A BERLINO CHE GIORNO È?

Ci si può forse stupire della dimensione assunta dal capitombolo socialdemocratico o, all’opposto, per le dimensioni del successo ottenuto dall’estrema destra tedesca; ci si può forse meravigliare del declino elettorale fatto registrare dal partito della Cancelliera di ferro, e tuttavia nel suo insieme il voto delle legislative del 24 marzo non ci consegna un quadro politico del tutto imprevisto, a cominciare ovviamente dall’ennesima “medaglia d’oro” agguantata con una certa facilità da Angela Merkel. Scriveva Der Spiegel il 22 settembre: «L’AfD supererà, con una percentuale a due cifre, la soglia necessaria per entrare in parlamento, mentre la Merkel dovrà fare i conti con la colpa a lei imputata di aver favorito con le sue politiche migratorie l’ascesa del populismo di destra. Un’altra delle colpe ascritte alla Merkel è quella di aver provocato con la sua politica di austerity nei confronti dell’Europa meridionale la divisione dell’Europa». Forse solo gli acritici lettori dei sostenitori della Cancelliera («È l’ultima custode dell’occidente liberale: solo lei può salvarci da Putin, Trump ed Erdogan») e dei sostenitori del suo “competitor” socialdemocratico («Martin Schulz non è affatto scialbo e insignificante come sembra») sono rimasti scioccati e delusi dai risultati elettorali.

L’analisi del voto tedesco ha confermato ciò che anche la scienza sociale “ufficiale” ha sempre saputo: il disagio sociale vota. Come spiegare altrimenti il paradosso per cui Alternative für Deutschland, che pure ha incentrato la sua campagna elettorale praticamente solo sull’avversione alla politica d’immigrazione adottata dal governo tedesco nel 2015, ha raccolto più consensi proprio nelle zone del Paese dove più bassa è la presenza dei migranti? La risposta è abbastanza semplice: perché la paura dello straniero che viene dall’Africa (altra cultura, altra religione, altra concezione del rapporto uomo-donna, altra sensibilità nei confronti della “polisessualità”, ecc. ) ha fatto tracimare paure e frustrazioni che niente a che fare hanno con il razzismo, con la xenofobia e altro ancora. È come se chi in Germania occupa i gradini più bassi della scala sociale avesse detto a Mamma Angela: «Ma come, invece di pensare ai nostri bassi salari, alle nostre povere pensioni, a un welfare tutt’altro che irreprensibile; insomma invece di prenderti cura dei nostri problemi tu pensi agli stranieri? Vogliamo il pane e tu ci dai da mangiare la solidarietà con il diverso, che peraltro viene a rubarci quel poco che abbiamo e a minacciare la nostra sicurezza: hai dimenticato il terrorismo Jihadista? Prima la Germania, prima i tedeschi, non gli stranieri!». Il Presidente Donald Trump ha dunque fatto scuola? Diciamo che il nostro sa come gira il pessimo mondo.

Anche i sinistri della Linke hanno più volte cercato di fare l’occhiolino al razzismo e alla xenofobia del proletariato più disagiato dell’Est, per intercettarne il voto, ma i loro concorrenti di destra sono stati evidentemente più credibili su questo escrementizio terreno, e infatti l’AfD ha rubato un po’ di elettorato anche al partito degli ultra sinistrati, che adesso è costretto a fare “autocritica”.

Circa un mese fa la Merkel dichiarò nel corso di un comizio che «non va bene che alcuni paesi non accolgano rifugiati. Contraddicono lo spirito europeo. Ma supereremo questa impasse. Ci vorrà tempo e pazienza, ma ce la faremo. La diversità ci rende più forti contro le tempeste che ci vengono addosso»; si tratta di vedere fino a che punto questo afflato “umanitario” ed europeista reggerà alla pressione dei “populisti” di estrema destra. «Nel suo sobrio commento dopo l’esito elettorale Angela Merkel ha detto che occorre un controllo più severo degli immigrati privi di requisiti per restare e ha parlato della necessità che “ritornino nella Cdu” gli elettori che se ne sono andati. È una autocritica implicita. […] La posta in gioco dei prossimi mesi e anni sarà la rincorsa a difendere una forte identità nazionale tedesca, attraverso il semplice, ma estremamente evocativo, concetto di Volk/popolo. Un tema che ha potenti capacità suggestive per l’anima tedesca» (G. E. Rusconi, La Stampa). Ma non solo per «l’anima tedesca», come dimostra il dilagare del “populismo” in tutta Europa negli ultimi dieci anni. Certo, «l’anima tedesca» si esprime in un linguaggio che ancora oggi evoca mostri, e anche per questo la leadership tedesca è sempre stata cauta nel maneggiare argomenti di facile impatto popolare. Ma i tempi cambiano, come i giorni e le stagioni. A proposito: a Berlino che giorno è? Ah, saperlo!

A ogni modo il noto germanista Angelo Bolaffi continua a confidare nelle superiori qualità politiche e umane della Cancelliera: «La Cancelliera è la paladina dei diritti umani. O meglio ha difeso più che i diritti umani, i valori occidentali, storicamente difesi dall’“anglo-sfera”, ossia dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti d’America. Paesi, osserviamo, che oggi si sono incamminati su una tradizione politica che non è quella che inaugurarono nella lotta al fascismo» (Left). Senza contare, aggiungo guardando la cosa dal punto di vista degli amici dei valori occidentali (io mi chiamo fuori!), che l’attivismo politico-militare della Russia putiniana punta in modo sempre più sfacciato a dividere il campo occidentale. In Germania si vocifera che Alternative für Deutschland abbia ricevuto consistenti appoggi mediatici e finanziari da Putin, il leader politico più amato dai sovranisti d’Europa.

