A BERLINO CHE GIORNO È?

Ci si può forse stupire della dimensione assunta dal capitombolo socialdemocratico o, all’opposto, per le dimensioni del successo ottenuto dall’estrema destra tedesca; ci si può forse meravigliare del declino elettorale fatto registrare dal partito della Cancelliera di ferro, e tuttavia nel suo insieme il voto delle legislative del 24 marzo non ci consegna un quadro politico del tutto imprevisto, a cominciare ovviamente dall’ennesima “medaglia d’oro” agguantata con una certa facilità da Angela Merkel. Scriveva Der Spiegel il 22 settembre: «L’AfD supererà, con una percentuale a due cifre, la soglia necessaria per entrare in parlamento, mentre la Merkel dovrà fare i conti con la colpa a lei imputata di aver favorito con le sue politiche migratorie l’ascesa del populismo di destra. Un’altra delle colpe ascritte alla Merkel è quella di aver provocato con la sua politica di austerity nei confronti dell’Europa meridionale la divisione dell’Europa». Forse solo gli acritici lettori dei sostenitori della Cancelliera («È l’ultima custode dell’occidente liberale: solo lei può salvarci da Putin, Trump ed Erdogan») e dei sostenitori del suo “competitor” socialdemocratico («Martin Schulz non è affatto scialbo e insignificante come sembra») sono rimasti scioccati e delusi dai risultati elettorali.

L’analisi del voto tedesco ha confermato ciò che anche la scienza sociale “ufficiale” ha sempre saputo: il disagio sociale vota. Come spiegare altrimenti il paradosso per cui Alternative für Deutschland, che pure ha incentrato la sua campagna elettorale praticamente solo sull’avversione alla politica d’immigrazione adottata dal governo tedesco nel 2015, ha raccolto più consensi proprio nelle zone del Paese dove più bassa è la presenza dei migranti? La risposta è abbastanza semplice: perché la paura dello straniero che viene dall’Africa (altra cultura, altra religione, altra concezione del rapporto uomo-donna, altra sensibilità nei confronti della “polisessualità”, ecc. ) ha fatto tracimare paure e frustrazioni che niente a che fare hanno con il razzismo, con la xenofobia e altro ancora. È come se chi in Germania occupa i gradini più bassi della scala sociale avesse detto a Mamma Angela: «Ma come, invece di pensare ai nostri bassi salari, alle nostre povere pensioni, a un welfare tutt’altro che irreprensibile; insomma invece di prenderti cura dei nostri problemi tu pensi agli stranieri? Vogliamo il pane e tu ci dai da mangiare la solidarietà con il diverso, che peraltro viene a rubarci quel poco che abbiamo e a minacciare la nostra sicurezza: hai dimenticato il terrorismo Jihadista? Prima la Germania, prima i tedeschi, non gli stranieri!». Il Presidente Donald Trump ha dunque fatto scuola? Diciamo che il nostro sa come gira il pessimo mondo.

Anche i sinistri della Linke hanno più volte cercato di fare l’occhiolino al razzismo e alla xenofobia del proletariato più disagiato dell’Est, per intercettarne il voto, ma i loro concorrenti di destra sono stati evidentemente più credibili su questo escrementizio terreno, e infatti l’AfD ha rubato un po’ di elettorato anche al partito degli ultra sinistrati, che adesso è costretto a fare “autocritica”.

Circa un mese fa la Merkel dichiarò nel corso di un comizio che «non va bene che alcuni paesi non accolgano rifugiati. Contraddicono lo spirito europeo. Ma supereremo questa impasse. Ci vorrà tempo e pazienza, ma ce la faremo. La diversità ci rende più forti contro le tempeste che ci vengono addosso»; si tratta di vedere fino a che punto questo afflato “umanitario” ed europeista reggerà alla pressione dei “populisti” di estrema destra. «Nel suo sobrio commento dopo l’esito elettorale Angela Merkel ha detto che occorre un controllo più severo degli immigrati privi di requisiti per restare e ha parlato della necessità che “ritornino nella Cdu” gli elettori che se ne sono andati. È una autocritica implicita. […] La posta in gioco dei prossimi mesi e anni sarà la rincorsa a difendere una forte identità nazionale tedesca, attraverso il semplice, ma estremamente evocativo, concetto di Volk/popolo. Un tema che ha potenti capacità suggestive per l’anima tedesca» (G. E. Rusconi, La Stampa). Ma non solo per «l’anima tedesca», come dimostra il dilagare del “populismo” in tutta Europa negli ultimi dieci anni. Certo, «l’anima tedesca» si esprime in un linguaggio che ancora oggi evoca mostri, e anche per questo la leadership tedesca è sempre stata cauta nel maneggiare argomenti di facile impatto popolare. Ma i tempi cambiano, come i giorni e le stagioni. A proposito: a Berlino che giorno è? Ah, saperlo!

