IL MONDO SDOPPIATO DELL’ECONOMIA CAPITALISTICA

Pubblico alcune pagine dello studio “economico” che potete scaricare da questo blog: Il mondo sdoppiato dell’economia capitalistica. Uno studio sulla doppia natura dei «fattori produttivi». Il PDF è attingibile anche dai Testi scaricabili. Nel 1937 Henryk Grossmann, polemizzando con quei “marxisti” che si credevano «straordinariamente intelligenti per il fatto di aver arricchito il mondo di “materiali” grazie all’esperienza dell’ultima crisi», invitava coloro i quali volevano comprendere quegli stessi “materiali” a «ricominciare da capo con l’ABC della teoria marxiana». Un invito che presso chi scrive ha sempre il significato di un invito a nozze. Conosci le tue debolezze!

Due anime abitano, ahimè, nel suo petto,
e l’una dall’altra si vuol separare!
Goethe, Faust.

La tendenza, da parte di chi scrive, a mettere nel cono di luce il momento della creazione del plusvalore primario come base di ultima istanza della ricchezza materiale e finanziaria che circola sui mercati mondiali, ha forse creato nel lettore dei miei scritti “economici” l’impressione di una mia sottovalutazione dei fenomeni che prendono corpo nella sfera della circolazione e della distribuzione. Non è così. D’altra parte occorre tenere presente che la punta della mia critica sul terreno del dibattito economico degli ultimi quattro anni è stata quasi sempre rivolta contro i teorici della finanziarizzazione assoluta del capitalismo del XXI secolo, ossia contro i feticisti del cosiddetto Finanzcapitalismo. Contro questi teorici, che hanno visto realizzata la secolare e permanente tendenza della sfera della circolazione finanziaria a emanciparsi dalla sfera della produzione del valore basico a mezzo dello sfruttamento della capacità lavorativa industriale (settore agricolo compreso, ovviamente); contro questi feticisti della cornucopia, critici di una creazione del denaro a mezzo di denaro che essi hanno visto con orrore essersi infine concretizzata, passando dal mito – e dalla speranza del capitale – alla realtà, ho cercato di sostenere l’idea secondo la quale anche il gigantesco castello di carta eretto dalla Finanza (con annessa speculazione) si spiega, attraverso le mediazioni concettuali e reali che un’analisi non superficiale del meccanismo economico non manca di offrire alla nostra considerazione, con il processo allargato di accumulazione che ha nel capitale il suo soggetto e nel profitto il  suo motore. […]

In generale, spiegare l’attuale crisi economica internazionale a partire dal Moloch finanziario, come fa ad esempio Giulio Tremonti (diventato più “antimercatista” degli “antimercatisti” di sinistra), senza cogliere i giganteschi mutamenti intervenuti negli ultimi trent’anni nella struttura del capitalismo mondiale (la Cina, l’India e gli altri ex «paesi in via di sviluppo» come nuove fabbriche del mondo), significa rimanere alla superficie del problema, là dove facilmente si rimane impigliati nei stratosferici e ipnotici numeri esibiti dalla magica moltiplicazione dei pani e dei pesci – leggi valori cartacei, sotto forma di obbligazioni, titoli, derivati e quanto di meglio e di più sofisticato ha saputo offrire in questi anni la prodigiosa «fabbrica finanziaria». Quando gli economisti si limitano a denunciare l’«insostenibile» circostanza per cui l’«economia virtuale» vale dieci e più volte l’«economia reale» mostrano di non comprendere che cosa ha reso possibile questo apparente paradosso “valoriale”, il quale ha molto a che fare sia (immediatamente) con l’imperativo categorico del profitto, sia (mediatamente) con la dinamica dell’accumulazione capitalistica, assoggettata alle stringenti leggi della valorizzazione del capitale investito. […]

