uscito in Italia  («intitolato Il nostro comune nemico, è uno di quei libri che hanno la forza di terremotare le menti»: nientedimeno!), la sinistra imborghesita e cosmopolita (Pietrangelo Buttafuoco oggi sul Tempo parla di «fighettismo benecomunista») non ha «più altro ideale concreto da proporre se non la dissoluzione continua e sistematica dei modi di vivere specifici delle classi popolari – e la dissoluzione delle loro ultime conquiste sociali – nel moto perpetuo della crescita globalizzata, sia essa dipinta di verde o coi colori dello “sviluppo sostenibile”, della “transizione energetica” e della “rivoluzione digitale”». Ma «la dissoluzione continua e sistematica dei modi di vivere specifici delle classi popolari» è più il prodotto della “deleteria” campagna ideologica “antipopolare” della sinistra “fighetta” che si è messa al servizio del finanzcapitalismo globalizzato, o non invece del processo sociale capitalistico? E poi, siamo così sicuri che «i modi di vivere specifici delle classi popolari» meritino di venir preservati? Cosa ha causato, tanto per fare un esempio, la destabilizzazione e l’evanescenza delle tradizionali figure genitoriali: l’ideologia antiautoritaria del “vietato vietare”, l’irruzione delle tecnologie “intelligenti”, o non piuttosto il già citato processo sociale, il quale passa come un rullo compressore sulle nostre vite? E poi, è possibile – ed auspicabile! – la restaurazione della tradizionale famiglia “borghese”? Il potere del denaro non è forse un eccezionale corrosivo di tutte le relazioni umane che in qualche modo rendono meno fluido e veloce il processo che genera la ricchezza? Il vecchio comunista di Treviri a questo punto direbbe: «Ma il denaro non è che la più verace espressione della vigente baracca sociale fondata sullo sfruttamento sempre più efficace degli individui e della natura!». Signor Marx, lo vada a dire lei a Papa Francesco e agli apologeti dell’etica del lavoro (salariato)! Scrive il compagno Papa: «Il Vangelo non è un’utopia ma una speranza reale, anche per l’economia; abbiamo il dovere di denunciare col Vangelo in mano i peccati personali e sociali commessi contro Dio e contro il prossimo in nome del dio denaro e del potere. Non possiamo smettere di credere che con l’aiuto di Dio e insieme si può cambiare questo nostro mondo e rianimare la speranza, la virtù forse più preziosa oggi» (Potere e denaro – la giustizia sociale secondo Bergoglio). Caro Francesco, contro il Moloch chiamato Denaro anche l’Onnipotente deve confessare la propria impotenza, come i fatti, non il modesto pensiero di chi scrive, confermano ampiamente e sempre di nuovo. Come ho scritto altrove, non si tratta semplicemente di avere speranza, dobbiamo piuttosto farci noi stessi speranza, dobbiamo diventare la speranza che nessun altro può mettere in scena al nostro posto. Lo so, è più facile a dirsi che a farsi, ma come dicono quelli che hanno studiato, Hic Rhodus, hic salta!

Una volta Friedrich Daniel Ernst Schleiermacher disse che «”Miracolo” non è altro che il nome religioso per “evento”»; ecco, dal mio punto di vista solo un Miracolo può salvarci, cioè a dire l’Evento Rivoluzionario. Ma basta con questa spicciola quanto inconcludente “teologia-politica”!

«La sinistra dovrebbe rendersi conto che l’immigrazione di massa serve a livellare i salari, e a creare concorrenza tra lavoratori stranieri e autoctoni, quelli che non possono “fare a meno di vedere quei migranti economici con occhio malevolo, ed è normale”. Michéa cita il regista Ken Loach, che ha avuto il fegato di affermare: “La sinistra non può continuare a dire che l’immigrazione è una cosa buona per l’economia”. Il pensatore francese, con ironia feroce, sostiene che l’immaginario no border dei progressisti “deve indubbiamente molto di più alle Guide routard e alle pubblicità della Benetton che al vecchio internazionalismo proletario”». Giusto, ben detto. Ma qual è l’alternativa offerta dai critici della “sinistra buonista e salottiera” che può permettersi il lusso della filantropia e del cosmopolitismo? È presto detto: il ritorno indietro verso un capitalismo meno aperto, meno globalizzato, meno “selvaggio”, più regolamentato. Insomma, pura chimera ultrareazionaria. Siamo poi sicuri che il capitalismo di una volta fosse migliore di quello che ci tocca in sorte oggi? Allora è da preferirsi il capitalismo dei nostri tempi? No! Si tratta di uscire tanto dalla logica passatista (“si stava meglio quando si stava peggio!”) quanto dalla logica progressista (“dopotutto, oggi in Occidente nessuno muore più di fame!”): il processo sociale capitalistico risponde a dinamiche che nulla a che fare hanno con le nostre preferenze, con quello che a noi pare essere “migliore” o “peggiore”. Ieri si stava male, oggi si sta peggio, e fermo restante il capitalismo le cose non possono che peggiorare, necessariamente: è così che la vede io, epigono peraltro del «vecchio internazionalismo proletario» – quello di Marx, non quello, strafalso, di Stalin e dei suoi epigoni, compresi quelli che oggi si presentano al “Popolo” in salsa sovranista e statalista.

