LA FRANCIA DI MACRON. Un primo tentativo di approccio non ideologico al “fenomeno-Macron”

Non mi convince affatto la chiave di lettura che ci presenta il nuovo Presidente francese nei panni dell’ennesima creatura tecnocratica creata a tavolino dai soliti “poteri forti mondialisti” generati dal Finanzcapitalismo. Burattino e burattinai, insomma. Per Massimo Franco «Macron è il prodotto di un esperimento tecnocratico della banca d’affari Rotshild, [è] figlio dell’élite tecnocratica [che] incarna una strategia europeista e centrista che ha fatto tabula rasa sia del gollismo, sia della sinistra» (Il Corriere della Sera): troppo semplice per i miei gusti. Questo senza nulla togliere alla forte connotazione tecnocratica e “finanzcapitalistica” del nuovo inquilino dell’Eliseo, matrice che sono ben lungi dal negare. Anche l’interpretazione di Macron (cioè delle politiche “neoliberiste” che egli incarnerebbe alla perfezione) come la vera causa del successo che comunque il Front National ottiene nell’elettorato di estrazione operaia e proletaria (per cui chi ha votato per il candidato della «cupola finanziaria mondialista» di fatto avrebbe portato acqua al mulino della “destra populista”) mi appare troppo riduttiva e semplicistica, e in ogni caso essa non coglie tutta la complessità della crisi sistemica che ormai da anni travaglia in profondità la società francese. Né, ancor meno, mi convincono gli entusiasmi “europeisti” di chi in Italia (vedi Romano Prodi) pensa che in Macron la Cancelliera di Ferro basata a Berlino abbia finalmente trovato un argine, un freno, o quantomeno del pane meno morbido che in passato da masticare, e che questo non possa non favorire il nostro Paese, alla perenne ricerca di sponde che ne possano sostenere gli interessi nei numerosi tavoli negoziali aperti nell’Unione Europea. Come dimostra la vicenda del 1996 che ebbe proprio in Prodi e nell’allora Presidente del Consiglio spagnolo José Maria Aznar i suoi protagonisti (il primo cercò, invano, di convincere il secondo a fare fronte comune per ammorbidire i parametri di Maastricht sulle condizioni imposte dai trattati per l’ammissione al club dell’euro), le astuzie tattiche della classe politica italiana lasciano un po’ a desiderare, diciamo.

Condivido invece la tesi di chi vede nell’esibito europeismo di Emmanuel Macron una copertura politico-ideologica che cela il tentativo, almeno di una parte della classe dominante francese, di impostare in termini completamente nuovi, cioè a partire da rapporti di forza più favorevoli per la Francia, quell’asse Franco-Tedesco che anche in passato parlava assai più la lingua tedesca che quella francese, a dimostrazione che alla fine, e “materialisticamente”, è la potenza economica (tedesca) che detta le proprie regole alla potenza politico-militare (francese).

Scriveva l’altro ieri Angelo Panebianco sul Corriere della Sera: «La Germania è troppo forte, lo squilibrio di potenza fra Germania e Francia è troppo accentuato, perché i vecchi tempi possano ritornare. Resta il fatto che ci proverà». Diciamo pure che i «vecchi tempi» appartengono più alla leggenda che alla realtà, visto che l’asse (o motore) franco-tedesco è stato più un’invenzione propagandistica franco-tedesca, una  cortina fumogena politico-ideologica intesa a celare i reali e mai sopiti antagonismi sistemici fra i due Paesi, che qualcosa di tangibile sul piano politico e geopolitico. Per opposti interessi, tanto Berlino (e prim’ancora Bonn) quanto Parigi avevano  e hanno l’interesse ad accreditare l’esistenza di questo fantomatico asse (o “motore”), che in concreto si è risolto, come anticipato sopra, nel costante e mai riuscito tentativo francese di contenere e frenare la potenza espansiva del capitalismo tedesco, con ciò che ne segue necessariamente sul piano politico – e geopolitico. Scrivevo su un post del maggio 2013 (Francia e Germania ai ferri corti): «La Francia ha perso il confronto sistemico con la Germania che va avanti, sotto la miseranda copertura del “progetto europeista”, dalla fine della Seconda guerra mondiale, e la sua perdita di peso sul mercato mondiale, la sua crisi economico-sociale che rischia di farla scivolare verso Sud, verso la periferia dell’Euro, sono fatti che non possono più essere nascosti dietro il sempre più fantomatico asse franco-tedesco. Alla fine la potenza capitalistica tedesca ha avuto la meglio su tutte le illusioni europeiste e su tutti i calcoli politici fatti a tavolino a Parigi, a Berlino e a Bruxelles. Per dirla con il filosofo, la volontà di potenza del Capitale (non importa in quale guisa nazionale) trova sempre il modo di affermarsi».

