DIALETTICA DEL DOMINIO SOCIALE. Sui concetti di classe dominante e dominio di classe

1.
Classe politica, élite, establishment, classe dirigente, oligarchia, casta tecnocratica, burocrazia, tecnoburocrazia, casta dei competenti, La Casta: la terminologia politologica e sociologica si arricchisce continuamente di termini, concetti e definizioni che sembrano fabbricati apposta per confondere le acque, soprattutto ai danni di chi frequenta per necessità (per “condizione sociale”) i piani bassi dell’edificio sociale. Il direttore del Foglio Claudio Cerasa il 2 settembre cercava “disperatamente” la nuova classe dirigente; il 7 settembre sembrava averla già trovata: «Preparati e globalizzati: medici e professionisti sono la nuova classe dirigente». Auguri!

La confusione terminologica qui richiamata ha beninteso anche una sua spessa consistenza oggettiva, ha cioè delle precise motivazioni sociali sintetizzabili, con qualche forzatura riduzionista (diciamo pure semplicistica), con il concetto di complessità. Si tratta tuttavia di una complessità che a sua volta ha una sua ben riconoscibile connotazione storica e sociale, la quale rinvia a “problematiche” (economiche, politiche, istituzionali, ideologiche) di grande rilievo che cercherò di toccare in questo scritto – senza peraltro approfondirle.

In questi tempi calamitosi molto si parla, quasi sempre in modo elogiativo, del grande ruolo che gli scienziati e gli “esperti” starebbero svolgendo a favore del “bene comune”; tuttavia non sono pochi gli intellettuali che, non condividendo l’entusiasmo di Cerasa, rimproverano i decisori politici di aver lasciato uno spazio di manovra e di discrezionalità eccessivamente largo a quella “nuova classe dirigente”, peraltro esentata dal vaglio elettorale, con ciò che ne segue in termini di “controllo democratico”. Addirittura c’è chi si spinge a parlare senza alcun timore di dittatura degli scienziati e degli esperti: che esagerazione! In questo l’accusa di “complottismo negazionista” è assicurata e immediata. Qualcuno parla addirittura di Tecnocene [1], in evidente continuità polemica con il concetto di Antropocene: due esempi su come affibbiare un nome a una cosa considerandola da una prospettiva completamente capovolta: a testa in giù, come avrebbe detto l’uomo con la barba. Si vede il dominio della tecnica o di una prassi umana genericamente (astoricamente) considerata, là dove insiste invece il dominio del Capitale, ossia dei rapporti sociali capitalistici.

Carl Schmitt criticava la «neutralizzazione passiva» della politica attraverso il suo farsi tecnica e scienza, e ne metteva in luce il momento ideologico, ossia il voler negare da parte della politica una realtà che contraddice in radice ogni discorso intorno alla possibilità di una società pacificata, libera dal conflitto e da ogni forma di antagonismo – tra le classi, tra gli Stati, tra le nazioni, tra i singoli individui. La tecnoscienza come modello “demoniaco” che la politica deve rifiutarsi di far suo: «La tecnica resasi con il passare del tempo sempre più autonoma e più importante nella produzione economica ha prodotto, grazie alle sue invenzioni, l’unificazione mondiale dei mercati, gettando il germe della futura unità politica mondiale. L’uomo moderno, assoggettato alla logica dell’utile, ha perso così ogni dimensione culturale e disinteressata e vive unicamente in vista di bisogni artificiali, quali il comfort e la ricerca di sicurezza» [2]. Come se la tecnica e la scienza non fossero due modi di essere fondamentali del Capitale, il quale diventa potenza dominante proprio grazie al loro uso sistematico nel processo produttivo. La concezione schmittiana della modernità capitalistica è viziata da quel feticismo tecnologico che non smette di fare proseliti in diversi ambiti culturali e politici. Che la «logica dell’utile», cioè del profitto, domini necessariamente e in modo sempre più stringente la società capitalistica colta nella sua totalità, ebbene questo è un concetto incomprensibile per l’intellettuale borghese (di “destra” o di “sinistra” che sia), il quale riscalda il proprio cuore con la chimerica idea di un capitalismo dal volto umano: «Si tratta di scacciare i suoi lati cattivi e tenerci quelli buoni». Dalla mia utopistica prospettiva rido di questa pessima e miserrima illusione. Ma qui rischiamo di “allargarci” troppo! Ritorniamo dunque “sul pezzo”.

Intanto va rilevato, a proposito di scienziati e competenti vari, che in tutti questi mesi di “crisi sanitaria” i virologi, gli scienziati e i tecnici coinvolti nella gestione della crisi hanno detto – e continuano a dire – tutto e il contrario di tutto, fornendo tuttavia al governo una preziosa collaborazione intesa a giustificare/legittimare agli occhi dell’impotente opinione pubblica le sue decisioni, le sue indecisioni, le sue contraddizioni. La politica ha sempre potuto invocare, nella buona come nella cattiva sorte, il “parere degli esperti”, e tutte le volte che è stato necessario i decisori politici hanno usato il registro della colpevolizzazione, sempre supportati dal “parere degli esperti”: «Per colpa di qualche irresponsabile rischiamo di mandare in fumo i sacrifici che abbiamo fatto»; «Tutto dipende da noi», ecc. A mio avviso sbaglia chi pensa che siano gli scienziati e i tecnici a dirigere il traffico. I comitati tecnico-scientifici rappresentano la continuazione della politica con altri mezzi. Cosiddetti competenti e governanti (nell’accezione più larga del termine che include anche l’opposizione parlamentare e sindacale) sono naturalmente al servizio della classe dominante.

Chi aspetta l’agognato vaccino per tirare un sospiro di sollievo, crede in perfetta buonafede che la nostra salute e la nostra stessa vita siano nelle mani della scienza; in realtà siamo tutti, scienziati compresi, nelle mani del Capitale. E a proposito di “crisi sanitaria”, occorre dire che abbiamo avuto, e abbiamo a che fare, con una crisi sociale nel senso più puntuale del concetto, perché il cosiddetto evento pandemico si inscrive per intero, tanto per la sua genesi quanto per le sue conseguenze di portata globale, nel quadro della vigente Società-Mondo. Credere che il problema sia il Virus, e non la società che l’ha trasformato in una fonte di malattia, di sofferenze e di crisi sistemica: è ciò che chiamo, con scarsa originalità di pensiero, feticismo virale.

«Sono d’accordo con l’introduzione dei robot nell’industria e nei servizi a condizione che a comandare sia l’uomo, non il robot: quante volte abbiamo sentito e letto queste “sagge parole”? Tantissime, fin troppe! In questo caso ci troviamo dinanzi a un feticismo di tipo tecnologico, il quale impedisce ai “saggi” di capire che chi comanda l’uomo è il Capitale, che si serve del mezzo di produzione chiamato robot per sfruttare nel modo sempre più economicamente razionale tutti i “fattori della produzione”, a cominciare dal «lavoro vivo».

Poco sopra ho evocato la classe dominante, locuzione assente nell’elenco terminologico che apre questo scritto, e anche di questa mancanza si dovrà dare una qualche spiegazione. Quello di classe dominante non è forse un concetto troppo vecchio, anzi antico?  Qui è solo il caso di dire che chi giudica i concetti e le parole che usiamo per esprimerli adoperando le categorie di “vecchio”e “nuovo”, spesso mostra, quantomeno agli occhi di chi scrive, di avere un approccio superficiale e formale con la realtà. Nel caso che ci riguarda, si tratta di vedere se il concetto di classe dominante è ancora in grado di dar conto dei più importanti fenomeni sociali che rigano e plasmano sempre di nuovo la società del XXI secolo. È attuale (non “vecchio” o “nuovo”) il concetto di classe dominante? E in che senso si può parlare oggi “materialisticamente” (ossia da una prospettiva storica e sociale critica, non ideologica) di classe dominante?

Scriveva Marx a proposito del «denaro come rapporto sociale»: «Questi rapporti di dipendenza materiali opposti a quelli personali (il rapporto di dipendenza materiale non è altro che l’insieme di relazioni sociali che si contrappongono autonomamente agli individui apparentemente indipendenti, ossia l’insieme delle loro relazioni di produzione reciproche diventate autonome rispetto a loro stessi) si presentano anche così: che gli individui sono ora dominati da astrazioni, mentre prima essi dipendevano l’uno dall’altro. L’astrazione non è però altro che l’espressione teoretica di quei rapporti materiali che li dominano» [3]. Il Capitale realizza il dominio dell’astratto sul concreto, della totalità sociale sul particolare. Su questo concetto, sviluppato a partire dalla teoria marxiana del valore, rinvio al mio scritto Il dominio dell’astratto. Credo che i concetti di classe dominante e di dominio di classe debbano essere fondati «sul rapporto di dipendenza materiale» di cui parlava Marx.

L’ultimo libro di Thomas Piketty Capitale e ideologia, destinato ovviamente a diventare in fretta un altro bestseller, «è una fluviale (1.232 pagine) denuncia delle crescenti e non più tollerabili disparità create dal capitalismo [sai che novità!], con alcune proposte dirompenti come “superare la proprietà privata e sostituirla con una proprietà sociale e temporanea”» [4]. Proposte davvero “dirompenti”, non c’è che dire; e già mi pare di vedere e di sentire il Moloch tremare e urlare: «Che paura!» Scherzi a parte, ha senso contrapporre la proprietà privata alla proprietà sociale? Cercherò di rispondere a questa domanda nelle pagine che seguono. Come vedremo, attraverso l’espropriazione della proprietà privata individuale/personale precapitalista e semicapitalista, a cominciare dalla proprietà centrata sui produttori diretti trasformati, con le buone e – soprattutto – con le cattive”, in lavoratori salariati, si realizza quel monopolio sociale dei mezzi di produzione e del prodotto del lavoro che sta a fondamento della moderna società capitalistica [5]. Questo monopolio, il cui fondamento sociale si rinnova sempre di nuovo, giorno dopo giorno, produzione dopo produzione, conferisce alla proprietà capitalistica una peculiare natura sociale che per l’essenziale prescinde dalla forma giuridica che questa proprietà assume nei diversi Paesi e nelle diverse congiunture storiche. Semplificando al massimo: privata o statale che sia, la proprietà capitalistica ha sempre un preciso connotato di classe. Questa tesi è valida anche alla luce del fatto che lo Stato non è una classe sebbene, in determinate circostanze, esso può surrogare le funzioni della classe dominante? Credo proprio di sì.

