TRUMP O MERKEL? CHI DIFENDE MEGLIO I “VALORI OCCIDENTALI”?

L’intervista rilasciata giovedì scorso da Angela Merkel al Corriere della sera si segnalava non tanto per originalità, quanto perché la Cancelliera vi ribadiva e precisava, anche in termini per così dire ideologici, ciò che aveva dichiarato nel corso degli ultimi mesi soprattutto in relazione alla politica economica ed estera di Donald Trump. Leggiamone qualche significativo passo:

«È vero che l’ordine mondiale è in cambiamento e che i rapporti di forza si modificano. Ciò ha a che fare con l’ascesa della Cina, ma anche l’India compie grandi passi con un tasso di crescita di più del 7 per cento, di gran lunga superiore a quello cinese. Entrambi i Paesi hanno 1,3 miliardi di abitanti circa, fattore decisamente significativo. A ciò si aggiunge il fatto che l’amministrazione americana e il presidente Trump giudicano la globalizzazione in modo diverso rispetto a noi tedeschi. Mentre noi cerchiamo di cogliere le possibilità che derivano dalla collaborazione sotto ogni aspetto, agli occhi dell’amministrazione americana la globalizzazione è un processo in cui non possono esserci situazioni win-win, ma solo vincitori e perdenti. [La concezione isolazionista e protezionista del Presidente americano] si oppone totalmente al mio punto di vista. Sicuramente, il presidente Trump è stato eletto da molti che guardano alla globalizzazione in modo scettico, e si sente in obbligo nei confronti di questi elettori. Ma già da molto tempo l’Fmi, l’Ocse e anche il G20 non parlano semplicemente di crescita, bensì di crescita inclusiva e sostenibile. Non vogliamo che siano soltanto in pochi a trarre vantaggio dai progressi economici. Tutti ne devono beneficiare». È la globalizzazione capitalistica “ben temperata” e “potabile” che tanto piace a tipi come Emma Bonino, Romano Prodi e Pierluigi Bersani, il quale l’altro ieri ha detto, giusto per far scompisciare dalle risa l’animaccia dell’avvinazzato di Treviri, che «la vera sinistra è per un’economia di mercato, non per una società di mercato». Porre una simile distinzione nella società capitalistica in generale, e in particolare in quella caratterizzata dal dominio planetario e totalitario del Capitale su tutto e su tutti, qual è appunto la Società-Mondo del XXI secolo, è semplicemente ridicolo, e può al massimo servire ad alimentare le miserabili ideologie “progressiste” che sostengono la possibilità di un Capitalismo/Imperialismo dal volto umano. Ma chiudiamo la parentesi polemica e riprendiamo il discorso della Cancelliera.

«In qualità di rappresentante dello stato dell’economia di mercato sociale, è in questo spirito che voglio condurre il vertice del G20. È sensato che l’Europa unisca le forze. A ciò si accompagna una perdita di importanza di potere degli Stati Uniti? Non saprei. L’importanza del potere deriva dalla forza economica, militare e civile, e in tutti questi tre settori gli americani rappresentano ancora una potenza mondiale, come del resto dimostrano i forti dibattiti interni. Evidentemente, l’amministrazione americana non vuole più rappresentare il “poliziotto” che stabilisce l’ordine in tutte le regioni del mondo. La si può considerare sia una buona che una cattiva notizia, a seconda dei casi. A tale proposito: negli ultimi decenni gli americani si sono presentati ovunque come una potenza. E ciò, per usare un eufemismo, può essere visto anche in maniera critica. […] Ci siamo abituati a questo impegno, poiché sin dai tempi della Guerra Fredda riconoscevamo negli Stati Uniti una grande potenza in opposizione all’Unione Sovietica, e si presumeva che volessero questo ruolo. Dopo la caduta del Muro apparivano l’unica superpotenza rimasta. Oggi il mondo è multipolare. Ma a ragione: effettivamente gli americani non hanno il diritto di intervenire in qualsiasi parte del mondo. Probabilmente gli Stati Uniti non saranno coinvolti nelle misure in Africa, come sarebbe necessario. […] Dobbiamo sempre ricordare i nostri obiettivi quando diciamo che l’Europa dovrebbe prendere il proprio destino nelle proprie mani, ossia: mantenere i nostri valori e interessi europei, creiamo ricchezza e nuovi posti di lavoro negli Stati membri».

A proposito del G20 di Amburgo Matteo Scotto ha parlato di «debutto dell’egemonia tedesca»: «Al G20 di Amburgo culmina un percorso durato oltre settant’anni: Berlino ha preso coscienza di sé ed è pronta a esercitare il suo ruolo di guida, non solo dell’Europa. Grazie anche a Trump e Macron. I paragoni con il Secondo e Terzo Reich sono privi di senso» (Limes). Sono privi di senso, mi permetto di aggiungere, se sono costruiti ideologicamente, se sono paragoni che non tengono conto della complessità del processo sociale considerato nella sua essenziale dimensione storica. Sul ruolo della Germania nel processo di formazione di un polo imperialista unitario europeo rinvio al PDF La guerra in Europa. Il conflitto sistemico nel Vecchio Continente, e al post I tedeschi non scherzano mai.

