MARCINELLE 1956, MEDITERRANEO 2017. UNA FACCIA, UNA DISGRAZIA

Ni chiens, ni italiens!

Né cani, né africani!

Né cani, né africani, né omosessuali!

Né cani, né africani, né omosessuali, né…

 

Com’è noto, nell’immediato dopoguerra l’Italia siglò con il Belgio un accordo che prevedeva quote di carbone estratto nelle miniere di quel Paese in cambio di manodopera italiana, a testimonianza del fatto che, come diceva l’uomo con la barba, nel Capitalismo «il lavoro-merce è una tremenda verità». Scriveva Paolo Di Stefano sul Corriere della Sera del 16 agosto 2016: «Eravamo Poveracci. Partivamo dal Nord, dal Centro e dal Sud con un panino o un’arancia in tasca, fuggivamo dalla povertà. I manifestini rosa che invitavano i ragazzi a emigrare in Belgio promettevano case per le famiglie, assicurazioni e buoni stipendi. Niente fu mantenuto: in Belgio gli operai venivano ospitati nelle baracche dei prigionieri di guerra. Erano partiti per cercare un po’ di benessere ma anche per rimediare alle lacune della manodopera belga che non voleva più scendere in miniera e preferiva lavorare nelle fabbriche. Il governo italiano, nel 1946, aveva firmato un accordo con Bruxelles che prevedeva uno scambio: per 1000 minatori mandati in Belgio, sarebbero arrivate in Italia almeno 2500 tonnellate di carbone. Uno scambio uomini-merce». Marxianamente parlando quest’ultima frase andrebbe riscritta come segue: uno scambio di uomini ridotti a merce con altra merce (materia prima); capitale/lavoro vivo (il mitico “capitale umano”) contro capitale/lavoro morto.

Leggo da qualche parte: «L’8 agosto 1956 nella miniera del Bois du Cazier, in Belgio un incendio causò la morte di 262 minatori di cui 136 italiani. La miniera di Marcinelle è diventata un simbolo e un santuario della memoria per tutti gli emigranti italiani che hanno perso la vita sul lavoro, spesso un lavoro duro, faticoso e pericoloso». La ricostruzione postbellica non fu esattamente un pranzo di gala, da nessuna parte. Ebbene, l’Italia ha fatto di quelle vittime del Capitale e degli interessi nazionali degli eroi, dei soldati-minatori caduti sul fronte del lavoro per mantenere alto l’onore e il prestigio della Nazione: «La memoria di questo tragico evento, che nel nostro Paese celebriamo come Giornata del Sacrificio del lavoro italiano nel mondo [che definizione fascistissima!], deve servire da guida per noi e per i nostri figli. Le nostre comunità all’estero non sono solo viste come destinatarie di servizi, ma anche e soprattutto come una componente essenziale della politica estera dell’Italia». Queste le dichiarazioni rilasciate dal sottosegretario agli Affari Esteri, Vincenzo Amendola, nel corso della commemorazione delle vittime di Marcinelle. Per quanto mi riguarda la nazionalità di quei salariati uccisi dai rapporti sociali capitalistici non ha alcuna importanza; «Non dimenticare Marcinelle» per me non significa in alcun modo sostenere le politiche di chi cerca di gestire le contraddizioni sociali ai fini della difesa dello status quo sociale implementando una strategia “buonista” («Gli immigrati fanno i lavori che noi italiani non vogliamo più fare, frenano il calo demografico nel Paesi ricchi e ci pagano le pensioni!»); né significa, ovviamente, tessere l’elogio dell’immigrato italiano “buono” (come i macaronìs!) che sgobbava senza lamentarsi – mentre i negracci che purtroppo riescono a sopravvivere al deserto, ai carnefici dei lager libici e ai pesci del Mediterraneo non hanno voglia di fare nulla di costruttivo!

Il 61esimo anniversario della strage di Marcinelle, celebrato lo scorso 8 agosto, ha offerto ai “buonisti” e ai “cattivisti” che si disputano la scena politica nazionale un’eccellente occasione per esibirsi dinanzi al pubblico dei rispettivi tifosi e detrattori. Come abbiamo visto il fronte buonista ha avuto i suoi campioni nel Presidente della Repubblica Sergio Mattarella («Generazioni di italiani hanno vissuto la gravosa esperienza dell’emigrazione, hanno sofferto per la separazione dalle famiglie d’origine e affrontato condizioni di lavoro non facili, alla ricerca di una piena integrazione nella società di accoglienza . È un motivo di riflessione verso coloro che oggi cercano anche in Italia opportunità che noi trovammo in altri Paesi e che sollecita attenzione e strategie coerenti da parte dell’Unione Europea»), nel Ministro degli Esteri Angelino Alfano («La tragedia di Marcinelle ci dà ancora oggi la forza di lavorare per un’Europa più coesa e solidale, come l’avevano immaginata i padri fondatori. Un’Europa che trae origine e sostanza dal genuino spirito di fratellanza fra i suoi popoli. Mi riferisco in particolare al flusso continuo di migranti disperati che oggi, come allora, cadono troppo spesso vittime») e, dulcis in fundo (ma si fa solo per dire), nell’immancabile Presidente (o Presidenta? o Presidentessa?) della Camera Laura Boldrini: «L’anniversario della tragedia di Marcinelle ci ricorda quando i migranti eravamo noi. Oggi più che mai è nostro dovere non dimenticare». Non dimenticare cosa esattamente? E «noi» e «nostro» in che senso? Ad esempio, chi scrive cosa ha da spartire con i campioni del buonismo appena citati? La nazionalità? Non c’è dubbio; ma è, questo, un connotato anagrafico che sempre chi scrive respinge sul terreno della lotta (si fa quel che può!) anticapitalistica, la quale, come ho già accennato, dissolve ogni appartenenza nazionale, razziale, religiosa e quant’altro per porre al centro dell’attenzione la disumana prassi del Dominio, la maligna entità storico-sociale che rende possibile anche le carneficine, in tempo di guerra come in tempo di – cosiddetta – pace. È questo d’altra parte il filo nero che lega la Marcinelle del 1956 al Mediterraneo del 2017. Ovviamente e come sempre, mutatis mutandis.

Cambiando dunque l’ordine cronologico delle stragi, il colore della pelle degli sventurati e il contesto storico/geopolitico degli eventi qui evocati, il risultato non cambia. E si chiama Capitalismo, la cui dimensione oggi è mondiale. La spinta migratoria che origina soprattutto nell’Africa subsahariana ha moltissimo a che fare con le dimensioni e con la natura invasiva del Capitalismo, il quale genera “scompensi”, magagne e contraddizioni sia là dove esso per così dire abbonda (vedi il cosiddetto Nord del mondo), sia là dove invece esso è asfittico e tarda a decollare, e questo, nella fattispecie, soprattutto a cagione della prassi colonialista e imperialista che vide protagonisti alcuni Paesi europei già a partire dalla fine del XV secolo. L’ineguale sviluppo del Capitalismo ha sempre creato onde di pressione sociale che coinvolgono l’intero pianeta, e che possono manifestarsi anche sottoforma di migrazioni di massa, un fenomeno che, come impariamo fin dalle scuole elementari, se osservato dalla prospettiva storica non ha in sé nulla di eccezionale: il bisogno spinge i popoli a muoversi, da sempre. Oggi questo processo sociale si dispiega nell’epoca caratterizzata dal totalitario dominio dei rapporti sociali capitalistici, e questo connotato storico-sociale gli conferisce la peculiare fenomenologia che ci sta dinanzi.

