PER LA SECESSIONE DEI POVERI!

Tranquilli amici e compagni: non mi sono convertito improvvisamente al meridionalismo più radicale, non intendo aderire alla Lega Sud prossima ventura, non intendo promuovere la secessione delle Regioni del Mezzogiorno dall’attuale architettura politico-istituzionale di questo Paese. Per secessione dei poveri alludo, con evidente riferimento polemico al rognosissimo dibattito che intorno alla “Questione meridionale” (vedi che novità!) si è acceso in questi giorni, al processo di autonomizzazione politica delle classi subalterne dal devastante punto di vista degli interessi nazionali comunque “declinati”. Devastante, beninteso, per gli interessi contingenti e, soprattutto, “strategici” di chi per vivere è costretto a vendere sul mercato capacità lavorativa manuale e intellettuale.

Chi oggi teme la “secessione dei ricchi”, oltre ad esprimere un punto di vista ultrareazionario sul terreno del conflitto di classe, ragiona in termini conservativi anche dal punto di vista degli interessi “nazionali-borghesi”, perché dà per scontato il fatto che non possa esserci alcuna alternativa positiva e praticabile all’attuale assetto politico-istituzionale, mentre si tratterebbe di distribuire in modo più “equo e solidale”, più “perequativo”, la ricchezza prodotta nel Paese. Naturalmente ci sono diversi motivi che inducono molte persone a ragionare in quei termini conservati. Ne menziono solo due: per un verso si teme di perdere posizioni economiche e/o politiche da un assetto più dinamico e competitivo dell’architettura “geopolitica” dell’Italia, e per altro verso si ha paura dei conflitti sociali che potrebbe innescare la transizione dalla vecchia alla nuova configurazione politico-istituzionale, la quale in ogni caso appare ai conservatori meno ospitale nei confronti delle tradizionali politiche di accomodamento compromissorio tra interessi e gruppi sociali diversi. Il conservatore teme insomma di perdere potere dal superamento del vecchio “equilibrio” consolidatosi nel corso dei decenni (per certi versi già a partire dal 1861) tra lo Stato centrale e le sue articolazioni periferiche, ed è disposto solo a piccole modifiche che non intacchino il quadro istituzionale complessivo.

La realtà del processo sociale ha dato torto marcio a questa impostazione conservativa della “Questione meridionale”, e infatti abbiamo visto l’emergere negli anni Ottanta del secolo scorso di una ben più dirompente “Questione settentrionale”, la quale ha avuto la sua espressione politica più pregnante nel cosiddetto leghismo, che molti politici e sociologi dell’epoca (soprattutto quelli di scuola “marxista”, particolarmente dotati nei ragionamenti “a testa in giù”) avevano rubricato come fenomeno folcloristico e passeggero: «Sono quattro poveri razzisti che non parlano bene neanche l’italiano, non contano nulla, non hanno futuro». Infatti…

Per Luca Zaia, Presidente della Regione Veneto, «Il vero spartiacque adesso è tra la modernità o l’essere conservatori, tra la visione di un paese federale moderno e innovativo o di un paese che continua a pensare al centralismo e all’assistenzialismo» (Verona Sera): sul terreno degli interessi squisitamente nazionali Zaia esprime una posizione quantomeno corroborata dai dati di fatto, contingenti e storici. Un parlamentare pentastellato ha dichiarato che «Per il M5S, sempre in direzione del rispetto della Costituzione, ogni percorso di autonomia non può prescindere dalla prioritaria individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni per evitare che ci siano cittadini di serie A e di serie B». Che ipocrisia! I «cittadini di serie A e di serie B» già ci sono, come tra l’altro testimonia la cosiddetta migrazione sanitaria (o «secessione della salute»), che vede molti cittadini meridionali cercare un miglior trattamento terapeutico negli ospedali del Nord.

La richiesta di autonomia rafforzata presentata da tre Regioni del Nord: Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, come applicazione del terzo comma dell’art. 116 della Costituzione (introdotto dal centrosinistra con la riforma del 2001 poi confermata da un Referendum) è fatta oggetto di aspre critiche che partono da due opposti versanti della politica nazionale.

