A DOMANDA RISPONDE

Papa Francesco: «Cosa c’è all’origine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo?».
Sebastiano: Rapporti sociali di dominio e di sfruttamento. Nel XXI secolo questi rapporti si compendiano nel concetto di Capitalismo e nella sua demoniaca prassi, che oggi ha una dimensione mondiale.

Papa Francesco: «Cosa c’è all’origine del degrado e del mancato sviluppo?».
Sebastiano: La contraddittoria manifestazione di quei rapporti sociali.

Papa Francesco; «Cosa c’è all’origine del traffico di persone, di armi, di droga?»
Sebastiano: L’economia fondata sul profitto «predato», «smunto», «estorto», «scroccato» ai lavoratori nelle onestissime imprese che producono beni e servizi. Su questa base virtuosa si erge l’edificio di una società completamente dominata dal denaro, la cui origine, com’è noto, non puzza, non ha colore, non ha sesso, non ha razza, non ha religione (fratello Jihadista si fa per dire!), è del tutto impersonale, è soprattutto disumana. Non c’è magagna sociale che non realizzi un’occasione di profitto per chi ha le giuste “competenze specifiche” (da quelle giurisprudenziali a quelle malavitose, da quelle sanitarie a quelle criminali) da far valere sul mercato: è il Capitalismo, Santità!

Papa Francesco: «Cosa c’è all’origine dell’ingiustizia sociale e della mortificazione del merito? Cosa, all’origine dell’assenza dei servizi per le persone? Cosa, alla radice della schiavitù, della disoccupazione, dell’incuria delle città, dei beni comuni e della natura? Cosa, insomma, logora il diritto fondamentale dell’essere umano e l’integrità dell’ambiente?».
Sebastiano: Azzardo una risposta originale: il maledetto rapporto sociale di cui sopra!

Per Sua Santità la causa è invece un’altra: «La corruzione, che infatti è l’arma,  è il linguaggio più comune anche delle mafie e delle  organizzazioni criminali nel mondo. Per questo, essa è un processo di morte che dà linfa alla cultura di morte delle mafie e delle organizzazioni criminali». Di qui, la sua “rivoluzionaria” idea di scomunicare i corrotti e i mafiosi.

Ora, chi sono io per obiettare al Santissimo Padre che è il profitto il linguaggio comune di tutte le attività imprenditoriali, comprese quelle mafiose e quelle che fanno capo alle «organizzazioni criminali nel mondo»? Chi sono io per obiettargli che è il Capitale in sé che dà corpo a «un processo di morte che dà linfa alla cultura di morte»? E difatti, come sempre, non gli obietto un bel nulla: non è che il poveruomo può scomunicare, dalla sera alla mattina, un intero regime storico-sociale! Un  po’ di sano realismo, per favore. E poi anche il Papa ha il sacrosanto diritto di vendere un po’ di ideologia al popolo indignato e affamato di capri espiatori. Che il Capo dei Capi Totò Riina crepi in carcere e senza il conforto di Nostro Signore!
Non sarò diventato anch’io un pochino populista? Che tempi! Che tempi!

UN CATTOCOMUNISTA AL QUIRINALE?

mattarella-636812Il pezzo che segue è stato scritto ieri.

Come ricordava ieri Fausto Carioti su Libero, in vista delle elezioni politiche del 2006, che porteranno al successo (molto relativo) dell’Unione di Romano Prodi, Sergio Mattarella disse di avere in comune molte più cose con i “comunisti” di Armando Cossutta che con i radicali di Marco Pannella, i cui valori di riferimento si risolvono, sempre secondo l’ex pupillo di Ciriaco De Mita, in un’inaccettabile individualismo in campo economico e sociale. I radicali, sentenziò allora il “cattolico adulto” siciliano, ci farebbero perdere voti perché i loro valori etici sono distanti da quelli che da sempre sono al centro della concezione solidaristica e comunitaria della vita cara al popolo di sinistra. È in posizioni di tal fatto che bisogna ricercare il significato più profondo di un termine politologico di italianissima marca  ritornato in auge negli ultimi giorni: “cattocomunismo”.

