SIAMO UOMINI O “PROFILI”?

 Leggo da qualche parte: «”È inutile seguire i fatti, tutto si basa solo sulle emozioni. E noi le creiamo”. Il reportage di Channel 4 fatto con telecamere nascoste che riprendono conversazioni riservate dei dirigenti Cambridge Analytica svela la verità dietro le campagne elettorali seguite dalla società di comunicazione in Kenya e in America. […] Insomma, la macchina del fango funziona ovunque. Quel che diventa sempre più evidente è che le campagne elettorali si basano su fake news create perché le persone possano sentirsi dire quello che vogliono; la verità con le promesse elettorali non c’entra niente. È sempre stato così ma ora grazie all’Intelligenza Artificiale si può personalizzare la favola secondo i gusti di ognuno». Esatto! Ancora: «Profilare gli utenti di Facebook e entrare nei loro sentimenti con trucchi forse è disonesto ma non illecito. Lo fanno molte società e siamo noi a regalare a Facebook le nostre informazioni gratis e volontariamente». Chi non è d’accordo, scagli la prima pietra! Detto altrimenti, «la clamorosa inchiesta del New York Times e del Guardian» circa la “profilazione” degli utenti di Facebook non mi indigna neanche un po’ né, ancor meno, mi sorprende, ma piuttosto conferma l’dea che col tempo ho maturato circa i cosiddetti social, sulla loro natura sociale e sul loro funzionamento “algoritmico”. In generale, niente che non si sapesse già da molti anni e niente che cada al di là della guerra furibonda tra fazioni politiche, tra capitalisti e tra Stati. L’obiettivo? Il solito: il Potere in ogni sua “declinazione”.

Non ci voleva una mente particolarmente geniale, ma era sufficiente un minimo di coscienza critica, per capire già da tempo che tutti i discorsi apologetici intorno al carattere rivoluzionario e liberatorio del Web poggiavano sull’argilla ideologica, semplicemente perché non consideravano il processo sociale colto nella sua totalità che lo aveva reso possibile e che ne promuoveva incessantemente lo sviluppo. Gli stessi scienziati della comunicazione che fino a qualche lustro fa cantavano le magnifiche sorti e progressive della Big Net, oggi la demonizzano additandola all’opinione pubblica come la radice di quel Male che starebbe prosciugando la nostra residua umanità. Le letture ideologiche dei fenomeni sociali si prestano a simili capovolgimenti concettuali.

Come sempre il fumo generato dall’indignazione delle anime belle non permette alle persone di porsi le giuste domande, o quelle che a me sembrano tali; ne formulo alcune per cercare di circoscrivere il problema. Come mai abbiamo voluto fare della nostra vita quotidiana uno spettacolo che tutti possono guardare e commentare? Perché ci consegniamo con zelo ed entusiasmo al controllo meticoloso e sempre più invasivo del Leviatano e di chi commercia in “profili” (salvo poi recriminare sulla nostra “privacy” violata e diffonderci più o meno intelligentemente sui rischi che corre «l’integrità del processo democratico»)? Perché gli esperti del marketing politico e commerciale (peraltro una distinzione che ormai non ha alcun senso) ci trattano come dei bambini che compiono scelte sulla base di emozioni e non di riflessioni razionali? Cosa ci rende così intellettualmente stupidi (a cominciare da chi scrive e salvo chi legge, si capisce) per ciò che riguarda la comprensione degli aspetti fondamentali della società (che pure rendiamo possibile con il nostro lavoro, con le nostre tasse ecc.)? Perché la nostra intera esistenza è diventata un gigantesco mercato, talmente grande e affine alla nostra stessa e più intima natura, che quasi non riusciamo più a percepire nessuna distinzione sostanziale tra ciò che è vita e ciò che è, appunto, mercato? Perché questa vita interamente mercificata ci appare del tutto naturale e immodificabile, al punto da considerare bizzarro (per usare un eufemismo) chi invece non la pensa così? Cos’è, socialmente parlando, la cosiddetta Intelligenza Artificiale (che rischia di diventare l’ennesimo capro espiatorio a uso e consumo dei politici che ci vogliono come sempre ingannare e del nostro stesso bisogno di autoinganno: le vie della sopravvivenza sono infinite)?