Macron sembra aver preso sul serio la profonda crisi sistemica che da anni infierisce sulla Francia, e ha capito che per evitare al suo Paese una deriva “meridionalista” che lo trascinerebbe verso il poco ambito Club Med (a tener compagnia ai famigerati Pigs: Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) egli deve avvinghiarsi con decisione alla Merkel, e che per farlo senza sminuire il ruolo – residuale – della Francia in Europa e nel mondo deve in parte “germanizzarne” l’organizzazione economico-sociale. Da qui non si scappa! Hic Rhodus, hic salta! Non c’è possibilità alcuna, per qualsiasi statista francese, di sottrarsi a questo circolo, che oggi per l’Esagono è fortemente vizioso. Per esorcizzare l’eterno mito/spauracchio francese della sottomissione alla Germania, i francesi devono emulare quanto di buono sono riusciti a fare i tedeschi. Invece di fingere di essere grande, magari esibendo di tanto in tanto qualche muscolo militarista, come è accaduto anche durante la Presidenza dello scialbo Hollande (1), la Francia deve diventare grande, e per farlo deve affrontare e risolvere le sue non poche magagne sistemiche. Forse è questa visione “strategica”, che ho cercato di sintetizzare alla meglio, che orienta la politica macroniana.

L’agenda delle “riforme strutturali” è comunque fissata da tempo; essa prevede che si metta mano quanto prima al mercato del lavoro, all’organizzazione del lavoro, alla struttura economica del Paese (che continua a “vantare” un cospicuo settore pubblico), al welfare, al sistema pensionistico, e così via. Tre perle macroniane illustrano bene la situazione che si va delineando per i lavoratori francesi: «La disoccupazione di massa in Francia è dovuta al fatto che i lavoratori sono troppo protetti»; «gli operai che pretendono il posto sicuro nel mondo globalizzato di oggi sono già morti»; «i britannici hanno la fortuna di aver avuto Margaret Thatcher». C’è del lavoro sporco da fare al servizio del Capitale, e il giovane Presidente francese è pronto alla bisogna, in modo che in futuro qualche sfigato leader europeo potrà dire con invidia che «i francesi hanno la fortuna di aver avuto un Emmanuel Macron». Dagli anni Ottanta la Lady di Ferro è il punto di riferimento di ogni leader europeo che voglia “modernizzare” il proprio Sistema-Paese. Sapranno reagire i lavoratori, i disoccupati, i precarizzati, i marginali d’ogni tipo al progetto “riformista” che Macron, buon ultimo, cercherà di implementare in Francia senza nulla concedere alle sirene “populiste”, sovraniste e protezioniste di “destra” e di “sinistra”? C’è da sperarlo, è ovvio dalle mie parti, ma i dubbi che ciò possa davvero accadere sono molto forti. Molto.

Macron sostiene il progetto “europeista” centrato sulla necessità, per i Paesi del Vecchio Continente, di costruire un polo imperialista europeo in grado di reggere il confronto con gli altri poli (statunitense, cinese e russo), ma teme che la perdurante debolezza francese, per un verso indebolisca quel progetto, intaccando di fatto anche gli interessi del suo Paese, e per altro verso spinga i tedeschi a considerare definitivamente i “cugini” d’oltre Reno incapaci di affiancarli degnamente nella sua realizzazione. La dialettica politico-sociale tra la Francia e la Germania qui appena abbozzata è tutt’altro che nuova: essa caratterizza i rapporti franco-tedeschi dell’ultimo secolo, quantomeno. Per capirlo basta rileggere il dibattito che negli anni Trenta vide in Francia misurarsi i filo-tedeschi e gli anti-tedeschi (2).

Macron sembra ora dire ai suoi compatrioti: «Abbandoniamo la nostra malcelata invidia verso la Germania, la cui potenza è tutta opera del duro lavoro dei tedeschi, della loro disciplina, della loro coesione sociale, e facciamo in modo che anche noi possiamo affrontare con successo e ottimismo le sfide del nostro tempo. Non si tratta di diventare anche noi tedeschi, ma di diventare anche noi forti e seri come lo sono indubbiamente loro».

Inno alla gioia!

Il sovranista (o lepenista) di “sinistra” Jean-Luc Mélenchon si batte per una «Francia non sottomessa»: esattamente come Macron. Si tratta di vedere, alla luce non delle sparate ideologiche vetero o post staliniste ma del reale processo sociale che oggi ha una dimensione mondiale, quale sia la strada più realistica, più praticabile e più fruttuosa per conseguire quell’obiettivo che scalda i cuori di ogni buon patriota francese. Come sanno i miei lettori, quando si parla di Patria (fosse anche quella europea, con tanto di Inno alla gioia!) e di interessi nazionali la mia mano corre subito alla pistola, in mancanza di meglio. La mia “Patria” non è di questo – capitalistico – mondo. Ma questo non è il luogo giusto per parlare delle mie utopie.

Ciò che intendo dire è che anche Macron, e non solo gli opposti “populismi” di “destra” e di “sinistra”, è una verace espressione della crisi generale (economica, politica, identitaria, sociale nel senso più vasto del concetto) che da anni azzoppa la Francia. Egli ritiene, non a torto, che la chiusura sovranista e protezionista proposta da Marine Le Pen e da Mélenchon (3) rappresenti la passiva accettazione da parte di tanti francesi di un declassamento del Paese nel rating delle grandi nazioni: una Francia grande sola a chiacchiere, insomma, ma di fatto piccolissima e inconsistente sullo scenario europeo e mondiale. Probabilmente il nuovo Presidente considera se stesso come la sola, e forse anche ultima, possibilità che rimane al Paese di recuperare il tanto terreno perduto soprattutto nei confronti della Germania, nazione che da sempre rappresenta il modello di riferimento della parte capitalisticamente più dinamica della società francese. Che poi egli ci riesca, questo è tutta un’altra storia. Ad esempio, il citato Panebianco è piuttosto pessimista su questo punto: «Comunque vadano le elezioni tedesche del prossimo settembre, la speranza francese è destinata a essere frustrata. Macron non riuscirà a ricostituire il “governo” franco-tedesco dell’Europa, come non ci sono riusciti alcuni presidenti (come Sarkozy) che lo hanno preceduto». L’atro ieri sul Financial Times Gideon Rachman avanzava molti dubbi circa la fattibilità del progetto “riformista” di Macron, il quale ben presto si troverà a dover fare i conti con la reazione di quella consistente parte della società francese che si sente minacciata da quel progetto e che si illude che un ripiegamento sovranista e protezionista della Francia costituisca il male minore per i cosiddetti perdenti della globalizzazione. L’alternativa “populista”, osserva Rachman, ha perso una battaglia, certo importante, ma non la guerra, ed è pronta a prendersi la rivincita al più tardi fra quattro anni.   Alla vigilia del ballottaggio lo scrittore e filosofo francese Didier Eribon aveva dichiarato: «Una votazione per Macron oggi è un voto per Marine Le Pen tra quattro anni». Che paura!

