IRAN. OGGI E IERI

1. Oggi

«Negli ultimi anni, i caffè sono nati anche in abbinamento a librerie e a gallerie d’arte. L’aspetto è moderno, tant’è che potrebbero essere a Parigi o in qualsiasi metropoli occidentale. Ci si accorge di essere a Teheran solo per i codici di comportamento, soprattutto nel vestiario. Mi è capitato di assistere in uno di questi posti a uno shooting fotografico, con una modella, truccatissima e con il foulard, che sfilava. La gente guardava con indifferenza: è uno spettacolo usuale. Eppure, la modella, la pubblicità, il consumismo erano quanto la Rivoluzione Islamica voleva combattere. Questo è un tratto tipico degli iraniani: sanno adattarsi, rielaborare e fare proprio qualcosa che viene da fuori secondo i propri canoni. A proposito, in quel caffè ho bevuto un mojito. Naturalmente reinventato dagli iraniani senza alcol!» (A. Vanzan). Naturalmente. D’altra parte la “rivisitazione” dei rapporti sociali capitalistici in chiave locale (regionale, nazionale, continentale) è un fenomeno che riguarda tutti i Paesi del mondo: dalla Cina al Giappone, dall’India al Brasile. Soprattutto nel settore dell’abbigliamento e dell’alimentazione il Capitale si avvantaggia delle specificità culturali e “antropologiche” dei vari Paesi: merci e servizi per tutti i gusti e per tutte le sensibilità – nazionali, etniche, religiose, sessuali e quant’altro. Il Capitale ama la “libertà” e la “creatività”. Mi fanno ridere, per non dire altro, gli intellettuali occidentali di diverso orientamento ideologico (ma di identica militanza sociale al servizio della conservazione) che paventano una «deriva consumistica» della società iraniana (e magari anche di quella nordcoreana!), i cui giovani si troverebbero esposti alla demoniaca influenza dei social media che li invitano a partecipare alla luccicante ed eterna festa della globalizzazione capitalistica. Questi intellettuali possono anche accettare, bontà loro, l’economia di mercato, purché ben temperata e attenta ai bisogni del “capitale umano”, ma insieme al Santissimo Papa Francesco e alla Guida Suprema Ali Khamenei essi gridano un forte e irremovibile NO alla società di mercato: si può essere così intellettualmente indigenti?

«Un’altra parte degli Iraniani, quella dei sobborghi, che ha come uniche certezze nella vita la religione e la povertà, è soggiogata dalla propaganda religiosa. Le moschee attirano giovani per arruolarli sin da piccoli nelle milizie irregolari con i loro bastoni da hooligan. Due facce così diverse dello stesso paese dove, per un giovane, non ci sono alternative ad un modello edonista e decadente oppure ad uno estremista e violento» (L. Tavi). Lo sviluppo ineguale del Capitalismo (su scala mondiale, nazionale e regionale) si presenta con aspetti particolarmente contraddittori, e persino paradossali, nei Paesi storicamente “ritardatari” che hanno alle spalle un lungo periodo di sfruttamento coloniale e imperialistico.

«Proibire l’inglese alle elementari, e magari anche gli hamburger e la coca cola. La reazione dei conservatori alle proteste di piazza si manifesta anche così, ma riapre la spaccatura fra ultrà e riformisti, con il presidente Hassan Rohani contrario alla nuova stretta e che anzi invita a capire i giovani, perché «pensano in maniera diversa» (G. Stabile, La Stampa). Anche la pizza, ci fa sapere Stabile, è stata “attenzionata” dai puristi iraniani, benché la nota prelibatezza italiana sia stata “reinventata” in salsa iraniana. Secondo il “moderato” e “riformista” Rohani l’inglese invece serve ai giovani iraniani per «trovare lavoro»: «Il governo accoglie le critiche e credo che tutti dovrebbero essere criticati, persino Maometto ha permesso alle persone di criticare. Il problema è la distanza tra noi e le nuove generazioni. La pensano diversamente sul mondo e sulla vita». Se non è un invito a bombardare il quartier generale, poco ci manca, e comunque la presa di posizione del Presidente iraniano ci dice quanto dura sia diventata la più che decennale lotta di potere al vertice del regime. E qui arriviamo agli eventi di questi giorni.

Violenta oppressione politica, ideologica e culturale (che tocca in primo luogo le donne e le minoranze religiose), alta disoccupazione giovanile (oltre il 26%), crescente inflazione (12,5%), carovita, crisi in alcuni comparti industriali, crescenti e vistosissime (soprattutto nei grandi centri urbani) diseguaglianze sociali, piccoli imprenditori e piccoli risparmiatori gettati sul lastrico dal fallimento di alcune finanziarie, oppressione etnica (azeri, curdi, armeni), centri urbani elefantiaci e zone rurali spopolate, una spesa militare sempre crescente in grado di supportare le aspirazioni di grande potenza regionale coltivate dal Paese (a discapito ovviamente delle condizioni di vita delle classi subalterne: «Occupatevi di noi, non della Siria!», gridano i manifestanti), un Capitalismo, gestito in gran parte dalla “casta” degli ayatollah e dai vertici dei Pasdaran, sempre più inefficiente e aperto alla corruzione sociale (una parte dello stesso proletariato iraniano è interessato al mantenimento della greppia clerico-statalista: il “clientelismo” non è un fenomeno esclusivo dell’Italia!), alto inquinamento in molte zone del Paese, e molto altro ancora: gli ingredienti della crisi sociale esplosiva in Iran ci sono tutti. E non si tratta certo di una condizione sociale prodottasi negli ultimi mesi o negli ultimi anni, tutt’altro. Né la crisi sociale in quel sensibilissimo quadrante geopolitico attraversa solo l’Iran, come ben dimostra il movimentismo politico che da parecchi mesi si segnala in Arabia Saudita, il nemico/concorrente numero.[1] Per non parlare della cosiddetta Primavera Araba del 2011. Le proteste contro il carovita che si stanno sviluppando in Tunisia in questi giorni certamente non sono di buon auspicio per i due regimi diversamente islamici.

«Il consenso verso il regime è, per molti versi, oggetto di uno scambio: finché gli ayatollah garantiscono buone condizioni di vita, i cittadini accettano obtorto collo di rinunciare alla propria libertà e adeguarsi alle censure del clero. Ma quando la borsa è vuota, il regime clericale viene messo in discussione. Le attuali proteste potrebbero quindi rivelarsi molto pericolose per il regime. […] Se la Rivoluzione verde del 2009 mirava a una svolta moderata del regime, ma non ad abbatterlo, queste proteste hanno un carattere maggiormente anti-establishment. Meno politicizzate e più spontanee delle precedenti, sembrano mancare nel proporre un’alternativa al regime, ma il loro carattere anarchico le rende imprevedibili. Il dissenso è un fenomeno carsico e tacitarlo per alcuni giorni, mesi, persino anni, non significa averlo sconfitto. Al di là del loro esito, queste proteste hanno segnato un passaggio di mentalità: se le immagini della guida suprema possono essere fatte a pezzi, vuol dire che anche il regime può cadere. Come ricordato da Kader Abdollah, scrittore e oppositore del regime, gli iraniani hanno compreso che il potere degli ayatollah non è eterno né inevitabile. Se vorrà conservarsi alla guida del paese, il clero dovrà andare incontro alle esigenze dei cittadini. La repressione e la censura autoritaria non sono più opzioni possibili» (East Journal). In ogni caso, il regime continua come e più di prima a usare il pugno di ferro, e sono quasi quattromila i manifestanti finiti in galera, per non parlare dei morti e dei feriti. Già si registrano diversi casi di “suicidio” (assistito?) nelle carceri, notoriamente luoghi di tortura, oltre che di infinito dolore.

È ovvio che nel mare della crisi sociale nuotano e prosperano i nemici interni ed esterni della Repubblica Islamica, ma non è certo con la chiave interpretativa dei nemici esterni (americani, sauditi, israeliani) che possiamo capire ciò che accade – e non da oggi – in quel Paese decisivo per gli assetti interimperialistici del Medio Oriente, e non solo di quell’area. A scadenza quasi decennale, i giovani iraniani scendono in strada per rivendicare la fine dell’oppressione esercitata sull’intera società dal regime dei mullah e migliori condizioni di vita, e puntualmente il regime risponde con la ben nota tattica che prevede l’uso della carota (vedi il “partito delle riforme”) e del bastone. Promesse e carcere. Ammiccamenti politici e pallottole “vaganti”. Celebrazione di “libere” elezioni e impiccagioni: anche chi è accusato di offendere in qualche modo Allah è meritevole di morte per «atti ostili contro Dio» (moharebeh). Il regime può anche contare sulla massa d’urto repressiva mobilitata dai Pasdaran (Basji) composta perlopiù da sottoproletari che per un tozzo di pane sono disposti a massacrare di botte chi gli capita a tiro durante le manifestazioni di piazza. «Dai Pasdaran dipendono i Bassij, una diramazione paramilitare molto numerosa nata negli anni 80 durante la guerra contro l’Iraq; si stima che il numero dei Bassij si aggiri intorno ai dieci milioni di iraniani sparsi su tutto il territorio nazionale. Per il reclutamento dei membri lo stato iraniano spende ogni anno centinaia di migliaia di dollari, certo di poter trovare adepti negli strati più poveri della popolazione, incentivati da offerte finanziarie e benefici, in cambio dell’arruolamento. I Bassij sono costituiti per lo più da giovani e il loro ruolo è quello di sopprimere e arginare il più possibile e dal basso, qualsiasi forma di rivolta nei confronti del regime; un altro importante ruolo che gli viene affidato è quello della propaganda e della conservazione di tutti quei valori religiosi e ideologici che fanno capo ai capisaldi del regime dei mullah» (East Journal). Dal loro canto, i Pasdaran oltre a rappresentare «da più di vent’anni la più grande forza economica iraniana, sono in prima linea per impedire che lavoratori e studenti possano riunirsi e discutere dei diritti che li riguardano e reprimono con violenza ogni minimo tentativo di dissenso nei confronti del regime» (E. J.). Tra l’altro, i pii e misericordiosi Guardiani della Rivoluzione gestiscono il traffico illegale dei prodotti di lusso occidentale che entrano di nascosto nel Paese e il cui giro d’affari pare ammontare a una cifra gigantesca: tre volte più grande della ricchezza generata dalle fondazioni legali. La massiccia violenza che i Pasdaran dispiegano contro i “nemici di Dio e dell’Iran” è adeguata agli interessi economici che essi difendono. Sarò pure un materialista volgare e determinista, ma io la penso così!

