TRUMP O MERKEL? CHI DIFENDE MEGLIO I “VALORI OCCIDENTALI”?

L’intervista rilasciata giovedì scorso da Angela Merkel al Corriere della sera si segnalava non tanto per originalità, quanto perché la Cancelliera vi ribadiva e precisava, anche in termini per così dire ideologici, ciò che aveva dichiarato nel corso degli ultimi mesi soprattutto in relazione alla politica economica ed estera di Donald Trump. Leggiamone qualche significativo passo:

«È vero che l’ordine mondiale è in cambiamento e che i rapporti di forza si modificano. Ciò ha a che fare con l’ascesa della Cina, ma anche l’India compie grandi passi con un tasso di crescita di più del 7 per cento, di gran lunga superiore a quello cinese. Entrambi i Paesi hanno 1,3 miliardi di abitanti circa, fattore decisamente significativo. A ciò si aggiunge il fatto che l’amministrazione americana e il presidente Trump giudicano la globalizzazione in modo diverso rispetto a noi tedeschi. Mentre noi cerchiamo di cogliere le possibilità che derivano dalla collaborazione sotto ogni aspetto, agli occhi dell’amministrazione americana la globalizzazione è un processo in cui non possono esserci situazioni win-win, ma solo vincitori e perdenti. [La concezione isolazionista e protezionista del Presidente americano] si oppone totalmente al mio punto di vista. Sicuramente, il presidente Trump è stato eletto da molti che guardano alla globalizzazione in modo scettico, e si sente in obbligo nei confronti di questi elettori. Ma già da molto tempo l’Fmi, l’Ocse e anche il G20 non parlano semplicemente di crescita, bensì di crescita inclusiva e sostenibile. Non vogliamo che siano soltanto in pochi a trarre vantaggio dai progressi economici. Tutti ne devono beneficiare». È la globalizzazione capitalistica “ben temperata” e “potabile” che tanto piace a tipi come Emma Bonino, Romano Prodi e Pierluigi Bersani, il quale l’altro ieri ha detto, giusto per far scompisciare dalle risa l’animaccia dell’avvinazzato di Treviri, che «la vera sinistra è per un’economia di mercato, non per una società di mercato». Porre una simile distinzione nella società capitalistica in generale, e in particolare in quella caratterizzata dal dominio planetario e totalitario del Capitale su tutto e su tutti, qual è appunto la Società-Mondo del XXI secolo, è semplicemente ridicolo, e può al massimo servire ad alimentare le miserabili ideologie “progressiste” che sostengono la possibilità di un Capitalismo/Imperialismo dal volto umano. Ma chiudiamo la parentesi polemica e riprendiamo il discorso della Cancelliera.

«In qualità di rappresentante dello stato dell’economia di mercato sociale, è in questo spirito che voglio condurre il vertice del G20. È sensato che l’Europa unisca le forze. A ciò si accompagna una perdita di importanza di potere degli Stati Uniti? Non saprei. L’importanza del potere deriva dalla forza economica, militare e civile, e in tutti questi tre settori gli americani rappresentano ancora una potenza mondiale, come del resto dimostrano i forti dibattiti interni. Evidentemente, l’amministrazione americana non vuole più rappresentare il “poliziotto” che stabilisce l’ordine in tutte le regioni del mondo. La si può considerare sia una buona che una cattiva notizia, a seconda dei casi. A tale proposito: negli ultimi decenni gli americani si sono presentati ovunque come una potenza. E ciò, per usare un eufemismo, può essere visto anche in maniera critica. […] Ci siamo abituati a questo impegno, poiché sin dai tempi della Guerra Fredda riconoscevamo negli Stati Uniti una grande potenza in opposizione all’Unione Sovietica, e si presumeva che volessero questo ruolo. Dopo la caduta del Muro apparivano l’unica superpotenza rimasta. Oggi il mondo è multipolare. Ma a ragione: effettivamente gli americani non hanno il diritto di intervenire in qualsiasi parte del mondo. Probabilmente gli Stati Uniti non saranno coinvolti nelle misure in Africa, come sarebbe necessario. […] Dobbiamo sempre ricordare i nostri obiettivi quando diciamo che l’Europa dovrebbe prendere il proprio destino nelle proprie mani, ossia: mantenere i nostri valori e interessi europei, creiamo ricchezza e nuovi posti di lavoro negli Stati membri».

A proposito del G20 di Amburgo Matteo Scotto ha parlato di «debutto dell’egemonia tedesca»: «Al G20 di Amburgo culmina un percorso durato oltre settant’anni: Berlino ha preso coscienza di sé ed è pronta a esercitare il suo ruolo di guida, non solo dell’Europa. Grazie anche a Trump e Macron. I paragoni con il Secondo e Terzo Reich sono privi di senso» (Limes). Sono privi di senso, mi permetto di aggiungere, se sono costruiti ideologicamente, se sono paragoni che non tengono conto della complessità del processo sociale considerato nella sua essenziale dimensione storica. Sul ruolo della Germania nel processo di formazione di un polo imperialista unitario europeo rinvio al PDF La guerra in Europa. Il conflitto sistemico nel Vecchio Continente, e al post I tedeschi non scherzano mai.

