IL PUNTO SULLA SIRIA E SUL SISTEMA MONDIALE DEL TERRORE

SYRIA-CONFLICT

La guerra contro il Califfato Nero è un mero pretesto politico, diplomatico e ideologico dietro il quale nascondere agli occhi della cosiddetta opinione pubblica internazionale la più classica delle competizioni interimperialistiche per il Potere: solo gli sciocchi e gli ingenui tardano a capire questa elementare verità che diventa sempre più evidente massacro dopo massacro, fallimento diplomatico dopo fallimento diplomatico – o gioco delle parti che dir si voglia.

«La Turchia si dice pronta ad affiancare l’Arabia Saudita in un’operazione di terra in Siria, se la Coalizione anti-Is appronterà questa strategia». Nel frattempo la stessa Turchia attacca i curdi, «che nell’area di Aleppo si battono contro l’Is», e, insieme all’Arabia Saudita, appoggia sempre più apertamente l’«opposizione democratica sunnita» che si batte contro il regime sanguinario di Assad. Mosca dichiara di voler intensificare, e di molto, i raid aerei per sradicare definitivamente lo Stato Islamico dalla Siria; lodevole – si fa per dire – intenzione che corrisponde in realtà a una promessa di morte consegnata all’opposizione armata siriana anti-Assad. Iraniani sul terreno e russi dal cielo: il macellaio di Damasco ha di che rallegrarsi, almeno per adesso. Bashar al-Assad sfoggia comunque il solito ottimismo: «Riconquisterò tutto il Paese ma potrebbe volerci molto tempo e un alto prezzo» – soprattutto in vite umane, si capisce.

Ancora più alto di quello già pagato dal disgraziato popolo siriano? Davvero il peggio non conosce limite. La martirizzata e inerme popolazione siriana è presa in mezzo dagli opposti interessi: c’è chi muore a causa di un raid aereo russo (ma anche le artigianali barrel bombs gettate sulla gente dagli elicotteri siriani fanno bene il loro sporco lavoro) o in seguito a una micidiale controffensiva terrestre dell’esercito “regolare” o delle milizie anti-Assad; c’è chi muore per fame, come gli internati nei campi di sterminio nazisti (Primo Levi lo aveva intuito: la radice del Male è ancora attiva; io dico: sempre più attiva), e ci sono le moltitudini che scappano dal teatro di guerra per andare a bussare alle porte della – cosiddetta – Fortezza Europa. Molti profughi, poi, sperimentano il mare d’inverno, o d’inferno, e muoiono in un macabro stillicidio che ormai non commuove più nessuno. La nostra soglia del dolore è molto adattabile alle circostanze, e l’etica deve fare i conti con la routine quotidiana.

obama-e-putin-in-siria-737216Intanto Washington continua a controllare la situazione a distanza di sicurezza (ma sempre più ravvicinata), lasciando agli alleati in loco il lavoro sporco; tuttavia un suo coinvolgimento diretto militare in Siria non è affatto scongiurato: «Il segretario di Stato Usa John Kerry in un’intervista a Orient Tv di Dubai avverte che se “il presidente siriano Assad non terrà fede agli impegni presi e l’Iran e la Russia non lo obbligheranno a fare quanto hanno promesso, la comunità internazionale non starà certamente ferma a guardare come degli scemi: è possibile che ci saranno truppe di terra aggiuntive». «Truppe di terra aggiuntive» a stelle e strisce? Il Presidente Obama assicura che non ci sarà un nuovo Iraq, ma sostiene anche che Putin e Assad devono smetterla di concentrare i loro sforzi nel tentativo, peraltro abbastanza riuscito, di annientare i «gruppi di opposizione legittimi». Ma su cosa si debba intendere per «gruppi di opposizione legittimi» e per «forze terroristiche» non c’è ovviamente comunanza di idee nei vari tavoli diplomatici e nelle Conferenze sulla “sicurezza e sulla pace”, le quali si esauriscano puntualmente in un nulla di fatto in attesa di poter ratificare i rapporti di forza creati sul campo. (Allora perché si tengono? Perché all’opinione pubblica e ai media bisogna pur vendere qualcosa: la propaganda non è un optional!). Come insegna la geopolitica di orientamento realista (la stessa che, ad esempio, in queste ore consiglia Roma a non polemizzare troppo con il Cairo), l’amico è per definizione legittimo, mentre il nemico facilmente viene rubricato come terrorista: il tutto si riduce dunque a questa realistica domanda: amico o nemico di chi?

Imminente sembra invece un intervento militare americano in Libia, in sinergia con gli alleati della Nato; l’operazione pare essere pronta fin nei dettagli e si tratterebbe solo di stabilire il momento più opportuno per renderla effettiva. Si parla comunque di pochi giorni. A quanto pare le aziende italiane presenti in Libia hanno già ricevuto l’ordine di rimpatriare il loro personale che si trova ancora presso i giacimenti. Per evitare discussioni con Roma, già scottata dall’intervento militare del 2011, all’Italia sarebbe chiesto solo l’uso logistico della base militare di Sigonella per i rifornimenti. Ma sul tipo di partecipazione militare dell’Italia nell’ambito di questa ennesima operazione “antiterroristica” rimangono diversi nodi da sciogliere. In ogni caso, il governo italiano rivendica un ruolo di primissimo piano nell’operazione, per i forti interessi economici che l’Italia vanta nel Paese africano, per la sua collocazione geopolitica e per il noto retaggio storico.

Il Premier russo Dmtri Medvedev ha dichiarato che le relazioni fra Russia e Occidente sono tornate al punto di «una nuova guerra fredda»; i leader dei Paesi dell’Est europeo un tempo “fraternamente” associati all’Imperialismo “sovietico” l’hanno subito corretto: dopo la Crimea e la Siria non si può più parlare di Guerra Fredda, ma piuttosto di Guerra Calda. Inutile dire che tutto questo parlare di nuova Guerra Fredda ha fatto venire i lucciconi agli occhi ai numerosi nostalgici del mondo precedente la caduta del Muro di Berlino: come sarebbe bello (per questi non invidiabili personaggi, s’intende) se il virile Vladimir si convertisse al “comunismo”!

«Siamo in una guerra perché il terrorismo ci combatte», ha detto il premier francese Manuel Valls dal pulpito della Conferenza di Monaco sulla Siria. No, siamo in guerra perché il Sistema Mondiale del Terrore da sempre terrorizza, sfrutta, saccheggia e massacra l’umanità e la natura. Come ho sostenuto altre volte, di questo sistema mortifero fanno parte tutte le nazioni, tutti gli Stati (eventualmente anche in guisa di Califfati Neri!), tutte le Potenze: grandi e piccole, globali e locali. Anche l’attivismo italiano in Africa e, ovviamente, in Libia deve essere letto alla luce di quanto appena scritto. Non dimentichiamo che i raid aerei francesi contro il regime di Gheddafi nel marzo 2011 ebbero come primo obiettivo gli interessi italiani in quel Paese che galleggia sul petrolio e sul gas, come peraltro non mancò di denunciare l’allora inascoltato e riluttante Premier Berlusconi, sbertucciato apertamente dalla Merkel e da Sarkozy. Ma allora i “pacifisti” osservarono il più assoluto silenzio, godendosi gli imbarazzi, le contraddizioni e le difficoltà del “puttaniere di Arcore”, amico dell’ex dittatore di Tripoli, oltre che di Putin.

Questo solo per dire che anche il Belpaese, nel suo piccolo, è parte organica del Sistema Mondiale del Terrore. Quando riflettiamo sul cosiddetto terrorismo di matrice islamica che viene a massacrarci in casa nostra, mentre beviamo una birra o ascoltiamo della musica, sforziamoci di allargare la nostra visuale fino ad abbracciare un terrorismo sistemico ben più grande, che lo comprende, e che ci dichiara guerra tutti i santi giorni.

«La minaccia», ha continuato il progressista Valls, «non diventerà minore. È mondiale. Ci saranno altri attacchi, attacchi su vasta scala, è una certezza. Questa fase di “iper-terrorismo” durerà a lungo, forse un’intera generazione, anche se dobbiamo combatterla con la massima determinazione». Di qui lo stato d’emergenza permanente dichiarato in Francia. Su questo punto rimando a un mio precedente post (Stato di diritto e democrazia). Ora, dal mio punto di vista ciò che appare più odioso non è tanto osservare i movimenti dei miei nemici (coloro che, a vario titolo, servono il Dominio), i quali dopo tutto fanno i loro interessi e il loro mestiere, secondo una logica del tutto comprensibile, sebbene spesse volte essa appare contorta nella sua fenomenologia politica; mi risulta assai più odioso constatare l’impotenza di chi subisce sulla propria pelle quegli interessi e quell’azione al servizio delle classi dominanti. Parlo della Siria, dell’Italia, della Francia, della Russia, della Cina: del mondo.

Il Manifesto l’altro ieri ha salutato Giulio Regeni con il solito invito, diventato ormai l’ennesimo luogo comune del politicamente corretto di marca sinistrorsa, a restare umani. Ma che “restiamo umani” d’Egitto! Piuttosto diventiamo umani. Devo essere sincero: la vedo brutta.

