GEORGE ORWELL E IL VENTRE DELLO STALINISMO

george-orwell-bookLo stalinismo non fu una forma imperfetta o degenerata di comunismo, quanto piuttosto un’assoluta negazione – nella teoria e nella prassi – di quest’ultimo. Come ho scritto altrove, bisogna esercitare la massima ostilità critica nei confronti di chi, da sedicente “comunista”, continua a interpretare lo stalinismo come la continuazione dell’Ottobre con altri mezzi, nelle mutate circostanze interne e internazionali. Il Professor Sabino Cassese, ieri ospite della “rossa” sacerdotessa di Otto e mezzo, tra le tante sciocchezze ammannite al pubblico televisivo («Dal 1848 a oggi quasi l’intero Manifesto comunista di Marx ed Engels è stato realizzato») ha pure proferito la seguente perla storiografica: «Il comunismo sovietico fu una versione asiatica e zarista del comunismo marxista». Solo l’altra ospite, la “comunista” Luciana Castellina, è riuscita a superare l’Emerito in fatto di baggianate. E anche questo suona tutt’altro che strano alle mie orecchie. Trattasi dei «bassifondi mentali», per dirla con Orwell, dell’italico “comunismo”.

Lo stalinismo come espressione-strumento: 1. della controrivoluzione capitalistica internazionale dopo l’ondata rivoluzionaria postbellica, 2. dell’accumulazione capitalistica a ritmi accelerati in Russia e 3. della continuità imperialistica della Russia (di qui anche la scelta di promuovere innanzitutto l’industria pesante, a detrimento dell’industria dei beni di consumo e dell’agricoltura): questa, in estrema sintesi, è la tesi antistalinista che da sempre sostengo contro il partito del «socialismo reale» e contro il partito del Libro nero del comunismo. Inutile dire che per me quei due partiti non sono che le facce della stessa escrementizia medaglia.

Oggi mi servo, per così dire, del grande George Orwell per illuminare almeno un poco un aspetto dello stalinismo internazionale, e precisamente quello relativo ai giovani della classe media inglese (e occidentale in genere) in rapida decomposizione a causa della profonda crisi economica e agli intellettuali inglesi (e occidentali) “di sinistra” che negli anni Trenta del secolo scorso iniziarono a simpatizzare per l’Unione Sovietica, finendo per aderire completamente alla Chiesa Moscovita. Come il lettore avrà modo di capire, non parlo casualmente di Chiesa Moscovita. Cito alcune significative pagine di un breve saggio di critica letteraria, Nel ventre della balena, scritto dall’autore de La fattoria degli animali (1945) e di 1984 (1949) * nel 1940, cioè quando il patto russo-tedesco ancora reggeva. La portata universale e l’attualità della riflessione orwelliana appariranno di immediata evidenza alla considerazione del lettore avvezzo a non fermarsi sui riferimenti radicati su una contingenza storica ormai superata. D’altra parte, il senso di questo modesto post non è quello di alimentare una sterile polemica contro lo stalinismo residuale (vetero, post o 2.0 che sia), quanto quello di contribuire a tenere alta la guardia della critica rispetto ai fenomeni sociali dei nostri tempi, soprattutto quando essi coinvolgono le “larghe masse”.

A mio avviso, la logica e la prassi del Dominio oggi fanno impallidire le pur fosche aspettative di George Orwell, a dimostrazione che in assenza dell’uomo in quanto uomo, dell’uomo propriamente detto sognato e agognato dal migliore e fecondo pensiero di ogni epoca, tutto il peggio non è solo possibile ma assai probabile, ossia nell’ordine “naturale” delle cose. Buona lettura e ottima domenica a tutti.

libri-george-orwell-1984-l-hmgtksIl movimento è nella direzione di qualcosa non molto ben definita che si chiama comunismo. Fino al 1935 era considerato eccentrico negli ambienti letterari non essere più o meno “di sinistra” e un altro paio d’anni dopo si formò un’ortodossia di sinistra per la quale un certo gruppo d’opinione era diventato di rigore su certi argomenti. Aveva cominciato a guadagnar terreno l’idea che, o uno scrittore è fervidamente di sinistra, o non è scrittore. Tra il 1935 e il 1939 il Partito comunista esercitò un fascino quasi irresistibile sugli scrittori sotto i quarant’anni.