Le parole della Cancelliera assumono un aspetto ancora più pregnante alla luce del viaggio di Trump in Polonia, il cui significato è stato ben riassunto, a mio avviso, da Federico Petroni, sempre su Limes: «La visita di Trump in Polonia è geopoliticamente più significativa del G20 di Amburgo di venerdì. Quest’ultimo si limiterà a evidenziare le attuali divergenze fra le venti maggiori economie mondiali in ambito commerciale e ambientale; al massimo fornirà un’occasione per ben più interessanti incontri bilaterali (come quello tra lo stesso Trump e Putin). Il viaggio a Varsavia è pensato per attribuire un riconoscimento a un paese gradito a tutti i rami della geopolitica a stelle e strisce. Alla stessa Casa Bianca, per cominciare, in funzione anti-tedesca e anti-Ue. Non per caso Trump terrà il suo discorso di lodi alla Polonia e alla sua capacità di diventare “potenza europea” presso il monumento alla resistenza ai nazisti del 1944. Non per caso presenzierà al secondo summit dell’Iniziativa dei Tre Mari dei 12 paesi dell’Ue dell’Europa centro-orientale. Benché fondato nell’estate 2016 per scopi d’integrazione infrastrutturale (soprattutto energetica) del fianco est dell’Unione, l’attuale gruppo ricalca (Ucraina esclusa) il progetto degli anni Venti dell’Intermarium pensato dalla neo-indipendente Polonia per aggregare attorno a sé l’Europa di mezzo fra Berlino e Mosca. Ora riesumato con l’ambizione – forse l’utopia – di estendere l’influenza di Varsavia a discapito di Bruxelles, non più percepita come fonte di protezione politica (vedi le critiche sulla deriva autoritaria), economica (dopo la crisi del 2008) e militare (causa assertività russa). Al di là delle irrilevanti affinità ideologiche (specie in materia di immigrazione), a Trump le critiche polacche all’Ue piacciono perché sono sostanzialmente rivolte alla Germania. Rendendo Varsavia una carta da giocare nello scontro che va maturando fra Washington e Berlino. La Polonia è utile anche agli occhi del Congresso e degli apparati statunitensi come perno del contenimento della Russia. Nell’elogiare il traguardo del 2% della spesa militare sul pil raggiunto da Varsavia nella Nato, Trump indirettamente giustificherà la russofobia che guida i polacchi in materia di sicurezza. E complicherà i propri propositi di riavvicinamento a Mosca».

Il discorso tenuto giovedì da Trump a Varsavia ha spiazzato non pochi analisti di politica internazionale che nei mesi scorsi avevano alimentato la balla speculativa di un Presidente americano ormai completamente prono ai diktat di Mosca, docile e ricattabile pedina nelle mani del virile Putin, o comunque lontanissimo dalla tradizionale postura antirussa mantenuta dalla Casa Bianca nel corso degli ultimi sette decenni. «È un Donald Trump più anti-russo che mai quello che ha preso la parola a Varsavia, in piazza Krasinski, di fronte a una folla adorante. Trump conferma il suo stile: muscolare, diretto, per nulla incline ai compromessi. Il discorso di Varsavia è l’antipasto di un confronto che si annuncia durissimo. Dalla crisi in Ucraina alla questione energetica, The Donald non fa sconti a Mosca. “Incalziamo la Russia perché smetta la sua attività destabilizzante in Ucraina”, afferma il leader americano. A differenza di quanto avvenuto durante il vertice Nato del maggio scorso, questa volta il presidente ribadisce pubblicamente l’impegno degli Usa “nella difesa dell’Europa centrale e orientale”. Torna così in auge il patto di mutua difesa della Nato – “uno per tutti e tutti per uno” – rappresentato dall’articolo 5 del Trattato dell’Alleanza Atlantica. Gli Stati Uniti – scandisce Trump – “sostengono con forza l’articolo 5 del Trattato Nato”. Mosca è avvertita: Washington è tornata in campo per difendere la Polonia e i suoi vicini dai “comportamenti destabilizzanti” della Russia. Dalla vicina Polonia Trump esorta la Russia a mettere fine alle sue “attività destabilizzanti” in Ucraina e in altri Paesi. Non solo: Mosca deve anche “smettere di sostenere regimi criminali” come la Siria e unirsi “alla comunità delle nazioni responsabili” nella lotta al terrorismo islamico e “in difesa della civilizzazione”. Da Trump anche la promessa che la Polonia, assieme agli altri Paesi della regione orientale europea, “non dovrà mai più essere ostaggio di un unico fornitore di energia”. Gli Stati Uniti garantiranno “l’accesso a tutte le fonti di energia” affinché “la Polonia e i suoi vicini non siano più ostaggio di un solo fornitore”, assicura Trump in un chiaro riferimento all’influenza russa nella regione in materia di energia. […] Acclamato dalla folla di piazza Krasinski, Trump lancia così il suo secondo tour europeo. La piazza teatro della rivolta del 1944 contro l’occupazione nazista diventa così il palcoscenico da cui lanciare il suo appello all’Occidente. “Così come la Polonia non ha potuto essere sconfitta, così l’Occidente non potrà esserlo. I nostri valori vinceranno e la nostra civiltà trionferà. Come i polacchi, lottiamo tutti insieme per la pace, per la libertà, per le famiglie, per il Paese e per Dio. Nel popolo polacco vediamo l’anima dell’Europa La storia della Polonia è la storia di un popolo che non ha mai dimenticato la sua identità”» (G. Belardelli, Huffington post).