IL NERO E IL NERO

raobaSe una strategia volta al regime change non funziona, e se la cosa è testimoniata da una lunga pratica, non è forse il caso di sostituirla al più presto con un’altra strategia anche solo in teoria migliore, ossia più intelligente e più in sintonia con l’epoca, di quella fallimentare sperimentata lungamente nel passato? È la domanda, abbastanza suggestiva (nel senso che suggerisce la risposta), che oggi il pragmatico  Sergio Romano rivolge ai suoi lettori dalle colonne del Corriere della Sera. La risposta è quella che ognuno può immaginare senza dar fondo alla propria fantasia “geopolitica”: certo che sì!

Tanto più, osserva sempre l’ex ambasciatore, che «Se la politica di Obama favorirà i viaggi e gli scambi, i cubani della Florida potrebbero avere, all’interno della società cubana, il ruolo di provvidenziale quinta colonna». Ma c’è di più, molto di più: «Per molti anni l’embargo è stato l’arma di cui i Castro potevano servirsi per mobilitare il patriottismo latino-americano contro l’arroganza dell’impero del Nord. Oggi, per merito di Obama, quell’arma è spuntata». Invasione economica e culturale (nel gergo geopolitico si chiama soft power) più indebolimento politico ideologico del regime castrista: e il gioco, dice Romano, è subito fatto. Solo degli sciocchi potrebbero opporsi a una siffatta geniale strategia. Qui il Nostro sembra sottovalutare i cospicui interessi economico-finanziari e politici di chi per decenni ha lucrato sulla precedente strategia americana di “contenimento”.

Non bisogna tuttavia dimenticare il convitato di pietra che sta al centro del ragionamento fin qui stilizzato: la Cina. La presenza del Celeste Capitalismo in America Latina è un fatto che certo non lascia indifferente gli USA.

Quando Cuba faceva parte dell’«Impero del Male» centrato sull’Unione Sovietica il «contenimento militare» e la politica dell’embargo e delle sanzioni economiche potevano soddisfare gli interessi imperialistici degli Stati Uniti in quello che è sempre stato il suo cortile di casa. Finita la Guerra Fredda, crollata miseramente la Superpotenza rivale, mutato, anzi sconvolto il quadro della competizione capitalistica globale con l’ascesa della Cina ai vertici dell’Imperialismo mondiale, si è dunque resa necessaria da parte degli USA l’implementazione di una nuova strategia, il cui obiettivo è sempre lo stesso: conquistare, mantenere e rafforzare l’egemonia sistemica, se non un vero e proprio dominio, su tutto l’emisfero occidentale chiamato America. Todos somos americanos, come continua a ripetere il Presidente Obama.  Mutatis mutandis, lo stesso schema interpretativo può essere esteso alle relazioni USA-Iran dopo il noto e sempre più controverso accordo sul nucleare iraniano.

Naturalmente non è affatto detto che la nuova strategia imposta agli Stati Uniti dai tempi si affermerà nel breve periodo e senza incontrare contrasti, tutt’altro, e basta seguire i media americani per capire quanto sia immangiabile la minestra geopolitica cucinata in questi anni da Obama presso una parte consistente della cosiddetta opinione pubblica e dell’establishment del Paese. Ma nessun pasto è gratis in regime capitalistico, nemmeno ai piani alti del Sistema.

A differenza dell’Imperialismo Russo (da Stalin a Putin), quello cinese fonda la sua capacità di espansione e di radicamento non sulla potenza politico-militare, bensì sulla potenza economica – industriale e finanziaria, ma in prospettiva anche tecnologica e scientifica. Come ho altre volte sostenuto, è proprio nel cosiddetto soft power che bisogna individuare il cuore pulsante del moderno Imperialismo: a suo tempo Hitler non lo capì e pensò bene di dichiarare guerra agli Stati Uniti, seguito a ruota del noto statista di Predappio.

Fin quando si è trattato di mostrare i muscoli, Washington ha sempre avuto facile gioco (vedi lo Scudo Spaziale di Reagan, ad esempio, o le guerre dei Bush), mentre i grattacapi sono insorti quando la potenza americana ha dovuto fare i conti con strategie competitive che si beffavano bellamente di quei muscoli: sto alludendo agli “amici” europei (tedeschi in primis) e giapponesi. Anzi, quegli amici si giovavano, e in parte si giovano ancora, del logorio materiale e “morale” connesso a quella virile esibizione. Contenere la capacità espansiva della Cina con la strategia usata ai bei (lineari, prevedibili fino alla noia) tempi della Guerra Fredda per Washington è qualcosa di impensabile.

«È evidente a tutti», scrive Mimmo Candido sul Corriere della Sera, «che un tempo si era consumato, e che la storia dell’isola – pur bloccata sempre dalle rigidità ufficiali che la Guerra fredda aveva dimenticato nelle acque del Caribe – scivolava ormai inesorabilmente verso un tempo nuovo, dove il “dovere rivoluzionario” era una sovrastruttura che valeva nelle manifestazioni liturgiche del regime ma non inglobava più i sentimenti reali di gran parte della società, se non di tutta la società». La società cubana è stata vittima della Guerra Fredda, e non bisogna dimenticare che il regime castrista si è schierato al fianco di uno dei due maggiori protagonisti di quella Guerra, che agli occhi di chi scrive aveva anche il torto di chiamarsi “comunista”. Quel regime avrebbe potuto fare altre scelte per difendersi dalle mire imperialistiche a stelle e strisce? Non saprei dire. La scienza del poi è poco istruttiva per chi intende capire il processo sociale colto nella sua dimensione mondiale. Ciò che però mi sento di affermare con una certa convinzione è che allora il novero delle scelte si restringeva al campo capitalista, anche a causa della natura borghese della tanto mitizzata rivoluzione cubana. A piangere le conseguenze di quel confronto interimperialistico sono stati i nullatenenti cubani, sacrificati anche sull’altera della difesa di una patria che col socialismo non aveva nulla a che spartire, nemmeno alla lontanissima, se così si può dire.

Ecco perché il «rosso» oggi evocato dal Manifesto (Il rosso e il nero, come recita il titolo dell’editoriale che apre il cosiddetto «giornale comunista») mi suona odiosamente retorico, oltre che prevedibile e di una banalità che sconfina nell’insulsaggine.

CADE ANCHE IL MURO CUBANO?

che__700Ieri sera un amico di recente acquisizione e di nessuna “cultura politica” mi ha detto che il miglior regalo per il mio compleanno l’ho ricevuto, a quanto pare a mia insaputa, «da Castro, Obama e Papa Francesco: non sei contento?» E poi si è complimentato per la riflessione da me postata ieri su Facebook, che si concludeva come segue: «Signori, il clima, almeno quello geopolitico, mi sembra prettamente natalizio. Molto freddo! Non ci rimane che indossare un bel cappotto. “Color grigio/verde militare?”. Il solito pessimista! Il quale evidentemente non conosce la novità del giorno: “Passi storici per un nuovo corso: così la Casa Bianca commenta la svolta nelle relazioni fra Stati Uniti e Cuba con una serie di misure che allentano l’embargo su L’Avana. Il Vaticano avrebbe giocato un ruolo da garante nelle trattative fra Stati Uniti e Cuba, iniziate lo scorso anno” (ANSA). E già mi sento più natalizio! Grazie Francesco. E buon compleanno anche a te».

Naturalmente mi sono messo a ridere: «Padre, perdonalo perché non sa quel che dice!». E giù risate contagiose, perché anche il poveretto s’è messo a ridere: «Ma perché stiamo ridendo, poi?». L’ho rinviato al mio modestissimo Blog per farsi almeno un’idea circa la mia posizione sul “socialismo caraibico”.

Todos somos americanos! La destra estrema americana e la sinistra estrema planetaria fedele all’infinita «Rivoluzione Cubana» non sono d’accordo: «Nessuna accondiscendenza: ora e sempre resistenza!» Resistenza “anticomunista”, da un lato, resistenza “antimperialista” dall’altro. A mio modesto avviso, due facce di una stessa medaglia: quella che ripropone sempre di nuovo la contesa interimperialistica come unico orizzonte possibile. Ci sono poi quelli che si chiedono chi abbia vinto: la democrazia americana o il “socialismo” cubano?  Scrive oggi Franco Venturini sul Corriere della Sera: «Davide e Golia si sono dati la mano, con reciproche concessioni (lo scambio di spie o presunte tali), con reciproca dignità, e soprattutto con una pragmatica constatazione, questa soltanto americana: cinquant’anni di inimicizia e di embargo hanno aiutato più che danneggiato il comunismo castrista, sono stati la sua stampella nei momenti difficili, hanno esaltato il nazionalismo che più dell’ideologia politica è da sempre la base del regime».

Ci sarà tempo per analizzare attentamente le cause, interne e internazionali, e la reale portata geopolitica della «svolta storica» reclamizzata forse con eccessiva enfasi dai media di tutto il pianeta; oggi desidero semplicemente ripetere per l’ennesima volta, anche a beneficio della mia amica, che il «comunismo castrista», da sempre base politico-ideologica del regime cubano post Batista (1959), non ha mai avuto nulla a che fare né con il comunismo né con il socialismo, ancorché “reale” e con caratteristiche tropicali*.