Di Pannella e dei radicali non la pensavano diversamente i “comunisti” del PCI, i quali negli anni Settanta appoggiarono le campagne per i “diritti civili” promosse appunto dal PR solo dopo averle osteggiate, sabotate e comunque stemperate attraverso un meticoloso lavoro di mediazione con le “masse cattoliche” che votavano DC. L’individualismo piccolo borghese dei radicali fa il gioco dei reazionari perché tende a spaccare le masse popolari: questo l’argomento usato allora dai “comunisti” contro il partito di Pannella. Analogo discorso il PCI in odor di “compromesso storico” scagliava contro le «avanguardie studentesche e operaie», il cui «radicalismo piccolo borghese» indeboliva il «fronte di classe» e offriva facili pretesti alla reazione: «Compagni, ricordate la lezione cilena!».

Com’è noto, il tasso di laicità dei togliattiani è sempre stato oggetto di critica e di scherno da parte di socialisti, repubblicani e forze “laiciste” di varia tendenza, che non perdoneranno mai al PCI il “vizio d’origine” rappresentato dalla costituzionalizzazione dei Patti Lateranensi (Art. 7). Che poi oggi Pannella saluti l’elezione di Mattarella con un «Dio ce l’ha mandata buona», ebbene questa bizzarria forse si spiega con la tendenza manifestata ultimamente dal vecchio trombone radicale ad annettersi svariati personaggi: da Papa Francesco al Dalai Lama, da Giorgio Napolitano a George Soros, da Eisenhower a Gandhi,  e così via. Chissà se pur di non ammettere di averla sparata troppo grossa questa volta, il vecchio Marco berrà la favola dell’«Einaudi cattolico» messa in giro da ciò che rimane della mitica corrente demitiana. Piero Ostellino continua invece a non avere dubbi sulla natura antiliberale di Mattarella: «Matteo Renzi ha riesumato, come presidente della Repubblica, un vecchio democristiano di sinistra, quanto di più illiberale abbiano prodotto, da noi, la cultura politica egemone e il sistema politico» (Il Giornale, 1 febbraio 2015). Musica per le orecchie della “sinistra – ma anche della “destra” – antimercatista”.

Sempre a proposito di cattocomunismo, una vignetta di Mauro Biani pubblicata ieri dal Manifesto recitava: «Siamo vissuti berlusconiani, moriremo democristiani. Può essere un passo avanti». Per la “sinistra” di Miserabilandia la cosa potrebbe pure stare in questi ottimistici termini. D’altra parte, sulla natura conservatrice del sedicente quotidiano comunista non ho mai avuto dubbi. Ricordo, ad esempio, che negli anni Novanta Il Manifesto, avvezzo a ingoiare giganteschi rospi pur di eliminare dalla faccia della terra il Cavaliere Nero di turno (da Andreotti a Craxi, da Berlusconi a Renzi), deplorò la scelta di Fini di dar vita ad Alleanza Nazionale perché la nuova formazione politica «svendeva l’anima sociale» del vecchio MSI al campione del “liberismo selvaggio” e della “sottocultura televisiva”. «Fini e An», disse invece Mattarella il 9 aprile 1994, «per la smania di occupare il governo hanno accettato senza difficoltà l’inquietante proposta di Bossi di spaccare l’Italia, barattando il federalismo con la promessa di presidenzialismo». Ecco perché oggi giornalisti di stampo “liberale” come Piero Ostellino e Nicola Porro, che giustamente definiscono Mattarella nei termini di un classico «esponente dell’establishment conservatore che è solito cambiare qualcosa affinché nulla cambi» («in confronto a Mattarella, Forlani è un movimentista», ha detto ad esempio lo spassoso De Mita), si domandano con angoscia come ci si possa entusiasmare per un esponente della «preistoria della prima repubblica, per l’unto da De Mita, per la scelta di un uomo della sinistra dc (che era vecchia e pallosa anche allora quando comandava). Ma ci rendiamo conto, Mattarella». Proprio questo profilo politico rende simpatico il grigio e compassato Sergio al conservatore sinistrorso: «C’è Stato», esulta oggi Il Manifesto. C’è Stato, c’è Stato, altroché se c’è lo Stato!