I critici che fanno capo a una posizione che, tanto per intenderci, potremmo definire liberale (o “liberista”) non sono in linea di principio contrari all’autonomia rafforzata (o «regionalismo a geometria variabile») delle regioni che ne fanno richiesta, perché «se bene applicata» quell’autonomia potrebbe in effetti responsabilizzare il livello amministrativo regionale e potrebbe attivare una «dialettica democratica» più vivace e produttiva tra i decisori politici e i cittadini-elettori che potrebbero acquisire una maggiore capacità di controllo circa le spese dell’amministrazione regionale. Ma se l’autonomia rafforzata venisse «applicata male», si correrebbe il rischio di veder nascere nelle regioni autonome un centralismo su base regionale che con il tempo riprodurrebbe tutti i vizi generati dal centralismo statale: inefficienze, sprechi, clientelismo, assistenzialismo, intrusione della politica nella sfera economica («Proteggere le imprese del Nord non le renderebbe più forti, ma più assistite»), e così via. Una regione come la Lombardia, che oggi per molti aspetti rappresenta un modello di efficienza e di dinamismo economico-sociale che non ha niente da invidiare a quello esibito dalle regioni più ricche e moderne dell’Europa, potrebbe ricevere un grave danno da una «cattiva applicazione» dell’autonomia rafforzata.

Sull’altro versante troviamo il vastissimo fronte, che va da “destra” a “sinistra” (incluse le “estreme”), che teme appunto la «secessione dei ricchi» e rispolvera l’ormai ammuffita e maleodorante “Questione meridionale”. Molti sinistri sostengono che bisogna «costruire un largo movimento popolare di contrasto al federalismo per ricchi», ma nulla sulle vistosissime magagne economico-sociali prodotte dal centralismo statale. Dopo più di un secolo e mezzo dall’Unità d’Italia, siamo ancora qui a parlare di “Questione meridionale”, a dimostrazione che la cosiddetta «secessione dei ricchi» non è la causa della più che secolare arretratezza delle regioni meridionali, ma piuttosto uno dei “frutti avvelenati”, certamente quello politicamente più evidente ed esplosivo, di un assetto politico-istituzionale che fa acqua da tutte le parti non da oggi, non da qualche lustro, ma da decenni, e la cui inadeguatezza ha finito per produrre rilevanti conseguenze anche sul piano politico-istituzionale, come ho accennato poco sopra ricordando la nascita del fenomeno leghista.

Il divario economico-sociale tra le regioni del Nord e le regioni del Sud cresce sempre, quasi “per definizione”, come se la “dialettica” Nord-Sud fosse esposta a un’incoercibile legge di natura, e questo nonostante l’architettura sostanzialmente centralistica dello Stato Italiano dall’Unità in poi. Di più: la “Questione meridionale” nasce proprio insieme allo Stato unitario italiano, nel senso che nel 1861 lo scarto tra Nord e Sud era minimo, soprattutto nel campo della cantieristica navale, e che solo dopo il divario tra le due aree del Paese è cresciuto rapidamente fino a diventare un problema economico-sociale di prima grandezza (1). Le cause sono note, ed ebbero natura politica, economica e geopolitica. Con Cavour si affermò la linea dell’Indipendenza nazionale senza rivoluzione (2) e giocata in gran parte sullo scacchiere internazionale, in appoggio ora a questa, ora a quell’altra Potenza del tempo. Per accelerare lo sviluppo capitalistico del Paese, che avrebbe dovuto confrontarsi con potenze capitalistiche di prima grandezza come la Francia, la Germania, l’Austria e l’Inghilterra, la classe dirigente italiana preferì sacrificare l’ancora fragile industria meridionale e sostenere la più promettente struttura industriale del Nord, mentre attraverso la politica fiscale si realizzava un massiccio drenaggio di risorse finanziarie dal Sud al Nord. Nella divisione nazionale del lavoro al Mezzogiorno spettò soprattutto il compito di vacca finanziaria da smungere a piacimento, di fornitore di manodopera a basso costo, di fornitore di materie prime (soprattutto agricole) e di consumatore dei più “sofisticati” prodotti sfornati dall’industria settentrionale. In larga parte la cosiddetta epopea risorgimentale si configurò come una vera e propria annessione del Mezzogiorno italiano promossa dalla “Prussia italiana”, ossia dal Piemonte. La stessa Lombardia, per molti aspetti assai più progredita del Piemonte, si oppose a una soluzione centralista del problema politico-istituzionale, e il federalismo di Giuseppe Ferrari e Carlo Cattaneo per una brevissima stagione parve poter rappresentare un’alternativa praticabile. Non fu così. Scriveva Francesco Saverio Nitti nel 1900: «Il governo delle province, prefetti, intendenti di finanza, generali, ecc., è ancora adesso in grandissima parte nelle mani di funzionari del Nord. Non vi è nessun senso d’invidia in quanto diciamo. Ma vogliamo solo dire che se i governi fossero stati più onesti e non avessero voluto lavorare il Mezzogiorno, cioè corromperne ancor più le classi medie a scopi elettorali, molto si sarebbe potuto fare» (3).

