UN CONTRIBUTO ALLA CRITICA DI SLAVOJ ŽIŽEK COME POLITICO “RADICALE”

cappella-sistina-giudizio-universale-dettaglio-angeli-tubiciniPiccola premessa: come sempre polemizzo con una posizione (politica, filosofica e quant’altro) soprattutto per cercare di elaborare e “socializzare” meglio la mia posizione, e non certo per dare addosso a qualcuno che, il più delle volte (come nel caso di specie), vive per così dire su un altro pianeta rispetto a chi scrive. Veniamo al merito!

«Il filosofo italiano Giorgio Agamben ha detto in un’intervista che “il pensiero è il coraggio della disperazione” – un’intuizione pertinente in modo particolare al nostro momento storico, quando di solito anche la diagnosi più pessimista tende a finire con un cenno ottimista a qualche versione della proverbiale luce alla fine del tunnel. Il vero coraggio non sta nell’immaginare un’alternativa, ma nell’accettare le conseguenze del fatto che un’alternativa chiaramente discernibile non c’è: il sogno di un’alternativa indica codardia teorica, funziona come un feticcio, che ci evita di pensare fino in fondo l’impasse delle nostre situazioni di difficoltà. In breve, il vero coraggio consiste nell’ammettere che la luce alla fine del tunnel è molto probabilmente il faro di un altro treno che ci si avvicina dalla direzione opposta. Del bisogno di un tale coraggio non c’è migliore esempio della Grecia, oggi». Così scrive Slavoj Žižek commentando le vicende greche post referendarie. Potrei sottoscrivere ogni parola dei passi citati, se essi non rimandassero a una concezione politica e sociale del conflitto interamente prigioniera del dominio sociale capitalistico. Questo, come sempre quando ci si occupa della cosiddetta sinistra radicale, al netto di una fraseologia che può ingannare chi non fosse avvezzo a ragionare in termini autenticamente anticapitalistici, cosa che, all’avviso di chi scrive, implica l’estraneità più assoluta nei confronti della tradizione “marxista-leninista” (leggi: stalinista, maoista, guevagista, ecc.) che informa la sinistra radicale cui Žižek fa riferimento.

Questa sinistra oggi si trova divisa in due correnti principali: la corrente alter-europeista («Un’altra Europa è possibile») e quella sovranista: il recupero della dimensione nazionale come leva tattica [sic!] per scardinare la globalizzazione neoliberista, e per questa via lavorare per soluzioni politico-sociali «più avanzate»: «esiste una tradizione marxista, in effetti antica, che ha indicato che le lotte per la trasformazione della società possono essere combattute solo nel quadro di uno Stato sovrano» (Jacques Sapir).

Secondo Sapir, che sostiene la rottura con l’europeismo d’ogni colore politico, «per la sinistra radicale l’ora della scelta è arrivata; deve porsi in rottura, o condannarsi a perire». Un aut-aut che non mi riguarda. Forse perché sono politicamente già morto? Può darsi. In ogni caso il mio cadavere non condividerebbe lo scenario politico-ideologico calcato dall’intellettuale francese. E a me, vivo o morto che sia, questa idea mi piace e mi rincuora.

Le due opzioni appena considerate insistono, non saprei dire con quanto realismo, sul terreno dello status quo sociale. L’intellettuale sloveno che oggi rivendica «il coraggio della disperazione» milita nella scuola di pensiero alter-europeista, come si evince dai passi che seguono: «A un livello più profondo, però, non si può evitare il sospetto che il vero obiettivo [dell’UE e della Troika] non sia quello di dare una possibilità alla Grecia, ma di trasformarla in un semi-stato economicamente colonizzato, mantenuto in condizioni permanenti di povertà e dipendenza come avvertimento per gli altri. Ma a un livello ancora più profondo, troviamo di nuovo un fallimento — non della Grecia, ma dell’Europa stessa, dell’anima emancipatrice dell’eredità europea». Come ho scritto altre volte, evocare l’«anima emancipatrice dell’eredità europea» a partire dalla Società-Mondo del XXI secolo, nell’epoca del dominio capitalistico totalitario del pianeta mi sembra quantomeno anacronistico, diciamo. Certo è che, a differenza del celebre intellettuale, chi scrive non si sognerebbe mai di piagnucolare sulla democrazia (borghese!) tradita (al tavolo delle trattative tra il governo greco e i “poteri forti” del neoliberismo europeo e mondiale e nelle urne referendarie) e di perorare la causa di «un aumento della trasparenza democratica dei nostri meccanismi di potere». L’inganno democratico veicolato dal feticcio della «vera democrazia» (“dal basso”? “partecipata”? “trasparente”? “referendaria”?) lo lascio volentieri ai sostenitori del Capitalismo dal volto umano – o quantomeno umanamente più sostenibile: chi troppo vuole…

L’analisi offerta da Žižek della questione greca, che, forse non è ozioso ripeterlo, è parte organica della questione europea (con al centro l’”eterna” Questione Tedesca), è naturalmente informata da quel tipo di lettura ideologica (falsa, capovolta, concentrata più sul cattivo sogno degli «eurocrati» che sugli interessi capitalistici in gioco su scala nazionale, continentale e globale) della guerra sistemica oggi in corso nel Vecchio Continente nel contesto della più generale guerra sistemica che coinvolge l’intero pianeta e la cui posta in gioco è sempre la stessa: il potere globale (economico, militare, scientifico, ideologico) sul mondo. Bisogna certamente denunciare l’esercizio del potere politico nazionale e sovranazionale come si dà oggi («I nostri apparati di stato democraticamente eletti sono sempre più duplicati – di fatto sostituiti – da una spessa rete di “accordi” e di organismi “esperti” non eletti che detengono il reale potere economico – e militare»); ma non certo per gonfiare a nostra volta balle speculative intorno alla possibilità di «una vera democrazia», e così partecipare “dal basso” – o “da sinistra” – all’opera di mistificazione ideologica del potere sociale capitalistico. Ovviamente Žižek non può comprendere i termini di questo discorso, e non per mancanza di intelligenza, che ovviamente in lui abbonda fino a straripare, ma piuttosto per mancanza di autentica radicalità di pensiero critico, per il suo essere organicamente collocato in una dimensione (in una prospettiva) politico-concettuale borghese; è a partire da questa collocazione che egli costruisce i suoi concetti di “rivoluzione”, “reazione”, “lotta di classe” e così via. Ad esempio, per lui Syriza è quanto di più rivoluzionario oggi possa offrire il mercato politico europeo («L’eroismo di Syriza è stato che, dopo aver vinto la battaglia politica democratica, ha rischiato un passo ulteriore nell’andare a perturbare il fluido corso del Capitale»: nientemeno!), così come il No del referendum greco del 5 luglio è stato l’atto più sovversivo concepibile ai nostri cattivi tempi, un «grande atto etico-politico, un autentico gesto di libertà e di autonomia». Io ho rubricato quel referendum come classica scelta dell’albero a cui impiccarsi, almeno dal punto di vista delle classi subalterne, mentre dal punto di vista del «popolo greco» (ossia dalla prospettiva della continuità del dominio sociale in quel Paese capitalisticamente disastrato) sono possibili diverse interpretazioni, come quelle offerte ad esempio da Tsipras, da Varoufakis e dallo stesso Žižek.

A riprova della natura ultrareazionaria della concezione politica dello sloveno cito quanto segue: «Syriza dovrebbe flirtare senza vergogna con la Russia e con la Cina, giocando con l’idea di concedere un’isola alla Russia come base militare nel Mediterraneo, solo per provocare la strizza (scare the shit out) degli strateghi NATO. Per parafrasare Dostoevskij, ora che Dio-UE ha fallito, ogni cosa è permessa». Ogni cosa è permessa, scrive Žižek; salvo, a quanto pare, conquistare un punto di vista autenticamente rivoluzionario, anticapitalista e antimperialista “a 360 gradi”. «C’è poi riprovazione per il fatto che la Grecia cerchi l’aiuto di Russia e Cina – come se non fosse la stessa Europa a spingere la Grecia in quella direzione con la sua pressione umiliante». Egli si muove insomma dentro la logica della lotta politica interna agli interessi capitalistici, sul piano nazionale («L’auto-organizzazione di base non può rimpiazzare lo Stato, e la questione è come riorganizzare l’apparato dello Stato per farlo funzionare diversamente») come su quello internazionale.

Peraltro la posizione di Žižek sulla sponda “tattica” russo-cinese mi sembra un po’ in contraddizione con quanto da egli stesso affermato qualche mese fa in una intervista rilasciata alla rivista tedesca Der Spiegel: «Io sono convinto che abbiamo bisogno più che mai di Europa. Immaginate un mondo senza Europa: rimarrebbero due poli. Da un lato, gli Stati Uniti con il loro neoliberismo selvaggio; dall’altro, il cosiddetto capitalismo asiatico con le sue strutture politiche autoritarie. Al centro, la Russia di Putin che vuole costruire un impero. Senza l’Europa, perderemmo la parte più preziosa del nostro patrimonio, all’interno del quale la democrazia è un compromesso con la libertà d’azione collettiva, in caso contrario l’uguaglianza e la giustizia non sarebbero garantite». Il «coraggio della disperazione» fa brutti scherzi? Quantomeno fa sembrare meno brutte, sporche e cattive la Russia di Putin e la Cina di Xi Jinping.

«C’è poi», scrive ancora Žižek (che, almeno per adesso, non vuole dismettere i panni dell’avvocato d’ufficio di Tsipras), «chi sostiene che fenomeni come Syriza dimostrano come la tradizionale dicotomia destra/sinistra sia superata. Syriza in Grecia è considerata estrema sinistra e Marine le Pen in Francia estrema destra, ma questi due partiti hanno effettivamente molto in comune: entrambi lottano per la sovranità, contro le multinazionali». Ma ciò che accomuna entrambi i soggetti politici è in primo luogo la loro natura politico-sociale (borghese), e difatti sono entrambi soggetti al servizio degli interessi capitalistici – nazionali o sovranazionali poco importa dal punto di vista dei salariati, i quali prima si liberano del veleno nazionalistico comunque declinato (in modo destrorso o sinistrorso), e prima possono sperare di costruire una reale resistenza al Moloch capitalistico. «È perciò del tutto logico», continua il Nostro, «che nella stessa Grecia, Syriza si trovi in coalizione con un piccolo partito di destra pro-sovranità. Il 22 aprile 2015, François Hollande ha detto in TV che Marine le Pen oggi ricorda George Marchais (un leader comunista francese) negli anni ’70 – la stessa patriottica difesa della gente comune francese sfruttata dal capitale internazionale – non c’è meraviglia che Marine le Pen sostenga Syriza… una bizzarra posizione, questa, che non dice molto più del vecchio adagio liberale che anche il fascismo è un tipo di socialismo». Altro che bizzarria, come piace pensare al progressista “radicale” che forse avverte un qualche imbarazzo! Diciamo pure che il fascismo è un tipo di «socialismo di Stato» (quello sbeffeggiato a suo tempo dall’internazionalista di Treviri), nonché di stalinismo, il quale, sempre a giudizio modesto di chi scrive, rappresentò la negazione più assoluta di ogni speranza e di ogni prassi emancipatrici. E qui giungiamo al mio precedente post su Žižek.

Forse la disperazione andrebbe sostenuta da una più coraggiosa (cioè e dire davvero radicale) visione del mondo. Questa visione è forse già nella mia tasca? Magari! Diciamo che mi sforzo di conquistarla sulla base di quel poco che ho già “portato a casa” in termini di comprensione della vigenza del dominio sociale capitalistico e della possibilità, oggi sempre più negata, della liberazione universale. Mi piace chiamarlo punto di vista umano.

IL PUNTO SULLA CRISI GRECA

tsipras-varoufakis-by-benny-686979Come commentare l’ultima messa in scena parlamentare greca? Il risultato è quello che un po’ tutti gli analisti politici del mondo si attendevano: il famigerato Terzo Memorandum approvato con i voti dell’opposizione, spaccatura di Syriza, cambiamento nella natura politica del governo Tsipras, i leader dell’opposizione “responsabile” pronti a incassare il giusto compenso. Sotto la pressione dei «superiori interessi nazionali» e della minaccia di un’imminente ondata populista di destra può anche darsi che la ferita inferta dal Memorandum sul corpo del Partito del Premier greco possa rimarginarsi rapidamente. Ma può anche aprirsi uno scenario politico completamente diverso: tutto è estremamente fluido e caotico. Non ci resta che seguire gli eventi. Da spettatori, ahimè!

Ciò che invece appare sempre più chiaro è quello che è avvenuto nell’Unione Europea dopo il 5 luglio, ossia all’indomani dello «storico» referendum che ha visto trionfare alle urne i No (non si sa bene esattamente a cosa). I falchi tedeschi guidati da Wolfgang Schäuble hanno approfittato dell’azzardo tentato dall’ex strana coppia di Atene per prodursi nel più classico dei contropiedi. O, per rimanere nella metafora calcistica, Tsipras e Varoufakis sono stati protagonisti di un bellissimo autogol. Ma, come si dice, chi non fa non falla, chi non risica non rosica: si tratta piuttosto di vedere la natura del gioco, più che di criticare l’astratta volontà di giocare dei protagonisti.

Un azzardo, va detto subito a scanso di antipatici equivoci, concepito e realizzato, con i risultati che vediamo, interamente sul terreno delle compatibilità capitalistiche. Solo degli sprovveduti (alludo ad esempio ai socialsovranisti fissati con il neoliberismo o “liberismo selvaggio” e con la “filosofia austerica”*) possono scomodare, a proposito della strategia negoziale dell’ex strana coppia di Atene, i concetti di “rivoluzione”, “lotta di classe” e perle di simile conio. Oggi il simpatico Massimo D’Alema ha dichiarato in un’intervista che «Syriza ha una matrice eurocomunista»: ciò avvalora quanto da me sostenuto circa la natura “organicamente” borghese di quel partito. (Detto en passant, una buona parte di Piattaforma di sinistra, l’ala sinistrorsa di Syriza, ha una forte matrice «eurocomunista», ossia eurostalinis ta, e non a caso essa soffre molto la concorrenza del KKE).

Chiarito questo, bisogna brevemente considerare la dialettica interna all’ex strana coppia del Partenone: mentre per il Premier greco l’azzardo non doveva in ogni caso, nel modo più assoluto, spingersi oltre un certo limite, per non superare la soglia del non ritorno che avrebbe proiettato il Paese oltre l’attrazione gravitazionale dell’euro (e magari dell’Unione Europea), per l’ex Ministro “Marxista” delle Finanze il Game of chicken andava invece spinto fino alle estreme e necessarie conseguenze, e come egli stesso ha ammesso in un’intervista a l’Harry Lambert per New Statesman (13 luglio), all’interno del suo Ministero si era formato «un gruppo piccolo, un “gabinetto di guerra”, di cinque persone: abbiamo lavorato sulla teoria [della Grexit], abbiamo messo su carta tutto ciò che andava fatto. Ma una cosa è lavorare con quattro-cinque persone, un’altra è preparare il paese intero. Per preparare il paese serviva una decisione esecutiva, e questa decisione non è mai stata presa. La mia opinione era: dobbiamo stare molto attenti a non attivarla. Ma ho anche creduto che nel momento in cui l’Eurogruppo avesse fatto chiudere le banche, avremmo dovuto mettere in moto il processo». Ecco perché la stessa domenica del «trionfale successo referendario» Tsipras ha pregato gentilmente Varoufakis di farsi da parte.

«Non obbligo nessuno del mio partito a fare ciò che non vuole», ha dichiarato il Premier greco nella sua intervista televisiva del 14 luglio; «ma certe volte l’ideologia purista non serve». A cosa alludeva Tsipras con «ideologia purista»? Naturalmente al populismo sinistrorso che oggi ha nel bel tenebroso Yanis la sua nuova bandiera e forse il suo nuovo leader politico. «Essere un eccellente studioso non significa necessariamente essere un buon politico», ha detto di lui Tsipras dopo che l’ex sodale politico l’ha accusato praticamente di essere parte di un vero e proprio colpo di stato: «Nel 1967 le potenze straniere usarono i carri armati per mettere fine alla democrazia greca. Nel 2015 c’è stato un altro golpe delle potenze straniere, che hanno usato le banche invece dei carri armati». Qui l’ex Ministro sa di toccare corde sensibilissime: quelle che legano il «popolo greco» al carro del più ottuso nazionalismo, tipico dei popoli che hanno la ventura di vivere in Paesi tanto capitalisticamente deboli quanto ricchissimi di – infondate – velleità di potenza – magari chiamando in causa un lontanissimo retaggio storico.

Marcello Esposito esprime bene la confusione e lo stupore che dal 6 luglio regnano nella testa di gran parte degli analisti che da mesi seguono (non pochi indossando la casacca del tifoso) la crisi greca e che sono rimasti completamente spiazzati dall’esito dell’azzardo (o bluff, secondo alcuni critici): «Attaccare il premier greco Alexis Tsipras quando anche il suo ex ministro delle finanze Yanis Varoufakis e la “brigata méditerranée” gli voltano le spalle non fa molto onore. Ma la successione degli eventi in questi ultimi quattordici giorni e l’esito finale, peraltro ancora tutto da scrivere, sono così surreali da generare la sensazione di aver vissuto come in un sogno collettivo. Qualcuno dovrà prima o poi spiegare al popolo greco su cosa abbia votato domenica scorsa e perché lo stesso premier che aveva invitato a votare Oxi a un piano – peraltro scaduto – abbia poi trattato per ottenere condizioni ancora più dure di quelle originali» (Linkiesta, 14 luglio 2015). Io ho provato a dare una prima risposta in un post del 9 luglio, prima cioè che l’Asse del Nord guidato dalla Germania concretizzasse il contropiede ai danni del governo greco:

«Come si spiega l’improvviso “voltafaccia” di Tsipras? Probabilmente il Premier greco aveva paura di spaccare il suo partito, che ha cercato di ricompattare attraverso la drammatizzazione dello scontro. «Uno degli uomini più fidati di Alexis Tsipras riassume, sorseggiando un caffè in un bar di Monastiraki: “Abbiamo vinto il referendum, ricompattato Syriza, messo a tacere l’opposizione, che ci appoggia in tutto, e messo all’angolo la Germania» (Tonia Mastrobuoni, La Stampa, 8 luglio 2015). Il clima da ultima spiaggia che si è creato in Grecia potrebbe anche far ingoiare al Paese il rospo dell’”inaccettabile diktat” rifiutato solo ieri, magari in cambio di un riconoscimento politico delle ragioni del “popolo greco”, cosa che peraltro anche il Super Falco Wolfgang Schäuble non ha mancato di fare con la consueta teutonica schiettezza: «Rispettiamo l’esito del referendum ma, nel quadro delle regole dell’Eurozona, senza un programma non è possibile aiutare la Grecia. È chiaro però che la Ue ha anche una certa responsabilità verso la Grecia. Tutto dipende dal governo greco». Oggi Schäuble ha riproposto la sua ricetta, tutt’altro che provocatoria, per la Grecia: uscita del Paese dall’euro per un periodo congruo, ossia almeno cinque anni di dure riforme strutturali (rese sostenibili sul versante “umanitario” attraverso generosi finanziamenti dell’Unione e delle altre “Istituzioni”), di abbattimento del debito («un vero taglio del debito è inconciliabile con l’appartenenza all’unione monetaria») e di “rivoluzione culturale” idonea a introiettare nella società civile ellenica i principi che ispirano tutte le formiche del mondo. Sono sicuro che in Grecia non pochi la pensano come lui, anche se non lo direbbero nemmeno sotto tortura. D’altra parte, che il decrepito Capitalismo ellenico abbia bisogno di una radicale modernizzazione non lo nega nessuno, a cominciare da Varoufakis: «Fin dall’inizio io l’ho pensata così: la Grecia è un paese che si è arenato tanto tempo fa. È chiaro che dobbiamo riformare il paese – siamo d’accordo [con Tsipras] su questo punto» (New Statesman). Anch’io, nel mio infinitamente piccolo, l’ho sempre sostenuto: euro o dracma, Unione Europea o (più o meno chimerica) autonomia nazionale, per i nullatenenti e per tutti gli strati sociali rovinati dalla crisi si apre un orizzonte di più duri sacrifici.

new-drachma-goldcore_-620x291 (1)«Se la Grecia geograficamente si trovasse al posto del Portogallo, anziché nel mezzo del Mediterraneo fra Siria e Turchia, sarebbe già fuori dall’euro. Conoscendo bene la geografia politica Tsipras l’ha usata per cercare di ricattare l’Europa. Gli è andata male» (Alesina e Giavazzi, Il Corriere della Sera, 14 luglio 2015). Diciamo che i frutti della sponda geopolitica, che Tsipras (e chi verrà dopo di lui) non smetterà di coltivare, non si sono ancora visti. E diciamo anche che probabilmente l’ex strana coppia greca ha gravemente sottovalutato il decisionismo tedesco, il quale non si è (ancora) lasciato intimorire dal fuoco di sbarramento proveniente dalla concorrenza imperialistica: Stati Uniti e Russia, in primis.

Scrive il filosofo “marxista” Alain Badiou: «Sullo sfondo, si agitano timori geopolitici. E se la Grecia si rivolgesse verso qualcun altro di diverso dai padri e dalle madri fustigatori dell’Europa? Allora, io direi: ogni governo europeo ha una politica estera indipendente. Contro le pressioni alle quali è sottomessa, la Grecia può e deve avere una politica altrettanto libera. Siccome i reazionari europei vogliono punire il popolo greco, quest’ultimo ha il diritto di cercare degli appoggi esteriori, per diminuire o impedire gli effetti di questa punizione. La Grecia può e deve rivolgersi alla Russia, ai paesi dei Balcani, alla Cina, al Brasile, e anche al suo vecchio nemico storico, la Turchia». Cito questa posizione perché essa esprime bene l’esatto opposto di quanto vado predicando – inutilmente, lo so – io: l’autonomia di classe, sul terreno nazionale come su quello internazionale. Molti “marxisti” credono di poter fare la storia della lotta di classe nello stesso momento in cui partecipano alla storia della lotta interborghese e interimperialistica, ossia alla lotta che il Dominio fa all’umanità in generale e alle classi subalterne in particolare. Non si insisterà mai abbastanza sulla sindrome della mosca cocchiera in guisa “marxista”.

