ASPETTANDO I MISSILI…


Tieniti pronta Russia, i missili
arriveranno (Donald Trump).

Come diceva quello, la situazione è assai confusa, ma in compenso non è – mi si consenta una piccola variante – eccellente, tutt’altro, almeno se considerata dal punto di vista di chi è costretto a subire un processo sociale mondiale fondato su interessi che nulla a che fare hanno con il benessere, la libertà e la felicità degli individui. E difatti la sola certezza che mi sento di poter esternare in questo momento, mentre in tutto il mondo si parla di guerra economica (vedi la controversia sui dazi) e di guerra militare (vedi la Siria), riguarda l’irriducibile e irriformabile natura disumana di questa società mondiale, una società che trasuda violenza, odio e precarietà esistenziale da tutti i suoi pori. Ieri ho scritto un post sulla crisi siriana per dire la mia sulla vicenda, e che solo adesso ho la possibilità di pubblicare. Ciò che però adesso m’importa dire, per quel che vale, è che al di là delle analisi più o meno puntuali e intelligenti (e quindi non sto parlando delle mie “analisi”!) intese a penetrare nella complessità e contraddittorietà delle questioni geopolitiche, politiche, militari e quant’altro, ciò che davvero ha senso è conquistare questo semplice concetto: dal punto di vista umano e delle classi subalterne non esiste una sola ragione valida per schierarsi con questa o quella Potenza, con questa o quella Nazione (soprattutto con la propria!), con questa o quella fazione capitalistica, con questo o quel partito, di governo o di opposizione. Oggi, come sempre, in gioco ci sono solo interessi di potere (economico, politico, militare ecc.), e dal mio punto di vista quegli interessi non valgono un solo capello – uno solo dico! – cresciuto sulla testa di un solo individuo.

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Ultim’ora! Mentre scrivo aerei militari da ricognizione degli Stati Uniti sono decollati dalla base americana di Sigonella per raggiungere la regione Mediorientale. Il Premier turco ha dichiarato che, «gas o non gas, Assad se ne deve andare per consentire una soluzione politica della crisi. Assad ha massacrato un milione di civili siriani, e ciò non è accettabile». È invece accettabile il massacro dei curdi da parte della Turchia. Mi viene in mente la favola raccontata da Platone (Fedro): «Un lupo, vedendo un pastore che mangiava carne di pecora, disse: “solleveresti un gran clamore se lo facessi io”». Non so chi legge, ma io vedo in azione solo lupi affamati di bottino. E mi scuso con i lupi in carne ed ossa per l’odiosa analogia! Intanto Israele minaccia il regime siriano: «Cancelleremo la Siria dalle carte geografiche se permetterà all’Iran di attaccarci». Dalla Casa Bianca trapela quanto segue: «Gli Stati Uniti stanno ancora valutando ciò che è avvenuto a Douma. Niente è ancora stato deciso ma il Pentagono ha offerto al Presidente una serie di opzioni militari». Come colpire duramente, molto più che in passato, Bashar al Assad senza scontrarsi direttamente con l’esercito russo? Pare che al Pentagono non sia stata ancora trovata la soluzione a un problema che, com’è facile capire, non è di poco momento. Le “destre unite” del nostro Paese si dichiarano indisponibili a votare un intervento militare italiano contro la Siria e contro la Russia; «Il senatore di Forza Italia, Paolo Romani, esorta il centrodestra ad “alzare la voce sull’assurda minaccia di rappresaglia rispetto al presunto utilizzo di armi chimiche in Siria e chieda al governo di dissociarsi da tali inopportune eventuali azioni. Non è possibile – prosegue – immaginare che Assad nel momento in cui i ribelli jihadisti di Duma si stanno per arrendere abbia utilizzato armi chimiche che avrebbero scatenato la reazione internazionale. Oltre a essere inutile sarebbe un’idea stupida. Auspico, pertanto, che il governo si dissoci”» (il Giornale.it). Forse nemmeno su Contropiano si leggono difese così accorate e puntuali del regime di Damasco!

Il Premier Gentiloni, non ancora scaduto, dice che l’uso dei gas contro la popolazione da parte del regime di Damasco va certamente condannato e duramente sanzionato dal diritto internazionale, e che tuttavia «dobbiamo lavorare per la pace»: che sant’uomo! Il Partito Democratico accusa Matteo Salvini e «l’ammucchiata di destra» di voler portare l’Italia fuori dal tradizionale quadro di alleanze internazionali: sarà il compagno Salvini a guidare il “Nuovo Movimento per la Pace”? Certo è che per la Mummia Sicula ospitata al Quirinale la crisi siriana è un forte argomento da far valere nelle prossime consultazioni politiche con i partiti in vista della formazione del nuovo governo.

