MARCINELLE 1956, MEDITERRANEO 2017. UNA FACCIA, UNA DISGRAZIA

Ni chiens, ni italiens!

Né cani, né africani!

Né cani, né africani, né omosessuali!

Né cani, né africani, né omosessuali, né…

 

Com’è noto, nell’immediato dopoguerra l’Italia siglò con il Belgio un accordo che prevedeva quote di carbone estratto nelle miniere di quel Paese in cambio di manodopera italiana, a testimonianza del fatto che, come diceva l’uomo con la barba, nel Capitalismo «il lavoro-merce è una tremenda verità». Scriveva Paolo Di Stefano sul Corriere della Sera del 16 agosto 2016: «Eravamo Poveracci. Partivamo dal Nord, dal Centro e dal Sud con un panino o un’arancia in tasca, fuggivamo dalla povertà. I manifestini rosa che invitavano i ragazzi a emigrare in Belgio promettevano case per le famiglie, assicurazioni e buoni stipendi. Niente fu mantenuto: in Belgio gli operai venivano ospitati nelle baracche dei prigionieri di guerra. Erano partiti per cercare un po’ di benessere ma anche per rimediare alle lacune della manodopera belga che non voleva più scendere in miniera e preferiva lavorare nelle fabbriche. Il governo italiano, nel 1946, aveva firmato un accordo con Bruxelles che prevedeva uno scambio: per 1000 minatori mandati in Belgio, sarebbero arrivate in Italia almeno 2500 tonnellate di carbone. Uno scambio uomini-merce». Marxianamente parlando quest’ultima frase andrebbe riscritta come segue: uno scambio di uomini ridotti a merce con altra merce (materia prima); capitale/lavoro vivo (il mitico “capitale umano”) contro capitale/lavoro morto.

Leggo da qualche parte: «L’8 agosto 1956 nella miniera del Bois du Cazier, in Belgio un incendio causò la morte di 262 minatori di cui 136 italiani. La miniera di Marcinelle è diventata un simbolo e un santuario della memoria per tutti gli emigranti italiani che hanno perso la vita sul lavoro, spesso un lavoro duro, faticoso e pericoloso». La ricostruzione postbellica non fu esattamente un pranzo di gala, da nessuna parte. Ebbene, l’Italia ha fatto di quelle vittime del Capitale e degli interessi nazionali degli eroi, dei soldati-minatori caduti sul fronte del lavoro per mantenere alto l’onore e il prestigio della Nazione: «La memoria di questo tragico evento, che nel nostro Paese celebriamo come Giornata del Sacrificio del lavoro italiano nel mondo [che definizione fascistissima!], deve servire da guida per noi e per i nostri figli. Le nostre comunità all’estero non sono solo viste come destinatarie di servizi, ma anche e soprattutto come una componente essenziale della politica estera dell’Italia». Queste le dichiarazioni rilasciate dal sottosegretario agli Affari Esteri, Vincenzo Amendola, nel corso della commemorazione delle vittime di Marcinelle. Per quanto mi riguarda la nazionalità di quei salariati uccisi dai rapporti sociali capitalistici non ha alcuna importanza; «Non dimenticare Marcinelle» per me non significa in alcun modo sostenere le politiche di chi cerca di gestire le contraddizioni sociali ai fini della difesa dello status quo sociale implementando una strategia “buonista” («Gli immigrati fanno i lavori che noi italiani non vogliamo più fare, frenano il calo demografico nel Paesi ricchi e ci pagano le pensioni!»); né significa, ovviamente, tessere l’elogio dell’immigrato italiano “buono” (come i macaronìs!) che sgobbava senza lamentarsi – mentre i negracci che purtroppo riescono a sopravvivere al deserto, ai carnefici dei lager libici e ai pesci del Mediterraneo non hanno voglia di fare nulla di costruttivo!

Il 61esimo anniversario della strage di Marcinelle, celebrato lo scorso 8 agosto, ha offerto ai “buonisti” e ai “cattivisti” che si disputano la scena politica nazionale un’eccellente occasione per esibirsi dinanzi al pubblico dei rispettivi tifosi e detrattori. Come abbiamo visto il fronte buonista ha avuto i suoi campioni nel Presidente della Repubblica Sergio Mattarella («Generazioni di italiani hanno vissuto la gravosa esperienza dell’emigrazione, hanno sofferto per la separazione dalle famiglie d’origine e affrontato condizioni di lavoro non facili, alla ricerca di una piena integrazione nella società di accoglienza . È un motivo di riflessione verso coloro che oggi cercano anche in Italia opportunità che noi trovammo in altri Paesi e che sollecita attenzione e strategie coerenti da parte dell’Unione Europea»), nel Ministro degli Esteri Angelino Alfano («La tragedia di Marcinelle ci dà ancora oggi la forza di lavorare per un’Europa più coesa e solidale, come l’avevano immaginata i padri fondatori. Un’Europa che trae origine e sostanza dal genuino spirito di fratellanza fra i suoi popoli. Mi riferisco in particolare al flusso continuo di migranti disperati che oggi, come allora, cadono troppo spesso vittime») e, dulcis in fundo (ma si fa solo per dire), nell’immancabile Presidente (o Presidenta? o Presidentessa?) della Camera Laura Boldrini: «L’anniversario della tragedia di Marcinelle ci ricorda quando i migranti eravamo noi. Oggi più che mai è nostro dovere non dimenticare». Non dimenticare cosa esattamente? E «noi» e «nostro» in che senso? Ad esempio, chi scrive cosa ha da spartire con i campioni del buonismo appena citati? La nazionalità? Non c’è dubbio; ma è, questo, un connotato anagrafico che sempre chi scrive respinge sul terreno della lotta (si fa quel che può!) anticapitalistica, la quale, come ho già accennato, dissolve ogni appartenenza nazionale, razziale, religiosa e quant’altro per porre al centro dell’attenzione la disumana prassi del Dominio, la maligna entità storico-sociale che rende possibile anche le carneficine, in tempo di guerra come in tempo di – cosiddetta – pace. È questo d’altra parte il filo nero che lega la Marcinelle del 1956 al Mediterraneo del 2017. Ovviamente e come sempre, mutatis mutandis.

Cambiando dunque l’ordine cronologico delle stragi, il colore della pelle degli sventurati e il contesto storico/geopolitico degli eventi qui evocati, il risultato non cambia. E si chiama Capitalismo, la cui dimensione oggi è mondiale. La spinta migratoria che origina soprattutto nell’Africa subsahariana ha moltissimo a che fare con le dimensioni e con la natura invasiva del Capitalismo, il quale genera “scompensi”, magagne e contraddizioni sia là dove esso per così dire abbonda (vedi il cosiddetto Nord del mondo), sia là dove invece esso è asfittico e tarda a decollare, e questo, nella fattispecie, soprattutto a cagione della prassi colonialista e imperialista che vide protagonisti alcuni Paesi europei già a partire dalla fine del XV secolo. L’ineguale sviluppo del Capitalismo ha sempre creato onde di pressione sociale che coinvolgono l’intero pianeta, e che possono manifestarsi anche sottoforma di migrazioni di massa, un fenomeno che, come impariamo fin dalle scuole elementari, se osservato dalla prospettiva storica non ha in sé nulla di eccezionale: il bisogno spinge i popoli a muoversi, da sempre. Oggi questo processo sociale si dispiega nell’epoca caratterizzata dal totalitario dominio dei rapporti sociali capitalistici, e questo connotato storico-sociale gli conferisce la peculiare fenomenologia che ci sta dinanzi.