Chiedersi se sia preferibile il capitalismo di ieri a quello di oggi, o viceversa, significa semplicemente non essere in grado di concepire nemmeno in astratto, come pura ipotesi, alcuna alternativa alla società capitalistica, il che a me appare un’assoluta tragedia. E non si tratta certo di un mero difetto ideologico, né, men che meno, di una mancanza di intelligenza o di cultura. Qui è piuttosto il concetto di coscienza critica che occorre chiamare in causa, la quale ci chiede di uscire fuori, almeno con il pensiero, dalla gabbia ideologica e psicologica che spontaneamente la vita sulla base degli attuali rapporti sociali crea incessantemente e alle nostre spalle. Respiriamo illibertà e inumanità come fosse aria. In ogni caso, dalla mia prospettiva nuovisti e conservatori, globalisti e sovranisti, europeisti e nazionalisti, populisti “di destra” e populisti “di sinistra” appaiono insistere sullo stesso escrementizio terreno.

«Come è facile immaginare, le posizioni di Michéa sull’immigrazione gli hanno creato più di un nemico a sinistra. Ma le sue idee sulla “rivoluzione digitale” hanno suscitato altrettante perplessità. Ed è qui che emerge l’altro fronte marxista, rappresentato da Alex Williams e Nick Srnicek, autori del Manifesto accelerazionista appena pubblicato in Italia da Laterza. Costoro sono convinti che le forze anticapitaliste dovrebbero affidarsi allo sviluppo tecnologico, portandolo all’estremo ed orientandolo verso il benessere della popolazione, garantendo così la fine del lavoro e la sopravvivenza tramite “reddito di base”. Non si rendono conto che la loro utopia coincide con quella allestita dalla Silicon Valley. Il connubio tra capitalismo sfrenato e cultura progressista trova il suo Eden in quella “Silicon Valley che, da decenni, rappresenta la sintesi più perfetta della cupidigia degli uomini d’affari liberali e della controcultura “californiana” dell’estrema sinistra dei Sixties (Steve Jobs e Jerry Rubin sono due ottimi esempi”)». Come si vede, per Michéa (e per Borgonovo) basta essere degli ammiratori di Steve Jobs e Jerry Rubin per finire automaticamente nel poco raccomandabile calderone dell’«estrema sinistra», qualunque cosa ciò significhi per lui. Ma riprendo la suggestiva citazione: «”Infatti, come è noto, è in questa nuova Mecca del capitalismo che oggi si pone in essere il delirante progetto ‘transumanista’ [… ] di mettere tutte le moderne risorse della scienza e della tecnologia – scienze cognitive, nanotecnologie, intelligenza artificiale, biotecnologie, ecc. – al prioritario servizio della produzione industriale di un essere umano ‘aumentato’ (e se possibile immortale) e del nuovo ambiente robotizzato che ne stabilirà la vita quotidiana persino nei suoi aspetti più intimi”». Che paura! Detto altrimenti, e forse più seriamente, non è con ricette populiste e antiliberiste di qualche tipo che l’umanità può sperare, non dico di stracciare, ma anche solo di mitigare e “umanizzare” «il delirante progetto» del Capitale. Più che il “transumanismo” di domani mi atterrisce la disumanizzazione di oggi.

Ho letto il Manifesto per una politica accelerazionista firmato da Alex Williams e Nick Senicek nel 2014, e quindi rinvio il lettore al post che allora scrissi: Accelerazionismo e feticismo tecnologico 2.0. Ecco comunque una parte di quel post.

***

Ma veniamo al concetto di accelerazione. «Contrariamente ad una critica già molto nota e all’atteggiamento di alcuni marxisti contemporanei, dobbiamo ricordare che lo stesso Marx utilizzò i dati empirici a lui disponibili e gli strumenti teorici più avanzati nel tentativo di comprendere appieno e trasformare il suo mondo. Non fu un pensatore che resisteva alla modernità, ma piuttosto un pensatore che cercava di analizzarla e intervenire all’interno di essa, capendo che nonostante tutto lo sfruttamento e la corruzione, il capitalismo rimaneva il sistema economico più avanzato del tempo. I suoi vantaggi non dovevano essere invertiti, ma accelerati oltre le restrizioni della forma valore capitalista». Intanto non esiste la «modernità» astrattamente intesa, ma la modernità capitalistica, quella che appunto Marx penetrò criticamente e dialetticamente per mostrare che sulla base del Capitalismo per la prima volta l’umanità poteva immaginare e, soprattutto, praticare la strada che poteva (che può) emanciparla da ogni forma di asservimento naturale e sociale: dal Regno della necessità l’uomo poteva (può) passare al Regno della libertà, la sola dimensione esistenziale che rende possibile il respiro dell’uomo in quanto uomo. Anziché sognare impossibili ritorni indietro verso modi di produzione ritenuti meno disumani (ad esempio quelli basati sul lavoro artigiano o sulla piccola produzione industriale e contadina), si trattava di superare il capitalismo con uno scatto rivoluzionario in avanti. Di qui, la sua critica del socialismo piccolo borghese. Questo in primo luogo.

In secondo luogo Marx scriveva in un tempo in cui il Capitalismo non aveva ancora sviluppato tutte le sue enormi capacità produttive, un capitalismo che non aveva prodotto le distruzioni della prima e della Seconda guerra imperialista, mentre noi ci troviamo a che fare con un regime sociale che non ha più nulla da dare in termini di progresso storico.

