ALCUNE CONSIDERAZIONI SULL’ARTICOLO 18

enhanced-buzz-28904-1371241913-18Che sospendendo il lavoro, non dico per un anno, ma solo per un paio di settimane, ogni nazione creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa (Karl Marx, Lettere sul Capitale).

Cosa si nasconde dietro l’ennesima rognosa, a tratti davvero raccapricciante, diatriba intorno all’articolo 18 (peraltro già profondamente “riformato” dalla Fornero) dello Statuto dei lavoratori? È presto detto: l’ennesimo attacco alle condizioni di lavoro e di vita del proletariato di questo Paese. La domanda era fin troppo facile, lo ammetto.

Al di là delle fumisterie ideologiche alzate a “destra” e a “sinistra”, da parte dei detrattori e dei sostenitori del mitico Articolo, è questo il senso della questione in oggetto, come sanno benissimo in primo luogo i lavoratori (soprattutto quelli che non “cadono” nel regime previsto dall’articolo 18), i quali non hanno mai fatto grande affidamento allo Statuto dei lavoratori per conservare il posto di lavoro e per difendersi dagli attacchi del Capitale. Naturalmente il discorso va esteso a tutta la “riforma” del mercato del lavoro (Jobs Act) e, sotto questo aspetto, lo scontro sull’articolo 18 coglie anche l’obiettivo di sviare l’attenzione della cosiddetta opinione pubblica dal significato complessivo di quella “riforma” che non solo l’Europa «ci chiede», ma che giunti dinanzi all’ennesimo baratro sistemico «tutto il mondo ci chiede».

In un’intervista rilasciata oggi a Repubblica il Premier Renzi dichiara che «l’articolo 18 non difende quasi nessuno». Vero. Da un più alto pulpito, quantomeno spirituale, il Presidente della Cei Angelo Bagnasco rincara la dose (sempre a proposito di articolo 18): «Non ci sono dogmi di fede e non ci sono dogmi di nessun genere per quel che riguarda le prassi sociali». Verissimo! Non sto teorizzando l’inutilità di una lotta volta a difendere l’articolo 18; cerco solo di dare a questa auspicabile lotta un senso alternativo a quello proposto dal mainstream politico, sindacale e culturale di questo Paese.

Nella misura in cui il sindacato tradizionale, CGIL in testa, è da quel dì parte integrante del potere politico che garantisce lo status quo sociale in Italia, è appunto sul terreno politico, più che su quello che attiene gli interessi dei lavoratori, che occorre cercare la spiegazione del ritrovato attivismo antigovernativo della cosiddetta “sinistra sindacale”. Analogo discorso può farsi per quella parte dello stesso Partito Democratico che oggi denuncia la «deriva thatcheriana» di Renzi.

Il sindacato teme, a giusta ragione, di perdere peso politico nella gestione della politica economica del Paese e nella gestione del conflitto sociale: di qui i suoi lamenti sulla sempre più maltrattata «concertazione». Le sirene del corporativismo fascista non hanno smesso di nuotare nell’italico mare, anche a cagione del modello di welfare che la Repubblica fondata sul lavoro (salariato) ha ereditato quasi senza soluzione di continuità dal precedente regime politico. Il libro di Giovanni Perazzoli Contro la miseria. Viaggio nell’Europa del nuovo welfare (Laterza) è molto interessante a tal proposito. La «concertazione» in salsa italiana tra Stato e «parti sociali» in moltissimi aspetti incrocia l’ideologia che fu soprattutto della “sinistra fascista”.

Ecco la «concertazione» secondo il già citato alto prelato: «Bisogna percorrere in modo più concreto e incisivo la strada del dialogo, del parlarsi tra le diverse istituzioni e soggetti, non solo politici e amministrativi, ma anche imprenditoriali e sindacali perché insieme, con l’onestà dovuta e la competenza necessaria, si possono fare delle norme più concrete, a carte scoperte, e intravedere delle strade percorribili per la soluzione» (Il Secolo XIX, 28 settembre 2014). È precisamente la strada del dialogo sociale la via che conduce i lavoratori all’impotenza politica e sociale, semplicemente perché il tanto reclamizzato «bene comune», comunque declinato, non può che essere, fermo restanti gli attuali rapporti sociali, il bene del dominio sociale capitalistico. D’altra parte, la strada che mena all’inferno è sempre lastricata di eccellenti intenzioni.

Per quanto la riguarda, la “sinistra” del PD teme la definitiva “rottamazione” della tradizione cosiddetta “comunista”, che per molti quadri dirigenti (un tempo si chiamavano così) di quel partito significherebbe perdere una vecchia rendita di posizione, non solo politico-ideologica. Bersani e i compagni della «vecchia guardia» temono, a giustissima ragione, di venir “smacchiati” dall’ultimo arrivato, da un democristianone che peraltro ostenta molta sintonia con il Giaguaro di Arcore, ancora vivo nonostante trattamenti convenzionali e anticonvenzionali, anche di matrice internazionale.

Norma Rangeri (Il Manifesto, 21 settembre), dopo aver concesso che  «responsabilità e limiti» vanno messi nel conto «di chi avrebbe dovuto capire i colos­sali cam­bia­menti pro­dotti dalla ristrutturazione capitalista e met­tere in campo ade­guate controffensive», e che «Il sin­da­cato vive una crisi sto­rica, ed è sem­pre meno rappresentativo», tuttavia ritiene che «qua­lun­que nuova coa­li­zione sociale volesse opporsi a que­sta nuova destra, poli­tica e sociale, deve augu­rarsi che il sin­da­cato torni a bat­tere un colpo». Un classico del progressismo borghese che ama presentarsi in guisa “radicale”, se non addirittura “comunista”. Personalmente la penso in modo opposto. Penso cioè, come ho altre volte argomentato, che il sindacato collaborazionista (da Di Vittorio in poi, tanto per rimanere all’Italia degli ultimi settant’anni) sia, per i lavoratori e per tutti i proletari, parte del problema e non della sua soluzione.

Scrivevo nel 2012 commentando il Patto sulla produttività:

«Molti critici “da sinistra” del Patto mettono l’enfasi sullo spostamento della centralità dal CCNL alla contrattazione di secondo livello. Ora, puntare i riflettori sul contratto collettivo nazionale di lavoro, concepito come l’ultimo baluardo degli interessi operai e della cosiddetta “democrazia sindacale”, fa perdere di vista la vera questione oggi all’ordine del giorno per chi ha davvero a cuore le sorti dei lavoratori: la costruzione dell’autonomia di classe. Autonomia di classe significa iniziativa volta alla difesa degli interessi immediati dei lavoratori senza alcun riguardo per gli “interessi generali del Paese”, i quali necessariamente corrispondono agli interessi della classe dominante, o delle sue fazioni contingentemente vincenti. Va da sé che questa iniziativa di lotta oggi non può che avere un respiro internazionale, se vuole centrare il suo obiettivo con l’adeguata efficacia. Sulla base del sindacalismo collaborazionista (Cgil in testa) il CCNL sancisce l’impotenza dei lavoratori sottoscritta dalle organizzazioni padronali e ratificata dal Leviatano».

Per come la vedo io, impostare la lotta dei lavoratori sul terreno della pura difesa dei cosiddetti diritti acquisiti sarebbe un errore, anche perché molti di essi, e naturalmente i disoccupati, non sanno nemmeno cosa siano quei “diritti”. Lo stesso Statuto dei lavoratori è parte integrante di un’epoca della realtà sociale di questo Paese da gran tempo superata, e verso la quale non c’è da indulgere in miserrime nostalgie. Senza la combattività e l’organizzazione autonoma dei lavoratori i “diritti” sono scritti sul ghiaccio, per così dire. I diritti sono una questione di rapporti di forza: non lo dice la teoria, ma la prassi sociale ovunque nel mondo. Più che sulla precarietà dei “diritti acquisiti” il focus andrebbe dunque posto sulla perdurante logica della delega, su tutti gli aspetti della vita, che inchioda i nullatenenti alla croce del Dominio. È da questa prospettiva che approccio il problema di come difenderci dagli attacchi sempre più incalzanti che il Capitale e il suo Stato graziosamente ci lanciano.