Sul famigerato Terzo Memorandum ho davvero poco da dire, anche perché il testo è talmente chiaro, soprattutto nelle sue intenzioni e implicazioni politiche, che difficilmente esso si presta a equivoci, se non sul terreno della propaganda politica, come in questi giorni ha cercato di fare penosamente Tsipras per vendere in patria una pessima merce. «Abbiamo dato una lezione di dignità», ha detto oggi il Premier greco; la «dignità nazionale» è l’ultima merce politico-ideologica che rimane da vendere alla gente in momenti di acuta crisi sociale. Certo, dovremo fare dei sacrifici, pure duri, ma nessuno potrà toglierci la nostra dignità, mai! Magari le mutande sì, ma la dignità… Ovviamente più penoso di Tsipras c’è solo il suo fan italiano che cerca di difenderlo “a prescindere”. Si capisce, anche quelli che volevano usare Tsipras come un Cavallo di Troia antieuropeo e adesso lo accusano di essere diventato (eterogenesi dei fini? astuzia della storia?, destino cinico e baro?) un Cavallo di Troika al servizio di Berlino e Bruxelles non scherzano quanto a penosità, se così posso esprimermi.

merkel-grexit-grecia-tsipras-cavallo-troika-689649Scrive Federico Fubini sul Corriere della Sera: «Tsipras è tornato solo da una serie di vertici a Bruxelles. In che misura sia ancora vivo per la politica ellenica ed europea, lo potranno dire solo i prossimi mesi. Ma la domanda alla quale fin da subito vorrebbero poter rispondere in molti attorno a lui è ancora più spiazzante: a soli 40 anni, un leader è abbastanza duttile per potersi trasformare in 20 giorni da una versione europea di Hugo Chávez in una di Ignacio Lula da Silva?». La domanda può spiazzare solo chi ha visto nell’ex caudillo venezuelano un modello del «socialismo del XXI secolo», e non una variante altrettanto reazionaria del vecchio populismo latinoamericano. Non c’è dubbio che il populismo in salsa sinistrorsa messo in piedi da Syriza per cavalcare il disagio sociale ha presentato a Tsipras un conto da pagare in termini di realismo, perché come gli ha detto il perfido Schäuble «non puoi fare alla tua gente promesse che sai di non poter mantenere». Intanto «La Bce ha alzato la liquidità d’emergenza (Ela) alla Grecia perché “le cose sono cambiate” con il voto al Parlamento greco, ha detto Mario Draghi» (Ultim’ora ANSA). Il “realismo” paga?

schaeuble-schauble-tsipras-grexit-grecia-689651* Un solo esempio: «Personalmente, devo ancora capire se Tsipras sia un erede di Marx o se sia l’ennesimo personaggio degno dello shakespeariano “tanto rumore per nulla”. Tutto questo farebbe ridere, se non facesse piangere. Di pagliacci della sinistra del gruppo Bilderberg ce ne sono già troppi in giro. È una tragedia storica di portata epocale. A giudicare dal suo operato nelle ultime ore, che ha mai a che fare il signor Tsipras con Marx e Gramsci? Nulla, ovviamente. Tsipras ha assistito al genocidio finanziario del suo popolo causato dall’euro e dalle folli politiche finanz-naziste dell’austerità selvaggia: egli stesso è greco [oh, vile traditore della Sacra Patria!]. E, non di meno, vuole mantenere l’euro: non passa giorno senza che egli rassicuri le élites finanziarie circa la propria volontà di non toccare l’euro. E, in questo modo, offre una fulgida testimonianza – se ancora ve ne fosse bisogno – del fatto che Marx e Gramsci stanno all’odierna “sinistra Tsipras” venduta al capitale come Cristo e il discorso della montagna stanno al banchiere Marcinkus. Il solo modo di riscattarsi da parte di Tsipras sta – non v’è dubbio – nel rovesciare la gabbia eurocratica guidando il suo popolo fuori dal deserto chiamato Unione Europea. [Non v’è dubbio]. È sempre più difficile, purtroppo, pensare che si vada in quella direzione» (Diego Fusaro). Difficoltà per difficoltà, tanto vale lavorare per un’uscita dell’umanità dal Capitalismo (sans phrase, come scrivono i filosofi colti)! Scherzo, si capisce. Giusto un “marxista” come Fusaro, teorico – tra le altre dialettiche cose – dell’assetto multipolare dell’Imperialismo Mondiale, poteva farsi delle illusioni sulla «sinistra Tsipras», lodata fino al 5 luglio come fulgido esempio di socialsovranismo.

A proposito della crisi greca citare il celebre aforisma marxiano sulla ripetizione della storia è quasi d’obbligo, e nemmeno Gideon Rachman ha resistito: «L’intera saga ricorda un detto di quel grande tedesco, Karl Marx: “La storia si ripete, la prima volta come tragedia, la seconda come farsa“. La questione del debito greco riesce ad essere sia una farsa che una tragedia, allo stesso tempo» (Financial Times, 13 luglio 2015). La stessa cosa si può senz’altro dire per molti ex tifosi di Tsipras, mutatis mutandis: la prima volta come farsa, la seconda come macchietta.

143220388-4975abf8-45e7-4705-b673-c1c26890a340Aggiunta del 23 luglio

TIFOSERIA SUL SOFÀ

Il blogger greco Alex Andreou, scrittore e artista sostenitore di Tsipras («un uomo buono, onesto e coraggioso»), ha scritto qualche giorno fa: «Ci scusiamo con i marxisti di tutto il mondo se la Grecia si è rifiutata di commettere un suicidio uscendo dall’euro. So che avete sofferto, dai vostri divani». Qui per «marxisti» occorre intendere i sovranisti di “sinistra”, i quali peraltro sono sostanzialmente identici ai sovranisti di “destra”, salvo che per un piccolissimo ma molto antipatico aspetto: i socialsovranisti di solito amano definirsi col nome del vecchio comunista di Treviri.

Naturalmente anche rimanendo nell’euro le classi subalterne della Grecia non hanno di che gioire, esattamente come accade nel resto d’Europa e del capitalistico mondo. Ma il blogger qui menzionato rivendica un punto di vista rigorosamente patriottico («Si è coraggiosamente combattuto. E astutamente, perché la Grecia vive per combattere un altro giorno»*), non “internazionalista-proletario”, e di certo non sarò io a smuoverlo da quella ultrareazionaria posizione. Ai miei occhi egli ha solo il merito di non scomodare l’animaccia del noto Tedesco (no, non alludo a Schäuble!) per difendere il governo greco.

A proposito di tifoseria comodamente accucciata sul sofà! Scrive Paul Krugman: «Ho avuto uno choc. Non mi era passato per la testa che quelli del governo greco potessero prendere una posizione così dura senza un piano di riserva». Ma non era lui (insieme all’altro collega geniale Joseph Stiglitz) che tutti i giorni donava illuminati consigli all’ex strana coppia del Partenone Tsipras-Varoufakis? Vatti a fidare dei premi Nobel!

Continua Andreou: «Sembrava che ci fosse una fervente, irrazionale, quasi evangelica credenza che un piccolo paese, affogato nei debiti e a corto di liquidità, avrebbe in qualche modo (e quel qualche modo non viene mai specificato) sconfitto il capitalismo globale, armato solo di bastoni e pietre». No, i “marxisti” con cui polemizza Andreou non sono poi così esigenti: il loro nemico non è il «capitalismo globale», qualunque cosa questa locuzione voglia dire per il blogger greco, ma la sua variante ideologizzata come «neoliberismo» o «liberismo selvaggio». Il massimo cui aspirano questi cosiddetti “marxisti” è il vecchio Capitalismo di Stato, una rancida merce che essi cercano di vendere sul mercato politico reclamizzandola con una terminologia pseudo postmoderna (tipo: economia dei beni comuni) che per adesso inganna solo loro.

Il nostro amico greco invita comunque i “marxisti” (e i premi Nobel per l’economia) a non scoraggiarsi: «Non abbiate paura. L’accordo potrebbe rivelarsi impraticabile comunque. Syriza potrebbe spaccarsi dall’interno, il Grexit potrebbe essere forzato da coloro che hanno cercato per anni di farlo accadere. Poi valuterete quale sarà stato il migliore risultato». Dal modesto punto di vista di chi scrive la salvezza del malridotto Capitalismo greco è un pessimo risultato, sotto qualsiasi bandiera politico-ideologica tale obiettivo verrà conseguito: europeista, sovranista, neoliberista, statalista, “socialdemocratica”, “marxista”. Non c’è dubbio, comunque vada chi scrive non avrà nulla da festeggiare. Salvo imprevisti sociali che oggi non riesco nemmeno a scorgere. E non è detto che si tratti solo della mia confessata miopia! Ma, come amiamo dire col bravo artista di Poggio Bustone, lo scopriremo solo vivendo. Il guaio è che vivere non basta…

* «Il dettaglio dell’accordo resta da vedere, ma se contiene ristrutturazione, tre anni di finanza e il pacchetto di sviluppo, penso che fondamentalmente è un affare migliore [che il Grexit]. Per lo meno, ora che l’opinione sta cambiando, esso darà alla Grecia la possibilità di respirare, di valutare, riorganizzarsi e, eventualmente, pianificare un’uscita ordinata». Quando si dice onesta realpolitik!

Ultim’ora Ansa: «Il Parlamento greco ha approvato in tarda notte il secondo pacchetto di riforme concordato da Tsipras con l’Ue. Vota sì anche Varoufakis. Il premier guadagna consensi in Syriza». La realpolitik (qui contrapposta alla pura e semplice demagogia dei populisti di “destra” e di “sinistra”) si sta facendo strada anche fra i “marxisti”, più o meno irregolari, presenti in Syriza?

CRISI GRECA. PIÙ CHE PATHOS, PETHOS…

tsipras-merkel-schaeuble-688232Più che di Pathos, come titola oggi Il Manifesto a proposito della crisi greca, forse si dovrebbe parlare di Pethos, con rispetto parlando. Pare infatti che il piano fatto ingoiare stanotte dal Premier compagno Alexis Tsipras al Parlamento greco sia ancora più duro e “austerico” di quello rifiutato a fine giugno e allora giudicato inaccettabile dal «popolo greco». Secondo molti economisti liberisti-selvaggi il piano-Tsipras è talmente pesante sul versante fiscale, che qualora fosse accettato dai “poteri forti” europei e poi effettivamente implementato dal governo greco esso assicurerebbe alla Grecia anni di depressione economica. Mai prestare orecchio ai liberisti-selvaggi!

Come sempre il premio per la comicità involontaria tocca ai tifosi dell’attuale regime greco che militano nel noto “giornale comunista”: «Tsipras serra i ranghi di Syriza e nella notte chiede il sì del parlamento greco alla sua proposta prima dell’Eurogruppo di oggi. Atene resta con il fiato sospeso, la palla ora torna nel campo europeo, dove la mediazione di Hollande costringerà la Germania e i falchi a calare le carte sul debito». Già immagino Frau Merkel e il Kattiven Wolfgang Schäuble tremare al tavolo verde della trattativa. Molti sottovalutano la teutonica ironia del Super Ministro tedesco: Il ministro delle finanze tedesco, il falco Wolfgang Schäuble, non apprezza le ingerenze statunitensi e i consigli a stelle e strisce su come ristrutturare il debito greco. In una conferenza a cui prendeva parte anche il ministro francese delle finanze Michel Sapin, il tedesco ha gelato la platea con un intervento fra il serio e il faceto: “Ho detto al ministro delle finanze statunitense che noi accoglieremo nell’euro Portorico se loro accetteranno la Grecia nel sistema dollaro. Lui ha creduto che stessi scherzando”» (Euronews, 9 luglio 2015). Perché, non stava scherzando?

Riassumiamo: il «popolo greco» domenica ha votato No per produrre, con la sapiente mediazione del compagno Tsipras, gli effetti del Sì. Un successone per il «popolo greco» e per la sinistra mondiale – alla quale chi scrive è sempre stato estraneo, sia oltremodo chiaro! Insomma, per dirla con molti analisti politici, «tanto referendum per nulla». Per Federico Fubini l’orizzonte strategico (si fa per dire) del Premier greco è davvero striminzito: «Se non altro il suo obiettivo ormai è chiaro: quando arriva lunedì, essere ancora nell’euro. A che prezzo, e per quanto tempo, si vedrà» (Corriere della Sera). Martedì è un altro giorno, per mutuare la celebre battuta di un film-icona.

A proposito di «calare le carte»! Per Giuliano Ferrara si tratta di una “calata” di ben altro genere. «Non Podemos», gongola l’Elefantino dal Foglio; «no we can’t»: «Exit baby pensioni, exit iva speciale, exit mostruosa presenza dello stato nell’economia. L’esito forse fausto del negoziato sulla linea Grexit si chiama calata di brache per Tsipras. Cercasi uscita dignitosa per la brigata Kalimera». Sarà vero? sarà falso? Non saprei dire. D’altra parte Il Foglio ragiona, esattamente come Il Manifesto e gran parte della pubblicistica di estrema sinistra, con la logica delle opposte tifoserie, e chi ha la ventura di non parteggiare per una delle squadre capitalistiche che si contendono la vittoria (la Grexit? più Europa? l’euro? la dracma?, le statalizzazioni? le liberalizzazioni? l’alleanza con la Russia e la Cina? una più stretta collaborazione con gli Stati Uniti?) passa per un elitario che non vuole sporcarsi le mani con la «politica concreta» e che, «oggettivamente», fa il gioco della squadra avversaria.

Per mandare giù il rospo, Dimitri Deliolanes  fa oggi professione di moroteismo democristiano: «È giunta per Ale­xis Tsi­pras l’ora della poli­tica di governo, delle mano­vre non lineari allo scopo di por­tare la Gre­cia fuori dalla camera a gas a cui l’hanno con­dan­nata, per due set­ti­mane almeno, Schäu­ble e Dijs­sel­bloem. Il pre­mier mano­vra avendo il  soste­gno di un paese vivace e orgo­glioso, consapevole della sua forza ma anche dei suoi limiti. Per risol­vere il pro­blema subito, da lunedì» (Il Manifesto). Le «manovre non lineari» di Deliolanes suonano un po’ come le «convergenze parallele» di Aldo Moro. Vedremo fino a che punto resisterà la dottrina delle «manovre non lineari»; d’altra parte, la sinistra europea solo dopo decenni capisce (se lo capisce!) di aver detto e scritto assolute castronerie politiche su diverse e non secondarie questioni.

Detto per inciso, anche la sinistra di Syriza per adesso mostra di accettare, sebbene obtorto collo, la dottrina delle «manovre non lineari»; vedremo se martedì la fronda interna cavalcherà una nuova dottrina. «Abbiamo detto ad Alexis», dice  Stathis Kouvelakis, uno dei leader della Piattaforma di Sinistra, «che non possiamo accettare quello che di fatto è un terzo memorandum della Troika. Non siamo i socialisti e neppure Samaras. Non è giusto rinunciare ai punti fermi dell’accordo che firmammo a Salonicco prima delle elezioni» (Corriere della Sera). Certo, dopo tutto quel parlare di insuperabili «linee rosse»…  Le linee rosse si sono alla fine rotte o si sono fatte semplicemente «non lineari»? Mistero della Dea Dialettica!

Scrive Matteo Faini: «Quale che sia la nostra opinione sulla bontà delle proposte politiche del premier greco, in quanto a capacità negoziale questi si è rivelato un dilettante allo sbaraglio. Il primo ministro greco ha sbagliato tutto. Indire il referendum senza prima minacciare di farlo gli ha precluso la possibilità di ottenere un’offerta migliore dai creditori internazionali. A meno che non si trovi una soluzione all’ultimo minuto, a pagare le conseguenze della sua insipienza sarà in prima misura il popolo greco, in seconda battuta il resto d’Europa» (Limes, 9 luglio 2015). Dilettante allo sbaraglio o cinico genio della realpolitik («Tra una solu­zione brutta e una catastro­fica, biso­gna sce­gliere la prima»: ma va?), Yanis Varoufakis o Euclide Tsakalotos, “marxista irregolare” e cool o “marxista realista” che «porta le giacche di velluto stazzonate e i jeans tipici della sinistra» (ho sempre odiato il look ricercatamente scialbo della sinistra!), governo di “sinistra” o governo di “destra”: in ogni caso il «popolo greco» è chiamato dalle classi dominanti nazionali e internazionali a versare lacrime e sangue sull’altare della necessaria modernizzazione capitalistica del Paese.

L’ho sostenuto fino alla nausea: occorre uscire dallo schema borghese della scelta democratica dell’albero a cui impiccarsi. Come? Rifiutando l’orizzonte del cosiddetto bene comune nazionale (o sovranazionale: la Patria Europea di Jürgen Habermas e compagni, tanto per capirci), svegliandoci dall’ipnosi patriottica e democratica, passando dalle illusioni e dalle frustrazioni (nonché da un certo vittimismo meridionalista che personalmente, in quanto cittadino della Magna Grecia, conosco benissimo) a una più adeguata interpretazione dei fatti, con quel che ne segue, o potrebbe sperabilmente seguirne, sul piano politico. Ovviamente si tratta solo di un difficile inizio; ma se non iniziamo mai…

Gli “anticapitalisti” del genere di quelli che augurano alla Grecia un futuro chavista (sic!) o comunque socialsovranista (risic!) da decenni non fanno che portare acqua al mulino di questa o quella fazione borghese nazionale e mondiale. Per molti “rivoluzionari” sviluppare una mentalità da mosca cocchiera è un’assoluta priorità esistenziale, prima ancora che politica. Contenti loro! D’altra parte, chi sono io per, ecc., ecc., ecc.

Scrive Jacques Sapir: «Diciamo subito, c’è una cosa che terrorizza totalmente i leader europei: che la Grecia possa dimostrare che c’è vita fuori dell’Euro». Non c’è dubbio: fuori dell’Euro e dell’Unione Europea c’è vita, vita capitalistica. Per trovare vita umana bisogna invece uscire dal capitalismo. Vasto programma, come no!

Per adesso metto un punto. Domani è un altro giorno, si vedrà!

QUEL CHE RESTA DEL REFERENDUM

alexangela Il pezzo che segue è stato scritto ieri. Oggi aggiungo solo che, come scrivono il Wall Street Journal e il Financial Times, la crisi borsistica cinese, sintomo di sofferenze strutturali che probabilmente non tarderanno a manifestarsi in modi socialmente più devastanti («Ora che la bolla è lì lì per scoppiare, i piccoli investitori cinesi rischiano di perdere tutto, e il governo teme le conseguenze» (Il Foglio, 8 luglio 2015); il collasso borsistico di questi giorni a Shanghai e Shenzhen, dicevo, rischia di far apparire una ben misera cosa la crisi greca, una magagna che ha come suo centro motore «un Paese la cui economia vale quanto quella del Bangladesh». D’altra parte è anche vero che il peso geopolitico della Grecia è tutt’altro che irrilevante, ed è esattamente questa scottante materia prima politica che Tsipras sta cercando di valorizzare al massimo nelle trattative con i “poteri forti”, come peraltro non ha mancato di rimproverargli ieri all’Europarlamento il Presidente del Consiglio UE Donald Tusk. Come agirà (se agirà) lo sgonfiamento della bolla speculativa cinese sulla crisi greca: da classico deus ex machina in grado di risolvere una vicenda che appare altrimenti senza via di uscita, o come goccia che fa traboccare l’altrettanto classico vaso (di Pandora, certo)? Forse questa domanda sarà balenata ieri nella testa di più di un leader europeo. Ma forse anche l’immagine della tempesta perfetta si è fatta strada in alcuni ambienti della leadership mondiale. Non lo sapremo mai. Comunque sia, Mario Draghi aveva visto giusto quando un mese fa ci mise in guardia: rischiamo di addentrarci in una terra incognita. Rischiamo?

Crisi greca e Questione Tedesca
«Non sono tra coloro che danno la colpa agli stranieri: per tantissimi anni i governi greci hanno creato uno Stato clientelare, hanno alimentato la corruzione tra politica e imprenditoria e arricchito solo una certa fetta del popolo. Ci sono distorsioni del passato che devono essere superate, come la questione delle pensioni. Vogliamo abolire le pensioni baby in un Paese che si trova in una situazione disastrosa. Servono le riforme, ma vogliamo tenerci il criterio di scelta su come suddividere il peso. […] Se avessi voluto trascinare la Grecia fuori dall’euro non avrei fatto le dichiarazioni dopo il referendum, io non ho un piano segreto per l’uscita dall’euro». Così parlò Alexis Tsipras all’Europarlamento, deludendo non poco gli europarlamentari sovranisti (lepenisti, grillini, leghisti, ecc.) che volevano usarlo come Cavallo di Troia per espugnare l’euro e mettere nell’angolo il Quarto Reich Tedesco di Angela Merkel.

La crisi greca, ha detto il Premier greco, «è un problema europeo e non solamente di Atene, quindi la soluzione [deve essere trovata] a livello europeo». A ben vedere, la crisi greca come si configura oggi non è che un capitolo della Questione Tedesca, la quale è a sua volta parte integrante e fondamentale della Questione Europea, ossia della necessità/possibilità di fare del Vecchio Continente un polo imperialistico in grado di confrontarsi alla pari con gli altri poli imperialistici globali: ieri USA e URSS, oggi USA, Cina e Russia.

Sulla Pravda del 28 luglio 1984 si poteva leggere, dopo un duro attacco contro l’attivismo economico-politico della RFT in direzione della DDR, quanto segue: «Il problema tedesco rappresenta un capitolo chiuso e in proposito la storia ha detto una parola definitiva». Come sappiamo, «definitiva» solo fino a un certo punto… Radomir Bogdanov, esperto sovietico in cose americane, dichiarò nel settembre dello stesso anno sul Time che «C’è solo un modo per modificare i risultati della seconda guerra mondiale, ed è la terza guerra mondiale». Bogdanov sottovalutava il peso dell’economia nella geopolitica: «Quanto più il terreno che stiamo indagando si allontana dall’Economico e si avvicina al puro e astrattamente ideologico, tanto più troveremo che esso presenta nella sua evoluzione degli elementi fortuiti, tanto più la sua curva procede a zigzag. Ma se Lei traccia l’asse mediana della curva troverà che quanto più lungo è il periodo in esame, quanto più esteso è il terreno studiato, tanto più questo asse corre parallelo all’asse dell’evoluzione economica» (Lettera di Engels a W. Borgius, 25 gennaio 1894). Con ciò il vecchio Engels intendeva dire che mentre sarebbe oltremodo sbagliato mettere in un deterministico rapporto di causa-effetto ogni singola azione politica (interna ed estera) con l’economia (globalmente considerata), occorre tuttavia prendere atto che la totalità, il complesso delle azioni politiche di un Paese si comprende nella sua reale essenza (nella sua razionalità) solo alla luce dei grandi interessi economici nazionali e internazionali. Proprio la Questione Europea dimostra quanto corretto sia questo approccio “materialistico-dialettico” alla geopolitica.

Scrive Oscar Giannini commentando le misure adottate da Mario Draghi dopo il referendum (o plebiscito, come sostengono i “puristi” della democrazia tipo Emma Bonino?): «In tali condizioni la BCE non ha potuto far altro che avanzare le lancette del conto alla rovescia, verso il default bancario greco. È un messaggio lanciato a Tsipras, perché non rifaccia il furbo menando il can per l’aia. Ma è altresì un messaggio per l’intera euroarea. Di tempo ne rimane pochissimo. Bisogna avere idee chiare e non perdersi in fumisterie. Altrimenti, fuori dal sistema internazionale dei pagamenti e impossibilitata a usare quello domestico, la Grecia avvamperà in un’ulteriore ondata di furore nazionalista, che però non la salverà da amarissime conseguenze. Altro che no all’austerità, i greci se la ritroverebbero moltiplicata nell’immediato. E l’euroarea “irreversibile” diverrebbe un ricordo nel museo della politica inconsapevole di che cosa implichino i suoi impegni: misure straordinarie volte a risolvere anche l’impensabile, se si crede a un obiettivo comune» (Istituto Bruno Leoni, 7 luglio 2015). Ma il punto è sempre il solito: qual è il comune obiettivo? Creare un’Europa in grado di competere con i giganti dell’imperialismo globale? Controllare strettamente e imbrigliare la potenza sistemica tedesca? Usare la Germania, «gigante economico e nano politico», per tirare acqua economica e politica al proprio mulino nazionale? Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in poi il cosiddetto «sogno europeo» ha dovuto fare i conti con quella complessa trama di interessi contingenti e strategici, ed è per questo che personalmente trovo spassosissimi quei sinistrorsi che oggi scoprono il progetto europeista dei «padri fondatori»: «Ci vorrebbero i Monnet, gli Schuman, gli Adenauer, i De Gasperi, e invece abbiamo la Merkel, Hollande, Cameron, Renzi!», scriveva Barbara Spinelli giusto un anno fa.