A proposito di “populisti” di estrema destra! Oggi i quotidiani di “destra” del Belpaese hanno facile gioco nel rinfacciare agli amici dei “populisti” alla Travaglio il loro antico giudizio su Bossi e Berlusconi, trattati dai partiti tradizionali della cosiddetta Prima Repubblica alla stregua di reietti della politica, gente incapace e inadatta a manovrare le sofisticate e delicate leve della politica. Oggi i teorici dell’antiberlusconismo scoprono che «anche chi vota per i partiti di estrema destra va rispettato e capito», e che comunque «gli elettori hanno sempre ragione, anche quando il loro voto non ci piace». In ogni caso è certo che “le destre” di casa nostra hanno di che leccarsi i baffi pensando alla prossima tornata elettorale, mentre “le sinistre”… ma perché ostinarsi a sparare sulla Croce Rotta! Per un “astensionista strategico” come chi scrive tutti questi discorsi sul Volk che ha sempre ragione, come il cliente, provocano solo disgusto e hanno il solo significato di una conferma: viviamo tempi oltremodo sgradevoli, diciamo così, e sotto tutti i punto di vista.

«Dai dati preliminari che avranno bisogno di essere elaborati e raffinati nei prossimi giorni, emerge un ritratto abbastanza chiaro dell’elettore di AfD: sono soprattutto maschi operai, intorno ai 40 anni, residenti nella Germania orientale, con un livello di istruzione medio-basso. Quasi un terzo di loro ha votato AfD per la prima volta, dopo essersi astenuti alle scorse elezioni, mentre un quinto di loro, circa un milione di persone, quattro anni fa aveva votato per Angela Merkel. La gran parte degli elettori ha scelto di votare AfD non perché attirata da programmi estremisti o addirittura neonazisti, ma sopratutto come forma di protesta verso i partiti tradizionali» (Il post). Una specie di grillismo Made in Germany?

Certo, con la Cancelliera «il surplus negli scambi con l’estero ha sfiorato i 300 miliardi, il maggiore al mondo, ma sono raddoppiate a due milioni anche le persone che fanno un doppio lavoro pur di far quadrare i conti. Sotto la cancelliera la crescita è stata costante – benché in media per abitante sia da anni molto sotto all’ 1% – mentre i pensionati in povertà sono aumentati del 30%. Questo Paese mantiene un welfare esemplare, eppure presenta un livello di concentrazione di patrimoni nelle mani dei ricchi inferiore solo a quello dell’America di Trump» (F. Fubini, Il Corriere della Sera). Sappiamo come l’Agenda 2010 varata dal governo Schröder ha dato eccellenti risultati quanto a incremento di produttività, precarizzazione del lavoro e stratificazione nel sistema dei salari. I sindacati di regime (IGM in testa) difendono soprattutto la loro posizione politica contrattuale nei confronti di governo e padronato, garantendo una “responsabile” gestione del “capitale umano” soprattutto nelle grandi imprese, quelle più esposte alla competizione capitalistica mondiale. Il modello tedesco di gestione delle relazioni industriali pare reggere ancora bene all’urto della globalizzazione. Ai lavoratori tedeschi che hanno minori tutele sindacali e che percepiscono salari sempre più bassi, non rimane che orientarsi politicamente verso il “populismo” di destra, ma più per rabbia che per convinzione.

Per il sociologo Luca Ricolfi non ha poi molto senso liquidare l’AfD tirando in ballo l’estremismo di destra: «Più che semplicistico, è sbagliato. Il populismo attuale non può essere confuso con l’estrema destra: se ne differenzia su troppi punti fondamentali. Nazismo e fascismo erano espansionisti, il populismo di destra è isolazionista. Nazismo e fascismo teorizzavano la superiorità razziale, i populisti si limitano a difendere il diritto di ogni popolo a preservare l’identità. Nazismo e fascismo disprezzavano la democrazia, i partiti populisti sono semmai iperdemocratici: non pensano vi sia troppa democrazia, ma che ve ne sia troppo poca. Nazisti e comunisti [leggi: stalinisti] perseguitavano gli omosessuali, diversi partiti populisti di destra difendono coppie di fatto e diritti dei gay, in alcuni casi sono addirittura guidati da leader omosessuali. L’Afd da Alice Weidel, dichiaratamente lesbica. In passato abbiamo avuto la lista di Pim Fortuyn, politico olandese omosessuale assassinato nel 2002, la cui eredità è oggi raccolta dal populista Geert Wilders» (Il Messaggero). Insomma, con le analisi superficiali che si arrestano alla superficie ideologica dei fenomeni sociali non è possibile cogliere la natura strutturale di quei fenomeni, un’elementare lezione “materialistica” che spesso molti sedicenti materialisti mostrano di non aver compreso neanche un poco.

Scrive Riccardo Rinaldi: «Un’analisi di classe deve dunque affrontare seriamente il seguente dilemma: la rottura della UE significherebbe davvero, come alcuni ancora temono, un “arretramento delle posizioni internazionaliste”, o al contrario – dato che la struttura che garantisce lo sfruttamento dei paesi del centro su quelli della periferia è esattamente la stessa che garantisce lo sfruttamento di una classe sull’altra – la lotta contro l’Unione, condotta anche in ogni singolo paese, se proprio non si riesce a farla in modo coordinato, non sia in realtà la lotta di e per tutta la classe lavoratrice europea». Applicando «un’analisi di classe» ai passi appena riportati, se ne ricava a mio avviso quanto segue: trattasi di una riedizione della vecchia tesi ultrareazionaria (di matrice maoista e terzomondista) che auspicava l’alleanza tra il proletariato delle metropoli capitalistiche (il cosiddetto Nord del mondo) e i Paesi arretrati che subivano lo sfruttamento da parte dell’imperialismo occidentale. Se non si rigetta il punto di vista nazionale, sebbene declinato a partire dai Paesi «della Periferia» (Grecia, Spagna e Italia), si rimane intrappolati nel grande gioco della competizione capitalistica internazionale, illudendosi di usare le contraddizioni che dilaniano il “nemico di classe” – peraltro tutto da definire.

