MAL’ARIA

In ricordo di Rhoda e degli altri sommersi

 

Benché inglobati e trascinati senza requie dalla folla
innumerevole dei loro consimili, essi soffrono e si
trascinano in una opaca intima solitudine, e in solitudine
muoiono o scompaiono, senza lasciar traccia nella
memoria di nessuno (P. Levi, Se questo è un uomo).

Il reportage sui lager libici pubblicato domenica scorsa da Avvenire conferma quello che in Italia e nella civilissima Europa sanno tutti: i migranti che non stanno arrivando nel nostro Paese, in Spagna e in Grecia sono precipitati nel «buco nero delle prigioni clandestine libiche», infernale abisso che «ha numeri da Terzo Reich: circa 400mila i profughi “contabilizzati” dalle autorità di Tripoli, ma quelli rimasti imprigionati sono molti di più: secondo stime ufficiose confermate anche da fonti di intelligence italiane, sarebbero tra gli 800mila e il milione». Nei lager che anche il nostro Paese rende possibile, sono soprattutto le donne a pagare il prezzo più salato alla ricerca di una vita migliore: «Il blasfemo jihad degli stupratori libici si compie ogni sera, dopo che le autobotti [carichi di nafta] dei contrabbandieri tornano indietro. “Allah Akbar”, urlano mentre torturano gli uomini e assaltano le donne. Accanto alla vittima mettono un telefono mentre picchiano più duro, così che i malcapitati implorino pietà e altri soldi dai parenti rimasti nei villaggi». Giovani donne finite nelle mani degli aguzzini, ex scafisti riconvertitisi in guardie stipendiate a quanto pare anche con denaro proveniente dal governo italiano, preferiscono darsi la morte, pur di farla finita con stupri e umiliazioni d’ogni genere.

«Da qualche settimana, dicono i trafficanti di gasolio, c’è solo gente che entra e nessuno che va via coi gommoni. Una situazione esplosiva che fa essere gli scafisti ancora più cattivi, forse per il timore di non poter fronteggiare da soli una rivolta di centinaia di persone. Le finestre degli stanzoni dei migranti sono coperte da drappi che impediscono di vedere bene all’interno. Poi per un istante, lo straccio che fa da tenda viene scostato. Osserviamo un ammasso indistinto di esseri umani accucciati per terra. Uomini donne e bambini addossati a gruppi di trenta o quaranta per stanza. Ogni vano non supera i cinquanta metri quadri. Di colpo gli sguardi di mille occhi si alzano verso la finestra. E ci guardano. Qualsiasi gesto, un saluto, un sorriso, una smorfia di rabbia o di compassione, suonerebbe come beffardo o una nuova umiliazione». Sì, dinanzi all’orrore è meglio tacere, o distogliere lo sguardo, e pensare che dopo tutto paghiamo i politici perché siano loro a prendersi cura del mondo. Molti pensano, e non pochi anche dicono (viva la sincerità!), che l’obiettivo è stato comunque raggiunto: frenare in qualche modo l’«invasione» del sacro suolo nazionale da parte di gente che ci porta solo problemi: «Aiutiamoli a casa loro!». Occhio che non vede, cuore che non duole, coscienza che non pesa. E poi questi africani, con rispetto parlando, «dopo la miseria ci portano le malattie» (Libero Quotidiano). «Non abbiamo amici in quelle zone», sostiene il cattivo (e perciò credibile) Edward Luttwak: «stare fuori è l’unica soluzione. Altrimenti occorre ripristinare Stati di stampo coloniale». È ciò che d’altra parte si stanno impegnando a fare alcuni Paesi europei, Italia inclusa. «Nostre fonti, ma ora anche alcuni media libici tra al-Wasat e Erem, hanno riferito dell’incontro in Libia questa sera del ministro dell’Interno italiano, Marco Minniti, con il generale di Tobruk, Khalifa Haftar. Infatti dopo essere stato ad Algeri, Minniti si sarebbe recato a Bengasi, dove avrebbe incontrato il generale “di Tobruk” presso il suo ufficio situato nella base di al-Rajmeh, a sud della città della Cirenaica. […] Il meeting, avvenuto nel silenzio dei media italiani, avrebbe avuto ancora una volta al centro il tema dell’immigrazione, cosa probabile visto il ruolo del ministro dell’Interno» (Notizie Geopolitiche). Finalmente un Ministro dell’Interno come si deve! Anche la pelata ministeriale s’intona bene, a me pare, con la virile quanto vitale (per l’ordine sociale e la sicurezza nazionale) funzione.