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SOVRANO È IL CAPITALE! Sui casi Telecom e Alitalia

telecom_cabina_rimozione_500Giorgio Arfaras, polemizzando con i nostalgici dell’italica Sovranità economica, che con i casi Telecom e Alitalia ha subito l’ennesimo schiaffo, ha ben colto la direzione della «dinamica storica»: «La Sovranità di cui si ha oggi tanta nostalgia era un intreccio statalista in un mondo che è cresciuto molto fino agli anni Ottanta. Poi, ecco il grande mutamento, di cui non sono ancora chiare le dinamiche. Questo mondo è venuto giù, mentre i suoi protagonisti, a causa dell’età, sono passati a “miglior vita”.  Attenzione. Anche la Gran Bretagna ha perso sovranità, gli “stranieri” hanno comprato quasi tutti i suoi grandi marchi. La nostalgia per il mondo degli “Stati sovrani” del Dopoguerra va contro la “dinamica storica”. Quel che serve oggi da noi è lo snellimento della pubblica amministrazione e la riduzione del cuneo fiscale, non il tenersi l’Alitalia» (G. Arfaras, Telecom, ossia dell’italianità perduta, Limes, 24 settembre 2013). Non c’è dubbio, per il Sistema-Paese – cioè per il Capitalismo italiano – la priorità è, da almeno trent’anni, la massiccia riduzione della spesa pubblica improduttiva che zavorra le imprese con un carico fiscale sempre più pesante, comprime la competitività sistemica generale del Paese e che alimenta sempre di nuovo cospicui e radicati ceti parassitari che consumano ricchezza sociale senza produrne un solo atomo.

La politica nazionale è, in tutti i Paesi dell’Unione europea, chiamata a confrontarsi con questa difficile sfida sistemica. Sovrano è il Capitale.

Chi, per salvare «posti di lavoro italiani», si appella all’italianità di questa o quell’impresa, e invoca l’intervento dello Stato per difendere il patriottico Made in Italy, non solo mostra di non capire nulla della «dinamica storica», cosa che mi lascia del tutto indifferente; non solo fa sfoggio di una miserabile ideologia statalista, peraltro in linea con la tradizione fascio-stalinista del Paese, così dura a morire dalle nostre parti, cosa che  peraltro non mi sorprende, soprattutto alla luce della perdurante crisi; ma soprattutto si offre al Leviatano come il più zelante dei difensori dello status quo sociale. Per questo la sua posizione sovranista va combattuta «senza se e senza ma» da chi ha in odio i vigenti rapporti sociali disumani.

D’altra parte, interesse nazionale e lotta dei lavoratori e dei disoccupati contro le esigenze del Capitale, nazionale e internazionale, sono due cose che stanno tra loro in irriducibile opposizione: non lo dice – solo – la teoria, ma è un fatto che la prassi sperimenta di continuo.

I «PRINCIPI FONDATIVI» DELLA CGIL

22776Più che del pane, il proletariato ha bisogno del suo coraggio, della fiducia in se stesso, della sua fierezza e del suo spirito di indipendenza (K. Marx).

Mi si consenta un po’ di autoreferenzialità – come si dice, quando ci vuole, ci vuole! Nell’abissalmente remoto dicembre 1991 scrivevo quanto segue:

«Il XII congresso nazionale della CGIL ci consegna un sindacato “rosso” sempre più collaborazionista. Esso ratifica anche sul piano formale e “dottrinario” un processo di lunga lena (l’inglobamento nello Stato del Sindacato tradizionale) che negli ultimi tempi ha subito una brusca accelerazione, a cagione dei rilevanti avvenimenti che si sono registrati tanto sul piano interno come su quello internazionale […] Ciò non significa che un sindacato collaborazionista come la CGIL non svolga più alcuna funzione di tutela degli interessi immediati dei lavoratori, ma piuttosto che questa funzione sempre più programmaticamente viene subordinata agli “interessi generali del paese”, che sono poi immancabilmente e necessariamente gli interessi strategici del Capitale e del suo Stato […] “Da ciò – si legge nei documenti congressuali – discende la natura anticorporativa del sindacato”. Per “natura anticorporativa” occorre intendere quanto segue: si tratta dell’attitudine di quel sindacato a non difendere sempre e comunque gli interessi dei lavoratori, ma di far passare quegli interessi attraverso le maglie sempre più syrrette delle «compatibilità generale» e del sacro interesse nazionale. Ricordate la politica sindacale della CGIL di Lama al tempo del “compromesso storico”? Dalla prospettiva antiproletaria del sindacato “responsabile” il sindacalismo di classe deve necessariamente apparire terribilmente corporativo» (Un sindacato sempre più collaborazionista, Filo Rosso).

Seguono alcuni passi tratti da un mio post dello scorso 11 marzo:

«Quanto reazionario sia il punto di vista del segretario della FIOM lo testimonia, tra l’altro, il punto uno della sua piattaforma politico-sindacale: “La Costituzione deve rientrare in fabbrica”. Con ciò la parte più “antagonista” del sindacalismo collaborazionista ribadisce la propria sudditanza allo Stato capitalistico in guisa democratica, il quale sanzione all’Art. 1 della sua Costituzione quello che l’uomo con la barba ha sempre denunciato: la società borghese si fonda sul lavoro salariato, ossia sullo sfruttamento delle capacità lavorative di chi è costretto a vivere di salario. Che oggi per milioni di persone il salario, anche ridotto all’osso, appaia alla stregua di un miraggio, ciò non solo non cambia i termini della verità, ma piuttosto li rafforza e li rende più cinici. Per questo dal mio – scabroso? – punto di vista, più che della soluzione, la FIOM fa parte del problema che attesta l’attuale impotenza sociale dei lavoratori» (La FIOM è parte del problema).

E concludo, chiedendo scusa al lettore, come segue:

«Agli inizi degli anni Settanta, inaugurando una “opposizione di tipo nuovo” che avrebbe dovuto tirarlo fuori dal famigerato guado che lo teneva lontano dal governo nazionale, il PCI decise di seguire senza indugi la DC, il PSI e il PRI sulla strada della ristrutturazione capitalistica e del risanamento della finanza pubblica. La Cgil naturalmente seguì a ruota, abbandonando la vecchia forma di collaborazionismo sindacale adeguata al precedente status politico del PCI. Molti militanti dell’estrema sinistra allora accusarono il PCI e la Cgil di aver voluto abbandonare definitivamente il terreno della lotta di classe anticapitalistica; questa infondata posizione sorvolava sulla natura ultraborghese acquisita tanto da quel partito quanto da quel sindacato nel momento in cui il gruppo dirigente “comunista” s’inchinò allo stalinismo alla fine degli anni Venti» (Tale padre tale figlio. Da Luciano a Fabrizio una barca austera, 19 aprile 2013).

lav salOra, ditemi se sulla scorta di queste premesse politiche l’accordo «di portata storica» sulla rappresentanza sindacale firmato dalle «parti sociali» può suscitare in chi scrive un atomo, un solo miserrimo atomo, di indignata perplessità o, men che meno, di sorpresa. Ecco perché mi vien da ridere quando leggo che «Per la CGIL è una resa rispetto ai propri principi fondativi», come ha scritto Giorgio Cremaschi. I «principi fondativi» della CGIL muovono la mia mano verso la metaforica pistola.