Ma ritorniamo a Miserabilandia! Dei buonisti abbiamo già detto. Immediata è scattata la rappresaglia dei cattivisti, i quali si sono prodotti nel solito coro: «Vergogna! Vergogna! Vergogna!». «Mattarella si vergogni», ha tuonato appunto il leader leghista Matteo Salvini. «È vergognoso – ha dichiarato Paolo Grimoldi, deputato della Lega Nord e segretario della Lega Lombarda – che il presidente Mattarella nel ricordare la strage di Marcinelle paragoni gli italiani che andavano a sgobbare in Belgio o in altri Stati, dove lavoravano a testa bassa, dormendo in baracche e tuguri, senza creare problemi, agli immigrati richiedenti asilo che noi ospitiamo in alberghi [che invidia!], con cellulari, connessione internet [e io pago!], per farli bighellonare tutto il giorno e avere poi problemi di ordine pubblico, disordini, rivolte come quella avvenuta oggi nel napoletano dove otto immigrati minorenni hanno preso in ostaggio il responsabile della struttura che li ospita. Paragonando questi richiedenti asilo nullafacenti agli italiani morti a Marcinelle il presidente Mattarella infanga la memoria dei nostri connazionali. Si vergogni». Ecco appunto. Per il capogruppo Pd alla Camera, Ettore Rosato, «le parole di Matteo Salvini sono vergognose [ci risiamo!] perché offendono il Presidente Mattarella [e chi se ne frega!] e gli italiani»: nella mia qualità di disfattista rivoluzionario non mi sento offeso neanche un po’ dal vomito razzista che esce dalla bocca di Salvini e gentaglia simile. Questa è robaccia che può eccitare gli animi delle opposte tifoserie che siedono sugli spalti di Miserabilandia. Dal mio punto di vista buonisti e cattivisti pari sono, e rappresentano due opzioni interne all’esigenza di gestire i processi sociali e di controllare la società per garantire la continuità dello status quo sociale – sociale, non meramente politico-istituzionale.

Pare che anche qualche discendente delle vittime di Marcinelle si è sentito offeso dal buonismo presidenziale di Mattarella, da quello governativo di Alfano e da quello istituzionale della Boldrini: «Aldo Carcaci, figlio di un emigrato e oggi deputato belga, ha contattato IlGiornale.it dicendosi esterrefatto da quanto sentito in questa giornata di dolore. “Mi sento offeso dalle parole che ho sentito. Così come è offesa la memoria delle persone che hanno perso la vita nella miniera di Marcinelle. Paragonare quegli immigrati con quelli di oggi è sbagliato. Quando mio padre nel 1947 è andato in Belgio c’èrano degli accordi tra i due Paesi. C’era, da parte del Belgio, una richiesta di lavoratori. In Italia invece i giovani non hanno un impiego ed è quindi impensabile riuscire ad aiutare tutti i ragazzi africani che arrivano ogni giorno sulle nostre coste. Inoltre noi ci siamo integrati, abbiamo studiato, imparato la lingua e lavorato anche se subivamo episodi di razzismo”» (Il Giornale). Capito? Noi eravamo brava gente (e pure di pelle bianca, salvo qualche siciliano particolarmente abbronzato); loro invece…

Quanto escrementizia e risibile sia la disputa tra buonisti e cattivisti lo apprendiamo anche dalla discesa in campo dell’attore comico Jerry Calà («Capito?»): «Non paragoniamo i nostri emigrati per piacere! Loro chiusi in baracche da cui uscivano solo per lavorare e rientravano per farsi da mangiare. Mio zio è morto in Belgio nelle miniere per mantenere la famiglia italiana. Mi permetto di parlare perché ne sono parente e in quegli anni ci sono stato. In Svizzera, in Belgio, in Germania. Non facciamo paragoni assurdi per piacere! Gli emigranti italiani venivano trattati come animali da soma… pulitevi la bocca». Pare che l’indignazione dell’attore abbia riscosso un notevole apprezzamento in una non piccola parte di Miserabilandia.

Giustamente Francesco Cancellato (Linkiesta) considera «stucchevole e pedagogico sentirsi dire che dovremmo solidarizzare coi migranti perché un tempo lo siamo stati anche noi. Come se solo una pregressa condizione di sfruttati possa muoverci a pietà per una moltitudine di disperati in fuga dall’inferno. Come quando nei telegiornali una tragedia diventa tale solo se ci sono morti italiani». E soprattutto egli sottolinea le differenze che corrono tra la tragedia di Marcinelle e la strage continua dei «disperati in fuga dall’inferno», una differenza che, per così dire, porta acqua al mulino della moltitudine in fuga da guerre, fame, malattie, miserie d’ogni genere. Il paragone tra Marcinelle e il Mar Mediterraneo è tale da far impallidire i morti del 1956. Scrive Cancellato (il quale, beninteso, argomenta dal punto di vista degli interessi nazionali): «Nel 1956 eravamo alla vigilia di quello che oggi definiamo “miracolo economico italiano”, indotto dal Piano Marshall (sì, gli Stati Uniti ci aiutavano a casa nostra): nei quattro anni successivi, tra il 1957 e il 1960, per dire, la produzione industriale italiana crebbe del 31,4% e la crescita del Pil non scese mai sotto il 5,8%. Ritmi cinesi, insomma, per il quale c’era bisogno di materie prime come il carbone. Ed è proprio per quel carbone che fu firmato il protocollo Italo-Belga, dieci anni prima, nel 1946». In secondo luogo, «nel Canale di Sicilia, negli ultimi quindici anni, hanno perso la vita 30mila anime. Ripetetevelo nella mente: trentamila. Ci sono più cadaveri che pesci, in quel tratto di mare. Se vogliamo capire cosa provano quegli esseri umani che cercano di entrare in Europa – attraversando l’Italia – dal Canale di Sicilia, prendiamo la più grande tragedia della nostra stagione migratoria e moltiplichiamola per dieci, cento, mille, un milione. Magari servirà a farci capire a chi stiamo chiudendo le porte». In terzo luogo, «per convincere gli italiani a partire, nel 1946 l’Italia fu tappezzata di manifesti rosa che presentano i vantaggi derivanti dal mestiere di minatore: salari elevati, carbone e viaggi in ferrovia gratuiti, assegni familiari, ferie pagate, pensionamento anticipato. Per quanto terribili fossero poi le loro condizioni di lavoro, una situazione un po’ diversa rispetto a quella delle migliaia di schiavi africani che ogni anno raccolgono pomodori e arance tra Puglia e Sicilia. Se pensate siano fenomeni imponderabili, sappiate che solo a raccogliere i pomodori, ogni anno, sono impiegati quasi 20mila braccianti, molti dei quali senza contratto, molti dei quali stranieri, molti dei quali irregolari». Su questo aspetto rinvio a due miei post: Rosarno e dintorni e Uomini, caporali e cappelli.

Scrive il “realista” Maurizio Molinari: «L’integrazione dei migranti è un test di crescita per ogni democrazia industriale, capace di rafforzarne la prosperità come di indebolirne la solidità, e l’Italia non fa eccezione. Ecco perché è opportuno affrontare senza perifrasi la sfida che abbiamo davanti, guardando oltre liti politiche interne e dispute internazionali. […] L’interesse dell’Italia è dotarsi di provvedimenti, leggi e politiche che rendano possibile [l’integrazione degli immigrati] sulla base di principi condivisi: non tutti i migranti che sbarcano possono rimanere perché una nazione sovrana non è una porta girevole, ma chi viene accolto deve poter intraprendere un cammino verso la cittadinanza che include l’integrazione nel sistema produttivo. Poiché coniugare integrazione e sovranità è una sfida nazionale per essere vinta necessita il coinvolgimento di tutte le forze politiche del Paese, che si trovino al governo o all’opposizione poco importa, e in ultima istanza il sostegno e l’attenzione di tutti i cittadini italiani, a prescindere dalle fedeltà di credo o di partito» (La Stampa). Un appello che ovviamente non può convincere (anzi!) chi lotta contro gli interessi nazionali (vedi anche il mio post sulla Libia) e per la costruzione dell’autonomia di classe, la quale è tale solo se prospetta a tutte le vittime del Capitale, a prescindere dal colore della loro pelle, dalla loro nazionalità, ecc., la necessità e l’urgenza di unirsi in un vasto fronte anticapitalista. Tutto il resto (“buonismo” e “cattivismo”) è miseria capitalistica.

OCCULTISMO

Dopo gli speculatori finanziari che ingrassano servendo il Dio Denaro, i capitalisti che inseguono solo il profitto (che scandalo!), i corrotti incapaci di cristiano pentimento e i mafiosi indegni di Nostro Signore è la volta degli operatori della superstizione. Il Compagno Papa è davvero infaticabile. Leggo sul Messaggero: «”Avrei voglia di domandarvi, ma ognuno risponda dentro, in silenzio, quanti di voi ogni giorno leggono l’oroscopo? Quando vi viene voglia di leggerlo, guardate a Gesù che vi vuole bene”. Papa Francesco mette all’indice gli esperti di astrologia, le fattucchiere, i medium nonché maghi e divinatori. Non servono “oroscopi o negromanti per conoscere il futuro”, non serve la “sfera di cristallo o la lettura della mano”: il “vero cristiano” si fida di Dio e si lascia guidare in un cammino aperto alle sorprese di Dio. Altrimenti “non è un vero cristiano”».

