CINESERIE. OVVERO: POVERO MARX!

«Per il bicentenario della nascita del padre del comunismo, nel 2018, Pechino ha realizzato un colosso di oltre sei metri da piazzare nella località che gli ha dato i natali. Sindaco e giunta sono d’accordo ma gli abitanti non ci stanno. Anche perché “viene da un paese che mescola autoritarismo feroce al turbocapitalismo più spregiudicato”» (repubblica.it). Ma lo sanno tutti che Il Capitale è la bibbia dei turbocapitalisti! O no?

«Ieri il presidente del circolo di scrittori Pen, Ralf Nestmeyer, ha inviato una lettera al sindaco di Treviri, Wolfram Leibe, chiedendo di spostare la data di inaugurazione della statua di Marx finché «la nostra socia onoraria, la poetessa Liu Xia, non sarà liberata dagli arresti domiciliari e non avrà la possibilità di viaggiare». «Sono sicuro che anche Marx sarebbe stato d’accordo», ha aggiunto Nestmeyer, dal momento che la libertà di stampa era considerata dal filosofo tedesco un principio irrinunciabile. La casa editrice berlinese de Il Capitale, la Karl Diets Verlag, ha reso noto di aver aumentato le vendite di Marx come mai prima d’ora, in particolar modo nell’ultimo trimestre del 2018: “Quest’anno ci aspettiamo, sulla base di questi primi mesi, una nuova crescita di oltre 3000 copie, che è un numero enorme per un’opera storica di questo tipo”», ha detto Sabine Nuss» (Corriere.it). Profitti troppo tardivi, caro Karl!

«Il più grande pensatore dei tempi moderni. L’autore del Capitale resta “il tutore rivoluzionario del proletariato e dei lavoratori nel mondo intero (…) e il più grande pensatore dei tempi moderni”, ha dichiarato Xi Jinping, che dal suo arrivo al potere ha enfatizzato il richiamo al pensiero marxista. Il Partito comunista cinese (Pcc), al potere dal 1949, resterà “il guardiano” del marxismo, ha promesso il presidente, che ha rafforzato decisamente il potere della leadership a Pechino dal suo arrivo alla testa del Partito e dello Stato. La Cina popolare, dai tempi del fondatore Mao Zedong, ha profondamente cambiato faccia. Ha riabilitato la proprietà privata, adottando un’economia di mercato “con caratteristiche cinesi” e diventando la seconda potenza economica mondiale. Nel paese dove si contano non meno di 370 miliardari (in dollari), intanto, le ineguaglianze sono sempre più in crescita» (rai news.it). Si tratta della famosa via miliardaria al Socialismo.

«Se i cittadini cinesi conoscessero seriamente i principi del marxismo, capirebbero che in realtà e al di là della propaganda del regime la Cina è oggi un Paese antimarxista e antisocialista. Il fatto che i diritti dei lavoratori oggi siano protetti meglio nei Paesi capitalistici che in Cina, dimostra quanto sia fallita moralmente e intellettualmente la versione del marxismo di Xi Jinping» (jon Ken Stars, docente alla City University of Hong Kong, Radio Radicale). Detto en passant, non è che la versione maoista del “marxismo” avesse molto a che fare con l’ubriacone di Treviri. Ma queste son quisquilie! Forse.

Proprio ieri mi è capitato di leggere quanto segue:

«La “sorveglianza emotiva” in fabbriche e aziende oggi non è più un racconto da libro di fantascienza ma realtà, almeno in Cina. Alcune aziende del colosso asiatico già utilizzano, infatti, cappelli e caschi con sensori elettronici in grado di “leggere le emozioni” degli operai e adattare le loro mansioni a stress e stati d’animo del momento. L’obiettivo è di aumentare la produttività ed elevare il livello di sicurezza sul lavoro. Alcune imprese di Pechino, supportate dal governo cinese, ormai leggono nella mente dei lavoratori. La tecnologia in grado di catturare i pensieri ancora [ancora!] non c’è: l’obiettivo, grazie a sensori e intelligenza artificiale, è di captare i segnali del cervello per comprendere lo stato emotivo dei dipendenti. A un primo sguardo, sono normali uniformi e divise, ma un piccolo impianto integrato all’interno dei caschi degli operai o dei cappelli da ferroviere capta le onde cerebrali e invia le informazioni all’intelligenza artificiale. Quest’ultima mastica i dati e, grazie a un algoritmo, capisce se il lavoratore è stressato, in ansia, depresso, arrabbiato o troppo stanco. [… ] C’è però chi, come il professore della Beijing Normal University, Qiao Zhian, sottolinea i rischi e tratteggia uno scenario da “Grande Fratello”. “In Cina – afferma – non esiste una legge che limiti l’uso di dispositivi di questo tipo. Il datore di lavoro è incentivato ad adottarli per aumentare i profitti e gli impiegati sono solitamente troppo deboli per dire di no”. Se la gestione dei dati di Facebook è già un problema, “la sorveglianza del cervello può portare l’abuso della privacy a un livello completamente nuovo”. Qiao invoca quindi una regolamentazione, perché “la mente umana non dovrebbe essere sfruttata a scopo di lucro”» (www.rainews.it).

Ma nel capitalismo, ancorché con “caratteristiche cinesi” (e quindi capitalismo nel senso eminente del concetto), «la mente umana» dei lavoratori è sempre «sfruttata a scopo di lucro»! E questo Marx lo sa. Salvo immaginare la possibilità di lavoratori privi di cervello, oltre che di coscienza di classe…

Leggi:

ŽIŽEK, BADIOU E LA RIVOLUZIONE CULTURALE CINESE

TUTTO SOTTO IL CIELO (DEL CAPITALISMO)

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LA SEVERA LEZIONE DI ANTIFASCISMO DEL PROFESSOR ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA

Dalle pagine del Corriere della Sera della scorsa domenica il Professor Ernesto Galli della Loggia ha impartito ai suoi lettori una notevole e non banale lezione di storia dell’antifascismo e di scienza della politica. È vero, sostiene il noto intellettuale, che la nostra Repubblica (capitalistica: aggiunta settaria di chi scrive) è «nata dalla Resistenza», e «che la nostra Costituzione è antifascista», ma storicamente e politicamente parlando c’è antifascismo e antifascismo. C’è stato l’antifascismo dei sinceri democratici e quello di chi non predicava né praticava la democrazia ma un sistema di valori autoritari almeno quanto lo erano quelli che facevano capo al Fascismo e al Nazismo. Il riferimento è ovviamente al mondo “comunista” (Unione Sovietica) che si alleò con il mondo democratico (Stati Uniti e Inghilterra) per sconfiggere il nazifascismo. Inutile dire che il Professorone chiama “comunismo” quello che, come sanno i miei pochissimi lettori, io chiamo stalinismo, una mostruosa creatura politico-sociale che rappresentò la più feroce negazione del comunismo e di ogni aspirazione di emancipazione umana. Ma questo fa parte del mio modestissimo bagaglio politico-dottrinario che certo non può minimamente reggere il confronto con quello dell’intellettualone di cui si parla.

