UN MONDO IN GUERRA

La preparazione alla guerra non è solo un fatto militare: è soprattutto un fatto politico-ideologico. Come la storia insegna, il pacifismo e il neutralismo assai facilmente si trasformano in bellicismo e sciovinismo, ed è per questo che entrambe le posizioni vanno seguite attentamente, per poterne fare l’oggetto di una puntuale critica. Così come non va trascurato il significato politico dell’antiamericanismo, posizione politico-ideologica che non pochi sostenitori recluta all’estrema “sinistra” come all’estrema “destra” del nostro Paese.

Niente è più sbagliato, sul piano storico come su quello politico, che associare l’antiamericanismo all’antimperialismo, i quali esprimono due posizioni radicalmente diverse, anzi opposte. Infatti, chi vede negli Stati Uniti d’America il solo imperialismo esistente sulla faccia della Terra, o comunque quello di gran lunga più pericoloso e meritevole di particolari attenzioni, e che per questo sostiene le ragioni degli altri Paesi o poli imperialisti (Russia, Cina, Unione Europea) concorrenti, si lega mani e piedi al carro dell’imperialismo mondiale. Nell’epoca della Società Capitalistica Mondiale, chi sostiene uno schieramento imperialista, sostiene indirettamente l’imperialismo nel suo insieme, l’imperialismo in quanto sistema mondiale di dominio e di sfruttamento di risorse umane e naturali.  L’antiamericanismo è dunque una delle forme politico-ideologiche che assume la guerra sistemica interimperialistica. Per questo la lotta contro la NATO va posta sui binari dell’antimperialismo (“a 360 gradi”) e dell’internazionalismo, per non portare acqua al mulino della concorrenza – e del nazionalismo tricolore!

Non è certo un caso se gli antiamericanisti più attempati delle opposte tifoserie politico-ideologiche ricordano ancora con la lacrimuccia agli occhi il “sussulto di dignità nazionale” che vide protagonista Bettino Craxi nella mitica Notte di Sigonella (1). Gli opposti che condividono lo stesso “terreno di classe” (quello capitalistico) non raramente si toccano. Da molti nostalgici dello stalinismo Putin è visto come l’erede più degno della tradizione “sovietica”; da molti nostalgici del nazifascismo Putin è visto come la figura politica che più si avvicina alle “virili e volitive” personalità di Hitler e Mussolini, e le due escrementizie nostalgie concordano nel considerare il dittatore russo come l’incarnazione del revanscismo antiamericano, l’uomo che può vendicare sciagurate sconfitte storiche (2). Di qui il paradossale – ma comprensibilissimo – cortocircuito estrema sinistra-estrema destra che osserviamo nel campo dei sostenitori del macellaio di Mosca – il copyright non è del Presidente americano: come ho scritto qualche giorno fa, «personalmente ne parlo in quei termini dai tempi della Seconda guerra cecena (1999-2009); giudizio confermato negli anni soprattutto dai massacri consumati dall’esercito russo ad Aleppo».

La narrazione del regime putiniano spinge su questo punto: «Noi non stiamo combattendo contro l’Ucraina (che peraltro non esiste come entità nazionale) ma contro i nazisti e la Nato». Applausi dalle opposte ma convergenti tifoserie che sventolano la Zeta.

A proposito di antiamericanismo! Nel campo dei nemici “storici” del noto Impero del Male si è registrata una significativa defezione. Alludo all’intervista che Paolo Flores D’Arcais, filosofo e direttore di MicroMega, ha rilasciato oggi al Corriere della Sera: «Mi sembra evidente che si può definire Resistenza quella che stanno facendo in Ucraina. C’è stata un’invasione. Che un pacifista assoluto come Tomaso Montanari, in controversia streaming con me sul sito di Micromega, ha definito “aggressione imperialista mostruosa”. Porre in dubbio il massacro di Bucha, realtà già acclarata, mi è sembrato incredibile. L’ho giudicata e la giudico un’oscenità ai valori della Resistenza. Significa oltraggiare la Resistenza. […] L’unico paese che sta mandando in parte armi adeguate sono, purtroppo, gli Stati Uniti d’America. Purtroppo perché sono passati esattamente sessant’anni da quando sono sceso in piazza per la prima volta contro un presidente americano. E da allora ne ho fatte decine e decine di manifestazioni. Ora però è diverso. Dopo ennesimi atti di imperialismo dei suoi predecessori Biden sta facendo la cosa giusta. E non capisco perché se una volta tanto un presidente americano fa la cosa giusta non ci si debba rallegrare». Evidentemente per il Nostro filosofo l’imperialismo è una categoria dello spirito, o della mera politica, e non un fatto strutturale e permanente della società capitalistica ormai da oltre un secolo, soprattutto nei Paesi capitalisticamente più sviluppati.

«Tanti mi chiedono: “Perché non dici o non disegni la tua sull’Ucraina?”. Ma io ho difficoltà a dare risposte tranchant e diffido di chi lo fa. Il fatto stesso che io mi debba barcamenare in questa cosa dà l’idea di quanto ci informiamo male. C’è chi crede di potersi fare un’opinione seguendo un influencer! Oppure chiedendo a me! Ma io non ho gli strumenti per fare un’analisi geopolitica, posso solo ripetere quello che ho letto. Ma ci si dovrebbe informare con la complessità, non con la semplificazione» (Zerocalcare, Sette – Il Corriere della Sera). Per quel che posso, anch’io cerco di dare un contributo alla comprensione del conflitto in Ucraina, cercando di coglierne la sostanza sociale, più che la dinamica geopolitica, perché solo chiarendo appunto la natura sociale (capitalistica, imperialista) del bagno di sangue possiamo sottrarci all’abbraccio mortale delle ragioni che fanno capo a tutte le parti in campo – e che personalmente respingo in blocco come ragioni ostili all’umanità, alla felicità, alla libertà degli individui. Alle ragioni degli Stati, delle Nazioni, delle Potenze e delle Patrie occorre opporre le ragioni di chi subisce in qualche modo le conseguenze di un mondo regolato, con assoluta necessità, dalla disumana logica del potere – economico e politico. Io credo che queste ragioni offese e negate possano trovare una loro precisa e potente espressione politica. Si tratta di una possibilità, beninteso.

Come ho scritto altrove, non si tratta di semplificare fatti complessi, ma di afferrare il bandolo che dà senso e direzione alla complessa trama degli interessi e degli eventi, passati e recenti. Non bisogna avere una grande preparazione geopolitica per maturare una coscienza radicalmente anticapitalista, alla luce della quale analizzare il conflitto sistemico (economico, tecnologico, scientifico, militare, geopolitico) sottostante ai conflitti armati. È dunque alla luce dell’anticapitalismo che invito chi legge ad approcciare, ad esempio, la storia della Russia da Stalin a Putin (spero nei prossimi giorni di scrivere qualcosa a tal proposito), la dinamica nei rapporti fra le grandi potenze negli ultimi 77 anni e il conflitto russo-ucraino dal 2014 ai nostri giorni. Porsi sul terreno dell’anticapitalismo significa respingere al mittente qualsiasi richiesta di schierarsi «dalla parte giusta della storia» (quella russa? quella ucraina? quella americana? quella europea? quella cinese?) che ci viene dalle classi dominanti.

Mentre l’esercito russo completa l’opera di annientamento della popolazione di Mariupol (e gli “esperti” nostrani si dividono su come classificare il massacro: crimine di guerra o genocidio?), il famigerato reggimento Azov (che per me sarebbe famigerato anche se “battesse” bandiera stalinista o “democratica”) si esibisce nella sparata propagandistica che segue: «Gloria all’Ucraina!Ieri ci siamo riuniti con i valorosi combattenti del battaglione dei Marines, veri soldati, fedeli al giuramento e al popolo dell’Ucraina. Questi uomini difendono e difenderanno la città di Mariupol insieme a noi. Questi sono uomini veri che hanno scelto la via della guerra. Non chiamate eroi quei disertori che si sono arresi. Hanno scelto la via della vergogna. Quelle persone non sono eroi» (Denis Prokopenko, colonnello del reggimento Azov).

Per chi scrive la diserzione rappresenta invece la sola via di fuga  possibile ed onorevole che rimane a chi non vuole morire e non vuole uccidere. Magari si potesse trasformare la diserzione in una rivoluzione sociale! Sto forse dando una precisa indicazione politica alle classi subalterne ucraine e russe? Diciamo che non credo (ancora!) di essere né Napoleone né Lenin. Dall’Italia posso solo esprimere il mio sentimento di solidarietà politica e umana alla popolazione assediata e violentata dell’Ucraina e ai militari, russi e ucraini, che sono costretti a servire la Patria, ossia il Moloch assetato di profitti, di potere e di sangue.

Dice il Santissimo Padre: «Il mondo è in guerra! La Siria, lo Yemen… Dappertutto c’è guerra (3). Perché il mondo ha scelto, è duro dirlo, ma ha scelto lo schema di Caino. E la guerra è mettere in atto il “cainismo”, cioè uccidere il fratello». Mi permetto di correggere il Papa (nientedimeno!): il mondo ha “scelto”, ormai da qualche secolo, lo schema del Dominio – di classe. Ancora Francesco: «Dio stesso è la Pace!» Probabilmente Egli allude al Dio del Nuovo Testamento, non certo al Dio del Vecchio Testamento: «Quando il Signore ti avrà dato la città del nemico nelle tue mani, ne colpirai a fil di spada tutti i maschi; ma le donne, i bambini, il bestiame e quanto sarà nella città, tutto il suo bottino, li prenderai come tua preda; mangerai il bottino dei tuoi nemici» (Deuteronomio). Ma non voglio impelagarmi in dispute teologiche inaccessibili al mio debole intelletto. Volevo solo dire che a mio modestissimo avviso che il Capitale stesso è la guerra – quella che definisco sistemica, ossia la guerra di tutti contro tutti che non raramente assume l’orrenda forma del conflitto armato.

(1) «Era ancora un’Italia che non si era scrollata completamente di dosso la ferita dell’8 settembre ‘43 quella che si presentava armata nella notte del 10 ottobre 1985 sulla pista della base Nato di Sigonella. Ma i carabinieri al comando del generale Bisognero (padre dell’attuale ambasciatore italiano a Washington) che presidiavano il Boeing egiziano con a bordo i dirottatori dell’Achille Lauro non si sarebbero opposti con tanta fermezza alla Delta Force americana senza una catena di comando unitaria e una guida politica inflessibile, quella di Bettino Craxi, che li guidò in quelle difficili ore restituendo quell’onore perso in guerra quarant’anni prima davanti agli occhi del mondo» (G. Pelosi, Il Sole 24 Ore, 16 ottobre 2015).

(2) «In Germania i “sinistrorsi di destra” si trovavano soprattutto tra i giovani. Vedevano il loro nemico capitale nella Francia e, in forma meno accentuata, nell’Inghilterra; l’Occidente era corrotto, era l’antitesi della Germania e dello spirito tedesco. Per contro la Germania aveva molti lati in comune con l’unione sovietica e tra questi l’interesse a soffocare la Polonia. La Germania e la Russia erano i “popoli giovani”, i popoli cui apparteneva il futuro. I nazionalbolscevichi ammiravano Lenin e Stalin, uomini forti e decisi che avevano guidato il paese alla rinascita nazionale, in netta antitesi con le decadenti democrazie occidentali» (W. Laqueur, La Repubblica di Weimar, p. 137, Rizzoli, 1979). Mai fidarsi delle «decadenti democrazie occidentali»: tedeschi, italiani e giapponesi del secolo scorso ne sanno qualcosa… «La convinzione di Hitler che l’Occidente, avendo già capitolato una prima volta a monaco, si sarebbe mostrato arrendevole anche una seconda volta aveva trovato conferma in una notizia fornitagli dal servizio segreto, secondo la quale un generale inglese, che aveva studiato l’organizzazione e la forza dell’esercito polacco, era giunto alla conclusione che la resistenza dei polacchi non avrebbe potuto essere che breve. Hitler fu pronto ad agganciare a questa notizia la speranza che lo stato maggiore britannico avrebbe fatto di tutto per trattenere il suo governo dall’imbarcarsi in una nuova guerra compromessa in partenza. Il 1º settembre, quando le potenze occidentali si decisero a presentare alla Germania i loro ultimatum, Hitler , superato il primo momento di perplessità, si affrettò a consolare se stesso e noi, dicendo che evidentemente l’Inghilterra e la Francia avevano compiuto questo passo per pure ragioni di forma, cioè per non perdere la faccia di fronte al mondo, e che, nonostante le loro dichiarazioni di guerra, alla guerra combattuta non sarebbero arrivate. “Lor signori non hanno idea di come sono queste democrazie, desiderose di cavarsela senza combattere. La Polonia, credano a me, la pianteranno bellamente in asso”. Il Führer rimase fermo nella convinzione che l’occidente fosse troppo debole, marcio e decadente per intraprendere seriamente una guerra» (A. Speer, Memorie del Terzo Reich, Mondadori, 1997). Per chi ha in odio l’Occidente sulla base di pregiudizi tanto infondati quanto volgari, il mondo liberale è sempre prossimo alla fine, è costantemente sul punto di esalare l’ultimo respiro, l’ultimo rantolo, salvo poi verificarne la “resilienza” e pagare un prezzo assai salato per l’abbaglio preso.

(3) Secondo Il Sole 24 Ore, sono una sessantina i conflitti che oggi stanno insanguinando il mondo. «Tra il 2017 e il 2018 circa 193.000 persone sono morte in Africa, Asia e Medio Oriente, a causa di conflitti a fuocodi diversa natura. Questo il quadro raccontatoci dai dati dell’Armed Conflict Location & Event Data Project. Afghanistan, Siria, Iraq, Yemen e alcune regioni dell’Africa registrano un alto numero di vittime negli ultimi due anni. In particolare, le prime due sono praticamente appaiate con numeri decisamente superiori alle altre nazioni prese in esame. Entrambe contano oltre 71.000 decessi dovuti a conflitti armati, superando di diverse unità Iraq (36.891) e Yemen (33.353»). Senza contare il conflitto armato che Cina e Stati Uniti stanno apparecchiando intorno a Taiwan. «Il 13 aprile, Ma Xiaoguang, portavoce della Cina continentale, ha criticato l’autorità del Partito Democratico Progressista (DPP) di Taiwan per i suoi tentativi di trarre vantaggio dalla situazione ucraina e mascherare la questione di Taiwan come una questione internazionale» (Quotidiano del Popolo Online). Taiwan è un problema che deve riguardare solo il Celeste Imperialismo. Com’è noto, Washington e molti i suoi alleati del Pacifico non la pensano allo stesso modo.

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L’IMPERIALISMO ENERGETICO DELLA RUSSIA

GUERRA DI CIVILTÀ E LOGICA BINARIA

SUL “COMPLESSISMO”

APPUNTI SULLA NATURA DELLA “GUERRA CALDA”

CANI SCHIFOSI, SOGNI INFRANTI E REALTÀ DELL’IMPERIALISMO

La dimensione mondiale del conflitto Russo-Ucraino

CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ

guerre-en-ujraineL’orrore… l’orrore ha un volto… e bisogna essere
amici dell’orrore. L’orrore e il terrore morale ci
sono amici. In caso contrario diventano nemici
da temere (Apocalypse Now).

Accusare un uomo di omicidio quaggiù era
come fare contravvenzioni per eccesso di
velocità alla 500 Miglia di Indianapolis
(Apocalypse Now).

La guerra imperialista è oltremodo odiosa, ma non meno odiosa è l’ipocrita propaganda che i suoi diversi “attori” sparano contro la cosiddetta opinione pubblica nazionale e internazionale. La guerra è un “crimine contro l’umanità” in se stessa, in quanto tale, per definizione, e aggettivarla in qualche modo (“sporca”, ad esempio) risponde più che altro alle esigenze propagandistiche di cui sopra: “sporca” è sempre la guerra degli altri, dei nemici di turno, mentre la “nostra” guerra è sempre una guerra (o “Operazione Militare Speciale” che dir si voglia…) sostenuta da nobili e altamente etici motivi.

Che la guerra moderna abbia come suo obiettivo primario il massacro della popolazione civile per costringere il nemico alla resa incondizionata, o l’allontanamento da un Paese di un particolare gruppo umano (etnico, linguistico, politico, culturale) che ostacola il perseguimento di determinati interessi (spingendolo verso  una nuova patria, magari fatta di fosse comuni e forni crematori…), ebbene questa è una mostruosa verità confermata dai conflitti, mondiali e regionali, dell’ultimo secolo. Il massacro dei civili, lo stupro, il genocidio, lo sterminio generalizzato, la vendetta privata: tutto questo rientra perfettamente nella logica della guerra moderna; logica che prevede che siano i vincitori a stabilire le ragioni e i torti, a costruire cioè il quadro di legalità da applicare al bagno di sangue. La guerra ha le sue ferree regole, e quelle non scritte, per ragioni facilmente intuibili, non sono meno cogenti e funzionali al perseguimento di un determinato obiettivo di quelle scritte e sbandierate come dimostrazione di civiltà anche nel contesto di eventi “incresciosi”.

Come sempre, non si tratta di giustificare un bel niente: si tratta piuttosto di capire. Cinico è il dominio sociale capitalistico, non chi si sforza di denunciarne la disumana fenomenologia senza affettare pose di “sensibilità umana” che appaiono tanto più false quanto più sono esibite.

L’orrore ai miei occhi non ha solo il volto della guerra, ma anche il volto della cosiddetta pace che prepara le guerre e i conflitti sociali d’ogni tipo. Ecco perché mi fa orrore la – falsa – alternativa fra pace capitalistica e conflitto armato: due facce della stessa medaglia.

L’indignazione disarmata di coscienza critica, incapace di cogliere la radice storica e sociale (e non puramente geopolitica) dei conflitti armati, prodotti particolarmente nefasti della più generale guerra sistemica (economica, tecnologica, scientifica, geopolitica, ideologica) che noi accettiamo con un realismo (fatalismo?) degno davvero di miglior causa; questa indignazione, dicevo, se può darci l’illusione di “stare dalla parte giusta della storia”, come si usa dire di questi tempi, conferma soprattutto la nostra impotenza nei confronti di potenze sociali che non controlliamo e che anzi subiamo come fossero creazioni della cieca natura o la manifestazione di entità aliene di qualche tipo – il cosiddetto “complottismo” è una delle tante forme che assume questa impotenza: per questo chi si diverte a ridicolizzarlo senza ricondurlo alle sue reali cause sociali, mostra di brancolare nella stessa indigenza “cognitiva” che riscontra nel “complottista”.

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GUERRA DI CIVILTÀ E LOGICA BINARIA

Scrive Pietro Di Muccio de Quattro: «La guerra questo fa: costringe a scegliere, ma riduce la scala delle opzioni ad un’alternativa secca». Qui è evocata la «logica binaria» tanto invisa ai “complessisti”. Io invece concordo, probabilmente a causa di una mia congenita indigenza di dialettica storico-politica, con l’«alternativa secca»: o di qua, o di là! Si tratta ovviamente di declinare i termini politici di questa «logica binaria». Vediamo i termini proposti da Di Muccio:

«Il quarto punto, da ultimo ma non l’ultimo, coinvolge l’essenza della guerra, cioè lo scontro di civiltà. Sì, civiltà! Parola grossa ma indispensabile. La cultura russa appartiene all’Occidente libero. La politica russa appartiene invece al dispotismo asiatico. Questa stupefacente divaricazione secolare tra cultura e politica mostra una delle più potenti aporie della storia mondiale. Noi Occidentali, mentre dobbiamo vergognarci in eterno di aver figliato le abiezioni del nazismo e del comunismo, possiamo vantarci per sempre di aver generato pure la civiltà liberale, Atene e la Repubblica romana, la Gloriosa Rivoluzione britannica, la Costituzione americana, la Costituzione francese del 1789: tutti pilastri della società aperta fondata sul diritto. Per quanti misfatti ed errori possiamo aver commesso noi Occidentali nel corso degli avvenimenti, resta inoppugnabile che la nostra vita è migliore, più libera e più prospera. Stare oggi con l’Ucraina contro la Russia significa perciò stare dalla nostra parte, la parte migliore della storia umana, la società libera e democratica. E soprattutto significa stare dalla parte della vera pace. “Pax est tranquilla Libertas”, insegna Cicerone. Difendendo le ragioni dell’Ucraina e il popolo ucraino difendiamo le nostre ragioni e noi stessi. Perciò, lettori e giornalisti dell’Opinione, non diffondete dubbi, neppure per liberarvi da incertezze politiche ed assilli personali. È tempo di retta coscienza e fede certa nella giusta battaglia. Anche il vostro individuale contributo aiuta a vincere la “nostra guerra”. Come disse Winston Churchill, “nessuno può garantire il successo in guerra, può solo meritarlo”» (L’Opinione).

A mio modesto avviso, qui ci troviamo a che fare con una riflessione politico-ideologica non solo ultrareazionaria, perché porta acqua al mulino dell’imperialismo cosiddetto occidentale, e perché si dispiega interamente sul terreno delle ragioni che fanno capo agli Stati, alle nazioni, ai “popoli” astrattamente considerati (e quindi funzionale al discorso delle classi dominanti); la riflessione qui proposta appare ai miei occhi anche completamente priva di senso storico.  In primo luogo perché non coglie le abissali differenze che passano tra «Atene e la Repubblica romana, la Gloriosa Rivoluzione britannica, la Costituzione americana, la Costituzione francese del 1789» e la nostra epoca storica, l’epoca caratterizzata dal dominio totalitario e mondiale del Capitale, l’epoca giustamente definita imperialista già da John Atkinson Hobson nel 1902.

«La cultura russa appartiene all’Occidente libero. La politica russa appartiene invece al dispotismo asiatico»: questa considerazione aveva un senso storico e una precisa ragione politica negli scritti che Marx scrisse contro la Russia imperiale del suo tempo, oppure in quelli del Lenin del gennaio 1905 che accolse con entusiasmo la vittoria del Giappone ai danni della Russia autocratica: «La guerra di un paese avanzato contro un paese arretrato assume anche oggi, come già parecchie volte nella storia, una grande funzione rivoluzionaria. e il proletariato cosciente, nemico implacabile della guerra, che inevitabilmente , ineluttabilmente accompagna ogni dominio di classe in generale, non può chiudere gli occhi dinanzi al fatto che la borghesia giapponese sconfiggendo l’autocrazia ha adempiuto un compito rivoluzionario. […[ Non il popolo russo, ma l’autocrazia ha cominciato questa guerra coloniale, trasformatasi in una guerra fra il vecchio e il nuovo mondo borghese. Non il popolo russo, ma l’autocrazia è giunta a una vergognosa disfatta. Il popolo russo ha tratto giovamento dalla disfatta dell’autocrazia. La capitolazione di Port-Arthur è il prologo della capitolazione dello zarismo. Sì, l’autocrazia è indebolita. I più increduli incominciano a credere nella rivoluzione. e la fede generale nella rivoluzione è già il principio della rivoluzione» (1). Qualche giorno dopo Lenin poteva salutare con centuplicato entusiasmo «l’inizio della rivoluzione in Russia».

Ma Lenin poteva scrivere quelle cose perché nella Russia di inizio novecento l’ordine del giorno storico prevedeva, per così dire, una rivoluzione borghese, e difatti egli parla di popolo quando fa riferimento a quel tipo di rivoluzione, e di proletariato quando riflette sui compiti che il proletariato d’avanguardia doveva avere nell’ambito di essa. Mettendo in grave crisi l’autocrazia zarista, il giovane e rampante capitalismo giapponese, precocemente avviato sulla strada della politica imperialista, svolgeva per Lenin una funzione oggettivamente e storicamente rivoluzionaria non solo perché rendeva possibile una rivoluzione borghese in Russia, aprendo nuove prospettive allo stesso «proletariato cosciente», ma indeboliva quella funzione di gendarme della reazione che quel Paese aveva da molto tempo svolto per conto dell’Occidente, e qui Lenin si ricollega a Marx: «Il sicuro istinto di classe della borghesia del vecchio mondo – scriveva Lenin – la fa preoccupare per i successi del nuovo mondo borghese; [essa] è allarmata per il crollo della forza militare russa, che a lungo era stata considerata il più sicuro baluardo della reazione europea. Non sorprende che persino la borghesia europea, che non partecipa alla guerra, si senta tuttavia umiliata e avvilita. Era così abituata a identificare la forza morale della Russia con la forza militare del gendarme d’Europa!» (2). Eppure l’Europa del 1905 aveva alle spalle, se non erro, l’«Atene e la Repubblica romana, la Gloriosa Rivoluzione britannica, la Costituzione americana, la Costituzione francese del 1789».  Quella stessa bella e progressista Europa dieci anni dopo produrrà la Prima carneficina mondiale, e poi i totalitarismi novecenteschi e il Secondo macello imperialistico mondiale – con lo sterminio scientificamente pianificato degli individui praticato con “armi convenzionali” e “armi non convenzionali”. Sempre il vincitore chiama “guerra di liberazione” la propria guerra, e “guerra di aggressione e oppressione” la guerra del nemico sconfitto: questo anche a proposito di certe liturgie patriottiche che si celebrano tutti gli anni proprio di questi tempi.

