OCCULTISMO

Dopo gli speculatori finanziari che ingrassano servendo il Dio Denaro, i capitalisti che inseguono solo il profitto (che scandalo!), i corrotti incapaci di cristiano pentimento e i mafiosi indegni di Nostro Signore è la volta degli operatori della superstizione. Il Compagno Papa è davvero infaticabile. Leggo sul Messaggero: «”Avrei voglia di domandarvi, ma ognuno risponda dentro, in silenzio, quanti di voi ogni giorno leggono l’oroscopo? Quando vi viene voglia di leggerlo, guardate a Gesù che vi vuole bene”. Papa Francesco mette all’indice gli esperti di astrologia, le fattucchiere, i medium nonché maghi e divinatori. Non servono “oroscopi o negromanti per conoscere il futuro”, non serve la “sfera di cristallo o la lettura della mano”: il “vero cristiano” si fida di Dio e si lascia guidare in un cammino aperto alle sorprese di Dio. Altrimenti “non è un vero cristiano”».

Detto che chi scrive non è un cristiano, né vero né falso, sarebbe auspicabile, Santissimo, qualche “sorpresa” in meno; troppe “sorprese” non fanno bene alla salute, diciamo. Alludo a quelle “sorprese”, di cui tutti farebbero volentieri a meno, tipo guerre mondiali, campi di sterminio, gulag, carestie, malattie, annegamenti nel Mediterraneo, disperate e spesso mortali fughe attraverso il deserto alla ricerca di un tozzo di pane, miserie materiali e spirituali di vario genere, e via elencando. Diciamo che quanto a guida del gregge il buon Dio ha finora lasciato a desiderare. E per favore non scomodare il libero arbitrio: non provarci nemmeno! Né la tesi circa il carattere necessariamente imperscrutabile, eppur razionalissimo, del Disegno Divino può reggere, neanche lontanamente, il confronto con chi offre sul mercato della vita risposte “umanamente” più sostenibili. E poi, se togli al gregge anche il “diritto” alla superstizione cosa gli rimane nel difficile e quotidiano tentativo, spesso non coronato dal successo, di dare un senso all’insensatezza più sfacciata? La “vera religione”? La scienza? Ma se ciò bastasse, oggi non staremmo qui a lamentare il successo di medium, maghi, fattucchiere, negromanti, astrologi, divinatori, ecc., ecc. D’altra parte, lo scottante caso della Madonna di Medjugorje di cosa ci parla?

«Ogni anno in Italia, cadono vittime del fenomeno dell’occulto circa 12 milioni di persone. Secondo quanto riportano diverse associazioni antiplagio le  persone raggirate sborsano anche diversi miliardi di euro per ingrassare i 120.000 maghi operanti nel settore. Somme che si concentrano soprattutto nelle grandi città: Milano, Roma e Napoli.  Il 52% delle consulenze presso i maghi vengono fatte per questioni di cuore, il 24% per questioni economiche ed il 13% per questioni di salute. Sono tantissime le denunce che arrivano allo sportello antiplagio rivelando casi di dipendenza dalla consulenza, casi nei quali i clienti parlano del telefono come di una vera e propria droga».

Ora, dinanzi a questo fenomeno, come ad altri analoghi fenomeni sociali, c’è da chiedersi se la maggiore responsabilità circa il suo dilagare negli strati più diversi della popolazione sia da attribuire agli operatori del settore, i quali in fondo si limitano a soddisfare una domanda, secondo i noti criteri “mercatisti”, o non piuttosto alla società presa nel suo insieme che crea quel mercato – che realizza l’incontro tra la domanda in grado di pagare e l’offerta.