A ogni modo il noto germanista Angelo Bolaffi continua a confidare nelle superiori qualità politiche e umane della Cancelliera: «La Cancelliera è la paladina dei diritti umani. O meglio ha difeso più che i diritti umani, i valori occidentali, storicamente difesi dall’“anglo-sfera”, ossia dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti d’America. Paesi, osserviamo, che oggi si sono incamminati su una tradizione politica che non è quella che inaugurarono nella lotta al fascismo» (Left). Senza contare, aggiungo guardando la cosa dal punto di vista degli amici dei valori occidentali (io mi chiamo fuori!), che l’attivismo politico-militare della Russia putiniana punta in modo sempre più sfacciato a dividere il campo occidentale. In Germania si vocifera che Alternative für Deutschland abbia ricevuto consistenti appoggi mediatici e finanziari da Putin, il leader politico più amato dai sovranisti d’Europa.

A proposito di “populisti” di estrema destra! Oggi i quotidiani di “destra” del Belpaese hanno facile gioco nel rinfacciare agli amici dei “populisti” alla Travaglio il loro antico giudizio su Bossi e Berlusconi, trattati dai partiti tradizionali della cosiddetta Prima Repubblica alla stregua di reietti della politica, gente incapace e inadatta a manovrare le sofisticate e delicate leve della politica. Oggi i teorici dell’antiberlusconismo scoprono che «anche chi vota per i partiti di estrema destra va rispettato e capito», e che comunque «gli elettori hanno sempre ragione, anche quando il loro voto non ci piace». In ogni caso è certo che “le destre” di casa nostra hanno di che leccarsi i baffi pensando alla prossima tornata elettorale, mentre “le sinistre”… ma perché ostinarsi a sparare sulla Croce Rotta! Per un “astensionista strategico” come chi scrive tutti questi discorsi sul Volk che ha sempre ragione, come il cliente, provocano solo disgusto e hanno il solo significato di una conferma: viviamo tempi oltremodo sgradevoli, diciamo così, e sotto tutti i punto di vista.

«Dai dati preliminari che avranno bisogno di essere elaborati e raffinati nei prossimi giorni, emerge un ritratto abbastanza chiaro dell’elettore di AfD: sono soprattutto maschi operai, intorno ai 40 anni, residenti nella Germania orientale, con un livello di istruzione medio-basso. Quasi un terzo di loro ha votato AfD per la prima volta, dopo essersi astenuti alle scorse elezioni, mentre un quinto di loro, circa un milione di persone, quattro anni fa aveva votato per Angela Merkel. La gran parte degli elettori ha scelto di votare AfD non perché attirata da programmi estremisti o addirittura neonazisti, ma sopratutto come forma di protesta verso i partiti tradizionali» (Il post). Una specie di grillismo Made in Germany?

Certo, con la Cancelliera «il surplus negli scambi con l’estero ha sfiorato i 300 miliardi, il maggiore al mondo, ma sono raddoppiate a due milioni anche le persone che fanno un doppio lavoro pur di far quadrare i conti. Sotto la cancelliera la crescita è stata costante – benché in media per abitante sia da anni molto sotto all’ 1% – mentre i pensionati in povertà sono aumentati del 30%. Questo Paese mantiene un welfare esemplare, eppure presenta un livello di concentrazione di patrimoni nelle mani dei ricchi inferiore solo a quello dell’America di Trump» (F. Fubini, Il Corriere della Sera). Sappiamo come l’Agenda 2010 varata dal governo Schröder ha dato eccellenti risultati quanto a incremento di produttività, precarizzazione del lavoro e stratificazione nel sistema dei salari. I sindacati di regime (IGM in testa) difendono soprattutto la loro posizione politica contrattuale nei confronti di governo e padronato, garantendo una “responsabile” gestione del “capitale umano” soprattutto nelle grandi imprese, quelle più esposte alla competizione capitalistica mondiale. Il modello tedesco di gestione delle relazioni industriali pare reggere ancora bene all’urto della globalizzazione. Ai lavoratori tedeschi che hanno minori tutele sindacali e che percepiscono salari sempre più bassi, non rimane che orientarsi politicamente verso il “populismo” di destra, ma più per rabbia che per convinzione.