Mi permetto una citazione da Eutanasia del Dominio (2008): «L’economia basata sul calcolo comunista lascia immaginare il soddisfacimento dei bisogni umani al più alto livello qualitativo possibile, e col minore dispendio di energie umane e naturali possibile. Le più avanzate tecnologie informatiche dei nostri tempi lasciano intuire quanto possa essere facile quel calcolo in termini puramente organizzativi. D’altra parte già oggi esistono tecnologie produttive a bassissima dissipazione energetica e a bassissimo inquinamento, e nuovi materiali poco inquinanti (ad esempio, già oggi la plastica potrebbe essere sostituita da sostanze di origine vegetale, come quelle derivanti dalla soia, ma sono ancora troppo costose per il “calcolo capitalistico”) il cui uso non è ancora economicamente razionale. Per questo più che sviluppare in senso quantitativo le forze produttive sociali, come legittimamente potevano pensare Marx o Lenin a partire dal grado di sviluppo del capitalismo che avevano dinanzi, si tratterà piuttosto di mettere un freno a questo tipo di sviluppo, e di riorientarlo in senso qualitativo. Sotto questo aspetto il pensiero ecologista, nella sua critica anticonsumista e antisviluppista, coglie nel segno, ma deraglia completamente quando immagina una economia “a misura d’uomo e di natura” sulla base degli attuali rapporti sociali, che sono per definizione rapporti nichilisti nei confronti dell’uomo e della natura. Questa critica si risolve, nei fatti, in una feconda sollecitazione per il capitalismo, stimolato a dotarsi di tecnologie sempre più sofisticate, in grado di risparmiare risorse energetiche e umane. Non è un caso che i cosiddetti standard qualitativi siano diventati negli ultimi venti anni un eccezionale strumento di lotta nella competizione tra le più grandi multinazionali mondiali, nonché un peso insopportabile per le imprese di piccole e medie dimensioni (infatti la “qualità” costa molto)».

Per il Manifesto in questione, invece, si tratta di portare alle estreme conseguenze le tendenze accelerazioniste immanenti al Capitalismo e da esso stesso in qualche misura frenate. «Infatti, come anche Lenin scrisse nel testo del 1918 sull’infantilismo di sinistra: “Il socialismo è inconcepibile senza l’enorme macchina capitalista basata sui più recenti progressi della scienza moderna. Non è concepibile senza un’organizzazione statale che prevede di sottoporre decine di milioni di persone alla più rigorosa osservanza di un’unica norma di produzione e di distribuzione. Noi marxisti, questo lo abbiamo sempre detto, e non vale neanche la pena di perdere nemmeno due secondi a parlare con gente che non lo ha capito (anarchici e una buona metà dei rivoluzionari della sinistra socialista)”». Ma Lenin polemizzava con il punto di vista anarcoide e piccolo borghese nel momento in cui per l’arretrata Russia rivoluzionaria del 1918 il «capitalismo di Stato tedesco» si offriva agli occhi dei bolscevichi come il modello da seguire in vista della transizione al socialismo: «Finchè in Germania la rivoluzione ancora tarda a “nascere”, il nostro compito e di metterci alla scuola del capitalismo di Stato tedesco, di cercare di assimilarlo con tutte le forze, di non rinunciare ai metodi dittatoriali per affrettare questa assimilazione ancor di più di quello che fece Pietro I» (p. 309). Qui Lenin esprime il punto di vista della rivoluzione proletaria considerata dalla prospettiva di un Paese che egli non si perita di definire «barbaro», socialmente arretrato, bisognoso di svilupparsi in senso capitalistico. Di notevole nella posizione di Lenin c’è l’idea che non bisogna ingannare e auto ingannarsi quando si tratta di fare i conti con la realtà: «Nessun comunista ha negato, a quanto pare, che l’espressione “repubblica socialista sovietica” significa che il potere dei soviet è deciso a realizzare il passaggio al socialismo, ma non significa affatto che riconosca come socialisti i nuovi ordinamenti economici» (p. 305). Questa lucidità analitica e politica in parte fu persa per strada durante il cosiddetto Comunismo di guerra, per rifare drammaticamente capolino alla fine della guerra civile, quando le illusioni “accelerazioniste” del periodo precedente si infransero contro la dura realtà di una rivoluzione entrata in pericolosa, e alla fine mortale, sofferenza. Sulla mia lettura della sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre rimando il lettore a Lo scoglio e il mare.

Che senso ha dunque, tirare in ballo quella posizione leniniana oggi, nell’epoca della sussunzione totalitaria del pianeta al Capitale? «L’enorme macchina capitalista» non è già sufficientemente… enorme? Ciò che in Lenin suona come storicamente fondato, nel Manifesto suona invece come apologetico. Esagero? Vedete un po’ voi: «Come Marx era ben consapevole, il capitalismo non può essere identificato come l’agente della vera accelerazione. Ma allo stesso modo valutare la politica di sinistra come antitetica all’accelerazione tecnosociale è, almeno in parte, un grave travisamento. Se davvero la sinistra vuole avere un futuro, deve essere quello in cui essa stessa abbracci al massimo la sua repressa tendenza accelerazionista».