All’inizio delle proteste il “pragmatico” Presidente iraniano dichiarò che «le persone per le strade non chiedono pane e acqua, ma più libertà», rendendo così palese la guerra intestina che, come detto, da decenni travaglia il regime di Teheran. In realtà, oltre a «più libertà» i manifestanti chiedevano più generi di prima necessità e a più basso costo, e non a caso le manifestazioni sono comparse all’inizio (28 dicembre 2017) nelle aree economicamente più depresse del Paese, dove peraltro più forte è la presenza degli attivisti ultraconservatori. Pare che gli uomini legati all’ex Presidente Mahmoud Ahmadinejad, colui che voleva cancellare Israele dalla carta geografica del Medio Oriente nonché acerrimo nemico dell’attuale Presidente, abbiano in qualche modo favorito la protesta, per evidenti fini strumentali, salvo poi esserne scavalcati. In ogni caso, Teheran li ha subito “attenzionati”, e lo stesso Ahmadinejad è finito definitivamente in disgrazia, seppellito sotto infamanti accuse di corruzione e abusi d’ogni tipo – non ancora di stampo sessuale: questo tipo di calunnie applicate al “pio” Ahmadinejad non sarebbero forse credibili.

Con il consueto tweet, il Presidente americano ha voluto sferrare un facilissimo attacco politico, non solo al regime iraniano, ma anche, se non soprattutto, agli “alleati” europei che intendono proseguire sulla strada del “negoziato diplomatico” tracciata dall’ex Presidente Obama nel 2015 (accordo di Losanna): «Il grande popolo iraniano è stato represso per molti anni, ha fame di cibo e libertà; insieme ai diritti umani, viene saccheggiata la ricchezza dell’Iran!». Anche dalle nostre parti c’è stato qualche idiota che ha caricato la responsabilità dei manifestanti uccisi in Iran solo sulla testa di Donald Trump, reo di essersi sfilato dall’accordo sul nucleare sottoscritto dal cosiddetto 5+1 sotto l’egida dell’Onu. Ovviamente Trump, nella sua qualità di Presidente della prima potenza imperialistica del mondo, ha tutto l’interesse nel gettare benzina sul fuoco del malcontento popolare che attraversa l’Iran, e ciò tanto più dopo il relativo insuccesso americano registrato in Iraq e in Siria, dove la Russia e appunto l’Iran hanno invece riscosso un indubbio successo politico-militare.

Ieri il Financial Times e il New York Times invitano il Presidente americano a una maggiore prudenza nelle sue esternazioni sui fatti iraniani, perché le sue invettive via Twitter potrebbero ricompattare il regime; e gli consigliano anche di non sfilarsi dall’accordo sul nucleare iraniano, per rendere evidente agli occhi dell’opinione pubblica iraniana il fatto che la moratoria sulle sanzioni non dà alcun beneficio al popolo iraniano, mentre facilita l’investimento del regime in costosi armamenti. «Cinquantadue tra ufficiali militari statunitensi in pensione, membri del Congresso degli Stati Uniti, ex ambasciatori statunitensi, esperti statunitensi della sicurezza nazionale hanno firmato una lettera per sollecitare Trump a non mettere a repentaglio l’accordo con l’Iran» (NYT). Abbaiare furiosamente o tessere intorno al regime di Teheran una fitta rete diplomatica aspettando che la classe media iraniana prepari una seria alternativa in vista dell’auspicato regime change: qual è la tattica più produttiva per gli Stati Uniti? Certo non sarò io a dare buoni consigli! «Il capo della Casa Bianca vorrebbe uscire dall’accordo, in linea con le obiezioni avanzate anche da Israele, e le proteste iraniane dei giorni scorsi lo hanno incoraggiato a farlo; il segretario di Stato Tillerson, quello alla Difesa Mattis, e il consigliere per la Sicurezza nazionale McMaster ritengono che convenga salvarlo» (P. Mastrolilli, La Stampa). È probabile che alla fine anche Trump sarà della partita diplomatica, ma dopo aver chiarito che la Casa Bianca non dà nulla per scontato e che si aspetta dai negoziati risultati concreti – ovviamente dal punto di vista degli interessi americani, i quali sempre più spesso divergono dagli interessi degli “alleati” occidentali, e questo a prescindere da chi pro tempore veste la carica di Presidente degli Stati Uniti.

Il costo finanziario dei successi militari e politici di Russia e Iran è stato molto alto per entrambi i Paesi, e solo la relativa stabilità del prezzo del petrolio (intorno ai 50 dollari il barile) e del gas ha permesso, anche se solo in parte, di tamponare le falle finanziarie che si sono aperte nelle loro casse. L’Iran è impegnato pesantemente anche in Yemen, in una guerra sanguinosissima che ormai si protrae da molti anni e che, com’è noto, è alimentata anche dalle armi fabbricate in Italia: un fatturato tutt’altro che disprezzabile! Non bisogna poi sottovalutare il sostegno che Teheran offre a Hezbollah, «che è una milizia costosa, perché i miliziani Hezbollah sono pagati due volte di più di quanto Israele paga i beduini che lavorano per l’esercito; poi hanno tutta la struttura industriale militare, i missili balistici, ad esempio non li fabbricano, ma li importano dalla Corea del Nord; poi hanno la massa impiegatizia dei clerici ed anche loro sono molto costosi» (E. Luttwak, Notizie geopolitiche). Si segnala anche un crescente attivismo dell’Iran in Afghanistan, cosa che sta mettendo in allarme i pakistani e gli americani.[2]

Può, si chiede il citato Luttwak, un Paese che campa sostanzialmente di rendita petrolifera sostenere un così forte impegno militare e geopolitico? In effetti, un’economia ancora fortemente centrata sull’estrazione e la vendita di petrolio e gas rappresenta, al contempo, il punto di forza e il punto di debolezza dell’ambiziosissima potenza persiana.

L’innegabile sviluppo dell’industria metallurgica, dell’industria tessile e dell’edilizia che si è registrato negli ultimi tre decenni non è stato comunque tale da mutare la struttura del capitalismo iraniano, con ciò che ne segue sul piano degli equilibri politico-istituzionali del Paese. Secondo uno studio del Fondo Monetario Internazionale di qualche anno fa, il tasso di crescita del PIL iraniano si aggira intorno al 7,4%, ma al netto del settore petrolifero quel tasso precipita a un risicato 1%. Dati forniti dal Ministero degli Esteri del nostro Paese attestano questa struttura del PIL iraniano: «Il petrolio influisce per il 15% sul Prodotto Interno Lordo, il settore manifatturiero, quello edilizio e l’industria mineraria per il 23%, l’agricoltura per il 9%, mentre i servizi occupano il 53% del totale». Il maggiore importatore di prodotti iraniani è la Cina, ma per un valore totale molto modesto, soprattutto se posto in rapporto alle potenzialità industriali dell’Iran: appena 615 milioni di dollari. Proprio ieri l’Italia ha siglato un importante accordo con l’Iran: «Un’intesa che apre a garanzie sovrane da parte dell’Iran per finanziamenti fino a 5 miliardi di euro. I finanziamenti che seguiranno stanzieranno fondi per progetti e partnership in Iran, realizzati congiuntamente da imprese italiane ed iraniane, in settori di reciproco interesse, come ad esempio le infrastrutture e costruzioni, il settore petrolifero e del gas, la generazione di energia elettrica, le industrie chimica, petrolchimica e metallurgica. I due Ministeri [dell’economia] hanno sottolineato come l’accordo sia “un passo importante per il consolidamento della partnership economica e finanziaria tra i due Paesi, le cui origini vanno molto indietro nel tempo. L’obiettivo principale dell’accordo è quello di rafforzare il tessuto economico iraniano, in linea con gli obiettivi stabiliti dal Governo dell’Iran e con le legittime aspirazioni del popolo iraniano”» (La Repubblica). Le «legittime aspirazioni del popolo» sono costantemente in cima ai pensieri dei Governi di tutto il mondo! Troppo facile spiegare i rapporti tra gli Stati e gli affari tra le imprese dei vari Paesi del pianeta con la logica del potere sistemico e del profitto! Volevo fare dell’ironia: ci sono riuscito?

L’economia iraniana appare insomma sempre sul punto di decollare verso un grande boom (fattori di varia natura premono in quel senso)[3], ma diversi problemi strutturali e politici impediscono all’aereo di prendere il volo diretto ai piani alti del Capitalismo mondiale, una destinazione che pure sarebbe alla portata di un Paese che peraltro vanta un antichissimo e luminoso retaggio storico. Un punto molto debole di quell’economia è senz’altro la penuria di investimenti diretti esteri in Iran, che si spiega in larga parte con il ruolo di potenza regionale che il Paese vuole giocare a tutti i costi; una legittima aspirazione che lo porta sovente a cozzare contro gli interessi dell’imperialismo occidentale e dei suoi alleati regionali. Beninteso, all’avviso di chi scrive quell’aspirazione è legittima allo stesso titolo delle aspirazioni dei Paesi concorrenti: dal punto di vista antimperialistico tutte le vacche capitalistiche, piccole o grandi che siano, appaiono nere e meritevoli di finire al macello della rivoluzione sociale. La quale, ahimè, non ne vuole sapere di apparire sulla scena della tragedia.