Le Legislative di giugno chiariranno meglio la reale portata politica del fenomeno-Macron, che fin qui ha potuto contare sulla tradizionale Union Sacrée antilepenista. C’è anche da chiedersi fino a quando possa durare questa Union Sacrée “Repubblicana”. Una domanda che peraltro non mi inquieta neanche un po’

Magari!

(1) «Per Toni Negri le elezioni francesi sono molto importanti anche in chiave europea, perché insiste all’ordine del giorno la necessità di “un rinnovamento democratico dell’Unione”, e, sotto questo aspetto, il Front National di Marine Le Pen “costruisce un ostacolo serio” all’implementazione di “programmi di rifondazione dell’Europa”. Negri apprezza il convergere dell’estrema sinistra francese “verso Hollande”, che dopo un momento di pericolosa oscillazione ha lasciato alla sola destra gollista e nazionalista la demagogia antieuropea; e poi si chiede, con il consueto gesuitismo: “Ma ciò è sufficiente a garantirci un rinnovamento del processo dell’unità europea?” Dall’”Europa dei banchieri” all’Europa del Comune? Gran bella speranza, niente da dire. Dimenticavo: sono ironico, per usare un eufemismo» (Francia. Per chi vota Toni Negri?, 28/04/2012).
(2) Come ha dimostrato Robert Paxton nel suo studio sul regime di Vichy, l’impresa tedesca degli anni Quaranta «ebbe l’appoggio delle masse e la partecipazione delle élite francesi», perché esse videro nella Germania dell’epoca, «per quanto fosse malvagio il suo spirito», una via d’uscita da quella «Francia chiacchierona» che nascondeva la sua profonda crisi di sistema dietro una grandeur che ormai mostrava tutta la sua inconsistenza strutturale. Ai sogni di gloria, molti francesi preferirono il semplice ma concreto programma di Pétain: «Travail, Famille, Patrie». «Attribuire la disfatta, e poi il regime di Vichy, al tradimento o al complotto non porta a nulla. […] Il nuovo regime non fu il risultato di un intrigo. Cercherò di dimostrare che ebbe l’appoggio delle masse e la partecipazione delle èlite. I suoi programmi s’ispiravano non tanto al modello tedesco o a quello italiano [questo è da escludersi in linea di principio!], quanto alla soluzione di conflitti interni di lunga data. […] Tutte le iniziative prese a Vichy furono in certo senso una reazione alle paure suscitate dalla sua decadenza. Più in particolare, la sconfitta fornì la motivazione e l’opportunità di misure più radicali volte a rovesciare quel lungo declino» (R. Paxton, Vichy, 1940-1944. Il regime del disonore, pp. 32-143, Il Saggiatore, 1999). Alla fine degli anni Ottanta Willy Brandt ricordava (soprattutto per giustificare la tiepida «epurazione antinazista» del dopoguerra messa in opera dal suo Paese), come al suo ritorno in patria il generale De Gaulle si stupisse della gran massa di antinazisti che vi incontrò: «Se avesse contato i francesi che erano stati contro Pétain, sarebbero stati più di quanti cittadini avesse il paese» (W. Brandt, Non siamo nati eroi, Editori Riuniti). Evidentemente al generale i conti non tornavano. (3) Su un post di qualche mese fa scrivevo: «Il politologo francese Dominique Moïsi ha dichiarato al Corriere della Sera del 6 febbraio quanto segue: “Bisogna capire che sui temi della globalizzazione il Front National oggi è un po’ l’equivalente di quel che un tempo era il partito comunista. Ha un’ideologia anti-capitalista [sic!] molto vicina all’estrema sinistra. I discorsi di Jean-Luc Mélenchon e di Marine Le Pen, sul piano dell’economia e dell’avversione nei confronti del mondo globalizzato, sono abbastanza vicini”. Non c’è dubbio. Come ho scritto altre volte, gli estremi si toccano quando condividono lo stesso terreno di classe, per usare un vecchio ma non logoro gergo “critico-radicale”. Ad esempio, rispetto ai “comunisti” di cui parla lo scienziato della politica appena citato chi scrive non è né “più a sinistra” né “più a destra”: è piuttosto altrove, si muove appunto su un diverso e anzi opposto terreno di classe, non importa con quale capacità (davvero minima!) in fatto di dottrina politica e con quale successo (lasciamo perdere…). Ai tempi di Marx e di Lenin i termini “destra” e “sinistra” identificavano la differenza abissale che corre tra reazionari e rivoluzionari, tra oppressori e oppressi, tra sfruttatori e sfruttati; ormai da tempo la politologia e il personale politico che ci amministra li applicano invece ai diversi partiti e movimenti che a diverso titolo e con diverse funzioni sono al servizio dello status quo sociale. Perché, com’è noto, questo regime sociale si può sostenerlo da “destra”, dal “centro” e da “sinistra”: è una gara a chi lo sostiene con maggiore efficacia! Frattanto, con le parole di Moïsi ci troviamo per l’ennesima volta dinanzi alla castroneria più insulsa, ridicola e menzognera che sia mai uscita dal cervello umano negli ultimi millenni: il “comunismo” concepito alla stregua di un capitalismo nazionalista, protezionista, statalista. Se qualcuno può scrivere senza temere di cadere nel ridicolo che Jean-Luc Mélenchon e Marine Le Pen esprimono, sebbene da posizioni politiche diverse, “un’ideologia anti-capitalista”, allora è proprio vero che viviamo nell’epoca della post-verità».