Ma ritorniamo a Miserabilandia! Dei buonisti abbiamo già detto. Immediata è scattata la rappresaglia dei cattivisti, i quali si sono prodotti nel solito coro: «Vergogna! Vergogna! Vergogna!». «Mattarella si vergogni», ha tuonato appunto il leader leghista Matteo Salvini. «È vergognoso – ha dichiarato Paolo Grimoldi, deputato della Lega Nord e segretario della Lega Lombarda – che il presidente Mattarella nel ricordare la strage di Marcinelle paragoni gli italiani che andavano a sgobbare in Belgio o in altri Stati, dove lavoravano a testa bassa, dormendo in baracche e tuguri, senza creare problemi, agli immigrati richiedenti asilo che noi ospitiamo in alberghi [che invidia!], con cellulari, connessione internet [e io pago!], per farli bighellonare tutto il giorno e avere poi problemi di ordine pubblico, disordini, rivolte come quella avvenuta oggi nel napoletano dove otto immigrati minorenni hanno preso in ostaggio il responsabile della struttura che li ospita. Paragonando questi richiedenti asilo nullafacenti agli italiani morti a Marcinelle il presidente Mattarella infanga la memoria dei nostri connazionali. Si vergogni». Ecco appunto. Per il capogruppo Pd alla Camera, Ettore Rosato, «le parole di Matteo Salvini sono vergognose [ci risiamo!] perché offendono il Presidente Mattarella [e chi se ne frega!] e gli italiani»: nella mia qualità di disfattista rivoluzionario non mi sento offeso neanche un po’ dal vomito razzista che esce dalla bocca di Salvini e gentaglia simile. Questa è robaccia che può eccitare gli animi delle opposte tifoserie che siedono sugli spalti di Miserabilandia. Dal mio punto di vista buonisti e cattivisti pari sono, e rappresentano due opzioni interne all’esigenza di gestire i processi sociali e di controllare la società per garantire la continuità dello status quo sociale – sociale, non meramente politico-istituzionale.

Pare che anche qualche discendente delle vittime di Marcinelle si è sentito offeso dal buonismo presidenziale di Mattarella, da quello governativo di Alfano e da quello istituzionale della Boldrini: «Aldo Carcaci, figlio di un emigrato e oggi deputato belga, ha contattato IlGiornale.it dicendosi esterrefatto da quanto sentito in questa giornata di dolore. “Mi sento offeso dalle parole che ho sentito. Così come è offesa la memoria delle persone che hanno perso la vita nella miniera di Marcinelle. Paragonare quegli immigrati con quelli di oggi è sbagliato. Quando mio padre nel 1947 è andato in Belgio c’èrano degli accordi tra i due Paesi. C’era, da parte del Belgio, una richiesta di lavoratori. In Italia invece i giovani non hanno un impiego ed è quindi impensabile riuscire ad aiutare tutti i ragazzi africani che arrivano ogni giorno sulle nostre coste. Inoltre noi ci siamo integrati, abbiamo studiato, imparato la lingua e lavorato anche se subivamo episodi di razzismo”» (Il Giornale). Capito? Noi eravamo brava gente (e pure di pelle bianca, salvo qualche siciliano particolarmente abbronzato); loro invece…

Quanto escrementizia e risibile sia la disputa tra buonisti e cattivisti lo apprendiamo anche dalla discesa in campo dell’attore comico Jerry Calà («Capito?»): «Non paragoniamo i nostri emigrati per piacere! Loro chiusi in baracche da cui uscivano solo per lavorare e rientravano per farsi da mangiare. Mio zio è morto in Belgio nelle miniere per mantenere la famiglia italiana. Mi permetto di parlare perché ne sono parente e in quegli anni ci sono stato. In Svizzera, in Belgio, in Germania. Non facciamo paragoni assurdi per piacere! Gli emigranti italiani venivano trattati come animali da soma… pulitevi la bocca». Pare che l’indignazione dell’attore abbia riscosso un notevole apprezzamento in una non piccola parte di Miserabilandia.

Giustamente Francesco Cancellato (Linkiesta) considera «stucchevole e pedagogico sentirsi dire che dovremmo solidarizzare coi migranti perché un tempo lo siamo stati anche noi. Come se solo una pregressa condizione di sfruttati possa muoverci a pietà per una moltitudine di disperati in fuga dall’inferno. Come quando nei telegiornali una tragedia diventa tale solo se ci sono morti italiani». E soprattutto egli sottolinea le differenze che corrono tra la tragedia di Marcinelle e la strage continua dei «disperati in fuga dall’inferno», una differenza che, per così dire, porta acqua al mulino della moltitudine in fuga da guerre, fame, malattie, miserie d’ogni genere. Il paragone tra Marcinelle e il Mar Mediterraneo è tale da far impallidire i morti del 1956. Scrive Cancellato (il quale, beninteso, argomenta dal punto di vista degli interessi nazionali): «Nel 1956 eravamo alla vigilia di quello che oggi definiamo “miracolo economico italiano”, indotto dal Piano Marshall (sì, gli Stati Uniti ci aiutavano a casa nostra): nei quattro anni successivi, tra il 1957 e il 1960, per dire, la produzione industriale italiana crebbe del 31,4% e la crescita del Pil non scese mai sotto il 5,8%. Ritmi cinesi, insomma, per il quale c’era bisogno di materie prime come il carbone. Ed è proprio per quel carbone che fu firmato il protocollo Italo-Belga, dieci anni prima, nel 1946». In secondo luogo, «nel Canale di Sicilia, negli ultimi quindici anni, hanno perso la vita 30mila anime. Ripetetevelo nella mente: trentamila. Ci sono più cadaveri che pesci, in quel tratto di mare. Se vogliamo capire cosa provano quegli esseri umani che cercano di entrare in Europa – attraversando l’Italia – dal Canale di Sicilia, prendiamo la più grande tragedia della nostra stagione migratoria e moltiplichiamola per dieci, cento, mille, un milione. Magari servirà a farci capire a chi stiamo chiudendo le porte». In terzo luogo, «per convincere gli italiani a partire, nel 1946 l’Italia fu tappezzata di manifesti rosa che presentano i vantaggi derivanti dal mestiere di minatore: salari elevati, carbone e viaggi in ferrovia gratuiti, assegni familiari, ferie pagate, pensionamento anticipato. Per quanto terribili fossero poi le loro condizioni di lavoro, una situazione un po’ diversa rispetto a quella delle migliaia di schiavi africani che ogni anno raccolgono pomodori e arance tra Puglia e Sicilia. Se pensate siano fenomeni imponderabili, sappiate che solo a raccogliere i pomodori, ogni anno, sono impiegati quasi 20mila braccianti, molti dei quali senza contratto, molti dei quali stranieri, molti dei quali irregolari». Su questo aspetto rinvio a due miei post: Rosarno e dintorni e Uomini, caporali e cappelli.

Scrive il “realista” Maurizio Molinari: «L’integrazione dei migranti è un test di crescita per ogni democrazia industriale, capace di rafforzarne la prosperità come di indebolirne la solidità, e l’Italia non fa eccezione. Ecco perché è opportuno affrontare senza perifrasi la sfida che abbiamo davanti, guardando oltre liti politiche interne e dispute internazionali. […] L’interesse dell’Italia è dotarsi di provvedimenti, leggi e politiche che rendano possibile [l’integrazione degli immigrati] sulla base di principi condivisi: non tutti i migranti che sbarcano possono rimanere perché una nazione sovrana non è una porta girevole, ma chi viene accolto deve poter intraprendere un cammino verso la cittadinanza che include l’integrazione nel sistema produttivo. Poiché coniugare integrazione e sovranità è una sfida nazionale per essere vinta necessita il coinvolgimento di tutte le forze politiche del Paese, che si trovino al governo o all’opposizione poco importa, e in ultima istanza il sostegno e l’attenzione di tutti i cittadini italiani, a prescindere dalle fedeltà di credo o di partito» (La Stampa). Un appello che ovviamente non può convincere (anzi!) chi lotta contro gli interessi nazionali (vedi anche il mio post sulla Libia) e per la costruzione dell’autonomia di classe, la quale è tale solo se prospetta a tutte le vittime del Capitale, a prescindere dal colore della loro pelle, dalla loro nazionalità, ecc., la necessità e l’urgenza di unirsi in un vasto fronte anticapitalista. Tutto il resto (“buonismo” e “cattivismo”) è miseria capitalistica.

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UNGHERIA. 1956-2016

budapest_6Un tentativo di interpretazione

Scoppiata la sommossa a Budapest, noi
non potevamo che augurarci apertamente
che fosse schiacciata (Palmiro Togliatti).

