IL PUNTO SULLA CRISI CATALANA

Scriveva Niccolò Locatelli su Limes all’indomani del referendum indipendentista catalano del 1º ottobre 2017: «La catastrofica e autolesionistica figura politica di David Cameron meriterebbe di essere rivalutata, se messa a confronto con il dilettantismo mostrato questa settimana dagli indipendentisti catalani. I quali stanno avendo molte difficoltà ad uscire dall’angolo nel quale loro stessi si sono rinchiusi». L’altro ieri Michele Boldrin su Linkiesta parlava dell’indipendenza catalana nei termini di «una pagliacciata, come previsto».  Per Michele Boldrin «La storia è un misto di tragedie e di farse. E per fortuna l’indipendenza catalana del 2017, al contrario di quella del 1934, appartiene a pieno alle seconde». Un’ultima citazione sul tema: «La vicenda dell’ex presidente catalano Carles Puigdemont, scappato in Belgio a elemosinare un asilo politico quasi impossibile dopo aver chiesto ai suoi di fare “resistenza democratica”, può essere letta come la parabola dell’avventurista. I quotidiani spagnoli, ma anche quelli catalani, ne danno un giudizio inesorabile» (Giulia Belardelli).

Certamente le ultime mosse dei “rivoluzionari” catalani non sono tali da poter confutare, o quantomeno mitigare, questi severi giudizi, tutt’altro. La figura politica e umana dell’ex Presidente della Generalitat appare, almeno ai miei occhi, senz’altro ridicola, più che drammatica. Ovviamente non sono fra quelli che lo vorrebbero vedere penzolare dall’albero dei “traditori” della patria catalana («la bandiera della rivoluzione catalana è stata gettata nel fango dall’avventurismo e dalla vigliaccheria di Puigdemont e soci»), né da quello dei “traditori” della patria spagnola. I miei nemici di classe non li consegnerei mai nelle mani del Leviatano capitalistico.

Sulle azioni dei leader indipendentisti, i quali sembrano essere andati allo scontro con Madrid confidando solo sulla buona sorte e sulla loro – presunta – superiore intelligenza politica, aleggia dunque lo spettro della farsa più scombinata e ridicola, che tuttavia potrebbe trasformarsi in un’autentica e sanguinosa tragedia per molti catalani che sono stati conquistati dall’ultrareazionario “sogno” secessionista. Ultrareazionario, beninteso, al pari del “sogno” unionista – ed europeista.

Volando a Bruxelles, forse Puigdemont credeva forse di portare nel cuore stesso dell’Unione Europea quel “dualismo di potere” che non è riuscito a radicare a Barcellona. La già citata Belardelli su questo punto ha le idee chiare: il leader indipendentista catalano ha portato nella capitale belga «tutta la goffaggine e l’inadeguatezza di un leader politico che ha cavalcato una causa populista senza prima assicurarsi di aver allacciato la sella. Ma il paradosso è anche per il debole governo belga, la cui fragilità ha permesso alla “farsa” catalana di finire proprio nel centro di un’Europa a sua volta sempre più fragile». Non c’è dubbio che la crisi catalana ha messo in luce, oltre che le magagne sistemiche della Spagna (in perfetta analogia con le magagne italiane: vedi la rinata Questione settentrionale), tutta la debolezza del progetto europeista, il quale deve ancora fare i conti con la dimensione nazionale degli attori chiamati a implementarlo. Più che per solidarietà europeista, i leader europei hanno sostenuto le ragioni di Madrid contro le ragioni di Barcellona per paura di un effetto domino transnazionale. Persino la Cancelliera di Ferro volgendo lo sguardo verso la Penisola Iberica ha visto controluce una possibile crisi bavarese.

Mi fanno ridere quelli che in Italia cianciano di «diritto all’autodeterminazione del popolo catalano» e poi negano al «popolo lombardo-veneto» il diritto a una più spinta autonomia politica e fiscale delle loro regioni! Come se le due vicende (ma è anche il caso della Scozia) non avessero, mutatis mutandis, una comune radice sociale individuabile nella natura altamente contraddittoria e conflittuale del processo sociale capitalistico, alla scala individuale (vedi alla voce alienazione: spesso vorremmo separarci da noi stessi!), locale, regionale, nazionale e mondiale. Più la globalizzazione capitalistica ci centrifuga come alimenti gettati dentro a un frullatore (altro che “omologazione”! altro che “pensiero unico”!), e più cerchiamo disperatamente – e pateticamente – di aggrapparci a qualche misero brandello di “identità”: nazionale, culturale, sportiva, etnica, sessuale, religiosa ecc.

Ai miei colleghi di classe dico che alla globalizzazione capitalistica non si risponde con successo alzando muri (economici, nazionalistici, identitari, eccetera), ma piuttosto abbattendo la madre di tutti i muri reali e virtuali: il Capitalismo. «E in attesa di eventi migliori, non facciamo niente?». È, questa, la solita puerile obiezione che lo pseudo rivoluzionario rivolge a chi intende praticare la “via maestra” della lotta di classe non con spirito “purista”, ma con la coerenza di un’autentica radicalità. Gli «eventi migliori» non cadono dal cielo nel mitico giorno x della rivoluzione sociale “dura e pura”, ma bisogna prepararli nei periodi di magra rivoluzionaria. Sto parlando dell’oggi. Non si tratta di opporre, banalmente e infantilmente, la lotta per gli obiettivi massimi a quella per gli obiettivi minimi: si tratta piuttosto di fare degli obiettivi cosiddetti minimi (come la rivendicazione di un salario migliore e di migliori condizioni di lavoro e di vita) altrettanti momenti utili a costruire rapporti di forza favorevoli alla realizzazione degli obiettivi cosiddetti massimi. L’autonomia di classe dei lavoratori e dei proletari è un obiettivo che va perseguito qui e ora, a partire da qualsiasi occasione di lotta e di conflitto sociale; esso non va rimandato a “tempi migliori”, i quali ovviamente non arriveranno mai se non ne vengono realizzati i presupposti. Come sapevano i rivoluzionari di una volta, è una fesseria voler scavare un fosso tra prassi e teoria, tattica e strategia.  Scriveva nel 1919 il giovane György Lukács: «Il criterio di un giusto agire in senso socialista, di una giusta tattica può essere esclusivamente lo stabilire se il modo dell’agire in un caso determinato serva a realizzare l’obiettivo finale»; per il rivoluzionario ungherese sono da considerare «cattivi tutti i mezzi che ottenebrano la coscienza di classe». Per Lukács anche gli «interessi materiali temporanei del proletariato» sono deleteri se contribuiscono a «ottenebrare» la sua coscienza di classe, a indebolirne l’autonomia di classe: il riformismo borghese, supportato fortemente dal collaborazionismo sindacale, non ha avuto altro significato. Ma rituffiamoci nell’attualità politica!