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Come spiegare l’improvvisa accelerazione della crisi siriana? Ciò che mi sento di dire con una certa sicurezza è che l’ipotizzato uso di gas da parte del macellaio di Damasco non c’entra niente.

Per gli Stati Uniti si tratta di rintuzzare l’espansione geopolitica della Russia in un’area strategicamente importante come rimane indubbiamente il Medio Oriente; una Russia che, come dimostra il suo attivismo in Europa (vedi la crisi ucraina ma non solo), non vuole retrocedere dal rango di potenza mondiale conquistato nella sua precedenza configurazione politico-istituzionale – naturalmente alludo all’Unione Sovietica, crollata miseramente alla fine degli anni Ottanta inizio anni Novanta. In questa legittima aspirazione il Paese oggi condotto con mano ferma da Vladimir Putin, un faro politico-ideologico per il fronte sovranista europeo (ieri Salvini ha dichiarato che non si fanno le guerre sulla base di un presunto uso di armi chimiche), è spalleggiato dalla Cina, ossia dalla potenza che contende agli americani il primato assoluto nella competizione capitalistica mondiale. Le merci e i capitali Made in Cina ormai dilagano dappertutto e ciò non può non irritare Washington, che difatti sta reagendo all’ascesa imperialistica di quel Paese mettendo in atto una serie di misure economiche e politiche il cui impatto potremo valutare nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Oggi colpire la Russia significa per gli Usa colpire anche la Cina, e viceversa. Con ciò non voglio affatto dire che gli interessi della Russia coincidono perfettamente e strategicamente con quelli della Cina; qui è il breve/medio periodo che importa prendere in considerazione.

Detto questo, non possiamo d’altra parte dimenticare che solo qualche settimana fa Trump aveva dichiarato che gli Stati Uniti avrebbero presto abbandonato la regione siriana presidiata dal loro esercito (oltre duemila soldati), abbandonando così i curdi al loro triste destino, come peraltro sta dimostrando la campagna turca di sistematico annientamento dei curdi chiamata cinicamente ramoscello di ulivo. Certamente l’annunciato disimpegno americano ha irritato non poco l’Arabia Saudita, impegnata in un duro confronto con l’Iran nello Yemen, e Israele, la quale teme più di ogni altra cosa che Trump possa rinverdire la politica di appeasement con il regime iraniano di obamiana memoria. Non sono insomma da escludersi pressioni su Washington da parte degli alleati regionali, impauriti dalla prospettiva di perdere il sostegno militare statunitense.

Per Israele si tratta di reagire a una sfida esistenziale che ha nell’Iran la sua punta più affilata; com’è noto, Teheran si serve degli Hezbollah libanesi e dei palestinesi di Hamas, attivi nella striscia di Gaza, per controllare, colpire e logorare il regime israeliano, il cui “pacifismo” si sta peraltro esercitando in questi giorni anche sui palestinesi inermi. Come dimostra la “guerra dimenticata” nello Yemen, l’Iran è senz’altro la potenza regionale in ascesa nel quadrante Mediorientale, a spese soprattutto dell’Arabia Saudita, dell’Egitto, della Turchia e, appunto, di Israele.

Secondo molti analisti basati in Medio Oriente, Mosca avrebbe consentito l’uso da parte dell’esercito regolare siriano di cloro o di agenti chimici ancora più potenti per accelerare la resa dei “ribelli” ancora presenti a Douma. Si tratta di «gruppi islamisti sostenuti dall’Arabia Saudita quali i qaedisti di Jabat Fatah al-Sham e soprattutto di Jaish al-Islam (“Esercito dell’Islam”), i quali hanno respinto gli accordi dei giorni scorsi, accettati da altri gruppi, di essere accompagnati con le loro famiglie in autobus nella provincia di Idlib, com’è stato per i combattenti della battaglia di Aleppo, ed anzi, hanno continuato a bombardare Damasco con i mortai» (Notizie Geopolitiche). È comunque un fatto che i “ribelli” di Douma hanno accettato di trasferirsi con le loro famiglie nel Nord del Paese: «Gradualmente la Siria mostra un nuovo assetto, certamente seguito all’incontro del 4 aprile ad Ankara tra il presidente russo Vladimir Putin, quello iraniano Hassan Rohai e quello turco Recep Tayyp Erdogan: a nord e per tutta la provincia di Idlib vi sarebbero gli oppositori con le popolazioni turcomanne, mentre i curdi sono respinti dall’esercito turco a est e il resto del paese sarebbe sotto il controllo di Damasco». Come sempre, è la violenza degli eserciti che disegna sul terreno le mappe geopolitiche, e le classi subalterne non possono far altro che subire gli interessi delle Potenze, grandi o piccole che siano, e i loro mutevoli rapporti di forza.