Né poteva mancare nel Manifesto una strizzatina d’occhio a Gramsci, riletto sempre in termini accelerazionisti: «La sinistra deve sviluppare egemonia sociotecnologica: sia nella sfera delle idee, che nella sfera delle piattaforme materiali». La tecnologia come strumento di lotta anticapitalista? Tenendo conto che la tecnologia capitalistica è l’espressione di peculiare rapporti sociali, che significa, in concreto, «sviluppare egemonia sociotecnologica»? Significa, forse, muoversi sullo stesso terreno della tecnoscienza capitalistica per conseguire obiettivi anticapitalistici? A occhio, mi sembra un’impresa quantomeno azzardata. Diciamo così.

«Il capitalismo ha iniziato a reprimere le forze produttive della tecnologia, o almeno, a dirigerle verso fini inutilmente limitati». Ancora una volta: in che senso «fini inutilmente limitati»? Ciò che nel Capitalismo decide dello sviluppo tecnologico è, in ultima analisi, la legge del profitto, che regola l’accumulazione e i momenti essenziali dell’economia capitalistica colta nella sua complessa totalità. Più che alle forze produttive della tecnologia, bisogna dunque por mente al grado di sfruttamento del lavoro vivo, il quale notoriamente ha molto a che fare con la composizione tecnica del capitale.

«Le guerre dei brevetti e la monopolizzazione delle idee sono fenomeni contemporanei che indicano sia il bisogno del capitale di superare la concorrenza, ma soprattutto l’approccio sempre più retrogrado del capitale alla tecnologia». Qui apro una piccola parentesi. Una volta Lenin parlò del conservatorismo tecnologico del Capitalismo maturo (vedi l’Inghilterra del suo tempo) giunto nella sua fase monopolistica. Come sempre, egli ne parlò in termini di tendenza generale, la cui complessa e contraddittoria fenomenologia andava indagata Paese per Paese, fase per fase. Se è indubbio che il monopolio giocò allora un ruolo importante nel fenomeno di “raffreddamento tecnologico”, la causa più profonda di questo fenomeno va ricercata tuttavia in una insufficiente valorizzazione del capitale che colpisce i settori più maturi dell’industria, là dove l’alta composizione organica del capitale tende a schiacciare il saggio del profitto. Quando ciò accade, il capitale industriale non solo tende a conservare la vecchia base tecnica della produzione, ma può anche decidere di abbandonare, in parte o integralmente, quei settori per penetrare in nuove sfere produttive, oppure nel mercato creditizio, in patria o all’estero, ossia là dove c’è la promessa di rendimenti migliori. Il rapporto tra accumulazione e propensione alla modernizzazione del sistema produttivo attirò l’attenzione dello stesso Adam Smith, il quale notò che il ritmo di accumulazione era tanto più veloce, quanto meno ricche e meno tecnologicamente avanzate erano le nazioni che si mettevano sulla scia dell’Inghilterra.

«L’approccio sempre più retrogrado del capitale alla tecnologia» non solo non è una “legge assoluta” nel Capitalismo del XXI secolo, ma essa non è sempre corrispondente alla realtà dei fatti, i quali mostrano piuttosto un continuo sviluppo della tecnoscienza. Uno sviluppo che, come sempre nel Capitalismo, è strettamente connesso alla bronzea legge del profitto. Di qui, accelerazioni, decelerazioni, battute d’arresto, nuove accelerazioni e via di seguito. Ho quasi l’impressione che gli autori del Manifesto vogliano essere più realisti del re, più capitalisti dei capitalisti: per loro la “distruzione creativa” non è ancora al giusto livello. Personalmente ritengo che ci sia già fin troppa distruzione…

Ma i nostri amici accelerazionisti sono assai più esigenti rispetto a chi scrive; per loro di Capitalismo, tecnoscienza inclusa, non ce n’è mai abbastanza. «Gli accelerazionisti intendono liberare le forze produttive latenti. In questo progetto, la piattaforma materiale del neoliberismo non ha bisogno di essere distrutta. Vogliamo accelerare il processo dell’evoluzione tecnologica. Ma ciò di cui argomentiamo non è tecno-utopismo. Mai credere che la tecnologia sia sufficiente a salvarci. Necessaria sì, ma mai sufficiente senza azione socio-politica. La tecnologia e il sociale sono intimamente legati l’uno all’altra, e il mutamento dell’uno potenzia e rinforza il mutamento dell’altra. Laddove i tecno-utopisti sostengono che l’accelerazione automaticamente eliminerà il conflitto sociale, la nostra posizione è che la tecnologia debba essere accelerata proprio perché necessaria per vincere i conflitti sociali stessi». Ma «accelerata» dove? quando? come? Si sta parlando della vigente società capitalistica, oppure si allude a una possibile società futura postcapitalistica? Non è forse a questa ipotizzata e auspicata società che spetterà il compito di regolarsi come meglio crederà circa la tecnologia? Domanda dirimente: che tipo di società “postcapitalistica” hanno in mente gli autori del Manifesto? Di che razza di «accelerazione umana» si parla?

