E LA CHIAMANO “UTOPIA”!

Un nuovo intellettuale “rivoluzionario”, “visionario” e “utopista” sta calcando la scena del pensiero progressista mondiale: si chiama Rutger Bregman, è giovane e viene dall’Olanda. Naturalmente il noto “Quotidiano comunista” se n’è subito invaghito: «Nel suo libro Utopia per realisti (Feltrinelli) lo storico Rutger Bregman propone un’idea semplice: un reddito di base universale per sradicare la povertà e sganciare i bisogni dell’essere umano dalla schiavitù del lavoro. Il cibo, la casa, l’istruzione dovrebbero essere garantiti a tutti, in maniera incondizionata. Non un favore, ma un diritto fondamentale» (Il Manifesto). Il diritto di essere uomini e donne, semplicemente, e di essere trattati dalla società come tali: che bello! Ci sto! Ma un momento: se tutti sono “sganciati” «dalla schiavitù del lavoro», chi produce i beni e i servizi di cui pure abbiamo bisogno? I robot o i lavoratori che avranno la ventura (anche nota come sfiga) di rimanere invischiati nel mondo della produzione? E poi, di che società stiamo parlando? È presto detto: di questa società, ossia della società capitalistica mondiale. L’«Utopia per realisti» dell’ennesimo nipotino di Proudhon (1) si configura come una riconciliazione tra le classi nel nome della comune identità umana: mera cacca, avrebbe forse detto il forte bevitore di Treviri.

Per quanto riguarda il cosiddetto reddito di cittadinanza, c’è da dire che il concetto (borghese) di cittadinanza rinvia a una visione della società che ne oblitera la stessa essenza: la divisione classista degli individui, un’assoluta maledizione che le classi dominanti da sempre cercano in ogni modo di celare agli occhi dei sottoposti con più o meno sofisticati espedienti politici, ideologici e istituzionali. La cittadinanza che renderebbe uguali tutti gli individui al cospetto del Leviatano è una menzogna, e così l’affermazione di una comune identità umana dei “cittadini” fatta nel seno della società che nega in modo sempre più radicale la stessa possibilità di un’esistenza autenticamente umana. Di qui, la necessità di conquistare rapporti sociali pienamente umani, o semplicemente umani. Dopo tutto, non stiamo forse parlando di “utopia”? Ah, già, dimenticavo: l’utopia buona è solo quella «per realisti»!

«A ben vedere però l’idea non sembra essere di così facile applicazione», commenta Roberto Ciccarelli, che ha intervistato per Il Manifesto il brillante scienziato sociale olandese: «il lavorismo, che pervade le culture di sinistra e di destra, e quella di coloro che pensano che entrambe siano superate», renderebbe infatti impossibile l’implementazione di una proposta che invece, a ben vedere, parla il linguaggio del realismo. Non ci credete? Allora leggete quanto segue «Non sono in molti oggi – argomenta Bregman – a ricordare che alla fine degli anni Sessanta quasi tutti credevano che gli Stati Uniti avrebbero dovuto sviluppare una qualche forma di reddito di base universale. Sia la destra che la sinistra erano favorevoli. Così Nixon pensò: se tutti lo vogliono, allora facciamolo. La sua legge sul reddito di base andò due volte in parlamento, ma fu abbattuta dai democratici. Non perché fossero contrari, ma perché lo ritenevano troppo basso! È una storia abbastanza bizzarra, piena di strane contingenze». E sì, questi servitori del Capitalismo e dell’Imperialismo quando vogliono sanno essere davvero bizzarri!

A proposito di «lavorosmo», fissazione ideologica (o religione) che secondo Ciccarelli sarebbe il maggior ostacolo alle proposte utopiste-realiste di Bregman, qui mi permetto di notare con un certo piacere la conferma del “mio” mantra: la cosiddetta sinistra e la cosiddetta destra condividono un comune terreno di classe (capitalistico), perché solo politiche e ideologie filo-capitalistiche possono esaltare il lavoro salariato – il tanto decantato e glorificato «capitale umano». Com’è noto, il «lavorismo» in Italia ha avuto soprattutto una matrice cattostalinista, e se ne trovano abbondanti tracce nella «Costituzione – borghese – più bella del mondo». Quando sente parlare in modo apologetico di lavoro (salariato!) e di “economia reale” (quella che rende possibile la creazione del vitale plusvalore attraverso lo sfruttamento della capacità lavorativa vivente) l’anticapitalista conseguente non può fare a meno di mettere subito la mano alla metaforica pistola. Dall’arma della critica, alla critica delle armi, diceva quello. Per adesso dobbiamo accontentarci delle metafore. Si fa per dire, compagno Minniti!

Nella nostra epoca “post-fordista” il fatto stesso di esistere significa essere produttivi di «valore sociale» perché ogni attività, anche quella non immediatamente economica o addirittura ludica, produce ricchezza: i teorici del Capitalismo cognitivo giustificano in questi termini la rivendicazione di un reddito universale di base (2). Il lavoro di cui parlano questi “post rivoluzionari” è talmente produttivo di valore, che per essere remunerato ha bisogno della fiscalità generale, ossia della tassazione dei cittadini – e non è detto affatto di quelli più abbienti. Ma ritorniamo al nostro “utopista” olandese: «Reddito universale di base significa soldi gratis per tutti» (Utopia per realisti); ma com’è noto nel Capitalismo nessun pasto è gratis! In generale, per quanto riguarda la rivendicazione di un salario o di un reddito garantito dal Leviatano (e sempre al netto delle eventuali fumisterie ideologiche che ne sorreggono l’impianto “dottrinario”), occorre tenere in mente che la fiscalità generale per i lavoratori si risolve generalmente in un secco prelievo alla fonte del loro reddito. L’intellettuale di Westerschouwen vuole «responsabilizzare» i poveri regalandogli i soldi: mi prenoto!