Nonostante tutte le sue magagne e contraddizioni economico-sociali, riconducibili in ogni caso ai rapporti sociali capitalistici che oggi dominano su scala planetaria, la Russia di Putin ha poco a che fare con la Russia degli Zar, mentre ha molto a che fare con la Russia di Stalin soprattutto a causa della natura capitalistica di entrambe le “Russie”. Detto altrimenti, lo scontro non è tra le civiltà, come da sempre sostengono soprattutto i liberali che difendono le ragioni dell’imperialismo statunitense ed europeo, ma nel seno di una stessa civiltà: quella capitalistica. Si tratta di un concetto, quello appena formulato, che all’anticapitalista del XXI secolo appare di un’evidenza solare. Posta questa disumana civiltà, tutto il male, anche quello che oggi non riusciamo nemmeno a immaginare sulla scorta del passato, è possibile e molto probabile. Questo a mio avviso significa ragionare storicamente e criticamente.

La mia “logica binaria” ha insomma un contenuto radicalmente classista, ossia anticapitalista, e quindi essa non ha nulla a che fare né con i “complessisti”, né con chi fa una netta scelta di campo – pro o contro la Russia di Putin (alle cui spalle si erge la possente sagoma della Cina); pro o contro l’Ucraina di Zelensky (foraggiata dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea). Questo significa, sempre a mio avviso, ragionare storicamente e criticamente sul conflitto armato in corso, il quale è parte di una ben più generale guerra sistemica tra imprese, nazioni, Stati, potenze. Il mio nemico è quindi il sistema capitalistico mondiale preso nella sua compatta, violenta, contraddittoria e disumana totalità, ed è per questo che non mi esalto neanche un po’ quando vedo le classi subalterne ucraine difendere la loro patria, la loro nazione, il loro Stato, ossia le loro catene. Lo stesso discorso vale ovviamente per i soldati dell’Armata Russa, carne da macello al servizio dell’imperialismo russo che oggi è “incarnato” politicamente dal regime putiniano. A proposito di Vladimir Putin, personalmente ne parlo come di un macellaio dai tempi della Seconda guerra cecena (1999-2009); giudizio confermato negli anni soprattutto dai massacri consumati dall’esercito russo ad Aleppo.

Il «comunismo» di cui parla il Nostro, associandolo giustamente al «nazismo» (non a caso l’Unione Sovietica di Stalin e la Germania di Hitler si presentarono come alleati all’inizio della Seconda guerra mondiale), non aveva nulla a che fare con l’autentico comunismo, ma ne era piuttosto non la tragica caricatura, ma la sua più radicale negazione – e la stessa cosa si deve dire, mutatis mutandis, a proposito della Cina, da Mao Tse-tung a Xi Jinping. «Anche la Cina fa dunque parte della civiltà capitalistica?» Senza alcun dubbio!

Scriveva ieri Le Monde (in vista delle elezioni presidenziali di domani): «Al ripiegamento nazionalista dentro le proprie frontiere opponiamo l’idea che nulla è possibile in un solo Paese» (Le Mande). Giustissimo! Ma non ditelo all’animaccia di Baffone!

La mia “logica binaria” conosce dunque solo l’alternativa secca capitalismo/anticapitalismo; è servendomi (come so, come posso) di questa logica che cerco di orientarmi nella complessa e contraddittoria matassa del dominio sociale capitalistico.

(1) Lenin, La caduta di Port-Arthur, Opere, VIII, pp. 42-45, Editori Riuniti, 1961.

(2) Ibidem, pp. 37-38.

Leggi: APPUNTI SULLA NATURA DELLA “GUERRA CALDA”;  La dimensione mondiale del conflitto Russo-Ucraino

La Cina è un paese capitalista? 中国是资本主义国家吗?

Pubblico molto volentieri l’articolo che segue, come in passato ho fatto con altri testi ripresi sempre dal blog Chuang (l’ultimo è stato Cosa pensano i lavoratori cinesi del PCC?, preceduto da Ucraina. Sharing the shame), perché trovo di grande interesse e significato politico dar conto di ciò che si muove in Cina e nello spazio sociale e culturale che orbita intorno al Celeste Imperialismo, il quale appare monolitico e impenetrabile solo al pensiero che si nutre acriticamente di ciò che passa il convento informativo mainstream.

Qui è appena il caso di ricordare, anche come breve introduzione all’articolo ripreso da Chuang, che per chi scrive la società cinese è pienamente capitalista sia per ciò che riguarda la sua “struttura” economica (un mix di capitalismo di Stato, di capitalismo “privato” e di economia “informale”), sia per ciò che concerne la sua “sovrastruttura” politico-istituzionale. Per questo il Partito-Regime che si trova al cuore dello Stato cinese è “comunista” solo di nome; di più: tale Partito rappresenta, sempre all’avviso di chi scrive, la più radicale negazione del comunismo. E questo da Mao Tse-tung a Xi Jinping. Quanto sommariamente detto, si spiega con la mia concezione della natura storico-sociale della Rivoluzione culminata nel 1949 con la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese: si trattò di una rivoluzione nazionale-borghese – rappresentata dal PCC, secondo gli schemi “dottrinali” tipici dello stalinismo, in guisa di una “rivoluzione socialista” avente particolari caratteristiche nazionali. Per un approfondimento del mio punto di vista sulla storia della Cina moderna e contemporanea, rinvio ai miei diversi scritti dedicati al grande Paese asiatico, della cui straordinaria e millenaria storia sono da sempre un appassionato e affascinato studioso.

Mi scuso se la traduzione dall’inglese non dovesse essere impeccabile, per così dire. Una buona lettura!

Per la seconda e la terza della nostra serie di brevi risposte comuniste a domande comuni sulla Cina, abbiamo diviso una domanda comune in due. Spesso ci viene chiesto: “La Cina è un paese capitalista o socialista?” Questa è forse la più comune e la più complicata delle domande frequenti sulla Cina, quindi imbroglieremo un po’ qui e forniremo una risposta più lunga dividendola nelle sue due domande componenti. In primo luogo, affrontata qui la domanda: “La Cina è un paese capitalista?” Poi, in un prossimo post, affronteremo la domanda: “La Cina è un paese socialista?” In contrasto con il primo post della serie FAQ, che consisteva interamente di risposte dei nostri membri e amici cinesi, questa e le voci successive incorporano tali risposte individuali in articoli scritti collettivamente sia dai nostri membri cinesi che dai nostri membri internazionali. Come sempre, incoraggiamo i lettori a riformattare queste risposte per l’uso su più piattaforme. Se hai progettato opuscoli o infografiche utilizzando questi materiali, ti preghiamo di inviarceli (e-mail: chuangcn@riseup.net) in modo che possiamo archiviarli qui e ripubblicarli sui social media!

Denaro

La Cina è capitalista. È capitalista sia perché è pienamente integrato nel sistema capitalista globale sia perché gli imperativi capitalistici sono penetrati fino alla vita di tutti i giorni. La popolazione in Cina, come altrove, dipende dal mercato per la sopravvivenza, direttamente o indirettamente. In altre parole: hai bisogno di soldi per sopravvivere. Poiché il denaro è la linfa vitale della produzione capitalista (in termini tecnici, diciamo che è la forma necessaria di apparenza di valore), questa dipendenza dal denaro per la sopravvivenza è il segnale più chiaro che una popolazione è stata incorporata nel capitalismo globale.

Ma parte del problema che si incontra con questa domanda è che le definizioni di base sono spesso poco chiare. Quindi, facciamo un passo indietro e iniziamo con i fondamentali: il capitalismo è una forma di società che oscura il proprio carattere sociale, trattando le relazioni tra le persone come relazioni puramente economiche tra cose diverse che vengono comprate e vendute. In altre parole, è una società che finge di non essere una società. Al centro di questo sistema c’è il requisito di una crescita infinita. Il capitalismo è sempre stato un sistema internazionale e ha sempre avuto bisogno sia di espandere i suoi confini geografici sia di incorporare sempre più aspetti dell’interazione sociale umana nel mercato. All’interno di questa società, la sopravvivenza e la prosperità di ogni individuo sono fuse alla sopravvivenza dell'”economia”. Il denaro è l’espressione di tutto questo: è il modo in cui calcoliamo la “crescita”, è il modo in cui le relazioni tra le persone sono ridotte a transazioni di mercato, ed è la nostra misura quotidiana di quanto bene possiamo vivere o se non possiamo permetterci di vivere affatto.

Per la maggior parte delle persone in Cina, come altrove, il denaro di cui hanno bisogno per sopravvivere assume la forma di salari pagati per il lavoro. Non importa se questi salari sono mascherati da “vendite” (cioè per venditori ambulanti), “donazioni” (cioè per livestreamer) o come una sorta di “bonus” o “pagamento dell’assicurazione sociale” (nomi comuni per salari aggiuntivi guadagnati dai lavoratori industriali in Cina). Queste persone sono costrette a dipendere dal reddito salariale perché non hanno alcun controllo collettivo sulla produzione stessa, e la produzione è la fonte dei beni di cui hanno bisogno per sopravvivere e vivere una vita piena. Anche quando sono disoccupati, le persone in questo gruppo (chiamato proletariato) hanno ancora bisogno di denaro per sopravvivere, quindi finiscono per dipendere dai salari degli altri (cioè prendere in prestito dalla famiglia), indebitarsi (cioè dipendere dai prestiti dei ricchi) o sopravvivere con un sussidio di disoccupazione o una pensione da parte dello Stato, che sono solo salari di seconda mano, poiché i fondi sociali sono pagati dalle tasse, compresa un’imposta sul reddito.

Governo dei ricchi

Per una piccola parte della popolazione globale, il denaro che usano per sopravvivere è ottenuto dai profitti, che sono rendimenti sul denaro investito in una determinata attività. Questo non significa solo un investimento casuale di denaro di riserva. Per ricevere abbastanza per sopravvivere, devi già avere una grande somma di denaro da investire. In altre parole: devi essere ricco. In Cina, quest’ultimo gruppo (chiamato borghesia o semplicemente classe capitalista) è diviso in due importanti sottocategorie: quelle “all’interno del sistema” (体制内) e quelle “fuori dal sistema” (体制外). In entrambi i casi, il “sistema” è il partito-stato, che è un’organizzazione dei membri cinesi della classe capitalista globale.

Nel Partito-Stato, i capitalisti detengono tutto il principale potere decisionale. A prima vista, questo potrebbe sembrare diverso dai governi “democratici” di altri paesi, anche se riconosciamo che queste democrazie sono, in realtà, oligarchie in cui i ricchi esercitano un controllo indiretto attraverso intermediari politici. Ma il dominio diretto dei ricchi è quasi universale per i paesi nelle prime fasi dello sviluppo capitalista, almeno per quelli che hanno innescato con successo periodi di rapida crescita. I primi paesi definiti alla fine del XIX secolo “capitalismo di Stato” o addirittura “socialismo di Stato”, erano Paesi, come la Germania imperiale e il Giappone, dove i ricchi avevano il controllo più o meno diretto dello Stato e lo usavano per attuare progetti di sviluppo ad ampio raggio e forme di assistenza sociale, spesso nel tentativo di indebolire l’opposizione dal basso. Ciò includeva la proprietà statale di industrie chiave, come le ferrovie, nonché l’emergere di enormi monopoli che erano completamente integrati con lo Stato, in alcuni casi anche incaricati di stampare la valuta ufficiale e gestire la banca nazionale. Allo stesso modo, il rapido sviluppo in Paesi come la Corea del Sud, Taiwan e Singapore negli ultimi anni del XX secolo ha avuto luogo sotto dittature a partito unico che hanno attuato piani economici guidati dallo Stato.

Anche i classici casi di sviluppo capitalista in paesi “democratici” come il Regno Unito e gli Stati Uniti hanno avuto luogo in epoche in cui il sistema politico era interamente popolato dai ricchi, siano essi aristocratici terrieri in Inghilterra o i primi industriali e l’élite delle piantagioni di schiavi negli Stati Uniti. Queste erano “democrazie” in cui la stragrande maggioranza della popolazione (donne, schiavi e uomini senza proprietà) non poteva né votare né candidarsi. In altre parole, erano effettivamente anche “stati-partito” a modo loro, anche se diverse fazioni dei ricchi si organizzavano in “partiti” concorrenti. In tutti i casi, lo Stato è il governo dei ricchi.

La Cina oggi segue le stesse orme, ma in condizioni di concorrenza globale ancora più intensa. Quindi non sorprende che l’unione tra capitalisti cinesi e potere statale sia altrettanto intensa. Nel Partito-Stato cinese, tutte le posizioni di livello superiore (approssimativamente a livello di contea e oltre) sono gestite da guanliao (官僚), un termine spesso tradotto semplicemente come “burocrati”, ma che in realtà designa solo questi posti di governo di livello superiore – quasi universalmente detenuti da individui ricchi che, in qualsiasi altro paese, sarebbero chiaramente visti come capitalisti. I guanliao formano il nucleo ufficiale del gruppo di capitalisti che sono “all’interno del sistema”. Ma quasi tutti i principali capitalisti del paese possono anche essere classificati come “all’interno del sistema”, compresi quelli che non ricoprono alcun incarico burocratico ufficiale ma sono comunque membri del partito, come Jack Ma. Allo stesso modo, tutte le principali aziende, comprese quelle “private”, hanno membri del partito collocati in alta dirigenza.

Un’obiezione che potrebbe essere sollevata è che il partito non può essere definito un’organizzazione capitalista, quando la maggior parte dei membri del partito e la maggior parte dei funzionari di livello inferiore (chiamati gongwuyuan – 公务员) non sono essi stessi capitalisti. Ma questo è vero ovunque. Come in ogni paese, la maggior parte dei membri dei partiti politici e delle burocrazie statali sarà sempre attinti dal proletariato, che è la maggioranza della popolazione. Tuttavia, il fatto che negli Stati Uniti la maggior parte dei democratici registrati siano dei dipendenti statali difficilmente renderà il Partito Democratico un “partito dei lavoratori” che dirige uno “Stato dei lavoratori”. Proprio come i democratici e i repubblicani, il Partito comunista cinese e il Partito-Stato sono istituzioni della classe dominante, adattate per risolvere le controversie tra i principali capitalisti e contribuire a mantenere l’economia senza intoppi, il che significa principalmente mantenere alti i tassi di crescita, mantenere bassa l’inflazione e sopprimere qualsiasi disordine. Quelli “all’interno del sistema” hanno un accesso privilegiato alle risorse controllate da altri capitalisti all’interno dello stesso sistema e hanno una certa influenza nelle decisioni collettive prese dal partito.

Né questo è un sistema in declino. È vero l’esatto contrario, poiché gli ultimi due decenni hanno visto il tentativo di reclutare sempre più capitalisti nel partito, visibile nella riforma del 2002 della costituzione del partito che ha permesso agli “imprenditori” di aderire (e ha dato l’approvazione a posteriori ai molti membri del partito che avevano già usato le loro posizioni per diventare capitalisti negli anni dal 1980 al 1990). Allo stesso modo, i ricchi che si rifiutavano di sottomettersi alla direzione dei capitalisti più potenti che controllavano il partito o che perseguivano i propri interessi in un modo che minacciava di produrre instabilità per tutti gli altri erano presi di mira in varie campagne “anti-corruzione”, spesso con conseguente incarcerazione ed esecuzione. Il risultato è che, oggi, quelli “fuori dal sistema” sono per lo più capitalisti più piccoli che non hanno (ancora) aderito al partito, o capitalisti più grandi dell’opposizione che si sono rifiutati di farlo, spesso perché sono in grado di avere un piede in Cina e un piede all’estero.

Questo è importante, tuttavia, perché ci ricorda che il capitalismo è globale, il che significa che anche la classe capitalista è globale. I capitalisti in Cina sono solo una frazione di questa classe. Anche se sono in grado di risolvere alcuni dei loro conflitti interni attraverso l’apparato del partito – e anche questa capacità è improbabile che duri per sempre –, i capitalisti cinesi devono ancora affrontare una dura concorrenza da parte dei capitalisti di altri Paesi. Questa competizione è spesso espressa come conflitto “geopolitico” o come “guerra commerciale”. In un modo più semplice, è già evidente nell’esistenza stessa di molteplici stati-nazione in competizione, ognuno dei quali supervisiona una “economia nazionale”, spesso lacerata dalle divisioni interne ai capitalisti. Alla radice, però, queste sono tutte battaglie tra gruppi in competizione all’interno di un’unica classe dirigente.

Stato e Nazione

La maggior parte della confusione sul fatto che la Cina sia o meno un paese capitalista si trova in due errori correlati: il primo è l’errata assunzione che i singoli paesi in qualche modo scelgano sistemi economici che sono poi in gran parte confinati a quei paesi, rendendo possibile parlare di paesi “socialisti”, paesi “capitalisti” e qualsiasi numero di possibili varianti; il secondo è l’assunto, già menzionato sopra, che “lo Stato” e “il mercato” sono due istituzioni fondamentalmente separate, e che il capitalismo è definito dal dominio del mercato, mentre il “socialismo” è definito dal dominio dello Stato.

Entrambi gli errori sono radicati in un fraintendimento di ciò che è lo “Stato“. Nel primo errore, si presume che lo Stato-nazione sia una forma naturale o inevitabile di comunità umana e che l’economia sia subordinata ad esso. È facile immaginare, quindi, che le persone in un determinato territorio, purché fossero d’accordo, potrebbero semplicemente riorganizzare la loro economia a loro piacimento. Potrebbero, ad esempio, scegliere una sorta di socialdemocrazia in stile nordeuropeo con assistenza sanitaria gratuita e molti investimenti nell’istruzione, nelle infrastrutture e nelle energie rinnovabili. Contro questo modo di pensare, ci sarebbero solo le persone avide, stupide o confuse che impediscono che ciò accada.

Nell’immaginare il paese come una comunità, tuttavia, i veri conflitti di interesse vengono ignorati. E se le persone “cattive” non fossero ciò che impedisce di fare le scelte “buone”? E se, invece, molte delle cose cattive della società avvantaggiassero effettivamente coloro che controllano la società? In realtà, le cose stanno peggio di così: le cose brutte sono rese necessarie a tutti perché sono necessarie per “la salute dell’economia” da cui siamo tutti costretti a dipendere. Se l’inflazione diventa troppo estrema, significa che il tuo salario compra meno. Se la crescita rallenta significa che è più difficile trovare o mantenere un lavoro. Siamo tutti incatenati all’economia. Nei paesi ricchi queste catene sono più sciolte. Altre concessioni sono sempre possibili. Se sei al top del sistema, potresti persino sentirti come se non fossi affatto incatenato ad esso. Ma non appena inizi a scivolare giù da una scogliera, quelle catene diventano una realtà innegabile anche per te. Se il sistema affonda, affondiamo con esso.

Ma il povero affonda prima. Ecco perché, non appena scoppia una crisi economica, lo Stato si mobilita per “ripristinare la salute dell’economia” salvando i ricchi. Quelli in fondo potrebbero ottenere un certo sostegno, ma sarà sempre una frazione di ciò che i ricchi ricevono. Poiché i ricchi sono quelli che controllano la produzione, e “salvare” l’economia significa che i loro interessi avranno la priorità perché hanno realizzato una situazione in cui tutti i nostri interessi dipendono dai loro. Questa è una chiara dimostrazione che il paese non è una “comunità” di interessi condivisi. È un territorio in un sistema capitalista globale. Quel territorio è per lo più posseduto e controllato dai ricchi. Non è il vostro paese, e non lo è mai stato. È il loro Paese.

Lo Stato è l’espressione di questa proprietà (ma non è la stessa cosa che dire semplicemente che i ricchi “possiedono” o “controllano” lo Stato). Più specificamente possiamo dire che, poiché la società capitalista finge di non essere una società, la sua unità ci appare come una distesa di separazioni (*). L’apparente separazione del “politico” dall'”economico” è ciò che produce lo Stato-nazione come lo conosciamo oggi, che è la forma specificamente politica assunta dalle relazioni sociali capitaliste. In termini semplici e funzionali, possiamo pensare allo Stato come al modo in cui certi capitalisti in certi luoghi negoziano le loro dispute, forgiano alleanze temporanee contro la concorrenza dei capitalisti altrove, si coordinano per reprimere le rivolte dei poveri e tentano di salvare l’economia dai suoi stessi estremi. In un senso più ampio, è anche il modo in cui le relazioni tra le persone sembrano essere “naturalmente” regolate da cose come la legislazione e la cittadinanza. In un senso ancora più ampio, lo Stato è ciò che si traduce nell’idea della “nazione” come forma “naturale” della comunità umana. Ma lo Stato-nazione non preesisteva alla società capitalista; esso si è evoluto all’interno di quella società perché ha svolto una funzione per essa. Questo processo non è cospirativo – non si tratta di un gruppo di persone ricche che si riuniscono e tramano sui modi migliori per ingannare le persone – ma adattivo, in senso evolutivo, in cui le caratteristiche utili per determinati scopi diventano più importanti nel tempo e quelle che non servono a nessuna funzione lentamente appassiscono.

Dal momento che siamo tutti incatenati all’economia, siamo anche incatenati ai capitalisti che controllano l’economia nei luoghi in cui viviamo. Ciò significa che c’è una vera interdipendenza che si trova sotto il mito dello Stato-nazione, poiché il fallimento dei capitalisti di un territorio significa anche che le persone normali soffrono. Questo è ciò di cui si parla ogni volta che c’è un dibattito su come “creare posti di lavoro” in un’area del mondo. È anche il motivo per cui i programmi di sviluppo guidati dai capitalisti in un certo paese, di fatto, sollevano molte persone in quei paesi dalla povertà abietta, anche se lo fanno in modo non uniforme. Negli ultimi decenni, la Cina ha ripetuto il tipo di “miracolo economico” visto in molti altri paesi capitalisti in passato, spesso usando metodi simili: la costruzione di servizi pubblici, sistemi stradali e ferroviari nazionali, il trasferimento (a volte forzato) dei rurali più poveri verso le città e l’estensione dell’istruzione di base e dell’assistenza sanitaria.

Ma questa interdipendenza non assume realmente la forma di un interesse “nazionale” universalmente condiviso. Invece, è una complessa catena di dipendenze mutevoli e in competizione, inserite all’interno di una gerarchia globale di potere sociale. Da un lato, è sempre intrinsecamente internazionale. Ciò è visibile nel semplice fatto che il successo di così tante fabbriche in Cina (e quindi le prospettive dei capitalisti cinesi) dipende sia dagli investimenti che dalla domanda di consumo dei paesi più ricchi. Allo stesso modo, i capitalisti in questi paesi ricchi beneficiano di questa relazione sia nel senso diretto di ricavare profitti da questa produzione, sia in modo indiretto, dal momento che una fornitura costante di beni di consumo a basso costo per i lavoratori nei paesi ricchi aiuta a smorzare i disordini creando una patina di prosperità alimentata dal credito.