Non possono far altro, beninteso, fin quando esse rimarranno inchiodate politicamente, ideologicamente e psicologicamente al carro del Dominio. La tragedia planetaria che viviamo non ha nulla a che fare con il destino cinico e baro, ed è spiegabile perfettamente in termini di interessi e di violenza di classe.

Leggo da qualche parte: «L’attacco chimico di Ghūṭa è un episodio occorso la mattina del 21 agosto 2013 durante la guerra civile siriana in cui alcune aree controllate dai ribelli nei sobborghi orientali e meridionali di Damasco, sono state colpite da missili superficie-superficie contenenti l’agente chimico sarin. Ribelli e governo siriano si accusano a vicenda di aver perpetrato l’attacco». È quindi dall’estate del 2013 che in Siria i diversi contendenti di una guerra sempre più feroce e internazionale usano “agenti chimici” per annientarsi a vicenda, senza mostrare alcun interesse per l’impatto che le armi “non convenzionali” hanno sui civili. In sette anni di guerra si contano circa 85 attacchi con armi chimiche. Del resto, le armi cosiddette convenzionali non sono affatto meno terribili di quelle dichiarate illegali dal diritto internazionale, che poi altro non è se non il diritto dei più forti di stabilire le regole del gioco. Un “gioco” che, come anche i bambini ormai sanno, ha il nome di contesa per il potere sistemico: economico, politico, militare, ideologico, psicologico. Con o senza l’uso di armi chimiche di qualche tipo, in Siria sono morti oltre quattrocentomila civili, e dunque perché indignarsi solo quando i media ci mostrano le conseguenze sulla popolazione civile di quelle armi?

A proposito di Diritto Internazionale, in un post del 2015 dedicato alle Barrel Bombs usate dal famigerato perito chimico di Damasco (parlo di Assad, ovviamente), mi chiedevo retoricamente: «Non sarà che all’Onu non si muove foglia che l’Imperialismo (a cominciare dalle Potenze maggiori: Stati Uniti, Russia, Cina, Unione Europea a trazione tedesca) non voglia?». Leninianamente parlando definivo l’Onu come «un covo di briganti». «Sono passati settant’anni dalla conferenza di Yalta, quando Stalin, Roosevelt e Churchill decisero di coprire con la foglia di fico delle Nazioni Unite la spartizione dell’Europa e del mondo fra Occidente americano e Russia sovietica». Così scriveva tre anni fa Lucio Caracciolo su Limes, in un articolo che auspicava «una nuova Yalta», la sola che potrebbe mettere un po’ di ordine al tanto caos che “sgoverna” il Nuovo Ordine Mondiale post Guerra Fredda: «Ordine del giorno: rimettere ordine in questo caos. L’obiettivo di qualsiasi ordinamento: la riduzione della complessità. Non si potrebbe scegliere luogo più simbolico della corrente incertezza geopolitica».

Naturalmente tutti i protagonisti del Sistema Mondiale del Terrore sostengono che «il dialogo è la sola via», ma intanto preparano o fanno la guerra, direttamente o per “procura”, con le armi che hanno a disposizione: dal gas nervino alla Massive ordnance air blast; dalle tecnologicamente arretrate (ma quanto efficaci!) barrel bombs ai più sofisticati e “intelligenti” Tomahawk. Mikhail Gorbaciov, l’ex statista odiato dai nostalgici dell’Unione Sovietica e della Guerra Fredda, si è detto «enormemente angosciato» per i recenti sviluppi negativi nelle relazioni tra gli Stati Uniti e la Russia, e dopo aver evocato la crisi dei missili a Cuba del 1962, ha caldeggiato un immediato incontro “pacificatore” tra Putin e Trump.  Intanto il Presidente americano si diverte a “bullizzare” il Presidente russo: «La Russia minaccia di abbattere tutti i missili sparati verso la Siria. Tieniti pronta Russia, perché stanno per arrivare, belli, nuovi e “intelligenti”! Non dovreste essere alleati di un animale assassino che uccide la sua gente con il gas e si diverte! Le nostre relazioni con la Russia sono peggiori di quanto non lo siano mai state, compresa la Guerra Fredda. Non c’è ragione per questo». E se si trattasse di una ragione chiamata Potere Mondiale? Avanzo una mera ipotesi, sia chiaro.

