PRIMAVERE, COMPLOTTI E MOSCHE COCCHIERE. Siria e dintorni.

Il Washington Post di venerdì scorso ha invitato il Presidente Obama a superare le ambiguità, le reticenze e le timidezze che egli avrebbe mostrato intorno alla sempre più scottante questione siriana. Lungi da preparare scenari di pace nella calda area mediorientale, la politica estera americana del profilo basso con dittatori sanguinari del calibro di Ahmadinejad e Assad rischia di favorire «la marea di guerra» che minaccia di sommergere quella fondamentale area geopolitica. Con l’effetto domino, anche sul piano squisitamente economico, che tutti possono immaginare. Di qui, per il W. P., l’urgenza di un intervento militare americano pianificato in ambito ONU, o, se la Cina e la Russia ponessero il veto, in sede NATO. Il precipitare della crisi siriana in una guerra internazionale “umanitaria” è insomma tutt’altro che impossibile, come d’altra parte ci suggerisce la vicenda libica. Intanto Bashar al-Assad è tornato a denunciare il «complotto criminale» dei nemici della Siria, insanguinata dai «terroristi» che odiano la patria. Il discorso del dittatore di damasco incontra il favore di non poche persone anche in Occidente (vedi, ad esempio, EURASIA, rivista di geopolitica). Insomma, la crisi siriana, con il suo inevitabile “ricasco” su tutta l’area mediorientale (a iniziare dal Libano e dall’Iran) e sullo scenario internazionale nel suo complesso, non accenna a raffreddarsi. Tutt’altro.

Con il breve pezzo che segue, e con quelli che – forse – seguiranno, intendo dare il mio contributo alla definizione di un punto di vista autenticamente antimperialista riguardo a questa come alle altre crisi internazionali che minacciano di evolvere in scontri militari, più o meno “asimmetrici” e localizzati. L’andamento polemico della mia argomentazione serve solo a rendere più sintetica e netta possibile la mia posizione. Rinvio anche a: Siria: un minimo sindacale di “internazionalismo”.

Come ho scritto altre volte, in Nord’Africa e nel Vicino Oriente non abbiamo assistito a nessuna primavera rivoluzionaria, quanto all’intensificarsi di un processo sociale nel cui seno si intrecciano inestricabilmente vecchie e nuove contraddizioni. La crisi economica internazionale ha incrinato equilibri sociali e istituzionali assai vecchi, troppo decrepiti perché possano sopravvivere ancora a lungo all’urto della competizione capitalistica globale. La rabbia delle classi dominate, stremate da una crisi economica che ha reso ancora più miserabili le loro già squallide condizioni di esistenza (quelle che tanto piacciono a certi austeri critici del “consumismo occidentale”), si combina con la lotta sempre più violenta che si sviluppa nel seno stesso delle classi dominanti. Questo conflitto sociale, i cui esiti non potranno non avere delle forti ripercussioni sugli equilibri politici internazionali, ha come sue protagoniste le fazioni che hanno tutto l’interesse alla stabilità dello status quo e quelle che coltivano l’interesse opposto.

È chiaro che queste ultime si servono del rancore delle “moltitudini diseredate” per sconfiggere gli avversari, o almeno per conquistare posizioni di maggiore forza, in vista dell’auspicata resa dei conti finale. Le fazioni che oggi esprimono le istituzioni statuali dal loro canto si servono in chiave conservatrice di quella fetta, piccola o grande che sia, di proletariato urbano che ha vissuto di assistenzialismo statale. Soprattutto nei paesi che vivono di rendita petrolifera questa fetta è molto ampia, ma anche in Egitto non pochi sono i lavoratori che tutt’oggi in qualche modo ricevono un salario dallo Stato, che ha nell’esercito una componente importante anche in chiave economica (molte imprese statali sono organizzate e dirette dai vertici militari). Certamente la prospettiva di perdere il posto di lavoro nel caso di vittoria della “Rivoluzione” non deve essere allettante per molti salariati e stipendiati che vivono delle briciole che lo Stato graziosamente lascia cadere a terra. Lo stesso regime siriano continua a godere di un non trascurabile sostegno popolare, e ciò complica non poco l’azione dell’opposizione interna come di quella esterna basata soprattutto in Turchia, e foraggiata in qualche modo da Istanbul, dall’Arabia Saudita e dagli Stati Uniti.

Paesi come il Kuwait che galleggiano letteralmente sulla rendita petrolifera entrano in fibrillazione non appena il prezzo del barile inizia a scendere oltre una certa soglia critica (70/80 dollari il barile) sul mercato internazionale del petrolio: lì prezzo del greggio e Welfare sono le facce di una stessa medaglia. Tra l’altro, la parte più consistente e faticosa del lavoro richiesto nei campi petroliferi è “appaltata” ai salariati provenienti dall’estero: dall’India, dal Pakistan, dall’Egitto e così via.

La “pace sociale” dei petropaesi si basa interamente sulla massa annua di rendita petrolifera, e quindi sulla salute dell’economia mondiale*. E qui la Cina, affamata di ogni sorta di materia prima energetica, gioca un ruolo assai importante. Detto di passata, il consenso popolare di cui gode Chávez si spiega in larga parte con l’investimento in controllo sociale di una parte della rendita petrolifera.

