DRAGHI, AFFARI E GEOPOLITICA

Sul Manifesto Roberto Prinzi riassume con asciutto realismo geopolitico i termini della questione: «”È un momento unico per ricostruire un’antica amicizia e una vicinanza che non hanno mai conosciuto interruzioni”. Le parole di Mario Draghi pronunciate ieri a Tripoli al premier del Governo transitorio di unità nazionale libico Dabaiba non lasciano spazio a dubbi: l’Italia vuole giocare la parte da leone nella ricostruzione della “nuova” Libia, riportando le lancette dell’orologio (dirà in seguito Dabaiba) al Trattato di amicizia italo-libico del 2008. Allora a Palazzo Chigi c’era Berlusconi mentre a reggere le sorti del paese nordafricano il rais Gheddafi, allora grande amico di Roma scopertosi nemico solo tre anni dopo al punto da essere deposto dalle bombe della Nato […] Affinché ciò accada, ha spiegato il premier italiano, è necessario però che regga il cessate il fuoco. Ma su questo punto ha ostentato sicurezza: “Mi sono state date rassicurazioni durante il nostro incontro straordinariamente soddisfacente, caloroso e ricco di contenuti”. La lista di aggettivi positivi non è apparsa affettata: Roma si sfrega le mani pensando a come la “stabilità libica” potrà tradursi favorevolmente sia nel contrasto all’immigrazione (incubo dell’intera Europa), ma anche per le aziende nostrane. La diplomazia economica italiana lavora per la transizione energetica della Libia che darà più spazio alle energie rinnovabili».

Draghi sprizza ottimismo da tutti i pori: «C’è voglia di fare, c’è voglia di futuro, voglia di ripartire e in fretta».  Certo, l’Italia dovrà vedersela con l’agguerrita concorrenza russa, turca, egiziana, francese e inglese, ma il Presidente del Consiglio ostenta sicurezza circa le capacità del nostro Paese di riconquistare e consolidare le importanti posizioni economiche e strategiche perse in Libia negli ultimi anni. Per il presidente di Federpetroli Italia Michele Marsiglia «gli argomenti all’ordine del giorni non vertono solo sull’energia ma sul piano operativo ci sono temi come infrastrutture e flussi migratori nonché la tanto chiacchierata Autostrada della Pace. E questo vuol dire che la missione di oggi vuol portare l’Italia ad essere sempre più presente nel paese con un ruolo decisivo nelle politiche del Mediterraneo». Secondo Sandro Fratini, presidente di ILBDA (Italian Libyan Business Development Association), «le aziende italiane possono e devono avere un ruolo centrale nell’accompagnare [quanto siamo gentili!] i libici verso la costruzione di uno Stato moderno ed avanzato. In Libia, si sta aprendo un ventaglio di opportunità per tantissimi giovani. Non solo nel settore petrolifero ed energetico, ma anche per chi opera nei settori dell’edilizia, commercio, comunicazione, tecnologia, aviazione, scienza, farmaceutica, fino alla ristorazione. I libici ci chiedono materiali e prodotti italiani, ma hanno anche bisogno di ingegneri ed architetti per completare i progetti architettonici ed infrastrutturali in stallo da anni». Insomma, c’è una grassa fetta di torta che il capitalismo italiano deve intercettare con assoluta necessità e rapidità, perché di certo la concorrenza di “amici” e nemici dichiarati non starà a guardare senza coltivare il “nostro” stesso ambizioso disegno economico e geopolitico. Il fatto che Mario Draghi abbia scelto la Libia per la sua prima missione all’estero dal suo insediamento la dice lunga sull’importanza che il “Sistema-Italia” attribuisce alla presenza italiana nel Paese africano che in larga misura è una “nostra” creazione.

«Esprimiamo soddisfazione per quello che la Libia fa per i salvataggi. Nello stesso tempo aiutiamo e assistiamo la Libia. Il problema non è solo geopolitico, è anche umanitario. Da questo punto di vista l’Italia è forse l’unico Paese che continua a tenere attivi i corridoi umanitari» (M. Draghi). E che fa la Libia per i salvataggi? È presto detto: la cosiddetta Guardia Costiera libica, che l’Italia finanzia e arma, intercetta i disperati che cercano di arrivare sulle coste siciliane e li riaccompagna, per così dire, nei lager libici «dove le donne vengono violentate, le famiglie depredate di tutto, gli uomini torturati, seviziati e persino uccisi» (Notizie Geopolitiche, febbraio 2020). Peraltro, molti libici che lavorano per la Guardia Costiera libica organizzano i viaggi della disperazione. Altro che «corridoi umanitari», signor Presidente del Consiglio!

Molti progressisti hanno espresso un’indignata riprovazione per l’elogio della cattura e della tortura confezionato da Draghi per ingraziarsi la controparte libica. Leggo da qualche parte su Facebook: «Draghi esprime soddisfazione alla Libia per i salvataggi. Forse era una barzelletta. I migranti vengono uccisi o messi in lager. I diritti umani sono sottozero. Si vergogni per quello che ha pronunciato. In quanto volontaria impegnata al servizio degli umili e fragili nativi e stranieri, non posso che sentirmi tradita da un governo che mi umilia!!!». Ecco, io non mi sento in alcun modo tradito, offeso e umiliato da un governo che ovviamente lavora per conto del capitalismo e dell’imperialismo tricolore, non certo per difendere e promuovere i cosiddetti «diritti umani», né per sostenere la causa degli umili, nativi o stranieri che siano. Mi piacerebbe molto che l’indignazione delle persone umanamente sensibili sposasse un punto di vista radicalmente anticapitalista.

Com’è noto, l’inchiesta della procura di Trapani nella quale sono state ascoltate le conversazioni di numerosi giornalisti e avvocati hanno avuto l’input dell’ex Ministro dell’Interno Marco Minniti (*). «L’ordine di indagare sulle Ong partì dal Viminale. Il 12 dicembre del 2016, all’esordio del governo Gentiloni, Angelino Alfano lascia il Ministero dell’Interno passando il testimone a Marco Minniti.Lo stesso giorno parte una lunga informativa. Dopo avere indicato le Ong come “fattore di attrazione”, viene precisato che è stata avviata “un’attività di raccolta informazioni circa le modalità di salvataggio dei migranti in mare, svolte dalle navi di proprietà delle Ong”. Nell’informativa vengono segnalati quattro casi di sconfinamento nelle acque libiche, da parte di alcune organizzazioni umanitarie: Moas e Medici senza frontiere» (Domani). Come scriveva qualche giorno fa Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera, si trattò (e si tratta) della «prosecuzione di una guerra (politica) con altri mezzi (giudiziari)». Si trattava di controllare e screditare chiunque denunciasse la criminale gestione dei flussi migratori affidata dal governo italiano alla Guardia Costiera libica. «Intercettateci tutti!», amano dire i manettari che, dicono, non hanno nulla da nascondere. E lo Stato è ben contento di accontentarli. Con escrementizia coerenza, il principe dei giustizialisti duri e puri, colui che sprizza manette da tutti i pori, insomma Marco Travaglio, direttore del Fascio Quotidiano, difende “senza se e senza ma”, e sulla scorta della Sacra Costituzione Italiana, la strategia investigativa della procura Trapani. Escrementizia coerenza, appunto.

(*) «Domenico (Marco) Minniti, ministro dell’Interno tutto rigore e sicurezza. Il controllo dell’immigrazione diventa una questione di vita o di morte per il dirigente dem. L’intero mandato di Minniti al Viminale è incentrato sull’argomento. Fin dal primo giorno, quando comincia a lavorare sul “Memorandum di intesa tra Italia e Libia” mentre Angelino Alfano non ha ancora portato le sue cose alla Farnesina, dove è stato spostato dal nuovo premier Paolo Gentiloni. L’esponente del Pd ha già tutto in mente e a due mesi dal suo insediamento è già pronto l’accordo con i libici per bloccare i migranti alla fonte. Poco importa come. L’importante è la firma di Fayez al Serraj, primo ministro del governo di unità nazionale di Tripoli, sul documento controfirmato dal presidente del Consiglio italiano. Obiettivo prioritario del Memorandum: “Arginare i flussi di migranti illegali e affrontare le conseguenze da essi derivanti”. In cambio l’Italia avrebbe fornito “supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l’immigrazione clandestina”. In altre parole: addestramento, mezzi e attrezzature alla forza di sicurezza comunemente definita Guardia costiera libica, formata da un ambiguo coacervo di milizie dismesse e trafficanti. Senza parlare dei campi dove i migranti vengono trattenuti, considerati da tutte le organizzazioni internazioni per i diritti umani come dei veri e propri centri di tortura, dove i “prigionieri” subiscono violenze di ogni tipo. Del resto, Minniti è persona abituata a ragionare secondo la neutra logica dei costi/benefici. Perché per perseguire un obiettivo ci vuole disciplina e un certo pelo sullo stomaco. Per raggiungere uno scopo non bisogna fermarsi, come gli avrà probabilmente insegnato Francesco Cossiga, l’amico con cui nel 2009 dà vita ad Icsa (Intelligence culture and strategic analysis) una fondazione dedicata all’analisi dei principali fenomeni connessi alla sicurezza nazionale. E Minniti non si ferma mai» (Il Dubbio).

Aggiunta dell’8 aprile 2021

 «Da quando il governo italiano guidato da Paolo Gentiloni, con ministro dell’Interno Marco Minniti, ha firmato nel febbraio 2017 il Memorandum con il governo di Tripoli, le industrie aerospaziali e di armamenti hanno fatto affari d’oro con i ministeri degli stati membri e con Frontex.  Aziende come Airbus, le israeliane Iai e Ebit e l’italiana Leonardo Finmeccanica hanno ottenuto commesse per milioni di euro. Minniti ora è entrato in Leonardo, nominato poche settimane fa a capo della fondazione MedOr, nuovo soggetto creato dalla ex Finmeccanica che si occuperà anche di Libia. Dell’accordo ha beneficiato anche l’Agenzia Frontex, diventata uno degli organismi più finanziati dell’Unione, con un budget attuale di 500 milioni e di oltre un miliardo nei prossimi sei anni. […] A febbraio scorso Minniti è stato nominato nella fondazione MedOr di Leonardo. Di cosa si occupa MedOr? “Permetterà in particolare di consolidare le relazioni con gli stakeholder dei paesi di interesse, al fine di qualificare Leonardo come un partner tecnologico innovativo nei settori dell’aerospazio, della difesa e della sicurezza”. Settore di investimento, quest’ultimo, che ha risentito positivamente dell’accordo Italia-Libia firmato dall’ex ministro. Minniti, contattato, esclude che si possa parlare di conflitto di interesse: “Da ministro non trattavo appalti e non ho avuto alcun ruolo nei contratti di cui parlate”. Poi ci tiene a precisare che la fondazione di Leonardo non ha scopi di business: “Ha altre finalità, costruire un punto di vista comune su aree strategiche per l’Italia, come può essere il Mediterraneo, come del resto fanno molti altri paesi da tempi lontanissimi”» (Domani). Non c’è dubbio.

L’onesto Minniti, degnissimo discendente dell’italico “comunismo” (leggi stalinismo con caratteristiche togliattiane), ha illustrato una prassi sintetizzabile con un “vecchio” concetto: IMPERIALISMO. E anche l’Italia “nel suo piccolo”…

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Limes

Aggiunta dell’11 Aprile 2021

La scottante frase draghiana ormai è arcinota: «Con questi dittatori, di cui uno ha bisogno, bisogna essere pronti a cooperare». Altrettanto noto è che la realpolitik di Mario Draghi ha potuto brillantemente esercitarsi anche con la Libia: «Esprimiamo soddisfazione per quello che la Libia fa per i salvataggi». Ormai abbiamo capito: ci sono dittatori e aguzzini «di cui uno ha bisogno» e con cui «bisogna essere pronti a cooperare». Molti si sono indignati dinanzi al cinico realismo del Presidente del Consiglio, ma si tratta di un’indignazione che non spiega niente e che testimonia piuttosto quanto chi la esprime comprenda pochissimo il mondo che ci tocca subire.

Scrive Francesca Sforza (La Stampa): «Oltre agli americani, tradizionalmente su questa posizione, il premier Draghi incontra il sostegno dell’opinione pubblica e dell’intero arco parlamentare italiano – ostile alla Turchia in chiave anti-islamica a destra e filo-curda a sinistra». Qui urge una mia precisazione, se non altro in quanto componente «dell’opinione pubblica» (dell’«arco parlamentare italiano» non dico niente per non destare l’attenzione di qualche zelante Procura della Repubblica): dal mio punto di vista il democratico Premier italiano e l’autoritario Presidente turco pari sono sotto ogni punto di vista. Mi correggo: in quanto anticapitalista italiano la mia ostilità politica è esercitata soprattutto nei confronti del Presidente del Consiglio italiano. A casa mia l’orgoglio nazionale è messo malissimo.

Il ministro turco dell’industria Mustafa Varank ha dichiarato che la Turchia non può prendere lezioni da un Paese che «ha inventato il fascismo» (vero!) e che «lascia morire i richiedenti asilo» (verissimo!).  «Il portavoce dell’Akp, il partito di Ergogan, ha usato parole durissime: “Hanno chiamato il nostro presidente dittatore e poi hanno aggiunto che devono collaborare con noi sull’immigrazione. È il massimo dell’ ipocrisi [giustissimo!]. Queste persone che trattano i migranti in maniera dittatoriale e immorale [verissimo!], pensano di doverci dare lezione di democrazia”» (La Repubblica). Diciamo pure, con il poeta, che la più pulita di «queste persone», italiane o turche che siano, ha la rogna.

Perché l’Italia ha bisogno del dittatore turco? In primo luogo per una ragione di interscambio economico: ci sono in ballo 17/20 miliardi di euro l’anno. Buttali via, soprattutto in tempi di crisi! Ambienti politici vicini a Leonardo hanno subito temuto per la commessa in ballo con la Turchia. Non a torto: «La prima a finire nel mirino è stata Leonardo, la holding tecnologica a controllo statale. Dopo due anni di trattative, proprio in questi giorni era prevista la firma del contratto per l’acquisto di dieci elicotteri d’addestramento AW169. Una commessa del valore di oltre 70 milioni di euro, che doveva essere la prima trance di un accordo per sostituire i vecchi Agusta-Bell 206 della scuola delle forze armate turche: l’importo complessivo per l’azienda italiana potrebbe superare i 150 milioni. Dopo le parole di Draghi i turchi hanno fatto sapere che “al momento” l’operazione è sospesa. Avvisi simili sono stati recapitati anche ad altre compagnie nazionali attive in Anatolia. Tra loro ci sono almeno due società private e Ansaldo Energia, proprietaria del 40 per cento di un gruppo che da un anno sta negoziando con banche e autorità turche la gestione dei debiti per centinaia di milioni accumulati dalla centrale elettrica di Gebze, nella zona industriale di Istanbul. È chiaro che Ankara intende far valere la rilevanza delle relazioni economiche tra i due Paesi. Prima del Covid, l’interscambio era arrivato a toccare 17 miliardi l’anno con quasi 1500 società italiane impegnate in Turchia: una delle più importanti è Ferrero, che produce lì una parte consistente delle nocciole con un business da centinaia di milioni l’anno» (La Repubblica).

L’esperta diplomazia italiana è al lavoro per chiudere la crisi politica con la Turchia e assicurare all’Italia la continuità delle relazioni economiche con quel Paese, il quale peraltro è attraversato da una grave crisi economica che minaccia di destabilizzare il già fragile quadro politico-sociale turco. La continua svalutazione della lira turca è un termometro di questa pessima situazione. L’altro termometro è squisitamente politico-sociale, e registra un’azione sempre più repressiva da parte dello Stato turco nei confronti di tutte le opposizioni sociali e politiche del Paese. Questo sempre a proposito di “fascismo” e di “democrazia”.

Come sappiamo la Turchia è per l’Italia (ma anche per la Francia) sia un partner economico e geopolitico, sia un avversario geopolitico e, soprattutto in prospettiva, economico. Discorso diverso si deve fare per la Germania, che non ha alcun interesse nel pestare i calli al dittatore turco, il quale oltretutto assicura la stabilità nell’area del Mediterraneo  Orientale, anche per quanto riguarda i flussi migratori che partono da quell’area. Ormai da decenni le relazioni tra la Germania e la Turchia hanno una connotazione davvero “speciale” – anche per la forte presenza dei lavoratori turchi nel Paese leader dell’Unione Europea. Nel Mediterraneo Orientale e in Nord’Africa gli interessi economici e geopolitici di Italia, Francia, Grecia e Turchia entrano in reciproca frizione, e qualche scintilla diplomatica (e non solo: vedi l’esercitazione navale greco-cipriota dell’agosto 2020 chiamata Eunomia) si è pure vista nei mesi scorsi. Non a caso la Grecia e Cipro, che con l’Italia stanno cercando di arginare l’aggressiva proiezione turca nel Mediterraneo Orientale, hanno subito mostrato “comprensione” per il premier italiano.

D’altra parte non bisogna sottovalutare il nuovo pensiero strategico adottato dalla Turchia e sintetizzato nel concetto, elaborato fin dal 2006 dagli ammiragli turchi, di Patria blu: «Siamo orgogliosi di proteggere il nostro vessillo glorioso in tutte le acque. Siamo pronti a proteggere con forza ogni fascia dei nostri 462 mila chilometri quadrati di Patria blu» (R. T. Erdoğan). È sufficiente guardare la carta geografica del Mediterraneo Orientale per farsi un’idea della posizione strategica che la Turchia occupa in quell’area sempre più importante anche dal punto di vista energetico – produzione e distribuzione di petrolio e di gas. In questo contesto, «Ogni scintilla può portare alla catastrofe», come disse usando un’immagine perfetta il ministro degli Esteri Heiko Maas nell’agosto del 2020, nel pieno della crisi greco-turca. Allora la ministra della Difesa Florence Parly dichiarò: «Il nostro messaggio è semplice: priorità al dialogo, alla cooperazione e alla diplomazia affinché il Mediterraneo orientale sia uno spazio di stabilità e di rispetto del diritto internazionale e non un terreno di giochi di potenza»: per gli imperialisti europei i cattivoni sono sempre gli altri, i “dittatori” della concorrenza.