Insomma, osservo con disgusto estremo l’ennesima ipocrisia politico-diplomatica-mediatica intorno all’ennesimo massacro di civili siriani ottenuto con l’uso di gas. Da parte di chi? Da parte dell’«animale assassino» di Damasco, che si regge in piedi solo grazie all’appoggio della Russia e dell’Iran, e che in passato ha fatto largo uso delle citate Barrel Bombs, o dei suoi oppositori interni, appoggiati (con alterne vicende) dagli Stati Uniti, da Israele, dalla Turchia e dall’Arabia Saudita? Alle mie orecchie questa domanda suona del tutto priva di senso, sotto tutti i punti di vista. Non solo la guerra non è, in generale e notoriamente, un “pranzo di gale” e i nemici si combattono fra loro usando tutti i mezzi a loro disposizione, spessissimo prendendo scientemente di mira i civili per conseguire nel modo più rapido e “economico” possibile obiettivi strategici di grande importanza (lo abbiamo visto su una scala gigantesca in Europa e poi in Giappone nel corso del Secondo Macello Mondiale definito dai vincitori “Guerra di Liberazione”); ma in questa guerra c’è in gioco solo il Potere sistemico cui ho accennato sopra, e non un solo “valore” che sorrida alla vita delle classi subalterne. Non uno.

«I governi terroristi di Israele e degli USA sono un pericolo terribile per tutti noi e vanno fermati nel nome del futuro dell’umanità». Così ha scritto l’altro ieri Carlo Formenti, esponente di punta di Potere al popolo, sempre a proposito della “sporca guerra” siriana. Sottoscrivo! Ma un momento! Qualcosa non mi torna: e il regime siriano, dove lo mettiamo? E la Russia di Vladimir Putin? E l’Iran di Hassan Rohani? E la Turchia di Recep Tayyip Erdogan? Senza contare la Francia di Emmanuel Macron che sta cercando in tutti i modi di incunearsi fra le contraddizioni degli “alleati” della Siria per acciuffare qualcosa in termini di posizionamento geopolitico nella delicatissima regione Mediorientale. Per come la vedo io, terroristi e nemici dell’umanità sono tutti i carnefici in campo, comprese le forze che si contrappongono militarmente al regime di Assad solo per sostituirlo con un regime altrettanto reazionario. Inutile dire che si tratta di un terrorismo messo al servizio di enormi interessi economici, strategici, militari, politici. Certamente, il concetto di imperialismo sintetizza benissimo la questione.

Per taluni sedicenti antimperialisti esiste un solo imperialismo, quello americano-israeliano (sai la novità: è dai tempi di Stalin che la cosa va avanti!), mentre gli imperialisti concorrenti vanno in qualche modo sostenuti per rafforzare la lotta delle classi subalterne contro l’imperialismo. Che geniale astuzia dialettica! Ma non si tratta di “contraddizioni in seno al popolo”; non si tratta di “compagni che sbagliano”: si tratta piuttosto di personaggi orientati politicamente da un punto di vista ultrareazionario, ossia filo-capitalistico e filo-imperialista. Questi personaggi hanno sposato la causa del capitalismo (vedi il Venezuela di Maduro, ad esempio) e dell’imperialismo di certi Paesi (vedi Russia, Cina, Iran*) perché sono attratti da regimi forti e autoritari (purché ostili agli Usa e a Israele), meglio se fondati su un capitalismo di stampo statalista, che poi essi vendono al mondo e a se stessi, in tutta buona fede, come «Socialismo del XXI secolo». Purtroppo è il solo “socialismo” che questi sinistri personaggi conoscono e comprendono. Molte volte ho avuto modo di polemizzare con qualcuno di loro; c’è chi crede in buona fede di partecipare alla “lotta di classe concreta” come si dà nel XXI secolo, mentre in realtà si muove sul terreno della geopolitica, ossia dello scontro interimperialistico, e così si schiera con una fazione del Sistema Mondiale del Terrore in odio all’altra.

* Il fascio-stalinista Diego Fusaro, sempre più ridicola caricatura di se stesso, è arrivato a definire l’Iran «uno Stato eroicamente resistente al mondialismo imperialistico, e che, come tale, già da tempo è stato designato come bersaglio privilegiato da parte della monarchia del dollaro e delle sue colonie asservite (Italia in primis, ovviamente). […] La Sinistra del Costume, dal canto suo, anziché resistere e opporsi a queste pratiche in nome della leniniana lotta contro l’imperialismo, le legittima in nome dei diritti umani con bombardamento etico incorporato e della democrazia missilistica d’asporto. Dov’è finita, in effetti, la sinistra? Perché non lotta contro l’imperialismo, come fece Lenin? Perché non difende gli Stati resistenti al mondialismo capitalistico e anzi si adopera perché vengano invasi militarmente?». Lenin arruolato, si spera suo malgrado, nello scontro interimperialistico e nelle risibili beghe tra i diversi spezzoni della sempre più confusa, miserabile ed evanescente (speriamo!) sinistra italiana. Sinistra Sovranista e Populista, la quale assimila Lenin al virile Putin, ad Assad, a Rohani e ad altri “eroi dell’imperialismo” di simile escrementizio conio, versus «Sinistra dei Costumi», che ha sposato i valori della «Destra del Danaro»  e che «confonde l’internazionalismo con l’europeismo e il cosmopolitismo», che lotta «contro il burka e per la minigonna»: una bella partita, non c’è dubbio. Il fatto che la lettura che «l’ultimo marxista» (strasic!) Diego Fusaro fa del mondo sia perfettamente sovrapponibile a quella di Massimo Fini, ciò non solo non è paradossale o sorprendente, almeno per chi non si lascia abbacinare dalla fraseologia pseudomarxista del primo, ma è perfettamente coerente con la “concezione del mondo” (ultrareazionaria) dei due personaggi. Se mi occupo, sempre più controvoglia, di queste ridicole e miserabili cose è solo perché spero (mi illudo?) di poter convincere anche un solo militante della “sinistra”, più o meno estrema/radicale, che da quella parte c’è solo conservazione sociale, esattamente come a destra.