Ma diamogli pure la parola: «Sta bene. Non possiamo fare a meno di ricordare che l’Italia è una Repubblica fondata sull’antifascismo, che la nostra Costituzione è antifascista. Si dà il caso però che la storia – la storia ripeto e non già le nostre opinioni personali –  dovrebbe farci chiedere: antifascista sì, ma di quale antifascismo?». Alzo la manina e come uno scolaretto che crede di essere preparato rispondo: «Professore, si trattò di un antifascismo tutto interno alla lotta interborghese e interimperialistica».  «Intercosa? Qui non si parla di calcio! Faccia piuttosto silenzio e impari qualcosa ascoltando la mia Scienza!» Va bè, sto zitto e continuo la citazione: «Come infatti sa chi ha letto qualche libro, la storia registra molti avvenimenti che non possono non porre qualche problema di contenuto quando si adopera il termine antifascismo. Erano certamente antifascisti, ad esempio, quelli che in Spagna incendiavano le chiese e passavano per le armi preti, anarchici e trotzkisti. Erano antifascisti quelli che nel 1939 pensavano che l’Unione sovietica avesse fatto benissimo ad annettersi i Paesi baltici e mezza Polonia dopo essersi messa d’accordo con Hitler, così come lo erano quelli che sul nostro confine orientale dal ’43 al ’45 gettarono qualche migliaia di italiani nelle foibe. […] Ancora: antifascisti a diciotto carati erano pure quelli che negli anni ‘50 non esitavano a definire “nazisti” gli Stati Uniti mentre non riservavano una sola parola di solidarietà, neppure una, agli antifascisti cecoslovacchi o ungheresi, solo pochi anni prima loro compagni nella Resistenza e ora mandati sulla forca con le accuse più inverosimili e infamanti dai regimi comunisti stabilitisi nei loro Paesi. E non si sono sempre proclamati antifascisti – a loro dire anzi del più “coerente” antifascismo – i terroristi delle Brigate rosse e di altre organizzazioni consimili?». La ricostruzione storica mi sembra ineccepibile.

Chi simpatizzava per gli Stati Uniti stava dalla parte giusta (democratica) della barricata, chi simpatizzava per l’Unione Sovietica stava invece dalla parte sbagliata, perché sosteneva un regime dittatoriale liberticida, peraltro neanche in grado di competere sul terreno economico con l’odiato sistema capitalistico: è il succo del discorso di della Loggia. Solo la comparsa del Male Assoluto nazifascista rese possibile un’alleanza altrimenti nemmeno immaginabile tra un Paese antidemocratico come l’Unione Sovietica di Stalin e Paesi democratici come gli Stati Uniti di Roosevelt e la Gran Bretagna di Churchill, il quale fu il primo, a guerra finita, a lanciare l’allarme sui pericoli che l’Occidente correva se non si fosse sufficientemente armata per contenere l’«imperialismo comunista» di Mosca. A Occidente il Bene, a Oriente il Male. Fortunatamente, abbastanza presto ho conosciuto compagni che stavano su una ben diversa barricata: quella dell’anticapitalismo e dell’antistalinismo. A Occidente il Capitalismo, a Oriente il Capitalismo: il mondo intero vive sotto il tallone di ferro di un solo rapporto sociale. Il «socialismo reale» dell’Unione Sovietica come reale Capitalismo (più o meno “di Stato”) a forte vocazione imperialista: questo concetto per me è stato forse l’acquisto dottrinario (che parolona!) e politico (idem!) più importante alla fine degli anni Settanta.

Per quanto riguarda il riferimento alle Brigate Rosse, in effetti, e come ho ricordato altre volte, c’è da dire che la concezione politica della galassia dei gruppi e gruppuscoli che stavano alla “sinistra” del PCI (“terroristi rossi” compresi) trovava non poco alimento “dottrinale” proprio nel mito della «Resistenza tradita» (e poi della «Costituzione tradita») elaborato dai militanti “comunisti” che alla fine della Seconda guerra mondiale avevano sperato di prendere il potere con l’aiuto dell’Armata Russa – e magari anche con l’aiuto del “compagno” Tito, a proposito di foibe. Ora, e sempre per rimanere sul piano della ricostruzione storica tanto caro al nostro professore, un conto era voler «fare come in Russia» nel 1917, ai tempi di Lenin, un conto tutt’affatto diverso era voler «fare come in Russia» nel ’45, ai tempi di Stalin, una distinzione che i post  stalinisti, e lo stesso prestigioso editorialista del Corriere della Sera, non possono apprezzare nel suo autentico significato. Per me si tratta della distinzione che passa tra la Rivoluzione e la Controrivoluzione, né più, né meno.

Oggi non pochi antifascisti militanti duri e puri vorrebbero «fare come in Venezuela», dimostrando con ciò stesso quanto sia ancora forte lo stalinismo inteso come ideologia politica. Un solo esempio, tanto per farci quattro risate. Scrive Luciano Vasapollo, sostenitore di Potere al Popolo e grande amico del «Venezuela rivoluzionario chavista» (ah, ah, ah, già rido!): «Molte forze in Potere al Popolo da anni si battono per difendere la democrazia in questo paese. Ma per democrazia intendiamo quella popolare e partecipata, non quella rappresentativa. E questo secondo me è già vivere rivoluzionario. Pensare che la rivoluzione sia solo atto violento è una follia. Chávez ha rivoluzionato tutta l’America Latina vincendo le elezioni e ancora oggi il chavismo è un modello per tutti gli ultimi della terra. Evo Morales in Bolivia, Rafael Correa in Ecuador hanno vinto regolari elezioni e poi rivoluzionato Bolivia e Ecuador. Cuba va alle elezioni a marzo. La questione che fanno finta di non capire in molti è che da una parte il movimento dei lavoratori, le forze popolari, i comunisti e i paesi progressisti nell’Alba si danno forme di democrazia partecipativa; dall’altro lato, in questo mondo a capitalismo maturo si pensa che l’unica democrazia sia quella rappresentativa. Ma rappresentativa di chi?» Degli interessi che a diverso titolo fanno capo alle classi dominanti, o alle fazioni contingentemente più forti di esse, esattamente come accade nei Paesi che hanno la “fortuna” di sperimentare la «democrazia popolare e partecipativa».  Finisco la rivoluzionaria citazione: «È necessario quindi che non solo tutti coloro che si battono per il superamento del capitalismo e l’apertura di spazi di socialismo, ma anche ogni sincero democratico e progressista e chiunque ritenga un valore l’autodeterminazione dei popoli, mostri la propria tangibile solidarietà con il Venezuela rivoluzionario chavista. Atilio Boron ha definito la lotta del Venezuela come la Stalingrado dell’America Latina. Io credo sia la Stalingrado di tutti i popoli che ambiscono all’autodeterminazione, alla sovranità e alla giustizia sociale». Più che di Stalingrado, parlerei piuttosto di stalinismo, appunto. È proprio vero, Professor Ernesto galli della Loggia, c’è antifascismo e antifascismo! Ma non finisce qui: «Sono tornato in queste ore da un lungo viaggio a Cuba con cui ho avuto incontri con governo, partito, accademici, economisti anche di Venezuela, Bolivia e Stati Uniti. Concordiamo tutti su un punto: la finta democrazia occidentale serve solo a restringere gli spazi di democrazia». Mentre quella «popolare e partecipativa» invece… Forse nemmeno gli stalinisti italiani degli anni Cinquanta si permettevano simili comiche idiozie al ritorno dai loro viaggi “internazionalisti” nella “Patria del Socialismo”. Sul Venezuela, invece, c’è poco da ridere.