Il brigantaggio (4) che si diffuse nelle campagne meridionali, e che l’Esercito Regio di marca Sabauda schiacciò con una violenza fino allora mai vista dalle “plebi” meridionali, fu il primo e certamente più vistoso sintomo di una “malattia” che accompagnerà il processo di modernizzazione capitalistica del Paese, e che, mutatis mutandis, è ancora attiva a oltre un secolo e mezzo dalla proclamazione dell’Unità nazionale.

Dal 1861 questo Paese ha assistito a uno sviluppo capitalistico incardinato su una struttura politico-istituzionale che ha fatto di tutto per depotenziare le contraddizioni sociali e rendere il meno conflittuale possibile il processo di modernizzazione del Paese. Di qui quel “compromesso storico” tra vecchie e nuove classi dirigenti politico-economiche che ha segnato la nascita di un “modello italiano” che, come si è detto, alla fine ha fatto bancarotta.

La “secessione dei ricchi” è in corso da decenni, e già all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso alla Fondazione Agnelli l’Italia appariva divisa in tre macroregioni: il Nord, economicamente e socialmente assai sviluppato, dinamico e competitivo, le cui performance capitalistiche erano di assoluto livello europeo e mondiale, al punto che soprattutto l’organizzazione a rete distrettuale del Nordest veniva assunta a modello da molti economisti tedeschi e giapponesi; il Centro, meno sviluppato e competitivo – se non sul terreno del «terziario avanzato» –, ma comunque ancora in grado di sostenere il confronto con la Francia (e poi con la Spagna), e infine il Mezzogiorno, con la sua secolare arretratezza socio-economica, la cui struttura economica era simile a quella del Portogallo e della Grecia. Scriveva l’economista Alberto De Bernardi nel 1991: «lo iato tra nord e sud non ha perso la sua drammaticità e pesa in termini enormi sulle potenzialità di sviluppo complessivo del paese» (5). La dissoluzione dei vecchi equilibri internazionali usciti dal Secondo conflitto mondiale hanno naturalmente accelerato processi lungamente maturati nel tempo.

La forza dell’economia, diceva il professor Gianfranco Miglio, il “teorico” del federalismo leghista, ridisegna la mappa geopolitica del Vecchio Continente, ma non ne fa scaturire nuovi assetti istituzionali, bensì «aree coerenti», agglomerati economici e sociali, cioè, che travalicano i vecchi confini nazionali e che mettono in crisi anche le vecchie istituzioni internazionali, entrambi disegnati su misura degli stati nazionali “ottocenteschi“. «Ecco la radice del neofederalismo […]. È un’idea molto democratica, perché fondata sulla libera volontà di stare insieme. È un nuovo diritto pubblico, fondato sul contratto, sulla puntualità di tutti i rapporti, sulla eliminazione dell’eternità del patto: si sta insieme per trent’anni, cinquant’anni, poi si ridiscute tutto. Ma per quel periodo l’accordo va rispettato» (6). Anche gli eventi occorsi ultimamente in Spagna, con la crisi catalana, si spiegano in larga misura con le dinamiche economiche, politiche e geopolitiche di cui parlava Miglio ormai ventisei anni fa.