Ecco cosa invece pensava del “comunismo” il nuovo Presidente della Repubblica: «Sono personalmente convinto, avendo sempre militato in una forza politica che ha contrastato il comunismo, quando questo era forte e comandava in molti Stati d’Europa, che l’ideologia comunista o, volendo essere più precisi, il marxismo-leninismo, rappresenti una negazione della libertà e sia in conflitto, insuperabile, con i principi di una democrazia liberale». Può darsi. Ciò che è certo, almeno all’avviso di chi scrive, è che il “comunismo” «o, volendo essere più precisi, il marxismo-leninismo» di cui parlava il democristiano siculo, era in conflitto insuperabile con la teoria e, soprattutto, con la prassi dell’autentico comunismo, mai sperimentato in nessun luogo del pianeta nemmeno in una sua forma rozza o incompiuta. Ovviamente non mi sorprende affatto che Mattarella non abbia colto l’abissale differenza che passa tra il comunismo e lo stalinismo (che del primo è la più cruda negazione): non ci sono riusciti nemmeno fior di intellettualoni “comunisti”!

Insomma più che di cattocomunismo*, a proposito dei «cattolici che guardano a sinistra» si dovrebbe parlare piuttosto di cattostalinismo, o cattostatalismo. Ma queste sono quisquilie politologiche, pinzillacchere dottrinarie, mi rendo conto. E allora concludiamo con qualcosa di serio!

Le prime parole del nuovo Capo di Stato hanno commosso chi pensa ossessivamente, dalla mattina alla sera, alla cattiva esistenza «degli ultimi»: «Il mio pensiero va soprattutto e anzitutto alle difficoltà e alle speranze dei nostri concittadini. È sufficiente questo». Sì, come prima esternazione di sobria banalità può bastare. È sufficiente quantomeno a convincere Norma Rangeri a una cauta apertura di credito: «Capiremo se le prime frasi pro­nun­ciate dal Presidente della Repub­blica sono sol­tanto parole o diven­te­ranno fatti. Per­ché la par­tita non si gioca tra i mille scesi in campo tra le mura del parlamento, ma tra i milioni di lavo­ra­tori e fami­glie ita­liane che sono al collasso» (Il Manifesto, 31 febbraio 2015). Sento puzza di «convergenze parallele»…

«”Se fossi in Parlamento voterei Mattarella come presidente della Repubblica”. Lo afferma il leader della Fiom-Cgil, Maurizio Landini, interpellato telefonicamente: “Considero che sia la figura adatta, con l’autonomia necessaria per far applicare e far rispettare i principi della nostra Costituzione. E in più – prosegue Landini – in un momento di distacco e di sfiducia delle persone dalla politica, considero l’etica e la moralità con cui Mattarella ha fatto politica un punto e una qualità molto importanti”» (Il Secolo XIX, 30 gennaio 2015). Molti sostenitori della “Rivoluzione Greca” ancora in corso non la pensano diversamente, e con ciò essi mostrano una stringente coerenza – e non faccio dell’ironia: tutt’altro”! Non c’è che dire, i lavoratori italiani si trovano in mani sicure: quelle degli onesti servitori del Superiore Interesse Nazionale. D’altra parte, dai figli e dai nipotini del togliattismo-berlinguerismo non ci si poteva aspettare di meno.