«L’accordo serve a superare ciò che ancora resta della divisione tra lavoratori garantiti e non, naturalmente estendendo a tutti la condizione peggiore. Del resto la flessibilità dei salari e degli orari è ciò che ci chiede la Commissione Europea per proseguire la politica di rigore. L’accordo è la istituzionalizzazione della austerità nei luoghi di lavoro» (G. Cremaschi, MicroMega, 1 giugno 2013). Ma non è vero! L’attacco alle condizioni di vita e di lavoro dei salariati “ce la chiede” innanzitutto il Capitale, nazionale e internazionale, sempre tenuto fermo il carattere relativo – “dialettico” – della distinzione appena stabilita. Bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare e al Capitale quel che è del Capitale. Ovvero: è il Capitalismo, bellezza! Di qui, come scrivevo altrove, la necessità per i lavoratori e i proletari europei di abbandonare i sindacati collaborazionisti, di “destra” o di “sinistra”, “gialli” o “rossi” che siano, e di costruire un nuovo associazionismo centrato in modo esclusivo sui loro interessi “corporativi”, pardon: di classe.

«Per capirci», scrive ancora Cremaschi entrando nel merito politico dell’accordo in questione, «è come se la nuova legge elettorale stabilisse che possono candidarsi al Parlamento solo le forze politiche che sottoscrivono la politica di austerità, il fiscal compact e quanto altro serva». L’analogia proposta dal Nostro coglie perfettamente nel segno, ma a suo danno. Infatti, ecco cosa prescrive l’Art. 50 della Costituzione «più bella del mondo» (i gusti non si discutono, forse…): «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Qui le parole chiave sono metodo democratico e politica nazionale. Se ne ricava che la libertà dei «cittadini» è consentita solo dentro il perimetro tracciato con solchi di fuoco dalla legalità borghese, la cui forma politica più “economica” è appunto costituita dal «metodo democratico», e dagli interessi capitalistici. Il partito che, un domani, si ponesse al di là del maligno cerchio del Dominio, e contro di esso, verrebbe dunque con piena legittimità fatto oggetto delle premurose attenzioni del Leviatano, non importa se in guisa democratica o autoritaria – anche qui la distinzione va colta nei consueti termini “dialettici”.

«La ragione di fondo», scriveva Cremaschi in un articolo del 5 maggio, «è molto semplice, l’Europa non è la soluzione, ma il problema. Rovesciare questa Europa è condizione necessaria per riprendere il cammino della democrazia e della crescita sociale. Di questo si devono convincere tutte le forze democratiche che oggi siano davvero intenzionate ad opporsi al governo» (No all’Europa reale, MicroMega). A mio avviso il sindacato e la politica che ha in testa il Nostro, e chi la pensa come lui, per i lavoratori e i disoccupati non sono la soluzione, ma il problema. Il progetto di un associazionismo rivendicativo autenticamente anticollaborazionista fa a pugni con la proposta di Cremaschi di opporsi alla «vasta controriforma della Costituzione repubblicana» – per capirci, quella che all’Art 1 santifica il lavoro salariato. Quel progetto deve necessariamente affermarsi contro il feticismo “costituzionalista”, contro il «metodo democratico», contro la «politica nazionale», non importa se “serva sciocca” della famigerata Troika oppure se rigorosamente nazionalsovranista.

papa_francesco_getty_omeliaIn linea generale non dall’euro o da «questa Europa reale» dovremmo uscire, ma piuttosto è dal Capitalismo che dovremmo per così dire prendere le distanze, puramente e semplicemente. Semplicemente… Solo l’ipnotica potenza del Capitale, la quale ci suggerisce che siamo pulci al cospetto di titani, ci tiene incatenati nella disumana dimensione dello sfruttamento capitalistico. Solo… Una volta Bergoglio disse che «il Capitalismo è l’oppio dei popoli». Difficile dargli torto.

CREMASCHI, GRILLO E LO “TSUNAMI SINDACALE”

kazanevski-490Dopo aver preso atto della grave crisi di legittimità e di consenso che attraversa come non mai il collaborazionismo sindacale italiano, Giorgio Cremaschi ieri invocava uno «tsunami sindacale» analogo a quello che ha «sconvolto il quadro politico del Paese». Sulla necessità di uno tsunami sociale naturalmente non posso che essere d’accordo, mentre è sull’analogia politica proposta dal leader sindacale che prendo le distanze.

Infatti, è ben vero che il quadro politico del Bel Paese è stato terremotato, anche perché presto o tardi il processo sociale deve trovare una qualche espressione nella sfera politico-istituzionale, e basta riandare col pensiero ai primi anni Novanta del secolo scorso per capire a cosa alludo: crisi economica, crisi sociale (crescita del gap Nord-Sud), crisi del quadro internazionale post-bellico, conseguenti “picconate” cossighiane e, dulcis in fundo (si fa per dire), “Rivoluzione giustizialista”, leghismo dilagante nelle regioni capitalisticamente avanzate del Paese, “discesa in campo” di Berlusconi che spazza via la spassosissima «gioiosa macchina da guerra» del defunto Occhetto. Il fatto che il triste Achille oggi ricompaia sulla scena politica per raccontare la vecchia trombata elettorale, non ne attesta l’esistenza in vita, piuttosto testimonia l’agonia, e forse persino il decesso, dei suoi ex compagni di partito. Anche i cadaveri amano togliersi qualche sassolino dalla… tomba.

E qui ritorniamo all’evocato terremoto politico, con conseguente tsunami, di oggi. Ebbene, esso investe in pieno il vetusto assetto politico-istituzionale, espressione di una struttura sociale decrepita, largamente parassitaria, incapace di assecondare le spinte innovative che pure continuano a generarsi nel sottosuolo capitalistico di questo Paese, soprattutto nella Macroregione Settentrionale, non a caso culla del leghismo di Miglio e di Bossi. Forte del disagio sociale che è riuscito a drenare da tutti gli strati sociali messi in sofferenza dalla lunga crisi economica, il movimento politico di Grillo può agire da catalizzatore per tutte le spinte innovative che nel corso degli scorsi decenni non hanno trovato un’adeguata espressione politica. Craxismo, leghismo e berlusconismo in parte cercarono di rappresentare quelle esigenze di modernizzazione capitalistica che in Italia sono sempre state depotenziate per evitare di intaccare lo status quo degli interessi materiali e politici (elettorali) già costituiti.

Numerose inchieste sociologiche condotte dopo lo tsunami dei primi anni Novanta hanno provato come la base sociale elettorale della “destra” italiana fosse molto più proletaria che non quella dei partiti cosiddetti di “sinistra”, elettoralmente forti soprattutto fra i ceti impiegatizi statali e in quella che una volta si chiamava aristocrazia operaia, basata sulla grande industria di Stato e su quella privata ma fortemente assistita dal Leviatano – un nome a caso: la Fiat. Anche questo dice qualcosa sulla “dialettica” politico-sindacale degli ultimi vent’anni.

Il sindacato italiano, a cominciare dalla CGIL, è da sempre parte integrante di quello status quo, e ciò spiega in larga misura la sua grillinofobia; infatti, la sua burocrazia teme di venir spazzata via insieme al vecchio personale politico.

KAZANEVSKY-08032013Ora, mentre Cremaschi teme a sua volta, da buon progressista, una deriva antidemocratica e anticostituzionale dell’associazionismo sindacale prossimo venturo, tale da esuberare il quadro politico-istituzionale disegnato dalla Sacra Costituzione «nata dalla resistenza» (magari un sindacato “vaffanculista” a 5 Stelle), e perciò spera che lo tsunami di questi giorni possa diventare un’occasione buona per insufflare nuovo ossigeno nei polmoni rattrappiti del collaborazionismo sindacale; chi scrive, da modesto ma convintissimo disfattista (in “pace” come in guerra), auspica il costituirsi di un associazionismo economico-rivendicativo non genericamente “vaffanculista” (facile preda per populisti e demagoghi 2.0 d’ogni genere e colore), ma refrattario a ogni discorso che ha «il bene generale del Paese» come proprio fondamento e orizzonte politico-sociale. Infatti, «il bene generale del Paese», o Bene Comune nella sua variante 2.0, è l’ideologia che cela gli interessi delle classi dominanti, presidiati con la carota e con il bastone da quello Stato cui il noto Comico auspica possa trovare nel suo Movimento un supplemento di palle.