Qualche giorno fa Giorgio Cremaschi invitava «le compagne e i compagni» che non hanno condiviso il suo «omaggio al popolo della Catalogna, giudicando la sua lotta sbagliata, ambigua, borghese, egoista, nazionalista, eccetera», ad andare a scuola da Lenin: «Mi permetto di citare ciò che Lenin disse dell’emiro dell’Afghanistan, un reazionario che nel 1920 si batteva contro gli inglesi… Lenin disse che aveva fatto più danni all’imperialismo quell’emiro che tutta la socialdemocrazia e la sinistra europea. Per favore, a cento anni dalla Rivoluzione contro Il Capitale, come la definì Gramsci [e anche il mitico Antonio è sistemato!], non usate Marx e Lenin in senso scolastico e soprattutto da menscevichi. […] Lenin scriveva che per la rivoluzione vale il motto di Napoleone: si comincia lo scontro e poi si vede… Per favore compagni non date i voti a chi ci prova nella condizione reale in cui sta, soprattutto da un paese, il nostro, che dopo essere stato per decenni all’avanguardia dei conflitti in Europa oggi è alla più triste retroguardia. Cari compagni [e compagne no?] non fate i pedanti, ma siate generosi…».

Vorrei spendere solo due parole su quanto appena riportato, per ribadire la mia posizione sulla sempre più “bizzarra” e aggrovigliata crisi spagnola, e non certo per polemizzare con Cremaschi, dal quale peraltro mi separa un abisso concettuale e politico, visto che la “sinistra radicale” di cui egli fa parte è la diretta discendente di quel “comunismo” con caratteristiche italiane che ho sempre combattuto ritenendolo uno dei pilastri dello status quo sociale (ripeto: sociale, non meramente politico-istituzionale) del nostro Paese, insieme alla Democrazia cristiana e agli altri partiti della cosiddetta Prima Repubblica.

Secondo il leninista Cremaschi non corre dunque alcuna differenza, o una differenza politicamente trascurabile, tra i tempi storici e la specifica situazione sociale e geopolitica nella quale agiva Lenin, e i nostri tempi, la concreta realtà sociale e geopolitica nel cui seno si dipana anche la crisi catalana, che poi è la crisi del regime spagnolo com’è venuto fuori dopo la morte di Franco. Secondo lui le guerre nazionali dei Paesi sottoposti al colonialismo e all’imperialismo ancora ai tempi di Lenin, avevano, sempre cambiando quel che c’è da cambiare, lo stesso significato storico e lo stesso impatto sugli equilibri interimperialistici che potrebbe avere l’indipendentismo catalano. Un minimo sindacale di analisi materialistica della società spagnola, Catalogna incluso, e dello scenario mondiale di riferimento consente di confutare nel modo più assoluto ogni accostamento storico tra i fatti richiamati polemicamente da Cremaschi e le vicende di cui ci occupiamo oggi. Sulla natura fondamentalmente “leghista” della questione catalana rimando ai miei due precedenti post (*). Tra l’altro, l’emiro reazionario afghano probabilmente organizzava attentati contro l’imperialismo inglese, mente l’ex Presidente reazionario della Generalitat è scappato via per chiedere sostegno all’imperialismo europeo: c’è una leggerissima differenza tra le due cose, mi pare. Ma sicuramente si tratta di una raffinatissima strategia politica che un’indigente di dialettica e un dottrinario come chi scrive non è in grado di apprezzare nella sua autentica sostanza.

«Lenin scriveva che per la rivoluzione vale il motto di Napoleone: si comincia lo scontro e poi si vede»: verissimo! Ai menscevichi (quelli veri!) che, testi marxiani alla mano, giudicavano immatura la rivoluzione proletaria nella Russia capitalisticamente arretrata, Lenin, che inquadrava il Grande Azzardo dell’Ottobre ’17 nel quadro della rivoluzione sociale internazionale (una “sottigliezza” politico-concettuale che quasi tutti i cultori della materia tendono a trascurare, e che nemmeno il Gramsci pizzicato da Cremaschi comprese), rispondeva appunto che i bilanci non si tirano prima della battaglia, ma dopo. Ora, di che guerra, di che rivoluzione stiamo discutendo nel caso della Catalogna? La risposta mi appare di una semplicità a dir poco imbarazzante: di una guerra di potere tutta interna agli interessi delle classi dominanti, catalane e spagnole. Parlare di «guerra nazionale» e di «rivoluzione» nel caso di specie, e negli altri casi simili, è semplicemente ridicolo, e io tratto l’argomento solo per contribuire a dissipare qualche dubbio in chi frequenta la cosiddetta sinistra radicale.
Leggendo alcuni articoli sinistrorsi (pubblicati ad esempio dal Blog Contropiano) sulla crisi catalana mi è sembrato di leggere la cronaca della Rivoluzione Russa! Mancavano all’appello solo i Soviet e la madre di tutte le rivendicazioni: Pace, pane e terra! Forse la suggestione del Centenario ha causato in alcuni qualche scompiglio intellettuale. È un’ipotesi, beninteso.

Chi ha voluto e chi ha cominciato lo scontro in Catalogna? Si risponde: «il popolo catalano». Già, certo, il “popolo”! Il “popolo” ha sempre ragione! Chi siamo noi per dare voti e lezioni al popolo «che ci prova»? Ma «ci prova» a fare che cosa esattamente, compagno leninista: a fare la rivoluzione? a costruire “una nuova e socialmente più avanzata” sovranità nazionale? a conquistare una maggiore libertà e migliori condizioni di vita? a mettere in crisi l’odierno assetto interimperialistico? a ricostruire un fronte di classe? Ovviamente nulla di tutto questo, e come sempre al netto delle illusioni e dei veri e propri autoinganni coltivati dai singoli e dalle masse. Il cosiddetto “popolo”, in Catalogna, in Spagna e ovunque in Europa e nel mondo (vedi anche le cosiddette “Primavere arabe”), oggi è solo una bestia da soma che tira il pesante carro del Dominio. Lo so che dire questo non è né “popolare” né “populista”, ma io non mi devo presentare alle prossime elezioni, ed essendo un modestissimo scolaro di Marx so che le classi subalterne, alle quali purtroppo appartengo per “anagrafe sociologica”,  non vanno mai adulate e accarezzate per carpirne la simpatia, ma criticate puntualmente per sollecitarne la crescita politica in vista dell’agognata autonomia di classe. Quantomeno uno ci tenta, e che diamine!

L’idea, poi, che si possa “cavalcare da sinistra” un movimento politico-sociale interamente subordinato agli interessi capitalistici, è qualcosa che rasenta l’idiozia. In realtà questa idea rivela la natura borghese della “sinistra radicale” di cui parlano molti sedicenti anticapitalisti.