Detto che chi scrive non è un cristiano, né vero né falso, sarebbe auspicabile, Santissimo, qualche “sorpresa” in meno; troppe “sorprese” non fanno bene alla salute, diciamo. Alludo a quelle “sorprese”, di cui tutti farebbero volentieri a meno, tipo guerre mondiali, campi di sterminio, gulag, carestie, malattie, annegamenti nel Mediterraneo, disperate e spesso mortali fughe attraverso il deserto alla ricerca di un tozzo di pane, miserie materiali e spirituali di vario genere, e via elencando. Diciamo che quanto a guida del gregge il buon Dio ha finora lasciato a desiderare. E per favore non scomodare il libero arbitrio: non provarci nemmeno! Né la tesi circa il carattere necessariamente imperscrutabile, eppur razionalissimo, del Disegno Divino può reggere, neanche lontanamente, il confronto con chi offre sul mercato della vita risposte “umanamente” più sostenibili. E poi, se togli al gregge anche il “diritto” alla superstizione cosa gli rimane nel difficile e quotidiano tentativo, spesso non coronato dal successo, di dare un senso all’insensatezza più sfacciata? La “vera religione”? La scienza? Ma se ciò bastasse, oggi non staremmo qui a lamentare il successo di medium, maghi, fattucchiere, negromanti, astrologi, divinatori, ecc., ecc. D’altra parte, lo scottante caso della Madonna di Medjugorje di cosa ci parla?

«Ogni anno in Italia, cadono vittime del fenomeno dell’occulto circa 12 milioni di persone. Secondo quanto riportano diverse associazioni antiplagio le  persone raggirate sborsano anche diversi miliardi di euro per ingrassare i 120.000 maghi operanti nel settore. Somme che si concentrano soprattutto nelle grandi città: Milano, Roma e Napoli.  Il 52% delle consulenze presso i maghi vengono fatte per questioni di cuore, il 24% per questioni economiche ed il 13% per questioni di salute. Sono tantissime le denunce che arrivano allo sportello antiplagio rivelando casi di dipendenza dalla consulenza, casi nei quali i clienti parlano del telefono come di una vera e propria droga».

Ora, dinanzi a questo fenomeno, come ad altri analoghi fenomeni sociali, c’è da chiedersi se la maggiore responsabilità circa il suo dilagare negli strati più diversi della popolazione sia da attribuire agli operatori del settore, i quali in fondo si limitano a soddisfare una domanda, secondo i noti criteri “mercatisti”, o non piuttosto alla società presa nel suo insieme che crea quel mercato – che realizza l’incontro tra la domanda in grado di pagare e l’offerta.

Nel precedente post dedicato al Compagno Papa, mi sono permesso di affermare, sulla scorta del mio astrologo di riferimento, la seguente banalità: «Non c’è magagna sociale che non realizzi un’occasione di profitto per chi ha le giuste “competenze specifiche” (da quelle giurisprudenziali a quelle malavitose, da quelle sanitarie a quelle criminali) da far valere sul mercato: è il Capitalismo, Santità!». Confermo! Non è insomma agli operatori della superstizione che si può imputare il carattere radicalmente disumano e irrazionale della vigente società; non sono loro che creano un materiale umano così vulnerabile alle sciocchezze d’ogni genere. Vietare, criminalizzare o semplicemente ridicolizzare gli “impostori” e i “ciarlatani” non eliminerà un mercato creato dall’hegeliana società civile, ed è questa consapevolezza che, tra l’altro, mi suggerisce un atteggiamento critico, ma non illuministico, nei confronti di ogni forma di superstizione, a cominciare da quella venduta come «vera fede» dalla Chiesa Romana.

Qualche anno fa il Cardinale Ersilio Tonini stigmatizza l’invasione delle rubriche astrologiche nei media: «Questo dilagare spasmodico, ossessionante dell’occultismo fra non molto eroderà via la sostanza, il concetto stesso che l’uomo ha di sé e del suo posto fra le cose e i fenomeni. E lo farà intaccando la radice dell’essenza umana: l’intelligenza» (da Vero, 13 Maggio 2011). Ma come, «la radice dell’essenza umana» non si trovava un tempo nel nostro essere stati creati a immagine e somiglianza di Nostro Signore? Ecco il teologo spiazzato dalla concorrenza comportarsi alla stregua di un ateo, il quale pretende di dare scacco matto al Re (al Celeste Sovrano del Creato) sul piano della mitica evidenza scientifica. Il fatto è che chi avverte un subdolo disagio rodergli l’anima, oltre che il corpo, non cerca discorsi intelligenti, ma discorsi conformi all’assurdità del Mondo che lo ospita. L’espansione dell’occultismo non ha a che fare con una supposta indigenza in fatto di intelligenza (magari causata dalla solita televisione e dai cosiddetti social), ma testimonia piuttosto l’impotenza sociale di tutti gli individui, la loro indigenza esistenziale. È vero che, come scriveva Adorno, «L’occultismo è la metafisica degli stupidi», ma è soprattutto vero che occulte sono le Potenze Sociali che ci dominano, nonostante esse camminino sulle gambe degli uomini. Sotto questo radicale aspetto siamo tutti stupidi: dallo scienziato che vuole riprodurre in laboratorio l’Istante Zero della Creazione Universale, al teologo che vuole provare la superiorità della sua fede sul piano della razionalità.

I politici “tradizionali” si lamentano per il dilagare dell’antipolitica; gli scienziati si lamentano per il diffondersi nella società di atteggiamenti antiscientifici; il giornalismo mainstream denuncia il dilagare delle fake news; la Chiesa denuncia la sleale concorrenza organizzata ai suoi danni da parte di «false religioni alternative» e si scaglia contro le “insane” inclinazioni superstiziose dei cristiani. Verrebbe da esclamare: da che pulpito!

Aggiunta da Facebook:

LA CHIESA E IL “FRONTE UNICO UMANISTA”

Da La Repubblica:

«Il cardinale Gianfranco Ravasi, teologo, biblista, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, non è però uomo che si dia per vinto. Con il “Cortile dei Gentili” e il “Tavolo permanente per il dialogo fra scienza e religione” sta cercando “alleati” fra coloro che hanno ancora fiducia nell’uomo e nel suo pensiero. «Atei, scienziati, persino chi ancora crede nelle ideologie. Non è più tempo di contrapposizioni ma di dialogo. […] La tecnologia corre e ci propone nuovi mezzi con una velocità che la teologia e gli altri canali della conoscenza umana non riescono a seguire. […] Per colpa dell’ignoranza, non della scienza, stiamo vivendo una globalizzazione della cultura contemporanea dominata solo dalla tecnica o dalla pura pratica. C’è, ad esempio, una sovrapproduzione di gadget tecnologici di fronte alla quale non riusciamo a elaborare un atteggiamento critico equilibrato. Ci ritroviamo in un’epoca di bulimia dei mezzi e atrofia dei fini. Ci ritroviamo spesso appiattiti, schiacciati su un’unica dimensione [quest’ultima locuzione non mi è nuova]. Un certo uso della scienza e della tecnologia hanno prodotto in noi un cambiamento che non è solo di superficie. Se imparo a creare robot con qualità umane molto marcate, se sviluppo un’intelligenza artificiale, se intervengo in maniera sostanziale sul sistema nervoso, non sto solo facendo un grande passo avanti tecnologico, in molti casi prezioso a livello terapeutico medico. Sto compiendo anche un vero e proprio salto antropologico, che tocca questioni come libertà, responsabilità, colpa, coscienza e se vogliamo anima. […] Il fondatore del cristianesimo, Gesù di Nazaret [ma non era stato Paolo?], era un laico, non un sacerdote ebraico. Egli non ha esitato a formulare un principio capitale: “Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. La contrapposizione fra clericali e anticlericali ormai è sorpassata. Alcuni aspetti della laicità ci accomunano tutti e la teologia ha smesso da tempo di considerare la filosofia e la scienza solo come sue ancelle. I problemi piuttosto sono altri. Semplificazione, indifferenza, banalità, superficialità, stereotipi, luoghi comuni. Una metafora del filosofo Kierkegaard mi sembra adatta ai tempi di oggi: la nave è finita in mano al cuoco di bordo e ciò che dice il comandante con il suo megafono non è più la rotta, ma ciò che mangeremo domani. È indispensabile riproporre da parte di credenti e non credenti, i grandi valori culturali, spirituali, etici come shock positivo contro la superficialità ora che stiamo vivendo una svolta antropologica e culturale complessa e problematica, ma sicuramente anche esaltante”».