COME RENDERE PIÙ PRODUTTIVA LA VACCA SACRA. Qualche riflessione intorno al Patto sulla produttività.

Per Giorgio Cremaschi il Patto sulla produttività firmato lo scorso mercoledì non è che «un imbroglio reazionario», nonché «un concentrato delle ideologie reazionarie che sono alla base dell’agenda Monti». Ancora: «La tesi di fondo che l’ispira è un brutale imbroglio di classe» (Produttività: un imbroglio reazionario, 20 novembre 2012, Blogspot.it). Ho letto i sette punti dell’accordo e non vi ho trovato alcun imbroglio, quanto piuttosto per un verso la ratifica di quello che sta già avvenendo da tempo nelle aziende italiane (vedi incentivo alla contrattazione collettiva di secondo livello), con l’avallo di tutti i sindacati parastatali, a iniziare dalla Cgil, e per altro verso la solita elencazione di problemi strutturali da «affrontare e risolvere urgentemente», pena un più accentuato declino del Bel Paese. Sotto questo punto di vista, non più che una sorta di Manifesto per la produttività, il quale italianamente fa molto affidamento al buon cuore (leggi quattrini) dello Stato.

Insomma, nel Patto non ho riscontrato alcun imbroglio, ma un… minimo sindacale di esigenze capitalistiche, come si evince dai seguenti passi, tratti dal punto due dell’accordo: «Il contratto collettivo nazionale di lavoro – superato definitivamente con il Protocollo del 1993 il sistema di indicizzazione dei salari – avendo l’obiettivo mirato di tutelare il potere d’acquisto delle retribuzioni, deve rendere la dinamica degli effetti economici, definita entro i limiti fissati dai principi vigenti, coerente con le tendenze generali dell’economia, del mercato del lavoro, del raffronto competitivo internazionale e gli andamenti specifici del settore» (da Il Post, 21 novembre 2012). Notare il riferimento al «Protocollo del 1993».

L’esigenza di innalzare la produttività totale – o sistemica – del Paese non risponde, in primo luogo, a un disegno politico-ideologico reazionario, e tanto meno a un «imbroglio di classe», bensì, più semplicemente e radicalmente, a un imperativo categorico: acquisire rapidamente una più elevata capacità competitiva per non uscire con le ossa rotte dalla crisi economica internazionale. Secondo l’entusiasta Guido Gentili si tratta della «svolta per tornare competitivi»: « Oltre due miliardi di sgravi per il salario di produttività per il periodo 2013-2015 indicano da soli l’altezza della posta in una stagione di crisi profonda, dove consumi e domanda interna ricordano flessioni da tempi post-bellici» (Il Sole 24 Ore, 23 novembre 2012).

In effetti, la guerra della produttività sistemica mondiale non è un pranzo di gala, e si dà necessariamente come attacco sempre più violento alle condizioni di lavoro e di vita della vacca sacra salariata, la sola in grado di produrre quel latte che delizia le imprese e tutti i ceti che in qualche modo si nutrono dei derivati di quel latte. Non solo: grazie a quel latte e ai suoi derivati è l’intero edificio capitalistico di un Paese che si rafforza, anche sul piano politico.

Innalzare la produttività media del Paese nei confronti di quella dei più diretti concorrenti (Germania, Francia, Inghilterra, Giappone), ristrutturare l’apparato produttivo delle aziende, ristrutturare il mercato del lavoro, attaccare il parassitismo sociale e la rendita, in modo che l’aumentata produttività del lavoro non si trasformi in un ulteriore ingrassamento e rafforzamento dei ceti sociali che in un modo o nell’altro azzoppano l’accumulazione capitalistica, adeguare lo Stato a questi compiti e alla guerra sistemica mondiale. Attaccare il parassitismo sociale significa, come qualcuno – soprattutto a “sinistra” – finge di non sapere, ristrutturare anche l’apparato burocratico dello Sato (vedi alla voce spending review) e il sistema assistenzialistico o Welfare che dir si voglia.  È questo, in estrema e incompleta sintesi, il Programma Capitalistico che i fatti, non l’ideologia liberista, impongono al Paese. Fatti, meglio: processi sociali la cui dimensione coincide oggi con la Società-Mondo del XXI secolo.

È sufficiente riflettere sul gigantesco sviluppo capitalistico di Paesi come la Cina, l’India, il Brasile e di molti altri ex Paesi in via di sviluppo (ma anche sull’apertura economica dei Paesi europei un tempo assoggettati alla vampirizzazione imperialistica del Capitalismo di Stato sovietico), per capire quanto il mondo è mutato negli ultimi trent’anni, e come questo cambiamento non poteva non riguardarci, prima o poi, dopo aver fatto di tutto per arrestare con le metaforiche pistole ad acqua l’avanzata di un agguerritissimo esercito lanciato alla conquista dei mercati mondiali.

L’ascesa capitalistica di questi Paesi ha svalutato enormemente il lavoro nelle metropoli del Capitalismo mondiale, direttamente, attraverso la concorrenza dei loro lavoratori, molto produttivi e a bassissimo costo, e indirettamente, con l’esportazione di beni-salario (merci che entrano nella formazione del prezzo della capacità lavorativa o capitale disumano) a basso costo, ampliando per questa via il margine del profitto. Rendere più a buon mercato la forza-lavoro è una delle più importanti controtendenze alla caduta del saggio del profitto di cui parlò una volta il barbuto di Soho, in arte Marx.

«Colpisce ovviamente – scrive Guido Gentili – che la Cgil non abbia sottoscritto l’accordo: continuano le “dure repliche della storia”, verrebbe da dire parafrasando Norberto Bobbio, grande coscienza critica della sinistra». Naturalmente la Camusso non ha sollevato nessuna obiezione di principio all’accordo, e anzi ne ha denunciato la presunta inefficacia sul piano del rilancio «strutturale» dell’economia nazionale, che sta molto a cuore alla CGIL, secondo la sua tradizionale politica di «responsabile collaborazione», da Di Vittorio in poi. La leader sindacale si è limitata a ripetere la solita fuffa ideologico-politica intorno alla necessità di conciliare gli interessi del Capitale con quelli del lavoro: praticamente un «imbroglio di classe», per dirla con Cremaschi. D’altra parte la virile segretaria deve tener conto delle spaccature interne alla sua organizzazione, e deve anche far fronte all’iniziativa politica dei soggetti che si muovono a “sinistra” del suo partito di riferimento, che si candita a governare «responsabilmente» il Paese.

L’accordo sulla produttività non è nient’altro che la naturale evoluzione dell’accordo interconfederale del 28 giugno 2011, sottoscritto anche dalla Cgil, e si muove nel solco di quella «rafforzata e dispiegata responsabilità» che ebbe nel famigerato protocollo sottoscritto dalle “parti sociali” il 23 luglio 1993 il suo più compiuto paradigma. Quando l’economia nazionale chiama, la Cgil non fa mai mancare il proprio contributo di responsabilità, che non sempre è in grado di seguire percorsi lineari.

Per Cremaschi «La produttività italiana ha toccato il massimo negli anni 70, quando il potere dei lavoratori nelle imprese e nel mercato del lavoro era al massimo. Da allora è sempre declinata, fino a crollare quando il sistema economico è stato strangolato dai vincoli dell’euro e del liberismo europeo». Cosa c’è di vero in queste affermazioni? Assai poco. Di un qualche interesse c’è la nostalgia per le svalutazioni competitive, che alla lunga hanno presentato il conto all’italico modello capitalistico, e l’ammissione di un interesse, beninteso “da sinistra”, verso «la produttività italiana».