«Zuara. È qui che Rhoda è morta dopo le prime notti in balia dei capricci degli scafisti. Era un anno fa. Dicono si sia ammazzata mentre tutti dormivano. Prima, cercava qualcosa con cui sfigurarsi. Acido, candeggina, oppure del fuoco. Fino a quando – racconta l’amica – trovò la lama di un rasoio usato dai migranti maschi». «Dicono si sia ammazzata mentre tutti dormivano»: anche qui da noi tutti dormono, o fanno finta di dormire, per poter dire (soprattutto a se stessi): «Ma io non sapevo, io dormivo, io non c’entro». Come no! «Considerate se questa è una donna. Senza capelli e senza nome. Senza più forza di ricordare. Vuoti gli occhi e freddo il grembo. Come una rana d’inverno» (P. Levi, Se questo è un uomo). «Ma io non sapevo, io dormivo, io non c’entro». Come no!

«In Germania non si può paragonare la crisi dei migranti all’Olocausto degli ebrei, nemmeno se a farlo è un artista. Ha ricevuto critiche durissime la performance dal titolo Auschwitz on the Beach scritta dal filosofo e attivista bolognese Franco “Bifo” Berardi» (Il Fatto), il quale denuncia «la bigotteria di gente che ha ripetuto molte volte “mai più Auschwitz” e tuttavia non tollera che qualcuno gli faccia presente che in realtà Auschwitz sta accadendo di nuovo sotto i nostri occhi e con la nostra complicità». Bravo Bifo! La radice sociale che ha reso possibile lo sterminio pianificato di uomini, donne, vecchi e bambini (anche di quelli “attenzionati” dalle democratiche Fortezze Volanti) nella Seconda guerra imperialista è tutt’altro che morta, e il “realismo” che dimostriamo nei confronti delle “sciagure lontane” lo testimonia nel modo più evidente.

«Noi occidentali», osserva ancora Bifo, «dobbiamo far fronte alle conseguenze di secoli di colonialismo e di quindici anni di guerra ininterrotta, di cui siamo totalmente responsabili. Ora, l’enorme debito che abbiamo accumulato, non vogliamo pagarlo. Ci rifiutiamo di investire le enormi somme di denaro necessarie per l’accoglienza dei migranti e preferiamo darle a Banca Etruria, al Monte dei Paschi e al sistema finanziario europeo. Bene, questo atteggiamento provoca la guerra. Una guerra che è già cominciata e che non vinceremo, perché abbiamo a che fare con un immenso esercito di disperati. Perderemo tutto. Perderemo la vita di molta gente, perderemo la democrazia e il senso dell’umanità». Questa lamentela da occidentale critico invece non mi piace neanche un poco, anche perché sembra inclinare verso il solito piagnisteo “populista”, antifinanziario e antiliberista («quell’espressione ha provocato la bigotteria del ceto neoliberale tedesco.). Nella mia qualità di “proletario critico” mi auguro piuttosto una saldatura tra la classe subalterna d’Europa e «l’immenso esercito di disperati» alla ricerca di una vita migliore, e certamente non mi spaventa neanche un poco la prospettiva di perdere la «democrazia [ossia l’attuale forma politico-istituzionale che assume il dominio di classe] e il senso dell’umanità [degli “occidentali”?]»: come diceva quello, i proletari non hanno niente da perdere e un mondo da conquistare.

«Distruggere l’uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice» (P. Levi, Se questo…). Qui si parla di tutti noi, beninteso. Almeno io la vedo così. Più volte nei miei modesti post ho scritto che fino a quando non apparirà sulla scena «un’umanità socialmente sviluppata» (Marx), «un’umanità al suo livello più alto» (Schopenhauer), tutto il male astrattamente concepibile è pure molto probabile, anche ai danni di chi al momento pensa di esserne al riparo semplicemente perché crede di essere nato nella parte fortunata del mondo. Salvo ritrovarsi in casa la guerra sotto forma di attentati terroristici. Intanto, mentre rimandiamo sine die la creazione dell’uomo, ossia la realizzazione delle condizioni sociali che rendano possibile l’esistenza dell’uomo in quanto uomo su questo piccolo pianeta, la ruota della fortuna continua a girare, sempre più rapidamente, sempre più minacciosa. Non c’è dubbio, tira una pessima aria: mal’aria, appunto, e tutti – salvo chi legge, si capisce – ne siamo contagiati. «Ai vaccini, presto!» Auguri!

