PER UN “CONTROTUTTISMO” DI CLASSE ATTIVO E OPERANTE

donne-siria-1L’attentato di Capodanno a Istanbul e le bombe che hanno accompagnato la visita di Hollande a Baghdad non sono che gli ultimi episodi della guerra totale che ormai da molto tempo il Sistema mondiale del terrore ha dichiarato a tutta l’umanità. Anche la strage ai mercatini natalizi di Berlino si colloca in questo funesto scenario di guerra – “convenzionale” e “non-convenzionale”: una distinzione che non ha alcun significato per le vittime e per le potenziali vittime, ossia per tutti noi.

«Agire contro il terrorismo in Iraq – ha dichiarato Hollande – serve anche a prevenire degli atti di terrorismo contro il nostro territorio. Tutto quello che contribuisce alla ricostruzione in Iraq, rappresenta una condizione aggiuntiva per evitare che da parte di Daesh possano essere condotte azioni sul nostro territorio». La verità è che le vittime francesi del terrorismo islamico pagano la politica imperialista della Francia in Medio Oriente e in Africa. Mutatis mutandis questa affermazione vale naturalmente per tutti i Paesi del mondo (Italia compresa) che con la loro politica estera e il loro attivismo economico mettono a repentaglio la vita dei loro cittadini, i quali sono presi in ostaggio da interessi (economici e geopolitici) che non hanno alcun rispetto né per la vita umana né per i cosiddetti “diritti umani”. La popolazione turca, ad esempio, oggi paga con il sangue e con il terrore la fin troppo ambiziosa e “ambigua” politica interna ed estera del Presidente Erdogan, il quale negli ultimi tempi si è messo a recitare troppe parti in commedia, credendo di poter trarre profitto da un quadro internazionale in forte evoluzione (1).

Con ciò intendo forse dire che il terrorismo di matrice islamista – o qualsiasi altro tipo di terrorismo – ha una natura, anche solo “oggettivamente”, antimperialista? Questo possono supporlo solo gli sciocchi o chi non immagina altra politica che non sia quella di servire una delle parti in lotta: «O stai con lo Stato o stai con i terroristi». Nemmeno per idea! Personalmente lotto, nei limiti delle mie possibilità e capacità, contro tutti gli attori della «Terza guerra mondiale combattuta a pezzetti», la quale ha come sue vittime privilegiate proprio i civili. Ma questa maligna caratteristica non è nemmeno una novità assoluta, se riflettiamo bene.

Come capita almeno dalla Guerra di Spagna degli anni Trenta del secolo scorso in poi, le prime vittime del Sistema mondiale del terrore non sono i militari organizzati negli eserciti, ma la popolazione inerme ammassata nelle grandi città. Gli Stati pianificano lo sterminio della popolazione civile per costringere il nemico alla resa incondizionata o quantomeno a venire, come si dice, a più miti consigli. Esiste un solo fronte di guerra, e la distinzione tra militari e civili non ha più senso. Com’è noto, nel 1943 Stalin si oppose all’evacuazione della popolazione civile da Stalingrado per costringere l’Armata Russa (altro che rossa!) a non indietreggiare di un solo millimetro, peraltro lo stesso ordine che, dall’altra parte della barricata, l’esercito tedesco ricevette da Hitler: militari e civili, uomini e donne, vecchi e bambini: tutti furono costretti a dare il loro “prezioso contributo” alla causa della “grande guerra patriottica”. Poi sarà il leader nazista (e, non dimentichiamolo, ex alleato di ferro del leader sovietico ai tempi del noto Patto sottoscritto nel 1939) a opporsi nel 1945, a guerra ormai strapersa, all’evacuazione della terrorizzata e affamata popolazione di Berlino, presa in ostaggio nel tentativo disperato di vendere cara la pelle del regime e magari strappare ai nemici condizioni di resa un po’ meno disastrose per la Germania. Insomma, nella guerra moderna la popolazione civile è presa in ostaggio da tutti gli eserciti, ed è usata come “scudo umano” soprattutto dagli eserciti che rischiano di cadere in disgrazia. Sotto questo aspetto, la battaglia di Aleppo è stata davvero emblematica.

Ho accennato alla famigerata battaglia di Stalingrado anche perché è stato il macellaio di Damasco Bashar al Assad, e sulla sua scia non pochi “antimperialisti” (in realtà non più che antiamericani e anti israeliani di vecchissimo e di nuovo conio) basati in Occidente, a porre per primo, in chiave propagandistica, l’analogia tra quella battaglia e la tragedia di Aleppo. Anche il patetico Staffan De Mistura, l’inviato dell’Onu per la Siria dal luglio 2014, parlò qualche mese fa di Aleppo come della «Stalingrado siriana»: «chi vince lì fa pendere la bilancia dalla sua parte»; di qui il carattere particolarmente micidiale che il conflitto siriano ha assunto in quella martoriata città, ridotta a un ammasso di case sventrate, a una mortifera trappola che tiene sotto sequestro migliaia di vecchi di donne e di bambini, prezioso materiale biologico da offrire in sacrificio al Moloch. Ma su questi fatti si riflette nelle pagine che il lettore avrà la bontà di leggere.

Anche sulla definizione di Sistema mondiale del terrore, concetto elaborato con un preciso intento polemico nei confronti della cosiddetta guerra al terrorismo (per chi scrive terrorizzante e terroristica è la società mondiale presa nella sua disumana totalità), rimando ai post dedicati al tema che il lettore trova in questo PDF, nel quale ho raccolto una parte degli articoli che ho pubblicato negli ultimi sei anni sulla guerra in Siria, sulle cosiddette Primavere Arabe, sulla Questione Mediorientale in generale e sulla cosiddetta radicalizzazione islamista. Gli articoli scelti seguono un ordine cronologico, così che il lettore possa farsi almeno un’idea circa l’evoluzione della situazione “sul campo” e sul dibattito politico-teorico che l’ha accompagnata. Non ho fatto nessun lavoro di revisione dei testi; spero che la ripetizione di argomenti, di concetti e di singole frasi non disturbi oltremodo la pazienza del lettore.

Nel 2011 iniziava in Siria quella che molti hanno definito una «rivoluzione aconfessionale, portata avanti da una parte della società siriana, che reclama libertà, dignità e pari diritti. Una rivoluzione sulla quale si è abbattuta una forte repressione da parte del regime siriano». Così scrive ad esempio Shady Hamadi, attivista per i diritti umani, come egli si definisce, nonché estimatore di Antonio Gramsci e autore di Esilio dalla Siria (ADD Editore, 2016), un breve saggio che ho letto la scorsa settimana. Come il lettore avrà modo di appurare compulsando lo scritto che ha sotto gli occhi, chi scrive non solo non ha mai definito le Primavere Arabe nei termini di eventi rivoluzionari, ma come ha piuttosto cercato di criticare le interpretazioni “rivoluzionarie” delle scosse telluriche che hanno scosso, e che continuano a scuotere, le società mediorientali (2).

