CAPITALISMO COGNITIVO E POSTCAPITALISMO. Qualunque cosa ciò possa significare.

robots-ap11«Come sulla fronte del popolo eletto stava
scritto ch’esso era proprietà di Geova», così
l’espansione totale e capillare del rapporto
sociale capitalistico imprime all’individuo
«un marchio che lo bolla a fuoco come
proprietà del capitale» (Marx).

Introduzione

La lettura del libro di Paul Mason Postcapitalismo. Una guida per il nostro futuro ha generato in me una serie di riflessioni e di suggestioni che proverò a mettere in ordine per poterle condividere con i lettori, ai quali chiedo preventivamente scusa per le ripetizioni di frasi e concetti che probabilmente troveranno nel testo che avranno la bontà di leggere, e che non sono riuscito a eliminare nella fase di correzione degli appunti.

Lo scritto che segue non vuole essere, e difatti non è, una recensione del libro di Mason ma, appunto, una “libera” – e spero non troppo confusa – riflessione sui temi affrontati o anche solo evocati dal suo autore. I frequentatori più assidui del Blog non avranno difficoltà a capire subito che si tratta di “problematiche” che non smetto di prendere di mira, cercando di approcciarle da prospettive sempre diverse. Non sempre, o meglio: solo raramente la cosa mi riesce, non ho motivo di negarlo, ma l’impegno c’è, e credo che, tutto sommato, esso vada nella giusta (radicale/umana) direzione. Certamente sbaglio, inciampo e cado di continuo, ma sempre su un terreno a me caro: l’anticapitalismo “senza se e senza ma”, in vista di «una più elevata situazione umana» (Goethe). Ed è appunto dalla prospettiva radicalmente anticapitalista che offro il mio piccolo contributo alla critica di ideologie che in guise sempre nuove (“postmoderne”, nella fattispecie) esprimono, in forma “critica” o apologetica, e difendono, in modo più o meno consapevole, rapporti sociali di dominio e di sfruttamento che considerati da quella prospettiva appaiono sempre più vecchi e decrepiti. Come cercherò di argomentare, i teorici del «Capitalismo cognitivo» e del «Postcapitalismo» credono di rivoluzionare il pensiero economico e sociale dominante quando mettono sotto i riflettori della loro analisi la crescente potenza economico-sociale della scienza e della tecnica, mentre essi si limitano a registrare, spesse volte fraintendendone il significato e la direzione, fenomeni presupposti dal concetto stesso di Capitale.

Grazie alla tecnoscienza il Capitale realizza continuamente nuove condizioni di dominio sul lavoro, nuove opportunità di investimento e nuove occasioni di profitto; grazie ad essa la caccia al profitto coinvolge l’intero pianeta, l’intera società, l’intera esistenza di ogni singolo individuo. La tecnoscienza «si presenta come un mezzo di sfruttamento incivilito e raffinato» (1). Per questa sua eccezionale capacità polimorfe di cambiamento e di adattamento il Capitalismo rende poco significative definizioni come vetero-capitalismo, neo-capitalismo, post-capitalismo (e qui do già, implicitamente, un primo giudizio sul merito) e così via. A ben vedere, la stessa distinzione tra Capitalismo fordista e Capitalismo post-fordista ha un significato ben limitato (lo stesso che si deve attribuire allo sviluppo tecnologico e organizzativo che dal toyotismo approda all’ultima versione del Just in time), ed essa appare del tutto priva di dialettica e di respiro storico quando viene declinata dai “cognitivisti”. Detto in altri termini, il Capitalismo è, al contempo, sempre vecchio (quanto ai rapporti sociali che lo rendono possibile) e sempre nuovo – quanto a fenomenologia. Personalmente approccio lo straordinario dinamismo sociale di questa epoca storica a partire dalla griglia concettuale qui appena sommariamente delineata.

Secondo Erik Brynjolfsson (direttore del Mit Center for Digital Business) e Andrew McAfee (ricercatore capo del Mit Center for Digital Business), autori de La nuova rivoluzione delle macchine. Lavoro e prosperità nell’era della tecnologia trionfante (Feltrinelli, 2015), «Non c’è mai stato un momento peggiore per essere un lavoratore che ha da offrire soltanto capacità “ordinarie”, perché computer, robot e altre tecnologie digitali stanno acquisendo le medesime capacità e competenze a una velocità inimmaginabile». Detto che a trionfare non è semplicemente la tecnologia ma piuttosto la sua essenza capitalistica, ossia il Capitale; detto questo contro l’ennesima manifestazione di feticismo, personalmente penso che  «non c’è mai stato un momento peggiore per essere un lavoratore»: punto.

Per gran parte dei teorici del Postcapitalismo, qualunque cosa ciò possa significare, l’economia e il tessuto sociale che trascendono, per così dire, il vigente assetto economico-sociale non rappresentano solo una splendida opportunità resa possibile dallo stesso sviluppo capitalistico: essi sono piuttosto concepiti come una realtà che in qualche modo già esiste nel ventre del Capitalismo, in parte come effetto del suo stesso sviluppo scientifico e tecnologico, in parte come risposta alla sua crisi epocale e, a quanto pare, definitiva – l’ennesima! Anche questa tesi è tutt’altro che nuova, e soprattutto in Italia essa ha avuto declinazioni sia “riformiste” (vedi il cooperativismo socialista di fine Ottocento/inizio Novecento) che “radicali” (vedi alcuni segmenti dell’Autonomia Operaia). Ma è poi vero che il Capitalismo è sul punto di rendere l’anima?

Purtroppo la possibilità del nuovo non si trasforma deterministicamente (spontaneamente) nella sua concreta realtà. Proprio questa nuova (ennesima) crisi sistemica celebra i fasti del Capitalismo, il quale ha, per così dire, l’occasione di dimostrare all’intera umanità che non si dà alcuna realistica alternativa alla sua esistenza, nonostante le devastanti crisi che periodicamente lo scuotono fino a farlo barcollare sull’orlo di un abisso che sembra poterlo ingoiare da un momento all’altro. Due guerre mondiali hanno dimostrato che l’abisso spontaneamente genera solo la rinascita del Moloch precedentemente rantolante e dato ormai per spacciato (anche da non pochi intellettuali di “destra”), con rinvio sine die del funerale preconizzato a suo tempo dal fin troppo ottimista (ma solo se considerato dalla pessima prospettiva che ci offre il nostro tempo) comunista di Treviri.

La tensione dialettica a suo tempo individuata da Marx, con un tempismo che lascia ammirati i suoi lettori privi di preconcetti di sorta, tra le forze produttive sociali e le relazioni sociali che sequestrano quelle forze dentro l’angusta dimensione capitalistica (per il capitale esse sono solo mezzi per produrre valore «sulla sua base limitata»); questa contraddizione in processo, dicevo, ha nella crisi economico-sociale il suo più pregnante punto di caduta, nonché la condizione oggettiva «per far saltare in aria questa base» (2). Dopo oltre un secolo e mezzo di sviluppo capitalistico (qui faccio riferimento, e come si vedrà in seguito non casualmente, alla stesura dei Grundrisse) appare chiaro, oltre ogni ragionevole dubbio, come le condizioni oggettive che rendono possibile il superamento del Capitalismo da sole non siano sufficienti a realizzare il “salto qualitativo” che pure pulsa sempre più fortemente – esattamente come i processi che lo contrastano – come tendenza storica immanente allo stesso concetto di Capitale. Il risvolto dialettico insito nella crescente produttività sociale del Capitale, che nell’immediato equivale a un saggio sempre crescente di sfruttamento del lavoro vivo; quel risvolto è destinato a rimanere indefinitamente nella dimensione del possibile senza l’irruzione sulla scena sociale di un evento che sia in grado di accelerare processi e di attuare tendenze. «Il limite della produzione capitalista», amava ripetere Marx, «è il capitale stesso»; ebbene, quel limite è destinato a venir sempre di nuovo superato, anche se non potrà mai essere eliminato, senza il precipitare di fenomeni sociali che non sono immediatamente riconducibili ai meccanismi dell’accumulazione capitalistica. Ricordo a me stesso che il materialismo marxiano è «storico e dialettico», e non economico e determinista. Alla fine, è nella sfera politico-sociale che bisogna cercare la soluzione del problema: Hic Rhodus, hic salta! diceva quello.

Se per Postcapitalismo intendiamo riferirci alla società che verrà (o, più realisticamente, che potrebbe venire) dopo il Capitalismo, e non allo sviluppo capitalistico chiamato con un altro – mistificante – nome (un po’ com’è avvenuto con il cosiddetto “Socialismo reale”), ebbene chi scrive non riesce a concepire il superamento dell’attuale regime sociale se non come un processo sociale che abbia come cuore pulsante un soggetto rivoluzionario, ossia una volontà umanamente orientata. Non sto parlando solo del «Partito Comunista» evocato nel potente Manifesto del 1848, ma anche e soprattutto del farsi partito politico delle classi subalterne, sempre secondo le ben note tesi marxiane – e posta la profonda connessione dialettica tra i due momenti (il «partito» e il «farsi partito») che certo non sfugge nemmeno a chi scrive.

«L’emancipazione del proletariato deve essere opera dello stesso proletariato; organizzandosi in partito politico il proletariato si costituisce come classe autonoma, come classe per sé, e cessa di essere classe per il Capitale» (Marx). Come impostare e risolvere il problema appena posto sul tappeto, sempre con la preziosa mediazione del noto barbuto, a partire dalla Società-Mondo del XXI secolo? La ricerca della risposta esorbita dalle intenzioni, molto più circoscritte, del presente scritto – cosa che d’altra parte non mi impedisce di confessare la mia inadeguatezza politica dinanzi al famoso e decisivo Che fare?; e tuttavia in una riflessione dedicata al Postcapitalismo il problema non poteva non essere quantomeno evocato. Almeno a parere di chi scrive.

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123070-mdIndice

Introduzione
1. Come pensare la rivoluzione sociale oggi?
2. Riforma o rivoluzione sociale? Postcapitalismo!
3. Maledetto Frammento! Contro una lettura gradualista (“riformista”) e adialettica (infantile) del pensiero marxiano
4. Uso capitalistico della tecnologia e sua sostanza capitalistica
5. Quale paradigma per la società del XXI secolo?
6. Stagnazione secolare, crisi permanente o “Nuova normalità” capitalistica?
7. Verso lo zero economico critico?
8. Uscire dal Capitalismo. Ma per andare dove?

LA NATURA POLITICA DELLO SCIOPERO TARGATO CGIL/UIL

20141102_sciopero_generale-800x533Sulla natura politica dello sciopero in generale, e dello sciopero generale in particolare non bisogna spendere molte parole, perché solo degli analfabeti politici, e ce ne sono in abbondanza sotto l’italico cielo, possono parlare della politicità dello sciopero come di una degenerazione settaria o di una perniciosa tendenziosità estranea ai reali interessi dei lavoratori. Si tratta allora di capire il significato politico dello sciopero generale andato in scena (e in onda) ieri nel Bel Paese.

Su Radio Radicale ho ascoltato il comizio genovese del sindacalpopulista Maurizio Landini, incentrato sul consueto mantra di peculiare stampo “comunista” (nel senso della tradizione falsamente comunista che va da Togliatti a Berlinguer ecc., da Di Vittorio a Lama ecc.): «Solo i lavoratori possono salvare questo Paese; solo i lavoratori fanno gli interessi generali di questo Paese». Ovviamente il lettore avvezzo alla tradizione “comunista” si starà legittimamente chiedendo: «E non è forse vero tutto ciò? Che c’è di male nel sostenere quel punto di vista? Hanno forse sbagliato i lavoratori di Bari ad accusare il venduto D’Alema di aver rovinato il Paese insieme ai suoi colleghi della Casta?». Detto per inciso, solo chi in passato, e forse solo fino a ieri, aveva coltivato illusioni sul “post togliattismo” dalemiano poteva dare del «venduto» a chi da sempre, e non certo da pochi lustri, ha fatto gli interessi del sistema capitalistico nazionale, prima dall’opposizione (PCI) e poi dal governo (PDS-PD). Massimo D’Alema non ha tradito la causa dei lavoratori, semplicemente perché la sua causa, da sempre, si riassume nella famigerata formula politico-ideologica che segue: Interessi generali del Paese. È questa gabbia politico-ideologica che va a mio modestissimo avviso “rottamata”. Ma so di non essere in sintonia con il… Paese. Soprattutto con la sua parte sana e onesta. Me ne farò una ragione.

Ovviamente il problema non è il vaffanculo sparato contro uno dei leader dell’opposizione antirenzista (dopo vent’anni di antiberlusconismo avvertivo il bisogno di qualcosa di nuovo!), ma il taglio politico della contestazione, in bella evidenza anche nel discorso di Landini, e che si riassume come segue: «Occorre rimettere al centro l’onestà e combattere i disonesti ovunque essi si annidino. Dobbiamo ripristinare il senso dell’Articolo 54 della Costituzione, che prescriva la disciplina e l’onore ai cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche. Diciamolo chiaramente: le multinazionali straniere non investono in Italia non a causa dell’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ma per le cose che si stanno scoprendo a Roma. Evasione fiscale e corruzione: ecco cosa sta affondando il Paese. Se Renzi vuole davvero cambiare verso all’Italia deve ascoltare i lavoratori». Un’Italia dei valori con caratteristiche sindacali è dunque pronta a decollare. Naturalmente anche i pentastellati, i manettari e i sovranisti («bisogna defiscalizzare solo le imprese che investono e creano lavoro in Italia!») d’ogni razza e coloro sono della partita.

Purtroppo la tesi secondo cui il punto di vista del Paese e dei suoi interessi generali è il punto di vista delle classi dominanti, la cui ideologia domina anche la testa dei sottoposti, come aveva capito l’uomo con la barba svariati decenni orsono, è cosa talmente estranea alla cultura politica di questo Paese (diciamo di questo pianeta?), che chi la sostiene rischia di inciampare continuamente nel reato di intelligenza con il nemico. E così alle classi subalterne non rimane che l’alternativa del Demonio (o del Dominio): appoggiare di volta in volta questa o quella fazione capitalistica, questo o quel partito devoto agli “interessi generali” del Paese. «Eccoti la corda: sei libero di scegliere l’albero a cui impiccarti». Il nullatenente sentitamente ringrazia.

Come scrisse Machiavelli sulla scia di Tito Livio, il tumulto e la violenza del popolo possono aiutare il Principe a trovare la retta via del buon governo. Non a caso, mutatis mutandis e fatte le debite proporzioni, Carmelo Barbagallo, neo segretario della Uil, ieri ha parlato della necessità di una «nuova resistenza» contro l’ingiustizia e il malaffare. Che “radicalismo”! Populisti e demagoghi vecchi e nuovi, di “destra” e di “sinistra”, possono insomma sperare di pescare con successo nel mare del disagio sociale e dell’impotenza politica dei nullatenenti e dei ceti medi in via di proletarizzazione.

Scriveva ieri Dario Di Vico sul Corriere della Sera: «Le due confederazioni sindacali che oggi sfileranno nelle piazze d’Italia stanno difendendo, prima di tutto, se stesse e il potere che hanno avuto nell’Italia della concertazione. Operazione legittima in democrazia, ma che si presenta modesta al confronto delle sfide che ci stanno davanti». Oggi sul Tempo Giuliano Cazzola scrive: «Sforzandosi, con buona volontà, di attribuire un significato allo sciopero generale di ieri, è possibile individuarne uno solo: l’ansia di certificare l’esistenza in vita (peraltro non in buona salute) di due delle grandi confederazioni sindacali iscritte nella storia del Paese». Quasi tutti i commentatori politici concordano nel ritenere quello sciopero un episodio della guerra intestina alla “sinistra” italiana. Questo sempre a proposito della natura politica dello sciopero generale di ieri.

CAMUSSO E RENZI UNITI NELLA LOTTA. POSSIBILE? POSSIBILE!

renzicamussoNel suo discorso di chiusura alla Leopolda, Matteo Renzi ha ricordato malignamente ai suoi oppositori di partito che «la sinistra» non votò l’Articolo 18. Se per «sinistra» si intende il PCI e il PSIUP bisogna convenire con il Premier italiano: la legge 300, detta Statuto dei lavoratori, fu approvata in via definitiva dalla Camera il 14 maggio 1970, a scrutinio segreto, con 217 voti favorevoli (Dc, Psu, Pri, Pli), 10 contrari e 125 astensioni (Pci, Psiup, Msi).

I cosiddetti “comunisti” e i cosiddetti “socialisti di unità proletaria” si astennero sostanzialmente per ragioni di schieramento politico (come riconoscerà più tardi, fra gli altri, Bruno Trentin) e non di principio, visto che già agli inizi degli anni Cinquanta il leader della Cgil Di Vittorio aveva proposto uno Statuto dei diritti democratici dei lavoratori nei luoghi di lavoro. Per il PCI e per la sua cinghia di trasmissione sindacale si trattava di «portare la Costituzione [borghese: precisazione di chi scrive*] dentro le fabbriche».

Naturalmente allora non mancarono gli “intellettuali organici” al PCI che riempirono giornali, riviste e saggi per spiegare da un punto di vista “dottrinario” l’ambigua posizione dei “comunisti”.

Lo Statuto dei lavoratori (in guisa “socialdemocratica” oppure “comunista”) come strumento di controllo politico, ideologico e sindacale dell’iniziativa operaia: è la tesi che modestamente difendo da sempre contro chi ha fatto di quella legge un intoccabile tabù, la Magna Charta da difendere a ogni costo magari in vista di «equilibri politici e sociali più avanzati». In attesa di questi “avanzamenti”, eccoci infine arrivati al punto in cui siamo. E non mi si obietti che «anche i rivoluzionari dopotutto hanno fallito»: purtroppo le idee autenticamente rivoluzionarie non hanno avuto mai successo in questo Paese. Certo si è tanto parlato di “rivoluzione” (persino nel PCI!), ma solo quello. Brigatisti “rossi” compresi, ovviamente.

È vero che lo Statuto riconosceva più potere al sindacato, ma bisogna chiedersi a quale sindacato. La risposta è abbastanza semplice: al sindacato legato mani e piedi al carro degli interessi nazionali, che poi sono gli interessi della classe dominante del Paese. Altro che «potere operaio in fabbrica», come sostennero allora alcuni militanti sindacali particolarmente in vena di millanterie politiche. Piuttosto, potere sindacale in fabbrica, un potere che non metteva in alcun modo in discussione né la natura capitalistica del lavoro né il primato dei «superiori interessi nazionali», come apparve oltremodo chiaro ai tempi di Lama e Berlinguer. Quando la Nazione chiama, il “comunista” responsabile risponde, e magari assesta un bel colpo di manganello sulla testa del sovversivo che oggettivamente fa gli interessi della reazione fascista. Praticamente ho fatto la storia del “compromesso storico“! Storia o caricatura? Al lettore affido la risposta.

Quando dunque sabato scorso la Camusso ha gridato alla piazza oceanica che solo i lavoratori possono salvare l’Italia dallo sfacelo economico, la leader del maggiore sindacato italiano non ha fatto che riprendere, mutatis mutandis, il principio fondativo del sindacalismo collaborazionista, il quale recita appunto: Gli interessi della Nazione su tutto**. In questo senso Susanna Camusso e Matteo Renzi sono uniti nella lotta, sebbene avendo ruoli diversi e a partire da differenti prospettive politiche: vedi il “dibattito” che scuote il partito di lotta e di governo che oggi regge le sorti del Bel Paese.  In questo sforzo i due possono contare sulla preziosa collaborazione del Presidentissimo Napolitano. Le scintille degli ultimi giorni non solo non occultano l’essenza della posta in gioco (come salvare il Paese dalla bancarotta sistemica), ma piuttosto la illuminano meglio.