Scrive Francesco Perfetti ricordando i sanguinosi (si parla di oltre 25mila morti, in gran parte lavoratori) “fatti ungheresi” vecchi ormai di sessant’anni: «La rivolta di Budapest del 1956 fu la prima grande crepa nel muro eretto a difesa dell’impero costruito, passo dopo passo, attraverso l’instaurazione delle democrazie popolari, dal comunismo. Quei dodici giorni che sconvolsero le sorti dell’Ungheria e che commossero il mondo occidentale furono l’evento che, come avrebbe poi detto Richard Nixon, segnò “l’inizio della fine dell’impero sovietico”. La sanguinosa repressione sovietica dell’eroica sollevazione ungherese ebbe effetti disastrosi per l’immagine dell’Urss. Il filosofo marxista Jean-Paul Sartre dovette ammettere che, dopo i massacri di Budapest, “mai in Occidente i comunisti si erano trovati così isolati” dopo un periodo che aveva visto i russi “in vantaggio quasi in ogni campo” al punto che “sembrava che sarebbero usciti vincitori dalla Guerra fredda”». Abbiamo visto come la storia si sia incaricata di capovolgere nel modo più brutale le previsioni che dopo il Secondo macello mondiale non furono appannaggio dei soli “comunisti” occidentali fedeli allo stalinismo. Giustamente Perfetti sostiene che «Le giornate di Budapest non erano piovute dall’alto», che almeno ai piani alti della politica internazionale si avvertiva un forte odore di bruciato che emanava non solo dall’Ungheria ma da tutti i Paesi europei – rubricati un po’ sbrigativamente “dell’Est” in ossequio alla scienza geopolitica – che avevano subito il trattamento “sovietico” secondo gli auspici della Conferenza di Yalta, «quando Stalin, Roosevelt e Churchill decisero di coprire con la foglia di fico delle Nazioni Unite la spartizione dell’Europa e del mondo fra Occidente americano e Russia sovietica» (1).

In che senso la repressione militare e poliziesca dei “moti ungheresi” di sessant’anni fa segna l’inizio della fine del «comunismo sovietico» e la morte dell’utopia chiamata «socialismo dal volto umano», come scrive Perfetti (e gran parte della memorialistica politica e storiografica che in questi giorni si sta esercitando sui “fatti ungheresi”)? Scrive il Nostro: «All’inizio di giugno di quello stesso anno, il 1956, il New York Times aveva reso noto il discorso pronunciato da Kruscev pochi mesi prima al XX congresso del Pcus: il cosiddetto “rapporto segreto” che denunciava i crimini dello stalinismo e condannava il culto della personalità. Poi, qualche tempo dopo, c’erano state, prima, la rivolta di Poznan che aveva assunto presto il carattere di una manifestazione anti russa e, poi, le giornate dell’ottobre polacco che si erano concluse con il ritorno al potere di Wladislaw Gomulka, a suo tempo destituito da Stalin con l’accusa di deviazionismo ideologico, e che avevano finito per avallarne l’immagine non tanto di un dirigente comunista riformista, quanto piuttosto di un leader nazionale il cui avvento significava la fine dello stalinismo». Sullo sfondo – ma è solo un modo di dire – di quei fatti, si staglia anche la Crisi di Suez, a segnalare il groviglio di contraddizioni e tensioni che segnavano l’imperialismo di quel tempo, il cui assetto si consolidò proprio dopo l’ultimo disperato tentativo di Francia e Inghilterra di conservare il vecchio rango di grandi Potenze mondiali. Le rivolte antisovietiche del ’56 e la Crisi di Suez possono dunque essere interpretate anche come scosse di assestamento del Nuovo ordine mondiale determinato dalla Seconda guerra mondiale? Credo di sì. Di qui, l’alleanza di fatto che allora il mondo registrò tra Stati Uniti e Unione Sovietica, entrambe interessate a conservare l’equilibrio geopolitico fissato a Yalta. Negli anni Ottanta, altre scosse telluriche (a cominciare dagli scioperi nei cantieri navali di Danzica e dalla nascita di Solidarność) manderanno in pezzi uno dei pilastri che reggevano «il mondo di Yalta». Ma Cerchiamo di mettere un po’ d’ordine nei fatti, e soprattutto nella loro interpretazione – perché qui ciò che più conta non è la ricostruzione dei fatti, ma appunto la loro interpretazione: il lettore perciò mi scuserà se si troverà dinanzi a delle imprecisioni cronologiche più o meno “imbarazzanti”.

La cosiddetta destalinizzazione del regime sovietico ufficializzata da Chruščёv al XX Congresso del Pcus è un buon punto di partenza per comprendere i fatti ungheresi? Sì, ma solo se comprendiamo il vero significato di quel fenomeno, cosa che ci obbliga a tenerci a debita distanza dalle letture ideologiche che della destalinizzazione fecero allora – e ne fanno oggi – gli amici e i nemici del “socialismo reale”. Detto in altri termini, non si comprende l’autentico significato della destalinizzazione politico-ideologica del regime sovietico, e del suo necessario risvolto internazionale, senza analizzare la destalinizzazione economica in atto in Unione Sovietica prima di quel fatidico Congresso. Non si tratta di un puntiglio dottrinario di stampo vetero-materialista, ma della sola via d’accesso alla comprensione degli eventi qui ricordati che riesco a concepire. Poi ovviamente ognuno è libero di seguire la strada che più gli aggrada, che crede più corretta.

La politica di destalinizzazione della struttura di potere che aveva nel Pcus il suo pilastro più importante e il suo cervello, apparve necessaria e non più rinviabile quando la crisi sistemica del vecchio Capitalismo di Stato di stampo “sovietico” iniziò ad avvitarsi pericolosamente su se stessa, così da convincere la riluttante leadership moscovita che piccole riforme strutturali non sarebbero bastate a mettere il treno dello sviluppo economico sui binari della necessaria modernizzazione capitalistica – di cui la «corsa al primato nello spazio» era l’aspetto più eclatante e propagandistico, a Est come a Ovest. La prima fase, quella “eroica” (beninteso per lo Stato Russo e per il Capitale “sovietico”, non certo per i lavoratori e per i contadini russi!), dell’accumulazione capitalistica post rivoluzionaria si basò fondamentalmente sull’industria pesante (metallurgia, costruzione di mezzi di produzione, industria mineraria, industria chimica, cantieristica navale, ecc.), la quale aveva consentito di accelerare i tempi e di incrementare i ritmi della crescita, per un verso, e  per altro e fondamentale aspetto aveva permesso di sostenere le storiche ambizioni imperialistiche del Paese (prima navi da guerra, carri armati, aerei, fucili e bombe; poi, forse, burro e carta igienica: un genere di lusso, peraltro…).

C’è da dire che questo modello economico staliniano, che – come non mi stanco di ripetere, peraltro inutilmente – nulla a che fare ebbe mai con il socialismo (né con quello “reale” né con quello “irreale”), venne imposto dalla Russia Sovietica anche ai Paesi di recente conversione “comunista” (si trattò, com’è noto, di una conversione molto… spintanea), i quali dopo la Seconda guerra mondiale subiranno un vero e proprio processo di sfruttamento imperialistico da parte dell’Unione Sovietica, che si servì delle risorse materiali e finanziarie drenate  dai “Paesi Fratelli” per rafforzarsi ulteriormente. Ciò naturalmente anche nella prospettiva dell’aspro confronto con la Superpotenza rivale, la quale da parte sua instaurò con i “Paesi Fratelli” di sua competenza geopolitica un diverso rapporto imperialistico (espressione di una più alta maturità capitalistica), come apparve chiaro quando le economie di Germania (dell’Ovest!), Giappone e Italia, tre Paesi usciti letteralmente devastati dalla guerra (bisogna dirlo, le bombe democratiche e antifasciste fecero bene il loro  sporco lavoro al servizio della “Liberazione”!), conobbero un assai precoce e intensissimo boom economico.

