FASCISMO REALE, FASCISMO IMMAGINARIO, ANTIFASCISMO DI REGIME E ALTRO ANCORA

1. Antifascismo archeologico e violenza capitalistica

Al contrario di Pier Paolo Pasolini, non so dire con assoluta certezza se non si possa individuare in questo Paese agitato da una sguaiatissima competizione elettorale «nulla di peggio del fascismo degli antifascisti»; certo è che negli ultimi giorni il fascismo (o stalinismo: per me pari sono!) degli antifascisti ha risollevato la testa, complici non pochi episodi di odioso razzismo “fascio-leghista” che come non ultimo deleterio effetto hanno avuto appunto quello di riscaldare la rancida minestra dell’antifascismo di regime.

 Leggiamo per mera curiosità cosa scriveva Pasolini nel 1974, nei sui Scritti Corsari, a proposito degli antifascisti di professione: «Esiste oggi una forma di antifascismo archeologico che è poi un buon pretesto per procurarsi una patente di antifascismo reale. Si tratta di un antifascismo facile che ha per oggetto ed obiettivo un fascismo arcaico che non esiste più e che non esisterà mai più. […] Ecco perché buona parte dell’antifascismo di oggi, o almeno di quello che viene chiamato antifascismo, o è ingenuo e stupido o è pretestuoso e in malafede: perché dà battaglia o finge di dar battaglia ad un fenomeno morto e sepolto, archeologico appunto, che non può più far paura a nessuno. Insomma, un antifascismo di tutto comodo e di tutto riposo». Il fascismo è «un fenomeno morto e sepolto»? Pur con qualche cautela, perché non bisogna sottovalutare ciò che il regime postfascista ha ereditato dal regime fascista (soprattutto per quanto riguarda la sfera giuridica e quella relativa al rapporto tra lo Stato e l’economia), tendo a condividere la tesi pasoliniana, almeno se per fascismo intendiamo l’esperienza storica che prese corpo in Italia negli anni Venti e che si esaurì negli anni Quaranta del secolo scorso come epilogo della Seconda macelleria mondiale definita dai vincitori Guerra di Liberazione. Se però riflettiamo sulla genesi sociale del fascismo, occorre dire che le cose cambiano, mentre corretto rimane a mio avviso il giudizio di Pasolini sull’archeologia antifascista.

Il fascismo nacque, infatti, come manganello politico che le classi dominanti usarono per schiacciare un movimento sociale radicalizzato che rischiava di trasformarsi in una vera e propria rivoluzione sociale di “stampo sovietico”. Almeno questa era l’intenzione dei “Rossi” («Fare come in Russia!») e la paura dei “Bianchi”, i quali con piacere videro entrare in scena i “Neri” guidati da un ex socialista, un tal Benito Mussolini. Insomma, il fascismo delle origini come “classico” strumento controrivoluzionario; strumento, occorre ricordarlo, che all’inizio, nella fase più acuta del conflitto sociale (nel cosiddetto Biennio Rosso ‘19-20) la classe dirigente del Paese usò non in alternativa alla democrazia liberale, ma in un mix molto intelligente di manganello e scheda elettorale. E qui non si può non ricordare la figura politica di Giolitti. Si può anzi dire che il manganello fascista si abbatté sulla testa di un proletariato già sfiancato e deluso dai riti della democrazia parlamentare e industriale. «In Italia», scriveva Otto Bauer nel 1936, «Giolitti ritenne di potersi servire del fascismo per intimorire, frenare, pacificare la classe operaia ribelle. Il fascismo si giustificava volentieri di fronte alla borghesia affermando di averla salvata dalla rivoluzione proletaria, dal “bolscevismo”. […] Ma in realtà esso non riportò la vittoria in un momento in cui la borghesia era minacciata dalla rivoluzione proletaria: il fascismo trionfò nel momento in cui il proletariato ormai era da tempo indebolito e ridotto sulla difensiva, nel momento in cui l’ondata rivoluzionaria era già defluita» (*). Il manganello fascista poi si autonomizzò per diventare regime, e questo fenomeno sorprese non pochi politici e intellettuali liberali che avevano creduto di poter mettere da parte Mussolini una volta che egli avesse completato il lavoro sporco per conto della Nazione. Ma non tutte le controrivoluzioni liberali riescono col buco!

Ho ricordato la genesi sociale del fascismo semplicemente per dire che mentre esso come esperienza storica peculiare e, ovviamente, come regime politico-istituzionale può effettivamente venir considerato alla stregua di un «fenomeno morto e sepolto», la funzione repressiva dei movimenti sociali che allora lo produsse è rimasta intonsa e vitale, e non importa la coloritura politico-ideologica che tale funzione viene ad assumere di volta in volta. Negli anni Settanta la distruzione dei movimenti sociali fu affidata soprattutto agli apparati repressivi dello Stato, con il pieno sostegno di tutti i partiti appartenenti a quello che allora si chiamava “arco costituzionale”, a cominciare dal PCI e dalla DC. Ricordo che nel 1977, anno di esordio politico di chi scrive, nei cortei gridavamo lo slogan “Fuori, fuori la nuova polizia!” tutte le volte che individuavamo tra le nostre fila i militanti del PCI e della CGIL. Alcuni compagni parlavano di democrazia fascista; molti altri denunciavano il «tradimento della Costituzione antifascista», mostrando in tal modo, come imparai qualche anno dopo, di non aver compreso il vero significato storico della Resistenza, che a tutti gli affetti, e al di là di episodi pur significativi ma del tutto marginali, venne a caratterizzarsi come continuazione della guerra imperialista sotto altre condizioni, quelle determinatisi con la caduta del Regime Fascista nell’estate del 1943, a seguito dei bombardamenti aerei angloamericani delle città italiane e dell’esito disastroso della guerra per l’esercito italiano. Negli anni Settanta il neofascismo ebbe uno scarsissimo ruolo nella repressione e nell’intimidazione dei movimenti antagonisti. Insomma, la democrazia capitalistica sa difendersi benissimo dai nemici dell’ordine costituito (e costituzionale) anche senza sguinzagliare le squadracce fasciste contro i “sovversivi”, e ciò in piena coerenza con la lettera e con lo spirito della Costituzione più bella del mondo.

2. Il fascismo degli antifascisti e il piagnisteo dei liberali

Spesso l’autoritarismo dell’antifascismo istituzionale non è meno reazionario e repressivo dell’autoritarismo del neofascismo conclamato e fiero di esserlo. Una prova? Eccola!

Due giorni fa Rocco Todero lanciava dalle pagine del Foglio un forte grido di dolore liberal democratico: «Come valutare l’ordinanza del Tar di Brescia che ha ritenuto legittimo il provvedimento del Comune di Brescia, che non si limita a vietare atti e comportamenti che possono ledere libertà e diritti altrui ma che prevede che “ai soggetti richiedenti la concessione di uno spazio pubblico per lo svolgimento della propria attività” sia richiesto di dichiarare di riconoscersi nei principi e nelle norme della Costituzione italiana e di ripudiare il fascismo e il nazismo? Intendiamoci: non si tratta di essere lassisti nei confronti di coloro che si ispirano a un pensiero radicalmente antitetico al liberalismo e alla democrazia. Si tratta, piuttosto, di vietarne le azioni e le condotte che concretamente sconfessano i presupposti del nostro vivere civile. Si tratta, al limite, di vietare le manifestazioni concrete del pensiero fascista e nazista (e siamo già ai confini dell’accettabile, ma passi pure). Ma ci si può spingere sino al punto di pretendere che lo stato possa imporre con la forza non già un’azione legittima (come è suo dovere) bensì un pensiero conforme a un’idea prestabilita e ritenuta l’unica passibile di dignità morale e che quel pensiero venga obtorto collo esternato, pena la limitazione di una libertà fondamentale? È legittima l’azione con la quale lo stato impone l’abiura ed entra nella coscienza individuale di ciascun essere umano per violentarla senza alcun riguardo? Esiste ancora la libertà, per esempio, di essere antifascista e di dichiarare di non volere moralmente aderire a tutte le norme della Costituzione, pur continuando a rispettarle con azioni e condotte concrete?».

Insomma, al netto dei piagnistei liberal democratici del giornalista che difende lo status quo sociale, alla luce dei passi citati possiamo senz’altro dire che si annunciano tempi duri (ancora più duri!) per gli anticapitalisti che non solo non si prostrano dinanzi alla Sacra Costituzione Capitalistica di questo Paese, ma che ne denunciano anzi la natura di classe, la sua ultrareazionaria funzione ideologica, il suo essere al servizio del vigente dominio sociale. E non so se scrivendo queste blasfeme parole, sono già passibile dell’occhiuta attenzione del compagno Ministro degli Interni Marco Minniti, degno erede dell’arco costituzionale di Pecchioli e Cossiga.