Ecco perché nella primavera del 2012, quando l’allora Pastore Tedesco Ratzinger volò a Cuba per dire che «il marxismo si è rivelato una strada senza via d’uscita», criticai i “marxisti” nostrani che, anziché approfittare dell’occasione per denunciare lo stalinismo con caratteristiche cubane venduto al mondo come “socialismo” e rivoluzione permanente (la mitica «Rivoluzione Cubana»), obiettarono al santissimo Padre che «se il socialismo è morto anche il capitalismo non sta poi così bene», e che se i comunisti mangiano i bambini, lo fanno «per evitare che finiscano nelle luride mani dei preti pedofili». Un po’ pochino per i miei difficili gusti. Ma questo i nostalgici della Guerra Fredda e dei Muri (dopo quello di Berlino è caduto anche quello dell’Avana?) non possono capirlo.

 

* Ancora nell’anno di grazia 2014 è possibile leggere la seguente balla speculativa: «La rivoluzione del 1959 dissolve il vecchio apparato statale borghese e permette alle masse di accedere al potere per costruire una società nuova, basata sulla giustizia sociale» (L. Vasapollo, J. S. Cabrera Albert, Vivir bien o muerte!, p. 43, Datanews, 2013). Sulla natura storico-sociale della rivoluzione cubana del ’59 e della «società nuova» edificata a Cuba, rimando al post Riflessioni sulla rivoluzione cubana.

Leggi anche: RICORDANDO EL PATRIOTA DI CARACAS

laurel-and-hardy-laurel-and-hardy-30795541-1024-768-740x350Postato su Facebook il 20 dicembre 2014

CASTRO, MADURO E LA MALAPOTENZA

Secondo Luciano Capone, «Quando uno dei più longevi regimi ateo-marxisti della storia riprende le relazioni diplomatiche ed economiche con il paese capitalista per eccellenza, grazie alla mediazione del Papa, vuol dire che qualcosa è profondamente cambiato» (Il Foglio, 20/12/14). Ma potrebbe anche dire che la definizione del regime cubano come “ateo-marxista” è semplicemente comica. Almeno la cosa fa ridere chi scrive. Ah, ah, ah!… Mi scuso, asciugo le lacrime e mi ricompongo. Ancora Capone:

«“Possono mettersi le loro sanzioni dove sanno, questi yankee insolenti”, aveva dichiarato Maduro, che dopo un paio di giorni si è trovato di fronte a un accordo tra Cuba e gli yankee, di cui evidentemente non era stato informato: “Dobbiamo riconoscere che la riparazione storica nei confronti di Cuba è un gesto coraggioso da parte di Obama”, ha commentato il presidente venezuelano». Ah, ah, ah! Qui siamo a Oggi le comiche!! Come si fa a non ridere?!

«Il disgelo tra Cuba e gli Stati Uniti ha tolto al chavismo anche la logora arma propagandistica del “Satana imperialista” e ha dato ulteriore vigore all’opposizione: “Nicolás, Raúl ti ha messo un’altra volta in ridicolo”, ha dichiarato il leader dell’opposizione Henrique Capriles Radonski. E in effetti la svolta inaspettata, almeno a Caracas, di Raúl Castro non fa altro che danneggiare il consenso interno di un Maduro già a corto di dollari, petrolio e carisma». Questo, invece, non farà di certo ridere il regime venezuelano.

FIRE AND FORGET! TORTURA E DIMENTICA!

jack-nicholson-codice-onoreDal film Codice d’onore, 1992:

Tu non puoi reggere la verità. Figliolo, viviamo in un mondo pieno di muri e quei muri devono essere sorvegliati da uomini col fucile… Chi lo fa questo lavoro? Tu? O forse lei, tenente Weinberg? Io ho responsabilità più grandi di quello che voi possiate mai intuire. Voi piangete per Santiago e maledite i marines. Potete permettervi questo lusso. Vi permettete il lusso di non sapere quello che so io: che la morte di Santiago, nella sua tragicità, probabilmente ha salvato delle vite. E la mia stessa esistenza, sebbene grottesca e incomprensibile ai vostri occhi, salva delle vite. Voi non volete la verità perché nei vostri desideri più profondi, che in verità non si nominano, voi mi volete su quel muro! Io vi servo in cima a quel muro! Io non ho né il tempo né la voglia di venire qui a spiegare me stesso a un uomo che passa la sua vita a dormire sotto la coperta di quella libertà che io gli fornisco. E poi contesta il modo in cui gliela fornisco! Preferirei che mi dicesse: la ringrazio… e se ne andasse per la sua strada. Altrimenti gli suggerirei di prendere un fucile e di mettersi di sentinella. In un modo o nell’altro io me ne sbatto altamente di quelli che lei ritiene siano i suoi diritti.

codtom«I duri metodi utilizzati dalla Cia sono contrari e incompatibili con i valori del nostro Paese»: lo ha detto l’altro ieri il contrito Presidente americano Barack Obama dopo la pubblicazione del rapporto licenziato dalla Commissione Intelligence del Senato americano. Potere, profitti e denaro: ecco, in brutale e sicuramente rozza e deficitaria sintesi, i “valori americani”. Ma anche i valori italiani, europei, russi, cinesi, indiani e così via. Mi dispiace deludere qualcuno, ma dalle mie parti l’antiamericanismo, soprattutto se spacciato per “anticapitalismo” e “internazionalismo”, non trova alcun appiglio.

Rispetto ai regimi totalitari come quello con caratteristiche cinesi, i quali non avvertono il bisogno di lavare i panni sporchi in pubblico (salvo, come accade appunto in Cina, nei casi di corruzione: chissà poi perché…), il regime democratico può permettersi il lusso di un maggior tasso di “autocritica”, ossia di ipocrisia, e così, a risultato ottenuto, proclamare urbi et orbi che «queste cose non dovranno ripetersi mai più, perché sono contrarie ai nostri valori». Questo, beninteso, ripetuto sempre di nuovo, guerra dopo guerra, tortura dopo tortura, violenza dopo violenza, repressione dopo repressione. Anche le vicende razziali made in Usa di questi giorni sono, sotto questo rispetto, molto significativi.

Finora la strategia democratica, che esprime una grande capacità di controllo sociale da parte delle classi dominanti, ha dato eccellenti risultati, a dimostrazione che i leader di turno possono benissimo sparare sul Quartier Generale senza mettere minimamente in questione lo status quo sociale, la cui difesa con ogni mezzo necessario rappresenta l’imperativo categorico dello Stato, democratico o autoritario che sia.

Gli Stati Uniti non hanno torturato i loro enemy aliens contro il Diritto, come lamentano gli ideologi dello Stato di Diritto, ma con pieno Diritto: quello che gli deriva dai loro interessi e dalla loro potenza. Scrivevo su un post del 31 ottobre, dal significativo titolo La dialettica democratica: bastone e carota: «Secondo Marx “Il diritto non è che il riconoscimento ufficiale del fatto”. E il fatto sta in questi asciutti termini: in democrazia come in regime dichiaratamente autoritario lo Stato difende gli interessi delle classi dominanti. Per conseguire questo legittimo obiettivo, il Moloch usa quei mezzi che nelle diverse circostanze meglio si prestano alla bisogna. Sotto questo aspetto, la facoltà concessa ai sudditi di scegliere l’albero politico-ideologico a cui impiccarsi, soprattutto durante la celebrazione della Sacra Messa Elettorale, e il ricorso alla repressione violenta dei movimenti sociali fanno capo a una sola logica: quella della difesa dello status quo sociale». La politica estera degli Stati è la continuazione della politica interna con altri mezzi (a volte con gli stessi mezzi), e viceversa.

Ieri il Wall Street Journal osservava, polemizzando con la fazione del Partito Democratico che con cinica determinazione intende lucrare futuri consensi elettorali sul terreno scivoloso dei “diritti umani”, come dopo l’11 Settembre i politici e l’opinione pubblica degli Stati Uniti avessero accusato la Cia di inettitudine, di passività, e come invece avessero accolto con patriottico entusiasmo la violenta svolta repressiva in materia di Sicurezza Nazionale decisa dall’allora Comandante in Capo, l’oggi reietto George Bush.