L’essenza del Capitale come viene fuori dalla teoria marxiana non ha a che fare con la proprietà privata personale, sebbene strutturata economicamente e giuridicamente in coerenza con una nuova configurazione storica (borghese): tale essenza va appunto individuata nel carattere di forza sociale che il Capitale ha fin dall’inizio. Vedremo in seguito in che senso possiamo parlare di proprietà privata sul fondamento della vigente società.

Quando parlo di classe dominante e di dominio di classe è dunque a questa precisa costellazione concettuale che faccio riferimento; al centro di essa pulsa come «momento egemone» il rapporto sociale di dominio e di sfruttamento (dell’uomo e della natura) che oggi ha la dimensione del nostro pianeta e che in mille modi orienta la nostra esistenza, penetrandone anche la sfera psicosomatica grazie soprattutto all’ausilio della tecnoscienza. Il concetto di biopolitica, peraltro oggi usato e abusato in certi ambienti politico-intellettuali in guisa di segno di riconoscimento identitario, non è in grado di restituire per intero la radicalità della prassi del dominio.

Per Jacques Bidet, filosofo e “teorico sociale” francese, «la classe dominante comprende due poli, uno attorno alla proprietà capitalista e l’altro attorno all’organizzazione presumibilmente competente». Egli contrappone il mercato a una non meglio specificata, e a dire il vero assai confusa, organizzazione, regno, se ho capito bene, dei «competenti». «La tesi di Marx spingeva all’idea che fosse necessario abolire il mercato, cioè anche la proprietà privata dei mezzi di produzione, contemporaneamente al capitale. Questa era la strada seguita dai sovietici» [6]. Diciamo piuttosto che quella era la strada che i sovietici dicevano di voler seguire, mentre in realtà ne seguivano un’altra e opposta: quella del Capitale, e quindi la strada del mercato e della proprietà capitalistica dei mezzi di produzione.  «Mi sembra molto importante che l’organizzazione domini il mercato. E questo è, mi sembra, il caso della Cina oggi. In questo senso, il termine “capitalismo di Stato”, non più che “socialismo di mercato”, mi sembra che gli si addica. Ma io sono un sostenitore del comunismo, non del socialismo». A me risulta che più che «un sostenitore del comunismo», il Nostro sia un estimatore del “comune”, il quale «apre una prospettiva di democrazia economica partecipativa e discorsiva». Anche qui non posso che dire: auguri! D’altra parte, chi sono io per giudicare il “comunismo” degli altri?

Tuttavia mi sento di dire che contrapporre il comunismo al socialismo, anziché porli in una dialettica relazione concettuale e storica, ha senso solo se si ammette la natura socialista dei regimi del cosiddetto “socialismo reale”, cosa che personalmente ho sempre negato nel modo più assoluto. Quel che si può certamente affermare, e qui l’intellettuale francese ha ragione, è che nel caso della Cina (come negli altri casi analoghi) si debba parlare solo ed esclusivamente di capitalismo: se di “Stato” o altro, qui è secondario. Capitalismo, beninteso, in senso stretto, nell’accezione più conforme ai concetti marxiani sviluppati come critica dell’economia politica intesa a penetrare la natura sociale del Capitale.

Scrive Bidet a proposito della funzione sociale dei cosiddetti competenti: «Tra capitalisti e cosiddetti competenti c’è la doppia possibilità di convergenza e divergenza. I competenti, se sono attratti da un’alleanza con i capitalisti mentre questi ultimi predominano, possono anche, almeno per grosse frazioni, trovare più interessante allearsi con la gente comune, con la speranza di prendere l’iniziativa. Questa possibilità di alleanza dipende, per la maggior parte, dalla forza politica organizzata della gente comune. Inoltre, è in queste condizioni che da un secolo sono state impegnate le grandi rivoluzioni comuniste nel mondo. Ma, una volta emarginati i capitalisti, i competenti sono diventati una nuova classe dirigente». Detto che a me non risultano «grandi rivoluzioni comuniste nel mondo» nel XX secolo, salvo quella, poi finita malissimo, del 1917 in Russia; detto questo, ha un senso parlare dei competenti nei termini di «una nuova classe dirigente»? E poi, quanto per Bidet il concetto di classe dirigente è assimilabile a quello di classe dominante? Il dubbio nasce perché egli parla di «nuova classe dirigente» in relazione alla “emarginazione” dei capitalisti: si tratta di un confronto, di un’assimilazione funzionale o cos’altro? E cosa intende Bidet per «gente comune»? Quest’ultima domanda occorre guardarla alla luce della critica che il francese rivolge alla moltitudine di Toni Negri: «Questo discorso “moltitudinale” è venuto a sostituire il discorso classista. Il problema non è la sua risonanza teologica, è il fatto che ci libera da considerazioni analitiche, soprattutto in termini di sfruttamento, a cui ci chiama l’analisi di classe». Condivido questa critica, ed è per questo che la «gente comune» mi sembra una categoria sociologica quantomeno vaga, diciamo così.

Classe dominante e classe dominata (o subalterna) si corrispondono reciprocamente con assoluta necessità: l’una presuppone e pone sempre di nuovo l’altra, esattamente come il Capitale presuppone e pone sempre di nuovo il lavoro salariato, e viceversa. Si tratta piuttosto di capire come fondare il concetto di classe dominante andando oltre il punto di vista meramente sociologico (empirico/statistico), non per negare o sottovalutare la concreta realtà con cui facciamo tutti i giorni i conti, ma per comprenderla nella sua intima natura. A mio avviso, la ricerca sociologica empiricamente orientata mostra tutti i suoi limiti concettuali ed euristici proprio nella ricerca di presunte nuove classi dominanti, sforzo che finora non ha mai contribuito a spiegare nulla di veramente significativo circa la struttura di classe della società e la sua dinamica, mentre di fatto costringe il pensiero che vuole diventare critico a distogliere lo sguardo dall’essenziale, dai rapporti sociali di produzione.

In ogni caso, la stessa esistenza di una classe di senza riserve (di proletari, come li chiamavano Marx ed Engels) ci obbliga a parlare del dominio sociale capitalistico nei termini di un dominio di classe – in quanto esso si fonda appunto sullo sfruttamento di una classe. E dove c’è un rapporto di sfruttamento, deve esistere con assoluta necessità un rapporto di dominio che si estende a tutta la società, ben oltre i confini della sfera della produzione. Dominio di classe e dominio sociale sono due nomi diversi per una stessa Cosa.

Scrive Luciano Gallino: «Dovendo effettuare una scelta tra un elevato numero di dimensioni o indicatori di classe, io credo che la combinazione più utile sia ancora quella classica, anche se piuttosto comune, che include la ricchezza o reddito, il prestigio o valutazione sociale, e il potere o controllo. […] Tutte queste dimensioni devono esser considerate da un punto di vista societario; ciò che importa è il reddito “tipico” di ogni classe in rapporto a tutte le altre classi della società, il prestigio che i membri di una classe ricevono in media ovunque essi vadano, il potere che essi hanno all’interno dell’organizzazione sociale totale e su di essa» [7]. Nella determinazione della classe dominante ciò che invece importa è a mio avviso come si dispongono le diverse classi in relazione al rapporto sociale di produzione dominante, mentre tutto il resto («la ricchezza o reddito, il prestigio o valutazione sociale, e il potere o controllo») ne discende dialetticamente, cioè in termini di mediazione tra generale e particolare, essenza e fenomeno. Detto in altri e più brutali termini (ma brutale è la realtà!), si tratta di stabilire chi sfrutta e chi viene sfruttato, chi produce la ricchezza sociale (in termini marxiani: valore e plusvalore) e chi e perché si appropria di questa ricchezza; chi (o che cosa) domina e chi viene dominato. Tra l’altro, assimilare senz’altro ricchezza e reddito è tipico dell’economia politica volgare, per dirla sempre con l’autore del Capitale, con ciò che ne segue in termini di analisi della struttura di classe di un Paese. Marxianamente parlando, il reddito è cioè che non viene reinvestito nel processo di accumulazione ma consumato improduttivamente – dal punto di vista capitalistico.

Lo spazio d’intervento che anche nei Paesi occidentali lo Stato sta conquistando sul terreno immediatamente economico è certamente una delle più importanti fenomenologie della crisi capitalistica che la nostra società sta attraversando. Un’economia incapace di remunerare a sufficienza il capitale investito in ogni ambito di attività (produzione, distribuzione, servizi finanziari, ecc.), costringe di fatto lo Stato a intervenire nel “mondo degli affari” per puntellare investimenti bisognosi di profitti che oggi il “libero mercato” non è in grado di assicurare, e per far fronte ai problemi sociali che derivano dal fallimento generalizzato delle imprese. Gettando lo sguardo oltre l’apparenza fenomenologica, la quale restituisce al pensiero privo di profondità analitica e critica il quadro che tanto inquieta i nemici del “socialismo”, non è lo Stato che si serve del Capitale per allargare il proprio potere sulla società, ma è piuttosto il secondo che si serve del primo per “ossigenare” una congiuntura economica diventata asfittica, e per stabilizzare la struttura economico-sociale sottoposta a gravi tensioni sociali [8]. Qui per “Capitale” intendo sempre la potenza sociale dominante – e non solo “in ultima analisi” – su scala mondiale. Il rafforzamento del ruolo dello Stato anche nelle democrazie capitalistiche di stampo occidentale va sempre considerato alla luce di quanto accade e si muove nel “mondo degli affari”, il quale ormai da oltre un secolo è legato in mille modi al “mondo della politica”. Sul concetto di capitalismo di Stato ritornerò più diffusamente in seguito.