Proprio in questi giorni ho riletto quanto ebbe a scrivere Marx nel 1856 a proposito dei moti rivoluzionari del 1848: «Le cosiddette rivoluzioni del 1848 non furono che meschini episodi – piccole rotture e lacerazioni nella dura crosta della società europea». Il lapidario giudizio marxiano, espresso intorno a un eccezionale periodo storico che fece epoca, mi ha fatto subito pensare alla pochezza sociale e intellettuale dei nostri tempi, quando la parola magica “rivoluzione” è usata a destra e a manca per designare ogni sorta di evento. Non c’è nuovo modello di iPhone o di automobile che dal marketing non sia definito “rivoluzionario” rispetto ai precedenti modelli (prodotti solo pochi mesi, o giorni, prima); non c’è starnuto del processo sociale che potenzialmente non meriti di finire nella rubrica degli “eventi rivoluzioni”. Viviamo in una vera e propria inflazione “rivoluzionaria”. Centosessanta anni fa Marx poté, per così dire, permettersi il lusso di parlare del grandioso 1848 nei termini di «cosiddette rivoluzioni» e di «meschini episodi»: che invidia! Chiudo questa breve parentesi “storica” citando i passi di una canzone di Franco Battiato: «L’ayatollah Khomeini per molti è santità. Abbocchi sempre all’amo. Le barricate in piazza le fai per conto della borghesia che crea falsi miti di progresso» (Up Patriots To Arms). Di qui, mi permetto di chiosare, la necessità di farsi classe autonoma dei dominati di tutto il mondo, il cui disagio sociale e la cui rabbia oggi vengono facilmente usati dalle forze della conservazione sociale per supportare interessi di vario genere: economici, politici, geopolitici, ideologici.

Ovviamente con ciò non voglio in alcun modo dar credito alla tesi di chi ha voluto vedere nelle ormai declassate Primavere Arabe solo un complotto ordito dal cattivo Occidente per spazzare via regimi che opponevano una certa resistenza all’omologazione neoliberista necessaria al processo di globalizzazione capitalistica. Nel suo libro Hamadi, nato a Milano nel 1988 da mamma italiana e padre siriano, dimostra come a proposito del macello siriano la tesi del complotto internazionale teso a distruggere l’ultima Repubblica Araba rimasta indipendente dalle Potenze regionali e mondiali, come recita il format propagandistico del regime siriano ripreso da non pochi “antimperialisti” italiani, non abbia alcun fondamento, come peraltro confermano gli ultimi avvenimenti. «Si vocifera di una futura ridefinizione della Siria in chiave federale, cosa che verrà fatta attraverso una riforma costituzionale dopo nuove elezioni, ma appare evidente che le potenze vincitrici, cioè Russia, Iran e ora la Turchia, avranno nel quadro siriano rispettive zone di influenza. Oltre a loro sarà da vedere cosa otterranno i curdi siriani dell’Ypg, perennemente osteggiati dalla Turchia ma autori di importanti vittorie, ad esempio a Kobane (hanno combattuto anche con i regolari ad Aleppo), e gli Hezbollah libanesi. Sconfitti – è inutile girarci in torno – gli occidentali, che contavano di subentrare alla zona di influenza russa, e le monarchie del Golfo, le quali hanno sovrapposto alla crisi un’infinità di assurde guerre a cominciare da quella confessionale tra sciiti e sunniti e quindi con l’Iran, per arrivare a quella tra Arabia Saudita (al-Qaeda) e Qatar (Isis) per il predominio nel Medio Oriente» (E. Oliari, Notizie Geopolitiche, 29 dicembre 2016). Scrivevo nell’ultimo post dedicato all’infernale situazione di Aleppo: «La sorte del regime siriano è completamente nelle mani della Russia e dell’Iran, e la cosa appare evidente soprattutto ad Assad, che infatti teme di essere sacrificato, prima o poi, sull’altare di un accordo tra la Russia di Putin e l’America di Trump (“l’equazione sconosciuta”, secondo la definizione di Le Figaro), magari con l’intesa dell’Iran e della Turchia. In ogni caso, alla “guerra di liberazione” del macellaio di Damasco possono dar credito solo certi inquietanti personaggi che animano l’escrementizio “campo antimperialista”». Personaggi che, infatti, oggi brindano con vodka e italianissimo spumante alla vittoria rigorosamente “antimperialista” della Russia e dell’Iran.

Leggo su un sito “antimperialista”: «Dopo il precedente libico era inimmaginabile che la Russia rimanesse nuovamente alla finestra assistendo alla perdita del suo unico punto d’appoggio navale nel mediterraneo (3), ed era altrettanto inimmaginabile un’inazione da parte dell’Iran di fronte alla possibile caduta della cosiddetta mezzaluna sciita e al suo relativo isolamento». Dal punto di vista strettamente geopolitico, ossia considerato dalla prospettiva degli interessi che fanno capo agli Stati (alle Potenze regionali e internazionali), il ragionamento non fa una piega. Ma da dove ricava l’antimperialista duro e puro la necessità di appoggiare gli interessi dell’imperialismo russo-iraniano contro gli interessi di altri imperialismi?  Certi “antimperialisti” non riescono nemmeno a concepire una posizione indipendente da parte dei dominati o, quantomeno, delle sue – quasi sempre supposte – avanguardie: o si sta con la Russia oppure con gli USA, con l’Iran oppure con l’Arabia Saudita, con l’Esercito regolare siriano o con quello irregolare dell’opposizione (4), con il macellaio di Damasco oppure con quello di Ankara, con gli hezbollah e i fondamentalisti sciiti oppure con la milizia del califfato e altra robaccia sunnita. La loro realpolitik deve sposare per forza la causa di un campo imperialista (nella fattispecie quello centrato sulla Russia e l’Iran) contro il campo avverso: non riescono a immaginare altra prassi politica “concreta”, in grado di “incidere”, e non solo di “testimoniare”. Peccato che quella di molti “antimperialisti” sia una concretezza tutta spesa sul terreno delle classi dominanti e dei loro Stati. Alla loro realpolitik ultrareazionaria contrappongo la testimonianza del punto di vista umano, oggi annichilito dallo strapotere del Sistema mondiale del terrore. Meglio l’urlo del disperato che l’ottimismo “rivoluzionario” affettato dalla sciocca mosca cocchiera.

Cito sempre dal blog “antimperialista” di cui sopra: «La guerra, è quasi banale sottolinearlo, è sempre atroce, e lo è ancor di più quando è combattuta fra civili che spesso vengono utilizzati da una parte o dall’altra come strumento di pressione o come scudi umani. Siamo convinti, come il Che, che essere capaci di sentire nel più profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo sia una delle qualità più belle dei rivoluzionari. Se però si rimane esclusivamente nel campo delle emozioni, suscitate ad arte da chi oggi ne detiene il monopolio, il rischio che si corre è quello di restare eterne vittime di quel “terrorismo multimediale dell’indignazione” con cui l’opinione pubblica mondiale negli ultimi decenni è stata manipolata e piegata ad ogni avventura neocoloniale». Leggendo i passi appena riportati forse il lettore crederà di scorgervi  una lunghissima coda di paglia, peraltro sporca del sangue versato dalla popolazione siriana; personalmente non credo che chi pensa in quel modo sia capace di una qualche forma di dubbio autocritico, ancorché celato da pose di dura e pura militanza “rivoluzionaria”. È poi notevole, oltre che caratteristico, il fatto che taluni “antimperialisti” individuino «avventure neocoloniali» solo da un lato dell’Imperialismo unitario (5): il solito! Ricordo come durante l’occupazione russa dell’Afghanistan gli “antimperialisti” di allora negassero in ogni modo che si potesse individuare un fondamento comune nelle politiche estere dell’Unione Sovietica e degli Stati Uniti d’America, e in ogni caso nulla che avesse a che fare con il concetto di Imperialismo, il quale calzava a pennello solo alla politica estera e alla prassi economica degli USA. Eppure già Lenin, ad esempio nella sua celebre opera Lo sviluppo del capitalismo in Russia, scritta tra il 1896 e il 1898, notò come la direttrice espansiva che dal Caucaso si irradiava verso l’Asia Centrale e il Golfo Persico offrisse al giovane Capitalismo russo un vasto e “naturale” territorio da colonizzare (6). Ma lasciamo il “cielo della teoria” e veniamo a questioni politicamente più “concrete”.