Per dirla con il Colonnello Nathan R. Jessep di Codice d’onore, a nessuno importò allora sapere in quale modo, con quali strumenti, a quale prezzo, l’organizzazione preposta alla Sicurezza Nazionale avrebbe svolto il proprio compito, purché lo avesse fatto con successo. Nello stesso momento in cui dava carta bianca al Leviatano, la società si preparava all’immancabile mantra dell’autocritica: «Ma noi non potevamo immaginare, noi non sapevamo, nessuno ci aveva informato»…

«Bisognerebbe ricordare l’atmosfera post 11 settembre quando anche la senatrice Dianne Feinstein [presidente della Commissione Intelligence] gridava “alla guerra, alla guerra”, dice oggi al Giornale il “falco” Edward Luttwak, il quale è convinto che il processo mediatico ai danni della Cia «non farà guadagnare voti né a Obama né a Hillary Clinton». Staremo a vedere. Intanto va rivelato che, come sempre, spetta ai cosiddetti “falchi” esprimere la cinica realtà delle cose con un minor tasso di ipocrisia rispetto a quanto  riescono a fare le più politicamente corrette colleghe “colombe”.

imagesXGSKEVKUA lavoro sporco ultimato (?), gli stessi politici e parte della stessa opinione pubblica piangono sulla tanta violenza versata nella peraltro «sacrosanta lotta al terrorismo» (ovviamente i “terroristi”, i cattivi di turno, sono sempre gli altri, gli enemy aliens), per soprammercato con dubbia efficacia. Ma su questo punto le opinioni degli addetti ai lavori divergono alquanto: per alcuni si è torturato con profitto, per altri l’investimento in indicibile sofferenza somministrata al nemico  non ha dato i risultati sperati. In ogni caso, qui si tratta di una questione di economia, e nel calcolo costi/benefici ogni forma di odiosa e demagogica ipocrisia è almeno bandita.

L’”autocritica” americana di questi giorni mi ricorda la strategia militare USA basata sulle “bombe intelligenti”: fire and forget, spara e dimentica. Ovvero: Tortura e dimentica. Appunto!

colombAggiunta da Facebook (12 dicembre 2014).

HELPLESSNESS!

Torture e droni. Violenza cattiva e violenza buona. Regolamenti di conti e odiosa ipocrisia.

Scriveva ieri Alessandro Mauceri su Notizie Geopolitiche a proposito dello “scandalo-torture” deflagrato negli Stati Uniti:

«Il fatto è che, con l’approssimarsi delle elezioni presidenziali tutti cercano, in un modo o nell’altro, di colpire la controparte e di acquistare consensi». Diciamo che il sospetto un po’ mi era venuto. Giusto un pochino.

«James E. Mitchell ha commentato la diffusione del rapporto dicendo che “Mi pare del tutto insensato il fatto che prendere a ceffoni il detenuto Khalid Sheikh Mohamed sia male e invece mandare un drone che bombarda una famiglia che sta facendo un picnic, ammazzargli i figli, la nonna e tutti quanti invece è ok. E questo per un sacco di motivi. Uno, sono i danni collaterali. L’altro motivo è che se si uccidono poi non si possono interrogare”».

Mi sembra che il ragionamento di Mitchell non faccia una piega: non ha senso torturare un uomo morto! Chi è Mitchell? Uno dei due psicologi militari (l’altro si chiama Bruce Jessen) «che aveva avuto il compito di studiare il modo di “insegnare” ai prigionieri il significato della parola “helplessness”: indifesi» (Panorama, 11 dicembre 2014). Qualche particolare sfizioso sul lavoro dei due psicologi? Eccolo:

«Mitchell e Jessen avevano studiato dei vecchi esperimenti condotti su cani negli anni ‘60 all’Università della Pennsylvania. Gli animali venivano tenuti in un recinto elettrificato. Avevano imparato che tentare di uscirne voleva dire prendersi la scossa e quindi sentire un forte dolore. Alla fine, ci avevano rinunciato. Rimanevano accucciati nella loro scatola circondata da fili elettrici, piagnucolando per le ferite e l’impossibilità di uscire. In balia dei loro carcerieri: indifesi».

Benedetta Civiltà della Scienza e della Tecnica! Non c’è alcun dubbio: siamo tutti helplessness dinanzi al Moloch.

Ancora Mauceri: «Forse Mitchell ha dimenticato che le vittime dei droni Usa, stando ai risultati di un’inchiesta condotta dal Bureau for Investigative Journalism (BIJ), sarebbero più di 4500, e questo solo in Pakistan, Yemen e Somalia (in alcuni casi sono stati colpiti banchetti nuziali in quanto facevano venire allo “scoperto” gli obiettivi). A queste vanno aggiunte le vittime in altri Paesi come Libia e Afganistan. E pare aver dimenticato che, solo nel 2012, sono stati almeno 1200 attacchi tramite droni americani e inglesi in questi Paesi: attacchi condotti da droni che hanno causato più di un migliaio di vittime civili, colpite erroneamente. Morti che, come molte delle torture cui sono stati sottoposti i detenuti nelle carceri americane come Guantanamo, non sono servite a niente».

Inutilità della morte e delle torture: che irrazionale spreco di capitale umano! L’economia dell’orrore potrebbe entrare in crisi. O no?

LA COMPETIZIONE IMPERIALISTICA DOPO IL SUMMIT APEC

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Oggi ho visto lo spirito del mondo a cavallo! (G. W. F. Hegel).
Oggi ho visto lo spirito del mondo a Pechino!

Qui di seguito cerco di fare un bilancio provvisorio del summit Apec del 10 e 11 novembre tenutosi a Pechino. Si tratta in realtà di una rassegna stampa, o poco più, in attesa di più approfondite analisi.

Per il settimanale inglese The Economist era dai tempi del Celeste Timoniere che un leader cinese non faceva sfoggio di tanta intelligenza e «magnanimità» diplomatica: il summit Apec si è svolto avendo come sfondo «una coreografia quasi imperiale» che ha inteso comunicare al resto del pianeta che «l’ordine cinese», se non è già una realtà, è certamente una prospettiva di medio periodo. Salvo brusche accelerazioni sempre possibili, mi permetto di chiosare. Certo, scrive il settimanale britannico, la Cina di Xi Jinping ha fatto dei notevoli passi avanti sul terreno delle normali relazioni politiche con l’Occidente, ed è certamente positivo che il Presidente cinese abbia dichiarato che «la Cina e gli Stati Uniti rappresentano un’àncora di stabilità per il mondo e per la pace mondiale»; e tuttavia, al di là delle coreografie e delle apparenze (già, le solite ombre cinesi!), dopo il summit pechinese non c’è molto che suggerisca l’arrivo di cambiamenti nel modo in cui il grande Paese asiatico si relaziona con il mondo. Nella leadership cinese continua a prevalere «la vecchia paranoia sospettosa comunista»: le cose cambierebbero, conclude The Economist, se la Cina finisse di vedere ovunque complotti ai suoi danni e si percepisse forte come in realtà la vede il resto del mondo.

A proposito della «vecchia paranoia sospettosa comunista»! Sulla natura capitalistica del Celeste Imperialismo rinvio ai miei numerosi post (ad esempio l’ultimo) e al mio studio sulla storia cinese (Tutto sotto il cielo – del Capitalismo).

Gli esperti di geopolitica concordano, quasi all’unanimità, nell’attribuire alla Cina il pieno successo nel summit: successo a tutto campo (economico, tecnologico, politico, ambientale, militare) e nei confronti di tutti i suoi maggiori partner/concorrenti (Stati Uniti, Russia e Giappone). «Il summit si è concluso nettamente a favore della Cina», ha scritto  ad esempio Giorgio Cuscito su Limes (13 novembre): «Il presidente cinese ha proposto di lavorare con gli Usa a un nuovo tipo di “relazioni tra grandi paesi” che escluda il conflitto e che preveda il rispetto reciproco (incluso quello della sovranità territoriale), la prosperità comune e la collaborazione in una molteplicità di campi: commerciale, militare, anti-terrorismo, energia, cambiamento climatico, salute, infrastrutture eccetera. Pechino ha dato maggiore concretezza ai suoi progetti di politica estera, nel segno dell’apparente ascesa pacifica dell’Impero del Centro e della collaborazione con gli Usa. Con la nuova Via della seta e il “Sogno dell’Asia Pacifico”, Xi ha proposto il suo ordine regionale, che può potenzialmente sovrascrivere quello pensato dagli Usa. In più ha stretto ulteriormente i rapporti con Putin, il quale invece ha dialogato per poco tempo con Obama sui dossier Ucraina, Siria e Iran. Questo summit potrebbe dare inizio a una nuova fase del rapporto tra Cina e Usa, in cui entrambe potrebbero intensificare gli sforzi per dettare le regole in Estremo Oriente. Resta da vedere se e come le loro rispettive strategie collideranno».

Per Paolo Mastrolilli (La Stampa, 12 novembre 1014) dopo il summit di Pechino gli equilibri geopolitici non saranno più gli stessi: «In teoria, era un incontro tra ventuno paesi che si affacciano sull’Oceano Pacifico, finalizzato a definire nuovi accordi per favorire gli scambi commerciali. Nella pratica, però, il vertice Apec che si è appena tenuto a Pechino è stato un delicato esercizio di rapporti di forza, che potrebbe avere implicazioni molto più vaste degli equilibri nella regione. In sostanza un braccio di ferro a tre, fra l’ultima superpotenza rimasta al mondo ma colpita dalla sindrome della decadenza, la nuova potenza emergente, e l’ex superpotenza che si agita per restare rilevante». A proposito di queste tre potenze il professor Arduino Paniccia, docente di Studi Strategici, parla di Triade Maggiore: «Esistono tre potenze mondiali egemoni, quella che ho voluto definire come la “triade maggiore”: Stati Uniti, Cina e Russia. La prima caratteristica che le contraddistingue è che, pur dovendo tener conto ovviamente della presenza degli altri attori globali e regionali, non soffrono dell’egemonia di altre potenze. Queste tre potenze hanno ognuna un fattore che le rende particolarmente forti: per gli Stati Uniti si tratta della capacità di proiettare la propria forza militare in qualsiasi parte del globo nel giro non di giorni, ma addirittura di ore. La Cina è diventata la prima potenza industriale al mondo, ed è questa essenzialmente la sua forza. La Russia basa la sua potenza soprattutto sulle forniture energetiche e di materie prime. Esistono poi tre altre realtà, che formano invece una “triade minore”. Queste sono l’India, l’Unione Europea e il Giappone» (Notizie geopolitiche, 7 novembre 2014).

