POTERE A CHI?

Sono anni, almeno da quando è deflagrata la crisi economica che ha attraversato pesantemente tutti i Paesi occidentali, che i militanti (o attivisti, come si dice oggi) appartenenti alla vasta e frastagliata (“composita”) galassia della “sinistra radicale” si pongono il problema di creare in Italia un “populismo di sinistra” in grado di competere anche elettoralmente con il “populismo di destra”. Le suggestioni “populiste” offerte da Ernesto Laclau hanno fatto scuola. Sul cosiddetto populismo, comunque “declinato”, rimando i lettori al post Chi sono e cosa vogliano gli “amici del popolo”? Il successo del movimento pentastellato ha forse dimostrato che uno spazio per il “populismo di sinistra” effettivamente c’era, ma passata (?) la fase più acuta della crisi economica i sinistri-populisti rischiano di arrivare in ritardo all’appuntamento con le urne. Magari saranno più fortunati alle prossime elezioni. Lo scopriremo solo vivendo – possibilmente mantenendosi lontanissimi, a distanza di sicurezza, dai riti della democrazia capitalistica, almeno questo è il mio auspicio. Né l’eventuale successo elettorale di un “populismo di sinistra” cambierebbe la sostanza della breve, disordinata e certamente disorganica riflessione che metto all’attenzione dei lettori.

Dunque, refrattario a qualsiasi suggestione elettoralistica (ancorché “tattica” e subordinata all’azione rigorosamente «dal basso»), reitero il vecchio slogan Non votare, lotta! Infatti, penso che oggi più che mai la prospettiva dell’autonomia di classe e della lotta di classe si pongano in netta e radicale contrapposizione alla pratica democratico-elettorale.  La democrazia capitalistica va demistificata e delegittimata attraverso la critica teorica e la lotta politica (incluse rivendicazioni “economiche” di vario genere: lavoro, salario, casa, salute, ecc.), non rivitalizzata e legittimata «dal basso». È in questa preziosa opera che bisogna “investire” le poche energie che si liberano sul terreno dell’antagonismo sociale.

Chi si muove sul terreno della difesa della Costituzione “più bella del mondo” si muove sul terreno della conservazione capitalistica, e non è certo la formula magica «agire dal basso» che può cambiare la sostanza (ultrareazionaria) della cosa. Su un post dedicato all’esito del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 scrivevo: «Per come la vedo io, chi vuole dare un contributo alla “formazione del proletariato in classe autonoma”, dovrebbe agire, nei limiti del possibile, per ciò che egli è in grado di fare, per creare le condizioni di un grande esodo di classe dai riti della democrazia, affinché l’”inquietante passività” (Žižek) dei dominati possa trasformarsi in lotta di classe generalizzata». Altro che portare soccorso a una democrazia capitalistica sempre più brutta, screditata e boccheggiante.

Non la teoria (non solo essa), ma una prassi ormai lunghissima e consolidata dimostra oltre ogni ragionevole dubbio come la democrazia capitalistica, la sola democrazia possibile nella vigente società, sia una forma politica, istituzionale e ideologica particolarmente efficace (per la sua duttilità politica e per la sua potente carica mistificatrice) al servizio del Dominio. All’interno di questa democrazia porre la distinzione tra “alto” e “basso” per un verso rivela l’impotenza politica di chi la pone (“democrazia dal basso” versus “democrazia dall’alto”), e per altro verso rafforza la carica mistificatrice di cui sopra. Allora dobbiamo augurarci l’avvento di un regime palesemente dittatoriale, tipo fascismo? Anche questa ridicola obiezione rivela l’inconsistenza concettuale e politica di chi la formula. Gli anticapitalisti non hanno preferenze circa la fenomenologia politico-istituzionale del dominio capitalistico: essi combattono contro qualsiasi tipo di regime che si trovano davanti, e lo fanno senza illudere le classi subalterne dell’esistenza del male minore. La ricerca del “male minore” non è affatto estranea all’attuale situazione d’impotenza dei dominati.

Sono questi contorti concetti, per nulla originali, che proverò a sviluppare in questo scritto.

Leggo da qualche parte: «Siamo convinti che oggi, a livello mondiale, ci sia un grande problema di democrazia. Questa parola è stata svilita, ma alla lettera significa “potere del popolo”, laddove per popolo – demos – i greci non intendevano il popolo dei fascismi, ma le classi popolari, gli strati più bassi della città che dovevano poter contare nelle decisioni. Oggi, purtroppo, la nostra democrazia è una procedura elettorale sempre più stanca e vuota a cui partecipa sempre meno gente. E su tutte le decisioni della vita collettiva non c’è nemmeno la verifica o la ratifica degli organismi eletti. Insomma, siamo in una situazione in cui tu della tua vita non decidi niente». Detto che a mio modestissimo avviso è semplicemente ridicolo anche solo porre un’analogia tra la democrazia dei tempi di Pericle (che comunque aveva un preciso connotato di classe) e la democrazia capitalistica ai tempi del dominio mondiale e totalitario dei rapporti sociali capitalistici, e che parlare di “svilimento” della parola democrazia manifesta l’ingenuità concettuale e politica di un pensiero che rimane alla superficie del processo sociale, e che quindi non potrà mai comprenderlo; detto questo, mi sia permesso di svolgere una riflessione di carattere generale, per poi giungere rapidamente al punto politico della questione.

Scrive Giso Amendola riflettendo sui populismi declinati “da sinistra”: «Il problema, semmai, in questo tipo di approcci, è che la loro risposta alle trasformazioni rispetto al panorama del classico conflitto industriale, su cui si era formato l’alfabeto del marxismo ortodosso che pure diagnosticano correttamente, continua a risiedere in una mossa molto tradizionale, quella che vede lo Stato come momento centrale anche nella costruzione di questo popolo “antagonista”. Il che del resto corrisponde alla natura più profonda di ogni discorso sulla costruzione del popolo, il quale, come Hobbes chiarisce nei termini più netti già alle origini della modernità, è sempre una costruzione, una rappresentazione prodotta dall’unità statale, un effetto della sovranità. E qui forse sta il punto di debolezza di ogni richiamo populista “da sinistra”» (Euronomade). Qui Giso sembra dimenticare, o gravemente sottovalutare, la natura fortemente statalista della sinistra italiana, in linea peraltro con tutta la tradizione riformista e stalinista che vedeva nell’ingerenza dello Stato nella sfera economica la condizione necessaria per immettere nella società colta nel suo insieme elementi di socialismo. Anche larghissima parte della “nuova sinistra” conserva questo impianto fortemente statalista, che cerca di nascondere dietro la fraseologia benecomunista che certo non può convincere chi ha imparato a leggere il processo sociale capitalistico servendosi del metodo critico-rivoluzionario di Marx. Sull’ideologia benecomunista è particolarmente interessante la critica svolta dal comunista tedesco nei confronti di Proudhon.

Il richiamarsi al popolo, e non alle classi, risponde all’ideologia “populista” che non divide i cittadini in sfruttati e sfruttatori, in dominati e dominanti, in oppressi e oppressori, secondo uno schema dichiarato “ormai superato”, bensì in popolo ed elite, basso e alto, emarginati e integrati, onesti e disonesti, noi e loro. Qui è appena il caso di ricordare che con «popolo», declinato in termini rivoluzionari, Marx intese sempre riferirsi al popolo lavoratore, alla moltitudine dei lavoratori salariati, e non a un’astratta entità interclassista che ricomprenda tutte le classi della società, secondo il concetto borghese di popolo, che il comunista di Treviri bombardò criticamente già nella sua giovinezza, e che non a caso troviamo al centro del Contratto sociale chiamato a mistificare la realtà del dominio e dello sfruttamento. È questo concetto ultrareazionario di popolo che, ad esempio, troviamo nella Costituzione Italiana, la quale si trova al vertice della considerazione anche in ambienti politici che pure si proclamano rivoluzionari: che “bizzarria”! Per molti “rivoluzionari” si tratterebbe piuttosto di «applicarla» quella Costituzione (eh sì, anche il mito della «Costituzione tradita» è un evergreen duro a morire), non di denunciarne la natura radicalmente capitalistica, a cominciare dall’Articolo che confessa ciò che i comunisti, dal già citato barbuto in poi, hanno sempre saputo: la Repubblica borghese si fonda sul lavoro salariato, cioè sullo sfruttamento da parte del Capitale di chi per vivere è costretto a vendersi in cambio di salario. Per Giorgio Cremaschi Potere al Popolo si pone come «l’avanguardia di quella ripresa diffusa della lotta di classe, che è uno degli obiettivi necessari per non lasciare la Costituzione nella carta straccia». Come volevasi dimostrare!

«Proprio il fatto che nell’ambito del parlamento un’aspra critica della società borghese appare possibile, contribuirà al disorientamento, auspicato dalla borghesia, della coscienza di classe del proletariato. La finzione della democrazia parlamentare borghese si basa proprio sul fatto che il parlamento appare non come organo dell’oppressione di classe ma come l’organo di “tutto il popolo”. Ogni radicalismo verbale – con il fatto stesso della sua possibilità d’esplicarsi in parlamento – risulta opportunistico poiché rafforza negli strati meno coscienti del proletariato le illusioni nei confronti di questa finzione. Bisogna quindi sabotare il parlamento in quanto parlamento, e l’attività parlamentare dev’essere proiettata oltre il parlamentarismo». Questo scriveva György  Lukács nel 1920, nell’ambito del dibattito sul parlamentarismo rivoluzionario che vide Lenin e gli altri leader bolscevichi contrapporsi al comunismo di sinistra occidentale. Su un post del 2012 dedicato alle elezioni politiche di quell’anno commentavo come segue i passi appena citati: «Se penso che oggi non pochi, in basso come in alto loco, vorrebbero spedire in galera il redivivo Cavaliere Nero [Berlusconi] per lesa maestà all’Italica Dignità Nazionale, mi viene da sorridere leggendo “Ogni radicalismo verbale è possibile”: era possibile, prima del Fascismo e della successiva democrazia fascistizzata. Quanti secondi rimarrebbero in Parlamento gli ipotetici quattro gatti comunisti che provassero oggi a fare del “parlamentarismo rivoluzionario”? È possibile gridare in Parlamento, tanto per dire, «Abbasso la Costituzione! Abbasso la Repubblica capitalistica!» senza infrangere un qualche articolo del codice penale? Chiedo per mera curiosità, beninteso. Certamente la cosa non può incuriosire né, tanto meno, impensierire i “comunisti” che venendo «dal basso» cercano di varcare la soglia del famigerato Palazzo, visto che proprio loro si dichiarano i veri paladini della «Costituzione (capitalistica!) più bella del mondo».

Scrive Valerio Evangelisti: «Avere qualche deputato in Parlamento cambierebbe le cose? Certamente no, solo un ingenuo potrebbe crederlo. Ma un’azione politica anche modesta, unendosi all’azione di piazza, potrebbe valorizzare quest’ultima, conquistare spazi di visibilità, imporsi a media che grondano infamia e menzogna, spernacchiare il nemico di classe. Andrea Costa, primo parlamentare socialista italiano, e Lenin, primo trionfatore comunista, dicevano, su questo tema, la stessa cosa. Non lasciare la tribuna all’avversario. E se poi il tentativo non riesce, quanto meno ci si sarà provato. Lo stesso sforzo propagandistico pagherà col tempo» (Contropiano). Si tratterebbe insomma di una sorta di «parlamentarismo rivoluzionario» adeguato alla realtà sociale del XXI secolo. Ricordo solo incidentalmente e per mero prurito intellettualistico che per Lenin non si trattava affatto di rivitalizzare «dal basso» la democrazia capitalistica, ma di distruggere lo Stato democratico-parlamentere, perfino nella Russia capitalisticamente arretrata e ancora fresca di rivoluzione democratico-borghese, come infatti gli obiettarono i menscevichi.

