PER TUTTI I REGENI DEL MONDO

Leggo su l’Huffington Post: «Un mare di sospetti. Affari e geopolitica. Armi e petrolio. Pugnalate alle spalle dei “fratelli coltelli” europei e di gole profonde di oltre Oceano. Interviste “sospette”, pilotate per chiudere il caso, e raìs senza scrupoli che in cambio del contenimento dei migranti chiedono miliardi di dollari oltre che il silenzio assoluto sui crimini interni. Libia ed Egitto. Lager e Regeni». Su Affari Internazionali il concetto appena delineato si chiarisce in tutta la sua cinica pregnanza: «C’è un convitato di pietra, a cui ogni tanto si accenna quando si parla dell’assassinio di Giulio Regeni. È una parola all’apparenza rassicurante, e allo stesso tempo saggia. Stabilità. È la stabilità dell’Egitto alla quale dobbiamo guardare con estrema attenzione, nel nostro delicato ruolo politico nel Mediterraneo. È la stabilità dell’Egitto che ci proteggerà dall’attacco dell’autoproclamatosi “stato islamico”. È la stabilità del più importante Paese della costa settentrionale dell’Africa che dobbiamo proteggere, per tutte le ragioni politiche, economiche, strategiche che toccano l’Italia: la crisi libica, le migrazioni, il contenimento dell’integralismo di marca islamista. La stabilità è la nostra trincea e per mantenerla dobbiamo ingoiare bocconi amari. La Realpolitik è razionale, seria. La ricerca di verità e giustizia sul caso Regeni è carica di troppo idealismo». È, mutatis mutandis, la stessa stabilità politico-sociale che la Cina vorrebbe imporre in Venezuela e in tutti i Paesi dell’America Latina per creare un ambiente meno “volatile” e precario per i suoi cospicui investimenti colà indirizzati. Il valore della stabilità non sarà mai apprezzato nel modo corretto dagli “idealisti”, ai quali sfugge la realtà degli interessi e dei rapporti di forza.

Anche Fulvio Scaglione spezza una lancia a favore della realpolitik: «Al resto del mondo del “caso Regeni” non importa nulla. Ce lo dimostrò, nelle settimane successive alla morte di Giulio, il buon François Hollande, socialista francese, che corse al soccorso di Al Sisi con prestiti e nuovi trattati commerciali, ansioso di prendere il posto dell’Italia nei rapporti bilaterali. Nel caso dell’Egitto occorre purtroppo conciliare il dramma e lo sdegno della famiglia Regeni e di tutti coloro che hanno sete di giustizia con l’interesse dell’intero Paese. E questo non può non valutare l’influenza del regime di Al Sisi sulla situazione della Libia (l’Egitto è un grande sponsor del generale Al-Haftar), migranti compresi, e le relazioni economiche tra i due Paesi. A partire magari dal settore energetico e dalla scoperta in acque egiziane, due anni fa, da parte dell’Eni, del più grande giacimento di gas del mondo» (Linkiesta). Chi analizza e riflette ciò che accade nel vasto e capitalistico mondo dal punto di vista degli interessi nazionali (o “del Paese”) non può che condividere questa realistica impostazione.

Gianandrea Gaiani (Analisi Difesa) augura all’Italia un tonificante bagno pragmatico  e avanza il sospetto dell’odioso complotto ai danni del nostro Paese: «In un paese come l’Egitto dove la tortura è legale e centinaia di oppositori scompaiono nel nulla chi aveva interesse a far ritrovare il corpo di Regeni con addosso i segni inequivocabili della tortura nella rotonda più trafficata del Cairo? Solo chi avesse voluto creare un muro nei rapporti tra Italia ed Egitto. […] Chiudere le relazioni diplomatiche con l’Egitto non ci ha dato la verità su Regeni ma ha svantaggiato l’Italia su tutti i fronti in cui i rapporti con al-Sisi hanno un valore strategico, dall’energia alla crisi libica. Meglio non dimenticare che l’Eni ha scoperto al largo di Alessandria un gigantesco giacimento di gas. Non a caso i nostri “alleati/competitor” europei hanno approfittato della crisi con l’Egitto per accaparrarsi un po’ di contratti. Incluso il settore delle armi per le forze egiziane dove l’Italia sembrava in pole position dopo gli incontri tra Renzi e al-Sisi, prima dell’omicidio Regeni e invece il business è andato a francesi e russi». Gaiani ricorda poi che altri cittadini europei sono finiti nella rete dei servizi segreti egiziani: «il caso più importante è forse quello del francese Eric Lang morto all’interno di un commissariato di polizia egiziano. Parigi ha più volte protestato e chiesto giustizia ma senza mai interrompere i contatti col Cairo che dalla Francia ha comprato negli ultimi anni (solo nel settore militare) navi da guerra e cacciabombardieri per 6 miliardi di euro. Non si tratta di accettare violenze, soprusi e omicidi di connazionali in cambio di affari ma di affrontare la questione con pragmatismo e sono in molti a non voler il ritorno di ottimi rapporti tra Roma e Il Cairo, specie a Parigi». Un po’ di sano pragmatismo insomma non guasterebbe, anche perché un eccesso di idealismo rischia di compromettere seriamente e per molto tempo i nostri interessi nazionali avvantaggiando quelli dei nostri «alleati/competitor». Urge chiudere in qualche modo il “caso Regeni”!