A mio avviso, e come provo ad argomentare nei miei modesti scritti, il comando della nave è invece saldamente nelle mani del Capitale, cosa impossibile da capire quando gli occhi sono occlusi, mi si consenta la dotta metafora, dal prosciutto feticistico che impedisce di vedere i rapporti sociali di dominio e di sfruttamento che presuppongono e pongono sempre di nuovo ciò che siamo e che facciamo, «tecnologia intelligente» inclusa. Per un verso il Fronte Unico Umanista proposto da Ravasi fa capire, mi sembra, con quanta intelligenza politica e con quale respiro dottrinario si muova la Chiesa, o quantomeno una parte maggioritaria di essa; e per altro verso ci parla della profondità della crisi esistenziale (che poi è crisi sociale tout court) che stiamo attraversando in questo scorcio di XXI secolo. Da sempre la Chiesa si mostra particolarmente a proprio agio nei momenti critici, pronta a orientare e a confortare il gregge che soffre ma non comprende.

Nella sua infinita ingenuità, diciamo così, il nostro Cardinale vorrebbe salvare qualcosa che andrebbe piuttosto creata: la dimensione umana delle nostre relazioni sociali. In ogni caso, e per quel che vale, io mi chiamo fuori dal F. U. U. Per me oggi più di ieri è «tempo di contrapposizioni», possibilmente di classe. Sì, sono settario fino in fondo, settario senza speranza. Ma di classe! E che un qualche Dio (anche artificiale, per me andrebbe benissimo: non coltivo certe fisime ideologiche) mi aiuti!

 

CHI SONO E COSA VOGLIONO GLI “AMICI DEL POPOLO”?

Sempre i demagoghi seminano su un terreno già arato.
M. Horkheimer, T. W. Adorno.

Il povero biascica le parole per saziarsi di esse.
Egli attende dal loro spirito oggettivo il valido
nutrimento che la società gli rifiuta; e fa la voce
grossa, arrotondando la bocca che non ha nulla
da mordere.
T. W. Adorno.

 «Gli italiani hanno bisogno come il pane
dell’uomo che “si affaccia dal balcone”»
(I. Montanelli). O dal Blog.

Dietro all’uno vale uno di solito si nasconde il Super Uno.

1. Populismo: è la categoria politica oggi più citata – e il più delle volte abusivamente – nel dibattito politico degli ultimi dieci anni. In realtà, già con l’avvento del berlusconismo, agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso, si iniziò a scomodare quella definizione; allora però più che di “popolo” si straparlava di “società civile”, una mitica entità antropologicamente orientata al bene da contrapporre alla corrotta e incivile casta politica. E fu proprio come massimo esponente della “società civile” che scese in campo l’ex Cavaliere di Arcore, l’uomo del fare, dello spettacolo e dello sport che tanto entusiasmo suscitò in una larga fascia di elettorato popolare che gli permise di espugnare il Palazzo al primo attacco. Altro che la «gioiosa macchina da guerra» messa in piedi dal patetico Occhetto! Allora gli intellettuali sinistrorsi, che avevano pronosticato il fulmineo fallimento della «ridicola messinscena» del riccone, sostennero che mentre Berlusconi e i leghisti stuzzicavano il basso ventre della gente, ricercando un facile consenso, il polo progressista puntava invece sulla testa delle «masse popolari». Insomma, finì 2 a 0 a favore del basso ventre. La testa aspetta l’ennesima rivincita, diciamo.

In effetti, è stato solo con i “fermenti” sociali e politici generati dalla Grande Crisi iniziata negli Stati Uniti alla fine del 2007 che il “populismo” ha guadagnato le prime pagine dei giornali e si è posto stabilmente al centro del dibattito politico. Si declina il “populismo” in un’accezione positiva come, assai più spesso, in una fortemente negativa, come sinonimo di demagogia; pare poi che esista un populismo di “destra” e un populismo di “sinistra”, populismi che spesse volte finiscono per toccarsi in questioni tutt’altro che marginali, provocando la meraviglia nelle teste dei politologi più scadenti: «Ma com’è possibile? È proprio vero: le vecchie ideologie del Novecento sono morte!». Pace all’animaccia loro! Spesso uso la metafora geometrica per spiegare la cosa: gli estremi si toccano solo se insistono sullo stesso piano. Ad esempio, “estrema destra” sovranista ed “estrema sinistra” sovranista si toccano in diversi punti dell’agenda politica mondiale (come dimostra l’attrazione fatale per Putin, e in parte per Trump) semplicemente perché entrambe condividono uno stesso orizzonte sociale: quello tracciato dai rapporti sociali capitalistici. Di solito il politologo non si occupa di questo aspetto decisivo, e si concentra sulla fenomenologia “sovrastrutturale” dei processi sociali.

Naturalmente i populisti di “sinistra” si arrabbiano non poco con chi, ed è appunto il caso di chi scrive, li assimila senz’altro ai loro colleghi di “destra”. Qui entra in gioco proprio il concetto di popolo, che generalmente si tira dietro quello di nazione, a cui io contrappongo il concetto di classe, che chiama in causa il concetto di internazionalismo. Spesso, per non dire sempre, il populista, di “destra” o di “sinistra” che sia, è anche un sovranista convinto, e ciò ha appunto a che fare con il concetto di Popolo.

2. La lotta non è più tra sfruttatori e sfruttati, tra classi ricche e classi povere, ma tra alto e basso, tra chi lavora (e anche gli imprenditori onesti lavorano, forse più dei loro dipendenti!) e vampiri della finanza speculativa (la banca onesta è tutt’altra cosa!), tra élites e popolo, tra casta e gente semplice: trattasi di una gigantesca menzogna che peraltro non ha nemmeno il pregio dell’originalità.

Una variante populista della lotta di classe è una contraddizione in termini. Checché ne pensino coloro che, ad esempio sulla scia del lascito teorico di Ernesto Laclau, lavorano per una «declinazione a sinistra del populismo», la variante populista della “tradizionale” lotta di classe si esaurisce, per i dominati, in un portare acqua al mulino di questa o quella fazione della classe dominante, la quale è quanto mai divisa al proprio interno (sempre per una questione di valori… di scambio!) e si compatta solo contro il nemico interno (i proletari in lotta) e contro il nemico esterno – salvo incombenze rivoluzionarie, come dimostra il classico esempio della Comune di Parigi al tempo della guerra franco-prussiana: «Il dominio di classe non è più capace di travestirsi con una uniforme nazionale; contro il proletariato i governi nazionali sono uniti. […] I governi europei attestano così, davanti a Parigi, il carattere internazionale del dominio di classe» (1). Questo anche a proposito di sovranismo/nazionalismo.

Parlare di popolo in un’accezione rivoluzionaria nell’epoca della sottomissione totale del pianeta al Capitale non è solo politicamente ultrareazionario, è anche storicamente ridicolo. Dopo la prese del potere da parte della moderna borghesia il concetto di popolo ha assunto sempre più una precisa funzione ideologica, quella di cancellare la realtà dell’antagonismo fra le classi e dentro ogni singola classe. Supplire alla frammentazione sociale e all’impotenza politica delle classi subalterne riprendendo quel concetto, magari attualizzandolo un poco alla luce del capitalismo del XXI secolo, sarebbe, da parte degli anticapitalisti, politicamente stupido e illusorio. Di fatto chi tenta di sdoganare a “sinistra” il populismo non tradisce nulla e si limita piuttosto a rendere evidente la propria natura politicamente reazionaria, e non a caso quei tentativi arrivano soprattutto, se non esclusivamente, dalla tradizione stalinista, che in Italia ha avuto nel PCI di Togliatti (e poi anche nella galassia gruppettara che si è formata negli anni alla sua “sinistra”) la sua più significativa espressione – o variante che dir si voglia. Il carattere borghese, nell’accezione storica (e marxiana) del concetto, degli aspiranti populisti di “sinistra” è insomma, almeno per chi scrive, del tutto scontato, e da me essi non riceveranno mai l’accusa di aver tradito il “ classismo marxista”, che la soggettività politica a cui essi, più o meno apertamente e nostalgicamente, si ispirano non ha mai praticato. Il “compromesso storico” di Berlinguer arriverà buon ultimo a suggellare la natura togliattiana del PCI degli anni Settanta.