La posta in gioco descritta da Angelo Panebianco: «In Libia Draghi è stato tre giorni fa. Allo scopo di riannodare i legami (spezzati o, quanto meno, assai logorati) fra l’Italia e un Paese le cui sorti hanno uno stretto legame con il nostro interesse nazionale: si tratti di rifornimenti energetici, della presenza in Libia delle nostre imprese, di flussi migratori, di contrasto al terrorismo o di sicurezza militare. Una Libia che è oggi spartita fra russi e turchi. Gli uni e gli altri ritengono di essersi conquistati sul terreno il diritto di essere lì, avendo partecipato, su fronti opposti, alla guerra fra la Tripolitania e la Cirenaica. L’Italia è impegnata ad appoggiare gli sforzi dell’attuale governo libico di riconquistare l’unità del Paese. Se coronati da successo danneggerebbero gli interessi sia di Erdogan che di Putin. La Libia non potrà essere davvero riunita se l’esercito turco e i mercenari russi non se ne andranno. Quello italiano è un tentativo necessario ma difficile. Puntiamo sui rapporti economici per ricostituire i nostri legami con la Libia. Ma può la capacità di offrire cooperazione economica sconfiggere le posizioni di forza di coloro (come appunto Erdogan) che hanno soldati e armi sul terreno? I precedenti storici non sono incoraggianti. In ogni caso, il governo Draghi è impegnato, in Libia, in una partita i cui esiti saranno assai importanti per l’Italia. In sintesi: di quanta sicurezza disporremmo (non solo noi, anche il resto dell’Europa), se il Mediterraneo diventasse stabilmente un mare russo/turco? Alzare il tiro della polemica con Erdogan, serve forse a perseguire diversi obiettivi. È un messaggio implicito alla Nato (di cui la Turchia fa tuttora parte), un messaggio che dice: non possiamo più trattare Erdogan con i guanti, come se la Turchia fosse ancora l’alleato di un tempo. È un richiamo agli Stati Uniti, è la richiesta di un loro rinnovato impegno nel Mediterraneo. Potrebbe essere anche un messaggio alla Germania: lo scambio denaro contro controllo delle frontiere forse dovrebbe essere rinegoziato in modo più favorevole per l’Europa. È infine, certamente, un messaggio indirizzato agli italiani: non possiamo evitare di cooperare col dittatore di turno quando ciò serva a tutelare certi nostri vitali interessi ma dobbiamo anche essere consapevoli del fatto che ci sono grandi differenze fra noi e il suddetto dittatore, dobbiamo monitorare con attenzione le conseguenze spiacevoli che da queste differenze possono in ogni momento derivare» (Il Corriere della Sera).

«Conseguenze spiacevoli»: che linguaggio felpato! E poi, «spiacevoli» fino a che punto? Lo scopriremo solo… Intanto, godiamoci l’orgasmo patriottico di Massimo Giannini: «Mettiamo in fila i fatti degli ultimi dieci giorni. Il capo del governo ha prima lanciato un segnale chiaro a Putin, facendo arrestare una spia che vendeva segreti a Mosca. Poi è volato a Tripoli a dare sostegno al governo provvisorio di Dbeiba e a supportare la presenza dell’Eni (anche se ha commesso il grave errore di “ringraziare” la Guardia Costiera libica per i salvataggi, mentre avrebbe dovuto denunciarne i misfatti) [sic!]. Infine ha sferrato il colpo a freddo su Erdogan. Tre atti che sembrano uniti da una sola trama: dimostrare ai russi e ai turchi che in Libia, e non solo in Libia, l’Italia c’è e vuole giocare la sua partita (La Stampa). Sia chiaro, io tifo contro!

L’ALBUM DI FAMIGLIA DI MARCO MINNITI
GROSSI GUAI NEL NOSTRO CORTILE DI CASA
PER UNA STRETTA DI MANO…
SULLA GUERRA PER LA SPARTIZIONE DELLA LIBIA
È FACILE ESSERE “BUONISTI” ACCUSANDO L’IMPERIALISMO DEGLI ALTRI!
DUE PAROLE SUL PERICOLOSISSIMO INTRIGO LIBICO
LIBIA E CONTINUITÀ STORICA
A TRIPOLI, A TRIPOLI!
L’IMPERIALISMO ITALIANO NEL“PARADOSSO AFRICANO”
IL PROFITTO È GRANDE, E L’IMPERIALISMO È IL SUO PROFETA!
TU CHIAMALO SE VUOI, IMPERIALISMO

CONTRO L’IMPERIALISMO ITALIANO! CONTRO L’IMPERIALISMO EUROPEO! CONTRO L’IMPERIALISMO STATUNITENSE! CONTRO IL SISTEMA IMPERIALISTA MONDIALE!

«Si chiama “Soleimani martire” la risposta dell’Iran all’uccisione con un drone, ordinata da Donald Trump, del noto generale comandante della Brigata al-Quds dei Pasdaran» (Notizie Geopolitiche). Ci sarà modo di parlarne nei prossimi giorni, se non nelle prossime ore; qui mi limito a registrare la possibile micidiale saldatura delle due crisi in corso nel cosiddetto Medio Oriente allargato: quella irachena/iraniana e quella libica. Di seguito “socializzo” alcune riflessioni abbozzate nei giorni scorsi.

In Iraq, in Libia, in Libano e altrove i militari italiani non rischiano la pelle a causa dell’altrui bellicismo, ma semplicemente perché l’Italia, nel suo “piccolo”, è parte organica del Sistema Imperialista Mondiale. La presenza militare e civile (tipo ospedali da campo, ecc.) del nostro Paese in diversi teatri “caldi” della mappa geopolitica risponde alle sue necessità di media potenza, e questo vale soprattutto per quanto accade in Libia in queste ore. Lo sbandierato “pacifismo” italiano ed europeo è solo fumo propagandistico venduto all’opinione pubblica dai governi di Roma e degli altri Paesi dell’Unione Europea in attesa che la situazione diventi più chiara così che si possa vedere il cavallo su cui è più opportuno puntare. Ed è esattamente questa politica “opportunista” che più irrita gli “alleati” americani, i quali non ne possono più del peloso e ipocrita “pacifismo” europeo.

Maurizio Molinari ha sintetizzato nei termini che seguono i noti fatti occorsi a Bagdad lo scorso 2 gennaio: «L’eliminazione di Qassem Soleimani da parte dei droni del Pentagono è un tassello della sfida strategica che vede la regione del Grande Medio Oriente – dal Maghreb all’Afghanistan – contesa fra quattro potenze portatrici di interessi rivali: l’Iran di Ali Khamenei, la Turchia di Recep Tayyp Erdogan, la Russia di Vladimir Putin e gli Stati Uniti di Donald Trump. È uno scenario che contrappone leader, armamenti, risorse ed alleati in un mosaico di conflitti di dimensioni e intensità variabili ma con una costante: la determinazione di ognuno dei quattro rivali ad imporsi sugli altri. Nell’evidente assenza di protagonisti europei per le lacerazioni interne all’Ue e l’incapacità di chi tenta di agire da solo – come la Francia in Maghreb – di ottenere risultati capaci di essere durevoli» (La Stampa). In effetti, l’assalto di massa attuato il 31 dicembre dalle milizie sciite-irachene Katib Hezbollah contro l’ambasciata americana di Baghdad è uno di quelle azioni che l’imperialismo Usa non può subire senza un’adeguata risposta. Quello che ha sorpreso gli analisti è piuttosto il livello della risposta confezionata da Washington, che appare ai più fin troppo sproporzionata, oltre che gravida di importanti conseguenze di vario genere. I giorni a venire ci diranno se quella sorprendente risposta, che di certo ha sorpreso lo stesso Soleimani (il quale pure vantava una fama di raffinato stratega) nonché l’intelligence iraniana e irachena, registra un salto di qualità nella strategia di “contenimento” elaborata dagli americani. In ogni caso i nemici degli Stati Uniti hanno commesso un grave errore di sottovalutazione, tanto più in considerazione del fatto che la strategia del caos controllato che Washington sta seguendo ai tempi di Trump dovrebbe indurre i suoi avversari a un supplemento di cautela.

Scriveva Nopasdaran del 10 ottobre 2019: «Parlando il 7 ottobre ad una conferenza con comandanti Pasdaran – trasmessa dalla TV iraniana – il Generale Qassem Soleimani ha spavaldamente affermato che le Guardie Rivoluzionarie hanno esteso la resistenza islamica dai 2000 km del Libano, a mezzo milione di chilometri quadrati in tutto il Medioriente. Ovviamente, con queste parole, il capo della Forza Qods intendeva riferirsi alla diffusione ormai ovunque di milizie sciite paramilitari al servizio di Teheran. Dalla sola Hezbollah in Libano, infatti, ora siamo passati a decine e decine di gruppi armati jihadisti sciiti, sparsi tra Siria, Iraq e lo stesso Yemen. Non a caso, in un secondo passaggio del suo discorso, Soleimani parla direttamente del fatto che la Repubblica Islamica ha creato una “continuità territoriale della resistenza” – tradotto, dei gruppi armati terroristici filo-iraniani – che connette Iran, Iraq, Siria e Libano. […] L’imperialismo iraniano, infatti, non potrà che esacerbare gli scontri regionali, con effetti diretti (contro Israele e arabi sunniti) e indiretti (con la Turchia e la Russia), davvero imprevedibili. Nessuno infatti, ufficialmente o non ufficialmente, permetterà che sia Teheran il solo master della regione e, in questo contesto, l’instabile Iraq rischia davvero di diventare il centro definitivo dello scontro per fermare l’avanzata iraniana». Come si vede, quello che si sta sviluppando sotto i nostri occhi è uno spettacolo tutt’altro che inatteso.

Negli anni scorsi gli “alleati” europei degli Stati Uniti lamentavano il progressivo ritiro dell’imperialismo americano dai centri nevralgici dell’agone geopolitico, disimpegno che secondo loro stava favorendo l’iniziativa politico-militare della Russia, dell’Iran, della Turchia e dell’Arabia Saudita; l’isolazionismo americano indebolisce l’intero Occidente, piagnucolavano francesi, tedeschi e italiani. In realtà gli americani non si sono mai ritirati dall’area mediorientale, ma hanno piuttosto “rimodulato” e ristrutturato la loro presenza in quella regione, aggiornandola ai nuovi scenari internazionali e regionali, e soprattutto calibrandola più di prima sugli esclusivi interessi di Washington. Come e più che ai tempi dell’invasione dell’Iraq del 2003, gli Stati Uniti hanno bisogno di sapere su quali Paesi europei possono contare nella loro strategia di contenimento/indebolimento nei confronti della Cina, della Russia e dell’Iran.

Non c’è dubbio che l’eliminazione del Generale Soleimani risponde anche a un calcolo di politica interna americana, ma sarebbe oltremodo ridicolo ricondurre quell’operazione a esigenze puramente propagandistiche (elettorali: è la democrazia capitalistica, bellezza!) ed elusive, come sostengono i leader democratici, i quali strumentalmente accusano Trump di aver calpestato il diritto internazionale: l’uccisione di Soleimani si configurerebbe infatti non come un legittimo atto di guerra, ma come una vera e propria azione terroristica. Un’analoga stucchevole quanto ipocrita polemica divampò ai tempi dell’eliminazione di Osama Ben Laden nel 2011; «Giustizia è stata fatta», disse allora il pacifista e progressista Obama, suscitando l’indignazione di chi predica la “guerra giusta”, nel senso di “politicamente corretta”. «Ancora una volta appare vero che la storia del diritto internazionale è una storia del concetto di guerra» (Carl Schmitt). Della guerra imperialistica, per l’esattezza.

In ogni caso il “fattore interno” gioca assai più in Paesi come l’Iran e l’Iraq, attraversati da fortissime tensioni sociali che Teheran e Bagdad stanno cercando di incanalare nel tradizionale alveo nazionalista e “antimperialista”. Nel breve termine la crisi provocata dall’evaporazione di Soleimani avrà come effetto, peraltro abbastanza scontato, quello di cementare il “popolo” attorno alla bandiera della dignità nazionale e di mettere la sordina ai movimenti di protesta che nelle scorse settimane hanno creato più di un problema a quei due Paesi; ma già nel medio periodo le previsioni si complicano, anche perché a quanto pare in Iran e in Iraq non tutti hanno pianto la scomparsa del «Che Guevara del Medio Oriente»…

Scrive Daniele Ranieri: «Il generale iraniano Qassem Soleimani voleva nominare il primo ministro dell’Iraq, faceva uccidere soldati iracheni nelle loro basi (bombardate dalle sue milizie) e faceva rapire e uccidere manifestanti iracheni di vent’anni. E questo soltanto nei suoi ultimi tre mesi di attività. Era la definizione da manuale di militare macellaio e di arroganza imperialista» (Il Foglio). Tutto giusto. Ma «la definizione da manuale di militare macellaio e di arroganza imperialista» si attaglia benissimo anche ai responsabili della sua eliminazione. Di solito non uso brindare quando un macellaio uccide un altro macellaio. Grido “Evviva!” solo quando le classi subalterne e tutti i maltrattati da questa disumana società (mondiale) trovano la forza e il coraggio di lottare contro i macellai di ogni nazione,di ogni colore, di ogni religione, di ogni ideologia.

Leggo da qualche parte la seguente incredibile frase: «Soleimani [va] inteso come sineddoche dei mille Soleimani del mondo che si oppongono all’imperialismo occidentale». Ci sarebbe di che sghignazzare, se non stessimo parlando di cose serie e dolorosissime, come l’oppressione, lo sfruttamento e la morte che i «Soleimani del mondo» infliggono alle classi subalterne.

Il noto comico Diego Fusaro, sempre più invasato e delirante nel suo primatismo nazionale, se n’è uscito con la barzelletta che segue: «L’Iran non è uno Stato totalitario, canaglia, pericoloso per la pace nel mondo. Tale è, invece, la civiltà dell’hamburger, che semina guerra per il mondo ed esporta democrazia missilistica, imperialismo etico e bombardamenti umanitari. Lo stesso Soleimani, ucciso vigliaccamente, con vigliacca approvazione dello stesso nostrano Salvini, non era un terrorista, ma un eroico patriota. Lottava contro il terrorismo dell’Isis e in nome dell’Iran sovrano e libero dal neobarbarico colonialismo di Washington. Che Allah l’abbia in gloria. Quanto a me, io non legittimo la guerra di resistenza dei popoli oppressi dall’imperialismo Usa: la esalto. L’aggredito ha sempre il diritto di difendersi, in tutti i modi. La sola guerra legittima è quella di difesa dall’invasore. Se vi sarà la guerra, occorrerà stare, senza se e senza ma, con l’Iran e non con gli Usa, come dicono i vili sovranisti nostrani, che sono solo codardi avvezzi a servire il padrone a stelle e strisce. La speranza è che la Russia di Putin sostenga l’Iran e che ugualmente agiscano altre potenze non allineate, in primis la Cina. Lo scopriremo presto». Il comico che si atteggia a filosofo dichiara dunque guerra all’imperialismo americano e si schiera, «senza se e senza ma», con chi ne ostacola le neobarbariche scorribande. Sarebbe del tutto inutile ricordare al fine dialettico che i nemici di Washington sono imperialisti esattamente come lo sono gli odiati Stati Uniti d’America, cuore pulsante della demoniaca (lo dice anche Allah!) «civiltà dell’hamburger» – e la Coca Cola dove la mettiamo?

Il fatto è che il cosiddetto “Campo Antimperialista” conosce un solo Imperialismo: quello occidentale egemonizzato dagli Stati Uniti. In questo modo tale “Campo” non fa che muoversi lungo il solco tracciato a suo tempo dallo stalinismo, il quale chiamava le “larghe masse popolari” di tutto il mondo a schierarsi dalla parte della “Patria socialista”, la quale era ostacolata dal perfido Occidente guidato dagli americani nella sua umanissima missione di pace, di progresso e di libertà. Per giustificare “teoricamente” la loro ultraborghese (e quindi ultrareazionaria) posizione di sostegno ai nemici degli Stati Uniti, gli esponenti “campisti” cercano di fare entrare l’attuale conflitto interimperialistico nello schema delle lotte anticoloniali sostenute in un’altra epoca storica da Marx, Engels, Lenin, Trotsky e da tutti i comunisti degni di quella qualifica – e quindi non sto parlando dei “comunisti” con caratteristiche “sovietiche”. Ricondurre l’iniziativa delle potenze regionali (vedi ad esempio l’Iran) nell’alveo della «lotta dei popoli oppressi per l’unificazione nazionale e l’indipendenza nazionale» significa esibire una concezione del processo sociale capitalistico che non solo non ha nulla a che fare con la teoria e con la prassi dell’emancipazione delle classi subalterne (e dell’intera umanità), ma rappresenta piuttosto l’opposto di una teoria e di una politica orientate in senso anticapitalistico. Il solo parlare di «lotta dei popoli oppressi per l’unificazione nazionale e l’indipendenza nazionale» a proposito di Paesi come l’Iran significa non aver maturato, non dico una concezione materialistica della storia (da taluni non è lecito pretendere la comprensione delle più elementari nozioni di quella concezione), ma una visione del processo sociale in grado quantomeno di mantenersi all’altezza dei fatti concreti. Invece i campisti non conoscono altro ragionamento che non sia ideologico all’ennesima potenza: è il reale processo sociale che deve entrare negli schemini “dottrinari” da loro fissati in astratto, riscaldando la vecchia e rancida sbobba “antimperialista” cucinata ai tempi di Stalin – e poi di Mao.

Detto altrimenti, personalmente considero il cosiddetto “Campo Antimperialista” come un’entità politico-ideologica organicamente interna alla dinamica della competizione interimperialistica, e il suo richiamarsi, del tutto abusivamente e ridicolmente (la prima volta come tragedia, la seconda come macchietta) ai “testi sacri” del marxismo, lo fanno apparire ai miei occhi particolarmente odioso, anche perché so bene che qualche giovane desideroso di lottare contro questa società escrementizia potrebbe farsi catturare dalla fraseologia “antimperialista” (in realtà solo antioccidentale) degli amici della Cina, della Russia, del Venezuela, della Siria, dell’Iran e degli altri Paesi “antimperialisti”.

Come si arriva a mettere in uno stesso sacco tutti i protagonisti del Sistema Imperialista Mondiale? Partendo dalla definizione di quel Sistema: si tratta dell’insieme delle grandi, medie e piccole Potenze (Stati, nazioni) che competono tra loro su tutti i fronti della guerra capitalistica: sul fronte economico come su quello geopolitico, su quello diplomatico come su quello militare, su quello tecnoscientifico come su quello ideologico. Si tratta appunto di una guerra sistemica, di un conflitto cioè che ha per obiettivo l’acquisizione del massimo potere possibile. Si tratta dunque di un Sistema tanto compatto, violento e disumano, quanto dinamico, contraddittorio e conflittuale al suo interno. Ogni suggestione “superimperialista” è qui bandita e ridicolizzata.