Non è che i fenomeni della circolazione hanno una scarsa importanza nell’analisi critica del processo economico; si tratta piuttosto di affermare l’idea secondo la quale essi acquistano un reale significato e una reale dinamica solo nella loro intima connessione con la sfera della produzione del valore. D’altra parte, a ben guardare, la sfera della circolazione non è che un momento, fondamentale, dello stesso processo di accumulazione del capitale, perché è lì che il processo di valorizzazione, con la creazione di valore e plusvalore attraverso l’uso capitalistico della capacità lavorativa, trova il suo snodo centrale, il suo necessario «salto mortale», con la trasformazione («metamorfosi») dell’astratto valore di scambio in prezzo e dunque in denaro. Questo sdoppiamento di un processo economico che in realtà si dà nella necessaria unità di tutti i suoi momenti (produzione, scambio, circolazione, consumo, accumulazione, riproduzione…) è peraltro la fonte di quel feticismo che Marx riscontrò già negli economisti classici, ma che si dispiegò in modo davvero radicale e «triviale» nell’economia politica postclassica, in parte anche in reazione alla concezione ricardiana della distribuzione del reddito. Ma è un po’ tutta la prassi economica capitalistica che appare sequestrata da un processo di sdoppiamento che ha dei precisi presupposti materiali, che non è, cioè, la conseguenza di un mero difetto d’intelligenza. È per questo che nei confronti del feticismo della merce occorre avere un atteggiamento critico, non ateo, e men che meno esorcistico: non si tratta né di illuminare le coscienze né di cacciare demoni, bensì di afferrare il nucleo capovolto della realtà. […]

La mistificazione che prendo in oggetto in queste pagine non nasce, in primo luogo, nella testa degli economisti e degli «attori dell’economia», ma nel processo di scambio fra capitale e lavoro, che si dà in modalità sdoppiata: prima nella circolazione (compravendita di capacità produttiva) e poi nella produzione (uso, o sfruttamento di questa capacità). Lungi dall’essere un’aberrazione del pensiero, la mistificazione è dunque parte integrante della realtà. Per questo sul terreno del feticismo delle merci l’illuminismo deve dichiarare la propria impotenza. Il finanziamento spericolato (vedi subprime) del consumo, soprattutto negli Stati Uniti, ha avuto soprattutto il significato di allargare la domanda per ogni genere di merce, forzando anche i limiti imposti al consumo dai discendenti livelli salariali, e la speculazione* che vi si è innestata deve essere considerata da questa prospettiva. Il fatto che a partire da un singolo mutuo, e quindi dal valore reale di una singola casa, si possono fabbricare una serie quasi smisurata di titoli, attraverso la magia della cartolarizzazione, ci dice che non un atomo di valore in più è stato creato nella società, ma piuttosto che lo stesso valore passa vorticosamente da una tasca all’altra, da un punto del mondo al suo antipodo, alla velocità della nuova tecnologia informatica. Si confida sul trend ascendente dei prezzi immobiliari e sul fatto che le famiglie che hanno sottoscritto un mutuo non possono fallire tutte nello stesso tempo. Fino a quando il gioco d’azzardo funziona non c’è agenzia di rating che non valuti accettabile il rischio assunto dalle «fabbriche finanziarie» e a concedere loro l’agognata tripla A. Persino l’austero FMI, prima del fallimento della Lehman Brothers, valutava del tutto trascurabile il rischio finanziario made in USA. La stessa operazione di diversificazione e diffusione dei rischi, resa possibile dalla cartolarizzazione parossistica dei mutui, appariva come un’ulteriore garanzia contro i rischi d’insolvenza.

«I derivati rappresentano sempre più un importante veicolo per diversificare i rischi e per allocarli agli investitori più capaci di gestirli», sostenne Alan Greenspan nel 1999, e allora nessuna voce si levò contro ciò che oggi suona come un vero e proprio «azzardo morale». Né i democratici americani ebbero molto da eccepire quando il presidente George W. Bush annunciò, nell’estate del 2002, di voler dare una casa a tutti gli americani, anche a quelli che non avevano soldi. «A questo c’è rimedio», disse il presidente: «Abbiamo bisogno di capitali per gli acquirenti a basso reddito: Fannie Mae e Freddie Mac faranno la propria parte» (Citazione tratta da AV, La grande crisi, Il Sole 24 Ore, ottobre 2008). Fino a quando gli affari vanno bene, e perfino chi non offre sufficienti garanzie patrimoniali può acquistare una casa, magari con la prospettiva di rivenderla e scontare un profitto, non c’è Cassandra che tenga, ed è dalla crisi dei tulipani olandesi della prima metà del XVII secolo che il mondo si chiede, a devastazione economica in corso: «come è potuto accadere?», per concludere puntualmente che «non deve più accadere».