Per comprendere la portata politica, e non meramente dottrinaria, del tema qui posto a riflessione, credo sia sufficiente richiamare la circostanza per cui in tutti i più importanti Paesi del mondo la cosiddetta opinione pubblica mostra d’essere estremamente permeabile ai discorsi di demagoghi e populisti di ogni genere, intesi a individuare capri espiatori su cui scaricare rabbia, frustrazione, paure, angoscia, invidia sociale e quant’altro questa pessima società è in grado di produrre a ritmi industriali. Capire il pessimo mondo in cui viviamo è fondamentale nella ricerca delle vie che portano oltre i suoi confini, verso un mondo autenticamente umano. Più che di un viaggio, in realtà si tratta di una distruzione e di una costruzione. Come diceva qualcuno, le classi subalterne possono distruggere tutto, perché tutto possono costruire; esse possono distruggere il presente perché possono costruire il futuro. Possono, è in loro potere farlo. Evocata questa eccezionale possibilità, qui bisogna però arrestarsi, sempre per non allargare eccessivamente il campo “problematico” che proverò a indagare.

Devo lo spunto della riflessione che consegno al giudizio dei lettori alla lettura dell’ultimo libro di Raffaele A. Ventura Radical choc, dal quale mi piace citare i passi, forse ispirati dal comunista di Treviri, che seguono: «Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di rischi. L’anno 2020 ce lo ha ricordato nel modo più incisivo» [9]. Di qui, all’avviso di chi scrive, la necessità e l’urgenza di farla finita con rapporti sociali (non semplicemente con individui sociologicamente caratterizzati) che determinano per tutti gli esseri umani, e per i senza riserve in particolare, una condizione di permanente disumanità e pericolo. A me pare che sempre più la salvezza dell’umanità e della natura coincide con la distruzione del regime sociale capitalistico, il quale per l’una e per l’altra rappresenta un problema (anzi: il problema), non certo la soluzione: è una tra le poche certezze che ho e che mi piace coltivare e condividere con gli altri. Inutile dire che la riflessione che segue ha molto a che fare con queste mie anticapitalistiche considerazioni.

2.
La rilettura, a distanza di moltissimi anni, del libro che Bruno Rizzi [10] pubblicò a Parigi nel 1939 (La Bureacratisation du Monde), e che nel suo interessante libro Ventura cita ampiamente, ha insinuato nella mia curiosa (in tutti i sensi!) testa la paradossale quanto bizzarra domanda che segue: posta la società capitalistica, avrebbe un senso parlare di dominio di classe nel caso – del tutto ipotetico – in cui non fosse più possibile individuare una classe dominante nell’accezione sociologica del concetto? È “legittimo” parlare, sempre in linea di principio, del dominio di classe nei termini di una fitta rete di interessi [11] del tutto impersonale (ossia empiricamente “impalpabile”) e dunque totalmente sociale (o astratta in questo preciso significato)? È concettualmente concepibile un dominio di classe che non abbia come suo fondamento una classe dominante? Nelle pagine che seguono cercherò di dare un senso, più che una risposta, a queste domande. Qui faccio rilevare che l’espressione totalmente sociale usata sopra chiama in causa il totalitarismo sociale realizzato (nella prassi, non nella teoria) dai rapporti sociali capitalistici, e che sta a fondamento della dittatura del Capitale che informa la prassi sociale di tutti i Paesi, a prescindere dal loro regime politico-istituzionale. È soprattutto in opposizione a questa dittatura sociale che Marx sviluppò il concetto di «dittatura rivoluzionaria del proletariato».

Va ribadito, a scanso di equivoci, che qui non cercherò di illustrare la situazione storica attuale, né di riflettere su casi storici particolari, né, tanto meno, di azzardare previsioni di medio o lungo periodo sulla scorta delle tendenze individuate nel processo sociale; cercherò piuttosto, e assai più modestamente, di usare materiali storici, politici e teorici per rendere più chiara possibile (in primis a me stesso!) la concezione che ho maturato ormai da molto tempo sulla natura della vigente Società-Mondo. Ragionare “al limite”, focalizzando l’attenzione su una mera ipotesi (la scomparsa della classe dominante concepita come sommatoria di capitalisti individuali) può forse aiutarci a capire meglio la concreta realtà della società capitalistica del XXI secolo. D’altra parte, occorre anche dire che quell’ipotesi ha, come vedremo, un preciso fondamento storico e sociale  nel capitalismo come il mondo ha imparato a conoscerlo nell’epoca dei monopoli, del capitale finanziario e dell’imperialismo.

Molti degli studiosi che hanno analizzato il Capitalismo di Stato nelle sue diverse manifestazioni storiche, hanno commesso l’errore di identificare la classe dominante con lo Stato, di appiattire senz’altro l’una nell’altro, con ciò eliminando la tensione dialettica che è sempre esistita tra il sociale propriamente detto (l’hegeliana società civile) e il politico, e questo proprio perché essi non sono riusciti a cogliere ciò che sovrasta e, al contempo, regge la struttura sociale. Il pensiero che aspira alla “concretezza” ha bisogno di toccare con mano, per così dire, gli oggetti che indaga, salvo poi ritrovarsi a contemplare una cattiva concretezza, una concretezza  vuota di determinazioni socialmente significative perché non contiene al suo interno il momento della totalità. Si tratta di una «concretezza fantomatica» (Marx) che non è in grado di spiegare la società nel suo incessante, contraddittorio e conflittuale movimento.

Nel Capitalismo sviluppato il dominio sociale non è esercitato da un soggetto personale, o dalla somma sociologicamente caratterizzata di persone (i capitalisti), ma da un soggetto impersonale (o, marxianamente parlando, astratto) che è il prodotto delle attività economiche informate dal rapporto sociale capitalistico: si produce (un “bene” o un “servizio”, cioè una merce) in vista di un profitto. È appunto la potenza sociale di cui parla il comunista di Treviri, e che personalmente spesso caratterizzo, non so con quanta accuratezza “scientifica”, come Moloch, una mostruosa creazione interamente umana – ossia realizzata dalle attività e dalle relazioni umane.  Dalla mia prospettiva, il Capitale-Moloch nei termini qui proposti appare ben più di una metafora o di una semplice figura retorica.

Scriveva Marx: «Il potere sociale, cioè la forza produttiva moltiplicata che ha origine attraverso la cooperazione dei diversi individui, determinata nella divisione del lavoro, appare a questi individui, poiché la cooperazione stessa non è volontaria ma naturale, non come il loro proprio potere unificato, ma come una potenza estranea, posta al di fuori di essa, della quale essi non sanno né donde viene né donde va, che quindi non possono più dominare, e che al contrario segue una sua propria successione di fasi e di sviluppo la quale è indipendente dal volere e dall’agire degli uomini ed anzi dirige questo volere e questo agire» [12]. Nei passi del Capitale che Marx dedica al feticismo della merce troviamo gli stessi fondamentali concetti. Potere sociale e rete/intreccio di interessi sono due modi diversi di chiamare in causa la stessa Cosa: il dominio sociale capitalistico. Si tratta di mettere in dialettica questo concetto con quello di classe dominante.

Alle spalle degli individui prende dunque corpo una volontà sovraumana (meglio, disumana) che si impone su tutti e su tutto. Non a caso sempre Marx affermò che nel capitalismo il lavoro morto domina sul lavoro vivo: che mostruosa aberrazione! Il Capitale ha dunque una sua volontà, o, meglio, ciò che possiamo concettualizzare nei termini di una volontà, ancorché essa non abbia come “sede” un cervello comunemente concepito; è in grazia di questa peculiare volontà, che, è bene ribadirlo, ha un carattere puramente oggettivo (sociale), che il Capitale merita a mio avviso lo status di soggetto sociale. Scrive lo psicoanalista Alfredo Eidelsztein: «La questione è che non si riconosce l’esistenza di un soggetto se non pensando a un individuo in carne e ossa, responsabile di detti, sogni, lapsus e sintomi» [13]. Mutatis mutandis, penso che si possa dire qualcosa di analogo a proposito del soggetto di cui parlo in questo scritto.

Continua qui.