Troviamo in quella posizione, da una parte la consapevolezza che le dinamiche economiche dominano la politica – anche se non si coglie la consapevolezza del sentiero estremamente contraddittorio lungo il quale tali dinamiche sono costrette a muoversi e a misurarsi con la realtà sociale nel suo complesso; e dall’altra l’illusione di poter realizzare assetti geopolitici dinamici, in grado, cioè, di adeguarsi tempestivamente alle continue trasformazioni sociali ed economiche che contraddistinguono l’epoca capitalistica. Il professore salutava come una nuova epoca di pace e di prosperità quella fondata non più sulla forza coercitiva della politica, ma sulla “benigna” forza dell’economia, la quale fa sì, ad esempio, «che non torneremo alla Grande Germania espansionistica, aggressiva, imperialista». A Miglio mancava evidentemente il concetto di Imperialismo come «fase suprema del Capitalismo», ma di questo si può “perdonarlo”, visto che non era un “marxista” – soprattutto del genere di quei “marxisti” che oggi difendono l’attuale assetto politico-istituzionale del Paese: «Difendere l’unità del nostro Paese è dunque indispensabile per recuperare in prospettiva pezzi di sovranità nazionale». Appunto, del vostro capitalistico Paese.

Com’è noto il progetto federalista dei primi anni Novanta non ebbe successo, e il berlusconismo in parte fu l’espressione di un nuovo compromesso tra le diverse dinamiche che mettevano (e che mettono) sotto sforzo l’assetto politico-istituzionale del Paese lungo l’asse Nord-Sud. Un compromesso che anche il Centro-sinistra accettò di buongrado, anche se per fini puramente politici (separare la Lega di Bossi da Berlusconi) seminò un elemento di potenziale destabilizzazione, aggiungendo con la riforma costituzionale del 2001 il comma 3 all’articolo 116, comma che prevede «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia» anche per le regioni a statuto ordinario. Ricordiamoci che ancora nel 1996 l’allora ministro dell’economia del “Governo ombra Padano”, Giancarlo Pagliarini, sostenne la necessità di «due casse e due monete, il Nord con l’euro e il resto fuori come vuole la Germania, perché non è giusto che la Padania sia esclusa dall’euro per colpa di Roma e del Sud arretrato». Nel frattempo il divario tra la “Padania” e il Sud arretrato non è affatto diminuito, tutt’altro, e la Lega Nord è diventata la Lega anti-euro di Matteo Salvini, cosa che è dispiaciuta moltissimo a un leghista “duro e puro” come Pagliarini, il quale ricorda con nostalgia i vecchi tempi: «Dicevamo che i vecchi Stati-nazione, quelli responsabili delle guerre mondiali, non avevano più senso. Discutevamo dell’Europa dei popoli. Adesso, 20 anni dopo, vedo che si dice anche a Bruxelles che “l’Unione europea deve ripensare se stessa, e dovrà riorganizzarsi al di là dei confini dei vecchi  Stati-nazione, nel segno dell’organicità e dell’omogeneità”. Questo è il futuro. Torniamo alla “Lega di una volta”. In un’area geografica era (ed è) razionale adottare una moneta unica in presenza di due condizioni: 1) economie relativamente omogenee, e 2) mobilità interna. L’economia del Mezzogiorno non era assolutamente omogenea con l’economia delle Regioni del Nord, e la mobilità interna era in una sola direzione. La lira era una moneta forte che stava “uccidendo” il Mezzogiorno e l’Euro sarà una moneta forte, insostenibile per il Mezzogiorno. Aderire uniti alla moneta unica sarebbe stato un disastro. La situazione era irrazionale ed era agevole prevedere che sarebbe stato sempre peggio. Per pagare gli interessi passivi, per mantenere i trasferimenti di solidarietà, e non potendo (per fortuna!) massacrare i cittadini con la tassa dell’inflazione, con l’Euro la pressione fiscale sarebbe aumentata. In un mercato unico e con una moneta comune le imprese del Nord avrebbero investito meno dei loro concorrenti ed avrebbero avuto una pressione fiscale più alta: dunque  sarebbero state sempre meno competitive, e l’economia del Mezzogiorno non si sarebbe comunque sviluppata. Anzi! Conclusione: l’unica soluzione era il trattato di separazione consensuale. Il Nord sarebbe entrata subito nell’Unione Monetaria mentre il Mezzogiorno, che non era competitivo e che nell’Unione Monetaria sarebbe stato stritolato, restava provvisoriamente fuori, con questi risultati immediati: 1) le imprese delle Regioni del Nord avrebbero potuto fare investimenti in settori “capital intensive” per tutelare la loro competitività. 2) con la droga delle svalutazioni competitive il Mezzogiorno sarebbe stato enormemente facilitato per attirare capitali e turismo. Ed esportare. E generare lavoro. Insomma si trattava di dare la necessaria sveglia all’economia delle regioni del Mezzogiorno» (Lettera a Salvini, L’intraprendente, 2015).

