DAVOS E LO STATO (PESSIMO) DEL MONDO

Ultime notizie dal 48° incontro annuale del World Economic Forum di Davos: «Dopo le forti misure protezionistiche per proteggere il mercato domestico dell’auto, il presidente statunitense Donald Trump ha posto pesanti dazi anche su pannelli solari e lavatrici importati da Cina e Corea del Sud» (Notizie Geopolitiche). Anche l’India ha fatto sentire la sua voce contro il crescente protezionismo americano: «Il protezionismo e la tentazione di riportare indietro le lancette dell’orologio sul tema della globalizzazione rappresentano “una minaccia non meno preoccupante del cambiamento climatico e del terrorismo”. Lo ha detto il premier indiano Narendra Modi al Forum economico mondiale che si tiene nella città svizzera di Davos» (La Repubblica). La verità è che quasi tutti i Paesi che partecipano al mercato mondiale sono protezionisti, ovviamente in diversa misura e con differenti modalità (commerciali piuttosto che fiscali, ecc.); essi amano denunciare il protezionismo degli altri, tacendo ovviamente sul proprio, che comunque sarebbe sempre giustificato dall’altrui cattiva disposizione. I cattivi, com’è noto, sono sempre gli altri.

L’anno scorso a Davos fu il Presidente cinese Xi Jinping a rubare la scena: «La globalizzazione ha certamente creato dei problemi, ma non si deve gettare il bambino con l’acqua sporca. Nuotiamo tutti nello stesso oceano. Il protezionismo, il populismo e la de-globalizzazione sono in crescita, e questo non va bene per una più stretta cooperazione economica a livello globale». Ora, individuare nel Capitalismo cinese un esempio di economia antiprotezionista mi sembra quantomeno esagerato. L’accusa rivolta da Pechino agli Stati Uniti di «abuso di mezzi di difesa commerciale» non è di quelle che possono mettere in imbarazzo Washington. Il fatto che la Casa Bianca sia disposta a surriscaldare il clima nelle relazioni commerciali con la Corea del Sud, con ciò che quest’atteggiamento “assertivo” può comportare di negativo per gli Stati Uniti sul versante geopolitico, testimonia l’alto tasso di conflittualità raggiunto dalla competizione capitalistica. «L’India assume un’importanza particolare se si calcola, come sostiene l’Fmi, che la sua economia crescerà a ritmi assai più sostenuti rispetto alla Cina: il Pil salirà del 7,4% contro il 6,6% della Cina» (La Repubblica). Probabilmente assai presto vedremo anche i contraccolpi geopolitici di questa ascesa capitalistica dell’India.

Leggo da qualche parte a proposito del Rapporto Oxfam sullo stato sociale del pianeta presentato l’altro ieri al World Economic Forum: «È impressionante sapere che 8 uomini da soli sono padroni di oltre 400 miliardi di dollari, una montagna di danaro che, praticamente, costituisce la medesima quantità di denaro posseduto da 3.6 miliardi di persone. Ogni due giorni nasce un nuovo miliardario, soprattutto in Cina e Russia. E in questo quadro l’Italia non fa eccezione dato che il Rapporto segnala che l’1% più’ benestante della popolazione italiana detiene il 25% della ricchezza nazionale netta. Il Rapporto Oxfam sostiene inoltre che “multinazionali e super ricchi continuano ad alimentare la diseguaglianza ricorrendo a pratiche di elusione fiscale. Massimizzano i profitti, in alcuni casi abbassando i salari, e usano il potere per condizionare le scelte della politica”. “Ricompensare il lavoro e non la ricchezza” è un altro slogan che si è sentito alto e forte ma che purtroppo viene ripetuto da anni senza grandi risultati visti i numeri». Il Capitalismo è sempre più brutto, cattivo e disumano; il Capitalismo del XXI secolo è esattamente conforme alla natura, alle dinamiche e alle “leggi di sviluppo” esposte da Marx ormai oltre un secolo e mezzo fa: per favore, ditemi qualcosa che non so! «Ricompensare il lavoro e non la ricchezza»: ditemi qualcosa di serio, intendevo, non le solite banalità buoniste pescate nel grande mare dell’ideologia dominante, dove nuotano ricette, “utopie”, “visioni” e chimere buone per tutti i gusti.

Vediamo cosa ha da dire il Compagno Papa Francesco a tal proposito: «Occorre rimettere l’uomo al centro dell’economia». Questa perla concettuale l’avevo già sentita. Che delusione, mi aspettavo qualcosa di più originale. D’altra parte, posso criticare il Santissimo Padre per la sua assoluta ignoranza circa il funzionamento dell’economia capitalistica (che deve avere, con assoluta necessità, il profitto al centro del proprio interesse) senza cadere nel ridicolo? Certo che no!

Nel messaggio indirizzato ai partecipanti del Forum, il Papa ha fatto anche riferimento all’intelligenza artificiale e alla robotica, per concludere che esse devono «contribuire al benessere dell’umanità e alla protezione della nostra casa comune, e non il contrario». Francesco è particolarmente allarmato dal fenomeno della disoccupazione tecnologica: milioni di posti di lavoro cancellati dall’uso sempre più diffuso della robotica nei processi produttivi e nei servizi – anche di cura: negli ospedali e nelle case. Anche qui naturalmente vale la considerazione (retorica, lo riconosco) di cui sopra: passerei giustamente per sciocco se intendessi convincere il Capo della Chiesa Romana che, posto il Capitalismo, l’uso sociale della tecno-scienza è orientato necessariamente in direzione del massimo profitto. No, non voglio creare altra disoccupazione: Francesco, predica pure il tuo Santo Verbo al «mondo fratturato», tanto più che la mia ricetta (lotta di classe e rivoluzione sociale anticapitalistica) non ha un grande appeal, diciamo così, agli occhi dei tuoi amati “ultimi”. Chi sono io per dirti che sollecitare «il mondo imprenditoriale» a promuovere la «giustizia sociale insieme a una giusta ed equa ridistribuzione dei profitti» è cosa che può suscitare solo ilarità presso i nemici dell’economia fondata sul profitto?  Forse qualche considerazione più originale e sfiziosa su quanto accade a Davos possiamo incrociarla volgendo lo sguardo a “sinistra”.

Per Marco Revelli, il Rapporto Oxfam «dice, soprattutto, che quella mostruosa accumulazione di ricchezza poggia sul lavoro povero, svalorizzato, umiliato di miliardi di uomini e soprattutto di donne, e anche bambini. È, biblicamente, sterco del diavolo» (Il Manifesto). Ma è soprattutto, marxianamente, sterco del dominio, un dominio che, com’è noto, si fonda sullo sfruttamento del lavoro umano e della natura. L’intensità e le forme di quello sfruttamento variano da Paese a Paese, da continente a continente, seguendo la linea dell’ineguale sviluppo capitalistico (che non è un dato meramente economico); ma questo non muta di una virgola la natura del rapporto sociale capitalistico ovunque esso domini, e oggi il suo dominio ha i confini dell’intero pianeta. A Nord come a Sud, a Ovest come a Est si tratta di estrarre (di «smungere») profitto dal lavoro salariato attraverso la produzione di un “bene o servizio”. Il Capitalismo è un modo di produzione fondato sul lavoro salariato: esattamente come prescrive la Costituzione «più bella del mondo» per la Repubblica del nostro Paese.

«Il sistema economico globale», continua Revelli, «plasmato sui dogmi del neo-liberismo – l’unico dogma ideologico sopravvissuto – si conferma così come quella mega-macchina globale (descritta a suo tempo perfettamente da Luciano Gallino) che mentre accumula a un polo una concentrazione disumana di ricchezza produce al polo opposto disgregazione sociale e devastazione politica (consumo di vita e consumo di democrazia). Allungando all’estremo le società, espandendo all’infinito i privilegi dei pochi, anzi pochissimi, e depauperando gli altri, erode alla radice le condizioni stesse della democrazia. La svuota alla base, cancellando il meccanismo della cittadinanza stessa: da società “democratiche” che eravamo diventati (di una democrazia incompiuta, parziale, manchevole, ma almeno fondata su un simulacro di eguaglianza) regrediamo a società servili, dove tra Signore e Servo passa una distanza assoluta, e dove al libero rapporto di partecipazione si sostituisce quello di fedeltà e di protezione. O, al contrario, di estraneità, di rabbia e di vendetta: è, appunto, il contesto in cui la variante populista e quella astensionista si intrecciano e si potenziano a vicenda, come forme attuali della politica nell’epoca dell’asocialità. L’ipocrisia è diventata la forma attuale della post-democrazia. Con questo qualunque sinistra che voglia rifondarsi non può non fare i conti». Come sono caduti in basso i “comunisti”: adesso rimpiangono anche «un simulacro di eguaglianza»! Lo so, tutto è relativo, ma un limite all’abiezione concettuale ci deve pur essere. O no? Evidentemente no!