Paolo Mastrolilli (La Stampa) illumina un altro aspetto della vicenda: «Una seconda fonte del settore d’intelligence è convinta che Regeni sia stato vittima di una “turf war” fra gli apparati egiziani, in sostanza una guerra interna tra i vari servizi di sicurezza. In questo quadro, la morte di Giulio è stata usata da qualcuno per “scoring points”, cioè segnare punti a danno dei suoi avversari. Al Sisi voleva dare una lezione, e l’arresto del ricercatore italiano rientrava in questo obiettivo. Invece il suo omicidio, e poi l’abbandono del cadavere in strada allo scopo evidente di farlo ritrovare, sono serviti ai responsabili per rendere pubblica la sua tragedia e farne ricadere la colpa sui rivali. Il governo degli Stati Uniti aveva ottenuto le prove “humint” di questa verità, cioè intelligence umana. In altre parole, rivelazioni ricevute da informatori interni agli apparati egiziani, considerati credibili e affidabili. […] Di sicuro l’allora segretario di Stato Kerry era a conoscenza dei dettagli, e li rinfacciò direttamente al collega egiziano Sameh Shoukry, durante un incontro molto teso avvenuto nell’aprile del 2016, a margine del vertice nucleare che gli Usa avevano ospitato a Washington. Il capo della diplomazia americana disse al collega che il caso Regeni era diventato una seria complicazione nei rapporti bilaterali, perché gli Stati Uniti non potevano accettare che i civili di paesi alleati fossero trattati in questa maniera. Davanti alle obiezioni e le smentite di Shoukry, Kerry aveva risposto che l’intelligence americana aveva le prove inconfutabili della responsabilità dei servizi egiziani nell’uccisione di Giulio. Quindi aveva detto che l’unica soluzione accettabile per gli Usa era l’arresto e la punizione dei colpevoli. Questo non è mai accaduto, ma le fonti americane restano convinte che gli egiziani possano farlo». È davvero commovente osservare la prima potenza imperialista del pianeta ergersi a paladina della “verità” e della “giustizia”, sebbene orientate in senso geopolitico: Guantanamo, e non solo, insegna. Gli Stati Uniti non possono accettare che i civili di paesi alleati siano «trattati in questa maniera»: il destino dei civili nati sotto una diversa costellazione imperialistica non è cosa che possa riguardarli. Anche il “senso di umanità” deve dunque inchinarsi dinanzi alla geopolitica. Come sempre invito alla riflessione critica, non all’indignazione moralistica che sovente porta acqua al mulino di una delle parti in competizione, mentre si tratterebbe di far saltare in aria l’intero gioco.

La terribile – ma tutt’altro che eccezionale – vicenda toccata in sorte a Giulio Regeni è insomma finita nel tritacarne degli interessi economici, geopolitici e politici. Com’era d’altra parte inevitabile che accadesse, come nel mio infinitamente piccolo ho cercato di dire fin dall’inizio:

«In ogni caso, personalmente non ho bisogno di vedere i volti – veri o presunti – di chi ha materialmente massacrato «il nostro ragazzo» per condannare senza appello il vero colpevole dell’odioso crimine: il Sistema Mondiale del Terrore (o società capitalistica mondiale che dir si voglia), di cui fanno parte a pieno titolo l’Italia e l’Egitto. Il resto è ricerca del capro espiatorio di turno, cinico accomodamento diplomatico, gestione del potere, propaganda, geopolitica, business, giustizia amministrata per conto dello status quo sociale. Tutto il male del mondo che la madre di Giulio ha visto sul volto martirizzato del figlio è esattamente il vero volto di quel Sistema. Chiedere “giustizia” per Giulio e per tutte le vittime del Moloch può avere dunque, per chi scrive, un solo significato umano e politico: rompere con la logica e con la retorica “del mio Paese” e della “dignità nazionale”. Tanto per cominciare. Impostato il problema nei suoi corretti termini, la stessa richiesta di una “Verità per Giulio” assumerebbe il pregnante significato di una denuncia del regime italiano e del regime egiziano, in particolare, e del regime internazionale delle relazioni interimperialistiche in generale. Dinanzi agli interessi del Capitale e degli Stati la vita umana appare del tutto sacrificabile: lo chiamano “effetto collaterale”. Un movimento d’opinione orientato in quel senso non sarebbe un obiettivo politico disprezzabile, mi sembra. Lo so benissimo, la cosa appare quantomeno “problematica”, e tuttavia…» (Tutto il male del mondo. Quale verità per Giulio Regeni?). «Un massacro in più o in meno non può certo cambiare il mio giudizio su ciò che ho definito il Sistema Mondiale del Terrore (*), concetto che spiega anche la strage di San Pietroburgo. A suo tempo anche Giulio Regeni sperimentò la crudeltà di questo mostruoso sistema terroristico che sfrutta e uccide; tutti i Paesi del pianeta ne sono parte organica, sebbene a vario titolo e con diverso peso specifico» (Un’umanità gasata).