Com’è noto, il boom economico degli anni Sessanta (con il ’62 a segnare il vertice del ciclo espansivo postbellico) fu reso possibile da un’alta produttività del lavoro (di livello tedesco e giapponese, per intenderci), e da bassi salari, un mix virtuoso, sempre per il Capitale, che nel nostro Paese non si è più ripetuto. Alla fine degli anni Sessanta e agli inizi del decennio successivo gli operai italiani si ripresero una minima parte del plusvalore regalato con tanta prodigalità al Made in Italy (grazie anche al collaborazionismo politico-sindacale della «sinistra»), e ciò avvenne in un momento di svolta nella congiuntura economica internazionale. La lentissima dinamica ascendente dei salari italiani incrocerà la curva discendente dell’espansione economica postbellica alla fine degli anni Sessanta. Questo fenomeno (la crescita dei salari al limitare del ciclo espansivo), peraltro tipico nella dinamica capitalistica, fece nascere nella testa di molti intellettuali «operaisti» l’idea che la crisi degli anni Settanta fosse stata determinata dal «contropotere operaio», il quale aveva determinato la caduta del saggio del profitto.

Agli inizi degli anni Settanta il PNL cresceva un po’ più del 6%, la produzione industriale di circa l’8,5% e gli investimenti di oltre il 22% in termini di attrezzatura produttiva. La crescita dell’occupazione e dei consumi era invece molto più contenuta, a testimonianza del notevole sfruttamento della forza-lavoro italiana. Secondo un articolo di Le Monde pubblicato nel 1974, mentre il salario reale era aumentato in Francia del 5%, in Germania del 4,9%, in Gran Bretagna dell’1,6% e in Giappone dell’1,3%, in Italia esso era sceso del 5%, ciò che assicurava un’ottima capacità concorrenziale al Made in Italy. Cosa che peraltro non bastò a innalzare il livello della produttività sistemica del Paese, che alla fine ebbe delle forti ripercussioni sulla stessa capacità concorrenziale delle imprese italiane, afflitte peraltro da un alto costo delle materie prime e da una struttura sociale largamente parassitaria, anche in grazia del gap geosociale Nord-Sud persistente dai tempi dell’Unità nazionale.

La forza della classe operaia nei «formidabili» anni Settanta è un mito che i nostalgici del PCI e dell’area politica che si formò alla sua “sinistra” alla fine degli anni Sessanta non smettono di tramandare e di vendere sul mercato politico. Pare che il vintage politico sia di gran moda.

Nella celebre intervista rilasciata a Eugenio Scalfari nel gennaio 1978, Luciano Lama dichiarava, fra l’altro, quanto segue: «Se vogliamo esser coerenti con l’obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati passa in seconda linea. La politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta e il meccanismo della cassa integrazione dovrà esser rivisto da cima a fondo. (…) Insomma, mobilità effettiva della manodopera e fine del sistema del lavoro assistito in permanenza. Si tratta d’una svolta di fondo. Dal 1969 in poi il sindacato ha puntato le sue carte sulla rigidità della forza-lavoro, ma ora ci siamo resi conto che un sistema economico aperto non sopporta variabili indipendenti. Se il livello salariale è troppo elevato rispetto alla produttività, il livello dell’occupazione tenderà a scendere e la disoccupazione aumenterà perché le nuove leve giovani non troveranno sbocco». Commento velenoso del canuto Eugenio a trentaquattr’anni di distanza: «Debbo a questo punto avvertire i lettori che il testo che hanno fin qui letto non l’ho scritto io e tanto meno il ministro Elsa Fornero, anche se probabilmente ne condivide la sostanza. Si tratta invece d’una lunga intervista da me scritta praticamente sotto dettatura di Luciano Lama, allora segretario generale della Cgil. Era il gennaio del 1978, un anno di gravi turbolenze economiche e sociali, che culminò tragicamente pochi mesi dopo col rapimento di Aldo Moro e poi con la sua esecuzione ad opera delle Brigate rosse» (Una lettera per la Camusso che viene da lontano, La Repubblica, 29 gennaio 2012).

Che cosa sosteneva allora, traducendo dal sindacalese, l’indimenticato – dagli orfani del PCI – leader della Cgil? Nient’altro che l’ABC della prassi capitalistica: solo se i profitti sono pingui l’accumulazione del capitale cresce a un saggio virtuoso, creando le premesse, almeno in linea teorica, per nuove assunzioni. E affinché i profitti siano floridi, occorre che il grado di sfruttamento della capacità lavorativa sorrida all’investimento capitalistico. In poche parole, o si innalza la produttività del lavoro, a parità di salario o magari con un accettabile (per il capitale) aumento salariale, oppure si comprime il salario reale adeguandolo alla vigente produttività del lavoro. Tertium non datur. Mi correggo: è possibile al contempo aumentare la produttività e abbassare il salario reale in termini assoluti, una soluzione che tocca il punto G del capitale.

In ogni caso aumentare la produttività del lavoro, attraverso l’innalzamento della cosiddetta produttività totale dei fattori (afferente la composizione tecnologica del capitale produttivo, l’organizzazione delle imprese e l’efficienza economica complessiva del Paese) e una più intensa concentrazione di capitale per singola forza-lavoro, significa sempre e necessariamente innalzare il grado di sfruttamento della capacità lavorativa per smungerle più plusvalore possibile, perché il processo capitalistico di produzione è innanzitutto processo di produzione di valore, non di semplici oggetti d’uso. Nel Capitalismo una produttività “a misura d’uomo” è un «imbroglio di classe».

«Tutto questo non ha nulla a che fare con la difesa dell’occupazione ma solo con quella dei profitti», piagnucola Cremaschi commentando l’accordo sulla produttività: «Anzi la disoccupazione di massa è indispensabile per costringere i lavoratori a piegarsi al supersfruttamento. La disoccupazione deve restare e crescere, altrimenti il modello non funziona». Non c’è dubbio. Si chiama Capitalismo, il quale non è un «modello sociale reazionario [che] si appoggia su un sistema corporativo di caste e interessi burocratici organizzati», ma un regime sociale altamente disumano regolato in termini sempre più stringenti e dittatoriali dal rapporto sociale di dominio e di sfruttamento Capitale-Lavoro – il lavoro salariato di cui parla la Santissima Costituzione Italiana all’articolo 1, tanto per intenderci.

Molti critici “da sinistra” del Patto mettono l’enfasi sullo spostamento della centralità dal CCNL alla contrattazione di secondo livello. Ora, puntare i riflettori sul contratto collettivo nazionale di lavoro, concepito come l’ultimo baluardo degli interessi operai e della cosiddetta «democrazia sindacale», fa perdere di vista la vera questione oggi all’ordine del giorno per chi ha davvero a cuore le sorti dei lavoratori: la costruzione dell’autonomia di classe. Autonomia di classe significa iniziativa volta alla difesa degli interessi immediati dei lavoratori senza alcun riguardo per gli «interessi generali del Paese», i quali necessariamente corrispondono agli interessi della classe dominante, o delle sue fazioni vincenti. Va da sé che questa iniziativa di lotta oggi non può che avere un respiro internazionale, se vuole centrare il suo obiettivo con l’adeguata efficacia. Sulla base del sindacalismo collaborazionista (Cgil in testa, da sempre) il CCNL sancisce l’impotenza dei lavoratori sottoscritta dalle organizzazioni padronali e ratificata dal Leviatano.

FIAT: RITORNO ALL’ANTICO?

Situazione critica.

Intrattenendosi sull’ultima rappresaglia Fiat contro i lavoratori, Gad Lerner ha parlato di un «ritorno all’antico»: nel 2012 è anacronistico, oltre che barbaro e incivile, mettere in concorrenza fra loro i lavoratori di una stessa fabbrica. «Ritorno all’antico» o ritorno del sempre uguale capitalistico? La seconda opzione mi sembra di gran lunga la più corretta. La crisi economica ha semplicemente messo in chiaro il normale funzionamento dell’economia capitalistica: il profitto prima di tutto. Rispetto a questo imperativo categorico, a questa vera e propria dittatura del Capitale, ogni conquista operaia, vera o presunta che sia, deve necessariamente mostrare la corda.