Detto en passant, la bolla speculativa che si è creata negli Stati Uniti, basata in gran parte sul debito contratto dal Paese nei confronti della Cina e del Giappone (secondo questo circolo abbastanza vizioso: acquisto di merci e servizi cinesi e giapponesi da parte degli americani e ritorno in patria dei dollari spesi sotto forma di crediti concessi dalla Cina e dal Giappone), testimonia anche la perdita di competitività sistemica di quella che rimane la sola superpotenza globale del pianeta.

Il mercato ha preso dei rischi che non doveva prendere, lo Stato non ha controllato come avrebbe dovuto fare: tanto il primo quanto il secondo hanno fallito la loro specifica missione. Dopo ogni crisi è questo il mantra che si ode da ogni pulpito. Sono, queste, chiacchere belle e buone, rituali parole che non tengono in considerazione la sola cosa che nel capitalismo conti davvero: la ricerca ossessiva del profitto. Più che il fallimento del capitalismo, la crisi conferma piuttosto il fallimento della prospettiva di liberazione degli individui dal giogo del profitto, nonostante questa possibilità sia, dal punto di vista materiale (ossia dal punto di vista dei valori d’uso), sempre più a portata di mano. Lungi dal contraddire l’economia capitalistica, la crisi ne è piuttosto un aspetto essenziale, fisiologico, addirittura benefico nella misura in cui essa è, al contempo, il sintomo più evidente della “malattia” che periodicamente colpisce l’organismo che crea e distribuisce la ricchezza sociale, e il suo «processo di risanamento», soprattutto attraverso un doloroso trattamento di svalorizzazione universale di uomini e cose. Ed è esattamente quello che sta avvenendo dal 2008 negli Stati Uniti e in Europa. Nel Vecchio Continente il calcolo del rischio è diventato talmente difficile, persino aleatorio, anche per le note vicende legate al debito sovrano dei paesi dell’Unione e alla precarietà esistenziale della moneta unica, da sconsigliare le banche non solo a concedere prestiti alle imprese, salvo che non offrano garanzie a prova di bomba, ma a intessere rapporti con le altre banche. In ogni transazione non si vede più un affare, ma una potenziale magagna. Il denaro liquido tende a gelare nei forzieri delle banche e, come diceva Lenin, alla base del sofisticato capitalismo finanziario riappare il “vecchio” capitalismo, quello che esige la più stretta relazione tra un titolo (un’azione, un’obbligazione, ecc.) e il suo valore reale di riferimento. Il triviale valore di scambio delle merci si prende la sua rivincita! […]

Il plusvalore!

Scriveva Henryk Grossmann nel 1940: «Nella sua interpretazione del marxismo economico la dottrina dominante ha cancellato da esso proprio l’intera teoria del duplice carattere del lavoro, cioè proprio quello che costituisce il momento specifico del marxismo e lo distingue dai classici» (H. Grossmann, Marx, l’economia politica e il problema della dinamica, p. 51, Laterza, 1969). Non il valore di scambio della merce-lavoro (espresso nel salario), ma il suo valore d’uso (l’uso della capacità lavorativa nel vivo processo produttivo) è il presupposto della valorizzazione del capitale (conservazione del vecchio valore e aggiunta di valore ex novo o plusvalore): è la grande scoperta di Marx, che fa della sua economia critica una teoria del tutto nuova, originale rispetto alla teoria del valore di Smith e Ricardo. A questa fondamentale acquisizione teorica occorre aggiungerne un’altra, del tutto originale e concettualmente omogenea alla prima: la funzione che ha nel processo di accumulazione il valore d’uso delle merci espresse nel capitale investito in mezzi di produzione e in materie prime (il marxiano «capitale costante»).  Ciò che propongo è una riflessione «esoterica» intorno al processo di creazione del valore industriale, ossia di quel valore, che definisco basico o primario, sulla cui base si radica il processo di circolazione della ricchezza sociale mondiale «reale» e «virtuale», una distinzione, quest’ultima, che solo nei momenti di acuta crisi economica, come quella che stiamo attraversando, assume tutta la sua pregnanza teorica e pratica.