Per capire il mio approccio con il “caso Regeni” è indispensabile sapere che la nazionalità di Giulio mi lascia del tutto indifferente: la sua morte ai miei occhi non è “qualitativamente” diversa da quella di migliaia di giovani egiziani che nel corso degli anni sono “scomparsi” (magari dopo atroci torture) nella più totale indifferenza delle stesse persone che oggi reclamano per la sua terribile vicenda “verità” e “giustizia” solo perché c’è di mezzo l’onore e il prestigio del nostro Paese. Per me la morte di un italiano “pesa” esattamente quanto quella di un egiziano, o di un siriano, o di un libico, insomma di un Giulio Regeni qualsiasi nato in un luogo qualsiasi di questo mondo sempre più violento e disumano. Piango gli offesi, i torturati e gli assassinati senza prima controllare il loro colore della pelle, la loro fede religiosa, la loro nazionalità: mi basta e avanza sapere che degli esseri umani sono stati sacrificati sull’altare di interessi che nulla a che fare hanno con un assetto umano della nostra vita, oggi appunto negato nel modo più ottuso e nichilista. So benissimo che il punto di vista dei genitori di Giulio è completamente diverso dal mio; ma qui si tratta del mio punto di vista, non del loro.

Personalmente trovo rivoltante (ma non inaspettato!) il modo in cui l’Italia, i suoi “alleati” occidentali e mediorientali e i partiti di casa nostra stanno usando l’affaire Regeni per acquistare vantaggi e assestare colpi all’avversario, e di certo la legittima domanda di verità e giustizia deve necessariamente prestare il fianco alla strumentalizzazione da parte del Sistema Mondiale del Terrore se non tiene conto della natura sommamente disumana di questo Sistema.

* Ho elaborato questo concetto con un preciso intento polemico nei confronti della cosiddetta guerra al terrorismo. Rimando al post La radicalizzazione del Male. Ovvero: il Sistema Mondiale del Terrore.

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MARCINELLE 1956, MEDITERRANEO 2017. UNA FACCIA, UNA DISGRAZIA

Ni chiens, ni italiens!

Né cani, né africani!

Né cani, né africani, né omosessuali!

Né cani, né africani, né omosessuali, né…

 

Com’è noto, nell’immediato dopoguerra l’Italia siglò con il Belgio un accordo che prevedeva quote di carbone estratto nelle miniere di quel Paese in cambio di manodopera italiana, a testimonianza del fatto che, come diceva l’uomo con la barba, nel Capitalismo «il lavoro-merce è una tremenda verità». Scriveva Paolo Di Stefano sul Corriere della Sera del 16 agosto 2016: «Eravamo Poveracci. Partivamo dal Nord, dal Centro e dal Sud con un panino o un’arancia in tasca, fuggivamo dalla povertà. I manifestini rosa che invitavano i ragazzi a emigrare in Belgio promettevano case per le famiglie, assicurazioni e buoni stipendi. Niente fu mantenuto: in Belgio gli operai venivano ospitati nelle baracche dei prigionieri di guerra. Erano partiti per cercare un po’ di benessere ma anche per rimediare alle lacune della manodopera belga che non voleva più scendere in miniera e preferiva lavorare nelle fabbriche. Il governo italiano, nel 1946, aveva firmato un accordo con Bruxelles che prevedeva uno scambio: per 1000 minatori mandati in Belgio, sarebbero arrivate in Italia almeno 2500 tonnellate di carbone. Uno scambio uomini-merce». Marxianamente parlando quest’ultima frase andrebbe riscritta come segue: uno scambio di uomini ridotti a merce con altra merce (materia prima); capitale/lavoro vivo (il mitico “capitale umano”) contro capitale/lavoro morto.

Leggo da qualche parte: «L’8 agosto 1956 nella miniera del Bois du Cazier, in Belgio un incendio causò la morte di 262 minatori di cui 136 italiani. La miniera di Marcinelle è diventata un simbolo e un santuario della memoria per tutti gli emigranti italiani che hanno perso la vita sul lavoro, spesso un lavoro duro, faticoso e pericoloso». La ricostruzione postbellica non fu esattamente un pranzo di gala, da nessuna parte. Ebbene, l’Italia ha fatto di quelle vittime del Capitale e degli interessi nazionali degli eroi, dei soldati-minatori caduti sul fronte del lavoro per mantenere alto l’onore e il prestigio della Nazione: «La memoria di questo tragico evento, che nel nostro Paese celebriamo come Giornata del Sacrificio del lavoro italiano nel mondo [che definizione fascistissima!], deve servire da guida per noi e per i nostri figli. Le nostre comunità all’estero non sono solo viste come destinatarie di servizi, ma anche e soprattutto come una componente essenziale della politica estera dell’Italia». Queste le dichiarazioni rilasciate dal sottosegretario agli Affari Esteri, Vincenzo Amendola, nel corso della commemorazione delle vittime di Marcinelle. Per quanto mi riguarda la nazionalità di quei salariati uccisi dai rapporti sociali capitalistici non ha alcuna importanza; «Non dimenticare Marcinelle» per me non significa in alcun modo sostenere le politiche di chi cerca di gestire le contraddizioni sociali ai fini della difesa dello status quo sociale implementando una strategia “buonista” («Gli immigrati fanno i lavori che noi italiani non vogliamo più fare, frenano il calo demografico nel Paesi ricchi e ci pagano le pensioni!»); né significa, ovviamente, tessere l’elogio dell’immigrato italiano “buono” (come i macaronìs!) che sgobbava senza lamentarsi – mentre i negracci che purtroppo riescono a sopravvivere al deserto, ai carnefici dei lager libici e ai pesci del Mediterraneo non hanno voglia di fare nulla di costruttivo!