Per il sociologo Luca Ricolfi non ha poi molto senso liquidare l’AfD tirando in ballo l’estremismo di destra: «Più che semplicistico, è sbagliato. Il populismo attuale non può essere confuso con l’estrema destra: se ne differenzia su troppi punti fondamentali. Nazismo e fascismo erano espansionisti, il populismo di destra è isolazionista. Nazismo e fascismo teorizzavano la superiorità razziale, i populisti si limitano a difendere il diritto di ogni popolo a preservare l’identità. Nazismo e fascismo disprezzavano la democrazia, i partiti populisti sono semmai iperdemocratici: non pensano vi sia troppa democrazia, ma che ve ne sia troppo poca. Nazisti e comunisti [leggi: stalinisti] perseguitavano gli omosessuali, diversi partiti populisti di destra difendono coppie di fatto e diritti dei gay, in alcuni casi sono addirittura guidati da leader omosessuali. L’Afd da Alice Weidel, dichiaratamente lesbica. In passato abbiamo avuto la lista di Pim Fortuyn, politico olandese omosessuale assassinato nel 2002, la cui eredità è oggi raccolta dal populista Geert Wilders» (Il Messaggero). Insomma, con le analisi superficiali che si arrestano alla superficie ideologica dei fenomeni sociali non è possibile cogliere la natura strutturale di quei fenomeni, un’elementare lezione “materialistica” che spesso molti sedicenti materialisti mostrano di non aver compreso neanche un poco.

Scrive Riccardo Rinaldi: «Un’analisi di classe deve dunque affrontare seriamente il seguente dilemma: la rottura della UE significherebbe davvero, come alcuni ancora temono, un “arretramento delle posizioni internazionaliste”, o al contrario – dato che la struttura che garantisce lo sfruttamento dei paesi del centro su quelli della periferia è esattamente la stessa che garantisce lo sfruttamento di una classe sull’altra – la lotta contro l’Unione, condotta anche in ogni singolo paese, se proprio non si riesce a farla in modo coordinato, non sia in realtà la lotta di e per tutta la classe lavoratrice europea». Applicando «un’analisi di classe» ai passi appena riportati, se ne ricava a mio avviso quanto segue: trattasi di una riedizione della vecchia tesi ultrareazionaria (di matrice maoista e terzomondista) che auspicava l’alleanza tra il proletariato delle metropoli capitalistiche (il cosiddetto Nord del mondo) e i Paesi arretrati che subivano lo sfruttamento da parte dell’imperialismo occidentale. Se non si rigetta il punto di vista nazionale, sebbene declinato a partire dai Paesi «della Periferia» (Grecia, Spagna e Italia), si rimane intrappolati nel grande gioco della competizione capitalistica internazionale, illudendosi di usare le contraddizioni che dilaniano il “nemico di classe” – peraltro tutto da definire.

Soprattutto oggi, nell’epoca del dominio totale e totalitario del Capitale sugli uomini e sulla natura, è ridicolo pensare alla dialettica centro-periferia negli stessi termini in cui essa si dispiegava quando non pochi paesi della periferia capitalistica dovevano ancora conoscere la rivoluzione borghese-nazionale. Oggi alla scala mondiale (figuriamoci in Europa!) esiste una sola compatta e contraddittoria/conflittuale (com’è nella natura del Capitale) struttura capitalistica, e sperare di poter giocare le inevitabili e sempre crescenti divisioni intercapitalistiche e interimperialistiche in chiave “anticapitalista” è davvero sintomo di una “creatività rivoluzionaria” che ha molto a che fare con la pure e semplice cretineria politica, la quale sovente appare invece come  concretezza politica agli occhi degli analisti che non hanno alcuna dimestichezza con il concetto e con la prassi dell’autonomia di classe.

L’”internazionalismo europeista” alla Toni Negri, Yanis Varoufakis e Slavoj Žižek e l’”internazionalismo antieuropeista” di chi teorizza alleanze “spurie”  (una volta si diceva interclassiste) in vista della “rivoluzione sociale” appaiono ai miei occhi come due facce della stessa medaglia. Il polo imperialista europeo va combattuto ricostruendo l’autonomia di classe sul terreno nazionale e internazionale, e nessun espediente “tattico” può rendere più facile e veloce questo fondamentale, quanto difficilissimo, compito. Tutto il resto è il solito velleitarismo da mosca cocchiera, soprattutto se la mosca cocchiera parla di “anticapitalismo” avendo in testa la costruzione del Capitalismo di Stato.

I mesi che verranno ci diranno fino a che punto la politica incarnata dalla Cancelliera di ferro (o di teflon, come dicono alcuni socialdemocratici tedeschi: «Ogni cosa le scivola addosso. Non fa sbagli. È frustrante!») è uscita indebolita e ridimensionata dalla recente tornata elettorale, incertezza che ha subito messo in agitazione le capitali europee, le quali non sanno se gioire o deprimersi per il nuovo corso politico che si annuncia in Germania. A Berlino che giorno è? Ah, saperlo! Intanto il Presidente francese ha fatto la prima mossa puntando su un indebolimento relativo della Merkel, rilanciando con il discorso tenuto martedì alla Sorbona il tradizionale asse franco-tedesco, ma in una prospettiva marcatamente “europeista”. «Un lungo e magnifico discorso», ha commentato sul Foglio Giuliano Ferrara, il quale vede in Macron e in Trump due opposti politici e antropologici; «Ci vuole energia, ci vuole volontarismo, ci vuole sfacciataggine per dire certe cose». Ma poi dal dire bisogna passare al fare. Fino a quando la Francia non scioglierà i nodi strutturali che ne azzoppano la capacità sistemica (economica, scientifica, tecnologica) la sua credibilità agli occhi della Germania rimarrà appiccicata con lo sputo, nonostante l’Inno alla gioia suonato dal giovane Presidente francese, il quale da tempo studia l’Agenda 2010 di Schröder – peraltro già compulsata con una certa invidia da Hollande e dagli altri Premier europei alle prese con l’«ingessatura del mercato del lavoro e la bassa produttività». Se son sacrifici sociali si vedranno! Già quest’autunno.