È presto detto: «Qualsiasi trasformazione della società deve coinvolgere sperimentazione economica e sociale. Il progetto cileno Cybersyn è emblematico di un simile atteggiamento sperimentale, fondendo tecnologie cibernetiche avanzate con sofisticati modelli economici e una piattaforma democratica materializzata nella sua stessa infrastruttura tecnologica. Esperimenti simili furono condotti negli anni ’50 e ’60 anche nell’economia sovietica: la cibernetica e la programmazione lineare furono impiegate nel tentativo di superare i nuovi problemi affrontati della prima economia comunista. Che entrambi gli esperimenti non abbiano avuto successo si può ricondurre ai vincoli politici e tecnologici in cui questi pionieri cibernetici operavano». Ora, prescindendo da ogni altra considerazione, si può dar credito a persone che credono che l’economia sovietica degli anni ’50 e ’60 fosse la «prima economia comunista» della storia? Se poi a questa invitante concezione del “comunismo” sommiamo il palese feticismo tecnologico che traspira da tutti i pori del Manifesto, capite bene che la società prospettata dagli accelerazionisti non mi piace neanche un poco.

Per rendersi conto dell’ambiguità, sempre per rimanere sul terreno dell’eufemismo, che caratterizza il discorso politico del Manifesto è sufficiente leggere quanto segue: «Per raggiungere ognuno di questi obiettivi, a livello più pratico riteniamo che la sinistra accelerazionista debba pensare più seriamente ai flussi di risorse e denaro necessari alla costruzione di una nuova ed efficace infrastruttura politica. Al di là della formula del people power e dei corpi nelle strade, abbiamo bisogno di finanziamenti, sia da parte di governi che istituzioni, think tank, sindacati o singoli benefattori. Riteniamo che la localizzazione e l’indirizzamento di tali flussi di finanziamento siano essenziali per iniziare a ricostruire una efficace ecologia delle organizzazioni della sinistra accelerazionista». Un «potere di classe» finanziato dal nemico di classe ancora non si era mai visto. Ma quanto sono pragmatici e astuti questi accelerazionisti! A loro la rodata e sempre di nuovo confermata (anche dal presente Manifesto) astuzia del Dominio fa un baffo.

Eccone un esempio: «Abbiamo bisogno di promuovere una riforma dei mezzi di comunicazione su larga scala. Nonostante l’apparente democratizzazione che offrono internet e le reti sociali, i mezzi di comunicazione tradizionali rimangono cruciali per selezionare e definire narrazioni, assieme al possesso delle risorse economiche necessarie per continuare a promuovere il giornalismo investigativo. Portare questi organi il più vicino possibile al controllo popolare è cruciale per disarticolare lo stato attuale delle cose». Come questa auspicata «riforma dei mezzi di comunicazione su larga scala» possa in qualche modo produrre «nuovo potere sociale» resta per me un mistero, e forte rimane la sensazione che i riformisti dell’Accelerazione continua e permanente lavorino, loro malgrado (“a loro insaputa”) per il Re di Prussia. La sindrome della mosca cocchiera qui fa capolino.

«Il futuro ha bisogno di essere costruito. È stato demolito dal capitalismo neoliberista e ridotto ad una promessa al ribasso di maggiori disuguaglianze, conflitto e caos. Questa crisi dell’idea di futuro è sintomatica della situazione storica regressiva della nostra epoca, e non, come i cinici di tutto lo spettro politico vorrebbero farci credere, un segno di maturità scettica. Ciò che l’accelerazionismo propone è un futuro più moderno — una modernità alternativa che il neoliberismo è intrinsecamente incapace di generare. Il futuro deve essere infranto e riaperto ancora una volta, sganciando i nostri orizzonti verso le universali possibilità del Fuori». Detto che il nemico di tutto ciò che odora, anche alla lontana, di umano non è il «capitalismo neoliberista» ma il Capitalismo tout court; detto questo occorre ripetere che ciò che ha demolito il futuro è stata soprattutto la più grande menzogna del XX secolo: il “comunismo” in Russia, in Cina e negli altri Paesi cosiddetti “comunisti” e “socialisti”. L’esistenza del «socialismo reale», ossia di un miserabile Capitalismo di Stato aggressivo all’interno della società come all’estero, ha annichilito l’idea stessa di una comunità umana, di una comunità finalmente libera da miseria, violenza e coazioni di varia natura, e ha convinto milioni di sfruttati nel mondo che, dopo tutto, il sistema capitalistico non è poi così schifoso se paragonato  al “comunismo”. Per questo il «futuro più moderno» proposto dagli accelerazionisti non mi sembra poi così alternativo rispetto all’escrementizia realtà che ci tocca subire tutti i giorni.

Il futuro immaginato degli accelerazionisti appare ai miei occhi fin troppo decrepito, ossia incapace di oltrepassare concettualmente l’odierna dimensione del Dominio, e tutto il gran parlare di cibernetica, di algoritmi piegati alle esigenze del «nuovo potere sociale» e di «un’accelerazione che sia anche ‘navigazionale’, processo sperimentale di scoperta all’interno di uno spazio di possibilità universale» può impressionare e affascinare solo il pensiero irretito in quel feticismo tecnologico che ancor prima di essere una “sovrastruttura” ideologica, è in primo luogo esso stesso struttura del dominio capitalistico.