[…]

Com’è stata possibile una cosa del genere? E nello stesso tempo che cosa s’intendeva per “comunismo”? Sarà meglio rispondere subito alla seconda domanda. Il movimento comunista nell’Europa occidentale sorse come violenta opposizione al capitalismo, per degenerare in pochi anni in strumento della politica estera russa. Cosa probabilmente inevitabile quando il fermento rivoluzionario seguito alla guerra mondiale si spense … È più che naturale, quindi, che il movimento comunista inglese sia controllato da uomini che, mentalmente asserviti alla Russia, non hanno altro scopo che foggiare la politica estera britannica secondo gli interessi russi. Ché l’URSS non ha in politica estera più scrupoli delle altre grandi potenze. Alleanze, rovesciamenti di fronte ecc., che hanno un senso solo se parte del gioco della politica di forza, devono essere spiegati e giustificati in termini di socialismo internazionale. Ogni qualvolta Stalin cambia soci, il “marxismo” deve essere foggiato a colpi di maglio in una nuova forma **. Ciò implica bruschi e violenti mutamenti di “linea del partito”, epurazioni, denuncia, sistematica distruzione delle pubblicazioni del partito ecc. ecc. Il dogma indiscutibile del lunedì può diventare la condannabile eresia del martedì e così via. Ciò è avvenuto almeno tre volte da dieci anni a questa parte. Gli iscritti di un partito comunista occidentale da lunga data fanno in realtà parte di una catena di intellettuali, identificatisi con la burocrazia russa, e di un corpo lievemente più numeroso di lavoratori, fedeli alla Russia sovietica senza necessariamente comprenderne la politica.

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Nel ’35 la faccia dell’Europa era cambiata e con essa cambiò la politica delle sinistre. Hitler era salito al potere e aveva cominciato a riarmarsi, il piano quinquennale sovietico era stato coronato dal successo. La Russia ricomparve come grande potenza militare. Poiché i tre bersagli di Hitler sembravano essere la Gran Bretagna, la Francia e l’URSS, i tre paesi furono costretti a una specie di penoso rapprochement. Questo significava che il comunista inglese o francese era obbligato a diventare un buon patriota e un buon imperialista: cioè a difendere proprio quelle cose che aveva attaccato per quindici anni. Gli slogan del Comintern bruscamente passarono dal rosso al rosa. “Rivoluzione mondiale” e “Socialfascismo” cedettero il posto a “Difesa della democrazia” e “Fermiamo Hitler” ***.

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Ma perché nel mondo del 1935 quei giovani si orientarono verso una cosa così estranea a loro come il comunismo russo? Perché degli scrittori dovevano essere attratti da una forma di socialismo che rende l’onestà una cosa impossibile? La spiegazione sta in un fatto che s’era già annunciato prima della crisi economica e prima di Hitler: la mancanza di lavoro della classe media. La mancanza di lavoro non è semplicemente un fatto di disoccupazione

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StalinLeggeLenin11La civiltà occidentale aveva raggiunto il suo massimo culmine di autosvalutazione e il “disinganno” era immensamente diffuso. Chi poteva più prendere sul serio di passar tutta la propria vita nel solito modo della classe media, facendo la carriera militare o ecclesiastica, l’agente di cambio o il funzionario statale in India, o che so io? E quanti di quei valori per i quali i nostri padri avevano vissuto potevano ora essere presi sul serio? […] È significativo che questa gente riparasse quasi sempre nel cattolicesimo di Roma e non, per esempio, nella Chiesa d’Inghilterra, in quella greca o in qualcuna delle sette protestanti. Riparavano, cioè, nella chiesa che aveva un’organizzazione mondiale, una rigida disciplina, grande potere e prestigio. Né credo sia necessario cercare oltre il motivo onde i giovani scrittori del 1935 sciamarono nel o verso il Partito comunista. Era semplicemente per avere qualcosa in cui credere. C’era una chiesa, un esercito, un’ortodossia, una disciplina. C’era una Patria e un Führer. Tutti i fanatismi e le superstizioni che l’intelletto aveva apparentemente bandito potevano riaffluire, sotto un lievissimo travestimento. Patriottismo, religione, impero, gloria militare, tutto in una sola parola: Stalin. Dio: Stalin. Il diavolo: Hitler. Il paradiso: Mosca. L’inferno: Berlino. Titti i vuoti venivano colmati. Così, dopo tutto, il comunismo degli intellettuali inglesi è qualcosa di abbastanza spiegabile.