Le parole della Cancelliera assumono un aspetto ancora più pregnante alla luce del viaggio di Trump in Polonia, il cui significato è stato ben riassunto, a mio avviso, da Federico Petroni, sempre su Limes: «La visita di Trump in Polonia è geopoliticamente più significativa del G20 di Amburgo di venerdì. Quest’ultimo si limiterà a evidenziare le attuali divergenze fra le venti maggiori economie mondiali in ambito commerciale e ambientale; al massimo fornirà un’occasione per ben più interessanti incontri bilaterali (come quello tra lo stesso Trump e Putin). Il viaggio a Varsavia è pensato per attribuire un riconoscimento a un paese gradito a tutti i rami della geopolitica a stelle e strisce. Alla stessa Casa Bianca, per cominciare, in funzione anti-tedesca e anti-Ue. Non per caso Trump terrà il suo discorso di lodi alla Polonia e alla sua capacità di diventare “potenza europea” presso il monumento alla resistenza ai nazisti del 1944. Non per caso presenzierà al secondo summit dell’Iniziativa dei Tre Mari dei 12 paesi dell’Ue dell’Europa centro-orientale. Benché fondato nell’estate 2016 per scopi d’integrazione infrastrutturale (soprattutto energetica) del fianco est dell’Unione, l’attuale gruppo ricalca (Ucraina esclusa) il progetto degli anni Venti dell’Intermarium pensato dalla neo-indipendente Polonia per aggregare attorno a sé l’Europa di mezzo fra Berlino e Mosca. Ora riesumato con l’ambizione – forse l’utopia – di estendere l’influenza di Varsavia a discapito di Bruxelles, non più percepita come fonte di protezione politica (vedi le critiche sulla deriva autoritaria), economica (dopo la crisi del 2008) e militare (causa assertività russa). Al di là delle irrilevanti affinità ideologiche (specie in materia di immigrazione), a Trump le critiche polacche all’Ue piacciono perché sono sostanzialmente rivolte alla Germania. Rendendo Varsavia una carta da giocare nello scontro che va maturando fra Washington e Berlino. La Polonia è utile anche agli occhi del Congresso e degli apparati statunitensi come perno del contenimento della Russia. Nell’elogiare il traguardo del 2% della spesa militare sul pil raggiunto da Varsavia nella Nato, Trump indirettamente giustificherà la russofobia che guida i polacchi in materia di sicurezza. E complicherà i propri propositi di riavvicinamento a Mosca».

Il discorso tenuto giovedì da Trump a Varsavia ha spiazzato non pochi analisti di politica internazionale che nei mesi scorsi avevano alimentato la balla speculativa di un Presidente americano ormai completamente prono ai diktat di Mosca, docile e ricattabile pedina nelle mani del virile Putin, o comunque lontanissimo dalla tradizionale postura antirussa mantenuta dalla Casa Bianca nel corso degli ultimi sette decenni. «È un Donald Trump più anti-russo che mai quello che ha preso la parola a Varsavia, in piazza Krasinski, di fronte a una folla adorante. Trump conferma il suo stile: muscolare, diretto, per nulla incline ai compromessi. Il discorso di Varsavia è l’antipasto di un confronto che si annuncia durissimo. Dalla crisi in Ucraina alla questione energetica, The Donald non fa sconti a Mosca. “Incalziamo la Russia perché smetta la sua attività destabilizzante in Ucraina”, afferma il leader americano. A differenza di quanto avvenuto durante il vertice Nato del maggio scorso, questa volta il presidente ribadisce pubblicamente l’impegno degli Usa “nella difesa dell’Europa centrale e orientale”. Torna così in auge il patto di mutua difesa della Nato – “uno per tutti e tutti per uno” – rappresentato dall’articolo 5 del Trattato dell’Alleanza Atlantica. Gli Stati Uniti – scandisce Trump – “sostengono con forza l’articolo 5 del Trattato Nato”. Mosca è avvertita: Washington è tornata in campo per difendere la Polonia e i suoi vicini dai “comportamenti destabilizzanti” della Russia. Dalla vicina Polonia Trump esorta la Russia a mettere fine alle sue “attività destabilizzanti” in Ucraina e in altri Paesi. Non solo: Mosca deve anche “smettere di sostenere regimi criminali” come la Siria e unirsi “alla comunità delle nazioni responsabili” nella lotta al terrorismo islamico e “in difesa della civilizzazione”. Da Trump anche la promessa che la Polonia, assieme agli altri Paesi della regione orientale europea, “non dovrà mai più essere ostaggio di un unico fornitore di energia”. Gli Stati Uniti garantiranno “l’accesso a tutte le fonti di energia” affinché “la Polonia e i suoi vicini non siano più ostaggio di un solo fornitore”, assicura Trump in un chiaro riferimento all’influenza russa nella regione in materia di energia. […] Acclamato dalla folla di piazza Krasinski, Trump lancia così il suo secondo tour europeo. La piazza teatro della rivolta del 1944 contro l’occupazione nazista diventa così il palcoscenico da cui lanciare il suo appello all’Occidente. “Così come la Polonia non ha potuto essere sconfitta, così l’Occidente non potrà esserlo. I nostri valori vinceranno e la nostra civiltà trionferà. Come i polacchi, lottiamo tutti insieme per la pace, per la libertà, per le famiglie, per il Paese e per Dio. Nel popolo polacco vediamo l’anima dell’Europa La storia della Polonia è la storia di un popolo che non ha mai dimenticato la sua identità”» (G. Belardelli, Huffington post).