Ai teorici del collaborazionismo (o della “responsabilità nazionale”, se suona meglio) spetta poi il compito di dimostrare come gli interessi generali del Paese non solo non entrino in conflitto con gli interessi dei lavoratori, ma come anzi gli uni e gli altri siano in sostanza la stessa cosa, due facce della stessa medaglia: lavoratori e Paese sarebbero infatti «sulla stessa barca». Affondiamola allora questa maledetta barca, dico io. Mi sono lasciato andare: mi scuso con il lettore… responsabile.

Ho parlato brevemente del Santissimo Statuto. Analogo discorso vale per il CCN, passato alla storia come un’indiscutibile conquista del Movimento operaio: ebbene, tutte queste “conquiste” vanno invece messe in discussione dai lavoratori, dai disoccupati, da tutti i proletari. A dire il vero ci stanno pensando gli altri…

Ciò che vacilla merita di venir mandato alla malora, disse una volta qualcuno. Tanto più, aggiungo io, se la cosa che vacilla sotto i colpi del processo sociale, e non a causa del destino cinico e baro né per vigliacca iniziativa del “destro” di turno, ha contribuito a imbrigliare l’iniziativa autonoma dei lavoratori. D’altra parte, alle classi dominate rimane davvero assai poco da difendere: non è forse arrivato il momento di attaccare? L’attacco non è forse la miglior difesa?

Punto di vista nazionale, logica della delega, sudditanza nei confronti della democrazia borghese e dell’ideologia dominante (il lavoro salariato come fonte di dignità per i senza risorse): anche di questo materiale politico, ideologico e psicologico è fatta l’attuale impotenza sociale di chi vive di salario.

images36NJ9C03* Il lavoro che fonda la Repubblica Democratica di questo Paese è il lavoro salariato, ossia la capacità lavorativa venduta (dal lavoratore) e comprata (dal datore di lavoro) come merce. Come tutti sanno, il sindacato dei lavoratori e il sindacato dei padroni hanno un ruolo importante in questa compravendita. Come diceva l’uomo con la barba, «Il lavoro-merce è una tremenda verità» (Miseria della filosofia).

** Un piccolo esempio. Scriveva nel 1986 Felice Mortillaro, allora Direttore Generale di Federmeccanica, a proposito dell’espulsione di forza-lavoro in eccesso dalle imprese italiane investite dal processo di ristrutturazione (che con un certo ritardo arrivò anche nel Bel Paese): «La scelta di alleggerimento morbido compiuta, prima che dalle aziende, dall’establishment economico-politico italiano fu un succedersi di comportamenti in cui governo, sindacati, partiti di opposizione, Confindustria hanno espresso posizioni di fatto convergenti» (Aspettando il robot, p. 44, Ed. del Sole 24 Ore, 1986). È la concertazione (di fatto, se non di diritto) che tanto piace ai sinistri. «Le controparti [padronali] sono ansiose di poter avere di fronte un “sindacato unito”, e magari anche forte: e non è facile capire il perché di questa tentazione apparentemente masochistica, o, più verosimilmente, è troppo facile capirlo» (p. 50). La seconda che ha detto: leggi alla voce controllo sindacale dell’iniziativa operaia.

Un altro passo significativo, che si rifà al clima politico italiano dopo l’esito del referendum sulla scala mobile del 22 giugno 1985: «Non è privo di significato che i “vincitori” del referendum, la Democrazia Cristiana in particolare, ma anche il partito repubblicano, si siano affrettati a svalutare l’importanza del voto ed a rassicurare il partito comunista intorno alla volontà di non modificare i rapporti politici tradizionali». Il PSI di Craxi, invece, cavalcò alla grande quell’esito, proprio nel tentativo di spezzare un equilibrio di potere che ormai gli stava troppo stretto e che impediva un radicale processo di «riforme strutturali», tali da rilanciare l’Azienda Italia, come si diceva allora, dopo il declino degli anni Settanta. Sappiamo come andò a finire.

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enhanced-buzz-28904-1371241913-18Che sospendendo il lavoro, non dico per un anno, ma solo per un paio di settimane, ogni nazione creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa (Karl Marx, Lettere sul Capitale).

Cosa si nasconde dietro l’ennesima rognosa, a tratti davvero raccapricciante, diatriba intorno all’articolo 18 (peraltro già profondamente “riformato” dalla Fornero) dello Statuto dei lavoratori? È presto detto: l’ennesimo attacco alle condizioni di lavoro e di vita del proletariato di questo Paese. La domanda era fin troppo facile, lo ammetto.

Al di là delle fumisterie ideologiche alzate a “destra” e a “sinistra”, da parte dei detrattori e dei sostenitori del mitico Articolo, è questo il senso della questione in oggetto, come sanno benissimo in primo luogo i lavoratori (soprattutto quelli che non “cadono” nel regime previsto dall’articolo 18), i quali non hanno mai fatto grande affidamento allo Statuto dei lavoratori per conservare il posto di lavoro e per difendersi dagli attacchi del Capitale. Naturalmente il discorso va esteso a tutta la “riforma” del mercato del lavoro (Jobs Act) e, sotto questo aspetto, lo scontro sull’articolo 18 coglie anche l’obiettivo di sviare l’attenzione della cosiddetta opinione pubblica dal significato complessivo di quella “riforma” che non solo l’Europa «ci chiede», ma che giunti dinanzi all’ennesimo baratro sistemico «tutto il mondo ci chiede».

In un’intervista rilasciata oggi a Repubblica il Premier Renzi dichiara che «l’articolo 18 non difende quasi nessuno». Vero. Da un più alto pulpito, quantomeno spirituale, il Presidente della Cei Angelo Bagnasco rincara la dose (sempre a proposito di articolo 18): «Non ci sono dogmi di fede e non ci sono dogmi di nessun genere per quel che riguarda le prassi sociali». Verissimo! Non sto teorizzando l’inutilità di una lotta volta a difendere l’articolo 18; cerco solo di dare a questa auspicabile lotta un senso alternativo a quello proposto dal mainstream politico, sindacale e culturale di questo Paese.

Nella misura in cui il sindacato tradizionale, CGIL in testa, è da quel dì parte integrante del potere politico che garantisce lo status quo sociale in Italia, è appunto sul terreno politico, più che su quello che attiene gli interessi dei lavoratori, che occorre cercare la spiegazione del ritrovato attivismo antigovernativo della cosiddetta “sinistra sindacale”. Analogo discorso può farsi per quella parte dello stesso Partito Democratico che oggi denuncia la «deriva thatcheriana» di Renzi.

Il sindacato teme, a giusta ragione, di perdere peso politico nella gestione della politica economica del Paese e nella gestione del conflitto sociale: di qui i suoi lamenti sulla sempre più maltrattata «concertazione». Le sirene del corporativismo fascista non hanno smesso di nuotare nell’italico mare, anche a cagione del modello di welfare che la Repubblica fondata sul lavoro (salariato) ha ereditato quasi senza soluzione di continuità dal precedente regime politico. Il libro di Giovanni Perazzoli Contro la miseria. Viaggio nell’Europa del nuovo welfare (Laterza) è molto interessante a tal proposito. La «concertazione» in salsa italiana tra Stato e «parti sociali» in moltissimi aspetti incrocia l’ideologia che fu soprattutto della “sinistra fascista”.

Ecco la «concertazione» secondo il già citato alto prelato: «Bisogna percorrere in modo più concreto e incisivo la strada del dialogo, del parlarsi tra le diverse istituzioni e soggetti, non solo politici e amministrativi, ma anche imprenditoriali e sindacali perché insieme, con l’onestà dovuta e la competenza necessaria, si possono fare delle norme più concrete, a carte scoperte, e intravedere delle strade percorribili per la soluzione» (Il Secolo XIX, 28 settembre 2014). È precisamente la strada del dialogo sociale la via che conduce i lavoratori all’impotenza politica e sociale, semplicemente perché il tanto reclamizzato «bene comune», comunque declinato, non può che essere, fermo restanti gli attuali rapporti sociali, il bene del dominio sociale capitalistico. D’altra parte, la strada che mena all’inferno è sempre lastricata di eccellenti intenzioni.

Per quanto la riguarda, la “sinistra” del PD teme la definitiva “rottamazione” della tradizione cosiddetta “comunista”, che per molti quadri dirigenti (un tempo si chiamavano così) di quel partito significherebbe perdere una vecchia rendita di posizione, non solo politico-ideologica. Bersani e i compagni della «vecchia guardia» temono, a giustissima ragione, di venir “smacchiati” dall’ultimo arrivato, da un democristianone che peraltro ostenta molta sintonia con il Giaguaro di Arcore, ancora vivo nonostante trattamenti convenzionali e anticonvenzionali, anche di matrice internazionale.

Norma Rangeri (Il Manifesto, 21 settembre), dopo aver concesso che  «responsabilità e limiti» vanno messi nel conto «di chi avrebbe dovuto capire i colos­sali cam­bia­menti pro­dotti dalla ristrutturazione capitalista e met­tere in campo ade­guate controffensive», e che «Il sin­da­cato vive una crisi sto­rica, ed è sem­pre meno rappresentativo», tuttavia ritiene che «qua­lun­que nuova coa­li­zione sociale volesse opporsi a que­sta nuova destra, poli­tica e sociale, deve augu­rarsi che il sin­da­cato torni a bat­tere un colpo». Un classico del progressismo borghese che ama presentarsi in guisa “radicale”, se non addirittura “comunista”. Personalmente la penso in modo opposto. Penso cioè, come ho altre volte argomentato, che il sindacato collaborazionista (da Di Vittorio in poi, tanto per rimanere all’Italia degli ultimi settant’anni) sia, per i lavoratori e per tutti i proletari, parte del problema e non della sua soluzione.

Scrivevo nel 2012 commentando il Patto sulla produttività:

«Molti critici “da sinistra” del Patto mettono l’enfasi sullo spostamento della centralità dal CCNL alla contrattazione di secondo livello. Ora, puntare i riflettori sul contratto collettivo nazionale di lavoro, concepito come l’ultimo baluardo degli interessi operai e della cosiddetta “democrazia sindacale”, fa perdere di vista la vera questione oggi all’ordine del giorno per chi ha davvero a cuore le sorti dei lavoratori: la costruzione dell’autonomia di classe. Autonomia di classe significa iniziativa volta alla difesa degli interessi immediati dei lavoratori senza alcun riguardo per gli “interessi generali del Paese”, i quali necessariamente corrispondono agli interessi della classe dominante, o delle sue fazioni contingentemente vincenti. Va da sé che questa iniziativa di lotta oggi non può che avere un respiro internazionale, se vuole centrare il suo obiettivo con l’adeguata efficacia. Sulla base del sindacalismo collaborazionista (Cgil in testa) il CCNL sancisce l’impotenza dei lavoratori sottoscritta dalle organizzazioni padronali e ratificata dal Leviatano».

Per come la vedo io, impostare la lotta dei lavoratori sul terreno della pura difesa dei cosiddetti diritti acquisiti sarebbe un errore, anche perché molti di essi, e naturalmente i disoccupati, non sanno nemmeno cosa siano quei “diritti”. Lo stesso Statuto dei lavoratori è parte integrante di un’epoca della realtà sociale di questo Paese da gran tempo superata, e verso la quale non c’è da indulgere in miserrime nostalgie. Senza la combattività e l’organizzazione autonoma dei lavoratori i “diritti” sono scritti sul ghiaccio, per così dire. I diritti sono una questione di rapporti di forza: non lo dice la teoria, ma la prassi sociale ovunque nel mondo. Più che sulla precarietà dei “diritti acquisiti” il focus andrebbe dunque posto sulla perdurante logica della delega, su tutti gli aspetti della vita, che inchioda i nullatenenti alla croce del Dominio. È da questa prospettiva che approccio il problema di come difenderci dagli attacchi sempre più incalzanti che il Capitale e il suo Stato graziosamente ci lanciano.

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SUL CONCETTO DI “CONTRORIVOLUZIONE NEOLIBERISTA”

MetalmeccaniciI cosiddetti economisti eterodossi, ossia di scuola keynesiana e di scuola “marxista” (ma non sempre questa distinzione ha un senso), quando parlano degli anni Ottanta, i “famigerati” anni della Thatcher e di Reagan, fanno un uso davvero abbondante del termine controrivoluzione, declinato in diversi modi: controrivoluzione neoliberista, controrivoluzione monetarista, controrivoluzione salariale e così via. Ora, a rigor di logica, la controrivoluzione presuppone una rivoluzione, o quantomeno un tentativo rivoluzionario, che per quanto è a mia conoscenza non c’è stato, almeno negli ultimi settant’anni e sicuramente non nelle metropoli del Capitalismo avanzato. Ma forse, distratto come sono, mi sono perso qualcosa d’importante.

Salvo che chi usa il termine in questione non intenda riferirsi allo strepitoso sviluppo capitalistico innescato dalla Seconda guerra mondiale (un vero e proprio toccasana per un capitalismo a lungo rantolante), che tra alti e bassi si è concluso alla fine degli anni Sessanta, lasciando il posto nel decennio successivo a una crisi economica internazionale che in Occidente e in Giappone ha inaugurato la nuova epoca dell’accumulazione che dura tuttora, sempre tra alti e bassi – e a volte, in non pochi Paesi (vedi ad esempio il Giappone degli ultimi 25 anni), tra bassi e bassissimi.

I progressisti (compresi quelli che un tempo si autodefinivano “comunisti”) hanno mitizzato la forza della classe operaia nei «trent’anni gloriosi» seguiti al Secondo macello imperialistico chiamato «guerra di liberazione» dai vincitori. E ciò è dimostrato dal fatto che essa non è stata “classe” nell’accezione marxiana del concetto, cioè a dire soggettività politico-sociale, soggetto provvisto di autonomia politica e organizzativa, essendo i lavoratori anche allora sotto l’influenza della politica e dell’ideologia dominante attraverso la mediazione dei partiti cosiddetti operai (in Italia il Pci)   e dei sindacati. La forza politica e ideologica di quei partiti e di quei sindacati attestava l’impotenza del proletariato e la potenza delle classi domanti.

In realtà, un dominio capitalistico forte come non mai, finchè ha potuto ha cercato di gestire le contraddizioni sociali soprattutto attraverso la concessione di briciole sia sul terreno salariale, sia su quello del welfare. Perché beninteso di briciole comunque si è trattato, soprattutto in termini relativi, ossia di rapporto salario/produttività, salario/profitto, salario/ricchezza sociale. Come scriveva Marx, «Se con il rapido aumento del capitale aumentano le entrate dell’operaio, nello stesso tempo però si approfondisce l’abisso sociale che separa l’operaio dal capitalista, aumenta il potere del capitale sul lavoro, la dipendenza del lavoro dal capitale. Dire che l’operaio ha interesse al rapido aumento del capitale significa soltanto che, quanto più rapidamente l’operaio accresce la ricchezza altrui, tanto più grosse sono le briciole che gli sono riservate» (Lavoro salariato e capitale). È vero che oggi i lavoratori e i disoccupati guardano con nostalgia alle grasse briciole di un tempo (peraltro cadute soprattutto sulle grandi imprese pubbliche, parapubbliche e private, feudo incontrastato della «triplice sindacale»). Ma questo attesta solo la natura disumana, e sempre più disumana, della vigente società, e non legittima in alcun modo la miserabile apologia dei progressisti per i presunti «trent’anni gloriosi», che peraltro hanno posto le condizioni per la successiva “controrivoluzione”.

12%20FiatMirafioriCatenaMontaggio_1Quegli anni furono gloriosi non certo per le classi subalterne, ma per il Capitale e per il suo personale politico e sindacale, soprattutto per quello in guisa “riformista”, che allora poté giocare un ruolo centrale nella società occidentale, soprattutto in quella italiana, relativamente arretrata in confronto alle altre e quindi bisognosa di “riforme modernizzatrici” su diversi fronti: mercato del lavoro, legislazione sul lavoro, diritto di famiglia, “diritti civili”, sistema pensionistico, ecc.

Quando la coperta dell’accumulazione si è fatta corta a causa di saggi del profitto sempre più anemici; quando la competizione capitalistica mondiale si è fatta più dura e stringente (soprattutto con l’ingresso nell’agone degli ex Paesi sottosviluppati: Cina, India, ecc.); quando il boom economico postbellico esaurì definitivamente la sua “spinta propulsiva”, mettendo in tensione il vecchio modello di “Stato sociale” (come diceva Olof Palme, la pecora borghese va ingrassata e poi tosata), allora lo spazio della “mediazione” e del “compromesso” si è improvvisamente ristretto, e “autunno caldo” dopo “autunno caldo”, corteo operaio dopo corteo operaio, i lavoratori hanno iniziato a percorrere quella sorta di viale del tramonto che sappiamo.

In realtà, i lavoratori non hanno mai visto sorgere il metaforico sole, tanto meno quello dell’Avvenir…*

Ecco perché sorrido malignamente quando il raffinato Fausto Bertinotti continua malinconicamente a riproporre il modello conflittuale-contrattuale degli anni Settanta (vedi la Fiat di Mirafiori), contrapponendolo alla Mitbestimmung (codecisione) tedesca oggi caldeggiata per l’Italia anche dal suo amico Enrico Grazzini, teorico della “Banca Etica” (sic!) e autore del Manifesto per la democrazia economica (Castelvecchi, 2014). Il buon Fausto non smette di ricordarci che quando in Italia e nel mondo la classe operaia era forte, e forte era il «conflitto di classe», le cose andavano bene anche per il Capitale, almeno per quello “reale” basato sul lavoro produttivo delle fabbriche. Poi i rapporti di forza si sono rovesciati, «il Capitale ha vinto» (ecco arrivata, dulcis in fundo, la «controrivoluzione») e l’economia è stata gettata nel baratro della speculazione finanziaria. Non fanno tenerezza tutti questi amici della classe operaia che vogliono salvare il Capitalismo da se stesso?

chimera%201-11-68* «Tra l’altro, a onore del vero e a scorno della mitologia operaista e pansindacalista, c’è da dire che tutto il movimento rivendicativo degli anni Sessanta comportò lo spostamento di ricchezza sociale a favore dei salariati quantificabile nell’ordine dell’uno per cento. Quando Berlinguer teorizzò la politica della moderazione sindacale, praticata dalla trimurti sindacale già da anni, i salari operai languivano sotto la sferza dell’inflazione, balsamo su profitti andati in sofferenza. «Il problema della dinamica del costo del lavoro deve essere considerato e affrontato, ma in un quadro di valutazioni più vasto e rispondente alla realtà» (E. Berlinguer, Austerità. Occasione per trasformare l’Italia). Egli non negò – anzi! – l’imperativo categorico dei sacrifici, ma disse che a farli non dovevano essere solo i lavoratori: e anche questa è musica dei nostri pessimi giorni» (da Berlinguer, il tristo profeta dei sacrifici).

Come mostrò Francesco Farina ne L’accumulazione in Italia 1959-1972 (De Donato, 1976), un «aspetto rilevante dell’accumulazione capitalistica in Italia [nel secondo dopoguerra] è la mancanza di un processo continuo ed autonomo  di innovazioni tecnologiche, dal momento che la maggior parte dei beni capitali viene importata o imitata dall’estero. Il progresso tecnico è perciò introdotto in prevalenza attraverso riorganizzazioni produttive dirette ad aumentare la creazione di plusvalore mediante la pura intensificazione del lavoro, e solo limitatamente si presenta incorporato in nuovi impianti tecnologicamente più avanzati, in grado di accrescere la produttività sociale del lavoro» (p. 12). Questo “modello” di accumulazione estensiva (espansione territoriale della base tecnica data) e non intensiva (introduzione di tecnologia labour saving), che aveva la sua ragion d’essere nella struttura capitalistica del Paese e nella sua collocazione nella divisione internazionale del lavoro postbellica, e che entrerà in crisi già nella seconda metà degli anni Sessanta, realizzò quella relativa forza contrattuale della forza-lavoro che il capitale italiano cercherà di intaccare in tutti i modi all’indomani dell’autunno caldo del ’69.