Le prime vittime del Sistema Imperialista Mondiale sono naturalmente le classi subalterne del pianeta, le cui esistenze sono sacrificate sull’altare del Moloch capitalistico, il cui concetto ingloba anche lo Stato (a prescindere dal suo contingente assetto politico-istituzionale: democratico, autoritario, totalitario) posto a difesa dei vigenti rapporti sociali di dominio e di sfruttamento. A chi per vivere è costretto a vendersi sul mercato del lavoro, a «vendere se stesso e la propria umanità» (K. Marx), la società chiede il massimo di energia (fisica e intellettuale) e di dedizione in ogni fase della guerra sistemica: quando si combatte producendo merci (materiali e immateriali) e quando si combatte producendo morti, feriti, dolore e distruzione – ovviamente nel nome degli «interessi superiori» della Patria, della Libertà, della Pace, dei Diritti Umani, della Democrazia e chi più ne ha, più ne metta, a proprio piacimento. Per irretire le classi subalterne e legarle al carro della conservazione sociale, le classi dominanti da sempre ricorrono a un potentissimo veleno ideologico chiamato nazionalismo. Come scrisse una volta Karl Kraus, «Il nazionalismo è un fiotto di sangue in cui ogni altro pensiero annega». A proposito di nazionalismo mi piace citare spesso anche Schopenhauer: «Fra tutte le forme di superbia quella più a buon mercato è l’orgoglio nazionale. […] Ogni povero diavolo, che non ha niente di cui andare superbo, si afferra all’unico pretesto che gli è offerto: essere orgoglioso della nazione alla quale ha la ventura di appartenere. Ciò lo conforta; e in segno di gratitudine egli è pronto a difendere a pugni e calci, con le unghie e coi denti tutti i suoi difetti e tutte le sue stoltezze». Ancora oggi l’orgoglio nazionale è il più potente strumento politico-ideologico su cui le classi dominanti possono contare per imbrigliare, deviare e strumentalizzare il “disagio sociale” che accompagna la vita dei subalterni, e questo è ancora più vero nei momenti di più acuta crisi sociale. Ecco perché per l’anticapitalista la critica più radicale del nazionalismo, comunque “declinato” e giustificato, non rappresenta affatto un mero dato identitario da sbandierare per affermare la propria irriducibile diversità, ma essa si configura piuttosto come un essenziale asset politico.

È possibile applicare la griglia concettuale qui appena abbozzata all’odierno conflitto mediorientale? A mio avviso sì, e comunque è esattamente dalla prospettiva che essa delinea che approccio l’analisi puntuale di quel conflitto, la quale per molti aspetti è perfettamente sovrapponibile a quella elaborata da diversi analisti geopolitici e si avvantaggia della loro superiore competenza specifica. Più in dettaglio, concordo con gli analisti che considerano quasi obbligata la risposta che gli Stati Uniti stanno dando alla forte spinta espansionistica dell’Iran in tutta l’area mediorientale – e non solo: la sua proiezione in alcune regioni dell’Africa è già più che un’ipotesi. E per adesso metto un punto.

SULLA GUERRA PER LA SPARTIZIONE DELLA LIBIA

Al di là della sua caotica fenomenologia politica e militare, la questione libica si presta a una lettura abbastanza semplice: dal febbraio 2011, anno in cui le forze lealiste di Muammar Gheddafi furono spazzate via nell’ambito della guerra per procura voluta da Francia, Inghilterra, Egitto e Paesi Arabi, è in atto nella nostra “Quarta sponda” uno scontro interimperialistico che ha come obiettivo il controllo 1. delle risorse energetiche libiche (petrolio di eccezionale qualità e gas) e 2. della preziosa posizione strategica offerta dalla Libia. Sotto quest’ultimo aspetto, c’è da dire che anche la Russia e la Cina sono interessate al futuro della Libia, e si fanno avanti senza troppi scrupoli sostenendo in qualche modo questa o quella cosca libica che sembra poter sostenere i loro interessi. Il conflitto di questi giorni è insomma l’ultimo episodio di una lunga guerra per procura che fa leva sugli interessi delle fazioni libiche rivali che si contendono il potere economico e politico con ogni mezzo necessario.

Se le cose stanno così, non è difficile prevedere giorni ancor più terribili per il popolo degli abissi tenuto sotto sequestro nei lager libici per scopi economici e politici: «Attenta Italia, attenta Europa, possiamo spararvi contro tutti gli immigrati che vogliamo!». Decisamente la Libia è un posto sempre più sicuro…

In questo caotico contesto l’Italia, al contrario dei suoi numerosi e agguerriti concorrenti internazionali, ha moltissimo da perdere, sia in termini economici, sia in termini geopolitici che di sicurezza interna. Scrive Alessandro Orsini: «L’Italia sta per perdere quanto di più prezioso abbia nell’arena internazionale ovvero il suo rapporto privilegiato con la Libia. Esiste un modo più chiaro di dirlo: persa la Libia, gli italiani hanno perso tutto. Nel senso che hanno perso qualunque possibilità di essere influenti su un governo diverso dal proprio. È un modo ruvido, ma diretto, di chiarire che non conteranno più niente al di fuori dei propri confini. E siccome la sicurezza dell’Italia dipende, in larga parte, dalla Libia…» (Il Messaggero).

In effetti, non è esagerato dire che per il Capitalismo/Imperialismo italiano sono in gioco interessi vitali, almeno nel breve e medio periodo, e bastava ascoltare gli interventi di ieri del Ministro degli Esteri Moavero Milanesi e della Ministra della Difesa Elisabetta Trenta davanti alle Commissioni congiunte Esteri e Difesa di Senato e Camera, nonché il dibattito che ne è seguito, per rendersi conto di quanto cosciente della delicatissima  situazione sia la classe dirigente di questo Paese. Per l’occasione anche la locuzione “Quarta sponda” è stata abbondantemente sdoganata, e in un’accezione fortemente positiva, forse come non si sentiva dai tempi del Fascismo. Nientemeno! Moavero ha parlato addirittura di «un destino che lega la Libia all’Italia», e per questo egli vorrebbe convocare la Conferenza Internazionale di pace sulla Libia (il 10 novembre) in Sicilia, la regione italiana che si affaccia sul Mediterraneo meridionale e ne ammira il rigoglioso giardino – dove fioriscono in abbondanza petrolio, gas e pesci. Da parte sua, la Ministra della Difesa ha dichiarato che l’Italia cerca di difendere in Libia i suoi interessi industriali e strategici esattamente come sta facendo la Francia, e per questo si augura che la normale competizione tra due Paesi amici («anzi cugini») possa mantenersi su corretti binari, avendo entrambi cura di non farla deragliare in comportamenti ostili che li danneggerebbero in egual misura. «Tra amici e cugini si compete e si collabora». Un basso profilo diplomatico che si giustifica con gli attacchi antifrancesi venuti da diversi esponenti del Governo italiano nei giorni passati; una postura aggressiva (“sovranista” e “populista”) che in questo momento di delicate trattative internazionali evidentemente non sembra essere di grande aiuto per Roma.

«L’Italia ha e intende continuare ad avere un ruolo da protagonista in Libia», ha dichiarato la Ministra Trenta: su questo non avevo dubbi. E difatti continuo, nel mio infinitamente piccolo, a contrastare con le armi della critica (questo oggi passa il convento!) quel protagonismo: decisamente la nuova moda sovranista-populista non fa per me! La «sicurezza energetica» dell’Italia è cosa che non può suscitare alcuna preoccupazione in una testa autenticamente anticapitalista.

Da sempre in quel quadrante geopolitico l’Italia soffre molto l’attivismo politico-militare della Francia perché non può rispondere sullo stesso terreno, non avendo essa un peso politico-militare paragonabile a quello della rivale d’Oltralpe, la cui esibita grandeur peraltro è più fonte di ironia da parte dei suoi partners-competitors  che di preoccupazione. In ogni caso, in confronto alla Francia l’Italia rimane un nano politico, e non sarà certo il protagonismo velleitario di un Salvini a poter cambiare la situazione a favore dell’Italia. Tanto più che la Francia guarda con crescente interesse alla «scatola di sabbia» che Roma considera cosa sua per diritto geopolitico: «La Francia ha un duplice interesse da difendere in Libia. Il primo è connesso alla salvaguardia e al rinnovo di quell’enorme insieme economico che costituisce l’esposizione industriale di Parigi nel Golfo, ed in particolare negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita. Difendere le posizioni così tenacemente sostenute da Abu Dhabi è una priorità per Parigi, che in tal modo può guardare alla Libia anche attraverso una seconda lente di interesse, connessa al potenziale degli interessi economici un tempo oggetto di controllo quasi monopolistico da parte dell’Italia, e che con la crisi del 2011 sono stati invece rimessi sul piatto della delicata partita» (N. Pedde, Huffington Post). È vero che «negli ultimi anni di guerra civile, l’ENI, la più importante azienda energetica italiana, è stata l’unica società internazionale in grado di produrre e distribuire petrolio e gas in Libia, grazie soprattutto ad accordi con milizie locali che le hanno garantito sicurezza e protezione»; ma è anche vero che «dalla scorsa primavera Total, la principale azienda energetica francese, è tornata a muoversi nel paese, con acquisizioni e partecipazioni societarie che potrebbero portare la produzione francese in territorio libico a 400mila barili di greggio al giorno nei prossimi tre anni» (Il Post).

È un fatto che dal 2011 la tensione tra Roma e Parigi si è fatta critica, anche perché l’Italia da parte sua non ha nascosto crescenti ambizioni di espansione economica in un’area dell’Africa che Parigi considera di sua esclusiva pertinenza in grazia del suo passato coloniale. La competizione tra i due Paese dell’Unione Europea acquista un particolare significato alla luce della sempre più forte presenza economica della Cina nel continente africano, penetrazione economica (di merci e di capitali: il trionfo dell’Imperialismo nella sua accezione più “pura”) che presto o tardi avrà delle importanti ricadute sul terreno strettamente politico – e quindi militare.

«Nella Grande sala del Popolo di Pechino c’erano tutti, oltre 50 tra capi di Stato e di governo dei Paesi africani. E dal palco il padrone di casa Xi Jinping ha riservato loro un’accoglienza che più calorosa non si può. Il presidente cinese, nel discorso inaugurale del Forum di cooperazione Africa-Cina trasmesso oggi in diretta tv, ha promesso finanziamenti al continente per 60 miliardi di dollari, tra prestiti e investimenti per infrastrutture. […] Senza dubbio dietro al progetto “africano” di Xi ci sono soprattutto motivazioni interne: dare lavoro alle sue imprese (a cui sono affidati gran parte delle opere) e assicurare il flusso di materie prime di cui l’Africa è ricca. Ma per i partner africani alla ricerca di sviluppo i suoi miliardi sono benvenuti, per scelta o per necessità. Senza contare che la Cina non si immischia mai in questioni di politica interna» (F. Santelli, La repubblica). In diversi post ho avuto modo di sostenere come lo sfruttamento imperialistico dell’Africa da parte della Cina e il processo di sviluppo capitalistico dei Paesi del “Continente nero” sottoposti a quello sfruttamento non si contraddicono affatto e come siano piuttosto due aspetti della stessa realtà, due lati della stessa capitalistica medaglia. Già Marx aveva gettato luce su questa “dialettica” di sfruttamento e sviluppo analizzando il colonialismo del Regno Unito. Ma qui è meglio mettere un punto.

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È FACILE ESSERE “BUONISTI” ACCUSANDO L’IMPERIALISMO DEGLI ALTRI!

Ennesima intervista rilasciata alla stampa dall’uomo che sussurra alla ruspa, insomma da Matteo Salvini. A mio parere degna di una qualche riflessione politica è solo la risposta che il Ministro degli Interni dà in merito alla politica estera italiana in Africa. «Che fine ha fatto la missione italiana in Niger che i francesi hanno bloccato?», chiede Alessandro Farruggia (Quotidiano.net) al Ministro. Risposta: «Bella domanda. I francesi sono un problema, perché la loro è una strategia economica, non umanitaria». Com’è noto, la politica del leader leghista è invece incentrata su rigorosi presupposti etici: prima l’uomo in quanto uomo, poi ogni altro interesse. Si tratta del ben noto sovranismo umanitario estraneo alla volgare cultura materialista dei francesi, i quali pensano solo al vile denaro, all’argent. Ma riprendiamo la risposta: «Noi stiamo lavorando anche con diversi privati ad un piano di investimenti nel Sahel, nei paesi di partenza e di transito. Lo facciamo come Italia, perché come Europa mi fido fino a un certo punto». Bene! bravo! bis! Fidarsi di Bruxelles è bene, non fidarsi è meglio: l’asse franco-tedesco è sempre in agguato. Ecco la perla finale: «I francesi hanno un approccio imperialista e colonialista che non è apprezzato in Africa e quindi qualche paese è disponibile a ragionare di fronte a investimenti veri. Mi piacerebbe che il ministro Salvini, brutto, sporco, cattivo, razzista, fascista, fosse quello che investe seriamente in Africa. Per permettere a quei ragazzi di restare lì a lavorare». Com’è umano lei! E com’è ingiusto che qualcuno lo accusi di razzismo e di fascismo!

Si può però anche dire, volendo essere supercritici, che è facile accusare l’imperialismo e il colonialismo degli altri, tacendo bellamente sull’imperialismo di casa propria. Ma da uno come Salvini non ci si può aspettare altro che questo, ovviamente. Né d’altra parte bisogna pensare che le dichiarazioni del Ministro “populista”  rappresentino una innovazione in materia di politica estera, tutt’altro. È dalla fine della Seconda guerra mondiale che la penetrazione degli interessi economici e geopolitici dell’Italia nel suo tradizionale cortile di casa (Africa del Nord, Balcani) è affidata soprattutto al cosiddetto soft power, fatto non solo di investimenti (soprattutto nell’estrazione di gas e petrolio e nella costruzione di infrastrutture come ponti, porti e dighe) ma anche di “missioni umanitarie” affidate alle ONG. Ed è precisamente questa politica di penetrazione dal basso profilo politico-militare ma di grande efficacia che alla fine ha cozzato con gli interessi dei francesi in un’area che evidentemente essi considerano di loro esclusiva pertinenza. È comunque un fatto che gli interessi strategici italiani in Libia sono minacciati da più parti, come ha chiaramente dimostrato l’intervento “umanitario” internazionale del 2011 ai danni del regime di Gheddafi voluto soprattutto dalla Francia (con il pronto e “fattivo” sostegno della Gran Bretagna e dell’Arabia Saudita) per indebolire appunto la posizione dell’Italia in quel Paese e non solo.

Scrive Francesca Pierantozzi sulla vera natura del contenzioso franco-italiano in Africa: «Negli ultimi tempi tra Roma e Parigi volano parole grosse: irresponsabile e cinica l’Italia che chiude i porti per Macron, arrogante e ipocrita la Francia secondo Salvini. Ma dietro alle scaramucce diplomatiche, quanto pesano gli interessi economici? Quanto pesa il petrolio della Libia, l’Uranio del Niger, il gas del Fezzan, e poi l’oro, il cobalto, il manganese, il litio e le preziose terre rare del Sahel? Sono questi i famosi paesi “di origine e transito” dei flussi migratori che stanno spaccando l’Europa. In Libia, oltre alle idee di Macron e Salvini, si fronteggiano anche Eni e Total. La lotta è ancora impari e a netto vantaggio italiano. Nel 2018 Eni stima una produzione giornaliera di circa 320 mila barili/olio/equivalente (Boe). Nel 2017 la produzione della francese Total è stata di 31.500 barili al giorno. Anche se a marzo Total ha comprato la Marathon Oil Libya, che a sua volta detiene il 16,33 per cento delle concessioni di Waha per 450 milioni di dollari, la produzione dei francesi non supererà i 100 mila barili. La diplomazia di Macron, che per primo ha riconosciuto come interlocutore oltre al premier di Tripoli Serraj – il generale Haftar, signore della Cirenaica e ormai considerato anche signore del petrolio, arriva comunque in ritardo rispetto alle intenzioni di Eni. Il gruppo italiano sta infatti già guardando altrove. A marzo l’amministratore delegato Descalzi ha annunciato che Eni ridurrà la produzione di petrolio in Libia fino a 200mila barili al giorno entro il 2021. In compenso, gli italiani guardano con interesse all’ex francese Algeria, possibile futuro terreno di scontro economico: Descalzi ha firmato di recente una serie di accordi con la Sonatrach, la società di Stato algerina, di cui uno in particolare per l’ esplorazione nel bacino del Berkine. Tra Francia e Italia in Libia non c’è comunque solo il petrolio. Grossi interessi hanno anche Endesa (Enel) e Gdf-Suez, per non citare che i colossi. Senza contare, per l’Italia, il progetto di autostrada che Berlusconi promise a Gheddafi come “risarcimento” della politica coloniale, una litoranea per quasi un miliardo di euro attribuito a Salini Impregilo e di recente confermato, e il gasdotto libico-italiano Green Stream. Stesso tavolo di interessi comuni anche nel Sahel, dove la Francia è presente militarmente dal 2013, prima in Mali con l’operazione Serval, e poi anche in Mauritania, Niger, Burkina Faso e Ciad con l’operazione Serval. Sono questi alcuni dei paesi in cui dovrebbero essere installati i famosi hot spot extra europei. Per ora l’Italia è stata estromessa dal dispositivo presente a Niamey, dove sono di stanza solo una quarantina di militari italiani. Il governo Gentiloni aveva parlato di “opportunità enormi per il nostro sistema manifatturiero”, ma per Parigi sono in gioco soprattutto i giacimenti di uranio in Niger (in particolare la miniera di Arlit) che forniscono ad Areva il 30 per cento di uranio utilizzato nelle centrali nucleari di Francia» (il Messaggero).

Insomma, le ragioni per una tensione crescente tra Roma e Parigi ci sono tutte e non appaiono di facile gestione diplomatica. Un “populista” alla Salvini ha quantomeno il merito di non usare sempre e solo l’affettato gergo diplomatico la cui comprensione è preclusa al popolo bue. C’è da dire, per concludere, che anche per quanto riguarda la politica sui migranti Salvini si muove in assoluta continuità con il suo predecessore al Viminale, con quel Marco Minniti che a sua volta fu accusato di praticare una politica fascista. Non c’è niente da fare: la postura politicamente “decisionista” in Italia deve sempre confrontarsi con l’uomo dalla mascella volitiva!

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MAL’ARIA

In ricordo di Rhoda e degli altri sommersi

 

Benché inglobati e trascinati senza requie dalla folla
innumerevole dei loro consimili, essi soffrono e si
trascinano in una opaca intima solitudine, e in solitudine
muoiono o scompaiono, senza lasciar traccia nella
memoria di nessuno (P. Levi, Se questo è un uomo).