A mio avviso, le risposte a queste domande hanno a che fare, in modo più o meno diretto, con la natura dei rapporti sociali che oggi dominano su scala mondiale. Vendere (qualsiasi cosa!) e controllare la testa e il cuore degli individui/utenti: il Moloch capitalistico si serve dell’Intelligenza Artificiale per forzare sempre di nuovo gli ostacoli che in qualche modo impediscono, o quantomeno frenano, la piena realizzazione di quei due vitali obiettivi, che erano tali già ai tempi di Marx, figuriamoci oggi, ai tempi di Zuckerberg. Il Mostro sa bene (vedi la sterminata letteratura filosofica, sociologica e psicologica dedicata al tema) come funziona l’animo umano all’interno della società disumana; esso sa benissimo come far vibrare le corde dei desideri e delle emozioni, e s’inventa di tutto, letteralmente, per mettere a profitto – è proprio il caso di dirlo! – quella conoscenza.

In realtà non esiste alcun Mostro che ci impone dall’esterno la sua malvagia volontà: è la nostra stessa esistenza che sotto determinate condizioni sociali genera sempre di nuovo il mondo che sperimentiamo. Ecco perché è vano aspettare l’eroe di turno che ci salva dal Mostro uccidendolo: troppo facile, troppo comodo! Soprattutto troppo falso, proprio perché l’idea del Mostro è tutto sommato rassicurante. Come ho scritto nell’ultimo post, «Sta all’uomo, a cominciare da chi non si sente in armonia con i tempi, decidere come risolvere il problema che ruota intorno alla dialettica di realtà (Dominio) e possibilità (Liberazione). L’attuale tragedia può anche avere un esito liberatorio. Ma, appunto, può, è data solo la possibilità».

È vero, come singoli “utenti” non controlliamo il Web, ma ne siamo piuttosto controllati dalla testa ai piedi; ma questo ci accade in generale, ossia se prendiamo in considerazione la società nel suo complesso. Sotto questo aspetto, gli “eccessi” della Rete confermano l’essenza della nostra condizione sociale, una condizione che attesta appunto la nostra radicale impotenza sociale. Scriveva Max Horkheimer nei remotissimi anni Quaranta del secolo scorso: «Ai nostri giorni il frenetico desiderio degli uomini di adattarsi a qualcosa che ha la forza di essere, ha condotto a una situazione di razionalità irrazionale. […] Il processo di adattamento oggi è diventato intenzionale e quindi totale» (Eclisse della ragione). La servitù volontaria degli uomini è una vecchia e inquietante “problematica” che non smette di essere puntuale. Nel frattempo, il processo sociale denunciato dall’intellettuale tedesco ha fatto enormi e decisivi passi avanti in direzione del dominio totalitario degli individui, a prescindere dal tipo di sistema politico-istituzionale vigente nei diversi Paesi del mondo. Già, un solo mondo, un solo dominio. Ma non ditelo ai sovranisti: potrebbero accusarvi di essere al servizio del «cosmopolitismo finanzcapitalistico» – che poi è quello che regge le sorti del Web.

Scrive Corrado Augias su Repubblica: «Dove ci porteranno le grandi tecnologie elettroniche avanzate? Prova a rispondere Massimo Gaggi nel suo “Homo premium” (Laterza), che parte da un ragionamento economico ma arriva alle conseguenze politiche. L’autore osserva che mentre scrive Facebook vale in borsa 520 miliardi di dollari, quanto i giganti dell’energia messi insieme. Mr Zuckerberg però ha 21mila dipendenti, gli altri più di un milione. Per certo i robot oltre ai lavori manuali incominciano a sostituire avvocati, medici, giudici e giornalisti. Ma quanto l’uso spregiudicato dei social – il caso di Cambridge Analytica insegna – può incidere sull’opinione pubblica e sul voto?». A mio avviso, se non comprendiamo che «le grandi tecnologie elettroniche avanzate» si spiegano solo a partire dai vigenti – e planetari – rapporti sociali capitalistici, ossia dal legittimo bisogno di fare profitti da parte dei detentori di capitali, e che non si dà alcuna autentica alternativa posti questi rapporti, continueremo a brancolare nel buio dell’impotenza sociale versando calde lacrime sull’«uso spregiudicato» di questa o quell’altra tecnologia. Lo ripeto: il vero (radicale) problema non è capire «quanto l’uso spregiudicato dei social può incidere sull’opinione pubblica e sul voto», ma comprendere fino a che punto le odierne condizioni sociali ci hanno reso socialmente impotenti, schiavi incapaci di ribellione.

