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La dolce morte del dominio sociale nella comunità umana

Riflessioni critiche intorno all’attualità del dominio e alla possibilità della liberazione.
Nelle più acute crisi sociali, soprattutto nelle guerre mondiali, possiamo osservare fisicamente l’esplodere dell’enorme energia che si accumula nel cozzare delle “faglie” temporali (il futuro preme contro il presente). Per questo cresce il dolore e il disagio in coloro che riflettono sulla cattiva condizione umana, e non riescono proprio a mandar giù la maledizione per cui gli individui non riescono a venir fuori dal cerchio stregato della disumanità (la società che attribuisce valore solo a ciò che si può vendere con profitto: uomini, cose, idee, emozioni, ecc.) quando la tecnologia, la scienza, le informazioni e le capacità organizzative permetterebbero a tutti, già oggi, una vita felice, un’esistenza non sottoposta all’imperio delle totalitarie esigenze economiche, non dilaniata dalla competizione universale per la conquista di una fetta della torta, di un “posto al sole” (in fabbrica, in ufficio, tra gli amici, nel mondo, ovunque), in una sola parola: un’esistenza umana. «Sapersi come un frutto appeso all’albero, che non potrà mai maturare per la troppa ombra e vedere, vicinissimo, il sole che ci manca» (Nietzsche): è ciò che chiamiamo, senza enfasi né «pathos rivoluzionario» ma con asciutto realismo, la tragedia dei nostri tempi.



  • La Tigre e il Capitalismo
    Introduzione storico-politica allo studio della Cina del XXI secolo.
    Per capire il vero significato dell’enorme balzo in avanti compiuto dal capitalismo cinese negli ultimi trent’anni, occorre guardare la storia della Cina maoista da una nuova prospettiva. Allora si vedrà come il «socialismo» non ha mai avuto a che fare con l’enorme Paese asiatico, e come l’odierno «socialismo di mercato» non sia che una squallida e ridicola barzelletta che non riesce più a coprire la realtà sociale della nuova fabbrica del mondo.

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Si concentrano mezzi di produzione, si centralizzano capitali monetari già formati. Nella teoria “economica” marxiana, che fonda su un terreno esplicitamente rivoluzionario la critica dell’economia politica (di qui le virgolette di cui sopra), i due fondamentali concetti sono intimamente connessi, tanto sul piano storico-sociale quanto su quello logico-economico.

I fenomeni cui quei due concetti si riferiscono hanno segnato il processo genetico di formazione del Capitalismo. Attraverso la concentrazione dei mezzi di produzione (macchine e materie prime) in fabbriche sempre più grandi il Capitale acquista una reale dimensione sociale: annientando la dispersa e disarticolata piccola produzione di manufatti che aveva come soggetti i lavoratori indipendenti e i piccoli/medi artigiani esso realizza le condizioni di un reale rivoluzionamento dell’intero assetto sociale, che cade per nella sua piena disponibilità. Il Capitale diventa la potenza sociale di questa epoca storica.

Concentrare significa ammassare intorno a ogni singola capacità lavorativa una massa sempre più grande di mezzi di produzione, e questo al contempo realizza e presuppone una sempre più alta produttività sociale del lavoro, oltre che una sempre più accentuata e radicale alienazione del lavoratore, il quale diventa mero oggetto della produzione, non più che un’appendice del suo strumento di lavoro. L’impiego sempre più massiccio e a sua volta concentrato della scienza è parte integrante e fondamentale del complesso fenomeno sociale (dalla concentrazione alla alienazione, passando per la crescita della produttività sociale del lavoro) sommariamente accennato.

Attraverso la centralizzazione di capitali monetari già esistenti si sviluppa un sistema creditizio e finanziario sempre più esteso, capillare e potente. Naturalmente la disponibilità di masse sempre più ingenti di capitali in poche mani rende possibile anche una più accentuata e rapida concentrazione dei mezzi di produzione: «La centralizzazione completa l’opera dell’accumulazione mettendo in grado i capitalisti industriali di allargare la scala delle loro operazioni» (K. Marx, Il Capitale, I, p, 687, Ed. Riuniti, 1980).

Può sorgere la domanda: storicamente ha avuto luogo prima la concentrazione o la centralizzazione? Non dico che la domanda ha lo stesso status concettuale, per così dire, di quella “classica” intorno alla primazia cronologica dell’uovo piuttosto che della gallina; affermo tuttavia che sul piano storico i due fenomeni considerati si sono reciprocamente intrecciati così intimamente, e si sono così spesso reciprocamente presupposti, che la domanda non mi sembra di quelle dirimenti. Ma ammetto che si tratta di un giudizio del tutto soggettivo. D’altra parte, «Il rapporto capitalistico ha come presupposto la separazione fra i lavoratori e la proprietà delle condizioni di realizzazione del lavoro» (K. Marx, Il Capitale, I, p. 778), ed è quindi in questo momento – o processo – genetico che occorre comunque trovare la risposta a quella domanda. Si scoprirà allora che difficilmente si riuscirà a separare in modo netto le due prassi qui chiamate in causa.

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