E poi, in che senso è legittimo, sul piano dell’analisi sociale e dell’iniziativa politica, parlare di “popolo”? Come aveva già capito Marx, ragionare in termini di popolo significa inchinarsi agli interessi della classe che nell’ambito del popolo ha più potere sociale: la borghesia. E difatti il più delle volte il comunista di Treviri parlava di «popolo dei lavoratori», un popolo di salariati contrapposto a quel concetto borghese di popolo che sta al centro dell’ideologia pattizia elaborata dalla borghesia nella sua fase rivoluzionaria: vedi, fra l’altro, Rousseau. Non si tratta, come si vede bene, di pedanti sofismi dottrinari, di sottigliezze teoriche prive di contenuto politico e di attualità, ma di precise demarcazioni concettuali che hanno un gigantesco significato politico che l’anticapitalista (Cremaschi si senta dunque esonerato dalla difficilissima incombenza) deve sforzarsi di far valere nella situazione presente, una contingenza caratterizzata dalla confusione politica e ideale più totale.

Come mi capita spesso di dire, nel XXI secolo e soprattutto nei Paesi capitalisticamente avanzati (vedi Spagna) quando si parla di “popolo” bisogna mettere subito le mani alla pistola: sicuramente si tratta di una truffa, di una menzogna, di un miserabile tentativo di trascinare le classi subalterne in una guerra che non è la loro (la nostra, la mia) guerra. Nell’epoca del dominio totalitario del Capitale su tutto il pianeta parole come “popolo”, “nazione”, “sovranità nazionale”, “patria” eccetera suonano odiosamente false: esse non sono che fumo ideologico dietro il quale si nascondono enormi interessi economici, politici e geopolitici. Il nazionalismo delle grandi e delle piccole patrie appare sempre più per quel che è, e cioè una disgustosa menzogna ideologica che serve alle classi dominanti di tutte le nazioni per tenerci ben stretti al carro dello status quo sociale e portarci quando serve sul campo di battaglia, reale e virtuale, così che possiamo scannarci, l’un l’altro armati di fucili o di schede elettorali, per affermare la volontà dei nostri padroni. Spagnoli o catalani, italiani o lombardo-veneti, britannici o scozzesi, americani o californiani: sempre di padroni si tratta!All’invocazione del “popolo” fatta dai capitalisti e dai loro funzionari politici e ideologici, occorre rispondere con la lotta di classe, la sola via di fuga dall’impotenza che oggi vede il popolo dei nullatenenti disarmati di fronte agli opposti interessi che lo tengono in una morsa che si strige sempre più.

«E poi con chi stareste voi, con un popolo che si ribella, ripeto con ambiguità e contraddizioni, e che in questa ribellione matura, o con il Re e i postfranchisti che lo reprimono? Siete sicuri di potervi chiamare fuori da tutto questo?». Bel modo di ragionare, quello del leninista Cremaschi! Un modo di ragionare, sia detto en passant, perfettamente organico alla “sinistra radicale” di cui egli è uno dei leader più apprezzati e autorevoli. O stai dalla parte del «popolo che si ribella» (e che, come si è detto prima, ha sempre ragione, per definizione populista, anche quando sbaglia, esattamente come il cliente che non bisogna mai lasciarsi scappare dalle grinfie a beneficio della concorrenza), oppure stai dalla parte della monarchia e dei postfranchisti: il bolscevico Cremaschi non vede alternative possibili a questo drammatico (o comico?) aut-aut. Per me invece l’alternava si dà, eccome! Questa alternativa si chiama indipendenza di classe e disfattismo di classe. Si può benissimo essere contro il progetto indipendentista del «popolo catalano» (leggi: della classe dominante catalana) senza per questo appoggiare, neanche “oggettivamente”, la causa unionista, monarchica e postfranchista di Madrid. «Si può essere nemici del regime costituzionale senza essere per questo amici dell’assolutismo» disse una volta l’uomo con la barba; Marx portava forse acqua al mulino dell’assolutismo? «Sì, oggettivamente». Non l’avevo capito!

Essere disfattisti non significa affatto essere indifferenti, starsene con le mani in mano a guardare gli altri che si danno battaglia, nelle piazze o nelle urne, per conto dei loro padroni, come sostengono le novelle mosche cocchiere della “rivoluzione” che si credono più furbe del cavallo che ha la gentilezza di portarle a spasso per il capitalistico mondo; essere disfattisti significa invece lottare contro tutte le fazioni padronali, contro tutti i partiti al servizio della Nazione e dello Stato. Essere disfattisti in Spagna e in Catalogna oggi significa rigettare gli interessi capitalistici che fanno capo a Madrid e a Barcellona e battersi perché non un solo individuo muoia per sostenere quegli interessi. Unionismo? Secessionismo? Europeismo? Non in nostro nome!

(*) ALCUNE RIFLESSIONI SULLA CATALOGNA; CATALOGNA E NON SOLO. PER UNA “SECESSIONE DI CLASSE” CONTRO GLI OPPOSTI NAZIONALISMI.

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LA CONSAPEVOLEZZA E IL CONSOLIDAMENTO DELLA POTENZA CAPITALISTICA CINESE

Ecco come Romano Prodi, studioso della società cinese e grande amico del Partito-Regime di Pechino, presentava ieri sulle pagine del Messaggero la prossima apertura del «19° Congresso del Partito Comunista Cinese. Un evento che deciderà in modo irrevocabile la futura politica di una Cina ormai diventata potenza globale nel campo politico, economico e militare»:

«La futura politica della Cina viene bene riassunta dalle due espressioni che più sono ripetute nelle informali discussioni precongressuali. Due espressioni che suonano come “consapevolezza e consolidamento” del ruolo della Cina nel mondo. Il paese che fino a pochi mesi fa veniva definito dai sui stessi governanti come un paese “in via di sviluppo” si prepara cioè ad un Congresso che vuole prendere apertamente atto di un grande obiettivo: giocare un ruolo di assoluta primazia nel futuro del pianeta. Prima di tutto con uno sforzo interno di trasformazione di un paese in cui ogni giorno nascono quindicimila nuove imprese, si abbandonano le produzioni a basso valore aggiunto, aumentano vertiginosamente le spese in ricerca e si sfida il primato mondiale in settori di vitale importanza nel futuro, come l’automobile elettrica e i supercomputer. Obiettivi che debbono accompagnarsi alla sostituzione di consumi agli investimenti, alla riforma del sistema bancario e alla riduzione delle inefficienze di molte imprese pubbliche. In politica estera saranno gli anni della concreta attuazione della via della Seta, che si traduce in un enorme impegno per l’espansione verso l’estero, attraverso una presenza pervasiva nell’Asia Centrale e una crescente influenza in Europa ed Africa. Un progetto di proiezione economica verso l’estero che non ha uguali. Il tutto accompagnato da un processo di modernizzazione e di rafforzamento degli apparati militari, anche se fino ad ora vi è una sola base militare all’estero (a Gibuti) di fronte alle alcune centinaia che gli Stati Uniti presidiano in tutto il mondo. Xi Jinping potrà aprire il Congresso con la consapevolezza che il progetto di spingere la Cina verso la primazia mondiale si fonda sulla condivisione di un nuovo sentimento di orgoglio nazionale».