Dal punto di vista di chi si batte per realizzare le condizioni dell’autonomia di classe e della solidarietà tra i proletari (d’ogni “razza, colore e nazione”), la rivendicazione di un «reddito minimo garantito», o come si voglia altrimenti chiamarlo, ha senso solo se essa non si risolve in un ennesimo strumento di divisione e di indebolimento dei lavoratori e di rafforzamento dello Stato capitalistico, il quale soprattutto nei periodi di crisi sociale ama vestire i panni del Padre buono che pensa soprattutto “agli ultimi”. Solo con la lotta di classe “gli ultimi” riescono a migliorare la loro condizione di esistenza e, al contempo, a conquistare lo status di combattenti per l’emancipazione sociale. Solo con e nella lotta di classe i dominati conquistano gradi di libertà e di dignità altrimenti inarrivabili. Se mi si consente la metafora, il povero Cristo deve farsi Spartaco. Gli “umanitari” lavorano invece per fare degli “ultimi” degli assistiti dalla fiscalità generale, dei sudditi eternamente grati al Leviatano che li nutre, li veste e li alloggia. Abbiamo visto ultimamente come in Venezuela il proletariato assistito con ciò che ancora percola dalla rendita petrolifera si sia schierato a difesa del regime ultrareazionario di Maduro.

Lo so che il discorso degli “umanitari” oggi è infinitamente più popolare del mio, ma io non sono un populista, come non sono un realista. Di più: sono un arcinemico del populismo (di “destra” e di “sinistra”) e del realismo.

Confessa il nostro giovane intellettuale (che si batte per «la creazione di un populismo positivo e aperto»): «Vorrei uno Stato grande in termini economici (che raccoglie soldi con le tasse e li ridistribuisce) ma piccolo per quanto riguarda il controllo sull’individuo e la sua libertà» (La Repubblica). Questa sì che è davvero un’“utopia”! Detto en passant e per ribadire il concetto di cui sopra, non è che il «populismo positivo e aperto» di certi sinistri appaia ai miei irrealistici occhi meno cattivo del populismo negativo e chiuso propagandato dai destri: nella buia notte della società capitalistica tutti quelli che a vario titolo cercano di vendere fuffa ideologica alle classi subalterne, per rafforzare la loro attuale condizione di impotenza sociale e politica, mi appaiono neri, indistintamente, proprio come le celebri vacche hegeliane.

Ancora Bregman: «L’idea di reddito di base supera la distinzione tra destra e sinistra. Nel senso che è di sinistra l’idea di sradicare la povertà, ed è di destra il fatto che promuove la libertà individuale. In realtà, sono convinto che il reddito possa essere davvero il coronamento della socialdemocrazia. O, come l’ha definito un filosofo, la “via capitalistica al comunismo”» (Il Manifesto). Come no? Naturalmente «la via capitalistica al comunismo», se considerata con serietà “critico-scientifica”, è un’assoluta fregnaccia; d’altra parte occorre considerare il tipo di “comunismo” che hanno in testa gli intellettuali di tutte le tendenze politico-ideologiche, i quali associano il “comunismo” al Capitalismo di Stato o a qualche altra forma di Capitalismo non meglio definito, ma possibilmente «dal volto umano»: sic! Per l’anticapitalista che non ama sfoggiare letture marxiane (peraltro mai digerite) nei salotti avvezzi allo «spirito dell’utopia» (e così abbiamo sistemato anche il povero Ernst Bloch!), non si tratta semplicemente di «sradicare la povertà», ma di eliminare la divisione classista degli individui (emancipando se stesso, il proletariato emancipa l’intera umanità, diceva quello) e di rendere possibile la «liberazione di ogni singolo individuo», perché «nel mondo attuale il libero sviluppo dell’individuo completo è reso impossibile» (3). La libertà individuale di cui parla la “destra” è una gigantesca menzogna nel seno della società retta da leggi che gli individui non controllano e che anzi subiscono alla stregua di «potenze estranee e ostili». Come diceva sempre l’uomo con la barba, un conto è ciò che gli individui credono di essere, ad esempio liberi e belli, per citare una vecchia reclame, un altro ciò che essi sono realmente sulla base di un determinato processo sociale. Chi non controlla la prassi che rende possibile la nostra stessa esistenza su questo pianeta, può solo illudersi di essere libero. Nemmeno i capitalisti singolarmente presi sono liberi di prendere decisioni sulla loro attività: sopra le loro teste incombe infatti l’imperativo categorico del profitto, che li costringe a scegliere solo le pratiche che garantiscono all’investimento il pieno successo. «Ciò malgrado, l’operaio sin dall’inizio si eleva al di sopra del capitalista, in quanto quest’ultimo è radicato in quel processo di alienazione e vi trova un assoluto appagamento, mentre l’operaio, in quanto sua vittima, si pone sin dall’inizio in un rapporto di ribellione verso di esso e lo avverte come un processo di asservimento» (4). L’anticapitalista si sforza di orientare in senso rivoluzionario quel «rapporto di ribellione», mentre i difensori dello status quo sociale, “utopisti realisti” compresi, cercano di depotenziarlo e ingabbiarlo in ogni modo. Sappiamo chi finora ha avuto la meglio.

Ad ogni modo, al concetto cattolico e laico di povertà contrappongo il concetto marxiano di miseria sociale, il quale dal lato specificamente “economico” mette in luce la crescente indigenza dei lavoratori in rapporto all’aumenta produttività del lavoro (5). Scriveva Camillo Benso conte di Cavour: «Se ci vien fatto di dimostrare che la carità legale può essere utilmente introdotta nelle società moderne, noi avremo tolto al comunismo i suoi più formidabili argomenti, e segnata la via a migliorare le sorti delle classi più numerose, senza mettere a repentaglio l’esistenza stessa dell’ordine sociale» (6). Come a suo tempo Cavour, molti, a “destra” come a “sinistra”, pensano che “Comunismo” significhi assicurare un piatto di minestra, qualche vestito e un tetto a tutti: la miseria (quasi!) generalizzata, insomma. Una miseria che in ogni caso richiederebbe, come già detto, il servile consenso dei miserabili, consapevoli che al peggio non c’è limite e avvezzi a pensare che «chi si accontenta gode» e che «l’ottimo è nemico del bene».