«La galoppante deriva europea nasce da un equivoco», scrive Lucio Caracciolo: «Caduto il Muro, francesi, italiani ed altri soci comunitari si convinsero che l’ora dell’Europa americana (e sovietica) fosse finita: toccava finalmente all’Europa europea. Per questo convincemmo i più che riluttanti tedeschi a scambiare il marco con l’euro e a diluire la Bundesbank nella Banca centrale europea, in cambio della nostra altrettanto insincera benedizione all’unificazione delle due Germanie. Nel giro di pochi anni, la forza economica della Germania e la somma delle debolezze altrui finirono per germanizzare l’euro. Ma l’egemonia tedesca si è fermata alla politica economica e monetaria. […] Qui emergono anche le nostre responsabilità. Dalla paura della strapotenza tedesca che obnubilava François Mitterrand, Margaret Thatcher e Giulio Andreotti, siamo scivolati verso una sterile corrività verso il presunto egemone. Sterile perché abbiamo pensato che ai tedeschi bastasse qualche scappellamento retorico per considerare le “cicale” mediterranee degne di appartenere all’Euronucleo – la moneta delle “formiche” evocata da Wolfgang Schaeuble nel 1994, cui l’attuale superministro delle Finanze non ha mai cessato di pensare. […] La risalita dell’Europa passa per la salvezza della Grecia. Con il contributo di tutti, italiani in testa, in quanto prima grande nazione europea esposta alla risacca ellenica. Non per peloso “umanitarismo”, come stizzosamente suggerito da qualche politico nordico. Per puro senso di responsabilità nazionale ed europea» (Limes, 7 luglio 2015). Che dire? Auguri! Lo so, proferiti da un disfattista anticapitalista nonché antisovranista (sia che si tratti della sovranità europea che della sovranità nazionale) quegli auguri non sono molto credibili; è come se in realtà avessi scritto: condoglianze!

Ho l’impressione che i sostenitori della «responsabilità nazionale ed europea» dovranno ancora per diverso tempo (almeno fin che dura il successo del “modello tedesco”) fare i conti con la riluttanza tedesca di passare dall’egemonia “soft” sull’Europa fondata economicamente a un’egemonia politicamente più impegnativa, finanziariamente più dispendiosa e, soprattutto, più gravida di rischi geopolitici. Sotto quest’ultimo aspetto occorre dire che le due guerre imperialistiche del Novecento sono, sul piano storico, ancora “freschissime”. Rimproverare alla Germania (e al Giappone) il suo attuale «nazionalismo economico» è ridicolo, come gran parte dei rimproveri che oggi gli europeisti rivolgono alla Germania «potenza riluttante»: «Per favore», sembrano dire i tedeschi ai cugini europei (i quali non perdono mai l’occasione di ricordare ai teutonici quanto brutti e cattivi essi sono stati nel secolo scorso), «non svegliate il nazionalismo politico che c’è in noi. Lasciateci lavorare in santa pace!». («Che poi veniamo a trascorrere le ferie e a spendere i nostri soldini  in Grecia e in Magna Grecia!»).

Il “riformismo” possibile
«”Io accetto le vostre proposte con qualche modifica per venderle al Parlamento e all’opinione pubblica, però in pubblico diremo che voi avete accettato il mio piano con qualche limatura. Ho esaurito il tempo, tra due giorni le banche collassano e andiamo in default quindi sono politicamente debole, più di così non posso accettare ma se c’è qualcuno che ci vuole spingere fuori dall’euro non dipende più da me”. Sono circa le sette del pomeriggio. Quando Alexis Tsipras finisce di parlare nello stanzone del Consiglio europeo [di ieri] cala il silenzio». Non so se questa ricostruzione fatta da Alberto D’Argento per Repubblica è veritiera; di certo essa appare verosimile, e tutt’altro che smentita dal succo del discorso odierno di Tsipras all’Europarlamento.

Secondo Giorgio Arfaras, che su Limes non smette di ricordarci le magagne strutturali del malandato e vetusto Capitalismo ellenico, «Sul bilancio pubblico e sul debito il governo di Tsipras e i creditori internazionali erano più vicini di quanto sembrasse anche prima del referendum» (Limes, 6 luglio 2015). Anch’io sono di questa idea. Ma allora, come si spiega l’improvviso “voltafaccia” di Tsipras? Probabilmente il Premier greco aveva paura di spaccare il suo partito, che ha cercato di ricompattare attraverso la drammatizzazione dello scontro. «Uno degli uomini più fidati di Alexis Tsipras riassume, sorseggiando un caffè in un bar di Monastiraki: “Abbiamo vinto il referendum, ricompattato Syriza e messo a tacere l’opposizione, che ci appoggia in tutto» (Tonia Mastrobuoni, La Stampa, 8 luglio 2015). Il clima da ultima spiaggia che si è creato in Grecia potrebbe anche far ingoiare al Paese il rospo dell’«inaccettabile diktat» rifiutato solo ieri, magari in cambio di un riconoscimento politico delle ragioni del “popolo greco”, cosa che peraltro anche il Super Falco Wolfgang Schäuble non ha mancato di fare con la consueta teutonica schiettezza: «Rispettiamo l’esito del referendum ma, nel quadro delle regole dell’Eurozona, senza un programma non è possibile aiutare la Grecia. È chiaro però che la Ue ha anche una certa responsabilità verso la Grecia. Tutto dipende dal governo greco». Anche la Cancelliera ha dichiarato che la Germania non ha da chiedere nulla alla Grecia, e che tocca al governo di Atene avanzare nuove, sperabilmente chiare e definitive proposte. Per i tedeschi la palla dei “compiti a casa” è sempre nella metà campo degli altri: inutile chiamare in soccorso americani, russi e cinesi!

«La Süddeutsche Zeitung, di centrosinistra, aveva un commento sul «perché la Grecia deve abbandonare l’euro» (perché è sì una scelta costosa ma è quella più pulita). L’idea che la Grexit possa fare bene sia alla Grecia sia all’Europa – perché la prima sarebbe libera di fare le sue scelte e l’area euro avrebbe chiaro che deve rivedere alla radice la sua architettura – in Germania è ormai piuttosto diffusa» (Danilo Taino, Corriere della Sera, 8 luglio 2015).

Grecia e Magna Grecia
La Germania vorrebbe ripetere con la Grecia (e con il Portogallo e la Spagna) il successo dell’unificazione tedesca, mentre ha in orrore, giustamente dal suo punto di vista, l’insuccesso nazionale italiano: insomma, non vuole fare del Mezzogiorno europeo una replica su scala continentale del Mezzogiorno italiano, in larga parte sussidiato attraverso la spesa pubblica, con relativi alto parassitismo sociale e alta tassazione. E questo non per un breve tempo, ma per decenni, per oltre un secolo nel caso di specie, al punto da trasformare la Questione Meridionale in una sorta di fenomeno naturale: a Sud fa caldo e c’è la depressione economica!

Gli stessi leader leghisti, che pure hanno tifato per il Tsipras referendario, appena un secondo dopo il trionfo “epocale” e “rivoluzionario” (scusate, ma qui il sic! è d’obbligo) del NO, si sono affrettati a precisare che la Lega è contraria a continuare a finanziare a fondo perduto la Grecia spendacciona, così come non vorrebbe più far galleggiare una Magna Grecia (leggi Sicilia) strafallita sul liquido prodotto al Nord. Per i leghisti (ma anche per i grillini e per i sovranisti d’ogni tendenza politico-ideologica) il Paese di Tsipras e Varoufakis dovrebbe prendere con coraggio e sollecitudine la strada del Grexit, così da implementare il seguente programma “rivoluzionario”: rifiutare definitivamente di pagare un debito peraltro impagabile, ritornare al vecchio conio nazionale, implementare svalutazioni competitive a raffica, versare patriottiche lacrime e sangue sull’altare del bene comune nazionale, e poi, ricostruito un più sostenibile assetto economico-sociale, riaffacciarsi con dignità sulla scena europea. Soffrire, certo, ma sovranamente e in vista della luce in fondo al tunnel: un programmino che personalmente respingo al mittente.

Dosi massicce di austerità e in tempi ristretti: è questa austerità concentrata che debbono attendersi i greci in caso di Grexit? Già sento il sovranista di turno: «Anche tu a fare del terrorismo psicologico!». No: terroristica è la realtà sociale del Pianeta, Grexit o non Grexit.

Come si può capire anche dal libro di Alessandro Albanese e Giampaolo Conte L’odissea del debito. Le crisi finanziarie in Grecia dal 1821 a oggi (In Edibus, 2015), la storia della Grecia moderna è la storia del suo costantemente obeso debito pubblico contratto dallo Stato ellenico, il più delle volte non allo scopo di finanziare la modernizzazione del Paese, come è accaduto nel XIX secolo in diversi Paesi europei capitalisticamente “ritardatari”, ma soprattutto per puntellare interessi sociali costituiti e comprare con la leva dell’assistenzialismo statale la pace sociale e il consenso politico.

«Abbiamo scoperto – scrivono i due autori – che la Grecia non solo era già fallita altre volte, ma che l’indebitamento di fine Ottocento, analogamente a quello di fine Novecento e primi anni Duemila, aveva condotto all’istituzione di una commissione internazionale per controllare le finanze elleniche».

Sotto questo aspetto istruttivo può anche essere un articolo di Luciano Commenta, dal significativo titolo La culla del populismo statalista. L’Atene di oggi vista da Yale, dal quale cito i lunghi passi che seguono:

«La precaria situazione della Grecia deriva soprattutto dall’insostenibilità del suo modello economico, che i greci avrebbero dovuto affrontare a prescindere dall’euro. E stavolta a dirlo non è la stampa teutonica ma Stathis Kalyvas, un illustre politologo greco che insegna Scienza politica a Yale, nel suo libro appena pubblicato da Oxford University Press, Modern Greece. L’intellettuale descrive la storia della Grecia moderna come un susseguirsi di ambiziosi progetti quasi raggiunti, seguiti da clamorosi tracolli. Alle grandi spinte a uscire da uno stato di minorità in cui i greci non si sentivano di dover stare per storia e rango, hanno corrisposto altrettanti schianti per la discrepanza tra ambizioni e realtà. La presenza di un apparato pubblico molto più grande di quello che il paese potesse permettersi era evidente già nel 1907, quando la Grecia aveva un impiegato pubblico per ogni 10 mila abitanti, sette volte di più dell’Impero britannico. Ma nella ricostruzione di Kalyvas le criticità presenti sin dall’inizio della complicata storia della Grecia moderna emergono e degenerano negli anni 80, con la salita al potere del Pasok, il Partito socialista di Andreas Papandreou. Il Pasok è modellato dal suo leader per essere una macchina del consenso alimentata con risorse pubbliche, occupa lo stato e domina, tranne qualche parentesi di centrodestra, la politica greca fino ai giorni nostri. Il socialismo panellenico di Papandreou è caratterizzato da un’elevata dose di demagogia e da una politica economica non riconducibile al “tax and spend” degli altri partiti socialisti occidentali, ma al “spend and don’t tax” dei movimenti populisti: elevata spesa pubblica, bassa pressione fiscale e la differenza tra entrate e uscite la si copre facendo debito e stampando moneta. Il tutto viene condito con retorica marxista, terzomondista e anti occidentale. Concretamente l’azione politica si manifesta con la continua espansione dello stato: assunzioni pubbliche, nazionalizzazioni di imprese private fallite, protezionismo, aumento di salari e pensioni. Dal 1981 al 1990, dopo due mandati a guida Papandreou, la spesa pubblica sale dal 35 al 50 per cento del pil, i dipendenti pubblici aumentano del 40 per cento, il debito pubblico passa dal 28 per cento del pil del 1979 al 120 per cento del 1990, le continue svalutazioni della dracma portano inflazione a doppia cifra e affossano la competitività del settore privato. Si diffondono corruzione, clientelismo (l’89 per cento dei tesserati del Pasok lavora per lo stato), calano gli investimenti privati e quelli esteri, la produttività stagna, l’export si riduce. Anche Nuova democrazia, il partito di centrodestra fondato su basi di maggiore responsabilità fiscale, diventa una brutta copia del Pasok e governando allo stesso modo porterà la Grecia al default. George Papandreou, figlio di Andreas, vince anche le elezioni del 2009 con un programma keynesiano, promettendo – in piena crisi e con un deficit al 15 per cento – aumenti di salari e pensioni e blocco delle privatizzazioni. Pochi anni dopo a vincere è la sinistra radicale di Alexis Tsipras con un mix di populismo e keynesismo di Papandreou padre e figlio, “more of the same”. […] I greci hanno pensato di votare No all’austerity, il rischio sempre più concreto è che siano costretti a farla fuori dall’Euro». È la “democratica e sovrana” scelta dell’albero a cui impiccarsi di cui ho scritto in diversi post dedicati all’odissea greca.

saved_tjeerd_royaardsStallo! Stallo!
L’aereo europeo rischia dunque di precipitare, con quel che ne segue in termini di morti e feriti (per il momento ancora metaforici) come prevede la sceneggiatura di ogni disastro che si rispetti. «La Grecia», scriveva Larry Elliott sul Guardian del 6 luglio, «ha messo in evidenza le debolezze strutturali dell’euro, un approccio uniforme che non conviene a paesi tanto diversi. Una soluzione potrebbe essere la creazione di un’unione fiscale accanto all’unione monetaria. […] Ma questo richiederebbe proprio quel tipo di solidarietà che è stata drammaticamente assente queste ultime settimane. Il progetto europeo è in stallo». Come far uscire dallo stallo il malmesso aeroplano della linea UE? È la domanda che in queste ore tormenta gli autentici europeisti, già da sette anni alle prese con una grave crisi depressiva.

Mi si consenta una breve riflessione: l’unione fiscale di cui parla Elliott presuppone un salto di qualità politico nella dimensione del “progetto europeo” che è esattamente quello che soprattutto i Paesi del Mezzogiorno europeo non vogliono compiere, perché ciò li costringerebbe a una politica di riforme strutturali ancora più severa di quella fin qui adottata. L’aereo europeo, per così dire, si morde la coda: per superare lo stallo ci vuole «più Europa», ma «più Europa» significa, al netto del politicamente corretto europeista (vedi Barbara Spinelli e “compagni”, ad esempio), convergere più rapidamente possibile verso lo standard dell’area tedesca, cosa che postula nei Paesi disallineati del Mezzogiorno quelle “riforme strutturali” difficili da implementare senza scuotere il loro tessuto sociale, con le implicazioni elettorali e di tenuta sociale che tutti possono immaginare. È un vero e proprio circolo vizioso sistemico, per uscire dal quale la leadership europea deve abbandonare rapidamente la vecchia strategia, fatta di accomodamenti, rinvii, compromessi, lenti progressi. La crisi economica ha drammaticamente diminuito la portanza sulle ali dell’aeroplano, e in assenza di spinte contrarie alla forza di gravità la catastrofe è pressoché assicurata.

In un saggio dell’anno scorso il Ministro Padoan sosteneva che la crisi dell’euro non è solo una «crisi di modelli nazionali di crescita, diventati insostenibili», ma anche «una crisi di sistema, che mette in evidenza le gravi lacune istituzionali della moneta unica. […] Che fare? Rinunciare a salvare l’euro, dando così ragione a chi negava che ci fosse spazio per la sua nascita, non essendo ritenuta l’Europa un’area valutaria ottimale, o cercare faticosamente di guidarlo, lasciando il tempestoso mare aperto, verso porti sicuri? Nei quali non sarà però facile trovare approdo se non si comprende appieno che la sua salvezza, indispensabile per il rafforzamento dell’unità europea, richiede soprattutto maggiore integrazione e nuove istituzioni, cosa che a sua volta presuppone cessioni di sovranità» (Diversità e uguaglianze: le due anime dell’unione, cit. tratta da Economia italiana, 2014/3). Vallo a dire ai leader di Francia, Italia e Spagna terrorizzati dalla concorrenza sovranista-populista!

Scrive Thomas Piketty: ««In effetti in Germania quelli che pensano di rifondare l’Europa in senso democratico sono in numero maggiore rispetto ai francesi in prevalenza legati all’idea di sovranità. Inoltre il nostro presidente continua a sentirsi prigioniero del referendum fallito del 2005 sulla costituzione europea. Hollande non capisce che la crisi finanziaria ha cambiato molte cose. Dobbiamo superare gli egoismi nazionali. […] Quelli che oggi vogliono cacciare la Grecia dall’eurozona finiranno nella pattumiera della storia. Se la cancelliera vuole garantirsi il suo posto nella storia, così come fece Kohl con la riunificazione, deve impegnarsi a trovare una posizione comune che risolva la questione greca e dare vita a una conferenza sul debito che ci permetta di ricominciare da zero. Ovviamente con una disciplina di bilancio assai più severa che in passato» (Intervista rilasciata a Die Zeit, 6 luglio 2015). Ma è proprio questo il punto di caduta (la posta in gioco) nella crisi greca: come sanno tutti gli analisti geopolitici ben’informati, il fumo del debito greco nasconde l’arrosto delle regole che la Germania vuole imporre agli altri Paesi dell’eurozona, senza le quali ogni discorso europeista è una pia illusione. O si converge verso la Germania, o l’aeroplano europeo continuerà a volare basso rischiando continuamente di precipitare, ovvero di schiantarsi contro la prima seria montagna che gli si parerà dinanzi.

Oggi sul Foglio Claudio Cerasa ridicolizza gli italici «cuginetti di Tsipras» che, a differenza del coerente «compagno Krugman» che invita la Grecia a prendere con urgenza e senza prestare il cuore a inutili nostalgie europeiste la strada della Grexit, pensano che un’altra euro sia possibile. Nichi Narrazione Vendola, ad esempio, si è detto favorevole non solo all’immediata convocazione di una conferenza europea sul debito e sui trattati, secondo un’indicazione ormai diffusa nell’establishment economico e politico del pianeta (dal compagno Obama al compagno Xi Jinping, oggi peraltro impelagato nelle magagne borsistiche del Celeste Capitalismo), ma anche alla trasformazione della BCE in «prestatore di ultima istanza». Ovviamente al narratore pugliese sfuggono le implicazioni sociali (leggi più sacrifici per i salariati, i pensionati e la piccola borghesia del Vecchio Continente), politiche e geopolitiche (leggi egemonia tedesca) di una simile trasformazione. Secondo l’ex rifondatore dello statalismo, «Bisogna passare dai debiti pubblici nazionali al debito pubblico europeo»: roba da far scoppiare la Terza Guerra Mondiale! Gli europeisti sinistrorsi vogliono la moglie ubriaca e la botte piena, ossia il Capitalismo ma non le sue necessarie disumanità e contraddizioni – che essi interpretano come il frutto di errori politici e di cattiva volontà. A una «solidarietà europeista» che prescinda dai reali rapporti di forza fra i Paesi dell’eurozona può credere solo l’intellighentia progressista che partecipa alla competizione sistemica intercapitalistica credendo di partecipare alla “lotta di classe”, se non alla “rivoluzione”. Questo per dire quale concetto di “lotta di classe” e di “rivoluzione” hanno in testa certi personaggi che, ad esempio, criticano le mie analisi sulla crisi greca perché mancherebbero di concretezza politica (cosa che è certamente vera), mentre si tratta di “declinare” sul piano teorico e politico questa concretezza: si tratta di una concretezza interamente spesa sul terreno dello scontro interborghese e interimperialistico, o di una concretezza da ricercarsi sul terreno della lotta di classe anticapitalista e, quindi, antisovranista?

Scrive Raffaele Sciortino a proposito del referendum di domenica: «Una liberazione di energie, un piccolo grande no costituente [costituente: una parola magica nel sofisticato gergo sinistrorso dei nostri tempi]: il voto greco ha portato in un’Europa asfittica, avvinghiata allo status quo, un pezzo di America Latina. […] Bisogna farci i conti [con il populismo sovranista], e non solo: imparare a sporcarsi le mani con i fenomeni di territorializzazione ambivalente delle resistenze. Più tempo perderemo ad arricciare il naso, e più saremo tagliati fuori dalle dinamiche reali. […] Il “populismo” può essere curvato nel senso di classe, con tutti i rischi del caso, se guardiamo alle esperienze, mai pulite anzi costitutivamente spurie, dell’America Latina, a evitare così derive lepeniste o peggio». Come se il populismo di “sinistra” alla Chávez fosse preferibile al populismo di “destra” alla Le Pen! Tra l’altro, anche nella posizione appena considerata troviamo lo status quo definito in termini puramente borghesi, ossia riferito agli Stati e alle Potenze. Checché ne pensi Sciortino, l’ordine (capitalistico) regna ad Atene.

Norma Rangeri si era fatta delle illusioni perfino sul compagno (ormai qui tutti sono diventati compagni: da Tsipras a Papa Francesco!) Mario Draghi, dal quale la direttora del Manifesto si aspettava un’apertura di credito nei confronti dell’eroe di Atene. Invece, contro le pie/ridicole illusioni di certi amici del “popolo greco” il Presidente della BCE ha mantenuto la rotta fissata da tempo: «La Banca centrale europea di Mario Draghi ha deciso di non nascondersi dietro ai governi che oggi si riuniranno a Bruxelles. Ieri, ha mandato un messaggio chiarissimo al governo e al sistema finanziario greco: o la situazione si sblocca per qualche magia, e Atene avanza proposte serie per affrontare la sua drammatica crisi, oppure non ci saranno più spazi per tenere in piedi le sue banche: evento che farebbe scattare l’inizio della sostituzione dell’euro con qualcosa di diverso in Grecia» (Danilo Taino, Il Corriere della Sera, 8 luglio 2015). Cosa aveva detto Draghi nel 2012, all’apice della crisi degli spread? «La Bce farà tutto quanto è necessario [per salvare l’euro]». Appunto! Naturalmente Draghi ha voluto mandare un chiaro segnale anche all’asse Parigi-Berlino (ma soprattutto a Berlino), sollecitato a prendere atto della natura politica (e geopolitica) della crisi in corso.

Finisco citando un brano di un mio post scritto nel maggio del 2012 perché lo trovo di una qualche attualità, soprattutto dal punto di vista dell’odierna “psicologia di massa” dei tedeschi.

Ipotesi politicamente scorretta. E se domani, e sottolineo se…
Si parla tanto della sempre più possibile, e addirittura imminente, uscita della Grecia dall’eurozona, o addirittura dall’Unione Europea. E se invece fosse la Germania a dare il ben servito ai partner? «Signori, togliamo il disturbo! Non vogliamo più essere i capri espiatori per governi inetti e corrotti, che non vogliono dire la verità ai loro cittadini. E la verità è che i sacrifici servono a quei paesi per recuperare la competitività perduta da molto tempo. Noi non vogliamo tirarci addosso l’odio dell’opinione pubblica europea, e passare per i soliti nazisti. I tedeschi non vogliono costringere la cicala a trasformarsi in formica. Nessuno obbliga nessuno. Dunque, ogni Paese si regoli democraticamente come ritiene più conveniente e amici come prima. Anzi, meglio!»

