FASCISMO REALE, FASCISMO IMMAGINARIO, ANTIFASCISMO DI REGIME E ALTRO ANCORA

1. Antifascismo archeologico e violenza capitalistica

Al contrario di Pier Paolo Pasolini, non so dire con assoluta certezza se non si possa individuare in questo Paese agitato da una sguaiatissima competizione elettorale «nulla di peggio del fascismo degli antifascisti»; certo è che negli ultimi giorni il fascismo (o stalinismo: per me pari sono!) degli antifascisti ha risollevato la testa, complici non pochi episodi di odioso razzismo “fascio-leghista” che come non ultimo deleterio effetto hanno avuto appunto quello di riscaldare la rancida minestra dell’antifascismo di regime.

 Leggiamo per mera curiosità cosa scriveva Pasolini nel 1974, nei sui Scritti Corsari, a proposito degli antifascisti di professione: «Esiste oggi una forma di antifascismo archeologico che è poi un buon pretesto per procurarsi una patente di antifascismo reale. Si tratta di un antifascismo facile che ha per oggetto ed obiettivo un fascismo arcaico che non esiste più e che non esisterà mai più. […] Ecco perché buona parte dell’antifascismo di oggi, o almeno di quello che viene chiamato antifascismo, o è ingenuo e stupido o è pretestuoso e in malafede: perché dà battaglia o finge di dar battaglia ad un fenomeno morto e sepolto, archeologico appunto, che non può più far paura a nessuno. Insomma, un antifascismo di tutto comodo e di tutto riposo». Il fascismo è «un fenomeno morto e sepolto»? Pur con qualche cautela, perché non bisogna sottovalutare ciò che il regime postfascista ha ereditato dal regime fascista (soprattutto per quanto riguarda la sfera giuridica e quella relativa al rapporto tra lo Stato e l’economia), tendo a condividere la tesi pasoliniana, almeno se per fascismo intendiamo l’esperienza storica che prese corpo in Italia negli anni Venti e che si esaurì negli anni Quaranta del secolo scorso come epilogo della Seconda macelleria mondiale definita dai vincitori Guerra di Liberazione. Se però riflettiamo sulla genesi sociale del fascismo, occorre dire che le cose cambiano, mentre corretto rimane a mio avviso il giudizio di Pasolini sull’archeologia antifascista.

Il fascismo nacque, infatti, come manganello politico che le classi dominanti usarono per schiacciare un movimento sociale radicalizzato che rischiava di trasformarsi in una vera e propria rivoluzione sociale di “stampo sovietico”. Almeno questa era l’intenzione dei “Rossi” («Fare come in Russia!») e la paura dei “Bianchi”, i quali con piacere videro entrare in scena i “Neri” guidati da un ex socialista, un tal Benito Mussolini. Insomma, il fascismo delle origini come “classico” strumento controrivoluzionario; strumento, occorre ricordarlo, che all’inizio, nella fase più acuta del conflitto sociale (nel cosiddetto Biennio Rosso ‘19-20) la classe dirigente del Paese usò non in alternativa alla democrazia liberale, ma in un mix molto intelligente di manganello e scheda elettorale. E qui non si può non ricordare la figura politica di Giolitti. Si può anzi dire che il manganello fascista si abbatté sulla testa di un proletariato già sfiancato e deluso dai riti della democrazia parlamentare e industriale. «In Italia», scriveva Otto Bauer nel 1936, «Giolitti ritenne di potersi servire del fascismo per intimorire, frenare, pacificare la classe operaia ribelle. Il fascismo si giustificava volentieri di fronte alla borghesia affermando di averla salvata dalla rivoluzione proletaria, dal “bolscevismo”. […] Ma in realtà esso non riportò la vittoria in un momento in cui la borghesia era minacciata dalla rivoluzione proletaria: il fascismo trionfò nel momento in cui il proletariato ormai era da tempo indebolito e ridotto sulla difensiva, nel momento in cui l’ondata rivoluzionaria era già defluita» (*). Il manganello fascista poi si autonomizzò per diventare regime, e questo fenomeno sorprese non pochi politici e intellettuali liberali che avevano creduto di poter mettere da parte Mussolini una volta che egli avesse completato il lavoro sporco per conto della Nazione. Ma non tutte le controrivoluzioni liberali riescono col buco!

Ho ricordato la genesi sociale del fascismo semplicemente per dire che mentre esso come esperienza storica peculiare e, ovviamente, come regime politico-istituzionale può effettivamente venir considerato alla stregua di un «fenomeno morto e sepolto», la funzione repressiva dei movimenti sociali che allora lo produsse è rimasta intonsa e vitale, e non importa la coloritura politico-ideologica che tale funzione viene ad assumere di volta in volta. Negli anni Settanta la distruzione dei movimenti sociali fu affidata soprattutto agli apparati repressivi dello Stato, con il pieno sostegno di tutti i partiti appartenenti a quello che allora si chiamava “arco costituzionale”, a cominciare dal PCI e dalla DC. Ricordo che nel 1977, anno di esordio politico di chi scrive, nei cortei gridavamo lo slogan “Fuori, fuori la nuova polizia!” tutte le volte che individuavamo tra le nostre fila i militanti del PCI e della CGIL. Alcuni compagni parlavano di democrazia fascista; molti altri denunciavano il «tradimento della Costituzione antifascista», mostrando in tal modo, come imparai qualche anno dopo, di non aver compreso il vero significato storico della Resistenza, che a tutti gli affetti, e al di là di episodi pur significativi ma del tutto marginali, venne a caratterizzarsi come continuazione della guerra imperialista sotto altre condizioni, quelle determinatisi con la caduta del Regime Fascista nell’estate del 1943, a seguito dei bombardamenti aerei angloamericani delle città italiane e dell’esito disastroso della guerra per l’esercito italiano. Negli anni Settanta il neofascismo ebbe uno scarsissimo ruolo nella repressione e nell’intimidazione dei movimenti antagonisti. Insomma, la democrazia capitalistica sa difendersi benissimo dai nemici dell’ordine costituito (e costituzionale) anche senza sguinzagliare le squadracce fasciste contro i “sovversivi”, e ciò in piena coerenza con la lettera e con lo spirito della Costituzione più bella del mondo.

2. Il fascismo degli antifascisti e il piagnisteo dei liberali

Spesso l’autoritarismo dell’antifascismo istituzionale non è meno reazionario e repressivo dell’autoritarismo del neofascismo conclamato e fiero di esserlo. Una prova? Eccola!