ACCELERAZIONISMO E FETICISMO TECNOLOGICO 2.0

cinecitta-sbsbf-324767Ieri ho finalmente colmato una grave lacuna teorico-politica: ho infatti letto il Manifesto per una politica accelerazionista firmato da Alex Williams e Nick Senicek. A questo Manifesto mi ha portato Toni Negri *, che in un suo articolo ne ha tessuto le lodi, sebbene mitigate da «qualche critica» finale che tuttavia non inficiano l’apprezzamento di fondo. «Che dire di questo documento? Alcuni di noi lo sentono come un “complemento” post-operaista, nato sul terreno anglo-sassone, meno disponibile a riedizioni dell’umanesimo socialista, più capace di sviluppare un umanesimo positivo. Il nome “accelerazionismo” è senz’altro infelice, dà un senso “futurista” a quello che futurista non è. Il documento ha indubbiamente un sapore di attualità, non solo nella critica del socialismo e della social-democrazia “reali”, ma anche nell’analisi e nella critica dei movimenti 2011 e seguenti. Pone con estrema forza il tema della tendenza dello sviluppo capitalistico, della necessità di una sua riappropriazione e della sua rottura: insomma, su questa base, propone la costruzione di un programma comunista». Nientemeno!

Capite bene che sono stato vinto dalla curiosità. Ho dunque letto il Manifesto e qui di seguito ne do un breve e certamente limitato resoconto critico, giusto per stuzzicare la curiosità del lettore.

Debbo dire che anche a me il termine Accelerazionismo ha fatto venire subito alla mente il ben più noto Futurismo, ma a differenza di Negri personalmente non sono del tutto sicuro che tra i due “movimenti” non si possano cogliere tratti comuni. Sono anzi incline a pensare il contrario. Il feticismo tecnologico è forse il punto concettuale che li accomuna. Ma non precorriamo i tempi!

aIl Manifesto si apre con la consueta panoramica catastrofista: «All’inizio della seconda decade del ventunesimo secolo, la civilizzazione globale si trova ad affrontare una nuova progenie di cataclismi. Imminenti apocalissi appaiono ridicolizzare le norme e le strutture organizzative delle politica che furono forgiate alla nascita degli stati-nazione, agli albori del capitalismo e in un ventesimo secolo contrassegnato da guerre senza precedenti. Il più significativo è il collasso del sistema climatico del pianeta, che col tempo minaccia la sopravvivenza della stessa popolazione umana globale. Nonostante questa sia la minaccia più grave che l’umanità si trovi ad affrontare, esistono al suo fianco una serie di problemi non meno destabilizzanti che con essa interagiscono. L’esaurimento terminale delle risorse, in particolare di quelle idriche ed energetiche, indica l’imminente possibilità di carestie di massa, la crisi di interi paradigmi economici e nuove guerre calde e fredde». Naturalmente non manca il riferimento a “problematiche” di natura squisitamente economica: «La continua crisi finanziaria ha indotto i governi ad abbracciare la spirale paralizzante e mortale delle politiche di austerità, che ha comportato privatizzazione dei servizi pubblici, disoccupazione di massa e stagnazione dei salari. La crescente automazione dei processi produttivi — incluso il “lavoro intellettuale” — è la prova della crisi secolare del capitalismo, che presto renderà impossibile mantenere anche gli standard di vita delle ex-classi medie del nord del mondo». Entriamo adesso nel merito più propriamente politico del Manifesto.

«In contrasto con queste catastrofi che continuano ad accelerare, la politica di oggi è afflitta dall’incapacità di generare nuove idee e nuovi modi di organizzazione necessari per trasformare le nostre società e affrontare e risolvere tali imminenti devastazioni. Mentre la crisi prende forza e velocità, la politica langue e indietreggia. In questa paralisi dell’immaginario politico, il futuro è stato cancellato». Come si vede, «la politica» trova in questi passi una declinazione piuttosto generica, priva di contenuti sociali. Di che «politica» si tratta? Quella che «langue e indietreggia» è la politica delle classi dominanti del pianeta, o piuttosto quella delle classi dominate? D’altra parte, possono queste ultime attendersi dalla politica borghese (per usare il linguaggio della verità storico-sociale) un «immaginario politico» diverso da quello che ne attesta sempre di nuovo la cattiva condizione sociale?

Poteva mancare l’attacco all’«ideologia neoliberista» in un Manifesto rigorosamente di sinistra? Certo che no. Eccola: «Fin dal 1979 in tutto il mondo l’ideologia politica egemonicaè stata il neoliberismo, di cui ritroviamo varianti nelle principali potenze economiche. Nonostante le profonde sfide strutturali che i nuovi problemi globali presentano – soprattutto le crisi creditizia, finanziaria e fiscale cominciate negli anni 2007/2008 – i programmi neoliberali si sono evoluti solo nella direzione di una loro intensificazione. L’estensione del progetto neoliberale, o neoliberalismo 2.0, ha iniziato un nuovo ciclo di aggiustamenti strutturali, in particolare incoraggiando nuove ed aggressive incursioni del settore privato in ciò che rimane delle istituzioni e dei servizi del welfare state. Questo nonostante tali politiche abbiano comportato nell’immediato effetti sociali ed economici negativi, e nonostante le nuove crisi globali abbiamo posto profonde barriere a lungo termine». Qui non si dice perché alla fine degli anni Settanta si impose la cosiddetta «ideologia neoliberista», cioè a dire quali furono le cause strutturali del suo sorgere e del suo successo, il quale viene raccontato, secondo l’interpretazione mainstream sinistrorsa, alla stregua di un complotto del privato ordito contro il pubblico. Il rapporto tra «ideologia neoliberista» e crisi capitalistica internazionale; tra rallentamento dell’accumulazione e crisi del vecchio modello di welfare state sorto a partire dagli anni Trenta del secolo scorso; tra caduta del saggio del profitto e finanziarizzazione dell’economia: tutta questa “problematica” non è nemmeno sfiorata, e quindi tutto il discorso intorno al «neoliberismo 2.0» deve necessariamente risultare superficiale e ideologico.

Affermare che con il «neoliberismo inevitabilmente si è trattato di una sublimazione della crisi piuttosto che di un suo definitivo superamento» significa rimanere nel vago e alla superficie del processo sociale.

Movimento1Pure fumoso, generico e ambiguo suona il discorso sugli «effetti sociali ed economici negativi» delle politiche neoliberali (negativi per chi? per i senza riserve? ma poteva essere altrimenti nell’ambito del vigente regime sociale? oppure per il sistema Paese?) e sulle «profonde barriere a lungo termine» generate dalle nuove crisi globali»: barriere a difesa di cosa e contro l’assalto di chi? Forse sbaglio, ma in questi passi sento un’eco del solito impotente lamento progressista (Papa Francesco incluso) circa l’aumento delle diseguaglianze sociali, ecc., ecc., ecc.

«Che le forze di destra governative, non-governative e delle multinazionali siano state capaci di promuovere il neoliberalismo in questo modo è, almeno in parte, un risultato della continua paralisi e della natura inconcludente di buona parte di quello che rimane della sinistra. Trent’anni di neoliberismo hanno reso la maggior parte dei partiti politici di sinistra spogliati di pensiero radicale, del tutto svuotati e senza un mandato popolare». Qui si capisce qual è il referente – l’interlocutore – politico privilegiato del Manifesto, ossia la «sinistra», i «partiti politici di sinistra», in poche parole, in Italia, ciò che resta del defunto PCI, cioè del partito che dai tempi della sua violenta stalinizzazione non ebbe più nulla a che fare con il progetto di emancipazione del proletariato e dell’intera umanità chiamato Comunismo. Un partito borghese a tutti gli effetti, nonostante il nome (peraltro non a caso mutato da PC d’Italia in PC italiano, a segnalarne il carattere nazionale, ossia appunto pienamente borghese). Si capisce allora perché mi vien da sorridere, sia detto senza alcuna spocchia né presunzione di superiorità (che peraltro sarebbe infondata), quando leggo passi del genere: «Trent’anni di neoliberismo hanno reso la maggior parte dei partiti politici di sinistra spogliati di pensiero radicale». Mi sembra un po’ deboluccio il «pensiero radicale» a cui il Manifesto fa riferimento con una certa nostalgia. Se facciamo un banale calcolo usando la datazione offerta dal Manifesto, arriviamo al 1984 (guarda un po’ il caso, è l’anno in cui morì l’onesto Enrico), e non mi sembra che la sinistra brillasse allora quanto a «pensiero radicale». D’altra parte, la radicalità è un concetto assai relativo, e dipende da chi lo “declina”, così che, ad esempio, a un repubblicano di destra perfino un Obama può apparire radicale fino al punti di sfiorare “l’utopia socialista”. Non ha forse detto Berlusconi che il Presidentissimo Napolitano gli fa venire in mente il film Profondo rosso?

«Nel migliore dei casi essi [i partiti di sinistra] hanno risposto alle crisi attuali con appelli per un ritorno ad una economia keynesiana». Ma mi sembra abbastanza scontato per dei partiti borghesi ancorché “di sinistra”. Personalmente da quei partiti non mi sarei mai aspettato una diversa risposta: infatti, fin da bambino ho imparato che l’iniziativa anticapitalista può venire solo da soggetti politici che negano in radice (radicalmente) il rapporto sociale capitalistico di dominio e di sfruttamento, e sono purtroppo questi soggetti che latitano. Purtroppo dal mio punti di vista, si capisce. Da partiti borghesi, di “destra” e di “sinistra”, mi aspetto la difesa dello status quo sociale, l’atteggiamento che ad esempio portò Keynes negli anni Trenta a teorizzare il massiccio intervento dello Stato nell’economia per salvare il Capitalismo da un crollo che allora appariva probabile, e per non pochi economisti e sociologi borghesi addirittura imminente. La Seconda carneficina mondiale, nella sua preparazione e nel suo sanguinoso e distruttivo dispiegamento, si rivelò essere la sola misura sociale in grado di ripristinare le virtuose condizioni per la ripresa in grande stile dell’accumulazione capitalistica. Quando il neokeynesiano Paul Krugman invoca ironicamente, come strada maestra per uscire dal tunnel della crisi capitalistica di lungo periodo, l’invasione aliena e la necessaria contro risposta sul modello dell’ultima guerra mondiale, probabilmente egli dice la sola cosa intelligente che è in grado di proferire. Chiudo la parentesi.

«Anche i regimi neosocialisti della Rivoluzione Bolivariana sudamericana, seppure rincuorano nella loro capacità di resistere ai dogmi del capitalismo contemporaneo, rimangono, in maniera deludente, incapaci di avanzare un’alternativa che vada aldilà delle forme del socialismo della metà del ventesimo secolo». Cosa ci si può aspettare sul piano dell’elaborazione teorica e politica da persone che si sono fatte delle illusioni perfino sui «regimi neosocialisti»? Il Capitalismo di Stato basato sulla rendita petrolifera concepito come “neosocialismo”: la cosa non mi sorprende affatto, e conferma piuttosto la tesi a cui ho sempre tenuto fermo secondo la quale i rimasugli dell’esperienza “comunista” (alludo non solo al PCI, ma anche ai gruppi che lo contestavano “da sinistra”) rimangono “strutturalmente” legati al vecchio impianto stalinista-maoista, quello appunto che spacciava per socialismo, ancorché “reale”, il Capitalismo di Stato in Russia e in Cina. Non a caso il Manifesto parla di superamento del «socialismo della metà del ventesimo secolo», dando per scontata la sua esistenza. Cosa che chi scrive nega da sempre – non esageriamo: dalla fine degli anni Settanta.

Ma veniamo al concetto di accelerazione. «Contrariamente ad una critica già molto nota e all’atteggiamento di alcuni marxisti contemporanei, dobbiamo ricordare che lo stesso Marx utilizzò i dati empirici a lui disponibili e gli strumenti teorici più avanzati nel tentativo di comprendere appieno e trasformare il suo mondo. Non fu un pensatore che resisteva alla modernità, ma piuttosto un pensatore che cercava di analizzarla e intervenire all’interno di essa, capendo che nonostante tutto lo sfruttamento e la corruzione, il capitalismo rimaneva il sistema economico più avanzato del tempo. I suoi vantaggi non dovevano essere invertiti, ma accelerati oltre le restrizioni della forma valore capitalista». Intanto non esiste la «modernità» astrattamente intesa, ma la modernità capitalistica, quella che appunto Marx penetrò criticamente e dialetticamente per mostrare che sulla base del Capitalismo per la prima volta l’umanità poteva immaginare e, soprattutto, praticare la strada che poteva (che può) emanciparla da ogni forma di asservimento naturale e sociale: dal Regno della necessità l’uomo poteva (può) passare al Regno della libertà, la sola dimensione esistenziale che rende possibile il respiro dell’uomo in quanto uomo. Anziché sognare impossibili ritorni indietro verso modi di produzione ritenuti meno disumani (ad esempio quelli basati sul lavoro artigiano o sulla piccola produzione industriale e contadina), si trattava di superare il capitalismo con uno scatto rivoluzionario in avanti. Di qui, la sua critica del socialismo piccolo borghese. Questo in primo luogo.

In secondo luogo Marx scriveva in un tempo in cui il Capitalismo non aveva ancora sviluppato tutte le sue enormi capacità produttive, un capitalismo che non aveva prodotto le distruzioni della prima e della Seconda guerra imperialista, mentre noi ci troviamo a che fare con un regime sociale che non ha più nulla da dare in termini di progresso storico.

Mi permetto una citazione da Eutanasia del Dominio (2008): «L’economia basata sul calcolo comunista lascia immaginare il soddisfacimento dei bisogni umani al più alto livello qualitativo possibile, e col minore dispendio di energie umane e naturali possibile. Le più avanzate tecnologie informatiche dei nostri tempi lasciano intuire quanto possa essere facile quel calcolo in termini puramente organizzativi. D’altra parte già oggi esistono tecnologie produttive a bassissima dissipazione energetica e a bassissimo inquinamento, e nuovi materiali poco inquinanti (ad esempio, già oggi la plastica potrebbe essere sostituita da sostanze di origine vegetale, come quelle derivanti dalla soia, ma sono ancora troppo costose per il “calcolo capitalistico”) il cui uso non è ancora economicamente razionale. Per questo più che sviluppare in senso quantitativo le forze produttive sociali, come legittimamente potevano pensare Marx o Lenin a partire dal grado di sviluppo del capitalismo che avevano dinanzi, si tratterà piuttosto di mettere un freno a questo tipo di sviluppo, e di riorientarlo in senso qualitativo. Sotto questo aspetto il pensiero ecologista, nella sua critica anticonsumista e antisviluppista, coglie nel segno, ma deraglia completamente quando immagina una economia “a misura d’uomo e di natura” sulla base degli attuali rapporti sociali, che sono per definizione rapporti nichilisti nei confronti dell’uomo e della natura. Questa critica si risolve, nei fatti, in una feconda sollecitazione per il capitalismo, stimolato a dotarsi di tecnologie sempre più sofisticate, in grado di risparmiare risorse energetiche e umane. Non è un caso che i cosiddetti standard qualitativi siano diventati negli ultimi venti anni un eccezionale strumento di lotta nella competizione tra le più grandi multinazionali mondiali, nonché un peso insopportabile per le imprese di piccole e medie dimensioni (infatti la “qualità” costa molto)».

Per il Manifesto in questione, invece, si tratta di portare alle estreme conseguenze le tendenze accelerazioniste immanenti al Capitalismo e da esso stesso in qualche misura frenate. «Infatti, come anche Lenin scrisse nel testo del 1918 sull’infantilismo di sinistra: “Il socialismo è inconcepibile senza l’enorme macchina capitalista basata sui più recenti progressi della scienza moderna. Non è concepibile senza un’organizzazione statale che prevede di sottoporre decine di milioni di persone alla più rigorosa osservanza di un’unica norma di produzione e di distribuzione. Noi marxisti, questo lo abbiamo sempre detto, e non vale neanche la pena di perdere nemmeno due secondi a parlare con gente che non lo ha capito (anarchici e una buona metà dei rivoluzionari della sinistra socialista)”». Ma Lenin polemizzava con il punto di vista anarcoide e piccolo borghese nel momento in cui per l’arretrata Russia rivoluzionaria del 1918 il «capitalismo di Stato tedesco» si offriva agli occhi dei bolscevichi come il modello da seguire in vista della transizione al socialismo: «Finchè in Germania la rivoluzione ancora tarda a “nascere”, il nostro compito e di metterci alla scuola del capitalismo di Stato tedesco, di cercare di assimilarlo con tutte le forze, di non rinunciare ai metodi dittatoriali per affrettare questa assimilazione ancor di più di quello che fece Pietro I» (p. 309). Qui Lenin esprime il punto di vista della rivoluzione proletaria considerata dalla prospettiva di un Paese che egli non si perita di definire «barbaro», socialmente arretrato, bisognoso di svilupparsi in senso capitalistico. Di notevole nella posizione di Lenin c’è l’idea che non bisogna ingannare e auto ingannarsi quando si tratta di fare i conti con la realtà: «Nessun comunista ha negato, a quanto pare, che l’espressione “repubblica socialista sovietica” significa che il potere dei soviet è deciso a realizzare il passaggio al socialismo, ma non significa affatto che riconosca come socialisti i nuovi ordinamenti economici» (p. 305). Questa lucidità analitica e politica in parte fu persa per strada durante il cosiddetto Comunismo di guerra, per rifare drammaticamente capolino alla fine della guerra civile, quando le illusioni “accelerazioniste” del periodo precedente si infransero contro la dura realtà di una rivoluzione entrata in pericolosa, e alla fine mortale, sofferenza. Sulla mia lettura della sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre rimando il lettore a Lo scoglio e il mare.

Che senso ha dunque, tirare in ballo quella posizione leniniana oggi, nell’epoca della sussunzione totalitaria del pianeta al Capitale? «L’enorme macchina capitalista» non è già sufficientemente… enorme? Ciò che in Lenin suona come storicamente fondato, nel Manifesto suona invece come apologetico. Esagero? Vedete un po’ voi: «Come Marx era ben consapevole, il capitalismo non può essere identificato come l’agente della vera accelerazione. Ma allo stesso modo valutare la politica di sinistra come antitetica all’accelerazione tecnosociale è, almeno in parte, un grave travisamento. Se davvero la sinistra vuole avere un futuro, deve essere quello in cui essa stessa abbracci al massimo la sua repressa tendenza accelerazionista».

Né poteva mancare nel Manifesto una strizzatina d’occhio a Gramsci, riletto sempre in termini accelerazionisti: «La sinistra deve sviluppare egemonia sociotecnologica: sia nella sfera delle idee, che nella sfera delle piattaforme materiali». La tecnologia come strumento di lotta anticapitalista? Tenendo conto che la tecnologia capitalistica è l’espressione di peculiare rapporti sociali, che significa, in concreto, «sviluppare egemonia sociotecnologica»? Significa, forse, muoversi sullo stesso terreno della tecnoscienza capitalistica per conseguire obiettivi anticapitalistici? A occhio, mi sembra un’impresa quantomeno azzardata. Diciamo così.