Finisco la precedente citazione: «E se queste sono le alternative in campo, anche il né-né-ismo di alcuni compagni rischia di suonare un po’ pilatesco».  Come se la sola scelta possibile fosse tra il leccare il sedere a questo o a quell’imperialismo (a me il sedere di tutti gli imperialisti, grandi o piccoli che siano, dà il voltastomaco!) e una posizione di indifferente neutralità. A certi “antimperialisti” piace vincere facile, e così essi scelgono gli avversari politici che più fa loro comodo, che meglio fa risaltare la loro caratura “rivoluzionaria”. Alla miserabile politica filo-imperialista di simili “antimperialisti” e al «né-né-ismo di alcuni compagni», io oppongo il controtuttismo di chi fa di tutti gli imperialismi, di tutti gli Stati nazionali e di tutti i loro servitori (inclusi quelli che affettano pose “antimperialiste”) un solo disumano fascio meritevole di andare a fuoco.

Nel suo libro Shady Hamadi ricostruisce la genesi della guerra siriana, connettendola con la storia passata e recente della Siria e del Medio Oriente, in modo da collocare correttamente sul piano storico-sociale il regime istallatosi nel Paese con il colpo di Stato del 19 ottobre 1970; e dimostra anche come sia stato il regime di Damasco a cercare scientemente la radicalizzazione dello scontro politico-sociale in chiave di settarismo religioso per catturare il consenso della minoranza alawita che lo sostiene (7), per annegare nel sangue ogni forma di dissenso e per accreditarsi agli occhi dell’opinione pubblica internazionale come l’unico vero nemico del fondamentalismo islamico, nonché come uno statista interessato a realizzare una società laica e rispettosa di tutte le religioni. E ha fatto ciò con grande spregiudicatezza, ad esempio lasciando mano libera in molte occasioni alla milizia del Califfato Nero, in modo che essa terrorizzasse la popolazione sciita costringendola a trovare protezione sotto le ali del regime, che l’ha prontamente usata contro la popolazione sunnita che sosteneva l’opposizione al regime, accusata dalla propaganda orchestrata da Assad di voler fare della Siria un Califfato sunnita che avrebbe cancellato ogni traccia della presenza alawita.

I limiti “progressisti” di Hamadi vengono fuori soprattutto quando si tratta di «individuare le vittime e colpire i colpevoli». Le vittime si possono facilmente individuare: per farlo è sufficiente guardare le case sventrate di Aleppo e di altre città in Siria, in Iraq nello Yemen e altrove. Per ciò che concerne i «colpevoli» da colpire la cosa diventa meno scontata. Hamadi, ad esempio, tra i colpevoli mette solo i protagonisti di uno schieramento: il regime siriano, la Russia di Putin, l’Iran e la galassia sciita. Secondo lui l’imperialismo americano e quello europeo sarebbero, se solo lo volessero, i veri alleati del popolo siriano in lotta per la pace e per la libertà, e per questo si augura «una lotta contro l’indifferenza», come recita il sottotitolo del suo libro. In tutto ciò, «L’Italia ha un ruolo culturale molto potente. Rispetto a un tedesco, per esempio, nel mondo arabo l’italiano è visto come più vicino alla sua identità e alla sua storia. Abbiamo quindi una possibilità di dialogo maggiore con gli arabi. Anche a livello geografico siamo vicinissimi a loro e dovremo essere noi i primi a portare le istanze arabe all’Unione Europea» (8). La geopolitica dell’Italia, potenza imperialista regionale tutt’altro che stracciona, non poteva trovare migliore sintesi – e mistificazione: l’Italia come benevola potenza culturale. Sic!

Per quanto riguarda la fenomenologia ideologica della guerra che scuote il Medio Oriente e una parte dell’Africa, è qui appena il caso di ricordare che non raramente, e anzi piuttosto frequentemente, la lotta tra le varie fazioni di potere ha preso in diverse parti del mondo l’aspetto dello scontro settario confessionale. Checché ne dicano Angelo Panebianco e Giuliano Ferrara, forse fra i più attivi nella “battaglia culturale” anti-islamista, non è partendo dalla questione religiosa, e nemmeno ponendola al centro dell’analisi, che possiamo dare un senso storico e sociale al groviglio di questioni che danno corpo ai violenti fenomeni che squassano il tessuto sociale dei Paesi musulmani, e che noi occidentali avvertiamo per adesso in forma assai attenuata. Scrive Panebianco: «Se si nega alla lotta armata dei jihadisti carattere religioso, se si sostiene che in quel caso la religione è un pretesto (che nasconde gli interessi materiali in gioco), una specie di “sovrastruttura”, di “oppio dei popoli”, non ci si avvede che un simile ragionamento potrebbe essere esteso logicamente fino a ricomprendere le scelte religiose di chiunque, cristiani inclusi» (Corriere della Sera, 3 gennaio 2017). Ciò consente al prestigioso intellettuale di toccare un tema centrale nella “battaglia culturale” tesa a difendere i valori della Civiltà occidentale, quello della sua «secolarizzazione/scristianizzazione»: «Fra tutte le aree del mondo l’Europa è quella in cui il processo di secolarizzazione (la scomparsa del sacro dalla vita individuale e collettiva) ha raggiunto i massimi livelli: nella sua parte protestante come in quella cattolica (e il fatto non è contraddetto dalla popolarità di cui gode anche fra i non credenti, anche fra tanti atei dichiarati, l’attuale Pontefice). Contrariamente a quanto immaginavano gli illuministi (quelli francesi, non quelli anglosassoni), la scristianizzazione non ha eliminato la “superstizione”, non ha reso gli europei “più razionali”. Ha invece aperto la strada a varie forme di regressione culturale. Per citare solo la più impressionante: sono ormai legioni coloro che pensano seriamente che non ci siano differenze fra uomini e animali (domestici e non). È arduo, per una società siffatta, accettare l’idea che ci sia gente disposta a uccidere e a farsi uccidere in nome di un credo religioso. La secolarizzazione/scristianizzazione porta con sé l’impossibilità di capire un fenomeno del genere». Detto in estrema – e forse volgare – sintesi, l’Occidente sente di non avere più valori per la cui difesa si può anche accettare l’idea dell’estremo e definitivo sacrificio; noi subiamo un irreparabile shock esistenziale se per una tragica fatalità mettiamo sotto le ruote della nostra auto un gattino, mentre il nemico jihadista va incontro alla propria morte col sorriso sulle labbra: come possiamo sperare di batterlo? Probabilmente sono considerazioni di questo genere che spingono diversi intellettuali occidentali di opposto orientamento politico a simpatizzare per il virile Putin, la cui “maschia” politica di potenza sembra almeno rispondere a canoni semplici e riconoscibili.