Soprattutto oggi, nell’epoca del dominio totale e totalitario del Capitale sugli uomini e sulla natura, è ridicolo pensare alla dialettica centro-periferia negli stessi termini in cui essa si dispiegava quando non pochi paesi della periferia capitalistica dovevano ancora conoscere la rivoluzione borghese-nazionale. Oggi alla scala mondiale (figuriamoci in Europa!) esiste una sola compatta e contraddittoria/conflittuale (com’è nella natura del Capitale) struttura capitalistica, e sperare di poter giocare le inevitabili e sempre crescenti divisioni intercapitalistiche e interimperialistiche in chiave “anticapitalista” è davvero sintomo di una “creatività rivoluzionaria” che ha molto a che fare con la pure e semplice cretineria politica, la quale sovente appare invece come  concretezza politica agli occhi degli analisti che non hanno alcuna dimestichezza con il concetto e con la prassi dell’autonomia di classe.

L’”internazionalismo europeista” alla Toni Negri, Yanis Varoufakis e Slavoj Žižek e l’”internazionalismo antieuropeista” di chi teorizza alleanze “spurie”  (una volta si diceva interclassiste) in vista della “rivoluzione sociale” appaiono ai miei occhi come due facce della stessa medaglia. Il polo imperialista europeo va combattuto ricostruendo l’autonomia di classe sul terreno nazionale e internazionale, e nessun espediente “tattico” può rendere più facile e veloce questo fondamentale, quanto difficilissimo, compito. Tutto il resto è il solito velleitarismo da mosca cocchiera, soprattutto se la mosca cocchiera parla di “anticapitalismo” avendo in testa la costruzione del Capitalismo di Stato.

I mesi che verranno ci diranno fino a che punto la politica incarnata dalla Cancelliera di ferro (o di teflon, come dicono alcuni socialdemocratici tedeschi: «Ogni cosa le scivola addosso. Non fa sbagli. È frustrante!») è uscita indebolita e ridimensionata dalla recente tornata elettorale, incertezza che ha subito messo in agitazione le capitali europee, le quali non sanno se gioire o deprimersi per il nuovo corso politico che si annuncia in Germania. A Berlino che giorno è? Ah, saperlo! Intanto il Presidente francese ha fatto la prima mossa puntando su un indebolimento relativo della Merkel, rilanciando con il discorso tenuto martedì alla Sorbona il tradizionale asse franco-tedesco, ma in una prospettiva marcatamente “europeista”. «Un lungo e magnifico discorso», ha commentato sul Foglio Giuliano Ferrara, il quale vede in Macron e in Trump due opposti politici e antropologici; «Ci vuole energia, ci vuole volontarismo, ci vuole sfacciataggine per dire certe cose». Ma poi dal dire bisogna passare al fare. Fino a quando la Francia non scioglierà i nodi strutturali che ne azzoppano la capacità sistemica (economica, scientifica, tecnologica) la sua credibilità agli occhi della Germania rimarrà appiccicata con lo sputo, nonostante l’Inno alla gioia suonato dal giovane Presidente francese, il quale da tempo studia l’Agenda 2010 di Schröder – peraltro già compulsata con una certa invidia da Hollande e dagli altri Premier europei alle prese con l’«ingessatura del mercato del lavoro e la bassa produttività». Se son sacrifici sociali si vedranno! Già quest’autunno.

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TRUMP O MERKEL? CHI DIFENDE MEGLIO I “VALORI OCCIDENTALI”?

L’intervista rilasciata giovedì scorso da Angela Merkel al Corriere della sera si segnalava non tanto per originalità, quanto perché la Cancelliera vi ribadiva e precisava, anche in termini per così dire ideologici, ciò che aveva dichiarato nel corso degli ultimi mesi soprattutto in relazione alla politica economica ed estera di Donald Trump. Leggiamone qualche significativo passo:

«È vero che l’ordine mondiale è in cambiamento e che i rapporti di forza si modificano. Ciò ha a che fare con l’ascesa della Cina, ma anche l’India compie grandi passi con un tasso di crescita di più del 7 per cento, di gran lunga superiore a quello cinese. Entrambi i Paesi hanno 1,3 miliardi di abitanti circa, fattore decisamente significativo. A ciò si aggiunge il fatto che l’amministrazione americana e il presidente Trump giudicano la globalizzazione in modo diverso rispetto a noi tedeschi. Mentre noi cerchiamo di cogliere le possibilità che derivano dalla collaborazione sotto ogni aspetto, agli occhi dell’amministrazione americana la globalizzazione è un processo in cui non possono esserci situazioni win-win, ma solo vincitori e perdenti. [La concezione isolazionista e protezionista del Presidente americano] si oppone totalmente al mio punto di vista. Sicuramente, il presidente Trump è stato eletto da molti che guardano alla globalizzazione in modo scettico, e si sente in obbligo nei confronti di questi elettori. Ma già da molto tempo l’Fmi, l’Ocse e anche il G20 non parlano semplicemente di crescita, bensì di crescita inclusiva e sostenibile. Non vogliamo che siano soltanto in pochi a trarre vantaggio dai progressi economici. Tutti ne devono beneficiare». È la globalizzazione capitalistica “ben temperata” e “potabile” che tanto piace a tipi come Emma Bonino, Romano Prodi e Pierluigi Bersani, il quale l’altro ieri ha detto, giusto per far scompisciare dalle risa l’animaccia dell’avvinazzato di Treviri, che «la vera sinistra è per un’economia di mercato, non per una società di mercato». Porre una simile distinzione nella società capitalistica in generale, e in particolare in quella caratterizzata dal dominio planetario e totalitario del Capitale su tutto e su tutti, qual è appunto la Società-Mondo del XXI secolo, è semplicemente ridicolo, e può al massimo servire ad alimentare le miserabili ideologie “progressiste” che sostengono la possibilità di un Capitalismo/Imperialismo dal volto umano. Ma chiudiamo la parentesi polemica e riprendiamo il discorso della Cancelliera.