Va detto che l’Unione Europea non è una realtà sistemica omogenea come lo sono invece l’India e il Giappone, e proprio questo grande handicap non le consente di recitare quel ruolo di grande potenza mondiale che pure essa sarebbe in grado di mettere in scena, e con un certo successo, sulla base delle  economie dei singoli Paesi che la compongono. Ma, appunto, si tratta di singole economie incapaci di fare “gioco di squadra”. Secondo il già citato Mastrolilli, l’Europa sta sostanzialmente alla finestra a guardare impotente «tutta questa lotta di potere»: «Alleata degli Usa, soprattutto nel tentativo di contenere la Russia, ma obbligata a trovare i suoi spazi in Asia, perché senza i mercati di questo continente le sue aziende non possono competere con quelle americane. Un rompicapo di difficile soluzione, insomma, dove le manovre per determinare i futuri equilibri geopolitici globali sono appena cominciate». E qui naturalmente tocchiamo la scottante Questione Tedesca, la quale sempre più mostra di essere una Questione Europea. Ma è un tema, questo, che qui conviene non sviluppare. RU-CINA%20nuove%20vie%20della%20seta_bigVa da sé che in Occidente non mancano gli entusiasti del summit, o, meglio, del suo esito trionfale per il «socialismo con caratteristiche cinesi», i quali in gran numero fanno capo al partito che sostiene la formazione di un polo imperialista centrato sulla Cina, sulla Russia e sull’India alternativo al polo imperialista egemonizzato dagli Stati Uniti, secondo l’idea ultrareazionaria di Samir Amin, tanto per fare un solo nome*. Un polo, insomma, in grado di correggere l’attuale «multilateralismo asimmetrico» che vede negli USA la sola Potenza davvero totale e globale oggi in attività, sebbene lungo una tendenza di relativo declino – dove a mio avviso l’enfasi va posta sul carattere relativo di questo declino, fatto di fenomeni che tirano la società americana in diverse direzioni, e che comunque subiscono molto l’influenza dei processi tecnologici e scientifici.

Decenni di stalinismo (anche nella sua variante cinese) e di terzomondismo continuano a generare mostri concettuali e politici. Come ho scritto in diversi post, è nell’interesse di ogni autentico anticapitalista (europeo, americano, russo, cinese, ecc.) opporsi all’imperialismo unitario (ma non unico né unito: tutt’altro!) e alla sua guerra sistemica, qualsiasi forma essa assuma: “fredda”, “calda”, politica, militare, economica, tecnologica, ideologica e via di seguito. Considero alla stessa stregua i tifosi di entrambi i poli, e solo per decenza preferisco non esplicitare il senso di questa frase, peraltro già di per sé abbastanza chiara.

Gli entusiasti del summit di Pechino sono gli stessi che sicuramente hanno accolto con una standing ovation le dichiarazioni del virile Vladimir Putin rilasciate ieri, alla vigilia del G20 di Brisbane (Australia): «Stiamo cercando di prendere le distanze dalla dittatura del mercato che obbliga a trattare in dollari tutti gli scambi petroliferi, stiamo spingendo il più possibile per garantire l’uso delle valute nazionali come il rublo e lo yuan». L’approvazione da parte del Parlamento europeo dell’accordo di associazione tra L’unione Europea e la Moldavia finalizzato alla creazione di una «zona di libero scambio globale e approfondito» che comprende anche la Transnistria, di certo non calmerà il focoso leader russo, il quale ha ricordato alla Germania che la sua feconda collaborazione con la Russia «garantisce ai tedeschi circa 300mila posti di lavoro. In mancanza di contratti quei posti di lavoro rischiano però di andare perduti». Come si vede, gli spazi per l’affettato linguaggio diplomatico si restringono molto rapidamente.

Molto, e con fin troppa enfasi, i media hanno parlato dell’accordo (in realtà si tratta di una dichiarazione d’intendi) sui temi ambientali tra i due più grandi inquinatori del pianeta (Stati Uniti e Cina sono responsabili del 44% delle emissioni globali di gas serra, contro il 10% dell’Unione europea, il 7,1% dell’India e il 5,3% della Federazione russa). C’è qualcosa di sostanziale in quella merce mediatica venduta all’opinione pubblica internazionale come «evento epocale»? C’è dell’arrosto dietro il fumo (come quello che avvolge il cielo di molte città cinesi)? Secondo gli esperti c’è davvero molto poco di sostanziale, e la propaganda “ecologista” sino-americana non è bastata a nascondere del tutto la magagna. «Per riempire la vasca di una fontana si comincia con tante piccole gocce», avrebbe detto il pragmatico Xi all’amico Obama, il quale «ha sorriso, ha indicato l’elegante illuminazione che proiettava ombre blu e rosse nel giardino», e ha esclamato: «Bello spettacolo, bella regia, ottima preparazione» (F. Rampini, La Repubblica, 12 novembre 2014). Commovente, davvero; ma l’arrosto climatico?

Soprattutto Obama ha cercato di accreditare la balla speculativa dell’«accordo storico» sulle emissioni dei gas serra (ridurre le emissioni di Co2 entro i prossimi 15 anni): «In un contesto già complicato dalla pesante sconfitta subita alle elezioni di Mid-term, Obama non poteva permettersi di tornare a casa a mani vuote. La notizia della “vittoria” americana all’APEC, inoltre, ha completamente oscurato gli esiti reali del meeting APEC dove al centro dell’attenzione vi era il dualismo fra l’accordo di libero scambio promosso dai cinesi, il FTAAP, e quello portato avanti dagli americani, il TPP. La vera novità di questo vertice è l’avanzamento delle negoziazioni sul FTAAP, inizialmente criticato dagli americani, che costituisce un successo per Xi Jinping nel contesto regionale. L’aver accettato un accordo sul clima, che non era nei programmi iniziali e risulta essere di grande enfasi mediatica ma di poca sostanza per la Cina, sembrerebbe una mossa studiata ad hoc per non indebolire eccessivamente un interlocutore importante come Obama. […] L’avanzamento del FTAAPP, l’accordo di libero scambio fra Cina e Corea del Sud, la crescita dell’Asian Investment Infrastructure Bank – un’organizzazione finanziaria alternativa all’Asian Development Bank e fuori dal controllo della World Bank – e, infine, il lancio dei progetti cinesi di una nuova Via della Seta, marittima e terrestre, da cui gli Usa sarebbero naturalmente esclusi per questioni geografiche, presentano uno scenario in cui il pallino sembra sempre più in mano ai cinesi, determinando un esito negativo per la visita di Obama a Pechino» (ISPI, 12 novembre 2014).

Insomma, tanto rumore – verde ecologista – per nulla, o comunque per qualcosa immanente alle attuali tendenze economiche e tecno-scientifiche: basti pensare alla teoria della «nuova normalità» elaborata dal creativo Presidente cinese per dar conto della necessità di riforme strutturali in grado di assicurare al grande Paese asiatico un adeguato trend di sviluppo dopo il necessario declino della spinta propulsiva iniziata con Deng Xiaoping trent’anni fa. obama_xi_us_embassy_nl* La politica della Russia (così come è sviluppata dall’amministrazione di Putin) di resistenza al progetto di colonizzazione dell’Ucraina (e degli altri paesi dell’ex Unione sovietica, in Transcaucasia e Asia centrale) deve essere supportata. L’esperienza degli Stati baltici non deve ripetersi. L’obiettivo della costruzione di una comunità “Eurasiatica”, indipendente dalla Triade (Usa, Europa centrale e occidentale, Giappone) e dai suoi alleati europei subordinati, è anch’esso da appoggiare. […] Qualunque possa essere la nostra valutazione di cosa è stata l’Unione sovietica (“socialista” o qualcos’altro), essa venne combattuta dalla Triade semplicemente perché rappresentava un tentativo di sviluppo indipendente dal capitalismo/imperialismo dominante» (S. Amin, Contropiano.org, 10 aprile 2014). L’idea di un imperialismo “sovietico”, peraltro molto aggressivo sul piano militare, in competizione con altri imperialismi per il dominio sul mondo pare non poter far breccia nell’intelligenza di Amin.