Riassumo, con le sue stesse parole, la sfida politico-ideologica che Trump lancia in direzione di amici e nemici: «La domanda fondamentale del nostro tempo è se l’Occidente ha la volontà di sopravvivere. Abbiamo la fiducia nei nostri valori per difenderli ad ogni costo? Abbiamo abbastanza rispetto verso i nostri cittadini per proteggere i confini? Abbiamo il desiderio e il coraggio di preservare la nostra civiltà, in faccia a coloro che vogliono sovvertirla e distruggerla?». Insomma, Trump dice soprattutto alla Germania, al Paese che esibisce anno dopo anno un eccezionale surplus nella sua bilancia commerciale (300 miliardi di dollari nel 2016, se non sbaglio), che non si può recitare indefinitamente il comodo ruolo dei difensori della civiltà occidentale potendo contare sui soldi, sui missili e sul sangue dello Zio d’America.

A questo punto si tratta di capire chi difende meglio gli interessi e i valori dell’Occidente: la Germania della Merkel o gli Stati Uniti di Trump? Naturalmente scherzo; il problema è impostato in quell’insulso modo dagli esponenti politici e dagli intellettuali (*) che fanno capo alle classi dominanti dei vari Paesi, le quali si muovono sul piano economico e su quello politico (soprattutto attraverso la potente leva statale) non per difendere valori e concezioni del mondo, ma per difendere interessi sistemici d’ogni genere: economici, tecnologici, scientifici, geopolitici, ecc, ecc. Insomma, si tratta della ben nota e famigerata contesa interimperialistica, oggi più ingarbugliata e più feroce che mai. In ogni caso, personalmente non faccio parte di nessuna tifoseria imperialista, compresa quella che ciancia di “antimperialismo” solo perché sventola le bandiere delle squadre che giocano contro gli interessi degli americani e dei suoi alleati. Per dirla con il filosofo di Stoccarda, nella buia notte del Capitalismo mondiale tutte le vacche imperialiste mi appaiono dello stesso colore.

Cito dall’«Appello per costruire una mobilitazione internazionale contro il G20»: «Crediamo nelle alternative al di fuori e contro la globalizzazione neoliberale, il nazionalismo e il comando autocratico. Crediamo nella globalizzazione della giustizia e nei diritti per tutti, respingiamo tutte le soluzioni nazionalistiche e xenofobe, che si oppongono alla nostra visione di un mondo giusto, un mondo unito dalla solidarietà. Il contro-vertice, il campo, il presidio transnazionale con decine di migliaia di persone nella città di Amburgo e le azioni di massa di disobbedienza civile ci daranno l’opportunità di incontrarci, discutere e condividere le nostre visioni, idee e pratiche di resistenza per un mondo libero, eguale e solidale». Sul «contro-vertice» di Amburgo cercherò di scrivere qualcosa di intelligente domani, magari in guisa di bilancio complessivo dell’evento internazionale che si concluderà oggi, se non sbaglio. Ma non mi faccio troppe illusioni. Sulla mia intelligenza, intendo dire…

(*) Un solo esempio: «L’Europa è oggi la negazione di duemila anni di storia dei popoli, di civiltà, delle culture e delle lingue europee. Chi ama davvero l’Europa dev’essere nemico di questa Unione Europea, che è la negazione dell’ideale di Europa di Husserl, di Kant, di tutti i grandi teorici dell’Europa. Oggi essere per l’Europa significa essere contro l’Unione Europea delle banche, del capitale, della distruzione pianificata, organizzata dei diritti sociali e del lavoro. Questo è il punto fondamentale. L’Euro è il compimento del capitalismo assoluto che dopo il 1989, venuto meno il Comunismo, dichiara guerra agli stati sovrani nazionali, come luoghi del primato della politica democratica sull’economia spoliticizzata. Sempre più il conflitto sarà tra chi difende le sovranità nazionali e quindi la democrazia, i diritti sociali del lavoro, e chi invece difende il globalismo apolide, sradicante di cui l’Unione Europea è vettore» (D. Fusaro). Il noto “materialista storico-dialettico” ha dimenticato almeno duemila anni di storia di dominio di classe. Capita. Quanto al cosiddetto «Comunismo» che sarebbe venuto meno nell’anno di disgrazia (per gli stalinisti d’ogni tendenza, beninteso!) nel 1989, è meglio stendere un pietosissimo velo. A Varsavia Trump ha ricordato che «i polacchi trovarono la forza di sconfiggere il comunismo quando durante la prima messa celebrata da Giovanni Paolo II dissero che volevano Dio». Una freccia polemica che forse raggiunge anche il fondoschiena del celebre filosofo, il quale comunque potrebbe sempre dire, da par suo, che «la religione è l’oppio dei popoli». Sic!

Post scriptum

Scrive Gianni Riotta: «I dimostranti che al G20 hanno impegnato la polizia, con scontri, arresti e feriti, sono i fieri discendenti del popolo No Global, nato a Seattle 1999 per protestare contro il mercato globale, il Wto, i patti internazionali sul commercio. Le immagini tv sembravano note, meno tragiche che al G8 di Genova, ma sulla stessa falsariga, con giovani e meno giovani contestatori, persuasi che l’economia aperta sia una truffa. La loro filosofia è illustrata da film premio Oscar, con Michael Moore, da premi Nobel vedi il professor Stiglitz, e ha generato grandi firme, da Noam Chomsky alla Naomi Klein, all’economista greco Varoufakis, all’irato filosofo Zizek. Perfino il Papa è scettico sul globalismo. Il successo dei no global ormai unisce destra e sinistra, dalla Le Pen a Grillo e Salvini, dai socialisti Sanders e Corbyn al presidente Donald Trump, che ha stracciato i patti commerciali con Asia ed Europa, e minaccia di riscrivere quello con Canada e Messico. Insomma, il popolo no global ha vinto, il protezionismo è il nuovo “pensiero unico”, chi parla di società aperta e libero scambio, o ricorda come l’economia dell’ultima generazione abbia strappato alla fame miliardi di esseri umani – il salto di benessere più straordinario della storia – passa per prezzolato dai padroni. Dunque, bene le proteste, ma occorre invertire rotta al prossimo summit ragazzi: non fischiare ma applaudire Trump e gli altri leader no global – Erdogan e gli europei dell’Est per esempio – lodandone il protezionismo. No global ieri, trumpiani oggi? La realtà sorprende solo chi ama gli slogan e detesta i fatti» (La Stampa).