D’altra parte, queste dipendenze sono spesso anche subnazionali, nel senso che alcune regioni di un paese spesso beneficiano molto più di altre. Ciò significa che gli interessi possono divergere anche all’interno dei singoli paesi, dal momento che il successo delle ricche città costiere potrebbe non riversarsi nelle regioni povere dell’interno senza sbocco sul mare, anche se queste aree povere beneficiano ancora in modo indiretto del fatto che si trovano all’interno di un paese “ricco”. Allo stesso modo, il successo dei capitalisti di un paese è reso possibile dallo sfruttamento dei lavoratori tanto nel proprio paese quanto in altri paesi. L’accumulo di vaste ricchezze da parte dei capitalisti cinesi è stato ovviamente reso possibile dallo sfruttamento dei lavoratori cinesi, anche se molta di questa ricchezza è stata distribuita anche alle multinazionali con sede in Giappone, Corea del Sud, Europa e Stati Uniti. Anche se i lavoratori alla fine recuperano una parte di questa ricchezza sociale allargata, è solo una piccola frazione del totale, e, ancora più importante, essi non hanno alcun controllo sul potere produttivo della società nonostante siano essenziali alla produzione della sua ricchezza.

Una grande azienda?

Prima di concludere, sarà utile affrontare la domanda da cui siamo partiti un’ultima volta ma da un’angolazione leggermente diversa. Sopra rilevavamo la realtà della dipendenza dal denaro per la nostra sopravvivenza, e davamo qualche spiegazione del modo in cui la classe capitalista è strutturata in Cina. Questa spiegazione è una sorta di semplificazione eccessiva, però, perché il capitalismo può effettivamente fare uso di molti diversi tipi di sfruttamento del lavoro (alcuni dei quali, come la schiavitù, potrebbero non costringere le persone a dipendere da un “salario” monetario) e molte diverse forme di organizzazione della classe dirigente (a volte, per esempio, una classe di élite terriere non capitaliste o semi-capitaliste è ugualmente importante per il governo). Per illustrare la flessibilità della produzione capitalista quando si tratta di questioni di governo, usiamo un semplice esperimento mentale.

Spesso, si parla della Cina come se il governo avesse il controllo completo della produzione e alla popolazione fosse stato fatto il lavaggio del cervello per obbedire. Questo non è assolutamente vero in alcun senso e miti come questo hanno una lunga storia razzista che si estende dalle narrazioni del “Pericolo Giallo” del XIX secolo fino a rappresentazioni altrettanto orientaliste del paese nei media di oggi. Ma possiamo prendere questa estrema distorsione dei fatti per fare un punto sulla natura del capitalismo. Riformuliamo la domanda in questi termini: e se la Cina fosse, di fatto, organizzata come un’unica grande società monopolistica? E se lo Stato avesse davvero il controllo di tutte le forze produttive? E se queste forze non fossero nemmeno organizzate in singole “imprese” che competono tra loro per il profitto, ma la loro attività fosse pianificata da un’agenzia di pianificazione centrale? Di nuovo: niente di tutto questo è vero! Ma immaginiamolo. Certamente, si potrebbe pensare, non sarebbe più corretto dire che la Cina è capitalista, se così fosse.

Tuttavia, anche in questo inesistente scenario “China Inc.” le cose cambiano di molto. Questo ipotetico monopolio nazionale, all’interno del quale ogni cittadino cinese fosse un dipendente, sarebbe ancora un’impresa capitalista. Questo perché, alla fine della giornata, sarebbe ancora in competizione con altre aziende sul mercato globale. La sua sopravvivenza rimarrebbe dipendente dalla sopravvivenza del capitalismo come sistema globale.

Pensateci un attimo: ci sono già grandi monopoli capitalisti – aziende completamente “private” come Amazon e Walmart – che comandano quantità di risorse e popolazioni di lavoratori paragonabili ai piccoli paesi. All’interno di queste società, non ci sono mercati che guidano le transazioni. Le risorse vengono spostate tra i reparti secondo piani su larga scala formulati in sedi aziendali distanti dai cantieri effettivi.

Ma queste non sono certo istituzioni “socialiste”. In definitiva, i loro piani interni sono orientati verso la crescita, che può essere garantita solo se l’azienda compete con successo con le altre nel mercato globale. In altre parole: sono solo forme di contabilità aziendale. E l’estensione della contabilità aziendale a più sfere dell’economia non è in alcun modo una sfida per la società capitalista. In realtà, è la tendenza a lungo termine del capitalismo! Una delle previsioni più coerenti di Marx è che la “scala sociale” della produzione aumenterà, e l’esempio appena fatto è la prova di una tendenza verso la monopolizzazione capitalistica. Ma questo non significa che tali monopoli contengano un’infrastruttura di pianificazione socialista prefabbricata in embrione. Sono forme di dominio di classe, chiare e semplici. Marx riteneva importante questa tendenza non perché i monopoli danno ai comunisti macchinari pronti per coordinare la produzione, ma perché la crescente scala della produzione significa anche che più lavoratori sono coinvolti in interazioni tra loro in tutto il mondo e in modi sempre più complessi, rendendo il carattere sociale della produzione più trasparente, anche se pone difficili questioni strategiche per qualsiasi movimento potenzialmente rivoluzionario. In ogni fase dell’aumento generale della scala di produzione, la possibilità e persino la necessità di metodi alternativi e socialisti di coordinamento diventano sempre più evidenti. Ma, ancora una volta, tali metodi sono distinti e opposti ai metodi di coordinamento esistenti nei monopoli di oggi. Questa è precisamente la ragione per cui Marx vedeva la rivoluzione come una necessità. La contabilità aziendale e l’arte di governo capitalista non si evolvono mai spontaneamente in socialismo.

Si potrebbe quindi suggerire che la soluzione sta nel “scollegare” l’economia cinese dal mercato globale. All’inizio, potrebbe sembrare che questo risolva il problema: tutta la pianificazione che è stata condotta per servire il mercato globale – e che potrebbe quindi essere pensata come pianificazione “capitalista”, come accade nei monopoli esistenti – viene separata da questo mercato, lasciando intatto solo l’apparato di pianificazione. Anche se non “socialista”, questa pianificazione sembrerebbe, almeno, essere in grado di cessare di servire gli imperativi capitalistici. Ma questo ha più o meno lo stesso senso di sostenere che Amazon o Walmart potrebbero “scollegarsi” dall’economia globale.

Anche se questa fosse una possibilità politica, ci sono limiti semplici e pratici che rendono assurda la proposta: poiché la maggior parte dell’attività pianificata in queste società è orientata a realizzare profitti e servire il mercato, il “delinking” lascerebbe inutile la stragrande maggioranza dei loro meccanismi di pianificazione interna. L’intera struttura aziendale è costruita attorno a imperativi capitalistici come realizzare un profitto e servire il mercato: rimuovili e il “piano” collassa. Conservateli, e il “piano” cercherà immediatamente di ricollegarsi all’economia globale o, se ciò non è fattibile, di fratturarsi e dare di nuovo vita agli imperativi capitalistici su scala locale, ricreando un mercato all’interno della sfera “scollegata” basata sulla concorrenza tra imprese spin-off o dipartimenti all’interno del monopolio (indipendentemente dal fatto che siano “di proprietà statale”).

Lo stesso problema di fondo si applica alla prospettiva di “scollegare” l’economia cinese da quella del mondo. In effetti, un tale scollegamento è ancora meno fattibile, dato il grado in cui la produzione globale nel suo complesso dipende dall’industria cinese e, soprattutto, il grado in cui l’industria cinese dipende dal mercato globale. Un’enorme parte della produzione in Cina è attualmente orientata a servire il mercato globale, direttamente o indirettamente. Nel 2019, il commercio bilaterale totale di merci della Cina ammontava a circa 4,6 trilioni di dollari (circa un terzo del suo PIL quell’anno), il che significa che la Cina importava o esportava beni approssimativamente equivalenti all’intero PIL di un paese come la Germania. Anche se la Cina fosse un unico grande monopolio dominato da meccanismi di pianificazione, questo tipo di scollegamento sarebbe effettivamente impossibile, perché una parte enorme del business di quel monopolio è al servizio del mercato internazionale.

Ma, naturalmente, la Cina non è un singolo grande monopolio e la sua economia non è dominata da meccanismi di pianificazione. Le imprese cinesi sono strutturate in modo molto simile alle imprese di altre parti del mondo. La crescita e la redditività sono i loro obiettivi di fondo e l’intera struttura di queste società è orientata a garantire questi obiettivi. Data questa realtà, il “delinking” è ancora più ridicolo, perché richiederebbe a migliaia di imprese cinesi di fare volentieri bancarotta. Che questo possa accadere in Cina ha la stessa probabilità che accada in qualsiasi altro paese del mondo.

Sintesi

Rivediamo i punti fondamentali: la Cina è un paese capitalista. Ciò è evidente nel fatto che tutti hanno bisogno di denaro per sopravvivere e quindi devono dipendere dall'”economia”. La maggior parte della popolazione è proletaria, il che significa che non ha alcun controllo sulla produzione e che deve lavorare per ricevere un salario con cui sopravvivere. Solo la minoranza della popolazione che è estremamente ricca, chiamata classe capitalista, può invece sopravvivere con il profitto dei loro investimenti, cosa che dimostra la loro proprietà della produzione. Mentre questa proprietà dittatoriale è la caratteristica centrale del dominio capitalista, gli Stati-nazione emergono come l’espressione politica di questo potere sociale. Lo Stato serve come mezzo necessario per i capitalisti per coordinarsi e competere tra loro, ma aiuta anche a mantenere le condizioni di base per l’esistenza della società capitalista. Ciò include la repressione (polizia, carceri, militari, ecc.), il mantenimento di un sistema giuridico fondato sui diritti di proprietà e la mobilitazione degli investimenti pubblici (in infrastrutture, sanità, istruzione, ecc.). Il tutto comporta la creazione di un mito di “interessi nazionali” condivisi e radicati nella “cultura nazionale”.

In Cina, la classe capitalista governa direttamente attraverso il Partito-Stato. I capitalisti detengono tutte le posizioni dirigenziali all’interno del partito comunista e del governo. Allo stesso modo, la maggior parte dei grandi capitalisti che non ricoprono alcuna posizione burocratica sono, come minimo, membri del partito. Ciò consente loro di essere “all’interno del sistema”, dove hanno un accesso preferenziale alle risorse (attraverso il credito), una maggiore protezione dalla concorrenza con i capitalisti di altri paesi (attraverso tariffe e sussidi) e un posto al tavolo per tutte le principali decisioni (attraverso l’infrastruttura del partito). Quelli lasciati “fuori dal sistema” sono per lo più capitalisti più piccoli che non hanno ancora aderito al partito, capitalisti ribelli che rifiutano di sottomettersi agli altri e/o capitalisti più allineati con interessi stranieri. In realtà, l’infrastruttura del partito è disordinata e spesso violenta, dal momento che i capitalisti hanno interessi in competizione. Ma anche se fosse perfettamente coordinato, arruolando tutti i capitalisti cinesi come membri, ciò rappresenterebbe comunque solo una frazione della classe capitalista globale in competizione con gli altri.

(*) Questa idea di “unità nella separazione” è centrale nella critica comunista della società capitalista. È spesso usata per descrivere il modo in cui la maggior parte di noi fa parte della stessa classe (il proletariato) e soggetta a condizioni fondamentali di vita molto simili (abbiamo bisogno di fare soldi per sopravvivere), ma allo stesso tempo non possiamo davvero sperimentare questa unità di base senza prima affrontare i modi in cui siamo chiaramente diversi, spesso espresso in termini di identità. Il punto di vista liberale sottolinea questa differenza e prende l’identità come punto di partenza, negando qualsiasi unità sottostante. Quelli che ci appaiono come dibattiti tra “liberali” e “conservatori” sono per lo più dibattiti su come queste identità sono ponderate e organizzate all’interno della società. Spesso, il “marxismo” è dipinto come un punto di vista “riduzionista di classe”. In questa caricatura, i comunisti vorrebbero solo che le persone dimentichino le loro reali differenze, riconoscano l’unità sottostante che esiste in quelle condizioni fondamentali di vita e lavorino insieme. Ma si tratta di una versione debole, che capovolge una reale posizione, che qualcuno inventa solo per poterla facilmente abbattere. La vera posizione comunista è quella che enfatizza “l’unità nella separazione”, riconoscendo la realtà sia di quell’unità realmente esistente che delle molte separazioni di circostanze e identità che ci dividono. In realtà, i due cose sono interdipendenti. La separazione è la forma che l’unità assume sotto il capitalismo.

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SUL “COMPLESSISMO”

L’importante è di riuscire ad accollare la colpa
della guerra alla parte avversa (A. Hitler, 1939).

Per molti opinionisti politici la complessità non è che un facile quanto risibile alibi per non condannare l’aggressione russa dell’Ucraina: il “complessismo” non sarebbe che l’anticamera del putinismo. Come stanno le cose?

C’è forse qualcuno che può negare la natura complessa della società capitalistica del XXI secolo? Credo proprio di no.  La realtà è complessa per definizione; essa è complessa nella sua fenomenologia economica, politica, geopolitica, culturale, psicologica, in una sola parola: sociale. Tuttavia, al cuore dell’intricatissima matassa dei fenomeni sociali considerati nella loro dimensione “locale” e “globale”, insiste un nocciolo duro che dà sostanza, direzione e significato alla complessa totalità che realizza la nostra società.

Questo nocciolo, questo cuore pulsante è rappresentato, a mio avviso, dai rapporti sociali di dominio e di sfruttamento che governano, in modo più o meno diretto e invasivo, la nostra esistenza, spesso fin nei minimi particolari, addirittura nei dettagli – dove infatti ama nascondersi il Dominio.

Quanto concettualmente superficiale (spesso anche banale) e politicamente reazionario sia il punto di vista “complessista”, è dimostrato dal fatto che la critica svolta dal “complessista” al cosiddetto mainstream, al “pensiero unico” (che è sempre quello degli altri), non sfiora neanche la ciclopica realtà della divisione classista degli individui, la cui esistenza ruota ossessivamente intorno a disumani interessi di potere variamente “declinabili”: economici, politici, geopolitici, sistemici. O, quando va bene, il “complessista” si limita a prendere atto di quella disumana (violenta, totalitaria, alienante) realtà, giusto per versare le solite due lacrimucce progressiste e filantropiche e rifilarci qualche ricetta riformista più o meno originale. Che posta questa Società-Mondo il conflitto armato sia necessariamente la continuazione della guerra sistemica (economica, geopolitica, tecnologica, scientifica, ideologica) con mezzi violenti, al sofisticato orecchio del “complessista” questa tesi suona come fin troppo rozza e antiquata; insieme al Santissimo Padre egli ripete le solite banalità “pacifiste” sull’urgenza di mettere fuori della storia la guerra – quando invece si tratterebbe di mettere questa società fuori dal nostro orizzonte e inaugurare la storia dell’«uomo in quanto uomo», la storia di «umanità al suo livello più alto» (Arthur Schopenhauer), di «un’umanità socialmente sviluppata» (Karl Marx). «Ma la realtà è complessa!» E già, l’avevo dimenticato. Tendo sempre a semplificare le cose!

Scrive sul Fatto Quotidiano la Professoressa di filosofia teoretica Donatella di Cesare, teorica del “complessismo”, reagendo alla «violenza schematica che mina al fondo la democrazia» (capitalistica: altra mia semplificazione!): «C’è il male e il bene, l’autocrate e le democrazie, la repressione e la libertà. Ringrazia piuttosto di essere da questa parte, perché dall’altra saresti già in galera. E dunque taci! Smetti di fare domande fastidiose e riconosci il fatto oggettivo che in sintesi è: A ha invaso B. Punto. Altrimenti detto: il grosso ha picchiato il piccolo. E tutti non potranno fare a meno di essere con quest’ultimo. […] Applicare gli schemi A – B è grottesco». Non c’è dubbio. Per come la vedo io, il fatto oggettivo è che quell’aggressione ha avuto luogo in un contesto storico-sociale ben preciso, il quale chiama in causa i concetti di capitalismo e di imperialismo, concetti con cui l’anticapitalista esprimere la realtà della contesa interimperialistica che spesso genera i conflitti armati. Personalmente è questo schema, questo filo concettuale che ho tirato per orientarmi nella complessità della guerra mondiale in corso che per adesso si manifesta come conflitto armato in Ucraina; i risultati del mio “schema classista” si possono vedere nei diversi post dedicati a esso.

Scrive il direttore del Foglio Claudio Cerasa, nel suo quotidiano corpo a corpo contro i “complessisti”: «Putin fa quello che fa non perché ha reagito all’allargamento della Nato in Ucraina, che è un altro falso storico, perché i paesi Nato che confinano con la Russia esistono già (dalla Lettonia all’Estonia) e perché l’assalto russo è un atto che nasce solo dal puro imperialismo, come è stata costretta a riconoscere in Germania anche la fondazione Rosa Luxemburg, affiliata alla Linke tedesca». Sulla natura imperialista della Russia, da Stalin a Putin, chi scrive non ha avuto alcun dubbio; ma chi sono io al confronto della «fondazione Rosa Luxemburg affiliata alla Linke tedesca»? Ancora il soldato Cerasa: «Chi non è netto sull’aggressione in Ucraina non lo fa per questioni legate alla complessità. Lo fa, volontariamente o involontariamente, per questioni legate a una malcelata complicità». «Involontariamente» e «malcelata complicità» credo che non stiano bene insieme dal punto di vista logico. In ogni caso, credo che la mia posizione sul conflitto in corso sia sufficientemente netta, cosa che ovviamente non mi mette al riparo dalle critiche – qualcuno potrebbero accusarmi di “oggettivo” putinismo, mentre qualcun altro di “oggettivo” filoamericanismo, visto che non difendo le ragioni dell’imperialismo concorrente a quello cosiddetto Occidentale: me ne farò una ragione! L’accusa di intelligenza col nemico, di cui oggi sono pieni i cosiddetti mezzi di informazione, ci fa capire che cosa potrebbe capitare in sorte  domani a chi si rifiutasse di difendere anche con le armi le eccellenti ragioni della Patria, la cui difesa «è sacro dovere del cittadino» (Art. 52 della Costituzione). Com’è noto, il concetto di «difesa della Patria» si presta a letture complesse…

A ben considerare, il “complessismo” di quasi tutti i “complessisti” si riduce sul piano politico a una scelta di campo ben precisa: contro gli Stati Uniti d’America e a favore di un’Unione Europea finalmente indipendente e in grado di tessere ottime e fraterne relazioni con tutti i Paesi del mondo – a cominciare, ovviamente, dalla Russia e dalla Cina. Dopo tutto, il “complessismo”, che si perde nella ricerca dei “torti” e delle “ragioni” (spesso solo per buttare la palla in tribuna),  non è poi così… complesso.

Leggi: APPUNTI SULLA NATURA DELLA “GUERRA CALDA”;  La dimensione mondiale del conflitto Russo-Ucraino

APPUNTI SULLA NATURA DELLA “GUERRA CALDA”

La guerra economica (finanziaria, mercantile) tra la Russia e il cosiddetto Occidente non rappresenta affatto «una guerra nella guerra», come spesso mi è capitato di leggere e ascoltare; essa va piuttosto considerata a tutti gli effetti parte organica e importante del conflitto interimperialista che ha nell’uso dello strumento militare la sua manifestazione più cruenta e rivelatrice. Rivelatrice della natura sociale di quel conflitto.

Come mi è capitato di scrivere spesso ultimamente, il concetto di imperialismo rinvia in primo luogo al carattere necessariamente aggressivo ed espansivo del rapporto sociale capitalistico, il quale per sostenersi deve abbattere ogni genere di barriera, deve assoggettare alle sue imperiose esigenze l’intero spazio esistenziale degli individui. Il Capitale non si espande solo fisicamente, geograficamente, ma anche, appunto, esistenzialmente; esso deve cioè conquistare non solo il corpo sociale, che nel XXI secolo ha le dimensioni del mondo, ma anche il corpo (colto nella sua inscindibile unità “psicofisica”) degli individui, deve trasformarlo in una inesauribile risorsa economica – di qui l’odioso, ma quanto sintomatico, concetto di “capitale umano”. La tecnoscienza rappresenta per il Capitale lo strumento di gran lunga più importante posto al servizio di questa disumana espansione; oltre a essere essa stessa capitale all’ennesima potenza. Con l’impiego sempre più diffuso e massiccio della tecnoscienza nel processo produttivo nasce il moderno capitalismo, con il marxiano passaggio dalla sottomissione solo formale del lavoro al capitale, a quella reale – o totale, com’è più corretto scrivere parlando del capitalismo dei nostri tempi, il quale fa infatti valere le ragioni del Capitale in modo sempre più totalitario, concetto che va riferito alla doppia espansione (fisica ed esistenziale) cui accennavo prima.

Com’è noto, John Atkinson Hobson, forse il maggiore teorico dell’imperialismo di inizio Novecento, nel suo celebre saggio del 1902 spiegò la politica imperialista degli Stati, a cominciare da quello britannico, con il gigantismo delle imprese capitalistiche monopolistiche e con il ruolo sempre più decisivo che il capitale finanziario veniva conquistando nella direzione dell’industria e del commercio. «Il fattore economico di gran lunga più importante per spiegare l’imperialismo riguarda gli investimenti. Il crescente cosmopolitismo del capitalismo è stato il principale cambiamento degli ultimi decenni. Ogni nazione industrialmente avanzata ha puntato a collocare una parte sempre maggiore dei suoi capitali al di fuori della sua area politica, in paesi stranieri, o nelle colonie, e a ricavare un reddito crescente da questa fonte» (1). Quel «crescente cosmopolitismo» capitalistico inevitabilmente investì anche la sfera politico-istituzionale, chiamata a supportare anche diplomaticamente e militarmente la conquista di nuovi mercati (di capitali, di merci e di manodopera a basso e bassissimo prezzo) e nuove fonti di materie prime fossili e agricole. La compenetrazione di interessi economici e strategie geopolitiche rappresenta la quintessenza del fenomeno sociale che chiamiamo imperialismo.

Sbaglia quindi grossolanamente, o esibisce una concezione assai riduttiva e superficiale di quel fenomeno, chi attribuisce all’imperialismo un carattere esclusivamente o fondamentalmente militare. I filooccidentali oggi parlano molto di «imperialismo russo», ma nulla dicono sull’imperialismo statunitense ed europeo, la cui esistenza essi negano affettando sdegno e superiorità politica: «Si tratta di accuse viziate da un vecchio pregiudizio ideologico». I sostenitori del cosiddetto Occidente libero e democratico vedono solo l’imperialismo degli altri; la stessa cosa, beninteso, fanno i sostenitori della Russia e della Cina, il cui antiamericanismo non ha nulla a che fare con una posizione autenticamente antimperialista.

A mio avviso commette un errore concettuale e politico altrettanto grave, e speculare a quello appena menzionato, chi ritiene che un Paese capitalisticamente molto forte, e quindi pienamente imperialista nell’accezione qui abbozzata, non avrebbe bisogno di ricorrere allo strumento militare per espandere la propria potenza sistemica (economica, tecnologica, scientifica, ideologica, “ibrida”), e che quando lo fa, perché puntualmente lo fa, la responsabilità andrebbe ricercata nei vertici dello Stato, il quale cadrebbe periodicamente vittima di forze ideologicamente maligne e politicamente malintenzionate: nulla di più risibile. «Dove passano le merci non passano gli eserciti»: che sciocchezza! Una sciocchezza in generale, storicamente parlando, e in particolare nell’epoca imperialistica del capitalismo. Non solo la potenza economica non esclude la potenza militare, ma le due cose stanno necessariamente insieme, si presuppongono e corrispondono vicendevolmente, proprio in grazia della natura sociale dell’imperialismo. Tra l’altro la stessa genesi del capitalismo testimonia del massiccio uso della brutale violenza statale nello sforzo di irrobustire ed espandere il rapporto sociale capitalistico attraverso la creazione di eserciti di nullatenenti che per vivere erano costretti a vendere una qualche capacità lavorativa. Quella che Marx chiamò «accumulazione originaria del capitale» non fu certo un pranzo di gala. Violenza economica e violenza politica (inclusa quella specificamente poliziesca e militare) accompagnano da sempre il dominio capitalistico, e solo gli indigenti in materia di comprensione dei fatti economici storicamente considerati possono contrapporre ideologicamente il liberismo allo statalismo.