Naturalmente a questi “comunisti” sfugge l’intimo e necessario nesso esistente tra il «simulacro» di ieri e l’«ipocrisia» di oggi, il fatto che è stato proprio il «simulacro» di ieri a preparare l’«ipocrisia» di oggi, come si tratti di un processo coerente e organico, non certo di una rottura epocale tra ieri («democrazia») e oggi («post-democrazia»). In ogni caso i comunisti, da Marx in poi, hanno sempre attaccato l’ipocrisia connaturata alla forma borghese della democrazia, la quale con un gioco di prestigio ideologico cerca di cancellare il carattere classista della nostra società. Non dai «dogmi del neo-liberismo» deve liberarsi l’umanità, ma dai rapporti sociali capitalistici in quanto tali, e non è certo dai nostalgici dei simulacri (e del mondo finito con la caduta del Muro di Berlino) che possiamo aspettarci un contributo in quel senso. La «sinistra» («qualunque sinistra») di cui parla Revelli è parte del problema, non è parte della soluzione. Rispetto a questa «sinistra» io non mi colloco “più a sinistra”, o “più a destra”, ma su un altro terreno. Su questo terreno (chiamatelo pure Giuseppe, collocatolo sopra o sotto: non ne faccio una questione terminologica o topologica) appare imprescindibile un’opera di demistificazione anti-ideologica di grande respiro, tesa a colpire l’ideologia dominante (che, come diceva l’uomo con la barba, «è l’ideologia delle classi dominanti») in tutte le sue manifestazioni sociali e fenomenologie politiche. Sulla rifondazione della «sinistra» anche per via elettoralistica, ho scritto qualcosa nel mio ultimo post.

«Ecco perché l’incontro di Davos, aldilà del rituale, potrebbe sembrare ai più una meravigliosa presa in giro verso i miliardi di persone che vivono con due dollari al giorno» (Affari Italiani). In effetti, fin quando «i miliardi di persone» che vivono di lavoro salariato, quando hanno la “fortuna” di avere un lavoro, non troveranno il modo (si tratterà di coscienza? di coraggio?  di forza? di disperazione?  di “miracolo”?) di urlare un planetario Adesso basta!  in faccia alle classi dominanti di tutto il mondo, la «meravigliosa presa in giro» non potrà che perpetuarsi, giorno dopo giorno, per la gioia dei benintenzionati (laici o religiosi che siano, di “destra” o di “sinistra” non fa alcuna differenza), i quali potranno continuare a ripetere i soliti auspici in favore degli “ultimi” nei Forum, nei Convegni, nei Parlamenti, nelle Chiese, nei comizi elettorali, ovunque.

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IRAN. OGGI E IERI

1. Oggi

«Negli ultimi anni, i caffè sono nati anche in abbinamento a librerie e a gallerie d’arte. L’aspetto è moderno, tant’è che potrebbero essere a Parigi o in qualsiasi metropoli occidentale. Ci si accorge di essere a Teheran solo per i codici di comportamento, soprattutto nel vestiario. Mi è capitato di assistere in uno di questi posti a uno shooting fotografico, con una modella, truccatissima e con il foulard, che sfilava. La gente guardava con indifferenza: è uno spettacolo usuale. Eppure, la modella, la pubblicità, il consumismo erano quanto la Rivoluzione Islamica voleva combattere. Questo è un tratto tipico degli iraniani: sanno adattarsi, rielaborare e fare proprio qualcosa che viene da fuori secondo i propri canoni. A proposito, in quel caffè ho bevuto un mojito. Naturalmente reinventato dagli iraniani senza alcol!» (A. Vanzan). Naturalmente. D’altra parte la “rivisitazione” dei rapporti sociali capitalistici in chiave locale (regionale, nazionale, continentale) è un fenomeno che riguarda tutti i Paesi del mondo: dalla Cina al Giappone, dall’India al Brasile. Soprattutto nel settore dell’abbigliamento e dell’alimentazione il Capitale si avvantaggia delle specificità culturali e “antropologiche” dei vari Paesi: merci e servizi per tutti i gusti e per tutte le sensibilità – nazionali, etniche, religiose, sessuali e quant’altro. Il Capitale ama la “libertà” e la “creatività”. Mi fanno ridere, per non dire altro, gli intellettuali occidentali di diverso orientamento ideologico (ma di identica militanza sociale al servizio della conservazione) che paventano una «deriva consumistica» della società iraniana (e magari anche di quella nordcoreana!), i cui giovani si troverebbero esposti alla demoniaca influenza dei social media che li invitano a partecipare alla luccicante ed eterna festa della globalizzazione capitalistica. Questi intellettuali possono anche accettare, bontà loro, l’economia di mercato, purché ben temperata e attenta ai bisogni del “capitale umano”, ma insieme al Santissimo Papa Francesco e alla Guida Suprema Ali Khamenei essi gridano un forte e irremovibile NO alla società di mercato: si può essere così intellettualmente indigenti?

«Un’altra parte degli Iraniani, quella dei sobborghi, che ha come uniche certezze nella vita la religione e la povertà, è soggiogata dalla propaganda religiosa. Le moschee attirano giovani per arruolarli sin da piccoli nelle milizie irregolari con i loro bastoni da hooligan. Due facce così diverse dello stesso paese dove, per un giovane, non ci sono alternative ad un modello edonista e decadente oppure ad uno estremista e violento» (L. Tavi). Lo sviluppo ineguale del Capitalismo (su scala mondiale, nazionale e regionale) si presenta con aspetti particolarmente contraddittori, e persino paradossali, nei Paesi storicamente “ritardatari” che hanno alle spalle un lungo periodo di sfruttamento coloniale e imperialistico.

«Proibire l’inglese alle elementari, e magari anche gli hamburger e la coca cola. La reazione dei conservatori alle proteste di piazza si manifesta anche così, ma riapre la spaccatura fra ultrà e riformisti, con il presidente Hassan Rohani contrario alla nuova stretta e che anzi invita a capire i giovani, perché «pensano in maniera diversa» (G. Stabile, La Stampa). Anche la pizza, ci fa sapere Stabile, è stata “attenzionata” dai puristi iraniani, benché la nota prelibatezza italiana sia stata “reinventata” in salsa iraniana. Secondo il “moderato” e “riformista” Rohani l’inglese invece serve ai giovani iraniani per «trovare lavoro»: «Il governo accoglie le critiche e credo che tutti dovrebbero essere criticati, persino Maometto ha permesso alle persone di criticare. Il problema è la distanza tra noi e le nuove generazioni. La pensano diversamente sul mondo e sulla vita». Se non è un invito a bombardare il quartier generale, poco ci manca, e comunque la presa di posizione del Presidente iraniano ci dice quanto dura sia diventata la più che decennale lotta di potere al vertice del regime. E qui arriviamo agli eventi di questi giorni.

Violenta oppressione politica, ideologica e culturale (che tocca in primo luogo le donne e le minoranze religiose), alta disoccupazione giovanile (oltre il 26%), crescente inflazione (12,5%), carovita, crisi in alcuni comparti industriali, crescenti e vistosissime (soprattutto nei grandi centri urbani) diseguaglianze sociali, piccoli imprenditori e piccoli risparmiatori gettati sul lastrico dal fallimento di alcune finanziarie, oppressione etnica (azeri, curdi, armeni), centri urbani elefantiaci e zone rurali spopolate, una spesa militare sempre crescente in grado di supportare le aspirazioni di grande potenza regionale coltivate dal Paese (a discapito ovviamente delle condizioni di vita delle classi subalterne: «Occupatevi di noi, non della Siria!», gridano i manifestanti), un Capitalismo, gestito in gran parte dalla “casta” degli ayatollah e dai vertici dei Pasdaran, sempre più inefficiente e aperto alla corruzione sociale (una parte dello stesso proletariato iraniano è interessato al mantenimento della greppia clerico-statalista: il “clientelismo” non è un fenomeno esclusivo dell’Italia!), alto inquinamento in molte zone del Paese, e molto altro ancora: gli ingredienti della crisi sociale esplosiva in Iran ci sono tutti. E non si tratta certo di una condizione sociale prodottasi negli ultimi mesi o negli ultimi anni, tutt’altro. Né la crisi sociale in quel sensibilissimo quadrante geopolitico attraversa solo l’Iran, come ben dimostra il movimentismo politico che da parecchi mesi si segnala in Arabia Saudita, il nemico/concorrente numero.[1] Per non parlare della cosiddetta Primavera Araba del 2011. Le proteste contro il carovita che si stanno sviluppando in Tunisia in questi giorni certamente non sono di buon auspicio per i due regimi diversamente islamici.