Scriveva Anton Pannekoek nell’abissalmente lontano 1920: «Il problema della tattica consiste nel trovare i mezzi per estirpare la mentalità tradizionale borghese che domina sulle masse proletarie indebolendone la forza. Tutto ciò che rafforza nuovamente le concezioni tradizionali è nocivo». In Italia, ad esempio, rivendicare la natura “progressiva” della Costituzione, e quindi difenderla dagli attacchi “anticostituzionali” provenienti dalla “destra” e dalla “sinistra liberale”, significa rafforzare le nocive concezioni che dominano «sulle masse proletarie indebolendone la forza». La distanza abissale di cui sopra appare tale non tanto dal punto di vista cronologico, quanto dal punto di vista della soggettività politica rivoluzionaria e, più in generale, della coscienza di classe, la quale oggi latita tragicamente.

Al di là del problema “tattico” circa l’efficacia e la praticabilità di un “parlamentarismo rivoluzionario” ai nostri giorni, la questione fondamentale naturalmente verte sulla natura politica del progetto che si vorrebbe dispiegare eventualmente anche utilizzando la tribuna parlamentare – per fare propaganda antiparlamentare! Il problema non consiste nell’evitare di non sporcarsi le mani, di non soccombere alla forza tentatrice della democrazia borghese, di conservarsi “duri e puri”, e altre sciocchezze similari che possono nascere, in guisa di obiezioni da sparare contro i “settari” e i “dottrinari”, solo nella testa di adulti rimasti politicamente infantili; il problema verte (anche ai tempi della nota polemica fra Lenin e il comunismo occidentale) sulla presenza o meno di una soggettività autenticamente rivoluzionaria. La discussione sulle migliori forme di lotta da implementare su tutto lo spettro dell’azione politica ha come presupposto appunto l’esistenza o meno di quella soggettività.

Ora, personalmente non scorgo un’oncia di politica rivoluzionaria nel progetto chiamato Potere al Popolo! E peggio mi sento quando osservo i “comunisti storici” che hanno partecipato alla formazione di quella lista elettorale. “Parlamentarismo rivoluzionario”? La prima volta come Lenin (come cosa seria, sebbene discutibile e criticabile), la seconda come Cremaschi, (cioè come farsa).

Non ho compulsato il ponderoso programma elettorale prodotto da Potere al Popolo; da qualche parte ho letto che si tratterebbe di una sorta di copia-incolla del programma “rivoluzionario” presentato a suo tempo da Tsipras, e che comunque si può senz’altro considerarlo  un «programma neoriformista», volendo essere generosi. Sulla scorta della lettura dei tanti documenti prodotti dagli esponenti della nuova lista elettorale, e quindi non per un settario pregiudizio di stampo astensionista,  tendo a dar credito a quel giudizio, anche se ci sarebbe da opinare sulla stessa definizione di «programma neoriformista» nell’attuale epoca storica. Ma su questo punto adesso è bene sorvolare. Mi chiedo piuttosto: ci si poteva aspettare di più da Potere al Popolo? Ha senso criticare da “sinistra” la deriva «neoriformista» delle forze “antagoniste” che hanno deciso di lanciarsi in quell’impresa?

Vi ricordate Casarini e Caruso, i leader/eroi del movimento Noglobal di inizio 2000? Ebbene, leggere la loro vicenda politica nei termini di una deriva ideologica, o addirittura di un “tradimento”, mi sembra ridicolo, almeno se uno non si fosse fatto delle illusioni sul loro conto. Le illusioni spesso nascono quando chi desidera “fare qualcosa di concreto” contro gli attuali rapporti sociali sorvola su una questione fondamentale: il significato politico generale (strategico) di quel fare. Ad esempio, bastava ascoltare un intervento di Casarini e Caruso in qualche assemblea (o in qualche talkshow) per rendersi conto dell’inconsistenza politica dei loro discorsi, al di là della solita retorica pseudo “radicale” che poteva affascinare giusto qualche ragazzino alle prime armi quanto a militanza politica e a letture serie. Eppure, anche qualche maturo “marxista” aveva visto in quei due personaggi l’espressione di una rinata prassi rivoluzionaria, di una militanza adeguata al conflitto sociale del XXI secolo. Ridevo allora, quando i Casarini e i Caruso si agitavano in affollatissime assemblee, come rido oggi. È vero, l’illusione deve fare il suo corso, come le malattie; essa deve consumarsi sfregando dolorosamente contro la dura realtà. Mi limito a constatare come sempre più raramente l’illusione frustrata dà corpo a una più matura visione del mondo, e questo vale soprattutto per la “sinistra radicale”. Gratta gratta (ma poi non più di tanto), e dietro alla fraseologia nuovista compaiono le vecchie bandiere ideologiche e i vecchi ritratti. In quell’universo politico la coazione a ripetere è quasi la regola.

«Dobbiamo liberarci da una sindrome della sconfitta che ha colpito tutti gli attivisti, anche coloro che in questi anni sono rimasti coerentemente dal lato giusto della barricata» (Collettivo Genova City Strike). Mi permetto di obiettare che in primo luogo chi si batte per lo sviluppo della coscienza di classe in vista della rivoluzione, come affermano di voler fare gli attivisti del Collettivo genovese, deve sforzarsi di capire la natura della coazione a ripetere di cui sopra. Personalmente offro un contributo, per quanto modesto sia (ognuno secondo le sue capacità!), a quel preziosissimo sforzo. Reputo talmente importante questo lavoro di chiarificazione, che ovviamente riguarda in primo luogo l’oscuro pensiero di chi scrive, che passo volentieri sopra il fatto che le mie riflessioni certamente non hanno il dono della popolarità. Dopo tutto, non sono candidato a niente, e quindi posso concedermi il lusso dell’impopolarità, tanto più quando troppi desiderano essere invece popolari, se non populisti.

Sollecitata da una giornalista di Radio Radicale sul problema delle carceri italiane, notoriamente sovraffollate e sempre più schifose, così ha risposto una portavoce di Potere al Popolo nel corso della presentazione della lista elettorale avvenuta l’altro ieri: «Il carcere deve essere educazione, come vuole la Costituzione, non vessazione, come vogliono i manettari. Che non significa che le pene non devono essere scontate o che i rei possono correre liberi e felici tra i prati, come qualcuno pensa che noi di Potere al Popolo pensiamo. Chi ha sbagliato deve pagare, deve scontare una pena commisurata al reato, ma senza vessazioni e potendo usufruire delle pene alternative già previste dalle leggi» (Radio Radicale). È sufficiente questa dichiarazione per capire quale sia il quadro di riferimento concettuale e politico di Potere al Popolo, la cui prospettiva ideologica è confinata dentro l’orizzonte di possibilità tracciato dal vigente dominio sociale. Sul carcere i radicali pannelliani hanno da sempre posizioni assai più di “sinistra” rispetto a quella appena riportata.

Chi ha sbagliato deve pagare? Ma “sbagliata”, ossia disumana, irrazionale, violenta, non è la condotta del reo, ma la società che ci mette tutti nelle condizioni di “sbagliare” (lo dice anche Sua Santità Francesco!), e che comunque ci confina tutti dentro una dimensione esistenziale ostile all’autentico concetto di dignità umana, semplicemente perché la sua prassi orientata al massimo profitto (e non solo in un’accezione economica) ci toglie dalle mani il comando sulle cose essenziali che decidono della nostra vita. Se si prescinde da questa capacità di decisione, ogni discorso intorno alla dignità umana e alla libertà di scelta non è che ideologia, ideologia dominante, per la precisione. Se non mettono a nudo la struttura di classe di questa società, che rende possibile ogni ignominia pubblica e privata (se l’uomo non esiste tutto il peggio non solo è possibile, ma è anche nell’ordine “naturale” delle cose), anche le idee più progressiste e umanamente orientate minacciano continuamente di volgersi nel loro contrario, nella misura in cui non mettono in questione in radice le “regole del gioco” che preservano e irrobustiscono lo status quo sociale. Se non afferriamo questa dolorosa verità, dal punto di vista ”spirituale” non siamo più liberi del detenuto che sconta l’ergastolo nella più fetida delle celle del carcere più schifoso del Bel Paese. Lungi dal sottovalutare la lotta dei detenuti per «migliori condizioni di detenzione», offro a questa auspicata lotta un punto di vista che in sé è già un acquisto di libertà, beninteso nei limiti consentiti da questa società-carcere. Sulla mia posizione “carceraria” rimando al post Carcere e umanità – che si può tradurre come: O carcere o umanità.

Richiesta di chiarire la posizione della nuova lista elettorale riguardo all’Unione Europea, la stessa portavoce ha dichiarato che su quel punto Potere al Popolo si sente vicina alle posizioni di Jean-Luc Mélenchon, il noto “rivoluzionario” francese – o «snobista di sinistra», come lo definì Giuliano Ferrara alla vigilia delle Presidenziali francesi: «Sia come sia, questo grande paese non si è voluto far mancare, e nessuno può dire fino a che punto arriverà, il candidato che dovrebbe spaventare e invece fa simpatia, rimesta bonario nel vaso ribollente della speranza di primavera, e sopra tutto fa chic. Il nostro buon Bertinotti, è noto, sbagliò l’arcobaleno, qui i colori per adesso sembrano quelli giusti» (Il Foglio).  Mélenchon? Andiamo bene! No, certamente la signora Lina Perrone, «una casalinga attiva nella Rete di Solidarietà Popolare che è stata candidata a Napoli», non è la cuoca di Lenin: forse è nella cucina di qualche “comunista” italiano o francese che la signora con il grembiule presta il suo prezioso servizio civile.

A proposito di Mélenchon! Al processo di formazione di un polo imperialista europeo unitario, oggi trainato dall’asse Berlino-Parigi; alla globalizzazione capitalistica e al “liberismo selvaggio” si risponde con l’internazionalismo e la lotta di classe dispiegata “a 360 gradi”, non certo con il sovranismo, il patriottismo “di sinistra”, lo statalismo e l’appoggio – o quantomeno la simpatia – al polo imperialista concorrente.

Scrive Viola Carofalo, portavoce nazionale di Potere al popolo: «Potere al popolo! nasce con l’idea di far sentire la voce degli esclusi, per rappresentare i non-rappresentati, che in questo paese sono maggioranza, per riattivare la partecipazione dal basso». Ma «la partecipazione» a cosa esattamente? Alla lotta di classe, per perseguire obiettivi immediati (lotta per il salario, per il lavoro, per la casa, ecc.) e “strategici” (favorire in tutti i modi la nascita dell’autonomia di classe in vista della rivoluzione sociale: nientedimeno!), oppure al processo democratico di questo Paese? La «democrazia dal basso» per un anticapitalista ha un significato autenticamente rivoluzionario solo se si sviluppa in diretto e dichiarato antagonismo con la democrazia capitalistica, processo elettorale compreso. Ancora nel XXI secolo, nell’epoca del dominio totale (che riguarda il mondo, il corpo, l’anima, la psiche: tutto) e sempre più totalitario (chi non ha denaro muore, semplicemente) del Capitale c’è ancora gente che nutre delle illusioni sulla «partecipazione dal basso»! Coazione a ripetere, appunto.