Probabilmente anche il Manifesto per una politica accelerazionista paga un tributo alla lettura ideologica che i teorici del Capitalismo cognitivo* hanno fatto del general intellect, concetto che in Marx ha una pregnanza teorica e politica potentemente dialettica (rivoluzionaria), mentre nei teorici di cui sopra esso svolge una funzione ideologica chiamata a supportare chimerici programmi comunardi da realizzarsi hic et nunc, nell’ambito stesso del Capitalismo, nonché intellettualistiche congetture intorno a supposti «nuovi soggetti rivoluzionari» generati sempre di nuovo dalle trasformazioni strutturali che intervengono nel Capitalismo avanzato. In questo senso si può davvero parlare di “cattivi maestri”.

 

* «Siamo in una diversa fase di sviluppo dello sfruttamento capitalistico, quella che Carlo Vercellone – a proposito del rapporto fra capitale cognitivo e lavoro cognitivo – non chiama già più post-industriale, ma decisamente informatica. Una fase che ormai comincia a trovare il suo equilibrio, e in cui il rapporto di sfruttamento – nella attuale figura estrattiva – diventa assai difficile da definire, perché in quest’ambito c’è sicuramente confusione ed ibridazione di capitale fisso e lavoro vivo, forse riappropriazione di capitale fisso da parte dei soggetti stessi, e c’è un’emergenza di cooperazione sociale che probabilmente deve essere considerata come un dispositivo di autonomia» (T. Negri, La comune della cooperazione sociale). Probabilmente però le cose non stanno affatto così.

Probabilmente ciò che Negri e i teorici del Capitalismo cognitivo registrano come «emergenza di cooperazione sociale» e «dispositivo di autonomia» altro non è che l’ulteriore espansione quantitativa e, soprattutto, qualitativa del rapporto sociale capitalistico in ogni ambito della prassi sociale. Per quanto riguarda la «tematica antropologica» ai tempi del «capitalismo cognitivo», Negri travisa analiticamente e capovolge concettualmente l’individuo capitalistico ad alta composizione organica (secondo il concetto marxiano ripreso da Adorno in Minima moralia) dei nostri tempi. La cosa appare abbastanza chiara nei passi che seguono: «L’elemento importante da considerare, qui, è che ormai il comando capitalista non opera più semplicemente una sorta di iniezione di elementi tecnologici nel corpo umano, ma ha ora a che fare in maniera altrettanto importante con una capacità di riappropriazione e di trasformazione autonoma degli elementi macchinici in strutture dell’umano. Oggi quando si parla di “passioni sociali” si deve parlare di passioni legate al consumo passivo di tecnologie ma anche e soprattutto di consumo attivo». Più che una puntuale critica dell’alienazione capitalistica e della sussunzione totalitaria dell’individuo al Capitale, troviamo nell’elaborazione teorica di Negri robusti fili che attraverso l’esaltazione del «lavoro cognitivo» la connettono direttamente al feticismo tecnologico e all’etica borghese – che tende a farsi apologia – del «lavoro buono». Persino la rivendicazione di un reddito sociale garantito, nella misura in cui è concepito come «validazione sociale e un mezzo di finanziamento di questa rete densa di attività non mercantili che la società del General Intellect crea, al di là del salariato» (L. Baronian, C. Vercellone, Moneta del comune e reddito sociale garantito), appare informata da quel tipo di etica.  La stessa cosa può dirsi circa la parola d’ordine negriana del «rifiuto del lavoro». L’ossessione lavorista, declinata “cognitivamente”, sembra un marchio di fabbrica dei teorici del Capitalismo cognitivo.

SIAMO UOMINI O “PROFILI”?

 Leggo da qualche parte: «”È inutile seguire i fatti, tutto si basa solo sulle emozioni. E noi le creiamo”. Il reportage di Channel 4 fatto con telecamere nascoste che riprendono conversazioni riservate dei dirigenti Cambridge Analytica svela la verità dietro le campagne elettorali seguite dalla società di comunicazione in Kenya e in America. […] Insomma, la macchina del fango funziona ovunque. Quel che diventa sempre più evidente è che le campagne elettorali si basano su fake news create perché le persone possano sentirsi dire quello che vogliono; la verità con le promesse elettorali non c’entra niente. È sempre stato così ma ora grazie all’Intelligenza Artificiale si può personalizzare la favola secondo i gusti di ognuno». Esatto! Ancora: «Profilare gli utenti di Facebook e entrare nei loro sentimenti con trucchi forse è disonesto ma non illecito. Lo fanno molte società e siamo noi a regalare a Facebook le nostre informazioni gratis e volontariamente». Chi non è d’accordo, scagli la prima pietra! Detto altrimenti, «la clamorosa inchiesta del New York Times e del Guardian» circa la “profilazione” degli utenti di Facebook non mi indigna neanche un po’ né, ancor meno, mi sorprende, ma piuttosto conferma l’dea che col tempo ho maturato circa i cosiddetti social, sulla loro natura sociale e sul loro funzionamento “algoritmico”. In generale, niente che non si sapesse già da molti anni e niente che cada al di là della guerra furibonda tra fazioni politiche, tra capitalisti e tra Stati. L’obiettivo? Il solito: il Potere in ogni sua “declinazione”.