Sul regime venezuelano rimando ai miei diversi post pubblicati sul Blog; sulla crisi sociale sempre più devastante che sconvolge quel Paese e sulle condizioni sempre più difficili dei proletari venezuelani, soprattutto di quelli che sono fuori dal circuito clientelare (o “Stato Sociale”) creato dal chávismo con i proventi della rendita petrolifera, cercherò di scrivere qualcosa tra qualche giorno, giusto il tempo di ricevere le solite velenose veline anticháviste dai miei amici e finanziatori americani.

In passato molti mi hanno rimproverato il fatto di prendermela più con gli stalinisti che con i fascisti, e avevano pure ragione! Come si spiega un atteggiamento che a molti militanti della sinistra deve apparire inaccettabilmente settario? Ecco la mia difesa. In primo luogo sul piano storico è lo stalinismo che ha vinto (dopo aver cercato di allearsi con il nazismo e dopo essersi alleato con l’imperialismo angloamericano), ed è perciò con esso che milioni di proletari hanno dovuto fare i conti per decenni, anche in Italia, attraverso il PCI da Togliatti a Occhetto; in secondo luogo, e cosa più importante per un modestissimo epigono di Marx, lo stalinismo si faceva chiamare “comunismo”, sventolava bandiere rosse e diceva di fare gli interessi della classe operaia russa e mondiale, mentre il fascismo non ha mai nemmeno lontanamente toccato simili abissali profondità di menzogna. O mi sbaglio? Chiudo l’ennesima parentesi autobiografica, dedicata a chi conosce solo la storia ufficiale scritta e tramandata dagli intellettuali di regime (in gran parte di orientamento sinistrorso), e ritorno alla noiosa cronaca politica dei nostri giorni.

«Basta con questa storia del fascismo e dell’antifascismo, non se ne può più. È un dibattito di una inconcludenza totale, fondato sul nulla. Pensiamo piuttosto al fatto che i nostri ragazzi escono da scuola senza sapere bene chi era Hitler e Mussolini». Così si è espresso qualche giorno fa un altro pezzo grosso dell’italica intellighentia, Massimo Cacciari. Crisi di rigetto dopo aver ascoltato per decenni, come una litania sempre più stanca e noiosa, lo slogan «Ora e sempre Resistenza»? È probabile. Certo è che nella testa progressista di chi ha una certa età e non è abituato a lisciare sempre e comunque il pelo al Popolo della Sinistra, qualche dubbio intorno all’attualità, alla pregnanza politica e alla serietà dell’antifascismo gli sarà venuto. «”Suvvia – dice il filosofo operaista e senatore dem Mario Tronti, che sfila in corteo a dispetto dei suoi 86 anni – non esageriamo il fenomeno di qualche minoranza che si agita”. Osservazione saggia, se non fosse che fra sette giorni si vota» (Il Messaggero, 25/02/18). Sempre che l’antifascismo, militante (“dal basso”) o istituzionale (“dall’alto”) che sia, porti nuovi voti alla sinistra, di opposizione o governativa che sia, e non si risolva invece in un ennesimo regolamento di conti al suo interno. Un problema che ovviamente non mi sfiora nemmeno. «Nel corteo romano Veltroni, Zingaretti, Zanda e altri si mescolano al popolo che grida: “Antifascismo, Costituzione, questa è la nostra rivoluzione”». Che bella “rivoluzione”! Una “rivoluzione” che lascio molto volentieri al Popolo della Sinistra, la cui massima aspirazione è quella di vedere i Cari Leader dare il ben servito a Renzi, non a caso dipinto fino a qualche mese fa come l’incarnazione del neoliberismo, dei poteri forti, del «fascismo del XXI secolo» e, orribile a dirsi, del berlusconismo. Fascismo, antifascismo, berlusconismo, antiberlusconismo: l’eterno ritorno del sempre uguale! «Che palle!» direbbe un altro intellettuale di sicuro peso e di altrettanto certo spessore, Giuliano Ferrara, il quale peraltro ha denunciato la sciatta e pavida superficialità con cui i media nazionali hanno raccontato la mancata strage terroristica di Macerata: «Perché non abbiamo detto e scritto, come abbiamo fatto in analoghe circostanze, “Siamo tutti Gideon, Festus, Jennifer, Mahmadou, Wilson, Omar”?». Già, perché? Elezioni incombenti?

Essendo un intellettuale borghese liberale, Galli della Loggia quando tratta di antifascismo conosce solo una distinzione, tutta radicata sul terreno della difesa dello status quo sociale: quella tra antifascismo democratico e antifascismo antidemocratico. Non conosce né concepisce altre forme di antifascismo. E non è il solo, peraltro. Naturalmente egli appoggia con tutte le sue forze il primo e osteggia nel modo più risoluto e conseguente il secondo: «le democrazie si difendono dal fascismo non facendo la Resistenza – come pretenderebbero facendola a modo loro i teppisti di Torino, di Piacenza o di Palermo – bensì applicando la legge. Nelle democrazie il capo della Resistenza è il Ministro degli interni. Punto. Se non lo è – ma il ministro Minniti appare da ogni punto di vista perfettamente calato nel ruolo – va richiamato ai suoi doveri, non già surrogato da qualche violento capobanda dei centri sociali». Il monopolio della violenza va lasciato allo Stato anche quando si tratta di difendersi dal fascismo. Ma è appunto questo che contestano «i teppisti (copyright di Antonio Padellaro)» che praticano l’antifascismo militante, i quali sostengono che i “traditori” della Repubblica [capitalistica] nata dalla Resistenza e della Costituzione [capitalistica] più bella del mondo non solo non reprimono adeguatamente l’insorgenza fascista, ma addirittura la sostengono in qualche modo, anche attraverso il sistema dei media, il quale avrebbe scientemente “sdoganato” il neofascismo presentandolo agli occhi dell’opinione pubblica come il solo movimento politico che davvero ha a cuore le sorti degli ultimi, delle vittime della globalizzazione – o mondializzazione, per usare il lessico del sovranismo destrorso –, e del Paese. A proposito di sdoganamento: «Una signora sotto lo striscione dedicato a Giacomo Matteotti se la prende in pieno trip da retropia addirittura con il Migliore: “Fu Togliatti a sdoganare il fascismo con l’amnistia del ‘46”» (Il Messaggero). Anche questa in fondo è storia.