 

[1] «Questi manager detengono conoscenze tecniche e ingegneristiche, capacità di coordinamento e direzione, sanno guidare, amministrare e gestire, organizzare, sovraintendere e la distanza tra la loro preparazione tecnica e quella necessaria al lavoratore medio aumenta di giorno in giorno. Inoltre, a causa del progresso tecnologico, queste funzioni diventano sempre più specializzate, complesse, decisive» (D. De Masi, Lo Stato necessario, Rizzoli, 2020).
[2] M. salvato, L’origine della politica e il problema della tecnica nel pensiero politico di Carl Schmitt, PDF, p. 3.
[3] K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica (Grundrisse), I, p. 107, La Nuova Italia, 1978.
[4] Intervista di T. Piketty al Corriere della Sera, 31/8/2020. L’economista francese si lagna della censura subita dall’editore cinese del suo libro: «A mio parere questa censura illustra il nervosismo crescente del regime cinese e il suo rifiuto di un dibattito aperto sui diversi sistemi economici e politici. È un peccato; nel mio libro adotto una prospettiva critica ma costruttiva sui diversi regimi inegualitari del pianeta e sulle loro ipocrisie, in Cina ma anche negli Stati Uniti, in Europa, in India, Brasile, Medio Oriente e altri. È triste che il “socialismo dai colori cinesi” di Xi Jinping si sottragga al dialogo e alla critica». La mia critica dei diversi regimi capitalistici del pianeta (compreso ovviamente quello con caratteristiche cinesi) è invece tutt’altro che costruttiva, essa è anzi radicalmente distruttiva, irriducibilmente negativa. D’altra parte Piketty si batte per un diverso assetto (meno “inegualitario” e “più umano”: sic!) del capitalismo, e quindi la prospettiva anticapitalistica gli è completamente estranea. Ma il “socialismo dai colori cinesi” non bada a questi dettagli!
[5] L’espropriazione dei liberi produttori da parte del Capitale è, come scrisse Marx nel suggestivo Capitolo 24 del primo libro del Capitale (La cosiddetta accumulazione originaria), l’atto fondativo della moderna società borghese. A un polo il Capitale (mezzi di produzione, materie prime, merci, scienza, industria, commercio, finanza), al polo opposto il lavoratore, proprietario di mera capacità lavorativa. Questo rapporto sociale realizza la sostanza della proprietà capitalistica, la quale come scrisse sempre Marx è in primo luogo proprietà sul tempo di lavoro altrui. Che sia un singolo capitalista, o la classe dei capitalisti oppure un capitalista “collettivo” (ad esempio, lo Stato) a disporre di questa proprietà non fa alcuna differenza quanto all’essenza della cosa.
[6] J. Bidet, Marx, Althusser, Foucault e il presente, Bollettino culturale, 6/9/2020.
[7] L. Gallino, L’evoluzione della struttura di classe in Italia (1970), Quaderni di sociologia, 26/27 2001.
[8] Scriveva Paul Mattick nel 1934, analizzando il capitalismo di Stato come venne a configurarsi negli anni Trenta: «Il capitalismo di Stato non è una forma economica più elevata del capitalismo monopolistico, bensì soltanto una sua variante camuffata; esso ha lo scopo di compensare politicamente gli squilibri tra le forze di classe, poiché nel capitalismo monopolistico, a causa dell’assottigliamento della classe dirigente e dei suoi lacchè, è necessario un intervento più diretto dello Stato per la conservazione del dominio di classe» (P. Mattick, La crisi permanente, in AA. VV., Capitalismo e fascismo verso la guerra, La Nuova Italia, 1976).
[9] R. A. Ventura, Radical choc, p. V, Einaudi, 2020. Il Capitale di Marx si apre come segue: «La ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come una “immensa” raccolta di merci”» (K. Marx, Il Capitale, I, p. 67, Editori Riuniti, 1980). Produzione della ricchezza sociale nella sua forma capitalistica e produzione di rischi e di magagne d’ogni tipo (e sottolineo d’ogni tipo) sono, a mio avviso, due facce della stessa medaglia, due inscindibili modi di essere e di apparire del Capitale.
[10] «Poggio Rusco 1901, Bussolengo 1977. Nel gennaio 1921 prende parte a Livorno ai lavori di fondazione del nascente Partito Comunista d’Italia (PCd’I), cui aderisce fin dal suo sorgere. Ben presto, però, in seguito alle scoraggianti informazioni che giungevano dall’Unione Sovietica, assume un atteggiamento sempre più critico nei confronti delle pratiche poste in essere dal Partito Comunista dell’Unione Sovietica e dal Comintern. Negli anni trenta, convinto che fosse ancora possibile reincanalare nel giusto alveo lo stato di cose scaturito dalla Rivoluzione d’Ottobre, si avvicina al movimento internazionale capeggiato da Lev Trockij. In questo compito è facilitato anche dalla sua attività di rappresentante di calzature, che gli permette di viaggiare per tutta Europa, toccando grandi capitali come Parigi e Londra» (Wikipedia).
[11] «Che cosa precisamente è la classe? Un insieme di persone? Detto male. È invece una “rete di interessi”, […] intreccio, incontro di interessi» (Amadeo Bordiga, lettera a Onorat Damen del 9 luglio 1951, in O. Damen, Bordiga fuori dal mito, p. 39, Prometeo, 2010). Ecco chi mi ha suggerito la locuzione fitta rete di interessi! Quanto al concetto sottostante non so se, o fino a che punto, esso rispecchi il pensiero di Bordiga. Rileggendo dopo molti anni i suoi scritti sul falso socialismo sovietico, credo che i “miei” concetti di dominio sociale e di classe dominante hanno molti punti di contatto con la concezione bordighiana che informa l’analisi del capitalismo di Stato, in generale, e di quello russo in particolare. Ma, ripeto, posso anche sbagliarmi. Personalmente sono arrivato alla “rete di interessi” seguendo Marx, e la stessa cosa dice di aver fatto Bordiga, il quale peraltro riteneva di essere un mero «ripetitore di Marx»; ma non volendomi nascondere né dietro l’autorità del comunista italiano né dietro quella, assai più riconosciuta, del comunista tedesco, preferisco assumermi la piena responsabilità dei concetti che esprimo. D’altra parte, a differenza di Bordiga io penso che citare un autore significhi già interpretarlo, farlo nostro, restituirlo agli altri attraverso la nostra pregnante mediazione, che lo si voglia o meno. «Propendiamo per sostenere che in Bordiga, proprio in seguito alla riflessione da lui sviluppata sulla struttura economico-sociale dell’URSS, la categoria dì “classe capitalista” tende a decadere come categoria sociologica – indicante cioè un gruppo sociale ben definito – e resta come pura categoria economica» (L. Grilli, Amadeo Bordiga: capitalismo sovietico e comunismo, p. 83, La Pietra, 1982).  Categoria economico-sociale, o sociale tout court, mi permetto di “correggere”. Anche qui vale ciò che ho scritto sopra.
[12] K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca, Opere, V, p. 33, Editori Riuniti, 1972.
[13] A. Eidelsztein, L’origine del soggetto in psicoanalisi, p. 36, Paginaotto, 2020.

IO, LUI E LA «CERTEZZA DI SCIENZA»

stamadeoAppena ho finito di scrivere il post Io e la sinistra mi sono detto: «Vuoi vedere che adesso qualcuno mi inviterà a scrivere qualcosa della serie Io e la sinistra comunista* ?». È successo! In realtà è da tempo che diversi lettori del blog mi interrogano circa i miei rapporti con la Sinistra Comunista Italiana e/o Internazionale. «Sei un militante organico della Sinistra Comunista? Molte tue posizioni lasciano supporlo». La mia risposta è sempre stata chiara quanto, lo confesso, striminzita al limite dell’economia di pensiero: né organico né disorganico. Da più di vent’anni non sono un militante, né un simpatizzante/fiancheggiatore, della Sinistra Comunista in ogni sua possibile declinazione e configurazione.

Intendiamoci, non è mai stata mia intenzione essere reticente, né il mio passato di giovane ed entusiasta militante della Sinistra Comunista Italiana (prima in Programma Comunista, dal 1980, e poi in Combat, dalla sua nascita alla sua fine) mi ha mai creato il minimo imbarazzo, tutt’altro; il fatto è che oggi questa “pratica” è per me (e sottolineo: per me) priva di qualsiasi interesse, è un file da tempo archiviato. Ma le richieste, palesi e occulte, di chiarimento sono aumentate, e qua e là si è pure insinuato qualche equivoco, e d’altra parte, come si dice, il passato ritorna sempre, anche a dispetto della nostra volontà. E così mi sono risolto a scrivere queste quattro righe, giusto per soddisfare la curiosità dei lettori interessati alla mia “puntuale” collocazione politica, alla mia per così dire “rubricazione” partitica. Chi non coltiva questa futile curiosità è ovviamente dispensato dal proseguire nella lettura.

Siccome però il tema (Io e la Sinistra Comunista) è molto vasto, e so di non avere né la capacità né, ripeto, la voglia di sviscerarlo tutto, e per la verità nemmeno in una sua parte consistente, ho provato allora a tirare un solo filo, approfittando di una frase bordighiana, che peraltro conosco fin dalla mia “preistoria” politica, che ho trovato casualmente su Facebook, questa: «Nel comunismo, che non si è avuto ancora, ma che resta certezza di scienza, ecc.». Certezza di scienza: è il filo che intendo tirare. Più che un pomposo Io e la Sinistra Comunista, un più modesto Io, Lui e la «certezza di scienza».

79bf776de4e2b6b6c30aedf21891a150Il Comunismo (qui inteso come Comunità Umana): certezza scientifica o splendida possibilità? Due tesi a confronto.

Per Amadeo Bordiga il comunismo «non si è avuto ancora», tesi che naturalmente condivido al cento per cento, avendo chi scrive appreso anche dai suoi scritti (correva l’anno 1980) i primi veri rudimenti teorici e politici di un «marxismo autentico e non adulterato» dal veleno riformista-stalinista. Tuttavia, continua Bordiga in un breve, suggestivo e per molti aspetti condivisibile scritto del 1961 (A Janitzio la morte non fa paura), il comunismo «resta certezza di scienza». Qui invece nicchio, tentenno, titubo, e alla fine mi fermo su una posizione nettamente negativa: non concordo affatto con la tesi appena esposta. E rilancio con una domanda.