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CRISI COREANA. A CHE PUNTO È L’APOCALISSE NUCLEARE?

Qualcosa di veramente importante deve accadere (N. Halley).

 

A quella parte di opinione pubblica occidentale meno avvezza all’analisi dei processi geopolitici il comportamento del regime nordcoreano appare inspiegabile, almeno sulla scorta dei “normali” paradigmi politici: «Perché rischiare continuamente il proprio annientamento da parte della superpotenza statunitense? Come si spiegano queste continue provocazioni?». Per fortuna ci vengono in soccorso gli analisti geopolitici abituati a tradurre anche gli atteggiamenti apparentemente meno razionali delle classi dirigenti di un Paese in termini di rapporti di forza e di interessi sistemici.

Per Franco Semprini (La Stampa), ad esempio, «L’escalation riflette – sembra – un irrigidimento della situazione interna con il manipolo dei militari che controllano il potere, inclini a creare un vero clima di terrore nel quale prosperano e fanno cassa». Un’analisi condivisa anche da Guido Keller (Notizie Geopolitiche): «il regime continua nella sua dialettica da guerra rivolta all’esterno ma anche all’interno per giustificare ad un popolo costretto in alcune parti rurali alla fame le ingenti spese militari. La realtà è quella di una Corea del Nord sempre più isolata, anche dalla storica alleata Cina, e di un regime che per sopravvivere deve mostrare continuamente i muscoli. Di certo non è l’immagine di un piccolo Davide contro Golia». Eppure anche in Italia ci sono personaggi, tutti militanti nell’area sovranista (di “destra” e di “sinistra”) e “antimperialista” (notare le virgolette), inclini a simpatizzare con il “Davide” nordcoreano nella sua qualità di inarrivabile modello di resistenza antiglobalista.

Si tratta di vedere fino a che punto il Caro Leader nordcoreano è libero di manovrare sulla base di una precisa strategia geopolitica o non sia piuttosto ostaggio della “cricca militare” che avrebbe moltissimo da perdere in caso di regime change provocato da una disfatta militare o da un improvviso collasso del regime sottoposto a spinte sociali diventate incontenibili. Semprini invita a non sottovalutare «le fobie complottistiche» del giovane Kim, le cui paranoie sembrano irrobustirsi e moltiplicarsi col crescere del deserto politico che lo circonda in seguito alla “scomparsa” e alla morte più o meno “misteriosa” (e reale) di fratellastri e parenti d’ogni genere e grado; tuttavia la follia dei Cari Leader di turno non ha mai spiegato molto (da Stalin a Hitler), mentre a mio avviso è piuttosto sull’irrazionalità (o disumanità) dei tempi che occorre riflettere per comprendere l’essenza dei processi sociali che si dispiegano a scala nazionale e mondiale. La crisi coreana getta un potente fascio di luce su ciò che ho definito Sistema Mondiale del Terrore, che poi è uno dei diversi nomi che si possono dare agli interessi economici e geopolitici che fanno capo a grandi, medie e piccole Potenze, interessi che pretendono di venir soddisfatti con tutti i mezzi necessari: da quelli più “pacifici” a quelli più violenti. Anche il “vecchio” termine Imperialismo va benissimo, e come sempre, almeno all’avviso di chi scrive, esso va attribuito a tutti gli attori in campo, grandi o piccoli che siano, “simmetrici” e “asimmetrici”. Dalla Corea del Nord agli Stati Uniti, dall’Italia al Giappone, dalla Germania a ovunque nel mondo: siamo tutti vittime e ostaggi di un Sistema che per sopravvivere mette nel conto anche la morte di migliaia o di milioni di persone. Possiamo parlare con un certo rigore “scientifico” di “effetto collaterale” della continuità del Dominio. Ma non divaghiamo!

Limes

Certamente il Giappone si servirà della minaccia nordcoreana per accelerare il processo di revisione costituzionale e di riarmo intrapreso già da tempo da Shinzo Abe; già si parla di una deterrenza nucleare indipendente giapponese, cosa che inquieta non poco americani, russi e cinesi. Pare che anche l’Australia stia valutando la possibilità di incrementare la propria flotta navale «per far fronte al comportamento molto irregolare della Corea del Nord», come ha dichiarato il ministro della Difesa e dell’Industria Christopher Pyne ai giornalisti del suo Paese. La Cina è sempre più irritata nei confronti del suo storico alleato proprio perché esso non solo crea instabilità sistemica ai suoi confini, ma anche perché può innescare dinamiche geopolitiche capaci di intaccare in profondità la sua strategia di “pacifica e armoniosa” penetrazione economica regionale e mondiale. Probabilmente per Pechino l’ideale sarebbe un bel colpo di Stato in grado di installare a Pyongyang un “socialismo con caratteristiche nordcoreane” molto simile a quello cinese.

