L’INGRANAGGIO DEL DOMINIO

L’occultamento dell’opposizione tra il concetto di
uomo e la realtà capitalistica uccide il pensiero di
ogni verità (Max Horkheimer).

Nel suo ultimo libro (L’ingranaggio del potere, Liberilibri, 2020) Lorenzo Castellani, professore di Storia delle istituzioni politiche alla Luiss, imbastisce l’ennesima riflessione sulla crisi della democrazia liberale, surclassata ormai da molto tempo dal cosiddetto potere tecnocratico – variamente inteso e descritto. Scrive Castellani (cito da un estratto del suo libro pubblicato da La Verità): «I regimi politici che chiamiamo democrazie liberali si sono progressivamente trasformati in un sistema sempre più complesso, e questa trasformazione ha visto aumentare lo spazio della tecnocrazia, fondata sul principio di competenza, a danno della politica rappresentativa, fondata sul principio democratico». Principio tecnocratico versus principio democratico? L’«aristocrazia di puro potere» alla fine ha avuto ragione della democrazia rappresentativa? «In realtà, l’elemento tecnocratico si è abilmente nascosto dietro l’espansione della partecipazione politica e dei diritti individuali e sociali. La promessa democratica di auto-determinazione e auto-realizzazione degli individui ha prevalso, nella costruzione del dibattito pubblico, rispetto al bisogno di gerarchia che informa la reale architettura del potere».

Ma quella promessa ha, e ha avuto in passato e può avere in futuro, un reale fondamento sociale? E se sì, qual è questo fondamento? E qual è il fondamento sociale del «bisogno di gerarchia che informa la reale architettura del potere»? Questo bisogno, del tutto oggettivo, non ha forse a che fare con la divisione sociale del lavoro in epoca capitalistica? E cosa presuppone questa peculiare (sul piano storico-sociale) divisione del lavoro? Tutte queste domande convergono a mio avviso in un unico punto focale: la realtà della società capitalistica colta nella sua più intima essenza, la quale è costituita dal peculiare rapporto sociale di produzione/scambio che domina l’intera esistenza degli individui in ogni parte del pianeta.

«In altre parole, la permanenza e l’evoluzione del principio aristocratico nei nostri sistemi politici è uno degli arcana imperii con cui è necessario fare i conti. Infatti, tutti i cittadini avvertono l’esistenza della verticalità gerarchica e vedono le promesse mancate dei regimi democratici, ma solo pochi pensatori intendono riconoscere e discutere apertamente questo arcano. Probabilmente perché farlo significherebbe aprire delle irrimediabili faglie di delegittimazione nei nostri regimi politici». L’arcano di cui parla Castellani non è affatto un arcano: si tratta infatti della struttura classista della nostra società, la quale presuppone e pone sempre di nuovo, attraverso il lavoro e le molteplici attività e relazioni umane, un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento – dell’uomo sull’uomo e, per suo mezzo, sulla natura. Il dibattito sui rischi che la nostra libertà e identità correrebbe a causa della sempre più capillare e invasiva applicazione della cosiddetta Intelligenza Artificiale, dibattito che in larga parte trasuda un’incredibile dose di feticismo tecnologico (la macchina e l’algoritmo come i “nuovi padroni” delle nostre esistenze), rinvia al sempre più capillare e invasivo dominio dal Capitale, il quale è in primo luogo, e marxianamente parlando, un rapporto sociale. Ed è precisamente questo rapporto sociale, questa immateriale (impalpabile, astratta) ma sommamente concreta realtà che informa la prassi degli individui e delle istituzioni, il cui grado di autonomia esistenziale è grandemente sopravvalutato dalla scienza sociale.

Alla luce di questa tutt’altro che misteriosa realtà il piagnisteo sulla crisi della democrazia liberale ci appare per quello che è sempre stato (almeno dagli inizi del XX secolo in poi, già in epoca liberale e prefascista): un’apologia di fatto del dominio sociale, uno sforzo teso a celare dietro “belle frasi” democratiche e liberali la realtà del totalitarismo sociale creato dalla multiforme prassi degli individui e delle classi. L’avvento delle masse (ossia dell’«uomo medio» di cui parlava Ortega y Gasset, che Castellani cita nel suo libro) e dei regimi politicamente totalitari è stato possibile solo sul fondamento di quel ben più radicale e duraturo totalitarismo sociale, premessa di ogni sciagura sociale: dalle crisi economiche devastanti alle guerre imperialiste (due nel corso del “secolo breve”), dallo sterminio industriale scientificamente organizzato di milioni di uomini e di donne, di vecchi e di bambini, alle catastrofi cosiddette naturali – come le epidemie, tanto per toccare di sfuggita l’attualità. Nella sua ingenua apologia del liberalismo, considerato come la «suprema generosità», Gasset non comprese che fu proprio l’epoca liberale della società borghese a realizzare i presupposti per il suo superamento, perché «un principio così bello, il più nobile che abbia risuonato nel mondo» (1) si era posto a baluardo del dominio di classe, premessa di ogni futuro sviluppo della “moderna società di massa”. In questo preciso – e radicale – senso liberalismo e fascismo non stanno in reciproca antitesi, ma sul terreno storico e sociale essi si stringono in uno stretto rapporto dialettico (2). Non dimentichiamo che quando si trattò di prevenire o contrastare la rivoluzione sociale nel Primo dopoguerra («Fare come nella Russia dei Soviet!»: uno slogan davvero terrorizzante alle orecchie delle classi dominanti dell’epoca), la classe dirigente liberale non ebbe alcuna remora nel dare fiducia alle squadracce che poi si sarebbero autonomizzate, anche ai danni del personale politico di “antica concezione” (ah, maledetta eterogenesi dei fini!), come movimento fascista, senza peraltro smettere di usare la carota democratica per imbrigliare, sfiancare e demoralizzare il movimento operaio. Il manganello agì in perfetta sinergia con la scheda elettorale. In ogni caso, «Il fascismo non è nato per caso», e le condizioni sociali che lo hanno reso possibile sono tutt’altro che superate, ed è per questo che «Oggi combattere il fascismo [ed ogni forma di statalismo e autoritarismo] richiamandosi al pensiero liberale significa appellarsi all’istanza attraverso cui il fascismo ha vinto» (3).

Come mi capita di scrivere spesso nei miei modesti post, oggi l’autentica libertà – e quindi umanità – è preclusa in radice agli individui di tutti gli strati sociali, perché lungi dal dominare con le mani e con la testa il processo sociale che crea le loro condizioni materiali di esistenza, ne sono piuttosto dominati. Ovviamente le diverse classi sociali vivono in modo assai diverso la dimensione illiberale e disumana di questa epoca storica: un conto è far parte della classe dominante, un conto affatto diverso è abitare i piani bassi dell’edificio sociale. Tuttavia, quella pessima dimensione accomuna tutti gli individui, ed è per questo che l’emancipazione delle classi subalterne postula necessariamente l’emancipazione dell’intera umanità, e non è certo un caso se questa straordinaria possibilità non di rado conquista il cuore e la mente dei figli della borghesia.

Parlare di «auto-determinazione e auto-realizzazione degli individui» nel seno di una società che nega in radice ogni autentica libertà e autodeterminazione degli individui significa fare dell’ideologia, un’ideologia che certamente non aiuta il pensiero che aspira a conquistare una prospettiva critica dalla quale osservare il mondo, e che anzi collabora con le potenze sociali oggettive a farlo rimanere dentro il cerchio stregato dell’opinione dominante.

Scriveva Ortega y Gasset alla fine degli anni Venti del secolo scorso: «Chi esercita oggi il potere sociale? Chi impone la struttura del proprio spirito all’epoca? Senza dubbio la borghesia. Chi, in seno a questa borghesia, è considerato come il gruppo superiore, come l’aristocrazia del presente? Senza dubbio il tecnico: ingegnere, medico, finanziere, professore ecc. chi, dentro a questo ambiente tecnico, lo rappresenta con maggiore altezza e purezza? Indubbiamente l’uomo di scienza. […] Ebbene, dunque: risulta che l’attuale uomo di scienza è il prototipo dell’uomo-massa» (4). Il limite di una tale concezione del potere sociale, che a quanto ho compreso è assunta come griglia concettuale di riferimento dal nostro scienziato sociale, è che essa si concentra troppo sulle figure professionali che di volta in volta svolgono una funzione per conto della conservazione sociale, e la relazione di dominio e di sfruttamento che informa l’intero organismo sociale e che, in ultima analisi, spiega l’esistenza di quelle figure nel contesto dei continui mutamenti che intervengono in ogni punto di quell’organismo. Non dimentichiamo che la società capitalistica ha nel continuo cambiamento “strutturale” e “sovrastrutturale” delle sue molteplici sfere il suo più importante principio di conservazione.

A proposito della gestione dell’attuale crisi pandemica (crisi sociale tout court), mi sento di affermare che sbaglia grossolanamente chi pensa che siano gli scienziati e i tecnici a dirigere il traffico, per così dire. I comitati tecnico-scientifici che supportano le decisioni governative in materia di politica sanitaria (e non solo di quella) rappresentano la continuazione della politica con altri mezzi.

Scrive Castellani: «Stato, Capitalismo e Scienza si sviluppano in parallelo sia perché necessari l’uno all’altro – lo Stato per creare le condizioni istituzionali del Capitalismo, il Capitalismo per garantire lo sviluppo economico con cui lo Stato riesce a finanziarsi, la Scienza per prevedere le misure necessarie da applicare – sia perché caratterizzati dalla stessa logica organizzativa, quella della parcellizzazione delle funzioni per garantire un’efficienza sempre crescente». Io parlerei piuttosto di un “intreccio dialettico” estremamente organico tra «Stato, Capitalismo e Scienza» che ha nel processo di accumulazione capitalistica il suo decisivo «momento egemone» (Marx), e non a caso l’evocato ubriacone di Treviri individuò nell’uso ordinario e sempre più diffuso della scienza nel processo produttivo allargato (produzione e distribuzione di “beni e servizi”) l’autentico inizio del capitalismo moderno, quello caratterizzato dalla «sottomissione reale del lavoro al capitale» – superando la fase della sottomissione «semplicemente formale» (5).

A mio avviso solo avendo ben chiaro questo quadro reale e concettuale l’analisi critica della cosiddetta tecnocrazia è in grado di restituirci la reale – non mitologica/ideologica – dimensione del fenomeno tecnocratico, coglierne la sua funzione sociale attraverso i mutamenti che gli sono imposti dalla dinamica sociale. Si tratta insomma, e sintetizzando al massimo, di capacità tecniche e scientifiche poste al servizio del dominio sociale capitalistico globalmente considerato. Questo ovviamente a prescindere dalla coscienza che tecnici e scienziati hanno della loro funzione nella società. Anche la critica dello «specialismo» («Lo specialista “conosce” assai bene il suo minimo angolo d’universo; ma ignora radicalmente tutto il resto» (6), che, come scrive Castellani, «connetteva la crescita della democrazia direttamente con quella della tecnocrazia», e che Gasset probabilmente riprese da Nietzsche (7), coglie solo la superficie del problema, la fenomenologia – o la schiuma – di un processo sociale assai più vasto e profondo.

Spesso la dettagliata e certamente assai interessante descrizione dei foucaultiani «dispositivi del potere», finisce paradossalmente (?) per condurre il pensiero che si lascia affascinare dalla complessa articolazione dell’ingranaggio del dominio su una pista che non gli permette di afferrare il maligno bandolo della matassa, di toccare cioè la radice del Male, per civettare abbastanza indegnamente con la terminologia teologica. Per una più diffusa trattazione della fondamentale “problematica” rimando i lettori a un mio recente scritto: Dialettica del dominio capitalistico.

Il pensiero politologico di Castellani aderisce, mi pare di capire, alla concezione pattizia dello Stato che presenta il Leviatano come una potenza super partes, un potere neutro (o in ogni caso neutralizzato e “civilizzato”) chiamato a mediare tra i diversi interessi che dividono, e spesso dilaniano la società civile. Per come la vedo io, lo Stato, in ogni sua possibile configurazione politico-istituzionale (democratico, autoritario, totalitario, ecc.) e nella sua complessa articolazione centrale e periferica (verticale e orizzontale); lo Stato, dicevo, appare ai miei occhi come il più formidabile strumento di dominio di classe, ed è da questo peculiare punto di vista che ne osservo l’evoluzione determinata dai mutamenti sociali complessivamente considerati, e sempre posti in intima relazione con il processo sociale mondiale. «Per questo motivo i diversi Stati dei diversi Paesi civili, malgrado la loro variopinta differenza di forma, hanno in comune che stanno tutti sul terreno della moderna società borghese, che è più o meno evoluta in senso capitalistico» (8). Peraltro, e come è noto, la democrazia ha avuto un’evidente e profonda radice di classe già ai suoi albori, nella Grecia classica: figuriamoci ai tempi del dominio globale (totale e totalitario) del Capitale, nella società capitalista/imperialista del XXI secolo!

Scrive Bernard-Henri Lévy commentando il suo ultimo saggio (Il virus che rende folli): «In sostanza, sotto vari punti di vista, questo è davvero un virus che ci ha reso folli o forse ha solo svelato la follia del tempo presente e che ci ha consegnati a un mondo molto meno libero di quello da cui proveniamo. Allora, prima si esce da questo incubo, che solo in parte è addebitale al virus, meglio è». A mio modesto avviso il tempo presente è in perfetta continuità con il folle mondo «da cui proveniamo», che poi è lo stesso mondo che oggi “pratichiamo”, e la cui profonda irrazionalità sistemica ha a che fare con la stessa natura del processo materiale che rende possibile la nostra esistenza. L’incubo si chiama Capitalismo (in ogni sua possibile configurazione economica e istituzionale), e prima lo capiamo e meglio è.

(1) O. y Gasset, La ribellione delle masse, p. 83, Tea, 1988.
(2) «La nemesi immanente di Hitler è questa: che egli, il boia della società liberale, era troppo “liberale” per capire come altrove, sotto il velo del liberismo, si costruisse l’irresistibile supremazia del potenziale industriale. Hitler, che scrutò come nessun altro borghese quel che c’è di falso nel liberalismo, non comprese fino in fondo la potenza che gli sta dietro, cioè la tendenza sociale di cui egli stesso non era che il tamburino […] La stoltezza di Hitler è stata un’astuzia della ragione» (T. W. Adorno, Minima moralia, p. 118, Einaudi, 1994).
(3) M. Horkheimer, Crisi della ragione e trasformazione dello Stato, p. 55, Savelli, 1978.
(4) O. y Gasset, La ribellione delle masse, p. 108.
(5) «Nel caso della sottomissione reale del lavoro al capitale, […] si sviluppano le forze produttive sociali del lavoro e, con il lavoro su grande scale, si sviluppa l’applicazione di scienza e macchina nel processo di produzione immediato» (K. Marx, Il Capitale, capitolo VI inedito, p. 63, Newton, 1976). A un certo punto dello sviluppo capitalistico, la tecnoscienza diventa lo strumento di dominio e di sfruttamento di gran lunga più potente nelle mani del Capitale. Sulla natura e sulla funzione sociale della tecnoscienza in epoca capitalistica rimando ad alcuni miei scritti: Sul potere sociale della scienza e della tecnologia; Io non ho paura – del robot; Robotica prossima futura. La tecnoscienza al servizio del dominio; Capitalismo cognitivo e postcapitalismo. Qualunque cosa ciò possa significare; Capitalismo 4.0. tra “ascesa dei robot” e maledizione salariale; Accelerazionismo e feticismo tecnologico.
(6) Ivi, p. 110.
(7) «Di fronte a un mondo delle “idee moderne”, che vorrebbe confinare ognuno nel suo angolo e nella sua “specialità”, un filosofo, se mai oggi potessero esservi dei filosofi, sarebbe costretto a porre la grandezza dell’uomo, il concetto di “grandezza”, proprio nella sua estensione e molteplicità, nella sua interezza in molte cose. […] Poter essere tanto molteplice quanto intero, tanto vasto quanto colmo» (F. Nietzsche, Al di là del bene e del male, p. 142, Newton Compton, 1988). Questa definizione nietzschiana di uomo in quanto uomo, dell’uomo concepito «al suo più altro livello» (Arthur Schopenhauer) e nella sua più adeguata concettualizzazione, probabilmente non sarebbe dispiaciuta a Karl Marx, secondo il quale «L’uomo si appropria del suo essere onnilaterale in una maniera onnilaterale, e quindi come uomo totale» 113 218. Se vuoi l’uomo onnilaterale, e non l’attuale uomo a una dimensione, devi volere la Comunità umana (umanizzata r umanizzante), perché «Nessuna emancipazione è possibile senza l’emancipazione della società» (W. Adorno, Minima moralia, p. 205).
(8) K. Marx, Critica del programma di Gotha, p. 52, Savelli, 1975.