Due giorni fa Rocco Todero lanciava dalle pagine del Foglio un forte grido di dolore liberal democratico: «Come valutare l’ordinanza del Tar di Brescia che ha ritenuto legittimo il provvedimento del Comune di Brescia, che non si limita a vietare atti e comportamenti che possono ledere libertà e diritti altrui ma che prevede che “ai soggetti richiedenti la concessione di uno spazio pubblico per lo svolgimento della propria attività” sia richiesto di dichiarare di riconoscersi nei principi e nelle norme della Costituzione italiana e di ripudiare il fascismo e il nazismo? Intendiamoci: non si tratta di essere lassisti nei confronti di coloro che si ispirano a un pensiero radicalmente antitetico al liberalismo e alla democrazia. Si tratta, piuttosto, di vietarne le azioni e le condotte che concretamente sconfessano i presupposti del nostro vivere civile. Si tratta, al limite, di vietare le manifestazioni concrete del pensiero fascista e nazista (e siamo già ai confini dell’accettabile, ma passi pure). Ma ci si può spingere sino al punto di pretendere che lo stato possa imporre con la forza non già un’azione legittima (come è suo dovere) bensì un pensiero conforme a un’idea prestabilita e ritenuta l’unica passibile di dignità morale e che quel pensiero venga obtorto collo esternato, pena la limitazione di una libertà fondamentale? È legittima l’azione con la quale lo stato impone l’abiura ed entra nella coscienza individuale di ciascun essere umano per violentarla senza alcun riguardo? Esiste ancora la libertà, per esempio, di essere antifascista e di dichiarare di non volere moralmente aderire a tutte le norme della Costituzione, pur continuando a rispettarle con azioni e condotte concrete?».

Insomma, al netto dei piagnistei liberal democratici del giornalista che difende lo status quo sociale, alla luce dei passi citati possiamo senz’altro dire che si annunciano tempi duri (ancora più duri!) per gli anticapitalisti che non solo non si prostrano dinanzi alla Sacra Costituzione Capitalistica di questo Paese, ma che ne denunciano anzi la natura di classe, la sua ultrareazionaria funzione ideologica, il suo essere al servizio del vigente dominio sociale. E non so se scrivendo queste blasfeme parole, sono già passibile dell’occhiuta attenzione del compagno Ministro degli Interni Marco Minniti, degno erede dell’arco costituzionale di Pecchioli e Cossiga.

3. L’antifascismo di regime come «nuovo oppio dei popoli»?

In un articolo di qualche mese fa pubblicato sull’Independent, Slavoj Žižek caratterizzava l’antifascismo dei nostri tempi come un nuovo oppio dei popoli: «La formula di Marx di religione come l’oppio dei popoli ha bisogno oggi di un serio ripensamento. […] Trump negli Stati Uniti, Le Pen in Francia, Orban in Ungheria sono tutti demonizzati come il nuovo male verso il quale dovremmo unire tutta la nostra forza. Ogni minimo dubbio e riserva è immediatamente visto come un segno di segreta collaborazione con il fascismo. […] Quando ho richiamato l’attenzione su come parti dell’estrema destra sono in grado di mobilitare le questioni della classe lavoratrice trascurate dalla sinistra liberale, sono stato, come previsto, immediatamente accusato di invocare una coalizione tra sinistra radicale e destra fascista, che è esattamente quello che non ho proposto». Nel suo infinitamente piccolo, anche chi scrive è stato accusato dai “sinistri” (soprattutto dagli stalinisti) di fare “oggettivamente” il gioco, di volta in volta, dei fascisti, dei craxisti, dei leghisti, dei berlusconiani e quant’altro ha suscitato e suscita la loro facile indignazione tutte le volte che ha cercato di ricondurre alla loro radice “strutturale” i fenomeni politico-ideologici che agitano la schiuma sociale. Evidentemente si tratta di un’operazione critica che irrita maledettamente chi pensa di militare nella parte giusta del mondo solo perché fa parte dell’intellighentia progressista del Paese. Venir accomunati con i politici che tanto disprezzano, deve suonare come una sanguinosa offesa alle orecchie del progressista medio: «Io non sono come Berlusconi!», «Io sono antropologicamente diverso da Salvini!». E invece… Invece dalla prospettiva autenticamente anticapitalista si osserva il progressista sinistrorso calcare lo stesso terreno escrementizio che calpesta il suo odiato Nemico. Certo, l’uno occupa il lato “sinistro” del terreno, l’altro quello “destro”, ma è il terreno (“di classe”) la sostanza della cosa, ciò che definisce la natura di un soggetto politico, non la posizione contingentemente occupata da chi lo pratica. L’antifascismo praticato dall’anticapitalista si muove su un terreno completamente diverso, quello dell’autonomia di classe. Ecco perché io non mi colloco né più a “destra” né più a “sinistra” di Tizio o di Caio, ma piuttosto altrove.

Ma riprendiamo la citazione di Žižek: «L’immagine demonizzata di una minaccia fascista serve chiaramente come un nuovo feticcio politico, feticcio nel semplice senso freudiano di un’immagine affascinante la cui funzione è di offuscare il vero antagonismo. […] Il fascismo stesso è immanentemente feticista: ha bisogno di una figura come quella di un ebreo, elevata nella causa esterna dei nostri problemi: una tale figura ci permette di offuscare i veri antagonismi che attraversano le nostre società. Esattamente lo stesso vale per la figura di “fascista” nell’odierna immaginazione liberale: consente alle persone di offuscare le situazioni di stallo che stanno alla base della nostra crisi. […] L’oscenità della situazione è da far perdere il fiato: il capitalismo globale ora si presenta come l’ultima protezione contro il fascismo, e se cerchi di farlo notare sei accusato di complicità con il fascismo». Secondo l’intellettuale sloveno la sinistra può battere i populisti solo tagliando i ponti con le assurdità politicamente corrette e ricominciando a occuparsi davvero dei lavoratori, dei problemi causati dalla globalizzazione e dal capitalismo finanziario senza regole. Nella sua prospettiva, la caccia al fascista è solo una scorciatoia per evitare di affrontare la realtà che porta acqua al mulino del populismo semplicemente perché esso non ha paura di misurarsi con la disperazione delle vittime della globalizzazione e con le contraddizioni create dal «capitalismo globale». Bisogna fare i conti con la paura e con le angosce della gente, non stigmatizzarle con atteggiamenti illuministici che lasciano il tempo che trovano.