«I conflitti capitalismo/socialismo e nord/sud, non sono dissociabili. Il capitalismo è un sistema mondiale e le lotte politiche e sociali, se vogliono essere efficaci, devono essere condotte simultaneamente in ambito nazionale e su un piano mondiale. Questo Marx voleva dire con “proletari di tutti i paesi, unitevi!”. Essere comunista vuole anche dire essere internazionalista. […] È assolutamente indispensabile integrare la questione del clima, delle risorse naturali e dell’ambiente nel conflitto Nord-Sud». (Il capitalismo entra nella sua fase senile, Sinistrainrete, 11 novembre 2012). Sul bizzarro “internazionalismo” dei tardo o post terzomondisti occorre stendere un velo pietoso, tanto più oggi, nell’epoca della sussunzione totale e mondiale del mondo al Capitale. Come si declina oggi, nell’epoca che non conosce le rivoluzioni nazionali-borghesi del passato, il “Sud” del mondo? La Cina, la Russia, l’India, il Brasile e così via: è questo l’odierno “Sud” del mondo? È pur vero, d’altra parte, che i maghi della “dialettica” sono sempre in grado di creare Sud del mondo con la bacchetta magica, e così protrarre in eterno l’alleanza fra il proletariato delle metropoli capitalistiche e le «borghesie nazionali progressiste»: questo, in fondo, «Marx voleva dire con “proletari di tutti i paesi, unitevi!”». O no?

Samir non capisce perché molti «comunisti di sinistra» attaccano così tanto quello che lui stesso definisce Capitalismo di Stato cinese: questi signori, cultori del China bashing (pestaggio o stroncatura della Cina), avrebbero come «loro sport preferito quello di dare addosso alla Cina». Personalmente il mio sport non è quello di denigrare il Celeste Imperialismo, che naturalmente giudico alla stessa stregua degli altri imperialismi (con una particolare malevola attenzione nei confronti  dell’imperialismo “straccione” di casa mia), ma quello di far luce sulla storia falsamente socialista della Cina dal 1949 in poi.

LA CATENA ALIMENTARE DEL CAPITALE

spazio1. La classe rivoluzionaria prossima ventura

«Negli ultimi dieci anni, per via della globalizzazione, sono stati i Paesi emergenti, con la Cina in testa, a portare via posti di lavoro all’Occidente. Nei prossimi decenni ce li porteranno via anche, e forse soprattutto, i robot. Secondo uno studio pubblicato a Londra, preparato dalla Deloitte, una società di analisi di mercato e dalla università di Oxford, e anticipato dal Daily Telegraph, in Gran Bretagna ben 10 milioni di posti di lavoro saranno occupati da robot e computer nei prossimi vent’anni, portando via un lavoro su tre di quelli oggi esistenti. Gli impieghi più minacciati saranno quelli a basso salario e bassa qualificazione. Gli enormi progressi tecnologici che si prevedono entro il 2034 rischiano di creare una classe di disoccupati dalle scarse specializzazioni professionali i cui lavori saranno assunti quasi completamente da macchine intelligenti. I settori più colpiti dall’ascesa di robot e computer saranno la manifattura, ma anche l’industria dei servizi, i trasporti, le costruzioni. Viceversa, i settori considerati più al sicuro sono tutti quelli che richiedono alta specializzazione, sviluppo di relazioni inter personali e pensiero creativo, come quelli nel campo della finanza, dell’insegnamento, del management, dei media, della sanità e in genere della scienza, dall’ingegneria all’informatica» (E. Franceschini, La Repubblica, 10 novembre 2014).

Anziani che non prenderanno mai una pensione, o che ne avranno una miserabile fino alla disperazione; “capitale umano” tecnologicamente obsoleto scartato all’Ufficio Controllo Qualità: ecco la classe rivoluzionaria prossima ventura! D’altra parte, il 2034 è appena dietro l’angolo: io ci sarò! Forse…

rivoluzione-digitale-2945972. Pensare positivo! Io però mi chiamo fuori…

Per Thomas L. Friedman, «Le tre forze più potenti in atto nel pianeta – il mercato, Madre Natura, e la Legge di Moore – stanno aumentando tutte, davvero in fretta, e tutte contemporaneamente. Il mercato, cioè la globalizzazione, sta legando tra loro le economie più strettamente di quanto sia mai avvenuto in passato, rendendo i nostri lavoratori, investitori e mercati molto più interdipendenti gli uni dagli altri, molto più vulnerabili nei confronti dei trend globali, senza muri che li proteggano. Come postulano Andrew McAfee e Erik Brynjolfsson nel loro libro The Second Machine Age, la Legge di Moore — la teoria secondo la quale velocità e potenza dei microchip raddoppiano ogni due anni — sta accrescendo la potenza di software, computer e robot con tale inesorabilità che ormai essi sostituiscono un numero crescente di posti di lavoro tradizionali da colletti bianchi e blu, producendone di continuo di nuovi, che richiedono tutti competenze sempre superiori. La rapida crescita dell’anidride carbonica nella nostra atmosfera, il degrado ambientale e la deforestazione provocati dall’aumento della popolazione sulla Terra — l’unica casa che abbiamo — stanno destabilizzando ancora più rapidamente gli ecosistemi di Madre Natura» (La Repubblica, 12 novembre 2014).

Come si vede, le tre potenti forze di cui parla Friedman hanno una sola disumana sostanza: quella capitalistica. Si tratta del Capitale giunto nella sua fase totalitaria – nel senso di totale, globale, mondiale, capillare, impalpabile (come l’aria che respiriamo!), invasiva, aggressiva… Come ne usciamo? «L’unico rimedio valido implica: infrastrutture resilienti, assistenza sanitaria accessibile, più start-up e opportunità di formazione continua per nuovi posti di lavoro, politiche immigratorie che attirino talenti, ambienti sostenibili, un debito gestibile e istituzioni pubbliche adattate per reggere il ritmo. State dicendo che si tratta soltanto di teoria?». Giammai! Chi sono io per giudicare le “utopie” capitalistiche degli scienziati sociali? D’altra parte, Obama e Xi Jinping si sono messi sulla buona strada, quantomeno per ciò che riguarda le sorti di «Madre Natura». Almeno questo ho capito nella mia enorme ingenuità compulsando i media di oggi.

Pensare positivo: ecco la nuova prospettiva rivoluzionaria! Ma non è cosa che possa commuovere il mio pessimismo cosmico. Ormai non ne posso fare a meno. Che peccato!

Sui temi qui appena evocati rimando a Robotica prossima ventura. La tecnologia del dominio.

presid3. Black site

Scrive Alessandro Mauceri (Notizie Geopolitiche, 12 novembre):

«In questi giorni, anche se molti media non ne parlano affatto, proprio gli Stati Uniti d’America, più volte presentatisi come paladini della democrazia e dei diritti civili su tutto il globo, sono sotto processo per aver violato la Convenzione Onu contro la tortura. Quando era un “semplice” senatore, Obama supportò la proposta di legge (poi convertita in legge) che proibiva espressamente ai funzionari Usa l’uso della tortura. Erano gli anni della presidenza di Bush, lo stesso che aveva dichiarato legittimo l’uso di tecniche di interrogatorio rafforzate, “enhanced interrogation techniques“ (chiamarle con il loro vero nome, “torture”, non sarebbe stato politically correct), nonché l’uso di tortura vera e propria in siti come Guantanamo (veri e propri lager definiti, nel 2006 da Bush, “black sites”, sparsi in molti Paesi del mondo: dall’Iraq all’Afghanistan fino al Pakistan e alla Tailandia). Gli Stati Uniti adottano queste “pratiche” da molto tempo. Lo sanno loro e lo sanno tutti gli altri Paesi. Secondo i legali della Casa Bianca, infatti, sembrerebbe che “non ci sia divieto all’uso di tortura fuori dal Paese”. Una soluzione “diplomatica” in pieno stile americano: da una parte si condanna la tortura e veri e propri lager come Guantanamo, dall’altro, nascondendosi dietro finte giustificazioni morali (“è necessario per combattere il terrorismo” oppure “a patto che lo si faccia all’estero”) si continua a torturare persone innocenti e a operare in aperta violazione di tutti i diritti civili. Gli stessi diritti che gli Stati Uniti d’America hanno detto di voler tutelare quando hanno inviato i propri eserciti alla conquista di Paesi dove, poi, spesso hanno aperto i loro black sites».

Com’è noto, il fine giustifica i mezzi. Il fine naturalmente è, in questo caso, la difesa e l’espansione della potenza sistemica (economica, tecnologica, militare) statunitense.

In realtà è tutto il mondo dominato dal Capitale nella sua fase imperialistica e totalitaria a essere un vero e proprio sito nero. Democrazia, diritti umani, diritti civili, sovranità nazionale, autodeterminazione dei popoli: trattasi di articoli politico-ideologici che le Potenze mondiali usano come oggetti contundenti nella lotta per l’egemonia sul mondo. Nonché articoli di fede per i cultori della “vera democrazia” e dei “diritti umani” – nella società-mondo sempre più disumana!

Solo degli ingenui potevano pensare all’America del progressista e “colorato” Obama nei termini di un imperialismo “dal volto umano”, e solo degli ingenui al cubo possono confidare nell’Onu e nelle altre organizzazioni internazionali preposte alla promozione della pace universale e alla difesa degli inviolabili – e puntualmente violati! – “diritti umani” per rendere meno violento, ingiusto e disumano questo capitalistico pianeta. Come sempre, la realistica politica del “male minore” non impedisce affatto gli esiti peggiori. Anzi!