Molti nella Corea del Sud ritengono che il giorno della riunificazione delle due Coree sotto la bandiera «della democrazia, della libertà e della prosperità» (secondo i canoni fissati dall’esperienza tedesca nel 1989, l’annus horribilis per gli stalinisti di tutto il mondo) sia ormai vicino, e che l’escalation bellicista nordcoreana vada interpretata come un estremo tentativo di salvezza da parte del regime veterostalinista di Pyongyang. Scrive oggi Alberto Negri sul Sole 24 Ore: «Il regime di Pyongyang non è così folle come viene descritto. Quello che gli Stati Uniti non hanno mai voluto garantire è la continuità della dinastia nordcoreana al potere da 60 anni: per Washington, ma anche per Seul, l’obiettivo di medio-lungo termine è la riunfificazione della penisola coreana. Un traguardo che la Cina non ha nessuna intenzione di agevolare perché significa avere le truppe americane in casa, cosa che del resto avverrebbe anche in caso di guerra». La matassa è davvero ingarbugliata. Dove sta la ragione, e dove il torto?

«Formalmente sono tutti impegnati a raggiungere l’obiettivo della denuclearizzazione della penisola coreana. Le convergenze tuttavia si fermano qui. Usa e Giappone favoriscono, almeno in linea di principio, il cambio di regime. La Corea del Sud è ostile al regime ma ne teme il collasso perché porterebbe a forti tensioni Usa-Cina e causerebbe un fiume di profughi dal Nord. Russia e Cina diffidano del regime ma non vogliono che crolli perché temono possa portare ad un aumento dell’influenza americana nell’area» (Huffington Post). Il regime nordcoreano gioca una pericolosissima partita a poker cercando di avvantaggiarsi delle contraddizioni e degli opposti interessi che dividono gli uni dagli altri i Paesi direttamente coinvolti nella partita, la cui posta in gioco, è bene ricordarlo, vale il sacrificio delle vite di moltissime persone. Di qui i continui rilanci (di missili), che per adesso mettono in difficoltà gli assai più potenti avversari. Ma l’azzardo non sempre premia. «Gli Stati Uniti hanno dialogato con la Corea del Nord e pagato denaro frutto di estorsione per 25 anni. Il dialogo non è la risposta», ha detto Donald Trump. «Qualcosa di veramente importante deve accadere», ha dichiarato l’altro ieri Nicki Halley, ambasciatrice degli Stati Uniti alle Nazioni Unite; meglio prepararci al peggio, anche solo per non lasciarci sorprendere da eventi che purtroppo non riusciamo a controllare.

Giustamente Fabrizio Poggi (Controcampo) nota come i massmedia mainstream occidentali mettano in risalto le «provocazioni» messe in atto dal regime nordcoreano, mentre nulla essi dicono a proposito delle pur vistose «provocazioni» dei suoi nemici: «In questo caso, il TG2 non ha parlato di provocazioni: non lo prevede il palinsesto delle manovre “Ulchi-Freedom Guardian” (UFG) in Corea del Sud, che simulano l’invasione della RDPC. Soltanto Xinhua riporta le dichiarazioni nordcoreane, secondo cui il test di ieri rappresenta appunto la risposta alle manovre UFG, cui prendono parte 17.500 marines USA, reparti sudcoreani, britannici, australiani, canadesi, colombiani, danesi, olandesi e neozelandesi, per un totale di oltre 50.000 soldati». Tuttavia leggendo l’articolo di Poggi mi sembra che alla fine le sue simpatie vadano alla «Repubblica Democratica Popolare di Corea» e al suo Caro Leader, il quale «ha aggiunto ieri provocazione alla provocazione ai danni della comunità telespettatrice mondiale: ha imposto alla propria consorte di partorire il terzo figlio». Che simpaticone questo «feroce dittatore»! Posso sbagliarmi ma nell’ironia di Poggi avverto una forte puzza di solidarietà “antimperialista” nei confronti del Caro Compagno Kim.