Nella divisione internazionale dello sfruttamento capitalistico del lavoro la Russia occupa ancora oggi il ruolo di Paese esportatore di materie prime (come del resto l’Ucraina ) (2), cosa che non la colloca di certo al vertice dell’imperialismo mondiale. Ciò non toglie che la Russia sia a tutti gli effetti un Paese pienamente imperialista, e non semplicemente imperiale, visto che essa si serve ampiamente dello strumento militare per espandere la propria sfera di influenza ben oltre il suo “estero vicino”. Mosca si serve di metodi violenti per acquisire ricchezza materiale e influenza politica, e questo è più che sufficiente per qualificare la Russia come Paese imperialista, sebbene di rango minore rispetto agli Stati Uniti, alla Cina e all’Unione Europea – qui presa in blocco per semplicità di ragionamento.  La Russia fa dunque parte a pieno titolo del campo imperialista – o Imperialismo unitario, come più spesso mi capita di definire la dimensione della competizione capitalistica mondiale che ha come sua principale vittima i senza riserve (i proletari, i salariati) di tutto il mondo. Il campo antimperialista, che dovrebbe raccogliere quantomeno la parte politicamente più avanzata delle classi subalterne, oggi appare tragicamente impotente.

La Russia faceva parte del campo imperialista anche nella sua precedente versione sovietica – “socialista” solo per gli stalinisti e per i nemici dichiarati (tanto di cappello!) del socialismo e del comunismo: due facce della stessa escrementizia medaglia. L’unione sovietica diede corpo a uno sfruttamento particolarmente intenso, di tipo semicoloniale, dei Paesi che durante la Seconda guerra mondiale caddero nella sua “zona di influenza”, e questo si ripercosse immediatamente sulle condizioni di vita e di lavoro del proletariato della Germania dell’Est, della Polonia, dell’Ungheria, della Cecoslovacchia, che infatti diedero periodiche dimostrazioni di insofferenza – puntualmente represse violentemente dallo Stato “socialista”.

A suo tempo anche la Cina di Mao ebbe modo di assaggiare la politica imperialista praticata dall’Unione Sovietica in tutta l’area del cosiddetto “Terzo mondo”, amara esperienza che la portò ad avvicinarsi progressivamente agli Stati Uniti d’America proprio in chiave antisovietica – con relativo sciame propagandistico “antirevisionista” che molto piacque all’intellighentia occidentale di sinistra ormai stufa della grigia ortodossia stalinista: da un’illusione ideologica all’altra!

Lo sfruttamento imperialistico statunitense nella “zona di influenza” americana, ossia centrata su un Paese che stava al vertice della piramide capitalistica mondiale, venne ovviamente attuato con criteri adeguati a un’area del mondo capitalisticamente già molto avanzata. Questo solo per dire che lo sfruttamento imperialistico dei Paesi non si dà sempre e dappertutto allo stesso modo.

La politica imperialista di Putin si spiega in primo luogo con le aspirazioni – o velleità – imperialistiche della Russia, più che con gli interessi immediati di questo Paese. Come ho scritto altrove, storicamente le aspirazioni russe sono sempre state sovradimensionate rispetto alle reali capacità “strutturali” della Russia.  Chi punta i riflettori esclusivamente sulle responsabilità del cosiddetto Occidente nella genesi del conflitto in corso commette a mio avviso un grave errore di prospettiva, la cui radice va cercata sul terreno dell’ideologia, che non gli consente di comprendere le dinamiche interne alla società russa. La Russia non reagisce solo alle sollecitazioni che le vengono dall’esterno (soprattutto dal cattivo e minaccioso Occidente, secondo la vulgata propagandistica putiniana centrata sul vittimismo del perdente), ma si muove sul piano della politica interna e internazionale per rispondere a interessi, di natura prevalentemente economica e politica, che hanno le loro profonde e robuste radici nella società russa colta nella sua dinamica storica e nel suo rapporto con il resto del mondo. Questo ragionamento è tanto più valido, a mio avviso, nel momento in cui l’Occidente ha ormai perso la sua vecchia centralità negli equilibri tra le Potenze mondiali: alludo ovviamente all’ascesa sulla verticale del Potere globale di Paesi come la Cina e l’India. Molte iniziative politiche degli Stati Uniti si spiegano anche alla luce di questo nuovo scenario, come una loro reazione a spinte che tendono a collocarli in una posizione che essi certamente non accetteranno senza tentare di rovesciare, o comunque frenare e dilazionar, le ostili tendenze “antiamericane”. Nessuna Potenza mondiale abbandona il proprio primato (anche regionale, come nel caso della Russia) senza dare battaglia per conservarlo. L’imperialismo è unitario (non unico, come teorizzava Karl Kautsky) in questo preciso senso, e ciò nel senso che mille fili collegano tra loro tutti i Paesi del mondo, grandi e piccoli che siano, e come nel celebre esempio della farfalla che svolazza libera e felice in una foresta causando conseguenze a molti chilometri di distanza, ciò che avviene in uno di essi, soprattutto se si tratta dei Paesi più grandi, spesso si ripercuote in molti altri. La cosiddetta catena internazionale del valore, che vede molti Paesi impegnati nella produzione di un singolo “bene o servizio”, si presta bene sia come esempio che come metafora.

Per me «c’è un aggressore e un aggredito» nella guerra calda che – per adesso – ha come suo teatro l’Ucraina?  Per me c’è un sistema sociale che ha una dimensione mondiale e che crea necessariamente il conflitto armato. Il mio nemico è questo sistema. L’aggressore è per me il rapporto sociale capitalistico di dominio e di sfruttamento; l’aggredita è l’umanità in generale (donne, uomini, bambini, vecchi) e la massa dei nullatenenti in particolare. Il Capitale aggredisce l’umanità e la natura perché, come già detto, ha un carattere spiccatamente aggressivo, competitivo, espansivo, in una sola parola: imperialista.

Parlare astrattamente di aggressori e aggrediti, senza in primo luogo denunciare il carattere sociale di questo conflitto, significa ragionare mettendosi dal punto di vista delle classi dominanti, degli Stati, delle nazioni, delle patrie, delle Potenze, ossia dal punto di vista del dominio sociale capitalistico. E quando parlo di Stati, nazioni e patrie mi riferisco anche all’Ucraina, Paese che come gli altri Paesi di piccola/media taglia capitalistica è costretta a stare da una parte o dall’altra degli schieramenti interimperialistici. Parlare di «autodecisione delle nazioni e dei popoli» o di «neutralità» significa ingannare la gente. Le vittime di questo conflitto vanno dunque attribuite tanto all’imperialismo russo quanto al nazionalismo ucraino e, più in generale, all’imperialismo unitario così ben rappresentato dalle macellerie belliche che con cinica regolarità si aprono e chiudono in tutto il mondo.

Slavoj Žižek è tra i non pochi intellettuali di sinistra che tradiscono una certa nostalgia per la “vecchia e cara” Guerra Fredda: «Dov’ è oggi la saggezza dimostrata da Kennedy e Chrušcëv all’epoca della crisi cubana? Il 5 marzo Putin ha definito “equivalenti a una dichiarazione di guerra” le sanzioni promulgate contro la Russia e che avrebbe considerato belligeranti le nazioni occidentali che imponessero l’interdizione al volo sull’Ucraina». Qui a mio avviso il macellaio di Mosca si limita a prendere atto di un fatto: le sanzioni economiche sono un atto di guerra, come lo è l’interdizione al volo ai danni di un Paese (la Russia) imposta da altri Paesi. In ogni caso faccio sommessamente notare che «la saggezza dimostrata da Kennedy e Chrušcëv» si esercitava nella dimensione imperialista contrassegnata dalla politica delle «sfere di influenza».

Ma riprendiamo la citazione: «Dobbiamo leggere queste affermazioni nel contesto di quel che Putin ha più volte ripetuto nei giorni precedenti: gli scambi economici con l’Occidente debbono procedere secondo il solito; la Russia manterrà gli impegni e continuerà a vendere gas agli europei… La morale è che la Russia non sta tornando alla cara vecchia Guerra Fredda [eccola!], con le sue regole consolidate: durante la Guerra Fredda i rapporti internazionali erano chiaramente normati, grazie allo spettro della “Mad” (Mutually Assured Destruction) delle due superpotenze. Quando l’Urss invase l’Afghanistan, violando così quelle regole non scritte, pagò cara l’infrazione: la guerra in Afghanistan fu l’inizio della sua fine. No, la “Mad” è ormai alle spalle. Superpotenze vecchie e nuove si mettono oggi reciprocamente alla prova: tentano di imporre la propria versione delle regole globali, applicandole per procura su nazioni e Stati più piccoli. La Russia prova a dettare un nuovo modello di relazioni internazionali: non più la Guerra Fredda ma la pace calda, una pace che equivale a una guerra ibrida permanente, in cui gli interventi militari vengono ridefiniti come missioni umanitarie di peacekeeping e di prevenzione del genocidio. […] Mentre, in un Paese che intende controllare, la Russia bombarda le città, ammazza i civili, attacca le università, il commercio dovrebbe procedere normalmente, e tutto il resto, al di fuori dell’Ucraina, andare avanti come prima… È a questo che dobbiamo opporci senza condizioni» (La Stampa). Che fare? «Oggi, per impedire la guerra, c’è bisogno di una qualche forma di rivoluzione». Ho il sospetto che la «forma di rivoluzione» che ho in testa io sia molto diversa (diciamo opposta?) da quella che ha in testa il prestigioso intellettuale sloveno. Ma è solo un sospetto, diciamo.

Ma insomma, che fare? Non lo so! Però mi piace concludere questo post ripescando parole scritte nel 1915 da un noto rivoluzionario che con Lenin ebbe molto a che fare: «Il proletariato deve conoscere la sua strada e percorrerla. Anzitutto deve sbarazzarsi delle sue illusioni. E per esso la peggiore illusione, in tutta la sua storia, è sempre stata quella di contare sulle altre classi della società» (3). Nel mio infinitamente piccolo, come si dice, cerco di dare il mio contributo affinché le classi subalterne trovino la loro strada e si sbarazzino delle loro tante illusioni, a partire dalla peggiore di esse.

(1) J. A. Hobson, L’imperialismo, p. 92, Newton, 1996. Con lo sviluppo del modrno capitale finanziario e monopolistico nei grandi paesi capitalistici, è nato anche l’imperialismo modrno. Esso ha fornito una nuova base economica, nuovi motivi economici, un nuovo aspetto alla vecchia lotta per conquistare mercati per le merci e zone di investimento per il capitale dei paesi a capitalismo avanzato, fonti di materie prime per le loro industrie e zone di reclutamento per i loro eserciti» (O. Bauer, Tra due guerre mondiali?, 1936, p. 200, Einaudi, 1979).

(2) «Considerando il peso di Mosca e Kiev nel commercio globale (poco più del 2%) sembrerebbe intuitivo pensare che la crisi economica generata dal conflitto possa restare circoscritta. In realtà, buona parte del Pil dei due Paesi è generato dalla vendita di materie prime difficilmente sostituibili nel breve termine. Per questo, il conflitto, inserendosi in un contesto già difficile per le materie prime, sta ulteriormente accelerando un trend al rialzo dei prezzi iniziato con la ripresa post-pandemia» (Ispi).

(3) L. Trotsky, Lotta per il potere, Appendice a 1905, Newton, 1976.

Leggi: La dimensione mondiale del conflitto Russo-Ucraino

LA GUERRA SECONDO MARCELLO VENEZIANI

Ho letto le Dieci tesi sul presente conflitto di Marcello Veneziani e vi ho trovato, quasi alla lettera, molte delle argomentazioni di chi sostiene “da sinistra” le ragioni dell’aggressione russa all’Ucraina. Con questa sola significativa differenza: al contrario dei putiniani di “sinistra”, Veneziani, che non vuole essere definito un putiniano («chi lo fa o è in malafede o è un cretino»), individua nella Cina il maggior pericolo che minaccia l’Occidente, mentre i primi non considerano una minaccia, tutt’altro, «l’espansione globale dei cinesi, la conquista di interi continenti e l’esportazione del loro modello nel mondo» (La Verità).

Veneziani denuncia un «Occidente in preda al nichilismo», e che non sa reagire alla sua «perdita di vitalità», e questo mi riporta alla virile figura del Presidente russo, molto apprezzato nel recentissimo passato dalla “destra” italiana ed europea proprio per la sua postura antimodernista (soprattutto in materia di famiglia, di sessualità e di religione) e antiglobalista. Lungi da me comunque l’idea che egli sia un «filoPutin». Forse sul piano “culturale” qualcosina… «Lei è in malafede o è un cretino»: me la sono cercata!

Come la gentaglia stalinista del nostro Paese che appoggia il massacro di donne, bambini e vecchi attuato in Ucraina dall’Armata Russa (ah, nostalgia canaglia!), il “destro” Veneziani individua negli Stati Uniti l’Impero del Male: «Gli Usa vogliono essere l’Impero del Bene e i gendarmi del mondo che decidono i diritti o gli stati canaglia sulla base dei loro interessi, generando reazioni in tutto il mondo. Gli Stati Uniti non hanno alcuna remora di avere nella Nato un autocrate come Putin, il turco Edogan e di avere come tradizionale alleato, l’Arabia saudita in cui i diritti civili sono calpestati». Qui Veneziani incontra, a sua insaputa, il plaudente favore del regime cinese: «Il 2021 è anche stato l’anno in cui l’immagine da “difensore dei diritti umani” degli Stati Uniti è completamente crollata a livello internazionale. La gente non dimenticherà mai l’attacco aereo lanciato dall’esercito americano mentre si stava ritirando dall’Afghanistan, che ha ucciso 10 membri di una singola famiglia afgana, tra cui 7 bambini, compreso uno di soli due anni d’età. La tragedia in Afghanistan è solo un microcosmo del disastro umanitario che gli Stati Uniti hanno creato in altri paesi in nome dei diritti umani. Secondo un rapporto pubblicato il 18 dicembre 2021 sul sito del New York Times, più di 50 mila attacchi aerei statunitensi in Iraq, Siria e Afghanistan sono stati lanciati e condotti in modo sconsiderato, causando la morte di migliaia di civili. Nel dizionario dei politici americani, ciò che chiamano “diritti umani” è in realtà “egemonia”. Ed è per questo motivo che nel 2021, alla 48esima sessione del Consiglio dei diritti umani dell’Onu, molti paesi hanno condannato gli Stati Uniti come il “più grande distruttore di diritti umani al mondo”» (Quotidiano del Popolo Online). Diciamo pure che anche i «diritti umani con caratteristiche cinesi» lasciano molto a desiderare, e non solo all’interno della Cina, ma anche in quei Paesi (in Asia e in Africa) che subiscono la presenza economica e politica del Celeste Imperialismo.

Ma ritorniamo a Veneziani, per concludere rapidamente: «Lo spartiacque tra il bene e il male secondo il metro americano, non è la democrazia, la libertà, la tutela dei diritti civili, ma la convenienza strategica». Sottoscrivo! Questo è però vero non soltanto secondo il metro americano, ma secondo il metro di ogni nazione, di ogni Stato, di ogni imperialismo, incluso quello italiano, che invece il Nostro intellettuale ovviamente sostiene, sebbene in una prospettiva non grettamente nazionalista: «siamo per l’Italia, per l’Europa e per un mondo equilibrato, pacifico e multipolare». Sul «mondo equilibrato, pacifico e multipolare» arrivano applausi anche dalle tribune di “sinistra”, dai tifosi del «vero multipolarismo» caldeggiato da Xi Jinping e da Putin. Inutile dire che per chi scrive la “pace” di cui qui si parla, è la “pace” capitalistica fondata sul dominio e sullo sfruttamento degli uomini e della natura; la “pace” che preparare ogni sorta di catastrofe sociale, incluse le pandemie e i conflitti armati. Ho letto qualche giorno fa su un muro di una casa: «La vostra “pace” mi fa schifo quanto la vostra guerra»: sottoscrivo!

«Il riarmo dell’Europa, la costituzione di un esercito europeo e l’aumento delle spese militari, potrebbero anche essere una necessità; ma farlo alle dipendenze strategiche e militari della Nato e degli Usa, su loro input e in fondo con le loro finalità, che non coincidono con gli interessi europei, è una sciagurata follia». Qui l’orgasmo degli antiamericani delle tendenze politiche e ideologiche più estreme (dai nazisti agli stalinisti: per me pari sono) è assicurato! A proposito: ho scritto “antiamericani”, non “antimperialisti”. Come diceva quello, le parole sono importanti.

«Se Putin è criminale di guerra lo è almeno quanto i vari presidenti statunitensi e britannici che hanno fatto bombardare città, ospedali e scuole e ucciso popolazioni civili e bambini in Iraq, in Libia, nello Yemen, in Siria, in Serbia, in Kosovo, e in tante altre località. Uccidendoli a volte anche in tempo di tregua con l’embargo ai medicinali e ai generi di prima necessità». Di nuovo: sottoscrivo! Ma il problema, almeno per chi scrive, non è relativizzare la criminalità imperialistica, per dir così, normalizzarla sul fondamento di una realpolitik che concepisce questa società come la sola possibile o anche solo immaginabile (senza correre il rischio di finire al manicomio): il problema è, appunto, questa stessa società, la quale ha negli orrori delle guerre, più o meno estese che siano, solo la sua più brutale manifestazione. Mi pare di sentire una voce, forse è quella di Veneziani: «Ma lei è pazzo!» Ecco, appunto…

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CANI SCHIFOSI, SOGNI INFRANTI E REALTÀ DELL’IMPERIALISMO

Recita il mantra dell’ormai famoso (e famigerato per molti dei suoi colleghi opinionisti più o meno retribuiti) Alessandro Orsini, Professore, direttore dell’Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale dell’Università Luiss di Roma, e già analista geopolitico al servizio dei servizi segreti italiani (e ho detto tutto!): «Se Putin è un cane schifoso, sicuramente siamo schifosi anche noi». Non vorrei far arrabbiare il suscettibile quanto affettato scienziato sociale finito incredibilmente al centro del dibattito politico del nostro Paese (della serie: ogni Paese ha il dibattito politico che si merita!), ma una domanda sale spontanea alla mia modestissima mente: «anche noi», chi? In attesa di una risposta, che ovviamente non arriverà mai, colgo l’occasione per precisare come la vedo io sulla faccenda: per me «cane schifoso» è il sistema capitalistico mondiale colto nella sua disumana e violenta totalità. Capisco che la mia precisazione è poca cosa al cospetto della scienza orsiniana, ma questo passa il mio convento!

Come Orsini non smette di ricordarci ospitata dopo ospitata, talkshow dopo talkshow, egli ha lavorato e continua a lavorare per questo schifosissimo Sistema – che si può anche “declinare” come Sistema Imperialista Mondiale, anche e soprattutto perché è nella natura del Capitale essere imperialista, nel senso più dialettico del termine: potenza sociale che domina e sfrutta l’umanità e la natura e che avverte qualunque limite come un ostacolo intollerabile alla propria vitale espansione. Il conflitto armato moderno non è che la fenomenologia del Capitale, nonché, e sempre dialetticamente, la continuazione della “normale” guerra sociale capitalistica (guerra tra classi, guerra nelle classi, guerra tra imprese, tra Stati, tra Potenze, tra individui) con altri mezzi. Non c’è dubbio, si tratta di una bestia schifosa.

Il Generale Carlo Jean ci dà, a mio avviso, una buona esemplificazione del concetto di imperialismo: «La ricchezza e quindi la potenza degli Stati derivano più dalla dimensione verticale della produttività che da quella orizzontale dell’estensione territoriale e del possesso di materie prime. La conquista dei mercati ha sostituito quello dei territori. Gli strumenti economico-finanziari sono subentrati a quelli militari come mezzi privilegiati della politica di potenza. La geoeconomia è subentrata in parte alla geostrategia. Il mercato non ha confini. Il conflitto economico è tendenzialmente mondiale. […] Nessuno fa la guerra per la guerra. Nei conflitti economici, mezzi e fini sono della stessa natura. Questo può rendere il conflitto permanente e molto più totale di quello armato» (1). Questo senza peraltro eliminare la possibilità di conflitti armati più o meno generalizzati: come ho scritto sul post dell’altro ieri, anacronistica nel XXI secolo non è la guerra, ma la società che ne crea i presupposti e che a un certo punto la rende necessaria. Si tratta di un anacronismo storico-sociale che si riesce ad apprezzare solo conquistando la prospettiva rivoluzionaria dell’anticapitalismo radicale – che poi è il solo anticapitalismo che riesco a concepire.

Scriveva Lenin nel 1915: «Il libro di Hobson sull’imperialismo è utile in generale, ma lo è in particolare perché aiuta a scoprire la fondamentale falsità del kautskismo su questa questione.  L’imperialismo produce sempre di nuovo il capitalismo, produce di nuovo i passaggi dal piccolo capitalismo al grande, dallo scambio di merci debolmente sviluppato a quello sviluppato, ecc. ecc. I kautskiani citano i fenomeni di capitalismo “sano”, “pacifico”, fondato su “relazioni pacifiche” e li contrappongono al saccheggio finanziario, ai monopoli bancari, agli intrighi affaristici delle banche con il potere statale, all’oppressione coloniale, ecc. Li contrappongono come il normale all’anormale, il desiderabile all’indesiderabile, il progressivo al reazionario, il sostanziale dal casuale. Questo è un nuovo proudhonismo» (2). Come per J. A. Hobson (L’imperialismo, 1902), anche per Lenin l’imperialismo ha una natura fondamentalmente economica, si spiega pienamente solo alla luce dei processi economici, i quali a un certo punto dello sviluppo capitalistico hanno investito in pieno lo Stato, ampliandone le vecchie funzioni e creandone di nuove in grado di supportare al meglio la potenza espansiva del Capitale.

A proposito della penetrazione cinese in Africa come «nuova forma di colonialismo», scrivevo su un post del 2018 (La natura dell’imperialismo cinese): «La Cina dei nostri tempi sembra aderire perfettamente, e sempre cambiando quel che c’è da cambiare, al modello “classico” di imperialismo appena abbozzato, e quindi esporta e prepara, insieme ai suoi competitori, le condizioni oggettive dei conflitti bellici e sociali ovunque entrino in gioco i suoi interessi economici e strategici: in Asia, in Africa, in America Latina. Com’è noto, questo modello è particolarmente attivo in Africa, un continente che ormai da anni vede il Celeste Imperialismo al vertice della catena alimentare del Capitalismo mondiale. In Africa, il Capitalismo/Imperialismo con caratteristiche cinesi sfrutta e saccheggia risorse umane e naturali forse come nessun altro Paese occidentale è oggi in grado di fare, e con ciò stesso promuove lo sviluppo capitalistico di molti Paesi africani. Rinvio al mio post L’Africa sotto il celeste imperialismo». Com’è noto, l’imperialismo cinese sta realizzando uno strumento militare in grado di reggere il confronto con quello statunitense, e lo può fare senza affossare lo sviluppo della sua economia perché la struttura capitalistica del Paese è ancora forte e dinamica. Questo oggi e nel breve termine; nel lungo termine… siamo tutti morti – sotto il cielo del Capitalismo!

Come ho scritto altrove, nella guerra di aggressione russa all’Ucraina si esprime tutta la violenza e tutta la debolezza di un sistema (economico, politico, sociale) che cerca di reagire come sa e come può (cioè rovesciando il tavolo) a una situazione di gravi difficoltà. Il capitalismo genera cataclismi d’ogni genere sia quando è forte, sia quando è debole e afflitto da molte e vecchie contraddizioni, com’è appunto il caso della Russia – che non a caso ha perso in modo disastroso la Guerra Fredda nella sua precedente configurazione politico-istituzionale. Il vittimismo propagandistico («L’Occidente ci vuole accerchiare!») venduto dal regime russo all’opinione pubblica internazionale esprime bene la contraddizione che corrode in profondità il sistema sociale russo e dalla quale la classe dirigente del Paese non sa ancora uscire, perché tale contraddizione (riassumibile come segue: grandi ambizioni geopolitiche, debolezza strutturale) si aggroviglia intorno a fortissimi interessi economici e politici.

La riduzione della Russia a «potenza regionale» (Barack Obama) non è stata dunque causata dall’iniquo e malvagio complotto dell’Occidente ordito ai suoi danni, ma dai problemi strutturali che da moltissimo tempo azzoppano l’Orso Russo. D’altra parte, la competizione interimperialistica non è un pranzo di gala, non è una festa di beneficienza, ma una contesa tra cani schifosi che si contendono l’osso del potere sistemico e che non perdono una sola occasione utile per azzannare la concorrenza.