Riassumo, con le sue stesse parole, la sfida politico-ideologica che Trump lancia in direzione di amici e nemici: «La domanda fondamentale del nostro tempo è se l’Occidente ha la volontà di sopravvivere. Abbiamo la fiducia nei nostri valori per difenderli ad ogni costo? Abbiamo abbastanza rispetto verso i nostri cittadini per proteggere i confini? Abbiamo il desiderio e il coraggio di preservare la nostra civiltà, in faccia a coloro che vogliono sovvertirla e distruggerla?». Insomma, Trump dice soprattutto alla Germania, al Paese che esibisce anno dopo anno un eccezionale surplus nella sua bilancia commerciale (300 miliardi di dollari nel 2016, se non sbaglio), che non si può recitare indefinitamente il comodo ruolo dei difensori della civiltà occidentale potendo contare sui soldi, sui missili e sul sangue dello Zio d’America.

A questo punto si tratta di capire chi difende meglio gli interessi e i valori dell’Occidente: la Germania della Merkel o gli Stati Uniti di Trump? Naturalmente scherzo; il problema è impostato in quell’insulso modo dagli esponenti politici e dagli intellettuali (*) che fanno capo alle classi dominanti dei vari Paesi, le quali si muovono sul piano economico e su quello politico (soprattutto attraverso la potente leva statale) non per difendere valori e concezioni del mondo, ma per difendere interessi sistemici d’ogni genere: economici, tecnologici, scientifici, geopolitici, ecc, ecc. Insomma, si tratta della ben nota e famigerata contesa interimperialistica, oggi più ingarbugliata e più feroce che mai. In ogni caso, personalmente non faccio parte di nessuna tifoseria imperialista, compresa quella che ciancia di “antimperialismo” solo perché sventola le bandiere delle squadre che giocano contro gli interessi degli americani e dei suoi alleati. Per dirla con il filosofo di Stoccarda, nella buia notte del Capitalismo mondiale tutte le vacche imperialiste mi appaiono dello stesso colore.

Cito dall’«Appello per costruire una mobilitazione internazionale contro il G20»: «Crediamo nelle alternative al di fuori e contro la globalizzazione neoliberale, il nazionalismo e il comando autocratico. Crediamo nella globalizzazione della giustizia e nei diritti per tutti, respingiamo tutte le soluzioni nazionalistiche e xenofobe, che si oppongono alla nostra visione di un mondo giusto, un mondo unito dalla solidarietà. Il contro-vertice, il campo, il presidio transnazionale con decine di migliaia di persone nella città di Amburgo e le azioni di massa di disobbedienza civile ci daranno l’opportunità di incontrarci, discutere e condividere le nostre visioni, idee e pratiche di resistenza per un mondo libero, eguale e solidale». Sul «contro-vertice» di Amburgo cercherò di scrivere qualcosa di intelligente domani, magari in guisa di bilancio complessivo dell’evento internazionale che si concluderà oggi, se non sbaglio. Ma non mi faccio troppe illusioni. Sulla mia intelligenza, intendo dire…

(*) Un solo esempio: «L’Europa è oggi la negazione di duemila anni di storia dei popoli, di civiltà, delle culture e delle lingue europee. Chi ama davvero l’Europa dev’essere nemico di questa Unione Europea, che è la negazione dell’ideale di Europa di Husserl, di Kant, di tutti i grandi teorici dell’Europa. Oggi essere per l’Europa significa essere contro l’Unione Europea delle banche, del capitale, della distruzione pianificata, organizzata dei diritti sociali e del lavoro. Questo è il punto fondamentale. L’Euro è il compimento del capitalismo assoluto che dopo il 1989, venuto meno il Comunismo, dichiara guerra agli stati sovrani nazionali, come luoghi del primato della politica democratica sull’economia spoliticizzata. Sempre più il conflitto sarà tra chi difende le sovranità nazionali e quindi la democrazia, i diritti sociali del lavoro, e chi invece difende il globalismo apolide, sradicante di cui l’Unione Europea è vettore» (D. Fusaro). Il noto “materialista storico-dialettico” ha dimenticato almeno duemila anni di storia di dominio di classe. Capita. Quanto al cosiddetto «Comunismo» che sarebbe venuto meno nell’anno di disgrazia (per gli stalinisti d’ogni tendenza, beninteso!) nel 1989, è meglio stendere un pietosissimo velo. A Varsavia Trump ha ricordato che «i polacchi trovarono la forza di sconfiggere il comunismo quando durante la prima messa celebrata da Giovanni Paolo II dissero che volevano Dio». Una freccia polemica che forse raggiunge anche il fondoschiena del celebre filosofo, il quale comunque potrebbe sempre dire, da par suo, che «la religione è l’oppio dei popoli». Sic!