Pur con tutti i limiti qui sommariamente evidenziati, l’economia iraniana è molto integrata nella divisione internazionale del lavoro, e una sua più piena partecipazione alle dinamiche del mercato mondiale appare ormai come prossima. Salvo devastanti crisi politico-sociali, le quali d’altra parte trovano terreno fertile nell’attuale struttura capitalistica dell’Iran e negli assetti di potere che sono venuti fuori dalla cosiddetta Rivoluzione Islamica.

Scriveva tre anni fa Eugenio Fatigante sull’Avvenire a proposito della struttura economica del Capitalismo iraniano: «C’era una volta la Rivoluzione. Islamica e, sulla carta, socialista.[4] Come tutte le rivoluzioni, però, dello spirito del ’79 è rimasto ben poco nell’Iran di oggi. All’epoca dello Scià un centinaio di famiglie cortigiane dei Pahlevi controllavano l’80% dell’economia locale. Oggi più o meno la stessa percentuale è in mano al lato oscuro degli ayatollah e dei fedeli Guardiani della rivoluzione. Si chiamano Bonyad e sono il vero prodotto doc iraniano, quanto il caviale: un coacervo di religione e pragmatismo affaristico che controlla le leve del potere e il 60% della capitalizzazione della Borsa di Teheran. È la cosiddetta Pasdaran Economy, basata su un labirinto di Fondazioni (come tali esentasse) che negli anni han fatto man bassa dei beni della corona imperiale e delle famiglie benestanti: oggi è divenuto il loro patrimonio, che utilizzano per nuovi affari e per una rete fittissima di donazioni, posti di lavoro e sussidi, necessari per mantenere il potere con metodi clientelari e con un anomalo Welfare state».[5] Questo incredibile intreccio di interessi economici e politici ci fa capire quale è la posta in gioco in Iran e come sia difficile sostituire l’attuale regime con un altro di diverso orientamento politico-ideologico. Per quanto mi riguarda, un regime (capitalistico) vale l’altro, in Iran come nel resto del mondo, e personalmente trovo risibile ogni discorso circa la necessità di sostenere in quel Paese una “rivoluzione democratica e popolare” in attesa che maturino le condizioni per una rivoluzione sociale “pura”. Lascio ai teorici delle “doppie rivoluzioni” questi insulsi discorsi. Tutto invece lascia supporre che le classi subalterne verseranno ancora molto sangue per combattere guerre volute dai loro nemici di classe per difendere e possibilmente ampliare un potere che, come abbiamo visto, si fonda su enormi interessi economici.

2. Ieri

Alla fine degli anni Settanta del secolo scorso vennero al pettine in Iran tutte le gigantesche contraddizioni e i fortissimi limiti di una “rivoluzione capitalistica dall’alto”, iniziata intorno al 1962 per impulso diretto del regime monarchico; una “Rivoluzione bianca” intesa a modernizzare il Paese a ritmi accelerati senza però troppo incrinare i vecchi assetti di potere (inclusa la preziosa funzione sociale svolta dal clero sciita, sebbene esso fosse stato pesantemente penalizzato sul terreno economico dalla riforma agraria) né mettere in discussione la collocazione geopolitica della moderna Persia, ormai da decenni saldamente ancorata all’Occidente.

Già negli anni Trenta lo Scià Reza Pahlavi aveva tentato una prima modernizzazione/laicizzazione forzata del Paese, espropriando le proprietà dei notabili Qajar e intaccando rapporti sociali feudali che arricchivano il clero sciita. Negli anni Cinquanta il Primo ministro Mohammad Mossadeq, il «nazionalista mistico», continuò l’opera di modernizzazione capitalistica attraverso la nazionalizzazione dell’industria petrolifera allora controllata dalla Anglo-Persian Oil Company, cosa che gli valse l’ostilità del Regno Unito e degli Stati Uniti. La produzione e l’esportazione di petrolio crollarono immediatamente. Altre riforme politiche e sociali privarono il governo di Mossadeq dell’appoggio del clero sciita e delle componenti politico-sociali che in precedenza lo avevano sostenuto ma che dopo la nazionalizzazione del maggio ‘51 temevano una modernizzazione troppo spinta del Paese. Come conseguenza di un fallito colpo di Stato tentato il 16 agosto 1953 lo Scià Mohammad Reza Pahlavi fu costretto a fuggire dal paese e a riparare a Roma. Un secondo colpo di Stato, attuato tre giorni dopo, ebbe invece successo e mise fine alla breve ma intensa stagione riformista di Mossadeq; il nuovo governo presieduto dal generale Zahedi sottoscrisse un accordo con le principali compagnie petrolifere del tempo (Consorzio delle Compagnie petrolifere: le mitiche Sette sorelle), accordo che sradicò il precedente monopolio della Anglo-Persian Oil Company. Lo Scià ritornò dall’esilio e affidò a uno Stato totalitario e potentemente centralizzato l’opera di svecchiamento definitivo del Paese. Entrambi i colpi di Stato del 1953 furono chiaramente voluti e sostenuti da Washington, che tra l’altro approfittò dell’”aiuto fraterno” offerto a Londra per prenderne il posto come prima potenza imperialista in Iran e in tutto il Medio Oriente. Mai fidarsi degli “aiuti fraterni”!

La società iraniana uscì letteralmente sconvolta dalla seconda “rivoluzione”, soprattutto a causa della riforma agraria varata nel 1963, la quale allontanò dalle campagne milioni di contadini poveri che si riversarono nei centri urbani del Paese per formarvi un esercito industriale a disposizione delle necessità dell’industrializzazione e della stessa urbanizzazione. Negli anni Cinquanta e Sessanta il 60% della popolazione viveva nella campagna iraniana. Il 15 giugno del ’63 l’esercito iraniano fece fuoco con obici e mitragliatrici sui manifestanti che chiedevano pane e lavoro, uccidendone più di 4.000.

Le città si riempirono a un ritmo vertiginoso di milioni di ex contadini, soprattutto giovani, che non riuscivano a trovare un impiego e che solo nelle “caritatevoli” organizzazioni religiose riuscivano a trovare un qualche conforto materiale e spirituale. Il controllo sociale, com’è noto, ha mille volti, compreso quello barbuto del Misericordioso Mullah. Inutile dire che l’ingerenza della “mano pubblica” nella sfera economica creò una diffusissima rete di corruzione sociale, la quale venne usata dai mullah per esacerbare il rancore degli strati più poveri del proletariato in chiave antimonarchica.

A capodanno del 1978 il Presidente americano Jimmy Carter ebbe l’ardire di dichiarare durante il tradizionale brindisi di fine anno offerto dallo Scià che l’Iran rappresentava un modello di stabilità per tutto il Medio Oriente. Chissà cosa pensò di quelle parole un Pavone ormai ampiamente spennacchiato e prossimo alla fuga più vergognosa. Nel febbraio del 1979, quando la radicalizzazione dello scontro sociale divenne inarrestabile (già ad agosto del ’78 lo Scià fu costretto a promettere «elezioni libere» per il giugno dell’anno successivo), anche i partiti laici, e persino l’Amministrazione americana, si convinsero che puntare sul cavallo chiamato Khomeini fosse la sola opzione possibile per tenere sotto controllo una società in preda a convulsioni e a tensioni di estrema gravità, tali da far temere alle forze antimonarchiche un esito autenticamente rivoluzionario della crisi. La fugace apparizione sulla scena politica del Paese di Sciapur Bakhtiar, dimessosi precipitosamente dal governo all’arrivo trionfale di Khomeini dall’esilio francese, dimostrò che non era possibile una soluzione “convenzionale” (di stampo occidentale) della crisi generale che investiva l’Iran. È anche bene ricordare come solo nel 1978, dinanzi al dilagare delle manifestazioni, l’alto clero sciita iniziò a staccarsi definitivamente dal regime monarchico, dopo averlo supportato più o meno apertamente per decenni e aver contribuito per secoli alla passività delle classi subalterne.

La cosiddetta “rivoluzione islamica” del febbraio 1979 parve insomma surrogare/prevenire una potenziale rivoluzione sociale – resa peraltro impossibile dall’assenza in Iran, come peraltro ovunque nel mondo, di soggetti politici autenticamente rivoluzionari in grado di avere una certa influenza almeno su una parte del proletariato urbano e dei contadini poveri, allora molto numerosi in quel Paese. Ben presto il clero sciita si autonomizzò nei confronti del blocco “laico-socialista” che si era illuso di poter governare il Paese senza la sua ingerenza politica, e prese nelle proprie mani tutte le leve del potere (economico, politico, ideologico), schiacciando brutalmente i partiti che per decenni avevano combattuto il regime di Reza Phalavi. «Khomeini non è un uomo politico: non ci sarà un partito di Khomeini, non ci sarà un governo di Khomeini. Khomeini è il punto di incontro di una volontà collettiva»: così si era espresso Michel Foucault. Sappiamo com’è andata a finire. Come recita il Corano, «L’ipotesi illusoria non fa le veci della verità».[6] Verità che nel caso di specie si “declina” in termini rigorosamente classisti, al netto della fuffa ideologica dai contorni pseudo religiosi che l’avvolge. Che una repressione violentissima volta a ripristinare l’ordine sociale assuma l’aspetto di una “rivoluzione” (ancorché Islamica) è un falso paradosso che può stupire solo chi non ha chiara la natura sociale degli eventi che si dipanano sotto i suoi occhi. Noi italiani non parliamo forse, mutatis mutandis, di “Rivoluzione Fascista”?