Si può individuare una differenza di principio, radicale in termini storici e sociali, tra antifascismo militante e antifascismo istituzionale? Io credo di no, e anzi possono entrambi venir considerati come interni a un antifascismo di regime, il regime nato appunto dalla Resistenza. Verrò dopo su questo decisivo punto.

Scrive della Loggia: «Nell’Italia della Costituzione, difendere la democrazia – dal fascismo come da ogni altra minaccia – è compito solo delle forze dell’ordine della Repubblica». E la Repubblica nata dalla Resistenza sa bene come difendersi, non ha bisogno di venir surrogata da un “antifascismo dal basso”. E qui mio malgrado mi tocca dare ragione al Professore. Vediamo subito in che senso attraverso la solita antipatica autocitazione: «Negli anni Settanta la distruzione dei movimenti sociali fu affidata soprattutto agli apparati repressivi dello Stato, con il pieno sostegno di tutti i partiti appartenenti a quello che allora si chiamava “arco costituzionale”, a cominciare dal PCI e dalla DC. […] In quegli anni il neofascismo ebbe uno scarsissimo ruolo nella repressione e nell’intimidazione dei movimenti antagonisti. Insomma, la democrazia capitalistica sa difendersi benissimo dai nemici dell’ordine costituito (e costituzionale) anche senza sguinzagliare le squadracce fasciste contro i “sovversivi”, e ciò in piena coerenza con la lettera e con lo spirito della Costituzione più bella del mondo» (Fascismo reale, fascismo immaginario…).

Fino a prova contraria non il fascismo, in una qualsiasi forma più adatta ai tempi, ha amministrato politicamente e ideologicamente questo Paese negli ultimi sette decenni, ma la democrazia capitalistica, la sola forma di democrazia possibile nel Capitalismo del XXI secolo. Marx e Lenin parlarono della «democrazia borghese» come del migliore involucro politico–ideologico-istituzionale della dittatura sistemica radicata nei rapporti sociali capitalistici. Migliore, beninteso, per le classi dominanti. Forse quei due personaggi preferivano i regimi borghesi autoritari a quelli democratici? Ovviamente no; semplicemente essi avevano capito che la forma democratica offre alle classi dominanti, almeno nei Paesi capitalisticamente avanzati dell’Occidente, più spazio di manovra nella gestione dei conflitti sociali, un più intelligente e funzionale uso della carota politico-ideologica e del bastone – bombe e picchiatori fascisti compresi, alla bisogna. Per non farsi schiacciare, per resistere alla pressione del processo sociale le classi subalterne devono contare solo sulla loro forza, sulla loro unità, sulla loro autonomia politica, ideale e psicologica nei confronti dello Stato e dei partiti di regime – di “destra” o di “sinistra” non ha alcuna importanza. Ecco perché è fondamentale cercare di fare luce sulla natura ipnotica della democrazia capitalistica, la cui sostanza sociale non è che la realtà del totalitarismo degli interessi economici.

Insomma, è sulla dittatura dei vigenti rapporti sociali che dovremmo concentrare tutta la nostra attenzione anche quando analizziamo il significato storico e sociale del fascismo e della democrazia. Non si tratta di sottovalutare i fenomeni neo-fascisti, tutt’altro! Si tratta piuttosto di collocarli nella giusta prospettiva, così da evitarci l’avvitamento in inconcludenti battaglie ideologiche che alla fine rafforzano solo lo status quo sociale.

E qui entra in scena un altro tipo di antifascismo, quello che prende di mira il fascismo non in quanto forma politica che si oppone alla democrazia (capitalistica), alla Repubblica nata dalla Resistenza e alla Costituzione che, com’è noto, tutto il mondo ci invidia (salvo che in Venezuela, dove è in atto un meraviglioso tentativo di “democrazia partecipativa” e di “socialismo dal volto umano”), ma il fascismo (o come altrimenti si voglia chiamarlo) come strumento di repressione e di intimidazione nei confronti delle avanguardie di classe (dove e quando queste ci sono), delle lotte operaie, dei proletari più radicalizzati in senso anticapitalista (speriamo!), di quanti esprimono solidarietà nei confronti degli immigrati, degli ebrei, dei “diversi” d’ogni genere, delle idee di emancipazione d’ogni tipo, incluse quelle che toccano il ruolo della donna in questa società violenta e abbastanza escrementizia. Per questo è assolutamente sbagliato contrapporre la forma democratica dell’esercizio del potere a quella fascista, per il semplice fatto che entrambe concorrono a mantenere intatto e anzi più forte lo status quo sociale. Ho scritto status quo sociale perché la forma politico-istituzionale che amministra un Paese può anche mutare purché sopravviva il dominio delle classi dominanti: è questo, ad esempio, il significato autentico dell’alternanza Fascismo-Antifascismo che si verificò in Italia come conseguenza della sua rovinosa sconfitta militare ad opera delle Potenze Alleate. Non mi stancherò mai di ricordare a me stesso che la Resistenza altro non fu che la continuazione della guerra imperialista sotto altre condizioni storiche determinate dalle bombe angloamericane sganciate con generoso slancio democratico e antifascista sulle città italiane. Lo so che quando leggono simili affermazioni i fascisti si leccano i baffi: ma chi se ne importa di quella gentaglia! A me interessa denunciare il carattere imperialista della Seconda guerra mondiale da tutte le parti in conflitto, e lascio ai miserabili simpatizzanti del Duce la gioia di sentirsi accomunati con altra gentaglia di diverso orientamento politico. Contenti loro!* La precisazione di cui sopra non ha affatto un carattere passatista, perché intende colpire la mitologia resistenzialista nella sua essenza storico-sociale; una mitologia ultrareazionaria che ancora oggi pesa sulla coscienza di non pochi giovani che desiderano “fare la rivoluzione”.

«Il fascismo è fuori dalla Costituzione», ha detto qualche giorno fa il Premier Gentiloni. È fuori dalla Costituzione, mi permetto di precisare, ma dentro (eccome!) il regime sociale che quella Costituzione esprime. Io sostengo un antifascismo che vuole essere fuori dalla Costituzione e contro quel regime. Ebbene giovani compagni, non c’è Rivoluzione se non fuori dalla Costituzione e contro la Costituzione.

 

* Qualche anno fa un amico mi informò che su un sito rigorosamente nazifascista era comparso un mio scritto sulla democrazia e la Costituzione Italiana. La cosa che mi fece più ridere fu vedere che quel pezzo stava accanto a un articolo di Amadeo Bordiga, il noto fondatore del PC d’Italia nel 1921, sempre di tenore antidemocratico e anticostituzionale. Quale onore! Poveri nazifascisti, cosa sono costretti a fare per non essere considerati dei miserabili reietti dai loro nemici sinistrorsi!