CAPITALISMO COGNITIVO E POSTCAPITALISMO. Qualunque cosa ciò possa significare.

robots-ap11«Come sulla fronte del popolo eletto stava
scritto ch’esso era proprietà di Geova», così
l’espansione totale e capillare del rapporto
sociale capitalistico imprime all’individuo
«un marchio che lo bolla a fuoco come
proprietà del capitale» (Marx).

Introduzione

La lettura del libro di Paul Mason Postcapitalismo. Una guida per il nostro futuro ha generato in me una serie di riflessioni e di suggestioni che proverò a mettere in ordine per poterle condividere con i lettori, ai quali chiedo preventivamente scusa per le ripetizioni di frasi e concetti che probabilmente troveranno nel testo che avranno la bontà di leggere, e che non sono riuscito a eliminare nella fase di correzione degli appunti.

Lo scritto che segue non vuole essere, e difatti non è, una recensione del libro di Mason ma, appunto, una “libera” – e spero non troppo confusa – riflessione sui temi affrontati o anche solo evocati dal suo autore. I frequentatori più assidui del Blog non avranno difficoltà a capire subito che si tratta di “problematiche” che non smetto di prendere di mira, cercando di approcciarle da prospettive sempre diverse. Non sempre, o meglio: solo raramente la cosa mi riesce, non ho motivo di negarlo, ma l’impegno c’è, e credo che, tutto sommato, esso vada nella giusta (radicale/umana) direzione. Certamente sbaglio, inciampo e cado di continuo, ma sempre su un terreno a me caro: l’anticapitalismo “senza se e senza ma”, in vista di «una più elevata situazione umana» (Goethe). Ed è appunto dalla prospettiva radicalmente anticapitalista che offro il mio piccolo contributo alla critica di ideologie che in guise sempre nuove (“postmoderne”, nella fattispecie) esprimono, in forma “critica” o apologetica, e difendono, in modo più o meno consapevole, rapporti sociali di dominio e di sfruttamento che considerati da quella prospettiva appaiono sempre più vecchi e decrepiti. Come cercherò di argomentare, i teorici del «Capitalismo cognitivo» e del «Postcapitalismo» credono di rivoluzionare il pensiero economico e sociale dominante quando mettono sotto i riflettori della loro analisi la crescente potenza economico-sociale della scienza e della tecnica, mentre essi si limitano a registrare, spesse volte fraintendendone il significato e la direzione, fenomeni presupposti dal concetto stesso di Capitale.

Grazie alla tecnoscienza il Capitale realizza continuamente nuove condizioni di dominio sul lavoro, nuove opportunità di investimento e nuove occasioni di profitto; grazie ad essa la caccia al profitto coinvolge l’intero pianeta, l’intera società, l’intera esistenza di ogni singolo individuo. La tecnoscienza «si presenta come un mezzo di sfruttamento incivilito e raffinato» (1). Per questa sua eccezionale capacità polimorfe di cambiamento e di adattamento il Capitalismo rende poco significative definizioni come vetero-capitalismo, neo-capitalismo, post-capitalismo (e qui do già, implicitamente, un primo giudizio sul merito) e così via. A ben vedere, la stessa distinzione tra Capitalismo fordista e Capitalismo post-fordista ha un significato ben limitato (lo stesso che si deve attribuire allo sviluppo tecnologico e organizzativo che dal toyotismo approda all’ultima versione del Just in time), ed essa appare del tutto priva di dialettica e di respiro storico quando viene declinata dai “cognitivisti”. Detto in altri termini, il Capitalismo è, al contempo, sempre vecchio (quanto ai rapporti sociali che lo rendono possibile) e sempre nuovo – quanto a fenomenologia. Personalmente approccio lo straordinario dinamismo sociale di questa epoca storica a partire dalla griglia concettuale qui appena sommariamente delineata.

Secondo Erik Brynjolfsson (direttore del Mit Center for Digital Business) e Andrew McAfee (ricercatore capo del Mit Center for Digital Business), autori de La nuova rivoluzione delle macchine. Lavoro e prosperità nell’era della tecnologia trionfante (Feltrinelli, 2015), «Non c’è mai stato un momento peggiore per essere un lavoratore che ha da offrire soltanto capacità “ordinarie”, perché computer, robot e altre tecnologie digitali stanno acquisendo le medesime capacità e competenze a una velocità inimmaginabile». Detto che a trionfare non è semplicemente la tecnologia ma piuttosto la sua essenza capitalistica, ossia il Capitale; detto questo contro l’ennesima manifestazione di feticismo, personalmente penso che  «non c’è mai stato un momento peggiore per essere un lavoratore»: punto.