Il reportage sui lager libici pubblicato domenica scorsa da Avvenire conferma quello che in Italia e nella civilissima Europa sanno tutti: i migranti che non stanno arrivando nel nostro Paese, in Spagna e in Grecia sono precipitati nel «buco nero delle prigioni clandestine libiche», infernale abisso che «ha numeri da Terzo Reich: circa 400mila i profughi “contabilizzati” dalle autorità di Tripoli, ma quelli rimasti imprigionati sono molti di più: secondo stime ufficiose confermate anche da fonti di intelligence italiane, sarebbero tra gli 800mila e il milione». Nei lager che anche il nostro Paese rende possibile, sono soprattutto le donne a pagare il prezzo più salato alla ricerca di una vita migliore: «Il blasfemo jihad degli stupratori libici si compie ogni sera, dopo che le autobotti [carichi di nafta] dei contrabbandieri tornano indietro. “Allah Akbar”, urlano mentre torturano gli uomini e assaltano le donne. Accanto alla vittima mettono un telefono mentre picchiano più duro, così che i malcapitati implorino pietà e altri soldi dai parenti rimasti nei villaggi». Giovani donne finite nelle mani degli aguzzini, ex scafisti riconvertitisi in guardie stipendiate a quanto pare anche con denaro proveniente dal governo italiano, preferiscono darsi la morte, pur di farla finita con stupri e umiliazioni d’ogni genere.

«Da qualche settimana, dicono i trafficanti di gasolio, c’è solo gente che entra e nessuno che va via coi gommoni. Una situazione esplosiva che fa essere gli scafisti ancora più cattivi, forse per il timore di non poter fronteggiare da soli una rivolta di centinaia di persone. Le finestre degli stanzoni dei migranti sono coperte da drappi che impediscono di vedere bene all’interno. Poi per un istante, lo straccio che fa da tenda viene scostato. Osserviamo un ammasso indistinto di esseri umani accucciati per terra. Uomini donne e bambini addossati a gruppi di trenta o quaranta per stanza. Ogni vano non supera i cinquanta metri quadri. Di colpo gli sguardi di mille occhi si alzano verso la finestra. E ci guardano. Qualsiasi gesto, un saluto, un sorriso, una smorfia di rabbia o di compassione, suonerebbe come beffardo o una nuova umiliazione». Sì, dinanzi all’orrore è meglio tacere, o distogliere lo sguardo, e pensare che dopo tutto paghiamo i politici perché siano loro a prendersi cura del mondo. Molti pensano, e non pochi anche dicono (viva la sincerità!), che l’obiettivo è stato comunque raggiunto: frenare in qualche modo l’«invasione» del sacro suolo nazionale da parte di gente che ci porta solo problemi: «Aiutiamoli a casa loro!». Occhio che non vede, cuore che non duole, coscienza che non pesa. E poi questi africani, con rispetto parlando, «dopo la miseria ci portano le malattie» (Libero Quotidiano). «Non abbiamo amici in quelle zone», sostiene il cattivo (e perciò credibile) Edward Luttwak: «stare fuori è l’unica soluzione. Altrimenti occorre ripristinare Stati di stampo coloniale». È ciò che d’altra parte si stanno impegnando a fare alcuni Paesi europei, Italia inclusa. «Nostre fonti, ma ora anche alcuni media libici tra al-Wasat e Erem, hanno riferito dell’incontro in Libia questa sera del ministro dell’Interno italiano, Marco Minniti, con il generale di Tobruk, Khalifa Haftar. Infatti dopo essere stato ad Algeri, Minniti si sarebbe recato a Bengasi, dove avrebbe incontrato il generale “di Tobruk” presso il suo ufficio situato nella base di al-Rajmeh, a sud della città della Cirenaica. […] Il meeting, avvenuto nel silenzio dei media italiani, avrebbe avuto ancora una volta al centro il tema dell’immigrazione, cosa probabile visto il ruolo del ministro dell’Interno» (Notizie Geopolitiche). Finalmente un Ministro dell’Interno come si deve! Anche la pelata ministeriale s’intona bene, a me pare, con la virile quanto vitale (per l’ordine sociale e la sicurezza nazionale) funzione.

«Zuara. È qui che Rhoda è morta dopo le prime notti in balia dei capricci degli scafisti. Era un anno fa. Dicono si sia ammazzata mentre tutti dormivano. Prima, cercava qualcosa con cui sfigurarsi. Acido, candeggina, oppure del fuoco. Fino a quando – racconta l’amica – trovò la lama di un rasoio usato dai migranti maschi». «Dicono si sia ammazzata mentre tutti dormivano»: anche qui da noi tutti dormono, o fanno finta di dormire, per poter dire (soprattutto a se stessi): «Ma io non sapevo, io dormivo, io non c’entro». Come no! «Considerate se questa è una donna. Senza capelli e senza nome. Senza più forza di ricordare. Vuoti gli occhi e freddo il grembo. Come una rana d’inverno» (P. Levi, Se questo è un uomo). «Ma io non sapevo, io dormivo, io non c’entro». Come no!

«In Germania non si può paragonare la crisi dei migranti all’Olocausto degli ebrei, nemmeno se a farlo è un artista. Ha ricevuto critiche durissime la performance dal titolo Auschwitz on the Beach scritta dal filosofo e attivista bolognese Franco “Bifo” Berardi» (Il Fatto), il quale denuncia «la bigotteria di gente che ha ripetuto molte volte “mai più Auschwitz” e tuttavia non tollera che qualcuno gli faccia presente che in realtà Auschwitz sta accadendo di nuovo sotto i nostri occhi e con la nostra complicità». Bravo Bifo! La radice sociale che ha reso possibile lo sterminio pianificato di uomini, donne, vecchi e bambini (anche di quelli “attenzionati” dalle democratiche Fortezze Volanti) nella Seconda guerra imperialista è tutt’altro che morta, e il “realismo” che dimostriamo nei confronti delle “sciagure lontane” lo testimonia nel modo più evidente.

«Noi occidentali», osserva ancora Bifo, «dobbiamo far fronte alle conseguenze di secoli di colonialismo e di quindici anni di guerra ininterrotta, di cui siamo totalmente responsabili. Ora, l’enorme debito che abbiamo accumulato, non vogliamo pagarlo. Ci rifiutiamo di investire le enormi somme di denaro necessarie per l’accoglienza dei migranti e preferiamo darle a Banca Etruria, al Monte dei Paschi e al sistema finanziario europeo. Bene, questo atteggiamento provoca la guerra. Una guerra che è già cominciata e che non vinceremo, perché abbiamo a che fare con un immenso esercito di disperati. Perderemo tutto. Perderemo la vita di molta gente, perderemo la democrazia e il senso dell’umanità». Questa lamentela da occidentale critico invece non mi piace neanche un poco, anche perché sembra inclinare verso il solito piagnisteo “populista”, antifinanziario e antiliberista («quell’espressione ha provocato la bigotteria del ceto neoliberale tedesco.). Nella mia qualità di “proletario critico” mi auguro piuttosto una saldatura tra la classe subalterna d’Europa e «l’immenso esercito di disperati» alla ricerca di una vita migliore, e certamente non mi spaventa neanche un poco la prospettiva di perdere la «democrazia [ossia l’attuale forma politico-istituzionale che assume il dominio di classe] e il senso dell’umanità [degli “occidentali”?]»: come diceva quello, i proletari non hanno niente da perdere e un mondo da conquistare.

«Distruggere l’uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice» (P. Levi, Se questo…). Qui si parla di tutti noi, beninteso. Almeno io la vedo così. Più volte nei miei modesti post ho scritto che fino a quando non apparirà sulla scena «un’umanità socialmente sviluppata» (Marx), «un’umanità al suo livello più alto» (Schopenhauer), tutto il male astrattamente concepibile è pure molto probabile, anche ai danni di chi al momento pensa di esserne al riparo semplicemente perché crede di essere nato nella parte fortunata del mondo. Salvo ritrovarsi in casa la guerra sotto forma di attentati terroristici. Intanto, mentre rimandiamo sine die la creazione dell’uomo, ossia la realizzazione delle condizioni sociali che rendano possibile l’esistenza dell’uomo in quanto uomo su questo piccolo pianeta, la ruota della fortuna continua a girare, sempre più rapidamente, sempre più minacciosa. Non c’è dubbio, tira una pessima aria: mal’aria, appunto, e tutti – salvo chi legge, si capisce – ne siamo contagiati. «Ai vaccini, presto!» Auguri!

MARCINELLE 1956, MEDITERRANEO 2017. UNA FACCIA, UNA DISGRAZIA

Ni chiens, ni italiens!

Né cani, né africani!

Né cani, né africani, né omosessuali!

Né cani, né africani, né omosessuali, né…

 

Com’è noto, nell’immediato dopoguerra l’Italia siglò con il Belgio un accordo che prevedeva quote di carbone estratto nelle miniere di quel Paese in cambio di manodopera italiana, a testimonianza del fatto che, come diceva l’uomo con la barba, nel Capitalismo «il lavoro-merce è una tremenda verità». Scriveva Paolo Di Stefano sul Corriere della Sera del 16 agosto 2016: «Eravamo Poveracci. Partivamo dal Nord, dal Centro e dal Sud con un panino o un’arancia in tasca, fuggivamo dalla povertà. I manifestini rosa che invitavano i ragazzi a emigrare in Belgio promettevano case per le famiglie, assicurazioni e buoni stipendi. Niente fu mantenuto: in Belgio gli operai venivano ospitati nelle baracche dei prigionieri di guerra. Erano partiti per cercare un po’ di benessere ma anche per rimediare alle lacune della manodopera belga che non voleva più scendere in miniera e preferiva lavorare nelle fabbriche. Il governo italiano, nel 1946, aveva firmato un accordo con Bruxelles che prevedeva uno scambio: per 1000 minatori mandati in Belgio, sarebbero arrivate in Italia almeno 2500 tonnellate di carbone. Uno scambio uomini-merce». Marxianamente parlando quest’ultima frase andrebbe riscritta come segue: uno scambio di uomini ridotti a merce con altra merce (materia prima); capitale/lavoro vivo (il mitico “capitale umano”) contro capitale/lavoro morto.

Leggo da qualche parte: «L’8 agosto 1956 nella miniera del Bois du Cazier, in Belgio un incendio causò la morte di 262 minatori di cui 136 italiani. La miniera di Marcinelle è diventata un simbolo e un santuario della memoria per tutti gli emigranti italiani che hanno perso la vita sul lavoro, spesso un lavoro duro, faticoso e pericoloso». La ricostruzione postbellica non fu esattamente un pranzo di gala, da nessuna parte. Ebbene, l’Italia ha fatto di quelle vittime del Capitale e degli interessi nazionali degli eroi, dei soldati-minatori caduti sul fronte del lavoro per mantenere alto l’onore e il prestigio della Nazione: «La memoria di questo tragico evento, che nel nostro Paese celebriamo come Giornata del Sacrificio del lavoro italiano nel mondo [che definizione fascistissima!], deve servire da guida per noi e per i nostri figli. Le nostre comunità all’estero non sono solo viste come destinatarie di servizi, ma anche e soprattutto come una componente essenziale della politica estera dell’Italia». Queste le dichiarazioni rilasciate dal sottosegretario agli Affari Esteri, Vincenzo Amendola, nel corso della commemorazione delle vittime di Marcinelle. Per quanto mi riguarda la nazionalità di quei salariati uccisi dai rapporti sociali capitalistici non ha alcuna importanza; «Non dimenticare Marcinelle» per me non significa in alcun modo sostenere le politiche di chi cerca di gestire le contraddizioni sociali ai fini della difesa dello status quo sociale implementando una strategia “buonista” («Gli immigrati fanno i lavori che noi italiani non vogliamo più fare, frenano il calo demografico nel Paesi ricchi e ci pagano le pensioni!»); né significa, ovviamente, tessere l’elogio dell’immigrato italiano “buono” (come i macaronìs!) che sgobbava senza lamentarsi – mentre i negracci che purtroppo riescono a sopravvivere al deserto, ai carnefici dei lager libici e ai pesci del Mediterraneo non hanno voglia di fare nulla di costruttivo!

Il 61esimo anniversario della strage di Marcinelle, celebrato lo scorso 8 agosto, ha offerto ai “buonisti” e ai “cattivisti” che si disputano la scena politica nazionale un’eccellente occasione per esibirsi dinanzi al pubblico dei rispettivi tifosi e detrattori. Come abbiamo visto il fronte buonista ha avuto i suoi campioni nel Presidente della Repubblica Sergio Mattarella («Generazioni di italiani hanno vissuto la gravosa esperienza dell’emigrazione, hanno sofferto per la separazione dalle famiglie d’origine e affrontato condizioni di lavoro non facili, alla ricerca di una piena integrazione nella società di accoglienza . È un motivo di riflessione verso coloro che oggi cercano anche in Italia opportunità che noi trovammo in altri Paesi e che sollecita attenzione e strategie coerenti da parte dell’Unione Europea»), nel Ministro degli Esteri Angelino Alfano («La tragedia di Marcinelle ci dà ancora oggi la forza di lavorare per un’Europa più coesa e solidale, come l’avevano immaginata i padri fondatori. Un’Europa che trae origine e sostanza dal genuino spirito di fratellanza fra i suoi popoli. Mi riferisco in particolare al flusso continuo di migranti disperati che oggi, come allora, cadono troppo spesso vittime») e, dulcis in fundo (ma si fa solo per dire), nell’immancabile Presidente (o Presidenta? o Presidentessa?) della Camera Laura Boldrini: «L’anniversario della tragedia di Marcinelle ci ricorda quando i migranti eravamo noi. Oggi più che mai è nostro dovere non dimenticare». Non dimenticare cosa esattamente? E «noi» e «nostro» in che senso? Ad esempio, chi scrive cosa ha da spartire con i campioni del buonismo appena citati? La nazionalità? Non c’è dubbio; ma è, questo, un connotato anagrafico che sempre chi scrive respinge sul terreno della lotta (si fa quel che può!) anticapitalistica, la quale, come ho già accennato, dissolve ogni appartenenza nazionale, razziale, religiosa e quant’altro per porre al centro dell’attenzione la disumana prassi del Dominio, la maligna entità storico-sociale che rende possibile anche le carneficine, in tempo di guerra come in tempo di – cosiddetta – pace. È questo d’altra parte il filo nero che lega la Marcinelle del 1956 al Mediterraneo del 2017. Ovviamente e come sempre, mutatis mutandis.

Cambiando dunque l’ordine cronologico delle stragi, il colore della pelle degli sventurati e il contesto storico/geopolitico degli eventi qui evocati, il risultato non cambia. E si chiama Capitalismo, la cui dimensione oggi è mondiale. La spinta migratoria che origina soprattutto nell’Africa subsahariana ha moltissimo a che fare con le dimensioni e con la natura invasiva del Capitalismo, il quale genera “scompensi”, magagne e contraddizioni sia là dove esso per così dire abbonda (vedi il cosiddetto Nord del mondo), sia là dove invece esso è asfittico e tarda a decollare, e questo, nella fattispecie, soprattutto a cagione della prassi colonialista e imperialista che vide protagonisti alcuni Paesi europei già a partire dalla fine del XV secolo. L’ineguale sviluppo del Capitalismo ha sempre creato onde di pressione sociale che coinvolgono l’intero pianeta, e che possono manifestarsi anche sottoforma di migrazioni di massa, un fenomeno che, come impariamo fin dalle scuole elementari, se osservato dalla prospettiva storica non ha in sé nulla di eccezionale: il bisogno spinge i popoli a muoversi, da sempre. Oggi questo processo sociale si dispiega nell’epoca caratterizzata dal totalitario dominio dei rapporti sociali capitalistici, e questo connotato storico-sociale gli conferisce la peculiare fenomenologia che ci sta dinanzi.

Ma ritorniamo a Miserabilandia! Dei buonisti abbiamo già detto. Immediata è scattata la rappresaglia dei cattivisti, i quali si sono prodotti nel solito coro: «Vergogna! Vergogna! Vergogna!». «Mattarella si vergogni», ha tuonato appunto il leader leghista Matteo Salvini. «È vergognoso – ha dichiarato Paolo Grimoldi, deputato della Lega Nord e segretario della Lega Lombarda – che il presidente Mattarella nel ricordare la strage di Marcinelle paragoni gli italiani che andavano a sgobbare in Belgio o in altri Stati, dove lavoravano a testa bassa, dormendo in baracche e tuguri, senza creare problemi, agli immigrati richiedenti asilo che noi ospitiamo in alberghi [che invidia!], con cellulari, connessione internet [e io pago!], per farli bighellonare tutto il giorno e avere poi problemi di ordine pubblico, disordini, rivolte come quella avvenuta oggi nel napoletano dove otto immigrati minorenni hanno preso in ostaggio il responsabile della struttura che li ospita. Paragonando questi richiedenti asilo nullafacenti agli italiani morti a Marcinelle il presidente Mattarella infanga la memoria dei nostri connazionali. Si vergogni». Ecco appunto. Per il capogruppo Pd alla Camera, Ettore Rosato, «le parole di Matteo Salvini sono vergognose [ci risiamo!] perché offendono il Presidente Mattarella [e chi se ne frega!] e gli italiani»: nella mia qualità di disfattista rivoluzionario non mi sento offeso neanche un po’ dal vomito razzista che esce dalla bocca di Salvini e gentaglia simile. Questa è robaccia che può eccitare gli animi delle opposte tifoserie che siedono sugli spalti di Miserabilandia. Dal mio punto di vista buonisti e cattivisti pari sono, e rappresentano due opzioni interne all’esigenza di gestire i processi sociali e di controllare la società per garantire la continuità dello status quo sociale – sociale, non meramente politico-istituzionale.

Pare che anche qualche discendente delle vittime di Marcinelle si è sentito offeso dal buonismo presidenziale di Mattarella, da quello governativo di Alfano e da quello istituzionale della Boldrini: «Aldo Carcaci, figlio di un emigrato e oggi deputato belga, ha contattato IlGiornale.it dicendosi esterrefatto da quanto sentito in questa giornata di dolore. “Mi sento offeso dalle parole che ho sentito. Così come è offesa la memoria delle persone che hanno perso la vita nella miniera di Marcinelle. Paragonare quegli immigrati con quelli di oggi è sbagliato. Quando mio padre nel 1947 è andato in Belgio c’èrano degli accordi tra i due Paesi. C’era, da parte del Belgio, una richiesta di lavoratori. In Italia invece i giovani non hanno un impiego ed è quindi impensabile riuscire ad aiutare tutti i ragazzi africani che arrivano ogni giorno sulle nostre coste. Inoltre noi ci siamo integrati, abbiamo studiato, imparato la lingua e lavorato anche se subivamo episodi di razzismo”» (Il Giornale). Capito? Noi eravamo brava gente (e pure di pelle bianca, salvo qualche siciliano particolarmente abbronzato); loro invece…

Quanto escrementizia e risibile sia la disputa tra buonisti e cattivisti lo apprendiamo anche dalla discesa in campo dell’attore comico Jerry Calà («Capito?»): «Non paragoniamo i nostri emigrati per piacere! Loro chiusi in baracche da cui uscivano solo per lavorare e rientravano per farsi da mangiare. Mio zio è morto in Belgio nelle miniere per mantenere la famiglia italiana. Mi permetto di parlare perché ne sono parente e in quegli anni ci sono stato. In Svizzera, in Belgio, in Germania. Non facciamo paragoni assurdi per piacere! Gli emigranti italiani venivano trattati come animali da soma… pulitevi la bocca». Pare che l’indignazione dell’attore abbia riscosso un notevole apprezzamento in una non piccola parte di Miserabilandia.