Post scriptum

Scrive Gianni Riotta: «I dimostranti che al G20 hanno impegnato la polizia, con scontri, arresti e feriti, sono i fieri discendenti del popolo No Global, nato a Seattle 1999 per protestare contro il mercato globale, il Wto, i patti internazionali sul commercio. Le immagini tv sembravano note, meno tragiche che al G8 di Genova, ma sulla stessa falsariga, con giovani e meno giovani contestatori, persuasi che l’economia aperta sia una truffa. La loro filosofia è illustrata da film premio Oscar, con Michael Moore, da premi Nobel vedi il professor Stiglitz, e ha generato grandi firme, da Noam Chomsky alla Naomi Klein, all’economista greco Varoufakis, all’irato filosofo Zizek. Perfino il Papa è scettico sul globalismo. Il successo dei no global ormai unisce destra e sinistra, dalla Le Pen a Grillo e Salvini, dai socialisti Sanders e Corbyn al presidente Donald Trump, che ha stracciato i patti commerciali con Asia ed Europa, e minaccia di riscrivere quello con Canada e Messico. Insomma, il popolo no global ha vinto, il protezionismo è il nuovo “pensiero unico”, chi parla di società aperta e libero scambio, o ricorda come l’economia dell’ultima generazione abbia strappato alla fame miliardi di esseri umani – il salto di benessere più straordinario della storia – passa per prezzolato dai padroni. Dunque, bene le proteste, ma occorre invertire rotta al prossimo summit ragazzi: non fischiare ma applaudire Trump e gli altri leader no global – Erdogan e gli europei dell’Est per esempio – lodandone il protezionismo. No global ieri, trumpiani oggi? La realtà sorprende solo chi ama gli slogan e detesta i fatti» (La Stampa).

Riotta ama invece i fatti, i quali attestano indiscutibilmente 1. il dominio globale, mondiale e totalitario dei rapporti sociali capitalistici e 2. una competizione capitalistico-imperialista sistemica (economica, geopolitica, tecnologica, scientifica, ideologica, ecc.) sempre più aspra e foriera di conseguenze nefaste per le classi subalterne di tutto il mondo e per l’umanità in generale. Il fatto che lo sviluppo capitalistico dell’ultimo mezzo secolo «abbia strappato alla fame miliardi di esseri umani» è cosa che si spiega benissimo sulla scorta delle leggi di un’economia basata sullo sfruttamento/saccheggio sempre più scientifico degli uomini e della natura, e dunque questo fatto, che peraltro interseca altri fatti di segno opposto (vedi la crescente denutrizione che ancora oggi si registra in molte aree del mondo, soprattutto in Africa), non contraddice affatto la natura radicalmente disumana della vigente società mondiale. Non per niente Marx chiarì a suo tempo che il concetto di miseria crescente, così ridicolmente frainteso dai suoi detrattori, non va declinato in termini assoluti ma relativi: il salario-denaro consente al produttore diretto della ricchezza sociale di accedere a una minima parte, relativamente sempre più piccola se confrontata alla crescente produttività del suo lavoro, di quella ricchezza.

Non si tratta del noto problema del bicchiere (lo vedi mezzo vuoto o mezzo pieno?), si tratta piuttosto delle “classiche” contraddizioni capitalistiche. Ad esempio, l’ingresso di Paesi come la Cina e – in parte – l’India nella fascia del Capitalismo sviluppato ha messo in diretta e feroce concorrenza centinaia di milioni di lavoratori in tutto il mondo, livellando verso il basso i salari e le condizioni generali di lavoro e di vita di moltissimi proletari “occidentali”, diventati per questo massa di manovra politico-elettorale per i “populisti” d’ogni tendenza politica – mi riferisco alla cosiddetta “destra” e alla cosiddetta “sinistra”. Bisogna allora lottare contro la «globalizzazione neoliberale»? No, si tratta di lottare contro il Capitalismo tout court, a prescindere dalle fenomenologie, che tanto impressionano gli scienziati sociali incapaci di profondità analitica, che esso assume contingentemente su scala internazionale e nazionale.

Detto questo, debbo anche aggiungere, per concludere, che il sarcasmo del “bravo giornalista” qui citato, il quale cerca di tratteggiare in termini caricaturali il Movimento No Global di ieri, di oggi e di domani, trova a mio avviso un qualche appiglio nelle insufficienze e nelle contraddizioni politiche e “teoriche” (ossia nella “concezione generale del mondo”) manifestate ampiamente nel corso degli anni da quel Movimento, il cui antiglobalismo è parso spesso voler strizzare l’occhio a un periodo ormai superato, e spesso mitizzato, di Capitalismo, cosa che lo ha esposto alla facile strumentalizzazione politico-ideologica operata da una parte delle classi dominanti interessate a imbrigliare in qualche modo il cavallo della “globalizzazione selvaggia”. Ma su questo punto ritornerò un’altra volta.

I TEDESCHI NON SCHERZANO MAI!

«I tedeschi non scherzano mai»: così recita la lapidaria pubblicità di una nota casa automobilistica tedesca. Migliaia di saggi sul carattere nazionale tedesco sintetizzati in uno slogan: è la forza del marketing. E Trump, che ultimamente si è molto lamentato con i «cattivi tedeschi» per l’invasione del mercato americano per opera delle loro automobili, ne sa qualcosa. Scherzi a parte, come dobbiamo interpretare l’impegnativa dichiarazione rilasciata ieri da Angela Merkel in una grande birreria-tendone di Monaco di Baviera? Leggiamo: «I tempi in cui potevamo fare pienamente affidamento sugli altri sono passati da un bel pezzo, questo ho capito negli ultimi giorni. Noi europei dobbiamo davvero prendere il nostro destino nelle nostre mani. […] Dobbiamo sapere che dobbiamo lottare noi stessi per il nostro futuro e il nostro destino di europei». Quando si tratta di scomodare l’impegnativo e “pesante” concetto di destino i tedeschi non scherzano mai. Gian Enrico Rusconi, che di cose tedesche si intende, ha scritto qualche anno fa che «Quando si parla della Germania, i toni drammatici sono d’obbligo». È quindi saggio non attribuire alle parole della Cancelliera di Ferro il significato di un mero esercizio retorico usato a fini elettoralistici, confidando nella scarsa simpatia che il Presidente degli Stati Uniti può “vantare” in Europa in generale e in Germania in particolare – la Russia è un discorso a parte.