«Il consenso verso il regime è, per molti versi, oggetto di uno scambio: finché gli ayatollah garantiscono buone condizioni di vita, i cittadini accettano obtorto collo di rinunciare alla propria libertà e adeguarsi alle censure del clero. Ma quando la borsa è vuota, il regime clericale viene messo in discussione. Le attuali proteste potrebbero quindi rivelarsi molto pericolose per il regime. […] Se la Rivoluzione verde del 2009 mirava a una svolta moderata del regime, ma non ad abbatterlo, queste proteste hanno un carattere maggiormente anti-establishment. Meno politicizzate e più spontanee delle precedenti, sembrano mancare nel proporre un’alternativa al regime, ma il loro carattere anarchico le rende imprevedibili. Il dissenso è un fenomeno carsico e tacitarlo per alcuni giorni, mesi, persino anni, non significa averlo sconfitto. Al di là del loro esito, queste proteste hanno segnato un passaggio di mentalità: se le immagini della guida suprema possono essere fatte a pezzi, vuol dire che anche il regime può cadere. Come ricordato da Kader Abdollah, scrittore e oppositore del regime, gli iraniani hanno compreso che il potere degli ayatollah non è eterno né inevitabile. Se vorrà conservarsi alla guida del paese, il clero dovrà andare incontro alle esigenze dei cittadini. La repressione e la censura autoritaria non sono più opzioni possibili» (East Journal). In ogni caso, il regime continua come e più di prima a usare il pugno di ferro, e sono quasi quattromila i manifestanti finiti in galera, per non parlare dei morti e dei feriti. Già si registrano diversi casi di “suicidio” (assistito?) nelle carceri, notoriamente luoghi di tortura, oltre che di infinito dolore.

È ovvio che nel mare della crisi sociale nuotano e prosperano i nemici interni ed esterni della Repubblica Islamica, ma non è certo con la chiave interpretativa dei nemici esterni (americani, sauditi, israeliani) che possiamo capire ciò che accade – e non da oggi – in quel Paese decisivo per gli assetti interimperialistici del Medio Oriente, e non solo di quell’area. A scadenza quasi decennale, i giovani iraniani scendono in strada per rivendicare la fine dell’oppressione esercitata sull’intera società dal regime dei mullah e migliori condizioni di vita, e puntualmente il regime risponde con la ben nota tattica che prevede l’uso della carota (vedi il “partito delle riforme”) e del bastone. Promesse e carcere. Ammiccamenti politici e pallottole “vaganti”. Celebrazione di “libere” elezioni e impiccagioni: anche chi è accusato di offendere in qualche modo Allah è meritevole di morte per «atti ostili contro Dio» (moharebeh). Il regime può anche contare sulla massa d’urto repressiva mobilitata dai Pasdaran (Basji) composta perlopiù da sottoproletari che per un tozzo di pane sono disposti a massacrare di botte chi gli capita a tiro durante le manifestazioni di piazza. «Dai Pasdaran dipendono i Bassij, una diramazione paramilitare molto numerosa nata negli anni 80 durante la guerra contro l’Iraq; si stima che il numero dei Bassij si aggiri intorno ai dieci milioni di iraniani sparsi su tutto il territorio nazionale. Per il reclutamento dei membri lo stato iraniano spende ogni anno centinaia di migliaia di dollari, certo di poter trovare adepti negli strati più poveri della popolazione, incentivati da offerte finanziarie e benefici, in cambio dell’arruolamento. I Bassij sono costituiti per lo più da giovani e il loro ruolo è quello di sopprimere e arginare il più possibile e dal basso, qualsiasi forma di rivolta nei confronti del regime; un altro importante ruolo che gli viene affidato è quello della propaganda e della conservazione di tutti quei valori religiosi e ideologici che fanno capo ai capisaldi del regime dei mullah» (East Journal). Dal loro canto, i Pasdaran oltre a rappresentare «da più di vent’anni la più grande forza economica iraniana, sono in prima linea per impedire che lavoratori e studenti possano riunirsi e discutere dei diritti che li riguardano e reprimono con violenza ogni minimo tentativo di dissenso nei confronti del regime» (E. J.). Tra l’altro, i pii e misericordiosi Guardiani della Rivoluzione gestiscono il traffico illegale dei prodotti di lusso occidentale che entrano di nascosto nel Paese e il cui giro d’affari pare ammontare a una cifra gigantesca: tre volte più grande della ricchezza generata dalle fondazioni legali. La massiccia violenza che i Pasdaran dispiegano contro i “nemici di Dio e dell’Iran” è adeguata agli interessi economici che essi difendono. Sarò pure un materialista volgare e determinista, ma io la penso così!

All’inizio delle proteste il “pragmatico” Presidente iraniano dichiarò che «le persone per le strade non chiedono pane e acqua, ma più libertà», rendendo così palese la guerra intestina che, come detto, da decenni travaglia il regime di Teheran. In realtà, oltre a «più libertà» i manifestanti chiedevano più generi di prima necessità e a più basso costo, e non a caso le manifestazioni sono comparse all’inizio (28 dicembre 2017) nelle aree economicamente più depresse del Paese, dove peraltro più forte è la presenza degli attivisti ultraconservatori. Pare che gli uomini legati all’ex Presidente Mahmoud Ahmadinejad, colui che voleva cancellare Israele dalla carta geografica del Medio Oriente nonché acerrimo nemico dell’attuale Presidente, abbiano in qualche modo favorito la protesta, per evidenti fini strumentali, salvo poi esserne scavalcati. In ogni caso, Teheran li ha subito “attenzionati”, e lo stesso Ahmadinejad è finito definitivamente in disgrazia, seppellito sotto infamanti accuse di corruzione e abusi d’ogni tipo – non ancora di stampo sessuale: questo tipo di calunnie applicate al “pio” Ahmadinejad non sarebbero forse credibili.

Con il consueto tweet, il Presidente americano ha voluto sferrare un facilissimo attacco politico, non solo al regime iraniano, ma anche, se non soprattutto, agli “alleati” europei che intendono proseguire sulla strada del “negoziato diplomatico” tracciata dall’ex Presidente Obama nel 2015 (accordo di Losanna): «Il grande popolo iraniano è stato represso per molti anni, ha fame di cibo e libertà; insieme ai diritti umani, viene saccheggiata la ricchezza dell’Iran!». Anche dalle nostre parti c’è stato qualche idiota che ha caricato la responsabilità dei manifestanti uccisi in Iran solo sulla testa di Donald Trump, reo di essersi sfilato dall’accordo sul nucleare sottoscritto dal cosiddetto 5+1 sotto l’egida dell’Onu. Ovviamente Trump, nella sua qualità di Presidente della prima potenza imperialistica del mondo, ha tutto l’interesse nel gettare benzina sul fuoco del malcontento popolare che attraversa l’Iran, e ciò tanto più dopo il relativo insuccesso americano registrato in Iraq e in Siria, dove la Russia e appunto l’Iran hanno invece riscosso un indubbio successo politico-militare.

Ieri il Financial Times e il New York Times invitano il Presidente americano a una maggiore prudenza nelle sue esternazioni sui fatti iraniani, perché le sue invettive via Twitter potrebbero ricompattare il regime; e gli consigliano anche di non sfilarsi dall’accordo sul nucleare iraniano, per rendere evidente agli occhi dell’opinione pubblica iraniana il fatto che la moratoria sulle sanzioni non dà alcun beneficio al popolo iraniano, mentre facilita l’investimento del regime in costosi armamenti. «Cinquantadue tra ufficiali militari statunitensi in pensione, membri del Congresso degli Stati Uniti, ex ambasciatori statunitensi, esperti statunitensi della sicurezza nazionale hanno firmato una lettera per sollecitare Trump a non mettere a repentaglio l’accordo con l’Iran» (NYT). Abbaiare furiosamente o tessere intorno al regime di Teheran una fitta rete diplomatica aspettando che la classe media iraniana prepari una seria alternativa in vista dell’auspicato regime change: qual è la tattica più produttiva per gli Stati Uniti? Certo non sarò io a dare buoni consigli! «Il capo della Casa Bianca vorrebbe uscire dall’accordo, in linea con le obiezioni avanzate anche da Israele, e le proteste iraniane dei giorni scorsi lo hanno incoraggiato a farlo; il segretario di Stato Tillerson, quello alla Difesa Mattis, e il consigliere per la Sicurezza nazionale McMaster ritengono che convenga salvarlo» (P. Mastrolilli, La Stampa). È probabile che alla fine anche Trump sarà della partita diplomatica, ma dopo aver chiarito che la Casa Bianca non dà nulla per scontato e che si aspetta dai negoziati risultati concreti – ovviamente dal punto di vista degli interessi americani, i quali sempre più spesso divergono dagli interessi degli “alleati” occidentali, e questo a prescindere da chi pro tempore veste la carica di Presidente degli Stati Uniti.