È sufficiente leggere la risposta che la portavoce Carofalo ha dato alle critiche avanzate da Luciana Castellina al progetto politico-elettorale di Potere a popolo per capire l’humus politico-ideologico, per così dire, di quel progetto: «Cara Luciana, tu non mi conoscerai, ma io sono cresciuta con i tuoi testi e ti confesso di essere rimasta delusa dal tuo breve scritto su di noi, per come liquida un’esperienza larga e finalmente entusiasmante come “Potere al popolo!”». Crescere leggendo i testi della sedicente comunista Castellina di sicuro non ha favorito la crescita di un pensiero autenticamente critico-radicale nella testa della Carofalo, come peraltro dimostra ampiamente la sua simpatia per regimi che personalmente considero ultrareazionari, a cominciare dal solito Venezuela chávista.

Infatti, quando la portavoce poterpopolarista parla di «partecipazione dal basso» e di «democrazia assoluta» pensa alle «esperienze di questi ultimi vent’anni in America Latina, in Venezuela in primis». Alla faccia della «partecipazione dal basso» e della «democrazia assoluta»! Non c’è niente da fare, come ho scritto su un post dedicato alla crisi venezuelana (che peraltro si approfondisce sempre di più) il lupo stalinista perde il pelo ma non il vizio. D’altra parte da decenni l’orizzonte politico-ideologico della cosiddetta estrema sinistra non va oltre il “comunismo” cinese e il “socialismo” in salsa cubana. Senza tralasciare la fondamentale esperienza zapatista, così cara al compagno Fausto Bertinotti.

«Le esperienze di Syriza in Grecia e di Podemos in Spagna hanno generato molte disillusioni. Ma nulla vieta che l’ostinazione di ricominciare da capo possa produrre entusiasmo e creatività proprio in Italia, paese così intriso di storia proletaria e comunista» (Intervista di G. Colotti a V. Carofalo e G. Granato). Ma non si tratta di essere ostinati: si tratta piuttosto di capire la natura politico-sociale di quelle esperienze, la loro piena organicità al sistema di potere capitalistico, e questo proprio per non alimentare in se stessi e negli altri false illusioni. L’ostinazione priva di comprensione è una mera coazione a ripetere. Appunto! La verità è che i leader di Potere al Popolo condividono l’impianto politico-ideologico di Syriza e di Podemos. Per quanto ne so, non pochi militanti della neo lista hanno pure simpatizzato con la “Rivoluzione Arancione” del sindaco di Napoli Luigi De Magistris: come diceva il compagno Totò, ho detto tutto! «Ci segnalano questo: De Magistris ieri chiude un comizio urlando “potere al popolo” con il pugno chiuso» (8 maggio 2016, profilo Facebook di Ex OPG Occupato Je so’ pazzo). Ora capisco! Personalmente un bel pugno chiuso saprei dove assestarlo, politicamente parlando, beninteso.

Sempre più la democrazia capitalistica mostra a chi possiede occhi per vedere il suo vero volto, il volto del regime sociale capitalistico di cui essa è espressione, esattamente come lo è la forma politico-istituzionale basata sul partito unico. Certamente: democrazia e fascismo (per rimanere all’esperienza italiana) come le due facce di una stessa escrementizia medaglia, due diverse modalità di servire lo status quo sociale nelle differenti condizioni storiche. Modalità che spesso danno luogo a una perfetta sinergia, al di là delle apparenze e dei formalismi istituzionali che eccitano solo i politologi: il manganello e la carota agiscono meglio quando vengono somministrati insieme. In nessun caso il mio antifascismo avrà il significato di un’adesione, anche solo “tattica”, al fronte democratico del regime – che declino sempre in termini squisitamente sociali e non politologici.

Ecco perché non scriverei mai la robaccia che segue: «Il gruppetto di skinhead veneti in trasferta a Como solo per intimidire un’associazione (cattolica, peraltro) impegnata nell’accoglienza ai migranti meritava risposte all’altezza. Sia di massa che istituzionali» (Contropiano). Mi tengo la “massa” (anche se il termine e, soprattutto, il concetto di “massa” non mi piace affatto) e lascio ad altri le istituzioni, democratiche, populiste o fasciste che siano. «Se un ministro – o il segretario del partito principale del governo – vuol far vedere di essere davvero preoccupato per il pericolo rappresentato dai fascisti ha tutti i poteri per agire e risolvere il problema. Ci sono infatti numerose leggi che vietano la ricostituzione del partito fascista, che definiscono reato l’apologia di fascismo, che permettono insomma di confinare le nostalgie mussoliniane alle cantine maleodoranti da cui certi esseri provano a venir fuori. I ministri agiscono contro i pericoli, non manifestano per dire che ci sono». Ecco, è proprio contro questo tipo di antifascismo ideologico, ancorché “militante”, che per combattere i suoi nemici invoca l’intervento repressivo dello Stato democratico che da sempre combatto. Ma non si tratta, da parte di quei “compagni”, di un semplice sbaglio, bensì di un atteggiamento politico coerente per chi pratica l’antifascismo di stampo resistenzialista e costituzionalista: «le scarse milizie fasciste attive in questo paese vanno represse come Costituzione e leggi prescrivono». Complimenti! Se è per questo, la Costituzione e le leggi prescrivono anche la repressione delle scarse, ancorché ipotetiche, “milizie comuniste”: come la mettiamo, “compagni”?

Insomma, per me si tratta di esprimere anche sul terreno dell’antifascismo una posizione che considero non più di un minimo sindacale per un punto di vista che si professa autenticamente “di classe”, ossia orientato nel senso di un rafforzamento dell’autonomia politica e psicologica delle classi subalterne.

Sempre più, dicevo, lo specchietto per le allodole chiamato democrazia parlamentare fa cilecca presso una fascia via via crescente di proletari schifati dai discorsi dei “politicanti”. «Quando il popolo si allontana dalle istituzioni, un Paese democratico incomincia a indebolirsi, come un corpo che ha un sistema immunitario in sofferenza»: un qualsiasi scienziato della politica sottoscriverebbe quanto ho appena scritto. D’altra parte è almeno da un decennio che in Occidente si parla di «crisi della democrazia». È del 2010 il libro di Richard A. Posner, allora giudice alla Corte d’Appello del Seventh Circuit e professore alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Chicago, che portava appunto come titolo La crisi della democrazia capitalistica (Università Bocconi Editore) e che metteva al centro della riflessione il rapporto tra crisi economica e crisi politica nei Paesi dell’Occidente, sfidati dal cartello dei regimi autoritari guidati dalla Cina.

In altri termini, sempre più si diffonde nel potenziale elettorato la giusta convinzione che un partito vale l’altro, che scegliere l’albero a cui impiccarsi non vale la fatica di muoversi da casa per recarsi al seggio elettorale. «Operai e precari orfani della sinistra, indecisi tra l’astensione e il voto alle destre. Ai cancelli di Mirafiori rabbia per la crisi e la legge Fornero. La maggioranza della Torino operaia non sta bene e promette di non andare a votare, “tanto non serve”, oppure di votare i 5 Stelle o la Lega per mandare a casa quelli che ci sono adesso. “Troppe promesse vane, forse con i 5 Stelle cambierà qualcosa”». (P. Griseri, La Repubblica, 15 gennaio 2018). Cambierà qualcosa in meglio o in peggio? Ma questo per molti lavoratori precarizzati e per molti disoccupati è un dettaglio: l’importante per loro è mettere alla porta il vecchio personale politico, senza peraltro aspettarsi molto da quello nuovo pronto a sostituirlo. Ai tempi della prima “discesa in campo” di Silvio Berlusconi molti proletari schifati dalla “partitocrazia” furono mossi dalla medesima impellente urgenza “antipolitica”, e in gran parte il loro voto «populista e qualunquista» (Umberto Eco) rese possibile il successo del Cavaliere di Arcore e del Senatur Bossi, evento apocalittico che gettò nella disperazione più completa il cosiddetto popolo della sinistra, cha da allora non si è più ripreso.

Insomma, solo uno sciocco può trarre dallo schifo “di massa” nei confronti della politica e dalla crescente disaffezione per il rito elettorale la conclusione che “le masse” si stanno spostando sul terreno dell’autonomia di classe, cosa che purtroppo oggi è assai lungi dall’essere vero e dal potersi realizzare; ma d’altra parte un autentico rivoluzionario non può certo versare lacrime osservando la “crisi della democrazia”. Personalmente lavoro (millanto credito, lo riconosco!) per approfondire e riempire di contenuti rivoluzionari quella crisi. Si tratta dell’ABC del comunismo rivoluzionario – cosa che non riguarda minimamente il cosiddetto “comunismo storico italiano”.

Comunque sia, niente paura, signore e signori: c’è sempre un soggetto politico che irrompe sulla scena del disastro per salvare ciò che merita di precipitare nella considerazione degli sfruttati e degli oppressi. La nave democratica ha falle da tutte le parti e rischia di inabissarsi? Ecco che corrono in soccorso i nuovi teorici della «democrazia assoluta». Niente di nuovo sotto il capitalistico cielo, intendiamoci. Negli anni Settanta in difesa della democrazia scesero in campo i “partitini” della cosiddetta estrema sinistra (cioè i gruppi e i “gruppetti” che si collocavano a “sinistra” del PCI); mutatis mutandis (se Dio vuole, il PCI è morto e sepolto!), oggi accade la stessa cosa, e ciò vale soprattutto per i rimasugli della diaspora “comunista” tipo Rifondazione Statalista, pardon “Comunista” o il rinato PCI di Mauro Alboresi. A volte ritornano! Prendendo sul serio gli attivisti di Potere al popolo che hanno una lunga militanza nel sociale, ci si stupisce della loro alleanza con quel pessimo mondo. Dal mio punto di vista quel genere di “comunismo” è parte del problema che riguarda chi si batte per l’autonomia di classe; un problema che infatti viene da lontano, direi da lontanissimo.

Leggo da qualche parte: «L’identità di Sinistra, e anche una certa memoria della Sinistra nelle classi popolari, non è una cosa da “buttare a mare”». Dal mio punto di vista chi intende costruire in Italia un autentico soggetto anticapitalista deve invece in primo luogo buttare a mare proprio «l’identità di Sinistra», deve soprattutto rottamare, per usare il deprecabile gergo dei “politicanti”, «una certa memoria della Sinistra nelle classi popolari», e questo semplicemente perché la «Sinistra» di cui si parla è nata sotto l’egemonia dello stalinismo, a eccezione del PSI – che peraltro già nei primi anni Venti del secolo scorso aveva rotto definitivamente i ponti con il marxismo rivoluzionario, anticipando di qualche anno il PCI di Togliatti, com’è noto il Migliore degli stalinisti, e non solo di quelli battenti bandiera italiana. La sinistra politica (PCI, PSI) e sindacale (CGIL) di questo Paese è stata il cane da guardia più feroce posto a difesa dello status quo sociale durante la “Prima Repubblica”, come dimostra ampiamente l’opera repressiva svolta dal Partito di Enrico Berlinguer e dal sindacato di Luciano Lama durante la crisi economico-sociale degli anni Settanta. Solo chi non ha ancora compreso la natura ultrareazionaria (o semplicemente borghese, nell’accezione marxiana del termine) del PCI, dagli anni Trenta in poi (per essere di manica larga), può guardare con ammirazione alla simpatia di cui quel partito godeva in vasti strati popolari.  Proprio quella simpatia, anzi, testimoniava nel modo più evidente (almeno agli occhi di chi non fosse ipnotizzato dal pensiero unico “di sinistra”) la debolezza politico-sociale del proletariato italiano, il quale era completamente assoggettato al potere politico e ideologico che in Italia trovò nella mitologia resistenzialista il suo più potente cemento politico-ideologico.