* «Nei confronti di tutti coloro che pensano che la speculazione sia soltanto un’”escrescenza” che non ha nulla a che fare con una sana espansione, noi sosteniamo l’opinione che la speculazione adempia una funzione necessaria. Essa rende possibile ai capitali sovraccumulati un investimento “redditizio”. L’economia borghese non vuol vedere queste connessioni. Essa nota soltanto i fenomeni come essi si mostrano alla superficie e si perde perciò nella accidentalità» (H. Grossmann, Il crollo del Capitalismo, p. 501, Jaca Book, 1977). Naturalmente sottoscrivo. L’economia del profondo, se mi è concesso civettare con Freud, iniziata da Marx cerca appunto di non cadere nel labirinto delle accidentalità.

IL MONDO PERDUTO DI TREMONTI

La rivista Aspenia, dedicata questo numero a I futuri del Capitalismo, ospita un’interessante intervista a Giulio Tremonti, che sembra aver beneficiato, sul piano della riflessione “teoretica” intorno al processo sociale capitalistico mondiale, della poco gloriosa fine del governo Berlusconi per mano “tecnica”. E con questo brevissimo accenno all’attualità politica tocchiamo già il cuore dell’argomentazione tremontiana, centrata proprio sulla critica della «fase degenerativa del capitalismo» che avrebbe esautorato la vecchia «sovrastruttura» politica, a partire dallo Stato Nazionale, reso in gran parte obsoleto da un «capitale dominante» (finanziario) che si muove alla velocità della luce su scala planetaria.

Tutto ciò che costituisce il logico (“dialettico”) sviluppo del Capitalismo agli occhi di Tremonti, e dei tremontiani di “destra” e di “sinistra”, appare come sua «degenerazione» e «patologia». Qual è la logica del Capitale? Il massimo e il più rapido profitto, è ovvio! Ovvio ma non evidente prima facie. Tuttavia, solo la complessità della Società-Mondo del XXI secolo, e il carattere feticistico immanente alla forma capitalistica di produzione della ricchezza sociale, impediscono di cogliere con facilità questa logica ferina, ossia la radicalità del male cui tutti siamo assoggettati.

Come la gran parte degli scienziati sociali Tremonti fabbrica un inesistente, e mai esistito Capitalismo, e poi calcola le deviazioni della realtà rispetto a questo modello («idealtipo») del tutto campato in aria, gonfiato con insufflate di ideologie sincretistiche, mitologie e pregiudizi d’ogni sorta – la maggior parte dei quali basati sull’idea del denaro come sterco del Demonio: «Il Santo Padre ha detto cose assai chiare e definitive a tal proposito». Non c’è dubbio…

Che l’odierna economia capitalistica, dominata dal Capitale Finanziario (ma guarda la novità!), sia interamente radicata nella logica del “vecchio” Capitalismo, «quello di Smith e Marx» che tanto piace agli amanti dell’«economia reale», al simpatico Giulio appare impossibile. Non si tratta di uno sviluppo necessario, i cui presupposti sono radicati nel rapporto sociale di dominio e di sfruttamento indagato da Marx, ma di una rottura epocale, di una deviazione, appunto, di una degenerazione, di una patologia. Tremonti individua per l’esattezza ben «quattro patologie». «Per secoli il sistema politico, economico, sociale del mondo occidentale è stato basato su due pilastri: La Ricchezza delle Nazioni di Adam Smith; Il Capitale di Karl Marx (G. Tremonti, capitalismo take away, Aspenia, n. 56, aprile 2012). Questo mondo non esiste più, è andato in frantumi negli ultimi vent’anni con la globalizzazione, basata sull’informatizzazione, «che ha via via trasformato una quota enorme e stra­tegica dell’economia in simboli e segni elettronici a circolazione globale istantanea e interconnessi in rete», e sul mercatismo, «l’ideologia che sovvertendo l’antico ordine po­litico liberale ha teorizzato e legittimato il dominio universale del mercato prima sullo Stato e poi su tutto il resto».