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MAL’ARIA

In ricordo di Rhoda e degli altri sommersi

 

Benché inglobati e trascinati senza requie dalla folla
innumerevole dei loro consimili, essi soffrono e si
trascinano in una opaca intima solitudine, e in solitudine
muoiono o scompaiono, senza lasciar traccia nella
memoria di nessuno (P. Levi, Se questo è un uomo).

Il reportage sui lager libici pubblicato domenica scorsa da Avvenire conferma quello che in Italia e nella civilissima Europa sanno tutti: i migranti che non stanno arrivando nel nostro Paese, in Spagna e in Grecia sono precipitati nel «buco nero delle prigioni clandestine libiche», infernale abisso che «ha numeri da Terzo Reich: circa 400mila i profughi “contabilizzati” dalle autorità di Tripoli, ma quelli rimasti imprigionati sono molti di più: secondo stime ufficiose confermate anche da fonti di intelligence italiane, sarebbero tra gli 800mila e il milione». Nei lager che anche il nostro Paese rende possibile, sono soprattutto le donne a pagare il prezzo più salato alla ricerca di una vita migliore: «Il blasfemo jihad degli stupratori libici si compie ogni sera, dopo che le autobotti [carichi di nafta] dei contrabbandieri tornano indietro. “Allah Akbar”, urlano mentre torturano gli uomini e assaltano le donne. Accanto alla vittima mettono un telefono mentre picchiano più duro, così che i malcapitati implorino pietà e altri soldi dai parenti rimasti nei villaggi». Giovani donne finite nelle mani degli aguzzini, ex scafisti riconvertitisi in guardie stipendiate a quanto pare anche con denaro proveniente dal governo italiano, preferiscono darsi la morte, pur di farla finita con stupri e umiliazioni d’ogni genere.

«Da qualche settimana, dicono i trafficanti di gasolio, c’è solo gente che entra e nessuno che va via coi gommoni. Una situazione esplosiva che fa essere gli scafisti ancora più cattivi, forse per il timore di non poter fronteggiare da soli una rivolta di centinaia di persone. Le finestre degli stanzoni dei migranti sono coperte da drappi che impediscono di vedere bene all’interno. Poi per un istante, lo straccio che fa da tenda viene scostato. Osserviamo un ammasso indistinto di esseri umani accucciati per terra. Uomini donne e bambini addossati a gruppi di trenta o quaranta per stanza. Ogni vano non supera i cinquanta metri quadri. Di colpo gli sguardi di mille occhi si alzano verso la finestra. E ci guardano. Qualsiasi gesto, un saluto, un sorriso, una smorfia di rabbia o di compassione, suonerebbe come beffardo o una nuova umiliazione». Sì, dinanzi all’orrore è meglio tacere, o distogliere lo sguardo, e pensare che dopo tutto paghiamo i politici perché siano loro a prendersi cura del mondo. Molti pensano, e non pochi anche dicono (viva la sincerità!), che l’obiettivo è stato comunque raggiunto: frenare in qualche modo l’«invasione» del sacro suolo nazionale da parte di gente che ci porta solo problemi: «Aiutiamoli a casa loro!». Occhio che non vede, cuore che non duole, coscienza che non pesa. E poi questi africani, con rispetto parlando, «dopo la miseria ci portano le malattie» (Libero Quotidiano). «Non abbiamo amici in quelle zone», sostiene il cattivo (e perciò credibile) Edward Luttwak: «stare fuori è l’unica soluzione. Altrimenti occorre ripristinare Stati di stampo coloniale». È ciò che d’altra parte si stanno impegnando a fare alcuni Paesi europei, Italia inclusa. «Nostre fonti, ma ora anche alcuni media libici tra al-Wasat e Erem, hanno riferito dell’incontro in Libia questa sera del ministro dell’Interno italiano, Marco Minniti, con il generale di Tobruk, Khalifa Haftar. Infatti dopo essere stato ad Algeri, Minniti si sarebbe recato a Bengasi, dove avrebbe incontrato il generale “di Tobruk” presso il suo ufficio situato nella base di al-Rajmeh, a sud della città della Cirenaica. […] Il meeting, avvenuto nel silenzio dei media italiani, avrebbe avuto ancora una volta al centro il tema dell’immigrazione, cosa probabile visto il ruolo del ministro dell’Interno» (Notizie Geopolitiche). Finalmente un Ministro dell’Interno come si deve! Anche la pelata ministeriale s’intona bene, a me pare, con la virile quanto vitale (per l’ordine sociale e la sicurezza nazionale) funzione.