Il Comunismo: certezza scientifica, del genere delle certezze offerteci dalla scienza della natura (tipo: un corpo libero da vincoli cade sempre e necessariamente a terra a causa della forza di gravità), o piuttosto splendida possibilità radicata dialetticamente sul terreno del Dominio sociale capitalistico (e dunque su quello dell’intero processo storico che ci sta alle spalle)? Propendo decisamente per la seconda tesi. Di più: trovo che la prima tesi sia viziata da un ideologismo scientistico-teleologico che oltre a consegnarci una versione abbastanza volgare del materialismo (quello che definisco materialismo della materia o materialismo al quadrato), soprattutto non consente di fare i conti fino in fondo, teoricamente e politicamente, con la tragedia dei nostri tempi, una tragedia scritta dallo stalinismo, che ha screditato l’idea stessa di un’emancipazione integrale degli individui, e dal Capitale, che dall’ultimo serio tentativo rivoluzionario del XX secolo (alludo ovviamente alla Rivoluzione d’Ottobre e al vasto movimento sociale internazionale a essa collegato) si è enormemente potenziato, sotto tutti gli aspetti: materiali, spirituali, psicologici, esistenziali. Certo, crisi dopo crisi, guerre dopo guerre.

«Le sicure coordinate della rivoluzione comunista sono scritte, come soluzioni valide delle leggi dimostrate, nello spazio-tempo della Storia» (A. Bordiga, Relatività e determinismo – In morte di Albert Einstein, Sul filo del tempo, 1955). Questa tesi è paradigmatica della concezione del mondo che qui contesto e che non trova alcun punto in comune con la mia, e siccome per Bordiga «non si è in diritto di dichiararsi marxisti, e nemmeno materialisti storici, solo perché si accettano come bagaglio di partito tesi di dettaglio, riferite vuoi all’azione sindacale, vuoi alla tattica parlamentare, vuoi a questioni di razza, di religione, di cultura; ma si è sotto la stessa bandiera politica solo quando si crede in una stessa concezione dell’Universo, della Storia e del compito dell’Uomo in essa», ne ricavo l’idea che faccio bene a non dichiararmi marxista e a pensare che milito (idealmente, idealmente!) sotto una diversa bandiera politica. Sulla mia concezione filosofica rimando agli appunti di studio Il mondo come prassi sociale umana, scaricabile dal Blog. Non ho ancora potuto correggere il testo, e di ciò mi scuso con l’eventuale lettore. Anche il post Bisogno ontologico e punto di vista umano può dare utili indicazioni.

Per come la vedo io, solo nella sfera dei fenomeni maturali possiamo parlare con qualche fondamento teorico di «certezze scientifiche», e sempre con le dovute cautele critiche, per non scivolare nei dualismi e negli assolutismi materialistici del XVIII secolo, i quali peraltro trovano una certa eco anche in Engels (vedi una parte dell’Antidühring e la Dialettica della natura) e in Lenin (vedi Materialismo e empiriocriticismo, un testo che dal punto di vista “filosofico” fa registrare molti passi indietro rispetto al «materialismo nuovo» inaugurato da Marx con le Tesi su Feuerbach).

Già solo questo riferimento critico è sufficiente a stabilire la mia distanza dalla concezione materialistica di Bordiga, che proprio nell’impianto filosofico di Engels e Lenin ha il suo fondamento. Per questo a chi mi dà del bordighista solo perché sostengo la tesi circa la natura capitalistica della Russia di Stalin (e della Cina di Mao), o la tesi che afferma la natura imperialistica della Seconda guerra mondiale, Resistenza compresa, rispondo sorridendo che farebbe bene a non offendere coloro che legittimamente condividono l’essenza del pensiero bordighiano, concezione materialistica compresa, ovviamente.

D’altra parte, e come già detto, non solo non ho mai nascosto il mio passato di giovanissimo militante della Sinistra Comunista Italiana, ma l’ho sempre rivendicato come un eccellente retaggio, già solo per il fatto che mi ha evitato un sempre possibile destino stalinista. E non mi sembra roba da poco!

Ad altri questo può invece sembrare pochissimo (la Sinistra Comunista come prima, ma non ultima, scuola di formazione teorica e politica, come punto d’avvio di un percorso, ma non di approdo), se non addirittura risibile; ma per me le cose stanno esattamente così. Naturalmente rispetto chi milita nella vasta galassia della SC italiana e/o internazionale, e può anche darsi che la ragione stia interamente dalla sua parte: anche di questo non ho certezza di scienza! Non dico, col cantante, «lo scopriremo solo vivendo», perché ho l’impressione che la maledetta questione dei tempi militi contro la mia – e l’altrui – durata su questo pianeta. Ma non divaghiamo con considerazioni piccolo-borghesi: cosa rappresento io («io, io, io: maledetto io!») al cospetto dell’Universo e della storia passata, presente e futura dell’umanità? Nulla! Di questo ho certezza di scienza.

Sul punto in questione (certezza o possibilità?), concordo con quanto scrisse il giovane Lukács nel 1919: «Qui, per la natura stessa del problema, si può parlare solo di una possibilità. Non è concepibile una coscienza umana che per quanto riguarda la società sia capace di affermare con l’esattezza e con la sicurezza con cui l’astronomia determina l’apparizione di una cometa, che oggi è arrivata l’ora della realizzazione del socialismo. E tanto meno può esserci una scienza in grado di affermare: “Oggi non è ancora il momento, occorre aspettare, arriverà domani o solo fra due anni”. La scienza, la conoscenza possono solo indicare delle possibilità, e soltanto nell’ambito del possibile è possibile un agire morale responsabile, un vero agire umano. Ma per colui che coglie questa possibilità, non può esserci, se egli è un socialista, nessuna indecisione né esitazione» (Tattica e etica). La natura possibilistica, diciamo così, dei fatti sociali non postula affatto un atteggiamento indeciso ed esitante da parte del soggetto rivoluzione, il quale, se è veramente tale, vuole trasformare la potenza in atto, per dirla con Aristotele, e fa di questa volontà coltivata e difesa sempre di nuovo la sua stessa ragione di esistenza.

La sola certezza (non so se “scientifica” o di altro genere) che ci offre il mondo della storia e della società è la vigenza del Dominio e la possibilità del suo superamento rivoluzionario in vista della Comunità «degli uomini in quanto uomini».  Questa tensione dialettica, che cresce continuamente col crescere di entrambe le polarità (un dominio sempre più forte, una possibilità emancipativa sempre più negata e, al contempo, sempre più affermata sul piano oggettivo), realizza la contraddizione più potente e feconda di questa epoca storica, che è poi il fondamento stesso del soggetto rivoluzionario (oggi inesistente), la sua ragion d’essere, la sua conditio sine qua non.

La «certezza di scienza» sull’inevitabilità del comunismo può forse essere una tesi confortante; certamente è una tesi teoricamente infondata e politicamente sterile, perché non consente al pensiero critico-radicale (o rivoluzionario) di acquisire la postura più adeguata alla realtà, la quale purtroppo non consente alcuna illusione circa la supposta inevitabilità del comunismo. Il pensiero rivoluzionario non si nutre di pseudo certezze: esso si nutre piuttosto di verità, la quale il più delle volte racconta storie deprimenti a chi ha a cuore la liberazione dal Dominio. In questo preciso significato la verità è rivoluzionaria, ossia nel senso che solo nutrendosi di scomode e poco rassicuranti verità, solo non distogliendo neanche per un momento lo sguardo dall’abisso che oggi ci separa dalla Rivoluzione e dalla Liberazione il pensiero che vuole l’una e l’altra diventa adulto, conquista un punto di vista autenticamente critico-rivoluzionario, e rigetta ogni forma di ideologia.

Probabilmente la «certezza di scienza», per sintetizzare abbastanza brutalmente, e me ne scuso, l’impianto dottrinario bordighiano, ebbe un preciso significato politico-ideologico per chi visse in prima persona la catastrofe stalinista, e che su questa disastrata e sconfortante base si pose il titanico e impagabile compito di salvare il salvabile.  Anch’io mi sono giovato di questo straordinario lavoro che ha costituito, come dicevo, il mio solido punto di partenza. Poi sono andato avanti (ma altri potrebbero dire con piena legittimità indietro), e ho scoperto i limiti teorici e politici di quell’operazione, che ho cercato di superare hegelianamente, ossia criticando, emendando, scartando, conservando, rielaborando, attualizzando le mie conoscenze nel modo e con i risultati che tutti possono giudicare. Rimane molto, poco, niente della mia originaria esperienza? Francamente questo è un problema che non mi appassiona neanche un po’, mentre comprendo benissimo che possa intrigare chi sente il bisogno di appiccicarmi addosso qualche etichetta. Faccia pure, non me ne lamenterò!

Qualche epigono di Bordiga mi ha obiettato in passato che il mio «pessimismo potrebbe deprimere i compagni». Ho risposto che i comunisti non debbono rincuorare nessuno. D’altra parte, pessima (tragica) è la situazione, non certo chi si limita a denunciarla, e che nella fattispecie per carattere inclina più verso la macchietta che verso il tragico. A ben vedere, l’obiezione rivela una debolezza dottrinaria e politica celata maldestramente dietro frasi roboanti e muscolari che affettano un “ottimismo della rivoluzione” appiccicato con lo sputo, e quindi predisposto a cadere alla prima delusione, alla prima obiezione della storia. Come scriveva Max Horkheimer negli anni Trenta, «l’ottimismo dei proclami politici proviene oggi dalla disperazione».