I populisti di “sinistra” polemizzano con «una sinistra che strategicamente ripropone la stessa logica della destra liberista»; il loro nemico infatti, e al netto di una fraseologia pseudo anticapitalista che può ingannare solo gli sprovveduti (e purtroppo oggi sono tanti), non è il rapporto sociale capitalistico in quanto tale, non è il Capitalismo tout court ma solo la sua variante “liberista”, o finanziario-speculativa. Ai populisti sinistrorsi piace molto il Capitalismo di Stato (che essi spesso chiamano “socialismo”, o, per essere più “trendy”, benecomunismo) e il vecchio Capitalismo “produttivo”, peraltro intimamente intrecciato con la finanza già ai tempi di Marx, per non parlare del vecchio Engels, il quale fece in tempo a osservare l’ascesa del capitale finanziario come potenza sociale dominante nelle società capitalisticamente avanzate dell’epoca. Non stupisce affatto, dunque, se anche sul terreno delle proposte di politica economica i due populismi (quello di “destra”, già ben strutturato,  e quello di “sinistra”, in lenta e stentata formazione) spesso si incrociano. Da buon opportunista politico, Grillo si limita a saltare da una parte all’altra del campo “populista”, dimostrando la sostanziale identità fra cosiddetta destra e cosiddetta sinistra. Dove mi colloco io rispetto a questi due poli, a queste facce della stessa medaglia? Né più a “destra” né più a “sinistra”, ma altrove, su un diverso e opposto terreno di classe, per usare vecchie ma ancora valide categorie politiche.

«L’acquiescenza della sinistra a questo disegno, la sua rinuncia ad opporsi, e in molti casi la sua partecipazione attiva al processo di “normalizzazione” liberista, ha fatto sì che la bandiera della rivolta contro l’establishment sia stata quasi dappertutto brandita dalle destre, che hanno imposto come ossessione dominante il tema, da ogni punto di vista secondario in termini realistici, delle politiche di immigrazione, col rigurgito di xenofobia e nazionalismo risorgente. Sono populismi, si dirà con quella punta di disprezzo delle “folle” che ormai caratterizza il linguaggio delle sinistre come delle élites. Ma in realtà avremmo bisogno di un serio populismo di sinistra, capace di parlare alle masse e di opporsi alle politiche dell’establishment» (2). E dove va a parare questo «serio populismo di sinistra»? È presto detto: «È del tutto falso e propagandistico affermare che un recupero di sovranità, assolutamente necessario, porti a nazionalismi sfrenati o addirittura a guerre. Come italiani non dovremmo certo proporci di tornare a Crispi e Mussolini, ma dovremmo guardare piuttosto a Enrico Mattei». Come volevasi dimostrare. Quelli del Manifesto negli anni Settanta non volevano morire democristiani; negli anni Ottanta non volevano morire craxiani; nel decennio successivo non volevano morire berlusconiani; oggi guardano a Enrico Mattei come a un fulgido esempio di sovranismo: qualche passo politico in avanti l’hanno pur fatto, bisogna riconoscerlo… «Si tratta di verificare, e per l’ultima volta, se esistono margini di riformabilità di questa Unione Europea, blindata da trattati che sembrano escludere ripensamenti o inversioni di rotta. Se questo non sarà possibile, e la disgregazione procederà tra stagnazione e conflitti, gioverà ricordare che il mondo è molto più grande e più vario rispetto alla prospettiva che si può osservare da Strasburgo e da Bruxelles». Dalla prospettiva che si può osservare dal “Quotidiano comunista” si vede Enrico Mattei che sfida le Sette Sorelle per affermare gli interessi strategici del Capitalismo italiano: credo che Matteo Salvini e Giorgia Meloni si affaccerebbero volentieri dalla finestra del Manifesto. Prima l’Italia! Cribbio!

3. Scrive Gennaro Sangiuliano su Tempi: «Nel delineare le ragioni del nichilismo europeo Martin Heidegger fa ricorso a due giganti russi, in particolare riprende il discorso di Dostoevskij su Pusˇkin del 1880, laddove lo scrittore cita il poeta nell’analisi del rapporto fra élite oligarchica e popolo. Pusˇkin identifica quello che chiama ceto dell’intelligencija, che “crede di stare di gran lunga al di sopra del popolo”, responsabile di aver alimentato una “società sradicata, senza terreno”, e ne censura il comportamento “svincolato dalla terra del nostro popolo”. Leggendo quel testo Dostoevskij appare come un simpatizzante del populismo, che infatti è un movimento che si palesa per la prima volta in Russia nella seconda metà del XIX secolo». Ha senso storico e politico, aiuta a farci comprendere ciò che oggi ci piace definire, forse un po’ troppo frettolosamente e acriticamente, “populismo” chiamare in causa il populismo russo del XIX secolo? Certo, la suggestione creata dal richiamo del suolo e delle radici, che è una componente essenziale del vecchio populismo basato socialmente sui contadini poveri, mantiene una certa forza, un discreto fascino, nella società “liquida”. Su una ben diversa latitudine storico-sociale, nel suo Furore (1939) John Steinbeck faceva dire ai “suoi braccianti”: «Questa terra è nostra […]. Su questa terra siamo nati, su questa terra ci siamo fatti uccidere, su questa terra siamo anche morti. […] Ecco che cosa la rende nostra: esserci nati, lavorarci, morirci». Terra, radici e sudore generato dal duro ma onesto e produttivo lavoro agricolo. Ed ecco la stoccata “populista”: «Il governo invece d’appoggiarsi su noi, su noi che lavoriamo la terra per il bene di tutti, appoggia invece il margine di profitto» (dei proprietari) (3). I braccianti gettati sul lastrico dalla depressione e dalla rivoluzione tecnologica arrivata anche nei campi («Un uomo solo, sulla trattrice, ora sostituisce dodici, quattordici famiglie») si rivolgono al governo degli Stati Uniti come fosse una paterna entità contingentemente traviata dal «mostro», ossia dal potere finanziario: «Oh, ma la banca non è una creatura che respira aria, che mangia polenta. Respira dividenti, mangia interessi». E il governo lascia fare! È sufficiente leggere i discorsi pronunciati da Franklin D. Roosevelt agli inizi della sua Presidenza per farsi un’idea della retorica populista che allora si incaricò di contenere la rabbia sovversiva dei salariati dell’industria e della campagna, nonché degli strati di media e piccola borghesia precipitati nell’inferno della nullatenenza.

La mistica nazista che riprese la parola d’ordine Blut und Boden del vecchio movimento völkisch che predicava per i tedeschi una «comunità di destino», fu il prodotto di una soggettività politica che seppe tradurre in termini propagandistici ciò che un “popolo” impoverito dalla crisi e privo dei vecchi punti di riferimento politici, istituzionali e culturali reclamava a gran voce: lavoro, sicurezza, pace sociale. Ma si trattava appunto di una mistica, di un’abborracciata ideologia che fosse in grado di captare il consenso di masse impoverite e sbandate che vivevano nel cuore del Capitalismo mondiale scosso dalla Grande Crisi. Come era accaduto nell’Italia dei primi anni Venti, si rispolverarono vecchi miti per tenere a bada la bestia rivoluzionaria che poteva distruggere la società capitalistica giunta a un livello assai alto di sviluppo. La modernità capitalistica aveva indossato vecchi costumi, ma sotto il vestito nulla era cambiato. Molti commentatori europei di orientamento democratico credettero di osservare nella Germania di Hitler un ritorno al più buio periodo medievale, ma essi si ingannavano proprio perché suggestionati dallo spettacolo mandato in scena – letteralmente – dai nazisti con grande cura per i dettagli. Il punto essenziale da cogliere era invece un altro, ossia quello che metteva in relazione l’alta razionalità tecnoscientifica conseguita dalla società occidentale (e dal Giappone) con il permanere e l’approfondirsi dell’irrazionalità più cieca. Lo sterminio industriale degli ebrei e lo sterminio di milioni di individui intrappolati nelle città, ricercato attraverso l’uso dei più sofisticati mezzi bellici, rappresentarono l’eccezione che illuminava in modo accecante la sostanza della regola – della cosiddetta “normalità”. Ma allora solo pochissimi riuscirono a mantenere gli occhi bene aperti sull’orrore. Ed eccoci ancora qui a riflettere, mutatis mutandis, sul dilagare dell’irrazionalità nella società economicamente, tecnologicamente e scientificamente più avanzata mai apparsa sulla scena storica. Sarebbe dunque il caso di interrogarsi sulla natura sociale della nostra economia, della nostra tecnologia, della nostra scienza, anziché perdere tempo prendendo in giro, ad esempio, le sciocchezze populiste e complottiste in circolazione.