Non ci voleva una mente particolarmente geniale, ma era sufficiente un minimo di coscienza critica, per capire già da tempo che tutti i discorsi apologetici intorno al carattere rivoluzionario e liberatorio del Web poggiavano sull’argilla ideologica, semplicemente perché non consideravano il processo sociale colto nella sua totalità che lo aveva reso possibile e che ne promuoveva incessantemente lo sviluppo. Gli stessi scienziati della comunicazione che fino a qualche lustro fa cantavano le magnifiche sorti e progressive della Big Net, oggi la demonizzano additandola all’opinione pubblica come la radice di quel Male che starebbe prosciugando la nostra residua umanità. Le letture ideologiche dei fenomeni sociali si prestano a simili capovolgimenti concettuali.

Come sempre il fumo generato dall’indignazione delle anime belle non permette alle persone di porsi le giuste domande, o quelle che a me sembrano tali; ne formulo alcune per cercare di circoscrivere il problema. Come mai abbiamo voluto fare della nostra vita quotidiana uno spettacolo che tutti possono guardare e commentare? Perché ci consegniamo con zelo ed entusiasmo al controllo meticoloso e sempre più invasivo del Leviatano e di chi commercia in “profili” (salvo poi recriminare sulla nostra “privacy” violata e diffonderci più o meno intelligentemente sui rischi che corre «l’integrità del processo democratico»)? Perché gli esperti del marketing politico e commerciale (peraltro una distinzione che ormai non ha alcun senso) ci trattano come dei bambini che compiono scelte sulla base di emozioni e non di riflessioni razionali? Cosa ci rende così intellettualmente stupidi (a cominciare da chi scrive e salvo chi legge, si capisce) per ciò che riguarda la comprensione degli aspetti fondamentali della società (che pure rendiamo possibile con il nostro lavoro, con le nostre tasse ecc.)? Perché la nostra intera esistenza è diventata un gigantesco mercato, talmente grande e affine alla nostra stessa e più intima natura, che quasi non riusciamo più a percepire nessuna distinzione sostanziale tra ciò che è vita e ciò che è, appunto, mercato? Perché questa vita interamente mercificata ci appare del tutto naturale e immodificabile, al punto da considerare bizzarro (per usare un eufemismo) chi invece non la pensa così? Cos’è, socialmente parlando, la cosiddetta Intelligenza Artificiale (che rischia di diventare l’ennesimo capro espiatorio a uso e consumo dei politici che ci vogliono come sempre ingannare e del nostro stesso bisogno di autoinganno: le vie della sopravvivenza sono infinite)?

A mio avviso, le risposte a queste domande hanno a che fare, in modo più o meno diretto, con la natura dei rapporti sociali che oggi dominano su scala mondiale. Vendere (qualsiasi cosa!) e controllare la testa e il cuore degli individui/utenti: il Moloch capitalistico si serve dell’Intelligenza Artificiale per forzare sempre di nuovo gli ostacoli che in qualche modo impediscono, o quantomeno frenano, la piena realizzazione di quei due vitali obiettivi, che erano tali già ai tempi di Marx, figuriamoci oggi, ai tempi di Zuckerberg. Il Mostro sa bene (vedi la sterminata letteratura filosofica, sociologica e psicologica dedicata al tema) come funziona l’animo umano all’interno della società disumana; esso sa benissimo come far vibrare le corde dei desideri e delle emozioni, e s’inventa di tutto, letteralmente, per mettere a profitto – è proprio il caso di dirlo! – quella conoscenza.

In realtà non esiste alcun Mostro che ci impone dall’esterno la sua malvagia volontà: è la nostra stessa esistenza che sotto determinate condizioni sociali genera sempre di nuovo il mondo che sperimentiamo. Ecco perché è vano aspettare l’eroe di turno che ci salva dal Mostro uccidendolo: troppo facile, troppo comodo! Soprattutto troppo falso, proprio perché l’idea del Mostro è tutto sommato rassicurante. Come ho scritto nell’ultimo post, «Sta all’uomo, a cominciare da chi non si sente in armonia con i tempi, decidere come risolvere il problema che ruota intorno alla dialettica di realtà (Dominio) e possibilità (Liberazione). L’attuale tragedia può anche avere un esito liberatorio. Ma, appunto, può, è data solo la possibilità».

È vero, come singoli “utenti” non controlliamo il Web, ma ne siamo piuttosto controllati dalla testa ai piedi; ma questo ci accade in generale, ossia se prendiamo in considerazione la società nel suo complesso. Sotto questo aspetto, gli “eccessi” della Rete confermano l’essenza della nostra condizione sociale, una condizione che attesta appunto la nostra radicale impotenza sociale. Scriveva Max Horkheimer nei remotissimi anni Quaranta del secolo scorso: «Ai nostri giorni il frenetico desiderio degli uomini di adattarsi a qualcosa che ha la forza di essere, ha condotto a una situazione di razionalità irrazionale. […] Il processo di adattamento oggi è diventato intenzionale e quindi totale» (Eclisse della ragione). La servitù volontaria degli uomini è una vecchia e inquietante “problematica” che non smette di essere puntuale. Nel frattempo, il processo sociale denunciato dall’intellettuale tedesco ha fatto enormi e decisivi passi avanti in direzione del dominio totalitario degli individui, a prescindere dal tipo di sistema politico-istituzionale vigente nei diversi Paesi del mondo. Già, un solo mondo, un solo dominio. Ma non ditelo ai sovranisti: potrebbero accusarvi di essere al servizio del «cosmopolitismo finanzcapitalistico» – che poi è quello che regge le sorti del Web.