Un’altra persona che non ha capito bene (eufemismo!) con che cosa abbiamo a che fare quando parliamo di Occidente e di Europa oggi, nel mondo del XXI secolo, è certamente la Professoressa di filosofia teoretica Donatella di Cesare, la quale anche ieri versava lacrime amare sul sogno infranto dell’Unione Europea, ma anche sull’Europa colta nella sua straordinaria singolarità storica, dall’Atlantico agli Urali: «Il suicidio dell’Europa è sotto gli occhi di tutti. Ed è ciò che ci angoscia e ci preoccupa. Perché riguarda il futuro nostro e quello delle nuove generazioni. D’un tratto non si parla più di Next Generation Eu – nessun cenno a educazione, cultura, ricerca. All’ordine del giorno sono solo le armi. C’è chi applaude a questo, inneggiando a una fantomatica “compattezza” dell’Europa. Quale compattezza? Quella di un’Europa bellicistica, armi un pugno? Per di più ogni paese per sé, con la Germania in testa? Non è questa certo l’Europa a cui aspiravamo. In molti abbiamo confidato nelle capacità dell’Unione, che aveva resistito alle spinte delle destre sovraniste e che sembrava uscire dalla pandemia più consapevole e soprattutto più solidale. Mai avremmo immaginato questa deriva. La faglia che si è aperta nel vecchio continente, in cui rischia di precipitare il sogno degli europeisti, è anche la rottura del legame che i due paesi storicamente più significativi, la Germania e l’Italia, hanno intessuto con la Russia» (Il Fatto Quotidiano).

Dinanzi a questo esempio di superficialità analitica, storica e critica; al cospetto di chi mette insieme l’Occidente dei Greci e dei Lumi con l’Occidente che ha generato l’imperialismo, due carneficine mondiali, lo sterminio pianificato di ebrei, zingari, omosessuali, dissidenti politici e altra gentaglia «indegna di vivere» (e tante altre mostruosità che sarebbe troppo lungo ricordare), e che sorvola come niente fosse sull’esistenza della divisione classista degli individui, con ciò che tale divisione presuppone e pone; davanti a tutto questo mi viene da dire, balbettando il solito ubriacone di Treviri e scusandomi per la brutalità, miseria della filosofia teoretica! «Chi si accontenta di ripetere il refrain “c’è un aggressore e un aggredito”, ciò che tutti riconosciamo, non si interroga sulle cause e non guarda agli effetti di questa guerra», scrive la Nostra Professoressa. Io invece sostengo che chi invoca l’Unione Europea, cioè un polo imperialista in via di difficile e problematica (in primis, a causa della ben nota e ancora irrisolta Questione Tedesca) formazione (3), come «protagonista dei negoziati», mostra di non essere in grado di comprendere le cause reali, profonde, della guerra in corso. «L’Europa tace, sovrastata dai tamburi di guerra dell’Occidente atlantico, a cui sembra del tutto abdicare»: ecco il solito refrain «Europa buona e pacifica, America cattiva e guerrafondaia». Venere versus Marte. Europei, brava gente…

Commentando nel settembre del 2021 il disastroso ritiro occidentale dall’Afghanistan, Paolo Mieli metteva bene in luce il “buonismo” interessato/ipocrita della Vecchia Europa: «Da decenni è un continente specializzato nell’arte di “salvare la pace” ricorrendo esclusivamente alla diplomazia. Ora si annuncia una forza di pronto intervento comune ma di qui alla creazione di una struttura militare continentale il passo è lunghissimo. L’Alleanza Atlantica ha perso la propria funzione primaria ben trentadue anni fa, con il crollo del muro di Berlino. Da allora è sopravvissuta come struttura militare, sostanzialmente a guida Usa, atta ad intervenire nelle crisi in ogni angolo del pianeta. Laddove un’Europa “parassita” non era ad ogni evidenza disponibile a fare la propria parte. Mai. Neanche negli incendi che si sviluppavano ai propri confini. All’Europa è stato concesso di addossarsi solo il 20% dei costi della Nato e anche per questo, ragionevolmente, la pari dignità ai vertici è stata pressoché formale» (Il Corriere della Sera). È facile e assai produttivo fare i “buoni” con i soldi e i morti degli altri! È ciò che pensano anche a Washington, e non da oggi: «Nei circoli strategici americani si dice con cinismo che gli europei si godono da sessant’anni un viaggio gratis sotto l’ombrello difensivo degli Stati Uniti» (4). Robert Kagan riconosce però almeno un grande merito al progetto di integrazione europea: «Aver integrata e ammansita la Germania è stata la più grande conquista dell’Europa».

Ed è proprio per non concedere altro spazio geopolitico alla Germania unificata, che gli Stati Uniti negli anni Novanta cercarono in tutti i modi, insieme alla Gran Bretagna e alla Francia, di impedire il totale disfacimento non solo dell’ex spazio sovietico, ma della stessa Federazione Russa preda di un pauroso marasma economico, politico e “morale”. Scriveva il già citato Generale Carlo Jean nel 1994: «Molti stati occidentali, in particolare gli Stati Uniti, ma anche la Francia e la Gran Bretagna, hanno tutto l’interesse a consolidare la Russia e a favorire il ripristino dell’impero interno di Mosca. Una sua frammentazione infatti faciliterebbe, secondo alcuni, l’espansione verso est della Germania e la destabilizzazione dell’intera Europa. L’ambivalenza dell’atteggiamento occidentale è confermata dal rifiuto di estendere ad est la Nato o la sua garanzia militare e dalle pressioni fatte da Washington su Kiev e su Alma-Ata per la consegna delle testate nucleari ancora schierate in Ucraina e Kazakhstan. È confermata soprattutto dalla mancanza di reazioni in occidente alla cosiddetta dottrina russa sul peace-keeping. Ciò di fatto autorizza Mosca ad avere l’esclusività dell’intervento nell’ambito della Csi, con buona pace dei principi sia dell’Onu che della Csce, che avocano a tali istanze internazionali ogni potere di decisione su interventi in territori di Stati sovrani. […] Comunque, l’Ucraina ed il Kazakhstan e forse anche l’Estonia, che hanno al proprio interno consistenti minoranze russe, potrebbero far la fine della Moldova e della Georgia, dove si è verificata la secessione di parte del territorio. Di fronte a tali azioni non sembra esservi risposta militare, se non quella di estendere la Nato ad est, per garantire la Polonia» (5).

Dopo aver tratteggiato la difficile transizione dal capitalismo con caratteristiche sovietiche a quello con caratteristiche oligarchiche, Paul Krugman scriveva nel 1999: «Dopo che persone ben informate avevano perso ogni speranza, gli Stati Uniti hanno continuato a sperare che i riformatori russi sarebbero in qualche modo riusciti a concludere la transizione interrotta, che gli oligarchi avrebbero smesso di mostrarsi così egoisti o, per lo meno, di avere una visione così miope; e il governo degli Stati Uniti ha spinto il Fondo Monetario Internazionale a dare in prestito del denaro alla Russia in modo da guadagnare del tempo, finchè la situazione non si stabilizzi. Il Medley Report, una newsletter economica internazionale, ha scritto che gli Stati Uniti non stavano, come ha detto qualcuno, gettando i soldi in una topaia; stavano gettando i soldi in un silos di missili nucleari. L’apparente abilità della Russia nell’utilizzare le sue armi nucleari come strumento di minaccia ha a sua volta incoraggiato gli investitori stranieri a correre a loro volta dei rischi e a investire nel paese» (6).

Com’è complicato il mondo del XXI secolo! E di certo non è il “pensiero critico” di Orsini, di Cesare e di Papa Francesco che ci aiuta a comprenderlo.

Scriveva Sigmund Freud nel 1932, sollecitato da Albert Einstein a esporre «il problema della pace mondiale alla luce delle Sue recenti scoperte»: «Ogni uomo ha diritto alla propria vita, perché la guerra annienta vite umane piene di promesse, pone i singoli individui in condizioni che li disonorano, li costringe, contro la propria volontà, a uccidere altri individui, distrugge preziosi valori materiali, prodotto del lavoro umano, e altre cose ancora. Inoltre la guerra nella sua forma attuale non dà più alcuna opportunità di attuare l’antico ideale eroico, e la guerra di domani, a causa del perfezionamento dei mezzi di distruzione, significherebbe lo sterminio di uno o forse di entrambi i contendenti. Tutto ciò è vero e sembra così incontestabile che ci meravigliamo soltanto che il ricorso alla guerra non sia stato ancora ripudiato mediante un accordo generale dell’umanità. Finché esistono Stati e nazioni pronti ad annientare senza pietà altri Stati e altre nazioni, questi sono necessitati a prepararsi alla guerra» (7). Sono necessitati. Come sappiamo la preparazione alla guerra non è mai priva di conseguenze più o meno immediate, più o meno generalizzate. L’esistenza di Stati e nazioni si spiega storicamente (e “materialisticamente”) con l’esistenza della divisione classista degli individui: e qui il cerchio torna a chiudersi.

Dice il Santissimo Padre: «Di fronte al pericolo di autodistruggersi, l’umanità comprenda che è giunto il momento di abolire la guerra, di cancellarla dalla storia dell’uomo prima che sia lei a cancellare l’uomo dalla storia». Il tutto, ovviamente, senza abolire le cause sociali della guerra, cause compendiabili con i concetti di capitalismo e imperialismo. A occhio, mi sembra assai più realistica la mia utopia, la quale afferma la necessità – e la possibilità – di portare l’umanità fuori dalla storia delle società classiste – o «preistoria», come la chiamava il comunista di Treviri.

(1) C. Jean, Ripensare la sicurezza, Limes, 1/2/1993, p. 285.

(2) Lenin, Quaderni sull’imperialismo, 1915-1916, Opere, XXXIX,  p. 87, Editori Riuniti, 1971. I Quaderni raccolgono i materiali preparatori a L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, scritto nel 1916 e pubblicato l’anno successivo.

(3) «Eppure l’Europa esita, prende tempo. Lo fa per mille motivi diversi, fra i quali emerge una costante: la Germania frena su tutto, arrivando a un’invocazione a non interferire con il “libero mercato” che suona grottesca ora che i prezzi del gas sono determinati dal rombo dai cannoni. Dietro c’è una profonda insicurezza a Berlino, perché la cornice nella quale la Germania prosperava si sta sfasciando. Per vent’anni la prima economia d’Europa ha soppresso consumi e investimenti interni, si è assicurata materie prime dalla Russia a prezzi bassi e stabili e ha generato colossali surplus commerciali aprendosi nuovi mercati emergenti fra i quali, soprattutto, la Cina. L’industria italiana è in parte satellite di questo sistema. Ora la tragedia ucraina manda in pezzi l’intero modello tedesco di co-dipendenza economica dalle grandi dittature. “L’invasione russa ha messo fine alla globalizzazione che abbiamo vissuto negli ultimi tre decenni” dice Larry Fink, che di globalizzazione se ne intende: gestisce BlackRock, il più grande fondo d’investimento al mondo con oltre diecimila miliardi di dollari impiegati ovunque» (F. Fubini, Il Corriere della Sera, 26/3/2022).

(4) R. Kagan, Paradiso e potere, p. 60, Mondadori, 2003.

(5) La Russia e noi, Limes, 1/94, p. 162. L’editoriale che apre il numero di Limes qui citato è molto significativo, come si evince dai passi che seguono: «Una nostalgia percorre l’Occidente, la nostalgia dell’impero russo. Molti di coloro che ieri brindavano sulle macerie del Muro di Berlino, rimpiangono oggi il ben temperato mondo bipolare. […] Occorre saper percepire gli interessi nazionali russi, formulati secondo il loro proprio punto di vista e non quello che noi ameremmo fosse. I russi, da parte loro, hanno diritto di sapere che cosa vogliono l’Europa e gli Stati Uniti. Questa è la condizione per trovare un’intesa e tracciare i limiti delle rispettive aree di responsabilità geopolitiche [leggi zone di influenza]. Come non vedere che nelle ultime elezioni i russi hanno manifestato la volontà di recuperare l’orgoglio della loro grandezza, troppo repentinamente umiliata?» (A che serve la Russia, pp. 7-9)

Questa volontà nazionalista e revanscista fu allora ben rappresentata da Vladimir Žirinovskij, leader del partito Libertà e legge e teorico dell’alleanza strategica tra Russia e Germania, il quale vinse nel ’94 le elezioni parlamentari russe. Ecco un saggio del suo pensiero geopolitico: «Prima di tutto noi daremo la doppia nazionalità a tutti i russi che vivono fuori della Russia. Li difenderemo soprattutto grazie agli strumenti economici. Non useremo mai la forza militare, ma useremo invece la forza del diritto e dell’economia per proteggere gli interessi di quei russi. […] Ecco l’Estonia. Qui ci vive gente russa. Questo territorio deve essere incluso nella Russia. L’Estonia deve essere assegnata al distretto di san Pietroburgo. L’Estonia nordorientale è completamente russa. In Lettonia, più della metà della popolazione è russa. A riga, i lettoni sono solo il 35 per cento. Sicché tutta la Lettonia va alla Russia. La Lituania, con la sua capitale Kaunas e con le città di Panevezys e Siaulias, formerà un piccolo Stato lituano, una enclave. Tutto il resto è per la Russia. Königsberg: è Russia. Bene, un giorno noi potremmo ridare Königsberg alla Germania. Vorremmo ridare all’Occidente tutto ciò che l’Occidente desidera… La Prussia era uno Stato tedesco che includeva Danzica, Breslavia e Stettino: tutto questo spetta dunque alla Germania. E se la Polonia volesse avere Leopoli, per esempio, noi potremmo dare il distretto di Leopoli alla Polonia. Ritagliamo un pezzo di Ucraina occidentale e lo includiamo nella nuova Polonia. Questo per compensare i polacchi delle loro perdite. Questo è il regalo della Russia allOoccidente. Noi vi regaliamo un pezzo del nostro territorio! Questo distretto di Leopoli va dunque a Varsavia o a una repubblica ucraina occidentale. Ma l’Ucraina orientale è interamente russa. E così anche la Moldavia. Bielorussia: vorrà essere incorporata nella Russia. È tutta Russia! Un giorno, forse, la Slovacchia vorrà far parte della Russia. La Cechia, invece, è per la Germania. Suggerisco che vada alla Germania. Ripeto: la Bielorussia è russa, l’Ucraina è russa. Quei popoli vogliono far parte della Russia. […] Un giorno ci sarà una grande Germania, una nuova Russia, che formeranno con l’India una nuova intesa. L’India e la Russia insieme neutralizzeranno la Cina in Asia. E con la Germania, la Russia può neutralizzare l’Europa. Nessun problema! (Le mie frontiere, Limes, 1/94, pp. 28-32). Non fa una certa impressione leggere oggi le “sparate” geopolitiche di  Žirinovskij datate 1994?

(6) P. Krugman, Il ritorno dell’economia della depressione, p. 160, garzanti, 2001.0 «Boris Eltsin ha reso la Russia una democrazia, ma l’ha anche trasformata in una cleptocrazia, un governo di ladri. Un ristretto gruppo di “oligarchi”, che si servono del loro potere politico per acquistare privilegi economici e delle loro ricchezze per comprare i favori dei politici, hanno finito per dominare la parte più produttiva dell’economia, dopo aver utilizzato le privatizzazioni del paese a propri fini personali. Si poteva almeno sperare che, dopo aver derubato il paese, gli oligarchi avrebbero poi tentato di gestirlo come un’azienda produttiva; in realtà si sono comportati come rapinatori di bassa lega, facendo piazza pulita di tutto quello che trovavano e portando il denaro fuori da paese» (pp. 159-160). Appena diventato Presidente, Vladimir Putin disse al Financial Times che gli oligarchi sono «quelli che usano la propria prossimità con le autorità per ottenere grandi profitti»; usando il suo ormai consolidato potere di intimidazione, l’autocrate stabilì un “accordo” con gli oligarchi: «Io vi lascio arricchire tranquillamente, non vi creo problemi di sorta, e voi in cambio abbandonate ogni velleità politica». Per Putin non vi era altro modo di conseguire l’obiettivo di una forte centralizzazione del potere, indispensabile per dare al Paese una credibile postura di combattimento sistemico – soprattutto militare.

(7) S. Freud, Perché la guerra?, Opere, XI, p. 5403, Bollati Boringhieri, versione elettronica.

ANACRONISMI MAL CONCEPITI

«Nel mondo del XXI secolo questo conflitto appare tragicamente anacronistico»: quante volte abbiamo letto o ascoltato in questi tormentati giorni questa o simili frasi apparentemente piene di buon senso e di “spirito critico”? Personalmente molte, troppe volte. A mio avviso queste frasi tradiscono una disarmante assenza di profondità analitica e critica in chi le formula, e non suonerebbero bene nemmeno in bocca a un bambino. Perché di un pensiero ingenuo e infantile, nell’accezione negativa del termine, a mio avviso si tratta.  È lo stesso pensiero che dopo ogni “incidente sul lavoro”, dopo ogni catastrofe ecologica, dopo ogni avvenimento inspiegabile facendo ricorso alla piatta razionalità messa al servizio dello status quo, suggerisce al soggetto che pensa di essere socialmente responsabile di profferire la seguente perla concettuale: «Queste cose nel mondo di oggi non dovrebbero più accadere». E perché mai? Sarebbe invece strano che certe cose non accadessero, posto il mondo che ci ospita. E ancora meno sopporto quello che, a tragedia avvenuta, se ne esce dicendo: «Questo non può succedere!» Non può succedere? Ma se la tragedia si è appena consumata!

Scriveva il grande Fëdor Dostoevskij ne L’idiota: «Il denaro è la cosa più volgare e odiosa che ci sia perché può tutto, perfino conferire il talento. E avrà questo potere fino alla fine del mondo». Del mondo capitalistico, mi permetto di precisare per pura pignoleria, ma anche per dire che anacronistica non è la guerra; non è l’incidente sul lavoro, non è la Pandemia e altre catastrofi, piccole e grandi, che questa società ci regala sempre di nuovo: anacronistico, dal punto di vista umano, dal punto di vista di ciò che potremmo diventare come umanità, è il rapporto sociale capitalistico di dominio e di sfruttamento che governa l’intero mondo con un piglio sempre più autoritario e disumano. Sul fondamento oscuro ma tutt’altro che incomprensibile di questa Società-Mondo, ogni male e ogni genere di comportamento e avvenimento irrazionali non solo sono possibili e plausibili, ma sono anche molto probabili. La ripetizione nel XXI secolo di qualcosa di simile a ciò che abbiamo chiamato Olocausto, non sarebbe affatto un evento tragicamente anacronistico (*), ma una catastrofe che avrebbe le robuste radici piantate nell’attualità. Si tratterebbe piuttosto di far diventare anacronistica l’attualità del Dominio.

Guardata da questa prospettiva, la società altamente tecnologizzata e traboccante di “merci & servizi” appare davvero in tutta la sua mostruosa e grottesca senescenza. E in tal orrida guisa appaiono anche quelli che Antonio Labriola chiamava «i farmacisti della questione sociale» – e ambientale…

(*) In scala ridotta, lo sterminio pianificato degli individui ha avuto molte repliche, e in molte parti del mondo, negli ultimi settantasette anni.

COSA PENSANO I LAVORATORI CINESI DEL PCC? 中国工人如何看待中共?

(时政)习近平同俄罗斯总统普京会谈Pubblico molto volentieri questo articolo, come in passato ho fatto con altri testi ripresi sempre dal blog Chuang (l’ultimo è Ucraina. Sharing the shame), perché trovo di un certo interesse politico dar conto di ciò che si muove in Cina e nello spazio sociale e culturale che orbita intorno al Celeste Imperialismo, il quale appare monolitico e impenetrabile solo al pensiero che si nutre acriticamente di ciò che passa il convento informativo mainstream.

Qui è appena il caso di ricordare, anche come breve introduzione all’articolo ripreso da Chuang, che per chi scrive la società cinese è pienamente capitalista sia per ciò che riguarda la sua “struttura” economica (un mix di capitalismo di Stato, di capitalismo “privato” e di economia “informale”), sia per ciò che concerne la sua “sovrastruttura” politico-istituzionale. Per questo il Partito-Regime che si trova al cuore dello Stato cinese è “comunista” solo di nome; di più: tale Partito rappresenta, sempre all’avviso di chi scrive, la più radicale negazione del comunismo. E questo da Mao Tse-tung a Xi Jinping. Quanto sommariamente detto, si spiega con la mia concezione della natura storico-sociale della Rivoluzione culminata nel 1949 con la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese: si trattò di una rivoluzione nazionale-borghese – rappresentata dal PCC, secondo gli schemi “dottrinali” tipici dello stalinismo, in guisa di una “rivoluzione socialista” avente particolari caratteristiche nazionali. Per un approfondimento del mio punto di vista sulla storia della Cina moderna e contemporanea rinvio ai miei diversi scritti dedicati al grande Paese asiatico, della cui straordinaria e millenaria storia sono stato sempre affascinato.

Mi scuso se la traduzione dall’inglese non dovesse essere impeccabile, per così dire. Una buona lettura!

***

Questa è la prima puntata della nostra serie in corso che tenta di dare risposte dirette alle domande più frequenti sulla Cina. Vedi l’introduzione alla serie qui. Man mano che pubblichiamo nuove voci, queste verranno archiviate nella nostra pagina delle FAQ.

Le persone che non hanno familiarità con la Cina spesso fanno domande come quelle che seguono: «Se sei comunista e sei cinese, perché non sei un membro del Partito Comunista Cinese? La maggior parte dei lavoratori cinesi o delle persone normali sostiene davvero il PCC? Pensano di vivere in una società socialista?». In questa prima serie di domande che affrontano specificamente le esperienze dei cittadini della Repubblica Popolare Cinese, abbiamo raccolto le risposte dei nostri membri cinesi e di altri amici della Cina continentale. Di seguito sono riportate le traduzioni in inglese delle risposte di ciascun intervistato, in alcuni casi suddivise in più risposte a ciascuna domanda specifica. Questi sono poi seguiti dalle versioni originali cinesi delle stesse domande e risposte [da me omesse]. Sono stati assegnati pseudonimi casuali per proteggere gli intervistati.

In tutta questa serie, incoraggiamo i lettori a riformattare queste risposte per l’uso su più piattaforme. Se hai progettato opuscoli, infografiche o altri media utilizzando questi materiali, ti preghiamo di inviarceli (e-mail: chuangcn@riseup.net) in modo che possiamo archiviarli qui e ripubblicarli sui social media.

Primo intervistato. Ruirui

Se sei comunista e sei cinese, perché non sei un membro del PCC?

In che modo questa domanda è diversa dal chiedere ai comunisti americani o giapponesi perché non sono membri del Partito Comunista degli Stati Uniti o del Partito Comunista Giapponese? I Partiti Comunisti non sono la stessa cosa dei comunisti in nessun Paese.

Quando ero bambino, i libri e la televisione descrivevano come, in passato, la vita delle persone fosse migliorata sotto la guida del PCC, e solo le persone con il più grande spirito di sacrificio potevano unirsi al Partito, quindi “unirsi al Partito” sembrava una cosa sacra. Ma sono cresciuto dopo la Riforma e l’Apertura, quando vari fenomeni nella società e l’atteggiamento contraddittorio della mia famiglia nei confronti del PCC mi hanno riempito di dubbi su questa società, che è stata ufficialmente definita “la fase iniziale del socialismo”. Al college ho fatto domanda per unirmi al Partito, ma ho notato che il nostro segretario di ramo del Partito era la persona più sgradevole (庸俗) della nostra scuola, e i “vantaggi” dell’appartenervi, come la precedenza nell’ottenere un lavoro come dipendente pubblico, non avevano alcuna attrazione per me, quindi l’intera idea di unirmi a quel Partito è diventata sgradevole. Più tardi mi resi conto che il PCC non aveva davvero nulla a che fare con il comunismo, quindi il mio interesse per esso scomparve completamente.

La maggior parte dei lavoratori cinesi o delle persone normali sostiene davvero il PCC?