Il costo finanziario dei successi militari e politici di Russia e Iran è stato molto alto per entrambi i Paesi, e solo la relativa stabilità del prezzo del petrolio (intorno ai 50 dollari il barile) e del gas ha permesso, anche se solo in parte, di tamponare le falle finanziarie che si sono aperte nelle loro casse. L’Iran è impegnato pesantemente anche in Yemen, in una guerra sanguinosissima che ormai si protrae da molti anni e che, com’è noto, è alimentata anche dalle armi fabbricate in Italia: un fatturato tutt’altro che disprezzabile! Non bisogna poi sottovalutare il sostegno che Teheran offre a Hezbollah, «che è una milizia costosa, perché i miliziani Hezbollah sono pagati due volte di più di quanto Israele paga i beduini che lavorano per l’esercito; poi hanno tutta la struttura industriale militare, i missili balistici, ad esempio non li fabbricano, ma li importano dalla Corea del Nord; poi hanno la massa impiegatizia dei clerici ed anche loro sono molto costosi» (E. Luttwak, Notizie geopolitiche). Si segnala anche un crescente attivismo dell’Iran in Afghanistan, cosa che sta mettendo in allarme i pakistani e gli americani.[2]

Può, si chiede il citato Luttwak, un Paese che campa sostanzialmente di rendita petrolifera sostenere un così forte impegno militare e geopolitico? In effetti, un’economia ancora fortemente centrata sull’estrazione e la vendita di petrolio e gas rappresenta, al contempo, il punto di forza e il punto di debolezza dell’ambiziosissima potenza persiana.

L’innegabile sviluppo dell’industria metallurgica, dell’industria tessile e dell’edilizia che si è registrato negli ultimi tre decenni non è stato comunque tale da mutare la struttura del capitalismo iraniano, con ciò che ne segue sul piano degli equilibri politico-istituzionali del Paese. Secondo uno studio del Fondo Monetario Internazionale di qualche anno fa, il tasso di crescita del PIL iraniano si aggira intorno al 7,4%, ma al netto del settore petrolifero quel tasso precipita a un risicato 1%. Dati forniti dal Ministero degli Esteri del nostro Paese attestano questa struttura del PIL iraniano: «Il petrolio influisce per il 15% sul Prodotto Interno Lordo, il settore manifatturiero, quello edilizio e l’industria mineraria per il 23%, l’agricoltura per il 9%, mentre i servizi occupano il 53% del totale». Il maggiore importatore di prodotti iraniani è la Cina, ma per un valore totale molto modesto, soprattutto se posto in rapporto alle potenzialità industriali dell’Iran: appena 615 milioni di dollari. Proprio ieri l’Italia ha siglato un importante accordo con l’Iran: «Un’intesa che apre a garanzie sovrane da parte dell’Iran per finanziamenti fino a 5 miliardi di euro. I finanziamenti che seguiranno stanzieranno fondi per progetti e partnership in Iran, realizzati congiuntamente da imprese italiane ed iraniane, in settori di reciproco interesse, come ad esempio le infrastrutture e costruzioni, il settore petrolifero e del gas, la generazione di energia elettrica, le industrie chimica, petrolchimica e metallurgica. I due Ministeri [dell’economia] hanno sottolineato come l’accordo sia “un passo importante per il consolidamento della partnership economica e finanziaria tra i due Paesi, le cui origini vanno molto indietro nel tempo. L’obiettivo principale dell’accordo è quello di rafforzare il tessuto economico iraniano, in linea con gli obiettivi stabiliti dal Governo dell’Iran e con le legittime aspirazioni del popolo iraniano”» (La Repubblica). Le «legittime aspirazioni del popolo» sono costantemente in cima ai pensieri dei Governi di tutto il mondo! Troppo facile spiegare i rapporti tra gli Stati e gli affari tra le imprese dei vari Paesi del pianeta con la logica del potere sistemico e del profitto! Volevo fare dell’ironia: ci sono riuscito?

L’economia iraniana appare insomma sempre sul punto di decollare verso un grande boom (fattori di varia natura premono in quel senso)[3], ma diversi problemi strutturali e politici impediscono all’aereo di prendere il volo diretto ai piani alti del Capitalismo mondiale, una destinazione che pure sarebbe alla portata di un Paese che peraltro vanta un antichissimo e luminoso retaggio storico. Un punto molto debole di quell’economia è senz’altro la penuria di investimenti diretti esteri in Iran, che si spiega in larga parte con il ruolo di potenza regionale che il Paese vuole giocare a tutti i costi; una legittima aspirazione che lo porta sovente a cozzare contro gli interessi dell’imperialismo occidentale e dei suoi alleati regionali. Beninteso, all’avviso di chi scrive quell’aspirazione è legittima allo stesso titolo delle aspirazioni dei Paesi concorrenti: dal punto di vista antimperialistico tutte le vacche capitalistiche, piccole o grandi che siano, appaiono nere e meritevoli di finire al macello della rivoluzione sociale. La quale, ahimè, non ne vuole sapere di apparire sulla scena della tragedia.

Pur con tutti i limiti qui sommariamente evidenziati, l’economia iraniana è molto integrata nella divisione internazionale del lavoro, e una sua più piena partecipazione alle dinamiche del mercato mondiale appare ormai come prossima. Salvo devastanti crisi politico-sociali, le quali d’altra parte trovano terreno fertile nell’attuale struttura capitalistica dell’Iran e negli assetti di potere che sono venuti fuori dalla cosiddetta Rivoluzione Islamica.

Scriveva tre anni fa Eugenio Fatigante sull’Avvenire a proposito della struttura economica del Capitalismo iraniano: «C’era una volta la Rivoluzione. Islamica e, sulla carta, socialista.[4] Come tutte le rivoluzioni, però, dello spirito del ’79 è rimasto ben poco nell’Iran di oggi. All’epoca dello Scià un centinaio di famiglie cortigiane dei Pahlevi controllavano l’80% dell’economia locale. Oggi più o meno la stessa percentuale è in mano al lato oscuro degli ayatollah e dei fedeli Guardiani della rivoluzione. Si chiamano Bonyad e sono il vero prodotto doc iraniano, quanto il caviale: un coacervo di religione e pragmatismo affaristico che controlla le leve del potere e il 60% della capitalizzazione della Borsa di Teheran. È la cosiddetta Pasdaran Economy, basata su un labirinto di Fondazioni (come tali esentasse) che negli anni han fatto man bassa dei beni della corona imperiale e delle famiglie benestanti: oggi è divenuto il loro patrimonio, che utilizzano per nuovi affari e per una rete fittissima di donazioni, posti di lavoro e sussidi, necessari per mantenere il potere con metodi clientelari e con un anomalo Welfare state».[5] Questo incredibile intreccio di interessi economici e politici ci fa capire quale è la posta in gioco in Iran e come sia difficile sostituire l’attuale regime con un altro di diverso orientamento politico-ideologico. Per quanto mi riguarda, un regime (capitalistico) vale l’altro, in Iran come nel resto del mondo, e personalmente trovo risibile ogni discorso circa la necessità di sostenere in quel Paese una “rivoluzione democratica e popolare” in attesa che maturino le condizioni per una rivoluzione sociale “pura”. Lascio ai teorici delle “doppie rivoluzioni” questi insulsi discorsi. Tutto invece lascia supporre che le classi subalterne verseranno ancora molto sangue per combattere guerre volute dai loro nemici di classe per difendere e possibilmente ampliare un potere che, come abbiamo visto, si fonda su enormi interessi economici.