«Paesi come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna – osserva Bregman – sono oggi cinque volte più ricchi del 1930. Ma, a differenza di quanto sperato, il tempo libero non è affatto aumentato. Così oggi lavoriamo paradossalmente molto più di ottant’anni fa, anche per colpa delle nuove tecnologie – smartphone su tutte – che ci impediscono di separare vita professionale e privata» (La repubblica). Ma sul fondamento dei vigenti rapporti sociali non c’è affatto da stupirsi, tutt’altro. La lamentela del Nostro è tanto comune quanto “paradigmatica” del modo di pensare della scienza sociale progressista dei nostri giorni. Su questo aspetto rimando a diversi miei post (7). Quanto infantile e concettualmente indigente sia il pensiero economico-sociale di Bregman possiamo apprezzarlo anche dai passi che seguono: «John Maynard Keynes diceva che entro il 2030 le macchine ci avrebbero permesso di lavorare non più di 15 ore. Potremmo già farlo se non avessimo inventato l’iperconsumo. Invece di lavorare meno per produrre quanto serve, lavoriamo di più per creare cose inutili, inquinando e impegnando cervelli in attività vuote» (La Repubblica). Ma la tecnoscienza oggi non serve a liberare gli uomini dal lavoro ma a renderli più produttivi e sempre più adeguati alle molteplici necessità del Capitale: nella loro qualità di lavoratori, di consumatori, di scienziati e così via. Il problema ovviamente non è «l’iperconsumo» ma (e so benissimo di ripetermi: però quando ci vuole, ci vuole!) l’economia – e l’intera società – che ha nella ricerca del profitto il suo assoluto fondamento, il suo più grande e storicamente ineliminabile movente. Ineliminabile, beninteso, senza contemplare – e poi magari “fare” – la rivoluzione sociale. Il problema non è quello di «ripensare il concetto di lavoro», ma di superare senz’altro la società fondata sullo sfruttamento del lavoro salariato: come sempre non è questione di «rivoluzione culturale», una merce ideologica che tanto piace agli intellettuali di “sinistra”, ma, appunto, di rivoluzione sociale. Ovviamente al “visionario” olandese non importa un fico secco della prospettiva rivoluzionaria qui ricordata: «Il capitalismo è una fantastica macchina per creare prosperità.  […] È proprio perché siamo ricchi come mai prima d’ora che oggi abbiamo i mezzi per completare il successivo passo nella storia del progresso: dare a chiunque la sicurezza di un reddito minimo. È quello che il capitalismo avrebbe dovuto cercare sin da subito» (da Utopia per realisti). Davvero miserabile il concetto di progresso storico che ha in testa Bregman. Per mutuare John Maynard Keynes, un economista tenuto in grandissima considerazione dal nostro bravo “utopista”, da troppo tempo ci alleniamo a combattere, non a vivere da uomini: si tratta di rendere possibile la «Società umana libera» (Marx), libera in primo luogo dalla cieca necessità (sociale e naturale) e da ogni forma di coercizione: materiale, ideologica, psicologica. Utopia (nell’accezione che ne dà chi scrive: luogo che ancora non esiste) impossibile nella società divisa in classi. Come ho scritto su un post di qualche anno fa, il comunismo è un lusso che l’uomo del XXI secolo può permettersi, e per certi aspetti lo stesso libro qui preso di mira lo conferma.

A proposito di comunismo! Scrive Bregman nel suo libro: «Certo, la storia è piena di varianti orribili di utopismo (fascismo, comunismo, nazismo)». Il “comunismo” ridotto a un’orribile variante di utopismo e messo nello stesso escrementizio sacco che ospita il fascismo e il nazismo: di questo il Dominio vigente non ringrazierà mai abbastanza lo Stalinismo che ha distrutto l’esperienza sovietica dell’Ottobre e ha costruito il Capitalismo in Russia nel nome appunto del “comunismo”. Ha detto ieri il Presidente americano alle Nazioni Unite (riassumo): «Dall’Unione Sovietica a Cuba e al Venezuela la storia ha dimostrato che il socialismo lì non è stato applicato male, ma come esso sia esattamente quello che appare: miseria e oppressione». Una tesi che inchioda stalinisti e post stalinisti – anche quelli con caratteristiche cháviste. Le classi dominanti dell’intero pianeta stanno ancora pagando a caro prezzo la costruzione della più grande menzogna del XX secolo, la quale tra l’altro consente a un Bregman qualsiasi di fare bella figura nei salotti del progressismo mondiale esternando concetti e illusioni piccoloborghesi di rara insulsaggine.

Se capisco bene, l’«utopia» proposta da Rutger Bregman non è «per realisti» ma per chi auspica un Capitalismo privo di contraddizioni e di antagonismi sociali: più che un’utopia, una miserabile chimera, la quale si aggiunge alle tantissime chimere generate dal pensiero borghese e – soprattutto – piccolo borghese ormai da oltre due secoli. Lo sviluppo del Capitalismo e il progresso della tecnoscienza hanno dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio quanto sia ingenuo e illusorio credere di poter sfruttare le conquiste del vigente modo di produrre e distribuire la ricchezza sociale contro questo stesso mostruoso (disumano) meccanismo sociale senza prima sradicare di netto i rapporti sociali di dominio e di sfruttamento che lo rendono possibile. Tutte le cosiddette utopie che non considerano la necessità storico-sociale del superamento rivoluzionario del Capitalismo non sono che ricette, più o meno realistiche, più o meno sensate e radicali dal punto di vista borghese, intese a salvare le chiappe del Capitale da funzionari economici e politici considerati poco lungimiranti e poco intelligenti dalle solite mosche cocchiere.

Di realistica nella concezione del mondo di Bregman c’è solo l’esigenza di gestire alla meglio le contraddizioni sociali nell’epoca della sottomissione totale e capillare dell’uomo e della natura al Capitale; quanto alle ricette da lui proposte i fatti si incaricheranno di testarne la bontà. Per molti aspetti, e ovviamente per come la vedo io, le proposte dell’intellettuale olandese appaiono molto più “utopistiche” e assai meno realistiche di quelle informate dal pensiero radicalmente (autenticamente) anticapitalista. E allora, tanto vale…