VA’ DOVE TI PORTA IL POPOLO! MA CON CALMA…

Ho appena letto la riflessione «a botta calda» sulle elezioni politiche del 4 marzo di Carlo Formenti, simpatizzante (pentito?) di Potere al Popolo, e subito mi è balenata in testa il classico “aforisma” andreottiano: «Il potere logora chi non ce l’ha». Oppure, nello specifico, le elezioni logorano chi non riesce a intercettare sufficienti voti. La quantità di voti considerata sufficiente dal soggetto politico che concorre alle elezioni dipende da molti fattori che qui sarebbe troppo lungo e ozioso elencare. Certamente l’investimento in termini di entusiasmo e di speranze (più o meno illusorie) ha una parte molto importante in tutto ciò, soprattutto per quei soggetti considerati degli outsider dall’establishment politico, e che per la prima volta tentano di entrare nei Palazzi della democrazia capitalistica, magari per inventare un nuovo “parlamentarismo rivoluzionario”.

Scrive Formenti: «In attesa di approfondire le riflessioni che quanto è appena successo mi suggerisce, non posso tuttavia esimermi da una prima reazione a botta calda. Troppa è l’irritazione che mi suscitano le reazioni di tutti quei compagni che, di fronte alla duplice schiacciante vittoria di Cinque Stelle e Lega, sanno solo insultare gli elettori italiani accusandoli di essere populisti, qualunquisti, fascisti, razzisti, sessuofobi, xenofobi e quant’altro. Per tutti costoro vale la seguente battuta di J-M. Naulot, riportata in esergo da Luca Ricolfi nel suo libro Sinistra e popolo: “Populista: aggettivo usato dalla sinistra per designare il popolo quando questo comincia a sfuggirle”. Così come vale la definizione di “negazionisti” che il giornalista americano Spannaus ha appioppato alle sinistre che negavano appunto le radici popolari della vittoria di Trump negli Stati Uniti e della Brexit in Inghilterra». Per dimostrare la mia assoluta estraneità alla sinistra comunque considerata, citerò quanto scrissi dopo le elezioni tedesche del settembre 2017, anche perché in qualche modo quella riflessione riguarda, mutatis mutandis, la società italiana:

«L’analisi del voto tedesco ha confermato ciò che anche la scienza sociale “ufficiale” ha sempre saputo: il disagio sociale vota. Come spiegare altrimenti il paradosso per cui Alternative für Deutschland, che pure ha incentrato la sua campagna elettorale praticamente solo sull’avversione alla politica d’immigrazione adottata dal governo tedesco nel 2015, ha raccolto più consensi proprio nelle zone del Paese dove più bassa è la presenza dei migranti? La risposta è abbastanza semplice: perché la paura dello straniero che viene dall’Africa ha fatto tracimare paure e frustrazioni che niente a che fare hanno con il razzismo, con la xenofobia e altro ancora. È come se chi in Germania occupa i gradini più bassi della scala sociale avesse detto a Mamma Angela: “Ma come, invece di pensare ai nostri bassi salari, alle nostre povere pensioni, a un welfare tutt’altro che irreprensibile; insomma invece di prenderti cura dei nostri problemi tu pensi agli stranieri? Vogliamo il pane e tu ci dai da mangiare la solidarietà con il diverso, che peraltro viene a rubarci quel poco che abbiamo e a minacciare la nostra sicurezza: hai dimenticato il terrorismo Jihadista? Prima la Germania, prima i tedeschi, non gli stranieri!”. Il Presidente Donald Trump ha dunque fatto scuola? Diciamo che il nostro sa come gira il pessimo mondo. Anche i sinistri della Linke hanno più volte cercato di fare l’occhiolino al razzismo e alla xenofobia del proletariato più disagiato dell’Est, per intercettarne il voto, ma i loro concorrenti di destra sono stati evidentemente più credibili su questo escrementizio terreno, e infatti l’AfD ha rubato un po’ di elettorato anche al partito degli ultra sinistrati, che adesso è costretto a fare “autocritica”». Come sempre mi scuso con i lettori per le antipatiche autocitazioni, ma spesso l’economia di pensiero reclame i propri diritti.

A differenza di Formenti chi scrive, oltre a non essere un sinistrorso, ossia un nipotino della tradizione “comunista/socialista” italiana, non è nemmeno un populista, e non avverte quindi l’irresistibile desiderio di andare là dove va il popolo, foss’anche il mattatoio bellico, i luoghi dove le masse scelgono democraticamente l’albero a cui impiccarsi, le piazze che inscenano “Primavere” che sorridono solo alle fazioni capitalistiche in reciproca e sanguinosa lotta per il potere, e altro ancora. Il Popolo non ha sempre ragione; anzi, quasi sempre esso ha torto, e questo semplicemente perché come diceva l’uomo con la barba l’ideologia dominante è quella delle classi dominanti. La stessa condizione sociale delle classi subalterne, in assenza di una seppur minima coscienza di classe e in presenza di una grave crisi economica, spinge quelle classi verso posizioni politiche ultrareazionarie, che certamente vanno comprese criticamente e non vanno aggredite con intenzione ideologica (l’ideologia come falsa coscienza: si veda la mia ventennale “battaglia culturale” contro gli antiberlusconiani e gli antileghisti “radical-chic”), ma altrettanto certamente vanno considerate per quel che sono, senza sminuirne la portata reazionaria. Invece di negare o in qualche modo sminuire il razzismo, il fascismo, la sessuofobia, la xenofobia delle e nelle masse, occorre piuttosto denunciare le condizioni sociali che fomentano quelle idee e quei sentimenti, demistificando tanto l’atteggiamento dei progressisti “radical-chic” «con la puzza sotto il naso», quanto il populismo, destrorso o sinistrorso che sia, che ama seguire la corrente “popolare” per catturare il consenso politico-elettorale dei socialmente disagiati.

Formenti disprezza, a ragione, «le sinistre che negavano appunto le radici popolari della vittoria di Trump negli Stati Uniti e della Brexit in Inghilterra»; ma in che senso egli parla di «radici popolari»? Le «radici popolari» richiamano concetti politici troppo vaghi e ambigui. Vogliamo forse negare «radici popolari» al Fascismo e al Nazismo? Vogliamo forse negare al populismo di destra (tipo Alba Dorata) solidissime «radici popolari»? Vogliamo negare che la Lega di Salvini è popolarissima soprattutto tra gli operai del Nord e i Pentastellati mietono consensi soprattutto nel proletariato meridionale assetato di assistenzialismo e di statalismo?

E infatti Formenti non lo nega, come abbiamo visto. E allora? Allora il problema si sposta sul terreno politico. Scrive il sociologo criticando – post festum – il progetto di Potere al Popolo: «Avevo detto 1) che in questo modo la chiarezza del nostro discorso contro Euro e Ue si sarebbe annacquata nell’ennesima operazione di restauro di formazioni neocomuniste incapaci di leggere il nostro tempo e sviluppare idee, obiettivi e linguaggi all’altezza della nuova realtà; 2) che così avremmo sprecato energie più utilmente investibili nella costruzione di un progetto internazionale in vista delle europee del ‘19 a fianco di Mélenchon, Podemos e altre forze populiste di sinistra, uscendo dall’asfittico minoritarismo delle vecchie sinistre radicali, 3) che qualsiasi alternativa credibile all’egemonia indiscutibile che 5 Stelle esercita oggi sulla rivolta anti-establishment delle masse popolari italiane avrebbe richiesto tempo, pazienza e fatica, 4) che tale impresa dovrebbe partire da una riflessione critica sulla necessità di costruire una sinistra nazional popolare che non abbia paura di affrontare il tema della sovranità come passaggio obbligato del rilancio della lotta di classe contro il capitalismo globale e i suoi reggicoda nostrani».

Ecco allora che le «radici popolari» di cui parla Formenti si riempiono di precisi contenuti politici, tutti rigorosamente ultrareazionari, come lascia trasparire con fin troppa chiarezza il progetto che sta al centro della sua riflessione polemica: la costruzione di «una sinistra nazional popolare». E perché non nazional socialista? Nazional Socialista, beninteso, nel senso venezuelano del concetto. Auguri!

Leggi anche: POTERE A CHI?

PER UN GRANDE “ESODO DI CLASSE” DAI RITI DELLA DEMOCRAZIA

07-lesodoL’analisi del voto referendario del 4 dicembre ha confermato ciò che anche la scienza sociale “ufficiale” ha sempre saputo: il disagio sociale vota. Il No è stato più forte là (strati sociali, professioni, classi d’età, regioni) dove la crisi economica degli ultimi otto anni ha creato più precarietà, disoccupazione, impoverimento, incertezza riguardo al futuro, declassamento (vedi ceti medi), disillusione e così via. A una riforma istituzionale non sentita dall’opinione pubblica, assorbita da problemi quotidiani ben più impellenti, si è sommata una condizione socio-economica del Paese particolarmente grave: è la spiegazione-tipo circa l’inattesa dimensione del successo referendario che sta sulla bocca di tutti i politici dello schieramento – o «accozzaglia» che dir si voglia – del No. Scrive Linda Laura Sabbadini, esperta in statistica sociale: «Dietro la vittoria del no non c’è solo il disaccordo con la riforma costituzionale. Il nostro Paese ha conosciuto una crisi più accentuata, per intensità e durata, di altri Paesi Europei. Il rischio di povertà ed esclusione sociale è alto. Coinvolge il 28,7% della popolazione, quasi il 50% al Sud, un numero elevato di persone, 17 milioni 460 mila. Possono questi dati che rappresentano la dura realtà del nostro Paese non aver inciso sul risultato del referendum? Assolutamente no» (La Stampa, 7 dicembre 2016). «Renzi non ha perso da solo questo referendum, ma è una certa Italia che egli incarna a essere andata incontro a una sonora sconfitta. La prevalenza larghissima del No è un voto di classe determinato dalla partecipazione massiccia della maggioranza invisibile. La maggioranza invisibile, quella parte d’Italia costituita da precari, disoccupati, sottoccupati, poveri, tendenzialmente giovani e meridionali, che quando vota compatta fa sconquassi (come successe alle elezioni del 2013)» (Linkiesta). Che il referendum si giocasse interamente sul terreno politico-sociale; che la posta in gioco fosse il governo Renzi e non la riforma costituzionale è cosa che non appariva evidente solo ai feticisti della Costituzione “più bella del mondo”.

Stefano Rodotà, ad esempio, ha dichiarato che la vittoria del No ha fatto registrare il recupero della cultura costituzionale: è il giudizio che ci si può aspettare da parte degli intellettuali e degli attivisti che animano la nebulosa della “sinistra” legata in qualche modo alla tradizione del Partito – cosiddetto – Comunista Italiano, il quale ai suoi tempi lucrò molto, in termini politici e ideologici, sulla mitologia resistenzialista che trovava alimento proprio nella Costituzione (borghese!) approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947. Detto che personalmente non ho incontrato un solo proletario (non politicizzato, insomma “normale”) che intendesse votare No per difendere la Costituzione (borghese!) “più bella del mondo”, mentre ho parlato con tantissimi lavoratori, disoccupati, genitori di giovani disoccupati o precari, di nonni di giovani nipoti disoccupati o precari intenzionati a «dare un calcio in culo» al “ducetto” di turno (peraltro dagli stessi visto con una certa simpatia nella sua precedente fase “rottamatrice”: in tempo di crisi il potere logora chi ce l’ha?); detto che conosco persone che se potessero chiuderebbero domani stesso, non solo il Senato (non tutti colgono la differenza tra monocameralismo e bicameralismo paritario o perfetto), ma il Parlamento in quanto tale, visto come una fetida cloaca che ospita maiali con la cravatta che ingrassano pronunciando incomprensibili discorsi alle spalle della “gente normale” che si impoverisce lavorando duramente; e che tuttavia hanno votato No (salvando, per il momento, il preziosissimo  Senato della Repubblica!) solo per «mandare a casa» Renzi. Detto tutto questo, per chi milita sul fronte dell’antagonismo e dell’autonomia di classe il problema sta proprio nel “recupero costituzionale” (leggi: istituzionale) che tanto piace, comprensibilmente, al personale politico e intellettuale che difende lo status quo sociale “da sinistra”.

È dal 1977, da quando cioè ho iniziato a “fare politica” (mi scuso con il lettore per la scivolata “personalistica”), che sento slogan “duri e puri” del tipo: «A casa il governo Moro-Berlinguer!» (erano anni di crisi economica, di “austerity ” e di dura repressione poliziesca caldeggiata soprattutto dal PCI di Berlinguer e Pecchioli), «A casa il governo Andreotti!», «A casa – o, ancor meglio, in galera – il governo Craxi!», «A casa il governo Amato!», «A casa il governo Berlusconi!», ecc., ecc., ecc. Certo, a casa, o magari nelle patrie galere, come auspicano i manettari che il Belpaese produce da sempre in quantità industriali, a “destra” come a “sinistra” (e poi qualcuno si stupisce costatando che molto spesso “gli estremi si toccano”!); e poi? È forse cambiato qualcosa di sostanziale per i nullatenenti quando il governo Tizio è stato mandato a casa, per essere prontamente sostituito dal governo Caio? La domanda, dal mio punto di vista, è puramente retorica. E intanto sono trascorsi quasi quattro decenni, da quel lontano 1977, governo “mandato a casa” dopo governo “mandato a casa”. Senza contare poi che i governi in Italia sono caduti non per la pressione della piazza, delle mitiche “masse popolari”, ma per le faide e gli equilibri interni alla cosiddetta partitocrazia. Eppure anche dopo l’ultima tornata referendaria ho visto non pochi sinistri-radicali che hanno avuto l’ardire di intestarsi le dimissioni del governo Renzi, dimissioni annunciate peraltro già un anno fa dallo stesso “ducetto di Rignano” in caso di sconfitta: una giocata d’azzardo che per lui non ha avuto buon esito. Ma chi non risica… Tanto più che molto probabilmente per l’ex Premier “bullo” si tratta solo del girone d’andata, per dirla calcisticamente.