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SI SURRISCALDA LA GUERRA COMMERCIALE INTERNAZIONALE. E NON SOLO QUELLA

I fatti sono noti: su input del Dipartimento del Commercio e sulla premessa strategicamente importante (e non campata in aria) che l’acciaio e l’alluminio sono parte importante della sicurezza nazionale, Donald Trump ha annunciato qualche giorno fa una serie di misure economiche intese a colpire i Paesi che esportano acciaio e alluminio negli Stati Uniti. Ma la lista delle merci sottoposte alla nuova politica protezionista dell’Amministrazione Usa potrebbe allungarsi, e con essa la lista dei Paesi potenzialmente investiti da quella politica. Com’è noto, è soprattutto l’acciaio Made in China che sta in cima ai pensieri della Casa Bianca, e questo ben prima che si insediasse l’attuale Presidenza. Per quanto riguarda l’alluminio, i dazi colpirebbero soprattutto l’importazione da Cina, Russia, Vietnam e Venezuela, mentre per l’acciaio, oltre la Cina, i Paesi coinvolti sono quelli dell’Unione Europea, il Canada e il Giappone. «Se la Casa Bianca dovesse optare per dazi generalizzati nei confronti di tutti i paesi, il rischio è di problemi commerciali e diplomatici con i suoi maggiori alleati, fra i quali l’Europa, il Giappone e il Canada. I pericoli per Trump sono quindi molti, considerato che le economie del G20 hanno già detto un secco “no” alla minaccia di dazi sull’acciaio, avvertendo che imporli rischia di innescare una pericolosissima guerra commerciale» (La Stampa, 17/02/18).

Il fronte liberista è guidato ancora una volta da Cina e Germania, ossia dai due capitalismi oggi più interessati a mantenere nel mercato mondiale la politica delle “porte aperte”, una strategia che denota una notevole potenza di fuoco economica da parte di chi la pratica. Il Ministro degli Esteri tedesco, Gabriel, ha tenuto a precisare che «a differenza di quanto accade in altri Paesi, le aziende della Germania e del resto d’Europa non utilizzano misure di dumping per ottenere vantaggi competitivi iniqui», e che tuttavia «questo colpo radicale da parte di Washington colpirà principalmente proprio le nostre esportazioni e il nostro mercato del lavoro». In altri termini, il problema del «dumping iniquo» (vedi Cina, India ecc.) è solo un pretesto, mentre ciò che gli americani temono è soprattutto il vantaggio competitivo tedesco, europeo e giapponese che ha il suo fondamento in una maggiore produttività del lavoro e in una più avanzata struttura tecnologica delle imprese. «Se tutti i Paesi seguono l’esempio degli Stati Uniti, questo avrà senza dubbio un grave impatto sul commercio internazionale», ha dichiarato Hua Chunying, portavoce del Ministero degli Esteri Cinese. E non solo sul commercio internazionale, è da prevedersi. «Tra le reazioni più forti che sono arrivate prontamente dalla comunità internazionale, si mette in evidenza la rabbia dell’industria dell’acciaio cinese. “Questa è una misura di protezionismo stupida, che invece di rafforzare tenderà solo a indebolire gli Stati Uniti”, è sbottato Li Xinchuang, vice presidente dell’associazione China Iron & Steel Assocation» (Finanza.com). Ma gli americani non si sono lasciati commuovere dalle buone intenzioni cinesi: «Continueremo a proteggere i lavoratori americani», ha detto Sara Sanders, portavoce della Casa Bianca.