Per capire fino a che punto la paura di non venir fagocitati da nemici e “amici” possa essere micidiale per la vita della “gente comune” basta pensare alla Cambogia dei Khmer rossi o all’Albania “socialista” di Enver Hoxha. Il regime dinastico nordcoreano è nato con la sindrome dell’accerchiamento e ha strutturato l’intera società per scongiurare la perdita dell’indipendenza nazionale del Paese, cosa che peraltro costituisce una miserabile menzogna se si pensa fino a che punto la Corea del Nord dipende dalla Cina sotto ogni aspetto. In ogni caso, sulla base di quella “sacra e imprescindibile” necessità si sono creati interessi materiali e politici (vedi Partito dei Lavoratori [sic!] di Corea e Esercito del Popolo [arisic!] Coreano) che non sarà facile sradicare, come sa benissimo soprattutto la leadership cinese, desiderosa di promuovere una “Primavera con caratteristiche cinesi”, anche per prevenire una ben più minacciosa “Primavera con caratteristiche americane” – o sudcoreane/giapponesi.

Come ho scritto in altri post le ragioni della Corea del Nord sono legittime esattamente come lo sono le ragioni che fanno capo alla Corea del Sud, al Giappone, alla Cina, alla Russia, agli Stati Uniti e a ogni altra Nazione e Potenza grande e piccola di questo capitalistico mondo. Quello che, a mio avviso, bisogna capire è che si tratta di ragioni radicate nella disumana dimensione del Dominio sociale, le quali non hanno nulla a che fare con le ragioni di «Un’umanità socialmente sviluppata» (Marx), di «un’umanità al suo livello più alto» (Schopenhauer), di «una più elevata formazione economica della società» (Marx), insomma con le ragioni di una Comunità autenticamente – o semplicemente – umana che la Società-Mondo del XXI secolo nega nel modo più brutale e ottuso mentre, al contempo, ne lascia intravvedere la straordinaria possibilità. Invito insomma a guardare la crisi nordcoreana, come ogni altra crisi (siriana, ucraina, ecc., ecc.), non dal punto di vista degli interessi nazionali in gioco (ripeto, tutti legittimi sulla base di questa escrementizia società mondiale), come sempre celati sotto la spessa coltre della propaganda («lottiamo per la democrazia e la libertà!», «la nostra è un’ingerenza umanitaria!», «lottiamo per l’indipendenza e la dignità della nostra amata Nazione!»), ma dalla prospettiva di chi non ha nulla da guadagnare e molto da perdere nella guerra sistemica permanente tra nazioni e capitali. «Si rimprovera ai comunisti di voler sopprimere la patria, la nazionalità. Gli operai non hanno patria. Non si può toglier loro ciò che non hanno» (Il Manifesto del Partito Comunista).

A proposito di comunismo! Scrive Slavoj Žižek nel suo Problemi in paradiso. Il comunismo dopo la fine della storia (Ponte alle Grazie, 2015): «La Corea divisa non è forse l’espressione più chiara, quasi clinica, della crisi in cui siamo precipitati dopo la fine della Guerra fredda? Da una parte, la Corea del Nord incarna il vicolo cieco del progetto comunista del ventesimo secolo; dall’altra, la Corea del Sud è al centro di uno sviluppo capitalistico impetuoso che l’ha portata a livelli strepitosi di prosperità e modernizzazione tecnologica (Samsung sta minacciando perfino il primato di Apple)». Il celebre intellettuale sloveno chiama «progetto comunista del ventesimo secolo» ciò (stalinismo, maoismo, ecc.) che a mio modesto avviso nulla a che fare aveva con il progetto di rivoluzione sociale e di emancipazione universale del comunismo, mentre aveva interamente a che fare con il capitalismo (più o meno “di Stato”) e con l’imperialismo. Ancora Žižek: «Per comprendere lo speciale status ideologico della Corea del Nord non possiamo evitare di chiamare in causa la mitica Shangri- la del romanzo di James Hilton Orizzonte perduto: una valle tibetana in cui la gente conduce una vita modesta ma felice, totalmente isolata dalla corrotta civiltà globale e sotto il comando benevolo di una élite erudita. La Corea del Nord è quanto di più simile a Shangri-la ci sia nel mondo reale». Questa evocazione/analogia letteraria di Žižek mi appare quantomeno infondata, per non dire altro…

Aggiunta da Facebook

VOGLIO UN BUNKER!