Strumenti della spoliazione economica attuata dall’Unione Sovietica ai danni dei “Paesi fratelli” furono i «prestiti socialisti», le società miste dominate dal capitale sovietico, le forniture a quei Paesi di attrezzature industriali made in URSS, l’imposizioni di prezzi “politici” alle merci prodotte dalla cosiddette Democrazie Popolari ed esportate in Unione Sovietica, e così via). Il peso dello sfruttamento imperialistico e della spoliazione economica gravava soprattutto sui lavoratori, ovviamente. Nella prima metà degli anni Cinquanta le condizioni di lavoro e di vita dei proletari che vivevano nelle Democrazie Popolari erano giunte al limite della sopportazione, e il «basso livello di vita della classe lavoratrice» diventò il tema più importante e scottante dibattuto nei Comitati Centrali di tutti i Partiti “operai” che con il Pcus condividevano una comune prospettiva “socialista”. Ecco, ad esempio, cosa si legge nel rapporto presentato al CC il 18 luglio del 1956 dal Segretario del Partito Operaio Polacco Edwar Ochab: «Già molto tempo prima degli avvenimenti di Poznan, il Comitato Centrale si era occupato delle misure da adottare per migliorare il basso livello di vita della classe lavoratrice, ma i miglioramenti sono risultati insufficienti. […] La Polonia vive male e ciò dipende dalla situazione generale della nostra economia, dalle difficoltà della situazione internazionale e dai numerosi problemi collegati alla ricostruzione di un paese depresso e distrutto dalla guerra. Il governo non ha fatto ancora tutto il possibile per venire in aiuto dei lavoratori, e la massa, che sperava in un miglioramento attraverso l’applicazione del Piano Sessennale, ha invece veduto che in pratica nulla è cambiato». Nell’estate di quell’anno gli operai delle officine Stalin (!) di Poznan rompono gli indugi e proclamano uno sciopero che presto si caricherà di pericolose valenze politiche – pericolose, beninteso, per i regimi “socialisti” dell’Est e per la stessa Unione Sovietica, certo, ma anche per i regimi democratici dell’Ovest, che se esultavano per il fallimento del “socialismo”, tuttavia temevano come la peste il contagio operaio, la cattiva emulazione proletaria, il “vento dell’Est”. Come scrisse una volta il mangia patate di Treviri, contro il proletariato in lotta le classi dominanti di tutto il mondo, che di solito non si risparmiano sputi, calci e pugni, si trovano invece solidali contro il comune nemico di classe. Questo è piacevole ricordarlo anche contro il Sovranismo di “sinistra” (per intenderci, quello che difende gli interessi geopolitici della Russia, della Cina, dell’Iran e di tutti gli avversari degli Stati Uniti) di questi tristissimi tempi.

Il regime polacco cercò di arginare la rivolta operaia usando, alternativamente, bastone e carota, ma alla fine, quando una saldatura tra lotte operaie e malcontento studentesco appare possibile e perfino prossima, il governo di Varsavia optò decisamente per il pugno di ferro, che tuttavia non sortì del tutto l’effetto sperato, almeno fino a novembre. A ottobre Chruščёv si precipitò a Varsavia accompagnato da un manipolo di generali sovietici (tanto per mettere le cose in chiaro), ma subito ripartì per Mosca frastornato dalla lotta politica che dilaniava il Partito “fratello” polacco. Come ricorda Perfetti, «le giornate dell’ottobre polacco si erano concluse con il ritorno al potere di Wladislaw Gomulka, a suo tempo destituito da Stalin con l’accusa di deviazionismo ideologico [leggi: di titoismo], e avevano finito per avallarne l’immagine non tanto di un dirigente comunista riformista, quanto piuttosto di un leader nazionale il cui avvento significava la fine dello stalinismo».

Il 23 ottobre il Circolo Petöfi di Budapest organizza nella capitale ungherese una manifestazione di solidarietà con i rivoltosi polacchi; il governo prima la vieta, ma poi capisce che non autorizzarla avrebbe potuto far salire improvvisamente la pressione sociale che sa essere già molto alta nel Paese. Il bastone della repressione si nasconde nell’ombra e lascia la scena alla carota della «democratica manifestazione del dissenso». Il governo confida pure nell’isolamento degli studenti e degli intellettuali che avevano indetto la manifestazione, ma sbaglia i conti, e difatti migliaia di operai e di impiegati lasciano il loro posto di lavoro per convergere nel luogo convenuto. La leadership ungherese subisce il colpo e reagisce riabilitando in fretta e furia Imre Nagy, già emarginato dalla “cricca stalinista” del Partito in quanto esponente di punta del “nuovo corso” già prima che da Mosca venisse annunciata la necessità della destalinizzazione. Ma la riabilitazione dell’antistalinista Nagy non basta a placare la piazza, anche perché la lotta interna al regime ungherese sfocia in vere e proprie provocazioni lanciate contro i manifestanti accusati dalla “cricca stalinista” di intelligenza con l’imperialismo occidentale. Accusa subito ripresa e rilanciata dallo stalinismo internazionale, togliattismo compreso.

Da parte loro, i lavoratori e gli studenti ungheresi non aspettavano altro per far esplodere una rabbia covata in anni di miseria, di supersfruttamento, di oppressione politica; quando la misura è colma, qualsiasi cosa, anche il più insignificante pretesto, può agire da micidiale detonatore. Una piccola scintilla può incendiare una grande prateria, scriveva qualcuno. Commetteremmo tuttavia un grosso errore se concentrassimo la nostra attenzione sulla casuale quanto preziosa scintilla, trascurando di analizzare le cause che hanno consentito l’accumulo del materiale infiammabile e il superamento della soglia critica esplosiva. Nel nostro caso quelle cause si compendiano, ieri come oggi, nel concetto di processo sociale capitalistico, un processo cha va colto in tutta la sua complessa, contraddittoria e multiforme dimensione – sociale e geopolitica. Scrivo questo anche per prendere le distanze dalla tesi che attribuisce la causa più importante dei “fatti” qui esaminati alla proclamazione della destalinizzazione e alla lotta tra “stalinisti” e “antistalinisti”, tra “falchi” e “colombe”, tra “conservatori” e “riformisti”, tra “socialismo autoritario” e “socialismo libertario”, e via di seguito. Personalmente chiamo in causa due concetti chiave: quello, già citato, di processo sociale capitalistico e quello, evocato nelle pagine precedenti e intimamente correlato al primo, di lotta di classe. Se, come scrive Andrea Tarquini su Repubblica del 22 ottobre, «Oggi quella rivoluzione viene commemorata in tono minore dal leader nazionalconservatore Orbán», probabilmente ciò non è dovuto solo alla prudenza diplomatica del leader ungherese, il quale «non vuole mettere a repentaglio l’amicizia con Putin»; la cosa si può forse spiegare anche con la dinamica sociale di quella «rivoluzione», che non può essere spiegata solo in termini di aspirazioni nazionalistiche frustrate e di astratte idealità: tutt’altro. Forse la combattività, le rivendicazioni, le realizzazioni (i Consigli, in primis), le speranze e financo le illusioni espresse sessant’anni fa dai lavoratori ungheresi è meglio che cadano nel più completo oblio. Ma riprendiamo il bandolo della narrazione.

Già il 23 ottobre la piazza si infiamma; migliaia di lavoratori e di studenti si armano con l’aiuto dei soldati delle caserme e degli operai che lavorano nelle officine degli arsenali; la “piattaforma rivendicativa” avanzata dal movimento sociale al regime equivale a una ingiunzione di sfratto: diminuzione dei ritmi e dei carichi di lavoro imposti dal governo (è il Capitalismo di Stato, bellezza!), diritto di sciopero, fine del sindacalismo di regime instaurato nel 1948, agibilità politica per lavoratori, studenti e intellettuali (2), ritiro delle truppe sovietiche d’occupazione. Il 24 ottobre a Budapest ha luogo una violenta battaglia davanti al parlamento, dove si fronteggiano da una parte gruppi di lavoratori e di studenti armati, e dall’altra forze di sicurezza (AVH, l’odiata e temuta polizia politica) e carri armati sovietici. Interviene anche l’aviazione sovietica, e Radio Budapest ne dà tempestiva informazione, anche a riprova della sorda lotta di potere tra filosovietici e antisovietici che dilania il regime. Gli operai delle officine Cespel, spina dorsale del movimento sociale ungherese, proclama lo sciopero generale, a cui aderiscono immediatamente i lavoratori di diversi centri industriali sparsi per il Paese; a Miskolc, Szeged, Gyoer e altrove i lavoratori si organizzano in consigli e in comitati di lotta. Gli intellettuali e gli studenti hanno iniziato con coraggio la rivolta, ma adesso sono i lavoratori alla testa del movimento, il quale mette insieme in un confuso – ma sempre interessante e cangiante – coacervo rivendicazioni genuinamente classiste (aumenti salariali uguali per tutti, allentamento dei ritmi produttivi, alloggi migliori, diritto allo sciopero, sindacato indipendente, ecc.) e rivendicazioni schiettamente nazionaliste che ben si comprendono alla luce dell’oppressiva presenza imperialista dell’Unione Sovietica nel Paese. Ho scritto si comprendono, non si condividono. Per il proletariato il nazionalismo – o sovranismo che dir si voglia – è sempre una risposta sbagliata all’oppressione imperialista, che va combattuta dispiegando il massimo dell’internazionalismo possibile, in ogni circostanza. Ciò non in ossequio ad un astratto principio, o per fedeltà alla pulciosa barba di qualche antico comunista («Proletari di tutto il mondo…»), ma sulla scorta di un’adeguata lettura del processo sociale, il quale non smette appunto di convalidare la tesi internazionalista – soprattutto in grazie del sacrificio richiesto, in “pace” come in guerra, ai proletari nel nome dei «superiori interessi nazionali».