Nella divergenza Merkel-Trump Emmanuel Macron ha probabilmente visto la ghiotta opportunità di ritagliarsi il comodo ruolo del mediatore, soprattutto nel contesto della nuova situazione creata dalla Brexit; ma egli deve muoversi con prudenza, deve fare molta attenzione perché potrebbe rimanere stritolato nella morsa di interessi, di contraddizioni e di conflitti di eccezionale portata, tali da poter produrre nuova storia, nuovi equilibri geopolitici. Probabilmente è finito il tempo in cui l’abilità manovriera dei leader politici europei (ad esempio di Francia e Italia) poteva supplire a una debolezza strutturale di fondo, e questo con il tacito consenso degli stessi tedeschi, disposti a chiudere un occhio su velleità che tutto sommato non intaccavano la realtà dei rapporti di forza. Tanto più dal momento che la Germania rifiutava di esporsi più di tanto sul piano squisitamente politico, e lasciava pragmaticamente che a parlare fosse la sua potenza economica: fatti, non parole! Ma oggi la «Potenza riluttante» è strattonata da tutte le parti; da tutte le parti le si chiede di assumersi le sue responsabilità, e c’è il rischio che, prima o poi, essa lo faccia davvero: è sempre pericoloso evocare il genio che dorme dentro la lampada!

Rappresentare i grandi convegni internazionali alla stregua di competizioni sportive alla fine delle quali il pubblico ha la possibilità di applaudire i vincenti e di fischiare i perdenti (alcuni quotidiani italiani hanno persino redatto pagelle di fine vertice, come si fa per le partite di calcio), è cosa che piace molto ai mass media di tutto il mondo, i quali devono pur campare. Ma di certo non è il modo più corretto di approcciare e raccontare i Summit come quello che si è appena concluso nella bellissima location di Taormina. In passato il formato G7 (iniziato ufficialmente come G6 nel 1975, diventato G8 alla fine degli anni Novanta con la presenza della Russia, espulsa dal gruppo dei “Grandi” nel 2014 per le note vicende in Ucraina) per un verso – e nei fatti – si limitava a fotografare lo stato dei rapporti di forza «fra i grandi del mondo libero», e per altro verso cercava di vendere all’opinione pubblica internazionale una narrazione tesa a rassicurarla circa le buone intenzioni dei governi riuniti annualmente per fare il punto della situazione: «È per il vostro bene che stiamo lavorando. Il mondo è in buone mani. Tutto è sotto controllo. Lavorate con zelo e pagate le tasse, dunque». Ed ecco le photo opportunity, ed ecco i chilometrici documenti finali, preparati con millimetrica precisione dai funzionari di fiducia dei Capi di Stato e di Governo (i mitici Sherpa), pieni di buone intenzioni su tutto: sulla futura prosperità dei cittadini, sulla sostenibilità sociale e ambientale dell’economia, sulla pace nel mondo, sulla tolleranza (culturale, religiosa, razziale, sessuale) e su molto altro ancora. L’arrosto dei fatti e il fumo della propaganda, il quale esigeva da parte dei protagonisti un contegno diplomatico inteso a smussare agli occhi dell’opinione pubblica punti di frizione e contraddizioni di vario genere. Alla fine di ogni G7, nella conferenza stampa di chiusura, ciascuno dei protagonisti poteva vantare davanti ai propri cittadini elettori il successo del convegno: «Specialmente il nostro Paese ne esce rafforzato». Come no!

Che fotografia ci consegna il G7 di Taormina? La novità, rispetto ai Summit precedenti, quantomeno a quelli degli ultimi venti anni, è che questa volta l’arrosto dei fatti ha fatto premio, come si dice, sul fumo della propaganda, e ciò non dovrebbe sorprendere nessuno, visto il carattere poco incline agli insulsi canoni del politically correct del Presidente che oggi rappresenta gli interessi della prima potenza capitalistica del pianeta. Ma al di là dei dati personali, è sulla situazione strutturale del cosiddetto mondo libero che si debbono individuare le cause del «fallimento», come sostengono gli analisti più esperti di G7, del vertice di Taormina; «fallimento» che acquista un significato politico e geopolitico ancor più marcato se messo a confronto con l’indubbio successo che Trump ha avuto nella sua missione in Medio Oriente. Chi in Europa si aspettava un Presidente più accomodante, quantomeno per ragioni di garbo diplomatico, ha dovuto ricredersi. Il contenzioso economico e politico fra Stati Uniti e Unione Europea è diventato troppo grande, per essere facilmente nascosto agli occhi dell’opinione pubblica internazionale con qualche espediente diplomatico e per non avere conseguenze politiche di ampio respiro che per adesso personalmente non so prevedere né immaginare – se non sulla scorta di suggestioni che mi vengono da vecchie e poco rassicuranti immagini in bianco e nero. Di certo sono intellettualmente aperto a ogni tipo di conseguenza che sia radicata in una tendenza oggettiva, e oggi la tendenza oggettiva ci parla appunto di un conflitto sistemico tutto interno al cosiddetto «mondo libero».