«In qualità di rappresentante dello stato dell’economia di mercato sociale, è in questo spirito che voglio condurre il vertice del G20. È sensato che l’Europa unisca le forze. A ciò si accompagna una perdita di importanza di potere degli Stati Uniti? Non saprei. L’importanza del potere deriva dalla forza economica, militare e civile, e in tutti questi tre settori gli americani rappresentano ancora una potenza mondiale, come del resto dimostrano i forti dibattiti interni. Evidentemente, l’amministrazione americana non vuole più rappresentare il “poliziotto” che stabilisce l’ordine in tutte le regioni del mondo. La si può considerare sia una buona che una cattiva notizia, a seconda dei casi. A tale proposito: negli ultimi decenni gli americani si sono presentati ovunque come una potenza. E ciò, per usare un eufemismo, può essere visto anche in maniera critica. […] Ci siamo abituati a questo impegno, poiché sin dai tempi della Guerra Fredda riconoscevamo negli Stati Uniti una grande potenza in opposizione all’Unione Sovietica, e si presumeva che volessero questo ruolo. Dopo la caduta del Muro apparivano l’unica superpotenza rimasta. Oggi il mondo è multipolare. Ma a ragione: effettivamente gli americani non hanno il diritto di intervenire in qualsiasi parte del mondo. Probabilmente gli Stati Uniti non saranno coinvolti nelle misure in Africa, come sarebbe necessario. […] Dobbiamo sempre ricordare i nostri obiettivi quando diciamo che l’Europa dovrebbe prendere il proprio destino nelle proprie mani, ossia: mantenere i nostri valori e interessi europei, creiamo ricchezza e nuovi posti di lavoro negli Stati membri».

A proposito del G20 di Amburgo Matteo Scotto ha parlato di «debutto dell’egemonia tedesca»: «Al G20 di Amburgo culmina un percorso durato oltre settant’anni: Berlino ha preso coscienza di sé ed è pronta a esercitare il suo ruolo di guida, non solo dell’Europa. Grazie anche a Trump e Macron. I paragoni con il Secondo e Terzo Reich sono privi di senso» (Limes). Sono privi di senso, mi permetto di aggiungere, se sono costruiti ideologicamente, se sono paragoni che non tengono conto della complessità del processo sociale considerato nella sua essenziale dimensione storica. Sul ruolo della Germania nel processo di formazione di un polo imperialista unitario europeo rinvio al PDF La guerra in Europa. Il conflitto sistemico nel Vecchio Continente, e al post I tedeschi non scherzano mai.

Le parole della Cancelliera assumono un aspetto ancora più pregnante alla luce del viaggio di Trump in Polonia, il cui significato è stato ben riassunto, a mio avviso, da Federico Petroni, sempre su Limes: «La visita di Trump in Polonia è geopoliticamente più significativa del G20 di Amburgo di venerdì. Quest’ultimo si limiterà a evidenziare le attuali divergenze fra le venti maggiori economie mondiali in ambito commerciale e ambientale; al massimo fornirà un’occasione per ben più interessanti incontri bilaterali (come quello tra lo stesso Trump e Putin). Il viaggio a Varsavia è pensato per attribuire un riconoscimento a un paese gradito a tutti i rami della geopolitica a stelle e strisce. Alla stessa Casa Bianca, per cominciare, in funzione anti-tedesca e anti-Ue. Non per caso Trump terrà il suo discorso di lodi alla Polonia e alla sua capacità di diventare “potenza europea” presso il monumento alla resistenza ai nazisti del 1944. Non per caso presenzierà al secondo summit dell’Iniziativa dei Tre Mari dei 12 paesi dell’Ue dell’Europa centro-orientale. Benché fondato nell’estate 2016 per scopi d’integrazione infrastrutturale (soprattutto energetica) del fianco est dell’Unione, l’attuale gruppo ricalca (Ucraina esclusa) il progetto degli anni Venti dell’Intermarium pensato dalla neo-indipendente Polonia per aggregare attorno a sé l’Europa di mezzo fra Berlino e Mosca. Ora riesumato con l’ambizione – forse l’utopia – di estendere l’influenza di Varsavia a discapito di Bruxelles, non più percepita come fonte di protezione politica (vedi le critiche sulla deriva autoritaria), economica (dopo la crisi del 2008) e militare (causa assertività russa). Al di là delle irrilevanti affinità ideologiche (specie in materia di immigrazione), a Trump le critiche polacche all’Ue piacciono perché sono sostanzialmente rivolte alla Germania. Rendendo Varsavia una carta da giocare nello scontro che va maturando fra Washington e Berlino. La Polonia è utile anche agli occhi del Congresso e degli apparati statunitensi come perno del contenimento della Russia. Nell’elogiare il traguardo del 2% della spesa militare sul pil raggiunto da Varsavia nella Nato, Trump indirettamente giustificherà la russofobia che guida i polacchi in materia di sicurezza. E complicherà i propri propositi di riavvicinamento a Mosca».

Il discorso tenuto giovedì da Trump a Varsavia ha spiazzato non pochi analisti di politica internazionale che nei mesi scorsi avevano alimentato la balla speculativa di un Presidente americano ormai completamente prono ai diktat di Mosca, docile e ricattabile pedina nelle mani del virile Putin, o comunque lontanissimo dalla tradizionale postura antirussa mantenuta dalla Casa Bianca nel corso degli ultimi sette decenni. «È un Donald Trump più anti-russo che mai quello che ha preso la parola a Varsavia, in piazza Krasinski, di fronte a una folla adorante. Trump conferma il suo stile: muscolare, diretto, per nulla incline ai compromessi. Il discorso di Varsavia è l’antipasto di un confronto che si annuncia durissimo. Dalla crisi in Ucraina alla questione energetica, The Donald non fa sconti a Mosca. “Incalziamo la Russia perché smetta la sua attività destabilizzante in Ucraina”, afferma il leader americano. A differenza di quanto avvenuto durante il vertice Nato del maggio scorso, questa volta il presidente ribadisce pubblicamente l’impegno degli Usa “nella difesa dell’Europa centrale e orientale”. Torna così in auge il patto di mutua difesa della Nato – “uno per tutti e tutti per uno” – rappresentato dall’articolo 5 del Trattato dell’Alleanza Atlantica. Gli Stati Uniti – scandisce Trump – “sostengono con forza l’articolo 5 del Trattato Nato”. Mosca è avvertita: Washington è tornata in campo per difendere la Polonia e i suoi vicini dai “comportamenti destabilizzanti” della Russia. Dalla vicina Polonia Trump esorta la Russia a mettere fine alle sue “attività destabilizzanti” in Ucraina e in altri Paesi. Non solo: Mosca deve anche “smettere di sostenere regimi criminali” come la Siria e unirsi “alla comunità delle nazioni responsabili” nella lotta al terrorismo islamico e “in difesa della civilizzazione”. Da Trump anche la promessa che la Polonia, assieme agli altri Paesi della regione orientale europea, “non dovrà mai più essere ostaggio di un unico fornitore di energia”. Gli Stati Uniti garantiranno “l’accesso a tutte le fonti di energia” affinché “la Polonia e i suoi vicini non siano più ostaggio di un solo fornitore”, assicura Trump in un chiaro riferimento all’influenza russa nella regione in materia di energia. […] Acclamato dalla folla di piazza Krasinski, Trump lancia così il suo secondo tour europeo. La piazza teatro della rivolta del 1944 contro l’occupazione nazista diventa così il palcoscenico da cui lanciare il suo appello all’Occidente. “Così come la Polonia non ha potuto essere sconfitta, così l’Occidente non potrà esserlo. I nostri valori vinceranno e la nostra civiltà trionferà. Come i polacchi, lottiamo tutti insieme per la pace, per la libertà, per le famiglie, per il Paese e per Dio. Nel popolo polacco vediamo l’anima dell’Europa La storia della Polonia è la storia di un popolo che non ha mai dimenticato la sua identità”» (G. Belardelli, Huffington post).