FASCISMO REALE, FASCISMO IMMAGINARIO, ANTIFASCISMO DI REGIME E ALTRO ANCORA

1. Antifascismo archeologico e violenza capitalistica

Al contrario di Pier Paolo Pasolini, non so dire con assoluta certezza se non si possa individuare in questo Paese agitato da una sguaiatissima competizione elettorale «nulla di peggio del fascismo degli antifascisti»; certo è che negli ultimi giorni il fascismo (o stalinismo: per me pari sono!) degli antifascisti ha risollevato la testa, complici non pochi episodi di odioso razzismo “fascio-leghista” che come non ultimo deleterio effetto hanno avuto appunto quello di riscaldare la rancida minestra dell’antifascismo di regime.

 Leggiamo per mera curiosità cosa scriveva Pasolini nel 1974, nei sui Scritti Corsari, a proposito degli antifascisti di professione: «Esiste oggi una forma di antifascismo archeologico che è poi un buon pretesto per procurarsi una patente di antifascismo reale. Si tratta di un antifascismo facile che ha per oggetto ed obiettivo un fascismo arcaico che non esiste più e che non esisterà mai più. […] Ecco perché buona parte dell’antifascismo di oggi, o almeno di quello che viene chiamato antifascismo, o è ingenuo e stupido o è pretestuoso e in malafede: perché dà battaglia o finge di dar battaglia ad un fenomeno morto e sepolto, archeologico appunto, che non può più far paura a nessuno. Insomma, un antifascismo di tutto comodo e di tutto riposo». Il fascismo è «un fenomeno morto e sepolto»? Pur con qualche cautela, perché non bisogna sottovalutare ciò che il regime postfascista ha ereditato dal regime fascista (soprattutto per quanto riguarda la sfera giuridica e quella relativa al rapporto tra lo Stato e l’economia), tendo a condividere la tesi pasoliniana, almeno se per fascismo intendiamo l’esperienza storica che prese corpo in Italia negli anni Venti e che si esaurì negli anni Quaranta del secolo scorso come epilogo della Seconda macelleria mondiale definita dai vincitori Guerra di Liberazione. Se però riflettiamo sulla genesi sociale del fascismo, occorre dire che le cose cambiano, mentre corretto rimane a mio avviso il giudizio di Pasolini sull’archeologia antifascista.

Il fascismo nacque, infatti, come manganello politico che le classi dominanti usarono per schiacciare un movimento sociale radicalizzato che rischiava di trasformarsi in una vera e propria rivoluzione sociale di “stampo sovietico”. Almeno questa era l’intenzione dei “Rossi” («Fare come in Russia!») e la paura dei “Bianchi”, i quali con piacere videro entrare in scena i “Neri” guidati da un ex socialista, un tal Benito Mussolini. Insomma, il fascismo delle origini come “classico” strumento controrivoluzionario; strumento, occorre ricordarlo, che all’inizio, nella fase più acuta del conflitto sociale (nel cosiddetto Biennio Rosso ‘19-20) la classe dirigente del Paese usò non in alternativa alla democrazia liberale, ma in un mix molto intelligente di manganello e scheda elettorale. E qui non si può non ricordare la figura politica di Giolitti. Si può anzi dire che il manganello fascista si abbatté sulla testa di un proletariato già sfiancato e deluso dai riti della democrazia parlamentare e industriale. «In Italia», scriveva Otto Bauer nel 1936, «Giolitti ritenne di potersi servire del fascismo per intimorire, frenare, pacificare la classe operaia ribelle. Il fascismo si giustificava volentieri di fronte alla borghesia affermando di averla salvata dalla rivoluzione proletaria, dal “bolscevismo”. […] Ma in realtà esso non riportò la vittoria in un momento in cui la borghesia era minacciata dalla rivoluzione proletaria: il fascismo trionfò nel momento in cui il proletariato ormai era da tempo indebolito e ridotto sulla difensiva, nel momento in cui l’ondata rivoluzionaria era già defluita» (*). Il manganello fascista poi si autonomizzò per diventare regime, e questo fenomeno sorprese non pochi politici e intellettuali liberali che avevano creduto di poter mettere da parte Mussolini una volta che egli avesse completato il lavoro sporco per conto della Nazione. Ma non tutte le controrivoluzioni liberali riescono col buco!

Ho ricordato la genesi sociale del fascismo semplicemente per dire che mentre esso come esperienza storica peculiare e, ovviamente, come regime politico-istituzionale può effettivamente venir considerato alla stregua di un «fenomeno morto e sepolto», la funzione repressiva dei movimenti sociali che allora lo produsse è rimasta intonsa e vitale, e non importa la coloritura politico-ideologica che tale funzione viene ad assumere di volta in volta. Negli anni Settanta la distruzione dei movimenti sociali fu affidata soprattutto agli apparati repressivi dello Stato, con il pieno sostegno di tutti i partiti appartenenti a quello che allora si chiamava “arco costituzionale”, a cominciare dal PCI e dalla DC. Ricordo che nel 1977, anno di esordio politico di chi scrive, nei cortei gridavamo lo slogan “Fuori, fuori la nuova polizia!” tutte le volte che individuavamo tra le nostre fila i militanti del PCI e della CGIL. Alcuni compagni parlavano di democrazia fascista; molti altri denunciavano il «tradimento della Costituzione antifascista», mostrando in tal modo, come imparai qualche anno dopo, di non aver compreso il vero significato storico della Resistenza, che a tutti gli affetti, e al di là di episodi pur significativi ma del tutto marginali, venne a caratterizzarsi come continuazione della guerra imperialista sotto altre condizioni, quelle determinatisi con la caduta del Regime Fascista nell’estate del 1943, a seguito dei bombardamenti aerei angloamericani delle città italiane e dell’esito disastroso della guerra per l’esercito italiano. Negli anni Settanta il neofascismo ebbe uno scarsissimo ruolo nella repressione e nell’intimidazione dei movimenti antagonisti. Insomma, la democrazia capitalistica sa difendersi benissimo dai nemici dell’ordine costituito (e costituzionale) anche senza sguinzagliare le squadracce fasciste contro i “sovversivi”, e ciò in piena coerenza con la lettera e con lo spirito della Costituzione più bella del mondo.

2. Il fascismo degli antifascisti e il piagnisteo dei liberali

Spesso l’autoritarismo dell’antifascismo istituzionale non è meno reazionario e repressivo dell’autoritarismo del neofascismo conclamato e fiero di esserlo. Una prova? Eccola!