Naturalmente Panebianco non è così stupido da negare il peso degli «interessi materiali in gioco», perché «nel Medio Oriente attuale, divisioni religiose (ad esempio, fra sunniti e sciiti), divisioni nazionali (ad esempio, fra turchi e curdi), logica di potenza e interessi economici (petrolio e altro), interagiscono, dando luogo a un intricatissimo mosaico. Religione e “interessi” non si escludono mai a vicenda. Gli esseri umani sono complicati. Anche quando pensano “all’Al di là” non smettono, per lo più, di ricercare vantaggi nell’al di qua». Non c’è dubbio; anche se ricorrere al concetto di “essere umani complicati” mi sembra quantomeno riduttivo, diciamo. Forse il concetto chiave idoneo a districare l’intricata matassa potrebbe essere quello di processo sociale capitalistico, un processo storico-sociale che va approcciato nella sua totalità (economia, politica, ideologia, scienza, psicologia) e nella sua dimensione planetaria. Anche su questi temi si riflette nel presente PDF. Ha detto qualche tempo fa il Santissimo Padre: «Quando parlo di guerra, parlo di guerra sul serio, non di guerre di religione». Ecco, spero che il mio sforzo di analisi e di critica sia quantomeno all’altezza della considerazione francescana. Buona lettura!

(1) «La Turchia di oggi è il risultato di questo groviglio di scelte, ed è un campo corso da tante guerre. Compresa la guerra di un terrorismo islamista che non è l’importazione dell’Isis ma si nutre della rabbia interna contro il “tradimento” di Erdogan. Che cosa vada preparando a se stessa la Turchia di Erdogan è ora impossibile prevedere. Si è spinta troppo oltre per riprendere il filo della conciliazione coi suoi curdi nella prospettiva del riconoscimento di un’autonomia federale e di una apertura culturale, che tuttavia sarebbe ancora il primo bandolo dal quale ricominciare la risalita dalla violenza senza tregua. Avrebbe dovuto essere anche l’impegno principale dell’Unione Europea nei confronti di Erdogan, quando era il momento, e quando invece la signora Merkel andò rovinosamente a rendere visita a Erdogan alla vigilia delle elezioni anticipate preparate dalla repressione e dal terrore. Ora, se nessuna intelligenza diversa saprà farsi viva, la Turchia oscilla fra un Erdogan risoluto a durare al costo di una repressione sempre più feroce e arbitraria, e un destino “siriano” di bande armate e burattinai esterni. Destino cui sono legate a doppio filo Europa e Nato» (A. Sofri, Il Foglio, 3/1/2017). Sofri è uno di quegli intellettuali a cui piace un più intelligente e più umano assetto della società capitalistica mondiale, o quantomeno occidentale. A volte mi chiedo se sono più utopista io o certi personaggi orientati in senso progressista e umanitario. Di certo il destino dell’Europa e della Nato non è qualcosa che possa turbare i miei sogni. Diciamo.