L’esibita postura muscolare di Donald Trump nasconde in realtà la reale – ma relativa – debolezza economica (industriale, commerciale, finanziaria) degli Stati Uniti, cosa che peraltro non fa registrare un’assoluta novità, anzi. Come ho scritto altre volte, negli anni Ottanta gli USA adottarono una linea politica, commerciale e monetaria molto dura e aggressiva nei confronti della Germania e del Giappone, ossia dei due Paesi che nel secondo dopoguerra si erano assai rafforzati sul piano commerciale e finanziario a spese dell’alleato americano, alle prese con il più grande debito estero del mondo, con un debito pubblico sempre più grande e con una bilancia dei pagamenti costantemente negativa. Sulla The New York Review del maggio 1988 Felix Rohatyn, finanziere e autorevole analista economico e politico di orientamento democratico, scrisse che «Oltre 200 anni dopo la Dichiarazione di Indipendenza gli Stati Uniti hanno perduto la loro posizione di potenza indipendente», e si apprestavano a diventare una «potenza economica di secondo rango». Anche allora la Casa Bianca minacciò di adottare contro l’asse liberista Tokyo-Bonn una politica ampiamente protezionista, confermando la tesi secondo la quale la politica delle porte aperte (possibilmente spalancate) è più congeniale ai forti, mentre la politica opposta segnala una situazione di sofferenza in chi la adotta o minaccia di adottarla. Oggi la politica “liberoscambista” corre soprattutto lungo l’asse Berlino-Pechino, e difatti la Germania di Merkel e la Cina di Xi Jinping sono costantemente nel mirino di Trump: «Prima dell’arrivo dei cinesi, l’acciaio americano andava bene». E qui è facile immaginare una standing ovation di chi alle ultime Presidenziali ha votato Trump e una risata da parte di chi fa l’apologia della nuova rivoluzione tecnologica basata sull’Intelligenza Artificiale. «Donald Trump si è abbattuto come un ciclone sul G7 dopo aver vestito i panni della diplomazia in Medio Oriente. [… ] La differenza di approccio riflette la genesi del movimento elettorale che ha portato Trump alla Casa Bianca: per le famiglie del ceto medio bianco del Mid-West e degli Appalachi, flagellati dalle diseguaglianze, la priorità è solo e soprattutto un sistema economico “più giusto” ovvero radicalmente diverso dall’architettura degli accordi globali creata dalla fine della Guerra Fredda dai presidenti Clinton, Bush e Obama» (M. Molinari, La Stampa).  Tarda ancora ad abbattersi sulla Società-Mondo del XXI secolo il ciclone della lotta di classe orientata a distruggere l’attuale sistema economico, più o meno “giusto” (vedi le santissime parole del Compagno Papa Francesco) che sia. Ma di queste utopistiche cose scriverò un’altra volta. Forse.

«Durante la presidenza Obama si è cercato, senza successo, di stipulare Accordi Transatlantici e Accordi Transpacifici, quasi come se gli Stati Uniti volessero di nuovo protendersi a un dominio del mondo che rafforzasse il loro ruolo di esportatori della sicurezza. Quel tentativo è fallito, come è noto, e il nuovo presidente Trump ha più volte dichiarato che vuol sostituirlo con accordi bilaterali che, in effetti, sono la norma da molti anni su scala globale: una norma che è soprattutto frutto del pesante crollo ventennale del commercio mondiale, per il restringimento della domanda interna, per l’inizio della deflazione secolare, per l’instabilità delle relazioni internazionali e dei rapporti di potenza tra Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Russia e Cina. Alcuni di questi Stati, similmente all’India, sono tanto esportatori di merci industriali, quanto di merci agricole, quanto di servizi al commercio virtuale attraverso le piattaforme di Google, Amazon ecc. Insomma, negli scambi mondiali, c’è un grande disordine sotto il cielo e la navicella liberista veleggia a fatica, come se fosse tra un mare di ghiaccio» (G. Sapelli, Il Messaggero). Insomma, Trump è più un sintomo che una causa.