Il 61esimo anniversario della strage di Marcinelle, celebrato lo scorso 8 agosto, ha offerto ai “buonisti” e ai “cattivisti” che si disputano la scena politica nazionale un’eccellente occasione per esibirsi dinanzi al pubblico dei rispettivi tifosi e detrattori. Come abbiamo visto il fronte buonista ha avuto i suoi campioni nel Presidente della Repubblica Sergio Mattarella («Generazioni di italiani hanno vissuto la gravosa esperienza dell’emigrazione, hanno sofferto per la separazione dalle famiglie d’origine e affrontato condizioni di lavoro non facili, alla ricerca di una piena integrazione nella società di accoglienza . È un motivo di riflessione verso coloro che oggi cercano anche in Italia opportunità che noi trovammo in altri Paesi e che sollecita attenzione e strategie coerenti da parte dell’Unione Europea»), nel Ministro degli Esteri Angelino Alfano («La tragedia di Marcinelle ci dà ancora oggi la forza di lavorare per un’Europa più coesa e solidale, come l’avevano immaginata i padri fondatori. Un’Europa che trae origine e sostanza dal genuino spirito di fratellanza fra i suoi popoli. Mi riferisco in particolare al flusso continuo di migranti disperati che oggi, come allora, cadono troppo spesso vittime») e, dulcis in fundo (ma si fa solo per dire), nell’immancabile Presidente (o Presidenta? o Presidentessa?) della Camera Laura Boldrini: «L’anniversario della tragedia di Marcinelle ci ricorda quando i migranti eravamo noi. Oggi più che mai è nostro dovere non dimenticare». Non dimenticare cosa esattamente? E «noi» e «nostro» in che senso? Ad esempio, chi scrive cosa ha da spartire con i campioni del buonismo appena citati? La nazionalità? Non c’è dubbio; ma è, questo, un connotato anagrafico che sempre chi scrive respinge sul terreno della lotta (si fa quel che può!) anticapitalistica, la quale, come ho già accennato, dissolve ogni appartenenza nazionale, razziale, religiosa e quant’altro per porre al centro dell’attenzione la disumana prassi del Dominio, la maligna entità storico-sociale che rende possibile anche le carneficine, in tempo di guerra come in tempo di – cosiddetta – pace. È questo d’altra parte il filo nero che lega la Marcinelle del 1956 al Mediterraneo del 2017. Ovviamente e come sempre, mutatis mutandis.

Cambiando dunque l’ordine cronologico delle stragi, il colore della pelle degli sventurati e il contesto storico/geopolitico degli eventi qui evocati, il risultato non cambia. E si chiama Capitalismo, la cui dimensione oggi è mondiale. La spinta migratoria che origina soprattutto nell’Africa subsahariana ha moltissimo a che fare con le dimensioni e con la natura invasiva del Capitalismo, il quale genera “scompensi”, magagne e contraddizioni sia là dove esso per così dire abbonda (vedi il cosiddetto Nord del mondo), sia là dove invece esso è asfittico e tarda a decollare, e questo, nella fattispecie, soprattutto a cagione della prassi colonialista e imperialista che vide protagonisti alcuni Paesi europei già a partire dalla fine del XV secolo. L’ineguale sviluppo del Capitalismo ha sempre creato onde di pressione sociale che coinvolgono l’intero pianeta, e che possono manifestarsi anche sottoforma di migrazioni di massa, un fenomeno che, come impariamo fin dalle scuole elementari, se osservato dalla prospettiva storica non ha in sé nulla di eccezionale: il bisogno spinge i popoli a muoversi, da sempre. Oggi questo processo sociale si dispiega nell’epoca caratterizzata dal totalitario dominio dei rapporti sociali capitalistici, e questo connotato storico-sociale gli conferisce la peculiare fenomenologia che ci sta dinanzi.

Ma ritorniamo a Miserabilandia! Dei buonisti abbiamo già detto. Immediata è scattata la rappresaglia dei cattivisti, i quali si sono prodotti nel solito coro: «Vergogna! Vergogna! Vergogna!». «Mattarella si vergogni», ha tuonato appunto il leader leghista Matteo Salvini. «È vergognoso – ha dichiarato Paolo Grimoldi, deputato della Lega Nord e segretario della Lega Lombarda – che il presidente Mattarella nel ricordare la strage di Marcinelle paragoni gli italiani che andavano a sgobbare in Belgio o in altri Stati, dove lavoravano a testa bassa, dormendo in baracche e tuguri, senza creare problemi, agli immigrati richiedenti asilo che noi ospitiamo in alberghi [che invidia!], con cellulari, connessione internet [e io pago!], per farli bighellonare tutto il giorno e avere poi problemi di ordine pubblico, disordini, rivolte come quella avvenuta oggi nel napoletano dove otto immigrati minorenni hanno preso in ostaggio il responsabile della struttura che li ospita. Paragonando questi richiedenti asilo nullafacenti agli italiani morti a Marcinelle il presidente Mattarella infanga la memoria dei nostri connazionali. Si vergogni». Ecco appunto. Per il capogruppo Pd alla Camera, Ettore Rosato, «le parole di Matteo Salvini sono vergognose [ci risiamo!] perché offendono il Presidente Mattarella [e chi se ne frega!] e gli italiani»: nella mia qualità di disfattista rivoluzionario non mi sento offeso neanche un po’ dal vomito razzista che esce dalla bocca di Salvini e gentaglia simile. Questa è robaccia che può eccitare gli animi delle opposte tifoserie che siedono sugli spalti di Miserabilandia. Dal mio punto di vista buonisti e cattivisti pari sono, e rappresentano due opzioni interne all’esigenza di gestire i processi sociali e di controllare la società per garantire la continuità dello status quo sociale – sociale, non meramente politico-istituzionale.