Ora, se penso che la “sinistra anticapitalista” cui fa riferimento Žižek ha la faccia di Varoufakis, di Sanders e di Corbyn, e di Toni Negri, non posso che prendere le distanze – e la solita metaforica pistola critica – dal suo consiglio su come battere la «destra alternativa». A mio avviso il problema non è quello di rompere i ponti con le assurdità politicamente corrette della “sinistra”, che come ho già detto politicamente parlando si muove sullo stesso terreno di classe della “destra”, del “centro” e del “populismo”; né si tratta di lottare genericamente contro gli effetti del «capitalismo globalizzato», magari in vista di un Capitalismo meno aggressivo e “selvaggio”. Per come la vedo io, e anche qui non faccio che ripetere cose già scritte mille volte, si tratta in ogni occasione, per ogni problema, per ogni evento, di non concedere nulla alla logica del male minore (in attesa di mutamenti nei rapporti di forza tra le classi che ovviamente non si verificheranno mai fin quando a vincere sarà quella cattiva logica) e di attaccare in radice l’ideologia dominante, dovunque e comunque essa si esprima. Sotto questo aspetto, davvero “fascismo” e “antifascismo” mi appaiono due facce della stessa medaglia. Non dico che l’obiettivo individuato sia di facile acquisizione, tutt’altro; ma non vedo alternative possibili per chi intende quantomeno provare a dire qualcosa di serio sull’«oscenità della situazione», fregandosene allegramente delle critiche che certamente i tristi sacerdoti del politicamente ed eticamente corretto non faranno mancare: e chi se ne frega!

4. Bruciare i libri maledetti! Chiudere i covi dei fascisti! O no?

Qualche settimana fa Furio Colombo si sperticava in lodi nei confronti della casa editrice francese Gallimard per la sua «saggia decisione» di sospendere la pubblicazione dei pamphlet antisemiti di Lois Ferdinand Céline, i quali potrebbero «alimentare ancora di più i rigurgiti dell’antisemitismo». Trovo esemplare, sostiene Colombo, che una casa editrice si ponga il problema di come possano impattare certe pubblicazioni su «una massa di cittadini allo sbando, disorientati da un sistema dei media orientato alla falsità. Non possiamo negare di vivere in tempi eccezionali, di montante antisemitismo e razzismo. In tempi eccezionali vanno adottate misure eccezionali» (intervista rilasciata a Radio Radicale). L’illusione della proibizione evidentemente è dura a morire. Inutile dire che le copie dei libri “maledetti” di Céline andranno a ruba, esattamente come il Mein Kampf di Hitler, perché come sa chiunque abbaia un briciolo di intelligenza ciò che è proibito o comunque stigmatizzato e criminalizzato come il male assoluto, assume subito il volto affascinante di una sfida all’autorità che per molti, soprattutto se giovani e “irrequieti”, diventa irresistibile. Più proibisci qualcosa, qualsiasi cosa, e più la rendi meritevole di attenzione.

A proposito di «massa alla sbando»! Kierkegaard una volta disse che «la massa è la non verità»; ma chi riduce gli individui a impotenti atomi sociali tenuti insieme come massa, più o meno «allo sbando», dalle strapotenti forze sociali? Lo so, la domanda è fin troppo suggestiva. In ogni caso, falso non è solo «il sistema dei media», quanto soprattutto il sistema sociale tout court. Falso, beninteso, dal punto di vista dei veri bisogni espressi da «un’umanità socialmente sviluppata» (Marx), da «un’umanità al suo livello più alto» (Schopenhauer), cosa che presuppone il superamento della divisione classista degli individui. Come diceva Adorno, «Non si dà vera vita nella falsa», e quindi è quantomeno ingenuo strillare contro la falsità del sistema dei media, il quale esprime al meglio la vigente condizione disumana. Che l’ingenuità possa approdare a ideologie e a prassi ultrareazionarie è cosa che non sorprende affatto il pensiero che aspira alla radicalità più conseguente sul piano concettuale e politico. Come diceva qualcuno, sovente la strada che porta all’inferno è lastricate di eccellenti intenzioni progressiste.

Su Il Post del 5 febbraio si poteva leggere la seguente inquietante notizia: «Nelle ultime ore le vendite di una particolare edizione del Mein Kampf – il libro di Adolf Hitler che espone i fondamenti dell’ideologia nazista – sono cresciute del 1.037 per cento su Amazon.it e il libro è arrivato ad essere 24esimo nella classifica dei libri più venduti, recuperando più di 200 posizioni. La classifica dei libri più venduti delle ultime 24 ore, per esempio, si aggiorna di ora in ora: il picco di vendite di oggi è probabilmente da collegare al fatto che in casa di Luca Traini, il 28enne neofascista responsabile dell’attentato di sabato 3 febbraio a Macerata, è stata trovata una copia del Mein Kampf, una notizia a cui i giornali hanno dato molto spazio tra ieri e oggi» (Il post del 5 febbraio).

Ora, anziché proibire la pubblicazione del Mein Kampf, non dovremmo piuttosto chiederci come mai questo libro continua ad avere così tanti lettori ed estimatori? A mio avviso tirare in ballo come risposta l’ignoranza, l’incultura, la memoria corta e i soliti “imprenditori della paura” spiega assai poco, e comunque niente di essenziale. Chi soffia sul fuoco può farlo solo perché un fuoco effettivamente esiste ed è alimentato da fatti reali che non hanno niente a che vedere con la cattiveria dei mestatori di turno. La nevrosi sociale è sempre attiva, e per scaricarsi in forma collettiva su qualche oggetto ha bisogno solo di un pretesto occasionale, non di rado creato ad hoc dal demagogo/populista di turno, appunto. La causa scatenante immediata non è dunque la pista che deve battere chi desidera accedere alla verità intorno alla natura della nevrosi sociale, e la distinzione che sempre più spesso i sociologi e i politici fanno tra un’incertezza percepita e un’incertezza reale è, sotto questo aspetto, assai significativa. Come sanno i filosofi, la percezione è molto spesso fonte di idee false, ma per il “popolino” essa conta di più, molto di più, delle fredde cifre scritte su un foglio a corredo di una serissima inchiesta sociologica, ad esempio sui crimini di sangue o sui furti nelle case commessi nel Paese negli ultimi anni: i numeri si riduco, la percezione di insicurezza cresce! Come si spiega la psicosi sociale?