«In generale l’ideologia intesa come cornice di teorie e concetti che ti permette di afferrare la realtà può avere un suo valore, basta che non diventi mascheramento della realtà stessa» (idem). Ecco, fermarsi al nome della cosa (Partito Comunista, ad esempio, o Sinistra, o Popolo), prescindendo dalla natura (borghese, nella fattispecie) della cosa stessa significa fare appunto dell’ideologia, nell’accezione dispregiativa che ne diedero Marx ed Engels.

Recensendo il libro di Gianni Cuperlo Sinistra, e dopo? (Donzelli)  su Radio Radicale, Matteo Marchesini si è prodotto nella riflessione che segue: «È un libro interessante, ma sarebbe interessante chiedere a Cuperlo se il Partito Comunista Italiano, e non solo nella versione oggi per certi versi impopolare di Berlinguer, che ha scisso quello che era diventato una sorta di moralismo dalle proposte concrete della teoria della prassi; l’autore deve riflettere sul fatto che questa scissione viene da lontano, e viene come sappiamo dalla famosa doppiezza togliattiana, che poteva anche essere obbligata ma che ha prodotto un enorme livello di ideologia, cioè di falsa coscienza, nella mentalità della sinistra italiana. Ci si diceva e ci si comportava da comunisti e da rivoluzionari quando si era nei fatti dei socialdemocratici, dei socialdemocratici d’ordine, goffi, senza possibilità di un reale riformismo, di una reale spinta riformatrice. C’è da chiedersi quanto questa doppiezza, questo alto livello di ideologia abbia condizionato anche la nuova sinistra nata contro la sinistra tradizionale e quanto ciò ha continuato a condizionare quella oscillazione un po’ schizofrenica tra velleitarismo estremista e invece un richiamo eccessivamente d’ordine». Non bisogna avere necessariamente un passato bordighista alle spalle per sfornare intelligenti riflessioni sul PCI e sulla variopinta galassia che in qualche modo ancora vi si richiama.

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C’È DISAGIO E DISAGIO! Alcune riflessioni sulla Teoria della classe disagiata.

Che sospendendo il lavoro, non dico per un anno,
ma solo per un paio di settimane, ogni nazione
creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa.
Karl Marx

Amico, non fare il sogno più lungo del tuo conto in banca!
Il Nostromo

Penso che le due citazioni in epigrafe colgano molto bene lo spirito del brillante saggio di Raffaele Alberto Ventura Teoria della classe disagiata (minimum fax, 2017), almeno per quello che ho potuto ascoltare dalla viva voce dell’autore (ero presente alla presentazione del libro fatta al Teatro Coppola di Catania), dalle pagine del libro che circolano sul Web e sulla scorta delle molte recensioni (alcune davvero interessanti, altre assai meno) che hanno avuto per oggetto questo saggio di successo. Ebbene sì, non ho ancora letto il libro. Devo d’altra parte confessare di averlo furtivamente compulsato stando comodamente seduto in una libreria Feltrinelli della mia città; essendo chi scrive un proletario economicamente assai disagiato, la confessione assume qui un significato a suo modo puntuale e critico: con 16 euro, il prezzo appunto dell’opera di cui si tratta, un proletario, ancorché “politicamente impegnato”, compra un paio di pantaloni in un negozio gestito dai cinesi, o fa una bella spesa in un Hard Discount. A certi livelli di disagio sociale il senso di colpa può manifestarsi con un volto molto prosaico, direi senz’altro meschino, e di certo non intendo odiarmi tutte le volte che il mio occhio si posa sul libro di Ventura ospitato in casa mia!

Questo, sia detto en passant, anche a proposito di priorità nei bisogni e nelle scelte e di come si vive il disagio nelle diverse classi sociali. D’altra parte, anche Ventura apre il suo libro parlando di sé, delle sue esperienze personali, per poi toccare temi molto più generali. Come diceva il filosofo, nella particolarità si cela la totalità: si tratta di afferrarla e raccontarla nel modo migliore. Un’impresa tutt’altro che facile. C’è riuscito il nostro autore? Per rispondere aspetto di leggere il libro con calma, con tanto di penna e di matita pronte all’uso, perché io in realtà non leggo, studio. Ecco perché alla Feltrinelli soffrivo nel non poter sottolineare e chiosare alcuni passi del testo particolarmente “sfiziosi”, ad esempio quando a pagina 192, mi pare, Ventura mostra, con garbo, i limiti di interpretazione di Carlo Formenti sulla reale (non ideologica) natura economica del consumo “intelligente” («Nell’attuale processo di riproduzione del capitale, il consumatore va considerato alla stregua di un fattore produttivo: non tanto perché “lavora senza saperlo” quando gioca su Internet – come hanno sostenuto Carlo Formenti e Wu Ming – quanto piuttosto perché il plusvalore si realizza soltanto quando la merce viene comprata e così compiuto il ciclo denaro-merce-denaro»), o quando cita Henrik Grossmann (se ricordo bene a pagina 222) sulla guerra imperialista come una delle «controtendenze modificanti» che frenano il crollo del Capitalismo attraverso la svalorizzazione e la distruzione di capitale (*), o alla fine del libro (mi pare a pagina 253), là dove si trova la seguente domanda: «Insomma, siamo vittime della crisi economica oppure colpevoli delle nostre ambizioni smisurate?». Una domanda che nella sua disarmante ingenuità forse getta un potente fascio di luce sulla “concezione del mondo” che, ipotizzo, informa il saggio in questione. In ogni caso, quella che state leggendo non è una recensione, ma una riflessione su ciò che ho letto e ascoltao.

Alcuni passi del libro di Ventura che sono riuscito a intercettare, per così dire, mi hanno riportato alla mente lo spassosissimo dialogo tra Michele e Cristina nel film di Nanni moretti Ecce Bombo:

Michele: Senti, che lavoro, me n’ero dimenticato, che lavoro fai?
Cristina: Be’, mi interesso di molte cose: cinema, teatro, fotografia, musica, leggo…
Michele: Concretamente?
Cristina: Non so cosa vuoi dire.
Michele: Come non sai, cioè, che lavoro fai?
Cristina: Nulla di preciso.
Michele: Be’, come campi?
Cristina: Mah, te l’ho detto: giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose.
Michele: E l’affitto?
Cristina: Vivo con mio fratello e non lo pago.
Michele: Be’, dico, i vestiti?
Cristina: Eh, un amico, per esempio, che va a Londra, gli dico di portarmi delle cose, degli abiti…
Michele: E questa sigaretta?
Cristina: Ho incontrato stamattina un amico e mi ha regalato questi due pacchetti».

Non c’è verso per il povero Michele di afferrare la vita concreta dell’amica; cerca l’arrosto della sua esistenza, e gli rimane tra le mani un inconsistente fumo di vita aleatoria che sembra poter esistere a dispetto di ogni più elementare regola sociale: lavorare per procurarsi i soldi che consentono l’esistenza in questa società che «si presenta come una immane raccolta di merci» (K. Marx). «La classe disagiata è avvezza a questo tipo di mistificazioni che dovrebbero servire a nascondere gli aspetti più prosaici dell’esistenza e mettere in scena una vita sognata. Le biografie degli scrittori in quarta di copertina ci parlano dei loro libri ma non di quello che fanno davvero otto ore al giorno per guadagnarsi da vivere, né delle eventuali eredità su cui si appoggiano. Per la classe disagiata vige la stessa regola che per gli aristocratici: di soldi non si parla. Ed è anzi proprio dalla capacità di non parlarne che si misura lo status» (Teoria della classe disagiata).

In colloquio con un intervistatore fin troppo “simpatetico” (al limite dell’imbarazzo!), nella presentazione catanese del suo libro Ventura ha cercato di rappresentare il disagio (come da titolo un po’ ruffiano) e la vera e propria frustrazione (non saprei definire altrimenti il sentimento di amara disillusione che traspare anche dal “linguaggio del corpo” messo in scena dal giovane intellettuale milanese) che ormai da anni vive il ceto medio in tutti i Paesi occidentali, ma soprattutto in Italia. Un ceto medio impoverito e stressato dalla lunga crisi economica partita dieci anni fa dagli Stati Uniti e completamente spiazzato dai continui rivolgimenti tecnologici che adesso minacciano da vicino anche quelle professioni intellettuali che un tempo si pensava fossero al riparo dalla competizione capitalistica globale. Come sappiamo, perfino la prostituzione “analogica” oggi rischia di venir messa fuori mercato dalla prostituzione digitale basata soprattutto sulla robotica giapponese. Sto forse cercando di evocare un qualche legame tra le professioni cognitive e l’antichissima professione? Solo chi è in mala fede può accedere a questa maligna interpretazione del mio pensiero. Nel discorso di Ventura interessante mi è parsa soprattutto la parte descrittiva della crisi che travaglia la “classa disagiata”, una crisi, mi è parso di capire, più esistenziale (identitaria) che meramente economica, la quale morde con denti affilati e spesso intinti nel veleno l’orgoglio dell’appartenenza sociale e le illusioni dei giovani di “buona famiglia”. Si tratta di quei mitici Millennials che oggi devono confrontarsi con la prospettiva di un declassamento di vasta portata che comprensibilmente essi vivono con un’angoscia che non raramente necessita di un supporto farmacologico, come denuncia lo stesso autore alludendo, fra l’altro, alle droghe sempre più diffuse in quel mondo. Per la prima volta dal Secondo dopoguerra, la generazione dei figli è destinata ad avere assai meno rispetto a quanto sono riusciti a mettere insieme, anche in termini pensionistici, la generazione dei padri, e questo peraltro è un fatto che riguarda anche la classe lavoratrice “tradizionale”. Per dirla con l’ultimo saggio di Antonio Polito (Riprendiamoci i nostri figli, Marsilio), «i padri rottamano i figli». E il processo sociale (la cattiva socializzazione di cui parlavano Adorno e Horkheimer anche per spiegare la crisi della famiglia borghese) rottama tutti: padri, madri, figli, nonni…