Per quanto mi sforzi, non riesco a trovare un solo motivo di soddisfazione nella caduta “governativa” di Tizio, anche perché essa prelude sempre e necessariamente all’ascesa di Caio. Fatto fuori il “ducetto” di turno, un altro “ducetto” è già pronto a sostituirlo: è il “gioco democratico”, bellezza! Quanto all’uso di capri espiatori da offrire in pasto al “Popolo Sovrano”, e allo squallido spettacolo del soccorso al vincitore l’Italietta può vantare una lunga tradizione, tutt’altro che invidiata all’estero. Come dimostra la folgorante ascesa elettorale di Berlusconi nel ’94 e di Grillo negli ultimi anni, non c’è vuoto politico che non possa venir riempito rapidamente, non c’è disagio sociale che non possa trovare una sponda politica, uno “sfogatoio” molto utile alla stabilità del Sistema.

Mi si obietta: «Ma i lavoratori, i disoccupati, gli studenti che vedono un fosco futuro aprirsi dinanzi ai loro occhi, coloro che non prenderanno mai una pensione e così via, tutta questa gente ha invece gioito la sera del 4 dicembre». E allora? Le “masse popolari” gioiscono sempre quando si dà loro l’occasione di «sparare sul Quartier Generale»; ma rimane sempre la solita ineludibile domanda che interroga chi cerca di comprendere l’essenza dei fenomeni sociali: «sparare sul Quartier Generale» per far vincere chi/cosa? «Ma quantomeno votando in massa per il No le classi subalterne hanno mandato un messaggio forte e chiaro alla classe dominante!». Non c’è dubbio; si tratta di vedere in che cosa esattamente si sostanzia questo messaggio. A mio avviso il voto in massa per il No non rafforza né la combattività né l’autonomia politica dei lavoratori, dei giovani precari, dei disoccupati, dei pensionati poveri, della piccola borghesia brutalizzata dalla crisi, mentre certamente li espone all’uso politico dei partiti e dei movimenti chiamati a dare al Paese un nuovo governo. Soprattutto Salvini e Grillo sentono nell’aria un forte odore di trionfo elettorale. Ho l’impressione che parecchia gente si stia illudendo, e non poco, circa il carattere “intimidatorio” del No nei confronti dei padroni, dei “poteri forti” (nazionali e internazionali), e dei governi che verranno. Personalmente non voglio partecipare alla coazione a ripetere dell’”ottimismo rivoluzionario”, che tanti cattivi frutti ha dato in passato. Non trovo alcun piacere nel non condividere la soddisfazione di tanti militanti che hanno lavorato per il No Sociale, ma non direi la verità se dicessi che la invidio. La rispetto, è ovvio, ma non la invidio neanche un poco.

Personaggi che riescono a infilare in ogni loro discorso o in ogni loro articolo la parola “antimperialismo” e la locuzione “lotta di classe” con una facilità strabiliante, hanno avuto un vero e proprio orgasmo “rivoluzionario” in seguito al successo presidenziale di Trump, il quale era riuscito a catturare, e a mettere a profitto elettoralmente (perché il disagio sociale vota!), la rabbia dei cosiddetti sconfitti dalla globalizzazione (operai e ceto medio, in parte declassato e in parte distrutto dalla crisi economica). Pensavo fosse Lenin, e invece era Trump! Altri sinistrorsi, invece, si sono notevolmente indignati, perché «i poveracci non possono votare un fottutissimo miliardario! Hillary Clinton non ci piace, si capisce, ma rappresentava pur sempre il male minore». Il disagio sociale non sempre dà ragione alla stringente logica politica dei progressisti “moderati”. Ricordo, ad esempio, che nel ’94 mio padre, che allora faceva il muratore, e gran parte dei suoi colleghi votarono entusiasticamente per Berlusconi, perché videro nell’imprenditore milanese una possibilità di lavoro in un momento in cui il settore edile attraversava una forte crisi, anche a causa della cosiddetta rivoluzione giudiziaria che aveva momentaneamente intaccato il sistema degli appalti pubblici. «E poi il Cavaliere è ricco di suo, non ha bisogno di rubare e di intascare tangenti!». Un padrone onesto, possibilmente simpatico e alla mano («Silvio ha i nostri stessi pregi e i nostri stessi difetti: è uno di noi!»), e in grado di garantirgli un’onesta e decorosa esistenza: ecco la miserabile “utopia” del lavoratore sprovvisto di quella «coscienza di classe» senza la quale i proletari non sono che materia prima a disposizione del Capitale e dei suoi funzionari politici eletti dal “Popolo Sovrano”. «La classe operaia è rivoluzionaria o non è niente», diceva il barbuto di Treviri, che aggiungeva: «Più che di pane, il proletariato ha bisogno di coraggio, di fiducia in se stesso, di fierezza e di spirito di indipendenza».

Che fare per capovolgere la condizione di totale sudditanza che ormai da tanti decenni caratterizza l’esistenza di chi per vivere è costretto a vendere la propria capacità lavorativa (già, il cosiddetto “capitale umano”)? E qui ritorniamo al famigerato «recupero costituzionale» (o istituzionale) di cui sopra.

È ovvio che non ho in tasca una risposta semplice alla fatidica domanda Che fare?, e so bene che il passato può aiutarci a trovarla solo entro limiti precisi. D’altra parte sono convintissimo che fino a quando il disagio sociale rimane confinato politicamente dentro il recinto del cosiddetto gioco democratico, che ha nella Costituzione (borghese!) un importante tassello politico-ideologico, esso non può che tradursi in un sostegno a una delle fazioni economiche e politiche che si contendono, a volte anche manu militari, affari e potere sistemico. Non bisogna essere necessariamente dei “marxisti” (io, ad esempio, non lo sono!) per sapere che la democrazia, soprattutto nell’epoca del dominio mondiale e totalitario dei rapporti sociali capitalistici, è una lotta per il potere tra le diverse “cosche” della classe dominante. Molti attivisti politici credono, in ottima fede, che sia possibile usare la “dialettica democratica” e gli stessi scontri intercapitalistici (anche nella dimensione geopolitica: vedi i sostenitori della Russia e della Cina in chiave antiamericana) per fare avanzare, anche di un solo millimetro, la causa della lotta di classe. Io credo invece che ciò abbia il solo significato di ripetere i vecchi errori strategici e le vecchie illusioni (in gran parte radicate nella tradizione “comunista”) che molto hanno a che fare con l’attuale impotenza politica e sociale delle classi subalterne.

Bisogna invece agire, a mio avviso, per portare il disagio sociale fuori dal recinto politico-ideologico che garantisce la continuità dell’ordine sociale; ecco perché nei post dedicati alla scadenza referendaria scrivevo  che non si trattava di difendere, anche solo in chiave “tattica”, l’attuale Costituzione (borghese!), ma piuttosto di delegittimarla, di demistificarne l’impianto ideologico, così da metterne in luce la natura ultrareazionaria. Pensate, solo in guisa di esperimento mentale (perché i tempi purtroppo “son quel che sono”, cioè pessimi), che grande significato politico avrebbe avuto un’astensione di massa: non ne sarebbe uscito delegittimato l’intero quadro politico-istituzionale? «Coloro che sono al potere spesso preferiscono al silenzio una partecipazione “critica”, un dialogo – giusto per impegnarci in un “dialogo”, per assicurarsi che la nostra inquietante passività si interrompa. L’astensione al voto si pone così come un autentico atto politico: ci obbliga a confrontarci con la vacuità delle odierne democrazie» (*). Non sempre Žižek mantiene ciò che sembra promettere, ma questo è un altro discorso.

Per come la vedo io, chi vuole dare un contributo alla «formazione del proletariato in classe autonoma», dovrebbe agire, nei limiti del possibile, per ciò che egli è in grado di fare, per creare le condizioni di un grande Esodo di classe dai riti della democrazia, affinché l’«inquietante passività» dei dominati possa trasformarsi in lotta di classe generalizzata.

Leggi anche:

Contro la Costituzione. Quella di ieri, di oggi e di domani.
Sì o No? Mi astengo! Nonostante Paola Saulino…

(*) S. Žižek, La violenza invisibile, p. 214, Rizzoli, 2007.

LA NATURA POLITICA DELLO SCIOPERO TARGATO CGIL/UIL

20141102_sciopero_generale-800x533Sulla natura politica dello sciopero in generale, e dello sciopero generale in particolare non bisogna spendere molte parole, perché solo degli analfabeti politici, e ce ne sono in abbondanza sotto l’italico cielo, possono parlare della politicità dello sciopero come di una degenerazione settaria o di una perniciosa tendenziosità estranea ai reali interessi dei lavoratori. Si tratta allora di capire il significato politico dello sciopero generale andato in scena (e in onda) ieri nel Bel Paese.

Su Radio Radicale ho ascoltato il comizio genovese del sindacalpopulista Maurizio Landini, incentrato sul consueto mantra di peculiare stampo “comunista” (nel senso della tradizione falsamente comunista che va da Togliatti a Berlinguer ecc., da Di Vittorio a Lama ecc.): «Solo i lavoratori possono salvare questo Paese; solo i lavoratori fanno gli interessi generali di questo Paese». Ovviamente il lettore avvezzo alla tradizione “comunista” si starà legittimamente chiedendo: «E non è forse vero tutto ciò? Che c’è di male nel sostenere quel punto di vista? Hanno forse sbagliato i lavoratori di Bari ad accusare il venduto D’Alema di aver rovinato il Paese insieme ai suoi colleghi della Casta?». Detto per inciso, solo chi in passato, e forse solo fino a ieri, aveva coltivato illusioni sul “post togliattismo” dalemiano poteva dare del «venduto» a chi da sempre, e non certo da pochi lustri, ha fatto gli interessi del sistema capitalistico nazionale, prima dall’opposizione (PCI) e poi dal governo (PDS-PD). Massimo D’Alema non ha tradito la causa dei lavoratori, semplicemente perché la sua causa, da sempre, si riassume nella famigerata formula politico-ideologica che segue: Interessi generali del Paese. È questa gabbia politico-ideologica che va a mio modestissimo avviso “rottamata”. Ma so di non essere in sintonia con il… Paese. Soprattutto con la sua parte sana e onesta. Me ne farò una ragione.

Ovviamente il problema non è il vaffanculo sparato contro uno dei leader dell’opposizione antirenzista (dopo vent’anni di antiberlusconismo avvertivo il bisogno di qualcosa di nuovo!), ma il taglio politico della contestazione, in bella evidenza anche nel discorso di Landini, e che si riassume come segue: «Occorre rimettere al centro l’onestà e combattere i disonesti ovunque essi si annidino. Dobbiamo ripristinare il senso dell’Articolo 54 della Costituzione, che prescriva la disciplina e l’onore ai cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche. Diciamolo chiaramente: le multinazionali straniere non investono in Italia non a causa dell’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ma per le cose che si stanno scoprendo a Roma. Evasione fiscale e corruzione: ecco cosa sta affondando il Paese. Se Renzi vuole davvero cambiare verso all’Italia deve ascoltare i lavoratori». Un’Italia dei valori con caratteristiche sindacali è dunque pronta a decollare. Naturalmente anche i pentastellati, i manettari e i sovranisti («bisogna defiscalizzare solo le imprese che investono e creano lavoro in Italia!») d’ogni razza e coloro sono della partita.

Purtroppo la tesi secondo cui il punto di vista del Paese e dei suoi interessi generali è il punto di vista delle classi dominanti, la cui ideologia domina anche la testa dei sottoposti, come aveva capito l’uomo con la barba svariati decenni orsono, è cosa talmente estranea alla cultura politica di questo Paese (diciamo di questo pianeta?), che chi la sostiene rischia di inciampare continuamente nel reato di intelligenza con il nemico. E così alle classi subalterne non rimane che l’alternativa del Demonio (o del Dominio): appoggiare di volta in volta questa o quella fazione capitalistica, questo o quel partito devoto agli “interessi generali” del Paese. «Eccoti la corda: sei libero di scegliere l’albero a cui impiccarti». Il nullatenente sentitamente ringrazia.

Come scrisse Machiavelli sulla scia di Tito Livio, il tumulto e la violenza del popolo possono aiutare il Principe a trovare la retta via del buon governo. Non a caso, mutatis mutandis e fatte le debite proporzioni, Carmelo Barbagallo, neo segretario della Uil, ieri ha parlato della necessità di una «nuova resistenza» contro l’ingiustizia e il malaffare. Che “radicalismo”! Populisti e demagoghi vecchi e nuovi, di “destra” e di “sinistra”, possono insomma sperare di pescare con successo nel mare del disagio sociale e dell’impotenza politica dei nullatenenti e dei ceti medi in via di proletarizzazione.

Scriveva ieri Dario Di Vico sul Corriere della Sera: «Le due confederazioni sindacali che oggi sfileranno nelle piazze d’Italia stanno difendendo, prima di tutto, se stesse e il potere che hanno avuto nell’Italia della concertazione. Operazione legittima in democrazia, ma che si presenta modesta al confronto delle sfide che ci stanno davanti». Oggi sul Tempo Giuliano Cazzola scrive: «Sforzandosi, con buona volontà, di attribuire un significato allo sciopero generale di ieri, è possibile individuarne uno solo: l’ansia di certificare l’esistenza in vita (peraltro non in buona salute) di due delle grandi confederazioni sindacali iscritte nella storia del Paese». Quasi tutti i commentatori politici concordano nel ritenere quello sciopero un episodio della guerra intestina alla “sinistra” italiana. Questo sempre a proposito della natura politica dello sciopero generale di ieri.

IL MONDO È ROTONDO

Alcune riflessioni intorno ai concetti di Nazione, Sovranità, Politica, Imperialismo, Internazionalismo.

41027_450«Il vero compito della società borghese è
la costituzione di un mercato mondiale,
almeno nelle sue grandi linee, e di una
produzione che poggi sulle sue basi.
Siccome il mondo è rotondo, sembra
che questo compito sia stato portato a
termine» (K. Marx).

1. La dimensione più adeguata al concetto e alla prassi del Capitale è il mondo. Qui per Capitale occorre intendere innanzitutto un peculiare rapporto sociale di dominio e sfruttamento: quello sorto storicamente attraverso 1. l’espropriazione dei lavoratori diretti (industriali e agricoli) dai mezzi di produzione e, quindi, dal prodotto del loro lavoro, e 2. la concentrazione della ricchezza sociale nella sua forma capitalistica nelle mani di un gruppo sociale sempre più ristretto e socialmente potente.

Con il Capitalismo prende forma, si sviluppa e si struttura il commercio mondiale, mentre la stessa produzione basata entro i confini di una nazione è resa possibile dalla dimensione internazionale che ben presto acquista l’economia basata sullo sfruttamento intensivo (scientifico) degli uomini e della natura. Il mercato internazionale delle merci, dei capitali, delle materie prime e della forza-lavoro diviene assai rapidamente l’indispensabile presupposto di ogni economia nazionale, il cui concetto e la cui prassi si modificano sempre di nuovo man mano che il Capitale dischiude la propria essenza di Potenza sociale mondiale.

Nel XXI secolo la prassi sociale mondiale si dispiega interamente sotto il cielo del rapporto sociale capitalistico. Per mutuare Nietzsche («Il Centro è dappertutto»), possiamo senz’altro affermare che il Capitale è dappertutto, sta al centro di tutto. Il grande spazio del Capitale ridicolizza il Grossraum immaginato da Carl Schmitt in opposizione all’«unità globale di un imperialismo planetario-capitalista o bolscevico» [1].