3. L’antifascismo di regime come «nuovo oppio dei popoli»?

In un articolo di qualche mese fa pubblicato sull’Independent, Slavoj Žižek caratterizzava l’antifascismo dei nostri tempi come un nuovo oppio dei popoli: «La formula di Marx di religione come l’oppio dei popoli ha bisogno oggi di un serio ripensamento. […] Trump negli Stati Uniti, Le Pen in Francia, Orban in Ungheria sono tutti demonizzati come il nuovo male verso il quale dovremmo unire tutta la nostra forza. Ogni minimo dubbio e riserva è immediatamente visto come un segno di segreta collaborazione con il fascismo. […] Quando ho richiamato l’attenzione su come parti dell’estrema destra sono in grado di mobilitare le questioni della classe lavoratrice trascurate dalla sinistra liberale, sono stato, come previsto, immediatamente accusato di invocare una coalizione tra sinistra radicale e destra fascista, che è esattamente quello che non ho proposto». Nel suo infinitamente piccolo, anche chi scrive è stato accusato dai “sinistri” (soprattutto dagli stalinisti) di fare “oggettivamente” il gioco, di volta in volta, dei fascisti, dei craxisti, dei leghisti, dei berlusconiani e quant’altro ha suscitato e suscita la loro facile indignazione tutte le volte che ha cercato di ricondurre alla loro radice “strutturale” i fenomeni politico-ideologici che agitano la schiuma sociale. Evidentemente si tratta di un’operazione critica che irrita maledettamente chi pensa di militare nella parte giusta del mondo solo perché fa parte dell’intellighentia progressista del Paese. Venir accomunati con i politici che tanto disprezzano, deve suonare come una sanguinosa offesa alle orecchie del progressista medio: «Io non sono come Berlusconi!», «Io sono antropologicamente diverso da Salvini!». E invece… Invece dalla prospettiva autenticamente anticapitalista si osserva il progressista sinistrorso calcare lo stesso terreno escrementizio che calpesta il suo odiato Nemico. Certo, l’uno occupa il lato “sinistro” del terreno, l’altro quello “destro”, ma è il terreno (“di classe”) la sostanza della cosa, ciò che definisce la natura di un soggetto politico, non la posizione contingentemente occupata da chi lo pratica. L’antifascismo praticato dall’anticapitalista si muove su un terreno completamente diverso, quello dell’autonomia di classe. Ecco perché io non mi colloco né più a “destra” né più a “sinistra” di Tizio o di Caio, ma piuttosto altrove.

Ma riprendiamo la citazione di Žižek: «L’immagine demonizzata di una minaccia fascista serve chiaramente come un nuovo feticcio politico, feticcio nel semplice senso freudiano di un’immagine affascinante la cui funzione è di offuscare il vero antagonismo. […] Il fascismo stesso è immanentemente feticista: ha bisogno di una figura come quella di un ebreo, elevata nella causa esterna dei nostri problemi: una tale figura ci permette di offuscare i veri antagonismi che attraversano le nostre società. Esattamente lo stesso vale per la figura di “fascista” nell’odierna immaginazione liberale: consente alle persone di offuscare le situazioni di stallo che stanno alla base della nostra crisi. […] L’oscenità della situazione è da far perdere il fiato: il capitalismo globale ora si presenta come l’ultima protezione contro il fascismo, e se cerchi di farlo notare sei accusato di complicità con il fascismo». Secondo l’intellettuale sloveno la sinistra può battere i populisti solo tagliando i ponti con le assurdità politicamente corrette e ricominciando a occuparsi davvero dei lavoratori, dei problemi causati dalla globalizzazione e dal capitalismo finanziario senza regole. Nella sua prospettiva, la caccia al fascista è solo una scorciatoia per evitare di affrontare la realtà che porta acqua al mulino del populismo semplicemente perché esso non ha paura di misurarsi con la disperazione delle vittime della globalizzazione e con le contraddizioni create dal «capitalismo globale». Bisogna fare i conti con la paura e con le angosce della gente, non stigmatizzarle con atteggiamenti illuministici che lasciano il tempo che trovano.

Ora, se penso che la “sinistra anticapitalista” cui fa riferimento Žižek ha la faccia di Varoufakis, di Sanders e di Corbyn, e di Toni Negri, non posso che prendere le distanze – e la solita metaforica pistola critica – dal suo consiglio su come battere la «destra alternativa». A mio avviso il problema non è quello di rompere i ponti con le assurdità politicamente corrette della “sinistra”, che come ho già detto politicamente parlando si muove sullo stesso terreno di classe della “destra”, del “centro” e del “populismo”; né si tratta di lottare genericamente contro gli effetti del «capitalismo globalizzato», magari in vista di un Capitalismo meno aggressivo e “selvaggio”. Per come la vedo io, e anche qui non faccio che ripetere cose già scritte mille volte, si tratta in ogni occasione, per ogni problema, per ogni evento, di non concedere nulla alla logica del male minore (in attesa di mutamenti nei rapporti di forza tra le classi che ovviamente non si verificheranno mai fin quando a vincere sarà quella cattiva logica) e di attaccare in radice l’ideologia dominante, dovunque e comunque essa si esprima. Sotto questo aspetto, davvero “fascismo” e “antifascismo” mi appaiono due facce della stessa medaglia. Non dico che l’obiettivo individuato sia di facile acquisizione, tutt’altro; ma non vedo alternative possibili per chi intende quantomeno provare a dire qualcosa di serio sull’«oscenità della situazione», fregandosene allegramente delle critiche che certamente i tristi sacerdoti del politicamente ed eticamente corretto non faranno mancare: e chi se ne frega!

4. Bruciare i libri maledetti! Chiudere i covi dei fascisti! O no?

Qualche settimana fa Furio Colombo si sperticava in lodi nei confronti della casa editrice francese Gallimard per la sua «saggia decisione» di sospendere la pubblicazione dei pamphlet antisemiti di Lois Ferdinand Céline, i quali potrebbero «alimentare ancora di più i rigurgiti dell’antisemitismo». Trovo esemplare, sostiene Colombo, che una casa editrice si ponga il problema di come possano impattare certe pubblicazioni su «una massa di cittadini allo sbando, disorientati da un sistema dei media orientato alla falsità. Non possiamo negare di vivere in tempi eccezionali, di montante antisemitismo e razzismo. In tempi eccezionali vanno adottate misure eccezionali» (intervista rilasciata a Radio Radicale). L’illusione della proibizione evidentemente è dura a morire. Inutile dire che le copie dei libri “maledetti” di Céline andranno a ruba, esattamente come il Mein Kampf di Hitler, perché come sa chiunque abbaia un briciolo di intelligenza ciò che è proibito o comunque stigmatizzato e criminalizzato come il male assoluto, assume subito il volto affascinante di una sfida all’autorità che per molti, soprattutto se giovani e “irrequieti”, diventa irresistibile. Più proibisci qualcosa, qualsiasi cosa, e più la rendi meritevole di attenzione.

A proposito di «massa alla sbando»! Kierkegaard una volta disse che «la massa è la non verità»; ma chi riduce gli individui a impotenti atomi sociali tenuti insieme come massa, più o meno «allo sbando», dalle strapotenti forze sociali? Lo so, la domanda è fin troppo suggestiva. In ogni caso, falso non è solo «il sistema dei media», quanto soprattutto il sistema sociale tout court. Falso, beninteso, dal punto di vista dei veri bisogni espressi da «un’umanità socialmente sviluppata» (Marx), da «un’umanità al suo livello più alto» (Schopenhauer), cosa che presuppone il superamento della divisione classista degli individui. Come diceva Adorno, «Non si dà vera vita nella falsa», e quindi è quantomeno ingenuo strillare contro la falsità del sistema dei media, il quale esprime al meglio la vigente condizione disumana. Che l’ingenuità possa approdare a ideologie e a prassi ultrareazionarie è cosa che non sorprende affatto il pensiero che aspira alla radicalità più conseguente sul piano concettuale e politico. Come diceva qualcuno, sovente la strada che porta all’inferno è lastricate di eccellenti intenzioni progressiste.

Su Il Post del 5 febbraio si poteva leggere la seguente inquietante notizia: «Nelle ultime ore le vendite di una particolare edizione del Mein Kampf – il libro di Adolf Hitler che espone i fondamenti dell’ideologia nazista – sono cresciute del 1.037 per cento su Amazon.it e il libro è arrivato ad essere 24esimo nella classifica dei libri più venduti, recuperando più di 200 posizioni. La classifica dei libri più venduti delle ultime 24 ore, per esempio, si aggiorna di ora in ora: il picco di vendite di oggi è probabilmente da collegare al fatto che in casa di Luca Traini, il 28enne neofascista responsabile dell’attentato di sabato 3 febbraio a Macerata, è stata trovata una copia del Mein Kampf, una notizia a cui i giornali hanno dato molto spazio tra ieri e oggi» (Il post del 5 febbraio).

Ora, anziché proibire la pubblicazione del Mein Kampf, non dovremmo piuttosto chiederci come mai questo libro continua ad avere così tanti lettori ed estimatori? A mio avviso tirare in ballo come risposta l’ignoranza, l’incultura, la memoria corta e i soliti “imprenditori della paura” spiega assai poco, e comunque niente di essenziale. Chi soffia sul fuoco può farlo solo perché un fuoco effettivamente esiste ed è alimentato da fatti reali che non hanno niente a che vedere con la cattiveria dei mestatori di turno. La nevrosi sociale è sempre attiva, e per scaricarsi in forma collettiva su qualche oggetto ha bisogno solo di un pretesto occasionale, non di rado creato ad hoc dal demagogo/populista di turno, appunto. La causa scatenante immediata non è dunque la pista che deve battere chi desidera accedere alla verità intorno alla natura della nevrosi sociale, e la distinzione che sempre più spesso i sociologi e i politici fanno tra un’incertezza percepita e un’incertezza reale è, sotto questo aspetto, assai significativa. Come sanno i filosofi, la percezione è molto spesso fonte di idee false, ma per il “popolino” essa conta di più, molto di più, delle fredde cifre scritte su un foglio a corredo di una serissima inchiesta sociologica, ad esempio sui crimini di sangue o sui furti nelle case commessi nel Paese negli ultimi anni: i numeri si riduco, la percezione di insicurezza cresce! Come si spiega la psicosi sociale?