Riotta ama invece i fatti, i quali attestano indiscutibilmente 1. il dominio globale, mondiale e totalitario dei rapporti sociali capitalistici e 2. una competizione capitalistico-imperialista sistemica (economica, geopolitica, tecnologica, scientifica, ideologica, ecc.) sempre più aspra e foriera di conseguenze nefaste per le classi subalterne di tutto il mondo e per l’umanità in generale. Il fatto che lo sviluppo capitalistico dell’ultimo mezzo secolo «abbia strappato alla fame miliardi di esseri umani» è cosa che si spiega benissimo sulla scorta delle leggi di un’economia basata sullo sfruttamento/saccheggio sempre più scientifico degli uomini e della natura, e dunque questo fatto, che peraltro interseca altri fatti di segno opposto (vedi la crescente denutrizione che ancora oggi si registra in molte aree del mondo, soprattutto in Africa), non contraddice affatto la natura radicalmente disumana della vigente società mondiale. Non per niente Marx chiarì a suo tempo che il concetto di miseria crescente, così ridicolmente frainteso dai suoi detrattori, non va declinato in termini assoluti ma relativi: il salario-denaro consente al produttore diretto della ricchezza sociale di accedere a una minima parte, relativamente sempre più piccola se confrontata alla crescente produttività del suo lavoro, di quella ricchezza.

Non si tratta del noto problema del bicchiere (lo vedi mezzo vuoto o mezzo pieno?), si tratta piuttosto delle “classiche” contraddizioni capitalistiche. Ad esempio, l’ingresso di Paesi come la Cina e – in parte – l’India nella fascia del Capitalismo sviluppato ha messo in diretta e feroce concorrenza centinaia di milioni di lavoratori in tutto il mondo, livellando verso il basso i salari e le condizioni generali di lavoro e di vita di moltissimi proletari “occidentali”, diventati per questo massa di manovra politico-elettorale per i “populisti” d’ogni tendenza politica – mi riferisco alla cosiddetta “destra” e alla cosiddetta “sinistra”. Bisogna allora lottare contro la «globalizzazione neoliberale»? No, si tratta di lottare contro il Capitalismo tout court, a prescindere dalle fenomenologie, che tanto impressionano gli scienziati sociali incapaci di profondità analitica, che esso assume contingentemente su scala internazionale e nazionale.

Detto questo, debbo anche aggiungere, per concludere, che il sarcasmo del “bravo giornalista” qui citato, il quale cerca di tratteggiare in termini caricaturali il Movimento No Global di ieri, di oggi e di domani, trova a mio avviso un qualche appiglio nelle insufficienze e nelle contraddizioni politiche e “teoriche” (ossia nella “concezione generale del mondo”) manifestate ampiamente nel corso degli anni da quel Movimento, il cui antiglobalismo è parso spesso voler strizzare l’occhio a un periodo ormai superato, e spesso mitizzato, di Capitalismo, cosa che lo ha esposto alla facile strumentalizzazione politico-ideologica operata da una parte delle classi dominanti interessate a imbrigliare in qualche modo il cavallo della “globalizzazione selvaggia”. Ma su questo punto ritornerò un’altra volta.

LA NUOVA NORMALITÁ

Scrive Stephen King nel suo romanzo più famoso, It: «Se nel copione è previsto che qualcuno debba morire ammazzato dai cattivi, tocca a lui». Lui chi? Il copione parla chiaro: «Quello che non ha mai battute da recitare, quello che deve solo alzare le mani e mostrarsi spaventato». La realtà invece è molto più imprevedibile dei copioni cinematografici e degli stessi romanzi da brivido di King. Inoltre si tratta di capire, nella realtà di tutti i giorni, chi sono i “buoni” e chi i “cattivi”.

Scrive Fulvio Scaglione su Avvenire di oggi: «Pare inutile girarci intorno: l’attacco terroristico al Parlamento di Teheran e al mausoleo di Khomeini è un’ulteriore, inequivocabile dichiarazione di guerra. Una guerra che è già in corso. E se non fosse che nell’era dei social network possiamo illuderci che le parole, anche quelle pesanti, volino via un tanto al chilo, potremmo ritrovare in un paio di tweet la versione odierna dei vecchi dispacci d’ambasciata. […] Questa, però, è la superficie della crisi. È lo spettacolo sconsolante di una serie di buoi che dà del cornuto a una serie di asini. Perché l’Arabia Saudita sostiene il terrorismo del Daesh e di al-Qaeda, il Qatar sostiene quello dei Fratelli Musulmani in Siria e in Egitto, l’Iran ha sostenuto e sostiene quello dell’Hezbollah libanese ed è tornato ad appoggiare quello di Hamas. Appena sotto questo teatrino, però, s’intravvede una realtà assai più drammatica. […] È penoso sentir denunciare, ora, il “pericolo wahhabita” dopo che per decenni noi occidentali abbiamo fatto come le tre scimmiette che non vedono, non sentono e non parlano, esaltando ed armando le petromonarchie culla del wahhabismo militante ed esercitando ogni sorta di possibile sanzione contro l’Iran sciita. Mettendo cioè mano in un calderone di cui capivamo poco o niente e rischiando adesso di lasciarci anche le dita. Proprio mentre diventa sempre più chiaro che la guerra, con tutti i suoi terrori e orrori, non è tra “noi” e “loro”, ma infesta entrambi i mondi. E lì e qui, come sempre, fa a pezzi prima di tutto gli innocenti».