Da Il Giornale: «Minacce terroristiche e crisi internazionali stanno letteralmente facendo schizzare il mercato immobiliare legato a questi rifugi inespugnabili. A investire di più in questo settore sono i guru della Silicon Valley. Tutti hanno scelto luoghi più o meno sperduti per creare le loro case sotterranee a prova di bomba nucleare. Una delle mete più ambite sembra essere la Nuova Zelanda, con i suoi spazi remoti e incontaminati, che la rendono il luogo ideale per sopravvivere all’Apocalisse. Secondo gli ultimi dati, tutto il settore negli Stati Uniti sta crescendo in modo esponenziale: solo nel 2016 le vendite di bunker sono aumentate del 700 per cento rispetto all’anno prima».

Certo che con un bunker così l’Apocalisse fa un po’ meno paura. Come sempre il Diavolo non è poi così brutto come viene dipinto. Naturalmente i soldi, che pure non danno la felicità (così dicono), aiutano a guardare al futuro con un po’ più di ottimismo. Oggi sono particolarmente positivo, diciamo.

PER TUTTI I REGENI DEL MONDO

Leggo su l’Huffington Post: «Un mare di sospetti. Affari e geopolitica. Armi e petrolio. Pugnalate alle spalle dei “fratelli coltelli” europei e di gole profonde di oltre Oceano. Interviste “sospette”, pilotate per chiudere il caso, e raìs senza scrupoli che in cambio del contenimento dei migranti chiedono miliardi di dollari oltre che il silenzio assoluto sui crimini interni. Libia ed Egitto. Lager e Regeni». Su Affari Internazionali il concetto appena delineato si chiarisce in tutta la sua cinica pregnanza: «C’è un convitato di pietra, a cui ogni tanto si accenna quando si parla dell’assassinio di Giulio Regeni. È una parola all’apparenza rassicurante, e allo stesso tempo saggia. Stabilità. È la stabilità dell’Egitto alla quale dobbiamo guardare con estrema attenzione, nel nostro delicato ruolo politico nel Mediterraneo. È la stabilità dell’Egitto che ci proteggerà dall’attacco dell’autoproclamatosi “stato islamico”. È la stabilità del più importante Paese della costa settentrionale dell’Africa che dobbiamo proteggere, per tutte le ragioni politiche, economiche, strategiche che toccano l’Italia: la crisi libica, le migrazioni, il contenimento dell’integralismo di marca islamista. La stabilità è la nostra trincea e per mantenerla dobbiamo ingoiare bocconi amari. La Realpolitik è razionale, seria. La ricerca di verità e giustizia sul caso Regeni è carica di troppo idealismo». È, mutatis mutandis, la stessa stabilità politico-sociale che la Cina vorrebbe imporre in Venezuela e in tutti i Paesi dell’America Latina per creare un ambiente meno “volatile” e precario per i suoi cospicui investimenti colà indirizzati. Il valore della stabilità non sarà mai apprezzato nel modo corretto dagli “idealisti”, ai quali sfugge la realtà degli interessi e dei rapporti di forza.

Anche Fulvio Scaglione spezza una lancia a favore della realpolitik: «Al resto del mondo del “caso Regeni” non importa nulla. Ce lo dimostrò, nelle settimane successive alla morte di Giulio, il buon François Hollande, socialista francese, che corse al soccorso di Al Sisi con prestiti e nuovi trattati commerciali, ansioso di prendere il posto dell’Italia nei rapporti bilaterali. Nel caso dell’Egitto occorre purtroppo conciliare il dramma e lo sdegno della famiglia Regeni e di tutti coloro che hanno sete di giustizia con l’interesse dell’intero Paese. E questo non può non valutare l’influenza del regime di Al Sisi sulla situazione della Libia (l’Egitto è un grande sponsor del generale Al-Haftar), migranti compresi, e le relazioni economiche tra i due Paesi. A partire magari dal settore energetico e dalla scoperta in acque egiziane, due anni fa, da parte dell’Eni, del più grande giacimento di gas del mondo» (Linkiesta). Chi analizza e riflette ciò che accade nel vasto e capitalistico mondo dal punto di vista degli interessi nazionali (o “del Paese”) non può che condividere questa realistica impostazione.