Già queste poche e confuse riflessioni sono sufficienti, a mio giudizio, a far comprendere quanto scivoloso e, alla fine, piuttosto inconcludente sia parlare in astratto di «classe disagiata» e di «generazione», contenitori concettuali che potrebbero riguardare individui appartenenti agli strati sociali più disparati, a cominciare da quelli economicamente più disagiati. Il disagio giovanile non si dà allo stesso modo nelle famiglie di diversa estrazione sociale. Il “disagio sociale” non è l’hegeliana notte in cui tutte le classi sociali sono uguali. D’altra parte è anche vero che lo spirito piccolo borghese è l’elemento ideologico che nella modernità affascia un po’ tutte le stratificazioni sociali, generando nelle classi subalterne l’ingannevole sensazione che in fondo siamo tutti attori dello stesso film. Non sembra esserci una grande differenza tra il padrone e il suo “collaboratore” salariato: vestono allo stesso modo, parlano allo stesso modo delle stesse cose, guardano gli stessi film, ascoltano la stessa musica, e via di seguito; magari uno indossa un abito firmato e l’altro una sua “cineseria” (probabilmente Made in Napoli); magari il primo porta al polso un orologio di marca e l’altro una sua imitazione più o meno riuscita, ma queste differenze scompaiono sotto i riflettori di una sempre più accecante superficialità. Al cinema o in teatro nessuno chiede agli attori se l’orologio che portano al polso è davvero placcato in oro come sembra agli spettatori. Sulla scena si recita una parte, ed è tutto. Ma spesso tra il reality e la realtà avviene una polarizzazione che dà luogo a un cortocircuito dagli esiti imprevedibili. Allora l’attore che recita la parte del povero vuole essere ricco, ma non nella finzione, ma nella realtà: «Perché tu devi portare l’orologio placcato in oro e io solo una sua miserabile imitazione? Perché tu guidi una Ferrari e io una modesta utilitaria?». Già, perché? Scriveva Wilhelm Reich: «Per la psicologia sociale la domanda si pone [in questi termini]: non si chiede perché l’affamato ruba o perché lo sfruttato sciopera, ma il motivo per cui la maggior parte degli affamati non ruba e perché la maggior parte degli sfruttati non sciopera» (Psicologia di massa del fascismo). Ma il mio è un modo di porre la questione che denuncia, per un verso la mia origine sociale e il mio attuale “status” sociale, come già detto, e per altro verso il punto di vista politico (radicalmente anticapitalista) da cui approccio le cose del mondo. Ma non divaghiamo!Tanto più che il giovane disagiato di cui parla Ventura aspira a «beni posizionali» che nulla a che fare hanno con la volgare mercanzia cui aspira un giovane proletario non del tutto in sintonia con la propria condizione sociale. Un buon titolo di studio, buoni libri, buoni film, buoni concerti, buona cucina, buoni viaggi, una buona religione (tipo Buddhismo): è questo genere di «funzioni d’uso» che ricerca il disagiato della classe media; altro che Rolex e macchine di lusso!

«”Scusi, quest’orologio potrebbe mica vendermelo un po’ più caro?”. Ecco una richiesta che ai negozianti non capita di sentire spesso. Eppure il mondo è pieno di persone ben contente di pagare per un certo prodotto un costo ben superiore al suo valore d’uso: gli economisti lo chiamano “effetto Veblen”». Inutile dire che l’effetto Veblen non si può usare per capire il disagio delle classi economicamente più disagiate, i cui figli imparano fin da subito a trattare con i negozianti per strappare il miglior prezzo possibile. Mia madre ancora oggi riesce a ottenere degli sconti anche su merci il cui prezzo è davvero risibile. Contrattare sul prezzo per molte “popolane” della vecchia generazione è quasi una “filosofia”, una cerimonia religiosa.

Detto questo, quello dell’uso più o meno fondato e “sociologicamente” puntuale del concetto di classe disagiata non mi sembra qui l’aspetto più rilevante da mettere in luce. Tanto più l’autore non assegna alla generazione dei disagiati una funzione storicamente rivoluzionaria, e anzi la considera una classe in via di esaurimento: «La classe disagiata è il residuo umano lasciato dalle crisi di sovrapproduzione nel momento in cui non è più possibile finanziare il consumo improduttivo». E qui arriviamo alla parte del libro che ha colpito il mio interesse.

Come dicevo, compulsando il Web sono riuscito a procurarmi alcune, e devo dire assai interessanti e piacevolmente sorprendenti, pagine del libro di Ventura che sicuramente hanno disturbato non poco molti cosiddetti marxisti, e certamente la totalità dei keynesiani e neo/post keynesiani del nostro Paese. Si tratta della parte del saggio che critica il Capitalismo di stampo keynesiano entrato in sofferenza alla fine degli anni Sessanta, quando il lungo ciclo espansivo postbellico incominciò a dare evidenti segni di “stanchezza”, e la vulgata costruita intorno alla “controrivoluzione neoliberista” dalla “sinistra radicale”. Già solo questo fatto pone, a mio avviso, il libro di Ventura assai al disopra del “monumentale” (e molto sopravvalutato) saggio di Thomas Piketty sul Capitalismo del XXI secolo, il quale affronta il tema della diseguaglianza sociale in chiave classicamente keynesiana: «La lezione complessiva della mia ricerca è che il processo dinamico di un’economia di mercato e di proprietà privata, se abbandonato a se stesso, alimenta potenti fattori di divergenza» (p. 919).  Non la dottrina di qualche economista eterodosso, ma la prassi capitalistica già da tempo, e comunque certamente alla fine del XIX secolo, non dava alcun peso al mito del laissez faire. Paradossalmente – ma a ben considerare meno di quanto non sembri a prima vista –, solo gli antiliberisti ideologici hanno continuato a dar credito alle teorie dogmaticamente liberiste, attribuendo alla loro maligna influenza sui governi le magagne che minano la cosiddetta convivenza civile fondata sul – mitico – Patto sociale. Forse Ventura potrebbe convenire con questa mia interpretazione dei fatti.

«Il meccanismo descritto da Keynes suona ragionevole sulla carta, e ha funzionato magnificamente per decenni. Perché il sistema funzioni, lo Stato deve fare al capitalista quello che il capitalista fa al lavoratore. Da una parte preleva una quota del profitto privato, dall’altra la spende per assorbire il surplus prodotto dagli incrementi di produttività. Tutto perfetto, se non fosse che non c’è limite agli incrementi, quindi non c’è limite alla ricchezza che deve essere consumata per inseguirli, quindi non c’è limite alla quota che deve essere prelevata. In un contesto concorrenziale caratterizzato dalla corsa al ribasso dei prezzi – la famigerata competitività – questo inseguimento infinito non è possibile». Trovo particolarmente interessante la critica di Ventura del «paradigma keynesiano» perché essa si fonda sui concetti di lavoro produttivo e lavoro improduttivo, concetti di cui spesso mi sono avvalso anch’io per dar conto dell’ultima crisi economica internazionale (vedi Dacci oggi il nostro pane quotidiano**), della natura del cosiddetto Capitalismo cognitivo (vedi Capitalismo cognitivo e postcapitalismo. Qualunque cosa ciò possa significare), della cosiddetta controrivoluzione neoliberista e così via. Questo per far comprendere meglio la ragione del mio interesse.

Adesso mi pare di capire il retroterra politico-ideologico di non poche recensioni negative. Interessanti sono anche le citazioni di Paul Mattick, peraltro allievo di Grossmann, il quale criticò le politiche keynesiane dal punto di vista marxista quando ancora esse venivano considerate dai governi occidentali come l’ultima parola in fatto di economia politica, come la soluzione finalmente scoperta delle più gravi contraddizioni capitalistiche. Come ha detto il figlio di Mattick riflettendo sulla sfida lanciata dal padre al keynesismo, «Si è trattato semplicemente del tentativo di affermare che se Marx aveva ragione Keynes doveva essere in errore. Ed è successo che Marx aveva ragione e Keynes torto». Forse anche il nostro autore la pensa così.

Scrive Ventura: «Nel suo breve testo del 1971 Divisione del lavoro e coscienza di classe, il pensatore marxista Paul Mattick forniva una sintesi efficace del rapporto tra crisi del capitalismo, misure keynesiane e sviluppo del lavoro improduttivo: “L’espansione della produzione improduttiva indotta dallo Stato e da esso finanziata con il deficit del bilancio, cioè con massicce iniezioni di credito nell’economia ha mantenuto l’impiego a un livello che, lungi dal corrispondere al tasso di accumulazione indispensabile, è legato all’aumento costante del debito pubblico, della pressione fiscale e dell’inflazione. Allo stesso tempo, cresce regolarmente la parte del lavoro improduttivo nei confronti del lavoro sociale globale”. Mattick si riferisce all’attività di “insegnanti, medici, ricercatori scientifici, attori, artisti, ecc.”. A questi settori si possono aggiungere, senza troppe difficoltà, la funzione pubblica e la speculazione finanziaria».

Ancora il nostro: «La cosiddetta “rivoluzione neoliberista” degli anni 1970/1980, di fatto, non va considerata come una rottura ma come un’evoluzione del capitalismo monopolista di Stato di matrice keynesiana. Al fine di correggere le nuove contraddizioni che erano sorte in seno al sistema capitalista, gli avversari di Keynes spinsero per la liberalizzazione su due mercati: quello finanziario, così lubrificando la circolazione del capitale e il credito al consumo, e quello del lavoro, aumentando il tasso di sfruttamento (la quota dei salari sul plusvalore prodotto) per compensare la caduta del saggio di profitto». Adesso mi pare di capire il retroterra politico-ideologico di non poche recensioni negative del suo libro. Interessanti sono anche le citazioni di Paul Mattick, peraltro allievo di Grossmann, il quale criticò le politiche keynesiane dal punto di vista marxista quando ancora esse venivano considerate dai governi occidentali come l’ultima parola in fatto di economia politica, come la soluzione finalmente scoperta delle più gravi contraddizioni capitalistiche. Come ha detto il figlio di Mattick riflettendo sulla sfida lanciata dal padre al keynesismo, «si è trattato semplicemente del tentativo di affermare che se Marx aveva ragione Keynes doveva essere in errore. Ed è successo che Marx aveva ragione e Keynes torto». Forse anche il nostro autore la pensa così.  

Ora, mentre io, sulla scorta delle opere di Marx, di Grossmann e di Mattick e sul fondamento di un istintivo “odio di classe” nei confronti della vigente società disumana, traggo da tutto questo la conclusione che bisogna farla finita con il Capitalismo, con la maledizione del lavoro salariato, con la divisione sociale del lavoro, con ogni forma di dominio e di sfruttamento, cosa che postula necessariamente il superamento della divisione classista degli individui; ecco, mentre io avanzo al mondo (vedi quali smisurate ambizioni possono coltivare certi nullatenenti!) questa necessità, questa meravigliosa possibilità, Ventura mi sembra invece che si limiti a suggerire al “sistema” e ai suoi “colleghi di classe” che annaspano nel mare in tempesta della trasformazione sociale delle soluzioni (in primis, riscoprire l’importanza del lavoro produttivo, ossia della maledizione sociale di cui sopra) idonee a rendere economicamente sostenibile il Capitalismo, con un notevole beneficio anche sul terreno del Welfare (perché non esistono pasti gratuiti nel Capitalismo! ). Una leggerissima differenza fra le due posizioni mi sembra di scorgerla.