Lo so bene che questo discorso non ha alcun valore per chi coltiva il mito della società capitalistica (meglio se amministrata democraticamente) come migliore dei mondi possibili, e magari pensabili; per non parlare del populista che non può certo condividere la mia pessima opinione sul “Popolo”. Ma il mio discorso si rivolge appunto a chi non sa che farsene di quel mito né delle blandizie dei populisti, e si interroga piuttosto sulle cause della disumanità che dilaga ovunque e su come venirne a capo; ovviamente non per offrirgli delle risposte, ma per cercarle insieme.

Aggiunta del 23 marzo 2018

Per Steven Spielberg la «realtà virtuale può coesistere con il mondo reale»: «Io guardo le notizie online ma non rinuncio a cominciare la giornata leggendo i giornali. Adoro tenere la carta in mano» (Il Messaggero). Ma ha un seppur minimo senso stabilire una distinzione “ontologica” tra cosiddetta «realtà virtuale» e cosiddetto «mondo reale»? A mio  avviso non ne ha alcuno: esiste un solo mondo, e purtroppo oggi (diciamo ormai da qualche secolo) esso è assoggettato ai rapporti sociali di dominio e di sfruttamento sintetizzabili nel concetto di Capitalismo. «Realtà virtuale» e «mondo reale» sono fatti insomma della stessa sostanza sociale.

Il famoso regista di successo ha girato un nuovo film, molto in sintonia con i pessimi tempi che viviamo: Ready Player One. «Si tratta di una favola ambientata in un futuro distopico quando un eccentrico idealista (interpretato da Mark Rylance), una specie di Steve Jobs dei videogame, crea un universo digitale chiamato Oasis dove l’umanità, assediata nel mondo reale da povertà, disoccupazione e sovraffollamento, può vivere in pace e sicurezza sotto forma di avatar. Ma questa isola felice viene presto assediata…» (Gloria Satta, Il Messaggero). I cattivoni come sempre e ovunque (nella «realtà virtuale» come nel «mondo reale») sono in agguato, pronti a rompere le uova che gelosamente custodiamo nel paniere della nostra felicità, più o meno “virtuale” o “reale” che sia.

«Sono convinto», dice Spielberg, «che la privacy sia l’ultimo bastione sacro della libertà. E il mio film, pur essendo un prodotto di evasione, contiene un ammonimento su quello che potrebbe accadere. Il cattivo deciso a rubare i dati degli utenti di Oasis per contaminare quell’universo puro con la pubblicità e le offerte commerciali deve farci riflettere su un mondo dominato dalle corporation malvagie che cercano di controllare la gente a fini commerciali. E sul fatto che stiamo perdendo di vista la realtà e il contatto personale. Ho visto crescere i miei ragazzi con lo smartphone in mano, intenti a scambiarsi messaggi sui social anziché guardarsi negli occhi, gli emoticon al posto delle emozioni. Dobbiamo tornare ad affrontare la vita nella dimensione reale». Quasi mi commuovo dinanzi a una siffatta esibizione di saggezza! Ho detto quasi.

Ma siamo proprio sicuri che «la vita nella dimensione reale» sia da preferirsi a quella, peraltro già abbastanza escrementizia, prospettata e praticata nella dimensione “virtuale”? Non è forse «la vita nella dimensione reale» a creare i presupposti economici, tecnologici, scientifici, psicologici ecc. che rendono possibile la cosiddetta «realtà virtuale»? Nell’epoca del dominio totale (e totalitario) dei rapporti sociali capitalistici parlare della privacy come «ultimo bastione sacro della libertà» e indignarsi dinanzi a un «mondo dominato dalle corporation malvagie» è cosa che, credo, dà purtroppo un senso alla mia antipatica domanda: cosa ci rende politicamente così stupidi (sempre al netto di chi legge!) dinanzi alle questioni decisive della nostra esistenza?

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NON C’È PACE SENZA GIUSTIZIA. NON C’È GIUSTIZIA SENZA UMANITÀ. NON C’È UMANITÀ NELLA SOCIETÀ CLASSISTA

Si deve costruire un mondo migliore e l’unico modo
in cui lo si costruirà sarà con metodi estremi. Quanto
a me, mi unirò a chiunque, non mi interessa di quale
colore sia, purché voglia cambiare la miserabile
condizione di questa terra (Malcolm X, 1964).