Qui è appena il caso di osservare come nella riflessione, peraltro interessante, di Scaglione manchi un concetto che è, a mio avviso, essenziale per comprendere la radice sociale del conflitto sistemico mondiale oggi in corso: il concetto di contesa interimperialistica tra Potenze grandi e piccole, globali e regionali. Di qui la solita tiritera critica o apologetica, secondo i diversi punti di vista politici (“destra”/”sinistra”) e le diverse sensibilità culturali,  intorno a un metafisico Occidente da ridimensionare oppure  da difendere a tutti i costi. L’Occidente, cioè a dire gli interessi capitalistici/imperialistici degli Stati Uniti, della Germania, dell’Inghilterra, della Francia, dell’Italia e via di seguito. Mi scuso se ho dimenticato di citare questo o quell’altro Paese: l’elenco completo è abbastanza lungo! Questi interessi si confrontano con quelli che fanno capo ad altre Potenze, “non occidentali”, di identica natura sociale: Cina, Russia, Giappone e così via. «La guerra, con tutti i suoi terrori e orrori, non è tra “noi” e “loro”, ma infesta entrambi i mondi»: mi permetto di dissentire. In realtà esiste un solo mondo, il mondo dominato dalla già citata competizione capitalistica/imperialistica. Marx lo aveva “profetizzato” penetrando l’intima natura del concetto stesso di Capitale, noi lo sperimentiamo ogni giorno.

Nei miei post dedicati alla «Terza guerra mondiale a pezzetti» sostengo che siamo tutti ostaggi e vittime del sistema mondiale del terrore, non importa a quale latitudine viviamo e sotto quale Dio abbiamo la ventura di vivere e, eventualmente, pregare. Qui mi limito a osservare, sapendo di non offrire al mondo alcuna originalità di pensiero, che la «nuova normalità» ha tutta l’aria della “normalità” dei tempi di guerra. D’altra parte la guerra sistemica (economica, politica, tecnologica, scientifica, ideologica, psicologica, esistenziale, in una sola parola: sociale) è la condizione normale della nostra esistenza. Sotto questo – fondamentale – aspetto la «nuova normalità» non è che un ulteriore giro di vite all’interno della normalità capitalistica, la quale potenzialmente è aperta a «terrori e orrori» d’ogni genere. Nella realtà, e ovunque nel mondo, «i cattivi» di cui parla Stephen King sono i vigenti rapporti sociali, al cui confronto It fa quasi tenerezza. Ho detto quasi!

APPESI ALLE OPPOSTE “EVIDENZE SCIENTIFICHE”. Una questione di metodo a proposito di global warming.

Come orientarsi nel guazzabuglio delle opposte “evidenze scientifiche” che si confrontano sul cosiddetto global warming? Personalmente non sostengo un atteggiamento scettico sulla scottante questione, ma un atteggiamento critico orientato politicamente. Perché al di là di tutte le opposte “evidenze scientifiche” che ci vengono propinate da tutte le parti una cosa è sicura, almeno per chi scrive: la posta in gioco non è la salvezza del pianeta ma la salvezza del Capitalismo. Si può anche obiettare che le due cose non si escludono a vicenda e che anzi esse combaciano perfettamente, posta la dimensione planetaria assunta dall’economia capitalistica; l’obiezione, tutt’altro che infondata, ci aiuta quantomeno a comprendere i reali (storici e sociali) termini della “problematica”, liberandola da quella discussione metafisica nella quale è sequestrata.

Il catastrofismo apocalittico sul global warming, ad esempio, ci suggerisce, più o meno esplicitamente, di abbandonare le “vecchie” categorie che fanno capo a una concezione classista della società, la quale appare insignificante se guardata dalla prospettiva della salvezza del pianeta, senza la cui sopravvivenza non sarebbe possibile alcun tipo di futuro per la nostra specie e per ogni altra specie animale e vegetale. Ancor prima di essere capitalisti, lavoratori, disoccupati e quant’altro siamo anzitutto esseri umani, e in quanto tali abbiamo delle responsabilità nei confronti del nostro pianeta; lo dice anche la Bibbia: «Dio il Signore prese dunque l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo lavorasse e lo custodisse» (Genesi). Il 2 giugno il Presidente Mattarella ha detto che dobbiamo considerare il pianeta che ci ospita come la nostra vera Patria, provocando, a quanto pare, in Laura Boldrini un’estasi mistica senza precedenti. Non so perché ma tutti questi discorsi politically correct di stampo francescano sulla Terra non mi convincono affatto, anche perché il giardino dell’Eden non conobbe mai la maligna divisione classista degli uomini. Si scherza, Francesco, si scherza!