In generale, i lavoratori sono oppressi, quindi i loro sentimenti nei confronti del PCC non sono positivi, o più precisamente, non amano i “burocrati” (官) o chiunque si trovi in una posizione di potere. Sebbene molti funzionari statali siano membri del Partito, è la loro posizione sociale piuttosto che la loro affiliazione al Partito che influisce direttamente sugli interessi dei lavoratori. Per quanto riguarda i lavoratori, è “il governo” piuttosto che il PCC che essi sperimentano come entità concreta. Naturalmente, tutti sanno che il governo è guidato dal Partito, quindi sostenere il governo significa sostenere il PCC e viceversa. Per quanto ho visto, i lavoratori non hanno seriamente considerato se “sostenere” o “opporsi” al PCC o al governo. Da un lato, la capacità di ottenere un miglioramento continuo della loro vita materiale dopo aver lavorato sodo si è tradotta in poca motivazione per considerare le cose a un livello politico. Dall’altro, la condizione oggettiva di completa impotenza significa che quando i loro interessi sono danneggiati, il governo è il luogo in cui cercano giustizia nel tentativo di risolvere i loro problemi. Quando il governo poi li reprime, alcuni lavoratori si arrendono, mentre altri si rivolgono a mezzi alternativi per perseguire la giustizia.

Al contrario, gli shimin (市民 – strati intermedi urbani) e gli intellettuali hanno uno status sociale leggermente più elevato, e negli ultimi anni sempre più di queste persone hanno “tagliato l’erba cipollina” (割韭菜 – i loro risparmi sono inghiottiti dallo Stato o dai monopoli privati attraverso mezzi finanziari o legali), quindi molti di loro si oppongono al dominio del PCC, chiedendo la libertà di parola, diritti umani, democrazia di tipo occidentale, ecc.

Pensano di vivere in una società socialista?

Per i lavoratori senza molta istruzione, questa società è ovunque “la società dei padroni”. La questione se sia socialista non significa nulla. Per quanto riguarda l’idea di “proprietà pubblica” (公有制), a causa di molti anni di propaganda di Stato, molte persone credono che il passato sistema di proprietà pubblica fosse cattivo perché “tutti mangiavano da una grande pentola”, favoriva la pigrizia e pochi individui avrebbero usato il loro potere per un vantaggio privato, ecc. Al contrario, l’attuale sistema di proprietà privata può ironicamente sembrare più “giusto”, dal momento che io posso essere pagato per il mio lavoro e quindi migliorare la mia vita. Se il capo non paga, o paga troppo poco, allora la colpa è attribuita al capo piuttosto che al sistema. A causa della propaganda ufficiale, alcune persone pensano che l’attuale sistema cinese sia “socialista”, ma in questo senso equiparano semplicemente il socialismo all’autoritarismo.

Secondo intervistato. Kaixuan

Ho resistito all’adesione alla Lega della Gioventù Comunista al liceo quando praticamente solo tre studenti su quaranta non erano membri e non avrebbero mai voluto unirsi al PCC. Mi era chiaro allora che l’adesione era ritualistica (a scuola) o necessaria o addirittura richiesta (in alcune posizioni di leadership). Non c’è nulla di socialista o comunista, o anche leggermente progressista nel PCC. È una domanda più difficile quella se le persone normali e i lavoratori in Cina sostengono il PCC. Penso che la gente sostenga – o almeno non consideri di rovesciare – il governo del PCC nella misura in cui, nonostante le lamentele comuni sulla sua corruzione e autoritarismo, ha dimostrato di essere un Partito di governo resiliente e capace, e non esiste un Partito o un sistema alternativo in prospettiva. Le opinioni sul fatto che le persone vivano in una società socialista dipenderanno dal fatto che vedano o meno il PCC come incarnazione del socialismo. Più di una minoranza probabilmente dirà di sì, ma sarà difficile spiegare perché la Cina è socialista al di là del fatto che un Partito politico che si definisce socialista è al potere.

Terzo intervistato. Cheng Yang

Non mi sono unito al PCC perché abbiamo principi contrastanti. Nei primi giorni, quando ero un liberale, detestavo ciò che il PCC fece nel giugno 1989 [Piazza Tienanmen], sentendo che questo Partito aveva tradito il suo stesso popolo. Ora che mi sono rivolto alle idee comuniste, mi sento ancora più incompatibile di prima con questo Partito, dal momento che non sento che realizzerà la rivoluzione che aveva originariamente proclamato come suo obiettivo. In particolare, il Partito oggi pretende di essere un agente del popolo, mentre in realtà è diventato un’organizzazione che pone la propria volontà al di sopra di quella della società. Questa è esattamente la condizione necessaria se non sufficiente per il capitalismo.

Quarto intervistato. Xiao Hui

Non voglio allinearmi con nessun Partito politico. Per quanto riguarda la maggior parte dei lavoratori cinesi, non ne sono sicuro, ma anche le persone che si uniscono al PCC di solito lo fanno per ragioni pragmatiche come l’avanzamento di carriera, quindi semplicemente aderirvi non significa che sostengano le sue politiche. Per quanto riguarda il fatto che credano che la Cina sia socialista, le persone hanno una varietà di idee su cosa ciò significhi, ma alla maggior parte non importa davvero.

Quinto intervistato. Qianxun

Se sei comunista e sei cinese, perché non sei un membro del PCC?

L’adesione al PCC non è più correlata al proprio orientamento politico. Di solito è solo un percorso per il proprio sviluppo di carriera e il senso di stabilità fornito dall’appartenenza all’establishment. Quando ero a scuola, quelle persone intorno a me che si univano al Partito lo facevano tutte per opportunismo. Nessuno di loro condivideva valori di sinistra e le persone con la capacità di pensare in modo indipendente erano raramente interessate a uscire con loro. Dopo che Xi è salito al potere, c’è stata una ri-politicizzazione in cui l’apparato del Partito è diventato di nuovo una forza per controllare la società. Molti datori di lavoro non erano disposti ad assumere nessuno che non fosse un membro del Partito; ora hanno quote, ad esempio almeno il sessanta per cento, dei dipendenti che deve esserne membro. In passato solo le imprese statali avevano tali quote, ma ora anche le imprese straniere devono farlo. Ciò significa che l’appartenenza al Partito è diventata ancora più strumentale (qualcosa che fai solo per avere un lavoro).

La maggior parte dei lavoratori cinesi o delle persone normali sostiene davvero il PCC?

A questa domanda è difficile rispondere: deve essere situata all’interno di diverse generazioni e regioni. Negli ultimi anni il PCC ha fatto bene nel suo lavoro ideologico, conquistando gran parte delle giovani generazioni, con il Grande Firewall che gioca un ruolo importante. Le persone di solito non distinguono tra il Partito, lo Stato e il governo, e il nazionalismo (国族主义) è stato continuamente montato contro potenze straniere. La mia impressione generale è che la base di sostegno del Partito sia ora più ampia di quanto non fosse dieci anni fa. Ad esempio, dieci anni fa, se prendevi un taxi a Pechino, ogni autista aveva qualcosa di brutto da dire. Allo stesso tempo, la categoria dei “lavoratori” è troppo frammentata al giorno d’oggi, quindi è difficile generalizzare. I lavoratori licenziati dalle imprese di proprietà statale che ho incontrato nel Nord-Est alcuni anni fa nutrivano un intenso risentimento contro il PCC, dicendo che esso aveva tradito la classe operaia. I giovani lavoratori del settore manifatturiero e dei servizi sono intrappolati in lavori di sfruttamento e consumo per il tempo libero come il livestreaming e la sottoscrizione di prestiti [da piattaforme losche come Ant Financial per il consumo e investimenti rischiosi come il gioco d’azzardo] (网贷), sono profondamente indebitati e sono generalmente politicamente spenti, non avendo nessun luogo dove dirigere la loro rabbia. Negli ultimi anni, l’apparato propagandistico del PCC ha messo saldamente radici all’interno di tutti i tipi di piattaforme di intrattenimento, e sui social media è diventato comune per le persone della classe medio-bassa aggiungere un’immagine della bandiera nazionale alle loro immagini del profilo. Durante gli sfratti della “popolazione di fascia bassa” [residenti migranti a Pechino nell’inverno 2017-2018], i lavoratori e i partecipanti all’economia informale che ho incontrato nei villaggi urbani di Pechino hanno espresso intensa rabbia e maledetto il PCC, ma dopo che quegli eventi sono passati, anche quel tipo di umore politico collettivo si è disperso. I lavoratori relativamente organizzati che ho incontrato che erano collegati al lavoro della comunità e alle reti di ONG avevano generalmente una comprensione più sobria del Partito.

Pensano di vivere in una società socialista?

Penso che il concetto ufficiale di “socialismo con caratteristiche cinesi” sia già penetrato in profondità nella mente delle persone. La maggior parte della gente comune si preoccupa meno delle questioni ideologiche sul fatto che la Cina sia socialista o capitalista, e più della “fiducia in se stessi nel percorso” [uno slogan del pensiero di Xi Jinping]. Al contrario, molti lavoratori anziani nelle città industriali descrivono l’attuale regime nei termini di una “restaurazione” capitalistica, in un senso fortemente negativo.

Sesto intervistato. Lao Niu

Se sei comunista e sei cinese, perché non sei un membro del PCC?
Al giorno d’oggi gli obiettivi politici del PCC non hanno nulla a che fare con il comunismo. Questo è ovvio. I suoi obiettivi sono come quelli di una nave nell’oceano, solo per mantenere lo status quo: mantenere gli interessi della classe dominante.

La maggior parte dei lavoratori cinesi o delle persone normali sostiene davvero il PCC?

Questa è una domanda a cui si potrebbe rispondere correttamente solo dopo aver condotto un sondaggio obiettivo, ma un tale sondaggio sarebbe impossibile, quindi come comunisti dobbiamo solo valutare la situazione da soli. Attualmente non c’è molta coscienza di classe, le persone sono contente se possono semplicemente vivere le loro giornate da sole, quindi la domanda se sostenere il PCC non è in prima linea nelle menti delle persone. Molte persone potrebbero dire di sostenere il Partito, specialmente negli ultimi anni, dato che Xi Jinping ha spinto molto la propaganda del Partito-Stato, incluso l’appello a “ricordare le nostre intenzioni originali” (不忘初心), e gli sforzi per ricostruire l’immagine storica del Partito. Molte persone probabilmente ci credono. Gran parte di questa propaganda viene fatta attraverso nuovi social media e piattaforme video. Alcuni liberali e marxisti accademici pensano che queste piattaforme siano buone, che potrebbero persino diventare un nuovo campo di battaglia per la resistenza, ma in realtà lo Stato sta usando queste piattaforme per promuovere il cosiddetto “Pensiero di Xi Jinping”, ossia la volontà dello Stato.

Pensano di vivere in una società socialista?

A Questa domanda è ancora più difficile rispondere, perché abbiamo bisogno di chiarire chi sono le “persone normali”, ma ciò di cui possiamo essere sicuri è che al giorno d’oggi la maggior parte delle persone non usa più le categorie di “capitalismo” e “socialismo” per distinguere le proprie posizioni politiche. Ora anche Xi Jinping ha trasformato il “socialismo con caratteristiche cinesi” da un obiettivo politico in uno stile di vita, anche per quanto riguarda i diritti delle donne, l’identificazione con l’obiettivo di essere “moderatamente benestanti” (小康) o di raggiungere “la buona vita” sulla falsariga di persone come Jack Ma. Questo discorso è scollegato dalla politica, è il risultato degli sforzi dello Stato per depoliticizzare la distinzione tra socialismo e capitalismo. Quindi la maggior parte delle persone non si preoccupa più di questa distinzione. Ma ciò che non si può negare è che il capitalismo ha le sue crisi, questa è una legge immutabile, quindi continueranno ad esserci contraddizioni sociali.

Settimo intervistato. Xianyu

Se sei comunista e sei cinese, perché non sei un membro del PCC?

A questa domanda si può rispondere a più livelli. In primo luogo, ci sono molti diversi tipi di teoria comunista, ognuno con i propri concetti di “Partito”. Non c’è alcuna connessione intrinseca tra comunismo e partiti politici. Immaginate di chiedere agli anarco-comunisti di unirsi a un Partito: non è ridicolo? In secondo luogo, il rapporto tra il comunismo e il Partito Comunista Cinese potrebbe essere paragonato a quello tra il socialismo e il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori: i loro nomi sono completamente scollegati dal loro contenuto. In terzo luogo, non è che tu possa semplicemente unirti al PCC solo se lo vuoi. Una persona comune come me, che non contribuisce affatto alla costruzione dello Stato o allo sviluppo economico, non può nemmeno toccare la porta del PCC. Ancora più importante, lo Stato ha appena pubblicato una circolare che richiede ai membri del Partito di avere tre figli, dicendo che è loro dovere socialista contribuire a compensare la crisi demografica. Qualcuno come me, condannato a rimanere single, non può assumersi il peso delle grandi responsabilità del Partito.

Dalla nostra infanzia in poi, c’è una grande continuità tra il ruolo svolto dai Giovani Pionieri e dalla Lega della Gioventù Comunista nelle scuole e quello svolto dal PCC nella società nel suo complesso. I Pionieri e la Lega dividono gli studenti in ranghi con i buoni studenti davanti, e quelli cattivi dietro. Quelli che non amano gli insegnanti non sono mai qualificati per unirsi alla Lega. La loro unica funzione è quella di coltivare una visione gerarchica del mondo attraverso la differenziazione degli studenti in strati, in modo che si capisca che le persone non sono tutte uguali. I membri dei Pionieri e della Lega sono qualificati per candidarsi a posizioni come “quadri” nella scuola, hanno la priorità nella concessione dei premi e sono autorizzati a indossare i distintivi lucidi della Lega e i collari tinti di rosso con il sangue dei martiri. Alle scuole medie, quando ci è stato detto di scrivere lettere per l’iscrizione alla Lega, non ero ancora arrivato a una comprensione sociologica dell’organizzazione, ma il mio spirito ribelle e il disprezzo per la merda finta mi hanno impedito di unirmi. Alla fine questo non mi ha influenzato molto, se non per diminuire il numero di premi che ho ricevuto. Immagino che per il PCC avvenga la stessa cosa.

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LA “MISTICA DELLA RESISTENZA”

Sul Corriere della Sera di oggi, Ernesto Galli della Loggia pone l’impegnativa domanda che segue: «Che cosa sarebbe successo se invece di rispondere con le armi all’invasione russa gli ucraini non avessero mosso un dito e avessero lasciato che l’esercito di Putin occupasse tranquillamente Kiev determinando ovviamente la caduta, e magari anche la cattura, di Zelensky? È questa la domanda che bisogna porre a coloro che continuano a esprimere dubbi sull’opportunità e sul senso della resistenza del popolo di quel Paese agli invasori. Che bisogna porre a coloro che con sussiegoso disprezzo hanno parlato addirittura di “mistica della resistenza” di cui sarebbero affetti quegli sciocchi di ucraini». Pur non sentendomi in nessun modo chiamato in causa dal Professore militarizzato, perché non faccio parte dei “pacifisti terzisti” (quelli del Né/Né, tanto per intenderci) a cui egli si rivolge, intendo tuttavia rispondere alla sua domanda: se invece di rispondere con le armi all’invasione russa gli ucraini non avessero mosso un dito e avessero lasciato che l’esercito di Putin occupasse tranquillamente Kiev ci sarebbero stati migliaia di morti e di feriti, ucraini e russi, in meno; assai meno profughi e sfollati (oggi si parla di più di 3 milioni di profughi e oltre 6 milioni di sfollati interni, ai quali bisogna aggiungere circa 10 milioni di persone sequestrate nelle città d’Ucraina), meno sofferenze, un futuro meno duro per le classi subalterne ucraine.

Ma, obietta il Nostro, così avremmo assistito certamente alla «vittoria totale di Putin nel giro di 48 ore e quindi la sorte dell’Ucraina alla sua mercé»: non c’è dubbio! La mia risposta può sorprendere solo (ma stiamo parlando della stragrande maggioranza delle persone in ogni parte del mondo) chi assume come criterio di valutazione il punto di vista delle classi dominanti, degli Stati, delle Nazioni, delle Potenze. Io invece ragione su questa guerra mondiale dal punto di vista anticapitalista, antimperialista, internazionalista, e quindi non sostengo nessuna ragione che faccia capo agli attori in campo: sono contro l’imperialismo russo, contro il nazionalismo ucraino e contro l’imperialismo occidentale. Altro che Né/Né: piuttosto Contro/Contro!

Per come la vedo io, ucraini e russi sono entrambi vittime del sistema capitalistico mondiale che comprende ovviamente, sebbene a diverso titolo geopolitico, anche l’Ucraina e la Russia. Il cosiddetto diritto di autodeterminazione dei popoli deve fare i conti con una realtà che nega alle piccole e alle medie nazioni un’autentica sovranità politica, economica, militare, e questo già nell’epoca in cui, oltre un secolo fa, apparvero in Europa i primi saggi dedicati all’Imperialismo.

Ovviamente sono anche contro il Celeste Imperialismo cinese, il quale in queste ore sta dando a tutto il mondo una magistrale lezione di ambiguità politica che la dice lunga sul numero straordinario alto di carte che Pechino può giocare in questa sanguinosissima partita. «Il 16 marzo, il portavoce del Ministero degli Esteri cinese Zhao Lijian ha tenuto una conferenza stampa ordinaria durante la quale un giornalista ha chiesto di conoscere la posizione della Cina sulle recenti esternazioni del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, secondo cui l’Ucraina ha capito che non può aderire alla NATO. A questo proposito, Zhao Lijian ha affermato che la Cina incoraggia tutte le parti interessate a condurre un dialogo equo, a superare le contraddizioni e i problemi accumulati negli anni e a prestare attenzione alle conseguenze negative sulla sicurezza della Russia a causa della continua espansione della NATO verso est, cercando di costituire un meccanismo di sicurezza europeo equilibrato, efficace e sostenibile» (Quotidiano del Popolo Online). Tradotto: la Cina sostiene la politica delle sfere di influenza (con un occhio rivolto a Taiwan) e vuole preservare quelle condizioni di ordine e stabilità mondiali che negli ultimi quattro decenni hanno permesso al capitalismo cinese di raggiungere la cima del Potere mondiale, a un passo dal primato esclusivo. «A Pechino sicuramente stanno facendo i conti: l’interscambio commerciale con la Russia vale 147 miliardi di dollari; quello con gli Stati Uniti è intorno ai 750 miliardi; con l’Unione europea è arrivato oltre gli 820. La Cina non può permettersi di farsi isolare, neanche per tener fede all’alleanza “senza limiti” promessa da Xi a Putin quando probabilmente il leader di Pechino non pensava che l’operazione in Ucraina sarebbe diventata una guerra (che dal punto di vista economico è già quasi mondiale) e non un’incursione limitata» (Corriere della Sera). Non c’è dubbio; ma il regime cinese deve tener conto di molti fattori che non hanno un legame così diretto e stringente con i suoi immediati interessi economici.

La NATO fa paura alla Russia non tanto in chiave difensiva, di “sicurezza”, ma perché la sua presenza non le permette di praticare la politica dell’invasione dei “Paesi fratelli” tutte le volte che i suoi interessi lo richiedono: vi ricordate i “bei tempi” (per gli stalinisti di tutto il mondo, beninteso) dell’Unione Sovietica? Come ho scritto altrove, il regime di Putin, che esprime gli interessi della Potenza Russa come si esprimono oggi sul piano “sovrastrutturale”, teme sopra ogni altra cosa la forza attrattiva della società occidentale, dell’Unione Europea, in primis; in questa paura si mostra tutta la debolezza strutturale dell’imperialismo russo, gigante politico-militare (afflitto da qualche insospettabile magagna) ma nano economico. Questa debolezza che si trascina ormai da quasi un secolo, viene mistificata e narrata dal regime russo (da Stalin a Putin) come un complotto occidentale teso ad accerchiare la Madre Russia e soffocarne la cultura, lo spirito Slavo, ciò che insomma caratterizza da sempre quel Paese. In realtà oggi la Russia porta fuori, erutta in maniera violenta una crisi sistemica che ha appunto le sue fondamenta nella sua struttura sociale, la quale non sembra aver tratto benefici dal passaggio dal capitalismo di Stato con caratteristiche sovietiche, al capitalismo politico/clientelare/gangsteristico (insomma “oligarchico”) realizzato dalla sfascio degli anni Novanta del secolo scorso. Ma su questi temi rinvio ai miei precedenti post raccolti in un PDF.

«L’Occidente con le sanzioni vuole dividere la società russa e distruggerci. Ma il popolo russo sarà sempre in grado di distinguere i veri patrioti dai traditori e saprà sputare via questi ultimi come moscerini finiti accidentalmente nella bocca»: in questa volgare retorica, che affascina molto i tifosi occidentali del Virile Vladimir, si esprime tutta la violenza e tutta la debolezza di un sistema che cerca di reagire come sa e come può (cioè rovesciando il tavolo) a una situazione di grave sofferenza.

I sostenitori della “resistenza del popolo ucraino” valutano positivamente questa resistenza non perché essa consenta una vittoria militare, cosa impossibile considerate le forze in campo, ma perché rende possibile una vittoria politica da far valere quando si tratterà di stipulare un “accordo di pace”: «Anche la Resistenza italiana nella Seconda guerra mondiale ha avuto questo significato». Verissimo! Infatti, grazie alla Resistenza l’Italia, sconfitta e umiliata oltremodo sul piano militare e politico, ha successivamente potuto accreditarsi come Paese “amico” delle Potenze vincitrici, dando peraltro prova di quella abilità nel saltare sul carro dei vincitori tanto giustamente disprezzata all’estero. Come sempre, il presente aiuta – diciamo, meglio, può aiutare – a capire meglio il passato.

Per chi scrive la Resistenza altro non fu che la continuazione della guerra imperialista sotto altre condizioni storiche determinate dalle bombe angloamericane sganciate con generoso slancio democratico e antifascista sulle città italiane. Scrive Giulio Sapelli: «La partecipazione delle forze partigiane e delle forze armate regolari al fianco dei vincitori dà all’Italia uno statuto particolare nel contesto della ricostruzione del secondo dopoguerra. La Resistenza consentirà alla classe politica emersa dalle prime elezioni democratiche del dopoguerra di trattare su un piede di maggiore dignità e di autonomia dinanzi alle potenze inglese e nordamericana» (*). Esatto!

Scrive Galli della Loggia: «Non intendo turbare la beata sicurezza dei critici della “mistica della resistenza” così preoccupati di scongiurare le luttuose conseguenze che essa comporta. Forse farebbero bene a ricordare però che la loro libertà odierna di pensare e di scrivere ciò che vogliono non è dipesa da nessuna “trattativa”, da nessuna sollecitudine per morti e feriti. La loro libertà è stata pagata anche dal sangue di migliaia di bambini tedeschi massacrati dai bombardieri alleati, è stata pagata anche dal dolore di migliaia di donne tedesche stuprate dai soldati dall’Armata Rossa. Perché la storia è fatta di queste cose terribili: non delle chiacchiere di chi parla per compiacersi dei propri buoni sentimenti». Si tratta, beninteso, della storia delle società classiste in generale, e della società capitalistica in particolare, la quale ha perfezionato con l’uso della tecnoscienza più sofisticata la pratica del massacro messa al servizio delle classi dominanti, delle Patrie, delle Civiltà, delle Nazioni, degli Stati.

Ernesto giustamente disprezza l’oblio della storia del Dominio che si riscontra nei cultori di «un’irrealtà moralista dove regna l’algida ragionevolezza del rifiuto della forza»; ma lo disprezza per fare l’apologia di quella storia disumana, mentre per l’anticapitalista si tratta di ricordarla, di averla bene in mente, per tutt’altri scopi.

(*) G. Sapelli, Storia economica dell’Italia contemporanea, p. 1, Bruno Mondadori, 2008.

Aggiunta del 21 marzo 2022

Massimo Cacciari prende atto del definitivo fallimento del “sogno europeo”, trasformato dalla «sciagurata guerra scatenata da Putin in un vuoto sogno», e sulla Stampa detta da par suo la linea al Sistema Imperialistico Mondiale. Niente di meno!