2. Ieri

Alla fine degli anni Settanta del secolo scorso vennero al pettine in Iran tutte le gigantesche contraddizioni e i fortissimi limiti di una “rivoluzione capitalistica dall’alto”, iniziata intorno al 1962 per impulso diretto del regime monarchico; una “Rivoluzione bianca” intesa a modernizzare il Paese a ritmi accelerati senza però troppo incrinare i vecchi assetti di potere (inclusa la preziosa funzione sociale svolta dal clero sciita, sebbene esso fosse stato pesantemente penalizzato sul terreno economico dalla riforma agraria) né mettere in discussione la collocazione geopolitica della moderna Persia, ormai da decenni saldamente ancorata all’Occidente.

Già negli anni Trenta lo Scià Reza Pahlavi aveva tentato una prima modernizzazione/laicizzazione forzata del Paese, espropriando le proprietà dei notabili Qajar e intaccando rapporti sociali feudali che arricchivano il clero sciita. Negli anni Cinquanta il Primo ministro Mohammad Mossadeq, il «nazionalista mistico», continuò l’opera di modernizzazione capitalistica attraverso la nazionalizzazione dell’industria petrolifera allora controllata dalla Anglo-Persian Oil Company, cosa che gli valse l’ostilità del Regno Unito e degli Stati Uniti. La produzione e l’esportazione di petrolio crollarono immediatamente. Altre riforme politiche e sociali privarono il governo di Mossadeq dell’appoggio del clero sciita e delle componenti politico-sociali che in precedenza lo avevano sostenuto ma che dopo la nazionalizzazione del maggio ‘51 temevano una modernizzazione troppo spinta del Paese. Come conseguenza di un fallito colpo di Stato tentato il 16 agosto 1953 lo Scià Mohammad Reza Pahlavi fu costretto a fuggire dal paese e a riparare a Roma. Un secondo colpo di Stato, attuato tre giorni dopo, ebbe invece successo e mise fine alla breve ma intensa stagione riformista di Mossadeq; il nuovo governo presieduto dal generale Zahedi sottoscrisse un accordo con le principali compagnie petrolifere del tempo (Consorzio delle Compagnie petrolifere: le mitiche Sette sorelle), accordo che sradicò il precedente monopolio della Anglo-Persian Oil Company. Lo Scià ritornò dall’esilio e affidò a uno Stato totalitario e potentemente centralizzato l’opera di svecchiamento definitivo del Paese. Entrambi i colpi di Stato del 1953 furono chiaramente voluti e sostenuti da Washington, che tra l’altro approfittò dell’”aiuto fraterno” offerto a Londra per prenderne il posto come prima potenza imperialista in Iran e in tutto il Medio Oriente. Mai fidarsi degli “aiuti fraterni”!

La società iraniana uscì letteralmente sconvolta dalla seconda “rivoluzione”, soprattutto a causa della riforma agraria varata nel 1963, la quale allontanò dalle campagne milioni di contadini poveri che si riversarono nei centri urbani del Paese per formarvi un esercito industriale a disposizione delle necessità dell’industrializzazione e della stessa urbanizzazione. Negli anni Cinquanta e Sessanta il 60% della popolazione viveva nella campagna iraniana. Il 15 giugno del ’63 l’esercito iraniano fece fuoco con obici e mitragliatrici sui manifestanti che chiedevano pane e lavoro, uccidendone più di 4.000.

Le città si riempirono a un ritmo vertiginoso di milioni di ex contadini, soprattutto giovani, che non riuscivano a trovare un impiego e che solo nelle “caritatevoli” organizzazioni religiose riuscivano a trovare un qualche conforto materiale e spirituale. Il controllo sociale, com’è noto, ha mille volti, compreso quello barbuto del Misericordioso Mullah. Inutile dire che l’ingerenza della “mano pubblica” nella sfera economica creò una diffusissima rete di corruzione sociale, la quale venne usata dai mullah per esacerbare il rancore degli strati più poveri del proletariato in chiave antimonarchica.

A capodanno del 1978 il Presidente americano Jimmy Carter ebbe l’ardire di dichiarare durante il tradizionale brindisi di fine anno offerto dallo Scià che l’Iran rappresentava un modello di stabilità per tutto il Medio Oriente. Chissà cosa pensò di quelle parole un Pavone ormai ampiamente spennacchiato e prossimo alla fuga più vergognosa. Nel febbraio del 1979, quando la radicalizzazione dello scontro sociale divenne inarrestabile (già ad agosto del ’78 lo Scià fu costretto a promettere «elezioni libere» per il giugno dell’anno successivo), anche i partiti laici, e persino l’Amministrazione americana, si convinsero che puntare sul cavallo chiamato Khomeini fosse la sola opzione possibile per tenere sotto controllo una società in preda a convulsioni e a tensioni di estrema gravità, tali da far temere alle forze antimonarchiche un esito autenticamente rivoluzionario della crisi. La fugace apparizione sulla scena politica del Paese di Sciapur Bakhtiar, dimessosi precipitosamente dal governo all’arrivo trionfale di Khomeini dall’esilio francese, dimostrò che non era possibile una soluzione “convenzionale” (di stampo occidentale) della crisi generale che investiva l’Iran. È anche bene ricordare come solo nel 1978, dinanzi al dilagare delle manifestazioni, l’alto clero sciita iniziò a staccarsi definitivamente dal regime monarchico, dopo averlo supportato più o meno apertamente per decenni e aver contribuito per secoli alla passività delle classi subalterne.

La cosiddetta “rivoluzione islamica” del febbraio 1979 parve insomma surrogare/prevenire una potenziale rivoluzione sociale – resa peraltro impossibile dall’assenza in Iran, come peraltro ovunque nel mondo, di soggetti politici autenticamente rivoluzionari in grado di avere una certa influenza almeno su una parte del proletariato urbano e dei contadini poveri, allora molto numerosi in quel Paese. Ben presto il clero sciita si autonomizzò nei confronti del blocco “laico-socialista” che si era illuso di poter governare il Paese senza la sua ingerenza politica, e prese nelle proprie mani tutte le leve del potere (economico, politico, ideologico), schiacciando brutalmente i partiti che per decenni avevano combattuto il regime di Reza Phalavi. «Khomeini non è un uomo politico: non ci sarà un partito di Khomeini, non ci sarà un governo di Khomeini. Khomeini è il punto di incontro di una volontà collettiva»: così si era espresso Michel Foucault. Sappiamo com’è andata a finire. Come recita il Corano, «L’ipotesi illusoria non fa le veci della verità».[6] Verità che nel caso di specie si “declina” in termini rigorosamente classisti, al netto della fuffa ideologica dai contorni pseudo religiosi che l’avvolge. Che una repressione violentissima volta a ripristinare l’ordine sociale assuma l’aspetto di una “rivoluzione” (ancorché Islamica) è un falso paradosso che può stupire solo chi non ha chiara la natura sociale degli eventi che si dipanano sotto i suoi occhi. Noi italiani non parliamo forse, mutatis mutandis, di “Rivoluzione Fascista”?

Le organizzazioni di estrema sinistra presenti in Iran inquadrarono gli avvenimenti che scuotevano il Paese all’interno dello schema, ormai storicamente superato, della rivoluzione democratica e antimperialista, dimostrando così la loro estraneità a un’autentica posizione anticapitalista. Per quanto strutturalmente ancora debole e legato a doppio filo all’imperialismo occidentale, il capitalismo si era ormai radicato in profondità nel Paese, mettendo definitivamente in crisi i vecchi rapporti sociali basati sulla rendita fondiaria. L’Iran del 1979 non era la Russia del 1917, né la funzione dello Scià era assimilabile a quella dello Zar. Rimanendo nel quadro delle cose contingentemente possibili, in quel Paese non c’era all’ordine del giorno una rivoluzione democratico-nazionale, ma una modernizzazione capitalistica che permettesse al Paese di superare le vecchie e le nuove contraddizioni. Investire anche solo una parte della borghesia iraniana (e del clero sciita!) di una seppur residuale «missione storica progressiva» non solo era infondato sul piano dell’analisi storica, ma soprattutto creava le premesse per una totale subordinazione delle presunte forze rivoluzionarie agli interessi dello status quo sociale. Scenario che infatti si realizzò. La sanguinosa repressione che colpì quelle forze rese evidente la loro incapacità di analisi, incapacità che aveva creato in esse illusioni davvero risibili ma pienamente conformi alla loro ideologia piccolo borghese.

È un fatto che le preziose energie che il proletariato iraniano seppe dispiegare nel biennio 78-79 non ottennero l’effetto di creare un terreno fertile all’autonomia di classe, con la formazione di organismi politici, sindacali e culturali legati agli interessi immediati e strategici delle classi subalterne. Quelle energie andarono disperse o, peggio ancora, furono usate dalle forze della conservazione sociale, non importa se in guisa laica o clericale. Ma ciò testimoniò anche, se non soprattutto, la debolezza politica e sociale del proletariato mondiale, completamente assente sulla scena storica grazie soprattutto al nefasto lavoro dello stalinismo internazionale.