Dal punto di vista degli interessi nazionali, quelli che stanno a cuore anche a Lerner, sebbene «da sinistra», mi sembra di gran lunga più veritiera la riflessione di Mario Sechi, direttore del Tempo, il quale invita piuttosto a guardare quello che sta succedendo nel comparto automobilistico degli altri paesi europei, a cominciare dalla Francia: le fabbriche automobilistiche del Vecchio Continente sono entrate in una fase di ristrutturazione, riorganizzazione, dismissioni e fusioni che appare ancora più sanguinosa di quella prospettata in Italia dal diabolico (o semplicemente amerikano) Marchionne. Per questo il simpatico (?) direttore ci invita per un verso ad abbandonare ogni provincialismo piagnone, e per altro verso a brindare con l’italico spumante, mettendo per una volta da parte il concorrente champagne. Quest’anno mi sacrifico: festeggerò con tanto whisky, alla salute dei sovranisti d’ogni tendenza politica.

Naturalmente anche a Maurizio Landini, Segretario generale della Fiom, stanno a cuore gli interessi generali del Paese, e da questa patriottica prospettiva bolla come irresponsabile, barbara e antinazionale la decisione della Fiat di segare 19 operai non sindacalizzati dello stabilimento di Pomigliano per far posto ad altrettanti operai reintegrati con sentenza tribunalizia. La Fiat, osserva il simpatico sindacalista, non rispetta le leggi e la Costituzione di questo Paese. Se in Italia esiste un governo degno di questo nome, esso deve farsi sentire e sostenere la lotta dei lavoratori Fiat: noi, dice sempre Landini, vogliamo un Paese che abbia almeno una grande industria automobilistica.

Ebbene, come ho scritto altre volte su questo Blog, per i lavoratori il sindacato italiano è parte del problema, perché la sua prospettiva è interamente sequestrata dagli interessi generali del Paese, i quali, al netto di ogni retorica populistica e di ogni illusione pattizia, rappresentano gli interessi delle classi dominanti e del loro Stato. Instillare nei lavoratori la fiducia nei confronti del Leviatano («le leggi e la Costituzione di questo Paese») significa promuovere la loro impotenza politica e sociale. La conquista dell’autonomia di classe è sempre meno una questione dottrinaria e sempre più una questione di scottante attualità politica.

400 METRI SOPRA LA DISPERAZIONE C’È LA LIBERTÀ

La minaccia dei minatori del Sulcis di farsi saltare in aria se non otterranno il loro posto di lavoro è la perfetta metafora di una condizione disumana spaventosamente vuota di speranza. Di qui la breve riflessione “umanistica” che segue.

Non rimaniamo nelle viscere della terra. Risaliamo e iniziamo l’assalto al cielo. Non siamo NULLA quando potremmo essere TUTTO. Siamo immersi nella più totale impotenza sociale a un passo dalla liberazione. Una tragedia! La società fondata sul profitto è la nostra miniera, la nostra trappola infernale che costruiamo con tanto zelo, giorno dopo giorno, sempre di nuovo. Bisogna farla finita. È tempo che la miniera crolli, senza di noi sotto.

Dite che non si può, che la cosa potrebbe rivelarsi rischiosa per tutti, e non solo per i padroni della miniera? Come se non vivessimo già abbastanza pericolosamente! Tutti i giorni che il buon Dio manda in Terra. O, come cantava Lucio Dalla, vogliamo continuare a far «finta che la gara sia arrivare in salute al gran finale»? Quale allegria!

Il minatore prende la miniera (e la silicosi), il muratore prende l’edificio (e le annesse «malattie professionali»), il metallurgico prende la fabbrica (e il cancro, o l’aspertosi), l’insegnate precario prende la scuola (e la frustrazione): ma si tratta di prendere il potere! Né più, né meno. In vista di giorni assai più lieti, o semplicemente umani. Oh, happy days!

Da sempre, il «chi si accontenta gode» è la velenosa morale che i padroni apparecchiano ai loro servi. E a furia di accontentarsi delle «piccole gioie quotidiane» i servi diventano sempre più piccoli, insignificanti, sotto ogni rispetto. Essi quasi spariscono dinanzi al Moloch che gli detta i compiti della giornata. Eppure, basterebbe guardarci bene allo specchio per capire che il vero gigante siamo noi. Il Mostro che ci sorveglia lo sa da sempre. E prende le sue precauzioni. E intanto noi scaviamo, scaviamo e scaviamo: guai a non essere “utili” alla società!

Il buio della miniera ci ha dunque reso ciechi come talpe? Abbiamo bisogno di nuovi occhi, questo è sicuro, e non di “nuove” illusioni – del tipo: «Bisogna mandare al potere politici onesti che capiscono le nostre esigenze». Basta con Miserabilandia! Basta con la miniera! Bisogna mandare al potere noi stessi. Semplicemente. 400 metri sopra la disperazione c’è la libertà.

FUGGO DAI CERVELLI IN LOTTA!

Tra le tante “piattaforme rivendicative” che mi è toccato in sorte leggere nel corso degli ultimi decenni, quella stilata dai «lavoratori della conoscenza» è senz’altro la più intrisa di luogocomunismo, e la più insulsa, sotto ogni rispetto. Naturalmente non metto in questione le rivendicazioni sindacali dei precari – ci mancherebbe! –, quanto piuttosto la “visione del mondo” che informa gli estensori dell’appello contro il precariato.

Già il titolo è, come si dice, tutto un programma: Se chi ci governa non sa immaginare il futuro, proveremo a farlo noi. Che incapaci, questi governanti! Adesso glielo spieghiamo noi come si fa a superare la crisi e a rilanciare l’accumulazione capitalistica. Perché uscire dalla crisi significa, checché ne pensino i benecomunisti, dare ossigeno (leggi profitti) all’economia basata sullo sfruttamento intensivo, intelligente, scientifico di uomini e cose. Ecco, detto di passata, il significato del General Intellect magnificato dai teorici del «capitalismo della conoscenza»:

«Siamo cervelli in lotta, non in fuga … Ogni giorno produciamo beni comuni intangibili e necessari: intelligenza, relazioni, benessere sociale».

Ma si può essere così immersi nella dimensione della reificazione e del feticismo, da testimoniare intorno alla mercificazione universale del mondo col sorriso sulle labbra? La catena di montaggio «intangibile» non è meno alienante e disumana di quella “tangibile”, e il valore di scambio appiccicato all’«intelligenza» o al «benessere sociale», ovvero a qualche altro prodotto sfornato dall’industria dei «beni comuni» non è più “etico” di quello esibito dal petrolio, da un lanciarazzi o da qualche altro prodotto dell’industria pesante rigorosamente ostile alle regole dell’«ecosostenibile». In compenso, il primo tipo di «bene o servizio» è senz’altro oberato da un plusvalore di ideologia.

«Questo è il momento di promuovere, oltre i confini delle singole categorie, la consapevolezza di un obiettivo comune: creare il diritto effettivo e universale di cittadinanza e un dovere di solidarietà sociale».

Diritto effettivo di cittadinanza, reddito di cittadinanza: quanto piace la cittadinanza al «cervello in lotta»! Ma come si declina questa «cittadinanza» in una società che, appunto, conosce solo cittadini, ossia lavoratori, imprenditori, consumatori ecc., ma non uomini? Che dire, poi, della cosiddetta «solidarietà sociale» garantita per legge? D’altra parte, il riferimento all’art. 36 della Costituzione, quella che sancisce per tutti «un’esistenza libera e dignitosa», ossia miserabile sotto ogni punto di vista, la dice lunga sulle illusioni che quel cervello «non in fuga ma in lotta» coltiva intorno alla vigente società capitalistica.