Due giorni fa Rocco Todero lanciava dalle pagine del Foglio un forte grido di dolore liberal democratico: «Come valutare l’ordinanza del Tar di Brescia che ha ritenuto legittimo il provvedimento del Comune di Brescia, che non si limita a vietare atti e comportamenti che possono ledere libertà e diritti altrui ma che prevede che “ai soggetti richiedenti la concessione di uno spazio pubblico per lo svolgimento della propria attività” sia richiesto di dichiarare di riconoscersi nei principi e nelle norme della Costituzione italiana e di ripudiare il fascismo e il nazismo? Intendiamoci: non si tratta di essere lassisti nei confronti di coloro che si ispirano a un pensiero radicalmente antitetico al liberalismo e alla democrazia. Si tratta, piuttosto, di vietarne le azioni e le condotte che concretamente sconfessano i presupposti del nostro vivere civile. Si tratta, al limite, di vietare le manifestazioni concrete del pensiero fascista e nazista (e siamo già ai confini dell’accettabile, ma passi pure). Ma ci si può spingere sino al punto di pretendere che lo stato possa imporre con la forza non già un’azione legittima (come è suo dovere) bensì un pensiero conforme a un’idea prestabilita e ritenuta l’unica passibile di dignità morale e che quel pensiero venga obtorto collo esternato, pena la limitazione di una libertà fondamentale? È legittima l’azione con la quale lo stato impone l’abiura ed entra nella coscienza individuale di ciascun essere umano per violentarla senza alcun riguardo? Esiste ancora la libertà, per esempio, di essere antifascista e di dichiarare di non volere moralmente aderire a tutte le norme della Costituzione, pur continuando a rispettarle con azioni e condotte concrete?».

Insomma, al netto dei piagnistei liberal democratici del giornalista che difende lo status quo sociale, alla luce dei passi citati possiamo senz’altro dire che si annunciano tempi duri (ancora più duri!) per gli anticapitalisti che non solo non si prostrano dinanzi alla Sacra Costituzione Capitalistica di questo Paese, ma che ne denunciano anzi la natura di classe, la sua ultrareazionaria funzione ideologica, il suo essere al servizio del vigente dominio sociale. E non so se scrivendo queste blasfeme parole, sono già passibile dell’occhiuta attenzione del compagno Ministro degli Interni Marco Minniti, degno erede dell’arco costituzionale di Pecchioli e Cossiga.

3. L’antifascismo di regime come «nuovo oppio dei popoli»?

In un articolo di qualche mese fa pubblicato sull’Independent, Slavoj Žižek caratterizzava l’antifascismo dei nostri tempi come un nuovo oppio dei popoli: «La formula di Marx di religione come l’oppio dei popoli ha bisogno oggi di un serio ripensamento. […] Trump negli Stati Uniti, Le Pen in Francia, Orban in Ungheria sono tutti demonizzati come il nuovo male verso il quale dovremmo unire tutta la nostra forza. Ogni minimo dubbio e riserva è immediatamente visto come un segno di segreta collaborazione con il fascismo. […] Quando ho richiamato l’attenzione su come parti dell’estrema destra sono in grado di mobilitare le questioni della classe lavoratrice trascurate dalla sinistra liberale, sono stato, come previsto, immediatamente accusato di invocare una coalizione tra sinistra radicale e destra fascista, che è esattamente quello che non ho proposto». Nel suo infinitamente piccolo, anche chi scrive è stato accusato dai “sinistri” (soprattutto dagli stalinisti) di fare “oggettivamente” il gioco, di volta in volta, dei fascisti, dei craxisti, dei leghisti, dei berlusconiani e quant’altro ha suscitato e suscita la loro facile indignazione tutte le volte che ha cercato di ricondurre alla loro radice “strutturale” i fenomeni politico-ideologici che agitano la schiuma sociale. Evidentemente si tratta di un’operazione critica che irrita maledettamente chi pensa di militare nella parte giusta del mondo solo perché fa parte dell’intellighentia progressista del Paese. Venir accomunati con i politici che tanto disprezzano, deve suonare come una sanguinosa offesa alle orecchie del progressista medio: «Io non sono come Berlusconi!», «Io sono antropologicamente diverso da Salvini!». E invece… Invece dalla prospettiva autenticamente anticapitalista si osserva il progressista sinistrorso calcare lo stesso terreno escrementizio che calpesta il suo odiato Nemico. Certo, l’uno occupa il lato “sinistro” del terreno, l’altro quello “destro”, ma è il terreno (“di classe”) la sostanza della cosa, ciò che definisce la natura di un soggetto politico, non la posizione contingentemente occupata da chi lo pratica. L’antifascismo praticato dall’anticapitalista si muove su un terreno completamente diverso, quello dell’autonomia di classe. Ecco perché io non mi colloco né più a “destra” né più a “sinistra” di Tizio o di Caio, ma piuttosto altrove.

Ma riprendiamo la citazione di Žižek: «L’immagine demonizzata di una minaccia fascista serve chiaramente come un nuovo feticcio politico, feticcio nel semplice senso freudiano di un’immagine affascinante la cui funzione è di offuscare il vero antagonismo. […] Il fascismo stesso è immanentemente feticista: ha bisogno di una figura come quella di un ebreo, elevata nella causa esterna dei nostri problemi: una tale figura ci permette di offuscare i veri antagonismi che attraversano le nostre società. Esattamente lo stesso vale per la figura di “fascista” nell’odierna immaginazione liberale: consente alle persone di offuscare le situazioni di stallo che stanno alla base della nostra crisi. […] L’oscenità della situazione è da far perdere il fiato: il capitalismo globale ora si presenta come l’ultima protezione contro il fascismo, e se cerchi di farlo notare sei accusato di complicità con il fascismo». Secondo l’intellettuale sloveno la sinistra può battere i populisti solo tagliando i ponti con le assurdità politicamente corrette e ricominciando a occuparsi davvero dei lavoratori, dei problemi causati dalla globalizzazione e dal capitalismo finanziario senza regole. Nella sua prospettiva, la caccia al fascista è solo una scorciatoia per evitare di affrontare la realtà che porta acqua al mulino del populismo semplicemente perché esso non ha paura di misurarsi con la disperazione delle vittime della globalizzazione e con le contraddizioni create dal «capitalismo globale». Bisogna fare i conti con la paura e con le angosce della gente, non stigmatizzarle con atteggiamenti illuministici che lasciano il tempo che trovano.