Posto che «il dominio universale del mercato» (leggi: del Capitale tout court) non è un recente acquisto dell’umanità, bensì una realtà ormai secolare che ha anche nello Stato un suo formidabile strumento di rafforzamento e di espansione (vedi soprattutto i paesi storicamente ritardatari sul terreno dello sviluppo capitalistico: Germania, Italia, Giappone, Russia, Cina, ecc.); detto questo, gli antimercatisti sono portati a esagerare il tasso di liberismo che ha caratterizzato l’economia mondiale basata sulla globalizzazione. Scrive Philip Coggan, riflettendo sui diversi modelli di sviluppo economico (anglosassone, europeo-continentale, cinese, e così via): «Eppure, a uno sguardo più attento, si dovrebbe notare che le differenze vengono spes­so esagerate. Il modello anglosassone non ha mai consentito la completa liberalizza­zione dei mercati. Il settore finanziario era soggetto a numerose forme di regolamenta­zione (forse non molto efficaci, ma questo è un altro discorso). Molteplici erano anche le forme di intervento nell’economia, come ad esempio le sovvenzioni ai coltivatori di zucchero in Florida o ai produttori di etanolo nell’Iowa» (P. Coggan, Il capitalismo anglosassone tra liberismo e regole, Aspenia).

Come ogni ideologo che si rispetti, Tremonti pensa che il Diritto abbia preceduto la società civile, e che fermo restando il rapporto sociale capitalistico la politica possa, o debba, dominare «sui mercati». Eppure non poche volte egli ha sostenuto, contro i sinistrorsi, che la politica non può costringere il PIL a crescere, e che la cosa migliore che essa può fare è diventare «un’infrastruttura dell’economia». Evidentemente il Professore non comprende la reale portata dei concetti che esprime.

Per quanto riguarda «L’odierna dittatura del denaro» (Tremonti), essa non è che un «ulteriore sviluppo della produzione delle merci» (Marx): «Estendendosi la circolazione delle merci, aumenta il potere del denaro, della forma sempre disponibile, affatto sociale, della ricchezza … La circolazione diviene la grande storta sociale dove tutto affluisce per uscirne come cristallo di denaro. Nulla resiste a questa alchimia, neppure le ossa dei santi e ancor meno altre meno rozze “res sacrosantae, extra commercium hominum”» (K. Marx, Il Capitale, I). Tremonti non solo non afferra la dialettica dello sviluppo capitalistico, ma tende a creare dualistiche polarizzazioni (merce e denaro, valori e prezzi, sfera produttiva e sfera finanziaria, «finanza etica» e speculazione, Stato e mercato, ecc.) là dove insiste un rapporto dialettico, peraltro tutt’altro che armonico e pacifico, e anzi pregno di forti tensioni antagonistiche, tra diversi momenti di una sola unità sociale, oggi di dimensione planetaria.

Egli guarda il grafico derivati-prodotto interno lordo mondiale e si lascia vincere dalla vertigine. Un pauroso «multiplo iperbolico – 10 forse 11 volte il prodotto interno lordo». Certo, cadere da quell’altezza, senza paracadute, può far male…