«Anche Carlo Formenti – scrive Ventura – mi attribuisce, sulla base dell’articolo di Valeria Finocchiaro, una tesi che nel libro non c’è, ovvero “l’ipotesi che l’inflazione di giovani laureati, a fronte di un mercato del lavoro che offre loro (se e quando li offre!) posti di lavoro sottopagati e mansioni al di sotto delle loro competenze, andrebbe affrontata praticando una sorta di “decrescita culturale” (riducendo cioè drasticamente il numero delle iscrizioni ai corsi universitari, in particolare a quelli di orientamento umanistico)”. […] Per risolvere questo problema non è necessario “ridurre drasticamente il numero d’iscrizioni ai corsi universitari”. Sebbene nel libro io eviti di formulare prescrizioni, resto convinto che non ci sarebbe bisogno di nessun numero chiuso in entrata se il sistema formativo fosse in grado di produrre dei ranking in uscita come avviene il qualsiasi altro paese OCSE. Questo motiverebbe un numero più alto di famiglie meno agiate a investire delle risorse nella formazione universitaria, che non sarebbe più percepita come l’inutile truffa che oggi evidentemente è». Il cuore della precisazione di Ventura credo stia nella frase: «non ci sarebbe bisogno di nessun numero chiuso in entrata se il sistema formativo fosse in grado di produrre dei ranking in uscita”», con cui Ventura fa quello che nega di aver fatto nel libro, e cioè prescrivere. Seguendo il suo ragionamento, se la sua prescrizione, ossia il suo programma politico, è trasferire la funzione di selezionare ed allocare le risorse umane dall’anarchia irrazionale (come a lui appare!) del mercato al dispositivo della formazione, occorre che quest’ultimo si doti di operatori all’altezza del compito, e cioè di specialisti prelevati dal segmento “alto” della classe media. E chi potrebbe farlo meglio dei giovani brillanti e intraprendenti che dimostrano di sapersi districare nella vexata quaestio, scrivendo ad esempio libri così lucidi e puntuali come Teoria della classe disagiata? La puzza di meritocrazia qui è forte. Ma mi posso anche sbagliare, si capisce.

La sto facendo lunga ed è tempo di mettere un punto conclusivo. Chiudo facendo correre un mio “cavallo di battaglia” (o chiodo fisso che dir si voglia): il «socialismo reale» come la più gigantesca balla speculativa del XX secolo. Scrive Ventura: «Non è solo nella contabilità che la teoria smithiana-marxista del lavoro improduttivo si è incarnata ai tempi dell’Unione Sovietica: esisteva addirittura una legge “contro il parassitismo sociale”, che puniva chi rimaneva senza lavoro per oltre tre mesi. Gli intellettuali potevano operare solo se iscritti all’Unione degli scrittori, che rilasciava la qualifica ufficiale di letterato e li retribuiva. In caso contrario, soprattutto se invisi al partito, gli scrittori rischiavano di essere condannati ai lavori forzati, come avvenne a Mandelstam e Brodskij. Sicuramente il dispositivo servì a controllare la produzione culturale. Ma più profondamente si trattava di sanzionare il lavoro improduttivo perché questo non era una risorsa per il sistema socialista bensì una minaccia. Nell’economia pianificata non c’è nessun plusvalore da realizzare, nessuna sovrapproduzione da tamponare: ci sono soltanto delle risorse (limitate) da spartire. Gli atti del processo a Brodskij del 1964 sono un documento eccezionale perché mostrano una concezione del lavoro culturale radicalmente diversa dalla nostra: anzi per noi spaventosa, assurda, ingiustificabile. Sicuramente la burocrazia sovietica non ha prodotto strumenti efficaci per regolare il rapporto tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo, eppure se proviamo ad astrarci un attimo dalla nostra ideologia, molte delle osservazioni mosse contro il poeta in quell’aula non sono così assurde».

Come si vede, anche il giovane intellettuale qui preso di mira assume il punto di vista della vulgata intorno alla natura “socialista” del regime stalinista, menzogna che ha grandemente favorito quella chiusura dinanzi alla possibilità di una Comunità semplicemente umana: «Se questo è il Socialismo, meglio tenerci il Capitalismo!». Non c’è dubbio, se non fosse che per la quisquilia che segue: l’economia sovietica non fu affatto un’economia socialista, né “reale” né “irreale”, ma un’economia che potremmo definire con molte cautele “dottrinarie” capitalistica di Stato; un Capitalismo di Stato largamente assistito dalla cosiddetta “economia informale” (privata e perlopiù illegale). Per questo sorrido quando leggo che «Nell’economia pianificata [dell’Unione Sovietica] non c’è nessun plusvalore da realizzare». Sulla natura storico-sociale dello stalinismo rimando ai miei diversi scritti sul tema scaricabili dal Blog.

Penso che l’impasse per così dire programmatica (il problematico che fare?) che ho colto nella presentazione catanese del libro di Ventura abbia in qualche modo a che fare con la chiusura dinanzi a un futuro di reale emancipazione umana realizzata in molta parte dalla menzogna epocale di cui parlavo. Solo lo strapotere sociale che non ci lascia vivere umanamente ci impedisce oggi di cogliere col pensiero le eccezionali possibilità di emancipazione che l’attualità del Dominio, al contempo, ci nega e ci offre. Come scrisse una volta qualcuno, oggi è più facile immaginare la fine del mondo che quella del Capitalismo. È ciò che chiamo tragedia dei nostri tempi, alla cui scrittura hanno concorso appunto i “comunisti” un tempo devoti a Stalin, a Mao e a qualche altro leader “comunista” impegnato a costruire da qualche parte il “paradiso terrestre”. Hanno costruito l’inferno e lo hanno chiamato paradiso! Non c’è, dunque, di che stupirsi nel costatare il disorientamento e l’impotenza politico-sociale che segnano la condizione dei dominati e di quanti avvertono il disagio di vivere in una società ostile all’umano. Per questo l’impasse programmatica di Ventura né mi stupisce né mi infastidisce, e anzi la preferisco di gran lunga a molte certezze “socialiste” esibite da personaggi che straparlano di “socialismo” e di “comunismo” mentre hanno in testa un regime sociale autenticamente capitalistico.

Il punto che però volevo evidenziare è questo: sotto sotto, il nostro ex disagiato sembra in qualche modo simpatizzare con l’approccio sovietico al tema e, soprattutto, alla prassi del lavoro improduttivo. E qui il pensiero di Ventura incrocia quello di Carlo Formenti, il quale scrive: «Ciò significa che dobbiamo arrenderci al realismo, smetterla di ragionare sull’ampliamento dei benefici sociali associato ai livelli di istruzione? Assolutamente no, però dobbiamo essere consapevoli che le uniche società che assumono tale ampliamento come obiettivo strategico, a prescindere dalle esigenze contingenti del ciclo capitalistico, sono le società socialiste. Altrimenti vale il principio di sostenibilità di cui parla Ventura». Ora, è appena il caso di ricordare la forte simpatia che Formenti nutriva per gli “esperimenti sociali” in atto in America Latina, soprattutto nel Venezuela chávista, per capire che quando egli parla di “socialismo” è il caso di impugnare la metaforica pistola.

La riflessione di Ventura conferma una delle pochissime certezze che mi trascino (non stancamente, per fortuna!) ormai da molti decenni: se non c’è rivoluzione, c’è solo conservazione. Ma anche: senza coscienza rivoluzionaria il pensiero che soffre ma non comprende rischia di precipitare nella disperazione o nel cinismo. Non esiste alcuna “terza via”, alcuna fase intermedia, alcun accomodamento possibile con il mondo disumano in vista di “tempi migliori”. Ed è per questo che spesso la mera descrizione di una realtà oggettivamente cattiva, finisce per far diventare cattivo (in tutte le accezioni possibili) anche il pensiero di colui che la descrive e che magari soffre, senza tuttavia comprendere la radicalità del male che denuncia. A volte rischiamo di avvitarci e di crogiolarci nel nostro stesso malessere, per addomesticarlo e placarlo in qualche modo, se non troviamo la via di fuga da esso. Del resto Ventura è uno che alla fine ha avuto il meritato (e non uso a caso questa parola) successo, o che “rischia” seriamente di averlo, e questo lo rende “oggettivamente” esposto alle critiche del collega di classe che annaspa nel retrobottega sociale e si sente dire da uno che (beato lui!) ce l’ha fatta che forse la soluzione consiste nel deflazionare le sue aspettative di vita, le sue infondate e velleitarie pretese, così inclini a trasformarsi in altrettante frustranti delusioni. Volere troppo è sommamente deleterio, se poi non hai la possibilità materiale di realizzare i tuoi sogni: non vivere al di sopra delle tue capacità e possibilità. Ecco, la società del – falso – benessere ha venduto a piene mani e a basso costo (vedi anche i voti politici di sessantottina memoria) irrealizzabili sogni di promozione sociale a tutti.

Forse sbaglio, ma la riflessione di Ventura mi sembra che spesso si muova dentro quel circolo vizioso disegnato negli ultimi anni dagli intellettuali “progressisti” (quelli “reazionari” alla Giuliano Ferrara ci sono arrivati molto prima!) che denunciano il buonismo e il permissivismo (nei costumi sessuali, nell’educazione dei figli, nell’approccio con i problemi della vita, in campo politico, in campo etico, ecc.) dilaganti nella nostra società. Questi intellettuali, alla Diego Fusaro e alla Massimo Recalcati, per intenderci, rispondono alla crisi esistenziale degli individui proponendo soluzioni in grado di portarli, non oltre il Capitalismo (ci mancherebbe), ma piuttosto dentro un assetto della società (capitalistica) meno problematico, meno frantumato, meno contraddittorio, più austero, più serio, più semplice da capire e da gestire. Una società nel cui seno il bianco è bianco, e il nero è nero; dove l’uomo è uomo, e la donna è donna (e possibilmente concepisce i figli alla vecchia e piacevole maniera, senza ricorrere a pratiche “eticamente discutibili” come l’utero in affitto); dove il padrone è il padrone e il lavoratore, soprattutto quello intellettuale, è lavoratore. Insomma, facciamocene una ragione del Karma sociale che abbiamo ricevuto in sorte.

(*) In alcuni passaggi “economici” del saggio c’è forse traccia della polemica che Grossmann sviluppò contro i teorici (Rosa Luxemburg compresa) delle «terze persone» di malthusiana memoria interessate unicamente alla realizzazione del plusvalore, ossia al consumo improduttivo delle merci senza il quale il Capitalismo sarebbe crollato miseramente per eccesso di merci invendute. L’autore de Il crollo del capitalismo (1928, Jaca Book, 1971) giustamente puntò i riflettori sul processo di valorizzazione, al tempo stesso processo tecnico di lavoro e processo di creazione del valore (valore e plusvalore), per spiegare i fenomeni essenziali che rigano l’economia capitalistica (crisi, speculazione, disoccupazione, esportazione di capitale, finanziarizzazione dell’economia, e così via).
(**) «Ci sono stati in passato Paesi che hanno vissuto, in toto o in gran parte, d’intermediazione finanziaria o mercantile. Essi però hanno potuto farlo solo nella misura in cui in altre parti del pianeta il Capitale ha pompato tutti i santi giorni plusvalore dal lavoro vivo sfruttato in grandi, medie e piccole aziende industriali (agricoltura compresa, naturalmente), e l’ha immesso nelle enormi arterie della circolazione capitalistica internazionale. Sbaglia di grosso chi crede che all’inizio del XXI secolo le cose stiano in modo diverso. Se, per assurdo, tutti i paesi del mondo dovessero decidere di vivere esclusivamente d’intermediazione, per risparmiare ai loro capitali il faticoso e rischioso passaggio dal processo produttivo di merci, non solo il sistema capitalistico mondiale collasserebbe in breve tempo (il tempo dell’esaurimento delle scorte), ma vedremmo morire di fame, di freddo e di stenti gli esseri umani, i quali, come già sappiamo, in questa epoca storica vivono di merci» (Dacci oggi…, Nostromo, 2012, p. 8).