Ora, se penso che la “sinistra anticapitalista” cui fa riferimento Žižek ha la faccia di Varoufakis, di Sanders e di Corbyn, e di Toni Negri, non posso che prendere le distanze – e la solita metaforica pistola critica – dal suo consiglio su come battere la «destra alternativa». A mio avviso il problema non è quello di rompere i ponti con le assurdità politicamente corrette della “sinistra”, che come ho già detto politicamente parlando si muove sullo stesso terreno di classe della “destra”, del “centro” e del “populismo”; né si tratta di lottare genericamente contro gli effetti del «capitalismo globalizzato», magari in vista di un Capitalismo meno aggressivo e “selvaggio”. Per come la vedo io, e anche qui non faccio che ripetere cose già scritte mille volte, si tratta in ogni occasione, per ogni problema, per ogni evento, di non concedere nulla alla logica del male minore (in attesa di mutamenti nei rapporti di forza tra le classi che ovviamente non si verificheranno mai fin quando a vincere sarà quella cattiva logica) e di attaccare in radice l’ideologia dominante, dovunque e comunque essa si esprima. Sotto questo aspetto, davvero “fascismo” e “antifascismo” mi appaiono due facce della stessa medaglia. Non dico che l’obiettivo individuato sia di facile acquisizione, tutt’altro; ma non vedo alternative possibili per chi intende quantomeno provare a dire qualcosa di serio sull’«oscenità della situazione», fregandosene allegramente delle critiche che certamente i tristi sacerdoti del politicamente ed eticamente corretto non faranno mancare: e chi se ne frega!

4. Bruciare i libri maledetti! Chiudere i covi dei fascisti! O no?

Qualche settimana fa Furio Colombo si sperticava in lodi nei confronti della casa editrice francese Gallimard per la sua «saggia decisione» di sospendere la pubblicazione dei pamphlet antisemiti di Lois Ferdinand Céline, i quali potrebbero «alimentare ancora di più i rigurgiti dell’antisemitismo». Trovo esemplare, sostiene Colombo, che una casa editrice si ponga il problema di come possano impattare certe pubblicazioni su «una massa di cittadini allo sbando, disorientati da un sistema dei media orientato alla falsità. Non possiamo negare di vivere in tempi eccezionali, di montante antisemitismo e razzismo. In tempi eccezionali vanno adottate misure eccezionali» (intervista rilasciata a Radio Radicale). L’illusione della proibizione evidentemente è dura a morire. Inutile dire che le copie dei libri “maledetti” di Céline andranno a ruba, esattamente come il Mein Kampf di Hitler, perché come sa chiunque abbaia un briciolo di intelligenza ciò che è proibito o comunque stigmatizzato e criminalizzato come il male assoluto, assume subito il volto affascinante di una sfida all’autorità che per molti, soprattutto se giovani e “irrequieti”, diventa irresistibile. Più proibisci qualcosa, qualsiasi cosa, e più la rendi meritevole di attenzione.

A proposito di «massa alla sbando»! Kierkegaard una volta disse che «la massa è la non verità»; ma chi riduce gli individui a impotenti atomi sociali tenuti insieme come massa, più o meno «allo sbando», dalle strapotenti forze sociali? Lo so, la domanda è fin troppo suggestiva. In ogni caso, falso non è solo «il sistema dei media», quanto soprattutto il sistema sociale tout court. Falso, beninteso, dal punto di vista dei veri bisogni espressi da «un’umanità socialmente sviluppata» (Marx), da «un’umanità al suo livello più alto» (Schopenhauer), cosa che presuppone il superamento della divisione classista degli individui. Come diceva Adorno, «Non si dà vera vita nella falsa», e quindi è quantomeno ingenuo strillare contro la falsità del sistema dei media, il quale esprime al meglio la vigente condizione disumana. Che l’ingenuità possa approdare a ideologie e a prassi ultrareazionarie è cosa che non sorprende affatto il pensiero che aspira alla radicalità più conseguente sul piano concettuale e politico. Come diceva qualcuno, sovente la strada che porta all’inferno è lastricate di eccellenti intenzioni progressiste.

Su Il Post del 5 febbraio si poteva leggere la seguente inquietante notizia: «Nelle ultime ore le vendite di una particolare edizione del Mein Kampf – il libro di Adolf Hitler che espone i fondamenti dell’ideologia nazista – sono cresciute del 1.037 per cento su Amazon.it e il libro è arrivato ad essere 24esimo nella classifica dei libri più venduti, recuperando più di 200 posizioni. La classifica dei libri più venduti delle ultime 24 ore, per esempio, si aggiorna di ora in ora: il picco di vendite di oggi è probabilmente da collegare al fatto che in casa di Luca Traini, il 28enne neofascista responsabile dell’attentato di sabato 3 febbraio a Macerata, è stata trovata una copia del Mein Kampf, una notizia a cui i giornali hanno dato molto spazio tra ieri e oggi» (Il post del 5 febbraio).

Ora, anziché proibire la pubblicazione del Mein Kampf, non dovremmo piuttosto chiederci come mai questo libro continua ad avere così tanti lettori ed estimatori? A mio avviso tirare in ballo come risposta l’ignoranza, l’incultura, la memoria corta e i soliti “imprenditori della paura” spiega assai poco, e comunque niente di essenziale. Chi soffia sul fuoco può farlo solo perché un fuoco effettivamente esiste ed è alimentato da fatti reali che non hanno niente a che vedere con la cattiveria dei mestatori di turno. La nevrosi sociale è sempre attiva, e per scaricarsi in forma collettiva su qualche oggetto ha bisogno solo di un pretesto occasionale, non di rado creato ad hoc dal demagogo/populista di turno, appunto. La causa scatenante immediata non è dunque la pista che deve battere chi desidera accedere alla verità intorno alla natura della nevrosi sociale, e la distinzione che sempre più spesso i sociologi e i politici fanno tra un’incertezza percepita e un’incertezza reale è, sotto questo aspetto, assai significativa. Come sanno i filosofi, la percezione è molto spesso fonte di idee false, ma per il “popolino” essa conta di più, molto di più, delle fredde cifre scritte su un foglio a corredo di una serissima inchiesta sociologica, ad esempio sui crimini di sangue o sui furti nelle case commessi nel Paese negli ultimi anni: i numeri si riduco, la percezione di insicurezza cresce! Come si spiega la psicosi sociale?

La domanda che dobbiamo porci per comprendere alcuni fenomeni che allarmano i “sinceri democratici” e gli antirazzisti è, a mio avviso, la seguente: come mai a molti decenni di distanza dallo sterminio scientificamente pianificato degli ebrei non poche persone sono ancora attratte dall’antisemitismo, soprattutto quelle persone che nella loro vita non hanno mai visto e conosciuto un solo ebreo in carne ed ossa e non hanno mai letto nulla sul conto della «infida razza giudaica»? Sappiamo d’altra parte che in Europa l’ostilità contro gli stranieri di pelle nera è forte soprattutto in quei Paesi (Ungheria, Polonia, Austria, Repubblica Ceca) che in questi anni non sono stati investiti, se non del tutto marginalmente, dall’ondata migratoria che parte dall’Africa: come mai? Come mai in Gran Bretagna i sostenitori più agguerriti della Brexit si contavano soprattutto nei centri urbani che pur non registrando alcuna presenza dei famigerati “idraulici polacchi” pronti a rubare il lavoro agli idraulici di Sua Maestà La Regina, in compenso vantavano un altissimo livello di “sindrome dell’idraulico polacco”? Come mai il razzismo e la xenofobia sono diffusi in Germania soprattutto nelle sue regioni orientali, dove gli stranieri, soprattutto quelli di pelle nera, sono praticamente una rarità? Noi proletari sappiamo bene che i “negri” non ci rubano il lavoro, semplicemente perché il prezzo delle loro prestazioni lavorative e le condizioni di lavoro che sono costretti ad accettare non entrano in una reale concorrenza con la nostra condizione sociale: a quel prezzo e a quelle condizioni preferiamo senz’altro accedere alla carità sociale, finanziata dalla fiscalità generale, che ci passa lo Stato. E d’altra parte, le aziende che sfruttano i lavoratori africani non rimarrebbero sul mercato, almeno in larghissima misura, senza quella preziosa e poco, assai poco costosa manodopera. Eppure, non facciamo altro che ripetere la filastrocca cara ai “fascio-leghisti”: «Questi negri della malora ci rubano il lavoro!». Il nostro disagio sociale ha cioè bisogno di oggettivarsi in qualche nemico in carne ed ossa.