Riassumo, con le sue stesse parole, la sfida politico-ideologica che Trump lancia in direzione di amici e nemici: «La domanda fondamentale del nostro tempo è se l’Occidente ha la volontà di sopravvivere. Abbiamo la fiducia nei nostri valori per difenderli ad ogni costo? Abbiamo abbastanza rispetto verso i nostri cittadini per proteggere i confini? Abbiamo il desiderio e il coraggio di preservare la nostra civiltà, in faccia a coloro che vogliono sovvertirla e distruggerla?». Insomma, Trump dice soprattutto alla Germania, al Paese che esibisce anno dopo anno un eccezionale surplus nella sua bilancia commerciale (300 miliardi di dollari nel 2016, se non sbaglio), che non si può recitare indefinitamente il comodo ruolo dei difensori della civiltà occidentale potendo contare sui soldi, sui missili e sul sangue dello Zio d’America.

A questo punto si tratta di capire chi difende meglio gli interessi e i valori dell’Occidente: la Germania della Merkel o gli Stati Uniti di Trump? Naturalmente scherzo; il problema è impostato in quell’insulso modo dagli esponenti politici e dagli intellettuali (*) che fanno capo alle classi dominanti dei vari Paesi, le quali si muovono sul piano economico e su quello politico (soprattutto attraverso la potente leva statale) non per difendere valori e concezioni del mondo, ma per difendere interessi sistemici d’ogni genere: economici, tecnologici, scientifici, geopolitici, ecc, ecc. Insomma, si tratta della ben nota e famigerata contesa interimperialistica, oggi più ingarbugliata e più feroce che mai. In ogni caso, personalmente non faccio parte di nessuna tifoseria imperialista, compresa quella che ciancia di “antimperialismo” solo perché sventola le bandiere delle squadre che giocano contro gli interessi degli americani e dei suoi alleati. Per dirla con il filosofo di Stoccarda, nella buia notte del Capitalismo mondiale tutte le vacche imperialiste mi appaiono dello stesso colore.

Cito dall’«Appello per costruire una mobilitazione internazionale contro il G20»: «Crediamo nelle alternative al di fuori e contro la globalizzazione neoliberale, il nazionalismo e il comando autocratico. Crediamo nella globalizzazione della giustizia e nei diritti per tutti, respingiamo tutte le soluzioni nazionalistiche e xenofobe, che si oppongono alla nostra visione di un mondo giusto, un mondo unito dalla solidarietà. Il contro-vertice, il campo, il presidio transnazionale con decine di migliaia di persone nella città di Amburgo e le azioni di massa di disobbedienza civile ci daranno l’opportunità di incontrarci, discutere e condividere le nostre visioni, idee e pratiche di resistenza per un mondo libero, eguale e solidale». Sul «contro-vertice» di Amburgo cercherò di scrivere qualcosa di intelligente domani, magari in guisa di bilancio complessivo dell’evento internazionale che si concluderà oggi, se non sbaglio. Ma non mi faccio troppe illusioni. Sulla mia intelligenza, intendo dire…

(*) Un solo esempio: «L’Europa è oggi la negazione di duemila anni di storia dei popoli, di civiltà, delle culture e delle lingue europee. Chi ama davvero l’Europa dev’essere nemico di questa Unione Europea, che è la negazione dell’ideale di Europa di Husserl, di Kant, di tutti i grandi teorici dell’Europa. Oggi essere per l’Europa significa essere contro l’Unione Europea delle banche, del capitale, della distruzione pianificata, organizzata dei diritti sociali e del lavoro. Questo è il punto fondamentale. L’Euro è il compimento del capitalismo assoluto che dopo il 1989, venuto meno il Comunismo, dichiara guerra agli stati sovrani nazionali, come luoghi del primato della politica democratica sull’economia spoliticizzata. Sempre più il conflitto sarà tra chi difende le sovranità nazionali e quindi la democrazia, i diritti sociali del lavoro, e chi invece difende il globalismo apolide, sradicante di cui l’Unione Europea è vettore» (D. Fusaro). Il noto “materialista storico-dialettico” ha dimenticato almeno duemila anni di storia di dominio di classe. Capita. Quanto al cosiddetto «Comunismo» che sarebbe venuto meno nell’anno di disgrazia (per gli stalinisti d’ogni tendenza, beninteso!) nel 1989, è meglio stendere un pietosissimo velo. A Varsavia Trump ha ricordato che «i polacchi trovarono la forza di sconfiggere il comunismo quando durante la prima messa celebrata da Giovanni Paolo II dissero che volevano Dio». Una freccia polemica che forse raggiunge anche il fondoschiena del celebre filosofo, il quale comunque potrebbe sempre dire, da par suo, che «la religione è l’oppio dei popoli». Sic!