E LA CHIAMANO “UTOPIA”!

Un nuovo intellettuale “rivoluzionario”, “visionario” e “utopista” sta calcando la scena del pensiero progressista mondiale: si chiama Rutger Bregman, è giovane e viene dall’Olanda. Naturalmente il noto “Quotidiano comunista” se n’è subito invaghito: «Nel suo libro Utopia per realisti (Feltrinelli) lo storico Rutger Bregman propone un’idea semplice: un reddito di base universale per sradicare la povertà e sganciare i bisogni dell’essere umano dalla schiavitù del lavoro. Il cibo, la casa, l’istruzione dovrebbero essere garantiti a tutti, in maniera incondizionata. Non un favore, ma un diritto fondamentale» (Il Manifesto). Il diritto di essere uomini e donne, semplicemente, e di essere trattati dalla società come tali: che bello! Ci sto! Ma un momento: se tutti sono “sganciati” «dalla schiavitù del lavoro», chi produce i beni e i servizi di cui pure abbiamo bisogno? I robot o i lavoratori che avranno la ventura (anche nota come sfiga) di rimanere invischiati nel mondo della produzione? E poi, di che società stiamo parlando? È presto detto: di questa società, ossia della società capitalistica mondiale. L’«Utopia per realisti» dell’ennesimo nipotino di Proudhon (1) si configura come una riconciliazione tra le classi nel nome della comune identità umana: mera cacca, avrebbe forse detto il forte bevitore di Treviri.

Per quanto riguarda il cosiddetto reddito di cittadinanza, c’è da dire che il concetto (borghese) di cittadinanza rinvia a una visione della società che ne oblitera la stessa essenza: la divisione classista degli individui, un’assoluta maledizione che le classi dominanti da sempre cercano in ogni modo di celare agli occhi dei sottoposti con più o meno sofisticati espedienti politici, ideologici e istituzionali. La cittadinanza che renderebbe uguali tutti gli individui al cospetto del Leviatano è una menzogna, e così l’affermazione di una comune identità umana dei “cittadini” fatta nel seno della società che nega in modo sempre più radicale la stessa possibilità di un’esistenza autenticamente umana. Di qui, la necessità di conquistare rapporti sociali pienamente umani, o semplicemente umani. Dopo tutto, non stiamo forse parlando di “utopia”? Ah, già, dimenticavo: l’utopia buona è solo quella «per realisti»!

«A ben vedere però l’idea non sembra essere di così facile applicazione», commenta Roberto Ciccarelli, che ha intervistato per Il Manifesto il brillante scienziato sociale olandese: «il lavorismo, che pervade le culture di sinistra e di destra, e quella di coloro che pensano che entrambe siano superate», renderebbe infatti impossibile l’implementazione di una proposta che invece, a ben vedere, parla il linguaggio del realismo. Non ci credete? Allora leggete quanto segue «Non sono in molti oggi – argomenta Bregman – a ricordare che alla fine degli anni Sessanta quasi tutti credevano che gli Stati Uniti avrebbero dovuto sviluppare una qualche forma di reddito di base universale. Sia la destra che la sinistra erano favorevoli. Così Nixon pensò: se tutti lo vogliono, allora facciamolo. La sua legge sul reddito di base andò due volte in parlamento, ma fu abbattuta dai democratici. Non perché fossero contrari, ma perché lo ritenevano troppo basso! È una storia abbastanza bizzarra, piena di strane contingenze». E sì, questi servitori del Capitalismo e dell’Imperialismo quando vogliono sanno essere davvero bizzarri!

A proposito di «lavorosmo», fissazione ideologica (o religione) che secondo Ciccarelli sarebbe il maggior ostacolo alle proposte utopiste-realiste di Bregman, qui mi permetto di notare con un certo piacere la conferma del “mio” mantra: la cosiddetta sinistra e la cosiddetta destra condividono un comune terreno di classe (capitalistico), perché solo politiche e ideologie filo-capitalistiche possono esaltare il lavoro salariato – il tanto decantato e glorificato «capitale umano». Com’è noto, il «lavorismo» in Italia ha avuto soprattutto una matrice cattostalinista, e se ne trovano abbondanti tracce nella «Costituzione – borghese – più bella del mondo». Quando sente parlare in modo apologetico di lavoro (salariato!) e di “economia reale” (quella che rende possibile la creazione del vitale plusvalore attraverso lo sfruttamento della capacità lavorativa vivente) l’anticapitalista conseguente non può fare a meno di mettere subito la mano alla metaforica pistola. Dall’arma della critica, alla critica delle armi, diceva quello. Per adesso dobbiamo accontentarci delle metafore. Si fa per dire, compagno Minniti!

Nella nostra epoca “post-fordista” il fatto stesso di esistere significa essere produttivi di «valore sociale» perché ogni attività, anche quella non immediatamente economica o addirittura ludica, produce ricchezza: i teorici del Capitalismo cognitivo giustificano in questi termini la rivendicazione di un reddito universale di base (2). Il lavoro di cui parlano questi “post rivoluzionari” è talmente produttivo di valore, che per essere remunerato ha bisogno della fiscalità generale, ossia della tassazione dei cittadini – e non è detto affatto di quelli più abbienti. Ma ritorniamo al nostro “utopista” olandese: «Reddito universale di base significa soldi gratis per tutti» (Utopia per realisti); ma com’è noto nel Capitalismo nessun pasto è gratis! In generale, per quanto riguarda la rivendicazione di un salario o di un reddito garantito dal Leviatano (e sempre al netto delle eventuali fumisterie ideologiche che ne sorreggono l’impianto “dottrinario”), occorre tenere in mente che la fiscalità generale per i lavoratori si risolve generalmente in un secco prelievo alla fonte del loro reddito. L’intellettuale di Westerschouwen vuole «responsabilizzare» i poveri regalandogli i soldi: mi prenoto!

Dal punto di vista di chi si batte per realizzare le condizioni dell’autonomia di classe e della solidarietà tra i proletari (d’ogni “razza, colore e nazione”), la rivendicazione di un «reddito minimo garantito», o come si voglia altrimenti chiamarlo, ha senso solo se essa non si risolve in un ennesimo strumento di divisione e di indebolimento dei lavoratori e di rafforzamento dello Stato capitalistico, il quale soprattutto nei periodi di crisi sociale ama vestire i panni del Padre buono che pensa soprattutto “agli ultimi”. Solo con la lotta di classe “gli ultimi” riescono a migliorare la loro condizione di esistenza e, al contempo, a conquistare lo status di combattenti per l’emancipazione sociale. Solo con e nella lotta di classe i dominati conquistano gradi di libertà e di dignità altrimenti inarrivabili. Se mi si consente la metafora, il povero Cristo deve farsi Spartaco. Gli “umanitari” lavorano invece per fare degli “ultimi” degli assistiti dalla fiscalità generale, dei sudditi eternamente grati al Leviatano che li nutre, li veste e li alloggia. Abbiamo visto ultimamente come in Venezuela il proletariato assistito con ciò che ancora percola dalla rendita petrolifera si sia schierato a difesa del regime ultrareazionario di Maduro.

Lo so che il discorso degli “umanitari” oggi è infinitamente più popolare del mio, ma io non sono un populista, come non sono un realista. Di più: sono un arcinemico del populismo (di “destra” e di “sinistra”) e del realismo.

Confessa il nostro giovane intellettuale (che si batte per «la creazione di un populismo positivo e aperto»): «Vorrei uno Stato grande in termini economici (che raccoglie soldi con le tasse e li ridistribuisce) ma piccolo per quanto riguarda il controllo sull’individuo e la sua libertà» (La Repubblica). Questa sì che è davvero un’“utopia”! Detto en passant e per ribadire il concetto di cui sopra, non è che il «populismo positivo e aperto» di certi sinistri appaia ai miei irrealistici occhi meno cattivo del populismo negativo e chiuso propagandato dai destri: nella buia notte della società capitalistica tutti quelli che a vario titolo cercano di vendere fuffa ideologica alle classi subalterne, per rafforzare la loro attuale condizione di impotenza sociale e politica, mi appaiono neri, indistintamente, proprio come le celebri vacche hegeliane.

Ancora Bregman: «L’idea di reddito di base supera la distinzione tra destra e sinistra. Nel senso che è di sinistra l’idea di sradicare la povertà, ed è di destra il fatto che promuove la libertà individuale. In realtà, sono convinto che il reddito possa essere davvero il coronamento della socialdemocrazia. O, come l’ha definito un filosofo, la “via capitalistica al comunismo”» (Il Manifesto). Come no? Naturalmente «la via capitalistica al comunismo», se considerata con serietà “critico-scientifica”, è un’assoluta fregnaccia; d’altra parte occorre considerare il tipo di “comunismo” che hanno in testa gli intellettuali di tutte le tendenze politico-ideologiche, i quali associano il “comunismo” al Capitalismo di Stato o a qualche altra forma di Capitalismo non meglio definito, ma possibilmente «dal volto umano»: sic! Per l’anticapitalista che non ama sfoggiare letture marxiane (peraltro mai digerite) nei salotti avvezzi allo «spirito dell’utopia» (e così abbiamo sistemato anche il povero Ernst Bloch!), non si tratta semplicemente di «sradicare la povertà», ma di eliminare la divisione classista degli individui (emancipando se stesso, il proletariato emancipa l’intera umanità, diceva quello) e di rendere possibile la «liberazione di ogni singolo individuo», perché «nel mondo attuale il libero sviluppo dell’individuo completo è reso impossibile» (3). La libertà individuale di cui parla la “destra” è una gigantesca menzogna nel seno della società retta da leggi che gli individui non controllano e che anzi subiscono alla stregua di «potenze estranee e ostili». Come diceva sempre l’uomo con la barba, un conto è ciò che gli individui credono di essere, ad esempio liberi e belli, per citare una vecchia reclame, un altro ciò che essi sono realmente sulla base di un determinato processo sociale. Chi non controlla la prassi che rende possibile la nostra stessa esistenza su questo pianeta, può solo illudersi di essere libero. Nemmeno i capitalisti singolarmente presi sono liberi di prendere decisioni sulla loro attività: sopra le loro teste incombe infatti l’imperativo categorico del profitto, che li costringe a scegliere solo le pratiche che garantiscono all’investimento il pieno successo. «Ciò malgrado, l’operaio sin dall’inizio si eleva al di sopra del capitalista, in quanto quest’ultimo è radicato in quel processo di alienazione e vi trova un assoluto appagamento, mentre l’operaio, in quanto sua vittima, si pone sin dall’inizio in un rapporto di ribellione verso di esso e lo avverte come un processo di asservimento» (4). L’anticapitalista si sforza di orientare in senso rivoluzionario quel «rapporto di ribellione», mentre i difensori dello status quo sociale, “utopisti realisti” compresi, cercano di depotenziarlo e ingabbiarlo in ogni modo. Sappiamo chi finora ha avuto la meglio.