«Zuara. È qui che Rhoda è morta dopo le prime notti in balia dei capricci degli scafisti. Era un anno fa. Dicono si sia ammazzata mentre tutti dormivano. Prima, cercava qualcosa con cui sfigurarsi. Acido, candeggina, oppure del fuoco. Fino a quando – racconta l’amica – trovò la lama di un rasoio usato dai migranti maschi». «Dicono si sia ammazzata mentre tutti dormivano»: anche qui da noi tutti dormono, o fanno finta di dormire, per poter dire (soprattutto a se stessi): «Ma io non sapevo, io dormivo, io non c’entro». Come no! «Considerate se questa è una donna. Senza capelli e senza nome. Senza più forza di ricordare. Vuoti gli occhi e freddo il grembo. Come una rana d’inverno» (P. Levi, Se questo è un uomo). «Ma io non sapevo, io dormivo, io non c’entro». Come no!

«In Germania non si può paragonare la crisi dei migranti all’Olocausto degli ebrei, nemmeno se a farlo è un artista. Ha ricevuto critiche durissime la performance dal titolo Auschwitz on the Beach scritta dal filosofo e attivista bolognese Franco “Bifo” Berardi» (Il Fatto), il quale denuncia «la bigotteria di gente che ha ripetuto molte volte “mai più Auschwitz” e tuttavia non tollera che qualcuno gli faccia presente che in realtà Auschwitz sta accadendo di nuovo sotto i nostri occhi e con la nostra complicità». Bravo Bifo! La radice sociale che ha reso possibile lo sterminio pianificato di uomini, donne, vecchi e bambini (anche di quelli “attenzionati” dalle democratiche Fortezze Volanti) nella Seconda guerra imperialista è tutt’altro che morta, e il “realismo” che dimostriamo nei confronti delle “sciagure lontane” lo testimonia nel modo più evidente.

«Noi occidentali», osserva ancora Bifo, «dobbiamo far fronte alle conseguenze di secoli di colonialismo e di quindici anni di guerra ininterrotta, di cui siamo totalmente responsabili. Ora, l’enorme debito che abbiamo accumulato, non vogliamo pagarlo. Ci rifiutiamo di investire le enormi somme di denaro necessarie per l’accoglienza dei migranti e preferiamo darle a Banca Etruria, al Monte dei Paschi e al sistema finanziario europeo. Bene, questo atteggiamento provoca la guerra. Una guerra che è già cominciata e che non vinceremo, perché abbiamo a che fare con un immenso esercito di disperati. Perderemo tutto. Perderemo la vita di molta gente, perderemo la democrazia e il senso dell’umanità». Questa lamentela da occidentale critico invece non mi piace neanche un poco, anche perché sembra inclinare verso il solito piagnisteo “populista”, antifinanziario e antiliberista («quell’espressione ha provocato la bigotteria del ceto neoliberale tedesco.). Nella mia qualità di “proletario critico” mi auguro piuttosto una saldatura tra la classe subalterna d’Europa e «l’immenso esercito di disperati» alla ricerca di una vita migliore, e certamente non mi spaventa neanche un poco la prospettiva di perdere la «democrazia [ossia l’attuale forma politico-istituzionale che assume il dominio di classe] e il senso dell’umanità [degli “occidentali”?]»: come diceva quello, i proletari non hanno niente da perdere e un mondo da conquistare.

«Distruggere l’uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice» (P. Levi, Se questo…). Qui si parla di tutti noi, beninteso. Almeno io la vedo così. Più volte nei miei modesti post ho scritto che fino a quando non apparirà sulla scena «un’umanità socialmente sviluppata» (Marx), «un’umanità al suo livello più alto» (Schopenhauer), tutto il male astrattamente concepibile è pure molto probabile, anche ai danni di chi al momento pensa di esserne al riparo semplicemente perché crede di essere nato nella parte fortunata del mondo. Salvo ritrovarsi in casa la guerra sotto forma di attentati terroristici. Intanto, mentre rimandiamo sine die la creazione dell’uomo, ossia la realizzazione delle condizioni sociali che rendano possibile l’esistenza dell’uomo in quanto uomo su questo piccolo pianeta, la ruota della fortuna continua a girare, sempre più rapidamente, sempre più minacciosa. Non c’è dubbio, tira una pessima aria: mal’aria, appunto, e tutti – salvo chi legge, si capisce – ne siamo contagiati. «Ai vaccini, presto!» Auguri!