Ecco la premessa, rivolta all’Occidente, dell’auspicato futuro accordo che dovrebbe mettere fine alla carneficina ucraina: «La Russia non è finita con gli zar, né con l’URSS e non finirà con Putin. Essa durerà, e durerà con la forza della sua storia, dei suoi interessi e del suo ruolo geopolitico. Non ci sarà mai pace se questi non saranno apertamente e definitivamente riconosciuti». Ovviamente il riconoscimento di cui parla Cacciari, con evidente allusione alle responsabilità occidentali nell’attuale crisi internazionale, postula una serie di importanti conseguenze nella politica delle sfere di influenza su cui adesso è bene sorvolare.

Ecco la proposta di accordo pensata dal noto filosofo: «Le sue linee generali non possono realisticamente che essere le seguenti: riconoscimento pieno della sovranità ucraina e ritiro dell’esercito di invasione, parallelamente a un progressivo ritiro delle sanzioni e al riconoscimento delle repubbliche autonome di Crimea e del Donbass. Nessuna condizione può essere posta invece sulla politica di sicurezza che l’Ucraina vorrà decidere per sé. Uno Stato sovrano può chiedere di far parte delle alleanze che vuole, e questo sarà motivo di trattativa soltanto tra esso e gli altri Stati o gli altri organismi con cui vorrà stringere rapporti, di qualsiasi natura questi siano. Saranno Russia e Stati Uniti a definire, per loro conto e su altro tavolo, le proprie relazioni in merito a politiche militari e di sicurezza riguardanti in particolare la Nato e la sua azione».

Il Nostro conclude con un monito: «Questa è la linea per una pace che risulti dall’arte politico-diplomatica; l’altra sarà il risultato dell’arte della guerra». Ma l’arte della guerra non rappresenta la continuazione dell’arte politico-diplomatica con altri mezzi, come scriveva il celebre teorico della guerra? Lo strumento militare non è forse subordinato alla politica come espressione della forza, della storia, degli interessi e del ruolo geopolitico delle Potenze?

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MARX E LA RUSSIA IMPERIALE

Lo spudorato consenso, l’ipocrita simpatia o la stupida indifferenza con cui le classi dominanti europee hanno assistito alla conquista della fortezza montana del Caucaso, all’assassinio dell’eroica Polonia per mano dei Russi che mai sono stati contrastati nei loro vasti sconfinamenti, di questa potenza barbara la cui testa si trova a Pietroburgo ma le cui mani agiscono presso tutti i governi europei – tutto ciò ha insegnato ai lavoratori che essi hanno il dovere di penetrare i misteri della politica internazionale (k. Marx, F. Engels, 1878).

È lei, questa Russia militaresca, che vuole con le baionette metter fine alle questioni che agitano il mondo. È lei che mugge e brama come il mare alle porte del mondo civile, sempre pronta a sconfinare, sempre fremente dal desiderio di invadere, come se non avesse niente da fare in casa sua (H. Herzen, 1853).

Scriveva Andrea Sceresini nel suo interessante articolo apparso sul Manifesto del 17 marzo: «Un giorno, dovendo trascorrere una mezza mattinata con un leader locale del Partito comunista [sic!] del Donbass – e parlando io poche parole di russo e lui nessuna d’inglese – volli provare a fare un gioco. Gli elencai alcuni personaggi storici, chiedendogli di farmi capire chi gli piacesse e chi no. I nomi di Stalin e dell’ultimo zar furono accolti con un sonoro “karasciò”. Più moderato fu l’entusiasmo per Mussolini – che in fondo li aveva invasi ma era pur sempre un nazionalista – mentre Lenin fu salutato con una mezza storta di naso. I più strapazzati furono Marx ed Engels, che il mio interlocutore bollò con un lapidario aggettivo – “Pederàst, finocchi”. Ma in fondo è l’ironia delle parole, che una volta svuotate del concetto possono voler dire qualunque cosa». Esattamente come l’aggettivo “comunista” attribuito al citato Partito del Donbass. Qui è solo il caso di ricordare che il “comunismo” con caratteristiche russe non solo non aveva niente a che fare con il comunismo di Marx ed Engels, ma ne fu piuttosto la più radicale negazione – esattamente come lo è il “comunismo” con caratteristiche cinesi. Per questo mi appare francamente risibile la gara degli opinionisti, dei saggisti e degli analisti geopolitici a incasellare lo “Zar” Putin a “destra” («Somiglia a Hitler») piuttosto che a “sinistra” («Somiglia a Stalin»), come se “destra” e “sinistra” (Hitler e Stalin) non fossero facce della stessa escrementizia (capitalistica) medaglia. Questo solo per amor di precisione.

A proposito dei «Pederàst, finocchi» di cui parla  Sceresini, c’è da dire che i reazionari russi hanno un motivo particolare per odiare Marx ed Engels: la posizione radicalmente antirussa che i due comunisti tedeschi elaborarono e difesero al loro tempo. Per Marx, in particolare, si trattava di un vero e proprio scontro di civiltà: «Lo scontro in atto in Europa è in realtà per Marx, uno scontro tra la civiltà borghese (ed anche proletaria) e l’oscurantismo asiatico-medioevale, tra il telaio meccanico e l’Orda d’Oro. Molti aspetti del pensiero di Marx, visti a questa luce, si chiarificano: e quando verrà detto che il proletariato è l’erede della filosofia classica tedesca non sarà questa fin troppo celebre espressione una trovatina teoretica da citare nei manuali di filosofia e in quelli di partito, ma sarà una difesa dell’insostituibile primato borghese-europeo-occidentale e del solco pretracciato che dovrà necessariamente seguire l’emancipazione rivoluzionaria dell’uomo dal dominio e dallo sfruttamento. Per quanto paradossale ciò possa sembrare, non vi è mai stata un’apologia dell’Europa borghese così aperta come in certi scritti di Marx (pieni di rancore semmai perché la borghesia non è abbastanza borghese), non nel senso rozzamente implicito in alcuni “nouveaux philosophes“ che pretenderebbero smascherarne l’occulto logos del dominio, ma nel senso clamorosamente esplicito di una difesa costante e confessata di certi valori. La barbarie russa è il costante termine di confronto atto a valorizzare la irrinunciabilità di questi stessi valori. Certo, negli anni Cinquanta dell’Ottocento i barlumi di progresso capitalistico-borghese erano diventati un solido modo di produzione – e sofferenza quotidiana per milioni di salariati – ma l’abisso del regresso si palesava ancora, inconsciamente ed anche in modo conscio, nel pensiero di Marx. La Russia era la cifra simbolica, geografica, politica, sociale e militare di questo abisso dove l’Europa rischiava di essere risucchiata, di riprecipitare» (1).

Difendendo la civiltà borghese del loro tempo, Marx ed Engels difendevano la prospettiva della rivoluzione sociale anticapitalista in un’epoca storica in cui non tutto il Vecchio Continente era stato assoggettato alla modernità capitalistica e che inoltre vedeva all’opera un terribile strumento di reazione e di conservazione sociale: l’Impero Russo, appunto. Il terremoto rivoluzionario europeo degli anni 1848-1850 avevano ulteriormente chiarito i termini della questione riguardante il ruolo politico e sociale che l’Impero zarista giocava nella politica internazionale e nel processo storico-sociale della Vecchia Europa.

Per Marx l’ascesa di «un Paese semiasiatico nella Nazione più importante del Baltico», e poi la sua trasformazione nel bastione della reazione europea trovava la sua più importante spiegazione nel sostegno che quantomeno una parte della classe dirigente britannica aveva accordato – e continuava a dare – al dispotismo zarista avido di espansione territoriale; questo sostegno per Marx cozzava con gli stessi interessi vitali dell’Inghilterra. «Resta assodato che il governo inglese, non pago di aver fatto della Russia una Potenza baltica, si adoperò perché diventasse anche una Potenza mediterranea. […] I pamphlet che abbiamo riportato, benché scritti da inglesi contemporanei di Pietro il Grande, non sono certamente tali da giustificare le illusioni degli storici attuali. Essi denunciano in modo esplicito l’Inghilterra come il più potente strumento al servizio della Russia» (2).  

Per tutta la sua vita Marx seguì molto da vicino la politica estera di quella che allora era di gran lunga la prima Potenza mondiale, come dimostrano anche i suoi articoli dedicati al ruolo che l’Imperialismo britannico ebbe nella guerra civile statunitense (1861-1865). In particolare, a questo proposito, egli mise in luce l’ipocrita argomentazione dei politici inglesi (i quali sostenevano che il Nord non combatteva per affrancare gli schiavi ma per rafforzare la sua supremazia economica e politica) intesa a mascherare la paura per il fatto che «gli Yankees vogliono crearsi uno spazio enorme sulla scena mondiale»: «Ciò che si giudica, in fondo, più favorevolmente nel grande conflitto attuale, il quale potrebbe ristabilire una nuova e più potente unità politica, è l’alternativa di un gran numero di piccoli conflitti e di un continente diviso ed indebolito che l’Inghilterra non dovrebbe più temere» (3). Marx ironizza soprattutto sull’«umanitarismo britannico» affettato da uomini di Stato come Lord Palmerston, il quale in tempi passati non aveva mostrato di coltivare sentimenti umanitari: «Come la libertà in francia, l’umanitarismo è diventato adesso in Inghilterra un articolo di esportazione per gli affaristi della politica. Ricordiamo i tempi in cui lo zar Nicola fece frustare alcune gentildonne polacche dai suoi soldati e Lord Palmerston trovò “non politica” l’indignazione espressa da alcuni parlamentari. Ricordiamo una rivolta delle isole Ionie, una decina di anni fa, che diede al locale governo inglese l’opportunità di fare frustare un numero abbastanza notevole di donne greche. “Approviamo questa misura” dissero Palmerston ed i suoi colleghi whigs,  allora al governo. Appena pochi anni fa, fu dimostrato in Parlamento che gli esattori di imposte usavano contro le donne dei contadini indiani sistemi coercitivi così infami che non se ne possono narrare i dettagli. Certo, Palmerston che ed i suoi colleghi non ebbero il coraggio di giustificare queste atrocità, ma quali grida avrebbero lanciate se un governo straniero si fosse permesso di proclamare pubblicamente la propria indignazione davanti alle infamie inglesi e avesse manifestato con chiarezza la propria volontà di intervenire nel caso in cui Palmerston ed i suoi colleghi non avessero sconfessato immediatamente i funzionari del fisco indiano. […] Comunque sia, l’Europa nulla spera con maggior forza di un colpo di Stato allo scopo di “restaurare l’ordine negli Stati Uniti” e di salvare, anche lì, la civiltà» (4).

Marx si convinse che il Primo Ministro Lord Palmerston e il Ministro degli Esteri Lord John Russell brigassero affinché la Russia potesse ricavare importanti benefici dal conflitto americano: «Durante tutto questo baccano la russia ha mantenuto il massimo riserbo ed è rimasta immobile con le braccia incrociate tra le quinte. Ecco però che si precipita sul proscenio e dichiara che, finalmente, è venuto il momento di regolare in modo definitivo la questione dei diritti marittimi degli stati neutrali. Come si sa, la Russia ritiene che la sua missione consista nel mettere all’ordine del giorno della storia mondiale le questioni urgenti della civiltà a tempo e luogo opportuni [notare l’ironia marxiana]. In verità la russia è al riparo da qualunque attacco di una potenza marittima, non appena questa, rinunziando ai suoi diritti di belligeranza nei confronti degli stati neutrali, si priva dello strumento per dominare il commercio estero russo. […] Quale ironia del destino se la vertenza anglo-americana terminasse con la ratifica, da parte del Parlamento e della Corona inglesi, di una concessione che due ministri inglesi hanno fatto, di propria iniziativa, alla Russia alla fine della guerra anglo-russa del 1853!» (5).

La digressione americana ha due scopi: illustrare, sebbene assai sommariamente, il modo in cui Marx impostava la sua “politica estera”; introdurre la figura di Lord Palmerston (1784-1865), inizialmente tory e poi capo dei whigs, segretario di Stato per gli affari di guerra dal 1809 al 1828, poi, in anni successivi, Ministro degli Esteri, Ministro degli Interni e Primo Ministro.

Marx individua proprio in Lord Palmerston il perno centrale attorno a cui ruotava l’occulta strategia diplomatica russa intesa ad assicurare la benevolenza o comunque la non opposizione della Gran Bretagna alle mire espansionistiche dell’Impero Russo. Scriveva Marx ad Engels il 2 novembre 1853: «Per quanto la cosa possa apparirti curiosa, a forza di seguire esattamente, passo dopo passo, da venti anni in qua, le orme del noble viscount [cioè di Lord Palmerston], sono arrivato alla stessa conclusione di quel monomane Urquhart che Palmerston sia venduto alla Russia da parecchi decenni» (6).

Una lettura superficiale (non storico-materialistica nell’accezione marxiana del concetto) degli scritti che Marx ed Engels dedicarono alla Russia zarista del loro tempo, potrebbe portare il lettore privo di prospettiva storica alla seguente conclusione: se fossero in vita, i due comunisti tedeschi starebbero senz’altro dalla parte dell’Ucraina e condannerebbero nel modo più radicale l’aggressione russa di quel Paese. Com’è noto, soprattutto sul terreno del processo storico-sociale tutti i ragionamenti basati sul “se” non hanno alcun valore, né politico né “scientifico”, e si prestano a operazioni ideologiche strumentali, ossia orientate a rafforzare con l’autorità di qualcuno (Marx ed Engels, nel caso di specie) una convinzione appiccicata alla verità con lo sputo. Il tempo trascorso da quanto Marx ed Engels scrivevano i loro articoli antirussi ha completamente cambiato il volto non solo dell’Europa ma del mondo intero, il quale è oggi interamente dominato dal rapporto sociale capitalistico di dominio e di sfruttamento. Già nel 1871, dopo che la Comune di Parigi venne soffocata nel sangue, Marx considerò definitivamente chiusa l’epoca storicamente progressista per ciò che riguardava l’Europa occidentale (7). In ogni caso, parlare di difesa della civiltà borghese nel XXI secolo per me ha un solo significato: difesa di un dominio sociale che non può che arrecare sofferenze e disastri all’umanità e alla natura.

Scriveva Anna Zafesova il 21 febbraio, alla vigilia dell’aggressione russa dell’Ucraina: «Chi si chiedeva in queste ore, questi mesi, questi anni, cosa avesse in mente Vladimir Putin, è stato finalmente accontentato. Il presidente russo non ha risparmiato tempo, ieri, a esporre la sua visione del mondo, della storia e delle relazioni internazionali, che va ben oltre due lembi di territorio che vuole strappare a Kiev, tornando indietro al 1991, e perfino al 1917” (La Stampa). Sul revanscismo coltivato dal regime russo ho scritto in diversi post, ai quali rimando. Qui è sufficiente ricordare che lo sciovinismo sovietico inglobava anche il passato zarista – al punto che le Rivelazioni sulla storia diplomatica del XVII secolo di Marx non fu mai inclusa nelle opere “canoniche” del comunista tedesco curate dall’istituto Marx-Engels di Mosca. «L’espulsione dalle opere complete degli scritti antirussi di Marx significa in realtà che in questi scritti i sovietici si sono specchiati e si sono riconosciuti: hanno riconosciuto le fattezze del proprio “socialismo” ed hanno reagito come la strega di Biancaneve, buttando via lo specchio. Il Marx antirusso non è mummificabile nel Mausoleo del Pensiero» (8).  C’è da dire che gli scritti antirussi marxiani verranno a più riprese pubblicate durante la Guerra Fredda dagli antisovietici filooccidentali, i quali ebbero in risposta da Mosca la pubblicazione dei testi marxiani ed engelsiani che condannavano il colonialismo occidentale – soprattutto quello di marca inglese. Questo semplicemente per dire che la storia si presta bene a ogni sorta di manipolazione, falsificazione e strumentalizzazione da parte di chi sostiene gli interessi di questo o quell’altro imperialismo.

All’inizio della storia che riguarda lo spazio geopolitico occupato oggi dall’Ucraina e dalla Russia non incontriamo né l’Ucraina né la Russia, ma gli Slavi del sud e gli Slavi del Nord. Come realtà storiche sufficientemente consolidate l’Ucraina e la Russia prenderanno corpo alla fine del XIII secolo, in un conteso storico che qui non provo nemmeno a riassumere per la sua complessità e vastità geopolitica. Studiare la genesi e lo sviluppo dell’imperialismo russo, dagli Zar a Putin; cogliere il robusto filo nero che lo attraverso lungo i secoli, respingendo forzature analogiche e anacronistici parallelismi, è importante per chi voglia comprendere la storia della Russia moderna, la quale conserva ancora, come dimostra la tragica attualità, anche una notevole carica politico-ideologica.   

Qui di seguito riporto i capitoli Quinto e Sesto delle Rivelazioni marxiane, con qualche taglio. I primi quattro capitoli del testo consistono perlopiù dei pamphlet che Marx riprese per esteso riservandosi solo poche annotazioni. Come si vedrà, la genesi e lo sviluppo dell’Impero zarista ne escono tutt’altro che bene, cosa che spiega l’odio che i nazionalisti grandi russi coltivano, giustamente dal loro ultrareazionario punto di vista, nei confronti del comunista di Treviri e del suo grande “amico di merende” Engels. Buona lettura!

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Capitolo quinto (pp. 149-173)

L’influenza preponderante che la Russia si è assicurata in Europa a poco a poco e di soppiatto non cessa di stupire i popoli dell’Occidente che vi si sono sottomessi quasi come per una fatalità o tutt’al più hanno reagito con qualche isterico sussulto. Tuttavia, a fianco del fascino esercitato da quella Nazione, esiste e cresce costantemente una specie di scetticismo che lo sovrasta nell’ombra, alimentato dalla nota leggera dell’ironia e dalle forti grida lanciate da popoli agonizzanti; uno scetticismo che si fa gioco della sete di grandezza palesata dalla Potenza russa e la considera come l’atteggiamento assunto da un istrione per disorientarci e ingannarci. Altri Imperi hanno suscitato analoghe perplessità, durante la loro infanzia, ma la Russia soltanto è diventata un colosso senza averle dissipate. Essa offre, nella storia, l’unico esempio di un immenso Impero che, pur avendo realizzato imprese di portata mondiale, continua a essere riguardato come “materia di fede” e non sulla base dei fatti concreti. Dall’inizio del XVIII secolo a oggi, nessuno degli scrittori che hanno esaltato o biasimato la Russia si è preoccupato di esaminarne preliminarmente le vicende storiche dalle origini ai giorni nostri.

Ma, tanto se si adotta un criterio materialista per valutare la Russia, quanto se la si giudica da un punto di vista idealista (ossia se si considera la sua potenza come un fatto palpabile oppure conformemente alla visione che se ne fa la cattiva coscienza dei popoli europei), il problema resta lo stesso: in quale modo questa potenza – o fantasma di potenza – ha potuto raggiungere tali dimensioni, suscitando da un lato la appassionata denuncia, e dall’altro il furibondi diniego, del pericolo che essa costituiva per il mondo intero con la sua aspirazione a ricreare le basi per una “monarchia universale”? All’inizio del XVIII secolo, la Russia veniva ritenuta una effimera costruzione dovuta unicamente al genio di Pietro il Grande. Schloezer è stato il primo ad accorgersi che essa aveva alle sue spalle un lungo passato; nei tempi nostri alcuni scrittori, come ad esempio Fallmerayer, si sono lanciati sulle orme degli storici russi e affermano perentoriamente che lo spettro ora incombente sull’Europa ha fatto la sua minacciosa apparizione già nel IX secolo. Da allora l’espansione della Russia, iniziata da Rurik (9) e proseguita dai suoi successori, si è sviluppata – salva la parentesi mongola – con continuità sistematica fino ai giorni nostri. […]

Questo smisurato, incongruo e precoce Impero fondato da Rurik, come altri Imperi di crescita analoga, è stato diviso e suddiviso tra i discendenti dei conquistatori iniziali, dilaniato dalle guerre feudali e smembrato a seguito dell’intervento di popoli stranieri. … La stessa vecchia capitale – Kiev – ebbe il destino segnato e, da centro di un grande principato, decadde al rango di città di provincia. Così, la Russia dei normanni scomparve completamente dalla scena e le poche tracce che ne sopravvivevano furono poi cancellate dalla tremenda comparsa di Gengis Khan. È nel fango sanguinoso della schiavitù mongola, e non già nella rude gloria dell’epoca normanna (10), che ha affondato le proprie radici la Moscovia, di cui la Russia moderna appare l’ultima metamorfosi. Il giogo tartarico oppresse la Russia per più di due secoli, dal 1237 al 1462: un giogo non soltanto gravoso, ma disonorante oltre ogni limite, e tale da prostrare l’anima del popolo caduto in sua preda. I tartari della Mongolia istituirono un regime di terrorismo sistematico; il loro governo si sosteneva sulle devastazioni e sui massacri collettivi. Siccome erano poco numerosi per presidiare l’enorme territorio conquistato, si trovarono costretti a crearsi un alone di terrore per apparire una forza irresistibile; a tale scopo, si affrettavano a compiere vere e proprie carneficine tra le popolazioni che soggiogavano e che avrebbero potuto altrimenti insorgere nelle retrovie mentre essi continuavano la loro avanzata. Del resto, questa tattica della “terra bruciata” obbediva alla stessa legge economica che ha spopolato l’altopiano scozzese e l’agro romano, vale a dire quella della convenienza politica di sostituire le greggi agli uomini e di trasformare regioni fertili in zone prive di ogni risorsa all’infuori della pastorizia. Quando la Moscovia emerse dall’oscurità, l’oppressione dei tartari durava già da un secolo. […]

La politica tradizionale dei tartari era quella di mettere i principi russi l’uno contro l’altro, alimentando i loro dissensi e sostenendo i più deboli, affinché tutti si mantenessero di pari forza e nessuno riuscisse a prendere il sopravvento. Ivan Kalita (11) seppe fare del Khan un suo strumento che gli permise di sbarazzarsi di ogni temibile rivale e di abbattere tutti gli ostacoli incontrati lungo il cammino della usurpazione. … Così egli divenne il fondatore della potenza moscovita, e non si deve al caso se il suo popolo lo ha chiamato Kalita – che vuol dire “borsa” – giacchè con l’oro, e non con la spada, si aprì la strada. … Tutta la sua prassi di governo si può compendiare in poche parole: il machiavellismo di uno schiavo usurpatore. Della propria debolezza – il servaggio – egli seppe fare la sua principale forza. I successori di Kalita non hanno fatto altro che continuare su questa direttrice; si sono soltanto adoperati per allargarne il campo di manovra, indefessamente, per gradi e con inflessibilità. […]

Ivan riscattò la Moscovia dal giogo mongolo non con un decisivo colpo di forza, ma attraverso un paziente lavoro durato quasi un ventennio. Egli non spezzò le catene del servaggio, ma le logorò insensibilmente e con tale cautela da indurre i posteri a credere che esse si siano consumate non tanto per l’azione di un singolo uomo quanto per un fenomeno di lenta usura naturale. Quando l’immane mostro tartarico esalò l’ultimo respiro, Ivan apparve al suo capezzale più come medico incaricato di accettarne il decesso che come guerriero responsabile della morte. Di solito, un popolo che si affranca dalla dominazione di uno straniero rafforza il proprio carattere; invece quello dei moscoviti, sotto il regno di Ivan, non dette segno di mutamento (12). […] Quando Ivan salì al trono, l’Orda d’Oro appariva ormai minata da un travaglio che durava da molti anni e che veniva alimentato all’interno da dalle furiose contese tra fazioni rivali e all’esterno dalla secessione dei mongoli Nogay, dalla irruzione di Timur il Tamerlano, dalla ostilità dei tartari di Crimea e dalla sollevazione dei cosacchi. Al contrario, la Moscovia, sempre ligia all’insegnamento impartito da Ivan I Kalita, aveva proseguito nel suo processo di espansione, pur restando avvinta alle catene della dominazione mongola (che la opprimeva ma al tempo stesso ne cementavano la compattezza). I tartari, quasi per un una sorta di maleficio, continuarono a essere lo strumento della sua unificazione e della sue crescita territoriale; per calcolo politico essi consolidarono il potere di quella Chiesa greco-ortodossa che, nelle mani della dinastia moscovita, si sarebbe poi palesata un’arma mortale contro di loro (13). […]

Si deva inoltre rilevare che il metodo usato dalla Moscovia per soggiogare, una dopo l’altra, le repubbliche allora esistenti appare del tutto simile a quello della Russia moderna, e non meno atroce. Aprono la fila Novgorod e le sue colonie, viene poi la libera comunità dei cosacchi e segue, infine, la Polonia. […] Ivan si presenta ai nostri occhi come colui che ha tolto le catene avvinghiate dai mongoli attorno alla Moscovia e se ne è servito per incatenare le repubbliche russe; come colui che ha costretto al servaggio queste repubbliche. […] L’aperto ricorso alla forza assumeva anch’esso la forma di un intrigo che si intrecciava in una vasta trama di intrighi, corruzioni e usurpazioni sotterranee. Ivan Kalita non osava colpire se prima non aveva corrotto: l’obiettivo dei suoi disegni era unico, ma esigeva un’azione fondata sulla doppiezza. Le caratteristiche peculiari della razza mongola e quelle della popolazione russa da essa soggiogata gli furono di aiuto prezioso nella scelta della linea da seguire: vale a dire il proprio rafforzamento servendosi dell’uso fraudolento del potere. [… ]

Se Pietro il Grande appare come l’inventore della politica russa contemporanea, ciò si deve soltanto al fatto che ha saputo spogliarla degli attributi meramente locali e liberarla dagli elementi anomali che vi si erano accidentalmente introdotti per ridurla alla sua quintessenza, condensandola in una teoria ben precisa es esaltandone gli obiettivi, che non costituiscono più la conquista di un potere prestabilito e circoscritto, ma quella di una supremazia illimitata. È stato attraverso la generalizzazione di questo programma politico, e non mediante l’acquisizione di qualche nuova provincia, che egli ha trasformato la Moscovia nella Russia di oggi.