Le organizzazioni di estrema sinistra presenti in Iran inquadrarono gli avvenimenti che scuotevano il Paese all’interno dello schema, ormai storicamente superato, della rivoluzione democratica e antimperialista, dimostrando così la loro estraneità a un’autentica posizione anticapitalista. Per quanto strutturalmente ancora debole e legato a doppio filo all’imperialismo occidentale, il capitalismo si era ormai radicato in profondità nel Paese, mettendo definitivamente in crisi i vecchi rapporti sociali basati sulla rendita fondiaria. L’Iran del 1979 non era la Russia del 1917, né la funzione dello Scià era assimilabile a quella dello Zar. Rimanendo nel quadro delle cose contingentemente possibili, in quel Paese non c’era all’ordine del giorno una rivoluzione democratico-nazionale, ma una modernizzazione capitalistica che permettesse al Paese di superare le vecchie e le nuove contraddizioni. Investire anche solo una parte della borghesia iraniana (e del clero sciita!) di una seppur residuale «missione storica progressiva» non solo era infondato sul piano dell’analisi storica, ma soprattutto creava le premesse per una totale subordinazione delle presunte forze rivoluzionarie agli interessi dello status quo sociale. Scenario che infatti si realizzò. La sanguinosa repressione che colpì quelle forze rese evidente la loro incapacità di analisi, incapacità che aveva creato in esse illusioni davvero risibili ma pienamente conformi alla loro ideologia piccolo borghese.

È un fatto che le preziose energie che il proletariato iraniano seppe dispiegare nel biennio 78-79 non ottennero l’effetto di creare un terreno fertile all’autonomia di classe, con la formazione di organismi politici, sindacali e culturali legati agli interessi immediati e strategici delle classi subalterne. Quelle energie andarono disperse o, peggio ancora, furono usate dalle forze della conservazione sociale, non importa se in guisa laica o clericale. Ma ciò testimoniò anche, se non soprattutto, la debolezza politica e sociale del proletariato mondiale, completamente assente sulla scena storica grazie soprattutto al nefasto lavoro dello stalinismo internazionale.

Dal canto loro i partiti antimonarchici che si contendevano la leadership politica del Paese cercarono di usare i “rivoluzionari” come massa d’urto da lanciare contro il vecchio regime ma badando che il movimento sociale rimanesse sui binari di un mero cambiamento di regime politico, che alla fine ci fu. Insomma, solo il clero sciita si dimostrò all’altezza della situazione, dimostrando ancora una volta come la necessità storica spesso lavori con grande creatività politica e ideologica.

Sviluppo “ordinato” dell’economia, forte e capillare controllo sociale, proiezione del Paese nello scenario internazionale, conquista della leadership in Medio Oriente: dalla fine della guerra con l’Iraq (1980-1988) la “democrazia confessionale” degli ayatollah ha cercato di perseguire tutti questi obiettivi. Lungi dal ripristinare i vecchi rapporti sociali, impresa d’altra parte impossibile, il clero sciita si è posto al servizio dello sviluppo capitalistico del Paese, nei modi più conformi al suo nuovo assetto politico-istituzionale e alla sua nuova collocazione nello scacchiere imperialistico. C’è da dire, per concludere, che cacciati dal Paese gli assistenti americani, l’industria petrolifera iraniana si rivolse soprattutto al Giappone, alla Germania e all’Italia per ricevere gli aiuti indispensabili per riavviare la produzione e riprendere le esportazioni di greggio. L’aiuto arrivò, e ciò mise l’Iran nelle condizioni di portare avanti la lunga e sanguinosissima guerra contro l’Iraq, Paese sostenuto dall’Arabia Saudita e dall’Egitto. Detto en passant, la guerra Iran-Iraq favorì la strana alleanza di fatto tra Iran e Israele, entrambi interessati a frenare le ambizioni del blocco sunnita.

[1] «Oggi per la prima volta le donne saranno ammesse negli stadi in Arabia Saudita. La notizia viene riportata da Arab News» (Ansa). Una notizia davvero epocale! Ho la pelle d’oca! Scherzo, ovviamente. D’altra parte tutto è relativo, come diceva quello. «La decisione era stata annunciata lo scorso 29 ottobre, nell’ambito del processo di riforme avviate dal giovane principe ereditario Muhammad ben Salman».
[2] «L’obiettivo dell’Iran in Afghanistan, sostengono diversi analisti, è contare sempre di più, mantenendo il governo afghano debole, in due modi: aumentando la sua influenza nelle province occidentali afghane, vicine al suo confine, come Farah e Herat; e sostenendo i talebani, che si oppongono anche alla presenza in Afghanistan degli americani e dello Stato Islamico, entrambi nemici dell’Iran. In questo senso è difficile dire se e quanto l’uccisione di Mansour abbia indebolito gli interessi iraniani in Afghanistan. Certamente l’Iran ha perso un importante interlocutore, ma il successore di Mansour, Hibatullah Akhundzada, non ha mostrato finora di avere intenzione di rompere i legami con il governo iraniano. Di certo c’è che l’atteggiamento futuro del Pakistan verso i talebani, e la collaborazione tra il governo pakistano e americano, saranno elementi che condizioneranno il tentativo dell’Iran di farsi largo in Afghanistan» (Il Post).
[3] «La composizione demografica della popolazione, l’alto livello di alfabetizzazione e istruzione (più del 60% degli abitanti ha meno di 30 anni), la posizione geografica strategica (crocevia tra oriente e occidente), e la presenza di una rete sufficientemente sviluppata di infrastrutture, trasporti e telecomunicazioni, sono ulteriori punti di forza del contesto economico iraniano» (Ministero degli Esteri Italiano).
[4] Ovviamente Fatigante quando scrive «socialismo» intende in realtà parlare del Capitalismo di Stato in salsa iraniana promesso quarant’anni fa dal misericordioso clero sciita alle masse diseredate del Paese. Sul “socialismo islamico” avevano nutrito molte – e pietose – illusioni anche gli stalinisti del Tudeh prima che finissero sotto il tallone di ferro della Repubblica Islamica. Ecco ad esempio ciò che dichiarò a un settimane statunitense un dirigente di quel partito per spiegare l’appoggio accordato dai “comunisti” iraniani all’idea avanzata da Khomeini di creare un Consiglio della rivoluzione islamica:  «La religione sciita ha radici democratiche ed è sempre stata legata alle forze popolari nazionali anti-imperialiste. Credo che non ci sia differenza fondamentale tra il socialismo scientifico e il contenuto sociale dell’Islam. Al contrario ci sono molti punti comuni». Ricordo che nelle tempestose giornate del ’79 iraniano anche molti “comunisti” italiani si produssero in stravaganti ipotesi circa la possibilità di mettere insieme l’islamismo sciita (la «religione degli oppressi») e il “marxismo” (la “coscienza degli oppressi”). C’è anche da dire che nei confronti della parola consiglio (Soviet della rivoluzione islamica!) molti “comunisti” manifestano un alto tasso di feticismo, confermando la tesi di chi sostiene la natura magica di certe parole per certe persone.
[5] Un’inchiesta del 2013 della Reuters ha fatto luce sulla Setad, il mega-colosso finanziario iraniano, controllato direttamente dalla Guida Suprema dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei. «L’immagine al Paese e al mondo è quella sobria, ma la Guida suprema della Repubblica Islamica controlla un impero economico da 95 miliardi di dollari, oltre 70 miliardi di euro, una cifra ben superiore alle esportazioni petrolifere annuali dell’Iran. Nata per fini caritatevoli, nel corso del tempo la società Setad avrebbe cambiato volto, diventando il braccio armato dei vertici dell’Iran e gonfiandosi di partecipazioni private e pubbliche nei settori più delicati anche dal punto di vista geopolitico» (formiche.net).
[6] Allora avevo diciassette anni e le notizie che venivano dall’Iran mi riempivano di entusiasmo “rivoluzionario”; quando poi Khomeini ordinò alle milizie sciite di regolare i conti con gli ex alleati appartenenti alle diverse tendenze politiche antimonarchiche ci rimasi davvero male. Ricordo che un giorno il mio professore di religione, peraltro persona simpaticissima (in pagella mi dava il massimo dei voti!), mi avvicinò lentamente come un serpente per sussurrarmi all’orecchio la seguente velenosa frase: «Sebastiano, devi rassegnarti, le rivoluzioni vanno a finire tutte così, cioè male». Non seppi come replicare e mi nascosi dietro un sorriso di circostanza. Solo qualche mese dopo fui comunque in grado di impartirgli una circostanziata ricostruzione storico-politica degli eventi iraniani che metteva in luce la vera natura sociale della cosiddetta Rivoluzione Islamica. «Sebastiano», obiettò il prete professore, «non mi hai affatto convinto». E mi prestò un libro il cui autore cercava di mettere insieme religione e marxismo. «Dimmi che ne pensi». Lo lessi e scoprii la fulminante frase che mi portò sul campo del “marxismo”: «Emancipando se stesso, il proletariato emancipa l’intera umanità». Grazie, Padre Papotto!

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C’È DISAGIO E DISAGIO! Alcune riflessioni sulla Teoria della classe disagiata.