«La grande industria universalizzò la concorrenza, stabilì i mezzi di comunicazione e il mercato mondiale moderno, sottomise a sé il commercio […] Con la concorrenza universale essa costrinse tutti gli individui alla tensione estrema delle loro energie. Essa distrusse il più possibile l’ideologia, la religione, la morale, ecc. e quando ciò non le fu possibile ne fece flagranti menzogne. Essa produsse per la prima volta la storia mondiale, in quanto fece dipendere dal mondo intero ogni nazione civilizzata, e in essa ciascun individuo, per la soddisfazione dei suoi bisogni, e in quanto annullò l’allora esistente carattere esclusivo delle singole nazioni [2]. Da quando (1846) il Moro di Treviri e il suo devoto compagno scrivevano questa poesia sociopolitica (che include, beninteso, il momento geopolitico) il Capitale ne ha fatta, e tanta, di strada. Tuttavia, già allora, quando ancora poche nazioni potevano essere definite capitalistiche in senso moderno (Olanda, Inghilterra, Stati Uniti, Francia), Marx ed Engels denunciarono il carattere sempre più ideologico e illusorio dell’esclusivismo nazionale, perché la Sovranità del Capitale tendeva a restringere progressivamente la Sovranità politica basata sullo Stato nazionale, e questo dovrebbe far riflettere molti socialnazionalisti odierni che affettano pose “marxiste”.

La Sovranità sociale è passata per sempre nelle mani del Capitale, e non smette di radicalizzarsi, rafforzarsi ed espandersi: socialmente (l’intera società è plasmata dagli interessi economici, tutto gira intorno al Capitale, soprattutto nella sua forma più potente e astratta: la forma-denaro), spazialmente (l’intero pianeta giace sotto il dominio del Capitale) e (dis)umanamente (il «capitale umano» come risorsa capitalistica perfetta, l’individuo atomizzato e reificato come biotecnologia e biomercato). Altro che «colonizzazione capitalistica della società» [3]: qui si deve piuttosto parlare di un vero e proprio Imperialismo esistenziale, ossia di una Potenza sociale totalitaria che non solo domina gli individui dall’esterno, ma soprattutto li plasma e riplasma sempre di nuovo a sua immagine e somiglianza. L’imperativo categorico del Capitale agisce, kantianamente, dall’interno, come legge sociale superiore – che include il momento etico.

mos_genesiÈ qui che il concetto adorniano di composizione organica dell’individuo, elaborato dal filosofo tedesco in analogia – in realtà si tratta di ben più che di una semplice analogia – con il noto concetto marxiano di composizione organica del capitale, “gira” a pieno regime: «Novissimum organum […] Quando l’integrazione della società, soprattutto negli stati totalitari, determina i soggetti, sempre più esclusivamente, come momenti parziali nel contesto della produzione materiale, la “modificazione nella composizione organica del capitale” si continua negli individui. Cresce così, la composizione organica dell’uomo […] La tesi corrente della “meccanizzazione” dell’uomo è ingannevole, in quanto concepisce l’uomo come ente statico, sottoposto a certe deformazioni ad opera di un “influsso” esterno, e attraverso l’adattamento a condizioni di produzione esterne al suo essere. In realtà, non c’è nessun sostrato di queste “deformazioni”, non c’è un’interiorità sostanziale, su cui opererebbero – dall’esterno – determinati meccanismi sociali: la deformazione non è una malattia che colpisce gli uomini, ma è la malattia della società, che produce i suoi figli come la proiezione biologistica vuole che li produca la natura: e cioè “gravandoli di tare ereditarie”» [4].

Riflettere “a 360 gradi” intorno alla maligna rotondità del Dominio sociale capitalistico mi sembra un’esigenza elementare per un pensiero che aspira a conquistare una reale consistenza critico-radicale. E quando scrivo «aspira» alludo in primo luogo a me stesso.

La Sovranità sociale declinata nei termini qui esposti corrisponde al mio concetto di globalizzazione capitalistica, il quale aderisce come un guanto alla mia concezione dell’Imperialismo capitalistico. Anche qui, scrivo «mio» e «mia» non per esibire ridicolmente tassi di originalità dottrinale che ovviamente il mio pensiero non può vantare (purtroppo!), ma per assumermi la piena responsabilità delle mie posizioni, che rimangono tali, cioè mie, anche quando rendo esplicito, magari attraverso una citazione, il loro background teorico. […]

2. Il concetto di Nazione, su cui si radica il sentimento nazionale e il nazionalismo politico-ideologico, è storicamente nato e cresciuto con la moderna borghesia. Nazione, popolo, patria, Stato moderno sono concetti che se non si equivalgono perfettamente alla stregua di sinonimi, tuttavia rinviano a una sola realtà storico-sociale: la comunità dominata dagli interessi della nascente borghesia. L’ascesa della borghesia non solo ha dovuto fare i conti con l’ancien régime, ossia con il potere dei grandi feudatari e della nobiltà, ma quasi sempre si è dovuta misurare duramente (militarmente) anche con gli interessi delle potenze straniere che ne usurpavano lo «spazio vitale» per così dire naturale, il quale allora coincideva con l’area omogenea in termini di tradizione storica, di lingua e di cultura che chiamiamo  appunto Nazione – in questo senso è legittimo parlare di essa come di una «storia coagulata».

La Nazione rappresenta dunque la “naturale” dimensione del dominio capitalistico nel periodo rivoluzionario della borghesia, e il passaggio dalla frammentazione dei piccoli mercati locali e regionali all’unificazione di essi nel mercato nazionale rappresenta forse l’aspetto più rivoluzionario di quel periodo, perché la formazione di quel mercato innescherà nella società cambiamenti radicali di tale portata, da cambiare per sempre il volto e il ritmo del processo storico.

Le stesse guerre di liberazione nazionale contro le Potenze dominanti (l’Olanda e l’Inghilterra contro la Spagna, gli Stati Uniti d’America contro l’Inghilterra, la Francia contro il resto d’Europa, l’Italia contro l’Austria, la Germania contro la Francia, e via di seguito) ebbero allora un chiaro carattere rivoluzionario, e il sentimento nazionale (l’«amor di patria» glorificato da storici e poeti) espresse, cementò e potenziò questa funzione storicamente progressiva.  Ma la dimensione nazionale rappresentò per il Capitale come rapporto sociale solo un acquisto storico transitorio, la conquista di una piattaforma sociale dalla quale spiccare quel salto che gli farà conquistare il mondo.

3. Con il consolidamento dello Stato-Nazione e con lo sviluppo capitalistico che spinse il primo a supportare sempre più apertamente e generosamente gli interessi del grande Capitale, la cui brama di mercati e di materie prime era diventata davvero insaziabile, il nazionalismo muta radicalmente la sua funzione, e da ideale storicamente progressivo diventa ideologia ultrareazionaria posta al servizio del colonialismo e dell’Imperialismo.  Lo Stato appoggia con tutti i mezzi necessari, inclusi quelli che prevedono il dispiegamento della forza armata (la violenza militare come continuazione della violenza economica), l’espansione del Capitale “nazionale”, e acquista a sua volta da questa funzione ancillare una crescente potenza politica e ideologica. Questo circolo virtuoso del Dominio sta alla base del moderno Imperialismo, inestricabile intreccio di fattori economici e fattori politici.

Il nazionalismo diventa la miserrima foglia di fico che cerca di nascondere le “vergogne” di un’economia che può funzionare solo su base mondiale. Il capitale basato nazionalmente è solo un nodo della rete capitalistica mondiale e non può essere concepito se non a quella stregua. La formazione del mercato capitalistico mondiale rende risibile, oltre che illusoria (chimerica), ogni forma di nazionalismo (economico, politico, culturale, antropologico). Risibile, illusorio e chimerico è il nazionalismo in quanto pretesa sovranista osservata dalla prospettiva storica; ma non per questo esso si mostra inefficace dal punto di vista delle classi dominanti: tutt’altro!

Non dimentichiamo come la «difesa dei sacri interessi nazionali» non smetta, guerra mondiale dopo guerra mondiale, crisi economica dopo crisi economica, di far breccia assai facilmente anche, e forse soprattutto, nei piani bassi dell’edificio sociale. Come scriveva Schopenhauer, «Fra tutte le forme di superbia quella più a buon mercato è l’orgoglio nazionale […] Ogni povero diavolo, che non ha niente di cui andare superbo, si afferra all’unico pretesto che gli è offerto: essere orgoglioso della nazione alla quale ha la ventura di appartenere. Ciò lo conforta; e in segno di gratitudine egli è pronto a difendere πύξ κάì λάξ [a pugni e calci, con le unghie e coi denti] tutti i suoi difetti e tutte le sue stoltezze» [5]. Le classi dominanti sanno bene come solleticare il miserabile orgoglio nazionale dei «poveri diavoli», e lo fanno puntualmente tutte le volte che se ne presenta l’occasione per oliare il meccanismo del controllo sociale.

Di qui, tra l’altro, lo sforzo messo in campo dalle classi dirigenti nazionali per mantenere artificialmente in vita presunte caratteristiche «autoctone» di natura culturale, religiosa e persino antropologica. Nello stesso momento in cui il Capitale fa tabula rasa di ogni sostanziale particolarità esistenziale degli individui dislocati nelle diverse regioni del pianeta, si fa un gran parlare dell’importanza delle culture e delle tradizioni nazionali, con il solo risultato di offrire alla potenza omologante del Capitale argomenti da sfruttare commercialmente. Vedi la cosiddetta “moda etnica”, molto apprezzata dai progressisti occidentali perché associata alla politica di integrazione razziale e culturale implementata, per la verità con scarsissimo risultato, nelle metropoli capitalistiche.

Mentre le classi dominanti di un Paese capitalisticamente avanzato si possono permettere il lusso del cosmopolitismo, un’idea che in effetti corrisponde alla prassi dei detentori di capitali, i quali trafficano su scala planetaria senza alcun riguardo per le differenze nazionali, culturali, religiose e sessuali delle persone con cui entrano in relazione, i lavoratori dello stesso Paese, confinati nella gretta dimensione nazionale, spesse volte spingono il loro «amor patrio» molto avanti, esasperandolo, fino a portarlo sul terreno dell’aperto razzismo ai danni dei lavoratori degli altri Paesi “vissuti” come sleali concorrenti. Com’è noto, l’idea di un’Associazione Internazionale dei lavoratori nacque nel XIX secolo come risposta alla concorrenza tra lavoratori di nazionalità diversa, come d’altra parte l’associazionismo sindacale nacque originariamente su base nazionale per superare la concorrenza tra gli operai: «Gli operai sono in concorrenza tra loro come lo sono i borghesi […] Questa concorrenza è l’aspetto più nefasto per gli operai nella società attuale, l’arma più affilata della borghesia contro il proletariato. Di qui deriva lo sforzo degli operai per sopprimere questa concorrenza mediante le associazioni»[6].

Quando il Manifesto del partito comunista proclamò che «Gli operai non hanno patria. Non si può toglier loro ciò che non hanno»[7], esso affermò un elementare quanto dirompente principio di internazionalismo proletario, la cui evidenza dinanzi agli stessi salariati non è tuttavia affatto scontata come invece lo è per chi già aderisce al punto di vista critico-radicale – o «comunista» nell’accezione marxiana del concetto. Essendo l’ideologia dominante quella che promana spontaneamente – “naturalmente” – dalla vita materiale e spirituale della società borghese, il che fa dell’ideologia elaborata dai dominanti anche l’ideologia dei dominati, se ne ricava che quel principio rivoluzionario può affermarsi tra i lavoratori solo attraverso una dura battaglia teorica e pratica.

In effetti, ciò che spontaneamente conquista i cuori dei salariati, i quali sono abituati a delegare sempre ad altri (dalla culla alla tomba, passando per scuole, uffici, ospedali, ecc.) le decisioni fondamentali che li riguardano, è un maligno connubio di nazionalismo e statalismo, ossia il desiderio di vivere un’esistenza magari modesta ma sicura e protetta nel seno della patria che li ospita fin dalla nascita, cioè a dire nella società capitalistica concepita come la sola comunità possibile. Questa condizione disumana mi ricorda i passi di Furore a proposito del carcere McAlester: «”E come ti trattavano a McAlester?” chiese Casy. “Mica male. Pasti regolari, biancheria di ricambio, ci sono perfino dei locali per fare il bagno. Per certi versi non si sta malaccio. L’unica cosa, si sente la mancanza di donne”. Scoppiò a ridere. “Ho conosciuto uno, anche lui in libertà vigilata, che s’è fatto rificcar dentro […] Aveva deciso di rientrar dentro dove almeno non c’era il rischio di saltare i pasti e dove c’erano anche certe comodità. Disse che fuori di lì si sentiva sperduto, dovendo oltretutto pensare sempre al domani”» [8]. Il carcere con annesse donne rappresentava la miserabile “utopia” del giovane Joad. Questo, tra l’altro, aiuta a capire la nostalgia per il Capitalismo di Stato che si riscontra in ampi strati proletari dell’Europa orientale che hanno conosciuto il carcere a cielo aperto chiamato «socialismo reale». Si tratta della nota sindrome del «Si stava meglio quando si stava peggio», che fa capolino nel mondo dei perdenti a ogni brusca accelerazione del processo sociale.

Chiudere gli occhi dinanzi a questa cattiva realtà, radicata assai in profondità nella prassi sociale di questa epoca storica (capitalistica), non ci aiuta a comprendere la potenza del Moloch che ci sta dinanzi, e ci lascia disarmati anche sul piano della critica fondata su una buona teoria, alla cui elaborazione offro il mio modesto contributo.

Il «tradimento» della socialdemocrazia europea nel famigerato agosto del 1914, che si concretizzò con il voto ai crediti di guerra di una parte del socialismo del Vecchio Continente e il neutralismo sempre più «attivo ed operante» dell’altre parte, ci rimanda direttamente alla dialettica sociale (inestricabile impasto di “materia” di “spirito” e di “psiche”) appena abbozzata. Scriveva Lenin nel 1916: «I proletari afferrano con il loro istinto di classe la verità, capiscono cioè che la difesa della patria nella guerra imperialistica è un tradimento del socialismo»[9]. Eppure proprio la Grande Guerra dimostrò quanto quell’«istinto di classe» non fosse un’acquisizione scontata e definitiva per il proletariato, e come esso invece dipendesse – e dipenda – non poco da complessi fattori (ideologici e psicologici) che non possono venir ricondotti immediatamente nella sfera dell’istinto e della “spontaneità di classe” come risultato della mera condizione materiale dei lavoratori. In Germania, ad esempio, bisognerà aspettare la cocente e shockante sconfitta del 1918 per vedere declinare il forte sentimento nazionalistico che si era impadronito di gran parte della classe operaia tedesca, considerata ai tempi di Engels, di Bebel e di Kautsky l’avanguardia della classe operaia europea, a partire dal 1871, per raggiungere l’apice nel periodo che va dal 1890 al 1914.

image4. Nel contesto del Capitalismo altamente sviluppato e mondializzato lo stesso concetto di oppressione nazionale ha mutato completamente il suo significato. Infatti, nella misura in cui il carattere necessariamente ineguale dello sviluppo capitalistico nelle diverse aree del pianeta è una “legge” sociale che trova sempre nuove conforme; ed essendo la Potenza degli Stati basata, sostanzialmente e “in ultima analisi”, sulla capacità sistemica (leggi: economica, scientifica, tecnologica, politica, ideologica) delle nazioni, con la potenza economica dei Paesi come momento dominante di quella capacità; constatato questo appare del tutto priva di sostanza storica la tesi secondo la quale bisogna riconoscere a ogni nazione, grande o piccola che sia, ricca o povera che sia, il diritto alla gestione degli affari mondiali – soprattutto attraverso gli organismi internazionali di vario genere.