Nel precedente post dedicato al Compagno Papa, mi sono permesso di affermare, sulla scorta del mio astrologo di riferimento, la seguente banalità: «Non c’è magagna sociale che non realizzi un’occasione di profitto per chi ha le giuste “competenze specifiche” (da quelle giurisprudenziali a quelle malavitose, da quelle sanitarie a quelle criminali) da far valere sul mercato: è il Capitalismo, Santità!». Confermo! Non è insomma agli operatori della superstizione che si può imputare il carattere radicalmente disumano e irrazionale della vigente società; non sono loro che creano un materiale umano così vulnerabile alle sciocchezze d’ogni genere. Vietare, criminalizzare o semplicemente ridicolizzare gli “impostori” e i “ciarlatani” non eliminerà un mercato creato dall’hegeliana società civile, ed è questa consapevolezza che, tra l’altro, mi suggerisce un atteggiamento critico, ma non illuministico, nei confronti di ogni forma di superstizione, a cominciare da quella venduta come «vera fede» dalla Chiesa Romana.

Qualche anno fa il Cardinale Ersilio Tonini stigmatizza l’invasione delle rubriche astrologiche nei media: «Questo dilagare spasmodico, ossessionante dell’occultismo fra non molto eroderà via la sostanza, il concetto stesso che l’uomo ha di sé e del suo posto fra le cose e i fenomeni. E lo farà intaccando la radice dell’essenza umana: l’intelligenza» (da Vero, 13 Maggio 2011). Ma come, «la radice dell’essenza umana» non si trovava un tempo nel nostro essere stati creati a immagine e somiglianza di Nostro Signore? Ecco il teologo spiazzato dalla concorrenza comportarsi alla stregua di un ateo, il quale pretende di dare scacco matto al Re (al Celeste Sovrano del Creato) sul piano della mitica evidenza scientifica. Il fatto è che chi avverte un subdolo disagio rodergli l’anima, oltre che il corpo, non cerca discorsi intelligenti, ma discorsi conformi all’assurdità del Mondo che lo ospita. L’espansione dell’occultismo non ha a che fare con una supposta indigenza in fatto di intelligenza (magari causata dalla solita televisione e dai cosiddetti social), ma testimonia piuttosto l’impotenza sociale di tutti gli individui, la loro indigenza esistenziale. È vero che, come scriveva Adorno, «L’occultismo è la metafisica degli stupidi», ma è soprattutto vero che occulte sono le Potenze Sociali che ci dominano, nonostante esse camminino sulle gambe degli uomini. Sotto questo radicale aspetto siamo tutti stupidi: dallo scienziato che vuole riprodurre in laboratorio l’Istante Zero della Creazione Universale, al teologo che vuole provare la superiorità della sua fede sul piano della razionalità.

I politici “tradizionali” si lamentano per il dilagare dell’antipolitica; gli scienziati si lamentano per il diffondersi nella società di atteggiamenti antiscientifici; il giornalismo mainstream denuncia il dilagare delle fake news; la Chiesa denuncia la sleale concorrenza organizzata ai suoi danni da parte di «false religioni alternative» e si scaglia contro le “insane” inclinazioni superstiziose dei cristiani. Verrebbe da esclamare: da che pulpito!

Aggiunta da Facebook:

LA CHIESA E IL “FRONTE UNICO UMANISTA”

Da La Repubblica:

«Il cardinale Gianfranco Ravasi, teologo, biblista, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, non è però uomo che si dia per vinto. Con il “Cortile dei Gentili” e il “Tavolo permanente per il dialogo fra scienza e religione” sta cercando “alleati” fra coloro che hanno ancora fiducia nell’uomo e nel suo pensiero. «Atei, scienziati, persino chi ancora crede nelle ideologie. Non è più tempo di contrapposizioni ma di dialogo. […] La tecnologia corre e ci propone nuovi mezzi con una velocità che la teologia e gli altri canali della conoscenza umana non riescono a seguire. […] Per colpa dell’ignoranza, non della scienza, stiamo vivendo una globalizzazione della cultura contemporanea dominata solo dalla tecnica o dalla pura pratica. C’è, ad esempio, una sovrapproduzione di gadget tecnologici di fronte alla quale non riusciamo a elaborare un atteggiamento critico equilibrato. Ci ritroviamo in un’epoca di bulimia dei mezzi e atrofia dei fini. Ci ritroviamo spesso appiattiti, schiacciati su un’unica dimensione [quest’ultima locuzione non mi è nuova]. Un certo uso della scienza e della tecnologia hanno prodotto in noi un cambiamento che non è solo di superficie. Se imparo a creare robot con qualità umane molto marcate, se sviluppo un’intelligenza artificiale, se intervengo in maniera sostanziale sul sistema nervoso, non sto solo facendo un grande passo avanti tecnologico, in molti casi prezioso a livello terapeutico medico. Sto compiendo anche un vero e proprio salto antropologico, che tocca questioni come libertà, responsabilità, colpa, coscienza e se vogliamo anima. […] Il fondatore del cristianesimo, Gesù di Nazaret [ma non era stato Paolo?], era un laico, non un sacerdote ebraico. Egli non ha esitato a formulare un principio capitale: “Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. La contrapposizione fra clericali e anticlericali ormai è sorpassata. Alcuni aspetti della laicità ci accomunano tutti e la teologia ha smesso da tempo di considerare la filosofia e la scienza solo come sue ancelle. I problemi piuttosto sono altri. Semplificazione, indifferenza, banalità, superficialità, stereotipi, luoghi comuni. Una metafora del filosofo Kierkegaard mi sembra adatta ai tempi di oggi: la nave è finita in mano al cuoco di bordo e ciò che dice il comandante con il suo megafono non è più la rotta, ma ciò che mangeremo domani. È indispensabile riproporre da parte di credenti e non credenti, i grandi valori culturali, spirituali, etici come shock positivo contro la superficialità ora che stiamo vivendo una svolta antropologica e culturale complessa e problematica, ma sicuramente anche esaltante”».

A mio avviso, e come provo ad argomentare nei miei modesti scritti, il comando della nave è invece saldamente nelle mani del Capitale, cosa impossibile da capire quando gli occhi sono occlusi, mi si consenta la dotta metafora, dal prosciutto feticistico che impedisce di vedere i rapporti sociali di dominio e di sfruttamento che presuppongono e pongono sempre di nuovo ciò che siamo e che facciamo, «tecnologia intelligente» inclusa. Per un verso il Fronte Unico Umanista proposto da Ravasi fa capire, mi sembra, con quanta intelligenza politica e con quale respiro dottrinario si muova la Chiesa, o quantomeno una parte maggioritaria di essa; e per altro verso ci parla della profondità della crisi esistenziale (che poi è crisi sociale tout court) che stiamo attraversando in questo scorcio di XXI secolo. Da sempre la Chiesa si mostra particolarmente a proprio agio nei momenti critici, pronta a orientare e a confortare il gregge che soffre ma non comprende.

Nella sua infinita ingenuità, diciamo così, il nostro Cardinale vorrebbe salvare qualcosa che andrebbe piuttosto creata: la dimensione umana delle nostre relazioni sociali. In ogni caso, e per quel che vale, io mi chiamo fuori dal F. U. U. Per me oggi più di ieri è «tempo di contrapposizioni», possibilmente di classe. Sì, sono settario fino in fondo, settario senza speranza. Ma di classe! E che un qualche Dio (anche artificiale, per me andrebbe benissimo: non coltivo certe fisime ideologiche) mi aiuti!

 

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A DOMANDA RISPONDE

Papa Francesco: «Cosa c’è all’origine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo?».
Sebastiano: Rapporti sociali di dominio e di sfruttamento. Nel XXI secolo questi rapporti si compendiano nel concetto di Capitalismo e nella sua demoniaca prassi, che oggi ha una dimensione mondiale.

Papa Francesco: «Cosa c’è all’origine del degrado e del mancato sviluppo?».
Sebastiano: La contraddittoria manifestazione di quei rapporti sociali.

Papa Francesco; «Cosa c’è all’origine del traffico di persone, di armi, di droga?»
Sebastiano: L’economia fondata sul profitto «predato», «smunto», «estorto», «scroccato» ai lavoratori nelle onestissime imprese che producono beni e servizi. Su questa base virtuosa si erge l’edificio di una società completamente dominata dal denaro, la cui origine, com’è noto, non puzza, non ha colore, non ha sesso, non ha razza, non ha religione (fratello Jihadista si fa per dire!), è del tutto impersonale, è soprattutto disumana. Non c’è magagna sociale che non realizzi un’occasione di profitto per chi ha le giuste “competenze specifiche” (da quelle giurisprudenziali a quelle malavitose, da quelle sanitarie a quelle criminali) da far valere sul mercato: è il Capitalismo, Santità!