Molti analisti di geopolitica segnalano con preoccupazione il crescente ruolo che Xi Jinping si sta ritagliando al centro del regime cinese, un ruolo paragonabile, mutatis mutandis, solo a quello avuto dal grande leader storico della Cina moderna Mao Tse-tung. Di certo c’è il fatto che la grande campagna moralizzatrice degli ultimi anni ha avuto un segno politico inequivocabile, tutto centrato sulla necessità di tagliare «alcuni nodi di potere che potevano condizionare la compattezza del comando della Cina. In conseguenza di queste decisioni politiche molti osservatori pensano che il prossimo congresso voterà in favore di un ulteriore accentramento del potere, con il passaggio da sette a cinque componenti del Comitato Centrale, che dovrebbe essere in ogni modo totalmente rinnovato. Rinnovato per fare che cosa?», si chiede Prodi. Questo in parte lo abbiamo già visto, lo vediamo oggi e lo vedremo soprattutto nel prossimo futuro.

Recensendo il libro di Simone Pieranni Cina globale (manifestolibri) Toni Negri parla della forte iniziativa imperialista cinese nei termini di un «discreto sogno imperiale». Verrebbe da dire: «discreto» solo fino a un certo punto, anche sul terreno squisitamente militare; e poi perché definire «imperiale» quel «sogno» e non invece, come pare più corretto a chi scrive, schiettamente imperialista? È sufficiente riflettere sull’espansione economico-finanziaria del capitalismo cinese, ad esempio in Africa, per capire che il concetto di imperialismo si applica a meraviglia alla Cina del XXI secolo. E senza che ciò significhi in alcun modo, come pensano i nostalgici del maoismo, una rottura radicale con l’esperienza rivoluzionaria nazionale-borghese (cosiddetta “socialista”) iniziata nel 1949. Esperienza che ha invece posto le premesse politiche e sociali dell’eccezionale decollo capitalistico della Cina moderna agli inizi degli anni Ottanta.

Alla Cina di Mao si può certamente attribuire, come fa Negri, il merito storico della «grande rinascita della nazione cinese: una rinascita costruita e gestita dal Pcc». Un merito che tuttavia non travalica di un solo millimetro i confini, appunto, della dimensione nazionale-borghese. A mio modestissimo avviso il Partito di Mao fu “comunista” solo di nome, esattamente come lo fu il partito “fratello” russo. Scriveva G. Carocci nell’Introduzione al libro di Maria Weber La Cina alla conquista del mondo (Newton, 2006): «Considerata in una prospettiva storica, la rivoluzione cinese, forse la più grande del ventesimo secolo, è stata paradossalmente il modo in cui si è affermato in Cina il capitalismo». A mio avviso non «paradossalmente», ma necessariamente, appunto perché quella rivoluzione non uscì mai dal quadro nazionale-borghese, sempre al netto della fraseologia pseudo marxista (condita in salsa cinese) usata dai suoi protagonisti, la quale certamente poteva impressionare gli intellettuali occidentali ormai stanchi della grigia propaganda filosovietica e alla ricerca di un nuovo mito “socialista”, magari più fresco ed esotico, ma che non poteva in alcun modo cambiare la natura del processo sociale avviato in Cina con la Rivoluzione del 1949. I fatti hanno la testa dura, come si diceva un tempo, e non si lasciano commuovere dalle liturgie ideologiche, siano esse di rito Russo (“ortodosso”), siano esse di rito Cinese.

Sulla rivoluzione cinese e sul maoismo rinvio a Tutto sotto il cielo – del Capitalismo e al post Žižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinese; diversi post sulla Cina sono stati pubblicati in questo Blog e per trovarli basta compulsare il suo motore di ricerca. Riprendo il filo del discorso.

La stessa «via della seta» che Negri ha cura di ricordare («un percorso marittimo e terrestre, sul quale costruire infrastrutture che permettano un più stretto collegamento fra la Cina, l’Asia centrale e meridionale e l’Europa») parla il linguaggio del Capitalismo giunto nella sua piena maturità imperialistica, se mi è consentito scopiazzare Lenin. D’altra parte Negri è più affezionato al concetto di impero che a quello di imperialismo. Su questo aspetto rinvio al post Quel che resta di Negri.

«Essa [la Cina] è l’unico grande paese industriale che subisce la crisi [del 2008] in maniera secondaria: ciò le permette oggi di esprimere una politica globale, da “grande potenza”». Sono sicuro che se Negri ci avesse intrattenuto sul “sogno” di un altro «grande paese industriale», ad esempio sul “sogno”degli Stati Uniti o del Giappone, certamente egli avrebbe aggiunto alla locuzione appena riportata la seguente precisazione: capitalistico. Per me la Cina è appunto un grande Paese industriale capitalistico, e non potrebbe essere diversamente nell’epoca in cui il rapporto sociale capitalistico domina in tutto il pianeta e influenza, in modo più o meno diretto e visibile, ogni aspetto della nostra esistenza. Dimenticanza o ambiguità da parte dell’intellettuale padovano? Ma forse egli dà per scontata la natura pienamente capitalistica della Cina mentre io, fedele al mio deprecabile settarismo, mi sforzo di individuare magagne ideologiche che non ci sono. Forse!

Scrive David Harvey: «La mia opinione è che anche se ci furono aspetti negativi, ovviamente, della storia dell’Unione Sovietica, onestamente, da quando è caduto il muro di Berlino il mondo non è certo diventato un posto migliore, in nessun modo. È peggiorato significativamente, e il motivo per cui non è peggiorato cosi prima è perché esisteva la minaccia del comunismo. Quando è sparita la minaccia del comunismo, ha lasciato un vuoto in cui ora regna il capitale, senza l’opposizione di nessuna forza, che ha portato all’accumulazione velocissima di ricchezza totalmente sbilanciata da parte di un gruppo minuscole della popolazione. E per me, l’unico antidoto possibile è ancora la Cina, nel senso che la Cina non è un paese pienamente capitalista nel senso normale del termine, e non è ancora chiaro come la Cina agirà». Chissà se Negri è d’accordo con questa ultrareazionaria posizione, tipica degli orfani e dei nostalgici del mondo perduto della Guerra Fredda.