Come il grande Capitale domina e il più delle volte sfrutta, soprattutto attraverso strumenti tecnologici, quello medio e piccolo, analogamente le grandi potenze esercitano di fatto, e spesse volte anche di diritto (soprattutto alla fine di una guerra), il loro dominio sulle potenze medie e piccole come su ogni altra configurazione politico-istituzionale nazionale e transnazionale. È il diritto del più forte, certamente; quello che ha segnato la storia del Dominio sociale negli ultimi tremila anni. Il diritto equivale a forza e, sotto questo aspetto, non c’è Stato che non sia «di diritto», checché ne dicano gli apologeti dello Stato democratico. «Gli economisti borghesi vedono soltanto che con la polizia moderna si può produrre meglio che, ad es., con il diritto del più forte. Essi dimenticano soltanto che anche il diritto del più forte è un diritto, e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma nel loro “Stato di diritto”» [10].

Come sanno bene i teorici del realismo geopolitico è la forza organizzata delle nazioni, che ha nello Stato la sua più puntuta espressione, che gioca un ruolo fondamentale nei rapporti tra gli Stati, che sono appunto rapporti di forza, di potenza, mentre la fumisteria della propaganda ideologica vi svolge una funzione assai modesta, esercitata soprattutto ai danni delle cosiddette opinioni pubbliche internazionali.

D’altra parte, il dominio delle grandi potenze ha sempre avuto un carattere relativo e tendenzialmente transitorio. Per un verso le nazioni assoggettate alla Potenza dominante, o soltanto egemone, fanno di tutto per tutelare nei limiti del possibile i loro peculiari interessi, e per ricavare dal particolare sistema di alleanze nel quale sono inserite il maggiore vantaggio possibile, il che spesse volte costringe la nazione collocata al centro di quel sistema a pagare un prezzo molto salato sull’altare della propria leadership. La storia dell’Alleanza imperialistica dominata dagli Stati Uniti è molto istruttiva a tal proposito. Questo per un verso. Per altro verso, l’ascesa e il declino, assoluto o solo relativo, delle grandi Potenze testimoniano del carattere dinamico dei rapporti di forza che vengono a stabilirsi tra le nazioni.

L’illusione progressista dell’uguaglianza delle nazioni e di una loro coesistenza pacifica («basterebbe solo che le classi dirigenti nazionali ne avessero la volontà!») sotto il Capitalismo più che una pia illusione a me appare una mostruosa chimera, oltre che una colossale menzogna volta a ingannare i dominati. Questa posizione, che al progressista avvezzo all’ideologia pacifista piccolo borghese può apparire cinica, non fa l’apologia della hobbesiana legge del più forte ma, per un verso, dice la verità sul mondo sussunto sotto la potenza del Capitale, la quale rafforza, anziché superarla, la secolare “legge” dell’ineguale sviluppo capitalistico (su scala nazionale, continentale e mondiale); e per altro verso invita le classi dominate e tutti gli offesi dal Dominio a sbarazzarsi senz’altro di questo mondo violento e cinico, in vista dell’altro, la cui possibilità materiale cresce ogni secondo che passa, esattamente come la sua negazione ad opera della prassi sociale quotidiana.

Segue qui.

[1] C. Schmitt, Cambio di struttura del diritto internazionale, in L’unità del mondo, p. 296, Pellicani, 1994.
[2] K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca, M-E, Opere, V, p. 59, 1972.
[3] C. Formenti, Mercanti di futuro, p. VIII, Einaudi, 2002.
[4] T. W. Adorno, Minima moralia, p. 278, Einaudi, 1994.
[5] A. Schopenhauer, Il giudizio degli altri, pp. 31-32, RCS, 2010.
[6] Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra, p.119, Editori Riuniti, 1978.
[7] K. Marx, F. Engels, Manifesto del Partito Comunista, M-E, Opere, VI, p. 503, Editori Riuniti, 1973.
[8] J. Steinbeck, Furore, p. 33, Bompiani, 1980.
[9] Lenin, Lettera aperta a Charles Naine, Opere, XXIII, p. 223, Editori Riuniti, 1965.
[10] K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, I, p. 11, La Nuova Italia, 1978.

DA LANDINI A PAPA FRANCESCO. Riflessioni rigorosamente antikatecontiche.

La bella società civile

La bella società civile

Il simpatico Maurizio Landini ha dichiarato, ancor prima che la manifestazione sinistrese di ieri avesse luogo, che «Nel corteo c’è la parte migliore del Paese». Questo spiega senz’altro l’assenza di chi scrive, che ovviamente nessuno ha notato. Ma come spiegare l’assenza del Partito democratico? «Il Pd non si imbarazzi a partecipare», aveva detto Landini all’Unità facendo finta di fumare il calumet della pace. Ma il Partito dell’ex sindacalista Epifani evidentemente ha trovato qualche motivo di imbarazzo nel partecipare a una manifestazione cha ha sancito la nascita della «sinistra che non c’è», la quale ieri aveva il volto dei rifondatori dello statalismo e della «legalità perduta». «Non siamo rossi, ma capiamo che dobbiamo dare una rappresentanza politica a questa gente», ha dichiarato il capo-comico genovese. Forse alludeva ai tanti signor Rossi della penisola. «Se non ci fosse il Movimento 5 Stelle», ripete continuamente il Beppe nazionale, «oggi in Italia ci sarebbe la guerra civile»: come non apprezzare la funzione frenante («katecontica») dei grillini. Chissà cosa ne pensano Mario Tronti e Massimo Cacciari, due pesi massimi del «paradigma katecontico».

Io no!

Io no!

Ma dov’era il PD? Questa epocale domanda ha fatto venire in mente ad Adriano Sofri, un tempo lottatore continuo per il “comunismo”, lo slogan che si gridava nelle piazze che contestavano il «compromesso storico» negli anni Settanta , al tempo in cui l’onesto Berlinguer e il pio Moro “inciuciavano” giorno e notte per mettere in sicurezza il Paese: «Il PCI non è qui, è a leccare il culo alla DC!» Che volgarità! In realtà il PCI implementava la sua onesta e dignitosa politica ultrareazionaria di partito borghese «con due palle così», per mutuare la maschia espressione del virile Grillo. Quelle metaforiche palle portarono, fra l’altro, migliaia di giovani «amici del giaguaro» nelle patrie galere e centinaia di migliaia di lavoratori a ingoiare il rospo dell’Austerità – notare la A maiuscola: si trattava, infatti, almeno nelle intenzioni del sobrio Enrico, di un’Austerità non solo economica, ma soprattutto declinata in chiave culturale-antropologica, come quella che oggi chiede Papa Francesco contro la «dittatura del denaro».

Finalmente Norma Rangeri ha di che sorridere; infatti ieri ha visto nella manifestazione romana «Una bella società civile», e anche questo si spiega con la mia assenza dall’evento. «Essere rivoluzionari oggi significa applicare la Costituzione», ha scritto La Rangeri sul Manifesto. Se ricordiamo che per il cosiddetto «quotidiano comunista» anche ingoiare il rospo Dini in chiave antiberlusconiana significò «essere rivoluzionari» nella condizione contingente, capiamo che questa locuzione in bocca a certi “comunisti” rimanda al concetto opposto. D’altra parte, cosa ci si deve aspettare da chi santifica la Costituzione «più bella del mondo», nonché «nata dalla Resistenza» (cioè dalla continuazione del secondo macello imperialistico con altri mezzi) che ratifica, legittima e difende il lavoro salariato (art. 1), il quale presuppone e pone sempre di nuovo il rapporto sociale capitalistico di dominio e di sfruttamento? Democrazia (meglio se «partecipata», «trasparente» e «dal basso»), Costituzione, Lavoro (salariato): è il trittico della conservazione sociale.

«Le scelte del governo Berlusconi e Monti sono all’origine della situazione pesantissima che stiamo vivendo. C’è bisogno di rimettere al centro il lavoro» (Intervista di Landini all’Unità del 18 maggio 2013). A mio modesto avviso l’origine della crisi economico-sociale che travaglia la società italiana va rintracciata nelle «bronzee leggi del Capitale», in generale, e, in particolare, nelle peculiari magagne strutturali (gap sistemico Nord-Sud, spesa pubblica largamente improduttiva e parassitaria, welfare obsoleto, ecc., ecc.) e politico-istituzionali che il Bel Paese si porta dietro da decenni, non da anni. Magagne «strutturali» e «sovrastrutturali» che naturalmente si tengono insieme: di qui l’annosa paura delle classi dirigenti di approntare rigorose «riforme strutturali», salvo trovarsi con le spalle al muro e chiamare la «Patria tutta» alle sue inderogabili responsabilità. Sotto questo aspetto, l’agenda programmatica esposta ieri da Landini non è vecchia: è stravecchia, e facilmente i “liberisti” avranno facile gioco nel dimostrare che se non riparte l’accumulazione capitalistica in grande stile si può «ridistribuire» solo la miseria. La pecora va tosata quando la lana è abbondante, dicevano i socialdemocratici del Nord Europa negli anni Settanta. Ma questi sono problemi di chi vuole tenere in vita la pecora, non per chi le vuole fare la festa.

Cattostatalismo

Cattostatalismo

Dal mio punto di vista c’è bisogno di mettere al centro della teoria e della prassi non il lavoro (salariato), ma la lotta di classe anticapitalistica, a cominciare dalle rivendicazioni “economiche” (lavoro, sussidi ai disoccupati, lotta al taglieggiamento fiscale, ecc.). Naturalmente il mio discorso è rivolto a chi vuole reagire con radicalità contro una realtà sempre più disumana, non certo a chi vuole salvare da “sinistra” il Paese, magari tirando in ballo la necessità di frenare le forze del male (la globalizzazione e la «dittatura dei mercati») per non far precipitare la fine dei tempi adesso che «non siamo ancora pronti». Miseria del «paradigma katecontico»!

Commentando le ultime esternazioni di Papa Francesco («il denaro ci domina», «il denaro deve servire, non dominare», «basta con la dittatura dei mercati»), Giuliano Ferrara, dopo aver giustamente fatto notare che il Santo Padre si muove su un terreno arato dalla teologia sociale della Chiesa almeno da un secolo (dalla Rerum Novarum alla Centesimus Annus, senza trascurare la Caritas in Veritate di Benedetto XVI), ha messo in guardia da una lettura «anticapitalistica» dei discorsi francescani. L’esperienza del «Comunismo», ha scritto l’elefantino sul Foglio, dimostra che la «rivoluzione etica» invocata dal Papa è praticabile solo nel seno del Capitalismo, una società difettosa quanto si vuole, ma non certo quanto quella sperimentata ai tempi del «socialismo reale». Nei confronti dei nipotini di Stalin e di Mao, molti dei quali oggi si sono riciclati in guisa chavista, Ferrara ha ragione da vendere.

Vedi anche LA FIOM È PARTE DEL PROBLEMA…

IL SOCIALNAZIONALISTA BRAMA LA GUERRA NAZIONALPOPOLARE

Merkel1Da buon sinistrorso Mimmo Porcaro si prende cura delle sorti tanto del Paese, questo «bene comune» che andrebbe declinato in un modo meno settario e antico di quanto non facciano taluni (ad esempio chi scrive), ancora  fedeli a un internazionalismo fuori tempo massimo; quanto di «quel che resta della sinistra italiana». E qui il sottoscritto non si sente minimamente chiamato in causa. Qual è, secondo il socialnazionalista di cui si parla, il difficile compito che sta di fronte «a quel che resta della sinistra italiana»? Evitare un’uscita «da destra» della grave crisi economico-sociale che impazza nel Vecchio Continente ormai da cinque anni, con le conseguenze sistemiche che tutti possono vedere, in ogni parte d’Europa, e segnatamente nella sua area capitalisticamente più debole. E quindi, preparare un’uscita «da sinistra», attraverso misure «semisocialiste» che abbiano il dono della concretezza e del realismo.

Ma lasciamo la parola a Porcaro: «È chiaro che la sinistra italiana e continentale non è capace di un pensiero che sia all’altezza della situazione, perché non è capace di prendere atto della fine della globalizzazione e del riemergere degli stati nazionali (o meglio degli stati nazionali più forti) come attori principali della politica. Non è capace di capire che l’Europa è ancora fatta di nazioni, che le nazioni più forti dettano la direzione di marcia e che, anche a causa della persistente crisi economica, questa marcia conduce ad un gioco in cui il nord vince ed il sud perde. E che quindi una coerente difesa dei lavoratori italiani si identifica, oggi, con la costruzione di un discorso che sappia legare in maniera inedita questione di classe e questione nazionale» (Che fare dell’euro?, Sinistrainrete). Chi conosce la tradizione “comunista” (leggi: stalinista-togliattiana) del Bel Paese riconosce nei passi appena citati la vecchia cacca ideologica, sia detto con francescana pacatezza, di chi ha legato con catene d’acciaio i lavoratori al carro delle classi dominanti. Nulla di nuovo sotto il cielo del sinistrismo Made in Italy.

In primo luogo è risibile opporre la cosiddetta globalizzazione, ossia il continuo processo di espansione economico-sociale (esistenziale, direi) del Capitale in ogni più piccolo e sperduto recesso della società, a partire dal corpo stesso degli individui, e del pianeta; opporla, dicevo, all’esistenza delle nazioni e degli Stati nazionali. La tensione dialettica fra la tendenza del Capitale a recidere ogni legame con il momento nazionale, come con qualsiasi altro momento particolare (religioso, culturale, sessuale, ecc.), e la dimensione nazionale-statale del Dominio sociale borghese è un dato permanente nel seno della vigente società. In secondo luogo, «legare in maniera inedita [sic!] questione di classe e questione nazionale» significa riproporre appunto il vecchio socialnazionalismo di matrice stalinista, il quale cianciava tanto di “classe” solo per conseguire meglio obiettivi schiettamente nazionali, ossia capitalistici.

Cyprus-MerkelDopo il massacro dei comunardi parigini, il vecchio trincatore di Treviri disse che nei Paesi a Capitalismo avanzato solo i «sicofanti» della classe dominante potevano ancora parlare di patria e di sentimento nazionale col sorriso sulle labbra. «Il più alto slancio di eroismo di cui la vecchia società è ancora capace è la guerra nazionale; e oggi è dimostrato che questa è una semplice mistificazione governativa, la quale tende a ritardare la lotta delle classi … Il dominio di classe non è più capace di travestirsi con una uniforme nazionale; contro il proletariato i governi nazionali sono uniti … I governi europei attestano così, davanti a Parigi, il carattere internazionale del dominio di classe» (Marx, La guerra civile in Francia). E questo il vecchio germanico lo biascicava nel 1871, ossia in un’epoca in cui il Capitalismo appare un lattante, se paragonato alla mostruosità sociale che ci sta dinanzi. Un secolo e mezzo dopo, i “marxisti” scoprono che la fottutissima questione nazionale conserva ancora un carattere progressivo: cose dell’altro mondo! Mi correggo: cose del loro mondo. Un mondo assai sinistro.