Papa Francesco: «Cosa c’è all’origine dell’ingiustizia sociale e della mortificazione del merito? Cosa, all’origine dell’assenza dei servizi per le persone? Cosa, alla radice della schiavitù, della disoccupazione, dell’incuria delle città, dei beni comuni e della natura? Cosa, insomma, logora il diritto fondamentale dell’essere umano e l’integrità dell’ambiente?».
Sebastiano: Azzardo una risposta originale: il maledetto rapporto sociale di cui sopra!

Per Sua Santità la causa è invece un’altra: «La corruzione, che infatti è l’arma,  è il linguaggio più comune anche delle mafie e delle  organizzazioni criminali nel mondo. Per questo, essa è un processo di morte che dà linfa alla cultura di morte delle mafie e delle organizzazioni criminali». Di qui, la sua “rivoluzionaria” idea di scomunicare i corrotti e i mafiosi.

Ora, chi sono io per obiettare al Santissimo Padre che è il profitto il linguaggio comune di tutte le attività imprenditoriali, comprese quelle mafiose e quelle che fanno capo alle «organizzazioni criminali nel mondo»? Chi sono io per obiettargli che è il Capitale in sé che dà corpo a «un processo di morte che dà linfa alla cultura di morte»? E difatti, come sempre, non gli obietto un bel nulla: non è che il poveruomo può scomunicare, dalla sera alla mattina, un intero regime storico-sociale! Un  po’ di sano realismo, per favore. E poi anche il Papa ha il sacrosanto diritto di vendere un po’ di ideologia al popolo indignato e affamato di capri espiatori. Che il Capo dei Capi Totò Riina crepi in carcere e senza il conforto di Nostro Signore!
Non sarò diventato anch’io un pochino populista? Che tempi! Che tempi!

UN CATTOCOMUNISTA AL QUIRINALE?

mattarella-636812Il pezzo che segue è stato scritto ieri.

Come ricordava ieri Fausto Carioti su Libero, in vista delle elezioni politiche del 2006, che porteranno al successo (molto relativo) dell’Unione di Romano Prodi, Sergio Mattarella disse di avere in comune molte più cose con i “comunisti” di Armando Cossutta che con i radicali di Marco Pannella, i cui valori di riferimento si risolvono, sempre secondo l’ex pupillo di Ciriaco De Mita, in un’inaccettabile individualismo in campo economico e sociale. I radicali, sentenziò allora il “cattolico adulto” siciliano, ci farebbero perdere voti perché i loro valori etici sono distanti da quelli che da sempre sono al centro della concezione solidaristica e comunitaria della vita cara al popolo di sinistra. È in posizioni di tal fatto che bisogna ricercare il significato più profondo di un termine politologico di italianissima marca  ritornato in auge negli ultimi giorni: “cattocomunismo”.

Di Pannella e dei radicali non la pensavano diversamente i “comunisti” del PCI, i quali negli anni Settanta appoggiarono le campagne per i “diritti civili” promosse appunto dal PR solo dopo averle osteggiate, sabotate e comunque stemperate attraverso un meticoloso lavoro di mediazione con le “masse cattoliche” che votavano DC. L’individualismo piccolo borghese dei radicali fa il gioco dei reazionari perché tende a spaccare le masse popolari: questo l’argomento usato allora dai “comunisti” contro il partito di Pannella. Analogo discorso il PCI in odor di “compromesso storico” scagliava contro le «avanguardie studentesche e operaie», il cui «radicalismo piccolo borghese» indeboliva il «fronte di classe» e offriva facili pretesti alla reazione: «Compagni, ricordate la lezione cilena!».