Pensate che Angela Merkel non faccia balenare questa inquietante prospettiva nei suoi colloqui con i colleghi dell’UE? Ragionare su scenari che oggi appaiono inverosimili e bizzarri può forse aiutarci a capire meglio la dimensione della guerra sistemica in corso nel Vecchio Continente, con le sue necessarie implicazioni mondiali, mentre riflessioni basate su una sempre più risibile ideologia europeista ci offre un confuso quadro dominato da irrazionalità, cattiverie, inspiegabili «politiche suicide» e futilità concettuali di simile conio. La riflessione che non fa fino in fondo i conti con la dimensione del conflitto sistemico tra le nazioni (a partire dalla sfera economica) rimane sempre più spiazzata dal reale procedere della storia. L’ipotesi appena avanzata non ha la pretesa di anticipare i tempi, né di profetizzare alcunché; vuole piuttosto spingere il pensiero su un terreno non recintato da vecchi e nuovi luoghi comuni.

GRECIA. LA POSTA IN GIOCO

tomgreece 1

Scritto oggi

La situazione è talmente confusa che la stessa tenuta del referendum previsto per il 5 luglio non è data per scontata nemmeno in Grecia, anche se a questo punto la frittata appare ormai fatta, cotta e servita. Si tratta di capire per chi essa si rivelerà più indigesta o persino avvelenata. In un’intervista rilasciata alla BBC, il Super Ministro Yanis Varoufakis ha dichiarato che «un accordo con i creditori della Grecia è sicuro al cento per cento», a prescindere dall’esito del referendum di domenica. Anche se, ha aggiunto il sofisticatissimo Varoufakis, la vittoria del No darebbe al governo di Atene più forza contrattuale mentre la vittoria del Si lo indebolirebbe e comunque sancirebbe la sua personale sconfitta politica, cosa che ne determinerebbe le immediate dimissioni. Anche Tsipras aveva detto qualche giorno fa di non essere un uomo per tutte le stagioni. Staremo a vedere. Nel frattempo, i convocati al referendum “epocale”, bombardati da tutte le parti da ogni sorta di informazione, più o meno credibile e/o verificabile, appaiono sempre più confusi e frastornati, vittime di una  propaganda interna e internazionale sempre più gridata e minacciosa. La verità è che informazione e disinformazione si rincorrono, si accavallano, si intrecciano, si fondono in una sola ciclopica menzogna messa in piedi contro i dominati, chiamati a schierarsi in uno dei due fronti che si fronteggiano. All’ombra di questa menzogna leggo l’ennesimo sondaggio, di qualche ora fa: «Il 74% dei greci vuole che il paese resti nell’eurozona: lo evidenzia il sondaggio della Alco per il quotidiano Ethnos, che ha invece mostrato una sostanziale spaccatura a metà degli elettori ellenici su cosa votare al referendum di domenica. Secondo l’indagine statistica, il 15% vorrebbe tornare ad una moneta nazionale, mentre l’11% non sa o non risponde» (ANSA).

«In Grecia non c’è un referendum tra euro e dracma», ha detto Nichi Narrazione Vendola, «ma un referendum tra l’austerità che ha impoverito milioni di europei e una Europa solidale». È la menzogna declinata da “sinistra”, dai sostenitori del Capitalismo dal volto umano, tutti schierati per il NO. L’austerità sotto l’euro e sotto il controllo dei vecchi creditori e dei vecchi “poteri forti” (con al centro la Germania); l’austerità sotto la dracma e sotto il controllo di nuovi creditori e di nuovi “poteri forti” (con al centro la Russia e/o la Cina?): lo spazio di “agibilità democratica” del popolo greco in realtà sembra estendersi nei limiti di queste due poco rincuoranti opzioni. Padella o brace: fate la vostra scelta! Il Partito dei sacrifici è unico, o “trasversale”, per usare il gergo politichese. Salvare la baracca capitalistica greca costerà carissimo alle classi subalterne greche, in ogni caso, e non a caso il “compagno” Tsipras ha usato il mese scorso parole che ricordano la Seconda guerra mondiale: «Amiamo la pace, ma quando ci dichiarano guerra siamo capaci di combattere e vincere». Lacrime e sangue, per la Patria! Chi mi conosce sa cosa penso della Patria, comunque e ovunque “declinata”.

«Per adesso la Grecia è mantenuta in vita artificialmente dall’azione decisa di Mario Draghi e la sua Banca centrale europea, grazie all’erogazione di liquidità che continua a pompare soldi nelle banche greche. Ma il deflusso di capitali dalle banche greche è sempre più veloce e il panico si è diffuso nel Paese. Le code agli sportelli bancari sono state lunghissime nell’ultima settimana e il governo ha deciso di porre per i prelievi dai bancomat un limite giornaliero di 60 euro. Anche il bancomat del Parlamento greco è andato in sofferenza e gli stessi parlamentari di Syriza hanno dovuto subire una lunga attesa nel ritiro del denaro contante. La borsa rimarrà chiusa fino a dopo il referendum e in Grecia il clima è diventato irrespirabile» (Panorama, 8 luglio 2015). Una situazione da tempi di guerra che molti non credevano possibile nell’Europa del XXI secolo. Mai dire mai! D’altronde lo stesso Mario Draghi, normalmente assai parco di immagini suggestive, aveva detto che la questione greca (che è a tutti gli effetti una questione europea) rischia di farci entrare in una «terra incognita». «Ad Atene e Salonicco è come in tempo di guerra, mentre nelle zone rurali si vive meglio. Quasi tutti hanno un orto, è più facile trovare latte e formaggio. La fame e la miseria si sentono nelle grandi città» (Viki Markakis, Linkiesta). Una volta si diceva: «anello debole della catena capitalistica». Molti guardano solo l’anello debole, e dimenticano o non vedono la catena, che si estende da Atene a Berlino, da Roma a Parigi, da Mosca a Washington, da Pechino a ovunque nel capitalistico pianeta. E difatti il peripatetico di Treviri diceva: Proletari di tutto il mondo, unitevi! «La parola dignità torna spesso [nella comunità greca che vive a Roma]. I greci sono un popolo orgoglioso della propria identità, non fanno nulla per nasconderlo. “Siamo un paese patriottico” spiega Trianda. “Da noi sui confini della nazione non si discute”» (Linkiesta). Ecco! Lo ammetto, il mio “internazionalismo” è patetico.

Intanto un altro teutonico, il Super Ministro Wolfgang Schäuble, vola nei sondaggi di popolarità: oltre il 70% dei tedeschi intervistati dagli istituti di sondaggio appoggiano la sua linea intransigente, cosa che inquieta la stessa Angelona Merkel, la quale vuole ancora usare la carota, insieme al bastone, per riportare a casa la pecorella greca.

Riprendendo le posizioni di Paul Krugman sulla Grexit («La Grecia dovrebbe votare No e il governo ellenico dovrebbe tenersi pronto, se necessario, a lasciare l’euro»), Federico Fubini ha evidenziato un dubbio che serpeggia fra i socialisti europei (nel senso del PSE): «Per la verità Krugman non è il solo premio Nobel newyorkese e liberal, nel senso del progressismo cosmopolita americano, a offrire il suo sostegno incondizionato a questo governo greco. […] Ieri l’ex ministro delle Finanze greco George Papaconstantinou ha preso carta e penna e ha scritto al New York Times: “Non è esagerato dire che la Grecia oggi sta scivolando verso un nuovo totalitarismo e un No al referendum sarebbe un passo in quella direzione. I progressisti non dovrebbero dargli sostegno”, ha scritto. E lo spagnolo Angel Ubide, consigliere speciale del candidato premier socialista Pedro Sanchez, ha notato qualcosa di simile in un articolo per il Peterson Institute di Washington, criticando l’infatuazione dei liberal americani per Varoufakis e il premier Alexis Tsipras: per Ubide, il loro appoggio fa parte di una “Proxy war”, combattuta sulla pelle dei più poveri fra i greci, per affermare una certa idea molto americana sull’insostenibilità di fondo dell’euro» (Il Corriere della Sera, 3 luglio 2015). Syriza e Podemos come (oggettivi) “amici del Giaguaro”? come (oggettivi) utili idioti al servizio dell’imperialismo americano, da sempre ostili al progetto di una Grande Europa a egemonia tedesca? Il sospetto è lanciato (dai socialisti europei, non dal sottoscritto)!

Se di «lotta di classe» si deve parlare a proposito del referendum di domenica, ebbene si tratta della lotta che il Capitale (la cui dimensione internazionale è sempre più evidente) fa ai nullatenenti e agli strati sociali della piccola e media borghesia risucchiati in un processo di rapida e violenta proletarizzazione.

Tsipras, Varoufakis e la malafemmina

Tsipras, Varoufakis e la malafemmina

Scritto ieri

Dall’estrema destra all’estrema sinistra, passando per Renato Brunetta, Matteo Salvini e Beppe Grillo: vasto, composito e frastagliato appare il partito italiano che tifa per Tsipras, l’ultimo eroe della dignità nazionale prodotto dal Mezzogiorno d’Europa, in vista dell’epocale referendum del 5 luglio – nei riguardi del quale qualche politologo non particolarmente amante della popolarità fa osservare con qualche malignità che non raramente democrazia fa rima con demagogia (1). (E questo, aggiungo io, soprattutto in tempi di acuta crisi sociale). «Tutto, davvero tutto mi divide da Tsipras», ha dichiarato ieri in Parlamento Brunetta, «ma egli oggi rappresenta la risposta di libertà al dominio tedesco e alla burocrazia europea, e per questo io sto dalla sua parte». Detto en passant, l’altro giorno il politico di notevole statura internazionale aveva parlato della necessità di contrastare a ogni costo «l’imperialismo tedesco e la burocrazia di Bruxelles», cosa che pare abbia fatto sussultare non poco le anime dannate di Lenin e Trotsky, ancora in attesa di credibili eredi.

Democrazia e libertà versus dominio e burocrazia: di questo si tratta nella sempre più ingarbugliata, e per molti versi davvero tragicomica, vicenda greca? Democrazia o dispotismo economico-burocratico: è questa la posta in gioco nel Vecchio Continente? Certamente è questo che cercano di venderci i tifosi di «Atene la rossa» (strasic!).

Riferendosi al partito che tifa per Tsipras molti analisti politici hanno parlato nei giorni scorsi di contraddizioni e paradossi; la mia lettura è diversa. Quell’accozzaglia politica che si è coagulata intorno al governo greco dimostra che il mondo del conflitto sociale non si divide, in radice, tra destri e sinistri, ma piuttosto tra anticapitalisti e sostenitori a vario titolo dello status quo sociale – appartenenti alle più disparate, e non raramente disperate, correnti politico-ideologiche: si va dai “comunisti” più o meno vetero/post, ai fascisti più o meno vetero/post, dai sovranisti, agli europeisti, dai liberisti più o meno “selvaggi”, ai benicomunisti di stampo francescano piuttosto che negriano, e via di seguito. Non a caso il virile Putin fa stragi di cuori tanto nell’estrema destra quanto nell’estrema sinistra. E ciò non a dimostrazione del fatto che, in fondo, fascisti e comunisti sono ugualmente attratti da modelli politici e personali autoritari (senza contare la loro comune adorazione feticistica per lo Stato come imprenditore unico), né che oggi le “grandi ideologie” sono ormai tramontate; ma a conferma che i cosiddetti “comunisti” non sono mai stati davvero tali, bensì non più che zelanti servitori del dominio sociale capitalistico. Ma non divaghiamo!

L’illustre economista nonché premio Nobel Joseph Stiglitz si schiera risolutamente (ma no c’era da dubitarne) con il No al prossimo referendum greco: «Un sì alla nuova austerity vorrebbe dire depressione quasi senza fine», mentre «un no aprirebbe invece per lo meno la possibilità che la Grecia, con la sua tradizione democratica, possa essere padrona del suo destino». A parte la balla colossale, in questi giorni ripetuta ossessivamente a destra e a manca, sulla «tradizione democratica» della Grecia, sulla Grecia come «culla della democrazia e della civiltà occidentale»: come se il tempo che ci separa da Pericle, da Socrate e da Aristotele fosse passato invano!; a parte questa demagogia pro-greca d’accatto, come si può credere davvero che un Paese come la Grecia «possa essere padrona del suo destino» nel Capitalismo globalizzato del XXI secolo? (2) Ma davvero si vuol vendere all’opinione pubblica greca e internazionale questa mastodontica menzogna? Pare di sì.

Naturalmente i primi a non crederci, in questa balla speculativa, sono Tsipras e Varoufakis, i leader «dell’esperimento politico bolscefighetto» di Atene (la definizione purtroppo non è mia, ma di Fabio Scacciavillani) (3), i quali infatti stanno cercando di far pesare sul tavolo delle trattative con i “poteri forti” internazionali la delicata posizione geopolitica del Paese, strizzando l’occhio ora alla Russia, ora alla Cina, vedendo l’effetto che la cosa fa a Berlino, a Washington e ad Ankara. La posta in gioco geopolitica, più che economica, è stata messa nel cono di luce con il consueto realismo da Robert Kagan sul Wall Street Journal Europe di ieri. Come la moglie Victoria Nuland (vicesegretario di Stato per l’Europa, particolarmente ostile alla Russia e contrariata da certi atteggiamenti ambigui esibiti dai partner europei sulla questione ucraina), Kagan ha preso molto sul serio l’accordo di cooperazione e finanziamento firmato dal governo greco con la Russia il 18 giugno.

Anche Silvio Berlusconi, a suo tempo vittima del «colpo di Stato» ordito dall’asse franco-tedesco (i sorrisini complici della Merkel e di Sarkozy lo tormentano ancora: altro che Ruby rubacuori!) con la complicità del Presidente Napolitano (Brunetta docet!), oggi fa interessanti considerazioni geopolitiche sulla crisi dell’Unione Europea, anche nel tentativo di agganciare la posizione centrista di Renzi e per questa via smarcarsi dal populismo antieuropeo di Salvini e Meloni. Dopo tutto egli si considera ancora uno stimato leader del Partito Popolare Europeo.

Ma ritorniamo a Stiglitz: «Atene ha la chance di avere un futuro che, anche se non sarà prospero come il suo passato, sarà più ricco di speranza rispetto alla tortura senza scrupoli del presente». Capito classi subalterne greche? Dovrete comunque affrontare duri sacrifici, ma in compenso vi si offre l’occasione di essere più ricchi non in termini di euro (che trivialità, nevvero Santo Padre?) ma di speranza: quasi mi commuovo! Però subito mi riprendo: scusatemi la trivialità, please. La «tortura senza scrupoli del presente» si chiama Capitalismo, e questo ad Atene, a Berlino, a Roma, a Washington, a Mosca, a Pechino e altrove nel mondo. Ed è precisamente questa tortura, questo dominio sociale che ha ormai le dimensioni del pianeta, che ha generato la crisi economica internazionale esplosa nel 2007, la quale ha impattato duramente soprattutto in quei Paesi del Mezzogiorno d’Europa travagliati da decenni da gravi magagne strutturali, gestite soprattutto con la leva della spesa pubblica. D’altra parte nessun politico “meridionale” era – ed è – così elettoralmente masochista da intaccare interessi consolidati, rendite di posizione e parassitismi sociali di varia natura. «Alexis Tsipras e Yanis Varoufakis sono passati da rivoluzionari a difensori di sprechi e privilegi» (Panorama, 1 luglio 2015). Ora non esageriamo: quando mai la strana coppia di Atene è stata rivoluzionaria?

Ma, prima o poi, i nodi vengono al pettine, soprattutto quando le “formiche” si rifiutano di essere generose con le “cicale”, per riprendere uno stilema polemico interborghese molto in voga qualche anno fa. Detto di passaggio, le “formiche” nordiche votano esattamente come le “cicale” meridionali, come ha fatto rilevare ieri con teutonica malignità la Cancelliera di Ferro parlando al Bundestag. È la democrazia (borghese, e nella «fase imperialista» del Capitalismo!), bellezza! (4).

Chi oggi sostiene che i creditori della Grecia sono moralmente colpevoli per aver consentito a quel Paese di vivere per molti anni al disopra, molto al disopra dei propri mezzi (organizzando persino un’olimpiade nel 2004 e vincendo addirittura un Campionato europeo di calcio nello stesso anno: che bei tempi!) o è in malafede oppure non capisce assolutamente nulla di come funziona il capitalistico mondo. In ogni caso quel personaggio politicamente corretto, sicuramente devoto a Francesco, dice e scrive moralistiche balle.

A proposito dell’evocato compagno Papa! «Se fossi greca? Al referendum di domenica voterei No». È quanto dichiara al Fatto Quotidiano Naomi Klein, «giornalista e scrittrice canadese icona dell’anti-capitalismo del XXI secolo». Anche qui devo dire di non aver nutrito dubbi di sorta, lo giuro. Tutta l’intellighentia che piace vota No. Ora, per capire la natura dell’anticapitalismo (sic!) venduto dalla Signora No Logo in giro per il mondo è sufficiente leggere la sua risposta alla domanda, abbastanza scontata, di Andrea Valdambrini («Papa Francesco come leader del movimento anti-capitalista?»): «Sì, lo è. È una voce importante che ricorda al mondo come non può esistere economia senza la morale. Le persone e il bene del pianeta vengono prima dei profitti». Non c’è dubbio: di questi tempi basta pochissimo per accreditarsi presso l’intellighentia progressista occidentale come «leader del movimento-anticapitalista». E questo certamente non testimonia a favore delle mie capacità! Nella mia più che modesta critica all’Enciclica francescana avevo comunque citato anche Naomi Klein fra i punti di riferimento “dottrinari” del Santo Ecologismo elaborato dal Papa.

Non c’è dubbio che ultimamente il Vaticano, una delle più antiche e potenti agenzie politico-ideologiche al servizio dello status quo sociale planetario, si è di molto rafforzato.

Il populismo di Syriza pare essersi ficcato dentro un cul-de-sac; qualunque sia l’esito del referendum, usato dai capi di quel partito come strumento di pressione politica da far valere nelle trattative  dei prossimi giorni e come comodo alibi per pagare il minor prezzo politico possibile in caso di capitolazione (ad esempio, nel caso vincessero i Sì), appare chiaro che rischiano di venir risucchiati nel vortice della disillusione e della disperazione quella consapevolezza politica e quella combattività che in qualche modo, scontando i limiti di una situazione sociale che depone a sfavore delle classi subalterne in tutto il mondo, si sono fatte strada negli ultimi anni in certi strati del proletariato e della stessa piccola borghesia azzannata dai morsi della crisi.  L’«esperimento politico bolscefighetto» di Tsipras e company può costare molto caro a chi in buona fede si è fidato della loro proposta politica tutta interna alla dialettica interborghese – la quale, com’è noto, può arrivare fino al bagno di sangue (5). Il 30 giugno il quotidiano greco I Kathimerini, schierato per il Sì e molto critico nei confronti del Premier greco («Tsipras sta sfruttando la disperazione della popolazione, ritenendo che una buona parte di essa sia disposta ad accettare qualsiasi cosa, perfino un ritorno alla dracma), paventava la possibilità che «la gente [possa cadere] preda di forze distruttive». Quando la catastrofe incombe e la “coscienza di classe” latita, le «forze distruttive» sono sempre in agguato, pronte a vendicare le offese degli ultimi: non è la vichiana storia che si ripete, si tratta piuttosto della coazione a ripetere del Dominio sociale capitalistico. Del resto, dal mio punto di vista anche Syriza è, nella sua qualità di partito borghese, parte organica delle «forze distruttive», e distruttive nel peculiare significato che tali forze non solo saccheggiano le condizioni di esistenza dei nullatenenti, ma ne annichiliscono anche la capacità di reazione, anche attraverso l’illusionismo democratico. Sotto questo aspetto, sbaglia di grosso chi individua solo in Alba Dorata il nemico da combattere, secondo la vecchia e falsa alternativa tra fascismo e democrazia.

Certo, per una volta potrei affettare un po’ di ottimismo (tanto non costa nulla e si fa sempre bella figura) e dire di sperare che la disillusione possa convertirsi presto in crescita politica. Certamente se fossi in Grecia lavorerei in quel senso. Nel mio infinitamente piccolo, si capisce. E soprattutto senza coltivare, per me e per gli altri, false speranze. Finisco ricordando la mia posizione sul referendum del 5 luglio: si tratta a mio avviso di rifiutare tutte le opzioni vendute alle classi subalterne come le sole ricette in grado di salvarle da una miseria ancora più nera di quella che stanno sperimentando oggi, ossia per legarle più strettamente al carro dei sacrifici («avete scelto voi!»), che comunque esse dovranno fare, non importa se nel nome del “sogno europeista” o in quello, altrettanto reazionario e disumano, del “sogno” sovranista.

(1) «La paura aiuta i demagoghi populisti che la coltivano di mestiere, se non lo si fosse ancora capito. Che Tsipras sia stato un demagogo a ricorrere al referendum chiedendo la fiducia dei greci a lui, non dovevamo scoprirlo certo all’ultimo momento. I populisti demagoghi fanno così, e chi non lo è e non sa mettere in conto le loro mosse perderà» (Oscar Giannino). Ma anche il fronte del Sì, a quanto pare, sa ben giocare con le paure: «Com’è possibile convincere anche queste persone a votare una cosa contro il proprio interesse? Facile, si crea un clima di terrore, paventando l’uscita dall’euro, dall’Europa, il fallimento e il disastro economico e sociale del paese, la perdita di tutti i propri soldi ecc. in caso di vittoria del “no”. In questo sporco lavoro aiutano molto le tv private greche che a ciclo continuo trasmettono servizi che hanno lo scopo di terrorizzare il popolo greco, molte volte riciclando in maniera forviante fotografie ed immagini del passato e magari provenienti da altri paesi. […] L’esempio del primo ministro Matteo Renzi è eclatante, ha dichiarato: “Sarà un referendum tra la Dracma e l’Euro”. In questo carosello di dichiarazioni non è solo, ma ben inserito in un fronte che fa di tutto per terrorizzare il popolo greco. In tanti hanno fatto dichiarazioni in cui la vittoria del “no” coincide con l’uscita dall’euro e dall’Europa. Cosa, che non è vera ed è proprio il più accanito nemico del governo greco a dichiaralo pubblicamente, infatti proprio il ministro delle finanze tedesco W. Schäuble ha dichiarato ieri che anche con la vittoria del “no” la Grecia resterà nell’’uro e si continuerà a trattare» (http://sopravvivereingrecia.blogspot.it/). Il Blog qui citato coltiva un’alta opinione della democrazia diretta referendaria che personalmente non condivido. Come non condivido il suo giudizio sulla dichiarazione di guerra referendaria firmata da Tsipras il 26 giugno: «è di una fierezza rara».

(2) Scrive Paolo Guerrieri: «L’eurozona non è una piccola economia aperta, ma il secondo spazio a livello mondiale per dimensioni di reddito, prodotto e di ricchezza accumulata. […] Per vincere la crisi economica è necessaria più Europa. Non sarà facile in un’era di euroscetticismo crescente. Ma è un dato di fatto che gli Stati nazione europei non hanno più gli strumenti adeguati per governare le loro economie, perché troppo piccole nella nuova economia-mondo. E se vogliamo un rilancio del modello europeo di economia sociale di mercato questo sarà possibile solo in un’ottica europea. Ma bisogna fare presto, prima di vedere definitivamente compromesse le prospettive future dell’intero progetto di integrazione europea» (È fondamentale un cambio di passo in Italia e in Europa, in  Economia italiana, 2014/3). Rimane inteso che questo progetto non può che avere la Germania, ossia lo spazio capitalistico sistemicamente più forte, più strutturato e più dinamico d’Europa, come proprio centro-motore. Hic Rhodus, hic salta!