Occorre comunque dire che la discussione sui dazi è molto “vivace” all’interno dell’Amministrazione, perché nessuno dello staff trumpiano, a cominciare naturalmente dal Boss che ama fare lo sbruffone davanti ai media, può disconoscere la gravità delle misure minacciate tenendo conto di un mix di obiettivi economici, geopolitici, politici e propagandistici da centrare. Alla fine probabilmente la Casa Bianca adotterà un programma protezionistico di mediazione tra “falchi” e “colombe”, secondo il tradizionale cliché. Di nuovo a Washington c’è che il Presidente in persona questa volta ama presentarsi non in guisa di mediatore, ma come il capo dei “falchi”, anzi come il più “falco” fra i tanti “falchi” che svolazzano intorno al Potere Americano. Il Segretario al Commercio, Wilbur Ross, il mese scorso ha detto che le importazioni di alluminio «minacciano di mettere in difficoltà la nostra sicurezza nazionale perché solo una compagnia americana produce attualmente alluminio di alta qualità che serve per gli aerei militari». E con l’acciaio di alta qualità si fabbricano anche navi militari e tutto quel ben di Dio che il Capitale produce per la sicurezza non solo degli Stati Uniti, notoriamente faro di libertà e di democrazia, ma dei loro alleati e della “pace” nel mondo. Mai la “pace” nel mondo ha avuto tanto bisogno della produzione di armi come in questi tempi imprevedibili!

Intanto l’Unione Europea minaccia immediate ritorsioni: «L’Europa annuncia contromisure su prodotti come Harley Davidson, Bourbon o Levi’s, citati esplicitamente da Jean-Claude Juncker. Aziende come Electrolux sospendono gli investimenti negli Usa. E su entrambe le sponde dell’Atlantico le Borse iniziano a tremare» (La Stampa, 02/03/18). Il virile Putin, forse per ricordarci che dalle guerre commerciali alle guerre vere e proprie il passo non è poi così abissale come sembrava solo qualche anno fa, ha annunciato il “varo” di un nuovo missile balistico intercontinentale, il Rs-28 Sarmat, che con la sua propulsione nucleare potrebbe volare «all’infinito» e attaccare eludendo i sistemi difensivi nazionali in qualsiasi parte del pianeta, «sia passando dal Polo Nord che dal Polo Sud». «Putin tuttavia ha anche affermato che la Russia “non minaccia e non intende aggredire nessuno” ed anzi auspica una collaborazione “equa e paritaria” sia con gli Usa che con l’Ue» (Notizie Geopolitiche). Come sempre e come dappertutto, la colpa è sempre degli altri. Ma sulla nuova corsa agli armamenti che in questo frangente storico riguarda soprattutto gli Usa, la Russia e la Cina ritornerò in futuro. Forse.

Sul Sole 24 Ore il Professor G. B. Navaretti, Ordinario di Economia politica all’Università Statale di Milano, la butta in “filosofia”: «come un atto di ottuso solipsismo. Il solipsismo, dal dizionario “atteggiamento filosofico secondo il quale il soggetto pensante non può affermare che la propria individuale esistenza in quanto ogni altra realtà si risolve nel suo pensiero”, ben definisce l’incapacità di Trump di valutare le conseguenze delle sue azioni. Sia sul proprio paese che sul resto del mondo». E se invece l’iniziativa trumpiana fosse l’espressione di reali contraddizioni economiche e sociali che si sviluppano non solo negli Stati Uniti ma nell’intero capitalistico mondo? È un’ipotesi che non andrebbe scartata, mi pare.

Ma così non pare a Navaretti: «Altro problema del solipsismo è l’incapacità di distinguere gli amici dagli avversari. La questione dell’acciaio in occidente nasce dall’eccesso di capacità produttiva soprattutto in Cina. Unione Europea e Stati Uniti stanno sulla stessa barca e il loro obiettivo comune è di contenere insieme l’espansionismo cinese». Siamo proprio sicuri che gli interessi contingenti e, soprattutto, strategici di Unione Europea e Stati Uniti coincidono o comunque in qualche modo si armonizzano, e che in questa forma unitaria tendono a collidere con quelli della Cina? Anche qui mi permetto di dubitare, e basta guardare al passato, recente e lontano, per capire come l’antagonismo capitalistico basato sull’esportazione di merci e capitali abbia riguardato soprattutto l’Occidente e il Giappone, mentre solo dalla seconda metà degli anni Ottanta la Cina ha iniziato a pesare nella competizione per la spartizione di profitti, mercati, materie prime e forza-lavoro. Nel periodo chiamato della Guerra Fredda le controversie commerciali, finanziarie e monetarie tra gli Stati Uniti e i loro “alleati” politico-militari (Germania e Giappone, in primis) sono state messe in ombra dalla disputa ideologica e militare tra gli Usa e l’Unione Sovietica, ma messo al tappeto uno dei pilastri dell’assetto imperialistico venuto fuori dalla Seconda guerra mondiale, all’interno dell’Alleanza Atlantica è stato di fatto dichiarato un parziale “liberi tutti”, e così gli interessi specifici, non solo economici, dei diversi Paesi hanno avuto modo di mostrarsi con più forza anche agli occhi dell’opinione pubblica internazionale.