Scriveva Negri su un saggio-intervista del 2006 (Goodbye Mr. Socialism, Feltrinelli): «Al momento della morte di Mao e dell’avvio del processo alla Banda dei Quattro, dal 1976 in poi, fino al 1989, si aprì [in Cina ] un dibattito estremamente importante, su quale modernità abbracciare. Era acquisita l’unanimità rispetto alla critica verso la Rivoluzione culturale, però restava la domanda: “Un’altra modernità è possibile?” Nel 1989, il Partito comunista cinese ha deciso che un’altra modernità non fosse possibile, che la sola modernità possibile fosse quella capitalistica, perdendo secondo me in quel momento e con quella decisione politica il treno dell’informatica e del lavoro cognitivo. […] Tien-An-Men è  questo: lo scontro tra il Pcc, che aveva scelto la via americana capitalisticamente classica, contro gli studenti e soprattutto contro il proletariato di Pechino che sostenevano gli studenti». Personalmente non capisco, per un evidente difetto di dialettica storico-economica, se Negri concepisca l’opzione “informatico-cognitiva” come una modernizzazione in ogni caso interna al modo di produzione capitalistico, come io credo, oppure se tale scelta, se presa, avrebbe portato la società cinese in direzione di un oltrepassamento del Capitalismo. In ogni caso è evidente che l’intellettuale italiano avrebbe preferito di gran lunga l’opzione “informatico-cognitiva” su quella «capitalisticamente classica» di stampo americana, e ciò probabilmente si spiega con la sua teoria proletario-cognitivista.

In effetti, la repressione del giugno ’89 va vista a mio avviso alla luce delle forti tensioni sociali, nazionali, etniche e financo generazionali generate dalla violenta accelerazione del processo di sviluppo capitalistico verificatosi in Cina appunto nei primi anni Ottanta, quando l’ambizioso programma di modernizzazione economica annunciato nel 1978 da Deng Xiaoping iniziò a essere implementato con confuciano rigore e su vasta scala. Per parafrasare la celebre battuta del Grande Timoniere, l’accumulazione/modernizzazione capitalistica, sebbene con «caratteristiche cinesi», non è mai stata, da nessuna parte, un pranzo di gala. La rivendicazione di una maggiore «agibilità politica» (sindacati liberi, stampa libera, associazionismo studentesco non irreggimentato dentro le strutture del Partito-regime, ecc.) e le stesse illusioni democratiche dei manifestanti, fomentate allora dalla perestrojka gorbacioviana e dal «sogno americano», hanno senso solo se considerate alla luce del grande rivolgimento sociale prodotto dal definitivo “decollo” del capitalismo cinese come nuova fabbrica del mondo, un fatto che ha avuto un grande impatto sull’intera struttura capitalistica mondiale, come sanno bene anche i salariati occidentali, la cui svalorizzazione (relativa e, in molti casi, assoluta) e la cui accresciuta produttività si spiegano appunto anche alla luce dei successi del Capitalismo cinese. Ricordo che nell’89 molti “comunisti” occidentali liquidarono il Movimento studentesco cinese come «entità controrivoluzionaria» solo perché esso aveva osato portare in Piazza Tienanmen un facsimile della statua della Libertà: che orrore! Meglio l’austero faccione del dittatore “rosso”.

«Al nuovo secolo cinese corrisponde forse il declino americano?», si chiede Negri nell’Introduzione citata in apertura: «Si può davvero pensare che il predominio geopolitico americano abbia lasciato spazio alla nuova potenza cinese? La discussione è aperta. […] È quindi sul terreno egemonico, che l’alternativa cinese si propone. Essa evita di presentarsi in un confronto diretto con la potenza americana ma agisce piuttosto in maniera trasversale». Ciò che Negri chiama «terreno egemonico», probabilmente anche per richiamare concetti cari alla sinistra italiana di matrice gramsciana («la parola “egemonia” è un sigillo che permette agli ortodossi di riconoscersi tra loro», avrebbe forse detto Marx), per me non è che una competizione interimperialistica sistemica; trattasi di una vera e propria guerra generalizzata: economica (industriale, commerciale, finanziaria, monetaria), scientifica, tecnologica, politica, geopolitica (strumento militare incluso), ideologica, psicologica. Per quel che ho capito, Pieranni e Negri osservano l’«incrociarsi di ostilità nazionaliste e di pretese egemoniche» solo nel campo dei competitors (Stati Uniti, Russia, India), mentre la Cina cercherebbe di implementare un progetto di globalizzazione fortemente inclusiva e pacifica: quella cinese sarebbe una “benevola” egemonia osteggiata dalla politica protezionista e muscolare (sul piano militare) di Trump. Scrive Pieranni: «La globalizzazione cinese ed il suo concetto di global governance si basa dunque su alcuni assiomi: armonia dal punto di vista diplomatico, mercati liberi ed in grado di far girare agevolmente merci e investimenti, pace tra le nazioni e un “destino comune” fatto di prosperità». Che bella globalizzazione! Insomma, Pieranni e Negri si limitano a riportare senza alcun commento ciò che da decenni ripete la propaganda politico-ideologica del regime cinese: «Pace tra le nazioni e un “destino comune” fatto di prosperità». Perfino il terribile Trump sottoscriverebbe le celesti intenzioni del regime cinese!

Nel 2008 Zhao Tingyang ha esposto con estrema chiarezza la filosofia dell’imperialismo cinese del XXI secolo con­trapponendo al mondo hobbesiano degli occidentali, fondato sugli Stati nazionali, il mondo-centro confu­ciano, fondato sull’armonia. «Se una politica è positiva ed è accettata da tutti diventerà la politica del mondo intero. È il sistema che noi chiamiamo “tutto-sotto-il-cielo”. Questa idea della politica si affermò in Cina tremila anni fa. Essa rappresentava la concezione ci­nese della politica mondiale. Nel sistema “tutto-sotto-il-cielo”, quando una società è largamente accettata dall’umanità, assurge a paradigma internazionale. In questo senso, l’attuale mondo anarchico è non-mondo. In altre parole, oggi il mondo in senso politico non esiste, mentre esiste in senso geografico […] Lo spirito del sistema Zhou era quello di massimizzare la coope­razione e minimizzare i conflitti […] Col trascorrere del tempo, l’immagine della Cina che si è andata af­fermando nel mondo è quella dell’impero cinese. Ma si tratta di un grave travisamento del nostro pensiero. Come eredità della dinastia Zhou, il sistema “tutto-sotto-il-cielo” ha sempre rappresenta­to la concezione cinese del mondo. I filosofi cinesi di varie generazioni ne hanno offerto per migliaia di anni nuove inter­pretazioni. Quel sistema influisce ancora oggi nel modo in cui i cinesi interpretano la politica. Non è possibile comprendere la politica cinese se non si comprende prima il sistema “tut­to-sotto-il-cielo”. Ogni cosa dipende dalle altre. La coesistenza è necessaria all’esistenza. Questa è l’ontologia cinese. […] Laozi disse che se si vuole capire il mondo bisogna osservare le cose dal punto di vista del mondo intero» (Limes, 11/07/2008). Ora che l’economia capitalistica ha davvero fatto del nostro pianeta un solo mondo; ora che tutti gli individui vivo­no sotto un solo cielo, cioè sotto un solo rapporto sociale di dominio e di sfruttamento, la Cina può seriamente aspirare a porsi al centro del mondo, rendendo concreta l’”utopia” della dinastia Zhou.