Essendo un anticapitalista radicale non solo non avrei alcun interesse a mettere in questione le tesi di chi pone in diretto rapporto, ossia in una stringente relazione di causa-effetto, le attività industriali (con la conseguente produzione/emissione di CO2 e di altri “gas serra”) con i cambiamenti climatici, ma avrei all’opposto tutti i titoli, diciamo così, per cavalcarle selvaggiamente, quelle tesi, al fine di dimostrare l’inevitabile insostenibilità ambientale, oltre che umana, della vigente società capitalistica, la quale nel XXI secolo ha appunto la dimensione dell’intero pianeta. Il fatto che l’economia basata sul profitto sia oltremodo deleteria per l’uomo e per la natura è una delle pochissime e durature verità che la mia indigente testa è stata in grado di assimilare fin da piccolo. E di questo devo ringraziare soprattutto l’alcolizzato di Treviri, la cui dottrina ha fatto da argine ai liquami ideologici che cercavano di penetrare da tutte le parti nella mia peraltro debole faglia intellettiva.

D’altra parte, come la stragrande maggioranza degli individui che formano la cosiddetta opinione pubblica mondiale anch’io non posso vantare un background di conoscenze scientifiche tale da consentirmi un autonomo potere discrezionale da esercitare nei confronti delle tesi che si confrontano nel dibattito internazionale sui cambiamenti climatici: essi sono dovuti alle “attività antropiche” o a cause naturali? Di più: ma è proprio vero che siamo dinanzi a significativi, cioè scientificamente apprezzabili, cambiamenti climatici? Quello che ho capito districandomi nella complessa “problematica” è che basta aggiungere o omettere una serie di dati considerati graditi/sgraditi per dimostrare la bontà di una tesi (il global warming è reale ed è provocato dalle attività umane ecologicamente insostenibili) e di quella opposta (ancora oggi i mutamenti climatici sono dovuti essenzialmente a cause naturali, a cominciare dall’azione del Sole sul pianeta). Ci si chiede da che parte stare obbligandoci a un atto di fede! E io da che parte mi schiero? Mi viene in mente una vecchia pubblicità: «Fa caldo, fa freddo, fa tiepido». Oggi qualcuno sulla stampa ha scritto che il riscaldamento è globale ma il freddo (soprattutto quello sociale, alleato dei “populisti” alla Trump *) è locale: insomma la confusione, nella testa di molti (a cominciare dalla mia!), è tanta.

Come ho detto, non sono in grado di elaborare sul global warming, come su altre questioni che richiedono una certa competenza scientifica, una mia autonoma posizione che possa definirsi, non dico scientifica, ma quantomeno seria, che non sia cioè solo il frutto del mio narcisistico bisogno di apparire un tuttologo agli occhi del mondo, che peraltro giustamente non si cura di me. Certo, la tentazione “tuttologa” c’è, ed è forte (si nutre anche della mia forte ostilità nei confronti della concezione specialistica dei problemi: solo i medici possono parlare di questo, solo i fisici possono parlare di quello, ecc.), ma cerco di resisterle.

Mi capita spesso di dare ragione all’una o all’altra tesi a confronto in materia di mutamenti climatici in ordine di lettura, di ascolto o di visione: mi convince la tesi “positivista” di chi dimostra oltre ogni ragionevole dubbio la relazione tra emissioni di “gas serra” e riscaldamento del pianeta, e poi, solo dopo pochi minuti, mi lascio convincere dal “negazionista” che dimostra, sempre oltre ogni ragionevole dubbio e sciorinando la consueta messe di inoppugnabili “evidenze scientifiche”, che in realtà non esiste alcuna prova circa quella demoniaca correlazione. La cosa naturalmente vale a parti invertite. Com’è possibile? Chi ha dunque ragione? Qualcuno cerca forse di vendermi del cibo avariato spacciandolo per ottima e freschissima pasta alla Norma? Di sicuro le tesi a confronto non possono essere entrambe vere. Purtroppo, e come ho già confessato, non ho le giuste competenze per dare ragione a una tesi e torto all’altra, e così mi vedo costretto a costruire ponti politico-concettuali, non scientifici (quantomeno nell’accezione comune del concetto di scienza), da gettare in direzione della verità.

So ad esempio che il rispetto ambientale cui debbono attenersi le «attività antropiche» (secondo lo standard internazionale Anti-pollution) sono già da tempo entrate a pieno titolo nelle aggressive strategie concorrenziali delle grandi imprese multinazionali tecnologicamente più avanzate del pianeta: infatti, attraverso le politiche aziendali “rispettose” della sicurezza sul lavoro e dell’ambiente il grande Capitale mette fuori mercato la media e la piccola impresa, ma anche la stessa grande impresa che non riesce a tenere il passo con quelle aggressive e costose politiche “eticamente corrette”. Standard qualitativi e competizione/concentrazione capitalistica sono due facce della stessa medaglia. Lo “scandalo” Volkswagen scoppiato negli Stati Uniti nel 2015 si spiega anche con quanto appena detto. Sul terreno della competizione capitalistica globale anche le benemerite Organizzazioni Non Governative dedite alla salvezza del pianeta stanno dando un notevole contributo.