Pare che anche qualche discendente delle vittime di Marcinelle si è sentito offeso dal buonismo presidenziale di Mattarella, da quello governativo di Alfano e da quello istituzionale della Boldrini: «Aldo Carcaci, figlio di un emigrato e oggi deputato belga, ha contattato IlGiornale.it dicendosi esterrefatto da quanto sentito in questa giornata di dolore. “Mi sento offeso dalle parole che ho sentito. Così come è offesa la memoria delle persone che hanno perso la vita nella miniera di Marcinelle. Paragonare quegli immigrati con quelli di oggi è sbagliato. Quando mio padre nel 1947 è andato in Belgio c’èrano degli accordi tra i due Paesi. C’era, da parte del Belgio, una richiesta di lavoratori. In Italia invece i giovani non hanno un impiego ed è quindi impensabile riuscire ad aiutare tutti i ragazzi africani che arrivano ogni giorno sulle nostre coste. Inoltre noi ci siamo integrati, abbiamo studiato, imparato la lingua e lavorato anche se subivamo episodi di razzismo”» (Il Giornale). Capito? Noi eravamo brava gente (e pure di pelle bianca, salvo qualche siciliano particolarmente abbronzato); loro invece…

Quanto escrementizia e risibile sia la disputa tra buonisti e cattivisti lo apprendiamo anche dalla discesa in campo dell’attore comico Jerry Calà («Capito?»): «Non paragoniamo i nostri emigrati per piacere! Loro chiusi in baracche da cui uscivano solo per lavorare e rientravano per farsi da mangiare. Mio zio è morto in Belgio nelle miniere per mantenere la famiglia italiana. Mi permetto di parlare perché ne sono parente e in quegli anni ci sono stato. In Svizzera, in Belgio, in Germania. Non facciamo paragoni assurdi per piacere! Gli emigranti italiani venivano trattati come animali da soma… pulitevi la bocca». Pare che l’indignazione dell’attore abbia riscosso un notevole apprezzamento in una non piccola parte di Miserabilandia.

Giustamente Francesco Cancellato (Linkiesta) considera «stucchevole e pedagogico sentirsi dire che dovremmo solidarizzare coi migranti perché un tempo lo siamo stati anche noi. Come se solo una pregressa condizione di sfruttati possa muoverci a pietà per una moltitudine di disperati in fuga dall’inferno. Come quando nei telegiornali una tragedia diventa tale solo se ci sono morti italiani». E soprattutto egli sottolinea le differenze che corrono tra la tragedia di Marcinelle e la strage continua dei «disperati in fuga dall’inferno», una differenza che, per così dire, porta acqua al mulino della moltitudine in fuga da guerre, fame, malattie, miserie d’ogni genere. Il paragone tra Marcinelle e il Mar Mediterraneo è tale da far impallidire i morti del 1956. Scrive Cancellato (il quale, beninteso, argomenta dal punto di vista degli interessi nazionali): «Nel 1956 eravamo alla vigilia di quello che oggi definiamo “miracolo economico italiano”, indotto dal Piano Marshall (sì, gli Stati Uniti ci aiutavano a casa nostra): nei quattro anni successivi, tra il 1957 e il 1960, per dire, la produzione industriale italiana crebbe del 31,4% e la crescita del Pil non scese mai sotto il 5,8%. Ritmi cinesi, insomma, per il quale c’era bisogno di materie prime come il carbone. Ed è proprio per quel carbone che fu firmato il protocollo Italo-Belga, dieci anni prima, nel 1946». In secondo luogo, «nel Canale di Sicilia, negli ultimi quindici anni, hanno perso la vita 30mila anime. Ripetetevelo nella mente: trentamila. Ci sono più cadaveri che pesci, in quel tratto di mare. Se vogliamo capire cosa provano quegli esseri umani che cercano di entrare in Europa – attraversando l’Italia – dal Canale di Sicilia, prendiamo la più grande tragedia della nostra stagione migratoria e moltiplichiamola per dieci, cento, mille, un milione. Magari servirà a farci capire a chi stiamo chiudendo le porte». In terzo luogo, «per convincere gli italiani a partire, nel 1946 l’Italia fu tappezzata di manifesti rosa che presentano i vantaggi derivanti dal mestiere di minatore: salari elevati, carbone e viaggi in ferrovia gratuiti, assegni familiari, ferie pagate, pensionamento anticipato. Per quanto terribili fossero poi le loro condizioni di lavoro, una situazione un po’ diversa rispetto a quella delle migliaia di schiavi africani che ogni anno raccolgono pomodori e arance tra Puglia e Sicilia. Se pensate siano fenomeni imponderabili, sappiate che solo a raccogliere i pomodori, ogni anno, sono impiegati quasi 20mila braccianti, molti dei quali senza contratto, molti dei quali stranieri, molti dei quali irregolari». Su questo aspetto rinvio a due miei post: Rosarno e dintorni e Uomini, caporali e cappelli.