Che poi Negri guardi con un occhio di riguardo, per così dire, al regime cinese si capisce anche dalla preoccupazione che segue: «Sono talvolta spaventato dall’intensità della lotta ideologica attorno alla ridefinizione della “nazione” cinese. È fuori dubbio, e Pieranni sarà d’accordo, che ogni definizione di populismo diventerà derisoria se dovessimo confrontarla alla nascita di un eventuale nazionalismo cinese, all’emergere, non più fantasmatico, di un “dragone rosso”. Malgrado tutto – ed è opportuno doverlo ammettere – il partito comunista cinese si rivela assai efficace nel controllare ogni pericolo su questo terreno». Da notare: «talvolta» (quale tatto! quale prudenza! quale cautela!) e «eventuale nazionalismo cinese». Eventuale! Ma per fortuna «il partito comunista cinese» si mostra ancora in grado di contenere la bestia nazionalista che si agita nel sottosuolo cinese. Qualcuno avverta l’intellettualone di Padova che ormai da decenni il “dragone rosso” è venuto fuori dalla dimensione “fantasmatica” per recitare un ruolo di grandissimo rilievo sulla scena interna e internazionale. Altro che eventuale: il nazionalismo cinese è una gigantesca realtà! Cosa attestata, tra l’altro, dalla questione Hong Kong e dalle tensioni politico-militari con il Giappone per ciò che riguarda il Mar Cinese Orientale e Meridionale.

«Il libro di Pieranni ha il merito tutto teorico di identificare il nuovo terreno sul quale, oggi, la ricerca dell’ordine globale (e le alternative ad esso) non può non concentrarsi. L’ordine globale sta infatti costruendosi sull’orizzontale dei rapporti di forza piuttosto che sull’asse verticale del potere sovrano, ed è investito da flussi globali ed attraversa le frontiere, si propone di coordinare mobilità e molteplicità degli attori. Se lì si forma l’ordine mondiale, è lì dentro che dobbiamo analizzare i rapporti di sfruttamento ed organizzare la lotta di classe». In effetti «l’ordine globale» si è sempre costruito «sull’orizzontale dei rapporti di forza» economici, e alla fine la cosa diventa palese attraverso eventi (vedi il crollo dell’Unione Sovietica e l’ascesa di Paesi come la Germania e il Giappone) che lasciano sbigottiti solo chi osserva la contesa interimperialistica da una prospettiva politicista e ideologica. Presto o tardi il reale fondamento sociale dell’imperialismo viene a galla, ed è per questo che mi fa ridere quando qualcuno presenta l’imperialismo cinese dei nostri giorni nei termini di un «soft power» fondamentalmente pacifico.

In un articolo pubblicato il 14 luglio 2017 sul Manifesto Pieranni ha ricordato  Liu Xiaobo, il premio Nobel cinese per la pace del 2010 morto dopo anni di persecuzioni e di galera. «Liu Xiaobo è morto in un ospedale cinese, come successe a un unico altro Nobel, il giornalista tedesco von Ossietzky, morto nel 1938 in ospedale mentre era ancora sotto custodia dei nazisti». Lo ammetto: questo “oggettivo” accostamento tra nazionalsocialisti e socialnazionalisti mi garba molto. «In Charta 08 – prosegue Pieranni – oltre alla richiesta di democrazia, elezioni, divisioni dei poteri, rispetto per i diritti umani e federalismo repubblicano, si invitava anche a smantellare le aziende di stato, a privatizzarle. Analogamente veniva proposta la privatizzazione delle terre. E più di tutto si chiedeva una riscrittura completa della costituzione cinese. Per Pechino si trattò di un documento che aveva superato ogni limite del consentito, perché non solo criticava lo status quo, ma metteva anche in evidenza i passaggi politici possibili per mutare l’ordinamento politico cinese».

Ora mi chiedo: se domani, e sottolineo se, la società cinese venisse investita da una “Primavera” che avesse come sua piattaforma politico-economica la Charta liberale e liberista di Liu Xiaobo, come si comporterebbero, quali parti sosterrebbero Pieranni e Negri nel caso in cui il regime, che com’è noto ha al cuore «il partito comunista cinese», decidesse di reprimerla e annegarla nel sangue come accadde ventotto anni fa? È una pura curiosità, intendiamoci. Come mi comporterei io? Di certo non prenderei le parti del regime stalinista con caratteristiche cinesi; di certo non mi preoccuperei per l’integrità nazionale della Cina minacciata dal caos sociale, e di certo non tiferei per il Capitalismo di Stato con caratteristiche cinesi minacciato da un programma di liberalizzazioni economiche. Come dice Negri, anche in Cina si tratta di «organizzare la lotta di classe», senza alcun riguardo per le diverse fazioni (nazionali e internazionali) della classe dominante. Detto en passant, secondo dati ufficiali in Cina il settore privato genera il 60 % del Pil e occupa l’80 % della forza-lavoro. Grandi e numerose sacche di inefficienza e di corruzione si possono individuare soprattutto nel settore statale del Capitalismo cinese. Anche da questo punto di vista “tutto il mondo è Paese”.

E qui per oggi mi fermo, pronto a ritornare sulla questione dopo aver letto il fondamentale discorso del Premier cinese.

A BERLINO CHE GIORNO È?

Ci si può forse stupire della dimensione assunta dal capitombolo socialdemocratico o, all’opposto, per le dimensioni del successo ottenuto dall’estrema destra tedesca; ci si può forse meravigliare del declino elettorale fatto registrare dal partito della Cancelliera di ferro, e tuttavia nel suo insieme il voto delle legislative del 24 marzo non ci consegna un quadro politico del tutto imprevisto, a cominciare ovviamente dall’ennesima “medaglia d’oro” agguantata con una certa facilità da Angela Merkel. Scriveva Der Spiegel il 22 settembre: «L’AfD supererà, con una percentuale a due cifre, la soglia necessaria per entrare in parlamento, mentre la Merkel dovrà fare i conti con la colpa a lei imputata di aver favorito con le sue politiche migratorie l’ascesa del populismo di destra. Un’altra delle colpe ascritte alla Merkel è quella di aver provocato con la sua politica di austerity nei confronti dell’Europa meridionale la divisione dell’Europa». Forse solo gli acritici lettori dei sostenitori della Cancelliera («È l’ultima custode dell’occidente liberale: solo lei può salvarci da Putin, Trump ed Erdogan») e dei sostenitori del suo “competitor” socialdemocratico («Martin Schulz non è affatto scialbo e insignificante come sembra») sono rimasti scioccati e delusi dai risultati elettorali.