Vogliamo poi parlare del colossale giro d’affari che c’è dietro al movimento d’opinione mondiale che promuove il superamento delle tecnologie che consumano combustibili fossili? Tifo forse per il carbone, il petrolio e il gas naturale? Ma è proprio l’atteggiamento di tifoseria che contesto! Un atteggiamento a cui ci costringono i padroni del mondo, abbiano o meno essi un’anima “verde” o “nera”, che finanzino lobby del petrolio e del carbone piuttosto che quelle delle pale eoliche e dei pannelli fotovoltaici, ecc. Green o black, per me il Capitalismo ho sempre lo stesso colore, un colore che non mi è mai piaciuto e che, se possibile, mi piace sempre meno, soprattutto nella sua variante “ambientalista”, specchietto per allodole e per mosche cocchiere.

Leggo da qualche parte: «Bisogna decidersi a seguire i messaggi che ci vengono dalla scienza: nessuno ormai è in grado di contestare seriamente che il clima stia cambiando e che la componente antropica sia molto importante, in tale mutamento, benché anche in questo campo qualche “negazionista” ogni tanto si trovi». Perché criminalizzare come «negazionista», con evidente e odiosa allusione a chi nega lo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti, chi sostiene tesi contrarie al mainstream sul riscaldamento globale? «È indubbiamente difficile, quest’inverno, convincere la gente che la neve e il freddo degli ultimi giorni non sono che un’altra faccia dello stesso problema, e che tutti i veri scienziati concordano che la temperatura globale si sta alzando». E gli scienziati che sostengono la tesi contraria non sono «veri scienziati»? Posso sbagliarmi, ma nella tifoseria che sostiene il global warming c’è un di più di faziosità fanatica rispetto alla tifoseria opposta, forse perché il ciclopico compito di salvare (nientemeno!) la vita sul nostro pianeta può generare in qualche testa un eccesso di euforia ideologica. Ovviamente do per scontato che il solito zelota ambientalista mi metta fra i “negazionisti” – purtroppo non registrato sul libro paga della demoniaca lobby dei petrolieri.

Una volta Georges Sorel disse che le masse, per produrre eventi socialmente apprezzabili, non hanno bisogno di storia – né di scienza, potremmo aggiungere – ma di miti; ho come l’impressione che anche una certa concezione scientifica, messa al servizio della propaganda politica, possa annoverarsi fra i moderni miti.

A proposito di “negazionisti”! Secondo Antonio Zichichi, celebre fisico e divulgatore scientifico, nonché professore emerito del dipartimento di fisica superiore dell’Università di Bologna, «Occorre distinguere nettamente tra cambio climatico e inquinamento. L’inquinamento esiste, è dannoso, e chiama in causa l’operato dell’uomo. Ma attribuire alla responsabilità umana il surriscaldamento globale è un’enormità senza alcun fondamento: puro inquinamento culturale. L’azione dell’uomo incide sul clima per non più del dieci per cento. Al novanta per cento, il cambiamento climatico è governato da fenomeni naturali dei quali, ad oggi, gli scienziati, come dicevo, non conoscono e non possono conoscere le possibili evoluzioni future. Ma io sono ottimista» (Il Mattino). Beato lui! Scherzi a parte, tutto questo discorrere di climate change rischia di mettere in ombra ciò che è certo, ossia il terribile inquinamento del pianeta ad opera dell’economia basata sullo sfruttamento sempre più intensivo e scientifico di uomini e natura. E infatti, l’aspetto più comico, per così dire, del minacciato ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’intesa sul contenimento delle emissioni (firmata da 195 paesi a Parigi nel dicembre di 2 anni fa) è che la Cina, il cui Turbocapitalismo ha distrutto nel volgere di pochi decenni fiumi, laghi, mari, cieli, boschi, animali e uomini (**), oggi venga annoverata, insieme all’Unione Europea, fra i Paesi-leader del “movimento ambientalista mondiale”! Il premier cinese Li Keqiang ha dichiarato: «Le relazioni tra la Cina e l’Unione Europea devono rimanere stabili e consolidarsi per rispondere all’instabilità di questo mondo. Ciò richiede uno sforzo instancabile da parte nostra». Come si fa a non commuoversi davanti a una siffatta prova di abnegazione nella difesa delle sorti del nostro amato Pianeta?

È appena il caso di ricordare che negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso la Cina e l’India accusavano, a ragione dal loro capitalistico punto di vista, i Paesi economicamente e socialmente più avanzati di voler usare le politiche ambientali come una clava per azzoppare le loro ambizioni nazionali. Essi parlavano di «imperialismo ecologico» dell’Occidente – e, in parte, del Giappone. Oggi sono soprattutto i Paesi africani che rivolgono quell’accusa al cosiddetto Primo mondo: «il petrolio e il carbone forse creeranno problemi al pianeta fra un secolo, ma da noi la gente muore di fame oggi, e tutti i giorni». In effetti, come diceva quello, nei tempi lunghi siamo tutti defunti.