Scrive il “realista” Maurizio Molinari: «L’integrazione dei migranti è un test di crescita per ogni democrazia industriale, capace di rafforzarne la prosperità come di indebolirne la solidità, e l’Italia non fa eccezione. Ecco perché è opportuno affrontare senza perifrasi la sfida che abbiamo davanti, guardando oltre liti politiche interne e dispute internazionali. […] L’interesse dell’Italia è dotarsi di provvedimenti, leggi e politiche che rendano possibile [l’integrazione degli immigrati] sulla base di principi condivisi: non tutti i migranti che sbarcano possono rimanere perché una nazione sovrana non è una porta girevole, ma chi viene accolto deve poter intraprendere un cammino verso la cittadinanza che include l’integrazione nel sistema produttivo. Poiché coniugare integrazione e sovranità è una sfida nazionale per essere vinta necessita il coinvolgimento di tutte le forze politiche del Paese, che si trovino al governo o all’opposizione poco importa, e in ultima istanza il sostegno e l’attenzione di tutti i cittadini italiani, a prescindere dalle fedeltà di credo o di partito» (La Stampa). Un appello che ovviamente non può convincere (anzi!) chi lotta contro gli interessi nazionali (vedi anche il mio post sulla Libia) e per la costruzione dell’autonomia di classe, la quale è tale solo se prospetta a tutte le vittime del Capitale, a prescindere dal colore della loro pelle, dalla loro nazionalità, ecc., la necessità e l’urgenza di unirsi in un vasto fronte anticapitalista. Tutto il resto (“buonismo” e “cattivismo”) è miseria capitalistica.

Libia e continuità storica. Cambiando l’ordine cronologico dei regimi politico-istituzionali, il risultato non cambia. E si chiama IMPERIALISMO.

Cambiando l’ordine cronologico dei regimi politico-istituzionali, il risultato non cambia. E si chiama IMPERIALISMO.

 

Saranno pure prive di qualsivoglia fondamento e politicamente poco serie, come si è affrettato a liquidarle il Governo Gentiloni, ma le minacce scagliate contro l’Italia da quello che giornalisticamente passa come «l’uomo forte di Tobruk», ossia dal generale Kalifa Haftar, non è precisamente di quelle che si prestano a una diplomatica – e scaramantica! – alzata di spalle. D’altra parte l’opinione pubblica italiana, alle prese con il Generale Agosto che ordina ben altre operazioni di massa, andava prontamente rassicurata: fatto! Si tratta adesso di vedere se la buona sorte assisterà la “missione umanitaria” organizzata dal nostro Paese. In ogni caso vale la pena di ricordare le minacce che incombono sulla proverbiale inclinazione “pacifista” e “umanitaria” del nostro imperialismo: «Kalifa Haftar in tarda serata ha ordinato alle sue forze di bombardare le navi italiane, secondo quanto riporta in serata l’emittente panaraba Al Arabiya. Per Hatar la presenza di navi straniere rappresenterebbe una “violazione della sovranità nazionale” libica» (ANSA, 2 agosto 2017). E, com’è noto, non si sbaglia prevedendo il peggio – o il meglio, punti di vista – quando la posta in palio si chiama «sovranità nazionale», per quanto malmessa e declassata possa essere la nazione, o solo una parte di essa, che si sente minacciata dal nemico. Negli ambienti diplomatici italiani si sospetta e si sussurra che Parigi abbia, se non caldeggiato o suggerito la postura aggressiva assunta dal rais della Cirenaica nei confronti di Roma, certamente creato le condizioni politiche e “psicologiche” per un atteggiamento così esplicitamente avverso agli interessi italiani.

Intanto l’altro ieri il Qatar ha annunciato una commessa all’Italia per la fornitura di 7 navi da guerra, un contratto firmato con la Fincantieri (1) del valore di 5 miliardi di euro. «Lo ha annunciato da Doha, dov’è in visita, il ministro degli Esteri Angelino Alfano. Stando a indiscrezioni della stampa si tratterebbe di 4 corvette, una nave da sbarco anfibia e due incrociatori. Alfano dal canto suo ha affermato che “si tratta di una vera operazione di sistema, non solo di un contratto di vendita, ma di una collaborazione di lunga durata finalizzata, per i prossimi 15 anni, anche alla manutenzione, all’assistenza tecnologica e all’addestramento con il supporto, per quest’ultimo aspetto, del ministero italiano della Difesa”. L’operazione coinvolgerà mille lavoratori italiani» (G. Keller, Notizie Geopolitiche). Mille italianissimi posti di lavoro: buttali via di questi tempi! È il lato buono dell’Imperialismo! Si scherza, compagno internazionalista, si scherza.

Provo a sintetizzare un editoriale-video di Fabrizio Molinari (La Stampa): «In Libia è in corso una prova di forza fra potenze europee e Stati musulmani che ha in palio l’assetto del Maghreb e che vede in vantaggio la Francia perché è l’unica ad avere una strategia di dimensione regionale. In questo grande gioco il maggiore rivale dell’Eliseo è l’Italia, non solo per i suoi cospicui interessi economici in Tripolitania (2), ma perché attraverso una sapiente politica diplomatica il nostro Paese è riuscito ad affacciarsi sul Sahel (3), ed è proprio questa sua proiezione geopolitica che probabilmente ha messo in allarme la Francia. La sfida è comunque solo all’inizio». Una sfida che come abbiamo visto a proposito della cantieristica navale e del settore finanziario-assicurativo coinvolge diversi aspetti della competizione capitalistica tra imprese e tra sistemi-Paese.