4. Applicare acriticamente al presente categorie politico-ideologiche del passato non solo conduce il pensiero che vuole essere critico fuori pista, ma soprattutto non lo mette nelle condizioni di capire i caratteri specifici dell’odierno regime sociale. Anche per questo ho da sempre polemizzato con i professionisti dell’antifascismo, i quali “calano” sul presente vecchi schemi concettuali che peraltro si erano dimostrati analiticamente, oltre che politicamente, fallaci già al momento della loro elaborazione. E difatti, lungi dall’aver realizzato un cambiamento di “paradigma” politico-sociale, la Repubblica nata dalla Resistenza si è subito rivelata per quello che non poteva non essere, ossia la continuazione del dominio sociale capitalistico già difeso dal regime fascista. Mentre la militanza antifascista del nostro Paese si dava da fare con il “fascista” di turno (Cossiga, Craxi e Berlusconi, ad esempio) nel pregevole – faccio dell’ironia – sforzo di salvare la democrazia italiana eternamente in pericolo, il Capitalismo affermava ovunque nel mondo il suo carattere totalitario. La circostanza per cui la dittatura borghese di cui parlava Marx si dà, in primo luogo, come un fatto squisitamente sociale, prim’ancora che politico-istituzionale, è cosa che la gran parte dei “marxisti” ancora in circolazione in Italia non capiranno mai. Si badi bene, non a causa di un difetto di intelligenza, ma a motivo della loro collocazione politico-sociale: questi “marxisti”, infatti, difendono da “sinistra” il vigente dominio sociale, che essi intendono semplicemente migliorare, ad esempio con iniezioni di “egualitarismo”, affinché la distanza che separa i ricchi dai poveri non sia troppo grande, e cianfrusaglie ideologiche di simile conio, tutte puntualmente derise dal reale processo sociale, nonostante i continui esorcismi di Papa Francesco.

A proposito del “Papa comunista”, Francesco Borgonovo (La Verità) ha voluto cogliere una contraddizione nel dibattito, peraltro sempre più stucchevole e strumentale, in corso in Italia sul “populismo”: «Il populista dei tempi nostri è un cattivone che cova ambizioni autoritarie, un arruffapopoli che fa strame della democrazia sfruttando i bassi istinti, uno che finge di rappresentare il popolo ma fomenta il popolino. Eppure, in questo ragionamento ormai universalmente diffuso, c’è un inghippo. C’è qualcosa che non torna. Se i populisti sono così bestie e così perfidi, perché c’è un populista fatto e finito che viene celebrato a reti unificate? Di più: che viene incensato dai giornali e citato come un esempio dai politici di ogni ordine e grado? Mistero (ma nemmeno tanto). Il populista in questione è un signore di nome Jorge Mario Bergoglio, cioè papa Francesco. La sua recente visita a Milano e Monza si è rivelata un successo strepitoso, e tutti i media l’hanno descritta così. Eppure proprio quella visita ha fatto emergere il lato più decisamente populista di Francesco». Borgonovo spiega la naturale tendenza populista del Santissimo Padre con la sua origine geopolitica: «Bergoglio conosce molto bene il populismo, perché lo ha praticato e frequentato anche prima di diventare papa. Non per nulla viene dall’Argentina, la terra del peronismo. Nei richiami del pontefice alla “Madre Terra” violentata dal dio denaro si trovano tracce dell’attenzione peronista verso “el campo”, la campagna». Sul peronismo di Papa Francesco concorda anche Loris Zanatta, professore di storia dell’America latina all’università di Bologna e autore de La nazione cattolica. Chiesa e dittatura nell’Argentina di Bergoglio (Laterza, 2015): «Francesco può a tutti gli effetti essere definito un papa populista, se si usa il termine come strumento analitico e non nel senso negativo a cui siamo abituati. Il suo popolo non è però quello della tradizione illuminista, ma è il popolo della tradizione latinoamericana di cui il peronismo è stato il più tipico caso: una comunità organica, riflesso della volontà divina. Una sorta di “popolo mitico”, come lo ha definito il papa» (4). Su questa faccenda rimando a un mio vecchio post.

5. Lo stesso Papa, a sua volta, denuncia un crescente «populismo penale» che starebbe trascinando la politica penale, in Italia e nel mondo, verso una vera e propria deriva classista e razzista. Si tratta, come scrive Alberto Bazoli sul Foglio, della «produzione continua e inarrestabile di nuove fattispecie penali, spesso caratterizzate da pene draconiane e sproporzionate, che soddisfano la ricerca immediata del consenso politico, ma finiscono per ingolfare il sistema e assegnare alla risposta penale compiti che non le sono propri». Avendo io una concezione piuttosto “elastica”, o “dinamica” (o semplicemente realistica e non ideologica), del Diritto (borghese) tale “deriva panpenalistica” non mi scandalizza affatto, e conferma piuttosto ai miei occhi la tesi marxiana secondo la quale «anche il diritto del più forte è un diritto, e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma nello Stato di diritto» (Grundrisse).

In un discorso del giugno 2014 tenuto in un convegno di giuristi, egli pronunciò le chiare parole che seguono: «Negli ultimi decenni si è diffusa la convinzione che attraverso la pena pubblica si possano risolvere i più disparati problemi sociali, come se per le più diverse malattie ci venisse raccomandata la medesima medicina. […] Si è affievolita la concezione del diritto penale come ultima ratio, come ultimo ricorso alla sanzione, limitato ai fatti più gravi contro gli interessi individuali e collettivi più degni di protezione. [..]. In questo contesto, la missione dei giuristi non può essere altra che quella di limitare e contenere tali tendenze. È un compito difficile, in tempi nei quali molti giudici e operatori del sistema penale devono svolgere la loro mansione sotto la pressione dei mezzi di comunicazione di massa, di alcuni politici senza scrupoli, e delle pulsioni di vendetta che serpeggiano nella società». Sulle «pulsioni di vendetta che serpeggiano nella società» verrò tra un attimo.

Una limpida lezione di “populismo giudiziario” ci viene oggi offerta dal Pubblico Ministero di Trani Michele Ruggiero, protagonista nel processo a carico di importanti agenzie di rating «accusate di avere decretato e divulgato una serie di declassamenti e giudizi negativi nei confronti della “nostra” Repubblica Italiana nel secondo semestre del 2011 “manipolando il mercato”, così calpestando la dignità del nostro Stato sovrano». Cito dal Blog di Beppe Grillo: «Era per quella gente semplice e silenziosa, il Popolo Sovrano, che dovevo farmi coraggio, resistere ed andare avanti in quell’ardua battaglia giudiziaria. Se è vero – come qualcuno ha detto – che è impossibile vincere contro chi non si arrende mai, è altrettanto vero che in questo processo sapevo per certo che non avrei perso mai, come non avrebbe perso mai il mio Paese silenzioso, perché non ci saremmo arresi mai. A tutti i miei fratelli d’Italia, piccoli e grandi, dedico questo enorme sforzo, con l’amarezza di non avere raggiunto – per ora – l’obiettivo, ma con la serenità che mi deriva dall’intima consapevolezza di aver fatto il mio dovere, tutto e fino in fondo. Quando ci si impegna tenacemente per realizzare quello in cui si crede, si intraprende un cammino ed il risultato finale non conta più, diviene solo un trascurabile dettaglio. Siamo anelli di una catena, siamo parte di un Tutto». Il «Tutto» naturalmente allude al Popolo Sovrano, alla Nazione, alla Patria, al «Paese che avrebbe potuto non onorare i suoi debiti» ma che avrebbe dovuto trattare il processo di cui si parla come «una questione di dignità delle sue istituzioni e, prima ancora, del suo stesso popolo». Roba da mandare in estasi tutti i populisti e i manettari del Belpaese!