L’analisi del voto tedesco ha confermato ciò che anche la scienza sociale “ufficiale” ha sempre saputo: il disagio sociale vota. Come spiegare altrimenti il paradosso per cui Alternative für Deutschland, che pure ha incentrato la sua campagna elettorale praticamente solo sull’avversione alla politica d’immigrazione adottata dal governo tedesco nel 2015, ha raccolto più consensi proprio nelle zone del Paese dove più bassa è la presenza dei migranti? La risposta è abbastanza semplice: perché la paura dello straniero che viene dall’Africa (altra cultura, altra religione, altra concezione del rapporto uomo-donna, altra sensibilità nei confronti della “polisessualità”, ecc. ) ha fatto tracimare paure e frustrazioni che niente a che fare hanno con il razzismo, con la xenofobia e altro ancora. È come se chi in Germania occupa i gradini più bassi della scala sociale avesse detto a Mamma Angela: «Ma come, invece di pensare ai nostri bassi salari, alle nostre povere pensioni, a un welfare tutt’altro che irreprensibile; insomma invece di prenderti cura dei nostri problemi tu pensi agli stranieri? Vogliamo il pane e tu ci dai da mangiare la solidarietà con il diverso, che peraltro viene a rubarci quel poco che abbiamo e a minacciare la nostra sicurezza: hai dimenticato il terrorismo Jihadista? Prima la Germania, prima i tedeschi, non gli stranieri!». Il Presidente Donald Trump ha dunque fatto scuola? Diciamo che il nostro sa come gira il pessimo mondo.

Anche i sinistri della Linke hanno più volte cercato di fare l’occhiolino al razzismo e alla xenofobia del proletariato più disagiato dell’Est, per intercettarne il voto, ma i loro concorrenti di destra sono stati evidentemente più credibili su questo escrementizio terreno, e infatti l’AfD ha rubato un po’ di elettorato anche al partito degli ultra sinistrati, che adesso è costretto a fare “autocritica”.

Circa un mese fa la Merkel dichiarò nel corso di un comizio che «non va bene che alcuni paesi non accolgano rifugiati. Contraddicono lo spirito europeo. Ma supereremo questa impasse. Ci vorrà tempo e pazienza, ma ce la faremo. La diversità ci rende più forti contro le tempeste che ci vengono addosso»; si tratta di vedere fino a che punto questo afflato “umanitario” ed europeista reggerà alla pressione dei “populisti” di estrema destra. «Nel suo sobrio commento dopo l’esito elettorale Angela Merkel ha detto che occorre un controllo più severo degli immigrati privi di requisiti per restare e ha parlato della necessità che “ritornino nella Cdu” gli elettori che se ne sono andati. È una autocritica implicita. […] La posta in gioco dei prossimi mesi e anni sarà la rincorsa a difendere una forte identità nazionale tedesca, attraverso il semplice, ma estremamente evocativo, concetto di Volk/popolo. Un tema che ha potenti capacità suggestive per l’anima tedesca» (G. E. Rusconi, La Stampa). Ma non solo per «l’anima tedesca», come dimostra il dilagare del “populismo” in tutta Europa negli ultimi dieci anni. Certo, «l’anima tedesca» si esprime in un linguaggio che ancora oggi evoca mostri, e anche per questo la leadership tedesca è sempre stata cauta nel maneggiare argomenti di facile impatto popolare. Ma i tempi cambiano, come i giorni e le stagioni. A proposito: a Berlino che giorno è? Ah, saperlo!

A ogni modo il noto germanista Angelo Bolaffi continua a confidare nelle superiori qualità politiche e umane della Cancelliera: «La Cancelliera è la paladina dei diritti umani. O meglio ha difeso più che i diritti umani, i valori occidentali, storicamente difesi dall’“anglo-sfera”, ossia dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti d’America. Paesi, osserviamo, che oggi si sono incamminati su una tradizione politica che non è quella che inaugurarono nella lotta al fascismo» (Left). Senza contare, aggiungo guardando la cosa dal punto di vista degli amici dei valori occidentali (io mi chiamo fuori!), che l’attivismo politico-militare della Russia putiniana punta in modo sempre più sfacciato a dividere il campo occidentale. In Germania si vocifera che Alternative für Deutschland abbia ricevuto consistenti appoggi mediatici e finanziari da Putin, il leader politico più amato dai sovranisti d’Europa.

A proposito di “populisti” di estrema destra! Oggi i quotidiani di “destra” del Belpaese hanno facile gioco nel rinfacciare agli amici dei “populisti” alla Travaglio il loro antico giudizio su Bossi e Berlusconi, trattati dai partiti tradizionali della cosiddetta Prima Repubblica alla stregua di reietti della politica, gente incapace e inadatta a manovrare le sofisticate e delicate leve della politica. Oggi i teorici dell’antiberlusconismo scoprono che «anche chi vota per i partiti di estrema destra va rispettato e capito», e che comunque «gli elettori hanno sempre ragione, anche quando il loro voto non ci piace». In ogni caso è certo che “le destre” di casa nostra hanno di che leccarsi i baffi pensando alla prossima tornata elettorale, mentre “le sinistre”… ma perché ostinarsi a sparare sulla Croce Rotta! Per un “astensionista strategico” come chi scrive tutti questi discorsi sul Volk che ha sempre ragione, come il cliente, provocano solo disgusto e hanno il solo significato di una conferma: viviamo tempi oltremodo sgradevoli, diciamo così, e sotto tutti i punto di vista.

«Dai dati preliminari che avranno bisogno di essere elaborati e raffinati nei prossimi giorni, emerge un ritratto abbastanza chiaro dell’elettore di AfD: sono soprattutto maschi operai, intorno ai 40 anni, residenti nella Germania orientale, con un livello di istruzione medio-basso. Quasi un terzo di loro ha votato AfD per la prima volta, dopo essersi astenuti alle scorse elezioni, mentre un quinto di loro, circa un milione di persone, quattro anni fa aveva votato per Angela Merkel. La gran parte degli elettori ha scelto di votare AfD non perché attirata da programmi estremisti o addirittura neonazisti, ma sopratutto come forma di protesta verso i partiti tradizionali» (Il post). Una specie di grillismo Made in Germany?