Scrive Corrado Augias su Repubblica: «Dove ci porteranno le grandi tecnologie elettroniche avanzate? Prova a rispondere Massimo Gaggi nel suo “Homo premium” (Laterza), che parte da un ragionamento economico ma arriva alle conseguenze politiche. L’autore osserva che mentre scrive Facebook vale in borsa 520 miliardi di dollari, quanto i giganti dell’energia messi insieme. Mr Zuckerberg però ha 21mila dipendenti, gli altri più di un milione. Per certo i robot oltre ai lavori manuali incominciano a sostituire avvocati, medici, giudici e giornalisti. Ma quanto l’uso spregiudicato dei social – il caso di Cambridge Analytica insegna – può incidere sull’opinione pubblica e sul voto?». A mio avviso, se non comprendiamo che «le grandi tecnologie elettroniche avanzate» si spiegano solo a partire dai vigenti – e planetari – rapporti sociali capitalistici, ossia dal legittimo bisogno di fare profitti da parte dei detentori di capitali, e che non si dà alcuna autentica alternativa posti questi rapporti, continueremo a brancolare nel buio dell’impotenza sociale versando calde lacrime sull’«uso spregiudicato» di questa o quell’altra tecnologia. Lo ripeto: il vero (radicale) problema non è capire «quanto l’uso spregiudicato dei social può incidere sull’opinione pubblica e sul voto», ma comprendere fino a che punto le odierne condizioni sociali ci hanno reso socialmente impotenti, schiavi incapaci di ribellione.

Lo so bene che questo discorso non ha alcun valore per chi coltiva il mito della società capitalistica (meglio se amministrata democraticamente) come migliore dei mondi possibili, e magari pensabili; per non parlare del populista che non può certo condividere la mia pessima opinione sul “Popolo”. Ma il mio discorso si rivolge appunto a chi non sa che farsene di quel mito né delle blandizie dei populisti, e si interroga piuttosto sulle cause della disumanità che dilaga ovunque e su come venirne a capo; ovviamente non per offrirgli delle risposte, ma per cercarle insieme.

Aggiunta del 23 marzo 2018

Per Steven Spielberg la «realtà virtuale può coesistere con il mondo reale»: «Io guardo le notizie online ma non rinuncio a cominciare la giornata leggendo i giornali. Adoro tenere la carta in mano» (Il Messaggero). Ma ha un seppur minimo senso stabilire una distinzione “ontologica” tra cosiddetta «realtà virtuale» e cosiddetto «mondo reale»? A mio  avviso non ne ha alcuno: esiste un solo mondo, e purtroppo oggi (diciamo ormai da qualche secolo) esso è assoggettato ai rapporti sociali di dominio e di sfruttamento sintetizzabili nel concetto di Capitalismo. «Realtà virtuale» e «mondo reale» sono fatti insomma della stessa sostanza sociale.

Il famoso regista di successo ha girato un nuovo film, molto in sintonia con i pessimi tempi che viviamo: Ready Player One. «Si tratta di una favola ambientata in un futuro distopico quando un eccentrico idealista (interpretato da Mark Rylance), una specie di Steve Jobs dei videogame, crea un universo digitale chiamato Oasis dove l’umanità, assediata nel mondo reale da povertà, disoccupazione e sovraffollamento, può vivere in pace e sicurezza sotto forma di avatar. Ma questa isola felice viene presto assediata…» (Gloria Satta, Il Messaggero). I cattivoni come sempre e ovunque (nella «realtà virtuale» come nel «mondo reale») sono in agguato, pronti a rompere le uova che gelosamente custodiamo nel paniere della nostra felicità, più o meno “virtuale” o “reale” che sia.

«Sono convinto», dice Spielberg, «che la privacy sia l’ultimo bastione sacro della libertà. E il mio film, pur essendo un prodotto di evasione, contiene un ammonimento su quello che potrebbe accadere. Il cattivo deciso a rubare i dati degli utenti di Oasis per contaminare quell’universo puro con la pubblicità e le offerte commerciali deve farci riflettere su un mondo dominato dalle corporation malvagie che cercano di controllare la gente a fini commerciali. E sul fatto che stiamo perdendo di vista la realtà e il contatto personale. Ho visto crescere i miei ragazzi con lo smartphone in mano, intenti a scambiarsi messaggi sui social anziché guardarsi negli occhi, gli emoticon al posto delle emozioni. Dobbiamo tornare ad affrontare la vita nella dimensione reale». Quasi mi commuovo dinanzi a una siffatta esibizione di saggezza! Ho detto quasi.

Ma siamo proprio sicuri che «la vita nella dimensione reale» sia da preferirsi a quella, peraltro già abbastanza escrementizia, prospettata e praticata nella dimensione “virtuale”? Non è forse «la vita nella dimensione reale» a creare i presupposti economici, tecnologici, scientifici, psicologici ecc. che rendono possibile la cosiddetta «realtà virtuale»? Nell’epoca del dominio totale (e totalitario) dei rapporti sociali capitalistici parlare della privacy come «ultimo bastione sacro della libertà» e indignarsi dinanzi a un «mondo dominato dalle corporation malvagie» è cosa che, credo, dà purtroppo un senso alla mia antipatica domanda: cosa ci rende politicamente così stupidi (sempre al netto di chi legge!) dinanzi alle questioni decisive della nostra esistenza?