Chiunque parli in favore della pace senza esporre
con precisione le condizioni di questa pace non può
andare esente dal sospetto di parlare soltanto del
genere di pace che torni ad esclusivo vantaggio suo
e del suo gruppo, il che non appare certo azione di
merito (W. Heisenberg, 1958).

 

Diversi lettori del Blog mi hanno chiesto di spiegare il senso della locuzione «punto di vista umano» che compare sulla sua testata. Provo a farlo con piacere prendendo spunto da una dichiarazione di Bernice Albertine King, la figlia minore di Martin Luther King, rilasciata ai media italiani qualche giorno fa.

Cito dall’Avvenire: «Ora più che mai, credo che mio padre incoraggerebbe l’umanità sulla strada dell’unione, dell’armonia del sostegno verso il prossimo, percorrendo la strada della nonviolenza. Essa non cerca una falsa pace che accetta l’ingiustizia, ma una pace vera; come diceva mio padre: “La vera pace non è una mera assenza di tensioni; la pace vera è la presenza della giustizia”. Se rimaniamo nella morsa del nazionalismo, del conflitto di classe, del razzismo, continueremo ad essere disumanizzati e distrutti dalla povertà, dal genocidio, dalla schiavitù e dalla guerra». Che dire? Provo ad articolare una breve riflessione.

« La vera pace non è una mera assenza di tensioni (se ricordo bene Martin Luther King parlava di conflitti); la pace vera è la presenza della giustizia»: questo  mi sembra un concetto di grande pregnanza sociale e ideale che personalmente ho sempre “declinato” nei termini classisti e anticapitalistici che mi derivano da una particolare (la “mia”!) interpretazione del discorso marxiano.

Non c’è pace senza giustizia! Imporre la “pace” là dove manca la giustizia significa difendere uno status quo illiberale, violento e disumano. Detto altrimenti, non c’è pace senza umanità. La pace sociale nel contesto della comunità divisa in classi è una pretesa che da sempre le classi dominanti legittimano ideologicamente e impongono materialmente ai dominati. Non c’è Stato, democratico o autoritario che sia, che non operi affinché nella comunità regni la “pace” e l’”armonia” fra i cittadini, nonché  fra questi e i loro amministratori politici. Chi in qualche modo, anche senza volerlo e suo malgrado, turba la “pace sociale” è considerato dal Leviatano come un personaggio meritevole della sua tutt’altro che benevole attenzione indirizzata a preservare la «serena convivenza degli onesti e laboriosi cittadini». Storicamente, il carcere e il manicomio sono sorti sulla base di questa fondamentale esigenza d’ordine che sorge spontaneamente sulle maligne fondamenta della società classista.

Può la giustizia regnare in una società che conosce la divisione classista degli individui? Per come la vedo io, la cosa è assolutamente impossibile, e ciò prescinde dalla stessa volontà dei politici che di volta in volta ci amministrano. Come suggerivo prima, è la società classista “in sé”, in quanto tale che genera sempre di nuovo sfruttamento (anche della natura), disumanizzazione, razzismo, nazionalismo (oggi anche in chiave sovranista), povertà (materiale ed esistenziale), guerre, schiavitù (salariale ed esistenziale), genocidi, pregiudizi d’ogni sorta e quant’altro. Di più: lo sfruttamento dell’uomo e della natura costituisce il presupposto fondamentale della società capitalistica, la quale si serve soprattutto della tecno-scienza per rendere più razionale ed efficace la pratica intesa a creare profitti dal lavoro umano e dalla trasformazione (o saccheggio) delle risorse naturali. Eppure, la stessa tecno-scienza ci suggerisce la possibilità di un assetto davvero umano del mondo; tuttavia, come scrisse una volta Simone Weil «Noi non abbiamo da sperare nessuna felicità dallo sviluppo della tecnica, finché non sapremo impedire agli uomini di usare la tecnica per dominare i propri simili invece che la natura» (*).

Certo, la nostra società genera anche il «conflitto di classe», ma ciò per un verso è qualcosa che si sviluppa, appunto, necessariamente sul fondamento dell’ingiustizia sociale oggi creata dai rapporti sociali capitalistici; e per altro verso esso è il solo fenomeno che sotto peculiari circostanze potrebbe mettere in moto un processo di eccezionale (rivoluzionaria) portata in grado di portarci fuori dal regno dell’ingiustizia, ossia nella Comunità che non conosce la divisione classista degli uomini, né alcun altro genere di divisione formalizzata, cristallizzata, istituzionalizzata – quella, ad esempio, basata sulla professione o da ogni altra inclinazione personale. L’utopia cessa di essere tale nell’esatto momento in cui gli uomini decidono di realizzarla.