(1) Vedi Sul concetto di miseria sociale e sui proudhoniani 2.0 e Profitto versus rendita.
(2) Sulla presunta crisi della teoria marxiana del valore, che, è bene ricordarlo, è in primo luogo una teoria dello sfruttamento del lavoro salariato, rimando ai post dedicati ai “comunardi” alla Toni Negri: Le superstizioni comunarde di Toni Negri; La valorizzazione capitalistica ai tempi di Toni Negri; La coscienza di classe nella rete; Cripto-moneta del Comune e “acciarpature monetarie”; Miseria del Comune; Quel che resta di Toni Negri.
(3) Marx-Engels, L’ideologia tedesca, Opere, V, p. 254, Editori Riuniti, 1972. Bregman sostiene che «È di destra promuovere la libertà individuale»: questo la dice lunga, molto lunga, sulla cosiddetta sinistra, non a caso figlia dello stalinismo e ancora oggi impregnata di statalismo in modo odioso. Associare il “marxismo” di Marx all’ostilità nei confronti dell’individuo e della sua libertà è un luogo comune resistente quanto infondato. Cito da un mio post: «”Voi amate l’uomo, e perciò tormentate il singolo essere, l’egoista; il vostro amore degli uomini è tormento di essi” (M. Stirner, L’unico e la sua proprietà, 1845, p. 274, Ed. Anarchismo, 1987). Nient’affatto, risponde Marx: noi desideriamo che “il singolo essere, l’egoista” diventi un uomo in carne ed ossa, desideriamo che il concetto prenda corpo, corpo umano. “Nella storia fino ad oggi trascorsa è certo un fatto empirico che i singoli individui, con l’allargarsi dell’attività sul piano storico universale, sono stati sempre asserviti a un potere a loro estraneo (oppressione che essi si sono rappresentati come un dispetto del mondo), a un potere del cosiddetto spirito che è diventato sempre più smisurato e che in ultima istanza si rivela come mercato mondiale. Ma è altrettanto empiricamente dimostrato che col rovesciamento dello stato attuale della società attraverso la rivoluzione comunista questo potere così smisurato per i teorici tedeschi verrà liquidato, e allora verrà attuata la liberazione di ogni singolo individuo” (Marx-Engels, L’ideologia tedesca, p. 66). Nota bene: di ogni singolo individuo. Nella Comunità umana non solo l’individuo non è sacrificato alle necessità della totalità sociale, come avviene nelle società classiste, ma essa è, per così dire, predisposta fin nei dettagli per rendere possibile il libero dispiegamento del potere “di ogni singolo individuo” sulla propria esistenza. Solo così la totalità sociale, sottomessa al controllo degli individui, non ha modo di darsi in guisa di potere sociale estraneo e ostile che si afferma sulla testa dei suoi stessi creatori, secondo la maligna dialettica che da sempre ha inquietato i poeti e i filosofi umanamente sensibili. Umana è la Comunità che fa dell’uomo, del singolo individuo, la sua totalità».
(4) K. Marx, Il Capitale, capitolo VI inedito, p. 19, Newton, 1976.
(5) Per Marx la miseria sociale del proletariato cresce in termini relativi nella misura in cui cresce in termini assoluti la ricchezza sociale nella sua odierna forma capitalistica: «Il salario reale può rimanere immutato, anzi può anche aumentare, e ciò nonostante il salario relativo può diminuire. […] Quantunque l’operaio disponga di una maggiore quantità di merci che non prima, il suo salario però è diminuito in rapporto al guadagno del capitalista […] Se dunque con il rapido aumento del capitale aumentano le entrate dell’operaio, nello stesso tempo però si approfondisce l’abisso sociale che separa l’operaio dal capitalista, aumenta il potere del capitale sul lavoro, la dipendenza del lavoro dal capitale. […] La situazione materiale dell’operaio è migliorata, ma a scapito della sua situazione sociale. L’abisso sociale che lo separa dal capitalista si è approfondito» (K. Marx, Lavoro salariato e capitale, pp. 64-68, Newton, 1978).
(6) Cit. tratta da F. Mezzi, Cavour e la questione sociale, versione digitalizzata, 2007, p. 26.
(7) Sul potere sociale della scienza e della tecnologia; Robotica prossima futura. La tecnoscienza al servizio del dominio; Capitalismo cognitivo e postcapitalismo. Qualunque cosa ciò possa significare; Capitalismo 4.0. tra “ascesa dei robot” e maledizione salariale; Accelerazionismo e feticismo tecnologico.

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MARCINELLE 1956, MEDITERRANEO 2017. UNA FACCIA, UNA DISGRAZIA

Ni chiens, ni italiens!

Né cani, né africani!

Né cani, né africani, né omosessuali!

Né cani, né africani, né omosessuali, né…

 

Com’è noto, nell’immediato dopoguerra l’Italia siglò con il Belgio un accordo che prevedeva quote di carbone estratto nelle miniere di quel Paese in cambio di manodopera italiana, a testimonianza del fatto che, come diceva l’uomo con la barba, nel Capitalismo «il lavoro-merce è una tremenda verità». Scriveva Paolo Di Stefano sul Corriere della Sera del 16 agosto 2016: «Eravamo Poveracci. Partivamo dal Nord, dal Centro e dal Sud con un panino o un’arancia in tasca, fuggivamo dalla povertà. I manifestini rosa che invitavano i ragazzi a emigrare in Belgio promettevano case per le famiglie, assicurazioni e buoni stipendi. Niente fu mantenuto: in Belgio gli operai venivano ospitati nelle baracche dei prigionieri di guerra. Erano partiti per cercare un po’ di benessere ma anche per rimediare alle lacune della manodopera belga che non voleva più scendere in miniera e preferiva lavorare nelle fabbriche. Il governo italiano, nel 1946, aveva firmato un accordo con Bruxelles che prevedeva uno scambio: per 1000 minatori mandati in Belgio, sarebbero arrivate in Italia almeno 2500 tonnellate di carbone. Uno scambio uomini-merce». Marxianamente parlando quest’ultima frase andrebbe riscritta come segue: uno scambio di uomini ridotti a merce con altra merce (materia prima); capitale/lavoro vivo (il mitico “capitale umano”) contro capitale/lavoro morto.