«Il capitalismo ha iniziato a reprimere le forze produttive della tecnologia, o almeno, a dirigerle verso fini inutilmente limitati». Ancora una volta: in che senso «fini inutilmente limitati»? Ciò che nel Capitalismo decide dello sviluppo tecnologico è, in ultima analisi, la legge del profitto, che regola l’accumulazione e i momenti essenziali dell’economia capitalistica colta nella sua complessa totalità. Più che alle forze produttive della tecnologia, bisogna dunque por mente al grado di sfruttamento del lavoro vivo, il quale notoriamente ha molto a che fare con la composizione tecnica del capitale.

«Le guerre dei brevetti e la monopolizzazione delle idee sono fenomeni contemporanei che indicano sia il bisogno del capitale di superare la concorrenza, ma soprattutto l’approccio sempre più retrogrado del capitale alla tecnologia». Qui apro una piccola parentesi. Una volta Lenin parlò del conservatorismo tecnologico del Capitalismo maturo (vedi l’Inghilterra del suo tempo) giunto nella sua fase monopolistica. Come sempre, egli ne parlò in termini di tendenza generale, la cui complessa e contraddittoria fenomenologia andava indagata Paese per Paese, fase per fase. Se è indubbio che il monopolio giocò allora un ruolo importante nel fenomeno di “raffreddamento tecnologico”, la causa più profonda di questo fenomeno va ricercata tuttavia in una insufficiente valorizzazione del capitale che colpisce i settori più maturi dell’industria, là dove l’alta composizione organica del capitale tende a schiacciare il saggio del profitto. Quando ciò accade, il capitale industriale non solo tende a conservare la vecchia base tecnica della produzione, ma può anche decidere di abbandonare, in parte o integralmente, quei settori per penetrare in nuove sfere produttive, oppure nel mercato creditizio, in patria o all’estero, ossia là dove c’è la promessa di rendimenti migliori. Il rapporto tra accumulazione e propensione alla modernizzazione del sistema produttivo attirò l’attenzione dello stesso Adam Smith, il quale notò che il ritmo di accumulazione era tanto più veloce, quanto meno ricche e meno tecnologicamente avanzate erano le nazioni che si mettevano sulla scia dell’Inghilterra.

«L’approccio sempre più retrogrado del capitale alla tecnologia» non solo non è una “legge assoluta” nel Capitalismo del XXI secolo, ma essa non è sempre corrispondente alla realtà dei fatti, i quali mostrano piuttosto un continuo sviluppo della tecnoscienza. Uno sviluppo che, come sempre nel Capitalismo, è strettamente connesso alla bronzea legge del profitto. Di qui, accelerazioni, decelerazioni, battute d’arresto, nuove accelerazioni e via di seguito. Ho quasi l’impressione che gli autori del Manifesto vogliano essere più realisti del re, più capitalisti dei capitalisti: per loro la “distruzione creativa” non è ancora al giusto livello. Personalmente ritengo che ci sia già fin troppa distruzione…

Ma i nostri amici accelerazionisti sono assai più esigenti rispetto a chi scrive; per loro di Capitalismo, tecnoscienza inclusa, non ce n’è mai abbastanza. «Gli accelerazionisti intendono liberare le forze produttive latenti. In questo progetto, la piattaforma materiale del neoliberismo non ha bisogno di essere distrutta. Vogliamo accelerare il processo dell’evoluzione tecnologica. Ma ciò di cui argomentiamo non è tecno-utopismo. Mai credere che la tecnologia sia sufficiente a salvarci. Necessaria sì, ma mai sufficiente senza azione socio-politica. La tecnologia e il sociale sono intimamente legati l’uno all’altra, e il mutamento dell’uno potenzia e rinforza il mutamento dell’altra. Laddove i tecno-utopisti sostengono che l’accelerazione automaticamente eliminerà il conflitto sociale, la nostra posizione è che la tecnologia debba essere accelerata proprio perché necessaria per vincere i conflitti sociali stessi». Ma «accelerata» dove? quando? come? Si sta parlando della vigente società capitalistica, oppure si allude a una possibile società futura postcapitalistica? Non è forse a questa ipotizzata e auspicata società che spetterà il compito di regolarsi come meglio crederà circa la tecnologia? Domanda dirimente: che tipo di società “postcapitalistica” hanno in mente gli autori del Manifesto? Di che razza di «accelerazione umana» si parla?

È presto detto: «Qualsiasi trasformazione della società deve coinvolgere sperimentazione economica e sociale. Il progetto cileno Cybersyn è emblematico di un simile atteggiamento sperimentale, fondendo tecnologie cibernetiche avanzate con sofisticati modelli economici e una piattaforma democratica materializzata nella sua stessa infrastruttura tecnologica. Esperimenti simili furono condotti negli anni ’50 e ’60 anche nell’economia sovietica: la cibernetica e la programmazione lineare furono impiegate nel tentativo di superare i nuovi problemi affrontati della prima economia comunista. Che entrambi gli esperimenti non abbiano avuto successo si può ricondurre ai vincoli politici e tecnologici in cui questi pionieri cibernetici operavano». Ora, prescindendo da ogni altra considerazione, si può dar credito a persone che credono che l’economia sovietica degli anni ’50 e ’60 fosse la «prima economia comunista» della storia? Se poi a questa invitante concezione del “comunismo” sommiamo il palese feticismo tecnologico che traspira da tutti i pori del Manifesto, capite bene che la società prospettata dagli accelerazionisti non mi piace neanche un poco.

Per rendersi conto dell’ambiguità, sempre per rimanere sul terreno dell’eufemismo, che caratterizza il discorso politico del Manifesto è sufficiente leggere quanto segue: «Per raggiungere ognuno di questi obiettivi, a livello più pratico riteniamo che la sinistra accelerazionista debba pensare più seriamente ai flussi di risorse e denaro necessari alla costruzione di una nuova ed efficace infrastruttura politica. Al di là della formula del people power e dei corpi nelle strade, abbiamo bisogno di finanziamenti, sia da parte di governi che istituzioni, think tank, sindacati o singoli benefattori. Riteniamo che la localizzazione e l’indirizzamento di tali flussi di finanziamento siano essenziali per iniziare a ricostruire una efficace ecologia delle organizzazioni della sinistra accelerazionista». Un «potere di classe» finanziato dal nemico di classe ancora non si era mai visto. Ma quanto sono pragmatici e astuti questi accelerazionisti! A loro la rodata e sempre di nuovo confermata (anche dal presente Manifesto) astuzia del Dominio fa un baffo.

Eccone un esempio: «Abbiamo bisogno di promuovere una riforma dei mezzi di comunicazione su larga scala. Nonostante l’apparente democratizzazione che offrono internet e le reti sociali, i mezzi di comunicazione tradizionali rimangono cruciali per selezionare e definire narrazioni, assieme al possesso delle risorse economiche necessarie per continuare a promuovere il giornalismo investigativo. Portare questi organi il più vicino possibile al controllo popolare è cruciale per disarticolare lo stato attuale delle cose». Come questa auspicata «riforma dei mezzi di comunicazione su larga scala» possa in qualche modo produrre «nuovo potere sociale» resta per me un mistero, e forte rimane la sensazione che i riformisti dell’Accelerazione continua e permanente lavorino, loro malgrado (“a loro insaputa”) per il Re di Prussia. La sindrome della mosca cocchiera qui fa capolino.

«Il futuro ha bisogno di essere costruito. È stato demolito dal capitalismo neoliberista e ridotto ad una promessa al ribasso di maggiori disuguaglianze, conflitto e caos. Questa crisi dell’idea di futuro è sintomatica della situazione storica regressiva della nostra epoca, e non, come i cinici di tutto lo spettro politico vorrebbero farci credere, un segno di maturità scettica. Ciò che l’accelerazionismo propone è un futuro più moderno — una modernità alternativa che il neoliberismo è intrinsecamente incapace di generare. Il futuro deve essere infranto e riaperto ancora una volta, sganciando i nostri orizzonti verso le universali possibilità del Fuori». Detto che il nemico di tutto ciò che odora, anche alla lontana, di umano non è il «capitalismo neoliberista» ma il Capitalismo tout court; detto questo occorre ripetere che ciò che ha demolito il futuro è stata soprattutto la più grande menzogna del XX secolo: il “comunismo” in Russia, in Cina e negli altri Paesi cosiddetti “comunisti” e “socialisti”. L’esistenza del «socialismo reale», ossia di un miserabile Capitalismo di Stato aggressivo all’interno della società come all’estero, ha annichilito l’idea stessa di una comunità umana, di una comunità finalmente libera da miseria, violenza e coazioni di varia natura, e ha convinto milioni di sfruttati nel mondo che, dopo tutto, il sistema capitalistico non è poi così schifoso se paragonato  al “comunismo”. Per questo il «futuro più moderno» proposto dagli accelerazionisti non mi sembra poi così alternativo rispetto all’escrementizia realtà che ci tocca subire tutti i giorni.

Il futuro immaginato degli accelerazionisti appare ai miei occhi fin troppo decrepito, ossia incapace di oltrepassare concettualmente l’odierna dimensione del Dominio, e tutto il gran parlare di cibernetica, di algoritmi piegati alle esigenze del «nuovo potere sociale» e di «un’accelerazione che sia anche ‘navigazionale’, processo sperimentale di scoperta all’interno di uno spazio di possibilità universale» può impressionare e affascinare solo il pensiero irretito in quel feticismo tecnologico che ancor prima di essere una “sovrastruttura” ideologica, è in primo luogo esso stesso struttura del dominio capitalistico.

Probabilmente anche il Manifesto per una politica accelerazionista paga un tributo alla lettura ideologica che i teorici del Capitalismo cognitivo** hanno fatto del general intellect, concetto che in Marx ha una pregnanza teorica e politica potentemente dialettica (rivoluzionaria), mentre nei teorici di cui sopra esso svolge una funzione ideologica chiamata a supportare chimerici programmi comunardi da realizzarsi hic et nunc, nell’ambito stesso del Capitalismo, nonché intellettualistiche congetture intorno a supposti «nuovi soggetti rivoluzionari» generati sempre di nuovo dalle trasformazioni strutturali che intervengono nel Capitalismo avanzato. In questo senso si può davvero parlare di “cattivi maestri”.

PoleVault-Marey_movimento_immagini-e1354693194945* Scrive Negri: «Abbiamo bisogno di specificare quanto comune sta in ogni connessione tecnologica, sviluppando un approfondimento specifico dell’antropologia produttiva» (Riflessioni sul Manifesto per una Politica Accelerazionista, Uninomade, 7 febbraio 2014). Il Capitalismo (il «comune perverso») e la sua alternativa (il comune della supposta autonomia sociale e dell’altrettanto  immaginaria virtuosa cooperazione sociale) coesisterebbero l’uno accanto – e intrecciato – all’altro in un rapporto conflittuale che strutturerebbe, al contempo, la nuova società capitalistica e la nuova lotta di classe. È come se vivessimo dentro un dualismo di potere sociale permanente, il cui esisto appare sempre a un passo dal poter arridere alle forze dell’emancipazione, salvo vedere puntualmente trionfare le forze della conservazione sociale.

È evidente che all’interno di questo quadro concettuale la gramsciana egemonia, declinata secondo i noti canoni postmodernisti di Negri (sintetizzabili nei concetti di «democrazia dal basso», «autogoverno», «produzione di soggettività»), e perciò caricata di nuove ambiguità teoriche e politiche, viene a giocare un ruolo fondamentale.

Toni Negri sostiene che «Il comune non è un ideale (può anche esserlo) ma è la forma stessa nella quale la lotta di classe oggi si defi­ni­sce». Potrei pure condividere questa tesi. Ma solo in questo ristrettissimo senso: lo sfruttamento è il destino comune di chi sopravvive vendendo il proprio tempo ai funzionari del Capitale. Il dominio sempre più totalitario e globale (nell’accezione più vasta del concetto) del capitale è il destino comune di tutti gli individui che vivono su questo pianeta. L’essere sfruttati a vario titolo e in modi diversi dal Moloch capitalistico è ciò che accomuna tutti gli individui ridotti alla stregua di «capitale umano» da mettere a valore, per dirla con l’economia volgare.

Insomma, nell’accezione eterodossa che ne do io il comune non è che un altro modo di nominare il capitalismo, mentre per Toni negri le cose stanno in modo affatto diverso: «”Comune” come prin­ci­pio che anima sia l’attività col­let­tiva degli indi­vi­dui nella costru­zione di ric­chezza e della vita, sia l’autogoverno di que­ste attività» (La metafisica del comune).

Irretito ormai da decenni in una falsa dialettica che gli fa vedere sempre incinta la madre delle “rivoluzioni” (di qui il suo mediaticamente accattivante “ottimismo della rivoluzione”), Negri individua l’alternativa al Capitalismo come qualcosa che già vive dalle nostre parti, qualcosa che non si dà sotto la forma della possibilità, ma piuttosto come processo già in atto, come attualità, sebbene un’attualità gravata delle contraddizioni che le derivano dalla persistenza dei rapporti sociali capitalistici.

** «Siamo in una diversa fase di sviluppo dello sfruttamento capitalistico, quella che Carlo Vercellone – a proposito del rapporto fra capitale cognitivo e lavoro cognitivo – non chiama già più post-industriale, ma decisamente informatica. Una fase che ormai comincia a trovare il suo equilibrio, e in cui il rapporto di sfruttamento – nella attuale figura estrattiva – diventa assai difficile da definire, perché in quest’ambito c’è sicuramente confusione ed ibridazione di capitale fisso e lavoro vivo, forse riappropriazione di capitale fisso da parte dei soggetti stessi, e c’è un’emergenza di cooperazione sociale che probabilmente deve essere considerata come un dispositivo di autonomia» (T. Negri, La comune della cooperazione sociale). Probabilmente però le cose non stanno affatto così.

Probabilmente ciò che Negri e i teorici del Capitalismo cognitivo registrano come «emergenza di cooperazione sociale» e «dispositivo di autonomia» altro non è che l’ulteriore espansione quantitativa e, soprattutto, qualitativa del rapporto sociale capitalistico in ogni ambito della prassi sociale. Per quanto riguarda la «tematica antropologica» ai tempi del «capitalismo cognitivo», Negri travisa analiticamente e capovolge concettualmente l’individuo capitalistico ad alta composizione organica (secondo il concetto marxiano ripreso da Adorno in Minima moralia) dei nostri tempi. La cosa appare abbastanza chiara nei passi che seguono: «L’elemento importante da considerare, qui, è che ormai il comando capitalista non opera più semplicemente una sorta di iniezione di elementi tecnologici nel corpo umano, ma ha ora a che fare in maniera altrettanto importante con una capacità di riappropriazione e di trasformazione autonoma degli elementi macchinici in strutture dell’umano. Oggi quando si parla di “passioni sociali” si deve parlare di passioni legate al consumo passivo di tecnologie ma anche e soprattutto di consumo attivo». Più che una puntuale critica dell’alienazione capitalistica e della sussunzione totalitaria dell’individuo al Capitale, troviamo nell’elaborazione teorica di Negri robusti fili che attraverso l’esaltazione del «lavoro cognitivo» la connettono direttamente al feticismo tecnologico e all’etica borghese – che tende a farsi apologia – del «lavoro buono». Persino la rivendicazione di un reddito sociale garantito, nella misura in cui è concepito come «validazione sociale e un mezzo di finanziamento di questa rete densa di attività non mercantili che la società del General Intellect crea, al di là del salariato» (L. Baronian, C. Vercellone, Moneta del comune e reddito sociale garantito), appare informata da quel tipo di etica.  La stessa cosa può dirsi circa la parola d’ordine negriana del «rifiuto del lavoro». L’ossessione lavorista, declinata “cognitivamente”, sembra un marchio di fabbrica dei teorici del Capitalismo cognitivo.

Vedi Sul concetto di miseria sociale e sui proudhoniani 2.0.

LE SUPERSTIZIONI COMUNARDE DI TONI NEGRI

5Kautsky immaginava il socialismo alla stregua di un Capitalismo conquistato alla razionalità scientifica. Negri lo immagina come Capitalismo conquistato alla prassi del “comune”: almeno certe sue riflessioni “comunarde” mi inducono a pensare questo. Un esempio: «Confrontandosi poi al paradosso della proprietà, qui non sembrano darsi altre vie che quelle che spingono al confronto ed allo scontro con i poteri monetari e finanziari. Se la moneta è mezzo di conto e di scambio difficilmente eliminabile, gli va tuttavia tolta la possibilità di essere strumento di accumulazione di potere contro i produttori. Come si possono imporre alla Banca centrale le finalità di una produzione dell’uomo per l’uomo, di piegarsi cioè ad una configurazione biopolitica degli assetti sociali?» (1). Ragionando dal punto di vista umano, ossia osservando il mondo asservito ai rapporti sociali capitalistici «dalla prospettiva che lascia intravedere, nel bel mezzo del Dominio, la possibilità della liberazione universale», come recita la manchette del mio blog, la risposta non può che essere univoca: la configurazione umana degli assetti sociali può darsi solo nella Comunità che non conosce il denaro, la merce (a partire dalla forza-lavoro), il mercato e tutte le altre categorie dell’economie politica che presuppongono la società capitalistica.  Ma questo è, secondo gli standard postmoderni dell’intellettuale padovano, un modo vecchio di ragionare, forse valido ai tempi del trincatore di Treviri, quando il “Comune” poteva essere immaginato solo nei termini di una possibilità post-rivoluzionaria, ossia come radicale cesura di un’intera epoca storica, mentre oggi esso si dà già come una concreta realtà, che per dispiegarsi completamente aspetta solo di venir liberata dalla sovrastruttura ideologica del Dominio.

In realtà egli polemizza non con la posizione anacronistica che ho appena sinteticamente abbozzato, la quale agli occhi dei comunardi non merita di venir presa neanche in considerazione, ma con i suoi amici progressisti: «Il problema non è tanto quello di separare le “banche di deposito” da quelle “di investimento” [roba d’altri tempi anche questa: e qui il nostro amico ha ragione da vendere], quanto quello di dirigere risparmio ed investimento verso equilibri che garantiscano la produzione dell’uomo per l’uomo [e qui, invece, impugno la pistola. Anzi no: mi piego dalle risate!]. Questa è battaglia politica da ingaggiare subito. Essa consiste – questa volta senza resipiscenze ideologiche e senza indugi – nel rifiutare la governance monetaria del biopotere, cioè nell’introdurre la possibilità di una rottura e nell’imporle una dimensione “democratica”. Una “moneta del comune” è quella che garantisce la riproduzione e la quantità di reddito necessario ad ogni cittadino ed il sostegno alle forme di cooperazione che costituiscono la moltitudine». Prendi le categorie dell’economia politica, appiccicagli la parola magica “comune” e il gioco è fatto! Ecco allora che anche la «domanda di proprietà privata del singolo cittadino», il «desiderio proprietario che esprimiamo», tutto ciò non fa «che interpretare il bisogno di stare insieme, di produrre insieme»: «il paradosso della proprietà privata si scontra qui allora con la realtà del comune». Come se ne esce? «Il paradosso sarà superabile solo eliminando il capitalista». Il capitalista o il rapporto sociale capitalistico? Lo riconosco Professore: più che una domanda questa è una provocazione alla sua intelligenza rivoluzionaria. E tuttavia… Anche perché quando sento parlare di «democratizzazione a partire dal basso delle attività di governo e di nuove costituzioni del vivere comune» qualche dubbio bussa alla mia testa. E con una certa insistenza.