(2) «Prima di ogni considerazione è utile dire cosa non è rivoluzione. Negli ultimi anni, con mezza umma in fiamme e presidenti più o meno dispotici rovesciati dalle piazze rabbiose, “rivoluzione” era parola che entrava – al pari di “primavera” – perfino nelle conversazioni serali, a cena. In realtà, spiega Prodi nella premessa al saggio [Il tramonto della rivoluzione, Il Mulino, 2015], “tali fenomeni non solo non hanno niente a che fare con le rivoluzioni, ma ne sono spesso il contrario”. Illusione collettiva, dunque. Basterebbe, d’altronde, riprendere quanto scriveva Ivan Kratsev, che in poche righe aveva smontato per tempo quelle che l’autore definisce “le analisi boriose degli specialisti”. Osservava infatti Kratsev che “l’ondata di proteste non ha segnato il ritorno della rivoluzione: le proteste, come le elezioni, servono piuttosto a tenere il più lontano possibile la rivoluzione e le sue promesse di un futuro radicalmente diverso”» (M. Matzuzzi, Il Foglio, 25/05/2015). Rinvio ai diversi post dedicati alla questione.
(3) Mosca torna prepotentemente ad occuparsi del Medio Oriente e dei suoi interessi regionali. E lo fa schierando una dozzina di navi da guerra nei pressi della sua unica base navale estera, quella siriana di Tartus. Bastimenti “sottratti” alla Flotta russa del Mar Nero, del Baltico e del Pacifico, questi per la prima volta nel Mare Nostrum dopo oltre vent’anni di assenza. […] Era il 31 dicembre 1992, esattamente un anno dopo la deflagrazione dell’Urss, quando Mosca decise di smantellare la sua 5ª Flotta, lo squadrone di decine e decine di navi da guerra presenti nel Mediterraneo. Oggi, dopo oltre vent’anni, eccole di nuovo. In numero inferiore, ma ugualmente pronte a difendere gli interessi della Russia e i suoi alleati» (M D. Bonis, Limes, 22/05/2013). «Paradossalmente la Russia è un Paese debole, un colosso dai piedi d’argilla dalle infrastrutture obsolete, il suo Pil è inferiore a quello dell’Italia, dipende dalle esportazioni di greggio e gas. Però Putin e Lavrov hanno saputo giocare benissimo a loro favore le debolezze occidentali. Ora godono della luna di miele con Trump, si permettono una fuga in avanti per dettare nuove regole del gioco prima che questi prenda davvero in mano le redini della politica Usa». È la fine della nato? «No, non lo credo. Putin ha il fiato corto: vince sullo scatto, però non tiene nella resistenza. Le sue sono vittorie di breve periodo. Trump lo sostiene per motivi tattici. Ma è anche un pragmatico e gli Stati Uniti sono infinitamente più forti» (Intervista a Gilles Kepel, Il Corriere della Sera, 29/12/2016).
Intanto, non pochi sovranisti italioti di “destra” e di “sinistra” si godono la spettacolare «luna di miele» tra la strana coppia. Fin che dura…
(4) Scrivevo nel 2012: «Il cosiddetto Esercito Siriano Libero è foraggiato finanziariamente e militarmente soprattutto dalla Turchia e dall’Arabia Saudita, che giocano, come sempre, una doppia partita: una per conto dell’Occidente (Stati Uniti, in primis) e una per proprio conto, per conseguire obiettivi economici e politici fin troppo evidenti, e che hanno nell’Iran il loro punto di snodo più delicato. La dialettica fra sciismo e sunnismo ha senso solo se inquadrata all’interno di questo schema. Insomma, analogamente alla cosiddetta Primavera Araba, la guerra che si combatte oggi in Siria ha un segno interamente negativo per le masse subalterne di quel Paese, come per le masse arabe in generale, le quali versano sangue – e patiscono fame e oppressione – per conto di forze, nazionali e transnazionali, che sono nemiche dell’umanità e della libertà. In questo scontro esse non hanno nulla da guadagnare, mentre rischiano tutti i giorni di perdere anche la “nuda vita”. Ecco cosa accade alla massa degli sfruttati quando non hanno la coscienza e la forza di porsi come classe, ossia come un soggetto attivo di storia, e non come strumenti passivi di una storia scritta, con l’inchiostro rosso-sangue, dalle classi dominanti, non raramente divise in fazioni che si disputano il controllo di un Paese o di un’area geopolitica» (Cosa ci dice la Siria).
(5) Quando parlo di Imperialismo unitario (non unico!) intendo riferirmi al sistema mondiale dell’imperialismo, o, detto in altri e più “dinamici” termini, alla competizione capitalistico-imperialista per il potere (economico, scientifico, tecnologico, ideologico, militare, in una sola parola: sociale) che nel XXI secolo vede la partecipazione agonistica di alleanze politico-militari grandi e piccole, internazionali e regionali, di Paesi grandi e piccoli, di multinazionali grandi e piccole, di aree continentali in reciproca competizione sistemica, di gruppi politici ed economici anche “non convenzionali”, ossia non riconducibili immediatamente agli Stati nazionali e alle istituzioni economico-finanziarie “tradizionali”. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, assai significativi mi appaiono i passi che seguono tratti dal saggio La funzione rivoluzionaria del diritto e lo stato scritto dal bolscevico Pëtr Ivanovic Stučka nel 1921: «Circa la sfera che il diritto abbraccia si ritiene che l’obiezione più pericolosa [al punto di vista classista-rivoluzionario] sia quella relativa al diritto internazionale. Vedremo però che il diritto internazionale – in quanto è in generale diritto – è pienamente conforme alla nostra definizione; e su ciò l’imperialismo contemporaneo, e particolarmente la guerra mondiale e le sue conseguenze, ha fatto aprire gli occhi a tutti. Noi parliamo infatti di un’autorità organizzata da una classe, senza denominarla Stato, proprio per abbracciare una sfera giuridica più larga» (in Teorie sovietiche del diritto, pp. 16-17, Giuffrè, 1964). In ogni caso, Imperialismo unitario e Sistema mondiale del terrore sono espressioni di una stessa realtà, concettualizzazioni di una stessa cosa, se non lo stesso concetto rubricato in due modi diversi.
(6) «L’importante è che il capitalismo non può esistere e svilupparsi senza estendere continuamente la sfera del suo dominio, senza colonizzare nuovi paesi e trascinare i vecchi paesi non capitalistici nel turbine dell’economia mondiale. E questa particolarità del capitalismo si è manifestata e continua a manifestarsi con grandissima forza nella Russia» (Lenin, Lo sviluppo del capitalismo in Russia, Opere, III, p. 599, Editori Riuniti, 1956). In un certo senso l’intervento dell’imperialismo “sovietico” in Afghanistan rappresentò per questo Paese un’occasione di modernizzazione capitalistica che veniva a intaccare i vecchi equilibri di potere. I limiti del Capitalismo russo, assai arretrato se confrontato con quello americano ed europeo, spiegano in larga parte la grave sconfitta dell’impresa russa in Afghanistan che accelererà il processo di disgregazione dell’Unione Sovietica. Anche la Russia di Putin deve confrontarsi con la debolezza strutturale del Capitalismo russo.
(7) «Le fortune sociali degli alawiti cominciano sommessamente, sotto il Mandato francese sulla Siria negli anni Venti e Trenta del secolo scorso. Dopo la grande rivolta siriana del 1925, la Francia cerca di riprendere in mano la situazione e recluta tra gli alawiti – disprezzati dal resto dei siriani – un corpo di fedeli caporali e sottoufficiali. Il Peso degli alawiti crescerà molto lentamente all’interno delle forze armate e prenderà corpo solo con la formazione del Partito socialista della resurrezione panaraba (Baas). […] Hafez Al Assad da pilota si fa strada fino ai vertici militari come generale di aviazione. Per poi diventare ministro della Difesa nella seconda metà degli anni Sessanta. […] Hafez Al Assad, pur essendo un fido alleato già allora dell’Urss di Nikita Khrusciov e Leonid Breznev, si trovò ben presto in rotta di collisione con le correnti più estremiste e collettiviste perché cercava un compromesso con la borghesia mercantile damascena e aleppina, (che quindi non data dall’altro giorno) e con le comunità religiose non musulmane, come le diverse confessioni cristiane fortemente presenti nelle professioni liberali e tecniche oltreché nel commercio. L’ascesa ai vertici dello Stato e della Repubblica data dall’autunno del 1970. [… ] L’ascesa ai vertici di Assad padre e zio, poi in acerba lite tra loro, ha condotto nel corso di oltre un quarantennio a una forte penetrazione della minoranza alawita (tra il 12-15%) della popolazione – ma le stime vanno prese con beneficio d’inventario – nelle forze armate e negli apparati vitali dello Stato. Ciò non significa che, per un quarantennio, il clan degli Assad abbia potuto reggersi unicamente sugli alawiti o su altre minoranze religiose, senza il consenso di importanti settori sociali emanazione della maggioranza religiosa sunnita. La rivolta degli ultimi 11 mesi sta però a dimostrare che questo consenso si è largamente infranto» (P. Somaini, Linkiesta, 12/02/2012).
(8) Intervista rilasciata da Shady Hamadi a Wereporter.

LA QUESTIONE SIRIANA E LA MALATTIA SENILE DEL TERZOMONDISMO

Una cosa sensata a proposito della guerra in Siria il blog socialsovranista Aurora l’ha finalmente esternata: «L’orientamento di classe di un’organizzazione, trova sempre la sua massima espressione nella sua politica internazionale» (La guerra per procura della Cia in Siria e la “sinistra” pro-imperialista). Non c’è il minimo dubbio: sottoscrivo a occhi chiusi questa tesi. Ed è proprio sulla scorta di questa tesi che in diversi post mi sono permesso di giudicare ultrareazionaria fino al parossismo la posizione “antimperialista” di chi sostiene il regime (altrimenti chiamato «popolo») siriano.

A proposito di «popolo», un concetto schiettamente borghese sotto ogni rispetto: storico, politico, filosofico, ecco cosa scrivevano i comunisti, quelli veri, nel 1920, mentre con un entusiasmo senza pari che presto andrà deluso seguivano gli eventi rivoluzionari in Germania, in Italia e in Polonia: «Il partito comunista mette in primo piano la netta separazione degli interessi delle classi oppresse, dei lavoratori, degli sfruttati, dal concetto generale dei cosiddetti interessi del popolo, che significano gli interessi della classe dominante» (Tesi sulla questione nazionale e coloniale approvate al II Congresso dell’Internazionale Comunista). E, si badi bene, quei comunisti scrivevano questa tesi che rappresenta il minimo sindacale per ogni militante “internazionalista” che si rispetti in un momento in cui il processo storico assegnava alla borghesia dei paesi sottoposti allo sfruttamento coloniale diretto e indiretto da parte delle potenze imperialistiche un ruolo fortemente rivoluzionario, beninteso sul terreno dello sviluppo capitalistico. Basta ricordare la Cina, l’India, il Medio Oriente e via di seguito. Eppure, anche in quel momento «il partito comunista» avvertiva i suoi militanti a non sacrificare l’autonomia di classe del proletariato sull’altare degli interessi nazionali, quant’anche «storicamente rivoluzionari», o quantomeno «progressivi».