Giustamente Francesco Cancellato (Linkiesta) considera «stucchevole e pedagogico sentirsi dire che dovremmo solidarizzare coi migranti perché un tempo lo siamo stati anche noi. Come se solo una pregressa condizione di sfruttati possa muoverci a pietà per una moltitudine di disperati in fuga dall’inferno. Come quando nei telegiornali una tragedia diventa tale solo se ci sono morti italiani». E soprattutto egli sottolinea le differenze che corrono tra la tragedia di Marcinelle e la strage continua dei «disperati in fuga dall’inferno», una differenza che, per così dire, porta acqua al mulino della moltitudine in fuga da guerre, fame, malattie, miserie d’ogni genere. Il paragone tra Marcinelle e il Mar Mediterraneo è tale da far impallidire i morti del 1956. Scrive Cancellato (il quale, beninteso, argomenta dal punto di vista degli interessi nazionali): «Nel 1956 eravamo alla vigilia di quello che oggi definiamo “miracolo economico italiano”, indotto dal Piano Marshall (sì, gli Stati Uniti ci aiutavano a casa nostra): nei quattro anni successivi, tra il 1957 e il 1960, per dire, la produzione industriale italiana crebbe del 31,4% e la crescita del Pil non scese mai sotto il 5,8%. Ritmi cinesi, insomma, per il quale c’era bisogno di materie prime come il carbone. Ed è proprio per quel carbone che fu firmato il protocollo Italo-Belga, dieci anni prima, nel 1946». In secondo luogo, «nel Canale di Sicilia, negli ultimi quindici anni, hanno perso la vita 30mila anime. Ripetetevelo nella mente: trentamila. Ci sono più cadaveri che pesci, in quel tratto di mare. Se vogliamo capire cosa provano quegli esseri umani che cercano di entrare in Europa – attraversando l’Italia – dal Canale di Sicilia, prendiamo la più grande tragedia della nostra stagione migratoria e moltiplichiamola per dieci, cento, mille, un milione. Magari servirà a farci capire a chi stiamo chiudendo le porte». In terzo luogo, «per convincere gli italiani a partire, nel 1946 l’Italia fu tappezzata di manifesti rosa che presentano i vantaggi derivanti dal mestiere di minatore: salari elevati, carbone e viaggi in ferrovia gratuiti, assegni familiari, ferie pagate, pensionamento anticipato. Per quanto terribili fossero poi le loro condizioni di lavoro, una situazione un po’ diversa rispetto a quella delle migliaia di schiavi africani che ogni anno raccolgono pomodori e arance tra Puglia e Sicilia. Se pensate siano fenomeni imponderabili, sappiate che solo a raccogliere i pomodori, ogni anno, sono impiegati quasi 20mila braccianti, molti dei quali senza contratto, molti dei quali stranieri, molti dei quali irregolari». Su questo aspetto rinvio a due miei post: Rosarno e dintorni e Uomini, caporali e cappelli.

Scrive il “realista” Maurizio Molinari: «L’integrazione dei migranti è un test di crescita per ogni democrazia industriale, capace di rafforzarne la prosperità come di indebolirne la solidità, e l’Italia non fa eccezione. Ecco perché è opportuno affrontare senza perifrasi la sfida che abbiamo davanti, guardando oltre liti politiche interne e dispute internazionali. […] L’interesse dell’Italia è dotarsi di provvedimenti, leggi e politiche che rendano possibile [l’integrazione degli immigrati] sulla base di principi condivisi: non tutti i migranti che sbarcano possono rimanere perché una nazione sovrana non è una porta girevole, ma chi viene accolto deve poter intraprendere un cammino verso la cittadinanza che include l’integrazione nel sistema produttivo. Poiché coniugare integrazione e sovranità è una sfida nazionale per essere vinta necessita il coinvolgimento di tutte le forze politiche del Paese, che si trovino al governo o all’opposizione poco importa, e in ultima istanza il sostegno e l’attenzione di tutti i cittadini italiani, a prescindere dalle fedeltà di credo o di partito» (La Stampa). Un appello che ovviamente non può convincere (anzi!) chi lotta contro gli interessi nazionali (vedi anche il mio post sulla Libia) e per la costruzione dell’autonomia di classe, la quale è tale solo se prospetta a tutte le vittime del Capitale, a prescindere dal colore della loro pelle, dalla loro nazionalità, ecc., la necessità e l’urgenza di unirsi in un vasto fronte anticapitalista. Tutto il resto (“buonismo” e “cattivismo”) è miseria capitalistica.

DUE PAROLE SUL PERICOLOSISSIMO INTRIGO LIBICO

italy-lybia013-805x600Qualche giorno fa Niccolò Locatelli registrava con entusiasmo il ritorno della diplomazia italiana nella capitale della nostra ex colonia africana, e spiegava bene la posta in gioco per l’imperialismo made in Italy in Libia: «La visita del ministro dell’Interno italiano Marco Minniti ieri a Tripoli è venuta con un annuncio importante: oggi l’ambasciatore Giuseppe Perrone presenterà le sue credenziali al governo di Faiez Serraj e l’ambasciata d’Italia aprirà i battenti con tanto di servizi consolari. È un colpo importante per la diplomazia tricolore, sotto diversi aspetti. In primo luogo, a Tripoli non è presente neanche l’Onu, per non parlare degli altri paesi occidentali che, a parte una presenza britannica informale, sono del tutto assenti; l’apertura delle loro ambasciate è improbabile a breve termine. […] In secondo luogo, l’apertura dell’ambasciata è un segnale agli altri paesi coinvolti nella crisi, in primis l’Egitto e la Russia che sempre più apertamente sostengono il “governo” rivale del generale Haftar: per Roma il governo legittimo è quello che sta a Tripoli, semmai si tratta di negoziare l’entrata di Haftar in quello schema. A tale scopo, la presenza dell’Italia nel Consiglio di sicurezza Onu potrebbe rivelarsi un asset: se Roma sarà in grado di fare le alleanze giuste, potrà mantenere in piedi l’impalcatura di risoluzioni Onu approvate sotto Obama che danno la golden share non solo della politica ma soprattutto delle transazioni economiche e petrolifere alle strutture basate a Tripoli» (Limes). E infatti come sempre la politica estera (strumento militare incluso) è chiamata in primo luogo a supportare gli interessi economici che fanno capo a imprese pubbliche e private. Questa, e non altra, è l’essenza dell’Imperialismo.

L’entusiasmo del governo Gentiloni si è forse un po’ raffreddato dopo la reazione a dir poco preoccupante del generale Khalifa Haftar, ex uomo di fiducia degli americani quando si trattò di dare il benservito a Gheddafi nel 2011, e che a più riprese ha minacciato di usare i profughi libici e i migranti africani come materiale bellico “umano” («inonderemo le coste italiane di gente povera»), e questo nell’intento di ottenere dall’Italia armi, denaro e consenso politico. Oggi Haftar denuncia «una nuova occupazione militare» da parte dell’Italia. Non c’è da star sereni, diciamo.

Gli interessi strategici italiani in Libia sono minacciati da più parti, come ha chiaramente dimostrato l’«intervento umanitario» del 2011 voluto soprattutto dalla Francia, dall’Inghilterra e dall’Arabia Saudita. Ma in questo momento è soprattutto l’attivismo russo che desta più di una preoccupazione a Roma. «La Russia è già riuscita a mettere il piede in Egitto, altro alleato di Tobruk, dopo che l’amministrazione di Barack Obama ha sostenuto i Fratelli Musulmani di Mohammed Morsi contro l’attuale governo di Abdel Fatah al-Sisi, per cui ad Alessandria sorgerà una base navale russa. Haftar, in cambio del sostegno, ha in questi giorni stretto un’intesa con i russi per la costruzione di una base in Cirenaica e, a quanto riportano i media arabi, starebbe cercando di assicurarsi il controllo delle basi aeree situate nella parte sud-orientale del paese. Lì si avvallerebbe del supporto delle milizie delle tribù fedeli all’ancien régime, cioè al defunto colonnello Muammar Gheddafi, le quali preferirebbero sostenere Tobruk piuttosto che Tripoli» (E. Oliari, Notizie Geopolitiche).

Secondo il generale Carlo Jean (Quotidiano Nazionale) l’attivismo politico-militare della Russia di Putin in Libia avrebbe più che altro un respiro tattico, e non strategico, perché secondo lui quel Paese non avrebbe le risorse finanziarie adeguate per esporsi a lungo termine in più fronti nello scenario Mediorientale e in Nord-Africa, e lo stesso Presidente russo farebbe piuttosto bene a non sottovalutare il malessere sociale che cresce in Russia. In effetti, non si campa solo di orgoglio nazionale e di spirito di rivincita verso un Occidente che intendeva fare della Grande Russia una Potenza di rango regionale, come sostenne una volta l’odiato Obama. Come reagirà il neo Presidente Trump all’aggressiva politica estera dell’amico Vladimir? Quanto durerà la “luna di miele” tra i due “amici”? Lo scopriremo presto.

Intanto siamo qui a denunciare, per quel che vale, l’attivismo politico-diplomatico del governo italiano in Libia (e altrove: vedi la Diga di Mosul in Iraq), attivismo che fra l’altro ci espone ancor di più al rischio di diventare degli “obiettivi sensibili” nel contesto dell’attuale «Terza guerra mondiale combattuta a pezzetti».

PER UN “CONTROTUTTISMO” DI CLASSE ATTIVO E OPERANTE

donne-siria-1L’attentato di Capodanno a Istanbul e le bombe che hanno accompagnato la visita di Hollande a Baghdad non sono che gli ultimi episodi della guerra totale che ormai da molto tempo il Sistema mondiale del terrore ha dichiarato a tutta l’umanità. Anche la strage ai mercatini natalizi di Berlino si colloca in questo funesto scenario di guerra – “convenzionale” e “non-convenzionale”: una distinzione che non ha alcun significato per le vittime e per le potenziali vittime, ossia per tutti noi.

«Agire contro il terrorismo in Iraq – ha dichiarato Hollande – serve anche a prevenire degli atti di terrorismo contro il nostro territorio. Tutto quello che contribuisce alla ricostruzione in Iraq, rappresenta una condizione aggiuntiva per evitare che da parte di Daesh possano essere condotte azioni sul nostro territorio». La verità è che le vittime francesi del terrorismo islamico pagano la politica imperialista della Francia in Medio Oriente e in Africa. Mutatis mutandis questa affermazione vale naturalmente per tutti i Paesi del mondo (Italia compresa) che con la loro politica estera e il loro attivismo economico mettono a repentaglio la vita dei loro cittadini, i quali sono presi in ostaggio da interessi (economici e geopolitici) che non hanno alcun rispetto né per la vita umana né per i cosiddetti “diritti umani”. La popolazione turca, ad esempio, oggi paga con il sangue e con il terrore la fin troppo ambiziosa e “ambigua” politica interna ed estera del Presidente Erdogan, il quale negli ultimi tempi si è messo a recitare troppe parti in commedia, credendo di poter trarre profitto da un quadro internazionale in forte evoluzione (1).

Con ciò intendo forse dire che il terrorismo di matrice islamista – o qualsiasi altro tipo di terrorismo – ha una natura, anche solo “oggettivamente”, antimperialista? Questo possono supporlo solo gli sciocchi o chi non immagina altra politica che non sia quella di servire una delle parti in lotta: «O stai con lo Stato o stai con i terroristi». Nemmeno per idea! Personalmente lotto, nei limiti delle mie possibilità e capacità, contro tutti gli attori della «Terza guerra mondiale combattuta a pezzetti», la quale ha come sue vittime privilegiate proprio i civili. Ma questa maligna caratteristica non è nemmeno una novità assoluta, se riflettiamo bene.

Come capita almeno dalla Guerra di Spagna degli anni Trenta del secolo scorso in poi, le prime vittime del Sistema mondiale del terrore non sono i militari organizzati negli eserciti, ma la popolazione inerme ammassata nelle grandi città. Gli Stati pianificano lo sterminio della popolazione civile per costringere il nemico alla resa incondizionata o quantomeno a venire, come si dice, a più miti consigli. Esiste un solo fronte di guerra, e la distinzione tra militari e civili non ha più senso. Com’è noto, nel 1943 Stalin si oppose all’evacuazione della popolazione civile da Stalingrado per costringere l’Armata Russa (altro che rossa!) a non indietreggiare di un solo millimetro, peraltro lo stesso ordine che, dall’altra parte della barricata, l’esercito tedesco ricevette da Hitler: militari e civili, uomini e donne, vecchi e bambini: tutti furono costretti a dare il loro “prezioso contributo” alla causa della “grande guerra patriottica”. Poi sarà il leader nazista (e, non dimentichiamolo, ex alleato di ferro del leader sovietico ai tempi del noto Patto sottoscritto nel 1939) a opporsi nel 1945, a guerra ormai strapersa, all’evacuazione della terrorizzata e affamata popolazione di Berlino, presa in ostaggio nel tentativo disperato di vendere cara la pelle del regime e magari strappare ai nemici condizioni di resa un po’ meno disastrose per la Germania. Insomma, nella guerra moderna la popolazione civile è presa in ostaggio da tutti gli eserciti, ed è usata come “scudo umano” soprattutto dagli eserciti che rischiano di cadere in disgrazia. Sotto questo aspetto, la battaglia di Aleppo è stata davvero emblematica.

Ho accennato alla famigerata battaglia di Stalingrado anche perché è stato il macellaio di Damasco Bashar al Assad, e sulla sua scia non pochi “antimperialisti” (in realtà non più che antiamericani e anti israeliani di vecchissimo e di nuovo conio) basati in Occidente, a porre per primo, in chiave propagandistica, l’analogia tra quella battaglia e la tragedia di Aleppo. Anche il patetico Staffan De Mistura, l’inviato dell’Onu per la Siria dal luglio 2014, parlò qualche mese fa di Aleppo come della «Stalingrado siriana»: «chi vince lì fa pendere la bilancia dalla sua parte»; di qui il carattere particolarmente micidiale che il conflitto siriano ha assunto in quella martoriata città, ridotta a un ammasso di case sventrate, a una mortifera trappola che tiene sotto sequestro migliaia di vecchi di donne e di bambini, prezioso materiale biologico da offrire in sacrificio al Moloch. Ma su questi fatti si riflette nelle pagine che il lettore avrà la bontà di leggere.

Anche sulla definizione di Sistema mondiale del terrore, concetto elaborato con un preciso intento polemico nei confronti della cosiddetta guerra al terrorismo (per chi scrive terrorizzante e terroristica è la società mondiale presa nella sua disumana totalità), rimando ai post dedicati al tema che il lettore trova in questo PDF, nel quale ho raccolto una parte degli articoli che ho pubblicato negli ultimi sei anni sulla guerra in Siria, sulle cosiddette Primavere Arabe, sulla Questione Mediorientale in generale e sulla cosiddetta radicalizzazione islamista. Gli articoli scelti seguono un ordine cronologico, così che il lettore possa farsi almeno un’idea circa l’evoluzione della situazione “sul campo” e sul dibattito politico-teorico che l’ha accompagnata. Non ho fatto nessun lavoro di revisione dei testi; spero che la ripetizione di argomenti, di concetti e di singole frasi non disturbi oltremodo la pazienza del lettore.

Nel 2011 iniziava in Siria quella che molti hanno definito una «rivoluzione aconfessionale, portata avanti da una parte della società siriana, che reclama libertà, dignità e pari diritti. Una rivoluzione sulla quale si è abbattuta una forte repressione da parte del regime siriano». Così scrive ad esempio Shady Hamadi, attivista per i diritti umani, come egli si definisce, nonché estimatore di Antonio Gramsci e autore di Esilio dalla Siria (ADD Editore, 2016), un breve saggio che ho letto la scorsa settimana. Come il lettore avrà modo di appurare compulsando lo scritto che ha sotto gli occhi, chi scrive non solo non ha mai definito le Primavere Arabe nei termini di eventi rivoluzionari, ma come ha piuttosto cercato di criticare le interpretazioni “rivoluzionarie” delle scosse telluriche che hanno scosso, e che continuano a scuotere, le società mediorientali (2).

Proprio in questi giorni ho riletto quanto ebbe a scrivere Marx nel 1856 a proposito dei moti rivoluzionari del 1848: «Le cosiddette rivoluzioni del 1848 non furono che meschini episodi – piccole rotture e lacerazioni nella dura crosta della società europea». Il lapidario giudizio marxiano, espresso intorno a un eccezionale periodo storico che fece epoca, mi ha fatto subito pensare alla pochezza sociale e intellettuale dei nostri tempi, quando la parola magica “rivoluzione” è usata a destra e a manca per designare ogni sorta di evento. Non c’è nuovo modello di iPhone o di automobile che dal marketing non sia definito “rivoluzionario” rispetto ai precedenti modelli (prodotti solo pochi mesi, o giorni, prima); non c’è starnuto del processo sociale che potenzialmente non meriti di finire nella rubrica degli “eventi rivoluzioni”. Viviamo in una vera e propria inflazione “rivoluzionaria”. Centosessanta anni fa Marx poté, per così dire, permettersi il lusso di parlare del grandioso 1848 nei termini di «cosiddette rivoluzioni» e di «meschini episodi»: che invidia! Chiudo questa breve parentesi “storica” citando i passi di una canzone di Franco Battiato: «L’ayatollah Khomeini per molti è santità. Abbocchi sempre all’amo. Le barricate in piazza le fai per conto della borghesia che crea falsi miti di progresso» (Up Patriots To Arms). Di qui, mi permetto di chiosare, la necessità di farsi classe autonoma dei dominati di tutto il mondo, il cui disagio sociale e la cui rabbia oggi vengono facilmente usati dalle forze della conservazione sociale per supportare interessi di vario genere: economici, politici, geopolitici, ideologici.