La domanda che dobbiamo porci per comprendere alcuni fenomeni che allarmano i “sinceri democratici” e gli antirazzisti è, a mio avviso, la seguente: come mai a molti decenni di distanza dallo sterminio scientificamente pianificato degli ebrei non poche persone sono ancora attratte dall’antisemitismo, soprattutto quelle persone che nella loro vita non hanno mai visto e conosciuto un solo ebreo in carne ed ossa e non hanno mai letto nulla sul conto della «infida razza giudaica»? Sappiamo d’altra parte che in Europa l’ostilità contro gli stranieri di pelle nera è forte soprattutto in quei Paesi (Ungheria, Polonia, Austria, Repubblica Ceca) che in questi anni non sono stati investiti, se non del tutto marginalmente, dall’ondata migratoria che parte dall’Africa: come mai? Come mai in Gran Bretagna i sostenitori più agguerriti della Brexit si contavano soprattutto nei centri urbani che pur non registrando alcuna presenza dei famigerati “idraulici polacchi” pronti a rubare il lavoro agli idraulici di Sua Maestà La Regina, in compenso vantavano un altissimo livello di “sindrome dell’idraulico polacco”? Come mai il razzismo e la xenofobia sono diffusi in Germania soprattutto nelle sue regioni orientali, dove gli stranieri, soprattutto quelli di pelle nera, sono praticamente una rarità? Noi proletari sappiamo bene che i “negri” non ci rubano il lavoro, semplicemente perché il prezzo delle loro prestazioni lavorative e le condizioni di lavoro che sono costretti ad accettare non entrano in una reale concorrenza con la nostra condizione sociale: a quel prezzo e a quelle condizioni preferiamo senz’altro accedere alla carità sociale, finanziata dalla fiscalità generale, che ci passa lo Stato. E d’altra parte, le aziende che sfruttano i lavoratori africani non rimarrebbero sul mercato, almeno in larghissima misura, senza quella preziosa e poco, assai poco costosa manodopera. Eppure, non facciamo altro che ripetere la filastrocca cara ai “fascio-leghisti”: «Questi negri della malora ci rubano il lavoro!». Il nostro disagio sociale ha cioè bisogno di oggettivarsi in qualche nemico in carne ed ossa.

Tutto ciò non ci dice forse che la paura, l’angoscia, il disagio, la precarietà esistenziale possono spesso prendere le strade più imprevedibili e mostrarsi con le sembianze più diverse e fantasiose? Cosa ci dice questa semplice verità, sperimentata più volte e ovunque in questo capitalistico mondo, sulla nostra esistenza di individui sottoposti a dinamiche sociali che siamo ben lungi dal controllare e che anzi ci controllano e spesso ci scuotono in malo modo? Il processo sociale ci picchia in testa, metaforicamente parlando, e noi qualche volta sentiamo l’urgenza di picchiare qualcuno, e non solo metaforicamente parlando. Non si può vivere solo di metafore! Come dice lo psicanalista, anche l’atto vuole la sua parte.

Gli illuminati intellettuali che si ergono a censori del Male in difesa della massa dei cittadini ignoranti e socialmente disagiati, e proprio per questo facili preda di demagoghi e populisti d’ogni genere, ovviamente non si pongono il problema di come eliminare alla radice l’antisemitismo, il razzismo, l’ignoranza e il disagio sociale basato su condizioni materiali e psicologiche di vita che, come già sappiamo, creano sempre di nuovo paura, angoscia, rabbia, frustrazione, invidia sociale, odio cieco e incondizionato nei confronti di chi viene percepito, per un qualsivoglia motivo, come “diverso” e dunque meritevole di qualche antipatica attenzione: un insulto,uno sputo, una virile bastonatura. Basta tenere lontana la «massa di cittadini allo sbando» dai libri sbagliati, dalle idee sbagliate e dai movimenti politici sbagliati, e il gioco è fatto! E così la “casta” degli intellettuali progressisti può legittimamente rivendicare a sé, sulla scia della Repubblica di Platone, la funzione di controllo e di tutela nei confronti di chi inclina a “ragionare con la pancia”, mentre a imitazione degli intellettuali di cui sopra dovremmo tutti ragionare con la testa: sì, la testa appunto dei servitori delle classi dominanti autoproclamatisi progressisti e «amici dell’umanità tutta», a prescindere dal colore della pelle degli individui, dal loro sesso, dalla loro religione e da qualsiasi altra loro caratteristica. «Dobbiamo restare umani!». Questo slogan modaiolo proprio non lo reggo! Restare umani? Ma non scherziamo! Semmai dovremmo diventare umani, umani non solo a parole o come specie animale. «Dobbiamo restare umani!». Sic! Evidentemente c’è gente che ha bisogno di coltivare illusioni, su se stessa e sul mondo. Auguri!

«Non bisogna usare il comprensibile disagio della gente ferita e indurita da anni di crisi economica e di sacrifici per scatenare la guerra tra i poveri e lucrare qualche voto in più, e chi lo fa è un irresponsabile che soffia sul fuoco delle tensioni sociali»: quante volte al giorno, negli ultimi giorni, abbiamo sentito o letto simili buone riflessioni e intenzioni? Ma poi, “buone” per cosa? Semplicemente per denunciare il mercato dei demagoghi, dei populisti, dei razzisti e dei fascisti, e così meglio occultare ciò che rende possibile quel mercato, ossia la crescente miseria sociale, qui considerata non solo sotto l’aspetto economico. Si puntano i riflettori dell’indignazione e della “responsabilità sociale” sull’epifenomeno solo per creare il buio intorno alle cause del fenomeno. Cose mille volte viste ma dai più non comprese nel loro vero significato.

Gli antifascisti di vecchio e di nuovo conio rivendicano la chiusura dei «covi fascisti e razzisti» manu militari: «Lo Stato democratico nato dalla Resistenza non può tollerare il fascismo e il razzismo!». Chi pratica il terreno dell’anticapitalismo radicale (non conosco altro anticapitalismo che non sia radicale) sa bene che lo Stato democratico nato dalla Resistenza si pone in perfetta continuità sociale con lo Stato fascista che lo ha preceduto, e sa altrettanto bene che qualsiasi tipo di Stato capitalistico (vedi regimi politico-istituzionali con caratteristiche europee, statunitensi, russe, turche, venezuelane, cinesi, ecc.) è posto a difesa di quei rapporti sociali di dominio e di sfruttamento che sono alla base di ogni sorta di fenomeno sociale e di qualsiasi contraddizione sociale. In altri termini, chiedere allo Stato di reprimere i fenomeni sociali (compresi quelli sanzionati dal codice penale e passibili di galera: certo, sto parlando anche dei ladri e dei “rei” di ogni tipo) generati dalla società di cui esso è il più feroce cane da guardia, è tipico di un pensiero confinato nella disumana dimensione dello status quo sociale.

Come ho scritto altrove, il razzismo, l’antisemitismo e ogni forma di ideologia autoritaria (non importa se di “destra” o di “sinistra”) non si combattono invocando l’intervento repressivo dello Stato, il quale non aspetta altro per rafforzarsi e legittimarsi presso l’opinione pubblica, ma impegnandosi, dove si può e come si può, nella difficilissima opera intesa a realizzare nelle classi subalterne, e nei “disagiati” e negli offesi d’ogni estrazione e condizione sociale, un “sentimento” di crescente autonomia (politica, ideale e psicologica) nei confronti del vigente regime politico e sociale. Non si tratta di lottare i fascisti e i razzisti “dal basso”, invocazione “populista” che non significa niente (niente di buono per le classi subalterne, intendo dire), ma sul terreno dell’autentico anticapitalismo. Bisogna sapere che su questo impervio terreno i militanti anticapitalisti dovranno fare i conti non solo con i fascisti e i razzisti conclamati, ma anche e soprattutto con i difensori della democrazia capitalistica e della Costituzione più bella del mondo.