mattarella-636806* Scrive Francesco Cundari: «Quale sia l’origine del termine è difficile dire. Il dizionario della lingua italiana di Tullio De Mauro ne data la nascita al 1979. Ma già l’anno prima lo si ritrova in un libro di Enzo Bettiza (“Il comunismo europeo”) dove l’autore definisce le Brigate rosse “una sorta di esasperazione estremistica del compromesso storico”. […] Storicamente, il riferimento più naturale è al gruppo di Franco Rodano, fondatore del Movimento dei cattolici comunisti, poi confluito nel Pci, dopo avere incrociato varie esperienze con altri giovani provenienti da esperienze associative di area cattolica, come il già citato Ossicini e Antonio Tatò, che molti anni dopo sarebbe diventato il più stretto collaboratore di Enrico Berlinguer. E così, dopo essere stato a lungo un ascoltato consigliere di Palmiro Togliatti, Rodano avrebbe esercitato, anche attraverso Tatò, una forte influenza su Berlinguer, tanto da essere ritenuto da molti il vero ispiratore del compromesso storico» (Il Foglio, 30 gennaio 2015). Questo a proposito di cattostalinismo e, in un certo senso, di “album di famiglia”: «Chiunque sia stato comunista negli anni Cinquanta riconosce di colpo il nuovo linguaggio delle BR. Sembra di sfogliare l’album di famiglia: ci sono tutti gli ingredienti che ci vennero propinati nei corsi Stalin e Zdanov di felice memoria. Il mondo, imparavamo allora, è diviso in due. Da una parte sta l’imperialismo, dall’altra il socialismo. L’imperialismo agisce come centrale unica del capitale monopolistico internazionale» (R. Rossanda, Il Manifesto, 28 marzo 1978). Che brutto album!

QUELLA “TERRA DI MEZZO” MI RICORDA QUALCOSA. E NON È LA MAFIA

R600x__mafia_romaPostato su Facebook il 4 dicembre

Per quanto mi riguarda la cosa più intelligente – o meno banale – sull’ennesima “crisi morale” che scuote il Paese, giunge dalla metaforica penna di Giuliano Ferrara (all’indignato Partito degli Onesti segnalo invece l’articolo politicamente correttissimo di Sua Santità della Morale Roberto Saviano pubblicato oggi da Repubblica):

«Secondo me questa storia della cupola mafiosa a Roma è una bufala. Una supercazzola del tipo “Amici miei” nella versione “camerati miei”. Roma pullula come tutte le grandi città di associazioni per delinquere, e le risorse pubbliche, scarsine, sono appetite da piccoli medi e grandi interessi (questi ultimi in genere sono al riparo dalle inchieste): ladri, ladruncoli, millantatori, politicanti, funzionari corrotti e cialtroni vari sono un po’ dappertutto (Roma è il teatro degli Er Più de borgo, uomini d’onore all’amatriciana), ma trasformarli in una “mafia”, precisando che è “originale”, “senza affiliazione”, e farne un “sistema criminale” simile alla piovra, in un horror movie che si ricollega alla banda della Magliana, andata in pensione parecchi anni fa, è appunto una colossale bufala» (Il Foglio, 4 dicembre 2014).

Senza entrare nel merito dell’operazione Terra di Mezzo, che si presta a commenti di vario genere e che può indignare/sorprendere solo chi sogna una società (capitalista) dalle mani pulite (sic!) e dal volto umano (strasic!), mi sento di poter dire, senza paura di incorrere in gravi errori di valutazione, che il “mondo criminale” di Massimo Carminati e di Salvatore Buzzi somiglia come una goccia d’acqua alla “convenzionale” Terra del Capitale plasmata dagli interessi economici, ossia al mondo dominato dalla bronzea legge del profitto. Ma anche alla società civile come hobbesiano mondo degli interessi, per l’appunto, tematizzata dalla migliore filosofia politica borghese dal XVI secolo in poi.