(3) «Il plebiscito farsa, ultimo rifugio dei demagoghi, rappresenta il capolinea dell’esperimento politico bolscefighetto quale che sia il risultato. […] Quelli che lamentano una moneta senza basi politiche vivono fuori dalla realtà e ignorano la Storia: è sempre l’economia a determinare la politica. Senza la zavorra greca l’euro è economicamente e dunque politicamente più forte» (F. Scacciavillani, Il Fatto Quotidiano, 30 giugno 2015).

(4) Cito da un mio post del 5 giugno: Com’è noto, anche il Ministro tedesco Schäuble si è pronunciato in termini positivi circa la possibilità di sottoporre il piano di riforme che sarà concordato tra Atene e l’ex Troika a un referendum popolare: «Se il governo greco pensa di dover tenere un referendum, allora lasciamogli tenere un referendum – ha dichiarato Schäuble –. Potrebbe essere una misura perfino utile per il popolo greco per decidere se è pronto ad accettare quello che è necessario o se vuole qualcosa di diverso» (Corriere della Sera, 12 maggio 2015). Elettori greci, preparate la corda: da tutte le parti vi si vuol… consultare. Della serie: Decidi tu, oh popolo sovrano, l’albero a cui desideri impiccarti.

(5) E qui viene sempre utile ricordare Schopenhauer: «Ogni povero diavolo, che non ha niente di cui andare superbo, si afferra all’unico pretesto che gli è offerto: essere orgoglioso della nazione alla quale ha la ventura di appartenere. Ciò lo conforta; e in segno di gratitudine egli è pronto a difendere a pugni e calci, con le unghie e coi denti tutti i suoi difetti e tutte le sue stoltezze» (A. Schopenhauer, Il giudizio degli altri, pp. 31-32, RCS, 2010). Ecco la merce nazionalista venduta il 26 giugno da Alexis Tsipras al “popolo greco”: «Vi chiamo tutti e tutte con spirito di concordia nazionale, unità e sangue freddo a prendere le decisioni di cui siamo degni. Per noi, per le generazioni che seguiranno, per la storia dei greci. Per la sovranità e la dignità del nostro popolo». Segue ovazione e orgasmo da parte dei sovranisti, non importa se di “destra” o di “sinistra”, di tutto il mondo. E magari qualche socialsovranista ha in passato urlato (evidentemente a pappagallo) lo slogan: Il proletariato non ha patria! «Se gli levi anche quella…». Mi rendo conto. E allora, più Patria per tutti! Così va bene? Sono stato abbastanza “amico del popolo”?

TSIPRAS E LA “LOTTA DI CLASSE” SECONDO IL MANIFESTO

bertrams_tsipras_3

Per Il Manifesto «torna la vecchia lotta di classe»: per Zeus, non me ne ero mica accorto! Mi son distratto un attimo… Ringrazio quindi i compagni del “Quotidiano comunista” della preziosa informazione. E tuttavia… Insomma, i dubbi si fanno presto strada. «Lotta di classe»: sarà vero? In che senso, poi, «lotta di classe?». Come al solito, il pessimismo e il sospetto mi fregano. Ma vediamo meglio la cosa.

Leggiamo: «La let­tera “io rinun­cio al mio cre­dito greco”, è una piccola-grande rispo­sta all’agguato di Ue e Fmi con­tro il governo di Syriza gui­dato da Tsi­pras. È il momento più dif­fi­cile per il nuovo ese­cu­tivo di Atene, democraticamente eletto solo 5 mesi fa dopo il disa­stro della destra e della Tro­jka che ha por­tato alla crisi umanitaria. Ora Tsi­pras ha pre­sen­tato un piano con­tro l’asfissia finan­zia­ria. Ma l’Ue, con rapido voltafaccia, dice ancora no: chiede il taglio delle pen­sioni e meno tasse alle imprese. Insomma, torna la «vec­chia» lotta di classe. Il mani­fe­sto sostiene l’iniziativa “io rinun­cio al mio cre­dito” e invita tutti i let­tori a sottoscrivere la let­tera, a ripro­durla e a moltiplicarla. Diciamo forte e chiaro: Atene non è sola». Non c’è dubbio. Ma non contate sul mio appoggio!

Infatti, a mio modesto avviso non stiamo assistendo alla vecchia «lotta di classe»,  né a una sua variante moderna o post-moderna: niente di tutto questo. Si tratta piuttosto di una lotta intercapitalistica che ha molto a che fare anche con i rapporti di forza geopolitici inter-europei e mondiali.  Spacciare per “lotta di classe” lo scontro interborghese (o intercapitalistico, oppure interimperialistico: chiamatelo come più vi aggrada, come suona meglio all’orecchio 2.0) è un classico del pensiero “comunista” da Stalin in poi. Sì, ho detto Stalin: il nonno dei vetero/neo/post “comunisti” ancora attivi in Occidente. E in Italia – come in Grecia – di “comunisti” ce ne sono ancora tanti in circolazione, come sa d’altra parte bene lo stesso Tsipras, alle prese con la Piattaforma sinistrorsa che monta la guardia a difesa delle mitologiche (dopo tutto siamo in Grecia!) Linee Rosse. Syriza, da movimento social-populista qual è, ha forse fatto al “popolo greco” promesse irrealistiche (anche in questo in perfetta continuità con il vecchio personale politico greco, il quale com’è noto ha usato anche la spesa pubblica e l’evasione fiscale come strumento di consenso elettorale/sociale)? È quello che pensano in tanti. Scrive Claudio Cerasa sul Foglio di oggi: «Fare gli anticapitalisti con i soldi degli altri funziona quando prometti, quando sei al comando del paese è un’altra storia. Funziona così. E anche Tsipras deve essersene accorto quando ha capito che – kalos kai Dragatos – l’unico modo per salvare il suo paese era proprio quello: stringere la mano all’Europa e agli orrendi capitalisti nemici del popolo». Com’è noto, per i “destri liberisti” basta un niente, un’Enciclica papale ad esempio, per parlare di “anticapitalismo”; però la battuta non è male.

Cito dalla Lettera di sostegno al governo borghese di Atene (alle prese non con la cattiveria del mondo, ma con le magagne di un Capitalismo, quello greco, praticamente da sempre obsoleto e parassitario, nonché con gli interessi capitalisticamente legittimi di chi a) presta i soldi, b) vuole intascare profitti e c) intende rafforzare ed espandere la propria egemonia sistemica, come la Germania: è il Capitalismo, Varoufakis!): «L’Europa senza la Grecia sarebbe come un adulto privato della sua infanzia. Cioè della sua memoria e delle sue parole». Che infantilismo d’accatto! Lo so, sono duro, ma come diceva il mio filosofo di riferimento «ogni limite ha una pazienza», o qualcosa del genere. Ma ci siamo capiti! C’è in corso una guerra sistemica intercapitalistica giocata sulla pelle del proletariato e della piccola borghesia declassata, e certi “comunisti” mi invitano a versare lacrime sulla Civiltà Occidentale: ma andate a quel Paese! Quale? Il solito!

Per quel che conta la mia opinione (e qui stendiamo il solito velo!), desidero comunicare ai creditori politicamente corretti del Paese che personalmente non rinuncio né al mio credito (avercelo, in tutti i sensi!*) né, tanto meno, al mio “istinto di classe”, il quale mi suggerisce in modo inequivoco di non piegarmi a nessuno degli attori che oggi si scontrano sulla scena internazionale; di non abboccare né all’amo della “destra” (rigorista o populista, europeista o sovranista, liberale o statalista) né a quello della “sinistra” (rigorista o populista, europeista o sovranista, liberale o statalista: magari sotto la forma particolarmente rognosa e chimerica del benecomunismo); di rifiutare di “scegliere” l’albero a cui impiccarmi.

La «lotta di classe» a cui ci invita Il Manifesto è la lotta che il Capitale fa ogni santo giorno agli individui in generale e ai nullatenenti in particolare. Spedire al mittente come velenosa robaccia ultrareazionaria la “solidarietà di classe” immaginata dal “Quotidiano comunista” (sic!) è, a mio giudizio, il minimo sindacale richiesto agli anticapitalisti di tutto il mondo da un pensiero autenticamente radicale. A ogni buon conto, io la penso così.

Non è necessario bere il vino di Marx per capire la natura ideologica (falsa) della democrazia (borghese) in generale e della democrazia (borghese) ai tempi del dominio totalitario e mondiale dei rapporti sociali capitalistici. Né bisogna essere particolarmente “marxisti” per comprendere che solo un’autentica lotta di classe può spezzare il legame politico, ideologico e psicologico che oggi (come da troppo tempo, ormai) incatena i nullatenenti al sempre più disumano carro del Dominio – comunque “declinato”: democrazia, fascismo, liberismo, “socialismo” (leggi: statalismo), ecc., ecc. Insomma: io no sto né con Tsipras, né con la Merkel, né con gli europeisti né con la Troika, né con gli Stati Uniti né con la Russia, né con l’Italia né con la Cina – a proposito: alcuni sovranisti particolarmente intelligenti e furbi pensano che l’egemonia economica e politica russa o cinese sulla Grecia o su qualche altro Paese del Meridione europeo sia preferibile e auspicabile: a queste cime dialettiche io non arriverò mai! E difatti sconto una certa solitudine politica, diciamo. Ma se la “dialettica” è questa…

Una piccola precisazione: quei “” vanno letti come dei “contro”. Per adesso sul sempre più scottante “caso greco” è tutto.

* «Il credito è il giudizio dell’economia sulla moralità di un uomo. […] Entro il rapporto, non è il denaro che viene superato nell’uomo, ma è l’uomo stesso che viene trasformato in denaro, ossia il denaro si è personificato nell’uomo. La persona umana, la morale umana è diventata essa stessa articolo di commercio, un materiale per l’esistenza del denaro» (K. Marx, Scritti inediti di economia politica, p. 12, Editori Riuniti). D’altra parte, «il denaro è solo un rapporto sociale oggettivato» (ibidem, p. 89). Una qualità assai misteriosa che i feticisti d’ogni genere  (compresi Papa e papisti proudhoniani) non riusciranno mai a capire.

ANIMALISTI AGNELLIAggiunta da Facebook, 27 giugno 2015

 YANIS VAROUFAKIS E LA CORDA DEMOCRATICA

La grande “scelta”: corda di destra, di centro o di sinistra?

Ultim’ora Huffington Post: «”Noi agiamo a nome dei greci. Se i greci ci diranno di firmare firmeremo, qualunque cosa questo richieda”. Lo ha affermato il ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis, in merito al referendum che si terrà sull’ultima proposta di aiuti dell’UE».

ANCORA DUE PAROLE SULLA GRECIA

grexit-678176Su cortese segnalazione di un mio amico ho appena finito di leggere un post rigorosamente socialsovranista a firma Daniela Di Marco, il cui titolo (Se questa è Syriza siamo messi male) lascia trasparire abbastanza chiaramente una certa delusione da parte dell’autrice intorno alla reale portata sociale e politica dell’esperimento tentato dall’attuale governo greco. Un governo che, sia detto en passant, chi scrive giudica alla stessa stregua di quelli che l’hanno preceduto, e nei confronti del quale l’anticapitalista autentico non ha alcun motivo per nutrire illusioni di sorta, e contro il quale, quindi, egli non potrebbe lanciare accuse di “alto tradimento” senza sprofondare nel ridicolo. Naturalmente le cose stanno in modo affatto diverso per il “progressista radicale” (vedi, ad esempio, il “quotidiano comunista” Il Manifesto) e per il sovranista, soprattutto se di “sinistra”.

Il post qui richiamato dà conto del «Sesto incontro di economia dal titolo Che succede in Grecia?» che ha avuto luogo a Casale Alba 2  «(periferia est di Roma)» il 7 giugno scorso. La Di Marco non ha apprezzato né l’atteggiamento («estremamente spocchioso, settario, maleducato a tratti») di Argyrios Argiris Panagopoulos, un rappresentante di Syriza, né, tanto meno, le sue posizioni politiche circa la sostenibilità sociale dell’euro e dell’eurozona. «Con fare sprezzante, invece di rispondere alle domande e alle obiezioni, ha accusato i compagni no-euro di “essere dei visionari, di proporre salti nel buio, di giocare sulla pelle dei greci, degli illusi che pensano ancora di fare il socialismo e di issare la bandiera rossa sulla Bce… Noi non abbiamo né un Piano B, né C, né D, resteremo nell’Unione europea e porremo fine all’austerità”. Sorvoliamo per carità di patria sugli epiteti che ha usato verso quelle forze di sinistra che in Grecia sono per uscire dalla gabbia europea…». Posso sbagliarmi, ma a me pare che il “compagno” Panagopoulos ce l’ha con la variegata galassia post-stalinista, sulla cui concezione “socialista” (in realtà si tratta di un nazionalismo economico che cerca di mettere insieme, in maniera più o meno abborracciata, statalismo e keynesismo, con ciò che ne segue sul piano delle scelte politico-istituzionali) qui preferisco stendere un velo abbastanza pietoso. Insomma, gli epiteti del “compagno” Panagopoulos non sfiorano la mia modestissima persona. E di questi sconsolati tempi è già qualcosa.

Adesso arriviamo rapidamente al passo che intendo porre all’attenzione del lettore, soprattutto per chiarire la mia posizione sulla questione greca: «Ormai è chiaro che questa Unione Europea è irriformabile, che l’unica alternativa è uscirne, abbandonare l’euro, e, se sacrifici debbono essere fatti, che il popolo li faccia per se stesso, per riconquistare sovranità, democrazia e diritti, tornare a scegliere del proprio futuro». In primo luogo «questa» Unione Europea ancorché «irriformabile» è soprattutto un’entità sociale capitalistica, e come tale essa va considerata se si vuole comprendere la reale portata della posta in gioco e la natura dello scontro interborghese che interessa non solo l’Europa – e non a caso Tsipras strizza l’occhio alla Russia e alla Cina, sapendo di mettere di pessimo umore gli Stati Uniti, che difatti a loro volta premono sul Fondo Monetario Internazionale e sulla Germania in vista di «soluzioni equilibrate e sostenibili per tutti i partner».

In secondo luogo, e in strettissima connessione con l’assunto di cui sopra, si fa della politica ultrareazionaria quando si chiama «il «popolo» (concetto squisitamente borghese chiamato a cancellare la natura classista della società) a sacrificarsi per i supposti superiori interessi nazionali. I proletari non hanno Patria, né quando si tratta di prendere le armi contro «lo straniero»*, né quando si tratta di salvare l’economia nazionale dal disastro.  Come ho scritto in altri post, il discorso apologetico intorno alla sovranità nazionale, alla democrazia e ai diritti suonava falso (ideologico, apologetico)all’anticapitalista occidentale ai tempi di Lenin, figuriamoci come esso debba suonare all’orecchio dell’anticapitalista attivo (si spera!) nel XXI secolo, in questa epoca storica dominata totalitariamente e sempre più scientificamente e capillarmente dalla “bronzea legge” del profitto.

Altro che «se sacrifici debbono essere fatti»! La parola d’ordine autenticamente classista – o critico-radicale – è invece questa: Non accettare alcun sacrificio! E ancora: Organizziamoci in modo autonomo contro gli interessi del capitale (“nazionale” e internazionale)! Non cediamo alle sirene elettorali/referendarie che intendono legarci sempre più strettamente al carro del Dominio! Rifiutiamo tutte le opzioni capitalistiche: europeiste, sovraniste, liberiste, stataliste (ecc., ecc., ecc..)

Oggi tutti (anche il cattivo Wolfgang Schäuble) vogliono portare «il popolo greco» al patibolo elettorale, affinché esso possa “scegliere liberamente” a quale causa immolarsi: a quella della (sempre più chimerica) “sovranità nazionale” o a quella dell’Unione Europea (necessariamente a trazione e a guida tedesca: i rapporti di forza capitalistici non sono un’opinione)**. Un’alternativa del Dominio che va respinta al mittente, qualunque esso sia (di “destra”, di “sinistra”, di “sinistra radicale”), e che la cosa oggi appaia, e sia in realtà, impresa quasi impossibile da tentare, ebbene ciò non la rende meno adeguata alla situazione. Viviamo infatti in tempi disperati, sotto ogni rispetto.

Chi pensa che l’uscita dall’Unione Europea possa facilitare l’uscita dal Capitalismo («o quantomeno dal Finanzcapitalismo!») è, nel migliore dei casi, un povero illuso. Per come la vedo io, l’alternativa anticapitalista non è euro sì/euro no, UE sì/Ue no: un’alternativa, questa, tutta interna allo scontro interborghese, nazionale e internazionale; l’alternativa si pone piuttosto in questi termini: o lavoriamo politicamente per l’autonomia di classe oppure come classe subalterna non verremo mai fuori dal buco nero dell’impotenza politica, concettuale, psicologica, esistenziale.

 

* A proposito! Continua l’ossessione di Krugman per la guerra: «Un’uscita forzata della Grecia dall’euro provocherebbe enormi rischi a livello economico e politico. Eppure, l’Europa sembra incamminata come una sonnambula proprio verso quel risultato. Sì, ammetto che la mia allusione al recente ottimo libro di Christopher Clark sulle origini della Prima guerra mondiale intitolato “The Sleepwalkers” (I sonnambuli) è intenzionale. In quello che sta accadendo si avverte una sensazione che ricorda da vicino e chiaramente il 1914, la sensazione che arroganza, risentimento e mero errore di calcolo stiano conducendo l’Europa verso un baratro dal quale avrebbe potuto e dovuto tenersi lontana» (La Repubblica, 8 giugno 2015). A Krugman, come a molti altri scienziati sociali progressisti, manca il concetto fondamentale per capire lo scontro intercapitalistico che sovente “sbocca” nella carneficina: Imperialismo.

** «Posso pure ristrutturare il tuo debito, posso accordarti un grosso sconto sugli interessi che maturano dal tuo debito, posso perfino cancellarlo, ma tu in cambio devi piegarti alla mia politica economica. Insomma, io ti consento ancora di galleggiare ma tu devi iniziare a nuotare. Insomma, fa con diligenza i compiti a casa e vedrai che col tempo tutto si aggiusta». È questo, in estrema e brutale sintesi, il discorso che Angela Merkel apparecchia ormai da molti anni al governo greco, di qualunque coloro politico esso sia. Tsipras, «un conservatore un po’ incendiario» secondo la non infondata definizione di Giuliano Ferrara, e Varoufakis si ostinano a ripetere in guisa di mantra che «il problema non è economico, ma politico». Infatti! Come non smette di ricordare, nei termini che la sua funzione gli consente, anche Mario Draghi: «Occorre governance sulle riforme strutturali», perché «le riforme strutturali svolgono un ruolo cruciale nell’eurozona e i loro risultati non sono solo nell’interesse di un Paese, ma in quello dell’Unione nel suo complesso. Le riforme hanno bisogno di una forte titolarità nazionale e di accordi sociali profondi, ma devono prevedere pure un organismo sovranazionale che renda più facile inquadrare i dibattiti nazionali. La persistenza delle differenze crea il rischio di squilibri permanenti, così da giustificare il fatto che le riforme siano disciplinate a livello comunitario». In questi termini si esprimeva il Presidente della BCE il 9 luglio 2014.
Smentendo la Bild, che dava ormai come cosa certa la Grexit, la Cancelliera di Ferro ha dichiarato che «Dove c’è la volontà c’è la strada ma la volontà deve venire da tutte le parti, quindi è importante continuare a parlarci». Non c’è dubbio: come dicono da mesi Tsipras e Varoufakis è tutta una questione di volontà politica…

UNA SOLUZIONE FINALE PER LA GRECIA

merkel-tsipras-641227Grande è la confusione sotto il cielo di Atene, ma nessuno può dire che essa sia anche eccellente. Dopo l’ennesimo “incontro decisivo” tra Alexis Tsipras e il Presidente dell’Ue Jean Claude Juncker, il poliziotto cattivo Wolfgang Schäuble ha tenuto a precisare che «la proposta greca non sarà la soluzione finale». Ora, sentire parlare un tedesco di «soluzione finale», sebbene per negarla, fa sempre un certo effetto. Rimane comunque il fatto che ancora una volta una soluzione finale per il caso greco non sembra alle viste. La melina ai bordi della catastrofe chiamata Grexit dunque continua. Almeno così sembra.

«Vorrei che la Grecia riprendesse la sua crescita», ha dichiarato Juncker alla fine dell’ultima cena (ahi!) con il leader greco; «ma per farlo governo e amministrazione devono adottare gli strumenti necessari [per gestire al meglio i 35 miliardi di fondi strutturali che la Commissione europea mette loro a disposizione per il periodo 2014-2020]. Non voglio che si dica che la Commissione Ue ha sottoposto la Grecia ad una cura di austerità. Sosteniamo l’economia reale con 35mld, a patto si doti di un’amministrazione in grado di usarli». Dal canto suo il Presidente dell’eurogruppo Jeroen Dijsselbloem fa sapere che quello di ieri «è stato un buon incontro, proseguiremo nei prossimi giorni». Tsipras, come al solito, è apparso ancora più fiducioso: «Sono ottimista, siamo molto vicini ad un accordo, abbiamo una base su cui discutere e nei prossimi giorni faremo ulteriori progressi, un accordo è in vista. Tra tutte le parti c’è accordo per mettere fine all’austerità e alle misure del passato, nessuno vuole più fare gli stessi errori». Chi segue il caso greco sa bene che almeno negli ultimi due mesi il Premier greco non ha fatto che ripetere, incontro “decisivo” dopo incontro “decisivo”, la stessa ottimistica filastrocca. Qualche giorno fa in un’intervista a Radio Vima il Ministro delle Finanze Varoufakis aveva anche detto che «La Grecia è molto vicina a un accordo con i creditori»; poi si è saputo che i creditori non ne sapevano niente…

La tattica seguita dagli ellenici nelle ultime settimane è abbastanza elementare (si tratta di vedere quanto efficace): mostrare all’opinione pubblica interna e internazionale tutta la buona volontà e la buonafede della leadership greca, far vedere che il governo di Atene è disposto all’accordo, di più: che esso lo vuole con tutte le sue forze, mentre sono i soliti cattivoni di Bruxelles, di Berlino e della Troika (pardon: dell’«ex Troica» o «Istituzioni» che dir si voglia) che alzano continuamente il prezzo dell’accordo, reiterando la «micidiale e assurda» politica dell’Austerity. Il possibile fallimento delle trattative in corso andrebbe dunque attribuito all’irresponsabilità dei “poteri forti”. Nelle ultime settimane Tsipras e Varoufakis hanno continuato a fare melina sull’orlo del precipizio, giocando di sponda con russi e cinesi per alzare anche la posta geopolitica della crisi.

Due competitori corrono l’uno contro l’altro in automobile a folle velocità: vince chi non cambia traiettoria, chi mostra fino all’ultimo secondo utile di non temere il botto.  Game of chicken (pollo nella declinazione anglosassone, coniglio in quella latina): si tratta di un esempio elementare di quella Teoria dei Giochi che tanto piace al “marxista eccentrico” di Atene, il quale – insieme a Joseph Stiglitz, Thomas Piketty e molti altri economisti progressisti occidentali – è socio dell’esclusivo Club dei Salvatori del Capitalismo – da se stesso. Vedremo alla fine chi risulterà il pollo (o coniglio) della situazione. Ovviamente Tsipras non vuole finire nella padella dei “poteri forti”, e le sue ricorrenti minacce sono rivelatrici di una certa angoscia governativa: «Se alcuni pensano o vogliono credere che le decisioni che ci aspettano riguardano solo la Grecia si sbagliano. Rimando loro ad un capolavoro di Ernest Hemingway: Per chi suona la campana?». Detto più prosaicamente: chi è il pollo di turno da spennare?