Ad ogni modo, al concetto cattolico e laico di povertà contrappongo il concetto marxiano di miseria sociale, il quale dal lato specificamente “economico” mette in luce la crescente indigenza dei lavoratori in rapporto all’aumenta produttività del lavoro (5). Scriveva Camillo Benso conte di Cavour: «Se ci vien fatto di dimostrare che la carità legale può essere utilmente introdotta nelle società moderne, noi avremo tolto al comunismo i suoi più formidabili argomenti, e segnata la via a migliorare le sorti delle classi più numerose, senza mettere a repentaglio l’esistenza stessa dell’ordine sociale» (6). Come a suo tempo Cavour, molti, a “destra” come a “sinistra”, pensano che “Comunismo” significhi assicurare un piatto di minestra, qualche vestito e un tetto a tutti: la miseria (quasi!) generalizzata, insomma. Una miseria che in ogni caso richiederebbe, come già detto, il servile consenso dei miserabili, consapevoli che al peggio non c’è limite e avvezzi a pensare che «chi si accontenta gode» e che «l’ottimo è nemico del bene».

«Paesi come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna – osserva Bregman – sono oggi cinque volte più ricchi del 1930. Ma, a differenza di quanto sperato, il tempo libero non è affatto aumentato. Così oggi lavoriamo paradossalmente molto più di ottant’anni fa, anche per colpa delle nuove tecnologie – smartphone su tutte – che ci impediscono di separare vita professionale e privata» (La repubblica). Ma sul fondamento dei vigenti rapporti sociali non c’è affatto da stupirsi, tutt’altro. La lamentela del Nostro è tanto comune quanto “paradigmatica” del modo di pensare della scienza sociale progressista dei nostri giorni. Su questo aspetto rimando a diversi miei post (7). Quanto infantile e concettualmente indigente sia il pensiero economico-sociale di Bregman possiamo apprezzarlo anche dai passi che seguono: «John Maynard Keynes diceva che entro il 2030 le macchine ci avrebbero permesso di lavorare non più di 15 ore. Potremmo già farlo se non avessimo inventato l’iperconsumo. Invece di lavorare meno per produrre quanto serve, lavoriamo di più per creare cose inutili, inquinando e impegnando cervelli in attività vuote» (La Repubblica). Ma la tecnoscienza oggi non serve a liberare gli uomini dal lavoro ma a renderli più produttivi e sempre più adeguati alle molteplici necessità del Capitale: nella loro qualità di lavoratori, di consumatori, di scienziati e così via. Il problema ovviamente non è «l’iperconsumo» ma (e so benissimo di ripetermi: però quando ci vuole, ci vuole!) l’economia – e l’intera società – che ha nella ricerca del profitto il suo assoluto fondamento, il suo più grande e storicamente ineliminabile movente. Ineliminabile, beninteso, senza contemplare – e poi magari “fare” – la rivoluzione sociale. Il problema non è quello di «ripensare il concetto di lavoro», ma di superare senz’altro la società fondata sullo sfruttamento del lavoro salariato: come sempre non è questione di «rivoluzione culturale», una merce ideologica che tanto piace agli intellettuali di “sinistra”, ma, appunto, di rivoluzione sociale. Ovviamente al “visionario” olandese non importa un fico secco della prospettiva rivoluzionaria qui ricordata: «Il capitalismo è una fantastica macchina per creare prosperità.  […] È proprio perché siamo ricchi come mai prima d’ora che oggi abbiamo i mezzi per completare il successivo passo nella storia del progresso: dare a chiunque la sicurezza di un reddito minimo. È quello che il capitalismo avrebbe dovuto cercare sin da subito» (da Utopia per realisti). Davvero miserabile il concetto di progresso storico che ha in testa Bregman. Per mutuare John Maynard Keynes, un economista tenuto in grandissima considerazione dal nostro bravo “utopista”, da troppo tempo ci alleniamo a combattere, non a vivere da uomini: si tratta di rendere possibile la «Società umana libera» (Marx), libera in primo luogo dalla cieca necessità (sociale e naturale) e da ogni forma di coercizione: materiale, ideologica, psicologica. Utopia (nell’accezione che ne dà chi scrive: luogo che ancora non esiste) impossibile nella società divisa in classi. Come ho scritto su un post di qualche anno fa, il comunismo è un lusso che l’uomo del XXI secolo può permettersi, e per certi aspetti lo stesso libro qui preso di mira lo conferma.

A proposito di comunismo! Scrive Bregman nel suo libro: «Certo, la storia è piena di varianti orribili di utopismo (fascismo, comunismo, nazismo)». Il “comunismo” ridotto a un’orribile variante di utopismo e messo nello stesso escrementizio sacco che ospita il fascismo e il nazismo: di questo il Dominio vigente non ringrazierà mai abbastanza lo Stalinismo che ha distrutto l’esperienza sovietica dell’Ottobre e ha costruito il Capitalismo in Russia nel nome appunto del “comunismo”. Ha detto ieri il Presidente americano alle Nazioni Unite (riassumo): «Dall’Unione Sovietica a Cuba e al Venezuela la storia ha dimostrato che il socialismo lì non è stato applicato male, ma come esso sia esattamente quello che appare: miseria e oppressione». Una tesi che inchioda stalinisti e post stalinisti – anche quelli con caratteristiche cháviste. Le classi dominanti dell’intero pianeta stanno ancora pagando a caro prezzo la costruzione della più grande menzogna del XX secolo, la quale tra l’altro consente a un Bregman qualsiasi di fare bella figura nei salotti del progressismo mondiale esternando concetti e illusioni piccoloborghesi di rara insulsaggine.

Se capisco bene, l’«utopia» proposta da Rutger Bregman non è «per realisti» ma per chi auspica un Capitalismo privo di contraddizioni e di antagonismi sociali: più che un’utopia, una miserabile chimera, la quale si aggiunge alle tantissime chimere generate dal pensiero borghese e – soprattutto – piccolo borghese ormai da oltre due secoli. Lo sviluppo del Capitalismo e il progresso della tecnoscienza hanno dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio quanto sia ingenuo e illusorio credere di poter sfruttare le conquiste del vigente modo di produrre e distribuire la ricchezza sociale contro questo stesso mostruoso (disumano) meccanismo sociale senza prima sradicare di netto i rapporti sociali di dominio e di sfruttamento che lo rendono possibile. Tutte le cosiddette utopie che non considerano la necessità storico-sociale del superamento rivoluzionario del Capitalismo non sono che ricette, più o meno realistiche, più o meno sensate e radicali dal punto di vista borghese, intese a salvare le chiappe del Capitale da funzionari economici e politici considerati poco lungimiranti e poco intelligenti dalle solite mosche cocchiere.

Di realistica nella concezione del mondo di Bregman c’è solo l’esigenza di gestire alla meglio le contraddizioni sociali nell’epoca della sottomissione totale e capillare dell’uomo e della natura al Capitale; quanto alle ricette da lui proposte i fatti si incaricheranno di testarne la bontà. Per molti aspetti, e ovviamente per come la vedo io, le proposte dell’intellettuale olandese appaiono molto più “utopistiche” e assai meno realistiche di quelle informate dal pensiero radicalmente (autenticamente) anticapitalista. E allora, tanto vale…

(1) Vedi Sul concetto di miseria sociale e sui proudhoniani 2.0 e Profitto versus rendita.
(2) Sulla presunta crisi della teoria marxiana del valore, che, è bene ricordarlo, è in primo luogo una teoria dello sfruttamento del lavoro salariato, rimando ai post dedicati ai “comunardi” alla Toni Negri: Le superstizioni comunarde di Toni Negri; La valorizzazione capitalistica ai tempi di Toni Negri; La coscienza di classe nella rete; Cripto-moneta del Comune e “acciarpature monetarie”; Miseria del Comune; Quel che resta di Toni Negri.
(3) Marx-Engels, L’ideologia tedesca, Opere, V, p. 254, Editori Riuniti, 1972. Bregman sostiene che «È di destra promuovere la libertà individuale»: questo la dice lunga, molto lunga, sulla cosiddetta sinistra, non a caso figlia dello stalinismo e ancora oggi impregnata di statalismo in modo odioso. Associare il “marxismo” di Marx all’ostilità nei confronti dell’individuo e della sua libertà è un luogo comune resistente quanto infondato. Cito da un mio post: «”Voi amate l’uomo, e perciò tormentate il singolo essere, l’egoista; il vostro amore degli uomini è tormento di essi” (M. Stirner, L’unico e la sua proprietà, 1845, p. 274, Ed. Anarchismo, 1987). Nient’affatto, risponde Marx: noi desideriamo che “il singolo essere, l’egoista” diventi un uomo in carne ed ossa, desideriamo che il concetto prenda corpo, corpo umano. “Nella storia fino ad oggi trascorsa è certo un fatto empirico che i singoli individui, con l’allargarsi dell’attività sul piano storico universale, sono stati sempre asserviti a un potere a loro estraneo (oppressione che essi si sono rappresentati come un dispetto del mondo), a un potere del cosiddetto spirito che è diventato sempre più smisurato e che in ultima istanza si rivela come mercato mondiale. Ma è altrettanto empiricamente dimostrato che col rovesciamento dello stato attuale della società attraverso la rivoluzione comunista questo potere così smisurato per i teorici tedeschi verrà liquidato, e allora verrà attuata la liberazione di ogni singolo individuo” (Marx-Engels, L’ideologia tedesca, p. 66). Nota bene: di ogni singolo individuo. Nella Comunità umana non solo l’individuo non è sacrificato alle necessità della totalità sociale, come avviene nelle società classiste, ma essa è, per così dire, predisposta fin nei dettagli per rendere possibile il libero dispiegamento del potere “di ogni singolo individuo” sulla propria esistenza. Solo così la totalità sociale, sottomessa al controllo degli individui, non ha modo di darsi in guisa di potere sociale estraneo e ostile che si afferma sulla testa dei suoi stessi creatori, secondo la maligna dialettica che da sempre ha inquietato i poeti e i filosofi umanamente sensibili. Umana è la Comunità che fa dell’uomo, del singolo individuo, la sua totalità».
(4) K. Marx, Il Capitale, capitolo VI inedito, p. 19, Newton, 1976.
(5) Per Marx la miseria sociale del proletariato cresce in termini relativi nella misura in cui cresce in termini assoluti la ricchezza sociale nella sua odierna forma capitalistica: «Il salario reale può rimanere immutato, anzi può anche aumentare, e ciò nonostante il salario relativo può diminuire. […] Quantunque l’operaio disponga di una maggiore quantità di merci che non prima, il suo salario però è diminuito in rapporto al guadagno del capitalista […] Se dunque con il rapido aumento del capitale aumentano le entrate dell’operaio, nello stesso tempo però si approfondisce l’abisso sociale che separa l’operaio dal capitalista, aumenta il potere del capitale sul lavoro, la dipendenza del lavoro dal capitale. […] La situazione materiale dell’operaio è migliorata, ma a scapito della sua situazione sociale. L’abisso sociale che lo separa dal capitalista si è approfondito» (K. Marx, Lavoro salariato e capitale, pp. 64-68, Newton, 1978).
(6) Cit. tratta da F. Mezzi, Cavour e la questione sociale, versione digitalizzata, 2007, p. 26.
(7) Sul potere sociale della scienza e della tecnologia; Robotica prossima futura. La tecnoscienza al servizio del dominio; Capitalismo cognitivo e postcapitalismo. Qualunque cosa ciò possa significare; Capitalismo 4.0. tra “ascesa dei robot” e maledizione salariale; Accelerazionismo e feticismo tecnologico.