Ovviamente con ciò non voglio in alcun modo dar credito alla tesi di chi ha voluto vedere nelle ormai declassate Primavere Arabe solo un complotto ordito dal cattivo Occidente per spazzare via regimi che opponevano una certa resistenza all’omologazione neoliberista necessaria al processo di globalizzazione capitalistica. Nel suo libro Hamadi, nato a Milano nel 1988 da mamma italiana e padre siriano, dimostra come a proposito del macello siriano la tesi del complotto internazionale teso a distruggere l’ultima Repubblica Araba rimasta indipendente dalle Potenze regionali e mondiali, come recita il format propagandistico del regime siriano ripreso da non pochi “antimperialisti” italiani, non abbia alcun fondamento, come peraltro confermano gli ultimi avvenimenti. «Si vocifera di una futura ridefinizione della Siria in chiave federale, cosa che verrà fatta attraverso una riforma costituzionale dopo nuove elezioni, ma appare evidente che le potenze vincitrici, cioè Russia, Iran e ora la Turchia, avranno nel quadro siriano rispettive zone di influenza. Oltre a loro sarà da vedere cosa otterranno i curdi siriani dell’Ypg, perennemente osteggiati dalla Turchia ma autori di importanti vittorie, ad esempio a Kobane (hanno combattuto anche con i regolari ad Aleppo), e gli Hezbollah libanesi. Sconfitti – è inutile girarci in torno – gli occidentali, che contavano di subentrare alla zona di influenza russa, e le monarchie del Golfo, le quali hanno sovrapposto alla crisi un’infinità di assurde guerre a cominciare da quella confessionale tra sciiti e sunniti e quindi con l’Iran, per arrivare a quella tra Arabia Saudita (al-Qaeda) e Qatar (Isis) per il predominio nel Medio Oriente» (E. Oliari, Notizie Geopolitiche, 29 dicembre 2016). Scrivevo nell’ultimo post dedicato all’infernale situazione di Aleppo: «La sorte del regime siriano è completamente nelle mani della Russia e dell’Iran, e la cosa appare evidente soprattutto ad Assad, che infatti teme di essere sacrificato, prima o poi, sull’altare di un accordo tra la Russia di Putin e l’America di Trump (“l’equazione sconosciuta”, secondo la definizione di Le Figaro), magari con l’intesa dell’Iran e della Turchia. In ogni caso, alla “guerra di liberazione” del macellaio di Damasco possono dar credito solo certi inquietanti personaggi che animano l’escrementizio “campo antimperialista”». Personaggi che, infatti, oggi brindano con vodka e italianissimo spumante alla vittoria rigorosamente “antimperialista” della Russia e dell’Iran.

Leggo su un sito “antimperialista”: «Dopo il precedente libico era inimmaginabile che la Russia rimanesse nuovamente alla finestra assistendo alla perdita del suo unico punto d’appoggio navale nel mediterraneo (3), ed era altrettanto inimmaginabile un’inazione da parte dell’Iran di fronte alla possibile caduta della cosiddetta mezzaluna sciita e al suo relativo isolamento». Dal punto di vista strettamente geopolitico, ossia considerato dalla prospettiva degli interessi che fanno capo agli Stati (alle Potenze regionali e internazionali), il ragionamento non fa una piega. Ma da dove ricava l’antimperialista duro e puro la necessità di appoggiare gli interessi dell’imperialismo russo-iraniano contro gli interessi di altri imperialismi?  Certi “antimperialisti” non riescono nemmeno a concepire una posizione indipendente da parte dei dominati o, quantomeno, delle sue – quasi sempre supposte – avanguardie: o si sta con la Russia oppure con gli USA, con l’Iran oppure con l’Arabia Saudita, con l’Esercito regolare siriano o con quello irregolare dell’opposizione (4), con il macellaio di Damasco oppure con quello di Ankara, con gli hezbollah e i fondamentalisti sciiti oppure con la milizia del califfato e altra robaccia sunnita. La loro realpolitik deve sposare per forza la causa di un campo imperialista (nella fattispecie quello centrato sulla Russia e l’Iran) contro il campo avverso: non riescono a immaginare altra prassi politica “concreta”, in grado di “incidere”, e non solo di “testimoniare”. Peccato che quella di molti “antimperialisti” sia una concretezza tutta spesa sul terreno delle classi dominanti e dei loro Stati. Alla loro realpolitik ultrareazionaria contrappongo la testimonianza del punto di vista umano, oggi annichilito dallo strapotere del Sistema mondiale del terrore. Meglio l’urlo del disperato che l’ottimismo “rivoluzionario” affettato dalla sciocca mosca cocchiera.

Cito sempre dal blog “antimperialista” di cui sopra: «La guerra, è quasi banale sottolinearlo, è sempre atroce, e lo è ancor di più quando è combattuta fra civili che spesso vengono utilizzati da una parte o dall’altra come strumento di pressione o come scudi umani. Siamo convinti, come il Che, che essere capaci di sentire nel più profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo sia una delle qualità più belle dei rivoluzionari. Se però si rimane esclusivamente nel campo delle emozioni, suscitate ad arte da chi oggi ne detiene il monopolio, il rischio che si corre è quello di restare eterne vittime di quel “terrorismo multimediale dell’indignazione” con cui l’opinione pubblica mondiale negli ultimi decenni è stata manipolata e piegata ad ogni avventura neocoloniale». Leggendo i passi appena riportati forse il lettore crederà di scorgervi  una lunghissima coda di paglia, peraltro sporca del sangue versato dalla popolazione siriana; personalmente non credo che chi pensa in quel modo sia capace di una qualche forma di dubbio autocritico, ancorché celato da pose di dura e pura militanza “rivoluzionaria”. È poi notevole, oltre che caratteristico, il fatto che taluni “antimperialisti” individuino «avventure neocoloniali» solo da un lato dell’Imperialismo unitario (5): il solito! Ricordo come durante l’occupazione russa dell’Afghanistan gli “antimperialisti” di allora negassero in ogni modo che si potesse individuare un fondamento comune nelle politiche estere dell’Unione Sovietica e degli Stati Uniti d’America, e in ogni caso nulla che avesse a che fare con il concetto di Imperialismo, il quale calzava a pennello solo alla politica estera e alla prassi economica degli USA. Eppure già Lenin, ad esempio nella sua celebre opera Lo sviluppo del capitalismo in Russia, scritta tra il 1896 e il 1898, notò come la direttrice espansiva che dal Caucaso si irradiava verso l’Asia Centrale e il Golfo Persico offrisse al giovane Capitalismo russo un vasto e “naturale” territorio da colonizzare (6). Ma lasciamo il “cielo della teoria” e veniamo a questioni politicamente più “concrete”.

Finisco la precedente citazione: «E se queste sono le alternative in campo, anche il né-né-ismo di alcuni compagni rischia di suonare un po’ pilatesco».  Come se la sola scelta possibile fosse tra il leccare il sedere a questo o a quell’imperialismo (a me il sedere di tutti gli imperialisti, grandi o piccoli che siano, dà il voltastomaco!) e una posizione di indifferente neutralità. A certi “antimperialisti” piace vincere facile, e così essi scelgono gli avversari politici che più fa loro comodo, che meglio fa risaltare la loro caratura “rivoluzionaria”. Alla miserabile politica filo-imperialista di simili “antimperialisti” e al «né-né-ismo di alcuni compagni», io oppongo il controtuttismo di chi fa di tutti gli imperialismi, di tutti gli Stati nazionali e di tutti i loro servitori (inclusi quelli che affettano pose “antimperialiste”) un solo disumano fascio meritevole di andare a fuoco.

Nel suo libro Shady Hamadi ricostruisce la genesi della guerra siriana, connettendola con la storia passata e recente della Siria e del Medio Oriente, in modo da collocare correttamente sul piano storico-sociale il regime istallatosi nel Paese con il colpo di Stato del 19 ottobre 1970; e dimostra anche come sia stato il regime di Damasco a cercare scientemente la radicalizzazione dello scontro politico-sociale in chiave di settarismo religioso per catturare il consenso della minoranza alawita che lo sostiene (7), per annegare nel sangue ogni forma di dissenso e per accreditarsi agli occhi dell’opinione pubblica internazionale come l’unico vero nemico del fondamentalismo islamico, nonché come uno statista interessato a realizzare una società laica e rispettosa di tutte le religioni. E ha fatto ciò con grande spregiudicatezza, ad esempio lasciando mano libera in molte occasioni alla milizia del Califfato Nero, in modo che essa terrorizzasse la popolazione sciita costringendola a trovare protezione sotto le ali del regime, che l’ha prontamente usata contro la popolazione sunnita che sosteneva l’opposizione al regime, accusata dalla propaganda orchestrata da Assad di voler fare della Siria un Califfato sunnita che avrebbe cancellato ogni traccia della presenza alawita.

I limiti “progressisti” di Hamadi vengono fuori soprattutto quando si tratta di «individuare le vittime e colpire i colpevoli». Le vittime si possono facilmente individuare: per farlo è sufficiente guardare le case sventrate di Aleppo e di altre città in Siria, in Iraq nello Yemen e altrove. Per ciò che concerne i «colpevoli» da colpire la cosa diventa meno scontata. Hamadi, ad esempio, tra i colpevoli mette solo i protagonisti di uno schieramento: il regime siriano, la Russia di Putin, l’Iran e la galassia sciita. Secondo lui l’imperialismo americano e quello europeo sarebbero, se solo lo volessero, i veri alleati del popolo siriano in lotta per la pace e per la libertà, e per questo si augura «una lotta contro l’indifferenza», come recita il sottotitolo del suo libro. In tutto ciò, «L’Italia ha un ruolo culturale molto potente. Rispetto a un tedesco, per esempio, nel mondo arabo l’italiano è visto come più vicino alla sua identità e alla sua storia. Abbiamo quindi una possibilità di dialogo maggiore con gli arabi. Anche a livello geografico siamo vicinissimi a loro e dovremo essere noi i primi a portare le istanze arabe all’Unione Europea» (8). La geopolitica dell’Italia, potenza imperialista regionale tutt’altro che stracciona, non poteva trovare migliore sintesi – e mistificazione: l’Italia come benevola potenza culturale. Sic!

Per quanto riguarda la fenomenologia ideologica della guerra che scuote il Medio Oriente e una parte dell’Africa, è qui appena il caso di ricordare che non raramente, e anzi piuttosto frequentemente, la lotta tra le varie fazioni di potere ha preso in diverse parti del mondo l’aspetto dello scontro settario confessionale. Checché ne dicano Angelo Panebianco e Giuliano Ferrara, forse fra i più attivi nella “battaglia culturale” anti-islamista, non è partendo dalla questione religiosa, e nemmeno ponendola al centro dell’analisi, che possiamo dare un senso storico e sociale al groviglio di questioni che danno corpo ai violenti fenomeni che squassano il tessuto sociale dei Paesi musulmani, e che noi occidentali avvertiamo per adesso in forma assai attenuata. Scrive Panebianco: «Se si nega alla lotta armata dei jihadisti carattere religioso, se si sostiene che in quel caso la religione è un pretesto (che nasconde gli interessi materiali in gioco), una specie di “sovrastruttura”, di “oppio dei popoli”, non ci si avvede che un simile ragionamento potrebbe essere esteso logicamente fino a ricomprendere le scelte religiose di chiunque, cristiani inclusi» (Corriere della Sera, 3 gennaio 2017). Ciò consente al prestigioso intellettuale di toccare un tema centrale nella “battaglia culturale” tesa a difendere i valori della Civiltà occidentale, quello della sua «secolarizzazione/scristianizzazione»: «Fra tutte le aree del mondo l’Europa è quella in cui il processo di secolarizzazione (la scomparsa del sacro dalla vita individuale e collettiva) ha raggiunto i massimi livelli: nella sua parte protestante come in quella cattolica (e il fatto non è contraddetto dalla popolarità di cui gode anche fra i non credenti, anche fra tanti atei dichiarati, l’attuale Pontefice). Contrariamente a quanto immaginavano gli illuministi (quelli francesi, non quelli anglosassoni), la scristianizzazione non ha eliminato la “superstizione”, non ha reso gli europei “più razionali”. Ha invece aperto la strada a varie forme di regressione culturale. Per citare solo la più impressionante: sono ormai legioni coloro che pensano seriamente che non ci siano differenze fra uomini e animali (domestici e non). È arduo, per una società siffatta, accettare l’idea che ci sia gente disposta a uccidere e a farsi uccidere in nome di un credo religioso. La secolarizzazione/scristianizzazione porta con sé l’impossibilità di capire un fenomeno del genere». Detto in estrema – e forse volgare – sintesi, l’Occidente sente di non avere più valori per la cui difesa si può anche accettare l’idea dell’estremo e definitivo sacrificio; noi subiamo un irreparabile shock esistenziale se per una tragica fatalità mettiamo sotto le ruote della nostra auto un gattino, mentre il nemico jihadista va incontro alla propria morte col sorriso sulle labbra: come possiamo sperare di batterlo? Probabilmente sono considerazioni di questo genere che spingono diversi intellettuali occidentali di opposto orientamento politico a simpatizzare per il virile Putin, la cui “maschia” politica di potenza sembra almeno rispondere a canoni semplici e riconoscibili.

Naturalmente Panebianco non è così stupido da negare il peso degli «interessi materiali in gioco», perché «nel Medio Oriente attuale, divisioni religiose (ad esempio, fra sunniti e sciiti), divisioni nazionali (ad esempio, fra turchi e curdi), logica di potenza e interessi economici (petrolio e altro), interagiscono, dando luogo a un intricatissimo mosaico. Religione e “interessi” non si escludono mai a vicenda. Gli esseri umani sono complicati. Anche quando pensano “all’Al di là” non smettono, per lo più, di ricercare vantaggi nell’al di qua». Non c’è dubbio; anche se ricorrere al concetto di “essere umani complicati” mi sembra quantomeno riduttivo, diciamo. Forse il concetto chiave idoneo a districare l’intricata matassa potrebbe essere quello di processo sociale capitalistico, un processo storico-sociale che va approcciato nella sua totalità (economia, politica, ideologia, scienza, psicologia) e nella sua dimensione planetaria. Anche su questi temi si riflette nel presente PDF. Ha detto qualche tempo fa il Santissimo Padre: «Quando parlo di guerra, parlo di guerra sul serio, non di guerre di religione». Ecco, spero che il mio sforzo di analisi e di critica sia quantomeno all’altezza della considerazione francescana. Buona lettura!

(1) «La Turchia di oggi è il risultato di questo groviglio di scelte, ed è un campo corso da tante guerre. Compresa la guerra di un terrorismo islamista che non è l’importazione dell’Isis ma si nutre della rabbia interna contro il “tradimento” di Erdogan. Che cosa vada preparando a se stessa la Turchia di Erdogan è ora impossibile prevedere. Si è spinta troppo oltre per riprendere il filo della conciliazione coi suoi curdi nella prospettiva del riconoscimento di un’autonomia federale e di una apertura culturale, che tuttavia sarebbe ancora il primo bandolo dal quale ricominciare la risalita dalla violenza senza tregua. Avrebbe dovuto essere anche l’impegno principale dell’Unione Europea nei confronti di Erdogan, quando era il momento, e quando invece la signora Merkel andò rovinosamente a rendere visita a Erdogan alla vigilia delle elezioni anticipate preparate dalla repressione e dal terrore. Ora, se nessuna intelligenza diversa saprà farsi viva, la Turchia oscilla fra un Erdogan risoluto a durare al costo di una repressione sempre più feroce e arbitraria, e un destino “siriano” di bande armate e burattinai esterni. Destino cui sono legate a doppio filo Europa e Nato» (A. Sofri, Il Foglio, 3/1/2017). Sofri è uno di quegli intellettuali a cui piace un più intelligente e più umano assetto della società capitalistica mondiale, o quantomeno occidentale. A volte mi chiedo se sono più utopista io o certi personaggi orientati in senso progressista e umanitario. Di certo il destino dell’Europa e della Nato non è qualcosa che possa turbare i miei sogni. Diciamo.

