L’UOMO NEGATO

Ricorda il mio uomo dimenticato,
gli hai messo un fucile in mano e
l’hai mandato lontano, al grido di
“Hippy hippy  hurrà”, vedi cos’è
diventato.

Ho letto L’uomo dimenticato di Amity Shlaes, già giornalista del Financial Times e oggi ricercatrice di storia economica presso il Council on Foreign Relations, e ho capito il perché delle tante polemiche che sull’interessante e controverso libro si sono accese negli Stati Uniti giusto un anno fa. Protagonisti di quelle polemiche politico-economiche sono stati, da una parte i sostenitori del punto di vista keynesiano (vedi Paul Krugman), e dall’altra i propugnatori di una politica economica liberista «senza se e senza ma». Com’è facile capire, più che la storia degli USA ciò che scotta è l’attualità della crisi economica.

Amity Shlaes racconta la storia della Grande Depressione e del New Deal rooseveltiano in termini così crudi, ricordando ad esempio la vicenda del tredicenne William Troeller, il quale si impiccò alla trave del soffitto della sua stanzetta per disperazione (il padre aveva perso il lavoro), e così poco inclini alla storiografia ufficiale su uno dei peggiori momenti attraversati dalla società americana, da suscitare più di una perplessità e certamente molta irritazione in chi ha sempre sostenuto che fu solo grazie alla politica economica keynesiana adottata dal Presidente Roosevelt che gli Stati Uniti riuscirono a venire fuori dal tunnel della crisi economica.

Il più alto standard di vita al mondo…

«Roosevelt stava mettendo a punto la sua definizione di uomo dimenticato. Fino ad allora era stato una figura generica, anche se sempre priva di mezzi… Adesso, identificando il suo uomo dimenticato con i gruppi specifici che voleva aiutare, il presidente stava dimenticando gli altri, creando così un nuovo uomo dimenticato. Il paese si stava spaccando fra i protetti da Roosevelt e tutti gli altri». Alla Shlaes interessa soprattutto puntare i riflettori sui tanti «uomini dimenticati» che furono sacrificati sull’altare di una politica economica molto selettiva circa gli strati sociali da colpire o da salvare in base a criteri non sempre decifrabili, al punto che nel 1938 lo stesso Keynes si vide costretto a raccomandare al Presidente un atteggiamento meno ondivago e arbitrario sul piano politico. «L’Amministrazione statunitense aiutò le constituency che l’avevano sostenuta elettoralmente e non l’economia nel suo insieme» (Intervista rilasciata dalla Shlaes al Foglio del 10 aprile 2012).

«La crisi del ‘29 ebbe alti e bassi per un intero decennio. Ma fu anche l’era del New Deal, che gettò le basi di una rivoluzione culturale e sociale che proiettò i suoi effetti nei decenni successivi. Potevamo aspettarci un nuovo “New Deal”, dopo quella che all’unisono è stata definita la più grave crisi degli ultimi 80 anni? Sarebbe stata una speranza esagerata. Quello era il tempo di Franklin Roosevelt, di John M. Keynes, di Lord Beveridge. A vario titolo, tutti convinti che il vecchio modello liberista si era dimostrato fallimentare, e che un nuovo ruolo spettasse allo Stato per garantire la crescita, il pieno impiego e un nuovo equilibrio sociale. Non erano anticapitalisti, né marxisti. Ma erano l’espressione di una visione del mondo e di una pratica politica che non si fa fatica a definire progressista o di sinistra» (A. Lettieri, La crisi e il lungo silenzio della sinistra, Sinistrainrete). È con «vulgate sulla Grande Depressione» di questo genere che L’uomo dimenticato vuole fare i conti, svelando il fondo ideologico dell’apologetica filo-New Deal. Che il progressismo e il sinistrismo si muovano interamente ed esclusivamente dentro la logica e la prassi della società capitalistica, non avevo alcun dubbio, ma trovare conferme dai diretti interessati fa sempre piacere. Ricordo, en passant, che la crisi economica, anche quella di “proporzioni bibliche”, lungi dall’essere un evento eccezionale e imprevedibile (salvo che per la Scienza Economica, ovviamente), è fin nel concetto immanente al Capitalismo, come ha spiegato con dovizia di particolari un tal Karl Marx, che, a quanto pare, non fu un teorico della «destra liberista».

Parlare delle crisi del passato, del presente e del futuro nei termini di un fallimento imputabile a questo o a quel «modello economico», più o meno liberista, più o meno statalista, è quanto mai infondato, e testimonia di una assoluta mancanza di comprensione della società capitalista.

Lungi dall’aver posto le basi per un suo rapido superamento, il New Deal aggravò piuttosto la crisi, ponendo in essere una serie di misure economiche stataliste ostili alla ripresa degli investimenti privati e perlopiù dettate da esigenze politiche, più che economiche. È la tesi sostenuta dalla Shlaes, che in parte mi sento di condividere, sebbene da una prospettiva che non ha nulla a che fare né con lo statalismo dei keynesiani – soprattutto se in guisa sinistrorsa – né con il liberismo ad oltranza dei teorici del libero mercato «sempre e comunque». Come i lettori del Blog sanno, il mio punto di vista è radicalmente anticapitalista, e dunque ostile a ogni tipo di ricetta economica tesa, keynesianamente, a salvare lo status quo sociale vigente (altrimenti detto «Paese», o «Patria» ovvero «Nazione») dalle sue stesse contraddizioni.