La domanda che dobbiamo porci per comprendere alcuni fenomeni che allarmano i “sinceri democratici” e gli antirazzisti è, a mio avviso, la seguente: come mai a molti decenni di distanza dallo sterminio scientificamente pianificato degli ebrei non poche persone sono ancora attratte dall’antisemitismo, soprattutto quelle persone che nella loro vita non hanno mai visto e conosciuto un solo ebreo in carne ed ossa e non hanno mai letto nulla sul conto della «infida razza giudaica»? Sappiamo d’altra parte che in Europa l’ostilità contro gli stranieri di pelle nera è forte soprattutto in quei Paesi (Ungheria, Polonia, Austria, Repubblica Ceca) che in questi anni non sono stati investiti, se non del tutto marginalmente, dall’ondata migratoria che parte dall’Africa: come mai? Come mai in Gran Bretagna i sostenitori più agguerriti della Brexit si contavano soprattutto nei centri urbani che pur non registrando alcuna presenza dei famigerati “idraulici polacchi” pronti a rubare il lavoro agli idraulici di Sua Maestà La Regina, in compenso vantavano un altissimo livello di “sindrome dell’idraulico polacco”? Come mai il razzismo e la xenofobia sono diffusi in Germania soprattutto nelle sue regioni orientali, dove gli stranieri, soprattutto quelli di pelle nera, sono praticamente una rarità? Noi proletari sappiamo bene che i “negri” non ci rubano il lavoro, semplicemente perché il prezzo delle loro prestazioni lavorative e le condizioni di lavoro che sono costretti ad accettare non entrano in una reale concorrenza con la nostra condizione sociale: a quel prezzo e a quelle condizioni preferiamo senz’altro accedere alla carità sociale, finanziata dalla fiscalità generale, che ci passa lo Stato. E d’altra parte, le aziende che sfruttano i lavoratori africani non rimarrebbero sul mercato, almeno in larghissima misura, senza quella preziosa e poco, assai poco costosa manodopera. Eppure, non facciamo altro che ripetere la filastrocca cara ai “fascio-leghisti”: «Questi negri della malora ci rubano il lavoro!». Il nostro disagio sociale ha cioè bisogno di oggettivarsi in qualche nemico in carne ed ossa.

Tutto ciò non ci dice forse che la paura, l’angoscia, il disagio, la precarietà esistenziale possono spesso prendere le strade più imprevedibili e mostrarsi con le sembianze più diverse e fantasiose? Cosa ci dice questa semplice verità, sperimentata più volte e ovunque in questo capitalistico mondo, sulla nostra esistenza di individui sottoposti a dinamiche sociali che siamo ben lungi dal controllare e che anzi ci controllano e spesso ci scuotono in malo modo? Il processo sociale ci picchia in testa, metaforicamente parlando, e noi qualche volta sentiamo l’urgenza di picchiare qualcuno, e non solo metaforicamente parlando. Non si può vivere solo di metafore! Come dice lo psicanalista, anche l’atto vuole la sua parte.

Gli illuminati intellettuali che si ergono a censori del Male in difesa della massa dei cittadini ignoranti e socialmente disagiati, e proprio per questo facili preda di demagoghi e populisti d’ogni genere, ovviamente non si pongono il problema di come eliminare alla radice l’antisemitismo, il razzismo, l’ignoranza e il disagio sociale basato su condizioni materiali e psicologiche di vita che, come già sappiamo, creano sempre di nuovo paura, angoscia, rabbia, frustrazione, invidia sociale, odio cieco e incondizionato nei confronti di chi viene percepito, per un qualsivoglia motivo, come “diverso” e dunque meritevole di qualche antipatica attenzione: un insulto,uno sputo, una virile bastonatura. Basta tenere lontana la «massa di cittadini allo sbando» dai libri sbagliati, dalle idee sbagliate e dai movimenti politici sbagliati, e il gioco è fatto! E così la “casta” degli intellettuali progressisti può legittimamente rivendicare a sé, sulla scia della Repubblica di Platone, la funzione di controllo e di tutela nei confronti di chi inclina a “ragionare con la pancia”, mentre a imitazione degli intellettuali di cui sopra dovremmo tutti ragionare con la testa: sì, la testa appunto dei servitori delle classi dominanti autoproclamatisi progressisti e «amici dell’umanità tutta», a prescindere dal colore della pelle degli individui, dal loro sesso, dalla loro religione e da qualsiasi altra loro caratteristica. «Dobbiamo restare umani!». Questo slogan modaiolo proprio non lo reggo! Restare umani? Ma non scherziamo! Semmai dovremmo diventare umani, umani non solo a parole o come specie animale. «Dobbiamo restare umani!». Sic! Evidentemente c’è gente che ha bisogno di coltivare illusioni, su se stessa e sul mondo. Auguri!

«Non bisogna usare il comprensibile disagio della gente ferita e indurita da anni di crisi economica e di sacrifici per scatenare la guerra tra i poveri e lucrare qualche voto in più, e chi lo fa è un irresponsabile che soffia sul fuoco delle tensioni sociali»: quante volte al giorno, negli ultimi giorni, abbiamo sentito o letto simili buone riflessioni e intenzioni? Ma poi, “buone” per cosa? Semplicemente per denunciare il mercato dei demagoghi, dei populisti, dei razzisti e dei fascisti, e così meglio occultare ciò che rende possibile quel mercato, ossia la crescente miseria sociale, qui considerata non solo sotto l’aspetto economico. Si puntano i riflettori dell’indignazione e della “responsabilità sociale” sull’epifenomeno solo per creare il buio intorno alle cause del fenomeno. Cose mille volte viste ma dai più non comprese nel loro vero significato.

Gli antifascisti di vecchio e di nuovo conio rivendicano la chiusura dei «covi fascisti e razzisti» manu militari: «Lo Stato democratico nato dalla Resistenza non può tollerare il fascismo e il razzismo!». Chi pratica il terreno dell’anticapitalismo radicale (non conosco altro anticapitalismo che non sia radicale) sa bene che lo Stato democratico nato dalla Resistenza si pone in perfetta continuità sociale con lo Stato fascista che lo ha preceduto, e sa altrettanto bene che qualsiasi tipo di Stato capitalistico (vedi regimi politico-istituzionali con caratteristiche europee, statunitensi, russe, turche, venezuelane, cinesi, ecc.) è posto a difesa di quei rapporti sociali di dominio e di sfruttamento che sono alla base di ogni sorta di fenomeno sociale e di qualsiasi contraddizione sociale. In altri termini, chiedere allo Stato di reprimere i fenomeni sociali (compresi quelli sanzionati dal codice penale e passibili di galera: certo, sto parlando anche dei ladri e dei “rei” di ogni tipo) generati dalla società di cui esso è il più feroce cane da guardia, è tipico di un pensiero confinato nella disumana dimensione dello status quo sociale.

Come ho scritto altrove, il razzismo, l’antisemitismo e ogni forma di ideologia autoritaria (non importa se di “destra” o di “sinistra”) non si combattono invocando l’intervento repressivo dello Stato, il quale non aspetta altro per rafforzarsi e legittimarsi presso l’opinione pubblica, ma impegnandosi, dove si può e come si può, nella difficilissima opera intesa a realizzare nelle classi subalterne, e nei “disagiati” e negli offesi d’ogni estrazione e condizione sociale, un “sentimento” di crescente autonomia (politica, ideale e psicologica) nei confronti del vigente regime politico e sociale. Non si tratta di lottare i fascisti e i razzisti “dal basso”, invocazione “populista” che non significa niente (niente di buono per le classi subalterne, intendo dire), ma sul terreno dell’autentico anticapitalismo. Bisogna sapere che su questo impervio terreno i militanti anticapitalisti dovranno fare i conti non solo con i fascisti e i razzisti conclamati, ma anche e soprattutto con i difensori della democrazia capitalistica e della Costituzione più bella del mondo.

* O. Bauer, Tra due guerre mondiali? pp. 116, 117, Einaudi, 1979.

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MARCINELLE 1956, MEDITERRANEO 2017. UNA FACCIA, UNA DISGRAZIA

Ni chiens, ni italiens!

Né cani, né africani!

Né cani, né africani, né omosessuali!

Né cani, né africani, né omosessuali, né…

 

Com’è noto, nell’immediato dopoguerra l’Italia siglò con il Belgio un accordo che prevedeva quote di carbone estratto nelle miniere di quel Paese in cambio di manodopera italiana, a testimonianza del fatto che, come diceva l’uomo con la barba, nel Capitalismo «il lavoro-merce è una tremenda verità». Scriveva Paolo Di Stefano sul Corriere della Sera del 16 agosto 2016: «Eravamo Poveracci. Partivamo dal Nord, dal Centro e dal Sud con un panino o un’arancia in tasca, fuggivamo dalla povertà. I manifestini rosa che invitavano i ragazzi a emigrare in Belgio promettevano case per le famiglie, assicurazioni e buoni stipendi. Niente fu mantenuto: in Belgio gli operai venivano ospitati nelle baracche dei prigionieri di guerra. Erano partiti per cercare un po’ di benessere ma anche per rimediare alle lacune della manodopera belga che non voleva più scendere in miniera e preferiva lavorare nelle fabbriche. Il governo italiano, nel 1946, aveva firmato un accordo con Bruxelles che prevedeva uno scambio: per 1000 minatori mandati in Belgio, sarebbero arrivate in Italia almeno 2500 tonnellate di carbone. Uno scambio uomini-merce». Marxianamente parlando quest’ultima frase andrebbe riscritta come segue: uno scambio di uomini ridotti a merce con altra merce (materia prima); capitale/lavoro vivo (il mitico “capitale umano”) contro capitale/lavoro morto.