Ad esempio, a Miskolc la radio locale in mano ai ribelli del consiglio operaio diffonde un comunicato che proclama la necessità di «un governo ove siano installati dei comunisti devoti al principio dell’internazionalismo proletario, che sia prima di tutto ungherese e che rispetti le nostre tradizioni nazionali e il nostro passato millenario». Che confusione, nevvero? Per le classi subalterne la coscienza di classe è una conquista, che esse strappano alla società attraverso un lungo processo, fatto di lotte e di sconfitte, di avanzate e arretramenti, di illusioni frustrate e di fecondi insegnamenti; non è, cioè, qualcosa che possa venir fuori all’improvviso, quasi fosse affidata a un singolo e miracoloso atto. E questo tanto più nel momento in cui i concetti più elementari della coscienza di classe hanno dovuto subire l’odioso trattamento stalinista, il quale aveva travisato, deformato e svuotato di significato parole e concetti che un tempo avevano appunto espresso la coscienza rivoluzionaria degli sfruttati e degli oppressi. È alla luce di questo maligno trattamento, il cui retaggio purtroppo si fa ancora sentire, che bisogna leggere le confuse parole del comunicato appena citato (come di moltissimi altri allora sfornati a un ritmo impressionante, quasi a voler compensare il tempo perduto), con il quale non ha alcun senso polemizzare, tanto più dopo sessant’anni. Dire che allora si trattò di una rivolta, per quanto importante e promettente (soprattutto dal punto di vista di chi ha sempre avuto in odio – di classe – lo stalinismo), e non di una rivoluzione sociale mi sembra quasi banale, e anche qui avrebbe poco senso, almeno per quanto mi riguarda, polemizzare con chi credette di assistere a eventi di portata rivoluzionaria paragonabili a quelli che resero possibile la Comune di Parigi (1871) o l’Ottobre Rosso (1917), e certamente la mia postuma simpatia, se così si può dire, va interamente a chi si schierò, “senza se e senza ma”, dalla parte dei lavoratori e degli studenti polacchi e ungheresi, contro la polizia “popolare” governativa e i carri armati sovietici, sostenuti invece dagli stalinisti occidentali, cominciare da quelli italiani, che li bollarono senz’altro come «agenti provocatori al soldo del nemico».

«Particolare esecrazione è mostrata dall’Unità per i membri del Consiglio operaio in rivolta. Con un clamoroso capovolgimento, gli operai di Budapest (“elementi declassati, divenuti operai negli ultimi anni”, si minimizzava) che avevano aderito in massa alla rivoluzione erano accusati di aver spalancato le porte ai nemici di classe, e nel contempo venivano elogiati contadini e piccoli proprietari rimasti in disparte (anzi, secondo l’Unità, erano stati “i primi ad invocare l’ adozione di drastiche misure contro coloro che minacciavano di aprire la strada al ritorno del feudalesimo”). I giovani operai vengono definiti “giovinastri”, “sfaccendati”, reclutati da “ufficiali horthysti” in ragione del loro “primitivismo” e “infantilismo politico” [praticamente li si accusava di “deviazionismo bordighista”!]. Stesso discorso vale per i loro coetanei italiani, studenti che “hanno disertato le aule per inscenare una manifestazione” unendosi ad “alcuni gruppi di persone estranee alla scuola”. […] Il direttore dell’Unità di Roma, Pietro Ingrao (3) ammetteva la possibilità del dubbio (“Domani si potrà discutere e anche differenziarsi sui modi e sui tempi della rivoluzione socialista”), ma aggiungeva che “quando crepitano le armi dei controrivoluzionari, si sta da una parte o dall’altra della barricata”: in poche parole che bisognava schierarsi a favore dell’invasore russo» (4). Anche Giorgio Napolitano scese in campo contro la «controrivoluzione», come ricordo in un post di qualche anno fa (Gli scheletri nell’armadio di Re Giorgio), e così fece un altro futuro Presidentissimo, Sandro Pertini: «Se tacessimo, cesseremmo di essere socialisti, e diverremmo, sia pure inconsapevolmente, complici della reazione che in Ungheria tenta di riaffermare il suo antico potere». Premio Stalin – o Chruščёv – a Pertini! Alla Camera dei deputati il focoso Giancarlo Pajetta «lanciò alto il grido di “Viva l’Armata Rossa!”»; chissà, forse intendeva dire Russa. Forse.