Scriveva ieri Paolo Favilli sul Manifesto (“quotidiano comunista”: sic!): «Lo Stato nazione in cui vivono gli italiani ha il momento fondante nel Risorgimento. Lì si trovano le basi della loro storia in comune, almeno fino ad oggi». Non c’è dubbio. Sono le basi di una storia che si è dipanata sotto il plumbeo cielo dei rapporti sociali capitalistici, i quali, lo ricordo solo per pignoleria, diciamo, sono rapporti sociali che attestano il dominio di classe dei detentori di capitali sulle classi nullatenenti che vivono di salario, ossia di lavoro mercificato – vedi Art. 1 della Costituzione Italiana. Dominanti e dominanti hanno in comune una storia di dominio e di sfruttamento, nel senso che i primi dominano e sfruttano i secondi: una gran bella storia, non c’è che dire. In quanto nullatenente a chi scrive questa storia fa schifo, e non poco! E poi, cosa c’entra il Risorgimento considerato come l’espressione di una rivoluzione nazionale-borghese, e quindi come un momento storicamente progressivo, con i nostri ultrareazionari tempi? Quando Mussolini aderì al Primo macello imperialistico mondiale straparlando di “Secondo Risorgimento”, o di “compimento del Risorgimento”, i marxisti dell’epoca lo spernacchiarono come traditore del Socialismo e ignorante dell’ABC del materialismo storico. Oltre un secolo dopo a “sinistra” c’è ancora gente che sventola il vessillo (l’ideologia) risorgimentale!

Scrive Massimo Villone, sempre sul noto “quotidiano comunista” (strasic!): «Siamo allo Stato che si dissolve»: ma magari! verrebbe da dire. Purtroppo non è così. Forse potrebbe dissolversi l’impalcatura politico-istituzionale che tanto piace ai sinistri più o meno “radicali”, soprattutto a quelli nostalgici della “Prima Repubblica”, quando ancora c’era il PCI e il Muro di Berlino. Ma ascoltiamo il lamento di Villone: «Un paese frantumato in un vestito di Arlecchino. Questa è l’Italia che alcuni vorrebbero per domani. È un’Italia in cui non ci riconosciamo. Non è quella che ci hanno consegnato i nostri padri, dal Risorgimento alla Resistenza alla Costituente, passando per guerre, lutti e infiniti sacrifici». In quanto proletario anticapitalista io non mi sono mai riconosciuto in quest’Italia escrementizia, così come, ovviamente, non mi sono mai riconosciuto in alcun Paese del pianeta. Io nutro un invincibile odio nei confronti del “patriota” che rivendica «guerre, lutti e infiniti sacrifici». Abbasso l’Italia, centralista, regionalista o federalista che sia! Caspita, mi sono infervorato.