Sembra comunque che la sabbia nella clessidra della crisi greca (che poi è parte della crisi del cosiddetto “sogno europeo”) si stia rapidamente esaurendo, e che difficilmente il vecchio arnese “temporale” potrà venir capovolto per l’ennesima volte. Siamo dunque alla resa dei conti finale? È finalmente giunto quel fatale redde rationem spostato di mese in mese negli ultimi due anni? D’altra parte Dimitris Belantis, componente del Comitato Centrale di Syriza e critico nei confronti della “svolta possibilista” di Tsipras, due settimane fa aveva parlato chiaro a tal riguardo: «Giugno è la scadenza ultima per reagire alle minacce del sistema capitalista internazionale». Nientemeno! Verrebbe voglia di trasferirsi all’istante in Grecia, per dare una mano ai compagni governativi. Male che vada, in qualità di turisti anticapitalisti potremmo sempre dare il nostro modesto obolo al «popolo che resiste».

La melina del governo greco, peraltro in qualche misura assecondata dalla controparte europea e dallo stesso Obama (e certamente salutata con favore da Putin), ha fatto saltare i nervi a più di un decisionista. Un solo esempio: «Non si può volere tutto», scriveva sul Foglio (29 maggio) Giuliano Ferrara; «l’euro i mercati aperti e l’autarchia, i prestiti dei capitalisti senza le riforme capitalistiche, non si può avere una popolazione di impiegati superiore alla media europea, un salario minimo superiore, la pretesa di ricominciare ad assumere con l’acqua del deficit alla gola, il rifiuto di serie privatizzazioni, pensioni fuori controllo, e il tutto con le casse svuotate da decenni di bugie, di clientelismo fattosi sistema, di tasse in esenzione per i comparti decisivi dell’economia, non si può volere sovranità per i propri elettori e sudditanza per gli elettori degli altri. […] Il debito greco è già stato in parte condonato tre anni fa, dice Schäuble, e in parte ristrutturato, il servizio sul debito pesa meno per i greci che per i tedeschi, e alla fine gli economisti possono dire quello che vogliono, perché parlano di soldi che non sono i loro, ma chi governa ha altri problemi. […] Schäuble che dice sconsolato: non sono spaventato da certi metodi, ho trattato anche con i ministri di Honecker all’epoca della riunificazione, uno deve parlare con gli altri per come sono e non per come vorrebbe che fossero. […] Gli antagonisti del Partenone sono i veri impresentabili, in tutta questa faccenda di podemos, di possibili, di antipolitici, di sparafucile a sinistra e a destra e per ogni dove. Gli americani fanno finta di niente, e non vogliono altre grane. Bisognerà tirare somme politiche, alla fine: è compatibile con l’Europa un governo socialista e populista, barricadero e social-nazionalista? Si può allungare il brodo, gli stati possono delegare ai tecnici i concordati e le ristrutturazioni del debito, ma alla fine: è compatibile? La risposta è probabilmente un lungo, tortuoso e pericoloso: no». Alla fine, che Grexit sia! L’importante è mettere un punto a questa snervante partita a scacchi, a questa agonia offerta al mondo in stillicidio. Come diceva quello, meglio una rapida fine nell’orrore, piuttosto che un orrore senza fine!

Per Ferrara la «crisi umanitaria» di cui tanto parlano i socialnazionalisti greci «non è che la nuova versione ideologica della crisi economico-sociale». Finalmente un po’ di pulizia “semantica”, un po’ di sano materialismo! In effetti, la «crisi umanitaria» è un dato strutturale e permanente della società capitalistica. Nel senso che c’è sempre crisi di umanità, che l’indigenza in fatto di umanità è la regola, ovunque nel mondo. Ma questo non è che il dozzinale esistenzialismo che il sottoscritto cerca puntualmente di propinare, con scarso successo, al lettore, e che in ogni caso non aiuta a rispondere alla cruciale e forse financo epocale domanda posta dall’Elefantino: «è compatibile con l’Europa un governo socialista e populista, barricadero e social-nazionalista?».

Io rilancio e formulo una domanda ancora più scabrosa e solo apparentemente fuori luogo (almeno lo spero): è compatibile il Mezzogiorno italiano con il Nord’Italia? Un tempo la Lega Nord avrebbe formulato all’istante la giusta risposta a questa domanda che tanto irrita la coscienza di ogni onesto italiano, soprattutto di quello “stanziato” a Sud e foraggiato dallo Stato attraverso la fiscalità generale. La coesistenza in uno stesso spazio politico-istituzionale di aree capitalistiche fra loro troppo disomogenee deve necessariamente produrre, presto o tardi, delle conseguenze sistemiche. Quel che è certo è che l’Unione Europea non è ancora «un’area monetaria ottimale», per dirla con la scienza economica. Secondo il Guardian «La medicina imposta alla Grecia dai creditori si è dimostrata veleno. Si vuole una moneta permanente che invece inizia a disintegrarsi». Pare che il Marco Tedesco si stia riscaldando a bordo campo: meglio non lasciarsi cogliere di sorpresa da esiti sfavorevoli (per chi?) oggi non prevedibili. «La cancelliera tedesca Angela Merkel, in un’intervista alla corrispondente Rai, sottolinea: “Sulla crisi greca sono fiduciosa: penso che tutti dobbiamo esserlo. La Grecia vuole rimanere parte dell’Euro, anche la Germania lo vuole, tutti gli stati Ue vogliono questo» (Rai News, 5 giugno 2015). Però il riscaldamento del bomber tedesco continua…

Come ho già ricordato in un vecchio post, alla fine degli anni Ottanta Jacques Delors, allora Presidente della Comunità Europea e teorico del post-nazionale, accusava la Thatcher, che remava contro l’asse “europeista” Parigi-Bonn, di esagerare la reale importanza dello Stato-nazione e la portata delle differenze sociali fra i diversi Paesi europei: «lo sciovinismo può essere un bel paravento per nascondere venti anni di declino» – inglese. Richiamandosi alla tesi di Harmut Kaeble, storico dell’Università Libera di Berlino, secondo la quale l’Europa presentava al suo interno meno differenze sociali rispetto all’Unione Sovietica e agli stessi Stati Uniti, Delors sosteneva che ormai ci fossero tutte le condizioni strutturali per poter parlare di una completa integrazione europea post-nazionale, e che gli ostacoli da superare in vista degli Stati Uniti d’Europa avessero una natura squisitamente politica, più che sociale in senso stretto. Com’è noto, la Lady di Ferro non si fece convincere dall’ideologia europeista, e con qualche ragione a quanto pare. Oggi si parla addirittura di Brexit, ma questo è un altro discorso. Ma fino a un certo punto!

Scriveva Lucio Caracciolo il 26 maggio scorso, dopo aver versato qualche lacrima sulle macerie del Muro di Berlino (i nostalgici della Guerra Fredda sono sempre più numerosi) e aver per l’ennesima volta elencato i limiti della «vecchia Europa svuotata di senso»: «Le giornate degli europei non sono tutte eguali. Quelle tedesche sono ben più luminose delle nostre, non diciamo delle greche. Grazie al geniale euromeccanismo che i germanofobi vollero architettare per imbrigliare la Germania. Imbrigliando se stessi. E imbrogliandoci tutti» (Limes). È la dialettica del processo sociale capitalistico, bellezza! Alla fine, la potenza sistemica dei Paesi, o di singole aree (regioni) dello stesso Paese, deve trovare un’adeguata configurazione “sovrastrutturale”. (In realtà la stessa “sovrastruttura” è sempre più a tutti gli effetti una infrastruttura economica).

L’impressione è che l’Unione Europea si sia ficcata in un cul de sac realizzato dall’alternativa fra i due tradizionali modelli politico-istituzionali presenti nel dibattito politico europeo dagli anni Cinquanta in poi: Europa delle Patrie o Federazione di Stati? Stare in mezzo al guado genera una crescente instabilità che potrebbe superare il punto critico di non ritorno. Si tratta di capire in quale direzione la crisi spingerà il Progetto Europeo.

Il citato Dimitris Belantis è favorevole alla Grexit, all’uscita volontaria, e possibilmente “vellutata”, del Paese dall’euro: «Il default ci renderebbe automaticamente una colonia tedesca, governata dalla Troika con politiche neoliberali. Ecco perché, davanti a queste possibilità, forse la Grexit – per quanto comporterebbe un bagno di sangue nel breve termine – ci renderebbe alla fine liberi nel lungo periodo. È chiaro che misure di controllo dei capitali e delle banche sarebbero poi necessarie, ma è un rischio di cui i greci devono essere consapevoli e sul quale devono scegliere» (Linkiesta, 14 maggio 2015). Com’è noto, anche il Ministro tedesco Schäuble si è pronunciato in termini positivi circa la possibilità di sottoporre il piano di riforme che sarà concordato tra Atene e l’ex Troika a un referendum popolare: «Se il governo greco pensa di dover tenere un referendum, allora lasciamogli tenere un referendum – ha dichiarato Schäuble –. Potrebbe essere una misura perfino utile per il popolo greco per decidere se è pronto ad accettare quello che è necessario o se vuole qualcosa di diverso» (Corriere della Sera, 12 maggio 2015). Come scrivevo su un post, «della serie: Decidi tu, oh popolo sovrano, l’albero a cui desideri impiccarti. I funerali democratici del “popolo sovrano” saranno celebrati tra qualche mese?». E il «bagno di sangue nel breve termine» dove lo mettiamo? «Per la Sacra Patria questo e altro!». Almeno così la pensa il nazionalsocialista duro e puro, in Grecia come altrove.

Secondo la Goldman Sachs un default tecnico della Grecia e un blocco dei depositi ellenici «non solo è possibile [ma] potrebbe essere necessario allo scopo di rompere l’impasse in cui versano i negoziati con i creditori». In un report di qualche giorno fa la banca americana rilevava come le trattative siano ormai in uno stallo praticamente insormontabile e che la situazione delle casse di Atene, ormai quasi vuote, potrebbe costringere il governo greco a disattendere i suoi impegni con pensionati e lavoratori, a cui, com’è noto, è stato promessa la priorità nel pagamento di salari e pensioni rispetto alle obbligazioni con i creditori. Le mitiche linee rosse tracciate nel Programma elettorale di Syriza rischiano insomma di evaporare, e ciò spiega la crisi che scuote quel partito: «Il premier greco Alexis Tsipras si trova a fronteggiare un difficile risiko sul fronte interno ed esterno. Da una parte le lunghe trattative sul piano di salvataggio con il Fondo Monetario Internazionale, la Commissione europea e la Banca centrale europea, dall’altro, un terreno ancora più turbolento, l’aperta ribellione dell’ala più oltranzista di Syriza che ha lanciato un avvertimento al premier greco: se superi la nostra linea rossa di impegni con gli elettori si va alle urne» (askanews, 1 giugno 2015). Elettori greci, preparate la corda: da tutte le parti vi si vuol… consultare.

Scrive Jacques Sapir a proposito della “relazione egemonica” che lega l’Unione Europea alla recalcitrante (o “antagonista”) Grecia: «Una comunità che, a causa dei trattati, potesse prendere solo decisioni senza importanza sulla vita dei suoi membri non sarebbe meno asservita di quella che si trovasse effettivamente oppressa da una potenza straniera». Ma di che «comunità» stiamo parlando? Si tratta forse della «comunità» capitalistica oggi vigente in tutto il pianeta? La risposta non può che essere affermativa, ovviamente. Personalmente ne ricavo quanto segue: Sapir ha eliminato per decreto divino (forse si tratta di Zeus in persona, vista la fattispecie di cui si tratta) la divisione classista delle comunità ospitate dal nostro capitalistico mondo, così che la contesa fra gli Stati possa apparire in guisa di “contraddizione principale”, come ai vecchi tempi del Terzomondismo. Il Capitale come potenza estranea che tutti e tutto domina deve insomma lasciare il passo alla «potenza straniera», comunque declinata (Stati Uniti, Germania, Unione Europea, Troika e così via), che si accanisce contro l’autonomia e la dignità di una “libera” comunità nazionale. Ai tempi di Lenin i “marxisti rivoluzionari” spiegavano al proletariato occidentale che parlare di dignità e autonomia nazionale nell’epoca imperialistica equivaleva a una truffa politico-ideologica tentata ai loro danni dalle classi dominanti, le quali naturalmente sono felici tutte le volte che possono annegare i contrasti di classe nel veleno della solidarietà nazionale – e qui il concetto (borghese) di Popolo gioca un importante ruolo. Se, come io penso, quel discorso era valido allora, figuriamoci se non lo è oggi,  nella Società-Mondo del XXI secolo, nell’epoca del dominio totalitario e mondiale del Capitale.

I partigiani dell’UE quale essa è», continua Sapir, «hanno allora subito preteso che i sovranisti non siano che nazionalisti. Ma facendo questo dimostrano la loro incomprensione profonda di quello che è in gioco nel principio di sovranità: di fatto, l’ordine logico che va dalla sovranità alla legalità attraverso la legittimità, e che è costitutivo di ogni società». Ora, nel contesto del XXI secolo ha certamente senso parlare di sovranità borghese,  di legalità borghese, di legittimità borghese e, va da sé, di società borghese, mentre non ha alcun senso, se non quello riconducibile all’ideologia e agli interessi che fanno capo alla classe dominante, parlare in astratto di quei concetti e delle corrispondenti realtà politico-istituzionali. I sovranisti difendono la vecchia configurazione del potere politico (borghese), la quale fa sempre più fatica a stare dietro ai mutamenti sistemici innescati dal processo sociale capitalistico, la cui dimensione oggi è appunto planetaria, la dimensione più adeguata al concetto e alla natura (espansiva, totalizzante, invasiva, “rivoluzionaria”) del Capitale. Il sovranismo (o nazionalismo!) è una delle carte che la classe dominante di un Paese può giocare, o si vede costretta a giocare, in un momento di acuta crisi sociale, ma in nessun caso esso è in grado di far girare all’indietro la ruota del processo sociale. Faccio del volgare “determinismo economico”? No: mi limito a prendere atto della storia dell’ultimo secolo e mi sforzo di capire la natura della società con cui abbiamo a che fare.

DA CHE PULPITO! Io e Syriza.

bertrams_thumbFacile criticare da sinistra il governo Tsipras digitando comodamente su una tastiera obiezioni che a volte rasentano la ricerca del classico pelo nell’uovo. Bisogna misurarsi con la concretezza dei processi sociali, senza cedere alla paura di sbagliare né allo spirito di fazione. La verità è che noi di sinistra siamo bravissimi a dividerci, per la felicità dei nostri nemici: questo, parola più, parola meno, il succo della critica che mi ha rivolto ieri un simpatizzante italiano di Alexis Tsipras che, bontà sua, ha letto i miei «settari» post sulla vicenda greca. La critica mi fa capire che la posizione politica dalla quale approccio la questione greca non è emersa con sufficiente chiarezza. Di questo mi rammarico, e di qui quanto segue.

Lungi da me criticare «da sinistra» (o «da destra», perché no?) l’attuale governo greco, e la stessa cosa vale naturalmente per l’opposizione antigovernativa degli stalinisti del KKE; rispetto a Syriza e al KKE io non sono né più “a sinistra” né più “a destra”, né più “radicale” né più “moderato”: mi colloco piuttosto su un terreno completamente diverso. È il terreno – oggi ridotto a deserto – della lotta di classe condotta senza alcun riguardo per i cosiddetti superiori interessi del Paese, Grecia, Germania o Italia che sia.  È il terreno dell’autonomia di classe, dell’internazionalismo antisovranista (ricordate? Proletari di tutto il mondo…) e della rivoluzione sociale – quella, sia detto contro ogni forma di superstizione democratica, che non prevede passaggi elettorali di sorta. È da questa peculiare prospettiva, che so essere grandemente minoritaria (lo so, concedo troppo all’ottimismo della volontà…), che cerco di evidenziare le contraddizioni di Tsipras e compagni a proposito del braccio di ferro sistemico con la Germania “rigorista” e con la famigerata Troica, pardon: con… Le Istituzioni.

Punto di vista che, ad esempio, non ha nulla a che fare con quello di Antonio Negri e Sánchez Cedillo, i quali infatti a proposito di Syriza e Podemos scrivono: «È qui che si coglie nuovamente come solo la sinistra – quella nuova sinistra che parte dalla radicalità democratica dei movimenti emergenti di lotta e si organizza su linee di emancipazione – possa affermare l’Unione europea non come strumento di dominio ma come obiettivo democratico [sic al cubo!]. Il controllo democratico [questo, tra l’altro, a proposito della superstizione di cui sopra] del governo della moneta europea. È questa, oggi, la presa della Bastiglia [la prima volta come tragedia, la seconda come… Toni Negri!].  […] Ancora una volta è dall’Europa ed in Europa che nasce un progetto di libertà, di eguaglianza, di solidarietà – un progetto che possiamo chiamare antifascista, perché ripete la passione e la forza delle lotte di Resistenza» (EuroNomade, 23 febbraio 2015). Un altro Capitalismo europeo (magari “comunale”) è dunque possibile? Non saprei, e comunque non sono interessato alla costruzione, magari solo dottrinaria (purtroppo sono un proletario non cognitivo), di capitalismi di diverso conio. L’evocazione resistenzialista è però, come si dice, tutto un programma.

Per chi scrive le «lotte di Resistenza» rappresentarono per l’Italia la continuazione della guerra imperialista con altri mezzi nelle mutate circostanze determinate dai bombardamenti “democratici e antifascisti” anglo-americani. Su questo punto la penso come Giulio Sapelli (e ciò conferma peraltro la mia completa estraneità alla “sinistra”): «La partecipazione delle forze partigiane e delle forze armate regolari al fianco dei vincitori dà all’Italia uno statuto particolare nel contesto della ricostruzione del secondo dopoguerra. La Resistenza consentirà alla classe politica emersa dalle prime elezioni democratiche del dopoguerra di trattare su un piede di maggiore dignità e di autonomia dinanzi alle potenze inglese e nordamericana» (Storia economica  dell’Italia contemporanea, Bruno Mondadori, 2008). Chi si muove sul terreno degli interessi nazionali non può che apprezzare la tradizione resistenzialista. Ecco perché dal mio punto di vista antinazionale il richiamo di Negri alla Resistenza, che lo conferma come un epigono più o meno “postmoderno” della tradizione “comunista” del nostro Paese, si colloca concettualmente e politicamente dentro l’orizzonte del Dominio. Mito resistenzialista e mancanza di autonomia di classe sono le facce di una stessa medaglia. Ma questo la “sinistra”, greca o italiana che sia, non può capirlo. Non per mancanza di intelligenza, ma appunto perché essa si muove sul terreno delle compatibilità capitalistiche, magari con l’illusione che le rivoluzioni semantiche (ad esempio, chiamare Le Istituzioni la vecchia Troica, o Comune il vecchio Capitalismo di Stato) possano sostituire le rivoluzioni sociali che tardano a venire.

A mio parare – e non so se si tratta di un’opinione di “sinistra” o di “destra”, né la cosa ha per me una seppur minima importanza – Syriza è un soggetto politico borghese “a tutto tondo” che 1) è riuscito a intercettare il malessere degli strati sociali più azzannati dalla crisi economica, operazione quanto mai preziosa ai fini della continuità dello status quo sociale, e che 2) può mettersi alla testa di un reale processo di modernizzazione del capitalismo greco*. Di qui, il suo muoversi su un terreno pieno di insidie, che la leadership di Syriza cerca di padroneggiare come può alternando pose populiste e atteggiamenti assai più inclini alla realpolitik: «Il governo greco torna alla realtà», ha detto ad esempio la Cancelliera di Ferro. Persino il perfido Wolfgang Schaeuble, che di solito ama vestire i panni del poliziotto cattivo, ha invitato i suoi compagni di partito a dare credito, per l’ultima volta, al ritrovato realismo dei colleghi ellenici. E allora si capisce come la concorrenza sovranista e demagogica del KKE a “sinistra”, e di Alba Dorata a “destra”, debba rendere molto problematico il compito di Tsipras e di Varoufakis.

Il termine borghese adoperato sopra per caratterizzare la natura politica di Syriza va qui declinato non in termini volgarmente sociologici (persino un partito fatto interamente di operai può benissimo praticare una politica squisitamente borghese), ma storico-politici: borghese è il soggetto politico che fa gli interessi particolari o generali del Capitale, funzione che non esclude affatto (anzi!) il protagonismo di quel soggetto nella lotta intercapitalistica, ossia nella contesa fra fazioni borghesi che ha come obiettivo il potere materiale, politico e ideologico sull’intera società. Come la storia dimostra ampiamente e sempre di nuovo, le fazioni borghesi tendono a coalizzarsi fra loro solo quando il nemico comune, interno o esterno, li costringe a un’azione comune. È in questi casi critici che il concetto di interesse generale assume il significato più proprio. Tutto questo, beninteso, sempre al netto della coscienza che il soggetto politico borghese ha di sé, coscienza che si ricava dalla fenomenologia di quel soggetto: fraseologia, simbolismo, miti e via di seguito. Se dovessimo rimanere alle parole, dovremmo ad esempio definire comunista il KKE o la stessa “sinistra” di Syriza, e con ciò attirarci le giuste ire di Zeus Marx: non sia mai!

«Alexis Tsipras è ancora una volta nel mirino dell’ala sinistra del suo partito. Dopo le bordate contro l’accordo con l’Eurogruppo sparate dall’ex partigiano e oggi eurodeputato di Syriza, Manolis Glezos, che ha parlato di “vergogna” e ha chiesto scusa ai greci “per aver partecipato a creare questa illusione”, ieri è toccato a un altro grande vecchio della politica – ma anche della cultura – greca, Mikis Theodorakis, esprimere il suo disagio verso la sinistra al governo che nei confronti dell’Europa a guida tedesca sembra un “insetto che finisce accidentalmente nella rete del ragno incapace di reagire ed essere salvato”» (La Stampa, 24 febbraio 2015). Queste critiche “da sinistra” all’operato del governo greco non solo le lascio volentieri ai populisti sovranisti che invocano l’Unità Patriottica Nazionale Antitedesca, secondo il nodo modello resistenziale, ma le combatto “senza se e senza ma” per il loro contenuto politico-ideologico sommamente reazionario.

Non so se, come scriveva ieri sul Manifesto Dimitri Deliolanes, «Anche Nostro Signore è deluso dal gio­vane Tsipras»; purtroppo non godo di simili Alte frequentazioni. Posso però dire, per quel pochissimo che vale la mia opinione, che a me il giovane Tsipras non ha provocato alcuna delusione. Solo dagli amici mi attendo delusioni e tradimenti.

 

* «La Grecia non ha industria e ha servizi forniti solo da micro imprese, come i tavernieri e gli albergatori, presso le quali la raccolta delle imposte è inefficace. L’unico settore sviluppato, quello della marina mercantile, vede le navi battere bandiera dei paradisi fiscali. Inoltre la Grecia non ha Guardia di Finanza e non ha il catasto. Ha, insomma, una base imponibile debole. Non puoi avere un sistema fiscale svedese se non hai una base fiscale. Strutturalmente, le entrate sono il 35% del Pil, le uscite il 45 per cento. Visto che le entrate promesse in passato non sono mai arrivate, tutti sanno che le promesse sul recupero di soldi dalla sola evasione fiscale non sono credibili». Così Giorgio Arfaras, economista del Centro Einaudi. Per Arfaras, la sola via d’uscita credibile, perché sostenibile, per la Grecia sarebbe quella di creare le condizioni per un vero sviluppo, «quelle che l’austerity non è in grado di ottenere» (Linkiesta, 21 febbraio 2015).