Senza dubbio il titolo di Migliore (fra gli stalinisti) attribuito a Togliatti è meritatissimo, e lo dimostrano ampiamente proprio i suoi scritti del ‘56 tesi a individuare con consumata maestria politica i “cattivi maestri” che avevano traviato la gioventù operaia e studentesca d’Ungheria, a cavillare su “errori” governativi e “orrori” appena denunciati (maledetto «culto della personalità»!), e naturalmente a giustificare il pugno di ferro contro i “nemici del popolo” che loro malgrado le forze del Socialismo, del Progresso e della Pace (se non in questo, almeno nell’altro mondo!) avevano dovuto usare. Come scrive Alessandro Frigerio nel suo libro Budapest 1956. La macchina del fango. La stampa del Pci e la rivoluzione ungherese: un caso esemplare di disinformazione (Lindau, 2012), i vertici del “comunismo” italiano e i tanti intellettuali (5) che orbitavano intorno al Pci difesero l’intervento militare sovietico in Ungheria «anche quando era ormai evidente che l’esercito sovietico stava schiacciando una rivoluzione di popolo in cui l’unica vera contaminazione non era rappresentata da fantomatiche forze restauratrici, bensì dai consigli operai, cioè da quelle stesse forme di democrazia diretta che avevano reso possibile la conquista del potere a Pietrogrado nell’ottobre 1917». L’ingenuità politica di Frigerio fa quasi tenerezza: proprio perché paventavano, al pari dei “compagni” ungheresi e russi, la «contaminazione» operaia gli stalinisti italiani si schierarono dalla parte dei carri armati inviati da Mosca! Il falso paradosso che mostra gli amici degli operai sparare contro gli operai, si dissolve non appena si comprende la natura borghese di un Partito che continuava a chiamarsi “comunista” benché con il comunismo, quello vero intendo, esso non avesse più nulla a che fare almeno dai primi anni trenta del secolo scorso, da quando cioè il processo di stalinizzazione del Partito nato nel ’21 a Livorno, iniziato già nella seconda metà del decennio precedente, poté dirsi concluso, con la formazione di un ottimo strumento di conservazione sociale al servizio dell’Unione Sovietica e della classe dominante italiana – questo apparirà chiaro ai più solo più tardi, quando la disfatta del regime fascista imporrà al Paese nuove alleanze internazionali e una nuova leadership politica. Quanto alla Rivoluzione d’Ottobre del ’17, essa entrò in gravissima sofferenza già alla fine del 1920, dopo lo smacco subito dall’Armata Rossa alle porte di Varsavia, quando apparve chiaro che il proletariato occidentale, in primis quello tedesco, non sarebbe corso in aiuto al Potere dei Soviet, come aveva legittimamente sperato Lenin architettando il Grande Azzardo, lasciando gli stessi bolscevichi in un drammatico isolamento che presto si sarebbe rivelato mortale. Nel mio libro Lo scoglio e il mare cerco di ricostruire il complesso dei fatti – in realtà dei processi – che alla fine trasformeranno il Partito Bolscevico di Stalin in un feroce quanto efficace strumento al servizio della controrivoluzione mondiale e dello sviluppo capitalistico nell’arretrata Russia. Nel libro lo stalinismo è presentato come una tendenza storico-sociale oggettiva, non come il prodotto di una personalità dalla mente particolarmente contorta, gravata da piccole e grandi magagne caratteriali, come invece sostenne la nuova leadership sovietica dopo la morte di Stalin: la politica del capro espiatorio da dare in pasto alle “masse” deluse, frustrate e affamate ha sempre funzionato – e l’animaccia di Benito Mussolini ne sa qualcosa… Le turbe psichiche, le inclinazioni criminali e le paranoie di Baffone, che naturalmente mi guardo bene dal negare, non spiegano un bel niente e perciò le lascio al gossip storiografico che pensa di poter spiegare tutto – e il suo contrario – a partire dai “lati oscuri” che non mancano mai nella biografia dei grandi personaggi storici. Come già accennato, il feroce regime dittatoriale passato alla storia col nome di stalinismo fu funzionale 1. alla distruzione delle conquiste politiche dell’Ottobre rimaste ancora in piedi nonostante tutto (sul terreno economico non apparve mai sul suolo russo nulla che si potesse definire socialista e comunista in senso proprio, compreso lo stesso «Comunismo di guerra», come peraltro ammetterà Lenin in sede di critica e di autocritica); 2. alla costruzione a tappe forzate e a ritmi accelerati di un moderno Capitalismo in Russia, e 3. alla ripresa e al rafforzamento del ruolo internazionale del Paese, e ciò in larga parte in continuità con il vecchio retaggio zarista. La necessità di un “ammorbidimento” del regime dittatoriale si presenterà, come abbiamo visto, negli anni Cinquanta, allorché la vecchia strategia di sviluppo capitalistico mostrerà tutti i suoi limiti, dopo aver prodotto tutti i frutti – velenosi, soprattutto per i lavoratori e i contadini – che essa poteva produrre. Credo che la destalinizzazione (6) vada considerata alla luce di quanto qui sommariamente ricostruito. Facile merce propagandistica, la “destalinizzazione” reclamizzata dai post stalinisti, da vendere all’opinione pubblica interna e internazionale, e soprattutto a quei milioni di lavoratori di tutto il mondo che in buona fede, ma in cattivissima coscienza, avevano visto nell’Unione Sovietica, se non una valida alternativa al Capitalismo di stampo occidentale (soprattutto se di marca americana!), almeno qualcosa da agitare a mo’ di spauracchio contro i padroni e contro i partiti “reazionari” che li sostenevano. Riprendiamo il filo del racconto, per concluderlo rapidamente.

In una precedente citazione, Paolo Mieli faceva cenno ai contadini e ai piccoli proprietari. Ebbene, alla fine anche questi due strati sociali, che in realtà in larga parte coincidevano, si uniranno al movimento sociale di protesta. La riforma agraria varata dal governo “socialista” dopo la guerra aveva infatti trasformato gran parte dei contadini poveri ungheresi in piccoli proprietari di appezzamenti insufficienti a garantire loro un’esistenza appena decente. La riforma agraria dei “socialisti” aveva dato a molti contadini la gretta mentalità del piccolo proprietario (che troverà puntuale espressione nel Partito dei piccoli proprietari guidato da Tildy), ma non una vita migliore. Anche i risultati della riforma agraria del secondo dopoguerra alimenteranno lo scontro politico nel Partito.

Alla fine di ottobre lo stalinista di stretta osservanza moscovita Mátyás Rákosi, leader della fazione filosovietica, cade in disgrazia (capita!) e il “riformista” Nagy assume la direzione del governo; lo sciopero generale proclamato il 24 ottobre però non viene revocato dagli operai, nonostante le minacce e gli appelli lanciati dalla radio di regime: «Operai, deponete le armi, tornate al lavoro!». Minaccia e supplica sembrano fondersi in qualcosa di surreale che non annuncia niente di buono. Lo si capisce anche leggendo la stampa “comunista” del Belpaese. Il 26 ottobre la direzione del Pci rende nota la posizione ufficiale del Partito con un editoriale pubblicato sull’Unità; vi si legge che il governo ungherese si è dovuto confrontare con una «sommossa controrivoluzionaria armata, apertamente volta a rovesciare il governo democratico popolare, a troncare la marcia verso il socialismo e restaurare un regime di reazione capitalistica». La sconfitta dei ribelli quindi «non può che essere salutata da ogni democratico sincero». I togliattiani annunciarono una sconfitta che non si era ancora consumata: il solito zelo dei migliori! Come ricorda Federigo Argentieri, il Pci elevò la calunnia a cime forse mai raggiunte fino a quel momento: «La calunnia era necessaria per poter accettare l’enormità dell’accaduto: una delle due superpotenze mondiali invadeva, con grande dispiego di mezzi, uno dei paesi più piccoli d’Europa; come poteva un partito come il Pci, che si diceva schierato dalla parte della pace, contro l’imperialismo ed il colonialismo, accettare una cosa del genere?» (7). Già, come poteva…

Nagy fa qualche timida concessione economica e politica, anche nel tentativo di spezzare il fronte di lotta, che tuttavia rimane assai compatto; il 28 ottobre riconosce «il carattere nazionale e democratico della rivoluzione», impone all’esercito ungherese il cessate il fuoco e annuncia importanti concessioni, tra cui lo scioglimento della polizia segreta. La piazza applaude ma non si scioglie: il movimento ha capito che davvero l’unità fa la forza. Il 30 ottobre il Premier “riformista” (o “controrivoluzionario”, secondo i punti di vista) rompe gli indugi e annuncia la fine del regime a Partito unico e la formazione di un governo di solidarietà nazionale simile a quello di coalizione che vide la luce nel 1946. Nagy promette libere elezioni a suffragio universale, l’amnistia, la denuncia del Patto di Varsavia, una posizione di neutralità dell’Ungheria sulla scena internazionale e altro ancora. Vede la luce un nuovo governo quadripartito con “comunisti”, socialdemocratici, nazionalcontadini e piccoli proprietari.

A questo punto Mosca capisce che è arrivato il momento di tirare le somme (la paura del contagio “controrivoluzionario” era grande, soprattutto con i “fatti polacchi” ancora freschi, e d’altra parte il quadro internazionale non consentiva “distrazioni”: vedi Suez!): il 31 ottobre il Presidium del Comitato Centrale del Pcus decide di intervenire in Ungheria; il giorno successivo la famigerata Armata Russa varca le frontiere e calpesta il suolo magiaro. Come ricorda Luciana Castellina, allora giovane e promettente “comunista”, «Alle 4, con un comunicato ufficiale, Mosca, col sostegno della Cina e persino degli jugoslavi, aveva annunciato l’intervento delle proprie truppe di stanza in Ungheria. Il precario equilibrio che fino ad allora aveva evitato la guerra stava saltando. Anche nella Fgci ci fu qualche rottura. Come nel Partito. Io non partecipai alla protesta, pur con tutte le riserve sui regimi dell’est e sui giudizi minimizzanti che, pur senza censurare le informazioni, furono emessi dal Pci. Non lo feci non per non rompere la disciplina (che poi ruppi per Praga), ma perché c’era appena stato il XX congresso e l’Urss con Kruscëv sembrava stesse cambiando» (Il Manifesto, 23 ottobre 2016). Il pensiero dei militanti “comunisti” meno ortodossi non andava oltre la prospettiva di uno stalinismo “dal volto umano”, che alcuni credettero di individuare nella Jugoslavia di Tito, altri nella Cina di Mao. In ogni caso, tutti i “comunisti” italiani convergevano sul dogma stalinista della «via nazionale al socialismo» (8), affermato da Baffone contro la vecchia e luminosa tradizione internazionalista del movimento operaio – da Marx a Lenin. Non a caso il Partito nato a Livorno nel ’21 si chiamava PC d’Italia, e non Italiano.