Insomma, nel suo piccolo il cosiddetto imperialismo straccione di casa nostra non rinuncia a tessere, riparare e, all’occasione, estendere la propria rete commerciale, politica e militare nella sua storica riserva di caccia in Africa e in Medio Oriente (4). Cosa che necessariamente lo mette in diretta competizione con l’assai più esperto e robusto imperialismo d’Oltralpe, il quale non perde occasione di ricordare al cugino italiano il prestigiosissimo retaggio coloniale francese e, perché no?, l’esito della Seconda carneficina mondiale. Mentre Parigi esibisce la sua tradizionale e sempre meno credibile grandeur, zitta zitta Roma continua a praticare la sua politica internazionale che in termini puntualmente scientifici potremmo chiamare del chiagni e fotti. Certo, si può sempre fare meglio, come pretendono gli incontentabili del tipo di Alessandro Di Battista («il risultato della situazione in Libia è che i francesi si beccano il petrolio mentre l’Italia i barconi») e del Professore Galli della Loggia: «L’Italia è sola. Dalla questione dei migranti al contenzioso con la Francia è questo il referto che ci consegna la situazione internazionale. E così la solitudine diventa inevitabilmente subalternità e irrilevanza. In tutti gli scenari geopolitici caldi che ci circondano, dall’Ucraina/Russia alla Siria, all’Iraq, alla Turchia, appariamo di fatto a rimorchio degli altri» (Corriere della Sera). Ci vorrebbe un sussulto di dignità nazionale, come quello che vide protagonista Craxi nella mitica notte di Sigonella (ottobre 1985), un colpo di reni geopolitico che ci rimetta in piedi: «Nel Mediterraneo perfino su Malta — della quale pure, se ben ricordo, garantiamo l’indipendenza con un apposito trattato! — non riusciamo ad avere la minima influenza. Sul teatro libico, infine, subiamo da anni le conseguenze dello smacco inflittoci a suo tempo dall’iniziativa franco-inglese con relativi flussi migratori che ci si sono rovesciati addosso». È una vergogna! Mi scuso. È uscito il patriota che c’è in me. Non succederà più!

Fonte: Limes

Per Franco Venturini (Corriere della Sera), «È una missione di deterrenza, quella che la Marina e altre forze italiane svolgeranno davanti alla Tripolitania subito dopo l’approvazione parlamentare». C’è da chiedersi: «missione di deterrenza» nei confronti di chi? Nei confronti dei «trafficanti di carne umana» o dell’attivismo francese? «Criticata da noi stessi per la sua passività», continua Venturini, «la “politica libica” dell’Italia va questa volta elogiata per il suo coraggio. Un coraggio sulla carta superiore a quello dell’incontro Sarraj-Haftar di Parigi. Ma l’esito della nostra discesa in campo, come quello delle buone promesse patrocinate da Macron, resta appeso a un filo. Che è in mano ai libici». Allora possiamo stare tranquilli, diciamo…

Livio Caputo (Il Giornale) interpreta il sentimento di molti compatrioti che patiscono «lo sfrenato protagonismo di Macron»: «Cossiga amava dire che “ad atto di guerra si risponde con atto di guerra”, mentre Andreotti chiosava che “di guance ne abbiamo solo due e dopo il secondo schiaffo bisogna rispondere adeguatamente”. […] La partita è complessa, ma se vogliamo giocarcela con qualche possibilità di successo, non dobbiamo dimenticare che, se vogliamo mantenere un ruolo dì media potenza, non possiamo continuare a ridurre, di bilancio in bilancio, le spese per la politica estera e la difesa». E questo è vero. D’altra parte il debito pubblico italiano fa sentire il suo peso su diversi aspetti del Sistema-Italia, azzoppandone gravemente la capacità competitiva. Una magagna che certo non può togliermi né il sonno né l’appetito. E ho detto tutto!

L’«economista, politologo e saggista Edward N. Luttwak, esperto di strategia militare e di politica internazionale» non ha dubbi: l’Italia deve papparsi la Libia, e gestirla, mutatis mutandis, come ai bei vecchi tempi: «L’unico Stato al mondo che ha la conoscenza, la capacità e la necessità di organizzare la Libia è l’Italia. Gli italiani hanno creato la Libia. La Libia non è mai esistita nella storia fino a quando l’Italia non l’ha costruita. La Cirenaica e la Tripolitania erano divisi perfino all’epoca degli antichi romani: una era provincia greca, l’altra era una provincia che parlava latino. È stata l’Italia che poi ha aggiunto il sud, il Fezzan. L’unico Paese che può portare alla stabilizzazione della Libia è l’Italia e lo può fare molto facilmente perché è un Paese con oltre 60 milioni di abitanti, ha la perfetta capacità di reclutare un esercito sufficiente di 100 – 120 mila soldati. Non queste missioni dove si mandano 173 soldati in Asia, non cretinate di questo tipo, non con mezzi militari, io parlo di occupazione militare. Questa occupazione verrà immediatamente appoggiata da moltissimi libici. Questa cosa andava fatta dall’inizio. I francesi in Libia ci vanno ‘con la mano sinistra’, con lo scopo di mettere le mani su qualche affare: commercio petrolifero o la vendita di qualche aeroplano. I francesi non hanno alcun interesse alla riunificazione della Libia: avere la Francia in Libia, vuol dire avere un Paese non stabilizzato che continua a riversare i suoi problemi sull’Italia. Mentre le poche ciliegie e qualche torta, che ci sono, se le mangiano i francesi. L’Italia è di fronte alla Libia, l’ha creata, ha capacità di stabilizzare la sua ex colonia. In Italia ci sono moltissimi disoccupati che si arruolerebbero ben volentieri nelle forze armate». Riecco il lato buono dell’imperialismo! Non a caso il colonialismo italiano si sviluppò sotto la copertura ideologica sintetizzabile nel concetto, ripreso poi da Mussolini, di Nazione Proletaria.