Com’è noto, il tasso di laicità dei togliattiani è sempre stato oggetto di critica e di scherno da parte di socialisti, repubblicani e forze “laiciste” di varia tendenza, che non perdoneranno mai al PCI il “vizio d’origine” rappresentato dalla costituzionalizzazione dei Patti Lateranensi (Art. 7). Che poi oggi Pannella saluti l’elezione di Mattarella con un «Dio ce l’ha mandata buona», ebbene questa bizzarria forse si spiega con la tendenza manifestata ultimamente dal vecchio trombone radicale ad annettersi svariati personaggi: da Papa Francesco al Dalai Lama, da Giorgio Napolitano a George Soros, da Eisenhower a Gandhi,  e così via. Chissà se pur di non ammettere di averla sparata troppo grossa questa volta, il vecchio Marco berrà la favola dell’«Einaudi cattolico» messa in giro da ciò che rimane della mitica corrente demitiana. Piero Ostellino continua invece a non avere dubbi sulla natura antiliberale di Mattarella: «Matteo Renzi ha riesumato, come presidente della Repubblica, un vecchio democristiano di sinistra, quanto di più illiberale abbiano prodotto, da noi, la cultura politica egemone e il sistema politico» (Il Giornale, 1 febbraio 2015). Musica per le orecchie della “sinistra – ma anche della “destra” – antimercatista”.

Sempre a proposito di cattocomunismo, una vignetta di Mauro Biani pubblicata ieri dal Manifesto recitava: «Siamo vissuti berlusconiani, moriremo democristiani. Può essere un passo avanti». Per la “sinistra” di Miserabilandia la cosa potrebbe pure stare in questi ottimistici termini. D’altra parte, sulla natura conservatrice del sedicente quotidiano comunista non ho mai avuto dubbi. Ricordo, ad esempio, che negli anni Novanta Il Manifesto, avvezzo a ingoiare giganteschi rospi pur di eliminare dalla faccia della terra il Cavaliere Nero di turno (da Andreotti a Craxi, da Berlusconi a Renzi), deplorò la scelta di Fini di dar vita ad Alleanza Nazionale perché la nuova formazione politica «svendeva l’anima sociale» del vecchio MSI al campione del “liberismo selvaggio” e della “sottocultura televisiva”. «Fini e An», disse invece Mattarella il 9 aprile 1994, «per la smania di occupare il governo hanno accettato senza difficoltà l’inquietante proposta di Bossi di spaccare l’Italia, barattando il federalismo con la promessa di presidenzialismo». Ecco perché oggi giornalisti di stampo “liberale” come Piero Ostellino e Nicola Porro, che giustamente definiscono Mattarella nei termini di un classico «esponente dell’establishment conservatore che è solito cambiare qualcosa affinché nulla cambi» («in confronto a Mattarella, Forlani è un movimentista», ha detto ad esempio lo spassoso De Mita), si domandano con angoscia come ci si possa entusiasmare per un esponente della «preistoria della prima repubblica, per l’unto da De Mita, per la scelta di un uomo della sinistra dc (che era vecchia e pallosa anche allora quando comandava). Ma ci rendiamo conto, Mattarella». Proprio questo profilo politico rende simpatico il grigio e compassato Sergio al conservatore sinistrorso: «C’è Stato», esulta oggi Il Manifesto. C’è Stato, c’è Stato, altroché se c’è lo Stato!

Ecco cosa invece pensava del “comunismo” il nuovo Presidente della Repubblica: «Sono personalmente convinto, avendo sempre militato in una forza politica che ha contrastato il comunismo, quando questo era forte e comandava in molti Stati d’Europa, che l’ideologia comunista o, volendo essere più precisi, il marxismo-leninismo, rappresenti una negazione della libertà e sia in conflitto, insuperabile, con i principi di una democrazia liberale». Può darsi. Ciò che è certo, almeno all’avviso di chi scrive, è che il “comunismo” «o, volendo essere più precisi, il marxismo-leninismo» di cui parlava il democristiano siculo, era in conflitto insuperabile con la teoria e, soprattutto, con la prassi dell’autentico comunismo, mai sperimentato in nessun luogo del pianeta nemmeno in una sua forma rozza o incompiuta. Ovviamente non mi sorprende affatto che Mattarella non abbia colto l’abissale differenza che passa tra il comunismo e lo stalinismo (che del primo è la più cruda negazione): non ci sono riusciti nemmeno fior di intellettualoni “comunisti”!