Fino al 3 novembre sembra che il governo Nagy possa ancora trattare pacificamente con gli ex alleati sovietici, ma è solo un’impressione, destinata a evaporare il giorno dopo, quando i blindati sovietici attaccano le postazioni dei lavoratori in armi che difendevano le sedi di “agibilità politica” create dal movimento sociale. Nella notte tra il 3 e il 4 novembre, l’Esercito Russo entra a Budapest con 150.000 uomini e 4.000 carri armati, e in poche ore si impadronisce della città. Dal 4 al 9 novembre a Budapest infuria la battaglia, e solo con molta fatica le truppe sovietiche hanno la meglio sulla «teppaglia controrivoluzionaria» armata. Il bilancio finale della carneficina “socialista” attesterà la morte di circa 25mila ungheresi, in gran parte lavoratori. Tuttavia lo sciopero generale non si interrompe e gli operai continuano a organizzarsi nei consigli; il filosovietico Kadar, che intanto ha sostituito al governo Nagy, accoglie molte delle rivendicazioni operaie, e si dimostra rispettoso nei confronti dei consigli creati dai lavoratori, la cui autorevolezza peraltro nessuno avrebbe potuto a quel punto negare. La mossa sembra quella giusta: il 16 novembre il Consiglio di Budapest annuncia alla radio di accettare quanto promesso da Kadar e di voler interrompere lo sciopero generale. In realtà il movimento di lotta è tutt’altro che esaurito; nei mesi successivi l’iniziativa operaia farà sentire il suo peso, almeno fino a tutto il 1957, anche se il ripiegamento su un terreno più rivendicativo segnala una sconfitta politica che considerata dalla prospettiva storica appare francamente inevitabile, poste quelle condizioni. Com’è noto, pontificare col senno di poi è sempre abbastanza comodo, ma non sempre corretto, e ciò vale in primo luogo per chi scrive. Nagy e i suoi solidali si rifugiano presso l’ambasciata jugoslava, per poi consegnarsi nelle mani delle forze di sicurezza ungheresi dopo la promessa sottoscritta da Kadar di un salvacondotto; vengono però “intercettati” e sequestrati dai sovietici. L’ex primo ministro verrà impaccato a Snagov, in Romania, nel giugno 1958. Per adesso metto un punto.

ungheria-670x274(1) L. Caracciolo, Limes, febbraio 2015. Musica, questa suonata dal fondatore di Limes, per le orecchie di chi, come il sottoscritto, ha sempre denunciato, contro stalinisti e resistenzialisti d’ogni colore politico, la natura radicalmente imperialista della Seconda guerra mondiale (la cui data d’inizio, com’è noto, ha molto a che fare con il Patto nazi-stalinista del 1939), nonché il carattere altrettanto imperialista dell’ONU, il «covo di briganti» (per dirla con Lenin; o «cesso» secondo la sobria e intelligente definizione di Giuliano Ferrara) chiamato a ratificare/difendere i rapporti di forza fra le Potenze sanciti dal fatto bellico.
(2) Un concetto, quello di agibilità politica, che nella misura in cui esprime la lotta delle classi subalterne e la ricercata autonomia di classe non ha nulla a che fare con il feticismo democraticista che promana dalla prassi del potere politico delle classi dominanti basate in Occidente, e che ha nel rito elettorale una delle sue massime – e deleterie – espressioni.
(3) «La redazione era semivuota. Frugavo nei miei pensieri. Girai per ore per le vie di Roma, solo e sempre interrogandomi su quell’aggressione che mi sembrava inspiegabile e infame. C’era un cielo annuvolato quando giunsi – quasi alle soglie della sera – in casa di Togliatti a Montesacro. E gli dissi subito il mio sgomento più ancora che la mia sorpresa per quella invasione. Togliatti mi rispose asciuttamente: Oggi io invece ho bevuto un bicchiere di vino in più… Non ebbi coraggio di replicare. Mi limitai a dire che non condividevo il suo giudizio. Poi rapidamente mi avviai verso casa. C’era ancora un giorno per preparare il giornale (che non usciva il lunedì). Ma io avevo in testa pensieri che scavalcavano la questione del giornale: e poi incisero su tutta la mia vita» (P. Ingrao, Volevo la luna, Einaudi, 2006). Non c’è niente da fare, alla ricostruzione dello stalinista “pentito” preferisco di gran lunga l’esibito cinismo dello stalinista di ferro che festeggia il massacro di lavoratori e studenti: la coerenza, ancorché spesa a favore delle classi dominanti, va sempre apprezzata – e perciò stesso ancor più radicalmente combattuta.
(4) P. Mieli, Il Corriere della Sera, 3 aprile 2012.
(5) «Gli intellettuali che erano stati allevati dal Pci secondo il principio che l’Unione Sovietica era la terra della libertà, che l’Occidente capitalista era l’oppressore delle masse e dei popoli, che l’Urss era infallibile, che il Pci era infallibile, ricevettero almeno tre pugni allo stomaco durante il convulso 1956. Dapprima il XX Congresso del Pcus, con la condanna dello stalinismo da parte di Kruscev, quindi la rivolta di Poznan nel giugno e la rivoluzione ungherese a cavallo fra ottobre e novembre, con la sanguinosa repressione armata per mano sovietica, ed infine l’atteggiamento, la posizione, il ruolo assunti dalla dirigenza del Pci e quindi dal Pci stesso. Quando Togliatti appoggiò l’intervento armato sovietico in Ungheria, tutte le illusioni, le utopie, i sogni degli intellettuali comunisti andarono in frantumi» (A. Vitali, http://www.ragionpolitica.it, 23 novembre 2006). Tuttavia, una simile catastrofe politico-esistenziale non fu sufficiente a fare aprire gli occhi degli «intellettuali comunisti» sulla colossale balla speculativa (chiamata Socialismo Reale) su cui essi avevano investito il loro preziosissimo capitale umano. D’altra parte, “utopie” e “sogni” di tal fatta è giusto, è meglio che vadano in malora.
(6) «In Italia la svolta chruščëviana creò traumi e profondi imbarazzi all’interno del Pci. Impossibile pensare di avviare un analogo processo a Botteghe Oscure: destalinizzare il partito avrebbe significato detogliattizzarlo, cioè fare venire meno il ruolo del suo pontefice massimo, […] la cui vicinanza al tiranno sovietico era stata esibita con orgoglio fino a pochi anni prima» (A. Frigerio, Budapest 1956. La macchina del fango). In effetti, anche il “culto della personalità” (quella nei confronti del Migliore) doveva fare i conti, se non con la storia, con il senso del ridicolo.
(7) F. Argentieri, Ungheria 1956: la rivoluzione calunniata, I libri di Reset, Milano 1996. Nel suo libro Argentieri pubblica il testo di un telegramma, rimasto segreto fino al 1992, che Togliatti inviò alla Segreteria del CC del Pcus il 30 ottobre 1956; eccone di seguito alcuni interessanti stralci, utili a comprendere sia l’impatto che gli avvenimenti ungheresi ebbero sul Pci, che il modo di ragionare del Migliore. «Gli avvenimenti ungheresi hanno creato una situazione pesante all’interno del movimento operaio italiano, e anche nel nostro partito. […] Nel nostro partito si manifestano due posizioni diametralmente opposte e sbagliate. Da una parte estrema si trovano coloro i quali dichiarano che l’intera responsabilità per ciò che è accaduto in Ungheria risiede nell’abbandono dei metodi stalinisti. All’altro estremo vi sono gruppi che accusano la direzione del nostro partito di non aver preso posizione in difesa dell’insurrezione di Budapest e che affermano che l’insurrezione era pienamente da appoggiare e che era giustamente motivata. Questi gruppi esigono che l’intera direzione del nostro partito sia sostituita e ritengono che Di Vittorio dovrebbe diventare il nuovo leader del partito. […] Nel momento in cui noi definimmo la rivoluzione come controrivoluzionaria ci trovammo di fronte a una posizione diversa del partito e del governo ungheresi e adesso è lo stesso governo ungherese che esalta l’insurrezione. Ciò mi sembra errato. La mia opinione è che il governo ungherese – rimanga oppure no alla sua guida Imre Nagy – si muoverà irreversibilmente verso una direzione reazionaria. Vorrei sapere se voi siete della stessa opinione o siete più ottimisti. Voglio aggiungere che tra i dirigenti del nostro partito si sono diffuse preoccupazioni e che gli avvenimenti polacchi e ungheresi possano lesionare l’unità della direzione collegiale del vostro partito, quella che è stata definita dal XX congresso. Noi tutti pensiamo che, se ciò avvenisse, le conseguenze potrebbero essere molto gravi per l’intero nostro movimento». Togliatti temeva insomma che la transizione dallo stalinismo vecchia maniera al “nuovo corso” (uno stalinismo “soft”) potesse distruggere l’opera di un’intera vita – spesa al servizio delle classi dominanti.
(8) Come dimostra anche il famoso Manifesto dei 101 “dissidenti”: «Se non si vuole distorcere la realtà dei fatti, se non si vuole calunniare la classe operaia ungherese, […] occorre riconoscere con coraggio che in Ungheria non si tratta di un putsch o di un movimento organizzato dalla reazione […] ma di un’ondata di collera che deriva dal disagio economico, da amore per la libertà e dal desiderio di costruire il socialismo secondo una propria via nazionale». Come ricorda E. Carnevali in un breve saggio del 2006, i rappresentanti dei “dissidenti” ebbero un duro colloquio con Giancarlo Pajetta, che li accusò, peraltro non senza ragione, di mancare di realismo: «Il mondo è diviso in due blocchi… forse non sapevate che l’Estonia, la Lituania e la Lettonia sono occupate dai russi?» (I fatti d’Ungheria e il dissenso degli intellettuali di sinistra. Storia del Manifesto dei 101, Micromega, 9/2006). O di qua o di là: non si può essere filosovietici a metà! La randellata stalinista di Pajetta si adagiava, per così dire, sulla testa di personaggi che, non comprendendo la natura capitalista e imperialista dell’Unione Sovietica, cianciavano di «amore per la libertà» mentre sostenevano l’esigenza di appoggiare, in ogni caso («a prescindere», avrebbe detto il compagno Totò), il cosiddetto «Campo Antimperialista», al cui centro ovviamente troneggiava la Russia “socialista”. Chiunque osasse affermare che i due opposti – sul piano geopolitico – poli imperialistici (Usa e URSS, poi si aggiungerà la Cina)  condividevano un’identica natura di classe, veniva bollato come un agente provocatore al soldo dell’imperialismo – cioè degli Stati Uniti. C’è da dire, che nel giro di pochi giorni il gruppo dei dissidenti che firmarono il Manifesto di cui sopra si assottigliò alquanto; qualcuno di essi, come Antonello Trombadori, sfidò addirittura il ridicolo giurando di non averlo mai sottoscritto, altri si produrranno in abiure degne della causa stalinista che peraltro avevano sempre sostenuto acriticamente.