Da allora il mondo ne ha fatta di strada, e adesso l’intera (dis)umanità cammina sotto un cielo interamente capitalistico. In nessun luogo del pianeta la borghesia svolge una funzione minimamente progressiva, e il concetto e la prassi di nazione hanno una natura reazionaria persino là dove (come in Palestina) ancora esiste, in forma sempre più residuale e incancrenita, una «questione nazionale». Beninteso, anch’io sostengo, peraltro senza alcun entusiasmo, la «causa palestinese», quella, detto di passata, strumentalizzata da decenni (dal 1948) dai paesi mediorientali in chiave di politica interna (controllo sociale delle masse) e internazionale (lotta per l’egemonia nella delicata regione); ma lo faccio in vista di un superamento da parte dei palestinesi del feticcio nazionalistico, e non certo perché attribuisca alla nazione palestinese chissà quale valenza “rivoluzionaria” o semplicemente “progressiva”. Nel XXI secolo il nazionalismo è un veleno per le classi subalterne persino anche dove rimane aperta una «questione nazionale».

In questo contesto storico e sociale tirare in ballo «il popolo» da parte di chi affetta pose antimperialistiche è semplicemente grottesco, tanto più quando è scoperto che essi appoggiano gli stati, eletti a campioni della lotta antimperialista, non certo le moltitudini, peraltro assoggettate al totale controllo della fazioni che si stanno disputando il potere nella calda regione mediorientale. Giustissimo denunciare il ruolo imperialistico, nella questione siriana, dell’imperialismo occidentale e dei suoi alleati regionali; ma questo prezioso lavoro cambia completamente di segno nel momento in cui si finisce per fare il tifo per le potenze, altrettanto imperialistiche, che vi si oppongono. Si dice: «la denuncia non basta, bisogna fare qualcosa di più concreto». Sostenere una della parti in conflitto? Bella concretezza, non c’è che dire! La verità è che ci troviamo a che fare con la fase senile e putrescente del Terzomondismo, ossia della vecchia ideologia, covata a Mosca e a Pechino, secondo la quale l’Occidente è il male assoluto, mentre il «socialismo reale» e i Paesi in via di sviluppo erano gli alleati del proletariato occidentale. Questa ideologia era reazionaria quando nacque, figuriamoci oggi. Eppure c’è gente che continua a masticare questa robaccia, che ha servito solo gli interessi di potenza dei paesi che aspiravano, del tutto legittimamente sul piano del processo storico, a un posto al sole nell’agone della contesa mondiale.

Della serie: come sostenere una causa ultrareazionaria.

«Washington sta anche aiutando a distribuire armi e denaro donati dai suoi alleati di destra del Medio Oriente, Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Queste potenze non stanno conducendo una lotta per la democrazia, come parte della “primavera araba”, l’ondata di insurrezioni rivoluzionarie della classe operaia che ha rovesciato i dittatori filo-USA in Tunisia e in Egitto l’anno scorso, e terrorizzato Washington e i suoi alleati in Medio Oriente». Capito? Se la «primavera araba» indebolisce gli alleati regionali degli Stati Uniti trattasi di «insurrezioni rivoluzionarie della classe operaia» (veramente l’ideologia è una brutta bestia!), se invece essa indebolisce il fronte anti-USA viene retrocessa a complotto internazionale teso a cacciare gli eroi dell’antimperialismo. Pro-USA (e Israele, c’è bisogno di specificarlo?) ovvero anti-USA: ecco il criterio “antimperialistico” che informa la politica di questi “internazionalisti” senza se e senza ma. Ma! Valli a capire. Sulla cosiddetta «Primavera Araba» rimando ai miei post scritti sul tema.

Il silenzio del pacifismo internazionale (molto attivo quando a sparare sono gli Stati Uniti e Israele) e l’attivismo politico dei sostenitori del massacratore di Damasco la dicono assai lunga sull’attuale impotenza politica e sociale delle classi dominate, incapaci di trovare il filo di una iniziativa politica contrassegnata dall’autonomia di classe tanto sul fronte della guerra economica (svalutazione delle merci, a partire dalla forza-lavoro, distruzione di capitali, conquista di mercati e di fonti energetiche, spending review, politica lacrime e sangue, ecc.) quanto sul fronte delle crisi internazionali. Metto un punto, in attesa di venir denunciato dagli “antimperialisti” duri e puri come un servo sciocco delle «agenzie politiche dell’imperialismo».

Rimando a COSA CI DICE LA SIRIA

COSA CI DICE LA SIRIA

Mentre scrivo Damasco brucia. Ancora qualche giorno fa il macellaio Assad, legittimo erede di un padre massacratore di siriani e di palestinesi (soprattutto quelli non inclini a fungere da servi sciocchi degli interessi di potenza regionale della Siria, anche per conto dell’imperialismo Russo), giurava che i «traditori» dell’Esercito Siriano Libero non sarebbero mai entrati nella capitale. Ieri la Russia e la Cina hanno posto il veto sulla risoluzione onusiana contro il regime di Damasco, a dimostrazione della reale natura politica delle Nazioni Unite, un organismo internazionale che rispecchia i rapporti di potenza fra le maggiori nazioni del pianeta, in parte cristallizzando la situazione venuta fuori dal secondo macello mondiale. Per questo ho sempre messo in guardia i pacifisti dal cullare illusioni circa la funzione “umanitaria” di quell’organizzazione transnazionale, la cui esistenza si è dipanata, e non poteva non dipanarsi, interamente nel seno della contesa imperialistica mondiale, come strumento politico-ideologico delle potenze e appunto come espressione dei loro interessi e della loro forza.

Mentre per la Russia di Putin la Siria rappresenta il suo ultimo avamposto nel Mediterraneo, anche a memento di un glorioso passato imperialistico, per la Cina il problema siriano si pone in termini più complessi, legati soprattutto al suo dinamismo economico-politico in un’area particolarmente “calda” del pianeta, nonché ricca di quelle materie prime di cui il vorace Capitalismo cinese ha assoluto bisogno per sostenere i suoi necessariamente alti ritmi di accumulazione. Pechino vede ogni perturbazione internazionale come un potenziale fattore di squilibrio di quello status quo geopolitico che ha garantito alla Cina decenni di successi economici e politici. Ma il regime cinese ha negli anni dimostrato anche un notevole tasso di spregiudicatezza politica, che gli ha permesso di incunearsi nelle crepe apertesi sulla crosta del vecchio ordine mondiale.

Il cosiddetto Esercito Siriano Libero è foraggiato finanziariamente e militarmente soprattutto dalla Turchia e dall’Arabia Saudita, che giocano, come sempre, una doppia partita: una per conto dell’Occidente (Stati Uniti, in primis) e una per proprio conto, per conseguire obiettivi economici e politici fin troppo evidenti, e che hanno nell’Iran il loro punto di passaggio più delicato. La dialettica fra sciismo e sunnismo ha senso solo se inquadrata all’interno di questo schema.

Insomma, analogamente alla cosiddetta Primavera Araba, la guerra che si combatte oggi in Siria ha un segno interamente negativo per le masse subalterne di quel Paese, come per le masse arabe in generale, le quali versano sangue – e patiscono fame e oppressione – per conto di forze, nazionali e transnazionali, che sono nemiche dell’umanità e della libertà. In questo scontro esse non hanno nulla da guadagnare, mentre rischiano tutti i giorni di perdere anche la “nuda vita”. Ecco cosa accade alla massa degli sfruttati quando non hanno la coscienza e la forza di porsi come classe, ossia come un soggetto attivo di storia, e non come strumenti passivi di una storia scritta, con l’inchiostro rosso-sangue, dalle classi dominanti, non raramente divise in fazioni che si disputano il controllo di un Paese o di un’area geopolitica.