Certo, con la Cancelliera «il surplus negli scambi con l’estero ha sfiorato i 300 miliardi, il maggiore al mondo, ma sono raddoppiate a due milioni anche le persone che fanno un doppio lavoro pur di far quadrare i conti. Sotto la cancelliera la crescita è stata costante – benché in media per abitante sia da anni molto sotto all’ 1% – mentre i pensionati in povertà sono aumentati del 30%. Questo Paese mantiene un welfare esemplare, eppure presenta un livello di concentrazione di patrimoni nelle mani dei ricchi inferiore solo a quello dell’America di Trump» (F. Fubini, Il Corriere della Sera). Sappiamo come l’Agenda 2010 varata dal governo Schröder ha dato eccellenti risultati quanto a incremento di produttività, precarizzazione del lavoro e stratificazione nel sistema dei salari. I sindacati di regime (IGM in testa) difendono soprattutto la loro posizione politica contrattuale nei confronti di governo e padronato, garantendo una “responsabile” gestione del “capitale umano” soprattutto nelle grandi imprese, quelle più esposte alla competizione capitalistica mondiale. Il modello tedesco di gestione delle relazioni industriali pare reggere ancora bene all’urto della globalizzazione. Ai lavoratori tedeschi che hanno minori tutele sindacali e che percepiscono salari sempre più bassi, non rimane che orientarsi politicamente verso il “populismo” di destra, ma più per rabbia che per convinzione.

Per il sociologo Luca Ricolfi non ha poi molto senso liquidare l’AfD tirando in ballo l’estremismo di destra: «Più che semplicistico, è sbagliato. Il populismo attuale non può essere confuso con l’estrema destra: se ne differenzia su troppi punti fondamentali. Nazismo e fascismo erano espansionisti, il populismo di destra è isolazionista. Nazismo e fascismo teorizzavano la superiorità razziale, i populisti si limitano a difendere il diritto di ogni popolo a preservare l’identità. Nazismo e fascismo disprezzavano la democrazia, i partiti populisti sono semmai iperdemocratici: non pensano vi sia troppa democrazia, ma che ve ne sia troppo poca. Nazisti e comunisti [leggi: stalinisti] perseguitavano gli omosessuali, diversi partiti populisti di destra difendono coppie di fatto e diritti dei gay, in alcuni casi sono addirittura guidati da leader omosessuali. L’Afd da Alice Weidel, dichiaratamente lesbica. In passato abbiamo avuto la lista di Pim Fortuyn, politico olandese omosessuale assassinato nel 2002, la cui eredità è oggi raccolta dal populista Geert Wilders» (Il Messaggero). Insomma, con le analisi superficiali che si arrestano alla superficie ideologica dei fenomeni sociali non è possibile cogliere la natura strutturale di quei fenomeni, un’elementare lezione “materialistica” che spesso molti sedicenti materialisti mostrano di non aver compreso neanche un poco.

Scrive Riccardo Rinaldi: «Un’analisi di classe deve dunque affrontare seriamente il seguente dilemma: la rottura della UE significherebbe davvero, come alcuni ancora temono, un “arretramento delle posizioni internazionaliste”, o al contrario – dato che la struttura che garantisce lo sfruttamento dei paesi del centro su quelli della periferia è esattamente la stessa che garantisce lo sfruttamento di una classe sull’altra – la lotta contro l’Unione, condotta anche in ogni singolo paese, se proprio non si riesce a farla in modo coordinato, non sia in realtà la lotta di e per tutta la classe lavoratrice europea». Applicando «un’analisi di classe» ai passi appena riportati, se ne ricava a mio avviso quanto segue: trattasi di una riedizione della vecchia tesi ultrareazionaria (di matrice maoista e terzomondista) che auspicava l’alleanza tra il proletariato delle metropoli capitalistiche (il cosiddetto Nord del mondo) e i Paesi arretrati che subivano lo sfruttamento da parte dell’imperialismo occidentale. Se non si rigetta il punto di vista nazionale, sebbene declinato a partire dai Paesi «della Periferia» (Grecia, Spagna e Italia), si rimane intrappolati nel grande gioco della competizione capitalistica internazionale, illudendosi di usare le contraddizioni che dilaniano il “nemico di classe” – peraltro tutto da definire.

Soprattutto oggi, nell’epoca del dominio totale e totalitario del Capitale sugli uomini e sulla natura, è ridicolo pensare alla dialettica centro-periferia negli stessi termini in cui essa si dispiegava quando non pochi paesi della periferia capitalistica dovevano ancora conoscere la rivoluzione borghese-nazionale. Oggi alla scala mondiale (figuriamoci in Europa!) esiste una sola compatta e contraddittoria/conflittuale (com’è nella natura del Capitale) struttura capitalistica, e sperare di poter giocare le inevitabili e sempre crescenti divisioni intercapitalistiche e interimperialistiche in chiave “anticapitalista” è davvero sintomo di una “creatività rivoluzionaria” che ha molto a che fare con la pure e semplice cretineria politica, la quale sovente appare invece come  concretezza politica agli occhi degli analisti che non hanno alcuna dimestichezza con il concetto e con la prassi dell’autonomia di classe.

L’”internazionalismo europeista” alla Toni Negri, Yanis Varoufakis e Slavoj Žižek e l’”internazionalismo antieuropeista” di chi teorizza alleanze “spurie”  (una volta si diceva interclassiste) in vista della “rivoluzione sociale” appaiono ai miei occhi come due facce della stessa medaglia. Il polo imperialista europeo va combattuto ricostruendo l’autonomia di classe sul terreno nazionale e internazionale, e nessun espediente “tattico” può rendere più facile e veloce questo fondamentale, quanto difficilissimo, compito. Tutto il resto è il solito velleitarismo da mosca cocchiera, soprattutto se la mosca cocchiera parla di “anticapitalismo” avendo in testa la costruzione del Capitalismo di Stato.

I mesi che verranno ci diranno fino a che punto la politica incarnata dalla Cancelliera di ferro (o di teflon, come dicono alcuni socialdemocratici tedeschi: «Ogni cosa le scivola addosso. Non fa sbagli. È frustrante!») è uscita indebolita e ridimensionata dalla recente tornata elettorale, incertezza che ha subito messo in agitazione le capitali europee, le quali non sanno se gioire o deprimersi per il nuovo corso politico che si annuncia in Germania. A Berlino che giorno è? Ah, saperlo! Intanto il Presidente francese ha fatto la prima mossa puntando su un indebolimento relativo della Merkel, rilanciando con il discorso tenuto martedì alla Sorbona il tradizionale asse franco-tedesco, ma in una prospettiva marcatamente “europeista”. «Un lungo e magnifico discorso», ha commentato sul Foglio Giuliano Ferrara, il quale vede in Macron e in Trump due opposti politici e antropologici; «Ci vuole energia, ci vuole volontarismo, ci vuole sfacciataggine per dire certe cose». Ma poi dal dire bisogna passare al fare. Fino a quando la Francia non scioglierà i nodi strutturali che ne azzoppano la capacità sistemica (economica, scientifica, tecnologica) la sua credibilità agli occhi della Germania rimarrà appiccicata con lo sputo, nonostante l’Inno alla gioia suonato dal giovane Presidente francese, il quale da tempo studia l’Agenda 2010 di Schröder – peraltro già compulsata con una certa invidia da Hollande e dagli altri Premier europei alle prese con l’«ingessatura del mercato del lavoro e la bassa produttività». Se son sacrifici sociali si vedranno! Già quest’autunno.