Dal canto loro i partiti antimonarchici che si contendevano la leadership politica del Paese cercarono di usare i “rivoluzionari” come massa d’urto da lanciare contro il vecchio regime ma badando che il movimento sociale rimanesse sui binari di un mero cambiamento di regime politico, che alla fine ci fu. Insomma, solo il clero sciita si dimostrò all’altezza della situazione, dimostrando ancora una volta come la necessità storica spesso lavori con grande creatività politica e ideologica.

Sviluppo “ordinato” dell’economia, forte e capillare controllo sociale, proiezione del Paese nello scenario internazionale, conquista della leadership in Medio Oriente: dalla fine della guerra con l’Iraq (1980-1988) la “democrazia confessionale” degli ayatollah ha cercato di perseguire tutti questi obiettivi. Lungi dal ripristinare i vecchi rapporti sociali, impresa d’altra parte impossibile, il clero sciita si è posto al servizio dello sviluppo capitalistico del Paese, nei modi più conformi al suo nuovo assetto politico-istituzionale e alla sua nuova collocazione nello scacchiere imperialistico. C’è da dire, per concludere, che cacciati dal Paese gli assistenti americani, l’industria petrolifera iraniana si rivolse soprattutto al Giappone, alla Germania e all’Italia per ricevere gli aiuti indispensabili per riavviare la produzione e riprendere le esportazioni di greggio. L’aiuto arrivò, e ciò mise l’Iran nelle condizioni di portare avanti la lunga e sanguinosissima guerra contro l’Iraq, Paese sostenuto dall’Arabia Saudita e dall’Egitto. Detto en passant, la guerra Iran-Iraq favorì la strana alleanza di fatto tra Iran e Israele, entrambi interessati a frenare le ambizioni del blocco sunnita.

[1] «Oggi per la prima volta le donne saranno ammesse negli stadi in Arabia Saudita. La notizia viene riportata da Arab News» (Ansa). Una notizia davvero epocale! Ho la pelle d’oca! Scherzo, ovviamente. D’altra parte tutto è relativo, come diceva quello. «La decisione era stata annunciata lo scorso 29 ottobre, nell’ambito del processo di riforme avviate dal giovane principe ereditario Muhammad ben Salman».
[2] «L’obiettivo dell’Iran in Afghanistan, sostengono diversi analisti, è contare sempre di più, mantenendo il governo afghano debole, in due modi: aumentando la sua influenza nelle province occidentali afghane, vicine al suo confine, come Farah e Herat; e sostenendo i talebani, che si oppongono anche alla presenza in Afghanistan degli americani e dello Stato Islamico, entrambi nemici dell’Iran. In questo senso è difficile dire se e quanto l’uccisione di Mansour abbia indebolito gli interessi iraniani in Afghanistan. Certamente l’Iran ha perso un importante interlocutore, ma il successore di Mansour, Hibatullah Akhundzada, non ha mostrato finora di avere intenzione di rompere i legami con il governo iraniano. Di certo c’è che l’atteggiamento futuro del Pakistan verso i talebani, e la collaborazione tra il governo pakistano e americano, saranno elementi che condizioneranno il tentativo dell’Iran di farsi largo in Afghanistan» (Il Post).
[3] «La composizione demografica della popolazione, l’alto livello di alfabetizzazione e istruzione (più del 60% degli abitanti ha meno di 30 anni), la posizione geografica strategica (crocevia tra oriente e occidente), e la presenza di una rete sufficientemente sviluppata di infrastrutture, trasporti e telecomunicazioni, sono ulteriori punti di forza del contesto economico iraniano» (Ministero degli Esteri Italiano).
[4] Ovviamente Fatigante quando scrive «socialismo» intende in realtà parlare del Capitalismo di Stato in salsa iraniana promesso quarant’anni fa dal misericordioso clero sciita alle masse diseredate del Paese. Sul “socialismo islamico” avevano nutrito molte – e pietose – illusioni anche gli stalinisti del Tudeh prima che finissero sotto il tallone di ferro della Repubblica Islamica. Ecco ad esempio ciò che dichiarò a un settimane statunitense un dirigente di quel partito per spiegare l’appoggio accordato dai “comunisti” iraniani all’idea avanzata da Khomeini di creare un Consiglio della rivoluzione islamica:  «La religione sciita ha radici democratiche ed è sempre stata legata alle forze popolari nazionali anti-imperialiste. Credo che non ci sia differenza fondamentale tra il socialismo scientifico e il contenuto sociale dell’Islam. Al contrario ci sono molti punti comuni». Ricordo che nelle tempestose giornate del ’79 iraniano anche molti “comunisti” italiani si produssero in stravaganti ipotesi circa la possibilità di mettere insieme l’islamismo sciita (la «religione degli oppressi») e il “marxismo” (la “coscienza degli oppressi”). C’è anche da dire che nei confronti della parola consiglio (Soviet della rivoluzione islamica!) molti “comunisti” manifestano un alto tasso di feticismo, confermando la tesi di chi sostiene la natura magica di certe parole per certe persone.
[5] Un’inchiesta del 2013 della Reuters ha fatto luce sulla Setad, il mega-colosso finanziario iraniano, controllato direttamente dalla Guida Suprema dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei. «L’immagine al Paese e al mondo è quella sobria, ma la Guida suprema della Repubblica Islamica controlla un impero economico da 95 miliardi di dollari, oltre 70 miliardi di euro, una cifra ben superiore alle esportazioni petrolifere annuali dell’Iran. Nata per fini caritatevoli, nel corso del tempo la società Setad avrebbe cambiato volto, diventando il braccio armato dei vertici dell’Iran e gonfiandosi di partecipazioni private e pubbliche nei settori più delicati anche dal punto di vista geopolitico» (formiche.net).
[6] Allora avevo diciassette anni e le notizie che venivano dall’Iran mi riempivano di entusiasmo “rivoluzionario”; quando poi Khomeini ordinò alle milizie sciite di regolare i conti con gli ex alleati appartenenti alle diverse tendenze politiche antimonarchiche ci rimasi davvero male. Ricordo che un giorno il mio professore di religione, peraltro persona simpaticissima (in pagella mi dava il massimo dei voti!), mi avvicinò lentamente come un serpente per sussurrarmi all’orecchio la seguente velenosa frase: «Sebastiano, devi rassegnarti, le rivoluzioni vanno a finire tutte così, cioè male». Non seppi come replicare e mi nascosi dietro un sorriso di circostanza. Solo qualche mese dopo fui comunque in grado di impartirgli una circostanziata ricostruzione storico-politica degli eventi iraniani che metteva in luce la vera natura sociale della cosiddetta Rivoluzione Islamica. «Sebastiano», obiettò il prete professore, «non mi hai affatto convinto». E mi prestò un libro il cui autore cercava di mettere insieme religione e marxismo. «Dimmi che ne pensi». Lo lessi e scoprii la fulminante frase che mi portò sul campo del “marxismo”: «Emancipando se stesso, il proletariato emancipa l’intera umanità». Grazie, Padre Papotto!

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IL PUNTO SULLA CRISI CATALANA

Scriveva Niccolò Locatelli su Limes all’indomani del referendum indipendentista catalano del 1º ottobre 2017: «La catastrofica e autolesionistica figura politica di David Cameron meriterebbe di essere rivalutata, se messa a confronto con il dilettantismo mostrato questa settimana dagli indipendentisti catalani. I quali stanno avendo molte difficoltà ad uscire dall’angolo nel quale loro stessi si sono rinchiusi». L’altro ieri Michele Boldrin su Linkiesta parlava dell’indipendenza catalana nei termini di «una pagliacciata, come previsto».  Per Michele Boldrin «La storia è un misto di tragedie e di farse. E per fortuna l’indipendenza catalana del 2017, al contrario di quella del 1934, appartiene a pieno alle seconde». Un’ultima citazione sul tema: «La vicenda dell’ex presidente catalano Carles Puigdemont, scappato in Belgio a elemosinare un asilo politico quasi impossibile dopo aver chiesto ai suoi di fare “resistenza democratica”, può essere letta come la parabola dell’avventurista. I quotidiani spagnoli, ma anche quelli catalani, ne danno un giudizio inesorabile» (Giulia Belardelli).