Per rasserenarmi leggo qualche passo tratto dal Testamento politico di Carlo Pisacane (24 giugno 1857), il celebre «rivoluzionario e patriota italiano» vicino alle correnti del socialismo europeo: «Nel momento d’intraprendere un’arrischiosa impresa, voglio manifestare al paese le mie opinioni, onde rimbeccare la critica del volgo, corrivo sempre ad applaudire i fortunati e maledire i vinti» No, al rivoluzionario napoletano non si può appiccicare l’ignobile etichetta di “populista”. Ma riprendiamo la citazione: «I miei principi politici sono abbastanza noti; io credo che il dolo socialismo espresso nella formola “Libertà ed Associazione”, sia il solo avvenire non lontano della Italia, e forse dell’Europa. […] Per me dominio di casa Savoia o dominio di casa d’Austria è precisamente lo stesso. Credo eziandio che il reggimento costituzionale del Piemonte sia più dannoso all’Italia che la tirannide di Francesco II. […] Sono convinto che il miglioramento dell’industria, la facilità del commercio, le macchine ecc., per una legge economica e fatale, finché il riparto del prodotto è frutto della concorrenza, accrescono questo prodotto, ma l’accumulano sempre in ristrettissime mani e immiseriscono la moltitudine; e perciò questo vantato progresso non è che regresso. Se vuole considerarsi come progresso, lo si deve nel senso che, accrescendo i mali della plebe, la sospingerà a una terribile rivoluzione, la quale cangiando d’un tratto tutti gli ordinamenti sociali, volgerà a profitto di tutti quello che ora è a profitto di pochi. […] Sono persuaso che se l’imprese riesce, avrò il plauso universale: se fallisce, il biasimo di tutti: mi diranno stolto, ambizioso, turbolento» (7). Com’è noto l’impresa non riuscì, e Pisacane cadde a Sanza (Salerno), per la gioia dei «molti che mai nulla fanno e passano la vita censurando gli altri».

Leggo da qualche parte: «Difendere l’unità del nostro Paese è dunque indispensabile per recuperare in prospettiva pezzi di sovranità nazionale». Appunto, del vostro capitalistico Paese. Quanto alla «sovranità nazionale», giusto i sovranisti di “destra” e di “sinistra” possono ancora avere fede in questa gigantesca menzogna che si rivela tale ovunque nel mondo, a partire dal Venezuela, la cui “sovranità” si riduce alla scelta di quale Imperialismo deve sostenere il destino del Paese: Stati Uniti? Europa? Russia? Cina?

È vero che per le classi subalterne il peggio non ha fine, che per i nullatenenti il peggio è sempre dietro l’angolo, ma non è difendendo un assetto politico-istituzionale piuttosto che un altro che essi possono difendere i propri interessi immediati, senza parlare della possibilità di una loro emancipazione sociale, di un loro affrancamento dagli odierni rapporti sociali. Solo la costruzione dell’autonomia di classe può consentire alle classi subalterne di approntare gli strumenti idonei a rispondere a una condizione sociale che si fa sempre più dura e precaria: è la “secessione dei poveri” quella che ci vuole, contro tutti (centralisti, regionalisti, federalisti) i sostenitori dello status quo sociale.

Come proletario e anticapitalista nato in Sicilia ho sempre avuto nella massima antipatia il vittimismo meridionalista che si annida in ogni ambiente sociale del Mezzogiorno. Ci si approccia allo «sviluppo ineguale» della società italiana come a qualcosa di naturale e inevitabile, come a un destino cinico e baro, come a un complotto organizzato dai cattivi e ricchi settentrionali «che rubano il nostro lavoro e le nostre ricchezze». E poi naturalmente ci si acconcia a ogni tipo di assistenzialismo e di clientelismo: «È giusto che lo Stato pensi ai più bisognosi». Come no! E la lotta di classe? «Votare è più comodo e meno rischioso. E poi la lotta di classe è un concetto vecchio, mentre il reddito di cittadinanza rappresenta il nuovo». Già, il “nuovo” che avanza…