* O. Bauer, Tra due guerre mondiali? pp. 116, 117, Einaudi, 1979.

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IL PUNTO SULLA CRISI CATALANA

Scriveva Niccolò Locatelli su Limes all’indomani del referendum indipendentista catalano del 1º ottobre 2017: «La catastrofica e autolesionistica figura politica di David Cameron meriterebbe di essere rivalutata, se messa a confronto con il dilettantismo mostrato questa settimana dagli indipendentisti catalani. I quali stanno avendo molte difficoltà ad uscire dall’angolo nel quale loro stessi si sono rinchiusi». L’altro ieri Michele Boldrin su Linkiesta parlava dell’indipendenza catalana nei termini di «una pagliacciata, come previsto».  Per Michele Boldrin «La storia è un misto di tragedie e di farse. E per fortuna l’indipendenza catalana del 2017, al contrario di quella del 1934, appartiene a pieno alle seconde». Un’ultima citazione sul tema: «La vicenda dell’ex presidente catalano Carles Puigdemont, scappato in Belgio a elemosinare un asilo politico quasi impossibile dopo aver chiesto ai suoi di fare “resistenza democratica”, può essere letta come la parabola dell’avventurista. I quotidiani spagnoli, ma anche quelli catalani, ne danno un giudizio inesorabile» (Giulia Belardelli).

Certamente le ultime mosse dei “rivoluzionari” catalani non sono tali da poter confutare, o quantomeno mitigare, questi severi giudizi, tutt’altro. La figura politica e umana dell’ex Presidente della Generalitat appare, almeno ai miei occhi, senz’altro ridicola, più che drammatica. Ovviamente non sono fra quelli che lo vorrebbero vedere penzolare dall’albero dei “traditori” della patria catalana («la bandiera della rivoluzione catalana è stata gettata nel fango dall’avventurismo e dalla vigliaccheria di Puigdemont e soci»), né da quello dei “traditori” della patria spagnola. I miei nemici di classe non li consegnerei mai nelle mani del Leviatano capitalistico.

Sulle azioni dei leader indipendentisti, i quali sembrano essere andati allo scontro con Madrid confidando solo sulla buona sorte e sulla loro – presunta – superiore intelligenza politica, aleggia dunque lo spettro della farsa più scombinata e ridicola, che tuttavia potrebbe trasformarsi in un’autentica e sanguinosa tragedia per molti catalani che sono stati conquistati dall’ultrareazionario “sogno” secessionista. Ultrareazionario, beninteso, al pari del “sogno” unionista – ed europeista.

Volando a Bruxelles, forse Puigdemont credeva forse di portare nel cuore stesso dell’Unione Europea quel “dualismo di potere” che non è riuscito a radicare a Barcellona. La già citata Belardelli su questo punto ha le idee chiare: il leader indipendentista catalano ha portato nella capitale belga «tutta la goffaggine e l’inadeguatezza di un leader politico che ha cavalcato una causa populista senza prima assicurarsi di aver allacciato la sella. Ma il paradosso è anche per il debole governo belga, la cui fragilità ha permesso alla “farsa” catalana di finire proprio nel centro di un’Europa a sua volta sempre più fragile». Non c’è dubbio che la crisi catalana ha messo in luce, oltre che le magagne sistemiche della Spagna (in perfetta analogia con le magagne italiane: vedi la rinata Questione settentrionale), tutta la debolezza del progetto europeista, il quale deve ancora fare i conti con la dimensione nazionale degli attori chiamati a implementarlo. Più che per solidarietà europeista, i leader europei hanno sostenuto le ragioni di Madrid contro le ragioni di Barcellona per paura di un effetto domino transnazionale. Persino la Cancelliera di Ferro volgendo lo sguardo verso la Penisola Iberica ha visto controluce una possibile crisi bavarese.

Mi fanno ridere quelli che in Italia cianciano di «diritto all’autodeterminazione del popolo catalano» e poi negano al «popolo lombardo-veneto» il diritto a una più spinta autonomia politica e fiscale delle loro regioni! Come se le due vicende (ma è anche il caso della Scozia) non avessero, mutatis mutandis, una comune radice sociale individuabile nella natura altamente contraddittoria e conflittuale del processo sociale capitalistico, alla scala individuale (vedi alla voce alienazione: spesso vorremmo separarci da noi stessi!), locale, regionale, nazionale e mondiale. Più la globalizzazione capitalistica ci centrifuga come alimenti gettati dentro a un frullatore (altro che “omologazione”! altro che “pensiero unico”!), e più cerchiamo disperatamente – e pateticamente – di aggrapparci a qualche misero brandello di “identità”: nazionale, culturale, sportiva, etnica, sessuale, religiosa ecc.

Ai miei colleghi di classe dico che alla globalizzazione capitalistica non si risponde con successo alzando muri (economici, nazionalistici, identitari, eccetera), ma piuttosto abbattendo la madre di tutti i muri reali e virtuali: il Capitalismo. «E in attesa di eventi migliori, non facciamo niente?». È, questa, la solita puerile obiezione che lo pseudo rivoluzionario rivolge a chi intende praticare la “via maestra” della lotta di classe non con spirito “purista”, ma con la coerenza di un’autentica radicalità. Gli «eventi migliori» non cadono dal cielo nel mitico giorno x della rivoluzione sociale “dura e pura”, ma bisogna prepararli nei periodi di magra rivoluzionaria. Sto parlando dell’oggi. Non si tratta di opporre, banalmente e infantilmente, la lotta per gli obiettivi massimi a quella per gli obiettivi minimi: si tratta piuttosto di fare degli obiettivi cosiddetti minimi (come la rivendicazione di un salario migliore e di migliori condizioni di lavoro e di vita) altrettanti momenti utili a costruire rapporti di forza favorevoli alla realizzazione degli obiettivi cosiddetti massimi. L’autonomia di classe dei lavoratori e dei proletari è un obiettivo che va perseguito qui e ora, a partire da qualsiasi occasione di lotta e di conflitto sociale; esso non va rimandato a “tempi migliori”, i quali ovviamente non arriveranno mai se non ne vengono realizzati i presupposti. Come sapevano i rivoluzionari di una volta, è una fesseria voler scavare un fosso tra prassi e teoria, tattica e strategia.  Scriveva nel 1919 il giovane György Lukács: «Il criterio di un giusto agire in senso socialista, di una giusta tattica può essere esclusivamente lo stabilire se il modo dell’agire in un caso determinato serva a realizzare l’obiettivo finale»; per il rivoluzionario ungherese sono da considerare «cattivi tutti i mezzi che ottenebrano la coscienza di classe». Per Lukács anche gli «interessi materiali temporanei del proletariato» sono deleteri se contribuiscono a «ottenebrare» la sua coscienza di classe, a indebolirne l’autonomia di classe: il riformismo borghese, supportato fortemente dal collaborazionismo sindacale, non ha avuto altro significato. Ma rituffiamoci nell’attualità politica!