CRISI COREANA. A CHE PUNTO È L’APOCALISSE NUCLEARE?

Qualcosa di veramente importante deve accadere (N. Halley).

 

A quella parte di opinione pubblica occidentale meno avvezza all’analisi dei processi geopolitici il comportamento del regime nordcoreano appare inspiegabile, almeno sulla scorta dei “normali” paradigmi politici: «Perché rischiare continuamente il proprio annientamento da parte della superpotenza statunitense? Come si spiegano queste continue provocazioni?». Per fortuna ci vengono in soccorso gli analisti geopolitici abituati a tradurre anche gli atteggiamenti apparentemente meno razionali delle classi dirigenti di un Paese in termini di rapporti di forza e di interessi sistemici.

Per Franco Semprini (La Stampa), ad esempio, «L’escalation riflette – sembra – un irrigidimento della situazione interna con il manipolo dei militari che controllano il potere, inclini a creare un vero clima di terrore nel quale prosperano e fanno cassa». Un’analisi condivisa anche da Guido Keller (Notizie Geopolitiche): «il regime continua nella sua dialettica da guerra rivolta all’esterno ma anche all’interno per giustificare ad un popolo costretto in alcune parti rurali alla fame le ingenti spese militari. La realtà è quella di una Corea del Nord sempre più isolata, anche dalla storica alleata Cina, e di un regime che per sopravvivere deve mostrare continuamente i muscoli. Di certo non è l’immagine di un piccolo Davide contro Golia». Eppure anche in Italia ci sono personaggi, tutti militanti nell’area sovranista (di “destra” e di “sinistra”) e “antimperialista” (notare le virgolette), inclini a simpatizzare con il “Davide” nordcoreano nella sua qualità di inarrivabile modello di resistenza antiglobalista.

Si tratta di vedere fino a che punto il Caro Leader nordcoreano è libero di manovrare sulla base di una precisa strategia geopolitica o non sia piuttosto ostaggio della “cricca militare” che avrebbe moltissimo da perdere in caso di regime change provocato da una disfatta militare o da un improvviso collasso del regime sottoposto a spinte sociali diventate incontenibili. Semprini invita a non sottovalutare «le fobie complottistiche» del giovane Kim, le cui paranoie sembrano irrobustirsi e moltiplicarsi col crescere del deserto politico che lo circonda in seguito alla “scomparsa” e alla morte più o meno “misteriosa” (e reale) di fratellastri e parenti d’ogni genere e grado; tuttavia la follia dei Cari Leader di turno non ha mai spiegato molto (da Stalin a Hitler), mentre a mio avviso è piuttosto sull’irrazionalità (o disumanità) dei tempi che occorre riflettere per comprendere l’essenza dei processi sociali che si dispiegano a scala nazionale e mondiale. La crisi coreana getta un potente fascio di luce su ciò che ho definito Sistema Mondiale del Terrore, che poi è uno dei diversi nomi che si possono dare agli interessi economici e geopolitici che fanno capo a grandi, medie e piccole Potenze, interessi che pretendono di venir soddisfatti con tutti i mezzi necessari: da quelli più “pacifici” a quelli più violenti. Anche il “vecchio” termine Imperialismo va benissimo, e come sempre, almeno all’avviso di chi scrive, esso va attribuito a tutti gli attori in campo, grandi o piccoli che siano, “simmetrici” e “asimmetrici”. Dalla Corea del Nord agli Stati Uniti, dall’Italia al Giappone, dalla Germania a ovunque nel mondo: siamo tutti vittime e ostaggi di un Sistema che per sopravvivere mette nel conto anche la morte di migliaia o di milioni di persone. Possiamo parlare con un certo rigore “scientifico” di “effetto collaterale” della continuità del Dominio. Ma non divaghiamo!

Limes

Certamente il Giappone si servirà della minaccia nordcoreana per accelerare il processo di revisione costituzionale e di riarmo intrapreso già da tempo da Shinzo Abe; già si parla di una deterrenza nucleare indipendente giapponese, cosa che inquieta non poco americani, russi e cinesi. Pare che anche l’Australia stia valutando la possibilità di incrementare la propria flotta navale «per far fronte al comportamento molto irregolare della Corea del Nord», come ha dichiarato il ministro della Difesa e dell’Industria Christopher Pyne ai giornalisti del suo Paese. La Cina è sempre più irritata nei confronti del suo storico alleato proprio perché esso non solo crea instabilità sistemica ai suoi confini, ma anche perché può innescare dinamiche geopolitiche capaci di intaccare in profondità la sua strategia di “pacifica e armoniosa” penetrazione economica regionale e mondiale. Probabilmente per Pechino l’ideale sarebbe un bel colpo di Stato in grado di installare a Pyongyang un “socialismo con caratteristiche nordcoreane” molto simile a quello cinese.

