DIVISE IN GUERRA

Pare che il dollaro si avvii mestamente a lasciare la prestigiosa e lucrosa posizione di moneta regina del Sistema Finanziario Mondiale. «Se le cose stanno così, si tratta di una bella notizia», ha chiosato un lettore di un articolo pubblicato sul blog The iconicon post del 16 settembre scorso che annunciava i due «eventi epocali» che seguono: 1. «Per la prima volta dal 1970, quando Henry Kissinger ha forgiato un accordo commerciale con la casa reale dei Saud per vendere il petrolio utilizzando solo dollari, la Cina ha annunciato la sua intenzione di bypassare il dollaro per la compravendita mondiale di petrolio e ha iniziato a vendere la merce usando la loro propria moneta»; 2. «Venerdì 7 settembre la Russia ha annunciato che, a partire da oggi, fornirà alla Cina tutto il petrolio greggio di cui essa ha bisogno, non importa quanto ne voglia, non ci sono limiti. La Russia non venderà il greggio alla Cina usando il dollaro americano» (Intervista a Natty Bumpo alla radio Just Measueres Radio Network dell’11 settembre).

Se si tiene presente il ruolo che i petrodollari hanno avuto nel corso del mezzo secolo che ci sta alle spalle nel Sistema Finanziario Mondiale, con le sue enormi ripercussioni tanto nella sfera della cosiddetta economia reale quanto nelle relazioni politiche tra le potenze capitalistiche, si comprende bene tutta la portata di quelle due “notizie bomba”. Certo non fu un caso se la prima crisi petrolifera (1973) esplose nel momento in cui si verificarono quei profondi cambiamenti nell’economia mondiale che segnarono la fine del lungo ciclo economico espansivo iniziato nel secondo dopoguerra, a cominciare dalla dissoluzione del sistema monetario internazionale stabilito nella Conferenza di Bretton Woods (luglio 1944), la quale ratificò, contro le aspettative di J. M. Keynes, sostenitore degli interessi capitalistici britannici, la supremazia finanziaria americana e la volontà degli USA di sostenere attivamente la ripresa dell’economia europea. Scriveva Daniel Yergin nel 1991, mentre i pozzi petroliferi del Kuwait, liberati dalle forze multinazionali dell’ONU, ancora pativano la bruciante rappresaglia irachena: «Il petrolio rimane la forza trainante della società industriale e la linfa della civiltà che ha contribuito a creare. È ancora la base delle più grandi imprese mondiali. E rimane anche, come è stato dimostrato nell’estate  e nell’autunno del 1990 [invasione irachena del Kuwait ], un elemento essenziale di potere nazionale, un fattore preponderante nelle economie mondiali, un motivo essenziale di guerre e conflitti e una forza decisiva negli affari internazionali (D. Yergin, Il premio, p. 627, Sperling, 1991). Dopo venti anni mi sembra che poco ci sia da cambiare, e difatti è possibile leggere, mentre il mondo sembra si prepari a fare il suo trionfale ingresso nella green economy e nell’immateriale più spinto, analisi di questo tenore: «Attualmente il petrolio è la risorsa naturale più scambiata sulle piazze finanziarie mondiali e tutti i mercati sono divenuti sensibilissimi alle fluttuazioni della sua quotazione. E così un rialzo del prezzo del petrolio si traduce in maggiori costi per la produzione industriale mondiale, si ripercuote sulle stime degli utili e della crescita delle società quotate in borsa e soprattutto causa fiammate inflazionistiche difficilmente controllabili dalle ordinarie politiche monetarie dei singoli paesi» (Cos’è il petrolio finanziario?, dal  blog Crisi Finanziaria). Ma non divaghiamo! Ovvero: sto divagando?