(1) Ecco cosa ha dichiarato l’Onorevole Stefano Fassina nel corso del dibattuto parlamentare sullo scottante caso Fincantieri-Stx: «Quello che fino a ieri è stato il vostro campione di europeismo e di liberismo oggi riscopre un’antica e grande parola del movimento operaio: nazionalizzazione. Magari lo fa a scopo strumentale, in ogni caso egli dà lustro a una parola che voi avete abbandonato da trent’anni». Ecco la «vera sinistra» secondo Fassina, il quale da buon nipotino di Stalin associa il movimento operaio al Capitalismo di Stato. Merda!
(2) Scriveva Pietro Saccò su Avvenire del 27 marzo del 2011, nel momento in cui l’esito dell’operazione anglofrancese volta a destabilizzare gli interessi italiani in Libia appariva ancora incerto: «In Libia economia vuol dire petrolio. I calcoli del Fondo monetario internazionale dicono che l’attività di estrazione, trasporto e vendita di greggio e gas naturale vale il 92% del prodotto interno lordo libico. Alla fine dello scontro in corso nel Paese, che con 46,4 miliardi di barili di oro nero e 55mila miliardi di metri cubi di gas naturale ha le riserve di idrocarburi più vaste dell’Africa, chi avrà preso il controllo dei giacimenti e dei terminal dove il greggio viene caricato sulle petroliere delle multinazionali avrà l’economia libica nelle proprie mani. E le stime dicono che in Libica c’è ancora molto petrolio che ancora non è stato scoperto. […] Se si guarda al conflitto libico attraverso le lenti della guerra per il petrolio, allora anche l’interventismo del Regno Unito e della Francia ha un aspetto meno solidale e motivazioni più comprensibili, così come si spiegano la maggior cautela dell’Italia e tutte le perplessità della Germania (che con Wintershall è il secondo produttore di greggio nella terra di Gheddafi)». Questo semplicemente per dire che nessuno ha mai dato credito alla natura “umanitaria” e antitotalitaria dell’iniziativa anglofrancese del 2011.
(3) «Quella del Sahel è una guerra dimenticata. I francesi sono alla testa di un’operazione anti terrorismo dall’estate 2014 – il dispositivo Barkhane – che prevede la presenza di 3.000 soldati tra Mauritania, Niger, Burkina Faso, Mali e Ciad, quest’ultimo è l’alleato più importante di Parigi in Africa. I tedeschi hanno una presenza sempre maggiore in Mali, e per la logistica si appoggiano all’aeroporto di Niamey, capitale del Niger. I due alleati europei si muovono in stretto coordinamento con una presenza ormai sempre meno discreta: quella degli Stati Uniti, che hanno speso, secondo The Intercept, 100 mila dollari per l’apertura di una base per i droni Reaper e Predator ad Agadez, snodo di contrabbando di migranti, armi, droga e quant’altro nel cuore del Niger. La Francia ha annunciato nei mesi scorsi un investimento di 42 milioni di euro per l’addestramento delle forze armate di paesi del Sahel e ha inviato nei giorni scorsi tra 50 e 80 uomini delle sue Forze speciali in Niger, al confine con il Mali» (Il Foglio).
(4) «La Marina si ritrova immersa in uno scenario regionale fattosi più competitivo. Con il Mediterraneo nuovamente nell’occhio del ciclone e un arco di instabilità che corre dalle sabbie nordafricane fino alle profondità dell’Anatolia, il relativo disimpegno della flotta statunitense dal bacino offre nuove opportunità di manovra e altrettanti motivi di apprensione. Più dell’ampliamento della presenza russa fra Bosforo, Levante e Cirenaica o della comparsa delle prime unità da guerra cinesi a nord di Suez, preoccupano i piani di riarmo navale di ambiziosi attori regionali come Algeria, Egitto e Turchia, finalizzati a dotare le rispettive Marine di nuove capacità di proiezione del potere militare con cui puntellare la propria politica estera spesso assertiva. Episodi come la campagna anglo-francese di Libia del 2011, inoltre, ricordano come la competizione investa ormai anche i rapporti fra paesi alleati e possa assumere di colpo i tratti di aspri scontri diplomatico-commerciali come quello andato in scena fra Roma e Parigi per la megacommessa navale da quasi 5 miliardi di euro alla Marina del Qatar» (Citazione da La Marina prova a tornare grande, Limes).

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