Leggo da qualche parte: «L’8 agosto 1956 nella miniera del Bois du Cazier, in Belgio un incendio causò la morte di 262 minatori di cui 136 italiani. La miniera di Marcinelle è diventata un simbolo e un santuario della memoria per tutti gli emigranti italiani che hanno perso la vita sul lavoro, spesso un lavoro duro, faticoso e pericoloso». La ricostruzione postbellica non fu esattamente un pranzo di gala, da nessuna parte. Ebbene, l’Italia ha fatto di quelle vittime del Capitale e degli interessi nazionali degli eroi, dei soldati-minatori caduti sul fronte del lavoro per mantenere alto l’onore e il prestigio della Nazione: «La memoria di questo tragico evento, che nel nostro Paese celebriamo come Giornata del Sacrificio del lavoro italiano nel mondo [che definizione fascistissima!], deve servire da guida per noi e per i nostri figli. Le nostre comunità all’estero non sono solo viste come destinatarie di servizi, ma anche e soprattutto come una componente essenziale della politica estera dell’Italia». Queste le dichiarazioni rilasciate dal sottosegretario agli Affari Esteri, Vincenzo Amendola, nel corso della commemorazione delle vittime di Marcinelle. Per quanto mi riguarda la nazionalità di quei salariati uccisi dai rapporti sociali capitalistici non ha alcuna importanza; «Non dimenticare Marcinelle» per me non significa in alcun modo sostenere le politiche di chi cerca di gestire le contraddizioni sociali ai fini della difesa dello status quo sociale implementando una strategia “buonista” («Gli immigrati fanno i lavori che noi italiani non vogliamo più fare, frenano il calo demografico nel Paesi ricchi e ci pagano le pensioni!»); né significa, ovviamente, tessere l’elogio dell’immigrato italiano “buono” (come i macaronìs!) che sgobbava senza lamentarsi – mentre i negracci che purtroppo riescono a sopravvivere al deserto, ai carnefici dei lager libici e ai pesci del Mediterraneo non hanno voglia di fare nulla di costruttivo!

Il 61esimo anniversario della strage di Marcinelle, celebrato lo scorso 8 agosto, ha offerto ai “buonisti” e ai “cattivisti” che si disputano la scena politica nazionale un’eccellente occasione per esibirsi dinanzi al pubblico dei rispettivi tifosi e detrattori. Come abbiamo visto il fronte buonista ha avuto i suoi campioni nel Presidente della Repubblica Sergio Mattarella («Generazioni di italiani hanno vissuto la gravosa esperienza dell’emigrazione, hanno sofferto per la separazione dalle famiglie d’origine e affrontato condizioni di lavoro non facili, alla ricerca di una piena integrazione nella società di accoglienza . È un motivo di riflessione verso coloro che oggi cercano anche in Italia opportunità che noi trovammo in altri Paesi e che sollecita attenzione e strategie coerenti da parte dell’Unione Europea»), nel Ministro degli Esteri Angelino Alfano («La tragedia di Marcinelle ci dà ancora oggi la forza di lavorare per un’Europa più coesa e solidale, come l’avevano immaginata i padri fondatori. Un’Europa che trae origine e sostanza dal genuino spirito di fratellanza fra i suoi popoli. Mi riferisco in particolare al flusso continuo di migranti disperati che oggi, come allora, cadono troppo spesso vittime») e, dulcis in fundo (ma si fa solo per dire), nell’immancabile Presidente (o Presidenta? o Presidentessa?) della Camera Laura Boldrini: «L’anniversario della tragedia di Marcinelle ci ricorda quando i migranti eravamo noi. Oggi più che mai è nostro dovere non dimenticare». Non dimenticare cosa esattamente? E «noi» e «nostro» in che senso? Ad esempio, chi scrive cosa ha da spartire con i campioni del buonismo appena citati? La nazionalità? Non c’è dubbio; ma è, questo, un connotato anagrafico che sempre chi scrive respinge sul terreno della lotta (si fa quel che può!) anticapitalistica, la quale, come ho già accennato, dissolve ogni appartenenza nazionale, razziale, religiosa e quant’altro per porre al centro dell’attenzione la disumana prassi del Dominio, la maligna entità storico-sociale che rende possibile anche le carneficine, in tempo di guerra come in tempo di – cosiddetta – pace. È questo d’altra parte il filo nero che lega la Marcinelle del 1956 al Mediterraneo del 2017. Ovviamente e come sempre, mutatis mutandis.

Cambiando dunque l’ordine cronologico delle stragi, il colore della pelle degli sventurati e il contesto storico/geopolitico degli eventi qui evocati, il risultato non cambia. E si chiama Capitalismo, la cui dimensione oggi è mondiale. La spinta migratoria che origina soprattutto nell’Africa subsahariana ha moltissimo a che fare con le dimensioni e con la natura invasiva del Capitalismo, il quale genera “scompensi”, magagne e contraddizioni sia là dove esso per così dire abbonda (vedi il cosiddetto Nord del mondo), sia là dove invece esso è asfittico e tarda a decollare, e questo, nella fattispecie, soprattutto a cagione della prassi colonialista e imperialista che vide protagonisti alcuni Paesi europei già a partire dalla fine del XV secolo. L’ineguale sviluppo del Capitalismo ha sempre creato onde di pressione sociale che coinvolgono l’intero pianeta, e che possono manifestarsi anche sottoforma di migrazioni di massa, un fenomeno che, come impariamo fin dalle scuole elementari, se osservato dalla prospettiva storica non ha in sé nulla di eccezionale: il bisogno spinge i popoli a muoversi, da sempre. Oggi questo processo sociale si dispiega nell’epoca caratterizzata dal totalitario dominio dei rapporti sociali capitalistici, e questo connotato storico-sociale gli conferisce la peculiare fenomenologia che ci sta dinanzi.

Ma ritorniamo a Miserabilandia! Dei buonisti abbiamo già detto. Immediata è scattata la rappresaglia dei cattivisti, i quali si sono prodotti nel solito coro: «Vergogna! Vergogna! Vergogna!». «Mattarella si vergogni», ha tuonato appunto il leader leghista Matteo Salvini. «È vergognoso – ha dichiarato Paolo Grimoldi, deputato della Lega Nord e segretario della Lega Lombarda – che il presidente Mattarella nel ricordare la strage di Marcinelle paragoni gli italiani che andavano a sgobbare in Belgio o in altri Stati, dove lavoravano a testa bassa, dormendo in baracche e tuguri, senza creare problemi, agli immigrati richiedenti asilo che noi ospitiamo in alberghi [che invidia!], con cellulari, connessione internet [e io pago!], per farli bighellonare tutto il giorno e avere poi problemi di ordine pubblico, disordini, rivolte come quella avvenuta oggi nel napoletano dove otto immigrati minorenni hanno preso in ostaggio il responsabile della struttura che li ospita. Paragonando questi richiedenti asilo nullafacenti agli italiani morti a Marcinelle il presidente Mattarella infanga la memoria dei nostri connazionali. Si vergogni». Ecco appunto. Per il capogruppo Pd alla Camera, Ettore Rosato, «le parole di Matteo Salvini sono vergognose [ci risiamo!] perché offendono il Presidente Mattarella [e chi se ne frega!] e gli italiani»: nella mia qualità di disfattista rivoluzionario non mi sento offeso neanche un po’ dal vomito razzista che esce dalla bocca di Salvini e gentaglia simile. Questa è robaccia che può eccitare gli animi delle opposte tifoserie che siedono sugli spalti di Miserabilandia. Dal mio punto di vista buonisti e cattivisti pari sono, e rappresentano due opzioni interne all’esigenza di gestire i processi sociali e di controllare la società per garantire la continuità dello status quo sociale – sociale, non meramente politico-istituzionale.

Pare che anche qualche discendente delle vittime di Marcinelle si è sentito offeso dal buonismo presidenziale di Mattarella, da quello governativo di Alfano e da quello istituzionale della Boldrini: «Aldo Carcaci, figlio di un emigrato e oggi deputato belga, ha contattato IlGiornale.it dicendosi esterrefatto da quanto sentito in questa giornata di dolore. “Mi sento offeso dalle parole che ho sentito. Così come è offesa la memoria delle persone che hanno perso la vita nella miniera di Marcinelle. Paragonare quegli immigrati con quelli di oggi è sbagliato. Quando mio padre nel 1947 è andato in Belgio c’èrano degli accordi tra i due Paesi. C’era, da parte del Belgio, una richiesta di lavoratori. In Italia invece i giovani non hanno un impiego ed è quindi impensabile riuscire ad aiutare tutti i ragazzi africani che arrivano ogni giorno sulle nostre coste. Inoltre noi ci siamo integrati, abbiamo studiato, imparato la lingua e lavorato anche se subivamo episodi di razzismo”» (Il Giornale). Capito? Noi eravamo brava gente (e pure di pelle bianca, salvo qualche siciliano particolarmente abbronzato); loro invece…

Quanto escrementizia e risibile sia la disputa tra buonisti e cattivisti lo apprendiamo anche dalla discesa in campo dell’attore comico Jerry Calà («Capito?»): «Non paragoniamo i nostri emigrati per piacere! Loro chiusi in baracche da cui uscivano solo per lavorare e rientravano per farsi da mangiare. Mio zio è morto in Belgio nelle miniere per mantenere la famiglia italiana. Mi permetto di parlare perché ne sono parente e in quegli anni ci sono stato. In Svizzera, in Belgio, in Germania. Non facciamo paragoni assurdi per piacere! Gli emigranti italiani venivano trattati come animali da soma… pulitevi la bocca». Pare che l’indignazione dell’attore abbia riscosso un notevole apprezzamento in una non piccola parte di Miserabilandia.