Per gran parte dei teorici del Postcapitalismo, qualunque cosa ciò possa significare, l’economia e il tessuto sociale che trascendono, per così dire, il vigente assetto economico-sociale non rappresentano solo una splendida opportunità resa possibile dallo stesso sviluppo capitalistico: essi sono piuttosto concepiti come una realtà che in qualche modo già esiste nel ventre del Capitalismo, in parte come effetto del suo stesso sviluppo scientifico e tecnologico, in parte come risposta alla sua crisi epocale e, a quanto pare, definitiva – l’ennesima! Anche questa tesi è tutt’altro che nuova, e soprattutto in Italia essa ha avuto declinazioni sia “riformiste” (vedi il cooperativismo socialista di fine Ottocento/inizio Novecento) che “radicali” (vedi alcuni segmenti dell’Autonomia Operaia). Ma è poi vero che il Capitalismo è sul punto di rendere l’anima?

Purtroppo la possibilità del nuovo non si trasforma deterministicamente (spontaneamente) nella sua concreta realtà. Proprio questa nuova (ennesima) crisi sistemica celebra i fasti del Capitalismo, il quale ha, per così dire, l’occasione di dimostrare all’intera umanità che non si dà alcuna realistica alternativa alla sua esistenza, nonostante le devastanti crisi che periodicamente lo scuotono fino a farlo barcollare sull’orlo di un abisso che sembra poterlo ingoiare da un momento all’altro. Due guerre mondiali hanno dimostrato che l’abisso spontaneamente genera solo la rinascita del Moloch precedentemente rantolante e dato ormai per spacciato (anche da non pochi intellettuali di “destra”), con rinvio sine die del funerale preconizzato a suo tempo dal fin troppo ottimista (ma solo se considerato dalla pessima prospettiva che ci offre il nostro tempo) comunista di Treviri.

La tensione dialettica a suo tempo individuata da Marx, con un tempismo che lascia ammirati i suoi lettori privi di preconcetti di sorta, tra le forze produttive sociali e le relazioni sociali che sequestrano quelle forze dentro l’angusta dimensione capitalistica (per il capitale esse sono solo mezzi per produrre valore «sulla sua base limitata»); questa contraddizione in processo, dicevo, ha nella crisi economico-sociale il suo più pregnante punto di caduta, nonché la condizione oggettiva «per far saltare in aria questa base» (2). Dopo oltre un secolo e mezzo di sviluppo capitalistico (qui faccio riferimento, e come si vedrà in seguito non casualmente, alla stesura dei Grundrisse) appare chiaro, oltre ogni ragionevole dubbio, come le condizioni oggettive che rendono possibile il superamento del Capitalismo da sole non siano sufficienti a realizzare il “salto qualitativo” che pure pulsa sempre più fortemente – esattamente come i processi che lo contrastano – come tendenza storica immanente allo stesso concetto di Capitale. Il risvolto dialettico insito nella crescente produttività sociale del Capitale, che nell’immediato equivale a un saggio sempre crescente di sfruttamento del lavoro vivo; quel risvolto è destinato a rimanere indefinitamente nella dimensione del possibile senza l’irruzione sulla scena sociale di un evento che sia in grado di accelerare processi e di attuare tendenze. «Il limite della produzione capitalista», amava ripetere Marx, «è il capitale stesso»; ebbene, quel limite è destinato a venir sempre di nuovo superato, anche se non potrà mai essere eliminato, senza il precipitare di fenomeni sociali che non sono immediatamente riconducibili ai meccanismi dell’accumulazione capitalistica. Ricordo a me stesso che il materialismo marxiano è «storico e dialettico», e non economico e determinista. Alla fine, è nella sfera politico-sociale che bisogna cercare la soluzione del problema: Hic Rhodus, hic salta! diceva quello.

Se per Postcapitalismo intendiamo riferirci alla società che verrà (o, più realisticamente, che potrebbe venire) dopo il Capitalismo, e non allo sviluppo capitalistico chiamato con un altro – mistificante – nome (un po’ com’è avvenuto con il cosiddetto “Socialismo reale”), ebbene chi scrive non riesce a concepire il superamento dell’attuale regime sociale se non come un processo sociale che abbia come cuore pulsante un soggetto rivoluzionario, ossia una volontà umanamente orientata. Non sto parlando solo del «Partito Comunista» evocato nel potente Manifesto del 1848, ma anche e soprattutto del farsi partito politico delle classi subalterne, sempre secondo le ben note tesi marxiane – e posta la profonda connessione dialettica tra i due momenti (il «partito» e il «farsi partito») che certo non sfugge nemmeno a chi scrive.

«L’emancipazione del proletariato deve essere opera dello stesso proletariato; organizzandosi in partito politico il proletariato si costituisce come classe autonoma, come classe per sé, e cessa di essere classe per il Capitale» (Marx). Come impostare e risolvere il problema appena posto sul tappeto, sempre con la preziosa mediazione del noto barbuto, a partire dalla Società-Mondo del XXI secolo? La ricerca della risposta esorbita dalle intenzioni, molto più circoscritte, del presente scritto – cosa che d’altra parte non mi impedisce di confessare la mia inadeguatezza politica dinanzi al famoso e decisivo Che fare?; e tuttavia in una riflessione dedicata al Postcapitalismo il problema non poteva non essere quantomeno evocato. Almeno a parere di chi scrive.