Qualche giorno fa Giorgio Cremaschi invitava «le compagne e i compagni» che non hanno condiviso il suo «omaggio al popolo della Catalogna, giudicando la sua lotta sbagliata, ambigua, borghese, egoista, nazionalista, eccetera», ad andare a scuola da Lenin: «Mi permetto di citare ciò che Lenin disse dell’emiro dell’Afghanistan, un reazionario che nel 1920 si batteva contro gli inglesi… Lenin disse che aveva fatto più danni all’imperialismo quell’emiro che tutta la socialdemocrazia e la sinistra europea. Per favore, a cento anni dalla Rivoluzione contro Il Capitale, come la definì Gramsci [e anche il mitico Antonio è sistemato!], non usate Marx e Lenin in senso scolastico e soprattutto da menscevichi. […] Lenin scriveva che per la rivoluzione vale il motto di Napoleone: si comincia lo scontro e poi si vede… Per favore compagni non date i voti a chi ci prova nella condizione reale in cui sta, soprattutto da un paese, il nostro, che dopo essere stato per decenni all’avanguardia dei conflitti in Europa oggi è alla più triste retroguardia. Cari compagni [e compagne no?] non fate i pedanti, ma siate generosi…».

Vorrei spendere solo due parole su quanto appena riportato, per ribadire la mia posizione sulla sempre più “bizzarra” e aggrovigliata crisi spagnola, e non certo per polemizzare con Cremaschi, dal quale peraltro mi separa un abisso concettuale e politico, visto che la “sinistra radicale” di cui egli fa parte è la diretta discendente di quel “comunismo” con caratteristiche italiane che ho sempre combattuto ritenendolo uno dei pilastri dello status quo sociale (ripeto: sociale, non meramente politico-istituzionale) del nostro Paese, insieme alla Democrazia cristiana e agli altri partiti della cosiddetta Prima Repubblica.

Secondo il leninista Cremaschi non corre dunque alcuna differenza, o una differenza politicamente trascurabile, tra i tempi storici e la specifica situazione sociale e geopolitica nella quale agiva Lenin, e i nostri tempi, la concreta realtà sociale e geopolitica nel cui seno si dipana anche la crisi catalana, che poi è la crisi del regime spagnolo com’è venuto fuori dopo la morte di Franco. Secondo lui le guerre nazionali dei Paesi sottoposti al colonialismo e all’imperialismo ancora ai tempi di Lenin, avevano, sempre cambiando quel che c’è da cambiare, lo stesso significato storico e lo stesso impatto sugli equilibri interimperialistici che potrebbe avere l’indipendentismo catalano. Un minimo sindacale di analisi materialistica della società spagnola, Catalogna incluso, e dello scenario mondiale di riferimento consente di confutare nel modo più assoluto ogni accostamento storico tra i fatti richiamati polemicamente da Cremaschi e le vicende di cui ci occupiamo oggi. Sulla natura fondamentalmente “leghista” della questione catalana rimando ai miei due precedenti post (*). Tra l’altro, l’emiro reazionario afghano probabilmente organizzava attentati contro l’imperialismo inglese, mente l’ex Presidente reazionario della Generalitat è scappato via per chiedere sostegno all’imperialismo europeo: c’è una leggerissima differenza tra le due cose, mi pare. Ma sicuramente si tratta di una raffinatissima strategia politica che un’indigente di dialettica e un dottrinario come chi scrive non è in grado di apprezzare nella sua autentica sostanza.

«Lenin scriveva che per la rivoluzione vale il motto di Napoleone: si comincia lo scontro e poi si vede»: verissimo! Ai menscevichi (quelli veri!) che, testi marxiani alla mano, giudicavano immatura la rivoluzione proletaria nella Russia capitalisticamente arretrata, Lenin, che inquadrava il Grande Azzardo dell’Ottobre ’17 nel quadro della rivoluzione sociale internazionale (una “sottigliezza” politico-concettuale che quasi tutti i cultori della materia tendono a trascurare, e che nemmeno il Gramsci pizzicato da Cremaschi comprese), rispondeva appunto che i bilanci non si tirano prima della battaglia, ma dopo. Ora, di che guerra, di che rivoluzione stiamo discutendo nel caso della Catalogna? La risposta mi appare di una semplicità a dir poco imbarazzante: di una guerra di potere tutta interna agli interessi delle classi dominanti, catalane e spagnole. Parlare di «guerra nazionale» e di «rivoluzione» nel caso di specie, e negli altri casi simili, è semplicemente ridicolo, e io tratto l’argomento solo per contribuire a dissipare qualche dubbio in chi frequenta la cosiddetta sinistra radicale.
Leggendo alcuni articoli sinistrorsi (pubblicati ad esempio dal Blog Contropiano) sulla crisi catalana mi è sembrato di leggere la cronaca della Rivoluzione Russa! Mancavano all’appello solo i Soviet e la madre di tutte le rivendicazioni: Pace, pane e terra! Forse la suggestione del Centenario ha causato in alcuni qualche scompiglio intellettuale. È un’ipotesi, beninteso.

Chi ha voluto e chi ha cominciato lo scontro in Catalogna? Si risponde: «il popolo catalano». Già, certo, il “popolo”! Il “popolo” ha sempre ragione! Chi siamo noi per dare voti e lezioni al popolo «che ci prova»? Ma «ci prova» a fare che cosa esattamente, compagno leninista: a fare la rivoluzione? a costruire “una nuova e socialmente più avanzata” sovranità nazionale? a conquistare una maggiore libertà e migliori condizioni di vita? a mettere in crisi l’odierno assetto interimperialistico? a ricostruire un fronte di classe? Ovviamente nulla di tutto questo, e come sempre al netto delle illusioni e dei veri e propri autoinganni coltivati dai singoli e dalle masse. Il cosiddetto “popolo”, in Catalogna, in Spagna e ovunque in Europa e nel mondo (vedi anche le cosiddette “Primavere arabe”), oggi è solo una bestia da soma che tira il pesante carro del Dominio. Lo so che dire questo non è né “popolare” né “populista”, ma io non mi devo presentare alle prossime elezioni, ed essendo un modestissimo scolaro di Marx so che le classi subalterne, alle quali purtroppo appartengo per “anagrafe sociologica”,  non vanno mai adulate e accarezzate per carpirne la simpatia, ma criticate puntualmente per sollecitarne la crescita politica in vista dell’agognata autonomia di classe. Quantomeno uno ci tenta, e che diamine!