Tutto ciò non ci dice forse che la paura, l’angoscia, il disagio, la precarietà esistenziale possono spesso prendere le strade più imprevedibili e mostrarsi con le sembianze più diverse e fantasiose? Cosa ci dice questa semplice verità, sperimentata più volte e ovunque in questo capitalistico mondo, sulla nostra esistenza di individui sottoposti a dinamiche sociali che siamo ben lungi dal controllare e che anzi ci controllano e spesso ci scuotono in malo modo? Il processo sociale ci picchia in testa, metaforicamente parlando, e noi qualche volta sentiamo l’urgenza di picchiare qualcuno, e non solo metaforicamente parlando. Non si può vivere solo di metafore! Come dice lo psicanalista, anche l’atto vuole la sua parte.

Gli illuminati intellettuali che si ergono a censori del Male in difesa della massa dei cittadini ignoranti e socialmente disagiati, e proprio per questo facili preda di demagoghi e populisti d’ogni genere, ovviamente non si pongono il problema di come eliminare alla radice l’antisemitismo, il razzismo, l’ignoranza e il disagio sociale basato su condizioni materiali e psicologiche di vita che, come già sappiamo, creano sempre di nuovo paura, angoscia, rabbia, frustrazione, invidia sociale, odio cieco e incondizionato nei confronti di chi viene percepito, per un qualsivoglia motivo, come “diverso” e dunque meritevole di qualche antipatica attenzione: un insulto,uno sputo, una virile bastonatura. Basta tenere lontana la «massa di cittadini allo sbando» dai libri sbagliati, dalle idee sbagliate e dai movimenti politici sbagliati, e il gioco è fatto! E così la “casta” degli intellettuali progressisti può legittimamente rivendicare a sé, sulla scia della Repubblica di Platone, la funzione di controllo e di tutela nei confronti di chi inclina a “ragionare con la pancia”, mentre a imitazione degli intellettuali di cui sopra dovremmo tutti ragionare con la testa: sì, la testa appunto dei servitori delle classi dominanti autoproclamatisi progressisti e «amici dell’umanità tutta», a prescindere dal colore della pelle degli individui, dal loro sesso, dalla loro religione e da qualsiasi altra loro caratteristica. «Dobbiamo restare umani!». Questo slogan modaiolo proprio non lo reggo! Restare umani? Ma non scherziamo! Semmai dovremmo diventare umani, umani non solo a parole o come specie animale. «Dobbiamo restare umani!». Sic! Evidentemente c’è gente che ha bisogno di coltivare illusioni, su se stessa e sul mondo. Auguri!

«Non bisogna usare il comprensibile disagio della gente ferita e indurita da anni di crisi economica e di sacrifici per scatenare la guerra tra i poveri e lucrare qualche voto in più, e chi lo fa è un irresponsabile che soffia sul fuoco delle tensioni sociali»: quante volte al giorno, negli ultimi giorni, abbiamo sentito o letto simili buone riflessioni e intenzioni? Ma poi, “buone” per cosa? Semplicemente per denunciare il mercato dei demagoghi, dei populisti, dei razzisti e dei fascisti, e così meglio occultare ciò che rende possibile quel mercato, ossia la crescente miseria sociale, qui considerata non solo sotto l’aspetto economico. Si puntano i riflettori dell’indignazione e della “responsabilità sociale” sull’epifenomeno solo per creare il buio intorno alle cause del fenomeno. Cose mille volte viste ma dai più non comprese nel loro vero significato.

Gli antifascisti di vecchio e di nuovo conio rivendicano la chiusura dei «covi fascisti e razzisti» manu militari: «Lo Stato democratico nato dalla Resistenza non può tollerare il fascismo e il razzismo!». Chi pratica il terreno dell’anticapitalismo radicale (non conosco altro anticapitalismo che non sia radicale) sa bene che lo Stato democratico nato dalla Resistenza si pone in perfetta continuità sociale con lo Stato fascista che lo ha preceduto, e sa altrettanto bene che qualsiasi tipo di Stato capitalistico (vedi regimi politico-istituzionali con caratteristiche europee, statunitensi, russe, turche, venezuelane, cinesi, ecc.) è posto a difesa di quei rapporti sociali di dominio e di sfruttamento che sono alla base di ogni sorta di fenomeno sociale e di qualsiasi contraddizione sociale. In altri termini, chiedere allo Stato di reprimere i fenomeni sociali (compresi quelli sanzionati dal codice penale e passibili di galera: certo, sto parlando anche dei ladri e dei “rei” di ogni tipo) generati dalla società di cui esso è il più feroce cane da guardia, è tipico di un pensiero confinato nella disumana dimensione dello status quo sociale.

Come ho scritto altrove, il razzismo, l’antisemitismo e ogni forma di ideologia autoritaria (non importa se di “destra” o di “sinistra”) non si combattono invocando l’intervento repressivo dello Stato, il quale non aspetta altro per rafforzarsi e legittimarsi presso l’opinione pubblica, ma impegnandosi, dove si può e come si può, nella difficilissima opera intesa a realizzare nelle classi subalterne, e nei “disagiati” e negli offesi d’ogni estrazione e condizione sociale, un “sentimento” di crescente autonomia (politica, ideale e psicologica) nei confronti del vigente regime politico e sociale. Non si tratta di lottare i fascisti e i razzisti “dal basso”, invocazione “populista” che non significa niente (niente di buono per le classi subalterne, intendo dire), ma sul terreno dell’autentico anticapitalismo. Bisogna sapere che su questo impervio terreno i militanti anticapitalisti dovranno fare i conti non solo con i fascisti e i razzisti conclamati, ma anche e soprattutto con i difensori della democrazia capitalistica e della Costituzione più bella del mondo.

* O. Bauer, Tra due guerre mondiali? pp. 116, 117, Einaudi, 1979.