Certamente le ultime mosse dei “rivoluzionari” catalani non sono tali da poter confutare, o quantomeno mitigare, questi severi giudizi, tutt’altro. La figura politica e umana dell’ex Presidente della Generalitat appare, almeno ai miei occhi, senz’altro ridicola, più che drammatica. Ovviamente non sono fra quelli che lo vorrebbero vedere penzolare dall’albero dei “traditori” della patria catalana («la bandiera della rivoluzione catalana è stata gettata nel fango dall’avventurismo e dalla vigliaccheria di Puigdemont e soci»), né da quello dei “traditori” della patria spagnola. I miei nemici di classe non li consegnerei mai nelle mani del Leviatano capitalistico.

Sulle azioni dei leader indipendentisti, i quali sembrano essere andati allo scontro con Madrid confidando solo sulla buona sorte e sulla loro – presunta – superiore intelligenza politica, aleggia dunque lo spettro della farsa più scombinata e ridicola, che tuttavia potrebbe trasformarsi in un’autentica e sanguinosa tragedia per molti catalani che sono stati conquistati dall’ultrareazionario “sogno” secessionista. Ultrareazionario, beninteso, al pari del “sogno” unionista – ed europeista.

Volando a Bruxelles, forse Puigdemont credeva forse di portare nel cuore stesso dell’Unione Europea quel “dualismo di potere” che non è riuscito a radicare a Barcellona. La già citata Belardelli su questo punto ha le idee chiare: il leader indipendentista catalano ha portato nella capitale belga «tutta la goffaggine e l’inadeguatezza di un leader politico che ha cavalcato una causa populista senza prima assicurarsi di aver allacciato la sella. Ma il paradosso è anche per il debole governo belga, la cui fragilità ha permesso alla “farsa” catalana di finire proprio nel centro di un’Europa a sua volta sempre più fragile». Non c’è dubbio che la crisi catalana ha messo in luce, oltre che le magagne sistemiche della Spagna (in perfetta analogia con le magagne italiane: vedi la rinata Questione settentrionale), tutta la debolezza del progetto europeista, il quale deve ancora fare i conti con la dimensione nazionale degli attori chiamati a implementarlo. Più che per solidarietà europeista, i leader europei hanno sostenuto le ragioni di Madrid contro le ragioni di Barcellona per paura di un effetto domino transnazionale. Persino la Cancelliera di Ferro volgendo lo sguardo verso la Penisola Iberica ha visto controluce una possibile crisi bavarese.

Mi fanno ridere quelli che in Italia cianciano di «diritto all’autodeterminazione del popolo catalano» e poi negano al «popolo lombardo-veneto» il diritto a una più spinta autonomia politica e fiscale delle loro regioni! Come se le due vicende (ma è anche il caso della Scozia) non avessero, mutatis mutandis, una comune radice sociale individuabile nella natura altamente contraddittoria e conflittuale del processo sociale capitalistico, alla scala individuale (vedi alla voce alienazione: spesso vorremmo separarci da noi stessi!), locale, regionale, nazionale e mondiale. Più la globalizzazione capitalistica ci centrifuga come alimenti gettati dentro a un frullatore (altro che “omologazione”! altro che “pensiero unico”!), e più cerchiamo disperatamente – e pateticamente – di aggrapparci a qualche misero brandello di “identità”: nazionale, culturale, sportiva, etnica, sessuale, religiosa ecc.

Ai miei colleghi di classe dico che alla globalizzazione capitalistica non si risponde con successo alzando muri (economici, nazionalistici, identitari, eccetera), ma piuttosto abbattendo la madre di tutti i muri reali e virtuali: il Capitalismo. «E in attesa di eventi migliori, non facciamo niente?». È, questa, la solita puerile obiezione che lo pseudo rivoluzionario rivolge a chi intende praticare la “via maestra” della lotta di classe non con spirito “purista”, ma con la coerenza di un’autentica radicalità. Gli «eventi migliori» non cadono dal cielo nel mitico giorno x della rivoluzione sociale “dura e pura”, ma bisogna prepararli nei periodi di magra rivoluzionaria. Sto parlando dell’oggi. Non si tratta di opporre, banalmente e infantilmente, la lotta per gli obiettivi massimi a quella per gli obiettivi minimi: si tratta piuttosto di fare degli obiettivi cosiddetti minimi (come la rivendicazione di un salario migliore e di migliori condizioni di lavoro e di vita) altrettanti momenti utili a costruire rapporti di forza favorevoli alla realizzazione degli obiettivi cosiddetti massimi. L’autonomia di classe dei lavoratori e dei proletari è un obiettivo che va perseguito qui e ora, a partire da qualsiasi occasione di lotta e di conflitto sociale; esso non va rimandato a “tempi migliori”, i quali ovviamente non arriveranno mai se non ne vengono realizzati i presupposti. Come sapevano i rivoluzionari di una volta, è una fesseria voler scavare un fosso tra prassi e teoria, tattica e strategia.  Scriveva nel 1919 il giovane György Lukács: «Il criterio di un giusto agire in senso socialista, di una giusta tattica può essere esclusivamente lo stabilire se il modo dell’agire in un caso determinato serva a realizzare l’obiettivo finale»; per il rivoluzionario ungherese sono da considerare «cattivi tutti i mezzi che ottenebrano la coscienza di classe». Per Lukács anche gli «interessi materiali temporanei del proletariato» sono deleteri se contribuiscono a «ottenebrare» la sua coscienza di classe, a indebolirne l’autonomia di classe: il riformismo borghese, supportato fortemente dal collaborazionismo sindacale, non ha avuto altro significato. Ma rituffiamoci nell’attualità politica!

Qualche giorno fa Giorgio Cremaschi invitava «le compagne e i compagni» che non hanno condiviso il suo «omaggio al popolo della Catalogna, giudicando la sua lotta sbagliata, ambigua, borghese, egoista, nazionalista, eccetera», ad andare a scuola da Lenin: «Mi permetto di citare ciò che Lenin disse dell’emiro dell’Afghanistan, un reazionario che nel 1920 si batteva contro gli inglesi… Lenin disse che aveva fatto più danni all’imperialismo quell’emiro che tutta la socialdemocrazia e la sinistra europea. Per favore, a cento anni dalla Rivoluzione contro Il Capitale, come la definì Gramsci [e anche il mitico Antonio è sistemato!], non usate Marx e Lenin in senso scolastico e soprattutto da menscevichi. […] Lenin scriveva che per la rivoluzione vale il motto di Napoleone: si comincia lo scontro e poi si vede… Per favore compagni non date i voti a chi ci prova nella condizione reale in cui sta, soprattutto da un paese, il nostro, che dopo essere stato per decenni all’avanguardia dei conflitti in Europa oggi è alla più triste retroguardia. Cari compagni [e compagne no?] non fate i pedanti, ma siate generosi…».

Vorrei spendere solo due parole su quanto appena riportato, per ribadire la mia posizione sulla sempre più “bizzarra” e aggrovigliata crisi spagnola, e non certo per polemizzare con Cremaschi, dal quale peraltro mi separa un abisso concettuale e politico, visto che la “sinistra radicale” di cui egli fa parte è la diretta discendente di quel “comunismo” con caratteristiche italiane che ho sempre combattuto ritenendolo uno dei pilastri dello status quo sociale (ripeto: sociale, non meramente politico-istituzionale) del nostro Paese, insieme alla Democrazia cristiana e agli altri partiti della cosiddetta Prima Repubblica.

Secondo il leninista Cremaschi non corre dunque alcuna differenza, o una differenza politicamente trascurabile, tra i tempi storici e la specifica situazione sociale e geopolitica nella quale agiva Lenin, e i nostri tempi, la concreta realtà sociale e geopolitica nel cui seno si dipana anche la crisi catalana, che poi è la crisi del regime spagnolo com’è venuto fuori dopo la morte di Franco. Secondo lui le guerre nazionali dei Paesi sottoposti al colonialismo e all’imperialismo ancora ai tempi di Lenin, avevano, sempre cambiando quel che c’è da cambiare, lo stesso significato storico e lo stesso impatto sugli equilibri interimperialistici che potrebbe avere l’indipendentismo catalano. Un minimo sindacale di analisi materialistica della società spagnola, Catalogna incluso, e dello scenario mondiale di riferimento consente di confutare nel modo più assoluto ogni accostamento storico tra i fatti richiamati polemicamente da Cremaschi e le vicende di cui ci occupiamo oggi. Sulla natura fondamentalmente “leghista” della questione catalana rimando ai miei due precedenti post (*). Tra l’altro, l’emiro reazionario afghano probabilmente organizzava attentati contro l’imperialismo inglese, mente l’ex Presidente reazionario della Generalitat è scappato via per chiedere sostegno all’imperialismo europeo: c’è una leggerissima differenza tra le due cose, mi pare. Ma sicuramente si tratta di una raffinatissima strategia politica che un’indigente di dialettica e un dottrinario come chi scrive non è in grado di apprezzare nella sua autentica sostanza.