Giustamente Francesco Cancellato (Linkiesta) considera «stucchevole e pedagogico sentirsi dire che dovremmo solidarizzare coi migranti perché un tempo lo siamo stati anche noi. Come se solo una pregressa condizione di sfruttati possa muoverci a pietà per una moltitudine di disperati in fuga dall’inferno. Come quando nei telegiornali una tragedia diventa tale solo se ci sono morti italiani». E soprattutto egli sottolinea le differenze che corrono tra la tragedia di Marcinelle e la strage continua dei «disperati in fuga dall’inferno», una differenza che, per così dire, porta acqua al mulino della moltitudine in fuga da guerre, fame, malattie, miserie d’ogni genere. Il paragone tra Marcinelle e il Mar Mediterraneo è tale da far impallidire i morti del 1956. Scrive Cancellato (il quale, beninteso, argomenta dal punto di vista degli interessi nazionali): «Nel 1956 eravamo alla vigilia di quello che oggi definiamo “miracolo economico italiano”, indotto dal Piano Marshall (sì, gli Stati Uniti ci aiutavano a casa nostra): nei quattro anni successivi, tra il 1957 e il 1960, per dire, la produzione industriale italiana crebbe del 31,4% e la crescita del Pil non scese mai sotto il 5,8%. Ritmi cinesi, insomma, per il quale c’era bisogno di materie prime come il carbone. Ed è proprio per quel carbone che fu firmato il protocollo Italo-Belga, dieci anni prima, nel 1946». In secondo luogo, «nel Canale di Sicilia, negli ultimi quindici anni, hanno perso la vita 30mila anime. Ripetetevelo nella mente: trentamila. Ci sono più cadaveri che pesci, in quel tratto di mare. Se vogliamo capire cosa provano quegli esseri umani che cercano di entrare in Europa – attraversando l’Italia – dal Canale di Sicilia, prendiamo la più grande tragedia della nostra stagione migratoria e moltiplichiamola per dieci, cento, mille, un milione. Magari servirà a farci capire a chi stiamo chiudendo le porte». In terzo luogo, «per convincere gli italiani a partire, nel 1946 l’Italia fu tappezzata di manifesti rosa che presentano i vantaggi derivanti dal mestiere di minatore: salari elevati, carbone e viaggi in ferrovia gratuiti, assegni familiari, ferie pagate, pensionamento anticipato. Per quanto terribili fossero poi le loro condizioni di lavoro, una situazione un po’ diversa rispetto a quella delle migliaia di schiavi africani che ogni anno raccolgono pomodori e arance tra Puglia e Sicilia. Se pensate siano fenomeni imponderabili, sappiate che solo a raccogliere i pomodori, ogni anno, sono impiegati quasi 20mila braccianti, molti dei quali senza contratto, molti dei quali stranieri, molti dei quali irregolari». Su questo aspetto rinvio a due miei post: Rosarno e dintorni e Uomini, caporali e cappelli.

Scrive il “realista” Maurizio Molinari: «L’integrazione dei migranti è un test di crescita per ogni democrazia industriale, capace di rafforzarne la prosperità come di indebolirne la solidità, e l’Italia non fa eccezione. Ecco perché è opportuno affrontare senza perifrasi la sfida che abbiamo davanti, guardando oltre liti politiche interne e dispute internazionali. […] L’interesse dell’Italia è dotarsi di provvedimenti, leggi e politiche che rendano possibile [l’integrazione degli immigrati] sulla base di principi condivisi: non tutti i migranti che sbarcano possono rimanere perché una nazione sovrana non è una porta girevole, ma chi viene accolto deve poter intraprendere un cammino verso la cittadinanza che include l’integrazione nel sistema produttivo. Poiché coniugare integrazione e sovranità è una sfida nazionale per essere vinta necessita il coinvolgimento di tutte le forze politiche del Paese, che si trovino al governo o all’opposizione poco importa, e in ultima istanza il sostegno e l’attenzione di tutti i cittadini italiani, a prescindere dalle fedeltà di credo o di partito» (La Stampa). Un appello che ovviamente non può convincere (anzi!) chi lotta contro gli interessi nazionali (vedi anche il mio post sulla Libia) e per la costruzione dell’autonomia di classe, la quale è tale solo se prospetta a tutte le vittime del Capitale, a prescindere dal colore della loro pelle, dalla loro nazionalità, ecc., la necessità e l’urgenza di unirsi in un vasto fronte anticapitalista. Tutto il resto (“buonismo” e “cattivismo”) è miseria capitalistica.

CARLO CATTANEO E LE INTERDIZIONI IMPOSTE AGLI EBREI

È assurdo e sconveniente al massimo
grado che gli ebrei, che per loro colpa
sono stati condannati da Dio alla
schiavitù eterna, possano, con la scusa
di essere protetti dall’amore cristiano e
tollerati nella loro coabitazione in mezzo
a noi, pretendere dominio invece di
sottomissione (Paolo IV).

I nostri avi condannavano l’Ebreo a vivere
di usura e di baratti; e poi lo maledicevano
come usurajo e barattiere (Carlo Cattaneo).

 

Per puro caso (complice Radio Radicale) mi sono imbattuto nella presentazione, avvenuta alla Camera dei Deputati lo scorso 21 marzo («In concomitanza con l’anniversario delle Cinque Giornate di Milano»), della nuova edizione delle Ricerche economiche sulle interdizioni imposte dalla legge civile agli Israeliti (Vallecchi), un saggio estremamente interessante che Carlo Cattaneo scrisse nel 1835 e che vide la luce due anni dopo, non prima cioè di un’attenta verifica da parte della censura austriaca. A quanto pare la censura lasciò qua e là il segno, ma l’impianto generale del saggio rimase intonso, e comunque tale da suscitare l’interesse di un lettore che oggi fosse interessato a comprendere la genesi dell’antisemitismo. Le Interdizioni furono pubblicate nel 1837 negli Annali della giurisprudenza pratica con la data dell’anno precedente; io ho letto appunto questa vecchia edizione che ho trovato sul Web in formato PDF.

Conoscevo assai superficialmente Carlo Cattaneo nella sua qualità di padre del pensiero federalista risorgimentale, e in questa veste usato strumentalmente all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso dalla Lega di Bossi attraverso la mediazione del Professor Gianfranco Miglio – il quale peraltro non nascose mai i suoi dubbi intorno allo spessore politico-intellettuale del Senatur. Ultimamente ho scoperto un Cattaneo eminente economista, conoscitore della migliore letteratura economica prodotta nel Vecchio Continente a partire dalla fine del XVIII secolo, e soprattutto un intellettuale progressista interessato a dimostrare le origini sociali del pregiudizio antisemita e a denunciare le nefaste conseguenze che tale pregiudizio ebbe, non solo sulla vita della Comunità Ebraica, com’è evidente, ma sullo stesso sviluppo economico dei Paesi europei che tardavano a sradicarlo una volta per sempre. Cattaneo non nega affatto le ragioni della pessima nomea che gli ebrei si sono fatti nel corso dei secoli soprattutto presso il cosiddetto “popolino” (1), e in questo senso può dare perfino l’impressione di essere, per così dire, più realista del re; egli è piuttosto interessato a dimostrare, girando “dialetticamente” la frittata della storia, che il pregiudizio antisemita affonda le sue radici non nella natura degli ebrei in quanto tali, ossia come popolo ormai costretto alla diaspora, ma piuttosto nella prassi antisemita adottata dalle autorità politiche e religiose. L’ebreo giustamente disprezzato dai cristiani è in realtà una loro creazione; egli non viene fuori dalla natura, né è il prodotto del destino cinico e baro: l’ebreo errante dell’iconografia antisemita è una creatura di quello stesso mondo che tanto lo disprezza. È il nostro ottuso pregiudizio che ha fatto degli ebrei gli esseri spregevoli che abbiamo imparato a disprezzare, e non viceversa. La colpa dell’antisemitismo ricade interamente su noi. È dunque venuto il momento di mettere gli ebrei nelle condizioni (economiche, politiche, culturali, civili) di diventare cittadini a pieno titolo come lo sono quelli appartenenti alle altre confessioni religiose. Infatti, «L’abolire le interdizioni sarebbe stata l’unica misura efficace a por limite alla loro opulenza, adeguando le forze lucrative degli Israeliti e quelle di qualsiasi altro ceto di viventi. Ma l’odio è cieco come l’amore. Tutte le passioni sono cieche» (2).

Naturalmente per apprezzare nel modo corretto l’operazione tentata da Cattaneo occorre guardarla dalla prospettiva storica, la sola che può evitarci errori d’ogni sorta – ad esempio, quello di far ragionare i protagonisti della storia passata con la nostra mentalità “moderna”.

Il patriota milanese pensava, da buon illuminista, che l’antisemitismo avesse ormai i giorni contati, essendo non più che un odioso retaggio di epoche storiche passate, contrassegnate dall’oscurantismo politico-religioso delle istituzioni che poteva contare su una vastissima incultura da parte del popolino. Retaggio odioso e, ha cura di ricordare puntualmente Cattaneo, economicamente deleterio anche per i non ebrei: «V’è qualche Israelita che ami portare nel territorio di Basilea i suoi risparmi per fecondare la terra e renderla ridente e ubertosa? perché respingerlo? Tito rimproverava Vespasiano di aver messo un’imposta sulle cloache, e Vespasiano gli porse una moneta proveniente da quella gabella, e disse: fiuta; trovi tu che abbia cattivo odore? E si potrebbe dire ai paesani di Basilea: i franchi dell’Israelita han forse cattivo odore? Una vite piantata dall’Israelita in un campo finora incolto, darà forse uve amare o velenose? La natura non prende parte ai nostri ciechi rancori; ella è madre giusta e buona per tutti gli uomini laboriosi. Noi facciamo guerra a noi stessi censurando e contrariando il voto della clemente natura. Lasciate fare all’Israelita, e quell’industria che ha ammassato i milioni, saprà anche nutrirne la fecondità e l’amenità della terra» (p. 3). Lasciate che il Capitale degli ebrei, in tutto simile al Capitale dei cristiani, dei musulmani e degli atei, fecondi la natura! Lasciate che essi possano vivere anche di plusvalore, e non solo di profitto commerciale e di interesse! In effetti, il Capitale non conosce, in linea generale, distinzioni di razza, di sesso, di religione e di nazione; tuttavia, la società borghese non solo non è stata in grado di superare i vecchi (“atavici”) pregiudizi basati sulla razza, il sesso eccetera, dotandoli peraltro di un arsenale tecnologico (armi e strumenti di propaganda) davvero micidiale; ma ne ha creati piuttosto di nuovi.