In ogni caso, Negri pensa, esattamente come Kautsky, che il capitalismo è sempre più «una sopravvivenza puramente ideologica». Ecco, ad esempio, come Negri si esprime intorno alla lotta «biopolitica» condotta dal «proletariato cognitivo» contro la proprietà privata contemporanea: «Sarà nostro compito avanzare su questo terreno sociale per portare a chiarezza lo svuotamento definitivo dei poteri legati alla proprietà privata». Infatti, «Possiamo ora riconoscere al lavoro, trasformato attraverso il lavoro, di essere divenuto il fondamento non dell’affermazione della proprietà privata ma della sua soppressione, di aver tolto a quest’ultima la capacità di essere fonte creativa di se stessa». La proprietà privata non avrebbe più alcuna consistenza oggettiva, alcun reale fondamento economico, perché l’emergere della «realtà del comune» avrebbe modificato strutturalmente il rapporto tra proprietà e lavoro, naturalmente a tutto vantaggio del secondo. Essa vivrebbe in una condizione puramente residuale, addirittura artificiale. Ne consegue che la stessa dimensione della sovranità politica appare viepiù, sempre agli occhi del nostro teorico, come una mera finzione ideologica chiamata a surrogare un potere sociale sempre più evanescente. «Il pubblico sovrano si pone ormai solo in maniera paradossale e piuttosto si dissolve a fronte del comune che emerge, appunto, all’interno dei processi di produzione sociale e nella cooperazione valorizzante. Quando ancora compare, il pubblico sovrano, si tratta di una pura mistificazione del comune». Qui Negri sembra dire che oggi la sola concreta realtà, la sola dimensione sociale avente una dignità ontologica è il «comune»: tutto il resto è ideologia.

Il dominio di classe della borghesia, dunque, non si fonderebbe più su una reale potenza sociale che si sostanzia essenzialmente in termini economici (generazione di valore attraverso lo sfruttamento di capacità lavorative), esso si fonda piuttosto in maniera quasi esclusiva sul dominio politico. Solo rapporti di forza «biopolitici» favorevoli, al momento, alla borghesia ne garantirebbero il dominio. Scusate, ma ancora una volta la mia mente mi riporta al sacerdote supremo dell’ortodossia marxista di inizio Novecento. Perché mai, poi…

imagesPer Kautsky, nella fase del capitalismo monopolistico «il rapporto di lavoro si trasforma sempre di più da necessità economica in un semplice rapporto di forza, tenuto in piedi dal potere dello stato … diventa una mera questione di potere» (2). Alla classe operaia non rimane che organizzarsi ed educarsi in vista dell’inevitabile e sempre più imminente crollo del gigante dai piedi d’argilla. Come scrive Vitantonio Gioia, «alla fine Kautsky smarrisce completamente la connotazione del capitalismo monopolistico come “fase” di un sistema economico particolare, storicamente caratterizzato da uno specifico tipo di sfruttamento della forza-lavoro e di estorsione del plusvalore qual è, appunto, il sistema capitalistico. E questo perché egli per un verso caratterizza come economia capitalistica propriamente detta solo quella fase dello sviluppo capitalistico caratterizzata dalla proprietà privata e personale degli strumenti di produzione [ogni riferimento alla proprietà privata evocata da Negri è ovviamente voluto]; per un altro verso tenta di dimostrare che ormai, nella fase monopolistica, la subordinazione della forza lavoro al capitale non ha più alcun fondamento oggettivo (economico), bensì politico: sono i rapporti di forza ancora favorevoli alla borghesia che giustificano la persistenza dei rapporti sociali borghesi e la sopravvivenza dello stesso sistema economico del capitalismo» (3).

Detto en passant e sempre con un maligno riferimento a Negri (naturalmente mutatis mutandis), anch’io, come Gioia, non condivido la tesi del tradimento dei principi rivoluzionari da parte del «rinnegato Kautsky», nella cui tarda riflessione teorica si riesce a cogliere la radicale continuità con il suo precedente pensiero, continuità che a mio giudizio va rintracciata in un materialismo di matrice borghese, ossia determinista, meccanicista, positivista, scientista, evoluzionista. Ma qui rischio di andare fuori tema.

Negri, come Kautsky, sembra assumere il paradigma della rivoluzione borghese: come la borghesia rivoluzionaria, avendo di fatto già nelle proprie mani il potere materiale, avviò una rivoluzione politica idonea a sincronizzare l’economico con il politico, ossia ad adeguare la «sovrastruttura» con la «struttura», analogamente oggi si tratterebbe per la «moltitudine» di ratificare sul piano politico un dato di fatto che il «biopotere» può solo occultare, ma non cancellare. Infatti, «c’è anche (e comincia a divenire potente nelle coscienze) una figura “buona” del comune che si manifesta come desiderio di cooperazione moltitudinaria delle singolarità impiegate nel processo produttivo». Il futuro è già presente, e scava dall’interno la struttura (ideologica?) del Capitale, il quale appare sempre più simile a un sepolcro imbiancato, o a quelle statue di gesso che all’interno sono cave: il nulla sotto l’ideologia del potere.

Com’è noto, per Negri il processo di valorizzazione del capitale non si dà più in forma esclusiva dentro la sfera della produzione industriale (agricoltura inclusa, ovviamente), bensì anche e soprattutto nella sfera che genericamente possiamo chiamare dei servizi: da quelli finanziari a quelli afferenti alle «pratiche di cura», passando naturalmente attraverso la grande prateria dei servizi non finanziari basati sulla tecnologia informatica. «Ora, quando i beni (privati) si presentano come servizi, quando la produzione capitalistica si valorizza essenzialmente attraverso i servizi, la proprietà privata sfuma le sue tradizionali caratteristiche di “possesso” e si rappresenta piuttosto come comando sulla (e/o sfruttamento della) cooperazione che costituisce e rende produttivi i servizi». Ma qui cosa si intende per «produzione capitalistica»: la produzione di beni materiali, oppure la produzione – soprattutto – di servizi? Non mi è chiaro. Formulo perfino l’ipotesi che nel primo caso Negri possa confondere la valorizzazione con la realizzazione, la produzione di valore e plusvalore nelle imprese industriali con la sua realizzazione in denaro nel mercato. Possibile? Onestamente non credo.

Sia come sia, a mio avviso i «processi lavorativi che non hanno la fabbrica come centro della produzione di valore», come scrive Benedetto Vecchi recensendo sul Manifesto il libro di David Harvey Città ribelli, sono processi che, molto semplicemente, non producono plusvalore basico o primario, ossia plusvalore nell’accezione marxiana del concetto (4), e in quanto tali essi possono venir ricondotti alla sfera della circolazione del valore, non a quella della sua produzione. Produrre plusvalore e intercettarlo, sottoforma di profitto e di rendita, attraverso gli strumenti sempre più sofisticati e globalizzati della prassi economica capitalistica (servizi commerciali, servizi finanziari, servizi di cura, servizi ricreativi ecc. ecc.) sono due momenti affatto diversi, anche se non separabili ed anzi intimamente connessi, del processo economico che produce e mette in circolazione la ricchezza sociale nella sua forma capitalistica. A mio modesto avviso ultimamente si fa una gran confusione con i concetti marxiani elaborati come critica dell’economia politica. Molti usano la terminologia marxiana per esprimere concetti che sono più affini all’economia politica, a quella classica e – soprattutto – a quella volgare e financo triviale, che alla critica che ne fece Marx. Come sempre l’ambiguità teorica non può non avere una puntuale ricaduta nella prassi dei soggetti politici. Ad esempio, sempre Vecchi allude, nella recensione menzionata, a «Conflitti che vedono protagonisti precari e lavoratori informali, cioè quel precariato che la controrivoluzione neoliberista ha reso forma dominante nei rapporti tra capitale e lavoro» (5). A parte ogni altra considerazione sui «nuovi soggetti sociali» protagonisti dell’antagonismo sociale, la «controrivoluzione neoliberista» denunciata postula per il passato una «rivoluzione» che mi sono perso? Si allude forse ai «formidabili» e per gli operaisti perfino mitici anni Sessanta e Settanta del secolo scorso?

Scrive Negri: «Sapere e reddito sono obbiettivi che qualificano in maniera fondamentale il proletariato cognitivo – sono dall’inizio obbiettivi “politici” tanto quanto lo era l’aumento salariale per il lavoratore industriale». “La lotta contro la riduzione del salario relativo [e cioè oggi, per un reddito sociale] significa anche lotta contro il carattere di merce della forza-lavoro, cioè contro la produzione capitalistica presa nel suo insieme. La lotta contro la caduta del salario relativo non è più una battaglia sul terreno dell’economia mercantile ma un attacco rivoluzionario alle fondamenta di questa economia; è il movimento socialista del proletariato” (Rosa Luxemburg)». Sul reddito sociale, che bene sintetizza la concezione comunarda della «Vita come plusvalore» (Melinda Cooper), mi viene in soccorso Gianfranco Pala:

«Il carattere sociale del salario non deve assolutamente essere frainteso. Vi sono difatti molti, oggigiorno, che sull’onda delle mode riproduttive e fuori mercato, intendono con codesto tipo di dizioni forme spurie di “salario o reddito garantito” dallo stato, mediante prestazioni più o meno accessorie fornite a lavoratori e disoccupati, donne e giovani, cittadini e utenti. Una tal commistione di categorie – e meglio anzi sarebbe dire una tale lista di attributi tra loro incongruenti – conduce a un pasticcio di rapporti di forza, di lotta e di diritti, di assistenzialismo e di elemosina. L’essere sociale del salario è invece unicamente conse­guenza dell’essere merce della forza-lavoro entro il rapporto di capitale po­sto da questo modo della produzione sociale. Dunque, esso è tutto interno alla contraddizione della merce stessa, proprio nel luogo più specifico della riproduzione del capitale. Ovverosia il luogo e il motivo per cui il denaro si trasforma in capitale, l’esistenza e l’individuazione di quella merce peculiare – la forza-lavoro, appunto – che sola è in grado di produrre più del proprio valore. Ma qui, nelle società in cui predomina il modo di produzione capita­listico, di produrlo per altri: una classe per un’altra classe. Più “sociale” di così non può essere […] La confusione sul salario sociale offre l’occasione di un chiarimento immediato anche a proposito del significato ultimo di stato sociale (ovvero stato assistenziale o del “benessere”, welfare state). Le provvidenze messe in atto attraverso il suo apparato altro non sono che una risposta, parziale e ridotta, che il capitale dà, per il tramite del suo stato, rispetto al riconosci­mento pieno del salario sociale della classe lavoratrice […] Perciò, quanto appare al senso comune come “stato sociale” è per l’appunto la limitazione che il capitale, dal suo peculiare punto di vista, impone alla rivendicazione di quel sa­lario sociale che rispecchia, invece, il punto di vista della classe lavoratrice. Altresì è ovvio che la “conquista” dello stato sociale assuma la parvenza di una vittoria del proletariato, proprio perché esso è il punto di mediazione del conflitto economico e sociale cui accede lo stato stesso, in nome del capita­le, allorché la lotta di classe si faccia più aspra e le condizioni economiche permettano simili parziali concessioni in cambio di armonia sociale e stabili­tà politica. Si tratta quindi di una risposta politica consensuale, dunque ideo­logica, all’antagonismo di classe, per indurre l’armonia neocorporativa di contro alla conflittualità» (6).

Sul significato teorico e politico del «reddito sociale» mi riservo di ritornare con un post dedicato interamente a questo tema assai dibattuto nei movimenti antagonisti europei.

Ancora Negri: «A questo punto c’è da chiedersi se il concetto di proprietà privata abbia ancora ontologicamente senso. In realtà, il rapporto tra lavoro e proprietà sembra ormai costituito, nella società a rete, quando le mura della fabbrica cedono, quando il lavoro si raffigura tendenzialmente come relazione di servizio e le connessioni produttive si distendono nella metropoli, quando il valore è astratto dall’intero livello produttivo-sociale – bene, la proprietà privata sembra essere divenuta concetto contingente, privo di necessità: sono infatti la moneta, quindi il capitale finanziario e l’azione pubblica, che sembrano qui stabilire ogni rapporto fra lavoro e comando». Per Marx la forma peculiare, storicamente determinata, della proprietà – considerata in tutte le sue diverse configurazioni giuridiche: privata, pubblica, mista ecc.) – (7) si radica nell’appropriazione di tempo di lavoro altrui. A ben vedere, nel Capitalismo ogni cosa appare, ed è, una questione di tempo. Certamente: il tempo capitalistico come maledizione del Dominio, la cui sopravvivenza non ha insuperabili limiti fisici (economico-sociali: vedi alle voci sottoconsumo e anarchia della produzione, e/o geoeconomici: vedi alla voce saturazione mondiale dei mercati), come credevano i crollisti cresciuti alla scuola della Seconda Internazionale (compresa la Luxemburg dell’Accumulazione del capitale critica di Marx), proprio perché il Capitalismo si fonda sull’immaterialità del tempo di lavoro, perfetta metafora del rapporto sociale vigente nella nostra epoca storica: così impalpabile eppure così straordinariamente concreto e potente.

In fondo, anche l’intellettuale padovano può essere collocato nel filone di quel determinismo economico che ha voluto fissare una scadenza fisica (economica) al Capitalismo, il quale sarebbe già morto, o comunque vivrebbe in una condizione di irreversibile agonia, di modo che tutta la sua attuale prassi (compresa quella imperialistica) non sarebbe un segno della sua «mostruosa vitalità» (Marx), quanto piuttosto un inequivocabile segno della sua irreversibile discesa agli inferi. Scriveva Gioia sempre a proposito di Kautsky: «Il capitalismo sembrerebbe, secondo questa logica, sopravvivere alla decadenza del suo sistema economico solo a causa dell’inerzia delle cose, della storia e della pervicace volontà dei capitalisti di difendere i privilegi acquisiti» (8). Una freccia critica che sembra poter colpire anche il nostro amico comunardo.

metropolis2Insomma, Negri può pensare di essere andato oltre Marx semplicemente perché si è costruito un Marx immaginario rimasto impigliato nella «società mercantile semplice», ossia nelle forme di dominio capitalistico tipiche dell’epoca di Smith e di Ricardo, e non si spiega altrimenti il suo continuo ritornare sulla dimensione sociale del Capitale odierno, come se questa dimensione (a partire dalla tanto enfatizzata cooperazione sociale che, secondo Marx, coinvolge l’intero spazio sociale, e non si arresta alle porte delle fabbriche) non costituisse il punto di partenza della critica marxiana dell’economia politica classica. Il carattere sociale, in un’accezione che i precedenti modi di produzione non avevano mai avuto, del Capitalismo fonda tutta la marxiana teoria del valore, che è poi una teoria dello sfruttamento della capacità lavorativa da parte del Capitale pensato sempre come potenza sociale – concetto che io mi permetto di sintetizzare scrivendo Capitale (e Capitalismo) con la c maiuscola. A questo punto mi permetto una breve digressione, che tuttavia non si allontana di un millimetro dal tema in oggetto.

Chi non conosce le opere “economiche” (notare le virgolette!) di Marx trova quantomeno singolare l’uso dell’aggettivo sociale attribuito al Capitalismo da parte dei “marxisti”. Il più delle volte l’equivoco sorge sulla scorta di una lettura in chiave etica di quell’aggettivo: la socialità come socievolezza, come apertura al «prossimo», contrapposta all’antisocialità di chi si vuole isolare dal e nel mondo, e nega alla vita in comune valori etici intrinseci.

Diversi “marxisti”, poi, qualificano come sociale solo il Capitalismo di Stato, peraltro da essi scambiato proprio come Socialismo, sebbene «reale». Essi prendono sul serio quanto ebbe a dire una volta Margaret Thatcher: «la società non esiste», e così contrappongono il Capitalismo (o «socialismo») di Stato, pregno, a loro dire, di autentici e condivisibili contenuti sociali, al Capitalismo liberista, fondato sulla libera, e persino «selvaggia», iniziativa privata tetragono a quei contenuti.

Tuttavia, per Marx la natura sociale del Capitalismo non ha nulla a che vedere con la fenomenologia della proprietà capitalistica – «pubblica» piuttosto che «privata» o di altro tipo. Egli qualificò l’economia capitalistica come la prima vera economia sociale della storia perché essa trasforma di fatto i singoli processi produttivi e i singoli atti economici in genere in processi e atti oggettivamente sociali, il più delle volte alle spalle dei singoli attori economici. L’astuzia della ragione (storica ed economica) di Hegel e di Smith forse allude in qualche modo alla dialettica del processo sociale capitalistico svelata da Marx. Anche il concetto di «eterogenesi dei fini» ha un suo reale sostrato materiale.

Il carattere sociale del Capitalismo trova la sua massima e più adeguata espressione nel denaro, il cui regno di elezione è la sfera della circolazione, è il mercato: delle merci, dei capitali e del lavoro, il quale è poi una merce, sebbene assai speciale in quanto fonte del valore – di scambio.

Nonostante il processo di valorizzazione capitalistica abbia luogo nella sfera della produzione, è tuttavia nel mercato che esso manifesta concretamente la sua natura sociale. Infatti, è nel mercato che convergono tutte le azioni individuali volte a generare valore e plusvalore; è in esso che si compie quella trasformazione dei valori in prezzi di produzione, basata sulla determinazione del saggio generale (media sociale) del profitto, così importante ai fini della comprensione della reale dinamica del processo capitalistico di produzione colto nella sua totalità. Nel mercato il valore individuale di una merce prodotta da una specifica e singolare impresa deve confrontarsi con il valore dello stesso tipo di merci ma prodotte da altre imprese, la cui composizione organica di capitale, ossia il rapporto tra il capitale investito in mezzi di produzione e materie prime e quello investito in capacità lavorativa, è diversa nelle differenti imprese della stessa branca industriale. «Capitali di grandezza uguale producono merci di valore uguale, se il rapporto fra i loro organici è il medesimo, se investono porzioni di eguale grandezza in salario e in mezzi di produzione … Capitali di eguale grandezza producono al contrario merci di valore molto ineguale quando la loro composizione organica è differente, specialmente se la parte esistente come capitale fisso è proporzionalmente molto diversa dalla parte investita in salario» (9). Ma capitali di eguale grandezza aspirano naturalmente a profitti eguali, e perché ciò sia possibile «bisogna che i prezzi delle merci, in quanto determinati dal saggio generale del profitto, siano molto differenti dai valori delle merci». È precisamente la concorrenza che realizza nel mercato «questo saggio generale di profitto», il quale «non è in generale altro che la perequazione dei differenti saggi di plusvalore nelle differenti merci prodotte da capitali eguali» (ivi, p. 51).

Il denaro può funzionare come valore di scambio universale proprio perché presuppone ed esprime il carattere sociale del lavoro, visto però non dal lato del valore d’uso (la tecnologia e le materie prime che arrivano da diverse parti del mondo), ma da quello del valore di scambio (la composizione organica del capitale), il quale rappresenta il marchio di fabbrica, è proprio il caso di dirlo, della vigente epoca storica. Il denaro è, al contempo e attraverso una dialettica che, almeno prima facie, ha del paradossale, la forma più lontana e più vicina al lavoro considerato nella sua dimensione sociale, peraltro la sola dimensione a esso adeguata. Nel denaro scompare l’essenza sociale della ricchezza capitalistica: lo sfruttamento del lavoro nel vivo processo produttivo; eppure esso può essere nella moderna società borghese ciò che in effetti è, ossia equivalente universale di tutte le merci, solo in grazia della natura sociale del lavoro come sostanza del valore, mentre il tempo di lavoro ne è la misura. Il denaro creditizio, che ha storicamente e attualmente il suo presupposto nella produzione capitalistica di valore, va visto come la confluenza di un numero straordinariamente enorme di attività che hanno luogo nelle diverse sfere dell’economia alla scala mondiale, e sotto questo riguardo il suo mercato è reale almeno quanto lo è la cosiddetta «economia reale» che piace tanto ai nemici della «finanziarizzazione» dell’economia, i quali subiscono il feticismo del denaro di cui parlava l’esorcista di Treviri.