Le “belle” notizie di cui sopra non giungono tuttavia inattese, a freddo. Scriveva ad esempio Robert Gilpin nel 2000: «Che l’egemonia americana sulle questioni monetarie possa essere ristabilita sembra improbabile; il dollaro deve competere con altre valute, e sicuramente sempre più con l’euro. Il declino relativo dell’economia americana e il valore fluttuante del dollaro rendono improbabile che l’incontrastato dominio monetario americano venga ristabilito … L’egemonia del dollaro è chiaramente finita, e d’ora in poi esso dovrà dividere il palcoscenico con l’euro e lo yen» (R. Gilpin, Le insidie del capitalismo globale, pp. 121-122, università Bocconi Editore, 2001). Nel frattempo alle due divise concorrenti se n’è aggiunta una terza, basata sul potente capitalismo cinese, assetato di materie prime d’ogni genere, a partire dall’oro nero, il cui prezzo mondiale è ancora fissato in dollari-barile. Il dollaro come moneta sovrana delle transazioni petrolifere è forse l’ultimo retaggio di Bretton Woods. E qui ritorna la scottante faccenda dei petrodollari e della guerra delle divise, la quale va messa in stretta relazione alla guerra commerciale globale, che si è arricchita proprio in questi giorni della minaccia del Presidente Obama di denunciare la Cina al WTO a causa delle sovvenzioni del governo cinese al settore automobilistico e dei ricambi auto. «Il punto chiave», ha spiegato all’agenzia di stampa Reuters un funzionario della Casa Bianca, «è che la Cina deve giocare secondo le regole del sistema commerciale globale. Se non lo farà l’amministrazione Obama agirà per assicurare che gli interessi e i lavoratori americani possano competere su un piano di parità». È davvero ammirevole la cura dell’amministrazione democratica nei confronti dei «lavoratori americani»: yes, we can! Ma lo sfidante Romney promette di essere ancora più amorevole, e soprattutto più duro nei confronti delle maledette «potenze asiatiche»; il pallino del candidato repubblicano è la presunta manipolazione del tasso di cambio dello yuan da parte del governo di Pechino.  Si prepara un nuovo accordo stile Hotel Plaza? Gli interessi dei lavoratori americani sono davvero in buone mani: altro che Agenda Monti!

Prima che la crisi finanziaria si spostasse dal suo epicentro statunitense per colpire l’Europa, Pechino aveva fatto sapere di voler affiancare l’euro al dollaro nelle transazioni commerciali della Cina, lasciando trasparire l’intenzione di volere abbandonare progressivamente al suo destino la declinante divisa americana. Allora gli europeisti più convinti e non pochi antiamericani di vocazione e di mestiere alzarono i calici per brindare: «L’euro è una storia di successo!» Nell’estate del 2011 il progetto subì un brusco rallentamento, non appena apparve chiaro che la crisi del debito sovrano metteva in discussione la stessa esistenza della moneta unica europea. A quel punto il creditore del mondo (la Cina) ingiunse ai partner occidentali posti tra le due sponde dell’Atlantico una rapida e profonda ristrutturare delle loro obsolete economie e dei loro costosi Welfare, in modo da non pregiudicare ulteriormente la loro posizione debitoria nei suoi confronti e di contribuire alla ripresa dell’economia internazionale, il cui declino mette a repentaglio non solo i profitti e i crediti cinesi, ma anche la “pace sociale” nel Celeste Impero del Capitale.

Detto di passata, la crescente tensione nazionalistica tra Cina e Giappone non è estranea – anzi! – alle tensioni sociali che si stanno accumulando nelle due tigri asiatiche, nella prima a causa di un relativo rallentamento nel ritmo di crescita economica (sotto l’8 per cento annuo la società cinese entra in fibrillazione), nel secondo a motivo della perdurante crisi sistemica, il cui inizio rimonta, non certo casualmente, al 1985, anno in cui i rappresentanti di USA, Germania, Francia, Giappone e Inghilterra si riunirono al già menzionato Hotel Plaza di New York e decisero una sostanziale rivalutazione del marco e dello yen – alla fine degli anni Ottanti la divisa giapponese si rivalutò del 40%, azzoppando gravemente la capacità competitiva nipponica, e spingendo il capitale del Sol Levante verso scorribande speculative non sempre coronate dal successo.

La domanda che a questo punto mi pongo, e che pongo al lettore (col quale mi scuso per l’andamento ondivago e persino rapsodico di questo pezzo) è questa: in che senso tutte queste notizie possono essere considerate in qualche modo buone? E soprattutto, buone per chi? da quale punto di vista? Per quanto mi riguarda, potrebbero esserlo in un solo senso, e sempre con il beneficio della “dialettica”: se si indebolisce l’anello forte della catena imperialistica (gli Stati Uniti) è tutta la catena che diventa più debole. Ma le cose stanno davvero così? Se si indebolisce un anello di questa benedetta (pardon, maledetta) catena, non si dà la possibilità che si rafforzino altri suoi anelli (Cina e Russia)? Anzi, le due cose non si presuppongono a vicenda, necessariamente? Se la potenza imperialistica degli Stati Uniti (e dell’Europa) declina, mentre quella di Cina e Russia ascende, le classi dominate del pianeta che vantaggio ne traggono?