Il comparto marittimo (un settore che occupa 250mila persone e che genera il 7% del PIL nazionale) mette bene in luce le magagne del capitalismo greco (quando parlo di capitalismo non mi riferisco, il più delle volte, solo alla struttura immediatamente economica di un Paese, ma al suo sistema sociale complessivo: politica, cultura, welfare, ecc.). Stiamo parlando di 4.707 super-navi (il 16% del mercato globale, per un valore di circa 105 miliardi) su cui sventola la bandiera biancazzurra degli armatori ellenici. E soprattutto parliamo di profitti miliardari macinati ogni anno, quasi esentasse, dalle 50-60 famiglie degli Onassis ellenici. Come ricorda Ettore Livini, «A intaccare i loro diritti ha provato anche Antonis Samaras. Salvo innestare subito una brusca retromarcia e venire a patti. Limitandosi nel 2012 — quando Atene era a un passo dal default — a concordare un “tassa temporanea d’emergenza” come contributo alla crisi nazionale. Quasi 500 milioni in 5 anni che gli industriali del Pireo hanno pagato senza batter ciglio. “Sono loro che costruiscono gli ospedali nelle isole. Ogni giorno le loro ricchissime Fondazioni danno da mangiare a 50mila persone nel paese”, spiega un portuale all’imbarco del traghetto per Aegina. Buonismo a buon mercato che ha consentito ai tycoon di dribblare senza problemi di coscienza miliardi di tasse» (La Repubblica, 24 febbraio 2015). Naturalmente se il governo Tsipras riuscirà a ristrutturare il rapporto fiscale con gli armatori sarà tutto il sistema che gira intorno alla Marina Mercantile greca che subirà notevoli cambiamenti, intaccando anche gli interessi di molti lavoratori, pensionati e assistiti dal welfare più o meno convenzionale oggi garantito dagli armatori. È la “riforma strutturale”, bellezza! Una “riforma”, detto en passant, imposta in primo luogo dalle esigenze di ammodernamento del sistema capitalistico greco: i famigerati “compiti a casa” Tsipras e soci dovranno farli in primo luogo per conto della competitività sistemica del loro Paese, anche se gli inevitabili costi sociali verranno poi addebitati ai cattivi lupi tedeschi, i quali, secondo i patrioti ellenici, non avrebbero perso l’antico vizio…

«Tsipras, in sostanza», scrive Livini, «ha fatto una grande scommessa su se stesso e sulla sua capacità riformatrice: se riuscirà a mandare in porto davvero la parte di programma più gradita alla Ue (lotta a corruzione, evasione fiscale, burocrazia, sprechi) libererà le risorse per mantenere le promesse fatte agli elettori. E a quel punto la mezza sconfitta di oggi diventerebbe una vittoria tonda». Intanto, la Borsa di Atene promuove l’intesa di ieri fra i ministri delle Finanze della zona euro guadagnando quasi il 10%. La “rivoluzione capitalistica” in Grecia si è messa in marcia?

Groucho-Fratelli-MarxAggiunta da Facebook

LA PRIMA VOLTA COME FARSA, LA SECONDA COME MACCHIETTA. E LA TRAGEDIA? LASCIAMOLA ALLE COSE SERIE, PER FAVORE!

Scrive Ettore Livini su Repubblica di oggi: «Le sei pagine di “ambiguità costruttiva” (copyright dell’autore Yanis Varoufakis) prive di numeri e cifre approvate dall’ex Troika hanno regalato una giornata da incorniciare ai mercati (+10% la Borsa ellenica) ma non hanno placato i mal di pancia della sinistra nazionale sul ritorno sotto mentite spoglie del memorandum e della Troika e la mezza marcia indietro — obbligata viste le forze in campo — su alcune promesse elettorali. “Siamo partiti da Marx e siamo arrivati a Blair” scherzavano (ma non troppo) ieri alcuni uomini dell’ala più radicale di Syriza».

Ciò dimostra, a mio modesto avviso, non che Alexis Tsipras ha tradito il Tragico di Treviri, ma che gli «uomini dell’ala più radicale di Syriza» hanno in testa un “marxismo” ridotto a macchietta.

LA RIVOLUZIONE SEMANTICA DI SYRIZA

851a3e9c866bd8216df247b9d7bec9b3_LIn attesa della rivoluzione sociale favoleggiata dai soliti quattro gatti utopisti, accontentiamoci della ben più concreta rivoluzione semantica imposta da Syriza ai “poteri forti” del pianeta: la famigerata Troika da ora in poi si chiamerà Le Istituzioni. Un bel cambiamento, non trovate? Si dirà: «Ma la sostanza della cosa non cambia di una virgola: sempre di UE, FMI e BCE si tratta!».  È vero. D’altra parte, chi sono io per sottovalutare il “capovolgimento dialettico della prassi” azzardato dai compagni di Syriza?

Si tratta di «un contentino semantico per Atene», osservava l’atro ieri La Stampa di Torino, notoriamente “serva sciocca dei poteri forti”. Mai sottovalutare l’importanza della semantica, cari “poteri forti”, soprattutto quando alla gente non si ha niente di buono da vendere.  «Contenti loro… Sempre di quelle tre istituzioni si tratta», osserva con malcelata ironia l’economista franco-tedesco Daniel Gros; «La verità è che il vero negoziato comincia adesso, la parte più difficile deve ancora arrivare». Come se i compagni governativi di Atene non lo sapessero! Il problema è piuttosto il seguente: come dare la pessima notizia al popolo greco?

Non vogliamo denaro, ma tempo, aveva detto qualche giorno fa il Premier greco; può darsi che il «contentino semantico» ottenuto (o strappato) da Atene possa tornare in qualche modo utile alla sua strategia. Anche perché non è semplice predisporre le condizioni per un’ordinata “ritirata strategica”: il grande consenso politico di cui gode oggi Syriza potrebbe convertirsi nel volgere di pochissimo tempo in un’ondata di frustrazione sociale dagli esiti non prevedibili. Anche per questo i tedeschi hanno voluto lasciare al governo di Atene una seppur stretta via di fuga politico-retorica, approfittando della “buona parola” che Hollande e Renzi hanno voluto spendere a favore dell’amico greco.

A proposito: chissà come la “sinistra” del PD, oggi sul piede di guerra contro la “rivoluzione renziana” in materia di mercato del lavoro, ha incassato il «Grazie Matteo» di Tsipras. «La lotta di Syriza continua e dobbiamo impegnarci tutti e tutte noi, in tutti i Paesi e coordinandoci. Da noi in Italia vuole anche dire continuare e rafforzare la lotta contro il Jobs Act del governo Renzi che rappresenta la volontà della Troika: rottama i diritti, rende tutti precari. Dobbiamo impegnarci tutti e tutte per rottamare le politiche di austerità e chi le sostiene anche in Italia. Anche così aiuteremo la Grecia» (Altra Europa con Tsipras). Nel frattempo, il compagno Tsipras dà un aiutino a Renzi…

Pochi in Europa sono in grado di interpretare i ruoli del poliziotto buono e del poliziotto cattivo meglio di quanto mostrano di saper fare Angela Merkel e Wolfgang Schaeuble. Scrive ad esempio il già citato quotidiano torinese a proposito del poliziotto cattivo: «In attesa degli sviluppi, vanno raccontati i massi che il tedesco Wolfgang Schaeuble si è allegramente tolto dalle scarpe: “Sarà difficile per Tsipras spiegare l’intesa agli elettori”, ha detto a Eurogruppo chiuso».  Non male come battuta politicamente scorretta: bravo, perfido Schaeuble!

Dalla tragedia del debito alla farsa della demagogia? Anche qui, sarebbe sbagliato sottovalutare il populismo di Syriza, che pare avere qualche altra freccia demagogica da scagliare contro i “poteri forti” prima di dichiarare il sempre più probabile «Contrordine, compagni!». Perché i famosi problemi strutturali del sistema capitalistico greco sono ancora tutti aperti, e non smettono di aggrovigliarsi mese dopo mese, come attesta fra l’altro la quotidiana fuga dei capitali che sta indebolendo oltremodo la già traballante struttura finanziaria del Paese. «Negli ultimi giorni sono stati prelevati dalle banche greche 500 milioni di euro al giorno, secondo stime di analisti di una banca d’affari locale. […] Naturalmente il Governo Tsipras, che è stato eletto per ridurre le politiche di austerità, ha negato qualsiasi volontà di aumentare le tasse o di pianificare controlli di capitali nelle banche. Ma i risparmiatori hanno un cuore di coniglio, gambe di lepre e memoria di elefante» (Il Sole 24 Ore). Che creature mostruose, questi risparmiatori!

Diamo adesso la parola ai “poteri forti”: «È stato un processo faticoso ma costruttivo» ha fatto sapere Christine Lagarde, Presidente del FMI; «Ora dobbiamo vigilare sul rispetto del programma». A naso, mi sembra altamente improbabile che il FMI desideri vigilare su un accordo a esso sfavorevole. «Ci sono forti impegni della Grecia ad evitare una marcia indietro su qualsiasi misura», ha invece dichiarato il Presidente dell’Eurogruppo Jeroem Djissembloem, che ha aggiunto: «Atene si è impegnata ad onorare gli obblighi finanziari verso i creditori e gli avanzi primari». Scommetto che Tsipras non la “narrerà” in questi termini al Parlamento greco. E infatti i militanti di Syriza parlano nelle piazze greche di un grande successo ottenuto dal «popolo greco», anche se non risolutivo: la guerra continua. E già questa cautela la dice lunga su come stiano in realtà le cose.

Per Tonia Mastrobuoni (La Stampa), rivoluzione semantica o meno, la Germania ha portato a casa l’essenziale: «Insomma, se le parole in questo negoziato sono pietre, concessa la cancellazione della Troika, i tedeschi hanno chiesto di inchiodare i greci al «completamento del programma attuale», scolpito nel comunicato finale. Una vittoria non da poco». Per David Carretta (Il Foglio), «La Grecia resta appesa all’euro, ma su di sé non decide più da sola». Esattamente come prima del successo elettorale di Syriza, ancora in bilico tra sovranismo ed europeismo. Per Giuliano Ferrara lo scontro tra Berlino e Atene mostra che «La vecchia sovranità democratica non esiste più». E qui veniamo alla controversa e scottante questione circa la natura del “processo democratico” nei Paesi dell’Unione al tempo della moneta unica europea. Controversa e scottante, beninteso, per chi non avendo compreso la natura strutturalmente totalitaria della vigente società, e non comprendendo altresì che, alla fine, ciò che decide nella contesa fra Stati e classi sociali sono i rapporti di forza, coltiva risibili illusioni intorno alla sovranità del “politico”, in generale, e del “popolo” in particolare. Il tanto lamentato «doppiopesismo democratico» che, di fatto, privilegia gli interessi di un elettorato (ad esempio, quello dei Paesi creditori) ai danni di un altro elettorato (ad esempio, quello dei Paesi debitori) desta scandalo solo in chi rimane alla superficie della guerra sistemica che sta ridisegnando la mappa economica, sociale e geopolitica del Vecchio Continente. Chi dice di volere una «vera Europa unita e federale», e contesta al contempo il ruolo egemonico che necessariamente la Germania gioca nel processo di unificazione europea, non sa letteralmente in che mondo vive, e sogna.

imagesSe oggi Romano Prodi parla di «capitolazione di Tsipras» (Il Messaggero), altri analisti meno pessimisti non vanno oltre affermazioni come «compromesso ambiguo che lascia il quadro immutato», «rinvio della resa dei conti finale», «vittoria di Pirro per Tsipras» e via di seguito. Il Premier greco ovviamente continua a ostentare sicurezza e ottimismo, nonostante il Cristo del Peloponneso non smetta di lacrimare dal giorno delle epiche elezioni greche del 25 gennaio: un miracolo Syriza l’ha dunque fatto, o comunque provocato. Più difficile sarà far smettere di piangere i ceti sociali devastati dalla crisi economica.

«Ci prenderemo cura degli ultimi», ha detto ieri la Teutonica Angela, reduce dal doppio fronte greco-ucraino, a Papa Francesco, il quale ha regalato alla Cancelliera di Ferro la medaglia del pontificato raffigurante San Martino che dona il suo mantello al povero: «Mi piace regalare questa immagine ai capi di Stato», ha spiegato Bergoglio, «perché penso che il loro lavoro sia proteggere i loro poveri». Al che Angelona ha risposto da par suo: «Noi cerchiamo di fare il nostro meglio». E già mi si apre il cuore! In fondo, basta accontentarsi di quel poco che passa il capitalistico convento, come la Rivoluzione Semantica di Syriza, ad esempio.

***

Il leader di Piattaforma della sinistra, l’ala radicale di Syriza, ha accolto il “trionfo” di Tsipras con queste parole: «Ci sono linee rosse che non possono essere valicate. Se no, non sarebbero rosse». Il discorso non fa una grinza. Almeno sul piano semantico. Sul piano politico la cosa appare invece un tantino più complessa. A proposito di più o meno invalicabili linee rosse, scrivevo l’altro giorno su Facebook:

Populismo kantiano e Red Line. Dichiara Yanis Varoufakis, il Ministro delle Finanze più cool del pianeta, al New York Times: «Come facciamo a sapere che la nostra modesta agenda di politica economica, che costituisce la nostra linea rossa, è giusta in termini kantiani? Lo sappiamo guardando negli occhi le persone affamate che riempiono le strade delle nostre città o la classe media sotto pressione, o considerando gli interessi di ogni lavoratore nell’unione monetaria». Quasi mi commuovo. Quasi. Ci manca un soffio. Non c’è dubbio: la lotta di classe è, ovunque in Europa, un imperativo categorico. Avrò anch’io il diritto di esprimermi in termini kantiani (anche se lascio a desiderare quanto a cool)! A proposito, ho detto lotta di classe, non Fronte Unito Meridionale Antitedesco. Ci tengo a precisare la mia modesta Red Line.

Leggi anche FERMENTAZIONE GRECA.

FERMENTAZIONE GRECA

obama-gr_fQuelli che vogliono salvare il capitalismo
dai capitalisti tifano Tsipras (G. Ferrara).

1.
«La Grecia», ha dichiarato il “comunista non rivoluzionario”, nonché Ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, «ha bisogno della Germania, che si è trovata nel passato nella sua stessa situazione, cioè umiliata dagli altri paesi e in una pesante depressione, quella che il secolo scorso ha portato all’ascesa del nazismo. Il terzo partito del Parlamento greco è il partito nazista. Credo che di tutti i Paesi europei la Germania possa capire questa semplice notizia: quando si scoraggia troppo a lungo una nazione orgogliosa, e la si espone a trattative e preoccupazioni di una crisi del debito deflattiva, senza luce alla fine del tunnel, questa nazione prima o poi fermenta». Il simpatico Varoufakis dice il vero; come facevo osservare qualche giorno fa, «Quando la miseria incalza e la “coscienza di classe” latita, persino una minestra calda garantita tutti i giorni, e magari un fucile in spalla per difendere la “dignità nazionale” dai cattivoni di turno, possono apparire agli occhi di milioni di persone azzannate dalla crisi quanto di meglio possa offrire loro il pessimo mondo che li (ci) ospita».

Il fatto è che, contrariamente a quanto ritengono molti militanti della “sinistra radicale”, lo stesso successo elettorale di Syriza testimonia l’assenza di “coscienza di classe” lamentata sopra. Dal punto di vista di chi mantiene ferma la necessità di sradicare il vigente dominio sociale mondiale, e che si muove nel quotidiano in vista  di quell’obiettivo (affrontando le ineludibili e tutt’altro che facili questioni poste dalla dialettica fra “tattica” e “strategia”), Syriza è parte del problema, non ne è la soluzione, nemmeno in una sua forma abbozzata e non ancora precisata. La stessa politica estera del governo Tsipras, che ammicca sfacciatamente all’imperialismo russo per acquistare peso politico nella contesa fra partner europei e per soddisfare l’orgoglio sovranista del popolo greco (quando non si ha pane da offrire agli affamati si può sempre vendere loro un po’ di sano e virile orgoglio nazionale), rende oltremodo evidente quanto appena detto.  Ritornerò tra poco su questo punto.

Dichiarava ieri Marianella Kloka, attivista greca di Mondo senza Guerre e senza Violenza: «In quattro ore si è organizzata ad Atene una manifestazione in piazza Syntagma, ripetuta anche a Salonicco. Gli slogan della manifestazione di oggi: Non ci lasceremo ricattare. Non ci arrendiamo. Non abbiamo paura. Non ci tireremo indietro. La gente è indignata per la crudeltà con cui la BCE ha risposto alle proposte del governo greco e si ribella ai ricatti. La settimana prossima, in coincidenza con la riunione dell’Eurogruppo, scenderemo di nuovo in piazza in tutte le città greche con gente di ogni età. Questa situazione di asfissia sociale non può continuare, né in Grecia, né nel resto d’Europa. Il fallimento del sistema è ogni giorno più chiaro. Abbiamo l’obbligo di spiegarlo e di cambiare le cose insieme a tutti i popoli d’Europa». Certo, nella testimonianza appena riportata si coglie la rabbia, l’insofferenza, la voglia di reagire a una situazione sempre più intollerante; insieme, però, a una grande confusione per ciò che concerne la ricerca delle vere cause dell’asfissia sociale che ha colpito milioni di persone (lavoratori, disoccupati, pensionati, ceto medio declassato) e nell’individuazione dei veri nemici. Veri, beninteso, dal punto di vista critico-rivoluzionario, ossia da una prospettiva autenticamente anticapitalista. Inutile farsi illusioni “rivoluzionarie” a tal proposito: nel breve e nel medio termine, in Grecia come altrove in Europa e nel mondo, quella prospettiva farà una fatica mostruosa per iniziare a penetrare fra i nullatenenti e fra le persone umanamente più sensibili appartenenti alle diverse classi sociali. Le sirene sovraniste e populiste, di “destra” e di “sinistra”, oggi nuotano come pesci nel mare della crisi sociale e della disperazione, mentre il rivoluzionario che non vuole farsi inglobare nel Fronte Nazionale (o Unità Nazionale, o Fronte Popolare: chiamate come volete la sudditanza del “popolo” al Moloch nazionale, la sostanza non cambia di un atomo) rischia di passare fra le masse disperate e prive di coscienza critica alla stregua di un traditore della patria, quale d’altra parte egli è a tutti gli effetti. Dove c’è patria c’è dominio di classe, ho scritto qualche giorno fa; purtroppo i proletari oggi (e domani? e dopodomani?) non la pensano affatto così. Cosa che tuttavia non rende meno vera quella tesi.

«Non siamo una colonia della Merkel», si leggeva su un cartello esibito da un dimostrante durante la manifestazione ateniese dello scorso giovedì; è precisamente questo spirito nazionalista che bisogna combattere, cercando di fare capire ai lavoratori e ai disoccupati che siamo tutti una colonia del Capitale, a prescindere dalle sue “declinazioni” nazionali, religiose, politiche. L’invito rivolto a suo tempo al proletariato di tutte le nazioni a unirsi in una sola gigantesca unione rivoluzionaria non ha nulla di ideologico e, alla luce del capitalismo totalitario del XXI secolo, non è invecchiato neanche un po’: anzi, quel grido di battaglia è più attuale che mai. Ho scritto attuale, non di facile ricezione, perché qui non si fa della facile demagogia.

2.
La crisi economica, osservava Marx, è il secchio di acqua gelida gettata in faccia a una società ipnotizzata dalla fantasticheria, coltivata per anni e a volte per decenni, secondo la quale la ricchezza sociale può essere creata miracolosamente attraverso la circolazione della stessa ricchezza da una tasca all’altra (come avviene anche attraverso l’intermediazione fiscale gestita dallo Stato), o dalla moltiplicazione di valori-capitali puramente fittizi. Ma la bolla finanziaria, alimentata sia dal “pubblico” che dal “privato”, prima o poi scoppia, provocando morti e feriti, virtuali e reali, e rimettendo le cose sui piedi. Ci si accorge, allora, che molti hanno condotto un’esistenza di gran lunga superiore alle loro capacità di generare ricchezza, e a quel punto anche chi ha concesso loro facile credito rimane fregato. Il debito da virtuoso che era si capovolge in peccato: Schuld!

La crisi internazionale che ha investito l’Occidente a iniziare dagli Stati Uniti ha avuto almeno il merito, diciamo così, di ricordarci come il presupposto della stessa speculazione finanziaria sia radicato nel processo di accumulazione del capitale, ossia nello sfruttamento produttivo del “capitale umano”, come ben sanno i cultori della cosiddetta economia reale. Anziché prendersela solo con i tedeschi e con la Troika, gli europei meridionali farebbero bene a puntare i riflettori soprattutto sulla struttura capitalistica, relativamente arretrata e fortemente parassitaria, dei loro Paesi, le cui leadership nazionali hanno rinviato decennio dopo decennio lo scioglimento dei tanti nodi strutturali che hanno impedito l’ammodernamento dei relativi sistemi, sia per non intaccare interessi consolidati e rendite di posizione, sia per non fare i conti con la inevitabile perdita di consenso politico e con i conflitti sociali connessi alle “riforme”. Insomma, gli interessi capitalistici della Germania non sono più odiosi degli interessi capitalistici dei Paesi che oggi fanno la voce grossa contro «l’ottusa e insostenibile politica dell’austerity». «Nella drammatica vicenda della Grecia le cose si fanno quasi folli», scrive Paul Krugman sul New York Times. Si tratta però di un braccio di ferro fra interessi capitalistici contrapposti, ed è urgente demistificare le cose.

«Il problema di Atene», scrive Giorgio Arfaras, «non è l’onere del debito, ma la difficoltà di finanziare la crescita della spesa sociale ricorrendo all’aumento del prelievo fiscale. […] Concludendo, i limiti della Grecia erano e sono: 1) una base fiscale insufficiente, 2) una base industriale insufficiente» (Limes, 5 febbraio 2015). È questo il nodo strutturale che deve sciogliere qualsiasi partito oggi vinca le elezioni in Grecia, a prescindere dalla sua permanenza nell’area della moneta unica e della stessa Unione Europea.

Scusandomi con il lettore, mi concedo l’autocitazione che segue: «A Piketty “Sembra necessaria la leva della tassazione. Penso a un’imposta progressiva e trasparente sul capitale a livello internazionale. L’ideale sarebbe di poter tassare tutte le grandi fortune a livello mondiale, da quelle americane a quelle mediorientali, dai patrimoni europei a quelli cinesi. È una proposta che può sembrare utopica, ma un secolo fa anche l’imposta progressiva sul reddito era solo un’utopia. Occorre volontà politica”. No, occorre in primo luogo che l’accumulazione capitalistica riprenda in grande stile, occorre che la generazione di ricchezza sociale attraverso lo sfruttamento sempre più intensivo (scientifico) della capacità lavorativa torni a sorridere al profitto come ai bei tempi (per il capitale industriale, beninteso) del boom economico, perché solo questo rende possibile la distribuzione della lana, per riprendere la celebre metafora di Olof Palme sulla pecora borghese da tosare solo dopo averla ben nutrita. Insomma, anche nel Capitalismo del XXI secolo la “volontà politica” non sorretta da un adeguato saggio di accumulazione del capitale distribuisce solo la miseria» (Brevi note critiche al Capitale nel XXI secolo di Thomas Piketty).