Chiudo la digressione, con la quale ho inteso dire che senza la fondamentale acquisizione circa la natura sociale del Capitalismo Marx non avrebbe potuto sviluppare il concetto di lavoro astratto che gli ha consentito di comprendere pienamente 1. «il doppio carattere del lavoro a seconda che esso si esprima in valore di scambio o in valore d’uso», e 2. la natura «del plusvalore indipendentemente dalle sue forme particolari quali il profitto, l’interesse, la rendita fondiaria, ecc.». Nella lettera a Engels del 24 agosto 1867 Marx confessa di ritenere quegli acquisti teorici «il meglio nel mio libro», soprattutto in riferimento al doppio carattere del lavoro, perché «su di ciò riposa tutta la comprensione dei facts» (10).

Cristina Corradi ha dato, a mio avviso, un’eccellente sintesi del pensiero negriano:

«Facendo riferimento al Capitolo VI inedito del I libro del Capitale, Negri interpreta il nesso tra la fabbrica e la società in chiave di estensione della cooperazione produttiva, di formazione di un lavoratore collettivo che fa venire meno la distinzione tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo. Quando il comando d’impresa si estende alla società e il lavoro produttivo si identifica con il lavoro salariato, sorge la fabbrica diffusa ed emerge la figura dell’operaio sociale: in reazione alla caduta del saggio di profitto, il capitale è costretto a diffondere il processo di valorizzazione alla società, ma la ristrutturazione non può ristabilire margini di profitto perché la diffusione del comando di impresa è anticipata dall’estensione dei comportamenti antagonisti dell’operaio-massa […] Con l’estensione della relazione salariale a tutta la società, la produzione in generale non coincide più con il processo di produzione immediato e viene meno la contrapposizione tra la fabbrica e la società: la società non è più il luogo della passività e della disgregazione, ma diventa il terreno privilegiato del conflitto […] La diffusione della cooperazione produttiva e l’emergenza dell’operaio sociale realizzano, secondo Negri, la tendenza verso la caduta storica della barriera del valore, anticipata da Marx nel Frammento sulle macchine. Nel testo dei Grundrisse Marx metterebbe in crisi la legge classica del valore e svolgerebbe fino in fondo la critica dell’economia politica: l’integrale socializzazione del lavoro provoca la crisi dei rapporti di scambio perché il lavoro singolo non esiste più e il denaro, che non può misurare la forza sociale del lavoro combinato, diventa funzione della riproduzione del rapporto di lavoro salariato […] Per sottolineare che l’autovalorizzazione operaia è esplosione dell’antagonismo, rottura radicale con la totalità dello sviluppo capitalistico, Negri scardina l’impianto dialettico delle categorie marxiane» (11).

In realtà Negri «scardina» innanzitutto la reale dialettica del processo sociale capitalistico, il quale evidentemente non si accorda con il suo noto, quanto del tutto infondato (ideologico) ottimismo della rivoluzione. Le infondate (tanto per ciò che concerne i riferimenti a Marx, quanto, soprattutto, per ciò che riguarda la realtà) teorizzazioni negriane intorno al general intellect mi fanno pensare a quanto disse una volta Marx: «Non sono mai i pensatori originali a trarre le conseguenze assurde. Essi le lasciano ai Say e ai MacCulloch». O ai Toni Negri, sempre cambiando quel che c’è da cambiare – tanto, per la verità.

Metropolis29«Questo termine inglese unico eppure così abusato nell’erudizione marxologica», scrive Pala (La muta intelligenza) a proposito del general intellect. Non solo abusato ma del tutto travisato, come testimonia la riflessione negriana che segue: «Il terzo paradosso è quello che il biocapitale verifica nel suo confronto con i corpi dei lavoratori. Qui lo scontro, la contraddizione, l’antagonismo si fissano quando il capitale (nella fase postindustriale, nell’epoca in cui diviene egemone il capitale cognitivo) deve mettere direttamente in produzione i corpi umani facendoli diventare macchine, non più semplicemente merce-lavoro. Così (nei nuovi processi di produzione) sempre più efficacemente i corpi si specializzano e conquistano autonomia sicché, attraverso la resistenza e le lotte della forza-lavoro macchinica, si sviluppa sempre più espressamente la richiesta di una produzione dell’uomo per l’uomo, cioè per la macchina vivente “uomo”». L’individuo capitalistico ad alta composizione organica dei nostri tempi è qui completamente travisato, e la sua realtà del tutto rovesciata.

Così scrivevo su un post del 13 agosto 2013: «Come ho scritto altrove, il general intellect è in radice l’intelligenza del Capitale. È vero che, come scrive Marx, “Nella sua nuova forma il capitale s’incorpora gratis il progresso sociale compiuto mentre agiva la sua vecchia forma”, ma esso può farlo perché “Scienza e tecnica costituiscono una potenza dell’espansione del capitale” (Il Capitale, I). Lo sviluppo capitalistico promuove sempre di nuovo l’espansione del “cervello sociale” (scuola, università, agenzie formative, pubbliche e private, di vario genere, relazioni sociali mediate tecnologicamente e via di seguito), e questo a sua volta accresce direttamente e indirettamente la potenza sociale del Capitale, il quale sa come mettere a profitto lo sviluppo complessivo della sua società. Solo il rovesciamento rivoluzionario del Dominio può rendere possibile il pieno dispiegamento delle tendenze emancipatrici di cui è gravida, e non da oggi, la società borghese».

«Scrive Slavoj Žižek: “Poiché ha trascurato la dimensione sociale dell’’intelletto generale’, Marx mancò di immaginare la possibilità della privatizzazione dell’’intel­letto generale’ stesso – e questo è ciò che sta al cuore della battaglia intorno alla “proprietà intellettuale”. Negri ha ragio­ne su questo punto” (12).  Ora, chiunque abbia una seppur superficiale dimestichezza con gli scritti “economici” marxiani sa bene come il critico di Treviri non solo non ha mai mancato di mettere in luce la dimensione sociale del general intellect, ma come tale concetto avesse per lui un significato solo all’interno di quella dimensione. Non si ripeterà mai abbastanza che il punto di vista di Marx è eminen­temente sociale e mondiale perché sociale e mondiale è la dimensione del Capitale, già nella sua genesi storica».

«La profit­tabilità (ciò che Žižek chiama, un po’ volgarmente, “privatiz­zazione”) dell’intero universo è il respiro economico-sociale immanente al concetto di Capitale, e Marx questo lo ha capito benissimo e ne ha scritto continuamente. Certo, non ha parla­to della “battaglia intorno alla proprietà intellettuale”, e que­sto, occorre riconoscerlo, è una grave mancanza teorica… Può valere come attenuante per il barbuto di Treviri il fatto che ai suoi tempi il web e le tecnologie “intelligenti” che lo hanno reso possibile non fossero stati ancora inventati? La questione rimane aperta. Intanto ci tocca leggere perle ideologiche di questo tipo: “Il capitale non solo è di­venuto dipendente dal sapere dei salariati, ma deve ottenere una mobilitazione ed una implicazione attiva dell’insieme del­le conoscenze e dei tempi di vita dei salariati”. Un capolavoro di pseudo dialettica hegeliana, non c’è che dire. Il servo, in virtù della sua prassi ricca di esperienze e di conoscenze acquisite attraverso la concreta trasformazione della natura, attraverso il lavoro, riesce in qualche modo ad avere la meglio, almeno sul piano etico, sul suo padrone, incapace di vera soggettività e dipendente dal servo per ciò che riguarda la sua stessa esi­stenza quotidiana. Ma ovviamente le cose stanno esattamente al contrario, perché soprattutto nel “Capitalismo cognitivo” il soggetto della prassi economica è il Capitale, mentre i sa­lariati ne sono gli oggetti, e tanto più essi credono di poter dettare le regole al primo, quanto più testimoniano la loro reale impotenza sociale. Sul terreno del general intellect il “velo tecnologico” gioca davvero brutti scherzi, e anche le menti più fervide fanno fatica a capire che “La razionalità tecnica di oggi non è altro che la razionalità del dominio”» (13).

Per quanto possa apparire vetusta e oziosa ai teorici del cosiddetto Capitalismo post-industriale nonché rigorosamente cognitivo, la marxiana distinzione tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo rimane un’ottima bussola per orientarsi all’interno della complessa prassi sociale capitalistica. E questo la dice lunga non tanto sui meriti di Marx quanto soprattutto sui – presunti – acquisti teorici dei comunardi, i quali ricercano una concretezza “rivoluzionaria” che si fa di anno in anno per un verso sempre più irrealistica, e in ciò essa condivide lo stesso destino di molte ricette vetero e post-keynesiane; e per altro verso sempre più spendibile sul terreno del Dominio sociale che, a chiacchiere più o meno intellettualistiche e salottiere, si dice di voler annientare.

«Non si fanno rivolte per prendere il potere ma per tenere sempre aperto un processo di contropoteri, sfidando i dispositivi di cattura sempre nuovi che la macchina capitalista produce. È su questo terreno che la rappresentanza sovrana va in crisi perché (attratta nel meccanismo della sovranità, distillata nella puzzolente e magica alchimia elettorale) non regge il confronto con la verità e la ricchezza della nuova composizione sociale». Detto che la rivoluzione sociale anticapitalistica non è una rivolta, che il potere non «si prende» (semmai si abbatte), ma lo si costruisce attraverso la prassi rivoluzionaria che annienta il potere politico della classe dominante, e che anch’io ho in odio la «puzzolente e magica alchimia elettorale»; detto questo, non posso esimermi dal dire che i passi negriani appena citati mi puzzano maledettamente di decrepito riformismo piccolo-borghese.

Negri può verificare «ancora una volta la potenza della sua [di Marx] intelligenza rivoluzionaria» solo dopo averne travisato completamente il pensiero allo scopo di mettere in luce la sua (di Negri) intelligenza comunarda, la quale gli avrebbe permesso di penetrare l’essenza della Società-Mondo del XXI secolo. Sempre a chiacchiere, beninteso. «A me sembra», conclude l’intellettuale padovano, «che le conclusioni alle quali arrivo, possano essere (facilmente) tradotte in quelle alle quali arriva Rodotà». Appunto. Ovvero: come volevasi dimostrare.

(1) T. Negri, Lavoro e proprietà a fronte del comune, Euronomade.
(2) K. Kautsky, La via al potere, pp. 37-38, Laterza, 1974.
(3) V. Gioia, Sviluppo e crisi nel capitalismo monopolistico, p. 189, Dedalo, 1981.
(4) Sulla distinzione tra plusvalore primario o basico e plusvalore secondario o derivato, che ha come presupposto concettuale la marxiana distinzione tra lavoro immediatamente produttivo di plusvalore e lavoro che genera generico profitto (ossia un generico plus di valore rispetto al capitale investito), rinvio al mio studio Dacci oggi il nostro pane quotidiano, il cui PDF è scaricabile dal blog.
(5) B. Vecchi, La Comune delle metropoli, Il Manifesto, 12 settembre 2013.
(6) G. Pala, Zibaldone del tempo di lavoro, pp. 23-24, Franco Angeli, 2000.
(7) In un post del 29 luglio 2011 (Miseria del comune) scrivevo: «La mia tesi – fuori moda, lo ammetto – è che, invece, non esiste alcun Bene Comune, giacché tutto quello che esiste sotto il vasto cielo della società capitalistica mondiale (o “globale”) appartiene con Diritto – ossia con forza, con violenza – al capitale, privato o pubblico che sia. Il capitale non si appropria arbitrariamente il Comune, non lo “privatizza”, ma estende piuttosto continuamente la sua capacità di trasformare uomini e cose in altrettante occasioni di profitto, e può farlo perché l’intero spazio sociale gli appartiene, è una sua creatura, una sua naturale riserva di caccia. Questa mostruosa vitalità espansiva – in termini quantitativi e, soprattutto, qualitativi – rappresenta il tratto più significativo e “rivoluzionario” del capitalismo.
Il lavoro (quello “materiale” e quello “immateriale”, quello produttivo di “plusvalore” e quello produttivo di solo “profitto” o di sola “rendita”), la scienza, la tecnologia, l’arte, la cultura e la stessa natura hanno, nel nostro tempo, un’essenza necessariamente capitalistica, cioè a dire al contempo essi esprimono e riproducono sempre di nuovo il rapporto sociale dominante in questa epoca storica. È precisamente questo rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che riempie di contenuti una “categoria economica antidiluviana” (Marx) come quella di proprietà (proprietà privata, proprietà statale, proprietà collettiva), e il concetto di Diritto a esso correlato. “La proprietà di capitale presenta la prerogativa di esercitare un comando sul lavoro degli altri” (K. Marx, Il Capitale, III, p. 1172, Newton, 2005): questa è la forma peculiare della proprietà capitalistica, la quale si regge, fondamentalmente, non sul possesso di cose materiali, ma su un rapporto sociale, sul cui fondamento prende corpo la società-mondo che conosciamo.
Per gente abituata ad associare il socialismo allo statalismo, al capitalismo di Stato (la cui forma “sovietica” diventò celebre sotto il giustamente famigerato nome di “socialismo reale”), persino il Comune di Negri può apparire quanto di più “sovversivo” e “radicale” si possa trovare sul mercato delle ideologie, come un “Manifesto del Partito Comunista versione 2.0”, per dirla col prestigioso Wall Street Journal. Nientemeno!».
(8) V. Gioia, Sviluppo e crisi nel capitalismo monopolistico, p. 189.
(9) K. Marx, Storia delle teorie economiche, II, p. 50, Einaudi, 1955.
(10) Marx-Engels, Lettere sul Capitale, p. 80, Laterza, 1971.
(11) C. Corradi, Panzieri, Tronti, Negri: le diverse eredità dell’operaismo italiano, Consecutio Temporum, 6 maggio 2011.
(12) S. Žižek, First As A Tragedy, Than As A farce, p. 148, Verso, 2009.
(13) M. Horkheimer, T. W. Adorno, L’industria culturale, 1942, in Dialettica dell’illuminismo, p.127, Einaudi, 1997. «Ma questo effetto non si deve ad­debitare a una presunta legge di sviluppo della mera tecnica come tale, ma alla funzione che essa svolge nell’economia» (ivi, p. 128). Il post citato ha come titolo Impiccarsi al “comunismo” di Badiou o al “comune” di Negri? Meglio vivere!

LA SINISTRA DI MARIO TRONTI

totolettoatrepiazze6Michele Smargiassi di Repubblica chiede a Mario Tronti, «filosofo, teorico dell’operaismo, che a 82 anni è la personificazione del pensiero critico della sinistra italiana», se «di sinistra si diventa o  ci si nasce». Ecco la risposta del senatore democratico, il quale sostiene che rimarrà «un intellettuale comunista» in qualunque partito si troverà a militare (e questo la dice lunghissima sul personaggio e sugli intellettuali “marxisti” di ieri e di oggi):

«Ognuno ha la propria risposta. Non amo parlare di me, ma posso dirle che nel mio caso è stato quasi un fatto naturale, da giovanissimo, diventare comunista. Perché quella è stata la mia parola, subito. Ha contato molto l’estrazione popolare della mia famiglia, mio padre comunista col quadro di Stalin sopra il letto, mi sono immesso in quell’orizzonte in modo naturale, ovviamente da lì è partito un percorso lungo e critico».

Talmente lungo e talmente critico da condurlo nella postazione  anticapitalistica che conosciamo. Certo, avere avuto per padre uno stalinista duro e puro mi consiglia di concedere qualche attenuante generica all’imputato. Accidente: ho parlato il linguaggio manettaro dei Travaglio, degli Ingroia e dei Di Pietro! Mi scuso. Forse vedo troppa televisione manettara.

Basta un Tronti qualsiasi per giustificare la mia collocazione politica: né più a “destra” né più a “sinistra” dell’ex teorico dell’operaismo. Piuttosto su un altro terreno (stavo per dire su un altro pianeta!): quello anticapitalistico.

«Le grandi classi non ci sono più, il conflitto frontale non c’è più, i grandi partiti neppure, ma la lotta di classe c’è ancora. Di questo mi permetto di essere ancora sicuro». Quando un intellettuale “marxista” blatera di «lotta di classe», è meglio cambiare subito programma, libro, giornale, sito. La cosa sarà pure intellettualistica, ma non può essere seria. Di questo mi permetto di essere ancora sicuro.

letto2«Da un po’ di tempo dico che si è aperta nel mondo contemporaneo una grande questione antropologica: il senso dell’essere qui, in un mondo allargato e transitorio, in questo disagio di civiltà che non è solo politico e sociale o economico. Come essere donne e uomini in questo mondo? La domanda vera è questa. Rispondo così: è importante avere un punto di vista, partire da una posizione». Dall’operaismo all’esistenzialismo con venature freudiane? Magari! Si tratta piuttosto dell’arrampicarsi sugli specchi “antropologici” di chi un tempo additava ai dominati Paesi come la Russia e la Cina (o la Cambogia di Pol Pot: vedi Noam Chomsky) come realistiche alternative al Capitalismo, e che oggi non riesce a concepire niente che possa oltrepassare radicalmente il «mondo allargato e transitorio» che si stende malignamente sotto il cielo del Capitalismo.

Ad esempio, quando l’intellettuale “marxista” dice che «un altro mondo è possibile» è il caso di farsi una risata, intanto che la mano scivola nervosamente e doverosamente verso la pistola. Alludo alle armi della critica, beninteso.

È proprio vero: «è importante avere un punto di vista, partire da una posizione». Purché non siano il punto di vista e la posizione dell’intellettuale “marxista”.

Vedi anche “Destra” o “sinistra”? Sotto. Molto sotto!

MORSA D’ACCIAIO SUL LAVORO E SUGLI INDIVIDUI

slide_265920_1807266_freeCome ho scritto nei precedenti post dedicati alla scottante questione tarantina, l’azione giudiziaria che ha colpito l’Ilva si inserisce di fatto, “oggettivamente”, all’interno di una logica economica di respiro nazionale e internazionale sintetizzabile nel concetto di competizione capitalistica. Il destino dell’impresa siderurgica italiana non è appeso alla toga del giudice, ma alla legge del profitto.

L’azione giudiziaria tarantina impatta su una “problematica” che non a caso ha iniziato a diventare incandescente, più degli altoforni, nel 2009, anno in cui la crisi di profitto dell’impresa italiana è diventata per così dire ufficiale.  D’altra parte, è tutta la siderurgia del Vecchio Continente, ad esclusione, per adesso, della solita Germania, a mostrare la corda, come testimoniano il Belgio e la Francia, i cui impianti siderurgici sono attraversati da un forte processo di ristrutturazione e razionalizzazione. La concorrenza delle vecchie (Giappone e Germania) e delle nuove (la Cina è in testa nella classifica mondiale dei paesi produttori di acciaio con 419 milioni di tonnellate annue) potenze dell’acciaio è micidiale, tanto più nel momento in cui è il sistema industriale europeo nel suo insieme, e sempre con l’irritante eccezione tedesca, a declinare, con la conseguente contrazione della domanda di materie prime in acciaio, e la ricerca di mercati di approvvigionamento meno cari. (Irritante, beninteso, per la concorrenza, non per chi scrive).

La vicenda tarantina non ha «manifestato plasticamente gli errori reiterati nel tempo», come ha dichiarato il premier italiano nel corso della presentazione alla stampa del decreto legge sull’Ilva; essa ha piuttosto gettato un potente fascio di luce sulle magagne del “modello” capitalistico italiano, profondamente infiltrato dallo Stato, attraverso i suoi vari livelli istituzionali (nazionali e locali, finanziari e politici). Un “modello” che ha cercato di mettere insieme esigenze diverse (ad esempio: competitività industriale e assistenzialismo sociale, ricerca scientifica e clientelismo, accumulazione capitalistica e parassitismo sociale) che sempre più spesso hanno mostrato la loro reciproca insostenibilità “strategica”.