LA NATURA POLITICA DELLO SCIOPERO TARGATO CGIL/UIL

20141102_sciopero_generale-800x533Sulla natura politica dello sciopero in generale, e dello sciopero generale in particolare non bisogna spendere molte parole, perché solo degli analfabeti politici, e ce ne sono in abbondanza sotto l’italico cielo, possono parlare della politicità dello sciopero come di una degenerazione settaria o di una perniciosa tendenziosità estranea ai reali interessi dei lavoratori. Si tratta allora di capire il significato politico dello sciopero generale andato in scena (e in onda) ieri nel Bel Paese.

Su Radio Radicale ho ascoltato il comizio genovese del sindacalpopulista Maurizio Landini, incentrato sul consueto mantra di peculiare stampo “comunista” (nel senso della tradizione falsamente comunista che va da Togliatti a Berlinguer ecc., da Di Vittorio a Lama ecc.): «Solo i lavoratori possono salvare questo Paese; solo i lavoratori fanno gli interessi generali di questo Paese». Ovviamente il lettore avvezzo alla tradizione “comunista” si starà legittimamente chiedendo: «E non è forse vero tutto ciò? Che c’è di male nel sostenere quel punto di vista? Hanno forse sbagliato i lavoratori di Bari ad accusare il venduto D’Alema di aver rovinato il Paese insieme ai suoi colleghi della Casta?». Detto per inciso, solo chi in passato, e forse solo fino a ieri, aveva coltivato illusioni sul “post togliattismo” dalemiano poteva dare del «venduto» a chi da sempre, e non certo da pochi lustri, ha fatto gli interessi del sistema capitalistico nazionale, prima dall’opposizione (PCI) e poi dal governo (PDS-PD). Massimo D’Alema non ha tradito la causa dei lavoratori, semplicemente perché la sua causa, da sempre, si riassume nella famigerata formula politico-ideologica che segue: Interessi generali del Paese. È questa gabbia politico-ideologica che va a mio modestissimo avviso “rottamata”. Ma so di non essere in sintonia con il… Paese. Soprattutto con la sua parte sana e onesta. Me ne farò una ragione.

Ovviamente il problema non è il vaffanculo sparato contro uno dei leader dell’opposizione antirenzista (dopo vent’anni di antiberlusconismo avvertivo il bisogno di qualcosa di nuovo!), ma il taglio politico della contestazione, in bella evidenza anche nel discorso di Landini, e che si riassume come segue: «Occorre rimettere al centro l’onestà e combattere i disonesti ovunque essi si annidino. Dobbiamo ripristinare il senso dell’Articolo 54 della Costituzione, che prescriva la disciplina e l’onore ai cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche. Diciamolo chiaramente: le multinazionali straniere non investono in Italia non a causa dell’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ma per le cose che si stanno scoprendo a Roma. Evasione fiscale e corruzione: ecco cosa sta affondando il Paese. Se Renzi vuole davvero cambiare verso all’Italia deve ascoltare i lavoratori». Un’Italia dei valori con caratteristiche sindacali è dunque pronta a decollare. Naturalmente anche i pentastellati, i manettari e i sovranisti («bisogna defiscalizzare solo le imprese che investono e creano lavoro in Italia!») d’ogni razza e coloro sono della partita.

Purtroppo la tesi secondo cui il punto di vista del Paese e dei suoi interessi generali è il punto di vista delle classi dominanti, la cui ideologia domina anche la testa dei sottoposti, come aveva capito l’uomo con la barba svariati decenni orsono, è cosa talmente estranea alla cultura politica di questo Paese (diciamo di questo pianeta?), che chi la sostiene rischia di inciampare continuamente nel reato di intelligenza con il nemico. E così alle classi subalterne non rimane che l’alternativa del Demonio (o del Dominio): appoggiare di volta in volta questa o quella fazione capitalistica, questo o quel partito devoto agli “interessi generali” del Paese. «Eccoti la corda: sei libero di scegliere l’albero a cui impiccarti». Il nullatenente sentitamente ringrazia.

Come scrisse Machiavelli sulla scia di Tito Livio, il tumulto e la violenza del popolo possono aiutare il Principe a trovare la retta via del buon governo. Non a caso, mutatis mutandis e fatte le debite proporzioni, Carmelo Barbagallo, neo segretario della Uil, ieri ha parlato della necessità di una «nuova resistenza» contro l’ingiustizia e il malaffare. Che “radicalismo”! Populisti e demagoghi vecchi e nuovi, di “destra” e di “sinistra”, possono insomma sperare di pescare con successo nel mare del disagio sociale e dell’impotenza politica dei nullatenenti e dei ceti medi in via di proletarizzazione.

Scriveva ieri Dario Di Vico sul Corriere della Sera: «Le due confederazioni sindacali che oggi sfileranno nelle piazze d’Italia stanno difendendo, prima di tutto, se stesse e il potere che hanno avuto nell’Italia della concertazione. Operazione legittima in democrazia, ma che si presenta modesta al confronto delle sfide che ci stanno davanti». Oggi sul Tempo Giuliano Cazzola scrive: «Sforzandosi, con buona volontà, di attribuire un significato allo sciopero generale di ieri, è possibile individuarne uno solo: l’ansia di certificare l’esistenza in vita (peraltro non in buona salute) di due delle grandi confederazioni sindacali iscritte nella storia del Paese». Quasi tutti i commentatori politici concordano nel ritenere quello sciopero un episodio della guerra intestina alla “sinistra” italiana. Questo sempre a proposito della natura politica dello sciopero generale di ieri.