Gianandrea Gaiani (Analisi Difesa) augura all’Italia un tonificante bagno pragmatico  e avanza il sospetto dell’odioso complotto ai danni del nostro Paese: «In un paese come l’Egitto dove la tortura è legale e centinaia di oppositori scompaiono nel nulla chi aveva interesse a far ritrovare il corpo di Regeni con addosso i segni inequivocabili della tortura nella rotonda più trafficata del Cairo? Solo chi avesse voluto creare un muro nei rapporti tra Italia ed Egitto. […] Chiudere le relazioni diplomatiche con l’Egitto non ci ha dato la verità su Regeni ma ha svantaggiato l’Italia su tutti i fronti in cui i rapporti con al-Sisi hanno un valore strategico, dall’energia alla crisi libica. Meglio non dimenticare che l’Eni ha scoperto al largo di Alessandria un gigantesco giacimento di gas. Non a caso i nostri “alleati/competitor” europei hanno approfittato della crisi con l’Egitto per accaparrarsi un po’ di contratti. Incluso il settore delle armi per le forze egiziane dove l’Italia sembrava in pole position dopo gli incontri tra Renzi e al-Sisi, prima dell’omicidio Regeni e invece il business è andato a francesi e russi». Gaiani ricorda poi che altri cittadini europei sono finiti nella rete dei servizi segreti egiziani: «il caso più importante è forse quello del francese Eric Lang morto all’interno di un commissariato di polizia egiziano. Parigi ha più volte protestato e chiesto giustizia ma senza mai interrompere i contatti col Cairo che dalla Francia ha comprato negli ultimi anni (solo nel settore militare) navi da guerra e cacciabombardieri per 6 miliardi di euro. Non si tratta di accettare violenze, soprusi e omicidi di connazionali in cambio di affari ma di affrontare la questione con pragmatismo e sono in molti a non voler il ritorno di ottimi rapporti tra Roma e Il Cairo, specie a Parigi». Un po’ di sano pragmatismo insomma non guasterebbe, anche perché un eccesso di idealismo rischia di compromettere seriamente e per molto tempo i nostri interessi nazionali avvantaggiando quelli dei nostri «alleati/competitor». Urge chiudere in qualche modo il “caso Regeni”!

Paolo Mastrolilli (La Stampa) illumina un altro aspetto della vicenda: «Una seconda fonte del settore d’intelligence è convinta che Regeni sia stato vittima di una “turf war” fra gli apparati egiziani, in sostanza una guerra interna tra i vari servizi di sicurezza. In questo quadro, la morte di Giulio è stata usata da qualcuno per “scoring points”, cioè segnare punti a danno dei suoi avversari. Al Sisi voleva dare una lezione, e l’arresto del ricercatore italiano rientrava in questo obiettivo. Invece il suo omicidio, e poi l’abbandono del cadavere in strada allo scopo evidente di farlo ritrovare, sono serviti ai responsabili per rendere pubblica la sua tragedia e farne ricadere la colpa sui rivali. Il governo degli Stati Uniti aveva ottenuto le prove “humint” di questa verità, cioè intelligence umana. In altre parole, rivelazioni ricevute da informatori interni agli apparati egiziani, considerati credibili e affidabili. […] Di sicuro l’allora segretario di Stato Kerry era a conoscenza dei dettagli, e li rinfacciò direttamente al collega egiziano Sameh Shoukry, durante un incontro molto teso avvenuto nell’aprile del 2016, a margine del vertice nucleare che gli Usa avevano ospitato a Washington. Il capo della diplomazia americana disse al collega che il caso Regeni era diventato una seria complicazione nei rapporti bilaterali, perché gli Stati Uniti non potevano accettare che i civili di paesi alleati fossero trattati in questa maniera. Davanti alle obiezioni e le smentite di Shoukry, Kerry aveva risposto che l’intelligence americana aveva le prove inconfutabili della responsabilità dei servizi egiziani nell’uccisione di Giulio. Quindi aveva detto che l’unica soluzione accettabile per gli Usa era l’arresto e la punizione dei colpevoli. Questo non è mai accaduto, ma le fonti americane restano convinte che gli egiziani possano farlo». È davvero commovente osservare la prima potenza imperialista del pianeta ergersi a paladina della “verità” e della “giustizia”, sebbene orientate in senso geopolitico: Guantanamo, e non solo, insegna. Gli Stati Uniti non possono accettare che i civili di paesi alleati siano «trattati in questa maniera»: il destino dei civili nati sotto una diversa costellazione imperialistica non è cosa che possa riguardarli. Anche il “senso di umanità” deve dunque inchinarsi dinanzi alla geopolitica. Come sempre invito alla riflessione critica, non all’indignazione moralistica che sovente porta acqua al mulino di una delle parti in competizione, mentre si tratterebbe di far saltare in aria l’intero gioco.