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Non c’è da meravigliarsi dunque che la gran tribù nota come “la gente di sinistra” non abbia avuto nessuna obiezione ad ammettere l’aspetto “purghe-Ghepù” del regime russo e gli orrori del piano quinquennale. Erano splendidamente incapaci di capire che cosa esattamente significassero ****.

1984-ingsoc* «Si tratta», scrive Teresa Cremisi nella Prefazione a La fattoria degli animali (Mondadori, 1985), «di opere uscite in momenti politicamente difficili e obiettivamente “inopportuni” secondo il parere della maggior parte degli esponenti dell’intellighenzia europea e americana. Soprattutto turbava il fatto che denunciasse in piena guerra, prima e dopo l’assedio di Stalingrado, gli elementi comuni che avvicinavano stalinismo a nazismo». Proprio questa inopportunità bisogna invece apprezzare, perché quasi tutti son bravi a nuotare nel senso della corrente, che allora nei Paesi “antifascisti” e “antinazisti” aveva nell’alleanza imperialistica centrata sull’Unione Sovietica e sugli Stati Uniti il suo potente motore. «Turbava e sconcertava – continua Cremisi – il fatto che un uomo di grande onestà intellettuale, legato al proletariato e alla sinistra internazionale da vincoli profondi e viscerali, indicasse in un apologo sferzante e in un lungo disperato romanzo gli orrori ai quali era giunta l’idea marxista nei paesi socialisti. ». Come ho scritto sopra, il fenomeno storico-sociale che porta il nome di Stalin non ha nulla a che fare con il marxismo, il quale peraltro è, a mio avviso, il solo strumento concettuale, al contempo politico e teorico, che permette un’adeguata interpretazione di quel fenomeno maledettamente dialettico nella sua genesi storica e sociale. Talmente dialettico, che perfino una persona dalla non comune intelligenza, dalla vasta cultura e dalla grande esperienza politica come fu indubbiamente Trotsky, ossia il più stretto collaboratore di Lenin durante il Grande Azzardo rivoluzionario del ’17, rimase impigliato alla superficie del fenomeno (di qui la denuncia della «cricca burocratica», del «Termidoro», del «bonapartismo» di Stalin, ecc.), mentre per l’essenziale il suo significato storico e sociale gli rimase inaccessibile.   Un simile destino toccò peraltro a gran parte dei comunisti russi e occidentali. Ora, siccome di “marxismi” ce ne sono stati – e purtroppo ce ne sono ancora – fin troppi, da tempo ho scelto il “disarmo unilaterale” dichiarandomi un perfetto non marxista.

** «Il partito che sventolava la bandiera rossa e che cantava l’Internazionale, non inciuciò forse persino con i nazifascisti ai tempi della grosse koalition russo-tedesca del 1939? Quanti sforzi fece allora il compagno Ercoli, il migliore degli stalinisti europei, per convincere un partito che si attardava sulla vecchia linea! E poi, mutatis mutandis, venne l’inciucio con Badoglio, e ancora dopo, e sempre cambiando quel che c’è da cambiare, ci fu l’inciucio, pardon: il «compromesso storico» con Moro (santificato dai “comunisti” solo dopo il suo assassinio) e Andreotti, seguì l’inciucio con il compagno Bettino, al quale l’onesto Enrico elemosinò l’appoggio in sede di Internazionale Socialista. E che sarà mai l’inciucio con il Caimano!» (Elogio dell’inciucio).

*** «Eventi spaventosi – come la carestia ucraina del 1933 – che provocano la morte di milioni di individui sono in realtà sfuggiti all’attenzione della maggioranza degli inglesi russofili […] Gli avvenimenti che si vorrebbe non fossero accaduti vengono ignorati e alla fine negati. Nel 1927 Chiang Kai-shek bruciò vivi centinaia di comunisti e ciò nonostante, in dieci anni, è divenuto uno degli eroi della sinistra. Poiché il riallineamento della politica mondiale lo ha portato nel campo antifascista, ci si accorge che il rogo dei comunisti non “conta” e forse non è mai accaduto» (G. Orwell, Appunti sul nazionalismo, 1945, in Nel ventre della balena, pp. 174-175). In certe circostanze, perfino 2 + 2 può dare (deve dare) come risultato un bel 5. È la stringente – matematica! – Logica del Dominio.