Più che la speculazione finanziaria, i cui “demeriti” peraltro l’autrice non disconosce, «dal 1929 al 1940, da Hoover a Roosevelt, [fu] l’intervento pubblico [che]contribuì a far diventare Grande la Depressione» (A. Shlaes, L’uomo dimenticato. Una nuova storia della Grande Depressione, p. 24, Feltrinelli, 2011). Un punto molto interessante del libro appare proprio l’accento posto sulla continuità tra le due presidenze, cosa che peraltro appare chiara dal programma democratico del 1932, il quale «chiedeva fra l’altro un “bilancio federale pareggiato annualmente”», da ottenersi con un’«”immediata e drastica riduzione delle spese governative”. Il pareggio di bilancio non era materia d’opinione» (J. K. Galbraith, Il grande crollo, p. 200, Boringhieri, 1972). Solo nel 1933, quando apparve chiaro che dalla recessione si era passati alla depressione più nera, si abbandonò il mantra del pareggio di bilancio e si incominciò a ritenere che «l’intera teologia del New Deal fosse ormai verità rivelata», e che solo il Leviatano potesse a quel punto salvare il Paese dalle infernali spire della miseria, la quale, com’è noto, può diventare cattiva consigliera.

Il libro della Shlaes ha dunque il merito di smontare la leggenda secondo la quale con il New Deal gli Stati Uniti si avviarono verso un rapido superamento della catastrofe sociale. Cito da un’altra fonte, più “obiettiva”: «Nel 1935 la Economic Survey della S. d. N. doveva registrare una ripresa “più superficiale che fondamentale”, e – a sei anni di distanza dal tracollo del 1929 – doveva confessare che le prospettive erano “confuse e poco incoraggianti” … Nell’estate del 1939 l’Economist spendeva accenti gravi sulla “permanente propensione deflazionistica dell’economia americana, tendenza che le spese governative possono rovesciare solo temporaneamente e in modo precario”. Come ha detto Sir William Beveridge “si era ai primi passi di una ripetizione del 1929-32, aumentata di gravità”. L’inizio della nuova crisi fu bloccato dall’avvicinarsi della guerra» (Maurice Dobb, Problemi di storia del capitalismo, pp.376-385, Editori Riuniti, 1972). Provvidenziale guerra! Se non fosse arrivata “spontaneamente”, si sarebbe dovuta inventarla…

Come lo stesso Paul Krugman riconosce, fino a invocare “paradossalmente” l’invasione degli Alieni per spezzare la cortina di ferro dei rigoristi in materia di spesa pubblica, solo la corsa al riarmo e la guerra mondiale permisero agli Stati Uniti e agli altri paesi occidentali di uscire dalla Grande Depressione. Ecco perché quando ascolto chi propone una politica keynesiana «di ampio respiro» non posso fare a meno di mettermi il metaforico – per adesso! – elmetto sulla quasi pelata. D’altra parte, quel tipo di interventismo statale può avere successo solo se applicato in maniera massiccia, mentre il suo uso omeopatico è del tutto inefficace. Ma a quel punto la catastrofe sociale sarebbe imminente, e l’elmetto passerebbe, per dir così, dalla teoria alla prassi.

È anche opportuno ricordare come Keynes non pose mai la spesa pubblica nei termini dell’ammortizzatore sociale, bensì in quelli genuinamente capitalistici incentrati sull’attivazione, «artificialmente indotta» da una «domanda supplementare» (resa possibile appunto dallo Stato), di un capitale che il mercato non riusciva a mettere in moto “spontaneamente”. Più che della disoccupazione dei lavoratori, egli giustamente si preoccupò della disoccupazione del capitale, per superare la quale bisognava lasciarsi alle spalle vecchie remore di stampo democratico-liberale. «Ciò che il seguente libro intende illustrare, si adatta più facilmente alle condizioni di uno stato totalitario, piuttosto che a condizioni di libera concorrenza e di ampie misure di laissez-faire» (Keynes, Prefazione all’edizione tedesca del 1936 della General Theory). Non a caso, come ricorda la nostra storica dell’economia, i politici e gli intellettuali del New Deal guardavano con estremo interesse chi alla Russia di Stalin, chi alla Germania di Hitler. Molti guardavano con simpatia a entrambi i regimi, non disdegnando nemmeno di studiare il promettente «caso italiano».

Ecco l’uomo dimenticato secondo la definizione coniata nel 1883 dal filosofo William Graham Sumner, e ripresa strumentalmente, a scopo propagandistico, da Franklin Delano Roosevelt: «Appena A nota qualcosa che gli sembra sbagliato, qualcosa per cui X soffre, ne parla con B, poi A e B insieme propongono un disegno di legge per sanare il male e venire incontro a X. La loro legge si prefigge di decidere che cosa farà C per X, o al massimo cosa faranno A, B e C… Io intendo studiare C. Vorrei dimostrare che razza di uomo è. Lo chiamo l’Uomo dimenticato. Forse non è una definizione correttissima, ma è l’uomo a cui non si pensa mai … Lavora, vota, di solito prega, ma sempre paga». E qualche volta, vinto da una condizione disumana ossessionata dal calcolo economico, si toglie la vita. «Che genere di società è in effetti questa, dove in mezzo a parecchi milioni di persone si incontra la solitudine più profonda; dove si può essere sopraffatti da un’incoercibile voglia di uccidersi senza che nessuno lo indovini? Questa società non è una società, è, come dice Rousseau, un deserto popolato di bestie feroci» (J. Peuchet, citato da Marx in Peuchet: del suicidio, Opere, IV, p.549, 1972). È la società dominata dal Capitale. Dal Capitale tout court.