(2) «Prima di ogni considerazione è utile dire cosa non è rivoluzione. Negli ultimi anni, con mezza umma in fiamme e presidenti più o meno dispotici rovesciati dalle piazze rabbiose, “rivoluzione” era parola che entrava – al pari di “primavera” – perfino nelle conversazioni serali, a cena. In realtà, spiega Prodi nella premessa al saggio [Il tramonto della rivoluzione, Il Mulino, 2015], “tali fenomeni non solo non hanno niente a che fare con le rivoluzioni, ma ne sono spesso il contrario”. Illusione collettiva, dunque. Basterebbe, d’altronde, riprendere quanto scriveva Ivan Kratsev, che in poche righe aveva smontato per tempo quelle che l’autore definisce “le analisi boriose degli specialisti”. Osservava infatti Kratsev che “l’ondata di proteste non ha segnato il ritorno della rivoluzione: le proteste, come le elezioni, servono piuttosto a tenere il più lontano possibile la rivoluzione e le sue promesse di un futuro radicalmente diverso”» (M. Matzuzzi, Il Foglio, 25/05/2015). Rinvio ai diversi post dedicati alla questione.
(3) Mosca torna prepotentemente ad occuparsi del Medio Oriente e dei suoi interessi regionali. E lo fa schierando una dozzina di navi da guerra nei pressi della sua unica base navale estera, quella siriana di Tartus. Bastimenti “sottratti” alla Flotta russa del Mar Nero, del Baltico e del Pacifico, questi per la prima volta nel Mare Nostrum dopo oltre vent’anni di assenza. […] Era il 31 dicembre 1992, esattamente un anno dopo la deflagrazione dell’Urss, quando Mosca decise di smantellare la sua 5ª Flotta, lo squadrone di decine e decine di navi da guerra presenti nel Mediterraneo. Oggi, dopo oltre vent’anni, eccole di nuovo. In numero inferiore, ma ugualmente pronte a difendere gli interessi della Russia e i suoi alleati» (M D. Bonis, Limes, 22/05/2013). «Paradossalmente la Russia è un Paese debole, un colosso dai piedi d’argilla dalle infrastrutture obsolete, il suo Pil è inferiore a quello dell’Italia, dipende dalle esportazioni di greggio e gas. Però Putin e Lavrov hanno saputo giocare benissimo a loro favore le debolezze occidentali. Ora godono della luna di miele con Trump, si permettono una fuga in avanti per dettare nuove regole del gioco prima che questi prenda davvero in mano le redini della politica Usa». È la fine della nato? «No, non lo credo. Putin ha il fiato corto: vince sullo scatto, però non tiene nella resistenza. Le sue sono vittorie di breve periodo. Trump lo sostiene per motivi tattici. Ma è anche un pragmatico e gli Stati Uniti sono infinitamente più forti» (Intervista a Gilles Kepel, Il Corriere della Sera, 29/12/2016).
Intanto, non pochi sovranisti italioti di “destra” e di “sinistra” si godono la spettacolare «luna di miele» tra la strana coppia. Fin che dura…
(4) Scrivevo nel 2012: «Il cosiddetto Esercito Siriano Libero è foraggiato finanziariamente e militarmente soprattutto dalla Turchia e dall’Arabia Saudita, che giocano, come sempre, una doppia partita: una per conto dell’Occidente (Stati Uniti, in primis) e una per proprio conto, per conseguire obiettivi economici e politici fin troppo evidenti, e che hanno nell’Iran il loro punto di snodo più delicato. La dialettica fra sciismo e sunnismo ha senso solo se inquadrata all’interno di questo schema. Insomma, analogamente alla cosiddetta Primavera Araba, la guerra che si combatte oggi in Siria ha un segno interamente negativo per le masse subalterne di quel Paese, come per le masse arabe in generale, le quali versano sangue – e patiscono fame e oppressione – per conto di forze, nazionali e transnazionali, che sono nemiche dell’umanità e della libertà. In questo scontro esse non hanno nulla da guadagnare, mentre rischiano tutti i giorni di perdere anche la “nuda vita”. Ecco cosa accade alla massa degli sfruttati quando non hanno la coscienza e la forza di porsi come classe, ossia come un soggetto attivo di storia, e non come strumenti passivi di una storia scritta, con l’inchiostro rosso-sangue, dalle classi dominanti, non raramente divise in fazioni che si disputano il controllo di un Paese o di un’area geopolitica» (Cosa ci dice la Siria).
(5) Quando parlo di Imperialismo unitario (non unico!) intendo riferirmi al sistema mondiale dell’imperialismo, o, detto in altri e più “dinamici” termini, alla competizione capitalistico-imperialista per il potere (economico, scientifico, tecnologico, ideologico, militare, in una sola parola: sociale) che nel XXI secolo vede la partecipazione agonistica di alleanze politico-militari grandi e piccole, internazionali e regionali, di Paesi grandi e piccoli, di multinazionali grandi e piccole, di aree continentali in reciproca competizione sistemica, di gruppi politici ed economici anche “non convenzionali”, ossia non riconducibili immediatamente agli Stati nazionali e alle istituzioni economico-finanziarie “tradizionali”. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, assai significativi mi appaiono i passi che seguono tratti dal saggio La funzione rivoluzionaria del diritto e lo stato scritto dal bolscevico Pëtr Ivanovic Stučka nel 1921: «Circa la sfera che il diritto abbraccia si ritiene che l’obiezione più pericolosa [al punto di vista classista-rivoluzionario] sia quella relativa al diritto internazionale. Vedremo però che il diritto internazionale – in quanto è in generale diritto – è pienamente conforme alla nostra definizione; e su ciò l’imperialismo contemporaneo, e particolarmente la guerra mondiale e le sue conseguenze, ha fatto aprire gli occhi a tutti. Noi parliamo infatti di un’autorità organizzata da una classe, senza denominarla Stato, proprio per abbracciare una sfera giuridica più larga» (in Teorie sovietiche del diritto, pp. 16-17, Giuffrè, 1964). In ogni caso, Imperialismo unitario e Sistema mondiale del terrore sono espressioni di una stessa realtà, concettualizzazioni di una stessa cosa, se non lo stesso concetto rubricato in due modi diversi.
(6) «L’importante è che il capitalismo non può esistere e svilupparsi senza estendere continuamente la sfera del suo dominio, senza colonizzare nuovi paesi e trascinare i vecchi paesi non capitalistici nel turbine dell’economia mondiale. E questa particolarità del capitalismo si è manifestata e continua a manifestarsi con grandissima forza nella Russia» (Lenin, Lo sviluppo del capitalismo in Russia, Opere, III, p. 599, Editori Riuniti, 1956). In un certo senso l’intervento dell’imperialismo “sovietico” in Afghanistan rappresentò per questo Paese un’occasione di modernizzazione capitalistica che veniva a intaccare i vecchi equilibri di potere. I limiti del Capitalismo russo, assai arretrato se confrontato con quello americano ed europeo, spiegano in larga parte la grave sconfitta dell’impresa russa in Afghanistan che accelererà il processo di disgregazione dell’Unione Sovietica. Anche la Russia di Putin deve confrontarsi con la debolezza strutturale del Capitalismo russo.
(7) «Le fortune sociali degli alawiti cominciano sommessamente, sotto il Mandato francese sulla Siria negli anni Venti e Trenta del secolo scorso. Dopo la grande rivolta siriana del 1925, la Francia cerca di riprendere in mano la situazione e recluta tra gli alawiti – disprezzati dal resto dei siriani – un corpo di fedeli caporali e sottoufficiali. Il Peso degli alawiti crescerà molto lentamente all’interno delle forze armate e prenderà corpo solo con la formazione del Partito socialista della resurrezione panaraba (Baas). […] Hafez Al Assad da pilota si fa strada fino ai vertici militari come generale di aviazione. Per poi diventare ministro della Difesa nella seconda metà degli anni Sessanta. […] Hafez Al Assad, pur essendo un fido alleato già allora dell’Urss di Nikita Khrusciov e Leonid Breznev, si trovò ben presto in rotta di collisione con le correnti più estremiste e collettiviste perché cercava un compromesso con la borghesia mercantile damascena e aleppina, (che quindi non data dall’altro giorno) e con le comunità religiose non musulmane, come le diverse confessioni cristiane fortemente presenti nelle professioni liberali e tecniche oltreché nel commercio. L’ascesa ai vertici dello Stato e della Repubblica data dall’autunno del 1970. [… ] L’ascesa ai vertici di Assad padre e zio, poi in acerba lite tra loro, ha condotto nel corso di oltre un quarantennio a una forte penetrazione della minoranza alawita (tra il 12-15%) della popolazione – ma le stime vanno prese con beneficio d’inventario – nelle forze armate e negli apparati vitali dello Stato. Ciò non significa che, per un quarantennio, il clan degli Assad abbia potuto reggersi unicamente sugli alawiti o su altre minoranze religiose, senza il consenso di importanti settori sociali emanazione della maggioranza religiosa sunnita. La rivolta degli ultimi 11 mesi sta però a dimostrare che questo consenso si è largamente infranto» (P. Somaini, Linkiesta, 12/02/2012).
(8) Intervista rilasciata da Shady Hamadi a Wereporter.

MACELLO SIRIANO. C’ERA UNA VOLTA IL MOVIMENTO PACIFISTA…

colomba-medio-orienteUn morto è una tragedia, un milione di morti sono una statistica.

Fecero un deserto e lo chiamarono Pace.

«Pacifism won’t work», Il pacifismo non funziona: così titolava a tutta pagina il Catholic Herald nel numero uscito lo scorso 29 aprile. Come non essere d’accordo? Certo, si tratta poi di capire il senso ideologico e politico di questa mera constatazione dei fatti. L’articolo di Adriano Sofri pubblicato ieri dal Foglio può forse aiutarci a cogliere qualche aspetto significativo del problema messo sul tappeto dalla rivista cattolica, la quale, detto en passant, paventa una “deriva pacifista” da parte della Chiesa di Roma che la porterebbe a rinnegare il principio del «legittimo uso della forza nelle situazioni peggiori». Scrive Sofri:

«Esattamente nelle ore in cui il mattatoio di Aleppo culmina nei crimini di guerra di Putin e Assad contro inermi ostaggi del fanatismo jihadista, […] i nobili pacifisti – nobili davvero, ci credono davvero, quando si mobilitano per lasciare indisturbato il genocidio di Ninive e quando si mobilitavano per lasciare indisturbato il genocidio di Srebrenica – chiamano guerra il soccorso, e credono sinceramente di opporsi alla guerra quando si oppongono al soccorso. […] La Siria è l’esempio più perverso e colossale nella storia contemporanea dei disastri dell’omissione di soccorso. Cinque anni fa Assad scatenò una violenza ottusa e spietata contro i ragazzi delle sue scuole e i suoi sudditi che volevano farsi cittadini. Tre anni fa Assad violò provocatoriamente la solenne Linea Rossa fissata da un Obama renitente e illuso che non l’avrebbe mai davvero superata. Assad è un criminale all’ingrosso ma non è stupido: aveva capito bene Putin e aveva capito bene Obama. Forse avevano capito bene anche il pacifismo e il Papa. […] Che i curdi si battano e valorosamente e dalla parte giusta sono disposti più o meno volentieri ad ammetterlo tutti: ma anche i più incantati sostenitori del valore delle curde e dei curdi del Rojava parlano più volentieri del confederalismo democratico sperimentato colà che della combinazione fra il loro valore militare e l’apporto aereo degli americani e dei francesi. Senza il quale Kobane sarebbe ancora in mano all’Isis, più o meno come le città italiane di settant’anni fa in cui pure si battevano arditamente e immaginavano un mondo giusto i partigiani». Sofri conclude il suo articolo ribadendo la necessità «di invocare una polizia internazionale a protezione di chi soccombe, nel momento in cui soccombe».

Ora, non so se sia meno “utopista” la mia posizione radicalmente anticapitalista, che incita (peraltro inutilmente!) le classi ovunque oppresse, sfruttate e macellate a rispondere alla guerra dei padroni del mondo con la guerra di classe spinta fino alla rivoluzione sociale (campa cavallo!), o l’interventismo “umanitario” di Sofri, indicazione politica che peraltro è perfettamente organica al Sistema Mondiale del Terrore – un po’ come la Croce Rossa è da sempre organica al sistema della guerra. Quando parla di «polizia internazionale» egli certamente pensa ai mitici “caschi blu” dell’Onu («e ho detto tutto», come dicevano i fratelli Caponi); ma pensa anche all’imperialismo, pardon: all’internazionalismo democratico e progressista del Presidente Obama, il quale per molti suoi tifosi europei, oggi delusi, è rimasto vittima della sempre attiva sindrome di Monaco (correva l’anno 1938), mentre per sovramercato incombe sui destini del mondo la sinistra ombra isolazionista dell’inquietante Trump.

Certo è, che il silenzio emesso negli ultimi anni dal movimento pacifista, così reattivo e rumoroso tutte le volte che gli Stati Uniti hanno monopolizzato la scena bellica in qualche parte del pianeta (in Afghanistan e in Iraq, ad esempio), è davvero assordante, cosa che, a mio avviso, porta acqua al mulino delle tesi di chi ha sempre denunciato la sudditanza ideologica di quel movimento, o almeno della sua parte più organizzata e militante, nei confronti del vecchio antiamericanismo di matrice “comunista”, eccellente supporto politico-ideologico dei Paesi concorrenti della Potenza americana. Ma ovviamente non tutti la pensano così.

«Le fotografie dei bambini siriani feriti e morti nei bombardamenti indignano, ma non mobilitano. Nessuno si muove per mettere fine alle strage di Aleppo. Perché? Ne abbiamo parlato con Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della Pace e tra i promotori della Marcia Perugia – Assisi. Cosa risponde a chi vi contesta di aver fatto grandi mobilitazioni quando la controparte erano gli Stati Uniti, per esempio al tempo di Bush? “No, non è cosi, queste sono solo le solite vecchie polemiche. Certo c’è stato negli anni chi si è mobilitato esclusivamente per quello (contro gli Stati Uniti, ndr), ma il movimento per la pace italiano ha radici antiche e ben altro spessore. E sono convinto che rinascerà”. Questo è un auspicio e nel frattempo? “Dobbiamo interrogarci, riflettere, senza scaricare le responsabilità su altri”» (P. Bosio, Radio Popolare, agosto 2016). Buona riflessione, dunque.

Nel frattempo le agenzie di tutto il mondo informano che «Le forze governative siriane, sostenute dall’aviazione russa, da militari iraniani e dagli Hezbollah libanesi, si preparano a un’offensiva di terra senza precedenti contro Aleppo Est». Pare che Putin stia valutando una soluzione di stampo ceceno per la martoriata città siriana: farne una tabula rasa, come accadde alla fine degli anni Novanta a Grozny. Della serie: Fecero un deserto e lo chiamarono Pace.

«Da venerdì, 96 bambini sono stati uccisi e 223 sono stati feriti dai bombardamenti effettuati sulla città di Aleppo. A riferirlo è l’Unicef, che ha definito “un incubo vivente” quello in cui sono “intrappolati” i piccoli siriani: “Non ci sono parole per descrivere le sofferenze che stanno patendo”» (TGcom 24). L’altro aspetto tragico dell’incubo vivente è che nessuno può dire oggi di non saperne niente: tutti sappiamo tutto in tempo reale: a colazione, a pranzo e a cena. E a questo punto i fratelli Caponi avrebbero saputo come ben chiosare. Rimane da dire che «Il segretario di Stato americano, John Kerry, ha minacciato di congelare la cooperazione con la Russia sulla Siria. Gli Stati Uniti stanno valutando inoltre “opzioni non diplomatiche” per far fronte alla crisi siriana». Il linguaggio politicamente corretto degli imperialisti “occidentali” è davvero comico: «opzioni non diplomatiche»! Ecco perché molti analisti geopolitici ascoltano più volentieri il rude e virile linguaggio di Putin.

A proposito del movimento pacifista, Francesca Borri la pensa in modo diverso da Flavio Lotti; in un articolo pubblicato qualche mese fa su Internazionale (Perché i pacifisti in occidente non manifestano contro Assad) scrive: «La solidarietà esiste, non è vero che il movimento pacifista non ha più capacità di mobilitazione. Il problema è che in Siria sta con Assad. Sta con l’uomo che ha usato ogni arma possibile contro i siriani, dai gas alla morte per fame, l’uomo che ha inventato i barili esplosivi, che per anni ha bombardato tutti tranne i jihadisti dello Stato islamico. L’uomo che ha finito per uccidere o ferire il 12 per cento della popolazione che sostiene di governare. Ma che è da molti considerato il male minore. Perché tutto è meglio dell’islam. E non importa che oltre la metà dei siriani, ormai, siano sfollati o rifugiati, non importa che quattro siriani su cinque siano sotto la soglia di povertà e che un milione di loro vivano mangiando erba e bevendo acqua piovana, e che secondo gli economisti ci vorranno 25 anni perché il paese torni a essere quello di prima della guerra, quando secondo le Nazioni Unite il 30 per cento dei siriani viveva già sotto la soglia di povertà. Non importa che Assad abbia demolito la Siria, non importa che abbia distrutto un’intera generazione, che abbia trasformato i siriani in un popolo di mendicanti, coperti di fango e stracci agli angoli delle nostre strade, annegati sulle nostre coste. Non importa che proprio come i suoi tanto criticati oppositori resista solo grazie al sostegno esterno, che non riesca a vincere questa guerra neanche con l’appoggio di Hezbollah, della Russia, dell’Iran e di centinaia di mercenari: non importa che stiamo mantenendo al potere uno che in realtà non ha potere. Non importa: perché Assad è laico. E questa, per noi, è l’unica cosa che conta».

Ma “noi” chi? Noi “occidentali”? noi “pacifisti”? In ogni caso, chi scrive è ovviamente schierato anche contro gli interessi dei Paesi “occidentali”, a cominciare da quelli italiani, che nell’area mediorientale non sono irrilevanti, tutt’altro – e non sempre in armonia con gli interessi degli “alleati” europei: vedi Libia. Quanto al pacifismo, no, decisamente non posso definirmi un pacifista. D’altra parte, la pace è un lusso che questo mondo disumano – perché fondato su rapporti sociali di dominio e di sfruttamento – non può concedersi.

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RIFLESSIONI SUI NOTI FATTI PARIGINI

federrico2Il mondo islamico non ha conosciuto la rivoluzione borghese di tipo occidentale (dalla rivoluzione olandese a quella inglese, da quella americana a quella francese, dal Risorgimento tedesco a quello italiano), ed è precisamente questo il suo più radicale e cattivo vizio d’origine che tocca ogni aspetto della vita sociale dei Paesi che ne fanno parte. L’Islam, al contrario del cristianesimo, non è stato attraversato dalla Ragione, e questo punto Benedetto XVI, il Papa teologo tanto bistrattato e incompreso dal progressismo mondiale, lo aveva colto bene, ad esempio nella famigerata Lezione Magistrale tenuta all’Università di Ratisbona il 12 settembre 2006. Quel mondo non baciato dai Lumi sta ancora facendo i conti con questo cattivo retaggio storico e culturale, e anche l’Occidente ne paga le conseguenze, perché non solo esso non ha saputo o voluto favorire lo sviluppo della modernità nelle terre di Allah e di Maometto, ma ha fatto di tutto per renderle facili prede del fondamentalismo più retrivo e violento.

È, questa, una tesi che nei salotti buoni della cultura europea ha riscosso molto successo in questi tormentati e luttuosi giorni di dibattito intorno ai cosiddetti “valori repubblicani” e alla Civiltà Occidentale.  Se posta nei termini corretti, vale a dire storico-dialettici, la tesi sopra esposta può anche offrire interessanti spunti di riflessione. Rimane da capire fino a che punto ha senso, al di là della strumentalità politico-ideologica certamente non posta al servizio della verità, continuare a parlare in modo astratto e astorico di Occidente, di Civiltà Occidentale.

Qui però non intendo entrare nel merito di queste importanti e scottanti ”problematiche”, e la citazione che segue vale solo a fissare una traccia magari da riprendere e seguire in un altro post: «La dottrina economica dell’Islam espressa nel Corano e nella Sonna, mostra come essa non condannasse in linea di principio e non ostacolasse in pratica lo sviluppo di quello che in queste pagine è stato chiamato settore capitalistico dell’economia […] Weber ritiene che l’Europa abbia generato il capitalismo moderno in quanto provvista, più di ogni altra area di civiltà, di spirito razionalistico. Ma gli esempi che fornisce di tale razionalismo europeo sono per lo più posteriori all’età del decisivo impegno dell’Europa sulla via del capitalismo moderno […] Il Corano è un libro sacro in cui la razionalità occupa un posto notevole, importante» (M. Rodinson, Islam e capitalismo,  pp. 98-100, Einaudi, 1968 ). Questo anche per ribadire il concetto secondo cui la religione, da sola, presa in sé, per così dire, non spiega praticamente nulla del mondo che a essa dice – e pensa, il più delle volte in ottima fede – di ispirarsi.