«Lenin scriveva che per la rivoluzione vale il motto di Napoleone: si comincia lo scontro e poi si vede»: verissimo! Ai menscevichi (quelli veri!) che, testi marxiani alla mano, giudicavano immatura la rivoluzione proletaria nella Russia capitalisticamente arretrata, Lenin, che inquadrava il Grande Azzardo dell’Ottobre ’17 nel quadro della rivoluzione sociale internazionale (una “sottigliezza” politico-concettuale che quasi tutti i cultori della materia tendono a trascurare, e che nemmeno il Gramsci pizzicato da Cremaschi comprese), rispondeva appunto che i bilanci non si tirano prima della battaglia, ma dopo. Ora, di che guerra, di che rivoluzione stiamo discutendo nel caso della Catalogna? La risposta mi appare di una semplicità a dir poco imbarazzante: di una guerra di potere tutta interna agli interessi delle classi dominanti, catalane e spagnole. Parlare di «guerra nazionale» e di «rivoluzione» nel caso di specie, e negli altri casi simili, è semplicemente ridicolo, e io tratto l’argomento solo per contribuire a dissipare qualche dubbio in chi frequenta la cosiddetta sinistra radicale.
Leggendo alcuni articoli sinistrorsi (pubblicati ad esempio dal Blog Contropiano) sulla crisi catalana mi è sembrato di leggere la cronaca della Rivoluzione Russa! Mancavano all’appello solo i Soviet e la madre di tutte le rivendicazioni: Pace, pane e terra! Forse la suggestione del Centenario ha causato in alcuni qualche scompiglio intellettuale. È un’ipotesi, beninteso.

Chi ha voluto e chi ha cominciato lo scontro in Catalogna? Si risponde: «il popolo catalano». Già, certo, il “popolo”! Il “popolo” ha sempre ragione! Chi siamo noi per dare voti e lezioni al popolo «che ci prova»? Ma «ci prova» a fare che cosa esattamente, compagno leninista: a fare la rivoluzione? a costruire “una nuova e socialmente più avanzata” sovranità nazionale? a conquistare una maggiore libertà e migliori condizioni di vita? a mettere in crisi l’odierno assetto interimperialistico? a ricostruire un fronte di classe? Ovviamente nulla di tutto questo, e come sempre al netto delle illusioni e dei veri e propri autoinganni coltivati dai singoli e dalle masse. Il cosiddetto “popolo”, in Catalogna, in Spagna e ovunque in Europa e nel mondo (vedi anche le cosiddette “Primavere arabe”), oggi è solo una bestia da soma che tira il pesante carro del Dominio. Lo so che dire questo non è né “popolare” né “populista”, ma io non mi devo presentare alle prossime elezioni, ed essendo un modestissimo scolaro di Marx so che le classi subalterne, alle quali purtroppo appartengo per “anagrafe sociologica”,  non vanno mai adulate e accarezzate per carpirne la simpatia, ma criticate puntualmente per sollecitarne la crescita politica in vista dell’agognata autonomia di classe. Quantomeno uno ci tenta, e che diamine!

L’idea, poi, che si possa “cavalcare da sinistra” un movimento politico-sociale interamente subordinato agli interessi capitalistici, è qualcosa che rasenta l’idiozia. In realtà questa idea rivela la natura borghese della “sinistra radicale” di cui parlano molti sedicenti anticapitalisti.

E poi, in che senso è legittimo, sul piano dell’analisi sociale e dell’iniziativa politica, parlare di “popolo”? Come aveva già capito Marx, ragionare in termini di popolo significa inchinarsi agli interessi della classe che nell’ambito del popolo ha più potere sociale: la borghesia. E difatti il più delle volte il comunista di Treviri parlava di «popolo dei lavoratori», un popolo di salariati contrapposto a quel concetto borghese di popolo che sta al centro dell’ideologia pattizia elaborata dalla borghesia nella sua fase rivoluzionaria: vedi, fra l’altro, Rousseau. Non si tratta, come si vede bene, di pedanti sofismi dottrinari, di sottigliezze teoriche prive di contenuto politico e di attualità, ma di precise demarcazioni concettuali che hanno un gigantesco significato politico che l’anticapitalista (Cremaschi si senta dunque esonerato dalla difficilissima incombenza) deve sforzarsi di far valere nella situazione presente, una contingenza caratterizzata dalla confusione politica e ideale più totale.

Come mi capita spesso di dire, nel XXI secolo e soprattutto nei Paesi capitalisticamente avanzati (vedi Spagna) quando si parla di “popolo” bisogna mettere subito le mani alla pistola: sicuramente si tratta di una truffa, di una menzogna, di un miserabile tentativo di trascinare le classi subalterne in una guerra che non è la loro (la nostra, la mia) guerra. Nell’epoca del dominio totalitario del Capitale su tutto il pianeta parole come “popolo”, “nazione”, “sovranità nazionale”, “patria” eccetera suonano odiosamente false: esse non sono che fumo ideologico dietro il quale si nascondono enormi interessi economici, politici e geopolitici. Il nazionalismo delle grandi e delle piccole patrie appare sempre più per quel che è, e cioè una disgustosa menzogna ideologica che serve alle classi dominanti di tutte le nazioni per tenerci ben stretti al carro dello status quo sociale e portarci quando serve sul campo di battaglia, reale e virtuale, così che possiamo scannarci, l’un l’altro armati di fucili o di schede elettorali, per affermare la volontà dei nostri padroni. Spagnoli o catalani, italiani o lombardo-veneti, britannici o scozzesi, americani o californiani: sempre di padroni si tratta!All’invocazione del “popolo” fatta dai capitalisti e dai loro funzionari politici e ideologici, occorre rispondere con la lotta di classe, la sola via di fuga dall’impotenza che oggi vede il popolo dei nullatenenti disarmati di fronte agli opposti interessi che lo tengono in una morsa che si strige sempre più.

«E poi con chi stareste voi, con un popolo che si ribella, ripeto con ambiguità e contraddizioni, e che in questa ribellione matura, o con il Re e i postfranchisti che lo reprimono? Siete sicuri di potervi chiamare fuori da tutto questo?». Bel modo di ragionare, quello del leninista Cremaschi! Un modo di ragionare, sia detto en passant, perfettamente organico alla “sinistra radicale” di cui egli è uno dei leader più apprezzati e autorevoli. O stai dalla parte del «popolo che si ribella» (e che, come si è detto prima, ha sempre ragione, per definizione populista, anche quando sbaglia, esattamente come il cliente che non bisogna mai lasciarsi scappare dalle grinfie a beneficio della concorrenza), oppure stai dalla parte della monarchia e dei postfranchisti: il bolscevico Cremaschi non vede alternative possibili a questo drammatico (o comico?) aut-aut. Per me invece l’alternava si dà, eccome! Questa alternativa si chiama indipendenza di classe e disfattismo di classe. Si può benissimo essere contro il progetto indipendentista del «popolo catalano» (leggi: della classe dominante catalana) senza per questo appoggiare, neanche “oggettivamente”, la causa unionista, monarchica e postfranchista di Madrid. «Si può essere nemici del regime costituzionale senza essere per questo amici dell’assolutismo» disse una volta l’uomo con la barba; Marx portava forse acqua al mulino dell’assolutismo? «Sì, oggettivamente». Non l’avevo capito!

Essere disfattisti non significa affatto essere indifferenti, starsene con le mani in mano a guardare gli altri che si danno battaglia, nelle piazze o nelle urne, per conto dei loro padroni, come sostengono le novelle mosche cocchiere della “rivoluzione” che si credono più furbe del cavallo che ha la gentilezza di portarle a spasso per il capitalistico mondo; essere disfattisti significa invece lottare contro tutte le fazioni padronali, contro tutti i partiti al servizio della Nazione e dello Stato. Essere disfattisti in Spagna e in Catalogna oggi significa rigettare gli interessi capitalistici che fanno capo a Madrid e a Barcellona e battersi perché non un solo individuo muoia per sostenere quegli interessi. Unionismo? Secessionismo? Europeismo? Non in nostro nome!

(*) ALCUNE RIFLESSIONI SULLA CATALOGNA; CATALOGNA E NON SOLO. PER UNA “SECESSIONE DI CLASSE” CONTRO GLI OPPOSTI NAZIONALISMI.