Che sospendendo il lavoro, non dico per un anno,
ma solo per un paio di settimane, ogni nazione
creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa.
Karl Marx

Amico, non fare il sogno più lungo del tuo conto in banca!
Il Nostromo

Penso che le due citazioni in epigrafe colgano molto bene lo spirito del brillante saggio di Raffaele Alberto Ventura Teoria della classe disagiata (minimum fax, 2017), almeno per quello che ho potuto ascoltare dalla viva voce dell’autore (ero presente alla presentazione del libro fatta al Teatro Coppola di Catania), dalle pagine del libro che circolano sul Web e sulla scorta delle molte recensioni (alcune davvero interessanti, altre assai meno) che hanno avuto per oggetto questo saggio di successo. Ebbene sì, non ho ancora letto il libro. Devo d’altra parte confessare di averlo furtivamente compulsato stando comodamente seduto in una libreria Feltrinelli della mia città; essendo chi scrive un proletario economicamente assai disagiato, la confessione assume qui un significato a suo modo puntuale e critico: con 16 euro, il prezzo appunto dell’opera di cui si tratta, un proletario, ancorché “politicamente impegnato”, compra un paio di pantaloni in un negozio gestito dai cinesi, o fa una bella spesa in un Hard Discount. A certi livelli di disagio sociale il senso di colpa può manifestarsi con un volto molto prosaico, direi senz’altro meschino, e di certo non intendo odiarmi tutte le volte che il mio occhio si posa sul libro di Ventura ospitato in casa mia!

Questo, sia detto en passant, anche a proposito di priorità nei bisogni e nelle scelte e di come si vive il disagio nelle diverse classi sociali. D’altra parte, anche Ventura apre il suo libro parlando di sé, delle sue esperienze personali, per poi toccare temi molto più generali. Come diceva il filosofo, nella particolarità si cela la totalità: si tratta di afferrarla e raccontarla nel modo migliore. Un’impresa tutt’altro che facile. C’è riuscito il nostro autore? Per rispondere aspetto di leggere il libro con calma, con tanto di penna e di matita pronte all’uso, perché io in realtà non leggo, studio. Ecco perché alla Feltrinelli soffrivo nel non poter sottolineare e chiosare alcuni passi del testo particolarmente “sfiziosi”, ad esempio quando a pagina 192, mi pare, Ventura mostra, con garbo, i limiti di interpretazione di Carlo Formenti sulla reale (non ideologica) natura economica del consumo “intelligente” («Nell’attuale processo di riproduzione del capitale, il consumatore va considerato alla stregua di un fattore produttivo: non tanto perché “lavora senza saperlo” quando gioca su Internet – come hanno sostenuto Carlo Formenti e Wu Ming – quanto piuttosto perché il plusvalore si realizza soltanto quando la merce viene comprata e così compiuto il ciclo denaro-merce-denaro»), o quando cita Henrik Grossmann (se ricordo bene a pagina 222) sulla guerra imperialista come una delle «controtendenze modificanti» che frenano il crollo del Capitalismo attraverso la svalorizzazione e la distruzione di capitale (*), o alla fine del libro (mi pare a pagina 253), là dove si trova la seguente domanda: «Insomma, siamo vittime della crisi economica oppure colpevoli delle nostre ambizioni smisurate?». Una domanda che nella sua disarmante ingenuità forse getta un potente fascio di luce sulla “concezione del mondo” che, ipotizzo, informa il saggio in questione. In ogni caso, quella che state leggendo non è una recensione, ma una riflessione su ciò che ho letto e ascoltao.

Alcuni passi del libro di Ventura che sono riuscito a intercettare, per così dire, mi hanno riportato alla mente lo spassosissimo dialogo tra Michele e Cristina nel film di Nanni moretti Ecce Bombo:

Michele: Senti, che lavoro, me n’ero dimenticato, che lavoro fai?
Cristina: Be’, mi interesso di molte cose: cinema, teatro, fotografia, musica, leggo…
Michele: Concretamente?
Cristina: Non so cosa vuoi dire.
Michele: Come non sai, cioè, che lavoro fai?
Cristina: Nulla di preciso.
Michele: Be’, come campi?
Cristina: Mah, te l’ho detto: giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose.
Michele: E l’affitto?
Cristina: Vivo con mio fratello e non lo pago.
Michele: Be’, dico, i vestiti?
Cristina: Eh, un amico, per esempio, che va a Londra, gli dico di portarmi delle cose, degli abiti…
Michele: E questa sigaretta?
Cristina: Ho incontrato stamattina un amico e mi ha regalato questi due pacchetti».

Non c’è verso per il povero Michele di afferrare la vita concreta dell’amica; cerca l’arrosto della sua esistenza, e gli rimane tra le mani un inconsistente fumo di vita aleatoria che sembra poter esistere a dispetto di ogni più elementare regola sociale: lavorare per procurarsi i soldi che consentono l’esistenza in questa società che «si presenta come una immane raccolta di merci» (K. Marx). «La classe disagiata è avvezza a questo tipo di mistificazioni che dovrebbero servire a nascondere gli aspetti più prosaici dell’esistenza e mettere in scena una vita sognata. Le biografie degli scrittori in quarta di copertina ci parlano dei loro libri ma non di quello che fanno davvero otto ore al giorno per guadagnarsi da vivere, né delle eventuali eredità su cui si appoggiano. Per la classe disagiata vige la stessa regola che per gli aristocratici: di soldi non si parla. Ed è anzi proprio dalla capacità di non parlarne che si misura lo status» (Teoria della classe disagiata).

In colloquio con un intervistatore fin troppo “simpatetico” (al limite dell’imbarazzo!), nella presentazione catanese del suo libro Ventura ha cercato di rappresentare il disagio (come da titolo un po’ ruffiano) e la vera e propria frustrazione (non saprei definire altrimenti il sentimento di amara disillusione che traspare anche dal “linguaggio del corpo” messo in scena dal giovane intellettuale milanese) che ormai da anni vive il ceto medio in tutti i Paesi occidentali, ma soprattutto in Italia. Un ceto medio impoverito e stressato dalla lunga crisi economica partita dieci anni fa dagli Stati Uniti e completamente spiazzato dai continui rivolgimenti tecnologici che adesso minacciano da vicino anche quelle professioni intellettuali che un tempo si pensava fossero al riparo dalla competizione capitalistica globale. Come sappiamo, perfino la prostituzione “analogica” oggi rischia di venir messa fuori mercato dalla prostituzione digitale basata soprattutto sulla robotica giapponese. Sto forse cercando di evocare un qualche legame tra le professioni cognitive e l’antichissima professione? Solo chi è in mala fede può accedere a questa maligna interpretazione del mio pensiero. Nel discorso di Ventura interessante mi è parsa soprattutto la parte descrittiva della crisi che travaglia la “classa disagiata”, una crisi, mi è parso di capire, più esistenziale (identitaria) che meramente economica, la quale morde con denti affilati e spesso intinti nel veleno l’orgoglio dell’appartenenza sociale e le illusioni dei giovani di “buona famiglia”. Si tratta di quei mitici Millennials che oggi devono confrontarsi con la prospettiva di un declassamento di vasta portata che comprensibilmente essi vivono con un’angoscia che non raramente necessita di un supporto farmacologico, come denuncia lo stesso autore alludendo, fra l’altro, alle droghe sempre più diffuse in quel mondo. Per la prima volta dal Secondo dopoguerra, la generazione dei figli è destinata ad avere assai meno rispetto a quanto sono riusciti a mettere insieme, anche in termini pensionistici, la generazione dei padri, e questo peraltro è un fatto che riguarda anche la classe lavoratrice “tradizionale”. Per dirla con l’ultimo saggio di Antonio Polito (Riprendiamoci i nostri figli, Marsilio), «i padri rottamano i figli». E il processo sociale (la cattiva socializzazione di cui parlavano Adorno e Horkheimer anche per spiegare la crisi della famiglia borghese) rottama tutti: padri, madri, figli, nonni…

Già queste poche e confuse riflessioni sono sufficienti, a mio giudizio, a far comprendere quanto scivoloso e, alla fine, piuttosto inconcludente sia parlare in astratto di «classe disagiata» e di «generazione», contenitori concettuali che potrebbero riguardare individui appartenenti agli strati sociali più disparati, a cominciare da quelli economicamente più disagiati. Il disagio giovanile non si dà allo stesso modo nelle famiglie di diversa estrazione sociale. Il “disagio sociale” non è l’hegeliana notte in cui tutte le classi sociali sono uguali. D’altra parte è anche vero che lo spirito piccolo borghese è l’elemento ideologico che nella modernità affascia un po’ tutte le stratificazioni sociali, generando nelle classi subalterne l’ingannevole sensazione che in fondo siamo tutti attori dello stesso film. Non sembra esserci una grande differenza tra il padrone e il suo “collaboratore” salariato: vestono allo stesso modo, parlano allo stesso modo delle stesse cose, guardano gli stessi film, ascoltano la stessa musica, e via di seguito; magari uno indossa un abito firmato e l’altro una sua “cineseria” (probabilmente Made in Napoli); magari il primo porta al polso un orologio di marca e l’altro una sua imitazione più o meno riuscita, ma queste differenze scompaiono sotto i riflettori di una sempre più accecante superficialità. Al cinema o in teatro nessuno chiede agli attori se l’orologio che portano al polso è davvero placcato in oro come sembra agli spettatori. Sulla scena si recita una parte, ed è tutto. Ma spesso tra il reality e la realtà avviene una polarizzazione che dà luogo a un cortocircuito dagli esiti imprevedibili. Allora l’attore che recita la parte del povero vuole essere ricco, ma non nella finzione, ma nella realtà: «Perché tu devi portare l’orologio placcato in oro e io solo una sua miserabile imitazione? Perché tu guidi una Ferrari e io una modesta utilitaria?». Già, perché? Scriveva Wilhelm Reich: «Per la psicologia sociale la domanda si pone [in questi termini]: non si chiede perché l’affamato ruba o perché lo sfruttato sciopera, ma il motivo per cui la maggior parte degli affamati non ruba e perché la maggior parte degli sfruttati non sciopera» (Psicologia di massa del fascismo). Ma il mio è un modo di porre la questione che denuncia, per un verso la mia origine sociale e il mio attuale “status” sociale, come già detto, e per altro verso il punto di vista politico (radicalmente anticapitalista) da cui approccio le cose del mondo. Ma non divaghiamo!Tanto più che il giovane disagiato di cui parla Ventura aspira a «beni posizionali» che nulla a che fare hanno con la volgare mercanzia cui aspira un giovane proletario non del tutto in sintonia con la propria condizione sociale. Un buon titolo di studio, buoni libri, buoni film, buoni concerti, buona cucina, buoni viaggi, una buona religione (tipo Buddhismo): è questo genere di «funzioni d’uso» che ricerca il disagiato della classe media; altro che Rolex e macchine di lusso!