«L’ultimo capitalismo si è liberato dal vincolo della partita doppia. Si è spostato sul conto economico, abbandonando la base del conto patrimoniale. Questo non è stato solo un passaggio contabile, è stato soprattutto un passaggio politico e morale. Il conto patrimoniale è, infatti, il mondo dei valori. Il conto economico è invece il mondo dei prezzi». Ma i prezzi esprimono valori (di scambio)! Almeno “in ultima analisi”. «Il prezzo è il nome di denaro del lavoro oggettivato nella merce», scriveva Marx, non dimenticando di aggiungere questo fondamentale concetto: «tempo sociale di lavoro», occultato dalla natura feticistica della cosa-denaro. «Il conto patrimoniale è un mondo in cui vedi la struttura, la storia, l’origine, il presente e il futuro di una società e anche la sua missione industriale e morale. Il conto economico è invece un’altra cosa». Qui ancora una volta si allude al denaro come appare feticisticamente, ossia senza alcun rapporto con il lavoro sociale «astratto» che lo fa esistere in quanto «equivalente universale delle merci». «Se tutto il capitalismo vira sul conto economico e cessa di essere orientato nella logica della lunga durata, come è invece tipico e proprio del conto patrimoniale, se diventa corto e breve, perché così è la logica del conto economico, se non conta più la durata della società, ma l’anno sociale, questo a sua volta diviso in semestri, in trimestri, in fixing giornalieri, allora è chiaro che quasi tutto cambia. È così che il capitalismo ha preso la forma istantanea del conto economico. È così che è venuto via via configu­randosi un capitalismo di tipo nuovo, di tipo take away». Ma la «logica del conto economico», anzi: del calcolo economico, è la logico che muove anche le montagne, vale a dire la logica che fa capo al Capitale. È nella natura del Capitale, da Adam Smith in poi, escogitare metodi sempre più scientifici e sofisticati volti al conseguimento del massimo e più rapido profitto. Che questa necessaria bramosia si realizzi producendo solide merci o castelli di valori fittizi è, sotto quest’aspetto, del tutto indifferente per il singolo detentore di capitali e, se mai, è interessante indagare la relazione tra le due produzioni (quella «reale» e quella «virtuale»), alla luce del processo economico colto nella sua totalità, nella sua necessaria dimensione sociale.

D’altra parte, se negli ultimi vent’anni abbiamo assistito allo «spostamento ciclopico della ricchezza da Occidente a Oriente» (Mario Sechi, Il Tempo, 15 maggio 2012), ebbene ciò non è stato dovuto alla moltiplicazione dei valori fittizi, ma alla gigantesca massa di plusvalore smunta ai lavoratori cinesi, indiani, coreani e via di seguito, la quale, peraltro, ha anche alimentato quell’«economia del debito», oggi tanto bistrattata, che nel corso degli anni Novanta e almeno fino al 2005 ha permesso ai paesi occidentali, Stati Uniti in primis, di sostenere i consumi e, dunque, l’accumulazione capitalistica primaria (industriale, agricoltura compresa). E al contempo, nonché necessariamente, ha reso possibile l’inaudita espansione dei derivati, in ogni loro configurazione e articolazione. Dico questo solo per ribadire un concetto fondamentale, ossia che è del tutto infondato ogni tentativo volto a separare l’«economia reale» da quella «virtuale», la finanza “buona” da quella “cattiva”, o “oscura”, come vuole la fraseologia etica oggi di moda. No, decisamente il salto di qualità da dottore commercialista a filosofo-economista non è riuscito al Professor Tremonti.

Contrapporre il «Capitalismo di una volta» a quello odierno, nel cui seno abbiamo la ventura di vivere, significa non aver capito nulla della sua più intima natura. Lungi dal negare i cambiamenti enormi intervenuti nella struttura del Capitalismo negli ultimi due secoli, sostengo all’opposto – peraltro sulla scorta di Marx, ripreso poi da Schumpeter – che senza cambiamenti rivoluzionari, a tutti i livelli della prassi sociale, non si dà alcun Capitalismo.

Ma Tremonti non se ne dà per inteso e reclama il solido Capitalismo del bel tempo che fu, scivolando nel «triviale materialismo della cosa» che già l’avvinazzato di Treviri rimproverò al grande Smith. «Il ritorno a quello che per secoli è stato definito tout court come “capitalismo” non è la fine ma, all’opposto, è il ritorno alle origini. È, e deve essere, la fine della forma del capitalismo degenerato nella tecno­finanza, ma in realtà in un processo non molto diverso da una magia alchemica folle e mortale come in Faust e in Mefistofele».