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123070-mdIndice

Introduzione
1. Come pensare la rivoluzione sociale oggi?
2. Riforma o rivoluzione sociale? Postcapitalismo!
3. Maledetto Frammento! Contro una lettura gradualista (“riformista”) e adialettica (infantile) del pensiero marxiano
4. Uso capitalistico della tecnologia e sua sostanza capitalistica
5. Quale paradigma per la società del XXI secolo?
6. Stagnazione secolare, crisi permanente o “Nuova normalità” capitalistica?
7. Verso lo zero economico critico?
8. Uscire dal Capitalismo. Ma per andare dove?

BIFO, NEGRI E L’ALGORITMO DEL FINANZISMO

sisifo_vecellioScrive Franco Berardi Bifo: «Non so come andranno a finire le elezioni francesi. Quel che so è che il Front National è la sola forza politica capace di interpretare i sentimenti prevalenti nel popolo francese: odio nazionalista riemergente contro l’arroganza tedesca, e ribellione sociale contro la violenza finanziaria. Un mix inquietante ma potente, che cancella la distinzione tra destra e sinistra». Esatto. Ma come dobbiamo spiegare questa cancellazione?

Se si vuole dire che difficilmente il disagio sociale e la rabbia delle classi subalterne si trasformano spontaneamente (meccanicamente) in un’autentica lotta di classe potenzialmente rivoluzionaria; e che anzi la crisi sociale non raramente (anzi!) avvantaggia le soluzioni borghesi più reazionarie, perché il vuoto della rivoluzione è presto coperto dalla controrivoluzione (il più delle volte preventiva), se si vuole dire questo non posso che dichiararmi d’accordo. È la storia del “secolo breve” che ci ammonisce in tal senso: dal fascismo al nazismo, dallo stalinismo ai Fronti Popolari, dal populismo di “destra” a quello di “sinistra” la lezione è infatti univoca. Come il proletariato possa farsi classe per sé e dunque trasformarsi nel partito rivoluzionario immaginato a suo tempo da Marx, ebbene questo problema, ineludibile per chi intende affermare una posizione radicalmente anticapitalista, aspetta ancora, non dico una corretta soluzione ma un’adeguata impostazione. Perché esso va naturalmente riformulato alla luce del secolo e mezzo di acqua passata sotto i ponti del Capitalismo mondiale dai tempi in cui il rivoluzionario di Treviri scriveva il Manifesto del Partito Comunista insieme al noto amico di merende. Questo almeno all’avviso di chi scrive.

Ma il post di Bifo insinua nella mia testa una diversa lettura circa il venir meno della distinzione destra-sinistra nell’attuale congiuntura europea. A mio avviso la cosa va spiegata come segue: “destra” e “sinistra” condividono la stessa dimensione politico-ideologica, sintetizzabile nel concetto borghese di Nazione, o Patria, o Paese, o Bene Comune e via declinando con le parole chiamate a nominare il vigente Dominio sociale. È lo stesso Bifo che legittima questa (settaria?) interpretazione, visto che per lui la “destra” francese ha difeso una posizione sovranista contro la globalizzazione capitalistica (schierandosi per il NO al referendum del 2005 sulla Costituzione europea), mentre la “sinistra” francese si è all’opposto appiattita su una posizione antisovranista e schiettamente europeista.  «Dani Cohn Bendit e Toni Negri insieme si pronunciarono a favore del “sì” per il superamento dello Stato-nazione. Questa scelta sanciva l’irrilevanza della cultura di origine sessantottina (e della cultura in generale) rispetto ai destini dell’Unione, ma soprattutto dimostrava che non avevamo capito cosa fosse l’Unione europea. Il discorso anti-sovranista si riduceva a un’affermazione puramente formale: opporsi alla cessione di sovranità è regressivo. È vero, ma a chi si stava cedendo sovranità? Non a una forma politica democratica post nazionale, bensì a un organismo intergovernativo che aveva e ha la sola funzione di imporre gli interessi dell’accumulazione di capitale finanziario, e di ridurre in completa soggezione il lavoro».  Si capisce qui che la sostanza della cosa, ossia la natura capitalistica tanto della dimensione nazionale quanto della dimensione sovranazionale è completamente lasciata da parte, mentre tutta l’attenzione è orientata verso la cosiddetta “sovrastruttura politica”.