Con politiche governative “sussidiarie” (cassa integrazione, rottamazioni, prestiti a fondo perduto, ecc.) e monetarie (vedi le sempre più rimpiante svalutazioni competitive della vecchia lira) si è permesso alla grande impresa italiana di risparmiare sui costi di manutenzione e di innovazione degli impianti*, che impattano violentemente sul saggio del profitto, e per questa poco virtuosa via di rimanere concorrenziale su mercati internazionali sempre più difficili. Il tutto in cambio di un Welfare gestito sul modello corporativo, in parte ereditato direttamente dal regime fascista, che ha al suo centro l’azione “combinata e sinergica” dello Stato, della Confindustria e del Sindacato. Oggi – diciamo almeno negli ultimi venti anni – tutto questo è diventato insostenibile, e il caso di cui parliamo è solo la punta del metaforico iceberg.

Ma il cosiddetto conflitto fra i poteri dello Stato (Magistratura versus Governo) ha anche messo in luce tutta l’obsolescenza della struttura istituzionale del Paese, sempre meno attrezzata a sostenere gli interessi del Made in Italy in un mondo che, soprattutto in situazioni di crisi economiche e politiche, mette rapidamente ai suoi margini i sistemi nazionali – e persino continentali – incapaci di scelte rapide e inequivoche.

ilva_tarantoIn questo complesso quadro sistemico le opposte tifoserie operaie: i filo-magistrati e i filo-governativi (beninteso, alludo anche al caso Fiat e a tutte le vertenze sindacali che coinvolgono i tribunali del Paese), testimoniano «plasticamente» l’impotenza dei gruppi sociali salariati, incapaci di iniziativa autonoma, come testimonia, per fare solo un esempio, la seguente dichiarazione dell’Unione Sindacale di Base dell’Ilva: «È lo Stato che deve intervenire per risanare la fabbrica e il territorio e ridare un futuro pulito e certo agli operai della città. Per questo bisogna nazionalizzare la fabbrica requisendola alla proprietà senza alcun indennizzo». La cosiddetta “sinistra sindacale” invoca dunque l’intervento del Leviatano posto a difesa dei rapporti sociali capitalistici o, detto in altri e più comprensibili termini, a difesa degli interessi generali del Paese: vedi articoli 42 e 43 della Costituzione. Dal canto suo Nichi Narrazione Vendola ieri ha dichiarato di sperare «che il decreto governativo non tolga la prerogativa alla Magistratura di esercitare l’azione penale di fronte a un disastro ambientale», con ciò ribadendo l’amore dei sinistrorsi nei confronti dell’azione penale dello Stato. Taluni, più creativi del noto narratore di luoghi comuni, pensano di poter usare impunemente «lo Stato borghese» contro la… borghesia, mandando così in crisi le mie scarse capacità dialettiche.

«In generale non possiamo che constatare come, da un lato, in Germania, di fronte ad una novità sostanziale, si metta in moto la catena del dialogo e della concertazione tra imprese e lavoratori, mentre dall’altro, in Francia, di fronte ad una crisi, si svegli subito la voce, anche dura, dello Stato interventista» (Grandi imprese e governi, tre destini diversi, Sbilanciamoci, 27 novembre 2012). Collaborazionismo sindacale e interventismo statale: è il massimo che riesce a concepire l’ideologia statalista (anche nella sua “variante 2.0”, ossia benecomunista), in Italia ancora forte tanto a “sinistra” quanto a “destra”, a testimonianza dello stretto legame di parentela che un tempo legava fascismo e cosiddetto cattocomunismo.

Tromba sul bagnato

Tromba sul bagnato

«Nella giornata di mercoledì una tremenda tempesta ha colpito, devastandolo, proprio lo stabilimento siderurgico, quasi che fosse l’ennesima punizione per la città dannata che non ha saputo proiettarsi al di fuori del novecento» (Francesco Ferri, Taranto e l’Ilva: la tempesta perfetta, UniNomade, 30 novembre 2012). Ma si tratta di proiettarsi al di fuori del Capitalismo, dominato oggi come ieri dalla bronzea legge del profitto. Checché ne pensino i teorici del Capitalismo cognitivo e del post-postmoderno, è dalle mammelle della Vacca Sacra salariata che la mostruosa creatura attinge la sua vitale materia prima, per realizzare a partire da essa ogni sorta di derivato finanziario, attraverso la miracolosa moltiplicazione dei valori fittizi. Di qui, il violento attacco che i lavoratori subiscono su scala nazionale e planetaria soprattutto in momenti di crisi economica, quando la guerra per la spartizione del metaforico latte diventa furibonda. E di qui, ovviamente (?), l’esigenza dell’autonoma iniziativa dei lavoratori, oggi ipnotizzati dall’ideologia dell’interesse generale del Paese (l’Ilva come sito di interesse strategico nazionale) difeso dal Leviatano.

* Com’è noto, la sicurezza sul posto di lavoro (secondo lo standard internazionale del Safety First) e il rispetto ambientale delle «attività antropiche» sono già da tempo entrate a pieno titolo nelle aggressive strategie concorrenziali delle grandi imprese multinazionali tecnologicamente più avanzate – infatti, attraverso le politiche aziendali “rispettose” della sicurezza e dell’ambiente il grande Capitale mette fuori mercato la media e la piccola impresa, incrementando il proprio grado di concentrazione. La strada che mena al profitto può dunque essere lastricata di buone azioni?

COME RENDERE PIÙ PRODUTTIVA LA VACCA SACRA. Qualche riflessione intorno al Patto sulla produttività.

Per Giorgio Cremaschi il Patto sulla produttività firmato lo scorso mercoledì non è che «un imbroglio reazionario», nonché «un concentrato delle ideologie reazionarie che sono alla base dell’agenda Monti». Ancora: «La tesi di fondo che l’ispira è un brutale imbroglio di classe» (Produttività: un imbroglio reazionario, 20 novembre 2012, Blogspot.it). Ho letto i sette punti dell’accordo e non vi ho trovato alcun imbroglio, quanto piuttosto per un verso la ratifica di quello che sta già avvenendo da tempo nelle aziende italiane (vedi incentivo alla contrattazione collettiva di secondo livello), con l’avallo di tutti i sindacati parastatali, a iniziare dalla Cgil, e per altro verso la solita elencazione di problemi strutturali da «affrontare e risolvere urgentemente», pena un più accentuato declino del Bel Paese. Sotto questo punto di vista, non più che una sorta di Manifesto per la produttività, il quale italianamente fa molto affidamento al buon cuore (leggi quattrini) dello Stato.

Insomma, nel Patto non ho riscontrato alcun imbroglio, ma un… minimo sindacale di esigenze capitalistiche, come si evince dai seguenti passi, tratti dal punto due dell’accordo: «Il contratto collettivo nazionale di lavoro – superato definitivamente con il Protocollo del 1993 il sistema di indicizzazione dei salari – avendo l’obiettivo mirato di tutelare il potere d’acquisto delle retribuzioni, deve rendere la dinamica degli effetti economici, definita entro i limiti fissati dai principi vigenti, coerente con le tendenze generali dell’economia, del mercato del lavoro, del raffronto competitivo internazionale e gli andamenti specifici del settore» (da Il Post, 21 novembre 2012). Notare il riferimento al «Protocollo del 1993».

L’esigenza di innalzare la produttività totale – o sistemica – del Paese non risponde, in primo luogo, a un disegno politico-ideologico reazionario, e tanto meno a un «imbroglio di classe», bensì, più semplicemente e radicalmente, a un imperativo categorico: acquisire rapidamente una più elevata capacità competitiva per non uscire con le ossa rotte dalla crisi economica internazionale. Secondo l’entusiasta Guido Gentili si tratta della «svolta per tornare competitivi»: « Oltre due miliardi di sgravi per il salario di produttività per il periodo 2013-2015 indicano da soli l’altezza della posta in una stagione di crisi profonda, dove consumi e domanda interna ricordano flessioni da tempi post-bellici» (Il Sole 24 Ore, 23 novembre 2012).

In effetti, la guerra della produttività sistemica mondiale non è un pranzo di gala, e si dà necessariamente come attacco sempre più violento alle condizioni di lavoro e di vita della vacca sacra salariata, la sola in grado di produrre quel latte che delizia le imprese e tutti i ceti che in qualche modo si nutrono dei derivati di quel latte. Non solo: grazie a quel latte e ai suoi derivati è l’intero edificio capitalistico di un Paese che si rafforza, anche sul piano politico.

Innalzare la produttività media del Paese nei confronti di quella dei più diretti concorrenti (Germania, Francia, Inghilterra, Giappone), ristrutturare l’apparato produttivo delle aziende, ristrutturare il mercato del lavoro, attaccare il parassitismo sociale e la rendita, in modo che l’aumentata produttività del lavoro non si trasformi in un ulteriore ingrassamento e rafforzamento dei ceti sociali che in un modo o nell’altro azzoppano l’accumulazione capitalistica, adeguare lo Stato a questi compiti e alla guerra sistemica mondiale. Attaccare il parassitismo sociale significa, come qualcuno – soprattutto a “sinistra” – finge di non sapere, ristrutturare anche l’apparato burocratico dello Sato (vedi alla voce spending review) e il sistema assistenzialistico o Welfare che dir si voglia.  È questo, in estrema e incompleta sintesi, il Programma Capitalistico che i fatti, non l’ideologia liberista, impongono al Paese. Fatti, meglio: processi sociali la cui dimensione coincide oggi con la Società-Mondo del XXI secolo.

È sufficiente riflettere sul gigantesco sviluppo capitalistico di Paesi come la Cina, l’India, il Brasile e di molti altri ex Paesi in via di sviluppo (ma anche sull’apertura economica dei Paesi europei un tempo assoggettati alla vampirizzazione imperialistica del Capitalismo di Stato sovietico), per capire quanto il mondo è mutato negli ultimi trent’anni, e come questo cambiamento non poteva non riguardarci, prima o poi, dopo aver fatto di tutto per arrestare con le metaforiche pistole ad acqua l’avanzata di un agguerritissimo esercito lanciato alla conquista dei mercati mondiali.

L’ascesa capitalistica di questi Paesi ha svalutato enormemente il lavoro nelle metropoli del Capitalismo mondiale, direttamente, attraverso la concorrenza dei loro lavoratori, molto produttivi e a bassissimo costo, e indirettamente, con l’esportazione di beni-salario (merci che entrano nella formazione del prezzo della capacità lavorativa o capitale disumano) a basso costo, ampliando per questa via il margine del profitto. Rendere più a buon mercato la forza-lavoro è una delle più importanti controtendenze alla caduta del saggio del profitto di cui parlò una volta il barbuto di Soho, in arte Marx.

«Colpisce ovviamente – scrive Guido Gentili – che la Cgil non abbia sottoscritto l’accordo: continuano le “dure repliche della storia”, verrebbe da dire parafrasando Norberto Bobbio, grande coscienza critica della sinistra». Naturalmente la Camusso non ha sollevato nessuna obiezione di principio all’accordo, e anzi ne ha denunciato la presunta inefficacia sul piano del rilancio «strutturale» dell’economia nazionale, che sta molto a cuore alla CGIL, secondo la sua tradizionale politica di «responsabile collaborazione», da Di Vittorio in poi. La leader sindacale si è limitata a ripetere la solita fuffa ideologico-politica intorno alla necessità di conciliare gli interessi del Capitale con quelli del lavoro: praticamente un «imbroglio di classe», per dirla con Cremaschi. D’altra parte la virile segretaria deve tener conto delle spaccature interne alla sua organizzazione, e deve anche far fronte all’iniziativa politica dei soggetti che si muovono a “sinistra” del suo partito di riferimento, che si candita a governare «responsabilmente» il Paese.

L’accordo sulla produttività non è nient’altro che la naturale evoluzione dell’accordo interconfederale del 28 giugno 2011, sottoscritto anche dalla Cgil, e si muove nel solco di quella «rafforzata e dispiegata responsabilità» che ebbe nel famigerato protocollo sottoscritto dalle “parti sociali” il 23 luglio 1993 il suo più compiuto paradigma. Quando l’economia nazionale chiama, la Cgil non fa mai mancare il proprio contributo di responsabilità, che non sempre è in grado di seguire percorsi lineari.

Per Cremaschi «La produttività italiana ha toccato il massimo negli anni 70, quando il potere dei lavoratori nelle imprese e nel mercato del lavoro era al massimo. Da allora è sempre declinata, fino a crollare quando il sistema economico è stato strangolato dai vincoli dell’euro e del liberismo europeo». Cosa c’è di vero in queste affermazioni? Assai poco. Di un qualche interesse c’è la nostalgia per le svalutazioni competitive, che alla lunga hanno presentato il conto all’italico modello capitalistico, e l’ammissione di un interesse, beninteso “da sinistra”, verso «la produttività italiana».

Com’è noto, il boom economico degli anni Sessanta (con il ’62 a segnare il vertice del ciclo espansivo postbellico) fu reso possibile da un’alta produttività del lavoro (di livello tedesco e giapponese, per intenderci), e da bassi salari, un mix virtuoso, sempre per il Capitale, che nel nostro Paese non si è più ripetuto. Alla fine degli anni Sessanta e agli inizi del decennio successivo gli operai italiani si ripresero una minima parte del plusvalore regalato con tanta prodigalità al Made in Italy (grazie anche al collaborazionismo politico-sindacale della «sinistra»), e ciò avvenne in un momento di svolta nella congiuntura economica internazionale. La lentissima dinamica ascendente dei salari italiani incrocerà la curva discendente dell’espansione economica postbellica alla fine degli anni Sessanta. Questo fenomeno (la crescita dei salari al limitare del ciclo espansivo), peraltro tipico nella dinamica capitalistica, fece nascere nella testa di molti intellettuali «operaisti» l’idea che la crisi degli anni Settanta fosse stata determinata dal «contropotere operaio», il quale aveva determinato la caduta del saggio del profitto.

Agli inizi degli anni Settanta il PNL cresceva un po’ più del 6%, la produzione industriale di circa l’8,5% e gli investimenti di oltre il 22% in termini di attrezzatura produttiva. La crescita dell’occupazione e dei consumi era invece molto più contenuta, a testimonianza del notevole sfruttamento della forza-lavoro italiana. Secondo un articolo di Le Monde pubblicato nel 1974, mentre il salario reale era aumentato in Francia del 5%, in Germania del 4,9%, in Gran Bretagna dell’1,6% e in Giappone dell’1,3%, in Italia esso era sceso del 5%, ciò che assicurava un’ottima capacità concorrenziale al Made in Italy. Cosa che peraltro non bastò a innalzare il livello della produttività sistemica del Paese, che alla fine ebbe delle forti ripercussioni sulla stessa capacità concorrenziale delle imprese italiane, afflitte peraltro da un alto costo delle materie prime e da una struttura sociale largamente parassitaria, anche in grazia del gap geosociale Nord-Sud persistente dai tempi dell’Unità nazionale.

La forza della classe operaia nei «formidabili» anni Settanta è un mito che i nostalgici del PCI e dell’area politica che si formò alla sua “sinistra” alla fine degli anni Sessanta non smettono di tramandare e di vendere sul mercato politico. Pare che il vintage politico sia di gran moda.

Nella celebre intervista rilasciata a Eugenio Scalfari nel gennaio 1978, Luciano Lama dichiarava, fra l’altro, quanto segue: «Se vogliamo esser coerenti con l’obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati passa in seconda linea. La politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta e il meccanismo della cassa integrazione dovrà esser rivisto da cima a fondo. (…) Insomma, mobilità effettiva della manodopera e fine del sistema del lavoro assistito in permanenza. Si tratta d’una svolta di fondo. Dal 1969 in poi il sindacato ha puntato le sue carte sulla rigidità della forza-lavoro, ma ora ci siamo resi conto che un sistema economico aperto non sopporta variabili indipendenti. Se il livello salariale è troppo elevato rispetto alla produttività, il livello dell’occupazione tenderà a scendere e la disoccupazione aumenterà perché le nuove leve giovani non troveranno sbocco». Commento velenoso del canuto Eugenio a trentaquattr’anni di distanza: «Debbo a questo punto avvertire i lettori che il testo che hanno fin qui letto non l’ho scritto io e tanto meno il ministro Elsa Fornero, anche se probabilmente ne condivide la sostanza. Si tratta invece d’una lunga intervista da me scritta praticamente sotto dettatura di Luciano Lama, allora segretario generale della Cgil. Era il gennaio del 1978, un anno di gravi turbolenze economiche e sociali, che culminò tragicamente pochi mesi dopo col rapimento di Aldo Moro e poi con la sua esecuzione ad opera delle Brigate rosse» (Una lettera per la Camusso che viene da lontano, La Repubblica, 29 gennaio 2012).

Che cosa sosteneva allora, traducendo dal sindacalese, l’indimenticato – dagli orfani del PCI – leader della Cgil? Nient’altro che l’ABC della prassi capitalistica: solo se i profitti sono pingui l’accumulazione del capitale cresce a un saggio virtuoso, creando le premesse, almeno in linea teorica, per nuove assunzioni. E affinché i profitti siano floridi, occorre che il grado di sfruttamento della capacità lavorativa sorrida all’investimento capitalistico. In poche parole, o si innalza la produttività del lavoro, a parità di salario o magari con un accettabile (per il capitale) aumento salariale, oppure si comprime il salario reale adeguandolo alla vigente produttività del lavoro. Tertium non datur. Mi correggo: è possibile al contempo aumentare la produttività e abbassare il salario reale in termini assoluti, una soluzione che tocca il punto G del capitale.

In ogni caso aumentare la produttività del lavoro, attraverso l’innalzamento della cosiddetta produttività totale dei fattori (afferente la composizione tecnologica del capitale produttivo, l’organizzazione delle imprese e l’efficienza economica complessiva del Paese) e una più intensa concentrazione di capitale per singola forza-lavoro, significa sempre e necessariamente innalzare il grado di sfruttamento della capacità lavorativa per smungerle più plusvalore possibile, perché il processo capitalistico di produzione è innanzitutto processo di produzione di valore, non di semplici oggetti d’uso. Nel Capitalismo una produttività “a misura d’uomo” è un «imbroglio di classe».

«Tutto questo non ha nulla a che fare con la difesa dell’occupazione ma solo con quella dei profitti», piagnucola Cremaschi commentando l’accordo sulla produttività: «Anzi la disoccupazione di massa è indispensabile per costringere i lavoratori a piegarsi al supersfruttamento. La disoccupazione deve restare e crescere, altrimenti il modello non funziona». Non c’è dubbio. Si chiama Capitalismo, il quale non è un «modello sociale reazionario [che] si appoggia su un sistema corporativo di caste e interessi burocratici organizzati», ma un regime sociale altamente disumano regolato in termini sempre più stringenti e dittatoriali dal rapporto sociale di dominio e di sfruttamento Capitale-Lavoro – il lavoro salariato di cui parla la Santissima Costituzione Italiana all’articolo 1, tanto per intenderci.