«Le incertezze sono più che comprensibili», osserva Porcaro riflettendo sulle «incertezze» di molti suoi compagni sinistri, ancora avvinghiati come l’edera all’europeismo fallimentare: «da Crispi a Mussolini, per tacere degli epigoni minori, in Italia nazionalismo fa rima con avventurismo autoritario». Ma può anche far rima con socialnazionalismo, una posizione politico-ideologica ultrareazionaria almeno quanto quella fascista e nazionalsocialista. Almeno. Tra l’altro il recupero della questione nazionale in chiave progressista caratterizzò la posizione interventista del futuro Duce, il quale rimproverò all’imbelle neutralismo dei socialisti italiani che la storia aveva messo all’ordine del giorno lo scontro tra la Civiltà occidentale (Francia e Inghilterra) e la barbarie teutonica. Si trattava, per il Mussolini socialnazionalista, di completare il Risorgimento italiano, come diranno gli stalinisti italiani più tardi, in occasione del Secondo macello imperialistico. Scriveva Il Socialista nel 1914 a proposito del patriottismo socialdemocratico: «All’attuale grado di sviluppo della società, tenuti ben presenti i caratteri delle guerre moderne, non si può scorgere coincidenza tra la guerra fatta e condotta dallo Stato borghese e l’azione rivoluzionaria, senza ricorrere a paragoni che hanno un valore esclusivamente… futurista».

Dite che esagero in questa improvvida evocazione della guerra? Detto che la guerra guerreggiata è semplicemente la continuazione della guerra sociale permanente condotta con altri mezzi, leggete questo: «Attraverso queste righe voglio rivolgermi ai miei connazionali, alla gente comune, e chiedere loro di cercare di risanare il nostro sistema bancario per mandare via la troika e per ridefinire i nostri legami di solidarietà. È adesso che bisogna mostrare il nostro patriottismo, bisogna mostrare che l’anima degli elleni non si sottomette così facilmente ai diktat stranieri. La nostra anima è in fermento e i nostri pugni sono serrati. Stiamo già cercando i responsabili e sono certo che li troveremo. In questo momento cruciale dobbiamo essere uniti, aiutare il nostro paese e resistere al nemico. Come se fossimo di nuovo in guerra. Perché quella che stiamo vivendo è una guerra, anche se assume altre forme. I nostri connazionali della diaspora potranno aiutarci mettendo mano al portafoglio. Bisogna aiutare il nostro stato a rialzarsi, perché siamo solo all’inizio di una lunga via crucis. Forza e coraggio!» (Emmanuel Lioudakis, Phileleftheros di Nicosia, 25 marzo 2013).  Forza e coraggio! In “pace” come in guerra.

zypern-euro-krise-hilfe-merkelGià che ci siamo, leggiamo anche queste sobrie righe: «La Merkel, come Hitler, ha dichiarato guerra al resto dell’Europa, per garantirsi il suo spazio vitale economico. Ci punisce per proteggere le sue grandi aziende e banche, ma anche per nascondere al suo elettorato la vergogna di un modello che ha fatto in modo che il livello di povertà nel suo paese sia il più alto degli ultimi 20 anni, che il 25% dei suoi impiegati guadagni meno di 9,15 euro l’ora, o che alla metà della popolazione corrisponda, a un misero 1% di tutta la ricchezza nazionale. La tragedia è l’enorme connivenza tra i poteri finanziari paneuropei che dominano i nostri governi, e che questi, invece di difenderci con patriottismo e dignità, ci tradiscano attuando come vere e proprie comparse agli ordini della Merkel» (dall’editoriale “censurato” di El Paìs, da Corretta informazione.it, 25 marzo 2013). Si tratta di un falso? Non importa; ciò che conta qui è il valore sintomatico dei passi appena citati. La chiamata alle armi (oggi virtuali domani si vedrà) non potrebbe essere più chiara. I nemici sono individuati, gli schieramenti bellici ben definiti: Sud contro Nord, cicale contro formiche, economia reale contro economia finanziaria, democrazia contro diktat tecnocratici, sovranità dei “popoli” contro dominio dei “poteri forti transnazionali”.

Ma ritorniamo a Porcaro! «Quando il dominio di classe assume forma nazionalistica si deve essere internazionalisti, europeisti e in qualche caso autonomisti. Quando invece, come succede in Europa, quel dominio passa proprio attraverso la distruzione dello stato nazionale, si deve elaborare un nazionalismo democratico orientato verso una nuova Europa confederale». Qui l’indigenza teorica e politica è davvero abissale, e io me ne occupo solo per denunciare appunto un sintomo che rinvia direttamente alla guerra permanente del Capitale contro le classi dominate, guerra che non rare volte assume la forma della “lotta di classe”. Tanto più quando per «anticapitalismo» si intende la lotta al cosiddetto Finanzcapitalismo, ossia al Capitalismo dominato dalla finanza e contrapposto, in modo davvero risibile, al Capitalismo basato sulla cosiddetta «economia reale», meglio se condotta direttamente dal Leviatano, il feticcio di tutti gli statalisti, non importa se in guisa “socialista”, “fascista” o “keynesiana”. Ci si crede postmoderni, salvo poi scrivere assurdità che fanno rimpiangere i teorici dell’Imperialismo tipo Hobson e Hilferding. Per non parlare di Lenin… Non solo il nostro socialsovranista mette in un unico sacco internazionalismo, europeismo e autonomismo, ossia cose tra loro antitetiche, ma si vuol far credere che «un nazionalismo democratico» sia meno reazionario del nazionalismo sans phrase. Cosa che ovviamente è ridicolmente falsa, come dimostra peraltro l’auspico «di una politica estera basata su un’autonoma proiezione mediterranea dell’Italia [e] su nuove relazioni coi Brics». Della serie, Imperialismo con caratteristiche socialnazionaliste…

Detto di passata, alla fine degli anni Novanta Fausto Bertinotti affermò tesi analoghe riflettendo sul fenomeno leghista: difendere l’unità della nazione, sostenne allora il teorico del kashmir in fatto di abbigliamento, significa difendere lo spazio all’interno del quale si dà ogni articolazione democratica della società civile. Con ciò veniva sdoganato persino lo sventolio del tricolore anche al di fuori delle competizioni sportive…  Sarebbe una fatica sprecata cercare di far comprendere al progressista che l’articolazione democratica della società civile non è che una delle forme del Dominio sociale, e che in Italia la Repubblica nata dalla Resistenza si è data come la continuazione del Fascismo con altri mezzi, in una contesto nazionale e internazionale mutato dalla Seconda carneficina mondiale.

Bojesen-490«Sarà quindi necessario rielaborare in fretta tutto il nostro orientamento degli ultimi decenni», conclude Porcaro, «e riscoprire un nesso tra classe e nazione che in Italia ha avuto rari, benché importanti, momenti di emersione: nella Resistenza, nella difesa delle fabbriche contro l’invasore, nelle lotte postbelliche per il lavoro, nelle, e forse anche nel contraddittorio e perdente itinerario di Berlinguer. Si può fare. E soprattutto si deve fare». Sono io che evoco cinicamente lo spettro della guerra, magari in ossequio alla tesi del tanto peggio, tanto meglio? Non credo proprio. La rivendicazione della Resistenza, dell’antiamericanismo (leggi: «campagne comuniste contro l’imperialismo») e del berlinguerismo, ancorché «contraddittorio e perdente» [sic!], la dice lunga sulla qualità politica dell’italico socialnazionalismo, avanguardia bellica già in assetto di guerra.

ANALISI (SEMISERIA) DEL VOTO

GLEZ-beppe-grillo_0Mi fanno scompisciare dal ridere tutti quegli insulsi sinistrorsi che in queste ore di sgomento e di dolore post-elettorale («Hanno vinto due buffoni!») stanno cercando di dimostrare ai «grillini in buona fede» che Grillo e Casaleggio, «due ricchi sessantenni provenienti dalle industrie dell’entertainment e del marketing» (Wu Ming), non intendono in alcun modo porsi alla testa di un processo rivoluzionario anticapitalista, né di un movimento di protesta sociale autenticamente progressista, se non proprio rivoluzionario. È ora che la base del M 5 S capisca che i «due guru miliardari» hanno ricevuto dagli oscuri poteri della conservazione l’incarico di sabotare una possibile soluzione rivoluzionaria della crisi italiana. Nientemeno!

«Nonostante le apparenze e le retoriche rivoluzionarie … il movimento 5 stelle ha difeso il sistema … Noi crediamo che negli ultimi anni Grillo, nolente o volente, abbia garantito la tenuta del sistema» (Wu Ming, Internazionale, 26 febbraio 2013). Domanda nient’affatto pignola: a quale rivoluzione, ancorché apparente e retorica, si allude?  A quale sistema si fa riferimento?

«In questo Paese abbiamo messo all’ordine del giorno la legalità». «Da oggi non mi vergogno più di essere un italiano». «L’onestà andrà di moda». «Noi appoggeremo tutte le buone proposte, da qualunque parte esse arriveranno. Il nostro è un movimento che non ha nulla a che fare con le vecchie ideologie: per noi destra e sinistra pari sono. Solo le idee contano». «Non siamo contro l’Europa, ma contro quest’Europa a trazione tedesca». «Ha vinto l’Italia dei beni comuni, della legalità e della meritocrazia». Ho riportato alcune dichiarazioni post-elettorali rilasciate “a caldo” dai militanti e dai leaders “a 5 stelle”.  Ora, parlare di onestà, legalità, beni comuni, meritocrazia e quant’altro equivale forse a evocare, sebbene in forma fittizia e retorica, la rivoluzione? Lo capisco, le parole, soprattutto quelle che rimandano a concetti fondamentali, sono state ridotte a poltiglia buona per il marketing, anche per quello politico, tant’è che «fare la rivoluzione» è stato il mantra della fetida campagna elettorale che ci sta alle spalle: c’è chi la voleva «civile», chi l’auspicava «responsabile», ovvero «meritocratica», «liberale», «morale», «berlusconiana», «antiberlusconiana», «vaffanculista» ecc., ecc., ecc. Alla fine, quasi intimidito, solo chi scrive si è voluto tenere alla larga da quel termine tanto abusato e inflazionato: sputtanato, se posso concedermi la finezza semantica. E difatti ho perso le elezioni, come sempre!

«Assistiamo increduli e felici ad un ritorno inatteso, addirittura impensabile nell’epoca della “morte della storia” e del “comunismo”: quello della rivoluzione, come concetto, come evocazione storica e provocazione politica. L’incredulità deriva dal vedere questa straordinaria parola venir portata agli onori della cronaca politica non dai soliti quattro gatti dell’eversione, più o meno sedicente, ma dagli esponenti politici e intellettuali della classe dominante. Persino la più alta carica della Repubblica sembra trovare gusto nel gioco pericoloso dell’apprendista stregone, visto che “esterna” rivoluzioni in tutte le salse: politica, istituzionale, morale, culturale. È un dilagare di rivoluzione!» Questo scrivevo su Filo Rosso nel remoto ottobre 1991 in un articolo che guarda caso portava come titolo Rivoluzione! Era il tempo della «Rivoluzione morale» guidata dai giudici e dai politici dalle mani pulite. Un periodo che presenta molte analogie con l’attualità. Poi, del tutto inattesa, arrivò la «Rivoluzione liberale» di Silvio Berlusconi, talmente rivoluzionaria e così liberale da scaldare il cuore di freddi intellettuali già “marxisti” del calibro di un Lucio Colletti. Sembra che gli italiani non possano fare a meno di darsi alla “rivoluzione” almeno ogni vent’anni. Siamo fatti così!

A proposito di “rivoluzione”, questa volta «civile». Il simpatico eroe dei due mondi (Ingroia) ha dichiarato dopo l’epocale batosta elettorale che «la nostra rivoluzione civile non si ferma qui». Pare che le classi dominanti del pianeta hanno accolto la scioccante dichiarazione dell’ex Toga Rozza con un urlo di paura che ha scosso il sistema dalle fondamenta.  Checché ne dica l’impareggiabile parodia di Crozza.

Il salumiere smacchiato e pettinato.

Il salumiere smacchiato e pettinato.

E qui ritorniamo al punto: di quale sistema Grillo avrebbe garantito la tenuta? Si allude alla «partitocrazia»? al «sistema della casta», alla «Seconda Repubblica?» al Capitalismo, al…? Un momento: si tratta forse del sistema capitalistico? Nientedimeno! Certo, chi scorge delle scintille che potrebbero ancora «incendiare la prateria» negli Indignados, in Occupy, nelle «primavere» di Tunisi, del Cairo, di Atene e negli altri «movimenti moltitudinari 2.0» – più o meno immaginari – che scuotono (?) il mondo, può in effetti concedersi il lusso di presentare l’operazione di Grillo e Casaleggio alla stregua di uno specchietto per le allodole avente la funzione di scaricare in chiave di conservazione sociale tensioni e istanze altrimenti ingestibili dal «sistema».

D’altra parte, il «sistema» trova sempre il modo di dare un’espressione politica alle tensioni, alle contraddizioni e ai bisogni sociali, salvo ovviamente nel caso in cui le classi dominate abbandonano l’escrementizio terreno delle compatibilità, della responsabilità nazionale e del «Bene Comune», ossia nel caso in cui acquista un senso scomodare la nota (ma evidentemente non compresa) parolina: rivoluzione.

«Può un movimento nato come diversivo diventare un movimento radicale che punta a questioni cruciali e dirimenti e divide il “noi” dal “loro” lungo le giuste linee di frattura? Perché accada, deve prima accadere altro. Deve verificarsi un Evento che introduca una discontinuità, una spaccatura (o più spaccature) dentro quel movimento. In parole povere: il grillismo dovrebbe sfuggire alla “cattura” di Grillo. Finora non è successo, ed è difficile che succeda ora. Ma non impossibile. Noi come sempre, “tifiamo rivolta”. Anche dentro il Movimento 5 stelle». Come si fa a non invidiare l’ottimismo rivoluzionario di chi mostra di saperla assai lunga in fatto di dialettica dei processi sociali? Veramente, m’inchino al cospetto di cotanta Scienza dell’Ottimismo Rivoluzionario!

Lo schema concettuale appena citato mi ricorda un po’ le risibili illusioni di chi si collocava a “sinistra” del PCI, illusioni che si fondavano sulla presunta divaricazione tra il vertice «corrotto e ormai venduto alla borghesia» di quel partito e la sua base presunta «dura e pura» che bisognava solo liberare dai «corrotti e imborghesiti» leaders perché esprimesse tutta la sua carica rivoluzionaria. In realtà il PCI era un movimento politico borghese al suo vertice come nella sua base (borghese, beninteso, dal punto di vista politico e sociale, non da quello politologico e sociologico), un partito del tutto simile all’odiata Democrazia Cristiana per ciò che riguarda l’essenziale. Ecco perché dal mio punto di vista non ha alcun senso contrapporre la “destra” alla “sinistra” come se si trattasse di entità fra loro incompatibili persino sul piano antropologico – ancora oggi molti sinistrorsi credono di non avere nulla a che fare con la «sottospecie» berlusconiana, notoriamente incivile, ladra, lasciva e ignorante per dotazione cromosomica.