Post scriptum

Scrive Gianni Riotta: «I dimostranti che al G20 hanno impegnato la polizia, con scontri, arresti e feriti, sono i fieri discendenti del popolo No Global, nato a Seattle 1999 per protestare contro il mercato globale, il Wto, i patti internazionali sul commercio. Le immagini tv sembravano note, meno tragiche che al G8 di Genova, ma sulla stessa falsariga, con giovani e meno giovani contestatori, persuasi che l’economia aperta sia una truffa. La loro filosofia è illustrata da film premio Oscar, con Michael Moore, da premi Nobel vedi il professor Stiglitz, e ha generato grandi firme, da Noam Chomsky alla Naomi Klein, all’economista greco Varoufakis, all’irato filosofo Zizek. Perfino il Papa è scettico sul globalismo. Il successo dei no global ormai unisce destra e sinistra, dalla Le Pen a Grillo e Salvini, dai socialisti Sanders e Corbyn al presidente Donald Trump, che ha stracciato i patti commerciali con Asia ed Europa, e minaccia di riscrivere quello con Canada e Messico. Insomma, il popolo no global ha vinto, il protezionismo è il nuovo “pensiero unico”, chi parla di società aperta e libero scambio, o ricorda come l’economia dell’ultima generazione abbia strappato alla fame miliardi di esseri umani – il salto di benessere più straordinario della storia – passa per prezzolato dai padroni. Dunque, bene le proteste, ma occorre invertire rotta al prossimo summit ragazzi: non fischiare ma applaudire Trump e gli altri leader no global – Erdogan e gli europei dell’Est per esempio – lodandone il protezionismo. No global ieri, trumpiani oggi? La realtà sorprende solo chi ama gli slogan e detesta i fatti» (La Stampa).

Riotta ama invece i fatti, i quali attestano indiscutibilmente 1. il dominio globale, mondiale e totalitario dei rapporti sociali capitalistici e 2. una competizione capitalistico-imperialista sistemica (economica, geopolitica, tecnologica, scientifica, ideologica, ecc.) sempre più aspra e foriera di conseguenze nefaste per le classi subalterne di tutto il mondo e per l’umanità in generale. Il fatto che lo sviluppo capitalistico dell’ultimo mezzo secolo «abbia strappato alla fame miliardi di esseri umani» è cosa che si spiega benissimo sulla scorta delle leggi di un’economia basata sullo sfruttamento/saccheggio sempre più scientifico degli uomini e della natura, e dunque questo fatto, che peraltro interseca altri fatti di segno opposto (vedi la crescente denutrizione che ancora oggi si registra in molte aree del mondo, soprattutto in Africa), non contraddice affatto la natura radicalmente disumana della vigente società mondiale. Non per niente Marx chiarì a suo tempo che il concetto di miseria crescente, così ridicolmente frainteso dai suoi detrattori, non va declinato in termini assoluti ma relativi: il salario-denaro consente al produttore diretto della ricchezza sociale di accedere a una minima parte, relativamente sempre più piccola se confrontata alla crescente produttività del suo lavoro, di quella ricchezza.

Non si tratta del noto problema del bicchiere (lo vedi mezzo vuoto o mezzo pieno?), si tratta piuttosto delle “classiche” contraddizioni capitalistiche. Ad esempio, l’ingresso di Paesi come la Cina e – in parte – l’India nella fascia del Capitalismo sviluppato ha messo in diretta e feroce concorrenza centinaia di milioni di lavoratori in tutto il mondo, livellando verso il basso i salari e le condizioni generali di lavoro e di vita di moltissimi proletari “occidentali”, diventati per questo massa di manovra politico-elettorale per i “populisti” d’ogni tendenza politica – mi riferisco alla cosiddetta “destra” e alla cosiddetta “sinistra”. Bisogna allora lottare contro la «globalizzazione neoliberale»? No, si tratta di lottare contro il Capitalismo tout court, a prescindere dalle fenomenologie, che tanto impressionano gli scienziati sociali incapaci di profondità analitica, che esso assume contingentemente su scala internazionale e nazionale.

Detto questo, debbo anche aggiungere, per concludere, che il sarcasmo del “bravo giornalista” qui citato, il quale cerca di tratteggiare in termini caricaturali il Movimento No Global di ieri, di oggi e di domani, trova a mio avviso un qualche appiglio nelle insufficienze e nelle contraddizioni politiche e “teoriche” (ossia nella “concezione generale del mondo”) manifestate ampiamente nel corso degli anni da quel Movimento, il cui antiglobalismo è parso spesso voler strizzare l’occhio a un periodo ormai superato, e spesso mitizzato, di Capitalismo, cosa che lo ha esposto alla facile strumentalizzazione politico-ideologica operata da una parte delle classi dominanti interessate a imbrigliare in qualche modo il cavallo della “globalizzazione selvaggia”. Ma su questo punto ritornerò un’altra volta.

I TEDESCHI NON SCHERZANO MAI!

«I tedeschi non scherzano mai»: così recita la lapidaria pubblicità di una nota casa automobilistica tedesca. Migliaia di saggi sul carattere nazionale tedesco sintetizzati in uno slogan: è la forza del marketing. E Trump, che ultimamente si è molto lamentato con i «cattivi tedeschi» per l’invasione del mercato americano per opera delle loro automobili, ne sa qualcosa. Scherzi a parte, come dobbiamo interpretare l’impegnativa dichiarazione rilasciata ieri da Angela Merkel in una grande birreria-tendone di Monaco di Baviera? Leggiamo: «I tempi in cui potevamo fare pienamente affidamento sugli altri sono passati da un bel pezzo, questo ho capito negli ultimi giorni. Noi europei dobbiamo davvero prendere il nostro destino nelle nostre mani. […] Dobbiamo sapere che dobbiamo lottare noi stessi per il nostro futuro e il nostro destino di europei». Quando si tratta di scomodare l’impegnativo e “pesante” concetto di destino i tedeschi non scherzano mai. Gian Enrico Rusconi, che di cose tedesche si intende, ha scritto qualche anno fa che «Quando si parla della Germania, i toni drammatici sono d’obbligo». È quindi saggio non attribuire alle parole della Cancelliera di Ferro il significato di un mero esercizio retorico usato a fini elettoralistici, confidando nella scarsa simpatia che il Presidente degli Stati Uniti può “vantare” in Europa in generale e in Germania in particolare – la Russia è un discorso a parte.