Ecco perché è sbagliato, dal mio punto di vista, mettere il «conflitto di classe» sullo stesso piano del nazionalismo, del razzismo, della xenofobia e quant’altro. È proprio di quel tipo di conflitto che le classi subalterne avrebbero invece bisogno come il pane per sbarazzarsi di ogni maledetta idea ultrareazionaria radicata nella disumana condizione sociale che peraltro riguarda, a diverso titolo e a diversi gradi, tutti gli individui, in modo “trasversale”, come s’usa dire oggi. Ma questa trasversalità esistenziale non deve farci perdere di vista l’essenziale, vale a dire l’esistenza delle classi sociali, con tutto quello che ciò presuppone e pone sempre di nuovo con una necessità che non va misconosciuta ma spezzata, radicalmente.

Va da sé che nella mia “declinazione” «conflitto di classe» sta per lotta di classe, la quale non ha nulla a che fare, ad esempio, con la guerra tra i poveri che dilaga come la peste nei piani bassi e bassissimi dell’edificio sociale, né ha a che vedere con la cieca invidia sociale che straripa sui cosiddetti “social”, anche se solo le anime belle possono scandalizzarsi osservando l’abisso di miseria esistenziale che vi fa capolino. Oggi insomma il conflitto sociale si dà come guerra sistemica che il Capitale, considerato in ogni sua fenomenologia («Il Capitale è un rapporto sociale»), conduce contro le classi subalterne in particolare, e contro l’umanità in generale. Dico di più: è l’assenza del «conflitto di classe» che incattivisce in modo distruttivo e autodistruttivo chi oggi vive il disagio sociale in modo più diretto e violento: amico, non somatizzare, lotta!

E qui mi viene in mente la battuta morettiana che, se ricordo bene, si trova nel film Caro diario (1993): «Caro Moretti, la sua malattia è psicosomatica. In altri termini, tutto dipende da lei». Moretti: «Se dipende da me, allora non c’è proprio speranza». In effetti, se aspettiamo che qualcuno venga da chissà dove a salvarci, siamo fottuti in partenza. E infatti siamo già fottuti, senza se e senza ma. Fino a prova contraria, si capisce. I Megarici, sulla scorta del grande Parmenide, dicevano: «Ciò che è possibile si realizza, ciò che non si realizza non è possibile». Sta all’uomo, a cominciare da chi non si sente in armonia con i tempi, decidere come risolvere il problema che ruota intorno alla dialettica di realtà (Dominio) e possibilità (Liberazione). L’attuale tragedia può anche avere un esito liberatorio. Ma, appunto, può, è data solo la possibilità.

In conclusione e riepilogando: la strada dell’unione, dell’armonia e della nonviolenza di cui parla Bernice Albertine King a mio avviso non può essere realizzata nella società che genera la massima disunione, la massima disarmonia e la massima violenza – fisica, psicologica, “biopolitica”. Farsi delle illusioni su questa società radicalmente disumana impedisce al pensiero che non vuole adeguarsi alla cattiva realtà di uscire dal cerchio stregato del “male minore” e incominciare a camminare sul terreno, certo ignoto, certo difficile e pericoloso, delle possibilità più splendide e ardite. L’umanità non ha certo bisogno di “sano realismo”.

Commentando entusiasticamente la recente (e pare sensazionale) scoperta circa il momento in cui le prime stelle iniziarono a formarsi e a inondare di luce l’Universo (pare 180 milioni dopo il Big Bang), Peter Kurczynski, Program Director della National Science Foundation del Governo degli Stati Uniti, ha conclusola la sua apologetica esaltazione della Scienza con le seguenti poetiche parole: «Siamo nel bel mezzo di un uragano e abbiamo sentito il battito d’ali di un colibrì». Che precisione! Ecco, fra tanta accuratezza e potenza tecno-scientifica e immersi come siamo nel più prosaico ma a noi assai più prossimo e cogente uragano chiamato processo sociale, non riusciamo neanche a immaginare il battito d’ali di «un’umanità socialmente sviluppata» (Marx), di «un’umanità al suo livello più alto» (Schopenhauer). No, vedere la fotografia di Dio (o chi per Lui) nell’attimo in cui creò l’Universo (almeno quello oggi conosciuto: anche la Creazione deve fare i conti con la Relatività speciale e la Teoria quantistica!) non mi dà alcuna gioia.