«”Scusi, quest’orologio potrebbe mica vendermelo un po’ più caro?”. Ecco una richiesta che ai negozianti non capita di sentire spesso. Eppure il mondo è pieno di persone ben contente di pagare per un certo prodotto un costo ben superiore al suo valore d’uso: gli economisti lo chiamano “effetto Veblen”». Inutile dire che l’effetto Veblen non si può usare per capire il disagio delle classi economicamente più disagiate, i cui figli imparano fin da subito a trattare con i negozianti per strappare il miglior prezzo possibile. Mia madre ancora oggi riesce a ottenere degli sconti anche su merci il cui prezzo è davvero risibile. Contrattare sul prezzo per molte “popolane” della vecchia generazione è quasi una “filosofia”, una cerimonia religiosa.

Detto questo, quello dell’uso più o meno fondato e “sociologicamente” puntuale del concetto di classe disagiata non mi sembra qui l’aspetto più rilevante da mettere in luce. Tanto più l’autore non assegna alla generazione dei disagiati una funzione storicamente rivoluzionaria, e anzi la considera una classe in via di esaurimento: «La classe disagiata è il residuo umano lasciato dalle crisi di sovrapproduzione nel momento in cui non è più possibile finanziare il consumo improduttivo». E qui arriviamo alla parte del libro che ha colpito il mio interesse.

Come dicevo, compulsando il Web sono riuscito a procurarmi alcune, e devo dire assai interessanti e piacevolmente sorprendenti, pagine del libro di Ventura che sicuramente hanno disturbato non poco molti cosiddetti marxisti, e certamente la totalità dei keynesiani e neo/post keynesiani del nostro Paese. Si tratta della parte del saggio che critica il Capitalismo di stampo keynesiano entrato in sofferenza alla fine degli anni Sessanta, quando il lungo ciclo espansivo postbellico incominciò a dare evidenti segni di “stanchezza”, e la vulgata costruita intorno alla “controrivoluzione neoliberista” dalla “sinistra radicale”. Già solo questo fatto pone, a mio avviso, il libro di Ventura assai al disopra del “monumentale” (e molto sopravvalutato) saggio di Thomas Piketty sul Capitalismo del XXI secolo, il quale affronta il tema della diseguaglianza sociale in chiave classicamente keynesiana: «La lezione complessiva della mia ricerca è che il processo dinamico di un’economia di mercato e di proprietà privata, se abbandonato a se stesso, alimenta potenti fattori di divergenza» (p. 919).  Non la dottrina di qualche economista eterodosso, ma la prassi capitalistica già da tempo, e comunque certamente alla fine del XIX secolo, non dava alcun peso al mito del laissez faire. Paradossalmente – ma a ben considerare meno di quanto non sembri a prima vista –, solo gli antiliberisti ideologici hanno continuato a dar credito alle teorie dogmaticamente liberiste, attribuendo alla loro maligna influenza sui governi le magagne che minano la cosiddetta convivenza civile fondata sul – mitico – Patto sociale. Forse Ventura potrebbe convenire con questa mia interpretazione dei fatti.

«Il meccanismo descritto da Keynes suona ragionevole sulla carta, e ha funzionato magnificamente per decenni. Perché il sistema funzioni, lo Stato deve fare al capitalista quello che il capitalista fa al lavoratore. Da una parte preleva una quota del profitto privato, dall’altra la spende per assorbire il surplus prodotto dagli incrementi di produttività. Tutto perfetto, se non fosse che non c’è limite agli incrementi, quindi non c’è limite alla ricchezza che deve essere consumata per inseguirli, quindi non c’è limite alla quota che deve essere prelevata. In un contesto concorrenziale caratterizzato dalla corsa al ribasso dei prezzi – la famigerata competitività – questo inseguimento infinito non è possibile». Trovo particolarmente interessante la critica di Ventura del «paradigma keynesiano» perché essa si fonda sui concetti di lavoro produttivo e lavoro improduttivo, concetti di cui spesso mi sono avvalso anch’io per dar conto dell’ultima crisi economica internazionale (vedi Dacci oggi il nostro pane quotidiano**), della natura del cosiddetto Capitalismo cognitivo (vedi Capitalismo cognitivo e postcapitalismo. Qualunque cosa ciò possa significare), della cosiddetta controrivoluzione neoliberista e così via. Questo per far comprendere meglio la ragione del mio interesse.

Adesso mi pare di capire il retroterra politico-ideologico di non poche recensioni negative. Interessanti sono anche le citazioni di Paul Mattick, peraltro allievo di Grossmann, il quale criticò le politiche keynesiane dal punto di vista marxista quando ancora esse venivano considerate dai governi occidentali come l’ultima parola in fatto di economia politica, come la soluzione finalmente scoperta delle più gravi contraddizioni capitalistiche. Come ha detto il figlio di Mattick riflettendo sulla sfida lanciata dal padre al keynesismo, «Si è trattato semplicemente del tentativo di affermare che se Marx aveva ragione Keynes doveva essere in errore. Ed è successo che Marx aveva ragione e Keynes torto». Forse anche il nostro autore la pensa così.

Scrive Ventura: «Nel suo breve testo del 1971 Divisione del lavoro e coscienza di classe, il pensatore marxista Paul Mattick forniva una sintesi efficace del rapporto tra crisi del capitalismo, misure keynesiane e sviluppo del lavoro improduttivo: “L’espansione della produzione improduttiva indotta dallo Stato e da esso finanziata con il deficit del bilancio, cioè con massicce iniezioni di credito nell’economia ha mantenuto l’impiego a un livello che, lungi dal corrispondere al tasso di accumulazione indispensabile, è legato all’aumento costante del debito pubblico, della pressione fiscale e dell’inflazione. Allo stesso tempo, cresce regolarmente la parte del lavoro improduttivo nei confronti del lavoro sociale globale”. Mattick si riferisce all’attività di “insegnanti, medici, ricercatori scientifici, attori, artisti, ecc.”. A questi settori si possono aggiungere, senza troppe difficoltà, la funzione pubblica e la speculazione finanziaria».

Ancora il nostro: «La cosiddetta “rivoluzione neoliberista” degli anni 1970/1980, di fatto, non va considerata come una rottura ma come un’evoluzione del capitalismo monopolista di Stato di matrice keynesiana. Al fine di correggere le nuove contraddizioni che erano sorte in seno al sistema capitalista, gli avversari di Keynes spinsero per la liberalizzazione su due mercati: quello finanziario, così lubrificando la circolazione del capitale e il credito al consumo, e quello del lavoro, aumentando il tasso di sfruttamento (la quota dei salari sul plusvalore prodotto) per compensare la caduta del saggio di profitto». Adesso mi pare di capire il retroterra politico-ideologico di non poche recensioni negative del suo libro. Interessanti sono anche le citazioni di Paul Mattick, peraltro allievo di Grossmann, il quale criticò le politiche keynesiane dal punto di vista marxista quando ancora esse venivano considerate dai governi occidentali come l’ultima parola in fatto di economia politica, come la soluzione finalmente scoperta delle più gravi contraddizioni capitalistiche. Come ha detto il figlio di Mattick riflettendo sulla sfida lanciata dal padre al keynesismo, «si è trattato semplicemente del tentativo di affermare che se Marx aveva ragione Keynes doveva essere in errore. Ed è successo che Marx aveva ragione e Keynes torto». Forse anche il nostro autore la pensa così.  

Ora, mentre io, sulla scorta delle opere di Marx, di Grossmann e di Mattick e sul fondamento di un istintivo “odio di classe” nei confronti della vigente società disumana, traggo da tutto questo la conclusione che bisogna farla finita con il Capitalismo, con la maledizione del lavoro salariato, con la divisione sociale del lavoro, con ogni forma di dominio e di sfruttamento, cosa che postula necessariamente il superamento della divisione classista degli individui; ecco, mentre io avanzo al mondo (vedi quali smisurate ambizioni possono coltivare certi nullatenenti!) questa necessità, questa meravigliosa possibilità, Ventura mi sembra invece che si limiti a suggerire al “sistema” e ai suoi “colleghi di classe” che annaspano nel mare in tempesta della trasformazione sociale delle soluzioni (in primis, riscoprire l’importanza del lavoro produttivo, ossia della maledizione sociale di cui sopra) idonee a rendere economicamente sostenibile il Capitalismo, con un notevole beneficio anche sul terreno del Welfare (perché non esistono pasti gratuiti nel Capitalismo! ). Una leggerissima differenza fra le due posizioni mi sembra di scorgerla.