Ecco perché mi fanno ribrezzo, letteralmente, le posizioni di certi “antimperialisti” occidentali, i quali non conoscono altra “politica di classe” che quella di schierarsi dalla parte di una delle fazioni nazionali e transnazionali in lotta per il potere (chi per mantenerlo, chi per consolidarlo, chi per conquistarlo).  Oggi queste losche figure appoggiano “tatticamente” (sic!) Assad, la Russia e la Cina esattamente come ieri e l’altro ieri gli “antimperialisti” e gli “amici della pace” appoggiavano la Russia stalinista e la Cina maoista – entrando nel panico quando i “compagni” del «socialismo reale» si sparavano addosso lungo il confine russo-cinese, o per interposto esercito in Vietnam e Cambogia.

Guardare in faccia l’attuale impotenza delle masse subalterne, a Nord come a Sud, a Ovest come a Est, in guerra come nella crisi economica, versando lacrime e sangue reali o solo metaforici (almeno per adesso…), senza nascondere dietro consolatorie – e miserabili –  ideologie la cattiva realtà, rappresenta il primo passo verso la possibile resistenza nei confronti di rapporti sociali che ci dichiarano guerra tutti i santi giorni. Geopolitica e disumanizzazione della condizione “umana” sono le facce della stessa medaglia.

SIRIA: UN MINIMO SINDACALE DI “INTERNAZIONALISMO”

Il massacratore di Damasco se la ride

L’Ufficio stampa del CC del KKE ha diramato un comunicato nel quale si condanna l’«aggressione imperialista in Siria». Tra le altre cose vi si legge: «Un intervento militare imperialista in Siria provocherà una significativa distruzione materiale e umana nel paese, e in aggiunta priverà il popolo palestinese di un alleato stabile nella sua lotta, un alleato dei movimenti antimperialisti nella regione, e spianerà altresì la strada all’aggressione imperialista contro l’Iran, con il pretesto del suo programma nucleare».

Premetto che non intendo affatto polemizzare con il partito stalinista basato in Grecia, non sono ancora caduto tanto in basso; mi servo piuttosto di quella posizione perché essa esprime una diffusa corrente di opinione all’interno del «Movimento di opposizione sociale», soprattutto quello più avvezzo a sostenere posizioni riconducibili al cosiddetto «internazionalismo proletario». E qui, come vuole il noto luogo comune, la domanda sorge spontanea: si tratta di autentico “internazionalismo” o non piuttosto del decrepito terzomondismo riverniciato per l’occasione? La domanda è, per dirla col gergo giudiziario, suggestiva, nel senso che suggerisce la risposta. E non è un male.

Che tutto quello che sta avvenendo – e si sta preparando – intorno alla Siria non abbia nulla a che fare con i «Diritti Umani» è cosa che qui do per acquisita: dalla microscopica Italia alla gigantesca Cina si estende un’unica Società-Mondo contrassegnata dal disumano rapporto sociale capitalistico. Sotto il vasto cielo del Capitalismo mondiale nessun Paese può dunque impartire agli altri lezioni di “umanità”. Questo è un minimo sindacale critico che adesso non approfondisco, perché qui il mio referente non è «la classe», ma piuttosto le sue “avanguardie”.

Un altro minimo sindacale della critica è inquadrare la vicenda di cui parliamo nella rubrica dell’Imperialismo. Ma quando parlo di Imperialismo non mi riferisco solo alle potenze occidentali, o solo alle grandi potenze mondiali come la Cina e la Russia: in quel concetto inglobo anche gli altri attori della vicenda, a iniziare dalla Siria e dall’Iran.

Un internazionalismo degno di questo nome rigetta come la peste la scelta di campo tra gli opposti carnefici, e nulla cambia il significato imperialista della cosa, nemmeno l’evidente squilibrio di potenza fra le forze in campo. Pesce grande mangia pesce piccolo: questo è il significato della competizione capitalistica mondiale, e chi ha a cuore solo gli interessi delle classi dominate, e si batte per una prospettiva di reale emancipazione degli individui dalla vigente Società-Mondo, deve rifiutare la falsa scelta tra il sanguinario più forte e quello più debole. Un tempo la chiamavano «indipendenza di classe», o «autonomia di classe». Lenin inquadrò la “dialettica del pesce” nella teoria dello sviluppo ineguale del Capitalismo.

Sulla faccia della terra non esiste un solo Stato che meriti di essere sostenuto dagli internazionalisti, magari solo «transitoriamente» e «tatticamente»: la teoria di Lenin sui movimenti nazionali antimperialistici ebbe senso nel tempo in cui diverse grandi aree del mondo (basti pensare allo stesso spazio geopolitico russo, alla Cina, all’India, al Medio Oriente, all’Africa) giacevano sotto il diretto dominio politico-militare, e non solo economico, delle grandi potenze, e potevano ancora dire qualcosa di progressivo sul piano dello sviluppo storico – nel senso dello sviluppo capitalistico, beninteso. Da molto tempo questa fase storica si è chiusa, e riproporre nel XXI secolo quello schema è francamente ridicolo.

(Sia detto di passata: Lenin tenne sempre fermo il punto dell’autonomia politico-organizzativa del proletariato anche all’interno delle rivoluzioni nazionali, e subordinò sempre la prassi dei comunisti a quell’imprescindibile condizione. Lo stalinismo ribaltò, di fatto, questa impostazione «classista»: di qui la tragedia della rivoluzione cinese del 1927 e la trasformazione del PCC in partito rivoluzionario nazional-popolare, ossia borghese).

«La Repubblica Araba di Siria continua ad essere vittima di una cospirazione nella strategica area del Vicino Oriente, oggetto di un’aggressione che diventa di giorno in giorno sempre più dura e spietata. È per questo che il Coordinamento Progetto Eurasia e il Comitato “Giù le mani dalla Sira!” impegnati, fin dal primo giorno della cospirazione a far emergere la verità e portare solidarietà al governo e al popolo siriano aggredito, ritengono più che mai necessario continuare a scendere in piazza per sensibilizzare i cittadini del nostro paese». Questa posizione va respinta nella maniera più recisa: la solidarietà ai popoli non va mai, in nessun caso, estesa ai governi ultrareazionari (come lo sono tutti i governi del pianeta: dall’Italia al Venezuela, dagli Stati Uniti a Cuba, dal Giappone alla Cina) che li opprimono e che difendono l’ordine sociale capitalistico – non importa quanto questo Capitalismo sia arretrato o sviluppato, statalista o liberista. Questo è, a mio modesto avviso, l’ABC dell’«internazionalismo proletario», soprattutto nell’epoca in cui lo stesso concetto di popolo – o di moltitudine, nella variante radicale-borghese 2.0 – non ha molta pregnanza storica e, soprattutto, politica. Invece, c’è gente che spinge il proprio “internazionalismo” fino a negare i massacri perpetrati dalle piccole o piccolissime potenze regionali, solo perché esse rischiano di finire ingoiate da potenze ben più forti e strutturate sul piano capitalistico-imperialistico.

Allora bisogna stare a guardare, senza far niente, la lotta tra pescecani di diversa taglia? Nemmeno per idea! Anche perché le vittime di questa guerra sono in primo luogo le classi dominate. Di qui, l’esigenza di condannare «senza se e senza ma» tutti gli attori della contesa; certo, a partire da quelli più prossimi a noi, dall’Italia, sia in quanto membro di una determinata alleanza imperialistica, come in quanto essa ha degli interessi nazionali peculiari da difendere nell’area mediorientale. Nella notte buia dell’Imperialismo la vacca italiana è, per un “internazionalista” italiano, quella più nera delle altre.