ASPETTANDO LA FANTERIA

obama-assad-syria-chemical-weapons-iran-diplomacy-engagement-rouhani-negotiationsDunque è ufficiale: quella che si sta delineando nell’area del Califfato Nero è una vera e propria guerra. Una guerra senza se e senza ma. Lo ha ammesso ieri, dopo tante esitazioni radicate anche nell’attuale situazione interna degli Stati Uniti, lo stesso Nobel per la pace Obama, ringraziando quella che Guido Olimpio ha giustamente definito «coalizione delle ambiguità».

Mentre il Presidente USA ha negato ogni coinvolgimento politico della Siria nelle azioni belliche di questi giorni, il macellaio (nonché perito chimico) di Damasco ha subito dichiarato di essere invece parte attiva e centrale dei misericordiosi bombardamenti in corso in Irak e in Siria (e forse domani in Libia, Libano, Algeria, …). Atti bellici, occorre ricordarlo, tesi a estirpare dalla faccia della terra gli altrettanto misericordiosi combattenti di Allah che sventolano la nera bandiera dello Stato Islamico e sgozzano in diretta streaming gli infedeli catturati. C’è che chi spara missili, e c’è chi spara terrore mediatico (peraltro apparecchiando scenografie che ricordano molto da vicino certi videogiochi, e che certamente strizzano l’occhio a certi luoghi comuni intorno all’Islam confezionati in Occidente): è un’esaltazione di modernità!

Dopo l’ultimo macabro episodio avvenuto ieri in Algeria (ex pupilla dell’Imperialismo francese), pare che il Presidente Hollande stia rimontando nei sondaggi. «La Francia non cederà mai al terrorismo, perché è il suo dovere e il suo onore», ha dichiarato il Premier francese. L’ho scritto ai tempi della guerra in Libia: in Francia la guerra si vende ancora bene. La Grandeur non è un’opinione…

Scrive Bernardo Valli (La Repubblica, 24 settembre): «Gli americani escludono di avere coordinato la loro azione con il presidente siriano. Rifiutano di collaborare con lui. Barack Obama l’ha accusato di torturare la sua gente e gli ha negato ogni legittimità. Ma Damasco assicura di essere stato informato da Washington dell’attacco allo Stato islamico e Bashar al Assad dice di essere favorevole ad “ogni sforzo contro il terrorismo internazionale”. Si dichiara insomma soddisfatto delle incursioni americane contro il califfato». Più “ambigui” di così! Sulla “strana coppia” Barack-Assad rinvio a un mio post di fine agosto.

Inutile dire che nell’Amministrazione americana molti stanno suggerendo al Presidente di prendere, per così dire, la bomba al balzo e di andare fino in fondo. «Già che siamo in ballo…». Si tratta, per dirla in breve, di approfittare della congiuntura bellica che si è improvvisamente aperta per ridefinire e stabilizzare la mappa geopolitica del Medio Oriente e dell’Africa Settentrionale. Fare i conti con il rais siriano rientra naturalmente in questa strategia di lungo periodo. Di qui, i timori di Russia, Cina e Iran, ossia del polo imperialista che non pochi sedicenti “antimperialisti” basati in Italia guardano con simpatia e ammirazione.

Fatto importante, Il Comandante in Capo ha tenuto a precisare che «non si tratta di una guerra di religione». Concordo! Infatti, ciò che ci sta dinanzi è l’ennesima guerra di stampo imperialista, la quale come sempre troverà intellettuali, politici e pii uomini di buona volontà pronti a giustificarla tirando in ballo i sacri e inviolabili “diritti umani”, il diritto internazionale, la difesa dei principi democratici, la difesa delle civiltà (notare il plurale politicamente corretto), la logica della riduzione del danno (o logica del male minore) e via discorrendo. «Bisogna pur far qualcosa!». Certo. Proviamole tutte per il bene dell’umanità. Tutte, tranne che la lotta di classe, la rivoluzione sociale e quanto possa mettere radicalmente in discussione l’ordine sociale mondiale, il quale, ovviamente, non smetterà di generare contraddizioni, conflitti, crisi, “catastrofi umanitarie” e ogni sorta di maledizione, immaginabile e pure inimmaginabile. Decennio dopo decennio, guerra dopo guerra, “crisi umanitaria” dopo “crisi umanitaria”, «bisogna pur far qualcosa»: auguri ai signori realisti!

enhanced-27753-1410801561-1Su Limes (24 settembre) Giuseppe Cucchi, generale della riserva dell’Esercito, ha posto il problema che in questi giorni sta tormentando il Presidente Obama: «In nessun paese la “modernizzazione del conflitto” si è spinta così avanti come negli Stati Uniti. Questi, se potessero, cercherebbero di risolvere ogni situazione di tensione utilizzando unicamente il fuoco gestito a distanza, evitando a ogni costo l’eventuale ricorso ai boots on the ground, cioè all’intervento di terra. Siamo dunque arrivati alla fine della lunga e gloriosa storia della “Povera sanguinante fanteria”? Certamente no. Anche se gli Stati Uniti e in subordine il resto dell’Occidente non vorrebbero più essere trascinati nell’alea del combattimento a terra, uomo contro uomo, esistono sempre occasioni e teatri in cui se vogliamo vincere qualcuno deve pur farlo. […] L’unico discorso serio che si potrebbe e dovrebbe fare a questo punto è quello di accettare una svolta radicale dei nostri orientamenti politici e cercare le fanterie tra chi nell’area le possiede, cioè gli sciiti. Anche se ciò vorrebbe dire riabilitare l’Iran e far comprendere agli alawiti di Siria che saremmo ansiosi di aprire un dialogo con ogni eventuale successore del presidente Assad. È troppo? Beh, allora di fanteria mandiamo la nostra. Combatterà e morirà, ma permetterà all’azione di fuoco della coalizione di essere efficace. E forse col tempo di distruggere l’Is. Poor Bloody Infantry!».

Sapere che il Fattore Umano ha una funzione decisiva da svolgere nella guerra ad alta composizione organica del XXI secolo non può che rallegrare un umanista del mio calibro. Ovvero: povero “capitale umano”!

Crisi ucraina. VARATE LE NUOVE “INIQUE SANZIONI” CONTRO LA RUSSIA

armwrestle-800x450Sanzioni e prove muscolari: «Venti di guerra. Aerei da guerra francesi e britannici dispiegati nei Paesi baltici in seguito alla crisi in Ucraina. Quattro Rafale dell’aviazione di Parigi hanno raggiunto la base aerea di Malbrok, nel nord della Polonia, mentre quattro Typhoon britannici si sono spostati in Lituania. Gli spostamenti sono stati decisi dalla Nato “per sostenere e rassicurare gli Stati membri dell’est”. Non v’è dunque traccia di “de-escalation” dell’azione russa in Ucraina, anzi le nuove sanzioni americane “non resteranno senza risposta”, promette la Russia, ci sono gli spazi per farlo: lo ha detto il viceministro degli esteri russo Serghiei Riabkov, sostenendo che gli Stati Uniti hanno perso il senso della realtà – accusa che la Merkel rivolse non più tardi di un mese fa a Putin – e che la dichiarazione del portavoce della Casa Bianca Jay Carney è ripugnante» (Il Sole 24 Ore, 28 aprile 2014).

Gli amici dell’Imperialismo russo solidarizzano con Mosca, sostenendo lo storico diritto della Madre Russia di difendere il suo spazio vitale.

Gli amici dell’Imperialismo americano esultano: «Finalmente Washington fa sul serio contro il fascista Putin!». E se le sanzioni non bastassero a contenere la politica espansionista della Russia? «Bisognerà ricacciarla a Est a calci in culo!». La geopolitica sa essere volgare, a volte.

Gli amici dell’Imperialismo europeo sono prudenti: «Diamo uno schiaffo a Putin, ma non esageriamo! In fondo, anche Mosca ha qualche ragione da far valere nella crisi ucraina. E soprattutto ricordiamoci dei nostri peculiari interessi economici e politici, prima di assecondare acriticamente il Presidente Obama».

obama-putin_2637988bL’opinione pubblica internazionale è chiamata dall’Imperialismo mondiale a schierarsi con le ragioni di questa o quella Potenza, di questa o quella classe dominante nazionale, di questa o quella nazione, di questa o quella alleanza politico-militare. Perché sul terreno della contesa interimperialistica si confrontano e si scontrano solo ragioni (interessi) concorrenti. Kiev, dal suo punto di vista, ha ragione; la Russia, dal suo punto di vista, ha ragione, e così pure gli Stati Uniti, la Germania, la Cina ecc., ecc. (Notare che ho scritto Germania, non Europa, ovviamente per alludere alle divisioni interne al campo europeo).