Vediamo come conclude il nostro Scienziato economico: «Si dirà, Trump non è solipsista, guarda e con molta attenzione alla pancia dei propri elettori. Vero. Ma in un mondo così complesso mi pare un ennesimo gesto di straordinaria ottusità». A me pare invece ottuso concentrarsi sulla “pancia” degli elettori di Trump, piuttosto che sulla situazione sociale che quella “pancia” ha creato, ossia sulle contraddizioni e sui disagi che per essere gestiti hanno bisogno anche della propaganda “populista” basata sull’orgoglio nazionale e sulla chiusura nei confronti degli altri che «ci rubano il lavoro, le imprese, il welfare, il futuro». E questo è un tema che, come sappiamo, riguarda anche l’Europa e l’Italia. Matteo Salvini e Giorgia Meloni, ad esempio, sono subito saltati sul carro “protezionista e sovranista” di Trump: «Oggi la polemica sui giornali è contro Donald Trump. Lui difende l’industria americana, vuole salvare i posti di lavoro. Tutti lo attaccano; io invece voglio fare in Italia la stessa cosa, si possono mettere i dazi. È troppo comodo licenziare a Milano e aprire in Romania o in Cina per poi rivendere nei nostri supermercati. Se lo vuoi fare paghi di più. Ce ne sono già di dazi dell’Ue su alcuni prodotti ma ci sono tanti settori come la ceramica o il tessile, che non sono stati difesi dai governi italiani impegnati, male, per esempio sulle banche. Io da padre di due figli di 5 e 15 anni, vorrei che i miei figli non scappassero dall’Italia. Voglio rimettere al centro della politica italiana il lavoro: pagare 2 euro l’ora è schiavismo, non voglio ci siano gli schiavi, magari sostituiti o dai robot o dagli immigrati che fanno i lavori che gli italiani non vogliono fare» (intervista de Il Mattino a M. Salvini). «Prima gli italiani!». Fuori i robot e gli immigrati! Soprattutto gli immigrati…

«Opposta l’opinione dell’alleato Silvio Berlusconi. Sui dazi voluti da Trump, ha detto a Rtl, “la signora Merkel ha preso una posizione netta, io la condivido assolutamente. La signora Merkel ha ricordato quel che il protezionismo e i dazi hanno significato nella storia”, ovvero “tutte le volte non hanno prodotto bene per l’economia e i cittadini ma il contrario. Credo che questa nuova idea di protezionismo non sia da approvare, non sia positiva per gli stessi Usa» (Il Mattino). Anche qui vedremo il “punto di equilibrio” che la destra italiana sarà in grado di trovare sulla politica economica in caso di successo elettorale. C’è comunque da dire che la linea protezionista è debole in Italia perché il Made in Italy ancora “tira” nei mercati internazionali, e un inasprimento della guerra commerciale mondiale potrebbe spiazzarlo e metterlo fuori gioco a favore dei competitori diretti più forti: Germania e Giappone. Il premier Gentiloni ha dichiarato: «Noi tuteliamo il lavoro. Si veda il caso Embraco proprio oggi. E se ci saranno guerre commerciali risponderà l’Italia, l’Europa. Ma attenzione perché abbiamo un’economia che vive e lavora di esportazioni. Un italiano che propone i dazi, lavora per lo straniero» (Ansa). Non passi lo straniero! Sì, ma come?

LA NATURA DELL’IMPERIALISMO CINESE

Un lettore mi scrive su Facebook: «Ciao Sebastiano! Perché la Cina capitalista non esporta conflitti? Era una domanda non una provocazione. Grazie». Sono io che ringrazio il lettore per avermi posto una domanda nient’affatto provocatoria che mi permette di scrivere le poche considerazioni che seguono.

La Cina del XXI secolo pratica un imperialismo che per molti e decisivi aspetti risponde quasi alla lettera alla caratterizzazione che dell’Imperialismo fece Lenin sulla scorta degli studi di J. A. Hobson, di R. Hilferding e di altri economisti borghesi che si misurarono con le profonde trasformazioni intervenute nel Capitalismo mondiale alla fine del XIX secolo e agli inizi del secolo successivo. L’imperialismo che caratterizza la nostra epoca storico-sociale ha la sua più forte e profonda radice, la sua più irresistibile motivazione e potente spinta propulsiva in un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che per “mantenersi” in vita ha bisogno che la sfera economica si allarghi sempre di nuovo e si approfondisca in ogni direzione, compresa quella che alcuni filosofi chiamano “esistenziale” e taluni sociologi alla moda chiamano “biopolitica”. In altri termini, l’imperialismo moderno ha come sua base fondamentale la competizione capitalistica volta ad assicurare agli investitori pubblici e privati profitti, mercati, materie prime, infrastrutture e quant’altro.