6. Ha senso oggi parlare di populismo come se ne poteva parlare, che ne so, un secolo fa, o mezzo secolo fa? Penso che non ne abbia molto, se non per individuare delle costanti. Ad esempio, lisciare il pelo al popolo, coccolarlo, affermare che esso ha sempre ragione (come il cliente, salvo poi mazziarlo a dovere a voto o appoggio politico incassato); che è nel Popolo che si concentrano tutte le virtù civili e morali del Paese, mentre l’odiata “casta” è simile a una sentina di vizi; che è nella “gente semplice” che risiede la sola possibilità di salvezza e di riscatto; che bisogna pensare e parlare come il popolo: queste e altre simili fandonie di stampo demagogico da sempre fanno parte del repertorio politico dei “populisti”, a iniziare da quelli attivi nell’antica Roma. Il problema non è il populista in sé, ma piuttosto la realtà sociale che produce le condizioni idonee alla sua nascita e al suo successo. Quando ascolto un “populista”, di “destra” o di “sinistra” che sia, istintivamente non mi arrabbio con lui, della cui esistenza su questo pianeta nulla mi importa, ma con la gente che lo applaude, che prende per oro colato tutte le sciocchezze e le frasi ultrareazionarie che gli escono dalla bocca. Poi, essendo un “materialista dialettico”, almeno secondo il giudizio poco obiettivo di alcuni amici, stempero quella istintiva rabbia nei confronti delle vittime del “populismo”, soprattutto se provengono dal proletariato e dai ceti sociali declassati e azzannati dal processo capitalistico di ristrutturazione, e cerco di riflettere sui meccanismi sociali che trasformano gli individui in tante pecorelle smarrite pronte a subire l’inquadramento da parte del personale politico che amministra la nostra vita. E quando parlo di personale politico intendo riferirmi a tutto lo spettro politico, e non solo ai cosiddetti “populisti”, i quali arrivano buon ultimi e cercano, del tutto legittimamente, di coprire una fetta del mercato politico-ideologico creata da una specifica domanda, esattamente come fanno i loro concorrenti di “destra” e di “sinistra” che affettano nei loro confronti una presunta – e ridicola – superiorità antropologica. La stessa miserabile “superiorità” che, come già ricordato, essi sbandierarono agli inizi degli anni Novanta nei confronti del “berlusconismo”, rubricato a sua volta come espressione di «populismo demagogico e antipolitico», come l’anticamera di un «nuovo fascismo», e sciocchezze di analogo conio.

7. Alla fine del XIX secolo in Germania venivano definiti populisti gli antisemiti, e nello stesso periodo in Francia l’antisemitismo era molto popolare. Scrivevo in un post del 2010 dedicato ai sanguinosi fatti di Rosarno: «Chi vive nei piani bassi dell’edificio sociale è più esposto al veleno del pregiudizio, perché lì la darwiniana lotta per la sopravvivenza si presenta tutti i giorni con i caratteri ultimativi della sopravvivenza fisica e morale. La famigerata “lotta tra i poveri”, della quale il Santo Padre si lamenta, non dispone gli animi ai buoni sentimenti, e chi vive giornalmente con l’angoscia di perdere anche le briciole coltiva una suscettibilità nei confronti dei pericoli, reali o semplicemente immaginari, tutt’affatto particolare. Non ci vuole un corso accelerato di sociologia o di psicoanalisi per comprendere questo meccanismo, e certo lo hanno ben compreso i dittatori e i populisti d’ogni tempo. Le classi dominanti hanno imparato a tenere caldo il risentimento dei dominati, per volgerlo al momento opportuno contro i suoi nemici, o contro il capro espiatorio di turno: l’ebreo, il negro, l’arabo, l’albanese, il rumeno, il cinese: chi sarà il capro espiatorio di domani? Mutatis mutandis, la storia si ripete sempre di nuovo, non a causa di tare antropologiche, di corsi e ricorsi vichiani o di altre più moderne e meno sofisticate cianfrusaglie concettuali, ma a ragione del fatto che le radici del male sono ancora intonse e sempre più profonde». Ebbene, chi intende approfondire seriamente la riflessione intorno a fenomeni che fin troppo sbrigativamente, per “economia di pensiero”, rubrichiamo come populismo, a mio avviso farebbe bene a concentrasi più sulla radicalità sociale del male, che sulle sue manifestazioni politiche, ideologiche, culturali, che a volte offrono allo sguardo una maschera di banale ottusità intellettuale.

Per riprendere e generalizzare quanto una volta ebbe a dire Indro Montanelli sugli italiani, eternamente affascinati dall’uomo forte (che oggi potrebbe avere il volto di un Putin o di un Trump), gli individui «hanno bisogno come il pane dell’uomo che “si affaccia dal balcone”». O dal Blog… Ma è un bisogno che si spiega benissimo a partire dai meccanismi e dalle relazioni che informano la moderna società capitalistica.

Come hanno dimostrato Adorno e Horkheimer, anche sulla scorta della psicoanalisi freudiana, il processo di massificazione degli individui, che espone questi ultimi al richiamo delle sirene “populiste”, è iniziato ben prima che in Occidente apparissero i movimenti di massa legati in mille modi alla Prima guerra mondiale, e cioè già in epoca democratico-liberale, quando lo sviluppo del Capitalismo, reso possibile anche dai successi mietuti dalla razionalità scientifica su tutti i campi di osservazione della natura (dal microcosmo al macrocosmo) (5), trasformò definitivamente il singolo individuo in un atomo incapace di padroneggiare la totalità del processo sociale, che davvero a quel punto appariva ai suoi occhi in guisa di mostruosa potenza estranea e ostile, come voleva la teoria marxiana. «Si sente spesso affermare che i moderni mezzi di comunicazione di massa – cinema, radio, televisione ecc. – offrono a chiunque ne disponga la sicura possibilità di pervenire al dominio delle masse mediante manipolazioni tecniche: ma non sono i mezzi di comunicazione di per sé il pericolo sociale». Così scrivevano Horkheimer e Adorno negli anni Cinquanta. In effetti, l’attenzione va posta appunto sulla riduzione degli individui a massa, «la quale è un prodotto sociale. […] Essa dà agli individui un illusorio senso di prossimità e unione ma proprio questa illusione presuppone l’atomizzazione, alienazione e impotenza degli individui» (6).

Non è che nell’epoca del dominio totalitario del capitale le cose per l’individuo sono cambiate in meglio, anzi! Ecco il Popolo (o «le masse», in una variante sinistrorsa del populismo) con cui abbiamo a che fare. Il populismo esalta il “popolo” come questo viene generato sempre di nuovo dalla vigente struttura sociale, e per questo esso conferma ed esprime in forma apologetica la cattivissima realtà che ci sta dinanzi. Lungi dall’essere adulato e idealizzato il “popolo” andrebbe piuttosto criticato, ossia ricondotto ai suoi reali termini sociali, cosa che ovviamente non può importare un fico secco a chi vuole mietere voti elettorali, mentre interessa moltissimo a chi intende favorire lo sviluppo di una coscienza critico-rivoluzionaria intorno alla vigenza del Dominio e alla possibilità della Liberazione.

A proposito di «democrazia diretta», c’è da dire che il “popolo” è diretto in primo luogo dalla prassi sociale informata fin nei dettagli dai rapporti sociali dominanti; esso respira a pieni polmoni l’escrementizia aria che promana da quei rapporti di dominio e di sfruttamento, ragion per cui fare affidamento sulla sua spontaneità significa consegnarsi senza combattere al nemico.