La polemica tedesca sulla cicala meridionale ricorda molto da vicino la polemica antimeridionale leghista degli anni Novanta, ma anche la lotta politica antiserba della Croazia e della Slovenia ai tempi della ex Jugoslavia. Al netto della schiuma ideologica, che tanto disturba anche l’analisi di molti “materialisti storici”, le questioni dirimenti si aggrovigliano sempre intorno alla scottante questione della generazione e distribuzione della ricchezza sociale. I Paesi “nordici” lo sanno e ci tengono a ribadirlo sempre di nuovo; i Paesi “meridionali” lo sanno ma fanno finta di non saperlo, per non pagar dazio, come si dice volgarmente. La tragedia, per me, è che dentro questo “dibattito” capitalistico i nullatenenti non hanno una posizione autonoma, ma si accodano alle “formiche” piuttosto che alle “cicale”, mentre si tratterebbe di mandare a quel paese entrambe le bestie.

«Siamo un Paese sovrano e democratico» ha detto Alexis Tsipras ai parlamentari di Syriza dopo il giuramento del nuovo Parlamento; «Abbiamo un contratto con chi ci ha votato e onoreremo i nostri impegni». Mutatis mutandis, è lo stesso discorso che fa tutti i giorni la Cancelliera di Ferro ai suoi parlamentari e al suo elettorato. È la democrazia (borghese), bellezza!

3.
Mettendo in relazione la crisi economico-sociale greca con la crisi geopolitica ucraina non si compie, a mio avviso, nessuna forzatura politica o concettuale, perché entrambi gli “eventi” si inquadrano nella guerra sistemica in corso ormai da diversi anni in Europa, e i cui sviluppi sono difficilmente prevedibili. Almeno per le mie capacità analitiche. Ciò che invece mi appare di solare evidenza è 1) il carattere ultrareazionario della contesa da ogni lato la si guardi (da Nord come da Sud, da Ovest come da Est), e 2) la necessità/urgenza dell’autonomia politica delle classi subalterne, oggi costrette a recitare il ruolo di strumenti nelle mani delle fazioni capitalistiche in lotta per il potere, o per la sopravvivenza attraverso il compromesso con chi uscirà vincente dal conflitto.

«È di oggi la notizia, riportata da alcuni quotidiani, che la Grecia ha firmato un contratto con la Russia per la fornitura di pezzi di ricambio per i sistemi di difesa aerea “TOR-M1″ e “OSA-AKM”. A confermarlo anche una fonte militare di Atene, che non ha reso noto l’importo del contratto, ma che ha riferito che “Per la Grecia questo contratto è molto importante perché consente di mantenere il corretto livello di difesa aerea”. Si tratta di un evento fondamentale che inevitabilmente sposta gli attuali equilibri (già in forte evoluzione sotto l’aspetto economico e finanziario) anche sotto il profilo militare» (Notizie Geopolitiche, 5 febbraio 2015). Detto per inciso, il punto 10 del manifesto elettorale di Syriza recita: «Tagliare drasticamente la spesa militare». Si predica bene e si razzola male? Staremo a vedere. Ma non è questo il punto su cui invito a riflettere.

Come scriveva Giorgio Cuscito su Limes del 30 gennaio, «Nel suo primo giorno di lavoro, il governo greco si era detto contrario a nuove sanzioni contro la Russia in merito ai recenti sviluppi della crisi in Ucraina. In seguito Mosca, che ovviamente ha accolto con favore la posizione ellenica, ha affermato di non escludere eventuali prestiti per aiutare Atene». Prezzo del petrolio permettendo, bisognerebbe forse aggiungere.

Il punto 40 del citato manifesto elettorale di Syriza recita: «Chiudere tutte le basi straniere in Grecia e uscire dalla Nato». Per Paesi investiti da un’acuta crisi economica e sociale, l’antiamericanismo nazionalista può essere un eccellente strumento di lotta nella contesa interimperialistica e un ottimo collante ideologico per tenere le masse attaccate al carro del Dominio. Uscire dalla Nato per rafforzare il proprio Paese o per dare vita a una nuova alleanza politico-militare (magari antiamericana, magari con Russia, Cina, Venezuela e altri avversari del Grande Satana): una prospettiva che personalmente ho sempre combattuto e che continuerò a combattere, anche contro i teorici del «Nemico Principale» (gli Usa e i suoi alleati, c’è bisogno di dirlo?) da far fuori oggi per indebolire il capitalismo mondiale e poterlo schiacciare più agevolmente domani. Questa finezza dialettica non è alla portata della mia rozza logica proletaria.

varoufakis-brando-640904Aggiunta da Facebook (17 febbraio 2015)

COSE GRECHE

1. Syriza di lotta – intercapitalistica

Scrive Marco Valerio Lo Prete (Il Foglio): «C’è tempo fino a venerdì. Eppure non mancano gli indizi di un fatto: la disfida greca si configura, più che come una riedizione del duello Davide vs. Golia, come una sofisticata partita interna al mondo capitalistico. Con attori [Stati Uniti compresi] interessati, per interposta Grecia, a fare pressioni sull’Eurozona a trazione tedesca».

Allora non avevo capito poi così male…

2. Populismo kantiano e Red Line

Dichiara Yanis Varoufakis, il Ministro delle Finanze più cool del pianeta, al New York Times:

«Come facciamo a sapere che la nostra modesta agenda di politica economica, che costituisce la nostra linea rossa, è giusta in termini kantiani? Lo sappiamo guardando negli occhi le persone affamate che riempiono le strade delle nostre città o la classe media sotto pressione, o considerando gli interessi di ogni lavoratore nell’unione monetaria». Quasi mi commuovo. Quasi. Ci manca un soffio. Rinvio la lacrima.

Non c’è dubbio: la lotta di classe è, ovunque in Europa, un imperativo categorico. Avrò anch’io il diritto di esprimermi in termini kantiani (anche se lascio a desiderare quanto a cool)! A proposito, ho detto lotta di classe, non Fronte Unito Meridionale Antitedesco. Ci tengo a precisare la mia modesta Red Line.

UN TSIPRAS BUONO PER OGNI GUSTO?

eliastabakeas_tsiprasPer Simon Tomlinson (Daily Mail), «Tsipras è il bravo ragazzo che tutti vorrebbero essere e il politico onesto al quale tutti si vogliono affidare». Non c’è dubbio. Mi correggo: forse un più equilibrato quasi tutti sarebbe stato più aderente alla verità, e quantomeno con quel “quasiTomlinson non avrebbe inglobato di fatto anche chi scrive nel ridicolo partito filogreco e antitedesco che da domenica scorsa imperversa nel Mezzogiorno d’Europa. Tutti pazzi per Alexis Tsipras? Diciamo quasi tutti. Al limite, tutti salvo chi scrive. È, la mia, una puntualizzazione dovuta a “partito preso”? Si tratta di un meschino settarismo spiegabile solo con l’invidia che un perdente può provare nei confronti di un leader giovane, bello e vincente? Può darsi: Homo sum, humani nihil a me alienum puto. Ma, confermato che il politico è personale, c’è dell’altro.

Si tratta di questo: il successo politico di Syriza conferma ancora una volta che quando i dominati brancolano privi di autonomia politica nella notte della crisi sociale, i dominanti sanno sempre trovare la carta giusta per vincere la partita della conservazione. Oggi pescando a “sinistra”, domani pescando a “destra”, dopodomani chissà dove. Tanto per dire, se la carta Syriza dovesse andar male, e la crisi sociale del Paese dovesse aggravarsi, Atene ha già pronte altre carte da giocare, tipo Alba Dorata e KKE, il partito veterostalinista che osteggia il nuovo governo greco nel nome di un Capitalismo di Stato (chiamato ovviamente “socialismo-comunismo”: sic!) e di un sovranismo politico-economico che può piacere giusto a personaggi come Marco Rizzo, presidente di un sedicente Partito Comunista che sostiene le ragioni del KKE e che oggi ricompare sui media per vantare la presenza tra le sue “rivoluzionarie” fila di Gianni Vattimo. Nientemeno! Della serie: Miseria di certa filosofia. Ma anche: A volte ritornano.

Non bisogna avere paura di Syriza, scriveva alla vigilia delle mitiche elezioni greche Chrìstos Bòtzios, ex ambasciatore di Grecia presso la Santa Sede: «Syriza non va confuso con il Partito Comunista di Grecia (KKE) che in parlamento rappresenta quasi il 5% dell’elettorato ed è espressione di una dura linea marxista che rifiuta ogni collaborazione con Syriza, anzi lo accusa di non essere diverso nella sua filosofia politica dagli altri partiti borghesi» (Limes, 22 gennaio 2015).  Vediamo un breve saggio di questa «dura linea marxista».

«Da 25 anni la Russia non è più un paese socialista», sostiene  Dimitris Koutsoumpas, segretario generale del Comitato Centrale del KKE. Già con questa semplice affermazione, peraltro condivisa dal 99 virgola qualcosa per cento dell’opinione pubblica mondiale, Koutsoumpas rende evidente il bel concetto di “socialismo” che gli frulla in testa. «Sintetizzando, il KKE è a favore della cancellazione unilaterale del debito, del disimpegno dall’UE e dalla NATO, con potere ed economia operaio-popolare. Crediamo che i lavoratori possano organizzare la produzione e utilizzare i grandi potenziali dei fondi di ricchezza con pianificazione scientifica a livello nazionale concentrata alla soddisfazione di tutte le loro esigenze attuali, senza le catene dei monopoli, dell’UE e delle altre unioni imperialiste». Non so chi legge, ma io ci sento puzza di «socialismo (leggi Capitalismo di Stato) in un solo Paese». Eppure, non bisogna essere dei geni per capire che «in una società globale sono i continenti a confrontarsi e non gli staterelli, ciascuno padrone in casa propria ma irrilevante fuori essa. Alla fine voi [leader europei riluttanti nei confronti degli Stati Uniti d’Europa] personalmente conterete di più ma i Paesi che governate non conteranno niente, Germania compresa» (E. Scalfari, La Repubblica, 25 gennaio 2015). Cambiando un po’ (ma solo un po’) la fraseologia pseudo comunista di chiara matrice stalinista, il programma “anticapitalista” del KKE potrebbe apparire potabile anche a un nazionalsovranista di destra assetato di dignità nazionale.

Scriveva ieri Massimo Gramellini (La Stampa): «In Grecia, si riduce il ceto medio alla miseria e si creano condizioni sociali pre-rivoluzionarie, lasciando a fronteggiarsi sul terreno una élite di privilegiati e un popolo di disperati. […]  Mettere la maggioranza dei cittadini nelle condizioni di avere qualcosa da perdere fu la straordinaria intuizione della politica occidentale del secolo scorso, il vaccino contro ogni populismo estremista. Date a qualcuno una casa e una rata da pagare, e ne avrete fatto un potenziale conservatore». Quando la miseria incalza e la “coscienza di classe” latita, persino una minestra calda garantita tutti i giorni, e magari un fucile in spalla per difendere la “dignità nazionale” dai cattivoni di turno, possono apparire agli occhi di milioni di persone azzannate dalla crisi quanto di meglio possa offrire loro il pessimo mondo che li (ci) ospita. Per questo quando leggo sul Manifesto che «Que­sto paese distrutto dalla guerra econo­mica e gover­nato dalla Troika oggi trova la forza di riac­ciuf­fare la speranza», mi rendo conto di quanto si sia svalutato ultimamente il concetto di “speranza”: siamo davvero ai livelli dell’inflazione tedesca dei primi anni Venti.

«Tsipras», scrive il già citato Gramellini, «ha preferito allearsi con una forza quasi xenofoba da cui tutto lo divide, tranne la volontà di ribellarsi a questa Europa. Il nemico del mio nemico è mio amico. La stessa logica dei comitati di liberazione che, durante la seconda guerra mondiale, indusse monarchici e comunisti a combattere fianco a fianco “l’invasor” evocato da Bella ciao». Questa evocazione storica, che la dice lunga sui bellicosi tempi che attraversiamo, mi consente per un verso di riaffermare, per quel pochissimo che vale, la mia tetragona ostilità nei confronti di tutte le fazioni capitalistiche che si stanno scontrando in Europa (sotto le diverse insegne politico-ideologiche: europeismo, sovranismo, liberismo, statalismo, rigorismo, keynesismo, ecc.) sulla pelle dei nullatenenti e dei ceti medi in via di proletarizzazione; e per altro verso, di fare la riflessione ultraminoritaria che segue.

È vero: gli opposti si toccano. Ma per toccarsi, gli opposti devono insistere sullo stesso piano. Un esempio storico?  Ne azzardo uno, in clima con i “giorni della memoria” (come se la memoria bastasse a tenere a bada la bestia dell’irrazionalità radicata nella società disumana e disumanizzante) e sempre mutatis mutandis: l’alleanza Hitler-Stalin che inaugurò la Seconda carneficina mondiale. Germania nazista e Unione Sovietica stalinista all’inizio della guerra poterono “toccarsi” perché entrambi i Paesi condividevano la stessa natura sociale (alludo al capitalismo, ovviamente) e molti interessi geopolitici (spartirsi l’Europa continentale e le colonie delle potenze “demoplutocratiche”, ad esempio). Poi il “traditore” Adolf invase l’Unione Sovietica e mise nelle condizioni l’Inghilterra di Churchill di stringere un’alleanza con il “diavolo rosso” secondo la nota logica: «Il nemico del mio nemico è mio amico». Ma questa logica presuppone appunto la condivisione dello stesso “terreno di classe”, e difatti l’Inghilterra di Churchill nel 1918-19, quando la Russia dei Soviet si pose alla testa del processo rivoluzionario in Europa, sostenne l’Armata Bianca controrivoluzionaria che combatteva l’Armata – allora ancora – Rossa di Lenin e di Trotsky. Nella fase finale della Seconda guerra mondiale (la Resistenza come continuazione della guerra imperialista con altri mezzi e nelle mutate circostanze), monarchici e “comunisti badogliani” si trovarono fianco a fianco a combattere  «l’invasor» perché, appunto,  marciavano sullo stesso “terreno di classe”, concetto sintetizzato nella parola Patria, o nella locuzione «superiori interessi nazionali».

Dove c’è Patria, c’è dominio di classe. Lo so che dicendo questo irrito tanto il nazionalsovranista, soprattutto quello di “sinistra” che ama accampare complesse strategie tattiche per convincere se stesso che l’internazionalismo marxiano va declinato in termini “dialettici”. Buona “declinazione dialettica”, che debbo dire?

A proposito di Tsipras e di Bella ciao, ecco cosa scrive A. Terrenzio, tifoso di Alba Dorata e del Front National di Marine Le Pen, su Conflitti e strategie: «Tsipras ed il suo movimento collaborazionista e al guinzaglio della Troika, aldilà dei proclami, non sembra poter rappresentare nessun tipo di problema per gli Junker, i Draghi od i Katainenn di turno; non cambierà, la situazione del popolo greco, se non riuscendo a spuntare degli accordi o degli “sconticini” sulla mole di debito, in cambio di ulteriori quote di sovranità. Il popolo greco si vedrà gabbato e vedrà le “speranze” e le promesse di Tsipras, trasformarsi, prima in farsa e poi in un’inevitabile tragedia greca, in un’eterogenesi dei fini che lascerà i greci con l’amaro in bocca e con le tasche vuote per aver dato fiducia ad un leader, che un giorno stringe la mano a Soros o ad Obama, e l’altro coglioneggia il popolo cantando “bella ciao”» (Conflitti e strategie). Più che cantare Bella ciao, lascia capire il nazionalsovranista duro e puro, bisogna prendere piuttosto le metaforiche (almeno per adesso!) armi della politica e preparasi alla Resistenza contro la Germania, la Troika, l’America e contro tutte le forze asservite al Finanzcapitalismo mondialista: Sovranità o morte! Personalmente lavoro per la morte della Sovranità (capitalistica).

I compagni italiani sono invece da sempre avvezzi a ingoiare rospi d’ogni taglia e colore, e Luciana Castellina ce ne offre una plastica dimostrazione commentando l’«alleanza di scopo» tra Syriza e l’Anel di Panos Kammenos,: «Equi­voci infatti nell’immediato ce ne sono stati. Quando la noti­zia della deci­sione ha comin­ciato a dif­fon­dersi ero ancora ad Atene e ho così potuto condividere con qual­che compagno di Syriza le rea­zioni all’accaduto. Inu­tile negare: sorpresa, imba­razzo, anche incom­pren­sione. Peg­gio quando ho incro­ciato gli ita­liani della Bri­gata Kali­mera che si erano attar­dati a rien­trare in patria dopo la festosa not­tata di dome­nica. Dio mio, il patto del Nazareno? Io credo che il nostro com­pa­gno Ale­xis abbia fatto la cosa giu­sta. Il mini­stero della difesa in mano ad Anel? Vista la tra­di­zione greca, crearsi qual­che punto d’appoggio con­tro even­tuali avven­ture dei mili­tari, non è una brutta idea» (Il Manifesto, 27 gennaio 2015). Tutt’altro! E poi, si può giustificare il Patto Ribbentrop-Molotov che segnò l’inizio del Secondo macello imperialista («l’Unione Sovietica doveva coprirsi il fianco occidentale, troppo esposto ai tedeschi e ai nemici del socialismo»), e non si può mandar giù il Patto Tsipras- Kammenos? Via, non scherziamo!

Intanto la «Tendenza Comunista di Syriza» mugugna, anzi implora: «La Tendenza Comunista di SYRIZA implora ed invita la dirigenza di SYRIZA di non procedere ad alcuna collaborazione con ANEL. Rivolgiamo un ultimo appello alla dirigenza di SYRIZA, ma anche a quella del KKE, di prendere coscienza della gravità delle proprie responsabilità storiche e stabilire un solido governo di coalizione socialista. L’unica scelta politica possibile che abbiamo è la coalizione socialista tra SYRIZA e KKE» (Dichiarazione della Tendenza comunista di Syriza). Siamo già alla scissione? Vedremo. Dal canto suo, pare che il KKE stia ammorbidendo le sue posizioni “antiborghesi”. Come scrive la Castellina, subito dopo la cla­mo­rosa vit­to­ria di Syriza, «il KKE ha aperto uno spi­ra­glio ad un voto posi­tivo su sin­goli provvedimenti che “il popolo” (cioè il KKE) giu­di­cherà buoni. Troppo poco per for­mare il governo, che aveva biso­gno, subito, di almeno altri due depu­tati, non male in prospettiva». Una prospettiva che non mi affascina neanche un poco.

Insomma, tra simpatizzanti di Alexis Tsipras, “comunisti” di varia tendenza (tutti, beninteso, provenienti dalla tradizione stalinista: la storia, purtroppo, non è acqua fresca che scorre senza conseguenze), nazionalsovranisti senza se e senza ma, pare di assistere a una ridicola macchietta vista nel Belpaese decine di volte. Alla fine, proprio il leader di Syriza, con il suo onesto servizio patriottico (da notare anche il nuovo dinamismo greco sul terreno della politica estera: vedi, ad esempio, i rapporti di Atene con Russia e Turchia), appare quello più serio. «Tsipras è un conservatore un po’ incendiario, facciamogli posto», scriveva Giuliano Ferrara qualche giorno fa. Una provocazione? Non necessariamente, e d’altra parte non sono pochi in Europa quelli che vedono in Tsipras e in Mario Draghi* la “strana coppia” che potrebbe davvero «cambiare verso all’Europa, perché l’austerità sta strangolando tutti. Con Matteo Renzi la pensiamo alla stessa maniera sulla necessità dello sviluppo e sull’uscita da questo rigore alla tedesca che sta danneggiando tutti i cittadini europei» (A. Tsipras, intervista rilasciata al Messaggero). E chi, in Italia, non è contro il «rigore alla tedesca»? «Dalla Puglia di Vendola alla Arcore del Cavaliere, si leva dunque un unico grido: “Forza Tsipras”» (A. Cangini, Quotidiano Nazionale). Dalla Sicilia di chi scrive si leva invece un sonoro… Lasciamo perdere, che è meglio.

Ultima ora Ansa: «”Non andremo ad una rottura distruttiva per entrambi sul debito: il governo di Atene è pronto a negoziare con partner e finanziatori per una soluzione giusta e duratura per il taglio del debito greco”. Lo ha detto Alexis Tsipras aprendo il suo primo consiglio dei ministri». Forse Ferrara non ha sbagliato di molto. Forse.

 

* Per una crescita vigorosa dell’economia greca «puntiamo sul quantitative easing, e la Bce non si azzardi ad escluderci», aveva dichiarato il 5 gennaio a Repubblica il «comunista ma non rivoluzionario» (che faccio, rido?) Yanis Varoufakis, oggi ministro delle Finanze. Molti rinfacciano a Varoufakis le considerazioni apparse sul suo blog il 3 giugno del 2012: «Raccomando di non leggere il programma di Syriza» perché non vale la carta su cui è scritto. Esso è pieno di buone intenzioni e di promesse che non possono e non saranno soddisfatte». Vedremo se il «comunista non rivoluzionario» sarà coerente con questa impostazione “realista”.

Anche Thomas Piketty, l’eroe degli egualitari del XXI secolo, legge «questa rivoluzione democratica venuta dal Sud» come un serio tentativo, il secondo dopo quello dell’Evento QE di Francoforte, di «cambiare verso» all’Unione Europea.

imagesAggiunta del 5 febbraio 2015

Scrive Joseph Halevi, professore di economia all’Università di Sydney e simpatizzante, con qualche riserva, di Syriza: «Il KKE, negli ultimi 40/50 anni, non ha mai modificato la sua analisi sul sistema capitalistico, che è sempre quella sovietica: capitalismo monopolistico etc. Poi, sull’Unione Sovietica loro hanno riflettuto, e sono arrivati alla conclusione, basta andare sul loro sito per leggerlo,  che l’Unione Sovietica è caduta perché hanno cercato di affrontare i problemi per via capitalistica. Se invece fossero rimasti all’interno dello schema socialista, non ci sarebbe stata questa crisi, questo crollo. Un approccio estremamente schematico: non analizza il perché il partito comunista sovietico sia andato in quella direzione, né un sacco di altri aspetti. Quindi anche se tendenzialmente hanno la mia simpatia, allo stesso tempo sono di un settarismo totale». Come si vede, Halevi non mette in discussione la tesi di fondo del KKE circa la natura sociale dell’Unione Sovietica e le cause che ne hanno provocato l’ingloriosa fine. Del partito stalinista greco l’economista “marxista” critica solo l’approccio «schematico» e il «settarismo totale». Un po’ pochino, mi sembra.

In difesa dell’amico Yanis Varoufakis, criticato “da sinistra” per il suo eclettismo dottrinario che pescherebbe da Marx e da Keynes, sempre Halevi sostiene: «La Grecia è un paese come l’Italia, dove marxista significa essere militante, non puoi fare il marxista accademico e basta. Marxista è un sistema di idee che c’hai, poi fai altre cose, puoi anche fare il geometra» (Intervista a Contropiano.org, 30 gennaio 2015). E puoi, sopra ogni altra cosa e come dimostra oltre ogni ragionevole dubbio la storia del “movimento comunista internazionale”, dire, scrivere e praticare concetti che con il vecchio comunista di Treviri non hanno nulla a che fare, di più: che ne sono la più completa negazione. Più si conoscono i “marxisti” e meglio si comprende la nota puntualizzazione marxiana: «Non sono marxista». Figuriamoci chi scrive!

«Yanis è, a mio avviso, strategicamente più leninista che marxista»: e allora dichiaro la mia estraneità anche nei confronti del “leninismo” e di ogni altro ideologico “ismo” usato a capocchia nei salotti buoni del sinistrismo internazionale.