Se, ragionando per assurdo, qualcuno avesse potuto dire a Cattaneo che il pregiudizio antisemita avrebbe assunto proporzioni da inferno dantesco proprio nel secolo che vedrà il trionfo della tecnica e della scienza, egli probabilmente si sarebbe messo a ridere: «Che sciocchezza è mai questa! Il Progresso non conosce né soste né inversione di marcia: la freccia, una volta scagliata, corre sempre in avanti». Illuminismo, appunto (4). Purtroppo, come scrisse una volta Max Horkheimer, «Di irrevocabile, nella storia, c’è solo il male: le possibilità non realizzate, la felicità mancata, gli assassinî con o senza procedura giuridica, e tutto ciò che il dominio arreca all’uomo» (5). All’uomo in generale, e all’ebreo in particolare, verrebbe da aggiungere. Attilio Milano, autore di un’apprezzabile Storia degli ebrei in Italia (1962), definì Cattaneo «il più solido e agguerrito paladino della risoluzione integrale del problema ebraico» (6); un secolo dopo, altri personaggi si cimenteranno, con ben altra “radicalità” e con opposta intenzione, nella soluzione finale del problema ebraico. C’è mancato davvero poco, pochissimo, che questa impresa non si realizzasse completamente, al 100 per 100.

C’è da dire che, come ricorda Paolo Maltese, «in Germania l’ostilità avrebbe preso a svilupparsi dopo la grande crisi finanziaria del 1873, che avrebbe rovinato parecchi appartenenti alla classe media. Crisi che finì, infatti, per fare degli ebrei – visti come potenza economica – il capro espiatorio della situazione. […] Nel 1881, Karl Eugen Dühring, insegnante di economia e filosofia all’università di Berlino, nel suo Die Judenfrage als Rassen, Sitten und Kullturfrage, dipingeva, a sua volta, ai propri studenti gli ebrei come una razza il cui stesso sangue era maledetto» (7). Ed era esattamente in questa accezione che negli anni Settanta del secolo scorso, mia madre, una proletaria completamente digiuna di storia e di politica, e che sicuramente non avrebbe nemmeno saputo indicare l’ubicazione geografica di Israele (né di qualche altra nazione, per la verità), mi dava dell’ebreo tutte le volte che intendeva sottolineare il mio malsano comportamento. Probabilmente è anche per questo che ho sempre nutrito una forte simpatia e ammirazione nei confronti degli ebrei. Scherzo. Naturalmente la cara donna usava quello che nella sua testa suonava come una sanguinosa offesa solo per sentito dire, e come sinonimo, appunto, di persona cattiva, egoista, priva di scrupoli e di sentimenti positivi nei confronti del prossimo. Ho aperto questa brevissima parentesi biografica non in odio a mia madre, che in realtà amo, ma solo per dire quanto radicato sia rimasto il pregiudizio antiebraico soprattutto presso gli strati sociali che occupano i gradini più bassi della scala sociale, che difatti sono i più esposti alla sirena razzista: «Gli africani ci rubano il lavoro, sporcano le strade e insidiano le nostre donne: cacciamoli!». Perché gli ebrei sono diventati «il capro espiatorio della situazione» per eccellenza? È questo il rognoso problema che Cattaneo affronta.

«Vi fu un tempo in cui tutta l’Europa consentì ad aggravare di dolorose interdizioni la vita degli Israeliti. E ora è giunto un altro tempo in cui ogni innovazione di leggi e d’ordini civili concorre con mirabile uniformità e costanza ad alleviare il peso di quelle interdizioni, e a riannodare tra quelle e le altre stirpi del genere umano i vincoli della carità e della pace. Perché sono venute quelle interdizioni allora? E perché se ne vanno adesso? L’origine loro si deve all’andamento universale delle cose a quei tempi, e soprattutto a ragioni economiche che qui si accenneranno di volo» (8). Per lo studioso milanese la storia degli ebrei è in primo luogo un problema d’economia politica: «Questa scienza insegna come gli Ebrei divennero i più ricchi tra gli abitanti della terra; essa svolge praticamente la verità del sacro adagio: “Gli ultimi saranno i primi”. Noi abbiamo tenuto gli Ebrei in rigidissima tutela, costringendoli anche già ricchi a trafficare e industriarsi senza posa ed a vivere senza piaceri e senza distrazioni. Noi abbiamo tessuto di dispendiose vanità tutta la nostra vita e abbiamo tessuto tutta la vita loro di solide realtà» (p. 65). Anziché annientarli, i divieti imposti agli ebrei li hanno piuttosto conservati, rafforzati e cementati sul piano religioso e delle abitudini, facendone «un inimico accampato nel grembo della nazione, il quale nel secreto delle transazioni private rende a più doppj quel male che gli viene inflitto dalle publiche ordinanze». E questo semplicemente perché «quelle leggi che proscrivono un ceto qualunque, e lo escludono dalla sociale convivenza, lo sciolgono eziandio dalla necessità di rendersi utile e accetto agli altri ceti, e lo abbandonano alla spinta grossolana e immorale dell’egoismo» (p. 57). Questi passi mi sembrano abbastanza in sintonia, sempre cambiando quel che c’è da cambiare, con l’odierno dibattito europeo intorno 1) alla necessità di regolamentare in modo più o meno severo l’afflusso di immigranti, e 2) alla politica di integrazione delle cosiddette seconde/terze generazioni di immigrati che vivono una condizione di emarginazione nelle periferie di alcune grandi città europee, Parigi e Londra in testa.

Come scrivevano Horkheimer e Adorno (Elementi dell’antisemitismo), «Gli ebrei non furono i soli ad occupare la sfera della circolazione. Ma sono stati rinchiusi in essa troppo a lungo per non riflettere, nella loro natura, l’odio di cui sono stati sempre oggetto. Ad essi, a differenza dei loro colleghi ariani, era precluso, in larga misura, l’accesso alla fonte del plusvalore. Solo tardi e con difficoltà hanno potuto accedere alla proprietà dei mezzi di produzione. […] Il commercio non era la loro professione, ma il loro destino» (9). Si può forse dire, con una punta di cinismo che certamente non disturberà il fine senso dell’humour sviluppato nel corso dei secoli dai “deicidi”, che l’ebreo che venne fuori dal processo storico-sociale è una sorta di profezia che si autoavvera. Beninteso, qui la profezia parla la lingua dei carnefici e, appunto, del processo storico-sociale. In questo senso Marx scrisse: «Noi spieghiamo la tenacia dell’ebreo non con la sua religione, ma piuttosto col fondamento umano della sua religione, col bisogno pratico, con l’egoismo» (10).

Per farsi un’idea della notevole cifra intellettuale di Cattaneo, è sufficiente leggere quanto segue: «Fissar limiti alle usure era un’impresa disperata. Coll’aggravarsi della miseria universale crescevano i lucri dei pochi denarosi. In questo male cadranno sempre tutte le leggi che si dedurranno dalle asserzioni del nudo diritto dissociato dai fatti dell’economia» (11). Quando ho letto questi ultimi passi, ho subito pensato al vecchio ebreo di Treviri, il quale avrebbe certamente apprezzato la concezione “materialistica” del diritto elaborata dallo studioso milanese, il quale considerava il Regno di Sardegna una pessima alternativa all’Impero Austriaco soprattutto in base a considerazioni economiche. Egli considerava il Piemonte uno Stato economicamente arretrato rispetto alla Lombardia, e assai poco democratico, e dunque un modello da non seguire sulla strada dell’emancipazione nazionale degli italiani: «Il popolo deve tenere le mani sulla propria libertà». Trattasi di radicalismo democratico-borghese, non di “populismo”! Com’è noto, la sua posizione federalista uscirà perdente dal processo di unificazione nazionale, e a partire dagli anni Novanta del secolo scorso gli storici si sono interrogati, un po’ oziosamente a dire il vero, sul volto che avrebbe avuto l’Italia se allora avesse trionfato la tendenza federalista (oltre che laica e liberale) incarnata da Cattaneo.

La tesi centrale delle Interdizioni, peraltro già ampiamente anticipata sopra, è abbastanza semplice, e provo a riassumerla in poche battute. Gli ebrei furono messi nelle condizioni di accumulare immensi patrimoni finanziari da quello stesso mondo ostile che nel corso dei secoli aveva congiurato per eliminarli dalla faccia della terra, e poi ne subiranno le tragiche conseguenze come se si fosse trattato di un loro libero orientamento, e non, appunto, delle conseguenze inattese di altrui comportamenti. Quel mondo fece di tutto, nei fatti (“oggettivamente”), per conservarli e, al contempo (e in piena coscienza), per annientarli. Questa dialettica è ben visibile nelle pagine del saggio, e ne costituisce anzi un importante filo conduttore. «La depressione civile degli Ebrei era per altra parte ancora un fomento alla loro opulenza» (p. 43). Non volendoli assorbire e sciogliere nel processo storico; tenendoli lontani dalle attività produttive (dall’agricoltura, in primis) e dalla vita civile (dalla politica, dalla cultura, dalla scienza, dalla moda), il mondo cristiano li ha conservati in guisa di comunità chiusa, facendone, loro malgrado, una perfetta macchina per accumulare tesori, salvo poi incolpare di questo gli stessi ebrei, cioè le vittime delle sue interdizioni!
Con la sanguinosa repressione delle due grandi rivolte ebraiche del 70 d.C. (distruzione del Tempio Sacro) e del 134 (sotto la guida di Simon Bar Kokhbà) da parte delle legioni Romane, inizia quella che passerà alla storia come la diaspora ebraica: gli ebrei cessano di esistere in quanto popolo organizzato come Nazione cara a Jahwe e iniziano a sperimentare la durissima esistenza di esuli all’interno dell’Impero Romano. Spagna, Italia, Germania e Francia saranno i maggiori centri europei della diaspora ebraica. Fino al IV secolo gli ebrei non saranno fatti segno di una particolare avversione da parte dello Stato Romano, peraltro abituato da secoli a convivere con una moltitudine di popoli e di credi religiosi, anche se il rigido monoteismo ebraico, un’assoluta rarità nel mondo antico, aveva sempre urtato la suscettibilità pagana della classe dirigente romana, che a giusta ragione vi aveva visto uno dei più importanti fattori di coesione del popolo ebraico, la cui identità culturale e religiosa difatti sopravvisse alla distruzione di Gerusalemme.