Il carattere tragico dei nostri tempi dovrebbe costituire invece il centro dell’iniziativa teorico-politica di chi oggi si pone il problema del soggetto politico rivoluzionario. Non solo non ha senso – o ne ha uno pericolosamente ideologico – coltivare illusioni intorno all’inevitabile, ancorché non imminente, crollo del Capitalismo, o sull’astuzia del processo sociale che lavorerebbe “oggettivamente” per il Comunismo (la metafora della «vecchia talpa che scava» ridotta a ideologia), oppure sull’esistenza di un metafisico «Partito Storico»** che ci illumina dall’Alto dei Cieli; occorre piuttosto lanciare l’allarme sul fatto che la possibilità dell’emancipazione, che pure ci sorride da tutte le parti attraverso le mille contraddizioni di questa società (malattie psicosomatiche comprese), può sfuggirci per sempre dalle mani. È questa cattiva novella che il “profeta” del XXI secolo deve annunciare a chi, come si dice, ha orecchie per ascoltare. È questo tipo di militante che esige il punto di vista umano. A mio avviso, s’intende.

Mi rendo conto: questo non è pane per i denti di chi ricerca certezze di scienza. A chi vuole comprare questo tipo di mercanzia consiglio di non perdere tempo a rovistare nella mia bottega.

Finisco col «maledetto io». Uso di solito la prima persona singolare, così disprezzata da Bordiga (il quale, non dimentichiamolo, ebbe a che fare molto da vicino con il personalismo virile e ipnotico di un Mussolini e con il culto della personalità celebrato nella Chiesa stalinista), non solo perché sono un inguaribile individualista piccolo-borghese, ma soprattutto per mettere in chiaro agli occhi di chi “mi legge” la mia attuale solitudine politica. Ci tengo a mettere subito in chiaro che ciò che scrivo rappresenta e impegna (al massimo!) solo me. La cosa non mi piace per niente, mi si creda sulla parola, ma non posso nasconderla dietro un ambiguo plurale maiestatis. E scommetto che dopo questo post la solitudine di cui sopra ne uscirà riconfermata e rafforzata.

* Per Sinistra Comunista intendo la corrente marxista rivoluzionaria che in Europa si formò a “sinistra” della socialdemocrazia già prima del suo “tradimento” nell’agosto fatale 1914, e che negli anni Venti trovò una compiuta espressione organizzativa in alcuni dei partiti comunisti che aderirono alla Terza Internazionale. Lo stalinismo, che informò di sé anche quei partiti, “comunisti” ormai solo di nome, avrà proprio nella Sinistra Comunista il suo vero nemico.

** Proprio qualche giorno fa un lettore mi scriveva: «Ribattere i chiodi, riprendere il filo rosso, continuare il partito “storico” di Marx & Engels». Riporto la mia risposta per offrire altri spunti di riflessione.

A proposito di “partito storico”! Visto che se ne offre l’occasione, ecco una rapida ricostruzione “filologica” di quel concetto, giusto per arricchire la discussione, non certo per criticare chicchessia. Per quanto ne so Marx, che è all’origine di quel concetto, non ha parlato di «partito storico» ma piuttosto di «partito nel grande senso storico della parola», cioè «del partito che si forma dappertutto in modo naturale sul terreno della società moderna» (Lettera di Marx a F. Freiligrath del 29 febbraio 1860, Marx-Engels, XLI, pp. 530-536, E. R., 1973). Egli parlò in quei termini per cogliere due obiettivi politici allora di scottante attualità: chiamare gli ex compagni della Lega Comunista a difendere l’esperienza comunista del periodo 1848-52, e dissociarsi da qualsivoglia combriccola di rivoluzionari parolai che ancora vi si richiamavano, col solo risultato di screditarla e di mettere a rischio la stessa incolumità fisica dei “rivoluzionari seri” (gli amici di Marx e di Engels, beninteso), braccati dalla polizia di mezza Europa. «Dopo che la Lega nel novembre 1852 fu sciolta su mia proposta, io non ho mai più appartenuto né appartengo a qualsiasi associazione segreta o pubblica, e dunque il partito, in questo senso del tutto effimero, per me ha cessato di esistere da anni». Le due locuzioni: «partito nel grande senso storico della parola» (p. 536) e «partito in questo senso del tutto effimero» (p. 531), non devono suggerire l’idea che Marx intendesse teorizzare una sorta di Partito invisibile, metastorico, atemporale, in una sola parola metafisico. Un Partito che aspetterebbe tempi più propizi per incarnarsi in corpi profani. A mio avviso, per un verso Marx prese atto che il vecchio partito aveva esaurito la sua “spinta propulsiva”, la sua funzione storica («la Lega non fu altro che un episodio della storia del partito»), e invitava anche gli altri a prenderne atto; e per altro verso egli rivendicava indirettamente un grande fatto storico: il Partito Comunista di cui si parla nel noto Manifesto non fu una cometa passeggera, l’eccezionale quanto effimero prodotto di un altrettanto eccezionale ma fugace stagione di lotte politiche rivoluzionarie, bensì una permanente necessità che affonda le radici nel cuore stesso del dominio sociale borghese. Quando le condizioni lo renderanno possibile, esso si formerà «dappertutto in modo naturale». Oggi si possono nutrire dei fondati dubbi sul carattere «naturale» che il comunista di Treviri sembra attribuire al processo di formazione del «partito di classe», né d’altra parte si può astrarre dal clima generale della sua epoca per proiettarvi quello, alquanto freddino, della nostra. Ma non è questo, adesso, il punto in discussione. Non esiste insomma per Marx, e certamente per chi scrive, un «Partito Storico» appeso a un processo sociale declinato teleologicamente e deterministicamente, un Soggetto puro e incontaminato distinto ontologicamente dalla sua incarnazione «formale», ma la necessità storicamente data del «soggetto rivoluzionario» (qualunque sia il significato che vogliamo attribuirgli), la cui possibilità, aggiungo io sulla scorta «della società moderna» del XXI secolo, può anche rimanere indefinitamente allo stato di mera tendenza storica.

Confrontate la mia posizione con quella bordighista:

«Indubbiamente, nell’evoluzione che i partiti seguono, può contrapporsi il cammino dei partiti formali, che presenta continue inversioni ed alti e bassi, anche con precipizi rovinosi, al cammino ascendente del partito storico. Lo sforzo dei marxisti di sinistra è di operare sulla curva spezzata dei partiti contingenti per ricondurla alla curva continua ed armonica del partito storico. […] La Sinistra comunista ha sempre considerato che la sua lunga battaglia contro le tristi vicende contingenti dei partiti formali del proletariato si sia svolta affermando posizioni che in modo continuo ed armonico si concatenano sulla scia luminosa del partito storico, che va senza spezzarsi lungo gli anni ed i secoli, dalle prime affermazioni della nascente dottrina proletaria alla società futura, che noi ben conosciamo, in quanto abbiamo ben individuato i tessuti ed i gangli dell’esosa società presente che la rivoluzione dovrà travolgere»  (Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito, Il programma Comunista n. 14/1965).

IL BENICOMUNISMO. DA BERNOCCHI A BORDIGA

stalinismoIl libro Benicomunismo. Fuori dal capitalismo e dal “comunismo” del Novecento (Massani Ed.) di Piero Bernocchi mi è sembrato interessante per più aspetti. Non solo, ovviamente, per il poco o il tanto di condivisibile che vi ho trovato, ma soprattutto per le molte tesi che sono apparse alla mia considerazione sbagliate, oppure poco fondate, ovvero mal argomentate, e nondimeno tutte meritevoli di un approfondimento critico.

Penso che la critica, sacrosanta ma a mio avviso non del tutto fondata del marxismo volgare (determinismo economico e scientismo), per un verso, e il retaggio del «decennio rosso» ’68-78, iniziato bene, secondo l’autore, e finito malissimo con i movimenti dalla «truce sloganistica» e il terrorismo cosiddetto rosso culminato nell’assassinio di Moro (p. 334), per altro verso, hanno pesato negativamente sull’impianto concettuale del libro. E così, «alcuni conti con Marx» sembrano essere stati regolati più sulla scorta del cosiddetto «marxismo novecentesco», che dell’attività teorica e politica complessiva del comunista di Treviri. Tuttavia, lo sforzo di riprendere criticamente i fondamenti del marxismo (e quindi non sto parlando né dello stalinismo né del maoismo), per andare oltre una loro ripetizione formale e dogmatica (ad esempio, sulle cruciali questioni della soggettività politica rivoluzionaria, del potere politico e della violenza), va apprezzato come fecondo. Si tratta poi di vedere i punti di caduta teorici e politici di un simile tentativo.

Mi riservo comunque di ritornare sul complesso delle tesi esposte da Bernocchi; qui voglio segnalare solo un punto del suo lavoro che mi è sembrato particolarmente invitante.

Di che si tratta? Di quel che si legge alle pagine 11 e 12, dedicate a quella che io – insieme a pochissimi altri “settari” – definisco ormai da decenni la più grande menzogna del XX secolo: il cosiddetto «socialismo reale». Leggiamo: «Pur con le dovute differenze da Paese a Paese, possiamo leggere la struttura economico-sociale dell’Urss dagli anni 20 all’89 e degli altri Paesi dell’Est come  capitalismo di Stato pianificato. In questi Paesi la statizzazione del capitale e dei mezzi di produzione e la scomparsa dei capitalisti individuali non hanno provocato né la fine del processo di valorizzazione del capitale, né la socializzazione dei mezzi produttivi. Il rapporto Capitale-Lavoro è rimasto invariato nella sostanza, come pure lo sfruttamento della forza-lavoro: anzi quest’ultima nelle società “socialiste” novecentesche veniva acquistata dallo Stato-padrone in condizione di assoluto monopolio».

Con mio sommo piacere l’autore estende quanto appena riportato alla Cina, il cui Capitalismo dopo la morte di Mao si differenzia per vitalità e capacità espansiva dal “modello sovietico” finito miseramente nella pattumiera della storia nel corso di un lungo processo culminato negli anni Ottanta.