Dalle sentine romane vien fuori poi molto materiale che invita a riflettere sull’antiquata e sempre più decomposta struttura sociale del cosiddetto Bel Paese. Struttura che, beninteso, comprende anche il sistema politico-istituzionale italiano e il suo rapporto con la «società civile»: vedi alle voci parassitismo sociale, “partitocrazia”, “consociativismo”, burocrazia, “capitalismo municipalista”, “terzo settore”, “privato sociale”, e così via. Come sanno tutti (persino io!), è nelle pieghe dell’inefficienza sistemica che si annida il “magna magna”, a Roma come a Pechino. Solo che in Cina i politici corrotti rischiano la fucilazione: è la patria ideale dei grillini e manettari di vario conio politico-ideologico!

La violenza come strumento al servizio degli interessi economici e politici è cosa vecchia quanto il mondo che in quegli interessi trova la sua unica legittimità storica e il suo vitale nutrimento. Giusto un mentecatto della narrazione politica come Nichi Narrazione Vendola poteva commentare la vicenda romana come segue: «Destra e mafia: una coppia di fatto». Semmai: Capitale e violenza (politica, militare, psicologica, SISTEMICA) una coppia di fatto – e di diritto, quando entra in scena il Moloch che detiene il monopolio della violenza. Anche perché, a quanto pare, ai vertici della “cupola mafiosa” romana si trovavano due tipi aventi alle spalle esperienze politiche opposte: un estremista di “destra” e un estremista di “sinistra”. Una struttura criminale post fasciostalinista? Non saprei dire. Certo, bisogna pure stendere un miserabile velo sulla presunta correttezza etica delle cooperative rozze. Ma questi sono problemi che toccano er popolo de sinistra, non il sottoscritto.

R600x__inchiesta_mafia_capitale_soliti_ignotiIl problema, sempre dal mio singolarissimo punto di vista, non è insomma la violenza (tantomeno la corruzione) messa al servizio degli affari, ma la stessa possibilità di intascare rendite e profitti: fare del moralismo intorno alle concrete strade che questa astratta possibilità prende, significa non capire l’essenza del cattivo mondo che ci ospita.

Ecco la Terra di Mezzo secondo Marx (ovvero, la trasversalità degli istinti borghesi): «La verità è che in questa società borghese ogni lavoratore, purché sia un tizio intelligente ed astuto, e dotato di istinti borghesi, e favorito da una fortuna eccezionale, ha la possibilità di trasformarsi in sfruttatore del lavoro altrui. Ma se non ci fosse lavoro da sfruttare, non ci sarebbero capitalisti né produzione capitalistica» (Il Capitale, libro I, capitolo sesto inedito). Come sempre, il problema “sta a monte”. Infatti la questione, per parafrasare taluni nostalgici di Berlinguer, non è morale ma squisitamente sociale. Insomma, io mi “stupisco” che molti si stupiscano che ci sia gente («anche de sinistra!») disposta a trasformare le altrui disgrazie (immigrati, carcerati, terremotati, senza tetto e via di seguito) in altrettante occasioni di profitto.

Leggo sull’Avvenire di oggi: «Un’organizzazione che favoriva l’immigrazione clandestina in Europa, con sbarchi in Italia, è stata scoperta dalla Squadra mobile di Catania e dallo Sco. La polizia di Stato ha arrestato 11 eritrei. Il gruppo criminale a carattere transnazionale operava in Italia, Libia, Eritrea e in altri Stati nordafricani». Il fatto che quell’organizzazione dedita al traffico di carne umana sia stigmatizzata come «gruppo criminale» non muta di una virgola la sostanza della cosa. Non chi scrive, ma la realtà conferma sempre di nuovo che non c’è magagna sociale che non possa trasformarsi in ghiotta occasione di profitti per chi ha denaro, inventiva, coraggio, spregiudicatezza, cinismo, disperazione e quant’altro da investire. Criminale è la potenza del denaro, il quale d’altra parte non è che un rapporto sociale.

