WELCOME XI JINPING!

Scrive Antonio Polito sul Corriere della Sera di oggi: «La polemica che si è aperta nel governo sull’accordo Italia-Cina dimostra che il sovranismo è una categoria politica molto relativa, per quanto assoluta e inflessibile voglia apparire. È bastata infatti una intesa bilaterale, anzi, un memorandum di intesa, per far temere a Salvini il rischio di una “colonizzazione” dell’Italia. Dopo mesi passati a difendersi da un’Europa dipinta come nemica, eccoci qui a scoprire che ogni relazione internazionale comporta un condizionamento, quando non una limitazione, della propria sovranità. Perché così funziona il mondo interconnesso; e se non sei connesso, non sei». Semplicemente. Polito chiama «mondo interconnesso» ciò che io chiamo Capitalismo/Imperialismo, ma il concetto è il medesimo, e solo la cieca e miserabile ideologia sovranista, non importa se declinata da “destra” o da “sinistra”, non permette di vedere ai suoi sostenitori il gigantesco «stato di cose» che lo sottende.

Ma alla vigilia del viaggio del Presidente cinese Xi Jinping in Europa, voglio qui ricordare il massacro di studenti e operai che si consumò in Cina nel giugno del 1989; lo faccio non per mettere in cattiva luce solo il regime totalitario cinese e il Governo italiano che si appresta a sottoscrivere con Pechino un importante accordo politico-commerciale: lo faccio soprattutto in odio al dominio capitalistico oggi trionfante in ogni parte del pianeta e in segno di solidarietà con gli sfruttati e gli oppressi che in tutto il mondo cercano di porre un qualche argine alla brutalità del Moloch chiamato Capitale, e che quando lo fanno rischiano di finire sulla strada, in carcere o sotto terra.

Scrive Wuer Kaixi, uno dei leader della rivolta di Tienanmen che sfidò in un dibattito l’allora presidente Li Peng: «Eravamo giovani e pieni di speranze, vedevamo mutamenti in tutto il mondo comunista, e pensavamo che anche in Cina i cambiamenti radicali fossero dietro l’angolo. Il regime invece mandò i carri armati per soffocare la nostra protesta pacifica». Wuer Kaixi chiama «mondo comunista» (l’Unione Sovietica e i suoi “Paesi fratelli”) quello che per me va chiamato con il suo vero nome: mondo capitalista. Come ho scritto altre volte, la strage di Tienanmen va considerata come una delle tantissime pagine che compongono il Libro Nero del Capitalismo mondiale.

Va ricordato che nel giugno 1989 la decisione di reprimere nel sangue il movimento sociale presa dai vertici dello Stato cinese ebbe come non ultima causa l’apparizione, accanto alle organizzazioni studentesche, di primi embrioni di un combattivo associazionismo proletario indipendente da quello “patriottico” offerto dal Regime-Partito: una minaccia ai tempi di sviluppo e ai ritmi di sfruttamento imposti dal progetto di fare della Cina una potenza di rango mondiale tanto sul terreno della competizione economica, quanto su quello della contesa geopolitica. Fatto! L’ascesa di una nazione nello scacchiere mondiale non è mai stata un pranzo di gala, tanto più se si tratta di una nazione così ricca di peculiarità (storiche, demografiche, ecc.) com’è indubbiamente quella cinese. Allora i “Cari Leader” tremavano al solo pensiero che il movimento sociale della metropoli potesse saldarsi con la lotta delle minoranze etniche, sottoposte a un controllo sempre più oppressivo e capillare.

The dark side of China

Oggi il controllo di tutta la società cinese può contare su una tecnologia davvero avanzata, mentre il “sistema della vita a punti” (Social Credit System) si propone agli occhi del capitalistico mondo come il più “intelligente” ed efficace modello di controllo e di repressione degli individui. Beninteso, i vecchi e cari sistemi di repressione non sono stati affatto abbandonati: i campi di internamento (o lager, chiamateli come volete) sono più attivi che mai, lavorano a pieno… regime, e sempre operativo è il lavaggio del cervello a cui il regime sottopone i «nemici della patria socialista», nonché «agenti al servizio delle potenze imperialistiche», insomma chiunque osi esternare un dissenso nei suoi confronti. Rieducazione attraverso il lavoro, lo chiamano. Il culto della personalità che ha come oggetto Xi Jinping è diventato così esibito sui media cinesi mainstream, che lo stesso Presidente cinese ha pensato bene di “consigliare” ai giornalisti di regime a non esagerare con gli elogi e la retorica adulatoria: «Occhio, che il mondo ci guarda». E per quanto mi riguarda, non è certo un bel vedere, diciamo. Lo so, questa mia dichiarazione di “benvenuto” al «principe rosso» (sic!) non sfuggirà all’occhiuta attenzione del personale preposto alla gestione del Social Credit System…