Leggo da qualche parte: «L’8 agosto 1956 nella miniera del Bois du Cazier, in Belgio un incendio causò la morte di 262 minatori di cui 136 italiani. La miniera di Marcinelle è diventata un simbolo e un santuario della memoria per tutti gli emigranti italiani che hanno perso la vita sul lavoro, spesso un lavoro duro, faticoso e pericoloso». La ricostruzione postbellica non fu esattamente un pranzo di gala, da nessuna parte. Ebbene, l’Italia ha fatto di quelle vittime del Capitale e degli interessi nazionali degli eroi, dei soldati-minatori caduti sul fronte del lavoro per mantenere alto l’onore e il prestigio della Nazione: «La memoria di questo tragico evento, che nel nostro Paese celebriamo come Giornata del Sacrificio del lavoro italiano nel mondo [che definizione fascistissima!], deve servire da guida per noi e per i nostri figli. Le nostre comunità all’estero non sono solo viste come destinatarie di servizi, ma anche e soprattutto come una componente essenziale della politica estera dell’Italia». Queste le dichiarazioni rilasciate dal sottosegretario agli Affari Esteri, Vincenzo Amendola, nel corso della commemorazione delle vittime di Marcinelle. Per quanto mi riguarda la nazionalità di quei salariati uccisi dai rapporti sociali capitalistici non ha alcuna importanza; «Non dimenticare Marcinelle» per me non significa in alcun modo sostenere le politiche di chi cerca di gestire le contraddizioni sociali ai fini della difesa dello status quo sociale implementando una strategia “buonista” («Gli immigrati fanno i lavori che noi italiani non vogliamo più fare, frenano il calo demografico nel Paesi ricchi e ci pagano le pensioni!»); né significa, ovviamente, tessere l’elogio dell’immigrato italiano “buono” (come i macaronìs!) che sgobbava senza lamentarsi – mentre i negracci che purtroppo riescono a sopravvivere al deserto, ai carnefici dei lager libici e ai pesci del Mediterraneo non hanno voglia di fare nulla di costruttivo!

Il 61esimo anniversario della strage di Marcinelle, celebrato lo scorso 8 agosto, ha offerto ai “buonisti” e ai “cattivisti” che si disputano la scena politica nazionale un’eccellente occasione per esibirsi dinanzi al pubblico dei rispettivi tifosi e detrattori. Come abbiamo visto il fronte buonista ha avuto i suoi campioni nel Presidente della Repubblica Sergio Mattarella («Generazioni di italiani hanno vissuto la gravosa esperienza dell’emigrazione, hanno sofferto per la separazione dalle famiglie d’origine e affrontato condizioni di lavoro non facili, alla ricerca di una piena integrazione nella società di accoglienza . È un motivo di riflessione verso coloro che oggi cercano anche in Italia opportunità che noi trovammo in altri Paesi e che sollecita attenzione e strategie coerenti da parte dell’Unione Europea»), nel Ministro degli Esteri Angelino Alfano («La tragedia di Marcinelle ci dà ancora oggi la forza di lavorare per un’Europa più coesa e solidale, come l’avevano immaginata i padri fondatori. Un’Europa che trae origine e sostanza dal genuino spirito di fratellanza fra i suoi popoli. Mi riferisco in particolare al flusso continuo di migranti disperati che oggi, come allora, cadono troppo spesso vittime») e, dulcis in fundo (ma si fa solo per dire), nell’immancabile Presidente (o Presidenta? o Presidentessa?) della Camera Laura Boldrini: «L’anniversario della tragedia di Marcinelle ci ricorda quando i migranti eravamo noi. Oggi più che mai è nostro dovere non dimenticare». Non dimenticare cosa esattamente? E «noi» e «nostro» in che senso? Ad esempio, chi scrive cosa ha da spartire con i campioni del buonismo appena citati? La nazionalità? Non c’è dubbio; ma è, questo, un connotato anagrafico che sempre chi scrive respinge sul terreno della lotta (si fa quel che può!) anticapitalistica, la quale, come ho già accennato, dissolve ogni appartenenza nazionale, razziale, religiosa e quant’altro per porre al centro dell’attenzione la disumana prassi del Dominio, la maligna entità storico-sociale che rende possibile anche le carneficine, in tempo di guerra come in tempo di – cosiddetta – pace. È questo d’altra parte il filo nero che lega la Marcinelle del 1956 al Mediterraneo del 2017. Ovviamente e come sempre, mutatis mutandis.

Cambiando dunque l’ordine cronologico delle stragi, il colore della pelle degli sventurati e il contesto storico/geopolitico degli eventi qui evocati, il risultato non cambia. E si chiama Capitalismo, la cui dimensione oggi è mondiale. La spinta migratoria che origina soprattutto nell’Africa subsahariana ha moltissimo a che fare con le dimensioni e con la natura invasiva del Capitalismo, il quale genera “scompensi”, magagne e contraddizioni sia là dove esso per così dire abbonda (vedi il cosiddetto Nord del mondo), sia là dove invece esso è asfittico e tarda a decollare, e questo, nella fattispecie, soprattutto a cagione della prassi colonialista e imperialista che vide protagonisti alcuni Paesi europei già a partire dalla fine del XV secolo. L’ineguale sviluppo del Capitalismo ha sempre creato onde di pressione sociale che coinvolgono l’intero pianeta, e che possono manifestarsi anche sottoforma di migrazioni di massa, un fenomeno che, come impariamo fin dalle scuole elementari, se osservato dalla prospettiva storica non ha in sé nulla di eccezionale: il bisogno spinge i popoli a muoversi, da sempre. Oggi questo processo sociale si dispiega nell’epoca caratterizzata dal totalitario dominio dei rapporti sociali capitalistici, e questo connotato storico-sociale gli conferisce la peculiare fenomenologia che ci sta dinanzi.