Questa spinta e questa proiezione economica, che ha nel capitale finanziario la sua più aggressiva e verace espressione, ha coinvolto sempre più gli Stati nazionali, chiamati a puntellare, proteggere e promuovere gli interessi del capitale nazionale, sempre più organizzato (in trust, monopoli, cartelli) e sempre meno rispondente all’ortodossia libero-scambiata – peraltro più frutto della mitologia liberista e antiliberista, che specchio di una concreta realtà economica. La creazione di “sfere di influenza” e di “spazi” vitali” risponde in primo luogo a processi di natura “strutturale” che non mancano di avere un loro puntuale riscontro politico, militare e ideologico.

Ecco, la Cina dei nostri tempi sembra aderire perfettamente, e sempre cambiando quel che c’è da cambiare, al modello “classico” di imperialismo appena abbozzato, e quindi esporta e prepara, insieme ai suoi competitori, le condizioni oggettive dei conflitti bellici e sociali ovunque entrano in gioco i suoi interessi economici e strategici: in Asia, in Africa, in America Latina. Com’è noto, questo modello è particolarmente attivo in Africa, un continente che ormai da anni vede il Celeste Imperialismo al vertice della catena alimentare del Capitalismo mondiale. In Africa, il Capitalismo/Imperialismo con caratteristiche cinesi sfrutta e saccheggia risorse umane e naturali forse come nessun altro Paese occidentale è oggi in grado di fare, e con ciò stesso promuove lo sviluppo capitalistico di molti Paesi africani. Rinvio al mio post L’Africa sotto il celeste imperialismo.

Il grandioso e ambizioso progetto chiamato, un po’ “romanticamente”, Nuove vie della seta è molto rappresentativo di quanto sto cercando di illustrare in modo assai sintetico, forse un po’ troppo sintetico e di ciò mi scuso.

Il fatto che la Cina oggi combatta soprattutto sul terreno economico per affermare la propria primazia capitalistica, mentre gli Stati Uniti e la Russia si impegnano in guerre molto dispendiose sotto ogni aspetto, ciò non dipende, ovviamente, dall’inclinazione “pacifista” del suo regime politico-istituzionale-economico («Socialismo con caratteristiche cinesi» secondo la ben nota e comica definizione), come la propaganda dei Cari Leader cerca di accreditare agli occhi dell’opinione pubblica interna e internazionale, ma a mio avviso si spiega 1. con il processo storico considerato complessivamente che ci sta alle spalle, che ha posto l’intero pianeta sotto il dominio di un solo rapporto sociale (quello capitalistico, è il caso di ripeterlo?), e che ha visto la Cina arrivare in forte ritardo al rango di Potenza mondiale di primissimo livello; e 2. con le convenienze strategiche di quel Paese, il quale oggi ha tutto l’interesse a continuare a premere sull’acceleratore della competizione economica e tecnologica, per conquistare potenza sistemica all’interno (vaste aree della Cina non sono ancora state toccate dal boom economico) e all’esterno. Mutatis mutandis, anche la “pacifica” Germania ha lo stesso interesse a mantenere sui binari della competizione sistemica (mercantile, finanziaria, tecnologica, scientifica) la contesa interimperialistica.

L’Europa ha potuto recitare negli anni della “guerra fredda” il miserabile ruolo di “Potenza Pacifista” solo perché ha subito la pressione degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica, le due potenze imperialiste uscite trionfanti dal Secondo macello mondiale. Un “pacifismo”, quello dei Paesi europei, molto utile dal punto di vista politico, ideologico ed economico, e difatti da anni Washington chiede agli “alleati” di sborsare di più per finanziare la loro “sicurezza” in Europa e di sporcarsi le mani nelle operazioni di “pulizia internazionale”: basta con la recita “pacifista” all’ombra dei missili atomici e dei morti Made in USA! Oggi la spinta alla formazione di un polo imperialista europeo autonomo a guida franco-tedesca è molto forte.

Insomma, bisogna diffidare del “pacifismo”, sia da quello con caratteristiche europee, sia da quello con caratteristiche cinesi. Infatti, e concludo, solo un cieco non può vedere con quanta forza e volontà sta procedendo il riarmo della Cina e come cresca rigoglioso e più aggressivo che mai il nazionalismo cinese. Certo, anche il riarmo e il nazionalismo giapponese non va sottovalutato: dalle mie parti l’antimperialismo non conosce alcuna eccezione e non risparmia alcun Paese.

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