Per concludere: la potenza moscovita nacque e crebbe a quella scuola di abiezione che fu la terribile schiavitù imposta dai mongoli. Questa forza venne accumulata da principi che diedero prova di virtuosismo nell’arte del servaggio. Anche dopo l’emancipazione, la Moscovia seguitò a giocare il proprio ruolo di schiava-padrona. Alla fine, Pietro il Grande ha cementato insieme l’acume politico del vecchio schiavo al servizio dei mongoli con le orgogliose aspirazioni del capo tartaro al quale Gengis Khan aveva trasmesso il compito di conquistare il mondo (14).

Capitolo sesto (pp. 174-181)

[…] Prima di Pietro il Grande, i russi non sono mai riusciti ad assicurarsi il possesso di un apprdo navale, se si escludono i pochi esistenti nel Mar Bianco, che peraltro restano bloccati dai ghiacci e non consentono alcuna possibilità di traffico per tre quarti dell’anno. L’insediamento attuale di Pietroburgo ha costituito per più di un millennio il pomo della discordia tra i finlandesi, gli svedesi e i russi. […] Per di più – a conferma della idiosincrasia slava nei confronti del mare – neppure una piccola parte delle popolazioni che vivono sulle sponde del Baltico risulta appartenere alla nazionalità russa, e altrettanto si può dire di coloro che hanno preso dimora sulla fascia litoranea circassa e mingreliana, nel Mar Nero orientale. Soltanto una zona litorale del Mar Bianco particolarmente favorevole per introdurvi l’agricoltura, nonché un’altra situata nella parte settentrionale del Mar Nero e una terza ai bordi del Mare di Azov, sono state popolate in modo stabile dai russi, i quali peraltro, nonostante le nuove condizioni in cui venivano a trovarsi, non hanno mai mostrato alcuna propensione per la vita marinara e sono rimasti tenacemente fedeli al retaggio di “marinai d’acqua dolce” ereditato dai loro avi. Pietro il Grande ha infranto questa secolare tradizione della razza slava. Ben si possono porre a suggello dell’opera da lui compiuta le famose parole che figurano in un suo messaggio di rimprovero al principe Cantemiro: “È del mare che la Russia ha bisogno”. Nell’intraprendere la sua prima guerra contro la Turchia, Pietro il grande vagheggiava la conquista del Mare di Azov; nel conflitto con la Svezia era mosso dal desiderio di mettere piede nel Baltico; nella seconda guerra contro la Porta si proponeva di acquisire un assoluto predominio nel Mar Nero, e, infine, l’intervento proditorio da lui perpetrato ai danni della pervia aveva per obiettivo l’appropriazione fraudolenta del Caspio.

Ai fini di una semplice espansione territoriale, gli sarebbe bastata l’acquisizione di qualche nuova provincia da aggiungere al Regno moscovita, ma soltanto il dominio sul mare gli appariva indispensabile per realizzare il suo progetto di aggressione universale; e soltanto la trasformazione di una potenza esclusivamente continentale come la Moscovia in un Impero attestato saldamente sui mari gli offriva l’opportunità di superare i limiti tradizionali della politica russa e imporre al mondo quella audace sintesi elaborata mediante la fusione della atavica perizia nell’arte dell’intrigo ereditata dagli schiavi dei mongoli con la tendenza del padrone mongolo alla conquista del mondo che costituisce tuttora la linfa vitale della diplomazia russa. Qualcuno ha detto che non è mai esistita, né avrebbe potuto sussistere, nessun’altra grande Nazione in una posizione simile a quella in cui si trovava inizialmente l’Impero di Pietro il Grande; che nessun sovrano ha mai sopportato che altri gli sottraessero le sue coste e gli sbocchi dei suoi fiumi sul mare. Pertanto la Russia in nessun caso avrebbe dovuto consentire che l’estuario della Neva (indispensabile per l’esportazione dei prodotti provenienti dalle sue regioni settentrionali) restassero nelle mani degli svedesi, così come non era disposto a tollerare che i tartari nomadi e predoni mettessero piede nelle foci del Don, del dnieper e del Bug o nello Stretto di kerch. […] In altre parole, Pietro Il grande non avrebbe fatto, in questa regione, nient’altro che assicurarsi un punto d’approdo assolutamente necessario allo sviluppo del Paese. dal suo legittimo punto di vista, nella guerra contro la Svezia egli sarebbe stato mosso soltanto dalla prospettiva di edificare una Liverpool russa e di dotarla del tratto di costa che le occorreva.

Ma coloro che ragionano in tal modo trascurano un fatto importante: il tour de force compiuto dal sovrano moscovita per trasferire la capitale dal cuore dell’Impero all’estremo suo confine marittimo, l’ardimento singolare che egli mostrò nell’erigere questa nuova capitale sul primo lembo di costa baltica da lui conquistato, ad appena un tiro di fucile dalla frontiera, con il deliberato proposito di far gravitare tutta la Russia su di un centro eccentrico. Con il trasferimento da Mosca a Pietroburgo, il trono restava esposto a qualsiasi minaccia, dato che tutta la fascia costiera circostante, da Libau a Tornea, era ancora in mani straniere (e divenne territorio russo soltanto nel 1809, dopo l’occupazione della Finlandia). “San Pietroburgo – come disse Algarotti (15) – è la finestra della Russia sull’Europa”. E infatti, fin dall’esordio, essa non ha cessato di apparire una sfida lanciata all’Occidente e uno sprone per incitare i russi a nuove conquiste (16). Le opere di fortificazione che vediamo oggi sorgere nella Polonia soggetta allo Zar non sono che l’ultima fase di realizzazione d’uno stesso piano: Modlin, Varsavia e Ivangorod appaiono ben più che delle cittadelle destinate a tenere in sacco un Paese ribelle, e costituiscono per l’Occidente la stessa minaccia che rappresentò per il Nord cent’anni fa la fondazione di Pietroburgo. Esse sono sorte per consentire alla Russia di diventare la Panslavia, così come le province baltiche permisero alla Moscovia di trasformarsi in Russia. Pietroburgo, il centro eccentrico dell’Impero, ha posto fin dalla sua nascita le premesse per l’acquisizione di una periferia della quale tuttora si ignorano i confini.

Non è, dunque, tanto la conquista delle province baltiche che differenzia la politica di Pietro il Grande da quella dei suoi antenati, quanto il trasferimento della capitale (che rivela il vero significato di quelle conquiste). Al contrario di Mosca, Pietroburgo non rappresentava la culla di una razza, ma la sede burocratica di un governo, il frutto dell’improvvisazione di un uomo; non un centro di stimolo e d’irradiamento delle attività di un popolo, ma l’estremo sbocco marittimo del Paese, nel quale quelle attività andavano a perdersi; non la leva secolare dello sviluppo nazionale, ma la sede deliberatamente prescelta per tessere la trama dell’intrigo cosmopolita. Con il trasferimento della capitale, Pietro il Grande spezzò ogni legame naturale che prima di lui era esistito tra il sistema di governo dei vecchi Zar e le aspirazioni espresse dalla grande razza russa; erigere la capitale ai bordi del Baltico, egli sfidò apertamente la ripugnanza istintiva dei suoi sudditi per il mare, mostrando nel modo più evidente di considerarli non più che una massa inerte da utilizzare e far passare nel suo gioco politico. Dalla fine del xv secolo in poi l’espansione territoriale della Moscovia si è sviluppata quasi esclusivamente un direzione della Siberia. […]

D’altro canto, mentre lo sviluppo delle relazioni con l’est trovava un forte ostacolo nel carattere chiuso e impenetrabile dei popoli asiatici, i contatti con l’ovest apparivano assai agevoli e promettenti, data la natura dei rapporti e la disponibilità per ogni specie di trattativa esistenti tra le Nazioni europee. La conquista delle province baltiche offriva il destro per questo cambiamento di indirizzo politico, poiché assicurava la supremazia russa sugli Stati scandinavi limitrofi e la poneva a diretto confronto con le altre Nazioni, soprattutto quelle marittime che erano tributarie dell’estero per l’allestimento delle loro flotte. Questa esigenza presentava un’opportunità quanto mai favorevole per la Russia che era in grado di fornire un enorme quantitativo di materie prime per il settore navale (17), né doveva, al contrario della Svezia, tenerle per sé e destinarle a una marina che ancora non aveva.

Se gli Zar moscoviti che accrebbero il loro potere grazie all’aiuto involontario dei Khan tartari si erano trovati nella necessità di mongolizzare la Moscovia, Pietro il Grande, deciso a trarre profitto dall’Occidente, fu costretto ad europeizzare la Moscovia. Impadronendosi delle province baltiche, egli si procurò gli strumenti che gli servivano per questo scopo. Quelle regioni gli fornirono non soltanto i diplomatici, i generali – vale a dire i cervelli che avrebbero provveduto alla realizzazione dei suoi disegni politici e militari – ma anche una massa di burocrati, maestri elementari e di sergenti destinata a dare una vernice di civilizzazione al popolo russo, facendogli apprendere le nozioni tecniche necessarie, ma impedendo che assimilasse le idee progressiste occidentali. […]

La carriera militare di Pietro il Grande si riassume in quattro guerre. La prima, combattuta contro la Turchia, costituiva in un certo senso la prosecuzione della tradizionale lotta con i tartari, come del resto anche la seconda, a seguito della quale i Turchi recuperarono quello che avevano perduto in precedenza. Essa fu anche il preludio al successivo conflitto con la Svezia, del quale l’ultima guerra sostenuta dallo Zar contro la Persia può essere considerata nient’altro che l’epilogo. Il conflitto con la Svezia assorbì per ben ventun’anni l’attività militare del Sovrano moscovita. Se ne consideriamo la durata, gli obiettivi e i risultati possiamo ben chiamarla la guerra di Pietro il Grande. E l’opera di quel Re trova le sue solide fondamenta nella conquista della costa baltica.

Supponiamo ora di essere all’oscuro di ogni particolare diplomatico o militare in merito a questa vicenda. Il semplice fatto che la trasformazione della Moscovia nella Russia di Pietro il Grande, vale a dire di un Paese semiasiatico nella Nazione più importante del Baltico, non induce a trarre la conclusione che l’Inghilterra, la più forte Potenza marittima dell’epoca, ha senza dubbio contribuito in qualche misura a tale importante mutamento? Tanto più se si tiene presente che essa era attestata sulle porte del Baltico, dove, dalla metà del XVII secolo in poi, copriva il ruolo di arbitra suprema. L’Inghilterra non avrebbe potuto essere che il principale sostegno dei piani zaristi oppure un ostacolo insormontabile per la loro realizzazione. Durante la lotta a morte tra la Svezia e la Russia, soltanto la Gran Bretagna era in grado di far pendere la bilancia da una parte o dall’altra. Dal momento che non ha mai dato segno di voler impegnare le sue forze per la salvezza della Svezia, possiamo essere certi che essa si è valsa di ogni mezzo a propria disposizione per assecondare i moscoviti. Pertanto, nel contesto di ciò che viene comunemente chiamato “storia”, l’Inghilterra continua ad apparire poco visibile in questo conflitto ed è presentata nelle vesti di uno spettatore anziché come un protagonista; ma la storia vera, se mai sarà scritta, mostrerà che l’Orda d’Oro non ha servito meglio i piani di Ivan III e dei suoi predecessori di quanto non sono riusciti a fare gli uomini di Stato britannici per favorire quelli di Pietro I e dei suoi successori.

I pamphlet che abbiamo riportato, benché scritti da inglesi contemporanei di Pietro il Grande, non sono certamente tali da giustificare le illusioni degli storici attuali. Essi denunciano in modo esplicito l’Inghilterra come il più potente strumento al servizio della Russia.   

(1) B. Bongiovanni, Introduzione alle marxiane Rivelazioni sulla storia diplomatica segreta del XVIII secolo, 1856-1857, p. 15, L’erba voglio, 1978.

(2) K. Marx, Rivelazioni sulla storia diplomatica segreta del XVIII secolo, pp. 64-181. I pamphlet di cui parla Marx sono quelli che egli pubblica nelle Rivelazioni. Scrive Bongiovanni nella sua Introduzione: «La parte più “scandalosa” e meno “marxista” del testo, di notevole violenza verbale, è l’excursus storico sulla Russia: sembra quasi che con le sue parole Marx voglia risospingere in Asia questo colosso che invece continua a dilagare in Europa», (p. 26).

(3) K. Marx, La questione americana in Inghilterra, New York Daily Tribune, 11/10/1861, in Marx-Engels, La guerra civile negli Stati Uniti d’America, p. 35, Del Bosco, 1973

(4) K. Marx, L’umanitarismo britannico e l’America, New York Daily Tribune 20/6/1862, ibidem, pp. 147-150. Per quanto riguarda i riferimenti di Marx: nel 1831 la Russia zarista represse nel sangue la rivolta polacca; tra il 1858 e il 1859 si verificò la ribellione delle isole Ionie contro l’Inghilterra, che terminò nel 1864 con il congiungimento di esse alla Grecia.

(5) K. Marx, Un colpo di stato di Lord John Russell, Die Presse, 21/1/1862, ibidem, pp. 153-154.

(6) Marx-Engels, Opere, XXXIX, p. 322, Editori Riuniti, 1972. «Il nemico di questi anni è [per Marx] Lord Palmerston, attaccato non come ministro borghese, ma soprattutto come fiacco e imbelle difensore dell’Inghilterra e dell’Occidente e come succube delle mene dell’autocrazia zarista. […] Marx riteneva che di proposito sabotasse le azioni militari antirusse e che fosse in realtà complice dello zar. […]  David Urquhart, filoturco ed antirusso in modo esasperato, tory della vecchia scuola, ultraconservatore in politica interna e sulla questione sociale, ossessionato dall’idea che i russi intrighino per impadronirsi della culla della civiltà, Costantinopoli» (B. Bongiovanni, Introduzione alle Rivelazioni, pp. 13-16).

(7) «Il dominio di classe non è più capace di travestirsi con una uniforme nazionale; contro il proletariato i governi nazionali sono uniti» (K. Marx, La guerra civile in Francia, 1871, p. 141).

(8) B. Bongiovanni, Introduzione alle Rivelazioni, p. 44.

(9) O Rjurik, rimaneggiamento dello svedese Hroerekr. Regnò su Novgorod fra l’865 e l’873.

(10) «I normanni (Variaghi), ai quali la Russia deve la sua stirpe principesca che regnò senza interruzione fino alla fine del XVI secolo, erano organizzatori più che conquistatori. Chiamati dai novgorodiani, presero il potere, e presto l’estesero fino a Kiev» (A. Herzen, Breve storia dei russi, 1853, p. 58, Tea, 1996).

«La più antica cronaca kieviana conosciuta, il Racconto dei tempi passati, al principio del secolo XII, racconta come le tribù slave della regione di Novgorod, trovandosi in disaccordo, chiesero ai Variaghi di venire, o meglio ritornare, a governarle. […] Era l’attività “professionale” a segnare la linea di demarcazione fra i Variaghi “russi” [Rus è il nome assegnato alla Svezia da tutti i popoli finnici raggruppati intorno al golfo di Botnia e al Baltico: in finlandese la Svezia è chiamata Ruotsi] e gli Slavi, almeno fino agli inizi del secolo X. Mercenari e guerrieri mercanti i primi, essenzialmente agricoltori i secondi, gli uni e gli altri dediti alle occupazioni che ci si aspetta svolgessero i Vichinghi da un lato e quei popoli definiti “coltivatori” già in epoca scita, dall’altro. Si ammette dunque generalmente che la maggioranza degli ambasciatori e dei mercanti “russi” che si recavano a Costantinopoli nel secolo X fosse di origine scandinava. […] Si rammenta che ancora all’inizio del secolo XIII Snorri Sturluson, signore e poeta islandese, chiamava la Russia “Grande Svezia”, un po’ come i Greci parlavano di “Magna Graecia”» (F. Conte, Gli Slavi. Le civiltà dell’Europa centrale e orientale, pp. 96-99, Einaudi, 1991).

A proposito di Aleksandr Herzen! Dopo la chiusura del ciclo rivoluzionario 1848-1850, Herzen considera esaurita la spinta propulsiva democratica e socialista occidentale, e individua nell’arretrata e pur vitale e comunitaria campagna russa il nuovo deposito di energie rivoluzionarie in grado di insufflare nuovo sangue «a questo decadente vampiro». Egli teorizzò la possibilità che lo spirito comunitario che caratterizzava la vita nella comune rurale russa (Obščina) potesse sposarsi con i valori occidentali che esaltavano la libertà e la dignità di ogni singolo individuo, così da sciogliere la millenaria contraddizione tra diritto individuale e diritto sociale. Marx non condivideva affatto questa prospettiva, come si evince ad esempio da questi passi: «Non voglio figurare in nessun luogo e in nessun momento insieme a Herzen, non essendo del parere di veder rinnovata l’old Europe col sangue russo» (Lettera di Marx ad Engels del 13 febbraio 1855, Marx-Engels Opere, XXXIX, p. 454  Editori Riuniti, 1972).

Come ricorda Bruno Bongiovanni, «Marx in molte occasioni, sino al 1861 e anche oltre, aveva fatto della comune rurale e dello zarismo autocratico due facce di una medesima medaglia» (Populismo, Enciclopedia delle scienze sociali Treccani, 1996); tuttavia, a partire dagli anni Settanta del XIX secolo il suo giudizio sulla comune russa si approfondisce e si precisa in tutta la sua complessità, non scevra peraltro di incertezze e contraddizioni. Per capire meglio la società russa, Marx impara a leggere il russo, e si tiene «costantemente aggiornato sull’evoluzione delle vicende in corso tramite la consultazione delle statistiche, dei testi più approfonditi e aggiornati dedicati alle trasformazioni economico-sociali del paese e corrispondendo, inoltre, con studiosi russi di rilievo» (M. Musto, L’ultimo Marx. 1881-1883, p.50, Donzelli, 2016). Su questo tema rinvio a due scritti: Essere senza coscienza – di classe; Sulla campagna cinese. C’è da dire che comunque Marx non abbandonò mai il giudizio complessivo della Russia zarista come bastione della reazione europea.

(11) Ivan I, Danilovic, detto Kalita (borsa), granduca di Vladimir e di Mosca, figlio di Danili Nevskij, 1304-1340.

(12) «Il giogo mongolo fu terribile per il paese. […] Quell’epoca di sventura durata due secoli, frenò lo sviluppo della Russia rispetto all’Europa. Il popolo perseguitato e rovinato, tenuto sempre nel terrore, apprese la scaltrezza e il servilismo degli oppressi. […] La Russia meridionale si staccò progressivamente dal centro, in parte attratta dalla sfera polacca, in parte da quella lituana. I granduchi di Mosca non si curavano più di Kiev. L’Ucraina fu invasa da cosacchi indipendenti, da orde armate che formavano repubbliche autonome, reclutavano disertori ed emigranti di ogni parte della Russia e non riconoscevano alcuna sovranità» (A. Herzen, Breve storia dei russi, pp. 64-65.

(13) «Gli Slavi della regione di Kiev avevano a lungo pagato un tributo ai Chazari [che praticavano il culto mosaico], ma non per questo ne giudicavano intollerabile il dominio. La situazione mutò tuttavia allo scorcio del secolo IX allorché, nell884, il variago Oleg intimò alla popolazione locale di versare i tributi a lui e ai suoi uomini. Al vigoroso influsso orientale cui soggiacevano da tempi immemorabili gli Slavi dell’Est era venuta repentinamente contrapponendosi la ventata nordica: nella Russia meridionale il dominio dei vichinghi sostituiva ora la “pace chazara”. Nel 984 troviamo gli emissari chazari a Kiev, a colloquio con Vladimiro che ha appena licenziato i missionari islamici e il legato pontificio con il suo seguito. […] Vladimiro era innanzitutto un uomo politico e badava sopra ogni cosa all’equilibrio strategico fra le “grandi potenze”. Alla fine furono gli inviati del potente Impero bizantino a convincere Vladimiro al battesimo suo personale e a quello ufficiale della Rus’ kieviana, al volgere del X secolo. D’altro canto la conversione russa rispondeva alle speranze dell’Impero d’Oriente, che da un secolo e più non aveva perduto alcuna occasione per sollecitare Kiev alla scelta cristiana» (F. Conte, Gli Slavi, pp. 413-416).

(14) «Altro aspetto essenziale della strategia messa a punto dai Mongoli, l’utilizzo di mezzi di propaganda e di dissuasione psicologica. Basti dire che essi erano parte integrante di una vera e propria filosofia del potere, a dimostrazione di come i Mongoli si fossero dati una certa forma di civiltà tale da poter risultare totalmente distruttiva, basata com’era sull’idea di un Impero di dimensione planetaria. “In cielo c’è Dio, Unico, Eterno, Immortale, l’Altissimo; in terra Genghiz Khan è l’unico e supremo Signore”»  (F. Conte, Gli Slavi, pp. 374 377). Tutto sotto il cielo dei Mongoli…

(15) Francesco Algarotti, nato a Venezia nel 1712, fece un viaggio in Russia nel 1739, che descrisse poi in Viaggi in Russia, raccolta di lettere scritte tra il 1739 e il 1751. Morì a Pisa nel 1764.

(16) «Pietro il Grande fu il primo individuo emancipato della Russia, e, per questo, un rivoluzionario incoronato. […]  Per rompere ogni legame con l’antica Russia, Pietro I abbandonò Mosca e il titolo di zar, di origine orientale, scegliendo di vivere in un porto del Baltico e di assumere il titolo di imperatore. Il periodo pietroburghese che prese allora avvio non fu dunque la continuazione della monarchia storica, ma l’inizio di un dispotismo nuovo, attivo, senza freni, aperto a grandi gesta così come a grandi delitti. Non vi fu che un unico tratto comune tra il periodo pietroburghese e quello moscovita, l’intento di ingrandire lo stato. A esso ogni cosa fu sacrificata: la dignità dei sovrani, il sangue dei sudditi, la giustizia nei confronti dei popoli vicini, il benessere dell’intero paese» (A.  Herzen, Breve storia dei russi, pp. 77-80).

(17) Già nel XVIII secolo l’esportazione delle materie prime rappresentò dunque un importante punto di forza della Russia, la cui specializzazione in questa particolare sfera commerciale non tarderà però a capovolgersi in un punto di debolezza, perché ostacolò, insieme ad altri fattori, lo sviluppo di una moderna manifattura.