Ciò che più irrita il sinistro senza se e senza ma è appunto il fatto che il M 5 S rende evidente questa comunanza radicale, sostanziale, tra “destra” e “sinistra”, che esso esprime, sul piano ideologico, come «superamento delle vecchie ideologie».  Destri e sinistri si collocano, con funzioni, interessi, politiche e orpelli ideologici diversi, sullo stesso terreno: quello del Bene Comune del Paese, ossia della conservazione sociale. Ecco perché chi si colloca sul terreno opposto, se ne infischia altamente di etichette e collocazioni topografiche che oggi non hanno alcun senso: basti pensare che persino Diliberto e Ferrero possono definirsi “comunisti” senza temere di venir precipitati seduta stante  da un Dio benigno e misericordioso nel girone infernale dei millantatori di professione. Ebbene, da oggi mi dichiaro un anticomunista sfegatato, se è possibile più di Silvio, e ho detto tutto…

ITALY-CULTURE-CARNIVALScriveva ieri Massimo Gramellini: «A Torino [nel M5S] ci trovi (anche) i centri sociali che vogliono abbattere il capitalismo, a Bergamo i padroncini in lotta con Equitalia, a Palermo i disperati e gli allergici a qualsiasi forma di oppressione pubblica e privata. Ovunque c’era un malessere, Grillo gli ha messo a disposizione un format e una faccia, la sua» (La Stampa). Questo la dice lunga tanto intorno ai «due ricchi sessantenni provenienti dalle industrie dell’entertainment e del marketing» (il riferimento al conto in banca e all’età dovrebbe squalificare i capi del M 5 S agli occhi dei giovani diseredati del Movimento), quanto, soprattutto, sulla concezione “anticapitalista” dei centri sociali. Controprova? Eccola: «Leggo ora su Internazionale che i wu ming si lamentano del fatto che il movimento di Beppe Grillo amministra l’assenza di movimento in Italia. Ragionamento bislacco davvero. Dal momento che la società italiana è incapace di muoversi allora debbono stare tutti fermi? Dal momento che gli amichetti di wu ming sono stanchi allora tutto deve restare ad attendere i tempi del loro risveglio? Fate movimento invece di lamentarvi perché qualcun altro lo fa al posto vostro, magari in maniera un po’ più rozza di come piacerebbe ai raffinati intellettuali» (Franco Berardi, Facebook).

Il movimento è tutto, si diceva un tempo. L’importante è menare le mani, più o meno metaforicamente, creare casino, vaffanculare a destra e a manca, insomma mimare la “Rivoluzione”, come ai bei tempi dell’«Assalto al Cielo» teorizzato da Negri e soci. Dove c’è movimento, c’è Rivoluzione! Quantomeno non ci si annoia… Di qui, fra l’altro, il successo che negli anni Venti ebbe il fascismo presso non pochi socialisti desiderosi di «fare qualcosa», a prescindere, per dirla con il grande comico – Totò, non Grillo. Signori, qui è il pensiero che bisogna fare muovere, tanto per cominciare!

CINESERIE. Aspettando il Congresso del PCC.

Per quanto possa apparire assurdo, almeno a chi ha un minimo di sale critico in testa, ancora nel XXI secolo c’è gente che prende sul serio la natura «comunista» del cosiddetto Partito Comunista Cinese. Un esempio tra i tanti: Diego Angelo Bertozzi.

Nel suo articolo dedicato al prossimo Congresso del PCC in programma per l’8 novembre, dopo aver cantato alte lodi al vincente Capitalismo-Imperialismo cinese, promosso dal «più grande partito comunista al mondo [sic!], forte di oltre 80 milioni di selezionatissimi iscritti» [mi sento piccolo piccolo al confronto!], Bertozzi così scrive: «Difficile che il prossimo congresso possa sancire nell’immediato grandi rotture ma agirà nel solco di un progetto già chiaro: la sfida principale del PCC, come partito di governo, è quella della garanzia della coesione sociale – la “società armoniosa” e dello “sviluppo scientifico” delineata dall’attuale dirigenza – nell’ambito dello sviluppo economico e politico del socialismo cinese» (da Marx21.it). Insomma, il Nostro è un tifoso, uno dei tanti, della seconda potenza capitalistica mondiale, la cui natura “socialista” si giustifica solo con l’abissale indigenza storica, teorica e politica dei vetero e dei post maoisti.

Quando, ad esempio, Bertozzi parla del «futuro sviluppo del partito sorto a Shanghai nel lontano luglio del 1921», egli mostra di non conoscere la storia dell’attuale PCC, il quale ha semmai le sue salde radici nella svolta maoista delineatasi dopo la sanguinosa repressione del giovane movimento proletario cinese nel 1927 a Shangai e negli altri pochi centri urbani relativamente sviluppati della Cina, e nel consolidamento della controrivoluzione in Russia. Alla fine degli anni Venti in Cina con l’aggettivo “comunista” si fa in realtà riferimento a un partito rivoluzionario borghese-nazionale basato sui contadini.

La natura rivoluzionaria del maoismo si esaurì appunto all’interno del compito nazionale-borghese allora all’ordine del giorno in Cina (e nelle altre ex colonie e semi-colonie): indipendenza nazionale (affrancamento dall’imperialismo occidentale e giapponese), riforma agraria, accumulazione capitalistica originaria, modernizzazione del Paese, coesione nazionale (sconfitta, non definitiva, delle tendenze centrifughe attive nella periferia dell’Impero), costruzione di una forte ed efficiente macchina statale, anche in vista della futura competizione interimperialistica. Un compito di grande respiro storico, non c’è che dire, ma tutto interno ai rapporti sociali capitalistici. Al netto, ovviamente, di quella fumisteria ideologica pseudomarxista, generata in gran copia a Pechino come a Mosca, che tanto irritò gli occhi dei “comunisti” basati nel decrepito Occidente.

A proposito di fumisteria ideologica, mi correggo e mi scuso per la presunzione affetta poco sopra: in effetti Bertozzi mostra di conoscere la storia mainstream scritta dal maoismo cinese e internazionale, mentre io ho attinto le mie modeste conoscenze sulla Cina moderna dalla storia scritta da chi negli anni Venti del secolo scorso condannò come controrivoluzionaria la politica “cinese” di Mosca, e che proprio per questo finì nel girone infernale dei perdenti. Su quest’aspetto rinvio alla prima parte dell’Appendice del mio studio sulla Cina (Tutto sotto il cielo del Capitalismo) dedicata al ruolo dei contadini nella rivoluzione cinese – Il maoismo come «via cinese» all’indipendenza nazionale e al Capitalismo.

Com’è noto, la storia è scritta da chi vince, e allora vinse lo stalinismo internazionale, di cui il maoismo fu una variante nazionale di successo, come dimostrò, fra l’atro, la crescente tensione che dopo gli anni Cinquanta allontanò Pechino da Mosca, e non certo a causa di controversie dottrinarie intorno all’interpretazione dei “sacri testi”, come pure credettero allora fior di intellettuali “marxisti”, i quali, sulla scorta del «socialismo rozzo e piccolo-borghese» già abbondantemente ridicolizzato da Marx, associavano la proprietà statale dei mezzi di produzione e di distribuzione al socialismo, “dimenticando” che ciò che definisce la natura sociale di un Paese non è lo status giuridico della proprietà (pubblica, privata, mista, ecc.), ma il rapporto sociale che innanzitutto domina la prassi economica, e che poi plasma l’intero spazio esistenziale degli individui.

Mi sembra di scorgere nella lettura che Bertozzi fa della “dialettica” interna al Partito-Stato cinese un analogo errore di prospettiva. Almeno questo capisco quando leggo, ad esempio, affermazioni del genere seguente: «A far discutere è la possibile trasformazione del Partito di Mao e Deng da “partito rivoluzionario” a partito compiutamente “di governo”. Ipotesi, questa, lanciata da Xi Jinping – con ogni probabilità il futuro segretario del partito e Presidente della Repubblica – nel settembre del 2008». Finita la fase progressista borghese, caratterizzata dall’acuto scontro tra le famose «due linee» che si confrontarono all’interno del PCC, già prima del 1949, circa il modello capitalistico da seguire, quel Partito è stato sempre «compiutamente di governo». La stessa mitologica «Rivoluzione Culturale» non fu che la fenomenologia politico-ideologica del governo cinese alle prese con gravi contraddizioni sociali, che si ripercuotevano all’interno del regime (Partito ed Esercito) sotto forma di scontri “dottrinari” e militari. Si può compiutamente governare incitando i giovani a «sparare sul quartier generale», cioè sui nemici di Mao, ovvero processando la famigerata «banda dei quattro».

Se si penetra con il pensiero critico la pesante cortina fumogena dell’ideologia, facilmente si coglie il nocciolo della lotta politica oggi in corso in Cina, che si sostanzia, detto in estrema sintesi, in queste tre grandi questioni, strettamente intrecciate l’una all’altra:

1. Modi e tempi dello sviluppo capitalistico: sviluppo economico concentrato nelle zone costiere o sviluppo diffuso e profondo (per coinvolgere anche l’area rurale del Paese)? industria pesante o industria leggera? privilegiare il settore pubblico o quello privato? liberismo o protezionismo? puntare tutto sull’industria o assecondare e favorire la crescita del terziario?, ecc..

2. Involucro politico-istituzionale più adeguato ai tempi e alle ambizioni della potenza cinese: monopartitismo o pluripartitismo? modello istituzionale asiatico (Singapore, Giappone, Corea del Sud) o occidentale? sindacato di Stato o sindacato libero?, centralismo o federalismo? ecc.;

3. Il ruolo che il Paese deve giocare nel Sud-Est Asiatico, in particolare, e nel mondo in generale: quale linea strategica adottare nella competizione sistemica – globale – con il Giappone, gli Stati Uniti e la Russia? e come inserire stabilmente nell’orbita geopolitica cinese le aggressive Tigri Asiatiche?

Anche l’oscuro affare del «principe rosso» Bo Xilai, caduto in disgrazia ma che gode ancora di non pochi sostenitori all’interno del Partito, e le crescenti tensioni nazionalistiche con il Giappone vanno lette alla luce del quadro appena abbozzato. «La grande crisi economica nata negli Stati Uniti, ha fatto irrimediabilmente perdere lustro al modello capitalistico anglosassone, fino ad allora considerato da Pechino un riferimento cui attingere, ed ha rilanciato quella economia “socialista con caratteristiche cinesi”, i cui settori strategici (dai trasporti alle fonti energetiche), sono fortemente (e sempre più) controllati dallo stato: nell’ultimo triennio le aziende pubbliche sono state le principali destinatarie dello “stimulus” (le misure attuate per favorire la ripresa dell’economia), ed hanno “divorato” una marea di società più piccole, inglobandole e quindi riducendo la concorrenza. Questa tendenza economica si è accompagnata ad una forte riscoperta dei principi del maoismo e della retorica nazionalista» (Elisa Borghi, Verso il Congresso, ritratto dei nuovi leader cinesi, AnalisiCina.it). Occorre anche prendere in considerazione il fatto che lo spettro della dissoluzione sovietica post Muro di Berlino continua ad agitare le notti di non pochi leader cinesi, oltre che, s’intende, dei nostalgici nostrani del «socialismo reale».

Che la classe dominante cinese, come tutte le classi dominanti di questo capitalistico mondo, aspiri all’edificazione di «una società coesa e armoniosa», e che per conseguire un simile umanistico obiettivo essa è disposta a sparare sui «controrivoluzionari e servi dell’imperialismo» (vedi Piazza Tienanmen, giugno 1989), mi sembra fin troppo ovvio. Meno ovvia appare l’apertura di credito che certi “marxisti del XXI secolo” concedono alla seconda potenza capitalistica del pianeta. Incredibile! Rettifico all’istante: credibilissimo. Purtroppo.

Scrive Bertozzi: «Lo stesso Xi Jinping, nell’attuale veste di vice-presidente della Repubblica, aveva sottolineato, in un discorso alla Scuola del partito della fine del 2009, che il Pcc “per restare avanguardia della classe operaia di tutto il popolo” ha il dovere di essere sempre “il rappresentante dell’esigenza di sviluppo delle forze produttive più avanzate”». Insomma, per il Nostro filocinese è plausibile, non dico vero o verosimile, che il Partito-regime cinese sia un’«avanguardia della classe operaia di tuto il popolo», secondo il caratteristico lessico maoista. Siccome a me la cosa non pare plausibile nemmeno per scherzo, non mi rimane che augurarmi un terremoto sociale che spezzi la «coesione e l’armonia», nel Celeste Impero come dappertutto, a cominciare dal Bel Paese, naturalmente.

Cineserie

«In discussione, sebbene sia assai condivisa la necessità di proseguire sulla via della liberalizzazione politica e della costruzione di un moderno stato di diritto, non c’è il ruolo di guida del Partito comunista e la sua autorità [tiro un gran respiro di sollievo!]. La prospettiva più plausibile, a nostro modesto parere, è quella di un approfondimento della collaborazione multipartitica – quindi delle diverse classi sociali rappresentate – con gli altri partiti e movimenti patriottici, nella riedizione di un nuovo Fronte unito». A mio modestissimo parere qui si mastica una robaccia politico-ideologica già incommestibile ai tempi di Mao e dei suoi esaltati epigoni occidentali, figuriamoci oggi. Il «Fronte Unito Patriottico», ancorché «nuovo», puzza di vecchio in maniera indecente.

Dalla lotta in seno al PCC non può uscire altro che conservazione sociale, oppressione e sfruttamento, sia che vinca, mutatis mutandis, la «fazione rossa» (“rivoluzionaria”), sia che vinca la «fazione nera» (“governista”). Ma è possibile che ai “marxisti del XXI secolo”, assai più intelligenti e teoricamente meglio attrezzati di me, sfugga questa elementare verità?

Rinvio agli altri miei post sulla Cina, come Il “socialismo di mercato” cinese non è un ossimoro, è una cagata pazzesca!

LA DIFFICILE EQUAZIONE DEL DOMINIO

Riflessione – abbastanza disorganica – intorno alla vigenza del Dominio e alla possibilità della Liberazione.

Se ho bene intrepretato il lungo processo storico e sociale che ci sta alle spalle, l’equazione del Dominio ammette due, e soltanto due, soluzioni: la conservazione sociale o la rivoluzione sociale. Naturalmente sono disposto a discutere “laicamente” altre ipotesi*.

La prima soluzione è spontanea, “naturale”, perché si dà oggettivamente e immediatamente: essa è infatti radicata in secoli (diciamo un paio di millenni) di prassi sociale connotata da rapporti sociali di dominio e di sfruttamento. L’esistenza nella storia di «ricchi e poveri», «padroni e schiavi», «capi e subordinati» è talmente consolidata, da indurre nella testa degli individui l’idea che tale stato di cose deve avere in sé qualcosa di naturale, appunto, ovvero esso deve necessariamente rimandare al “lato oscuro” della natura umana.

Per rendere conto della presenza del Male sulla terra l’uomo ha persino escogitato l’abissale e straordinaria idea di un peccato originale: paghiamo ancora le colpe dei nostri celestiali antenati, atterrati nel frattempo nella nostra effimera – “umanissima” – condizione.

Credo, detto di passata, che questa concettualizzazione del Male – ossia della sofferenza, dell’angoscia, dell’oppressione, ecc. – getti un intenso fascio di luce sulla potenza creativa dell’uomo, il quale è tale nella misura in cui oppone resistenza, materiale e spirituale, alle cose, e non le subisce semplicemente e passivamente. L’uomo pone il mondo come una mediazione tra sé e l’ambiente circostante, e lo fa naturalmente, per così dire, prima che la cosa diventi oggetto della sua riflessione. Mediare significa comprendere, trasformare, padroneggiare, senza soluzione di continuità reale e concettuale. Medio, dunque esisto! Probabilmente è in questo porre la distanza tra sé e la natura, che ha reso possibile l’anomalia chiamata uomo, che va cercata la genesi del Male e la possibilità del suo definitivo annientamento.

L’uomo è la sua società, gli individui sono i loro rapporti sociali, e non c’è natura, tara antropologica, peccato originale o altre ipotesi che possano reggere il confronto con questa semplice evidenza. Semplice evidenza?

Evidentemente le cose non sono poi così semplici né evidenti per l’opinione comune, che è poi l’opinione delle classi dominanti, o delle loro fazioni più forti – la democrazia si basa su questo presupposto. Tanto più che, come vedremo tra poco, il problema che ho posto prescinde completamente dall’«evidenza scientifica», almeno nell’accezione mainstream della locuzione.