Che senso ha, dal punto di vista autenticamente anticapitalista, sostenere che «opporsi alla cessione di sovranità è regressivo»? Nessun senso. Come nessun senso, sempre in relazione a quel bizzarro punto di vista, ha la tesi opposta: «opporsi al mantenimento della sovranità è regressivo». Entrambe le tesi mantengono fermo, come dato naturale immodificabile, il confine sociale all’interno del quale operare le scelte – sovraniste o sovranazionaliste che siano. Dalla prospettiva immaginata da chi scrive, evidentemente non praticata né da Toni Negri né da Bifo, appare «regressivo» (o ultrareazionario, secondo il rozzo linguaggio che preferisco) qualsiasi sforzo che non metta radicalmente in questione i vigenti rapporti sociali. Dalle critiche di Bifo si capisce che il solo “internazionalismo” che taluni intellettuali di “estrema sinistra” sanno concepire e opporre ai sovranisti d’ogni tendenza politica è quello sintetizzabile nello slogan che segue: Un’altra Unione Europea è possibile! Certo, un’Unione «democratica e post nazionale», sperabilmente più “equa e solidale”, ma pur sempre un’Unione confinata nella dimensione capitalistica (perché di questo si tratta anche nell’argomentare del compagno Bifo, al netto di certo gergo “radicale-postmoderno”), magari non più dominata dalla demoniaca e dittatoriale economia finanziaria e sottoposta al primato della politica, secondo i tradizionali auspici degli antiliberisti di “destra” e di “sinistra”.

Bifo può considerare «un errore» la scelta di Negri del 2005 perché egli si muove sostanzialmente sullo stesso terreno dell’intellettuale padovano. Personalmente non attacco «Il discorso anti-sovranista» di Negri e compagni perché «si riduce a un’affermazione puramente formale», come scrive Bifo: lo faccio perché ritengo che quel formalismo sia tutto interno all’ordine capitalistico delle cose, perché esso si inquadra perfettamente nel dibattito borghese, nazionale e internazionale, intorno ai destini della società europea.

Ora, volere una vera Unione Europea, ossia uno spazio sociale (economico, politico, istituzionale, ecc.) capitalistico che superi la vecchia dimensione degli Stati nazionali nel Vecchio Continente, e non volere la germanizzazione di quella stessa Unione a me pare sommamente contraddittorio, almeno se ci si misura con la realtà del processo storico-sociale e non con l’irrealtà dell’ideologia, “regressiva” o “progressiva” che sia. Ecco perché mi metto a ridere quando leggo passi come questi: «Martin Wolf del Financial Times ha osservato che l’eurozona è stata fatta per essere un’unione tra democrazie, non un impero. La Merkel e Schäuble dovrebbero ricordarselo» (Philippe Legrain, Voci dall’estero). Qualcuno pensa di farglielo “ricordare” ricorrendo alle maniere forti, perché com’è noto i tedeschi comprendono solo il linguaggio della forza…

Come sanno i lettori che hanno la bontà di leggere le mie modeste cose, io mi batto contro l’alternativa del Demonio (o del Dominio) che invita a scegliere fra Sovranismo e Sovranazionalismo, ritorno alle monete nazionali e difesa della moneta unica europea, protezionismo economico e integrazione economica europea. Insomma, sono per l’uscita dal Capitalismo (in ogni sua forma politico-istituzionale e configurazione geopolitica), non dall’Unione o dall’Euro. Già sento la legittima domanda/obiezione: «Vasto e bel programma, certo, ma come linea politica tattica, cosa consigli?» La lotta di classe senza alcun riguardo per gli interessi nazionali e sovranazionali, dalla Germania alla Grecia. Anche per ciò che concerne il “programma minimo” so di non proporre qualcosa di immediatamente fattibile né di facile implementazione. Ma come dice quello: «È quest’acqua qua!», e vi giura che io non ne ho colpa.

Scrive Bifo, dopo aver elogiato la «prevedibilmente» perdente strada greca «verso una riduzione umanitaria [sic!] del rigore finanziario»: «Naturalmente tutti sanno che la Germania è mutata profondamente nella seconda parte del ventesimo secolo, eppure la sfiducia e il disgusto che il contribuente tedesco prova di fronte ai Greci contemporanei (sfiducia e disgusto che il gruppo dirigente tedesco alimenta con il suo stile arrogante) sembrano ripropongono talora i sentimenti che la “belva bionda” provava davanti all’ebreo. La belva bionda si è democratizzata negli ultimi decenni, questo è noto. Ha sostituito l’uniforme militare con le mezze maniche del ragioniere. Ma l’incrollabilità della fede è la stessa». Modestamente propongo al lettore una chiave di lettura centrata non sull’esperienza nazista, ma su quella leghista; non sulla «belva bionda» (ancora a questo siamo!) ma sulla «camicia verde». Anche l’esperienza dell’ex Jugoslavia va bene. Scrivevo nel post Fermentazione greca: «La polemica tedesca sulla cicala meridionale ricorda molto da vicino la polemica antimeridionale leghista degli anni Novanta, ma anche la lotta politica antiserba della Croazia e della Slovenia ai tempi della ex Jugoslavia. Al netto della schiuma ideologica, che tanto disturba anche l’analisi di molti “materialisti storici”, le questioni dirimenti si aggrovigliano sempre intorno alla scottante questione della generazione e distribuzione della ricchezza sociale. I Paesi “nordici” lo sanno e ci tengono a ribadirlo sempre di nuovo; i Paesi “meridionali” lo sanno ma fanno finta di non saperlo, per non pagar dazio, come si dice volgarmente. La tragedia, per me, è che dentro questo “dibattito” capitalistico i nullatenenti non hanno una posizione autonoma, ma si accodano alle “formiche” piuttosto che alle “cicale”, mentre si tratterebbe di mandare a quel paese entrambe le bestie». A quanto pare Bifo prende le parti delle “cicale”, magari in attesa dei soliti e mai meglio chiariti “equilibri sociali più avanzati”. Per come la vedo io, uno studio serio sulla struttura capitalistica della Grecia degli ultimi venti anni (quantomeno) aiuterebbe a capire i termini reali della crisi profonda che affligge quel Paese, al di là di vittimismi e risentimenti nazionali oggi cavalcati anche da Syriza. Non a caso e non per “errore”. So bene che affermare questo basta e avanza per venir bollati da taluni come oggettivi servi sciocchi della Germania e della Troika (nonché degli Stati Uniti e di Israele: ma sì, abbondiamo!); ma chi se ne frega!