«Anche Carlo Formenti – scrive Ventura – mi attribuisce, sulla base dell’articolo di Valeria Finocchiaro, una tesi che nel libro non c’è, ovvero “l’ipotesi che l’inflazione di giovani laureati, a fronte di un mercato del lavoro che offre loro (se e quando li offre!) posti di lavoro sottopagati e mansioni al di sotto delle loro competenze, andrebbe affrontata praticando una sorta di “decrescita culturale” (riducendo cioè drasticamente il numero delle iscrizioni ai corsi universitari, in particolare a quelli di orientamento umanistico)”. […] Per risolvere questo problema non è necessario “ridurre drasticamente il numero d’iscrizioni ai corsi universitari”. Sebbene nel libro io eviti di formulare prescrizioni, resto convinto che non ci sarebbe bisogno di nessun numero chiuso in entrata se il sistema formativo fosse in grado di produrre dei ranking in uscita come avviene il qualsiasi altro paese OCSE. Questo motiverebbe un numero più alto di famiglie meno agiate a investire delle risorse nella formazione universitaria, che non sarebbe più percepita come l’inutile truffa che oggi evidentemente è». Il cuore della precisazione di Ventura credo stia nella frase: «non ci sarebbe bisogno di nessun numero chiuso in entrata se il sistema formativo fosse in grado di produrre dei ranking in uscita”», con cui Ventura fa quello che nega di aver fatto nel libro, e cioè prescrivere. Seguendo il suo ragionamento, se la sua prescrizione, ossia il suo programma politico, è trasferire la funzione di selezionare ed allocare le risorse umane dall’anarchia irrazionale (come a lui appare!) del mercato al dispositivo della formazione, occorre che quest’ultimo si doti di operatori all’altezza del compito, e cioè di specialisti prelevati dal segmento “alto” della classe media. E chi potrebbe farlo meglio dei giovani brillanti e intraprendenti che dimostrano di sapersi districare nella vexata quaestio, scrivendo ad esempio libri così lucidi e puntuali come Teoria della classe disagiata? La puzza di meritocrazia qui è forte. Ma mi posso anche sbagliare, si capisce.

La sto facendo lunga ed è tempo di mettere un punto conclusivo. Chiudo facendo correre un mio “cavallo di battaglia” (o chiodo fisso che dir si voglia): il «socialismo reale» come la più gigantesca balla speculativa del XX secolo. Scrive Ventura: «Non è solo nella contabilità che la teoria smithiana-marxista del lavoro improduttivo si è incarnata ai tempi dell’Unione Sovietica: esisteva addirittura una legge “contro il parassitismo sociale”, che puniva chi rimaneva senza lavoro per oltre tre mesi. Gli intellettuali potevano operare solo se iscritti all’Unione degli scrittori, che rilasciava la qualifica ufficiale di letterato e li retribuiva. In caso contrario, soprattutto se invisi al partito, gli scrittori rischiavano di essere condannati ai lavori forzati, come avvenne a Mandelstam e Brodskij. Sicuramente il dispositivo servì a controllare la produzione culturale. Ma più profondamente si trattava di sanzionare il lavoro improduttivo perché questo non era una risorsa per il sistema socialista bensì una minaccia. Nell’economia pianificata non c’è nessun plusvalore da realizzare, nessuna sovrapproduzione da tamponare: ci sono soltanto delle risorse (limitate) da spartire. Gli atti del processo a Brodskij del 1964 sono un documento eccezionale perché mostrano una concezione del lavoro culturale radicalmente diversa dalla nostra: anzi per noi spaventosa, assurda, ingiustificabile. Sicuramente la burocrazia sovietica non ha prodotto strumenti efficaci per regolare il rapporto tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo, eppure se proviamo ad astrarci un attimo dalla nostra ideologia, molte delle osservazioni mosse contro il poeta in quell’aula non sono così assurde».

Come si vede, anche il giovane intellettuale qui preso di mira assume il punto di vista della vulgata intorno alla natura “socialista” del regime stalinista, menzogna che ha grandemente favorito quella chiusura dinanzi alla possibilità di una Comunità semplicemente umana: «Se questo è il Socialismo, meglio tenerci il Capitalismo!». Non c’è dubbio, se non fosse che per la quisquilia che segue: l’economia sovietica non fu affatto un’economia socialista, né “reale” né “irreale”, ma un’economia che potremmo definire con molte cautele “dottrinarie” capitalistica di Stato; un Capitalismo di Stato largamente assistito dalla cosiddetta “economia informale” (privata e perlopiù illegale). Per questo sorrido quando leggo che «Nell’economia pianificata [dell’Unione Sovietica] non c’è nessun plusvalore da realizzare». Sulla natura storico-sociale dello stalinismo rimando ai miei diversi scritti sul tema scaricabili dal Blog.

Penso che l’impasse per così dire programmatica (il problematico che fare?) che ho colto nella presentazione catanese del libro di Ventura abbia in qualche modo a che fare con la chiusura dinanzi a un futuro di reale emancipazione umana realizzata in molta parte dalla menzogna epocale di cui parlavo. Solo lo strapotere sociale che non ci lascia vivere umanamente ci impedisce oggi di cogliere col pensiero le eccezionali possibilità di emancipazione che l’attualità del Dominio, al contempo, ci nega e ci offre. Come scrisse una volta qualcuno, oggi è più facile immaginare la fine del mondo che quella del Capitalismo. È ciò che chiamo tragedia dei nostri tempi, alla cui scrittura hanno concorso appunto i “comunisti” un tempo devoti a Stalin, a Mao e a qualche altro leader “comunista” impegnato a costruire da qualche parte il “paradiso terrestre”. Hanno costruito l’inferno e lo hanno chiamato paradiso! Non c’è, dunque, di che stupirsi nel costatare il disorientamento e l’impotenza politico-sociale che segnano la condizione dei dominati e di quanti avvertono il disagio di vivere in una società ostile all’umano. Per questo l’impasse programmatica di Ventura né mi stupisce né mi infastidisce, e anzi la preferisco di gran lunga a molte certezze “socialiste” esibite da personaggi che straparlano di “socialismo” e di “comunismo” mentre hanno in testa un regime sociale autenticamente capitalistico.

Il punto che però volevo evidenziare è questo: sotto sotto, il nostro ex disagiato sembra in qualche modo simpatizzare con l’approccio sovietico al tema e, soprattutto, alla prassi del lavoro improduttivo. E qui il pensiero di Ventura incrocia quello di Carlo Formenti, il quale scrive: «Ciò significa che dobbiamo arrenderci al realismo, smetterla di ragionare sull’ampliamento dei benefici sociali associato ai livelli di istruzione? Assolutamente no, però dobbiamo essere consapevoli che le uniche società che assumono tale ampliamento come obiettivo strategico, a prescindere dalle esigenze contingenti del ciclo capitalistico, sono le società socialiste. Altrimenti vale il principio di sostenibilità di cui parla Ventura». Ora, è appena il caso di ricordare la forte simpatia che Formenti nutriva per gli “esperimenti sociali” in atto in America Latina, soprattutto nel Venezuela chávista, per capire che quando egli parla di “socialismo” è il caso di impugnare la metaforica pistola.

La riflessione di Ventura conferma una delle pochissime certezze che mi trascino (non stancamente, per fortuna!) ormai da molti decenni: se non c’è rivoluzione, c’è solo conservazione. Ma anche: senza coscienza rivoluzionaria il pensiero che soffre ma non comprende rischia di precipitare nella disperazione o nel cinismo. Non esiste alcuna “terza via”, alcuna fase intermedia, alcun accomodamento possibile con il mondo disumano in vista di “tempi migliori”. Ed è per questo che spesso la mera descrizione di una realtà oggettivamente cattiva, finisce per far diventare cattivo (in tutte le accezioni possibili) anche il pensiero di colui che la descrive e che magari soffre, senza tuttavia comprendere la radicalità del male che denuncia. A volte rischiamo di avvitarci e di crogiolarci nel nostro stesso malessere, per addomesticarlo e placarlo in qualche modo, se non troviamo la via di fuga da esso. Del resto Ventura è uno che alla fine ha avuto il meritato (e non uso a caso questa parola) successo, o che “rischia” seriamente di averlo, e questo lo rende “oggettivamente” esposto alle critiche del collega di classe che annaspa nel retrobottega sociale e si sente dire da uno che (beato lui!) ce l’ha fatta che forse la soluzione consiste nel deflazionare le sue aspettative di vita, le sue infondate e velleitarie pretese, così inclini a trasformarsi in altrettante frustranti delusioni. Volere troppo è sommamente deleterio, se poi non hai la possibilità materiale di realizzare i tuoi sogni: non vivere al di sopra delle tue capacità e possibilità. Ecco, la società del – falso – benessere ha venduto a piene mani e a basso costo (vedi anche i voti politici di sessantottina memoria) irrealizzabili sogni di promozione sociale a tutti.

Forse sbaglio, ma la riflessione di Ventura mi sembra che spesso si muova dentro quel circolo vizioso disegnato negli ultimi anni dagli intellettuali “progressisti” (quelli “reazionari” alla Giuliano Ferrara ci sono arrivati molto prima!) che denunciano il buonismo e il permissivismo (nei costumi sessuali, nell’educazione dei figli, nell’approccio con i problemi della vita, in campo politico, in campo etico, ecc.) dilaganti nella nostra società. Questi intellettuali, alla Diego Fusaro e alla Massimo Recalcati, per intenderci, rispondono alla crisi esistenziale degli individui proponendo soluzioni in grado di portarli, non oltre il Capitalismo (ci mancherebbe), ma piuttosto dentro un assetto della società (capitalistica) meno problematico, meno frantumato, meno contraddittorio, più austero, più serio, più semplice da capire e da gestire. Una società nel cui seno il bianco è bianco, e il nero è nero; dove l’uomo è uomo, e la donna è donna (e possibilmente concepisce i figli alla vecchia e piacevole maniera, senza ricorrere a pratiche “eticamente discutibili” come l’utero in affitto); dove il padrone è il padrone e il lavoratore, soprattutto quello intellettuale, è lavoratore. Insomma, facciamocene una ragione del Karma sociale che abbiamo ricevuto in sorte.