Insomma più che di cattocomunismo*, a proposito dei «cattolici che guardano a sinistra» si dovrebbe parlare piuttosto di cattostalinismo, o cattostatalismo. Ma queste sono quisquilie politologiche, pinzillacchere dottrinarie, mi rendo conto. E allora concludiamo con qualcosa di serio!

Le prime parole del nuovo Capo di Stato hanno commosso chi pensa ossessivamente, dalla mattina alla sera, alla cattiva esistenza «degli ultimi»: «Il mio pensiero va soprattutto e anzitutto alle difficoltà e alle speranze dei nostri concittadini. È sufficiente questo». Sì, come prima esternazione di sobria banalità può bastare. È sufficiente quantomeno a convincere Norma Rangeri a una cauta apertura di credito: «Capiremo se le prime frasi pro­nun­ciate dal Presidente della Repub­blica sono sol­tanto parole o diven­te­ranno fatti. Per­ché la par­tita non si gioca tra i mille scesi in campo tra le mura del parlamento, ma tra i milioni di lavo­ra­tori e fami­glie ita­liane che sono al collasso» (Il Manifesto, 31 febbraio 2015). Sento puzza di «convergenze parallele»…

«”Se fossi in Parlamento voterei Mattarella come presidente della Repubblica”. Lo afferma il leader della Fiom-Cgil, Maurizio Landini, interpellato telefonicamente: “Considero che sia la figura adatta, con l’autonomia necessaria per far applicare e far rispettare i principi della nostra Costituzione. E in più – prosegue Landini – in un momento di distacco e di sfiducia delle persone dalla politica, considero l’etica e la moralità con cui Mattarella ha fatto politica un punto e una qualità molto importanti”» (Il Secolo XIX, 30 gennaio 2015). Molti sostenitori della “Rivoluzione Greca” ancora in corso non la pensano diversamente, e con ciò essi mostrano una stringente coerenza – e non faccio dell’ironia: tutt’altro”! Non c’è che dire, i lavoratori italiani si trovano in mani sicure: quelle degli onesti servitori del Superiore Interesse Nazionale. D’altra parte, dai figli e dai nipotini del togliattismo-berlinguerismo non ci si poteva aspettare di meno.

mattarella-636806* Scrive Francesco Cundari: «Quale sia l’origine del termine è difficile dire. Il dizionario della lingua italiana di Tullio De Mauro ne data la nascita al 1979. Ma già l’anno prima lo si ritrova in un libro di Enzo Bettiza (“Il comunismo europeo”) dove l’autore definisce le Brigate rosse “una sorta di esasperazione estremistica del compromesso storico”. […] Storicamente, il riferimento più naturale è al gruppo di Franco Rodano, fondatore del Movimento dei cattolici comunisti, poi confluito nel Pci, dopo avere incrociato varie esperienze con altri giovani provenienti da esperienze associative di area cattolica, come il già citato Ossicini e Antonio Tatò, che molti anni dopo sarebbe diventato il più stretto collaboratore di Enrico Berlinguer. E così, dopo essere stato a lungo un ascoltato consigliere di Palmiro Togliatti, Rodano avrebbe esercitato, anche attraverso Tatò, una forte influenza su Berlinguer, tanto da essere ritenuto da molti il vero ispiratore del compromesso storico» (Il Foglio, 30 gennaio 2015). Questo a proposito di cattostalinismo e, in un certo senso, di “album di famiglia”: «Chiunque sia stato comunista negli anni Cinquanta riconosce di colpo il nuovo linguaggio delle BR. Sembra di sfogliare l’album di famiglia: ci sono tutti gli ingredienti che ci vennero propinati nei corsi Stalin e Zdanov di felice memoria. Il mondo, imparavamo allora, è diviso in due. Da una parte sta l’imperialismo, dall’altra il socialismo. L’imperialismo agisce come centrale unica del capitale monopolistico internazionale» (R. Rossanda, Il Manifesto, 28 marzo 1978). Che brutto album!