L’idea, poi, che si possa “cavalcare da sinistra” un movimento politico-sociale interamente subordinato agli interessi capitalistici, è qualcosa che rasenta l’idiozia. In realtà questa idea rivela la natura borghese della “sinistra radicale” di cui parlano molti sedicenti anticapitalisti.

E poi, in che senso è legittimo, sul piano dell’analisi sociale e dell’iniziativa politica, parlare di “popolo”? Come aveva già capito Marx, ragionare in termini di popolo significa inchinarsi agli interessi della classe che nell’ambito del popolo ha più potere sociale: la borghesia. E difatti il più delle volte il comunista di Treviri parlava di «popolo dei lavoratori», un popolo di salariati contrapposto a quel concetto borghese di popolo che sta al centro dell’ideologia pattizia elaborata dalla borghesia nella sua fase rivoluzionaria: vedi, fra l’altro, Rousseau. Non si tratta, come si vede bene, di pedanti sofismi dottrinari, di sottigliezze teoriche prive di contenuto politico e di attualità, ma di precise demarcazioni concettuali che hanno un gigantesco significato politico che l’anticapitalista (Cremaschi si senta dunque esonerato dalla difficilissima incombenza) deve sforzarsi di far valere nella situazione presente, una contingenza caratterizzata dalla confusione politica e ideale più totale.

Come mi capita spesso di dire, nel XXI secolo e soprattutto nei Paesi capitalisticamente avanzati (vedi Spagna) quando si parla di “popolo” bisogna mettere subito le mani alla pistola: sicuramente si tratta di una truffa, di una menzogna, di un miserabile tentativo di trascinare le classi subalterne in una guerra che non è la loro (la nostra, la mia) guerra. Nell’epoca del dominio totalitario del Capitale su tutto il pianeta parole come “popolo”, “nazione”, “sovranità nazionale”, “patria” eccetera suonano odiosamente false: esse non sono che fumo ideologico dietro il quale si nascondono enormi interessi economici, politici e geopolitici. Il nazionalismo delle grandi e delle piccole patrie appare sempre più per quel che è, e cioè una disgustosa menzogna ideologica che serve alle classi dominanti di tutte le nazioni per tenerci ben stretti al carro dello status quo sociale e portarci quando serve sul campo di battaglia, reale e virtuale, così che possiamo scannarci, l’un l’altro armati di fucili o di schede elettorali, per affermare la volontà dei nostri padroni. Spagnoli o catalani, italiani o lombardo-veneti, britannici o scozzesi, americani o californiani: sempre di padroni si tratta!All’invocazione del “popolo” fatta dai capitalisti e dai loro funzionari politici e ideologici, occorre rispondere con la lotta di classe, la sola via di fuga dall’impotenza che oggi vede il popolo dei nullatenenti disarmati di fronte agli opposti interessi che lo tengono in una morsa che si strige sempre più.

«E poi con chi stareste voi, con un popolo che si ribella, ripeto con ambiguità e contraddizioni, e che in questa ribellione matura, o con il Re e i postfranchisti che lo reprimono? Siete sicuri di potervi chiamare fuori da tutto questo?». Bel modo di ragionare, quello del leninista Cremaschi! Un modo di ragionare, sia detto en passant, perfettamente organico alla “sinistra radicale” di cui egli è uno dei leader più apprezzati e autorevoli. O stai dalla parte del «popolo che si ribella» (e che, come si è detto prima, ha sempre ragione, per definizione populista, anche quando sbaglia, esattamente come il cliente che non bisogna mai lasciarsi scappare dalle grinfie a beneficio della concorrenza), oppure stai dalla parte della monarchia e dei postfranchisti: il bolscevico Cremaschi non vede alternative possibili a questo drammatico (o comico?) aut-aut. Per me invece l’alternava si dà, eccome! Questa alternativa si chiama indipendenza di classe e disfattismo di classe. Si può benissimo essere contro il progetto indipendentista del «popolo catalano» (leggi: della classe dominante catalana) senza per questo appoggiare, neanche “oggettivamente”, la causa unionista, monarchica e postfranchista di Madrid. «Si può essere nemici del regime costituzionale senza essere per questo amici dell’assolutismo» disse una volta l’uomo con la barba; Marx portava forse acqua al mulino dell’assolutismo? «Sì, oggettivamente». Non l’avevo capito!

Essere disfattisti non significa affatto essere indifferenti, starsene con le mani in mano a guardare gli altri che si danno battaglia, nelle piazze o nelle urne, per conto dei loro padroni, come sostengono le novelle mosche cocchiere della “rivoluzione” che si credono più furbe del cavallo che ha la gentilezza di portarle a spasso per il capitalistico mondo; essere disfattisti significa invece lottare contro tutte le fazioni padronali, contro tutti i partiti al servizio della Nazione e dello Stato. Essere disfattisti in Spagna e in Catalogna oggi significa rigettare gli interessi capitalistici che fanno capo a Madrid e a Barcellona e battersi perché non un solo individuo muoia per sostenere quegli interessi. Unionismo? Secessionismo? Europeismo? Non in nostro nome!

(*) ALCUNE RIFLESSIONI SULLA CATALOGNA; CATALOGNA E NON SOLO. PER UNA “SECESSIONE DI CLASSE” CONTRO GLI OPPOSTI NAZIONALISMI.

OTTOBRE 1917 – OTTOBRE 2017. LA PRIMA VOLTA COME RIVOLUZIONE, LA SECONDA COME MARIO TRONTI

Ho appena finito di leggere il discorso pronunciato ieri nell’aula del Senato da Mario Tronti per ricordare il centenario della Rivoluzione d’Ottobre, pubblicato oggi dal Manifesto. Che dire? Già solo il fatto che il Senato di una Repubblica fondata sul lavoro salariato (leggi sfruttato) perda il suo preziosissimo tempo legittimamente speso al servizio delle classi dominanti a commemorare una rivoluzione che proprio il potere politico e sociale di quelle classi intendeva spazzare via, ebbene già solo questa “bizzarra” messinscena politica la dice lunga su cosa sia diventata la Rivoluzione d’Ottobre nella memorialistica curata dall’intellighentia che un tempo militava nel PCI. Che ci azzecca, per usare un linguaggio particolarmente forbito, la Repubblica Italiana con l’Ottobre Rosso? Ha senso celebrare o semplicemente ricordare in termini elogiativi la «dittatura rivoluzionaria del proletariato e dei contadini poveri» nel tempio di quella «democrazia borghese» che Lenin, sulle orme di Marx, considerava come la forma politico-istituzionale più perfetta attraverso cui si esercita la dittatura borghese (soprattutto nei Paesi a Capitalismo avanzato)?