Ma ritorniamo a Miserabilandia! Dei buonisti abbiamo già detto. Immediata è scattata la rappresaglia dei cattivisti, i quali si sono prodotti nel solito coro: «Vergogna! Vergogna! Vergogna!». «Mattarella si vergogni», ha tuonato appunto il leader leghista Matteo Salvini. «È vergognoso – ha dichiarato Paolo Grimoldi, deputato della Lega Nord e segretario della Lega Lombarda – che il presidente Mattarella nel ricordare la strage di Marcinelle paragoni gli italiani che andavano a sgobbare in Belgio o in altri Stati, dove lavoravano a testa bassa, dormendo in baracche e tuguri, senza creare problemi, agli immigrati richiedenti asilo che noi ospitiamo in alberghi [che invidia!], con cellulari, connessione internet [e io pago!], per farli bighellonare tutto il giorno e avere poi problemi di ordine pubblico, disordini, rivolte come quella avvenuta oggi nel napoletano dove otto immigrati minorenni hanno preso in ostaggio il responsabile della struttura che li ospita. Paragonando questi richiedenti asilo nullafacenti agli italiani morti a Marcinelle il presidente Mattarella infanga la memoria dei nostri connazionali. Si vergogni». Ecco appunto. Per il capogruppo Pd alla Camera, Ettore Rosato, «le parole di Matteo Salvini sono vergognose [ci risiamo!] perché offendono il Presidente Mattarella [e chi se ne frega!] e gli italiani»: nella mia qualità di disfattista rivoluzionario non mi sento offeso neanche un po’ dal vomito razzista che esce dalla bocca di Salvini e gentaglia simile. Questa è robaccia che può eccitare gli animi delle opposte tifoserie che siedono sugli spalti di Miserabilandia. Dal mio punto di vista buonisti e cattivisti pari sono, e rappresentano due opzioni interne all’esigenza di gestire i processi sociali e di controllare la società per garantire la continuità dello status quo sociale – sociale, non meramente politico-istituzionale.

Pare che anche qualche discendente delle vittime di Marcinelle si è sentito offeso dal buonismo presidenziale di Mattarella, da quello governativo di Alfano e da quello istituzionale della Boldrini: «Aldo Carcaci, figlio di un emigrato e oggi deputato belga, ha contattato IlGiornale.it dicendosi esterrefatto da quanto sentito in questa giornata di dolore. “Mi sento offeso dalle parole che ho sentito. Così come è offesa la memoria delle persone che hanno perso la vita nella miniera di Marcinelle. Paragonare quegli immigrati con quelli di oggi è sbagliato. Quando mio padre nel 1947 è andato in Belgio c’èrano degli accordi tra i due Paesi. C’era, da parte del Belgio, una richiesta di lavoratori. In Italia invece i giovani non hanno un impiego ed è quindi impensabile riuscire ad aiutare tutti i ragazzi africani che arrivano ogni giorno sulle nostre coste. Inoltre noi ci siamo integrati, abbiamo studiato, imparato la lingua e lavorato anche se subivamo episodi di razzismo”» (Il Giornale). Capito? Noi eravamo brava gente (e pure di pelle bianca, salvo qualche siciliano particolarmente abbronzato); loro invece…

Quanto escrementizia e risibile sia la disputa tra buonisti e cattivisti lo apprendiamo anche dalla discesa in campo dell’attore comico Jerry Calà («Capito?»): «Non paragoniamo i nostri emigrati per piacere! Loro chiusi in baracche da cui uscivano solo per lavorare e rientravano per farsi da mangiare. Mio zio è morto in Belgio nelle miniere per mantenere la famiglia italiana. Mi permetto di parlare perché ne sono parente e in quegli anni ci sono stato. In Svizzera, in Belgio, in Germania. Non facciamo paragoni assurdi per piacere! Gli emigranti italiani venivano trattati come animali da soma… pulitevi la bocca». Pare che l’indignazione dell’attore abbia riscosso un notevole apprezzamento in una non piccola parte di Miserabilandia.

Giustamente Francesco Cancellato (Linkiesta) considera «stucchevole e pedagogico sentirsi dire che dovremmo solidarizzare coi migranti perché un tempo lo siamo stati anche noi. Come se solo una pregressa condizione di sfruttati possa muoverci a pietà per una moltitudine di disperati in fuga dall’inferno. Come quando nei telegiornali una tragedia diventa tale solo se ci sono morti italiani». E soprattutto egli sottolinea le differenze che corrono tra la tragedia di Marcinelle e la strage continua dei «disperati in fuga dall’inferno», una differenza che, per così dire, porta acqua al mulino della moltitudine in fuga da guerre, fame, malattie, miserie d’ogni genere. Il paragone tra Marcinelle e il Mar Mediterraneo è tale da far impallidire i morti del 1956. Scrive Cancellato (il quale, beninteso, argomenta dal punto di vista degli interessi nazionali): «Nel 1956 eravamo alla vigilia di quello che oggi definiamo “miracolo economico italiano”, indotto dal Piano Marshall (sì, gli Stati Uniti ci aiutavano a casa nostra): nei quattro anni successivi, tra il 1957 e il 1960, per dire, la produzione industriale italiana crebbe del 31,4% e la crescita del Pil non scese mai sotto il 5,8%. Ritmi cinesi, insomma, per il quale c’era bisogno di materie prime come il carbone. Ed è proprio per quel carbone che fu firmato il protocollo Italo-Belga, dieci anni prima, nel 1946». In secondo luogo, «nel Canale di Sicilia, negli ultimi quindici anni, hanno perso la vita 30mila anime. Ripetetevelo nella mente: trentamila. Ci sono più cadaveri che pesci, in quel tratto di mare. Se vogliamo capire cosa provano quegli esseri umani che cercano di entrare in Europa – attraversando l’Italia – dal Canale di Sicilia, prendiamo la più grande tragedia della nostra stagione migratoria e moltiplichiamola per dieci, cento, mille, un milione. Magari servirà a farci capire a chi stiamo chiudendo le porte». In terzo luogo, «per convincere gli italiani a partire, nel 1946 l’Italia fu tappezzata di manifesti rosa che presentano i vantaggi derivanti dal mestiere di minatore: salari elevati, carbone e viaggi in ferrovia gratuiti, assegni familiari, ferie pagate, pensionamento anticipato. Per quanto terribili fossero poi le loro condizioni di lavoro, una situazione un po’ diversa rispetto a quella delle migliaia di schiavi africani che ogni anno raccolgono pomodori e arance tra Puglia e Sicilia. Se pensate siano fenomeni imponderabili, sappiate che solo a raccogliere i pomodori, ogni anno, sono impiegati quasi 20mila braccianti, molti dei quali senza contratto, molti dei quali stranieri, molti dei quali irregolari». Su questo aspetto rinvio a due miei post: Rosarno e dintorni e Uomini, caporali e cappelli.