Veniamo adesso al luogo comune della Siria e dell’Iran come alleati storici della causa palestinese. In realtà, Paesi come l’Iran, l’Egitto, la Siria, il Libano e la Giordania condividono, pur con modalità e graduazioni differenti, le stesse responsabilità storiche di Israele in fatto di putrefazione della «Questione Palestinese». Quei Paesi, tra loro concorrenti sul terreno della leadership regionale in quella delicata parte di mondo, si sono serviti di quell’annosa e purulenta «Questione» come strumento di lotta politica, economica, ideologica e, non di rado, militare, sul piano interno come su quello internazionale. È un fatto che di palestinesi ne hanno sfruttati, oppressi e massacrati più i loro “Fratelli Arabi”, che l’odiato demonio Stellato.

Come scriveva Paolo Maltese in un bel libro dei primi anni Novanta del secolo scorso, «È semplicistico e deviante ritenere che sia sufficiente risolvere la questione palestinese per portare la pace in Medio Oriente. Piuttosto essa è stata pure, col suo peso lacerante, utile come alibi per camuffare antagonismi e problemi interni del mondo arabo» (Nazionalismo Arabo Nazionalismo Ebraico, 1789-1992, Mursia, 1994).  Assai illuminante è proprio il ruolo che ha avuto la Siria in questo sporco affare: «Nell’aprile 1971, Assad non solo proibì alle formazioni palestinesi presenti in Siria di lanciare attacchi contro Israele, ma obbligò pure le formazioni che dipendevano da al Saiqa, cioè il gruppo controllato dalla Siria, di abbandonare il paese per trasferirsi anche loro nel sud del libano … Quello di Assad fu dunque, anche, un calcolo proiettato sul futuro: attendere, e vedere che cosa poteva accadere in Libano, per poi cercare di approfittarne, come difatti farà, intervenendo dapprima per proteggere i falangisti cristiano-maroniti contro i palestinesi, e massacrando così questi ultimi, nel 1976, nel campo di Tall el Zaatar senza sollevare in Europa particolare scandalo, a differenza, invece, di quel che accadrà col massacro dei campi di sabra e Chatila ad opera dei falangisti alleati di Israele; e permettendo poi ai dissidenti filo-siriani dell’OLP di scacciare nell’83 da Tripoli i palestinesi di Arafat».

E sapete in che cosa si specializzarono questi «dissidenti filo-siriani»? Nel terrorizzare e massacrare altri palestinesi, quelli che non si mostravano troppo sensibili alla causa dell’imperialismo stracciano della Siria: «All’interno del movimento palestinese – anche nella sinistra – c’è chi considera i contadini palestinesi costretti ad andare a lavorare in Israele traditori della causa palestinese, e usano le bombe negli autobus che trasportano i pendolari palestinesi» (Intervista a un militante del Fronte Democratico Palestinese, Combat, maggio 1986).

E qui, per adesso, mi fermo.

Per un approfondimento rimando a un capitolo di un mio studio sulla questione israelo-palestinese dell’estate 2006 intitolato Due popoli, due disgrazie.

IL SACRIFICIO NON VUOLE CAPRI ESPIATORI MA VERITÀ

Se dicessi che non me lo aspettavo, che la cosa mi ha colto di sorpresa, non direi il vero. Me lo aspettavo, eccome: conosco bene i miei polli “pacifisti”!

A cosa alludo? All’individuazione delle «vere responsabilità» che fanno capo al brutale assassinio di Vittorio Arrigoni.

Per molti sostenitori italiani della Causa Palestinese non ci sono dubbi: «in ultima analisi» (ma per non pochi di essi anche in primissima, in ossequio alla Teoria del Complotto Sionista Mondiale), è a Israele che bisogna attribuire quelle responsabilità. Seguono, sempre in ordine di responsabilità, i Paesi del Cinico Occidente che si attardano a sostenere l’Anomalia geopolitica incistatasi in Medio Oriente all’indomani del Secondo macello mondiale; essi, infatti, col loro «atteggiamento complice» hanno favorito l’ascesa dei fondamentalisti islamici tra le «Masse Arabe», in generale, e nel seno del Popolo Palestinese, in particolare. In gran parte si tratta di vere e proprie balle ideologiche, logorate dai fatti ma ancora lungi dal voler prendere congedo.

In realtà, Paesi come l’Iran, l’Egitto, la Siria, il Libano e la Giordania condividono, pur con modalità e graduazioni differenti, le stesse responsabilità storiche di Israele in fatto di putrefazione della «Questione Palestinese». Quei Paesi, tra loro concorrenti sul terreno della leadership regionale in quella delicata parte di mondo, si sono serviti di quell’annosa e purulenta «Questione» come strumento di lotta politica, economica, ideologica e, non di rado, militare, sul piano interno come su quello internazionale. È un fatto che di palestinesi ne hanno sfruttati, oppressi e massacrati più i loro “Fratelli Arabi”, che l’odiato demonio Stellato.

Come scriveva Paolo Maltese in un bel libro dei primi anni Novanta del secolo scorso, «È semplicistico e deviante ritenere che sia sufficiente risolvere la questione palestinese per portare la pace in Medio Oriente. Piuttosto essa è stata pure, col suo peso lacerante, utile come alibi per camuffare antagonismi e problemi interni del mondo arabo» (Nazionalismo Arabo Nazionalismo Ebraico, 1789-1992).

Questo Vittorio Arrigoni non lo ha capito – come d’altra parte non lo hanno capito i suoi compagni del Manifesto e larga parte della cosiddetta estrema sinistra; egli è rimasto vittima, non solo di un Mondo Cinico e Baro su scala planetaria, ma anche di un’analisi politica e sociale sbagliata, perché malignamente fecondata dall’ideologia Terzomondista, sopravvissuta al XX secolo sotto nuove spoglie. Un’ideologia che, tra l’altro, non gli ha permesso di vedere con chiarezza la natura della posta in gioco nel Mondo Musulmano, dal Nord Africa al Medio Oriente, la quale mette in collisione sempre più dura chi ha tutto da perdere da una rapida «occidentalizzazione» (leggi: sviluppo capitalistico) di quelle società, e chi invece guarda a quella «opzione» come la sola possibile via di fuga dall’arretratezza.

In piccolo Gaza riproduce questa lotta intestina al Mondo Arabo, e Arrigoni ha pagato la sua diabolica origine occidentale («Crociata») nonostante militasse dalla parte dell’estremismo palestinese, quello che vuole distruggere lo Stato d’Israele. Il sangue versato vuole verità, non capri espiatori, soprattutto quando la verità è dura da mandar giù.

La distruzione dello «Stato Sionista» è una parola d’ordine sbagliata sotto tutti i punti di vista (quello Stato merita di scomparire alla stregua di ogni altro Stato presente sulla faccia della Terra, nè più nè meno), che serve solo a sostenere coloro che hanno interesse a mantenere sempre viva e dolorosa l’infezione sociale e nazionale che si è generata nel «Sacro Suolo di Palestina» sessant’anni fa. A causa del Complotto Sionista? No, a causa del processo storico mondiale. Auschwitz compresa.