Naturalmente nella testa dell’intellighentia “comunista” e “postcomunista” del nostro Paese le cose non stanno affatto così, visto che molti uomini che hanno reso possibile la nascita della Repubblica Italiana erano in qualche modo legati all’evento rivoluzionario ricordato ieri, forse con qualche imbarazzo, da Tronti: «Qui, a Palazzo Madama, come a Montecitorio, soprattutto nella prima Legislatura, seguita alla Costituente, presero posto alcuni protagonisti che avevano vissuto quella storia in prima persona. Questo mio ricordo vuole essere anche un omaggio a questi padri». Ebbene, i padri della Patria cui allude l’ex teorico dell’operaismo, così attento oggi ad addomesticare in chiave borghese il Grande Azzardo di Lenin, erano tutti figli dello stalinismo, ossia della controrivoluzione che spazzò via nel modo più radicale, violento e mistificatorio (gli assassini della rivoluzione continuarono a chiamarsi “comunisti”!) l’esperienza dell’Ottobre Sovietico come avanguardia e precursore della rivoluzione proletaria internazionale.

Sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre e sul significato storico-sociale dello stalinismo rimando al mio studio Lo scoglio e il mare.

«Mi rendo conto di parlarne con fin troppa partecipazione, e perfino enfasi. Ma vedete, colleghi, io mi considero figlio di quella storia. E francamente vi dico che non sarei nemmeno qui se non fossi partito da lì. Qui, a fare politica per gli stessi fini con altri mezzi, senza ripetere nulla di quel tempo lontano passato, attraverso tante trasformazioni, rimanendo identico. Vi assicuro, un esercizio addirittura spericolato, ma entusiasmante. Se entusiasmo può esserci ancora concesso in questi tristi tempi. Vi chiedo ancora scusa». La scena vi appare surreale? «La scena è surreale», puntualizza Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera: «Tronti con il corpo è qui, ma con la mente è a San Pietroburgo con Lenin e Trotzky. In tribuna assiste una scolaresca attonita. Minniti interviene protettivo: “Guai a chi me lo tocca, Tronti è sulla mia linea. Pane e ordine; la sicurezza è di sinistra”». E non c’è dubbio, compagno Ministro!

Ancora Cazzullo: «Il ciellino Mario Mauro, ex ministro passato all’opposizione, dà mano al libro nero del comunismo: “E i 20 milioni di kulaki fatti morire di fame? E Pol Pot che faceva sparare a chiunque avesse gli occhiali?”». Ne ricavo che i “comunisti” non solo mangiavano i bambini, cosa risaputa dai tempi di De Gasperi, ma odiavano perfino gli occhialuti! Gli occhiali come espressione di un lusso che in Cambogia solo gli intellettuali al servizio della borghesia e dell’imperialismo potevano concedersi? Vallo a sapere! «Gasparri arriva trafelato e si indigna: “Allora uno di noi potrebbe alzarsi il 28 ottobre a commemorare la marcia su Roma!”». Assalto al Palazzo d’Inverno, Marcia su Roma, il tema di fondo non cambia: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa, o, meglio, come macchietta. Che tempi ignobili!

Detto en passant, ricordo che soprattutto contro i nostalgici “comunisti” del mondo perduto della Guerra Fredda ho sostenuto che il cosiddetto «socialismo reale» è stato un capitolo particolarmente ignobile del Libro nero del Capitalismo mondiale: altro che «libro nero del comunismo»! Tra l’altro, la Cina e la Corea del Nord continuano ad aggiungere non poche pagine a quel famigerato Libro.

Ora, e sempre per come la vedo io, chi accusasse Tronti di incoerenza politica, magari pensando al suo passato “operaista”, sbaglierebbe di grosso ed esibirebbe la tipica deformazione professionale dell’intellettuale, il quale molto facilmente si lascia ipnotizzare dalle parole evocative e dalle frasi ben formulate. Infatti, dietro un solido impianto fraseologico e ideologico costruito con i materiali del “marxismo”, c’è sempre stata la sostanza di un militante politico al servizio dello status quo sociale. Gli intellettualoni del PCI nei convegni e sulle riviste teoriche magari parlavano e scrivevano di “plusvalore”, di “sfruttamento capitalistico”, di “composizione di classe” e altro ancora, ma essi erano lungi dal riconoscere una realtà che alla modestissima intelligenza di chi scrive è sempre apparsa di un’evidenza solare: la natura borghese, ultrareazionaria del loro Partito, da Togliatti, il migliore degli stalinisti europei, a Berlinguer, il teorico del “compromesso storico”.

Tronti dice ai suoi compagni, pardon, ai suoi colleghi senatori di essere rimasto «identico», e bisogna credergli: egli è rimasto un “comunista italiano”, cioè a dire, dal mio punto di vista, un perfetto anticomunista, e difatti il senatore del PD dà il suo prezioso contributo alle istituzioni poste al servizio del dominio capitalistico. Il senatore “diversamente comunista” giustamente definisce «tristi» i nostri tempi; ma non è che i tempi in cui i figli e i nipotini dello stalinismo (anche con caratteristiche cinesi) dominavano la scena politica italiana ed europea fossero meno tristi, quantomeno per le classi subalterne (a cominciare da quelle che ebbero la ventura di vivere sotto i regimi “comunisti”) e per chi lo stalinismo lo combatteva sul terreno della lotta anticapitalista.

Dai Cazzullo, facci ridere! «”Il 24 ottobre del 1917, secondo il calendario giuliano, o il 7 novembre, secondo il calendario gregoriano, esplodeva nel mondo la Grande Rivoluzione russa”… I grillini si guardano l’un l’altro ignari, il senatore a vita Rubbia interroga il suo vicino Bonaiuti: “Scusa, sono appena tornato da San Francisco dove ho commemorato i 75 anni della pila atomica di Fermi, ho ancora il jet-lag; chi sta parlando, e perché?”. In effetti sarebbe il giorno in cui il Senato affronta il nuovo sistema elettorale detto Rosatellum, ma Tronti è ispiratissimo: “Soldati, operai, contadini russi, non sparate contro i soldati e i contadini tedeschi, ma voltate i fucili e sparate contro i generali zaristi!”. Applaude il senatore sudtirolese Karl Zeller, forse per il sollievo di evitare le schioppettate delle guardie rosse». Ah, Ah, Ah! Rido. Una risata vi seppellirà, si diceva un tempo; temo che non sarà così semplice.