(*) In alcuni passaggi “economici” del saggio c’è forse traccia della polemica che Grossmann sviluppò contro i teorici (Rosa Luxemburg compresa) delle «terze persone» di malthusiana memoria interessate unicamente alla realizzazione del plusvalore, ossia al consumo improduttivo delle merci senza il quale il Capitalismo sarebbe crollato miseramente per eccesso di merci invendute. L’autore de Il crollo del capitalismo (1928, Jaca Book, 1971) giustamente puntò i riflettori sul processo di valorizzazione, al tempo stesso processo tecnico di lavoro e processo di creazione del valore (valore e plusvalore), per spiegare i fenomeni essenziali che rigano l’economia capitalistica (crisi, speculazione, disoccupazione, esportazione di capitale, finanziarizzazione dell’economia, e così via).
(**) «Ci sono stati in passato Paesi che hanno vissuto, in toto o in gran parte, d’intermediazione finanziaria o mercantile. Essi però hanno potuto farlo solo nella misura in cui in altre parti del pianeta il Capitale ha pompato tutti i santi giorni plusvalore dal lavoro vivo sfruttato in grandi, medie e piccole aziende industriali (agricoltura compresa, naturalmente), e l’ha immesso nelle enormi arterie della circolazione capitalistica internazionale. Sbaglia di grosso chi crede che all’inizio del XXI secolo le cose stiano in modo diverso. Se, per assurdo, tutti i paesi del mondo dovessero decidere di vivere esclusivamente d’intermediazione, per risparmiare ai loro capitali il faticoso e rischioso passaggio dal processo produttivo di merci, non solo il sistema capitalistico mondiale collasserebbe in breve tempo (il tempo dell’esaurimento delle scorte), ma vedremmo morire di fame, di freddo e di stenti gli esseri umani, i quali, come già sappiamo, in questa epoca storica vivono di merci» (Dacci oggi…, Nostromo, 2012, p. 8).

CATALOGNA. SUL PONTE SVENTOLA LA BANDIERA BIANCA! E NON SI CANTA L’INTERNAZIONALE…

L’ex Presidente della Catalogna Carles Puigdemont per molti è un eroe della ribellione indipendentista e della libertà. In questi ultimi tempi mi è capitato spesso di citare Franco Battiato, e oggi lo faccio ancor più volentieri anche come augurio di una sua pronta guarigione dopo l’ultima dolorosa caduta: «Abbocchi sempre all’amo. Le barricate in piazza le fai per conto della borghesia che crea falsi miti di progresso». Quando ci vuole, ci vuole!

Come ho scritto l’altro ieri, per me si tratta di battersi tanto contro l’unionismo spagnolo e l’attuale repressione giudiziaria e poliziesca scatenata da Madrid, quanto contro il secessionismo catalano, un progetto capitalistico al 100 per 100. Non si tratta di una posizione indifferentista, come sostengono coloro che sono abituati a pensare solo in termini di posizionamento (schieramento) interborghese (o stai con questa cosca capitalistica, supposta come il male minore, oppure con quella concorrente, supposta come “la peggiore”), ma di una posizione che cerca di costruire l’autonomia di classe a partire dalla disperata situazione in cui si trovano le classi subalterne di tutto il pianeta.

Ieri a Barcellona si gridava contro Madrid: «Questa non è giustizia, è dittatura! Questa non è democrazia, è fascismo!». Non sono d’accordo: questa è la giustizia borghese, questa è la democrazia borghese. Qualcuno ieri mi ha obiettato che nei miei post sulla crisi catalana non prendo in considerazione il carattere franchista (o fascista) del regime spagnolo; rispondo con una citazione: «Quando si usano le parole a casaccio finisce che si hanno idee a casaccio e si fanno proposte a casaccio. Il Governo PP-PSOE non è fascista: è un normale governo “democratico” come “democratico” è il governo di Trump, di Angela Merkel o di Paolo Gentiloni; solo gli incrollabili amici della democrazia borghese chiamano “fascisti” i governi quando manganellano i manifestanti, mettono le bombe sui treni, limitano il diritto di sciopero, partecipano ad aggressioni militari, ecc…; non hanno ancora capito che la democrazia borghese può essere violenta tanto quanto certi regimi fascisti» (Antiper). È sufficiente ricordare la repressione degli anni Settanta del secolo scorso in Italia e in Germania per capire con quanta maestria la democrazia capitalistica sappia dosare l’uso della carota e del manganello, della scheda elettorale e del carcere. Sulle superstizioni democratiche coltivate da molti sinistrorsi cosiddetti radicali, rinvio a miei diversi scritti (*).

In un precedente post avevo messo in luce il carattere leghista (soprattutto del leghismo delle origini, quello caldeggiato da Gianfranco Miglio, per intenderci) del movimento indipendentista catalano, e la sua connessione con la globalizzazione capitalistica, la quale tende a ridisegnare gli assetti politico-istituzionali dei Paesi e dei continenti seguendo le linee di forza generate dal processo capitalistico di produzione/distribuzione della ricchezza sociale. «Nella vecchia logica dello Stato moderno», scriveva Miglio, «si cercava ciò che poteva unire le nazioni e si rifiutava ciò che le divideva. Oggi la gente rifiuta questa maniera di ragionare. L’hanno rifiutata in Cecoslovacchia, la stanno rifiutando in Belgio e in Canada, per non parlare dell’ex impero russo. A poco a poco questa linea verrà respinta dappertutto, perché prevarrà la forza dell’economia, del mercato mondiale». Mi è ritornata in mente questa intelligente riflessione ieri sera, dopo aver letto l’ultima dichiarazione di Puigdemont dall’esilio (?) belga: «Il leader del Pdecat, Puigdemont, si considera in esilio anche se oggi ha detto che questo non gli impedirà di fare campagna, “visto che viviamo in una società globalizzata”» (ANSA). Ricordate il concetto di GloCal che impazzò durante l’epoca d’oro dell’ideologia globalista? Pensare globale e agire locale, si diceva. Ecco, l’ex Presidente della Generalitat, che si è detto pronto a consegnarsi «alla vera giustizia, quella belga» (prendo nota, non si sa mai…), sembra incarnare al meglio lo spirito GloCal.

L’interessante analisi di Oriol Nel·lo Colom (Limes) sembra avvalorare quanto appena detto: «Il processo d’integrazione europea – uno dei frutti più lampanti della dimensione politica della globalizzazione – è percepito come una cornice che, invece di frenare l’anelito indipendentista, ne assicura la viabilità, offrendo una struttura di protezione e di inquadramento per l’eventuale nuovo Stato. Da qui l’apparente contraddizione di un movimento sovranista che, a differenza di quelli nazionalisti xenofobi, si definisce europeista, benché il processo d’integrazione comunitaria comporti necessariamente una riduzione della sovranità degli Stati. Il movimento indipendentista catalano si inscrive dunque nella tendenza verso il rescaling della politica europea, che ha trovato terreno fertile in Scozia, nelle Fiandre e nel Paese Basco. Il fatto che, nonostante l’apparente immutabilità delle frontiere europee, sia emersa nell’ultimo quarto di secolo una nutrita schiera di nuovi Stati nel continente, molti dei quali hanno aderito all’Ue, ha anche contribuito a evidenziare l’esistenza di una finestra di opportunità per il movimento indipendentista. Da qui i continui richiami all’intermediazione europea da parte del suo corpo dirigente. Di contro, l’Unione Europea si è mostrata refrattaria a farsi coinvolgere, quantomeno pubblicamente, mentre la causa indipendentista non ha trovato sponde in alcun governo d’Europa, né in alcuna delle principali organizzazioni internazionali». La costruzione di un polo imperialista europeo in grado di competere con Stati Uniti e Cina non è esattamente un pranzo di gala e trova lungo il suo percorso ostacoli vecchi e nuovi.

«Migliaia di catalani si sono concentrati in tutto il paese davanti ai luoghi di lavoro a mezzogiorno per un minuto di silenzio all’appello delle organizzazioni della società civile indipendentista per protestare contro il “processo politico” avviato contro il Govern. Centinaia di persone si sono riunite davanti al Palazzo della Generalità a Barcellona gridando “Puigdemont è il nostro Presidente”, “Llibertat!” e cantando l’inno di Els Segadors» (La Stampa). Els Segadors, dunque!

Bon cop de falç!
Bon cop de falç, defensors de la terra!
Bon cop de falç!

Ara és hora, segadors!
Ara és hora d’estar alerta!
Per quan vingui un altre juny
esmolem ben bé les eines!

Que tremoli l’enemic
en veient la nostra ensenya:
com fem caure espigues d’or,
quan convé seguem cadenes!

Buon colpo di falce!
Buon colpo di falce, difensori della terra!
Buon colpo di falce!

È giunta l’ora mietitori!
È giunta l’ora di stare all’erta!
Per quando verrà un altro giugno
teniamo affilati gli arnesi!

Che tremi il nemico
vedendo la nostra insegna:
come facciamo cadere le spighe dorate,
quando è opportuno seghiamo le catene!

Ecco! Le catene bisogna segarle, non renderle più forti marciando a fianco del nemico di classe! E ovviamente questo vale per le classi subalterne non solo di Barcellona e di Madrid, ma di tutto il mondo. Come sottrarci alle lotte di potere intercapitalistiche (su scala locale, nazionale e internazionale)? Come costruire l’autonomia di classe e demistificare l’ideologia dominante (che trova alimento anche nell’eterno e falso dualismo tra democrazia e fascismo)? Come estirpare la pianta velenosa del nazionalismo delle piccole e delle grandi patrie? Questo è il tema che personalmente mi interroga in quanto proletario anticapitalista.

Compagni catalani e spagnoli, «teniamo affilati gli arnesi» contro il capitale, non contro una capitale (Barcellona o Madrid che sia)! Caspita, per un attimo ho creduto di essere Vladimiro… Sarà per via del noto centenario.

(*) solo alcuni titoli:

STATO DI DIRITTO E DEMOCRAZIA TRA MITO E REALTÁ

SULLA CRISI DELLA DEMOCRAZIA

LA “BELLA POLITICA”, DA PERICLE A PIPERNO