Molti nella Corea del Sud ritengono che il giorno della riunificazione delle due Coree sotto la bandiera «della democrazia, della libertà e della prosperità» (secondo i canoni fissati dall’esperienza tedesca nel 1989, l’annus horribilis per gli stalinisti di tutto il mondo) sia ormai vicino, e che l’escalation bellicista nordcoreana vada interpretata come un estremo tentativo di salvezza da parte del regime veterostalinista di Pyongyang. Scrive oggi Alberto Negri sul Sole 24 Ore: «Il regime di Pyongyang non è così folle come viene descritto. Quello che gli Stati Uniti non hanno mai voluto garantire è la continuità della dinastia nordcoreana al potere da 60 anni: per Washington, ma anche per Seul, l’obiettivo di medio-lungo termine è la riunfificazione della penisola coreana. Un traguardo che la Cina non ha nessuna intenzione di agevolare perché significa avere le truppe americane in casa, cosa che del resto avverrebbe anche in caso di guerra». La matassa è davvero ingarbugliata. Dove sta la ragione, e dove il torto?

«Formalmente sono tutti impegnati a raggiungere l’obiettivo della denuclearizzazione della penisola coreana. Le convergenze tuttavia si fermano qui. Usa e Giappone favoriscono, almeno in linea di principio, il cambio di regime. La Corea del Sud è ostile al regime ma ne teme il collasso perché porterebbe a forti tensioni Usa-Cina e causerebbe un fiume di profughi dal Nord. Russia e Cina diffidano del regime ma non vogliono che crolli perché temono possa portare ad un aumento dell’influenza americana nell’area» (Huffington Post). Il regime nordcoreano gioca una pericolosissima partita a poker cercando di avvantaggiarsi delle contraddizioni e degli opposti interessi che dividono gli uni dagli altri i Paesi direttamente coinvolti nella partita, la cui posta in gioco, è bene ricordarlo, vale il sacrificio delle vite di moltissime persone. Di qui i continui rilanci (di missili), che per adesso mettono in difficoltà gli assai più potenti avversari. Ma l’azzardo non sempre premia. «Gli Stati Uniti hanno dialogato con la Corea del Nord e pagato denaro frutto di estorsione per 25 anni. Il dialogo non è la risposta», ha detto Donald Trump. «Qualcosa di veramente importante deve accadere», ha dichiarato l’altro ieri Nicki Halley, ambasciatrice degli Stati Uniti alle Nazioni Unite; meglio prepararci al peggio, anche solo per non lasciarci sorprendere da eventi che purtroppo non riusciamo a controllare.

Giustamente Fabrizio Poggi (Controcampo) nota come i massmedia mainstream occidentali mettano in risalto le «provocazioni» messe in atto dal regime nordcoreano, mentre nulla essi dicono a proposito delle pur vistose «provocazioni» dei suoi nemici: «In questo caso, il TG2 non ha parlato di provocazioni: non lo prevede il palinsesto delle manovre “Ulchi-Freedom Guardian” (UFG) in Corea del Sud, che simulano l’invasione della RDPC. Soltanto Xinhua riporta le dichiarazioni nordcoreane, secondo cui il test di ieri rappresenta appunto la risposta alle manovre UFG, cui prendono parte 17.500 marines USA, reparti sudcoreani, britannici, australiani, canadesi, colombiani, danesi, olandesi e neozelandesi, per un totale di oltre 50.000 soldati». Tuttavia leggendo l’articolo di Poggi mi sembra che alla fine le sue simpatie vadano alla «Repubblica Democratica Popolare di Corea» e al suo Caro Leader, il quale «ha aggiunto ieri provocazione alla provocazione ai danni della comunità telespettatrice mondiale: ha imposto alla propria consorte di partorire il terzo figlio». Che simpaticone questo «feroce dittatore»! Posso sbagliarmi ma nell’ironia di Poggi avverto una forte puzza di solidarietà “antimperialista” nei confronti del Caro Compagno Kim.

Per capire fino a che punto la paura di non venir fagocitati da nemici e “amici” possa essere micidiale per la vita della “gente comune” basta pensare alla Cambogia dei Khmer rossi o all’Albania “socialista” di Enver Hoxha. Il regime dinastico nordcoreano è nato con la sindrome dell’accerchiamento e ha strutturato l’intera società per scongiurare la perdita dell’indipendenza nazionale del Paese, cosa che peraltro costituisce una miserabile menzogna se si pensa fino a che punto la Corea del Nord dipende dalla Cina sotto ogni aspetto. In ogni caso, sulla base di quella “sacra e imprescindibile” necessità si sono creati interessi materiali e politici (vedi Partito dei Lavoratori [sic!] di Corea e Esercito del Popolo [arisic!] Coreano) che non sarà facile sradicare, come sa benissimo soprattutto la leadership cinese, desiderosa di promuovere una “Primavera con caratteristiche cinesi”, anche per prevenire una ben più minacciosa “Primavera con caratteristiche americane” – o sudcoreane/giapponesi.