Che la vera posta in gioco sul global warming sia di natura economica (industriale, commerciale, tecnologica, scientifica) e geopolitica si evince bene dalla citazione che segue (ma potrei citare altri mille analisti economici e politici): «Premessa personale, per quello che vale. Metterò deliberatamente da parte le mie convinzioni, poiché sono un “ambientalista scettico”, per usare l’arcinota definizione che di sé diede nel 2001 in un famoso libro Bjørn Lomborg, secondo il quale moltissime delle assunzioni sul contributo umano agli andamenti climatici sono forzate e scientificamente non comprovate. Ma se la partita è politica, si può considerare il ritiro americano anche da un altro punto di vista. Cioè come una grande occasione per l’Europa, se seguendo l’impulso di Macron su questi temi decidesse essa di diventare il grande interlocutore di Cina e India. Nessuno può oggi prevedere come reagirebbero i due giganti asiatici al ritiro americano, visti i piani e costi enormi di contenimento delle emissioni e di decarbonificazione in teoria loro richiesti, ma che comunque moduleranno unilateralmente. Se Trump agisce per le vie brevi, facendo bocciare COP21 dal Senato che non l’ha mai ratificato, allora per l’Europa sarebbe necessario uno scatto di reni immediato. Sarebbe però un’ottima cosa: perché trascinerebbe con sé grandi accordi di cooperazione tecnologica e commerciale, energetica e anche di sicurezza comune. È un’idea non troppo utile negli effetti complessivi e molto onerosa se adottata unilateralmente. Ma è al contempo invece una piattaforma interessante, se l’Europa assumesse la decisione di rilanciarla a Cina e India per un grande negoziato comune, basato su strumenti di cooperazione e sostegno, per fare della sostenibilità ambientale in quei giganti mondiali una grande sfida comune tra Europa e Asia. Sarebbe la maniera più intelligente per rispondere a un’America che non crede affatto all’esistenza di un’Europa capace di farsi protagonista internazionale. Ma sarebbe una scommessa interessante dal punto di vista geopolitico, se non vogliamo rassegnarci al ruolo di vasi di coccio tra vasi di ferro» (Oscar Giannino). Anche un «ambientalista scettico» («È un’idea non troppo utile negli effetti complessivi»), un sostenitore senza se e senza ma del liberoscambismo più ortodosso, può dunque tranquillamente sostenere la “rivoluzione ambientale” propugnata da Al Gore e dalla sua benemerita (faccio della facile ironia) compagnia di giro assai politically correct sui temi della sostenibilità ambientale, della pace e la fame nel mondo e su altre magagne oggetto della filantropia progressista. Tra l’altro, la riflessione di Giannino si ricollega alla questione dell’Unione Europea come polo imperialista autonomo di cui scrivevo in un post precedente.

Il vincolo ambientale è un potente fattore di ristrutturazione tecnologica che non può non causare vincenti e perdenti in ogni strato della società: in alto, tra i capitalisti, e in basso, tra i lavoratori. Ed è esattamente ai perdenti della globalizzazione e della “rivoluzione ambientalista” che Trump si rivolge per costruire la sua base sociale-elettorale da mettere al servizio degli interessi di almeno una parte della classe dominante americana.

In una pausa del XIX Forum economico di Pietroburgo, il virile Putin ha fatto dell’ironia (anche lui!) sugli strali che sono piovuti addosso all’amico (?) Trump dopo le sue dichiarazioni sugli accordi “climatici” di Parigi: «Siamo grati al presidente Trump [perché adesso si possono addossare a lui tutte le colpe]. Pare che oggi a Mosca abbia nevicato, qui [a San Pietroburgo] piove, ora si può dare la colpa di tutto a lui, all’imperialismo americano». La battuta putiana coglie bene un aspetto della questione che ormai da vent’anni è oggetto di Conferenze internazionali, dibattiti scientifici, diatribe politiche, battaglie culturali, giganteschi finanziamenti: la fortissima carica ideologica che contraddistingue il movimento ecologista più organizzato e militante. Alcuni analisti attribuiscono questo fatto a quei “comunisti” che dopo la caduta del Muro di Berlino, presi dal più cupo sconforto ideologico, riversarono il loro viscerale “anticapitalismo” appunto sul movimento ecologista.

Le attività industriali causano il global warming? Benissimo! Cioè malissimo: urge la rivoluzione sociale anticapitalistica mondiale! Le   attività industriali solo in minima parte sono responsabili del global warming? E chi se ne frega! In ogni caso urge la rivoluzione sociale anticapitalistica mondiale, semplicemente perché il Capitalismo è insostenibile da tutti i punti di vista, a cominciare da quello squisitamente umano. Senza contare l’inquinamento dell’aria, dell’acqua, dei mari e dei cieli che nessuno nega, così come nessuno nega la deforestazione e la desertificazione di intere aree del mondo dovute allo sfruttamento capitalistico delle risorse umane e naturali. In ogni caso, come scrive Giannino «la partita è politica», e in quanto tale ognuno è titolato a dire la sua sul global warming come su qualsiasi altra questione che tocca la nostra vita.

 

(*) «Non esageriamo con questa storia della reductio ad Hitlerum di Trump. Anche Hitler era un cialtrone, ma purtroppo per noi e per sei milioni di ebrei d’Europa era un cialtrone ben organizzato, e si appoggiava su cose vere come l’umiliazione tedesca dopo la guerra e in conseguenza dei gravami imposti alla Germania, aveva alle spalle l’invenzione del fascismo italiano, l’inflazione alla venezuelana della Repubblica di Weimar, il mito della razza e il mito del Reich. Trump cazzeggia su Pittsburgh» (Il Foglio). Si tratta del primo gesto di distensione dell’Elefantino nei confronti del fin qui disprezzato Trump?
(**) Rimando a un mio post del 2013 Sui villaggi del cancro in Cina, ossia la sostenibilità con “caratteristiche cinesi”.

Leggi anche:

Salvare il pianeta! Ma da quale catastrofe esattamente?; Aspettando il giorno del giudizio; Capitalismo e termodinamica. L’entropia (forse) ci salverà; Accelerazionismo e feticismo tecnologico.