Molti critici “da sinistra” del Patto mettono l’enfasi sullo spostamento della centralità dal CCNL alla contrattazione di secondo livello. Ora, puntare i riflettori sul contratto collettivo nazionale di lavoro, concepito come l’ultimo baluardo degli interessi operai e della cosiddetta «democrazia sindacale», fa perdere di vista la vera questione oggi all’ordine del giorno per chi ha davvero a cuore le sorti dei lavoratori: la costruzione dell’autonomia di classe. Autonomia di classe significa iniziativa volta alla difesa degli interessi immediati dei lavoratori senza alcun riguardo per gli «interessi generali del Paese», i quali necessariamente corrispondono agli interessi della classe dominante, o delle sue fazioni vincenti. Va da sé che questa iniziativa di lotta oggi non può che avere un respiro internazionale, se vuole centrare il suo obiettivo con l’adeguata efficacia. Sulla base del sindacalismo collaborazionista (Cgil in testa, da sempre) il CCNL sancisce l’impotenza dei lavoratori sottoscritta dalle organizzazioni padronali e ratificata dal Leviatano.

FIAT: RITORNO ALL’ANTICO?

Situazione critica.

Intrattenendosi sull’ultima rappresaglia Fiat contro i lavoratori, Gad Lerner ha parlato di un «ritorno all’antico»: nel 2012 è anacronistico, oltre che barbaro e incivile, mettere in concorrenza fra loro i lavoratori di una stessa fabbrica. «Ritorno all’antico» o ritorno del sempre uguale capitalistico? La seconda opzione mi sembra di gran lunga la più corretta. La crisi economica ha semplicemente messo in chiaro il normale funzionamento dell’economia capitalistica: il profitto prima di tutto. Rispetto a questo imperativo categorico, a questa vera e propria dittatura del Capitale, ogni conquista operaia, vera o presunta che sia, deve necessariamente mostrare la corda.

Dal punto di vista degli interessi nazionali, quelli che stanno a cuore anche a Lerner, sebbene «da sinistra», mi sembra di gran lunga più veritiera la riflessione di Mario Sechi, direttore del Tempo, il quale invita piuttosto a guardare quello che sta succedendo nel comparto automobilistico degli altri paesi europei, a cominciare dalla Francia: le fabbriche automobilistiche del Vecchio Continente sono entrate in una fase di ristrutturazione, riorganizzazione, dismissioni e fusioni che appare ancora più sanguinosa di quella prospettata in Italia dal diabolico (o semplicemente amerikano) Marchionne. Per questo il simpatico (?) direttore ci invita per un verso ad abbandonare ogni provincialismo piagnone, e per altro verso a brindare con l’italico spumante, mettendo per una volta da parte il concorrente champagne. Quest’anno mi sacrifico: festeggerò con tanto whisky, alla salute dei sovranisti d’ogni tendenza politica.

Naturalmente anche a Maurizio Landini, Segretario generale della Fiom, stanno a cuore gli interessi generali del Paese, e da questa patriottica prospettiva bolla come irresponsabile, barbara e antinazionale la decisione della Fiat di segare 19 operai non sindacalizzati dello stabilimento di Pomigliano per far posto ad altrettanti operai reintegrati con sentenza tribunalizia. La Fiat, osserva il simpatico sindacalista, non rispetta le leggi e la Costituzione di questo Paese. Se in Italia esiste un governo degno di questo nome, esso deve farsi sentire e sostenere la lotta dei lavoratori Fiat: noi, dice sempre Landini, vogliamo un Paese che abbia almeno una grande industria automobilistica.

Ebbene, come ho scritto altre volte su questo Blog, per i lavoratori il sindacato italiano è parte del problema, perché la sua prospettiva è interamente sequestrata dagli interessi generali del Paese, i quali, al netto di ogni retorica populistica e di ogni illusione pattizia, rappresentano gli interessi delle classi dominanti e del loro Stato. Instillare nei lavoratori la fiducia nei confronti del Leviatano («le leggi e la Costituzione di questo Paese») significa promuovere la loro impotenza politica e sociale. La conquista dell’autonomia di classe è sempre meno una questione dottrinaria e sempre più una questione di scottante attualità politica.

LA VALORIZZAZIONE CAPITALISTICA AI TEMPI DI TONI NEGRI

Scrive Matteo Pasquinelli: «Hardt e Negri tornano quindi all’idea marxiana del capitale come insieme di relazioni sociali e chiamano ‘comune’ appunto questa capacità di produrre relazioni sociali che vengono catturate dal capitale» (Il numero della bestia collettiva. Sulla sostanza del valore nell’era della crisi del debito, Uninomade, 25 agosto 2012). Per quanto riguarda l’idea marxiana nulla da dire: «Il rapporto di dipendenza materiale non è altro che l’insieme di relazioni sociali che si contrappongono autonomamente agli individui apparentemente indipendenti, ossia l’insieme delle loro relazioni di produzione reciproche diventate autonome rispetto a loro stessi» (Marx, Lineamenti, I, p. 107, La Nuova Italia, 1978). Qui insiste anche l’idea di Mostro sociale (o potenza sociale, nell’accezione marxiana) evocata da Pasquinelli, sebbene all’interno di una diversa costellazione concettuale (quella negriana): benché generato dagli individui, il processo sociale che crea e distribuisce la ricchezza sociale nella vigente forma capitalistica gli si rivolta contro come una «potenza ostile ed estranea». È la maligna dialettica del dominio sociale capitalistico.

È sul concetto di «comune» che non concordo: il capitale non si limitata a «catturare» le relazioni sociali, ma piuttosto le riproduce sempre di nuovo e a tutti i livelli, in ogni luogo dello spazio esistenziale degli individui. Come ho scritto altrove, il capitale non arriva dall’esterno per appropriarsi «il comune», ma lo produce a sua immagine e somiglianza, e quindi gravido di profittevoli opportunità come di contraddizioni d’ogni sorta: economiche, politiche, sociali, esistenziali e via discorrendo. Il general intellect è l’intelligenza del capitale. So bene che questa tesi è poco appetibile in certi settori professionali (ad esempio presso il cosiddetto «proletariato cognitivo»), ma chi “vuole fare” la rivoluzione non deve necessariamente sentirsi al centro del Sistema, né, potenzialmente – e “dialetticamente” –, già oltre.

«La lettura operaista del Capitale», per dirla con Toni Negri, dagli anni ’60 in poi si materializza nello sforzo teso a dare sostanza oggettiva (economica) ai «soggetti sociali» individuati di volta in volta come i «nuovi soggetti rivoluzionari». Per rimanere in qualche modo fedele alla marxiana teoria della rivoluzione sociale (ma in una sua interpretazione un po’ troppo economicista e determinista), l’operaismo ha visto (ha voluto vedere) sgorgare il vitale, e quindi dialetticamente mortale, plusvalore un po’ dappertutto: nelle metropoli, negli uffici, nei centri di formazione, nelle relazioni sociali genericamente intese e via di seguito. Questo vizio d’origine è radicato, a mio avviso, in un’inadeguata critica del “comunismo” italiano (il PCI e la CGIL, da Togliatti a Berlinguer, da Di Vittorio a Luciano Lama), la cui essenza anticomunista (borghese) non è mai stata ben compresa dai teorici dell’operaismo, i quali infatti si sono sempre sentiti interni a quella storia, sebbene “criticamente”. Di qui, anche, una lettura piuttosto apologetica e mitologica della «lotta di classe» in un’epoca in cui il cosiddetto movimento operaio internazionale subiva la maligna egemonia stalinista, anche nella sua variante cinese (maoista). L’attuale impotenza politico-sociale delle classi dominate del pianeta ha molto a che fare con quel triste retaggio. In odio (ma a volte l’odio è solo un amore frustrato) al PCI e al sindacalismo collaborazionista, negli anni Settanta i teorici dei «nuovi soggetti sociali rivoluzionari» hanno voluto dare un fondamento economico alla loro politica: la classe operaia «tradizionale», base sociale-elettorale dei “comunisti”, non ha più quella funzione centrale nella valorizzazione capitalistica che un tempo la ponevano all’avanguardia del processo rivoluzionario. Entrando in crisi, la legge del valore ha messo in crisi anche «l’operaio massa», integrato nel sistema capitalistico; estendendo a tutta la società la legge della valorizzazione, il capitale ha fatto emergere come nuovo soggetto sociale rivoluzionario «l’operaio sociale», ossia il proletariato che vive oltre i recinti alienanti della fabbrica. Una bella suggestione radicata su una teoria completamente infondata. Una suggestione che, ad esempio, ha fatto dire a Negri che «Occupy è il movimento che più sembra aver approssimato l’esperienza della Comune di Parigi» (Qualche questione sullo stato dei movimenti, Uninomade, 20 luglio 2012).

Concordo con Pasquinelli anche sulla non misurabilità empirica, oggettivamente scientifica, del plusvalore, non in contraddizione con la marxiana teoria del valore, ma proprio sulla sua scorta: vedi il concetto di lavoro sociale medio, la cui efficacia non si dà nel luogo immediato della produzione, ma sul mercato, ossia là dove converge la produzione sociale mondiale. Che un nesso fondamentale della produzione del valore (valore e plusvalore) debba assumere efficacia nella sfera della circolazione è qualcosa che spiazza il pensiero non incline all’analisi profonda e dialettica dei processi sociali; l’economia di pensiero che caratterizza lo spirito dei nostri tempi ci suggerisce di arrestarci ai fenomeni di superficie. A mio avviso, anche le modaiole teorie del Finanzcapitalismo e del Capitalismo del debito rimangono impigliate nei fenomeni di superficie.

Detto en passant, a mio avviso è più corretto parlare, a proposito della “teoria economica” di Marx, di una teoria dello sfruttamento, più che di una teoria del valore-lavoro: infatti, attraverso la critica del concetto smithiano-ricardiano di valore il comunista tedesco giunge a puntare i riflettori sul valore d’uso della merce-lavoro, ossia sul lavoro vivo. E qui tocco un punto molto importante: di che plusvalore parliamo?

Pur non essendo un «cronometrista» e non concedendo nulla alla «supposta intrinseca razionalità dell’economia»,a mio avviso «solo dentro il recinto della fabbrica» si genera il plusvalore primario, o basico, che sta a fondamento di ogni tipo di profitto e di rendita. Anche la speculazione finanziaria, con i suoi stratosferici numeri, si regge su quel miserabile fondamento di valore, e difatti periodicamente le sue bolle devono esplodere.

È vero che, per dirla con Negri, il Capitale ha «messo a lavoro» l’intera società, estendendo la propria forza gravitazionale verso regioni della società e prassi sociali un tempo al riparo dai suoi appetiti, cosa che per un verso conferma in modo straordinario il concetto marxiano di sussunzione reale tematizzato soprattutto nel Capitolo VI inedito del Capitale, e per altro verso lo riempie di nuovi importanti, e per certi aspetti inediti, significati. Ciò detto, non tutte le vacche sono nere nella notte del processo di valorizzazione del capitale.

Nel suo interessante scritto del 28 agosto scorso (Spunti di “critica preveggente” nel Capitolo VI inedito di Marx), Toni Negri ritorna proprio sul citato scritto marxiano, puntando i riflettori, tra l’altro, sui concetti di lavoro produttivo e lavoro improduttivo. Me ne sono occupato anch’io in uno studio, pubblicato su questo blog il 15 agosto (Il mondo sdoppiato dell’economia capitalistica), dedicato alla doppia natura della merce-lavoro (in termini di valore: capitale variabile) e degli strumenti di produzione (in termini di valore: capitale costante). Faccio seguire alcune pagine di questo studio dedicate alla dialettica della valorizzazione, non tanto per rispondere indirettamente agli scritti di Pasquinelli e Negri, quanto per dare un contributo alla riflessione su questioni che, al di là della loro rappresentazione formale che può apparire astratta, hanno invece una sostanza di grande e scottante attualità. Basti pensare all’interpretazione della crisi economica in corso e, più in generale, all’interpretazione dei fenomeni sociali nella Società-Mondo del XXI secolo.

***

Marx chiamò variabile il capitale anticipato per l’acquisto di capacità lavorativa non perché individuò in esso, in quanto forma di valore (salari), la fonte del plusvalore, bensì perché solo quel capitale mobilita la viva capacità lavorativa, la sola in grado di creare valore ex novo semplicemente dispiegandosi nel tempo. Preso in sé, nella sua tetragona forma di valore di scambio, il capitale variabile è altrettanto sterile di plusvalore quanto il capitale costante. Tra poco vedremo quanto sia importante anche l’analisi del valore d’uso mobilitato dal capitale costante sotto forma di macchine e di materie prime.

La filiera plus-lavoro → plus-merce → plus-valore ha quindi come momento iniziale un atto della circolazione, ed è precisamente questo fatto la fonte principale di quel misticismo della merce da cui non a caso Marx prese le mosse nella sua critica dell’economia politica. «Alla superficie della società borghese il salario dell’operaio appare quale prezzo del lavoro» (1). Invece il salario è il prezzo del lavoratore, non della sua «magica» prestazione: con quel salario il lavoratore compra ciò che gli occorre per riprodursi sempre di nuovo come venditore di capacità lavorativa – fra i costi di riproduzione naturalmente occorre considerare anche la sua famiglia. A ben guardare, con il salario il capitale non paga la capacità lavorativa (si limita a usarla per un x di tempo stabilito dalla prassi sociale), ma rende piuttosto possibile l’esistenza in vita del prestatore di capacità lavorativa. «Un uomo deve poter sempre vivere del suo lavoro, e il suo salario dev’essere almeno sufficiente a mantenerlo», notava acutamente Adam Smith ne La ricchezza delle Nazioni. Dalla prospettiva appena delineata la natura disumana, alienata e alienante, del lavoro salariato appare in tutta la sua maligna e radicale dimensione.

Scrive Marx: «Il capitalista non scambia un’eguale quantità di lavoro oggettivato con una eguale quantità di lavoro vivo; la quantità di lavoro di cui egli si appropria è superiore alla quantità di lavoro che egli paga» (2).  Qui ancora una volta viene in luce la doppia natura del lavoro: quella oggettiva, morta, che si esprime nel salario, e quella soggettiva, viva, che genera plusvalore attraverso la conservazione dei lavori e dei valori che dal punto di vista del capitale costituiscono un puro costo, sterile ai fini del profitto. La dialettica tra lavoro morto (3) (passato, incorporato nei mezzi di produzione e nelle materie prime, anche sotto forma di ricerca tecnologico-scientifica) e lavoro vivo (presente, chiamato a risuscitare il morto lavoro in termini di valore di scambio e di valore d’uso) è una peculiare acquisizione marxiana, che si colloca in una posizione di discontinuità rispetto all’economia classica, intrappolata nella rigida e morta materialità dei «fattori della produzione» e dei prodotti del lavoro. Anche qui, la cattiva astrazione esibita dal concetto smithiano-ricardiano del valore è l’altra faccia di una concezione che al lato opposto mostra quel materialismo della materia (o materialismo quadratico, come mi piace chiamarlo) che tanta parte ebbe nella definizione smithiana di lavoro produttivo.

Com’è noto, Marx riprende, incorpora e supera il concetto smithiano di lavoro produttivo attraverso la critica della teoria del valore elaborata dal grande economista inglese. Mentre Smith aveva ancorato quel concetto alla forma materiale del prodotto del lavoro, della merce, Marx dissolve ogni residuo feticistico im­plicito nel concetto smithiano, e pone saldamente al centro della definizione del lavoro produttivo e della sua distinzione da quello improduttivo il rapporto sociale di scambio tra ca­pitale e lavoro salariato. Egli arriva a contrapporre il concetto di lavoro produttivo elaborato dai fisiocratici, i quali «giungono persino a dire che soltanto il lavoro che crea un plusvalore è produttivo» (4) (tesi che Marx naturalmente condivide), all’analogo concetto smithiano, ancora impigliato in una «rozza concezione» mate­rialistica del plusvalore (identificato in qualche modo con il «triviale» corpo della merce). A differenza di Smith, il quale si era concentrato sull’aspetto fenomenologico dello scambio tra capitale e la­voro salariato, espresso appunto nella forma astrattamente oggettiva del valore di scambio, Marx punta decisamente i riflettori della sua analisi cri­tica sulla natura storica e sociale di quello scambio, il quale cela dietro il velo monetario della compravendita effettuata da liberi e giuridicamente eguali “soggetti economici” (il detento­re di capitali e il detentore di capacità lavorativa), il rapporto sociale di dominio e di sfruttamento peculiare di questa epoca storica. L’oggettività smithiana è, insieme, astratta, «triviale» e morta, proprio perché non coglie il latto concreto, soggettivo e attivo dell’oggetto: il valore d’uso dei «fattori della produzione».

A questo punto mi permetto una breve precisazione. Nella pagina citata dai Grundrisse Marx dice che «in A. Smith capita di trovare la rozza concezione che il plusvalore debba esprimersi in un prodotto materiale». In effetti, qui sembra che il Tedesco colpisca anche la mia concezione del plusvalore primario o basico, ma non è così. Almeno questo pare a chi scrive. Marx, infatti, così conclude: «Gli attori sono lavoratore produttivi non in quanto producono spettacolo, ma perché incrementano la ricchezza del loro datore di lavoro. Ma che genere di lavoro sia, ossia in che forma esso si materializza, ciò è assolutamente indifferente ai fini di questo rapporto, pur non essendolo dai punti di vista che svilupperemo in seguito». Vale a dire: produttivo è qualsivoglia lavoro dal cui sfruttamento il capitale trae un plus di valore, comunemente chiamato profitto. Sotto questo peculiare aspetto il lavoro di un attore, di una prostituta o di un operaio cadono tutti, con grande scandalo per Adamo Smith (e per il moralista), nella stessa rubrica del lavoro produttivo, a prescindere dal tipo di «bene o servizio» prodotto. La «forma materiale» della merce prodotta (spettacolo, piacere, frigorifero) acquista una decisiva importanza se guardata dalla prospettiva del processo di formazione del valore che sempre di nuovo si aggiunge (ex novo) alla ricchezza sociale già prodotta. Da quella prospettiva, la sola che permette di capire il movimento della società capitalistica nel suo complesso, decisivo diventa la qualità del plus di valore incamerato dal capitalista: si tratta di una mera sottrazione di ricchezza (dalla tasca dei consumatori di arte e di corpi a quella dell’impresario e del magnaccia) ovvero di una creazione di valore prima inesistente? Il solo lavoro che mentre conserva e vitalizza il vecchio valore ne crea di nuovo, prima inesistente sulla faccia della terra, è quello che produce le triviali merci. Per distinguere un qualsiasi tipo di incremento (plus) sul valore anticipato da un generico capitale, da quello originato attraverso la produzione di merci preferisco parlare di plusvalore secondario o derivato, nel primo caso, e di plusvalore primario o basico nel secondo.

Per cogliere questa fondamentale differenza non bisogna concentrarsi sull’aspetto materiale, cosale, del bene prodotto, bensì sulla qualità della capacità lavorativa, ossia sul suo valore d’uso, che nelle condizioni capitalistiche si concretizza in uno sfruttamento. Che la «società immateriale» del XXI secolo debba sostenersi sul “mondo perduto” del valore d’uso è qualcosa che il feticista della merce non potrà mai capire. La crisi economica viene a ricordare al capitale sociale mondiale la sua origine angusta e triviale: la produzione di merci nel processo industriale, la quale ne costituisce ancora la radice, nonché il suo insuperabile limite storico-sociale, che esso cerca di superare sempre di nuovo, attraverso scorribande economiche sempre più spericolate e azzardate. Che tristezza per i teorici della cornucopia e della miracolosa moltiplicazione dei valori mercè la moltiplicazione di valori cartacei.

1. K. Marx, Il Capitale, I, p. 251, Editori Riuniti, 1980.
2. K. Marx, Storia delle teorie economiche, I, p.142, Einaudi, 1955.
3. «Il capitale è lavoro morto, che si ravviva, come un vampiro, soltanto succhiando lavoro e vive quanto più ne succhia» (K. Marx, Il Capitale, I, p. 267).
4. K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, I, p. 322, La nuova Italia, 1978.