Scrive Cattaneo: «Dopo la conquista romana comparvero a poco a poco anche in occidente, dove i popoli politeisti li fecero bersaglio di uno strano disprezzo. Certo le loro dottrine sull’unità di Dio dovevano ingelosire i sacerdoti della cadente idolatria. Ma qualunque fosse l’opinione degli uomini, non pare che in quei secoli gli Ebrei avessero rinvenuta l’arte di raccogliere tesori. Molte altre nazioni o disperse dalla patria al pari di loro, o diffuse per tutto il mondo in colonie mercantili come Fenici e Greci; e più di tutto gli stessi cavalieri romani avevano già posto la mano sui più fruttuosi rami del commercio, come il cambio, l’usura e le finanze. Né d’altronde è chiaro se la legge romana negasse agli Ebrei la possidenza o alcun altro diritto concesso agli altri sudditi peregrini. Quando nel 212 Caracalla, per frangere l’orgoglio degli Italiani, divulgò la cittadinanza a tutti gli altri abitanti liberi dell’imperio e con ciò pose fine alla romana nazionalità, non si legge che gli Israeliti venissero segnati con alcuna sfavorevole distinzione» (p. 13). Per gli ebrei la situazione cambia bruscamente, e in peggio (con la tendenza a un inarrestabile peggioramento), con l’ascesa del cristianesimo come religione di Stato: «Nel IV secolo, resasi generale nella città la fede cristiana, crebbe l’avversione agli Ebrei. Si cominciò ad escluderli in uno coi pagani dalla legge comune. Si intimò la confisca a chi passasse dal cristianesimo al giudaismo, si minacciarono le pene dell’adulterio ad ogni matrimonio fra Cristiani e Giudei, si interdissero nelle nozze degli Ebrei le osservanze israelitiche. Nel secolo seguente si vietò agli Ebrei di acquistar servi cristiani; si esclusero da tutte le amministrazioni e dalle dignità anche municipali; si proibì l’edificazione di nuove sinagoghe. In seguito, sotto Giustino e Giustiniano si interdisse agli Ebrei la milizia e il professorato, si dichiararono inabili a far testimonio contro un ortodosso, e s’erano della setta samaritana, inabili a far qualsiasi testimonio; si comandò la demolizione delle sinagoghe dei Samaritani; finalmente si ordinò che tutti i non battezzati subissero la confisca d’ogni bene mobile e immobile e fossero puniti ed esiliati. Leone d’Iconoclasta costrinse gli Ebrei al battesimo. Ma più della forza dovevano valere le varie disposizioni che intercedevano le eredità ai non ortodossi. Quindi come gente che non aveva più nulla da perdere nel concetto degli uomini e che soprattutto aveva bisogno di celare le proprie sostanze, si diedero apertamente all’arte feneratizia» (p. 14).

È ovvio che se non ci fossero stati gli ebrei a svolgere quell’ingrata, e tuttavia necessaria funzione, altri gruppi sociali/nazionali l’avrebbero svolta al loro posto, tant’è vero che molte volte piccoli commercianti e usurai cristiani hanno sobillato il popolino contro i «maledetti ebrei» solo per prenderne il posto, e lo stesso schema è stato usato lungo tutto il Medioevo da tutti coloro (Re, cavalieri, principi, alto clero, ecc.) che si rivolgevano al credito degli ebrei in momenti di eccezionale bisogno (per organizzare una guerra, per affrontare una carestia o una pestilenza, ecc.), con la segreta speranza di poter estinguere il debito con metodi più o meno ortodossi…. Periodicamente il popolo è stato sollevato contro gli «assassini di Cristo» allo scopo di azzerare i debiti contratti con i «porci giudei», e anche questa possibilità, insieme a quella non meno importante della riservatezza (nessuno osava certo confessare di essere un debitore degli ebrei, né questi ultimi avevano interesse a rendere di pubblico dominio la cosa) rendeva particolarmente preziosa la funzione economica di questo «popolo abbandonato dagli uomini e dagli dèi» (Tacito). Lungo tutto il Medioevo e anche oltre, i pogrom antisemiti avevano questa particolare natura economica. Come scrisse Moses Hess, «L’ostilità agli ebrei non fa correre rischi; anzi, l’intolleranza nei loro confronti rende popolari presso i cristiani, o, in altre parole, cari alle plebi cristiane» (12). L’ideologia antigiudaica della Chiesa cattolica, basata sulla colpa eterna («Gli ebrei per loro colpa sono stati condannati da Dio alla schiavitù eterna», si legge nell’Editto del 14 luglio 1555 emanato da papa Paolo IV e intitolato Cum nimis absurdum (13), ha naturalmente offerto a questo meccanismo sociale ed economico un’eccezionale copertura ideologica, politica e psicologica: non pagare i debiti contratti con gli ebrei e massacrarli all’occorrenza non erano poi pratiche così riprovevoli e, anzi, a volte esse diventavano assolutamente necessarie e degne di rispetto. L’accusa di “deicidio” rivolta contro di loro toglieva ai cristiani ogni remora di natura religiosa e psicologica: in fondo, gli ebrei non erano uomini a tutto tondo, e per certi versi erano più spregevoli dei maiali. La nascita dei Monti di pietà, promossi dai francescani nella seconda metà del Quattrocento per contrastare il moltiplicarsi dei banchi di pegno ebraici, dimostra come il prestito fosse un’attività legata alle esigenze della società occidentale di quel tempo, e non certo qualcosa legata “naturalmente” agli ebrei, appiccicata a essi come il guscio alla lumaca, e quindi estinguibile attraverso la completa eliminazione di questi ultimi, come pure gli interessati a prenderne il posto o a cancellare i debiti hanno sempre sostenuto. La stessa Chiesa di Roma per venire incontro a un’esigenza sempre più diffusa e impellente si era vista costretta a liberare in parte gli ebrei dall’anatema che colpiva l’usura (14), cosa che, se da una parte permise loro per un lungo periodo di esercitare l’assai lucroso prestito a usura praticamente in “regime di monopolio”, dall’altra ne sanzionò la natura di popolo “venale” e “speculativo”.

Sul piano legislativo, l’inizio delle discriminazioni appare già sotto Costantino. Una delle sue prime disposizioni fu quella di vietare a chiunque il passaggio alla religione ebraica sotto pena, più tardi fissata, della confisca dei beni sia per il proselite sia per colui che ne aveva ottenuta la conversione, e del divieto per ambedue di poter disporre dei propri beni per testamento. Al contrario, l’ebreo che abiurava veniva largamente favorito. […] Questo assieme di leggi, togliendo in larga misura agli ebrei la possibilità di fare nuovi proseliti, estingueva nella religione ebraica quella spinta missionaria che essa aveva dimostrata nei secoli precedenti» (15).

L’epoca delle Crociate illustra bene la maledetta dialettica che ha perseguitato gli ebrei. Ecco come la racconta Cattaneo: «Alla fine, nel 1009, la profanazione del Santo Sepolcro per opera del Sultano Hakem, attribuita indistintamente agli Infedeli, trasse una fiera ruina sugli Ebrei. Uno scrittore di quei tempi narra che per un odio universale furono cacciati da tutte le città; alcuni trucidati colla spada, altri gettati nei fiumi, altri straziati dal carnefice; molti si uccisero da sé; dimodoché “dopo una sì degna vendetta ne rimase solo un piccolissimo numero in tutto l’imperio”» (16). Ma ecco subito il risvolto “dialettico”: «Ma la strage dei principali capitalisti, la fuga di molti e la dispersione dei capitali, resero impossibile ogni operazione agraria e mercantile. La miseria giunse a sì lacrimevol segno che, mancati per più anni i prodotti dei campi e i soccorsi dei grani stranieri, si videro in ogni parte della Francia gli uomini morir di fame a migliaia ed i più feroci mangiarsi l’un l’altro. Nel tempo delle crociate la fortuna degli Ebrei risurse, ma in mezzo alle stragi. […] Le crociate erano imprese costose come tutte le spedizioni transmarine, e non potendosi fare a spese di chi non aveva denari, dovevano naturalmente ricadere in gran parte sui denarosi Ebrei» (p. 18).