«Non penso che Tsipras e Varoufakis siano dei traditori»: almeno su questo punto la pensiamo allo stesso modo*, sebbene muovendo da posizioni completamente diverse. «Penso», continua Bifo, «che abbiano tentato di fare qualcosa che non si può fare: hanno tentato di opporre la democrazia alla matematica finanziaria. Prevedibilmente la matematica ha vinto. Hanno tentato di rovesciare l’irreversibile, di evitare l’inevitabile. Prevedibilmente non ce l’hanno fatta». Una lettura piuttosto scontata, banale, oltre che del tutto sbagliata di quanto accade in Europa. La dimensione sistemica, ossia profondamente sociale, dello scontro oggi in atto nel Vecchio Continente, come parte di un conflitto sistemico più grande che investe l’intero pianeta (vedi alle voci competizione capitalistica e contesa interimperialistica), è completamente obliterata, a vantaggio del problema rubricato da più parti come La fine della democrazia nel Finanzcapitalismo. Naturalmente il problema dei limiti della politica nell’epoca della sussunzione totalitaria del mondo al Capitale (tout court) è reale, ma occorre impostarlo correttamente, cosa che a mio avviso include anche, oltre che l’abbandono di certi miti intorno alla forza del Politico nei “formidabili” anni Settanta, una critica radicale della democrazia borghese come forma politico-ideologica di controllo e di dominio. Perché allora non usciamo più dalla falsa alternativa democrazia-fascismo – ma anche primato della politica-primato dell’economia. «Piantiamola con la retorica della democrazia. Democrazia è una parola ripugnante e ipocrita», scrive lo stesso Bifo. Come già aveva capito il giovane Marx della Questione ebraica, lo Stato di diritto borghese è, al contempo, la sfera della falsa (illusoria) universalità e lo strumento di dominio di una classe sulle altre. Funzione ideologica (l’uguaglianza formale di tutti i cittadini dinanzi alla Legge) e funzione politico-istituzionale sono le due facce della stessa cattiva (disumana) medaglia.

Insomma, dobbiamo iniziare a prendere molto sul serio la matematica del Dominio capitalistico considerato in tutti i suoi aspetti (economici, politici, culturali, psicologici, ecc.), magari abbandonando certe infondate suggestioni intorno all’algoritmo finanziario che «non può comprendere la sensibilità» né «l’imperfezione umana», così da rendere alla fine inevitabile la guerra chiamata «a ristabilire aggressivamente i diritti del corpo contro il dominio arbitrario dell’astratto». Senza un’analisi storicamente e socialmente fondata – in termini anticapitalistici, beninteso – dell’attuale guerra sistemica europea la chiave di lettura biopolitica produce certamente un suono gradevole all’orecchio dell’intellettuale avvezzo ai concetti chiamati a dar conto del “Capitalismo cognitivo”, ma non apre alla comprensione nessuna porta. Ecco perché quando Bifo sostiene che, a differenza dei «bravi scolaretti Rajoy, Hollande e Renzi [che] hanno penosamente provato a fare i compiti a casa», «i greci hanno invece deciso di non piegarsi ulteriormente all’umiliazione e alla rapina finanziaria», egli aderisce a un punto di vista squisitamente borghese, nell’accezione squisitamente storico-sociale del termine. E qui ritorniamo alla crisi sociale che «cancella la distinzione tra destra e sinistra». Appunto.

 

* Scriveva Massimo Panarari (La Stampa) qualche giorno fa: «Stando ai rumors, Yanis Varoufakis è ormai un po’ caduto in disgrazia, cosa che spiegherebbe parzialmente quella che potrebbe anche essere un’aggressiva strategia di immagine volta a mostrare il volto umano (troppo umano…) del castigamatti della Trojka [che nel frattempo ha cambiato nome: Le Istituzioni]. Con un quesito che rimane, però, insoluto: cosa c’entra un marxista (auto) dichiarato e titolare del dicastero più delicato per un Paese prostrato dall’austerità con la life politics e la politica pop? Alla popolazione ellenica, che si sta infatti scatenando furibonda sui social, l’ardua sentenza…». Ecco in azione il solito moralismo dei populisti d’accatto! Da Berlusconi a Varoufakis a rovistar nella popò. Chi di populismo ferisce di populismo perisce? Può darsi. Ma oggi mi sento di dover spezzare una lancia a difesa del compagno Ministro. Non prendertela, Yanis, è tutta invidia sociale che cola!

«”Tutto quello che chiediamo è: date una possibilità alla Grecia”. Comincia così l’editoriale dei vertici economici del governo Tsipras sul Financial Times, secondo cui “il Paese è in una posizione come quella di Sisifo, un uomo condannato a trascinare un macigno in cima a una collina solo per vederlo rotolare ogni volta”» (ANSA, 17 marzo 2015). Qualcuno potrebbe chiedere con qualche maligna ironia: «Ma dov’è finito il radicalismo antiausterity di Syriza?». Qualcuno, non io.