Scrive il “realista” Maurizio Molinari: «L’integrazione dei migranti è un test di crescita per ogni democrazia industriale, capace di rafforzarne la prosperità come di indebolirne la solidità, e l’Italia non fa eccezione. Ecco perché è opportuno affrontare senza perifrasi la sfida che abbiamo davanti, guardando oltre liti politiche interne e dispute internazionali. […] L’interesse dell’Italia è dotarsi di provvedimenti, leggi e politiche che rendano possibile [l’integrazione degli immigrati] sulla base di principi condivisi: non tutti i migranti che sbarcano possono rimanere perché una nazione sovrana non è una porta girevole, ma chi viene accolto deve poter intraprendere un cammino verso la cittadinanza che include l’integrazione nel sistema produttivo. Poiché coniugare integrazione e sovranità è una sfida nazionale per essere vinta necessita il coinvolgimento di tutte le forze politiche del Paese, che si trovino al governo o all’opposizione poco importa, e in ultima istanza il sostegno e l’attenzione di tutti i cittadini italiani, a prescindere dalle fedeltà di credo o di partito» (La Stampa). Un appello che ovviamente non può convincere (anzi!) chi lotta contro gli interessi nazionali (vedi anche il mio post sulla Libia) e per la costruzione dell’autonomia di classe, la quale è tale solo se prospetta a tutte le vittime del Capitale, a prescindere dal colore della loro pelle, dalla loro nazionalità, ecc., la necessità e l’urgenza di unirsi in un vasto fronte anticapitalista. Tutto il resto (“buonismo” e “cattivismo”) è miseria capitalistica.

OCCULTISMO

Dopo gli speculatori finanziari che ingrassano servendo il Dio Denaro, i capitalisti che inseguono solo il profitto (che scandalo!), i corrotti incapaci di cristiano pentimento e i mafiosi indegni di Nostro Signore è la volta degli operatori della superstizione. Il Compagno Papa è davvero infaticabile. Leggo sul Messaggero: «”Avrei voglia di domandarvi, ma ognuno risponda dentro, in silenzio, quanti di voi ogni giorno leggono l’oroscopo? Quando vi viene voglia di leggerlo, guardate a Gesù che vi vuole bene”. Papa Francesco mette all’indice gli esperti di astrologia, le fattucchiere, i medium nonché maghi e divinatori. Non servono “oroscopi o negromanti per conoscere il futuro”, non serve la “sfera di cristallo o la lettura della mano”: il “vero cristiano” si fida di Dio e si lascia guidare in un cammino aperto alle sorprese di Dio. Altrimenti “non è un vero cristiano”».

Detto che chi scrive non è un cristiano, né vero né falso, sarebbe auspicabile, Santissimo, qualche “sorpresa” in meno; troppe “sorprese” non fanno bene alla salute, diciamo. Alludo a quelle “sorprese”, di cui tutti farebbero volentieri a meno, tipo guerre mondiali, campi di sterminio, gulag, carestie, malattie, annegamenti nel Mediterraneo, disperate e spesso mortali fughe attraverso il deserto alla ricerca di un tozzo di pane, miserie materiali e spirituali di vario genere, e via elencando. Diciamo che quanto a guida del gregge il buon Dio ha finora lasciato a desiderare. E per favore non scomodare il libero arbitrio: non provarci nemmeno! Né la tesi circa il carattere necessariamente imperscrutabile, eppur razionalissimo, del Disegno Divino può reggere, neanche lontanamente, il confronto con chi offre sul mercato della vita risposte “umanamente” più sostenibili. E poi, se togli al gregge anche il “diritto” alla superstizione cosa gli rimane nel difficile e quotidiano tentativo, spesso non coronato dal successo, di dare un senso all’insensatezza più sfacciata? La “vera religione”? La scienza? Ma se ciò bastasse, oggi non staremmo qui a lamentare il successo di medium, maghi, fattucchiere, negromanti, astrologi, divinatori, ecc., ecc. D’altra parte, lo scottante caso della Madonna di Medjugorje di cosa ci parla?

«Ogni anno in Italia, cadono vittime del fenomeno dell’occulto circa 12 milioni di persone. Secondo quanto riportano diverse associazioni antiplagio le  persone raggirate sborsano anche diversi miliardi di euro per ingrassare i 120.000 maghi operanti nel settore. Somme che si concentrano soprattutto nelle grandi città: Milano, Roma e Napoli.  Il 52% delle consulenze presso i maghi vengono fatte per questioni di cuore, il 24% per questioni economiche ed il 13% per questioni di salute. Sono tantissime le denunce che arrivano allo sportello antiplagio rivelando casi di dipendenza dalla consulenza, casi nei quali i clienti parlano del telefono come di una vera e propria droga».

Ora, dinanzi a questo fenomeno, come ad altri analoghi fenomeni sociali, c’è da chiedersi se la maggiore responsabilità circa il suo dilagare negli strati più diversi della popolazione sia da attribuire agli operatori del settore, i quali in fondo si limitano a soddisfare una domanda, secondo i noti criteri “mercatisti”, o non piuttosto alla società presa nel suo insieme che crea quel mercato – che realizza l’incontro tra la domanda in grado di pagare e l’offerta.

Nel precedente post dedicato al Compagno Papa, mi sono permesso di affermare, sulla scorta del mio astrologo di riferimento, la seguente banalità: «Non c’è magagna sociale che non realizzi un’occasione di profitto per chi ha le giuste “competenze specifiche” (da quelle giurisprudenziali a quelle malavitose, da quelle sanitarie a quelle criminali) da far valere sul mercato: è il Capitalismo, Santità!». Confermo! Non è insomma agli operatori della superstizione che si può imputare il carattere radicalmente disumano e irrazionale della vigente società; non sono loro che creano un materiale umano così vulnerabile alle sciocchezze d’ogni genere. Vietare, criminalizzare o semplicemente ridicolizzare gli “impostori” e i “ciarlatani” non eliminerà un mercato creato dall’hegeliana società civile, ed è questa consapevolezza che, tra l’altro, mi suggerisce un atteggiamento critico, ma non illuministico, nei confronti di ogni forma di superstizione, a cominciare da quella venduta come «vera fede» dalla Chiesa Romana.