Nel quarto Concilio lateranense del 1215 Papa Innocente III decise una serie di norme, intese a ridurre gli ebrei al rango di «perpetui schiavi», che segneranno il destino degli ebrei per molti secoli. Tra l’altro, egli vietò ai cristiani di prestare soldi contro interessi e consigliò di escludere gli ebrei dalle associazioni professionali; a questi ultimi furono lasciate aperte quelle attività (cambiamonete, piccolo prestito, piccolo commercio) che il “popolo basso”, per comprensibili ragioni, odiava. Il cristianesimo si incaricò insomma di stringere sempre più fortemente le viti che tenevano insieme il tradizionale esclusivismo ebraico, ponendo così inizio al circolo vizioso della ghettizzazione – la quale aveva anche una componente di auto-ghettizzazione, vista da non pochi ebrei come estrema difesa nei confronti dell’assimilazione da parte del mondo cristiano.
Dal Medioevo in poi fino al XVIII secolo in Europa non c’è stata calamità (naturale o sociale che fosse, più spesso l’intreccio delle due “tipologie”) che non abbia visto gli ebrei nel poco invidiabile ruolo del capro espiatorio. Soprattutto nelle frequenti epidemie di peste si registravano veri e propri pogrom antisemiti da parte del “popolino”, spesso con il tacito assenso delle autorità. Se il Diavolo colpiva i cristiani attraverso la fetida mano degli ebrei, Dio doveva colpire questi ultimi attraverso la misericordiosa forca dei cristiani. Più la resilienza esistenziale (economica, culturale, psicologica, ecc.) degli ebrei dava prova di sé, e più forte si faceva il sospetto, il disprezzo e l’invidia che la gente “normale” nutriva nei loro confronti. Un circolo vizioso che nei secoli ha fatto milioni di morti e che, in modi assai diversi, ha avvelenato l’esistenza tanto delle vittime che dei carnefici.

«Distruggere il giudaismo non è del nostro potere, né della nostra competenza», concludeva Cattaneo esibendo un approccio (improntato alla più rigorosa “neutralità scientifica”) che da solo basta a illuminare lo spirito dei (suoi? nostri?) tempi; «Quando questa impresa fosse anche possibile, ella certo non lo sarebbe nel breve termine della vita che è concesso a noi quanti viviamo. Dacché dunque una potenza prevalente ha disposto che il genere umano, vita nostra durante, appartenga a diverse credenze, cerchiamo almeno di comportarci in modo che questo dissidio perturbi men che si possa quella pace che per noi può godersi» (p. 65). Il processo storico-sociale si è incaricato di dimostrare, e peraltro non smette di farlo (contro i più “duri di comprendonio”), quanto sia vano ogni appello all’«umana comprensione», quando è proprio l’umanità, l’umanità come principio regolatore della nostra esistenza, che continua a rimanere fuori dal mondo.

(1) «Nel diciannovesimo e nel ventesimo secolo, l’antisemitismo fu soprattutto borghese. I medici, gli ingegneri, gli scrittori, gli avvocati, i giornalisti, gli scienziati cattolici o protestanti erano invidiosi degli ebrei, perché erano più intelligenti e fantasiosi di loro. Non invano essi portavano, occultata nel sangue, la Bibbia. La borghesia europea dell’Ottocento fu, in buona parte, antisemita: perfino mio padre, il più mite tra gli uomini. Tutto questo ha condotto ad Auschwitz» (P. Citati, Le radici dell’odio contro gli ebrei, La Repubblica, 12/04/2002).
2) C. Cattaneo, Ricerche economiche sulle interdizioni imposte dalla legge civile agli Israeliti, p. 21, Annali della giurisprudenza pratica, 1836.
3) Ibidem, p. 11. Cattaneo si occupò «della clemente natura» Svizzera, e soprattutto della sua economia e della sua struttura politico-istituzionale, perché in seguito alla conclusione dei moti del 1848-1849 egli vi riparò con la moglie. Lì egli continuò la sua battaglia per la formazione di una borghesia liberale e laica nel Canton Ticino e nell’Alta Italia.
(4) Ad ogni modo, Cattaneo non poté fare a meno di notare la riluttanza con cui la Grande Rivoluzione Francese, al suo tempo considerata come il più grande e genuino prodotto dell’epoca dei Lumi, superò la legislazione che discriminava gli ebrei. «Alcuni professarono di credere e far credere che la rivoluzione di Francia nel 1789 sia stata prodotta principalmente da odio contro la religione dominante e da desiderio di atterrarla. Ma perché mai nella memoranda notte del 4 agosto, in cui si abolirono tutti i privilegi e tutte le classi della cittadinanza cristiana furono fatte eguali al cospetto della legge, perché mai non si tolsero le interdizioni civili che gravitavano sugli Ebrei? Fatto sta che le petizioni e i gravami degli Israeliti all’Assemblea costituente non furono accolti. Due volte vennero prorogate per loro le interdizioni civili nell’atto che venivano abrogate per tutte le altre sette dissenzienti. Più di due anni trascorsero fra alte vociferazioni di equità ed umanità, prima che quei legislatori decretassero agli Israeliti francesi la commune cittadinanza. Fu solo alla fine di settembre 1791 che l’Ebreo nato o naturato in Francia non fu più straniero e venne compreso nella generale appellazione e qualificazione di cittadino» (Ibidem, p. 6).
(5) M. Horkheimer, Lo Stato autoritario, in Crisi della ragione e trasformazione dello Stato, p. 71, Savelli, 1978.
(6) A. Milano, Storia degli ebrei in Italia, p. 359, Einaudi, 1992.
(7) P. Maltese, Nazionalismo arabo e nazionalismo ebraico, pp. 14-15, Mursia, 1992.
(8) C. Cattaneo, Ricerche economiche…, p. 13.
(9) M. Horkheimer, T. W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, pp.188-190, Einaudi, 1997.
(10) K. Marx, La questione ebraica, p. 92, Newton, 1975. Nella Questione ebraica il giovane Marx accetta di scendere sul triviale terreno dei pregiudizi antiebraici (in primis, il giudaismo come gretto spirito orientato all’arricchimento materiale personale) per scagliare quei pregiudizi contro la società borghese, la quale, osservava il ragazzo di Treviri, fa letteralmente impallidire il rozzo e ristretto giudaismo. Se, come voi critici dello spirito pratico degli ebrei dite, il vero Dio dell’ebreo è il Denaro, la stessa cosa non può forse dirsi per ogni altro cittadino della società borghese, la quale a sua volta ha fatto della ricerca del massimo profitto una vera e propria ossessione? Nel testo marxiano del 1843 Marx fa del giudaismo, inteso appunto come spirito orientato al «bisogno pratico, all’egoismo», un concetto universale non per inchiodare gli ebrei alla croce della loro storia, peraltro comprensibile solo alla luce della storia generale del mondo, ma per applicarlo senz’altro alla società borghese. La sua lancia critica non intende infilzare l’egoismo degli ebrei, peraltro già minato dal processo storico, ma il “giudaismo” della società borghese, e con ciò stesso gli intellettuali pseudo radicali che non avevano capito né la vera natura del “giudaismo” ebraico, né quella del “giudaismo” borghese.
Scriveva Max Horkheimer negli anni Trenta, in riferimento alla crisi del vecchio modello liberale di capitalismo soppiantato, in Europa e negli Stati Uniti, dal dirigismo statalista: «La sfera della circolazione, per gli ebrei doppiamente determinante sia come luogo del loro guadagno che come fondamento della democrazia borghese, perde il suo significato economico» (Gli ebrei e l’Europa, in Crisi della ragione e trasformazione dello Stato, p. 53).
(11) C. Cattaneo, Ricerche economiche…, p. 17.
(12) Cit. tratta da J. Frankel., Gli ebrei russi…, p. 23, Einaudi, 1990.
(13) Scrive Attilio Milano: «Gli ebrei romani, fra increduli e sbigottiti, credettero sulle prime che si trattasse di una di quelle minacce che già altre volte erano state lanciate contro di loro soltanto per estorcere il prezzo della revoca». Per gli ebrei la sottovalutazione del pericolo è stata una strategia di sopravvivenza: essi hanno dovuto fare buon viso al cattivo gioco degli antisemiti. «Offrirono perciò a Paolo IV una ingentissima somma: quarantamila scudi. Il papa la respinse. […] A distanza di due settimane già si tornava a vedere in giro per Roma il giallo dei berretti degli ebrei e dei veli delle ebree; due mesi dopo, mura e portoni del ghetto erano rizzati, naturalmente a spese di chi doveva esservi rinchiuso [e mi par giusto!]; entro i sei mesi stabiliti, tutte le proprietà immobiliari erano state liquidate» (A. Milano, Storia degli ebrei, p. 248).
(14) «L’usura nel nostro presente linguaggio indica l’eccessivo ed illegale interesse d’un capitale prestato; e il nome d’usuraio esprime ad un tempo, avidità, mala lede e crudeltà. Ma verso il IV secolo il nome di usura già divenuto odioso, comprendeva anche il più onesto e legittimo frutto dei capitali. Era quello un secolo di miseria e d’ignoranza. Non s’intendeva più quale fosse la natura degli avanzi,
dei capitali, dei prestiti, degli interessi. Non si pensava che senza capitali di qualche sorta o propri o prestati non v’è commercio, non v’è agricultura, non v’è riproduzione né reddito. Si credeva che capitale e denaro fossero sinonimi. E siccome i pezzi di denaro non si propagano come i polipi: cosi s’insegnava il sofisma aristotelico, che la pecunia è infeconda; che chi aveva il suo patrimonio in terre, in case, in bestiami, poteva in buona coscienza godersene il reddito; ma chi per sua disgrazia si trovava di averlo in denaro, non aveva diritto a trarne alcun frutto; e ch’era tenuto a prestano gratuitamente a chicchessia affinché gli altri se ne arricchissero a suo rischio e senza suo vantaggio» (C. Cattaneo, Ricerche economiche…, pp. 14-15).
(15) A. Milano, Storia degli ebrei in Italia, p. 39.
(16) C. Cattaneo, Ricerche economiche…,p. 17.