Sull’uso della violenza nella lotta politica rinvio al post Mezzi e fini considerati dal punto di vista umano.

(*) S. Weil, Riflessioni a proposito della teoria dei “quanta”, in Sulla scienza, p. 171, Borla editori, 1971.

VA’ DOVE TI PORTA IL POPOLO! MA CON CALMA…

Ho appena letto la riflessione «a botta calda» sulle elezioni politiche del 4 marzo di Carlo Formenti, simpatizzante (pentito?) di Potere al Popolo, e subito mi è balenata in testa il classico “aforisma” andreottiano: «Il potere logora chi non ce l’ha». Oppure, nello specifico, le elezioni logorano chi non riesce a intercettare sufficienti voti. La quantità di voti considerata sufficiente dal soggetto politico che concorre alle elezioni dipende da molti fattori che qui sarebbe troppo lungo e ozioso elencare. Certamente l’investimento in termini di entusiasmo e di speranze (più o meno illusorie) ha una parte molto importante in tutto ciò, soprattutto per quei soggetti considerati degli outsider dall’establishment politico, e che per la prima volta tentano di entrare nei Palazzi della democrazia capitalistica, magari per inventare un nuovo “parlamentarismo rivoluzionario”.

Scrive Formenti: «In attesa di approfondire le riflessioni che quanto è appena successo mi suggerisce, non posso tuttavia esimermi da una prima reazione a botta calda. Troppa è l’irritazione che mi suscitano le reazioni di tutti quei compagni che, di fronte alla duplice schiacciante vittoria di Cinque Stelle e Lega, sanno solo insultare gli elettori italiani accusandoli di essere populisti, qualunquisti, fascisti, razzisti, sessuofobi, xenofobi e quant’altro. Per tutti costoro vale la seguente battuta di J-M. Naulot, riportata in esergo da Luca Ricolfi nel suo libro Sinistra e popolo: “Populista: aggettivo usato dalla sinistra per designare il popolo quando questo comincia a sfuggirle”. Così come vale la definizione di “negazionisti” che il giornalista americano Spannaus ha appioppato alle sinistre che negavano appunto le radici popolari della vittoria di Trump negli Stati Uniti e della Brexit in Inghilterra». Per dimostrare la mia assoluta estraneità alla sinistra comunque considerata, citerò quanto scrissi dopo le elezioni tedesche del settembre 2017, anche perché in qualche modo quella riflessione riguarda, mutatis mutandis, la società italiana:

«L’analisi del voto tedesco ha confermato ciò che anche la scienza sociale “ufficiale” ha sempre saputo: il disagio sociale vota. Come spiegare altrimenti il paradosso per cui Alternative für Deutschland, che pure ha incentrato la sua campagna elettorale praticamente solo sull’avversione alla politica d’immigrazione adottata dal governo tedesco nel 2015, ha raccolto più consensi proprio nelle zone del Paese dove più bassa è la presenza dei migranti? La risposta è abbastanza semplice: perché la paura dello straniero che viene dall’Africa ha fatto tracimare paure e frustrazioni che niente a che fare hanno con il razzismo, con la xenofobia e altro ancora. È come se chi in Germania occupa i gradini più bassi della scala sociale avesse detto a Mamma Angela: “Ma come, invece di pensare ai nostri bassi salari, alle nostre povere pensioni, a un welfare tutt’altro che irreprensibile; insomma invece di prenderti cura dei nostri problemi tu pensi agli stranieri? Vogliamo il pane e tu ci dai da mangiare la solidarietà con il diverso, che peraltro viene a rubarci quel poco che abbiamo e a minacciare la nostra sicurezza: hai dimenticato il terrorismo Jihadista? Prima la Germania, prima i tedeschi, non gli stranieri!”. Il Presidente Donald Trump ha dunque fatto scuola? Diciamo che il nostro sa come gira il pessimo mondo. Anche i sinistri della Linke hanno più volte cercato di fare l’occhiolino al razzismo e alla xenofobia del proletariato più disagiato dell’Est, per intercettarne il voto, ma i loro concorrenti di destra sono stati evidentemente più credibili su questo escrementizio terreno, e infatti l’AfD ha rubato un po’ di elettorato anche al partito degli ultra sinistrati, che adesso è costretto a fare “autocritica”». Come sempre mi scuso con i lettori per le antipatiche autocitazioni, ma spesso l’economia di pensiero reclame i propri diritti.