Scriveva Guido Salerno Aletta alla vigilia del vertice di Taormina: «Il debito federale è in crescita continua, e si prevede che cresca ancora: nel 2016 è stato pari al 107,3% del pil, quest’anno al 108,3%, fino a raggiungere il 117% del 2022. La posizione internazionale netta americana peggiora in continuazione dai -1.279 miliardi di dollari del 2007 è arrivata ai – 8.109 miliardi del 2016. In dieci anni, il debito americano verso l’estero è cresciuto di 6.830 miliardi di dollari: con questo disavanzo commerciale e con questo debito pubblico non si va avanti» (Formiche). Scrive oggi Andrea Montanino su La Stampa: «Il 5 giugno 1947 è una data storica, perché veniva scritto il Piano Marshall e iniziavano le relazioni speciali tra Stati Uniti e Europa occidentale. A 70 anni esatti di distanza, le relazioni transatlantiche sono precipitate e sembra aprirsi una nuova era dopo le dichiarazioni di Angela Merkel e le decisioni del presidente Trump in merito al rispetto degli accordi di Parigi sul clima.  […] Trump è in particolare infastidito dai 68 miliardi di dollari di deficit commerciale con la Germania. Ma è un fatto che la Germania sia molto più competitiva degli Stati Uniti: secondo il Trade Performance Index sviluppato dall’Organizzazione Mondiale del Commercio insieme alle Nazioni Unite, su 14 prodotti nei quali viene suddiviso il commercio mondiale, la Germania è al primo posto in otto per competitività, mentre gli Stati Uniti sono mediamente intorno alla trentesima posizione. I rapporti commerciali tra Germania e Stati Uniti sono poi alquanto articolati: ad esempio, il primo esportatore di automobili dagli Stati Uniti non è la Ford o la General Motors, ma la Bmw con le sue fabbriche della Carolina del Nord.  Attaccare la Germania può essere poi controproducente sul fronte degli investimenti: le aziende tedesche hanno investito negli Stati Uniti circa 255 miliardi di dollari, dando da lavorare a 670 mila persone (dati Bureau of Economic Analysis). Piuttosto che attrarre nuovi investimenti e creare occupazione, la politica di Trump verso la Germania potrebbe far mancare un partner prezioso per fare “l’America nuovamente grande”. Senza contare che il 44 per cento di tutti gli investimenti stranieri in America vengono dai 27 membri dell’Unione Europea». Diciamo pure, anche per irritare i sovranisti economici e politici di “destra” e di “sinistra”, che nel Capitalismo globalizzato del XXI secolo una politica coerentemente protezionista è di problematica attuazione, diciamo così; sempre al netto della velenosissima propaganda sovranista rivolta ai «perdenti della globalizzazione». In ogni caso, la tendenza alla creazione di un polo imperialista europeo a guida tedesca (non vedo oggi altra leadership “sistemica” possibile) si è molto rafforzata. Almeno così mi sembra.

ES IST DER KAPITALISMUS, SCHÖNHEIT!

merkel-profughi-706734Chiunque abbia avuto a che fare per motivi di lavoro con gli organismi americani preposti ai controlli degli standard sanitari, ambientali e di sicurezza sa bene quanto stringenti e pignoli (a volte fino al parossismo!) siano questi controlli. Ricordo che nel porto di Los Angeles, forse correva l’anno 2002, la nave nella quale lavoravo beccò una lunghissima sequela di salatissime multe che sanzionavano magagne d’ogni genere: troppo caldo in sala macchine, troppo fumo in cucina, troppo freddo in coperta, troppo sporco negli alloggi e via di seguito. Ebbene, la nave venne multata anche perché un recipiente posto appena fuori dalla cucina adibito alla raccolta dell’immondizia (beninteso previa oculatissima differenziazione da parte del personale di bordo) non si trovava al posto giusto: distava infatti di un metro (dicasi un metro!) rispetto al punto previsto dai controllori americani – non mi si chieda in base a quale sofisticato criterio. Cose dell’altro mondo, puro terrorismo psicologico, soprattutto per uno abituato ai più rilassati, diciamo così, standard capitalistici della Magna Grecia.

Naturalmente l’ossessivo perfezionismo americano risponde a precise esigenze economiche (e sociali in genere): si tratta di un’ormai ben consolidata e continuamente aggiornata politica industriale che coinvolge tutta l’economia che si dipana sotto il cielo degli Stati Uniti, e che vede mobilita militarmente e capillarmente l’intera piramide del sistema americano preposto al controllo delle attività, delle persone e dei prodotti. Va da sé che la cosa non ha mai impedito “illegalità” e furbizie economiche d’ogni genere, come sappiamo anche dalla “scandalosa” vicenda dei titoli spazzatura scoppiata nel 2007*; la politica particolarmente stringente e assai severa dal lato penale in materia di “correttezza” nelle prassi economiche serve piuttosto ad innalzare lo standard di qualità complessivo della società americana (il cosiddetto orgware), che non a caso si colloca ancora al vertice del sistema capitalistico mondiale. «È un paradosso che dirigenti, azionisti e lavoratori non devono mai dimenticare: il capitalismo Usa adora il libero mercato, ma punisce severamente deviazioni dalle norme etiche, professionali e legali. Il patto non implicito tra il governo Usa e le società è: vi lasciamo in pace, anzi, vi aiutiamo con sgravi fiscali, regole leggere e poca interferenza, ma quando fate un errore vi schiacciamo come un insetto. D’altra parte, la sinistra dice che le punizioni non sono dure abbastanza. La grande critica del governo Obama tra i benpensanti democratici è di non aver messo nessuno dei capi di Wall Street in prigione dopo la crisi del 2008-2009» (F. Guerrera, La Stampa, 24 settembre 2015). Si sa, i benpensanti sinistrorsi si distinguono dappertutto quanto a giustizialismo populista: il loro modello penale è la Cina.