Giacché parliamo del – mitico – Capitalismo delle origini, diamo nuovamente la parola a Marx, così coccolato da Tremonti: «Si cerca rifugio in questa astrazione, perché nello sviluppo reale del denaro ci si imbatte in contraddizioni sgradite all’apologetica del buon senso borghese, e che quindi debbono venir celate. Poiché la compra e la vendita, i due momenti essenziali della circolazione, sono l’uno all’altro separati nello spazio e nel tempo, non è affatto necessario che coincidano». La fabbrica della cornucopia s’insinua precisamente in questa scissione, e con i mezzi messi a disposizione dalla tecnologia fa di essa un abisso, affinché la speculazione “valoriale” possa essere più fruttuosa e duratura possibile. Ma l’abisso, che rischia di risucchiare il Nostro Professore, è solo apparente: «Quest’indifferenza può spingersi fino al consolidamento e all’apparente autonomia dell’uno nei confronti dell’altro. Ma poiché entrambi sono nell’essenza momenti di un’unica totalità, deve sopravvenire un momento in cui la forma autonoma viene spezzata con la violenza e l’unità interna viene ristabilita dall’esterno mediante una violenta esplosione. Così già nella determinazione del denaro come mediatore c’è il germe delle crisi, almeno la loro possibilità» (K. Marx, Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica, I). A mio avviso, l’andamento del saggio del profitto nel processo primario (industriale) di produzione della ricchezza sociale gioca un ruolo centrale nella trasformazione della possibilità in attualità della crisi, soprattutto nella sua fenomenologia capitalisticamente più “pura” e socialmente devastante.

La crisi spezza ogni velleità di emancipazione del denaro, e della struttura «chimerica» che su esso di innalza fino a raggiungere vertiginose altezze, e lo riconduce, dopo un periodo più o meno lungo di ubriacatura speculativa, alla sua umile origine, nonché fondamento di ultima istanza, ossia al lavoro sociale, dal cui sempre più intensivo sfruttamento origina il fondamento di ogni più ardita speculazione finanziaria: il plusvalore. L’alchimia di cui parlava Marx non ha nulla a che fare con la «magia alchemica folle e mortale come in Faust e in Mefistofele» che tanto inquieta Tremonti?

La miracolosa moltiplicazione dei pani e dei pesci, sotto forma dei più sofisticati prodotti finanziari (quelli che ultimamente hanno messo in crisi la JP Morgan, la quale aveva beneficiato nel settembre del 2008 del fallimento di Lehman Brothers e della vendita di Merrill Lynch: è la coazione a ripetere della cornucopia!); questo vero e proprio miracolo economico, dicevo, può darsi solo sulla base del miserabile (se confrontato con l’insaziabile appetito del Mostro) presupposto appena accennato. La creazione ex nihilo compete esclusivamente alla Potenza che domina i Cieli, mentre quella che domina il pianeta deve scendere a compromessi con il sudore dei lavoratori produttivi. Che triste destino! E, dialetticamente, è proprio questo limite immanente al concetto stesso di Capitale che per un verso rafforza la tendenza della sfera finanziaria a rendersi autonoma da quella immediatamente produttiva, a volte troppo avara di profitti; e per altro verso spinge una parte sempre più cospicua del capitale industriale a cercar fortuna sul mercato creditizio e speculativo, per l’identico motivo. Ancora una volta la dialettica del processo sociale si oppone nel modo più tetragono a ogni concezione ideologica della società capitalistica, soprattutto a quella che pietosamente e ridicolmente cerca di separare i suoi «lati buoni» dai suoi «lati cattivi».

Tremonti denuncia la «dittatura del denaro». Ieri Giuseppe Vegas, presidente della Consob, ha detto che è ora di finirla con «la dittatura dello spread». Il concetto di Capitale – sans phrase – come totalitarismo sociale dell’economia basata sul profitto è pane troppo duro per i denti dei funzionari delle classi dominanti.