A differenza di Formenti chi scrive, oltre a non essere un sinistrorso, ossia un nipotino della tradizione “comunista/socialista” italiana, non è nemmeno un populista, e non avverte quindi l’irresistibile desiderio di andare là dove va il popolo, foss’anche il mattatoio bellico, i luoghi dove le masse scelgono democraticamente l’albero a cui impiccarsi, le piazze che inscenano “Primavere” che sorridono solo alle fazioni capitalistiche in reciproca e sanguinosa lotta per il potere, e altro ancora. Il Popolo non ha sempre ragione; anzi, quasi sempre esso ha torto, e questo semplicemente perché come diceva l’uomo con la barba l’ideologia dominante è quella delle classi dominanti. La stessa condizione sociale delle classi subalterne, in assenza di una seppur minima coscienza di classe e in presenza di una grave crisi economica, spinge quelle classi verso posizioni politiche ultrareazionarie, che certamente vanno comprese criticamente e non vanno aggredite con intenzione ideologica (l’ideologia come falsa coscienza: si veda la mia ventennale “battaglia culturale” contro gli antiberlusconiani e gli antileghisti “radical-chic”), ma altrettanto certamente vanno considerate per quel che sono, senza sminuirne la portata reazionaria. Invece di negare o in qualche modo sminuire il razzismo, il fascismo, la sessuofobia, la xenofobia delle e nelle masse, occorre piuttosto denunciare le condizioni sociali che fomentano quelle idee e quei sentimenti, demistificando tanto l’atteggiamento dei progressisti “radical-chic” «con la puzza sotto il naso», quanto il populismo, destrorso o sinistrorso che sia, che ama seguire la corrente “popolare” per catturare il consenso politico-elettorale dei socialmente disagiati.

Formenti disprezza, a ragione, «le sinistre che negavano appunto le radici popolari della vittoria di Trump negli Stati Uniti e della Brexit in Inghilterra»; ma in che senso egli parla di «radici popolari»? Le «radici popolari» richiamano concetti politici troppo vaghi e ambigui. Vogliamo forse negare «radici popolari» al Fascismo e al Nazismo? Vogliamo forse negare al populismo di destra (tipo Alba Dorata) solidissime «radici popolari»? Vogliamo negare che la Lega di Salvini è popolarissima soprattutto tra gli operai del Nord e i Pentastellati mietono consensi soprattutto nel proletariato meridionale assetato di assistenzialismo e di statalismo?

E infatti Formenti non lo nega, come abbiamo visto. E allora? Allora il problema si sposta sul terreno politico. Scrive il sociologo criticando – post festum – il progetto di Potere al Popolo: «Avevo detto 1) che in questo modo la chiarezza del nostro discorso contro Euro e Ue si sarebbe annacquata nell’ennesima operazione di restauro di formazioni neocomuniste incapaci di leggere il nostro tempo e sviluppare idee, obiettivi e linguaggi all’altezza della nuova realtà; 2) che così avremmo sprecato energie più utilmente investibili nella costruzione di un progetto internazionale in vista delle europee del ‘19 a fianco di Mélenchon, Podemos e altre forze populiste di sinistra, uscendo dall’asfittico minoritarismo delle vecchie sinistre radicali, 3) che qualsiasi alternativa credibile all’egemonia indiscutibile che 5 Stelle esercita oggi sulla rivolta anti-establishment delle masse popolari italiane avrebbe richiesto tempo, pazienza e fatica, 4) che tale impresa dovrebbe partire da una riflessione critica sulla necessità di costruire una sinistra nazional popolare che non abbia paura di affrontare il tema della sovranità come passaggio obbligato del rilancio della lotta di classe contro il capitalismo globale e i suoi reggicoda nostrani».

Ecco allora che le «radici popolari» di cui parla Formenti si riempiono di precisi contenuti politici, tutti rigorosamente ultrareazionari, come lascia trasparire con fin troppa chiarezza il progetto che sta al centro della sua riflessione polemica: la costruzione di «una sinistra nazional popolare». E perché non nazional socialista? Nazional Socialista, beninteso, nel senso venezuelano del concetto. Auguri!

Leggi anche: POTERE A CHI?