Nella divergenza Merkel-Trump Emmanuel Macron ha probabilmente visto la ghiotta opportunità di ritagliarsi il comodo ruolo del mediatore, soprattutto nel contesto della nuova situazione creata dalla Brexit; ma egli deve muoversi con prudenza, deve fare molta attenzione perché potrebbe rimanere stritolato nella morsa di interessi, di contraddizioni e di conflitti di eccezionale portata, tali da poter produrre nuova storia, nuovi equilibri geopolitici. Probabilmente è finito il tempo in cui l’abilità manovriera dei leader politici europei (ad esempio di Francia e Italia) poteva supplire a una debolezza strutturale di fondo, e questo con il tacito consenso degli stessi tedeschi, disposti a chiudere un occhio su velleità che tutto sommato non intaccavano la realtà dei rapporti di forza. Tanto più dal momento che la Germania rifiutava di esporsi più di tanto sul piano squisitamente politico, e lasciava pragmaticamente che a parlare fosse la sua potenza economica: fatti, non parole! Ma oggi la «Potenza riluttante» è strattonata da tutte le parti; da tutte le parti le si chiede di assumersi le sue responsabilità, e c’è il rischio che, prima o poi, essa lo faccia davvero: è sempre pericoloso evocare il genio che dorme dentro la lampada!

Rappresentare i grandi convegni internazionali alla stregua di competizioni sportive alla fine delle quali il pubblico ha la possibilità di applaudire i vincenti e di fischiare i perdenti (alcuni quotidiani italiani hanno persino redatto pagelle di fine vertice, come si fa per le partite di calcio), è cosa che piace molto ai mass media di tutto il mondo, i quali devono pur campare. Ma di certo non è il modo più corretto di approcciare e raccontare i Summit come quello che si è appena concluso nella bellissima location di Taormina. In passato il formato G7 (iniziato ufficialmente come G6 nel 1975, diventato G8 alla fine degli anni Novanta con la presenza della Russia, espulsa dal gruppo dei “Grandi” nel 2014 per le note vicende in Ucraina) per un verso – e nei fatti – si limitava a fotografare lo stato dei rapporti di forza «fra i grandi del mondo libero», e per altro verso cercava di vendere all’opinione pubblica internazionale una narrazione tesa a rassicurarla circa le buone intenzioni dei governi riuniti annualmente per fare il punto della situazione: «È per il vostro bene che stiamo lavorando. Il mondo è in buone mani. Tutto è sotto controllo. Lavorate con zelo e pagate le tasse, dunque». Ed ecco le photo opportunity, ed ecco i chilometrici documenti finali, preparati con millimetrica precisione dai funzionari di fiducia dei Capi di Stato e di Governo (i mitici Sherpa), pieni di buone intenzioni su tutto: sulla futura prosperità dei cittadini, sulla sostenibilità sociale e ambientale dell’economia, sulla pace nel mondo, sulla tolleranza (culturale, religiosa, razziale, sessuale) e su molto altro ancora. L’arrosto dei fatti e il fumo della propaganda, il quale esigeva da parte dei protagonisti un contegno diplomatico inteso a smussare agli occhi dell’opinione pubblica punti di frizione e contraddizioni di vario genere. Alla fine di ogni G7, nella conferenza stampa di chiusura, ciascuno dei protagonisti poteva vantare davanti ai propri cittadini elettori il successo del convegno: «Specialmente il nostro Paese ne esce rafforzato». Come no!

Che fotografia ci consegna il G7 di Taormina? La novità, rispetto ai Summit precedenti, quantomeno a quelli degli ultimi venti anni, è che questa volta l’arrosto dei fatti ha fatto premio, come si dice, sul fumo della propaganda, e ciò non dovrebbe sorprendere nessuno, visto il carattere poco incline agli insulsi canoni del politically correct del Presidente che oggi rappresenta gli interessi della prima potenza capitalistica del pianeta. Ma al di là dei dati personali, è sulla situazione strutturale del cosiddetto mondo libero che si debbono individuare le cause del «fallimento», come sostengono gli analisti più esperti di G7, del vertice di Taormina; «fallimento» che acquista un significato politico e geopolitico ancor più marcato se messo a confronto con l’indubbio successo che Trump ha avuto nella sua missione in Medio Oriente. Chi in Europa si aspettava un Presidente più accomodante, quantomeno per ragioni di garbo diplomatico, ha dovuto ricredersi. Il contenzioso economico e politico fra Stati Uniti e Unione Europea è diventato troppo grande, per essere facilmente nascosto agli occhi dell’opinione pubblica internazionale con qualche espediente diplomatico e per non avere conseguenze politiche di ampio respiro che per adesso personalmente non so prevedere né immaginare – se non sulla scorta di suggestioni che mi vengono da vecchie e poco rassicuranti immagini in bianco e nero. Di certo sono intellettualmente aperto a ogni tipo di conseguenza che sia radicata in una tendenza oggettiva, e oggi la tendenza oggettiva ci parla appunto di un conflitto sistemico tutto interno al cosiddetto «mondo libero».