Bernocchi invita a riflettere il lettore sul «colossale abbaglio teorico e politico che ha portato a confondere l’eliminazione della proprietà privata individuale con la fine del processo produttivo capitalistico», abbaglio che ha accecato la «Quasi totalità dei partiti marxisti, delle organizzazioni politiche, sindacali e sociali» che si richiamavano al “socialismo” e al “comunismo” realizzati. Abbaglio teorico e politico, certo, ma non bisogna perdere di vista il processo sociale che rese possibile l’accecamento di milioni di persone, non solo in Russia ma in tutto il mondo, Italia compresa – «Anche il pensiero marxista novecentesco in Italia», scrive Bernocchi, non fece eccezione.

Alludo naturalmente alla controrivoluzione sociale che prese corpo in Russia nel momento in cui il fragile potere politico proletario rimase isolato (dalla comoda, ma non per questo inutile prospettiva storica l’isolamento appare “conclamato” già alla fine del 1920, alla vigilia della NEP leniniana), non più che un piccolo scoglio accerchiato dal mare in tempesta (la campagna russa, gelosa delle conquiste ottenute nell’Ottobre ‘17) e ostaggio di potenze oggettive sociali (il Capitalismo incipiente e scalpitante e il tradizionale espansionismo Grande-Russo) che alla fine lo annienteranno. La maligna fenomenologia politico-ideologica di questa controrivoluzione è passata alla storia col famigerato nome di stalinismo.

Per capire la natura maligna di questa fenomenologia è sufficiente confrontare, fatta la debita tara ai due eventi posti in relazione, l’epilogo della Comune di Parigi, schiacciata in maniera plateale dal nemico di classe nazionale e internazionale, e la sconfitta del potere proletario in Russia, che appare al pensiero non sufficientemente critico e dialettico in guisa di una sua vittoria – il falso paradosso non fu compreso nemmeno dal grande Trotsky, come si evince dalla sua teoria del Termidoro e della «casta burocratica».

Lo stalinismo non come semplice “degenerazione” di un gruppo dirigente diviso da violente lotte di potere per la successione (a Lenin), o come trionfo di un nuovo gruppo sociale (la burocrazia), bensì come strumento: 1. della controrivoluzione capitalistica internazionale, 2. dell’accumulazione capitalistica a ritmi accelerati in Russia e 3. della continuità imperialistica con lo zarismo – di qui anche la scelta, che si impose definitivamente alla fine degli anni Venti, di promuovere innanzitutto l’industria pesante, a detrimento dell’industria dei beni di consumo e dell’agricoltura.

Copertina Scoglio e MareEcco, la fenomenologia deve rinviare all’essenza del processo sociale, non deve occultarla. Viceversa gli acquisti teorici e politici rimangono poco fondati, e perciò a rischio di rapida evaporazione, con “sgradevoli” ripercussioni sul terreno della prassi. Nello studio Lo scoglio e il mare (scaricabile in PDF da questo blog) ho cercato di illuminare i momenti più importanti del processo sociale che si sostanziò nella controrivoluzione stalinista.

Ultima breve – nonché ultra settaria – notazione. Bernocchi cita come una delle «poche eccezioni significative» nel quadro dell’abbaglio teorico e politico statalista di cui sopra Amadeo Bordiga, liquidandolo però con una brevissima nota: appena due righe. Un po’ poco per dar conto della sola posizione “organicamente” ostile al «marxismo novecentesco» in un periodo in cui in quell’ambito si teorizzava che il «Il peggiore dei regimi comunisti è sempre meglio del migliore dei regimi capitalisti» (G. Lukács).

bord«Con un’analisi del tutto “controcorrente”, Bordiga ha demistificato il carattere socialista dell’URSS nel periodo di massimo vigore di tale mito, i primo anni ’50, ma lo ha fatto richiamandosi alla teoria dello stesso Marx … Dall’analisi che Bordiga fa della società sovietica, la struttura economico-sociale dell’URSS si configura come capitalismo mercantile ad industria statizzata … Caratterizzato il capitalismo come sistema di appropriazione “sociale” del prodotto ai fini non del consumo personale dei capitalisti ma dell’accumulazione del capitale, la portata alternativa del socialismo rispetto al capitalismo non si pone al livello delle forme di proprietà (statali invece che private) né al livello delle forme di gestione (di partecipazione democratica anziché di direzione accentrata). Essa sta nel mutamento delle forme di produzione, nella scomparsa dell’impresa quale forma tipica del capitalismo in quanto produzione di valore» (Liliana Grilli, Amadeo Bordiga: capitalismo sovietico e comunismo, La Pietra, 1982). Il Capitale come rapporto sociale di dominio e di sfruttamento (di tutto ciò che sta fra cielo e terra): il minimo sindacale di un pensiero “autenticamente marxista”. A “naso”, mi sembra che il tema sviscerato a suo tempo dal noto “settario” napoletano incroci il cuore della riflessione di Bernocchi intorno al Benicomunismo .

QUALCHE RAPSODICA RIFLESSIONE POLITICA ASPETTANDO IL PROSSIMO LAVACRO ELETTORALE

abQualche giorno fa un tizio, scandalizzato dalla mia confessione astensionista («sai, in vita mia non ho mai messo piede dentro una cabina elettorale»), mi ha reso responsabile di tutti i «malgoverni» che si sono succeduti negli ultimi trentadue anni. «Non crede di esagerare», ho obiettato ironicamente. E quello serio: «Chi non vota accetta qualsiasi governo uscito dalle urne, questo ti è chiaro!» Ho provato a spiegargli che dal mio punto di vista un governo vale esattamente l’altro, in quanto espressione del dominio sociale vigente (per la verità ho usato un linguaggio meno “astruso”, più semplice), ma non c’è stato verso di fargli cambiare idea: «Chi non vota non ha nemmeno il diritto di criticare chi ci governa. È possibile che non ci sia mai stato un partito degno del tuo voto? Impossibile! Oppure sei un fottutissimo qualunquista».

Ecco, qualunquista dovevo ancora sentirmelo dire. La grave lacuna è stata dunque colmata, e anche la pagina Q della mia rubrica delle invettive può finalmente vantare una definizione.

Il fatto è che a mio avviso tutti i partiti che rivendicano, chi da “destra”, chi dal “centro” e chi da “sinistra”, l’interesse generale del Paese sono a diverso titolo strumenti delle classi dominanti. Agli orecchi dei lettori più assidui di questo Blog la cosa non suonerà certo nuova.

Ciò che, ad esempio, accomuna Berlusconi e Paolo Ferrero, e a gente ancora più a “sinistra” di quest’ultimo, è appunto la loro fedeltà a quel sacro interesse, che essi naturalmente “declinano” in modi diversi sulla scorta della loro ideologia (il primo professa la “religione della libertà”, l’altro pensa di essere un “comunista”: che esagerazione!) e, soprattutto, degli interessi sociali di cui entrambi, più o meno consapevolmente, sono espressione. Inutile dire che i due personaggi presi ad esempio rivendicano per sé, e negano all’altro, il ruolo di autentico facitore dell’interesse generale del Paese. Com’è noto, per la gran parte dei “comunisti” italiani, più o meno rifondati o ortodossi, il Cavaliere Nero è, gramscianamente, un «eversore». Questo la dice lunga sul tasso di conservazione dei diversi soggetti politici asserviti agli interessi nazionali, comunque “declinati”.

Il fatto che un politico sia un multimiliardario, magari evasore fiscale e puttaniere, scaraventato in Parlamento dai “poteri forti” per fare i loro interessi, e un altro sia invece un onesto indigente che desidera moralizzare ed eticizzare la politica in odio alla famigerata “Casta”; ebbene questa differenza non rileva minimamente ai fini che interessano al sottoscritto, il quale non intende né moralizzare e “umanizzare” (scusate la bestemmia) il Dominio, né fare gli interessi degli “ultimi” – questa incombenza la lascio volentieri agli amministratori delle anime, delle coscienze e dei corpi. Per me si tratta piuttosto di sradicare le radici del Male, per dirla con il linguaggio teologico d’altri tempi, non semplicemente di fare il sindacalista degli “ultimi”, i quali vanno piuttosto aboliti, insieme ai “primi” (i golosi come me stiano pure tranquilli, non alludo ai piatti!): non più primi, né più secondi, ma solo uomini in quanto uomini. Vasto Programma? Indubbiamente. È comunque il mio Programma, che postula l’elaborazione di mezzi adeguati ai fini. A qualcuno quest’ultima frase evocherà certamente antiche e scottanti diatribe. Antiche, certo, ma non per questo prive di un qualche link con l’attualità, almeno sul terreno dell’analisi politica.

abbbSi può usare il Parlamento come mezzo di propaganda rivoluzionaria? È possibile sfruttare «i parlamenti borghesi al fine dello svolgimento della lotta di classe» (Lettera del Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista, 1919)? Vecchia e feconda questione, che a suo tempo divise Lenin dai migliori comunisti occidentali (da Gorter a Bordiga, da Pannekoek a Lukàcs). Penso che allora il grande Vladimiro, oppresso dall’idea del tragico e imminente isolamento che si prospettava per la Russia dei Soviet, avesse torto, e non solo sul piano politico, ossia della tattica, ma anche su quello dell’analisi della moderna società capitalistica, potente non solo dal punto di vista materiale (economico e militare), ma anche da quello politico, ideologico e psicologico.