(1) «È ormai certo che, al momento dell’unificazione del Regno di Sardegna con il Regno delle due Sicilie, con la proclamazione del Regno d’Italia il 17 marzo del 1861, le condizioni economiche del Nord e del Sud non fossero, poi, così distanti fra di loro. Un recente studio mette in evidenza proprio quest’aspetto, soprattutto attraverso l’analisi statistica del PIL pro capite. Se mai, si può tranquillamente affermare che fra Nord e Sud vi fossero delle differenze di ordine strutturale ed organizzativo in campo economico- produttivo. […] Il divario fra il Nord ed il Sud del Regno si cominciò a manifestare subito dopo l’Unità con l’introduzione della tariffa liberista che distrusse l’industria meridionale fortemente protetta.  […] Al colpo inferto all’industria meridionale con le tariffe liberiste postunitarie si aggiunse quello delle tariffe liberiste della metà degli anni ’80 per l’agricoltura. Era la rovina per l’economia del Mezzogiorno. […] L’avvio nel primo Novecento dell’industrializzazione italiana, seguì di poco, quindi, la rovina dell’economia meridionale. [… ] Nei primi anni del ‘900, dunque, il Nord si trova con una maggiore dotazione di infrastrutture e con una serie di iniziative imprenditoriali industriali, fattori che determinano il divario nelle condizioni economiche complessive con il sud. Nasce la questione meridionale» (G. Cantarella, A. Filocamo, Economia italiana e del Mezzogiorno, pp. 24-27, Università degli di Reggio Calabria, PDF, 2013).
Francesco Saverio Nitti, nel suo Il bilancio dello Stato dal 1862 al 1897, scrisse che l’Italia del Regno delle Due Sicilie portava in dote allo Stato unitario «minori debiti e più grande ricchezza pubblica», e ricordò che nel primo periodo si ebbe un notevole «esodo di ricchezza dal Sud al Nord»: «Nei venti anni che seguirono l’unità, le più grandi fortune furono fatte quasi esclusivamente dagli imprenditori di opere di Stato: e fra essi non vi erano quasi meridionali, come un documento parlamentare, presentato dall’on Saracco, dimostra a evidenza. La situazione della Valle Padana ha reso più facile la formazione delle industrie, cui la politica finanziaria dello Stato, in una prima fase, e in una seconda le tariffe doganali, hanno preparato l’ambiente; di quasi tutte le industrie di cui lo Stato italiano negli ultimi trenta anni ha voluto assumere la protezione, nessuna quasi è meridionale: dalla siderurgia allo zucchero, dalle industrie navali alle industrie tessili, ecc., tutto è nelle mani degli stessi gruppi capitalistici» (La finanza italiana e l’Italia meridionale, 1912).
(2) «Barrington Moore e altri sociologi hanno indicato la rivoluzione agraria come uno dei principali agenti della modernizzazione di ina società industriale. Il fatto che in Italia questo fenomeno non si sia verificato non è quindi senza conseguenze. Il complesso rapporto tra città e campagna ha modellato infatti i rapporti tra le diverse classi dirigenti, determinando quel compromesso tra è élites tradizionali e élites industriali che ha inciso profondamente sulla lentezza dei processi di modernizzazione della società italiana. alla formazione di questo “blocco storico” ha infatti contribuito la persistenza di una proprietà fondiaria forte e indipendente, in grado di controllare i meccanismi del sistema politico e di presiedere alla selezione delle classi dirigenti» (A. De Bernardi, Città e campagna nella storia contemporanea, in AA. VV. Storia dell’economia italiana, III, p. 275, Einaudi, 1991).
(3) F. S. Nitti, Nord e Sud, p. 11, 1900, Casa Editrice Nazionale Roux Roux e Viarengo, 1900.
(4) «Per le plebi meridionali il brigante fu assai spesso il vendicatore e il benefattore: qualche volta fu la giustizia stessa. Le rivolte dei briganti, coscienti o incoscienti, nel maggior numero dei casi ebbero il carattere di vere e selvagge rivolte proletarie. Ciò spiega quello che ad altri e a me e accaduto tante volte di constatare; il popolo delle campagne meridionali non conosce assai spesso nemmeno i nomi dei fondatori dell’unità italiana, ma ricorda con ammirazione i nomi dell’abate Cesare e di Angelo Duca e dei loro più recenti imitatori» (F. S. Nitti, Scritti sulla questione meridionale, p. 44, Laterza, 1958).
(5) A. De Bernardi, Città e campagna nella storia contemporanea.
(6) Ex uno Plures, su Limes 4/93
(7) Testamento politico di Carlo Pisacane consegnato il giorno prima di partire per l’impresa di Sapri alla giornalista inglese Jessie White.