I sostenitori del Capitalismo di Stato in salsa islamica accusano i ceti che hanno interesse a una radicale ristrutturazione dell’obsoleta economia dei paesi del Medio e Vicino oriente di «complotto neoliberista capeggiato dai satanici americani», la cui punta velenosa ha un nome che ispira il più sordo e fanatico degli odi: Israele. Inutile dire che in Occidente non sono pochi quelli che sposano, magari con qualche aggiustamento “marxista”, questa impostazione, la quale esprime gli interessi di tutti gli strati sociali che a diverso titolo hanno qualcosa (chi moltissimo, chi pochissimo, ma pur sempre qualcosa!) da perdere in un processo di radicale modernizzazione capitalistica di quei paesi.

In questo contesto la mancanza di autonomia politica delle classi subalterne, compresa la parte che ha partecipato alla cosiddetta «primavera araba», non è un’opinione, ma un fatto che i recenti avvenimenti hanno confermato, fino a far parlare gli ex entusiasti di casa nostra di una «controrivoluzione»: ma non scherziamo!

In Occidente, in campo progressista, abbiamo assistito a due opposti atteggiamenti, entrambi sbagliati: accanto a chi si è appunto entusiasmato per la “Rivoluzione” c’è stato chi ha denunciato la “Primavera” nei termini di un complotto ordito dall’Occidente e – ovviamente – da Israele contro il Sud del mondo, e in particolare contro quei paesi (Libia, Iran, Siria) che ancora resistono al nuovo ordine mondiale voluto dagli Stati Uniti. Come non c’è stata alcuna rivoluzione, almeno se vogliamo dare un po’ di senso alle parole che usiamo, così non c’è stato e non c’è nessun complotto, ma aperta competizione capitalistica globale, la quale da oltre un secolo non può che assumere i caratteri della contesa imperialistica.

Tra l’altro, gli stessi che si sono entusiasmati per la “Rivoluzione” in Tunisia e in Egitto, alleate dell’Occidente, si sono poi immediatamente schierati dalla parte delle dittature sanguinarie nel caso della Libia, dell’Iran e della Siria. Si ha quasi l’impressione che molte “avanguardie” tifino per il blocco concorrente a quello occidentale (Russia, Cina, Venezuela, Cuba, Iran, Siria).

Il concetto secondo cui tutto il pianeta giace sotto il nero cielo del Capitale a molti sembra non più che una banalità. Come ho scritto in un precedente post, nella notte dell’Imperialismo solo la vacca della propria nazione è più nera delle altre. Derogare a questo principio, radicato nella prassi ormai bisecolare del Capitalismo mondiale, non può non avere il significato di una subalternità di fatto a una delle fazioni imperialistiche che si fronteggiano nell’agone internazionale. Come è ridicola la pretesa del “rivoluzionario” di poter usare ai propri fini (quali?) le divisioni in seno alla classe dominante, altrettanto miserrima suona l’idea dell’”internazionalista” di potersi incuneare fra le crepe dell’Imperialismo mondiale per poterne sfruttare le contraddizioni e le debolezze. L’entrismo è un ottimo affare solo per le classi dominanti, le quali sono avvezze a servirsi del più piccolo appiglio che si offre loro.

Insomma, qualcuno si illude di “fare” la storia come la mosca cocchiera, ossia di poter orientare la corrente del processo sociale mentre non ne è che una insignificante – perché incosciente – gocciolina. Di qui l’autoinganno che consiste nel voler vedere a tutti i costi un “genuino movimento popolare” là dove a muoversi sono esclusivamente gli interessi delle classi dominanti, o complotti orditi dalle solite Potenze Maligne (generalmente compendiate nel concetto di Occidente, Israele compreso) là dove insiste la normale conflittualità fra gli Stati e fra i capitali nazionali.

All’impotenza politica, che alle classi dominate del pianeta deriva da una serie di fatti, vicini e lontani, che qui non è il caso di approfondire, non si reagisce con una politica pur che sia, magari quella che dà la sensazione dell’immediata popolarità e del successo per le vie brevi, ma sforzandosi di elaborare una prassi autenticamente radicale, adeguata alla Società-Mondo del XXI secolo. La critica della “spontaneità” delle masse arabe, o l’analisi del “piccolo gioco” fra le potenze regionali del Vicino e del Medio Oriente (in stretto rapporto con il Grande Gioco delle potenze mondiali), rappresentano un buon contributo a quello sforzo.

Prezzo del barile in dollari

*«Non capita tutti gli anni, anzi, che la monarchia saudita investa 43 miliardi di dollari a favore delle fasce più povere e delle organizzazioni religiose a lei avverse. Né è frequente che il vicino Kuwait prometta generi alimentari gratis per un anno, che i dipendenti pubblici in Algeria vedano i loro stipendi salire del 34%, o che il piccolo Qatar crei un esercito di nuovi impiegati, aumentando anche le già ricche pensioni. Al contrario dei Paesi travolti dalle rivolte – Tunisia, Egitto, Siria e Yemen – dalla loro parte hanno un argomento convincente: un fiume di petrodollari con cui placare il malcontento popolare attraverso un programma di “welfare all’araba”. Finora il welfare arabo ha funzionato: finora. Perché non è tutto oro quel che luccica. Quasi i tutti Paesi dell’Opec soffrono della stessa malattia: la petrodipendenza (il greggio rappresenta il 90-95% del valore dell’export). È grazie ai petrodollari che negli ultimi anni hanno potuto rimandare le dolorose ma necessarie riforme strutturali per diversificare l’economia. L’effetto del welfare anti-rivolta non durerà, però, all’infinito. Poi si rischia di essere daccapo. Ma con un problema in più: se l’attuale crisi mondiale dovesse peggiorare, la domanda di petrolio dei Paesi industrializzati comincerebbe a calare (Roberto Bongiorni, Il Sole 24 Ore, 21/05/11)».