Scriveva un «estremista infantile» nel 1920, discutendo alla pari con un Lenin non ancora promosso dagli imbalsamatori moscoviti a S. Pietro del “Bolscevismo Mondiale”: «Innanzitutto: gli operai, e, in generale, le masse lavoratrici dell’Europa occidentale sono completamente sotto l’influsso ideologico della cultura borghese, delle idee borghesi e, di conseguenza, del sistema rappresentativo borghese, della democrazia borghese. Da noi l’ideologia borghese si è impadronita dell’intera vita sociale e, di conseguenza, anche politica; è penetrata profondamente nella testa e nei cuori degli operai. È all’interno di questa ideologia che gli operai sono stati educati, sono cresciuti già da alcuni secoli. Sono saturi di idee borghesi» (H. Gorter, Risposta a Lenin). Sottoscrivo, si capisce. E sottoscrivo puro quanto segue: «La potenza che la borghesia ancora oggi possiede si basa sulla dipendenza spirituale e sulla mancanza di autonomia del proletariato … Il parlamentarismo è per essenza il tipico mezzo di una lotta che viene condotta da capi, mentre le masse hanno un ruolo subordinato» (A. Pannekoek, Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la strategia del comunismo, 1920). Finisco la “sottoscrizione” col giovane Lukács: «Proprio il fatto che nell’ambito del parlamento un’aspra critica della società borghese appare possibile, contribuirà al disorientamento, auspicato dalla borghesia, della coscienza di classe del proletariato. La finzione della democrazia parlamentare borghese si basa proprio sul fatto che il parlamento appare non come organo dell’oppressione di classe, ma come l’organo di “tutto il popolo”. Ogni radicalismo verbale – con il fatto stesso della sua possibilità d’esplicarsi in parlamento – rafforza negli strati meno coscienti del proletariato le illusioni nei confronti di questa finzione» (G. Lukács, La questione del parlamentarismo, 1920).

Se penso che oggi non pochi, in basso come in alto loco, vorrebbero spedire in galera il redivivo Cavaliere Nero per lesa maestà all’Italica Dignità Nazionale, mi viene da sorridere leggendo «Ogni radicalismo verbale è possibile»: era possibile, prima del Fascismo e della successiva democrazia fascistizzata. Quanti secondi rimarrebbero in Parlamento gli ipotetici quattro gatti comunisti che provassero oggi a fare del «parlamentarismo rivoluzionario»? La segretaria della Cgil ieri ha dichiarato che nonostante le sue critiche al cosiddetto governo dei tecnici, «occorre riconosce a Monti un fondamentale merito: quello di aver ripristinato la credibilità dell’Italia in Europa e nel mondo». Che cosa direbbe dei quattro gatti di cui sopra la virile Camusso? Probabilmente non direbbe nulla: si limiterebbe a farli prelevare da una squadra di compagni carabinieri. Destinazione? La solita! Ai capi bolscevichi, che interpretarono l’astensionismo del comunismo occidentale alla stregua di un prurito moralistico-purista di stampo piccoloborghese (secondo la vulgata propalata dallo stalinismo in salsa italica), «l’infantile» e «settario» Bordiga ricordò che «quando il deputato compie davvero opera rivoluzionaria e pericolosa, perde la sua garanzia [immunità parlamentare], come provò lo stesso Liebknecht» (Il Soviet, 11 aprile 1920). In generale, come argomentò il fondatore del PC d’Italia (d’Italia, non italiano), si trattava di elaborare una strategia rivoluzionaria adeguata alle società capitalisticamente avanzate, e, sotto questo fondamentale riguardo, l’esperienza Russa diceva molto ma non tutto, e comunque non la cosa essenziale. A mio modestissimo avviso siamo ancora a questo punto: come si fa a strappare le classi subalterne dall’influenza ipnotica delle classi dominanti?

Beninteso, e sia detto anche per evitare antipatici equivoci, la natura ultrareazionaria del Parlamento era fuori questione anche per Lenin, come attesta nel modo più univoco la seguente citazione: «Il Parlamento borghese, sia pure il più democratico della repubblica più democratica … è una macchina che serve a un pugno di sfruttatori per schiacciare milioni di lavoratori» (Lettera agli operai d’Europa e d’America, 1919). E nella prima tesi della Risoluzione sul parlamentarismo redatta dall’Internazionale Comunista nel suo II Congresso è scritto: «Il governo parlamentare è diventato la forma “democratica” della dominazione della borghesia alla quale, in un dato momento del suo sviluppo, è necessaria un’apparenza di rappresentatività popolare che esprima genericamente la “volontà del popolo”, e non quella delle classi; ma che costituisce in realtà uno strumento di oppressione e soggiogamento nelle mani del capitale imperante». Nell’ambito del Comunismo internazionale, dall’”irrealistico” Bordiga al “concreto” Lenin, la questione circa la tattica parlamentare non riguardava la natura sociale della democrazia parlamentare, quanto la possibilità e l’utilità del «parlamentarismo rivoluzionario».

I comunisti cosiddetti astensionisti non si limitarono a denunciare la funzione di specchietto per le allodole espletata dal Parlamento, ma la loro analisi dava conto dell’evoluzione storica complessiva della moderna società capitalistica, la quale non poteva lasciare immutata la stessa dialettica interna a quella funzione. Si prendeva cioè atto di come con l’ascesa del Capitalismo monopolistico dominato da pochi ma potenti centri finanziari ramificati in ogni settore imprenditoriale, il centro gravitazionale della politica borghese fosse uscito definitivamente fuori del Parlamento. Le decisioni fondamentali riguardanti il governo del Paese venivano prese in comitati d’affari molto ristretti, spesse volte “informali”, per poi passare dal Parlamento per ottenerne la ratifica. D’altra parte mai come allora apparve evidente la funzione ancillare della politica nei confronti dei gruppi di pressione che facevano capo agli industriali, alle banche, agli speculatori e via discorrendo. Non è che l’economico avesse espropriato o usurpato il politico, come si premurano a piagnucolare i liberal-democratici del tempo; è che il totalitarismo economico fece allora registrare un ulteriore giro di vite, non violentando la Civiltà borghese, bensì secondo la più intima essenza del vigente regime sociale. Guardate che sto parlando soprattutto dei nostri giorni. Ma penso che lo si era capito.

anonimusQuando Mussolini stilò il certificato di morte del Parlamento in guisa liberale non fece che ratificare un dato di fatto, confermato, per citare un esempio molto aderente al dibattito politico europeo di questi giorni, dalle parole pronunciate da Gianni De Michelis agli inizi degli anni Novanta, quando la discussione intorno all’Unione Europea iniziò a riscaldarsi: quell’Unione, disse l’allora leader socialista poi finito in disgrazia, non la fa certo il Parlamento Europeo; la fanno le relazioni commerciali fra i diversi partener del Vecchio Continente e, soprattutto, l’esigenza di contrastare la concorrenza economica degli americani e dei giapponesi. Nel ’92 la Cina non era ancora tanto vicina…

La classe operaia o è rivoluzionaria o non è niente, scrisse una volta il comunista di Treviri. Niente, beninteso, dal punto di vista dell’emancipazione umana, mentre dal punto di vista del Capitale essa è tutto. Di più: egli sostenne che privo di coscienza di classe il proletariato poteva essere considerato “classe” solo in un’accezione volgarmente sociologica, tipica della triviale scienza statistica. Senza coscienza di classe, sostenne il barbuto, il proletariato è oggetto, non soggetto della storia.

La condanna marxiana, ripresa da Lenin e dai marxisti di tutto il mondo (non sto quindi parlando né degli stalinisti né dei maoisti), del riformismo operaio come migliore strumentazione politico-ideologica al servizio della classe dominante, si colloca esattamente nel seno della riflessione critica che ho appena abbozzato, e che ha al cuore il grande acquisto teorico e politico secondo il quale da sempre l’ideologia dominante che ispira, per così dire, tutti gli strati sociali è l’ideologia che spontaneamente – “naturalmente” – promana dalla prassi radicata sui vigenti rapporti sociali di dominio e di sfruttamento che si sono succeduti nella storia, e che poi l’intelligenza delle classi dominanti elabora in modo compiuto e più o meno sofisticato, attraverso una serie di teorizzazioni, principi etici e morali, credenze religiose e quant’altro. Per usare una vecchia ma efficace metafora, i dominati respirano il Dominio con l’aria.  E chi non respira, muore. Oppure “fa” la Rivoluzione…

Anche il Partito che esprime gli interessi immediati dei lavoratori (si pensi, dalla prospettiva storica, al partito laburista old style, o alla stessa socialdemocrazia europea egemonizzata da Kautsky) è dunque perfettamente in sintonia con gli interessi generali del Paese, che sono poi gli interessi che fanno capo al dominio sociale capitalistico colto nella sua nuda essenza, ossia al netto delle contraddizioni che sempre dilaniano le diverse fazioni borghesi.

Come ho scritto altrove, la forma democratica del totalitarismo sociale radicato in una prassi quotidiana sempre più asservita agli imperativi categorici dell’economia basata sul profitto, e quindi sul Capitale (con il necessario corollario di mercato, merci, denaro e lavoro salariato); questa collaudatissima fenomenologia politico-ideologica del dominio, dicevo, è senz’altro quella che meglio serve lo status quo sociale, almeno in Occidente, ossia nei Paesi di più vecchia tradizione capitalistica.

La possibilità di “scegliere” l’albero a cui impiccarci, con l’illusione di libertà che da essa deriva, procura al meccanismo del dominio quel consenso sociale che lubrifica tutti gli ingranaggi del potere, in modo che il duro processo sociale possa dispiegarsi con il minimo possibile di frizioni, e connesse scintille, le quali in un ambiente permanentemente saturo di contraddizioni di qualsiasi genere, com’è indubbiamente quello capitalistico, possono sempre innescare pericolose fiammate, se non addirittura vasti incendi.

D’altra parte, tutte le volte che i movimenti sociali si sono illusi di poter contare su un “partito amico” basato in parlamento che facesse loro da sponda politica e da cassa di risonanza hanno pagato un prezzo salatissimo in termini di autonomia, di forza e di radicamento.

Per adesso metto un punto.