**** G. Orwell, Nel ventre della balena, pp. 151-156, RCS editori, 2010.

OMSA, CHE STATALISTI!

Tre brevi esempi di statalismo conclamato per chiudere in bellezza – si fa per dire – l’anno dello Spread.

Dio, com’è noto, non esiste. Odifreddi, purtroppo, sì.

Matematica impotenza

Ieri mattina (ore 6) ho visto la simpatica faccia del famoso matematico italiano Piergiorgio Odifreddi comparire al TG3 dopo l’intervento di Enrico Cisnetto. Della seria: sentiamo le due campane (liberale e progressista) su come venire fuori dalla crisi. La campana statalista ha prima stigmatizzato Obama e la BCE, rei di aver salvato il Sistema Finanziario a suon di trilioni di dollari e di euro; e poi ha concluso con un capolavoro concettuale di matematica limpidezza, questo: «Le banche private non vanno salvate col denaro pubblico, ma nazionalizzate. Lo Stato in fondo esiste per difendere i deboli». Ho sempre pensato che la comprensione del meccanismo sociale non sia un fatto di intelligenza o, men che meno, di scienza, ma piuttosto di coscienza («di classe»). Si può benissimo essere geni della matematica o della fisica, persino capaci di dare scacco macco a Dio attraverso formule ed esperimenti, e tuttavia rimanere, sul piano dell’interpretazione della prassi sociale, degli emeriti indigenti, bambini che ancora credono alle favole raccontate dai grandi. «C’era una volta il Leviatano. Non era un mostro, come lo stolto pensava, ma una dolce creatura che difendeva i più deboli». La società è una questione troppo seria per lasciarne l’interpretazione e la trasformazione agli scienziati. Prima i «più deboli» lo capiranno, e prima essi avranno la possibilità di aprire gli occhi sul mondo.

«Qui giace Palmiro Togliatti, impiegato modello di rivoluzioni parastatali» (Indro Montanelli).

“Comunisti” parastatali

Il giornale “Comunista” Liberazione rischia la chiusura, sia perché vende pochissime copie, sia perché il Governo ha dato un taglio alle sovvenzioni della stampa e dell’editoria. Ci sono anche magagne interne al suo editore di riferimento (Rifondazione Statalista), ma su questo sorvolo. Naturalmente la mia solidarietà ai lavoratori di Liberazione è, come si dice in questi casi, incondizionata. Non voglio sollevare una questione sindacale, né un problema immediatamente politico, quanto piuttosto porre in rilievo la seguente “problematica” filosofica: quanto grande può essere l’abisso che separa la Cosa dal suo Nome? Infatti, come può un Soggetto Comunista appellarsi allo Stato Capitalista affinché dal Pubblico Tesoro gli arrivino i vitali capitali? Non può, è ovvio. È una domanda puramente retorica che mi ha fatto venire in mente le parole di Winston: «Se egli crede davvero di sollevarsi dal pavimento, e io, nello stesso tempo, credo di vedere che lo fa, allora la cosa succede» (G. Orwell, 1984). Poste alcune ideologiche condizioni, 2 + 2 può dare 5. Gli stalinisti ne sanno qualcosa!

A Winston i conti non tornano mai!

Statalismo di fine stagione

Leggo sul Manifesto di oggi: «Licenziamento collettivo per le 240 lavoratrici della Omsa, storico marchio italiano delle calze, malgrado gli accordi per riconvertire la produzione ed evitare la delocalizzazione. Vittime, più che della crisi, della sete di ulteriori profitti». I “comunisti” del Manifesto rimproverano a Mario Monti di non essersi posto il problema di come mettere al riparo dalla crisi e dalla sete snodata di profitti l’economia e la cultura industriale del Paese. Anche qui il Leviatano è presentato all’opinione pubblica nazionale alla stregua del cane da guardia degli interessi dei più deboli. Anche qui s’invita a credere che 2 + 2 = 5. Occhio alle gambe, gente: il Cane morde! E ingoia pure le calze…