Come ho scritto in altri post le ragioni della Corea del Nord sono legittime esattamente come lo sono le ragioni che fanno capo alla Corea del Sud, al Giappone, alla Cina, alla Russia, agli Stati Uniti e a ogni altra Nazione e Potenza grande e piccola di questo capitalistico mondo. Quello che, a mio avviso, bisogna capire è che si tratta di ragioni radicate nella disumana dimensione del Dominio sociale, le quali non hanno nulla a che fare con le ragioni di «Un’umanità socialmente sviluppata» (Marx), di «un’umanità al suo livello più alto» (Schopenhauer), di «una più elevata formazione economica della società» (Marx), insomma con le ragioni di una Comunità autenticamente – o semplicemente – umana che la Società-Mondo del XXI secolo nega nel modo più brutale e ottuso mentre, al contempo, ne lascia intravvedere la straordinaria possibilità. Invito insomma a guardare la crisi nordcoreana, come ogni altra crisi (siriana, ucraina, ecc., ecc.), non dal punto di vista degli interessi nazionali in gioco (ripeto, tutti legittimi sulla base di questa escrementizia società mondiale), come sempre celati sotto la spessa coltre della propaganda («lottiamo per la democrazia e la libertà!», «la nostra è un’ingerenza umanitaria!», «lottiamo per l’indipendenza e la dignità della nostra amata Nazione!»), ma dalla prospettiva di chi non ha nulla da guadagnare e molto da perdere nella guerra sistemica permanente tra nazioni e capitali. «Si rimprovera ai comunisti di voler sopprimere la patria, la nazionalità. Gli operai non hanno patria. Non si può toglier loro ciò che non hanno» (Il Manifesto del Partito Comunista).

A proposito di comunismo! Scrive Slavoj Žižek nel suo Problemi in paradiso. Il comunismo dopo la fine della storia (Ponte alle Grazie, 2015): «La Corea divisa non è forse l’espressione più chiara, quasi clinica, della crisi in cui siamo precipitati dopo la fine della Guerra fredda? Da una parte, la Corea del Nord incarna il vicolo cieco del progetto comunista del ventesimo secolo; dall’altra, la Corea del Sud è al centro di uno sviluppo capitalistico impetuoso che l’ha portata a livelli strepitosi di prosperità e modernizzazione tecnologica (Samsung sta minacciando perfino il primato di Apple)». Il celebre intellettuale sloveno chiama «progetto comunista del ventesimo secolo» ciò (stalinismo, maoismo, ecc.) che a mio modesto avviso nulla a che fare aveva con il progetto di rivoluzione sociale e di emancipazione universale del comunismo, mentre aveva interamente a che fare con il capitalismo (più o meno “di Stato”) e con l’imperialismo. Ancora Žižek: «Per comprendere lo speciale status ideologico della Corea del Nord non possiamo evitare di chiamare in causa la mitica Shangri- la del romanzo di James Hilton Orizzonte perduto: una valle tibetana in cui la gente conduce una vita modesta ma felice, totalmente isolata dalla corrotta civiltà globale e sotto il comando benevolo di una élite erudita. La Corea del Nord è quanto di più simile a Shangri-la ci sia nel mondo reale». Questa evocazione/analogia letteraria di Žižek mi appare quantomeno infondata, per non dire altro…

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VOGLIO UN BUNKER!

Da Il Giornale: «Minacce terroristiche e crisi internazionali stanno letteralmente facendo schizzare il mercato immobiliare legato a questi rifugi inespugnabili. A investire di più in questo settore sono i guru della Silicon Valley. Tutti hanno scelto luoghi più o meno sperduti per creare le loro case sotterranee a prova di bomba nucleare. Una delle mete più ambite sembra essere la Nuova Zelanda, con i suoi spazi remoti e incontaminati, che la rendono il luogo ideale per sopravvivere all’Apocalisse. Secondo gli ultimi dati, tutto il settore negli Stati Uniti sta crescendo in modo esponenziale: solo nel 2016 le vendite di bunker sono aumentate del 700 per cento rispetto all’anno prima».

Certo che con un bunker così l’Apocalisse fa un po’ meno paura. Come sempre il Diavolo non è poi così brutto come viene dipinto. Naturalmente i soldi, che pure non danno la felicità (così dicono), aiutano a guardare al futuro con un po’ più di ottimismo. Oggi sono particolarmente positivo, diciamo.