Lucia Annunziata, ospite qualche giorno fa in un salotto televisivo, su questo punto non avrebbe potuto essere più chiara: «Siamo di fronte a un conflitto che coinvolge soprattutto Arabia Saudita e i suoi alleati, da una parte, e l’Iran e i suoi alleati dall’altra. Questi Paesi si contendono la supremazia in Medio Oriente. La religione non c’entra niente. Io sono laica e non intendo mischiarmi in questioni che riguardano la religione». La religione non spiega il conflitto ma è messa al servizio del conflitto, ossia al servizio di interessi economici, politici e geopolitici ben precisi. Dire, ad esempio, che l’Iran sciita e l’Arabia Saudita sunnita si combattono a causa della loro differente interpretazione del Corano e della Sonna significa non capire nulla di storia, di politica e di geopolitica. La stessa cosa vale se volgiamo lo sguardo alla Libia, alla Nigeria, al Mali, all’Algeria e via di seguito: ovunque Allah e il suo Profeta preferito vengono messi al servizio di interessi di vario genere. Interessi tutti rigorosamente ostili a ogni cosa che odori di umano. Se Maometto potesse parlare, probabilmente direbbe: «Io non sono maomettano». Cosa che deluderebbe alquanto Giuliano Ferrara e gli altri teorici dello scontro tra le civiltà.  «Nel 2011 ho dichiarato che l’Islam è la religione più stupida del mondo. Ho riletto con attenzione il Corano, e una sua lettura onesta non ne conclude affatto che bisogna andare ad ammazzare i bambini ebrei. Proprio per niente»: è quanto dichiara oggi Michel Houellebecq, celebrato autore di Sottomissione – arrendersi a Dio, darsi interamente a Lui: da questa idea ha origine la parola islām. Insomma, c’è sempre tempo per studiare con onestà intellettuale, se non proprio con spirito critico, la millenaria prassi sociale umana attraverso i documenti e le testimonianze di vario genere sedimentatisi nel corso del tempo.

A proposito di interessi capitalistici e di strategia geopolitica con “caratteristiche islamiche”, non sottovalutiamo l’attivismo della Turchia di Erdogan, la quale sta recitando molte parti in commedia, suscitando crescenti perplessità e timori negli Stati Uniti, in Europa e in Israele. Ma ritorniamo alla tesi illuminista.

Ora, a me pare che di una religione attraversata dalla Ragione gli arrabbiati (non importa adesso stabilire se essi sono pochi o molti) che vivono nelle periferie del mondo e che intendono reagire a un assetto sociale che avvertono come ostile, non sanno che farsene. Essi cercano un’idea che entri in sintonia con il loro disagio esistenziale e che li confermi nel loro odio. Sballottati (come tutti, a partire da chi scrive, beninteso) nel grande e micidiale frullatore del processo sociale, essi sono alla ricerca di qualcosa o di qualcuno che dia una certa risposta alle domande radicate nel loro malessere. Come reagire alla nausea esistenziale, come trasformare la disperazione in qualcosa di comprensibile e gestibile? C’è chi grida: «Fermate il frullatore, mi vien da vomitare!». Ma dal frullatore non si può scendere, almeno da vivi. Questa è la semplice e dura verità, la quale si accanisce soprattutto contro chi la nega. Tutti noi ogni giorno facciamo i conti con questa disumana condizione, il più delle volte senza averne la minima contezza, tanta è la nostra abitudine al disagio. E la soglia del dolore generato da questo disagio non smette di alzarsi, né la sua fenomenologia di moltiplicarsi. Ecco perché personalmente non mi sorprendo mai dinanzi agli episodi di «inaudita violenza» che hanno come protagonisti mariti, fidanzati, mogli, figli, ex integerrimi cittadini, disumanità varia pronta ad arruolarsi in qualsiasi causa che le offra l’opportunità di “fare qualcosa di concreto” contro il meccanismo che tutto e tutti stritola. Come disse una volta Max Horkheimer, «Sotto il dominio totalitario del male gli uomini possono mantenere solo per caso non solo la loro vita, ma anche il loro io». Su questo aspetto del problema rimando al post Sbadigliare, vomitare o mozzare teste?

Se, per ipotesi, i Misericordiosi di Allah di seconda o terza generazione pronti, qui e ora, alla Jihad in Occidente scoprissero improvvisamente, per una sorta di miracolo illuminista, che il Corano afferma esattamente il contrario di quanto essi pensano, predicano e vogliono, molti di essi sicuramente se ne sbarazzerebbero subito, e andrebbero alla ricerca di uno strumento ideologico adeguato alla bisogna. Questo per dire, in modo abbastanza sbrigativo, ne sono cosciente, che il problema del cosiddetto radicalismo islamico non sta in una lettura errata del Corano, quanto piuttosto nelle cause sociali (leggi pure esistenziali) che mettono in moto certi meccanismi reattivi.

Gli intellettuali progressisti si stupiscono nell’osservare che anche dopo la strage del 7 gennaio molti giovani delle banlieue non intendono affatto solidarizzare con i tanto decantati  «valori repubblicani» né prendere chiaramente le distanze da una «falsa [sic!] religione»: «Perché tanta ottusità?». Gli “illuministi” attivi nel XXI secolo non riescono a capire perché questi giovani vanno alla ricerca di una pistola, di un bastone, di un qualsiasi corpo contundente (anche ideale), e non della “verità”. E poi, signori, di quale “verità” stiamo parlando? È presto detto: della verità borghese fatta passare, oggi come ieri e come sempre, in guisa di valore universale. Dopo la tragedia (o dialettica) dell’Illuminismo nell’epoca rivoluzionaria della borghesia, eccoci apparecchiata dagli amici di Voltaire, nonché sostenitori dei sacri valori del 1789, la farsa di un universalismo chiamato a celare la realtà del dominio di classe, per sovramercato a partire da eventi che si sono prodotti in una delle storiche metropoli del capitalismo, del colonialismo e dell’imperialismo. Cianciare di liberté, égalité, fraternité e di diritti inalienabili dell’uomo nell’epoca del dominio totalitario e mondiale del Capitale sulla natura e sugli uomini si configura ai miei occhi come una tragica farsa, la quale illumina a giorno una vecchia tesi marxiana, il cui radicale significato continua a essere sottovalutato anche da molti cosiddetti epigoni (soprattutto da quelli che da mattina a sera cianciano di “pensiero unico neoliberale” dal pulpito a loro gentilmente offerto dai massmedia mainstream): l’ideologia dominante in una data epoca storica è quella delle classi dominanti. Ecco perché, a differenza di Toni Negri, il cui ottimismo della rivoluzione è davvero inesauribile, non sono così sicuro che l’oceanica manifestazione parigina dell’11 gennaio rappresenti un passo avanti in termini di maturazione di un pensiero, non dico anticapitalista, ma appena appena critico dello status quo sociale vigente.

Né mi conquista la tesi di Slavoj Žižek (La Repubblica, 9 gennaio 2015) secondo cui il liberalismo, che genera sempre di nuovo il fondamentalismo (come «reazione falsa e mistificatrice, naturalmente»), «necessita dell’aiuto fraterno della sinistra radicale», se vuole continuare a sopravvivere come una «tradizione fondamentale». Infatti, la «sinistra radicale» di cui parla l’intellettuale sloveno è parte organica del vigente ordine sociale, il quale si configurerebbe come capitalistico (con annesse contraddizioni sociali che assumono, nei momenti di più acuta crisi sociale, la forma del razzismo, dell’antisemitismo, del nazionalismo, ecc.) anche nel caso in cui quella costellazione politica andasse al governo: vedi Syriza in Grecia e Podemos in Spagna, movimenti politici non a caso sponsorizzati (“tatticamente”, si capisce) anche da Toni Negri. Nel XXI secolo il liberalismo andrebbe sottoposto a una spietata critica teorica e pratica da parte delle classi dominate (altro che «aiuto fraterno!»), le quali purtroppo continuano a simpatizzare per le ideologie poste al servizio della conservazione sociale: non importa se a partire da una prospettiva di “destra” o di “sinistra”, laica o religiosa, populista  o “responsabile”. Ce n’è per tutti i gusti e per tutte le situazioni.

Ma ritorniamo, per concludere, agli arrabbiati delle periferie del mondo – qui detto anche come metafora. Quale ideologia in grado di soddisfare il loro impellente bisogno di fare i conti con una società che li ha profondamente delusi (non tutti possono diventare ricchi e famosi come i campioni del football e le celebrità del mondo dello spettacolo, rapper e fotomodelli su tutti), e che li tiene confinati ai livelli più bassi della gerarchia sociale trovano essi sulla loro strada? Purtroppo la «coscienza di classe», nell’accezione marxiana del concetto, non è cosa che sorga spontaneamente dalle condizioni di vita dei dominati e degli offesi, e questo è un fatto, confermato molte volte dal processo storico (vedi alla voce fascismo, nazismo, populismo rooseveltiano, ecc.), che interroga in modo pressante l’autentico militante anticapitalista. E ciò è tanto più vero, da quando lo stalinismo internazionale ha squalificato agli occhi dei nullatenenti l’idea stessa di una reale alternativa alla società capitalistica: «Se questo è il famoso socialismo, meglio allora tenersi il capitalismo». Battersi per far comprendere a quante più persone possibile che il «famoso socialismo» non aveva nulla a che fare con il socialismo, finora non ha prodotto effetti visibili, né a onor del vero l’impresa è mai apparsa di facile momento a chi ha voluto tentarla ormai diversi lustri fa.

Qualche giorno fa dalla televisione Carlo Freccero se la prendeva con il maledetto (non per chi scrive!) 1989: «Prima della caduta del Muro quei giovani potevano rivolgersi ai partiti di sinistra: dopo hanno trovato il vuoto, il nulla». E siccome la politica e l’ideologia hanno orrore del vuoto, ecco che l’Islam radicale è diventato per molti giovani immigrati di seconda generazione la sola risposta possibile al loro disagio sociale, alla loro domanda di senso e di speranza. Giusto! E difatti nel post pubblicato l’8 gennaio a proposito della strage che si è consumata nella redazione parigina del giornale satirico Charlie Hebdo scrivevo appunto, come ricordavo sopra, che «la religione non spiega un bel nulla». L’alternativa sembra dunque porsi nei termini che seguono: o il giovane ribelle di seconda e terza generazione (vale sempre la metafora di cui sopra) mangia la minestra del liberalismo, magari attraversato dai valori difesi dalla «sinistra radicale» (e qui già sento il Profeta di Treviri gridare come un ossesso: «Io non sono marxista!»), oppure abbraccia il Corano e, già che c’è, il fucile a pompa di ultima generazione. Cercasi “terza via”, disperatamente! Appendice

federico 1VERSETTI MARXIANI

A proposito di religione, valori repubblicani e Civiltà Occidentale

La critica ha strappato dalla catena i fiori immaginari, non perché l’uomo porti la catena spoglia e sconfortante, ma affinché egli getti via la catena e colga i fiori vivi.

Cristiana è la democrazia politica, in quanto in essa l’uomo – non un uomo ma ogni uomo – vale come un essere sovrano, altissimo; ma l’uomo nella sua esistenza incivile, anti-sociale, è l’uomo nella sua esistenza accidentale, l’uomo qual è, l’uomo com’è guastato, come si è perduto, sformato attraverso tutta l’organizzazione della nostra società; come si è ridotto sotto l’impero di rapporti ed elementi non umani: in una parola, l’uomo che non è ancora un essere umano.

La forma repubblicana del dominio borghese aveva rivelato che in paesi di vecchia civiltà e con una avanzata struttura di classe, con condizioni di produzione moderne e una coscienza spirituale in cui tutte le idee tradizionali sono state dissolte da un lavoro secolare, la repubblica borghese significa dispotismo assoluto di una classe su altre classi.

La repubblica costituzionale è la forma più solida e più completa del dominio di classe borghese.

La loro repubblica aveva un solo merito, quello di essere la serra della rivoluzione per l’abolizione delle differenze di classe in generale, di tutti i rapporti di produzione su cui esse riposano, per l’abolizione di tutte le relazioni sociali che corrispondono a questi rapporti di produzione, per il sovvertimento di tutte le idee che germogliano da queste relazioni sociali.

La civiltà e la giustizia dell’ordine borghese si mostrano nella loro luce sinistra ogni volta che gli schiavi e gli sfruttati di quest’ordine insorgono contro i loro padroni. Allora questa civiltà e questa giustizia si svelano come nuda barbarie e vendetta ex lege.

LA SIRENA DELL’INTERESSE NAZIONALE AMMICCA AL PACIFISTA

Cartolina dalla colonia libica

L’ottimo filosofo prestato alla politica (almeno è così che ama pensarsi) Rocco Buttiglione ha dichiarato quanto segue: «La vicenda libica interpella tutte le coscienze, ad iniziare da quelle di chi osteggia l’attuale intervento militare per scopi umanitari. Faccio appello non tanto agli ideali dei pacifisti, che rispetto anche se non sempre mi convincono, ma al loro senso dell’interesse nazionale, che ci accomuna».

Non c’è che dire: l’onorevole centrista ha toccato un problema davvero scottante, afferente il rapporto, non rare volte ambiguo, tra pacifismo e amor patrio, il quale è legato a doppio o triplo filo con gli interessi della Nazione, cioè a dire delle classi dominanti. Fino a quando l’idealista pacifista non farà i conti in modo radicale con il sentimento nazionale che gli cresce dentro fin dalla nascita, la Sirena dell’Interesse Nazionale può in qualsiasi momento trasformarlo nel peggiore dei guerrafondai – beninteso sotto le insegne degli ideali più puri e sinceri: Libertà, Democrazia, Diritti Umani, bla, bla, bla.

In tempi di vomitevole chiassata patriottarda intorno all’Italia «Una e Indivisibile», forse non è inutile cospargere con un po’ di sale critico una purulenta piaga.

INFERNO E POTERE

Lo stesso ambiguo atteggiamento tenuto da gran parte dei pacifisti a comando si inscrive, al netto dell’ipnotico effetto generato dalla Sfinge Abbronzata (Obama) e del solito riflesso condizionato antiberlusconiano (Gheddafi non era “amico del Cavaliere Nero?), in quest’esercizio di maestria politica che ha distinto le classi dirigenti di questo Paese dall’Unità in poi, ma anche prima (la politica preunitaria di Cavour lo testimonia ampiamente).

Nel Maggio 2001 l’allora Presidente della Commissione europea Romano Prodi spiegava quanto segue: «Nei rapporti fra gli Stati europei, lo Stato di diritto ha sostituito i brutali rapporti di forza […] Portando a compimento l’integrazione (europea), diamo al mondo l’esempio riuscito di un metodo per la Pace» (Discorso all’Institut D’Études Politiques di Parigi). Detto, fatto. Anzi no! In effetti, tutti gli eventi che si sono prodotti sullo scacchiere internazionale da allora in poi si sono incaricati di smentire la grigia speranza dello statista Italiano. Basti pensare alla spaccatura che si realizzò nel Vecchio Continente all’epoca dell’intervento militare in Iraq, nel 2003. Non poteva andare diversamente.

Lungi dall’aver liquidato i rapporti di forza, lo Stato di diritto continua ad essere essenzialmente una questione di rapporti di forza, sul versante interno, nei rapporti tra dominanti e dominati, e sul fronte esterno, nei rapporti tra gli Stati. L’attuale crisi internazionale, poi, sta letteralmente coprendo di ridicolo l’idea di un’Europa unita nonché «esempio riuscito di un metodo per la pace»: con le mosse e contromosse architettate dai francesi, dagli inglesi, dai tedeschi e dagli italiani, per fregarsi a vicenda, sembra di assistere ai vecchi film del genere colonial-imperialista. Ossia al «Grande Gioco» delle Potenze Europee dei tempi che furono, che evidentemente non sono affatto passati. Naturalmente «Grande Gioco» mutatis mutandis, cambiando quel che c’è da cambiare, che non è poco, soprattutto se pensiamo alle nuove Potenze mondiali che aspirano all’egemonia globale (economica, politica, tecnologica) del Pianeta. Eppure, nel loro piccolo, i Paesi «Alleati» non smettono di nutrire grandi ambizioni.

Soprattutto la Francia, in questo frangente, si sta distinguendo nella cara e vecchia politica del fatto compiuto, per ragioni che naturalmente non hanno niente a che vedere con l’umanitarismo dei nostri cugini d’oltralpe, sempre più sciovinisti e ammalati di grandeur man mano che la potenza sistemica del loro Paese declina. Lo smacco subito a Gennaio e a Febbraio dalla Francia nelle sue ex colonie nordafricane, ha certamente pesato sull’attivismo a tutto campo di Sarkozy.

Dal canto suo, l’Italia, entrata obtorto collo nella «Missione Umanitaria» perché è il solo Paese «Alleato» che rischia di uscire con le ossa spezzate dall’affaire libico, si barcamena nella sua tradizionale politica tesa ad ottenere il massimo possibile investendo il meno possibile (in termini di risorse economiche e di sangue). Politica classica di una piccola potenza che coltiva grandi – e storicamente non illegittime – aspirazioni, la quale non raramente postula l’ambiguità, l’opportunismo e financo il tradimento delle alleanze. È l’italico «machiavellismo» che da sempre le Potenze Europee ci rimproverano e che gli osservatori superficiali e provinciali di casa nostra non capiscono. Lo stesso ambiguo atteggiamento tenuto da gran parte dei pacifisti a comando si inscrive, al netto dell’ipnotico effetto generato dalla Sfinge Abbronzata (Obama) e del solito riflesso condizionato antiberlusconiano (Gheddafi non era “amico” del Cavaliere Nero?), in quest’esercizio di maestria politica che ha distinto le classi dirigenti di questo Paese dall’Unità in poi, ma anche prima (la politica preunitaria di Cavour lo testimonia ampiamente).

Scriveva Robert Kagan: «Ci sono ancora inglesi che ricordano l’impero, francesi che anelano alla gloire, tedeschi che aspirano a un posto al sole. Per il momento questi impulsi sono incanalati nel grande progetto europeo, ma potrebbero anche trovare espressioni più tradizionali» (Paradiso e Potere, 2003). Certo, c’è tutto questo; ma ci sono soprattutto gli interessi dei singoli Stati europei, e c’è il «grande progetto europeo» che si sta sempre più rivelando ciò che è sempre stato, e cioè il tentativo di mettere sotto tutela la Germania, e di realizzare una massa critica (politica, economica e militare) in grado di competere con le nuove Potenze Mondiali. La vocazione «pacifista» dell’Europa è un mito costruito sulle ceneri della Seconda guerra mondiale dalle armate americane e sovietiche. Per riprendere il titolo e capovolgendo il senso del libro di Kagan, l’Europa non è il «Paradiso», né il «Potere» (ossia l’Imperialismo in tutte le sue manifestazioni) riguarda solo gli Stati Uniti d’America. L’Inferno è dovunque.