L’esibita postura muscolare di Donald Trump nasconde in realtà la reale – ma relativa – debolezza economica (industriale, commerciale, finanziaria) degli Stati Uniti, cosa che peraltro non fa registrare un’assoluta novità, anzi. Come ho scritto altre volte, negli anni Ottanta gli USA adottarono una linea politica, commerciale e monetaria molto dura e aggressiva nei confronti della Germania e del Giappone, ossia dei due Paesi che nel secondo dopoguerra si erano assai rafforzati sul piano commerciale e finanziario a spese dell’alleato americano, alle prese con il più grande debito estero del mondo, con un debito pubblico sempre più grande e con una bilancia dei pagamenti costantemente negativa. Sulla The New York Review del maggio 1988 Felix Rohatyn, finanziere e autorevole analista economico e politico di orientamento democratico, scrisse che «Oltre 200 anni dopo la Dichiarazione di Indipendenza gli Stati Uniti hanno perduto la loro posizione di potenza indipendente», e si apprestavano a diventare una «potenza economica di secondo rango». Anche allora la Casa Bianca minacciò di adottare contro l’asse liberista Tokyo-Bonn una politica ampiamente protezionista, confermando la tesi secondo la quale la politica delle porte aperte (possibilmente spalancate) è più congeniale ai forti, mentre la politica opposta segnala una situazione di sofferenza in chi la adotta o minaccia di adottarla. Oggi la politica “liberoscambista” corre soprattutto lungo l’asse Berlino-Pechino, e difatti la Germania di Merkel e la Cina di Xi Jinping sono costantemente nel mirino di Trump: «Prima dell’arrivo dei cinesi, l’acciaio americano andava bene». E qui è facile immaginare una standing ovation di chi alle ultime Presidenziali ha votato Trump e una risata da parte di chi fa l’apologia della nuova rivoluzione tecnologica basata sull’Intelligenza Artificiale. «Donald Trump si è abbattuto come un ciclone sul G7 dopo aver vestito i panni della diplomazia in Medio Oriente. [… ] La differenza di approccio riflette la genesi del movimento elettorale che ha portato Trump alla Casa Bianca: per le famiglie del ceto medio bianco del Mid-West e degli Appalachi, flagellati dalle diseguaglianze, la priorità è solo e soprattutto un sistema economico “più giusto” ovvero radicalmente diverso dall’architettura degli accordi globali creata dalla fine della Guerra Fredda dai presidenti Clinton, Bush e Obama» (M. Molinari, La Stampa).  Tarda ancora ad abbattersi sulla Società-Mondo del XXI secolo il ciclone della lotta di classe orientata a distruggere l’attuale sistema economico, più o meno “giusto” (vedi le santissime parole del Compagno Papa Francesco) che sia. Ma di queste utopistiche cose scriverò un’altra volta. Forse.

«Durante la presidenza Obama si è cercato, senza successo, di stipulare Accordi Transatlantici e Accordi Transpacifici, quasi come se gli Stati Uniti volessero di nuovo protendersi a un dominio del mondo che rafforzasse il loro ruolo di esportatori della sicurezza. Quel tentativo è fallito, come è noto, e il nuovo presidente Trump ha più volte dichiarato che vuol sostituirlo con accordi bilaterali che, in effetti, sono la norma da molti anni su scala globale: una norma che è soprattutto frutto del pesante crollo ventennale del commercio mondiale, per il restringimento della domanda interna, per l’inizio della deflazione secolare, per l’instabilità delle relazioni internazionali e dei rapporti di potenza tra Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Russia e Cina. Alcuni di questi Stati, similmente all’India, sono tanto esportatori di merci industriali, quanto di merci agricole, quanto di servizi al commercio virtuale attraverso le piattaforme di Google, Amazon ecc. Insomma, negli scambi mondiali, c’è un grande disordine sotto il cielo e la navicella liberista veleggia a fatica, come se fosse tra un mare di ghiaccio» (G. Sapelli, Il Messaggero). Insomma, Trump è più un sintomo che una causa.

Scriveva Guido Salerno Aletta alla vigilia del vertice di Taormina: «Il debito federale è in crescita continua, e si prevede che cresca ancora: nel 2016 è stato pari al 107,3% del pil, quest’anno al 108,3%, fino a raggiungere il 117% del 2022. La posizione internazionale netta americana peggiora in continuazione dai -1.279 miliardi di dollari del 2007 è arrivata ai – 8.109 miliardi del 2016. In dieci anni, il debito americano verso l’estero è cresciuto di 6.830 miliardi di dollari: con questo disavanzo commerciale e con questo debito pubblico non si va avanti» (Formiche). Scrive oggi Andrea Montanino su La Stampa: «Il 5 giugno 1947 è una data storica, perché veniva scritto il Piano Marshall e iniziavano le relazioni speciali tra Stati Uniti e Europa occidentale. A 70 anni esatti di distanza, le relazioni transatlantiche sono precipitate e sembra aprirsi una nuova era dopo le dichiarazioni di Angela Merkel e le decisioni del presidente Trump in merito al rispetto degli accordi di Parigi sul clima.  […] Trump è in particolare infastidito dai 68 miliardi di dollari di deficit commerciale con la Germania. Ma è un fatto che la Germania sia molto più competitiva degli Stati Uniti: secondo il Trade Performance Index sviluppato dall’Organizzazione Mondiale del Commercio insieme alle Nazioni Unite, su 14 prodotti nei quali viene suddiviso il commercio mondiale, la Germania è al primo posto in otto per competitività, mentre gli Stati Uniti sono mediamente intorno alla trentesima posizione. I rapporti commerciali tra Germania e Stati Uniti sono poi alquanto articolati: ad esempio, il primo esportatore di automobili dagli Stati Uniti non è la Ford o la General Motors, ma la Bmw con le sue fabbriche della Carolina del Nord.  Attaccare la Germania può essere poi controproducente sul fronte degli investimenti: le aziende tedesche hanno investito negli Stati Uniti circa 255 miliardi di dollari, dando da lavorare a 670 mila persone (dati Bureau of Economic Analysis). Piuttosto che attrarre nuovi investimenti e creare occupazione, la politica di Trump verso la Germania potrebbe far mancare un partner prezioso per fare “l’America nuovamente grande”. Senza contare che il 44 per cento di tutti gli investimenti stranieri in America vengono dai 27 membri dell’Unione Europea». Diciamo pure, anche per irritare i sovranisti economici e politici di “destra” e di “sinistra”, che nel Capitalismo globalizzato del XXI secolo una politica coerentemente protezionista è di problematica attuazione, diciamo così; sempre al netto della velenosissima propaganda sovranista rivolta ai «perdenti della globalizzazione». In ogni caso, la tendenza alla creazione di un polo imperialista europeo a guida tedesca (non vedo oggi altra leadership “sistemica” possibile) si è molto rafforzata. Almeno così mi sembra.