Com’è noto, la sicurezza sul posto di lavoro (secondo lo standard internazionale del Safety First) e il rispetto ambientale delle «attività antropiche» (secondo lo standard internazionale Anti-pollution) sono già da tempo entrate a pieno titolo nelle aggressive strategie concorrenziali delle grandi imprese multinazionali tecnologicamente più avanzate del pianeta: infatti, attraverso le politiche aziendali “rispettose” della sicurezza e dell’ambiente il grande Capitale mette fuori mercato la media e la piccola impresa, ma anche la stessa grande impresa che non riesce a tenere il passo con quelle aggressive e costose politiche “eticamente corrette”. Standard qualitativi e concentrazione capitalistica sono due facce della stessa medaglia**. Sul terreno della competizione capitalistica globale anche le benemerite Organizzazioni Non Governative dedite alla salvezza del pianeta stanno dando un notevole contributo.

«Nonostante gli sforzi la Volkswagen negli Usa continua a faticare rispetto alla concorrenza. Da gennaio ad agosto ha immatricolato 238 mila veicoli, il 2.7% in meno di un anno fa. L’apertura dello stabilimento di Chattanooga con un investimento di un miliardo di dollari non ha prodotto gli effetti sperati: l’obiettivo di un milione di automobili l’anno entro il 2018 appare lontano» (Il Sole 24 Ore). Evidentemente il management della casa automobilistica tedesca oggi nell’occhio del ciclone ha cercato di dare un “aiutino” alla capacità concorrenziale del suo prodotto, «anche per salvare posti di lavoro» (non solo in Germania): «Es ist der Kapitalismus, Schönheit!». Il Capitale statunitense ha risposto per le rime: «Exactly!».

In attesa di ritornare sulla scottante questione, rinvio a un interessante articolo pubblicato sul Sole 24 Ore.

Post Scriptum: Il lettore forse si aspettava che scrivessi qualcosa sull’orgoglio ferito della Cancelliera di Ferro («oggi di plastica!») e sulla spocchia/ipocrisia dei tedeschi che si rivelano essere «poco affidabili esattamente come gli italiani e i greci». Per il livore antitedesco rimando agli specialisti della materia, che in Italia abbondano a “destra” come a “sinistra”. Piuttosto sarà interessante vedere come reagiranno i politici tedeschi e il “popolo” tedesco a questa battaglia persa in modo così rovinoso e umiliante. La guerra sistemica comunque continua, e pare che a Berlino si stanno studiando contromisure e ritorsioni “a 360 gradi”. Non solo contro gli Stati Uniti. Es ist der Kapitalismus, Schönheit!

2015-09-22T175023Z_133044446_LR2EB9M1DJP6B_RTRMADP_3_USA-VOLKSWAGEN-keOE-U43120121429624CH-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443* «Nella drammatica vicenda che ha coinvolto Volkswagen e rischia di trascinare nello scandalo altri marchi, c’è paradossalmente un lato positivo. Una speranza perlomeno. Per andare oltre le inevitabili e incalcolabili ripercussioni economiche e industriali dell’intero comparto automobilistico (è prevedibile che crolleranno le vendite dei motori diesel messi così grossolanamente sotto accusa), i maggiori governi europei dovrebbero oggi più che mai fare un sforzo definitivo, serio e soprattutto comune, per dare una spinta alla diffusione delle auto ibride ed elettriche. Quasi tutte le case automobilistiche hanno nella loro gamma vetture a batterie. Le ibride, supportate dal motore termico, hanno vita più facile e si stanno conquistando una loro nicchia di mercato (Toyota docet). Le elettriche pure, quelle veramente a emissioni zero allo scarico, restano praticamente invendute. Mancano le infrastrutture e sufficienti incentivi economici all’acquisto (se si fa eccezione per alcuni Paesi del Nord Europa, la Norvegia prima tra tutti). Ma l’industria è tecnologicamente pronta per dare una svolta concreta alla mobilità nel giro di tre-cinque anni. Ed è pronta anche Volkswagen, come aveva annunciato l’ex CEO Martin Winterkorn prima del terremoto. Non basta? In occasione del recente salone di Francoforte, il grande capo di Mercedes, Dieter Zetsche, ha dichiarato : «Sono disponibile a creare un’alleanza con Audi e Bmw per le batterie delle auto elettriche». Che possa essere davvero questa la via di fuga dell’industria automobilistica europea messa all’indice dagli americani? Come sempre la risposta è nelle mani, speriamo non inquinate, della politica» (M. Donelli, Il Corriere della Sera, 24 settembre 2015 ). Su questi temi rimando a Industria automobilistica e competizione capitalistica totale.

** Per Federico Fubini «Le somiglianze tra la crisi dei subprime del 2007-2008 e Lehman Brothers e lo scandalo Volkswagen sono impressionanti. Volkswagen realizza vendite per oltre 200 miliardi di euro l’anno, è il più grande investitore al mondo in ricerca e sviluppo, assicura in Germania 600 mila posti di lavoro diretti (più milioni di posti indiretti). Il settore auto pesa per 300 miliardi di euro di esportazioni, la prima voce del made in Germany. Anche Volkswagen è “too big to fail”, dunque il governo tedesco interverrà per salvarla: ma lo farà violando e forse demolendo le regole europee sugli aiuti di Stato, quelle che avevano rimesso un minimo d’ordine nel rapporto fra politica e imprese in Italia» (Il Corriere della Sera, 24 settembre 2015).