Qualche anno fa il Cardinale Ersilio Tonini stigmatizza l’invasione delle rubriche astrologiche nei media: «Questo dilagare spasmodico, ossessionante dell’occultismo fra non molto eroderà via la sostanza, il concetto stesso che l’uomo ha di sé e del suo posto fra le cose e i fenomeni. E lo farà intaccando la radice dell’essenza umana: l’intelligenza» (da Vero, 13 Maggio 2011). Ma come, «la radice dell’essenza umana» non si trovava un tempo nel nostro essere stati creati a immagine e somiglianza di Nostro Signore? Ecco il teologo spiazzato dalla concorrenza comportarsi alla stregua di un ateo, il quale pretende di dare scacco matto al Re (al Celeste Sovrano del Creato) sul piano della mitica evidenza scientifica. Il fatto è che chi avverte un subdolo disagio rodergli l’anima, oltre che il corpo, non cerca discorsi intelligenti, ma discorsi conformi all’assurdità del Mondo che lo ospita. L’espansione dell’occultismo non ha a che fare con una supposta indigenza in fatto di intelligenza (magari causata dalla solita televisione e dai cosiddetti social), ma testimonia piuttosto l’impotenza sociale di tutti gli individui, la loro indigenza esistenziale. È vero che, come scriveva Adorno, «L’occultismo è la metafisica degli stupidi», ma è soprattutto vero che occulte sono le Potenze Sociali che ci dominano, nonostante esse camminino sulle gambe degli uomini. Sotto questo radicale aspetto siamo tutti stupidi: dallo scienziato che vuole riprodurre in laboratorio l’Istante Zero della Creazione Universale, al teologo che vuole provare la superiorità della sua fede sul piano della razionalità.

I politici “tradizionali” si lamentano per il dilagare dell’antipolitica; gli scienziati si lamentano per il diffondersi nella società di atteggiamenti antiscientifici; il giornalismo mainstream denuncia il dilagare delle fake news; la Chiesa denuncia la sleale concorrenza organizzata ai suoi danni da parte di «false religioni alternative» e si scaglia contro le “insane” inclinazioni superstiziose dei cristiani. Verrebbe da esclamare: da che pulpito!

Aggiunta da Facebook:

LA CHIESA E IL “FRONTE UNICO UMANISTA”

Da La Repubblica:

«Il cardinale Gianfranco Ravasi, teologo, biblista, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, non è però uomo che si dia per vinto. Con il “Cortile dei Gentili” e il “Tavolo permanente per il dialogo fra scienza e religione” sta cercando “alleati” fra coloro che hanno ancora fiducia nell’uomo e nel suo pensiero. «Atei, scienziati, persino chi ancora crede nelle ideologie. Non è più tempo di contrapposizioni ma di dialogo. […] La tecnologia corre e ci propone nuovi mezzi con una velocità che la teologia e gli altri canali della conoscenza umana non riescono a seguire. […] Per colpa dell’ignoranza, non della scienza, stiamo vivendo una globalizzazione della cultura contemporanea dominata solo dalla tecnica o dalla pura pratica. C’è, ad esempio, una sovrapproduzione di gadget tecnologici di fronte alla quale non riusciamo a elaborare un atteggiamento critico equilibrato. Ci ritroviamo in un’epoca di bulimia dei mezzi e atrofia dei fini. Ci ritroviamo spesso appiattiti, schiacciati su un’unica dimensione [quest’ultima locuzione non mi è nuova]. Un certo uso della scienza e della tecnologia hanno prodotto in noi un cambiamento che non è solo di superficie. Se imparo a creare robot con qualità umane molto marcate, se sviluppo un’intelligenza artificiale, se intervengo in maniera sostanziale sul sistema nervoso, non sto solo facendo un grande passo avanti tecnologico, in molti casi prezioso a livello terapeutico medico. Sto compiendo anche un vero e proprio salto antropologico, che tocca questioni come libertà, responsabilità, colpa, coscienza e se vogliamo anima. […] Il fondatore del cristianesimo, Gesù di Nazaret [ma non era stato Paolo?], era un laico, non un sacerdote ebraico. Egli non ha esitato a formulare un principio capitale: “Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. La contrapposizione fra clericali e anticlericali ormai è sorpassata. Alcuni aspetti della laicità ci accomunano tutti e la teologia ha smesso da tempo di considerare la filosofia e la scienza solo come sue ancelle. I problemi piuttosto sono altri. Semplificazione, indifferenza, banalità, superficialità, stereotipi, luoghi comuni. Una metafora del filosofo Kierkegaard mi sembra adatta ai tempi di oggi: la nave è finita in mano al cuoco di bordo e ciò che dice il comandante con il suo megafono non è più la rotta, ma ciò che mangeremo domani. È indispensabile riproporre da parte di credenti e non credenti, i grandi valori culturali, spirituali, etici come shock positivo contro la superficialità ora che stiamo vivendo una svolta antropologica e culturale complessa e problematica, ma sicuramente anche esaltante”».

A mio avviso, e come provo ad argomentare nei miei modesti scritti, il comando della nave è invece saldamente nelle mani del Capitale, cosa impossibile da capire quando gli occhi sono occlusi, mi si consenta la dotta metafora, dal prosciutto feticistico che impedisce di vedere i rapporti sociali di dominio e di sfruttamento che presuppongono e pongono sempre di nuovo ciò che siamo e che facciamo, «tecnologia intelligente» inclusa. Per un verso il Fronte Unico Umanista proposto da Ravasi fa capire, mi sembra, con quanta intelligenza politica e con quale respiro dottrinario si muova la Chiesa, o quantomeno una parte maggioritaria di essa; e per altro verso ci parla della profondità della crisi esistenziale (che poi è crisi sociale tout court) che stiamo attraversando in questo scorcio di XXI secolo. Da sempre la Chiesa si mostra particolarmente a proprio agio nei momenti critici, pronta a orientare e a confortare il gregge che soffre ma non comprende.

Nella sua infinita ingenuità, diciamo così, il nostro Cardinale vorrebbe salvare qualcosa che andrebbe piuttosto creata: la dimensione umana delle nostre relazioni sociali. In ogni caso, e per quel che vale, io mi chiamo fuori dal F. U. U. Per me oggi più di ieri è «tempo di contrapposizioni», possibilmente di classe. Sì, sono settario fino in fondo, settario senza speranza. Ma di classe! E che un qualche Dio (anche artificiale, per me andrebbe benissimo: non coltivo certe fisime ideologiche) mi aiuti!