Ecco perché quando il Papa più amato dai progressisti dice oggi che «I poveri non possono diventare occasioni di guadagno», mi vien da sorridere, sempre con rispetto parlando: che tenerezza! Che Santissima Ingenuità! Che amabile banalità! D’altra parte, cos’altro avrebbe potuto dire un Santo Padre (ancorché “mezzo comunista”) che si rispetti?

222Mi scrive un lettore del post sempre su Facebook:

«Il discorso è assolutamente vero, e ovunque almeno in Italia la cosiddetta “criminalità organizzata” e solo uno dei tanti comitati d’affari, è anche vero però, che a Roma si è vista affidare l’intera Atac a gente di Terza Posizione e un sacco di personaggi inquietanti dei Nar e di TP prendere posizioni importanti nell’amministrazione. Chi conosce la storia del neofascismo romano tra i ’70 e gli ’80 non può non notare il ritorno sistematico di tutti questi nomi e negare una certa particolarità, (pur se coerente rispetto a ciò che succede altrove in Italia) nella situazione che s’è delineata a Roma».

La mia risposta:

«Per quanto mi riguarda non nego affatto le peculiari forme che fenomeni sociali riconducibili a un’unica matrice storico-sociale (il capitalismo) assumono nei diversi punti del Paese e del globo. È per questo, ad esempio, che trovo quantomeno inadeguato rubricare tutti i “fenomeni criminali” come mafia. Comunque, e sempre ribadendo l’esistenza delle specificità locali, io invito a riflettere non su “Mafia capitale”, ma sul Capitale. Sul Capitale, qui genericamente inteso, come si dà nello specifico italiano, più che romano. E quindi sul Capitale nel suo rapporto con la realtà politico-istituzionale del Bel Paese. È all’interno di questo contesto concettuale che, a mio avviso, le peculiarità locali possono trovare una corretta (non ideologica) collocazione».

Il lettore mi fa sapere che concorda con me «al 100 x 100».

Italian navy rescue asylum seekersPostato su Facebook il 20 dicembre 2014

SCHIAVITÙ 2.0 E “POST-CAPITALISMO”

Da Articolo 21 (Redattore Sociale, 12 dicembre 2014 ):

«Sono 400 mila i braccianti che nel 2013 hanno lavorato in condizioni di sfruttamento nelle campagne italiane. Ma non è solo nei campi che si annida la schiavitù. A portare i nuovi sfruttati in Italia sono bande di colletti bianchi organizzate come agenzie e cooperative, che procurano regolari documenti. […] A sentire gli operatori sul campo, la schiavitù 2.0 non avrà più il volto e le mani nodose degli ex braccianti riconvertiti al caporalato: a portare in Italia i nuovi schiavi, sempre più spesso, sono bande di colletti bianchi organizzate in agenzie, associazioni o cooperative sociali. Come a dire che Salvatore Buzzi e i suoi sodali non sono certo gli unici ad aver intravisto un business milionario dietro i flussi migratori diretti nel belpaese. Ma se le cifre dell’agricoltura iniziano a essere progressivamente inquadrate, non si può dire altrettanto per quanto riguarda l’industria e i servizi: “Oggi –  continua Monsignor Perego – sappiamo con certezza che situazioni di sfruttamento sono largamente diffuse tanto nel mondo delle badanti e dei servizi di cura, quanto in quelli della ristorazione, del catering, del turismo e di gran parte dei lavori che presentano caratteri di stagionalità».

«Quasi a ribadire, ancora una volta, che il business dei migranti non inizia e non finirà con “mafia capitale”. “E anzi – conclude Monsignor Perego – proprio il processo alla cupola romana potrebbe far luce su un nuovo aspetto della questione: perché, quando i legami d’affari tra i vari clan saranno noti, non è escluso che venga fuori un filo che lega le organizzazioni che si occupavano d’accoglienza a quelle che tengono in piedi sistemi di sfruttamento vero e proprio”».

Bande di colletti bianchi? Mafia capitale? Sistema criminale? Ma non si fa prima a chiamare il tutto con il suo vero nome?