La citazione che segue ne è la plastica dimostrazione:

«Ciò impone scelte coraggiose nelle politiche economiche, sociali e culturali, improntate alla democrazia e alla trasparenza, al rispetto della vita e della dignità di tutti i cittadini e di tutte le persone che vivono e lavorano nel nostro Paese. Richiede una visione generale della società, una visione di cui avvertiamo drammaticamente l’assenza».

Di nuovo, che cosa si deve intendere per «dignità», per «democrazia», per «trasparenza»? Segno che si dà per scontato ciò che scontato non è affatto. Salvo che non si militi nello stesso partito o nello stesso “popolo”: di sinistra? Di certo la «visione» che offrono i «cervelli in lotta» non mi entusiasma, diciamo così…

«Oggi è in gioco molto più di una legge [quella sul mercato del lavoro]: si tratta – è impossibile non vederlo – del futuro del nostro Paese e della nostra civiltà».

C’è dunque, per i cervelli alternativi, un Paese e una civiltà da mettere al riparo dagli assalti del finanzcapitalismo? Naturalmente: il Paese e la Civiltà basati sulla Sacra Carta Costituzionale. Auguri!

ANCORA DUE PAROLE SULLA DEMOCRAZIA CHE LANGUE

Alcuni lettori hanno interpretato il mio post Il sepolcro – democratico – imbiancato come una manifestazione di indifferentismo politico per ciò che concerne il processo di decadimento della democrazia nel nostro Paese e nei paesi occidentali. Questa velata critica mi permette di chiarire il mio pensiero in merito a un tema che nei prossimi anni è destinato a precisarsi in tutta la sua ampiezza e durezza. Detto che, in generale, nulla della prassi sociale umana (o disumana) mi lascia indifferente, occorre considerare quanto segue.
La lotta contro il peggioramento dell’oppressione sociale in tutte le sue molteplici manifestazioni (economiche, politiche, “civili”, psicologiche ecc.), non può certo lasciarmi indifferente, ed anzi ciò che scrivo vuole fortemente militare a favore di essa. Ma vuole farlo da un punto di vista radicale, per introdurvi la consapevolezza che per un verso rimanere su quel terreno, alla fine, non può evitare il peggioramento delle cose che si desidera scongiurare; e per altro verso che si dà la possibilità di sradicare le cause stesse di quell’oppressione, passando dalla difensiva all’attacco. Non è affatto un luogo comune dire che, in situazioni eccezionali, la miglior difesa è l’attacco, e la stessa Rivoluzione d’Ottobre si spiega in parte come tentativo, da parte degli strati sociali urbani e rurali, di mettere al riparo le conquiste democratico-borghesi dall’imminente pericolo incarnato dal generale Kornilov.
Ma il salto mortale storico mi serve solo per evocare un incubo (la rivoluzione sociale, nientemeno!) e per dire che nel XXI secolo non c’è alcuna conquista democratico-borghese da mettere al riparo. Sempre più chiaramente, infatti, si svela il contenuto sociale – classista – della democrazia, la quale è solo una delle forme politico-istituzionali che può assumere il dominio totalitario delle necessità economiche. Ritenere che la democrazia, per quanto «imperfetta» e ingannevole, sia la forma di organizzazione politico-istituzionale più favorevole allo sviluppo del «movimento antagonista», è un’illusione smentita dalla storia lontana e recente. Molti socialdemocratici tedeschi, alla fine del XIX secolo, finiranno per rimpiangere i tempi delle leggi eccezionali antisocialiste, quando al proletariato più radicale appariva almeno chiaro e riconoscibile il volto del Nemico, in seguito trasfigurato nel «gioco democratico». Contro le aspettative di Engels e le teorizzazioni di Kautsky, la democrazia si dimostrerà invece lo strumento politico-ideologico che, attraverso la sempre più oculata alternanza della carota e del bastone, meglio serve le esigenze dello status quo.
Nell’esercizio del Potere – nell’accezione non meramente politologica del concetto – la democrazia si offre come la forma più razionale ed economica, e solo obtorto collo le classi dominanti vi rinunciano a favore di forme più dispendiose dal punto di vista del controllo sociale. Prendere queste parole come un augurio di «avventure totalitarie», secondo il falso principio che solo dal peggio può venire il meglio (la “rivoluzione”), è non solo sbagliato ma sciocco. Il tanto peggio, tanto meglio da sempre sorride solo alle classi dominanti. Intendo semplicemente dire che in qualsiasi circostanza l’elemento soggettivo (la «coscienza di classe») fa la differenza.
È all’interno di questa precisa costellazione concettuale che a mio avviso va “calata” la lotta alla progressiva «fascistizzazione» della società sotto l’incalzare della crisi economica, e per questa via colpire al cuore le illusioni intorno al «ripristino» della democrazia o alla costruzione della «vera democrazia», magari «dal basso» e sempre fatto salvo il rapporto sociale capitalistico che ci nega libertà e umanità.
Insomma, bisogna svelare il carattere ingannevole dell’alternativa tra peggio e meno peggio, «fascistizzazione» e «democrazia reale», perché dirimente è solo l’aut-aut tra l’attualità del dominio e la possibilità della liberazione. Lungi dal postulare un atteggiamento attendista o indifferentista in ogni sfera del conflitto sociale, il punto di vista critico-radicale qui sommariamente abbozzato invita il pensiero a predisporsi in posizione di battaglia anche a partire da piccole questioni, perfino da bagatelle, perché come diceva il filosofo nella particolarità più insignificante batte forte il cuore dell’universalità. Figuriamoci quindi se mi può essere indifferente la lotta contro le manifestazioni politiche dell’oppressione sociale. Per me si tratta piuttosto di evitare l’astuzia del dominio, vale a dire di non rafforzare il Potere sociale nello stesso momento in cui se ne combatte – male, sulla scorta di infondati presupposti politici – la fenomenologia.
Oggi siamo imprigionati in tutto ciò che esiste. Ma in tutto ciò che esiste si nasconde la verità che può liberarci. Prima sul piano della “teoria”, poi su quello della “prassi”. Come attingere quella verità dal fondo limaccioso della società sta al centro della mia riflessione teorica e politica, anche a proposito della scottante, e scivolosissima, «questione democratica».

LA FIOM È PARTE DEL PROBLEMA…

Più che di carattere sindacale, quella romana di venerdì scorso è stata soprattutto una manifestazione dagli evidenti connotati politici. E fin qui nulla da eccepire, anche in considerazione del fatto che la politicità dell’«azione economica» è, come dire?, nelle cose, ossia nella dialettica del conflitto sociale, il quale non può essere mai confinato dentro limiti netti e invalicabili. Questo a causa della dimensione unitaria e totalitaria (totalizzante) del dominio sociale capitalistico, la cui radice affiora in ogni tipo di controversia sociale, e persino “personale”. Come dicevano i miei nonni, «ogni lotta economica è una lotta politica». Ma come si declina nel merito questo assunto?

Storia e Giustizialismo di classe...

Come i più attenti osservatori della politica italiana hanno fatto rilevare, con la manifestazione del 9 marzo è andato in scena l’ennesimo scontro tutto interno alla «sinistra» del Paese, dilaniata come sempre in fazioni che non riescono mai a trovare un denominatore comune attorno a cui costruire un progetto unitario. Le fallimentari esperienze governative centrosinistrorse (a proposito: centrosinistra si deve scrivere col «trattino» o «senza trattino»: è un dubbio che ancora mi angoscia!) degli anni Novanta e del 2006 sono lì a testimoniarlo, checché ne dicano i simpatici personaggi della «foto di Vasto».

C’è feeling!