8. Ovviamente il populista non la pensa così. «Sì, penso di essere populista. Voglio fare decidere il popolo su tutti gli argomenti. […] Io non voglio essere rappresentato. Voglio essere consultato, di continuo, su ogni argomento. Auspico la democrazia diretta. La democrazia diretta significa: sono i cittadini a proporre dei progetti di legge da approvare tramite referendum. Non ci sarebbe più un Parlamento. La tesi di una presunta incompetenza dei cittadini è molto antidemocratica. Il voto del più ignorante vale quanto quello del più istruito. O siamo d’accordo su questo oppure affidiamo le decisioni agli esperti. Io preferisco la prima soluzione. Non so se dà migliori risultati, ma a quelli mi sento obbligato di aderire. Non è tanto una questione di efficacia quanto di giustizia». È questo tipo di populismo che Michel Houellebecq, «lo scrittore francese vivente più celebre nel mondo», difende in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera. Io continuo a pensare che la cosiddetta democrazia diretta non sia semplicemente la democrazia diretta da un capo, ma che, «diretta» o «delegata» che sia, quella che chiamiamo democrazia è soprattutto un regime politico-istituzionale conforme ai rapporti di classe vigenti in questa epoca storica. Guardata da questa prospettiva, la sola, credo, che consente al pensiero di osservare ciò che si muove oltre l’apparenza generata dall’ideologia dominante (un concetto, questo, che non ha nulla a che fare con la solita infantile distinzione “destra-sinistra”), l’alternativa tra «democrazia diretta», che farebbe gli interessi del “popolo” (della gente che sta in basso), e «democrazia tradizionale», che farebbe gli interessi della «casta» (dei «poteri forti», delle élites, di quelli che stanno in alto) non ha un solo grammo di consistenza, ed è buona solo per drenare consensi elettorali sul versante di chi non ha più fiducia nella cosiddetta democrazia rappresentativa. Per non parlare del fatto che spesso dietro all’«uno vale uno» si nasconde il Super Uno, l’Uno che è più uguale degli altri.

Secondo Franco Debenedetti, che cita un paper della Bridgewater, il più grande hedge fund del mondo che considera il populismo «un rischio politico a livello mondiale», questo “partito” «ormai ha il consenso del 35% degli elettori delle nazioni sviluppate, un livello che non si vedeva dagli anni 30. Ma non tutti i populismi sono uguali», aggiunge Debenedetti forse per rincuorare i suoi elettori: «c’è quello di Hitler e Mussolini, e quello di Franklin D. Roosevelt che entrambi combatté e sconfisse» (7). «Combatté e sconfisse», mi permetto di aggiungere, non per ragioni ideologiche, non per salvare il mondo dall’abisso nazifascista, come disse e scrisse la propaganda dei vincitori, ma per interessi sintetizzabili nel concetto, tutt’altro che obsoleto, di imperialismo, realtà che ovviamente accomunava tutte le nazioni del mondo che portarono al macello decine di milioni di persone, la gran parte “civili”.

Insomma, «democrazia diretta» e «democrazia delegata» sono la stessa cosa quanto a natura sociale, e sono perfettamente interscambiabili sul piano della governabilità, come i giocatori di una stessa squadra che all’occorrenza si alternano sul terreno di gioco: il giocatore stanco o infortunato viene subito sostituito dal compagno fresco e pimpante che prima sedeva in panchina e scalpitava per entrare: «Mister, mi faccia entrare, sono pronto!». Un regime finisce e un altro lo sostituisce, garantendo la continuità del Dominio sociale: niente di più fisiologico. Lo abbiamo visto in Italia proprio dopo la caduta del Fascismo. Poi, mutatis mutandis, lo abbiamo rivisto ai tempi di Tangentopoli, quando cadde la cosiddetta Prima Repubblica, evidentemente non più adeguata ad esprimere il mondo creato dalla globalizzazione capitalistica e dalla caduta del Muro di Berlino. È arrivato il momento dei nuovi salvatori della Patria? Detto en passant, sulla robusta continuità politica, ideologica e istituzionale tra fascismo e post-fascismo da ultimi offre un buon contributo analitico il saggio di Mimmo Franzinelli Il tribunale del Duce (Mondadori, 2017) (8).

Il referendum greco del 5 luglio 2015 sul famigerato Terzo Memorandum della Troika e quello britannico del 23 giugno sulla Brexit vengono presentati da molti commentatori e da non pochi leader politici come due fulgidi esempi di «democrazia diretta»; ai miei occhi essi rappresentano piuttosto due classici esempi di quella che a proposito dei due eventi ho definito scelta dell’albero a cui impiccarsi. Infatti, in entrambi i casi per le classi subalterne di quei due Paesi non solo non sarebbe cambiato sostanzialmente niente, comunque fossero andate le cose, ma in più in caso di magagne la classe dominante avrebbe sempre potuto dire all’elettorato che esso stesso ha scelto la strada da prendere, e che, nella buona come nella cattiva sorte, «siamo tutti sulla stessa barca». Certo, siamo tutti sulla barca del Capitalismo planetario, che per quanto mi riguarda andrebbe affondata senz’altro, e non portata su mari meno tempestosi, come si illudono di fare populisti e antipopulisti.

Il populista ama appellarsi al Popolo perché sa perfettamente che esso sceglierà le sue carte prendendo sempre dal mazzo preparato dal Dominio. D’altra parte, se il gioco di prestigio democratico non dovesse riuscire, basterebbe un secondo per gettare la carota e impugnare il bastone. Beninteso, sempre in vista della felicità del Popolo, o delle masse che dir si voglia.

9. Alla vigilia della Rivoluzione d’Ottobre, di cui quest’anno si celebra il centenario, Lenin disse che «ogni cuoca dovrebbe imparare a governare lo Stato»; una frase che gli verrà rinfacciata dai suoi critici alla luce di una controrivoluzione (quella che porta il nome di Stalin) che egli non poteva certo prevedere.   Comunque sia, lo Stato di cui parlava Lenin era quello partorito non dalle urne, non da una consultazione elettorale o referendaria (Volete il Capitalismo o il Socialismo?), ma da una rivoluzione sociale, era insomma, nell’esempio russo qui richiamato, lo Stato sovietico (cioè centrato sui «Soviet degli operai, dei soldati e dei contadini») chiamato ad esercitare la «dittatura rivoluzionaria del proletariato», anche definita «democrazia proletaria», in vista del superamento del Capitalismo e della dimensione classista della società mondiale. Le speranze di Lenin e della sua cuoca andranno deluse per i motivi che ho provato a spiegare, in ultimo, in due post dedicati al Grande Azzardo. Qui intendo semplicemente dire che la sola «democrazia diretta» che le classi subalterne dovrebbero rivendicare sarebbe quella che ne attesterebbe l’autonomia politica e l’irriducibile antagonismo nei confronti delle classi dominanti, e quindi nei confronti dello Stato e del vasto mondo politico-ideologico che esprime e sorregge il vigente status quo sociale. Altro che sovranismo! Altro che «lotta alla casta»! Altro che “populismo”! Classismo a tutto spiano, piuttosto. Mettere oggi la metaforica cuoca, come vorrebbe il “populista”, al posto di un politico della “casta” muterebbe forse di una sola virgola l’attuale regime sociale? La domanda è puramente retorica, e non è certo rivolta al “populista”, il quale è assorbito da ben altre incombenze: «Rottamiamo la casta! Potere al Popolo!». Ecco fatto!

(1) K. Marx, La guerra civile in Francia, pp. 140-141, Newton, 1973.
(2) G. Santomassimo, Il Manifesto, 28/06/2016
(3) J. Steinbeck, Furore, p. 66, Bompiani, 1980.
(4) Pagina 99.
(5) «In realtà il desiderio insaziabile dell’uomo di estendere il suo potere in due infiniti, il microcosmo e l’universo, non ha radici nella sua natura bensì nella struttura della società» (M Horkheimer, Eclisse della ragione, pp. 96-97, Einaudi, 2000). Su questo aspetto rimando al post Sul potere sociale della scienza e della tecnologia.
(6) M. Horkheimer, T. W. Adorno, Massa, in Lezioni di sociologia, p. 96, Einaudi, 2001.
(7) F. Debenedetti, Il populismo di Grillo e il ruolo del Pd, Istituto Bruno Leoni.
(8) Scriveva Ugo Rescigno nel 1975 (un momento di svolta nella politica repressiva condotta dallo Stato contro i nemici della politica dei sacrifici praticata dalla “strana coppia” DC-PCI): «Si coglie la essenziale continuità di tutto l’ordinamento giuridico italiano e dell’apparato statuale dal periodo fascista a quello repubblicano, per cui la Costituzione si è sovrapposta a quell’ordinamento come un cappello nuovo su un vecchio abito» (U. Rescigno, Costituzione italiana e Stato borghese, Savelli, 1977).