La terribile – ma tutt’altro che eccezionale – vicenda toccata in sorte a Giulio Regeni è insomma finita nel tritacarne degli interessi economici, geopolitici e politici. Com’era d’altra parte inevitabile che accadesse, come nel mio infinitamente piccolo ho cercato di dire fin dall’inizio:

«In ogni caso, personalmente non ho bisogno di vedere i volti – veri o presunti – di chi ha materialmente massacrato «il nostro ragazzo» per condannare senza appello il vero colpevole dell’odioso crimine: il Sistema Mondiale del Terrore (o società capitalistica mondiale che dir si voglia), di cui fanno parte a pieno titolo l’Italia e l’Egitto. Il resto è ricerca del capro espiatorio di turno, cinico accomodamento diplomatico, gestione del potere, propaganda, geopolitica, business, giustizia amministrata per conto dello status quo sociale. Tutto il male del mondo che la madre di Giulio ha visto sul volto martirizzato del figlio è esattamente il vero volto di quel Sistema. Chiedere “giustizia” per Giulio e per tutte le vittime del Moloch può avere dunque, per chi scrive, un solo significato umano e politico: rompere con la logica e con la retorica “del mio Paese” e della “dignità nazionale”. Tanto per cominciare. Impostato il problema nei suoi corretti termini, la stessa richiesta di una “Verità per Giulio” assumerebbe il pregnante significato di una denuncia del regime italiano e del regime egiziano, in particolare, e del regime internazionale delle relazioni interimperialistiche in generale. Dinanzi agli interessi del Capitale e degli Stati la vita umana appare del tutto sacrificabile: lo chiamano “effetto collaterale”. Un movimento d’opinione orientato in quel senso non sarebbe un obiettivo politico disprezzabile, mi sembra. Lo so benissimo, la cosa appare quantomeno “problematica”, e tuttavia…» (Tutto il male del mondo. Quale verità per Giulio Regeni?). «Un massacro in più o in meno non può certo cambiare il mio giudizio su ciò che ho definito il Sistema Mondiale del Terrore (*), concetto che spiega anche la strage di San Pietroburgo. A suo tempo anche Giulio Regeni sperimentò la crudeltà di questo mostruoso sistema terroristico che sfrutta e uccide; tutti i Paesi del pianeta ne sono parte organica, sebbene a vario titolo e con diverso peso specifico» (Un’umanità gasata).

Per capire il mio approccio con il “caso Regeni” è indispensabile sapere che la nazionalità di Giulio mi lascia del tutto indifferente: la sua morte ai miei occhi non è “qualitativamente” diversa da quella di migliaia di giovani egiziani che nel corso degli anni sono “scomparsi” (magari dopo atroci torture) nella più totale indifferenza delle stesse persone che oggi reclamano per la sua terribile vicenda “verità” e “giustizia” solo perché c’è di mezzo l’onore e il prestigio del nostro Paese. Per me la morte di un italiano “pesa” esattamente quanto quella di un egiziano, o di un siriano, o di un libico, insomma di un Giulio Regeni qualsiasi nato in un luogo qualsiasi di questo mondo sempre più violento e disumano. Piango gli offesi, i torturati e gli assassinati senza prima controllare il loro colore della pelle, la loro fede religiosa, la loro nazionalità: mi basta e avanza sapere che degli esseri umani sono stati sacrificati sull’altare di interessi che nulla a che fare hanno con un assetto umano della nostra vita, oggi appunto negato nel modo più ottuso e nichilista. So benissimo che il punto di vista dei genitori di Giulio è completamente diverso dal mio; ma qui si tratta del mio punto di vista, non del loro.

Personalmente trovo rivoltante (ma non inaspettato!) il modo in cui l’Italia, i suoi “alleati” occidentali e mediorientali e i partiti di casa nostra stanno usando l’affaire Regeni per acquistare vantaggi e assestare colpi all’avversario, e di certo la legittima domanda di verità e giustizia deve necessariamente prestare il fianco alla strumentalizzazione da parte del Sistema Mondiale del Terrore se non tiene conto della natura sommamente disumana di questo Sistema.

* Ho elaborato questo concetto con un preciso intento polemico nei confronti della cosiddetta guerra al terrorismo. Rimando al post La radicalizzazione del Male. Ovvero: il Sistema Mondiale del Terrore.