Da quando il Pci è andato a sgualdrine (Silvio, contieniti, è una metafora: lascia stare la falce e il martello!), le diverse anime del «popolo di sinistra» vagano senza requie sulla scena della politica italiana prive di un unico «centro di gravità permanente», e ciò le porta non di rado, anzi sempre più spesso, a scontrarsi l’una con l’altra, indebolendo di fatto il cosiddetto fronte progressista. Una volta la tradizione togliattiana (filosovietica) del Pci, la sua opposizione «di principio» alla DC e agli Stati Uniti, i forti interessi economici che gli derivavano dalla sua intima collusione con il Capitalismo di Stato in salsa cattostalinista e con le «Cooperative Rosse»: per decenni tutto ciò è servito  da collante per le diverse correnti del «comunismo italiano», anche per quell’area di “dissenso” che gli orbitava intorno, “criticamente”, ma sempre ossequiosa della «vecchia e gloriosa storia del Partito Comunista Italiano». In fondo, anche il sequestro di Aldo Moro rispose a questa “dialettica” interna alla «Sinistra Italiana». Scomparso il vecchio mondo uscito dalla Seconda Carneficina Mondiale, quelle correnti si sono autonomizzate, e da quel momento si è assistito, per un verso  a un continuo tentativo di mettere insieme i cocci del vaso andato in frantumi, e per altro verso a uno scontro fra gli stessi cocci, il cui significato si può, gramscianamente, ricondurre al concetto di «egemonia»: quale corrente del vecchio Pci deve dettare la linea politico-culturale alla «Sinistra»? La deflagrazione delle correnti democristiane, finite in ogni parte dell’agone politico, ha ulteriormente complicato il quadro di questa «lotta per l’egemonia».

La FIOM di Landini ha “oggettivamente” assunto la funzione di polo di aggregazione per una non piccola area della «sinistra-sinistra» e per spezzoni dello stesso centrosinistra (dipietristi e «sinistra del PD»). Lo stesso scontro sull’Art. 18 dev’essere sussunto, per l’essenziale, sotto la chiave di lettura da me (ma anche dai più smaliziati analisti politici del Bel Paese) appena proposta.

Quanto reazionario sia il punto di vista del segretario della FIOM lo testimonia, tra l’altro, il punto uno della sua piattaforma politico-sindacale: «La Costituzione deve rientrare in fabbrica». Con ciò la parte più “antagonista” del sindacalismo collaborazionista ribadisce la propria sudditanza allo Stato capitalistico in guisa democratica, il quale sanzione all’Art. 1 della sua Costituzione quello che l’uomo con la barba ha sempre denunciato: la società borghese si fonda sul lavoro salariato, ossia sullo sfruttamento delle capacità lavorative di chi è costretto a vivere di salario. Che oggi per milioni di persone il salario, anche ridotto all’osso, appaia alla stregua di un miraggio, ciò non solo non cambia i termini della verità, ma piuttosto li rafforza e li rende più cinici. Per questo dal mio – scabroso? – punto di vista, più che della soluzione, la FIOM fa parte del problema che attesta l’attuale impotenza sociale dei lavoratori.

IMPOTENZA DI CLASSE

Dopo aver appreso la notizia secondo la quale la Fiat del maligno Marchionne avrebbe chiuso nel breve periodo due stabilimenti basati nel Bel Paese, il simpatico segretario della FIOM ha ribadito un concetto centrale nella sua attuale battaglia politico-sindacale: «La Fiat non rispetta le leggi di questo Stato. Marchionne fa strame della Costituzione di questo Paese». Ora, chiamare lo Stato – capitalistico – a difesa dei lavoratori non suona un po’ come pretendere l’aiuto di un piromane per spegnere un incendio, ovvero come reclamare l’intervento di Dracula per mettere al sicuro una vergine dal collo invitante minacciata dal lupo cattivo? In realtà l’analogia non regge, per difetto, perché il Leviatano è il cane da guardia dei rapporti sociali che rendono possibile sempre di nuovo la divisione dei “soggetti sociali” in sfruttati e sfruttatori, salariati e capitalisti.

Che «coscienza di classe» può svilupparsi sulla base dell’impostazione politica che soggiace all’idea ultrareazionaria secondo la quale lo Stato «siamo noi», e che anzi è posto a difesa «dei più deboli» contro la prepotenza «dei più forti» (di qui il giustizialismo dei progressisti)? Obiezione: «Forse hai ragione, sul piano teorico. Ma sul terreno della prassi, la tua critica non indebolisce la classe operaia in un momento particolarmente drammatico della sua vicenda?» Fino a quando chi vuole promuovere l’iniziativa autonoma delle classi dominate metterà la prassi contro la teoria, otterrà solo altra impotenza.

IO NON STO CON LA COSTITUZIONE!

La teoria è la continuazione della prassi con altri mezzi, e viceversa. Proprio quando il processo sociale rende più deboli e ricattabili i lavoratori appare più necessaria l’esistenza di una voce che testimoni contro la cattiva realtà, per spingere il pensiero verso una prassi adeguata ai tempi. La costruzione di organismi rivendicativi non collaborazionisti e non proni agli «interessi generali del Paese» (cioè delle classi dominanti) sanciti dalla Costituzione è, a mio modesto avviso, parte non marginale di quella prassi.

LA SINDROME DEL CONTAGIO

Che sospendendo il lavoro, non dico per un anno, ma solo per un paio di settimane, ogni nazione creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa (K. MARX).

Nel corso del dibattito alla Camere sulla fiducia al decreto «Mille proroghe», l’Onorevole del PD Donata Lenzi ha dichiarato quanto segue: «Noi dobbiamo evitare che si crei la sensazione che chi più alza la voce, più ascolto riceve. Le categorie che oggi protestano hanno le loro ragioni, ma devono essere meno corporative e dimostrare la stessa responsabilità dei lavoratori, anch’essi colpiti duramente dalla crisi, e delle loro organizzazioni sindacali. La difficile situazione impone un senso di responsabilità a tutti coloro che hanno a cuore il bene del Paese».

La segretaria della Cgil si è espressa praticamente negli stessi termini: «Le categorie in lotta hanno le loro ragioni, ma mi sembra che agiscano all’interno di una dimensione corporativa, un po’ dell’ognuno pensi per sé. Questo modo di ragionare non è adatto in una stagione come questa».

«In una stagione come questa» chi lotta in modo intransigente per i propri interessi viene bollato dalla classe dirigente di questo Paese (sindacalisti progressisti compresi, ovviamente) come corporativo, irresponsabile, violento, potenzialmente nemico del Paese e, al limite, come mafioso o terrorista. E trattato come tale, all’occorrenza. Ma ciò che adesso mi preme sottolineare è la sindrome del contagio sociale che si impadronisce delle classi dominanti tutte le volte che un movimento sociale esce anche di un solo millimetro dai binari della consueta politica delle compatibilità.

Come ho scritto nei precedenti post sui Forconi, è soprattutto l’effetto emulazione che inquieta chi ci amministra, ossia la possibilità che i lavoratori, più o meno precari (una distinzione sempre più labile), i disoccupati, gli immigrati, i ceti medi declassati e in via di proletarizzazione, ecc. diventino a loro volta «irresponsabili» e «corporativi». E in primis è dall’industria (agricoltura compresa), ossia dalla sfera che produce il vitale plusvalore e che fonda la potenza sistemica del Bel Paese (come di ogni altro Paese), che la classe dominante deve allontanare lo spettro del contagio, ad ogni costo. Vade retro, Contagio!

È questo fondamentale aspetto della questione che i puristi della “lotta di classe” non hanno capito, forse perché troppo impegnati a vedere fantomatiche “Rivoluzioni” in giro per il mondo. I Forconi ovviamente passeranno, ma rimane la necessità di imparare a vedere nei movimenti sociali soprattutto la loro dimensione sintomatica e il loro potenziale nesso con altri movimenti sociali in atto o latenti, andando ben oltre la loro più o meno bizzarra fenomenologia e la coscienza che essi hanno di se stessi. Imparare questa elementare nozione di dialettica ci consente di metterci almeno allo stesso livello dell’Onorevole Lenzi e della Collaborazionista Camusso.