Tutto, a cominciare dall’inerzia storica, congiura insomma a favore della conservazione sociale, che si dà come continua espansione e quasi infinito approfondimento del Dominio – o del Demonio, secondo interpretazioni teologiche che non mi sento di ricusare con ateistica indignazione: le vie che menano al punto di vista critico-radicale sono – quasi – infinite.

La soluzione della conservazione non ha dunque bisogno dell’intervento del matematico per venire alla luce.

La seconda soluzione, quella che evoca la rivoluzione sociale, è certamente radicata nella storia e nella società, ma per rendersi evidente essa ha innanzitutto bisogno della coscienza, ossia di qualcosa che l’oggettività delle cose non produce spontaneamente, come accade per i rapporti sociali di questa epoca storica, e quindi per la prassi – o l’esistenza genericamente intesa – radicata in essi. Ho detto coscienza, non intelligenza, la quale si situa in un’altra regione della ragione, se mi è concesso un modesto calembour “filosofico”, e non sempre milita a favore dell’emancipazione. Non raramente, anzi piuttosto frequentemente, persone intelligenti in sommo grado nel loro campo di specializzazione professionale diventano dei perfetti somari dinanzi all’equazione del Dominio: vedi, tra l’altro, il geniale e simpatico Einstein, con rispetto parlando. Certo, alludo alla sua filantropia conciliata con la maligna presenza del Dominio sulla Terra. Quella sincera filantropia non entrò in collisione con il Progetto Manhattan, come suggerisce una critica superficiale, ma con il Progetto Umano, irrealizzabile sulla base della società capitalistica, ancorché illuminata dall’ottimismo della volontà dei buoni di spirito.

Scrive il filosofo Maurizio Ferraris, teorico del New Realism, dando conto delle «forze decostruttive della ragione» in rivolta «contro il logos e contro il sapere»: «Il risultato è che ogni forma di sapere deve essere guardata con sospetto, appunto in quanto espressione di una qualche forma di potere. Di qui una impasse: se il sapere è potere, l’istanza che deve produrre emancipazione, cioè il sapere, è al tempo stesso l’istanza che produce subordinazione e dominio» (da Alfabeta2, 9 dicembre 2011). Per come la vedo io, non il sapere ma appunto la coscienza critico-radicale può produrre emancipazione. Il sapere ebbe una funzione rivoluzionaria nell’epoca in cui le classi agiate che aspiravano al potere sociale lottavano contro l’oscurantismo e il conservatorismo del vecchio mondo. In questa lotta soprattutto il sapere scientifico, intrecciato con le nuove tecniche produttive e con la prassi economica (genericamente intesa) di quei ceti sociali emergenti, giocò un ruolo di assoluta grandezza: di qui la reazione antiscientifica della Chiesa alle prese con la modernità borghese. Il «salto mortale» del pensiero filosofico critico della modernità nell’irrazionale, nel mito e nella favola, di cui parla Ferraris, per un verso denuncia uno stato di cose disumano che vede alleati sapere e Dominio; e per altro verso attesta i limiti, non solo filosofici, di quella denuncia non penetrata dalla coscienza. L’«emancipazione radicale» cessa di girare a vuoto quando la coscienza smette di essere un fatto di poche persone e diventa una forza materiale, in grado di abbattere pregiudizi, inerzie e paure.

Ma coscienza da parte di chi? e di cosa? La coscienza da parte delle classi dominate, le sole che avrebbero tutto l’interesse a superare l’attuale regime sociale, e di tutti i nemici della società disumana, qualunque ne sia lo status sociale, della loro forza e della loro straordinaria potenza creatrice. La coscienza che la comunità umanizzata è davvero possibile, anzi a portata di mano. Solo la vigenza del Dominio cozza contro la possibilità della liberazione.

Questa dirompente consapevolezza («Io non sono nulla e potrei essere tutto!»), in grado di creare l’evento rivoluzionario che riapre le porte della storia, per farvi finalmente entrare il futuro, non si dà dunque spontaneamente. Eppure le soluzioni dell’equazione del Dominio continuano a essere due, necessariamente, ostinatamente, che lo si voglia o no. Di qui, la permanente attualità del metaforico Matematico.

Hegel una volta disse, a ragione, che la filosofia, in quanto «dottrina di come dev’essere il mondo», arriva sempre in ritardo, come la nottola di Minerva. Il pensiero critico-radicale, in quanto «dottrina» di come potrebbe essere il mondo, ossia umano dalla testa ai piedi, è invece sempre puntuale, perché il suo momento è sempre quello giusto, almeno da un secolo. In sempre più drammatico ritardo è piuttosto l’evento in grado di mandare al potere** la possibilità.

*Qualcuno, a questo punto, starà pensando all’autodistruzione del sistema capitalistico, sempre possibile sulla base della vigente società. Soprattutto dopo la seconda guerra mondiale e l’accumulo del potenziale militare atomico, lo spettro dell’autodistruzione ha preso consistenza ed efficacia, anche sul piano della psicologia di massa. Le numerose catastrofi ambientali generate dalla prassi capitalistica ha rafforzato quello spettro. Ma questa ipotesi, a ben guardare, può essere ricondotta alla prima delle due soluzioni proposte, almeno per quanto riguarda la sua struttura oggettiva. Certo, la distruzione completa e definitiva del meccanismo sociale ad opera delle cieche forze capitalistiche elimina anche il “risvolto dialettico” della rivoluzione, ma ancora una volta penso che la prima soluzione, quella conservativa, possa comprendere l’ipotesi dell’autodistruzione. D’altra parte, la risposta a questa ipotesi è immanente alla seconda soluzione dell’equazione.
**Non parlo di potere in un senso banalmente politologico, magari connettendolo alla prassi democratica, che al pensiero comune appare come il massimo cui aspirare; ne parlo attribuendogli un significato profondamente sociale: potere come volontà, incardinata sulla coscienza, di trasformare umanamente le cose. In questo senso si può davvero dire che volere è potere.

NIENTE PACCHE SULLE SPALLE: LA SITUAZIONE È PESSIMA, ANCORCHÈ CONFUSA

Fischer – Guardi, mi verrebbe da dire in prima battuta che pensare con ottimismo è da criminali.
Adorno – Già!
Fischer – Pensiero e ottimismo sono due cose inconciliabili.
Adorno – Perfettamente d’accordo!
(Tratto da Theodor W. Adorno, Essere ottimisti è da criminali, a cura di Gabriele Frasca, L’ancora del Mediterraneo).

La tesi secondo la quale «il capitalismo è fallito» suona fin troppo stonata alle mie orecchie. Trovo questa tesi piattamente e inutilmente consolatoria, e soprattutto infondata sotto ogni rispetto, oltre che infeconda sul piano della teoria e forviante su quello della prassi.

Per molti filosofi, sociologi e analisti economici, non solo di “scuola marxista”, l’odierna crisi economica starebbe dimostrando il fallimento della vigente formazione storico-sociale basata sullo sfruttamento sempre più intenso – profondo – e scientifico di tutto ciò che esiste tra cielo e terra, a cominciare dal «capitale umano», naturalmente. È una tesi poco originale, che si ripete crisi devastante dopo crisi devastante. Ferdinand Fried intitolò La fine del capitalismo il suo celebre libro del 1932. Com’è noto, il Capitalismo non finì. E non finì nemmeno negli anni Settanta, nonostante il Club di Roma.

Per come la vedo io, le crisi economico-sociali, le guerre mondiali, gli stermini di massa, i disastri ecologici e la sempre più capillare disumanizzazione della nostra esistenza non sono che la manifestazione di quella «mostruosa vitalità» del Capitalismo di cui parlò una volta Marx.

Volgere “dialetticamente” la cosa, per dire che il Capitalismo vive in una dimensione di perenne fallimento mi sembra appunto un maldestro tentativo di mettere un po’ di zucchero ideologico su una pillola amarissima.

Fallita, e non certo ora, è piuttosto la promessa di emancipazione che il pensiero d’avanguardia del XVIII secolo affidò al pregresso economico e scientifico: il Capitalismo ha trionfato anche sulle speranze degli intellettuali illuministi e umanisti espressi dalla borghesia nella sua fase storicamente rivoluzionaria. «L’illuminismo, nel senso più ampio di pensiero in continuo progresso, ha perseguito da sempre l’obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni. Ma la terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura … L’illuminismo al servizio del presente si trasforma nell’inganno totale delle masse (M. Horkheimer, T. W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo). Abbiamo imparato a dominare la natura, come da ultimo ha dimostrato Felix Baumgartner con la sua mostruosa caduta dal cielo, ma rimaniamo sempre più impigliati nella fitta rete di una prassi sociale che, per l’essenziale, non controlliamo. Certo, il muro del suono è stato superato in caduta libera; ma il muro del Dominio continua a crescere, fuori e dentro di noi, e diventa sempre più alto, quasi stratosferico. A quella paurosa altezza anche il gatto volante impallidisce. Intanto Adamo non smette di precipitare nel suo sempre meno confortevole abisso, che egli si compiace di creare con le proprie manine, giorno dopo giorno. Lo fa, ma non lo sa: maligna dialettica!

E fallita è, sempre di nuovo, la possibilità dell’emancipazione universale che pulsa sempre più forte proprio al centro del dominio sociale capitalistico. Parlo di fallimento nel senso che ciò che è in potenza non riesce ancora ad attualizzarsi, nonostante il futuro bussi con tremenda violenza in tutte le porte. Le porte tremano, qualcuna magari si crepa, ma rimangono tutte ben chiuse, a contenere un tempo ormai privo di storia. È la continuità del Dominio, la quale, simile a un terribile buco nero esistenziale, ingoia tempo umano.

La potenza, insomma, vive una condizione di tragica impotenza. Potrei fare mille esempi per sostenere questa tesi, tutti tratti dalla cronaca quotidiana.

Il Capitalismo è vincente, oggi più che mai, nonostante le crisi e grazie a esse, perché da sempre la crisi economica che non si rovescia in crisi sociale rivoluzionaria permette al Moloch di ritrovare il sentiero della profittabilità, magari dopo aver distrutto uomini e cose.

Altre volte ho scritto che la verità è rivoluzionaria in un senso molto preciso (insieme oggettivo e soggettivo), ossia che solo essa permette al pensiero critico-radicale di orientarsi nella giusta direzione. Ma per coglierla in tutta la sua dimensione e radicalità, il soggetto che vuole conquistare la prospettiva dell’emancipazione, il punto di vista umano, deve fissare la verità senza distoglierne mai lo sguardo, soprattutto quando ciò che gli si presenta dinanzi lo ripugna, gli fa orrore o semplicemente lo deprime, lo frustra. Proprio allora quel soggetto deve resistere alla tentazione psicologica della consolazione, che lo spinge irresistibilmente verso una concezione ideologica della realtà, la quale concima un terreno di false speranze.

Solo chi parla di “comunismo” e di “rivoluzione sociale” con leggerezza, magari solo per esibizionismo o per darsi coraggio, può permettersi il lusso dell’ottimismo quando tutto congiura contro la possibilità dell’emancipazione universale. Quando ad esempio Toni Negri parla delle «tristi passioni della scuola di Francoforte», e le contrappone il suo “postmodernismo forte”, egli mostra tutta l’inconsistenza teorica e pratica del suo isterico ottimismo “rivoluzionario”. Per l’intellettuale isterico il mondo è sempre “incinto” di (pseudo) rivoluzioni.

Occorre trovare la forza e gli argomenti nella verità, per quanto sgradevole possa essere il suo linguaggio, non in quell’ideologia che ci sussurra che, nonostante tutto, la talpa sta ben scavando. La talpa scava bensì con tanto zelo, ma proprio sotto i nostri piedi.

Oggi esistere “criticamente” è già una forzatura, quasi un’imperdonabile concessione all’«ottimismo della volontà».

CHI AIUTA, CONTROLLA!

Bastava scorrere i titoli dei quotidiani tedeschi di sabato e domenica per capire come il problema del «rigorismo» e dell’«egoismo» tedesco non ha il nome Merkel, o quello di un qualsiasi Pinghen Pallinen basato a Berlino. Come i leader europei sanno benissimo (ma fingono di non sapere, in chiave di politica interna, per additare il perfetto capro espiatorio a lavoratori, disoccupati e contribuenti fiscali sempre più arrabbiati), quel problema ha dietro di sé i più che legittimi interessi della Germania e dell’area che fu (e sarà?) del Marco. Nello stesso partito della Cancelliera cresce la fronda dei “duri e puri” che non vogliono arrendersi al «Mezzogiorno spendaccione». È bastato un “cedimento” puramente formale alle ragioni delle «cicale» per infiammare lo spirito “rigorista” dei tedeschi, i quali non vogliono nemmeno sentir parlare della necessità di pagare i pasti ai greci, agli spagnoli, agli italiani, ai portoghesi: «padroni fiscali a casa nostra!» Oppure? Oppure occorre creare gli strumenti politici per controllare da presso i soldi tedeschi che finiscono nelle scassate casse del Sud. Chi aiuta, controlla!

Analogamente, il problema «dell’egoismo localistico» in Italia non è la Lega: esso fa capo agli interessi sociali dell’area più forte e dinamica del Paese che quel movimento ha espresso in tuti questi anni. Bossi o non Bossi, Maroni o non Maroni, con rispetto parlando, la Questione Settentrionale non solo rimane intonsa, ma con l’approfondirsi della crisi economica internazionale si aggrava e si aggroviglia. A tutti i livelli (mondo, Europa, Italia), per capire la dialettica politica e i sentimenti della cosiddetta opinione pubblica bisogna monitorare i rapporti di forza materiali (fra i continenti, gli stati, le regioni, le classi) e lo stato dell’economia.

Christian Rickens ha scritto su Der Spiegel che «La concessione di Merkel è più che compensata da una vittoria diplomatica che ha messo a segno poco prima della riunione: alla fine della scorsa settimana è riuscita a far firmare al presidente francese il suo patto fiscale, che è molto impopolare a Parigi, in cambio del suo supporto al “patto per la crescita” da 130 miliardi di euro. È difficile esagerare la disparità dell’accordo. Il “patto per la crescita” è fatto di poco più che promesse e sogni che non si realizzeranno mai. Anche se non causerà nessuna crescita in Europa, non costerà nemmeno altri soldi alla Germania». Ciò, fra l’altro, spiega il profilo stranamente basso esibito da Hollande durante il “fatale” Summit europeo.

Ieri Rampini (La Repubblica) mostrava in quali sconsolati termini i quotidiani americani valutino la crisi sistemica del Bel Paese, alle prese con problemi fin troppo vecchi: gap Nord-Sud, obsolescenza della pubblica amministrazione, debito pubblico, scarso dinamismo del Capitale privato, anch’esso avvezzo da tempo immemorabile all’assistenzialismo statale, materia prima per i teorici del «socialismo di Stato». Sempre Ieri Wolfgang Münchau ha scritto sul Financial Times che nella sostanza dopo il Vertice del 28-29 giugno niente cambia in Europa, e ciò vale soprattutto per l’Italia, il cui successo in chiave antitedesca è un mito che il bravo premier italiano cercherà di capitalizzare in chiave di politica interna, in primo luogo per rafforzare la spending review, osteggiata da chi nel Bel Paese ha cospicui e radicati interessi a mantenere lo status quo nella spesa pubblica. A cominciare dal sindacato collaborazionista (parastatale), CGIL in testa. La Germania è stata “sconfitta”, la politica dei sacrifici continua. Anzi: si inasprisce.