Ciò che tragicamente latita sulla scena sociale mondiale è il punto di vista delle classi dominate diventate coscienti della loro eccezionale (terribile, se considerata dal punto di vista dello status quo) potenza storico-sociale. Per dirla con Horkheimer e Adorno, «La regressione delle masse, oggi, è l’incapacità di udire con le proprie orecchie qualcosa che non sia stato ancora udito, di toccare con le proprie mani qualcosa che non sia stato ancora toccato» (Dialettica dell’illuminismo). Inutile ricordare, almeno al lettore di questo modesto blog, il maligno ruolo che lo stalinismo internazionale ha avuto nell’opera di annichilimento della speranza.

Entrare nel merito della “questione ucraina” per ricercare, magari senza alcun pregiudizio positivo/negativo nei confronti di questo o quel Paese,  «torti e ragioni» significa già arrendersi alla maligna logica del Dominio.

Mentre le mosche cocchiere d’ogni tendenza politica svolazzano allegramente sulla cacca della competizione interimperialistica illudendosi di “fare la storia”, mentre è piuttosto la storia a… “farsele” (ci siamo capiti!), personalmente considero la denuncia di questa tragica situazione (strapotenza del Dominio sociale, in ogni sua manifestazione: mercantile, militare, politica, ideologica, culturale, psicologica, ecc.; estrema impotenza dei dominati) della massima concretezza politica.

Come dico spesso, e di ciò mi scuso, non è imbracciando le armi (a questo punto non solo metaforiche) del nemico che si surroga la propria impotenza. Ma non ditelo alla mosca cocchiera: lei ama “fare la storia” hic et nunc, e lascia volentieri ai soliti dottrinari la sterile critica di tutto e di tutti, tipica di chi non vuole sporcarsi le mani. In effetti, una certa ritrosia nei confronti delle sostanze escrementizie che strutturano questo mondo non posso negarla. Pazienza, vorrà dire che non farò mai la storia. E che sarà mai!

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CRISI UCRAINA E “IMPOTENZA EUROPEA”

Vladimir-Putin-e-Angela-MerkelL’editoriale di oggi di Mario Deaglio dedicato alla grave crisi ucraina conferma l’errore di prospettiva comune a gran parte degli analisti e dei politologi del Vecchio Continente. Questo errore consiste essenzialmente nel considerare l’Europa occidentale come uno spazio geopolitico fondamentalmente omogeneo, nel cui seno gli interessi nazionali dei diversi Paesi che lo strutturano dovrebbero convergere su una comune linea strategica. Dovrebbero, beninteso. Quando i fatti si incaricano di smentire l’infondata prospettiva (e dalla caduta del Muro di Berlino in poi lo fanno con una frequenza davvero impressionate), e mostrano la cruda realtà di una divaricazione di interessi sistemici fra i Paesi europei, se ne spiega il motivo facendo ricorso a un supposto deficit di intelligenza politica e di visione strategiva che contraddistinguerebbe l’attuale leadership del Vecchio Continente.

«Ci vorrebbero i Monnet, gli Schuman, gli Adenauer, i De Gasperi, e invece abbiamo la Merkel, Hollande, Cameron, Renzi!». Soprattutto Barbara Spinelli è affezionata a questo nostalgico mantra, il quale peraltro mette in luce la lunga coda di paglia ideologica dell’europeismo europeo, sorto non perché le nazioni europee avvezze per secoli a scannarsi reciprocamente hanno infine ritrovato la smarrita ragione kantiana, ma piuttosto perché esse sono state “pacificate” a mezzo di bombe, pallottole e occupazione militare dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica, le due superpotenze imperialiste uscite vittoriose dal secondo macello mondiale – venduto all’opinione pubblica mondiale come «Guerra di Liberazione dal nazifascismo».

Deaglio denuncia il «vuoto politico» che si è venuto a determinare nel Vecchio Continente, il quale «rischia di rivelarsi davvero vecchio e inadeguato, paralizzato dalle proprie indecisioni che lo portano sovente a un localismo esasperato anziché a una visione globale». Il vuoto di iniziativa politico-diplomatica dei Paesi europei nella questione ucraina non solo ha permesso a Vladimir Putin di continuare il suo azzardo geopolitico, che fin qui appare vincente, ma soprattutto ha lasciato «tranquillamente agli Stati Uniti – che sembrano giocar la carta ucraina per ribadire un’egemonia mondiale fortemente indebolita negli ultimi anni – l’iniziativa diplomatica e la gestione strategica di questa delicatissima vicenda» (Sull’Ucraina l’Europa in seconda fila, La Stampa, 26 aprile 2014). Deaglio conferma la tesi del “falco” Edward Luttwak:«Obama dovrà rassegnarsi all’impotenza degli occidentali di fronte a quello che sta accadendo. Non sarà certo questo il momento [per l’Europa] di reclamare un ruolo perso tra le pagine della storia» (L’Huffington Post, 2 marzo 2014).

crimea_la_merkel_chiama_obama_vladimir_putin_vive_in_un_altro_mond-0-0-393695Ma ciò che agli occhi dell’analista geopolitico appare come «impotenza degli occidentali» in realtà è l’espressione di un duplice scontro: uno scontro interno all’alleanza imperialistica centrata ancora sugli Stati Uniti, i quali si sono stancati di pagare molto in termini finanziari e politici per poi ricevere dagli “alleati” un sostegno finanziario-politico-ideologico-militare sempre più debole e contraddittorio; e uno scontro interno all’Unione Europea, per i motivi accennati sopra.  Probabilmente la crisi ucraina è destinata ad accelerare le tendenze geopolitiche in atto da anni, e in ogni caso gli Stati Uniti cercheranno di mettere alle strette non solo Putin, ma anche e soprattutto i loro “alleati” (in primis, i tedeschi: c’è bisogno di dirlo?), chiamati a rispondere alla «responsabilità atlantica» senza ambiguità di sorta.

Intanto c’è da registrare la «piena consonanza» tra i leader europei sulla necessità di «imporre sanzioni mirate per rispondere alle ultime azioni della Russia», come ha sostenuto il Presidente Obama durante la conference call di ieri con la Merkel, Cameron, Hollande e Renzi. Nei prossimi giorni avremo modo di verificare il reale contenuto di questa «piena consonanza».

Scrive Dario Fabbri: «A metà 2013 gli analisti statunitensi individuano nell’embrionale crisi ucraina l’occasione per colpire Putin e costringere la Merkel a scegliere tra la fedeltà atlantica e la sua audace Ostpolitik» (Fomenta e domina, il progetto degli Usa in Ucraina, Limes, 22 aprile 2014). Secondo Fabbri «L’equilibrio di potenza è la cifra della dottrina Obama. A dispetto della vulgata giornalistica che lo vuole restio a intervenire sulla scena internazionale, se non addirittura fautore di un isolazionismo mascherato, in realtà il presidente americano persegue i classici dettami della politica dell’equilibrio. Frenato dai postumi della crisi economica e dall’avversione dell’opinione pubblica per ogni avventurismo militare, Barack ha preferito accantonare l’eccezionalismo dei padri fondatori per adottare la strategia che fu per secoli della corona britannica: impedire l’emergere di una nazione in grado di dominare la propria regione di appartenenza e potenzialmente di insidiare il primato della superpotenza. In quest’ottica la tattica più efficace, e meno dispendiosa, è acuire le tensioni tra i principali attori regionali, obbligandoli a concentrarsi sulle questioni continentali e ad abbandonare le ambizioni globali. Perfino nell’Asia-Pacifico, quadrante cruciale per le sorti del pianeta, dove Washington pratica il containment della Cina sostenendo la corsa agli armamenti di giapponesi, sudcoreani e australiani». Un’analisi che mi sento di condividere nelle linee essenziali.

«Già che ci sono», scrivevo in un post del 17 aprile, «formulo la solita retorica e provocatoria (ma solo alle orecchie delle tante mosche cocchiere del Bel Paese che svolazzano allegramente sulla cacca della competizione interimperialistica) domanda: possono gli antimperialisti occidentali che lottano contro la NATO allearsi “tatticamente” con l’Imperialismo russo? La risposta mi sembra già contenuta nella suggestiva domanda. A ogni buon conto, rimando il lettore ai miei precedenti post “geopolitici”» (Il punto sulla “questione ucraina”) *.

«All’interno dell’Europa», scrive Deaglio, «le economie maggiormente interessate agli andamenti russi – e quindi alla gestione della crisi ucraina – sono quella tedesca e quella italiana. Entrambe ricevono dalla Russia, in parte attraverso l’Ucraina, un apporto molto importante alle risorse energetiche delle quali hanno bisogno; entrambe esportano verso la Russia prodotti qualificanti. Al di là delle dimensioni quantitative (la Russia è un partner commerciale primario dell’Unione Europea) vi è una dimensione qualitativa che va tenuta in conto: per moltissime imprese italiane che producono impianti e macchinari, prodotti chimici e medicine la presenza in Russia (garantita anche da stabilimenti e reti distributive) consente un ”salto di dimensione” tale da permettere alle imprese in questione di impostare strategie globali». È dunque “nelle cose” aspettarsi da parte dei governi di Berlino e di Roma un diverso approccio alla questione ucraina rispetto a quello delineato dai governi di Washington, di Londra e di Parigi È pertanto patetico lamentare il fatto che l’«Europa è in seconda fila, e rischia di arretrare alla terza o alla quarta fila, con la prospettiva di diventare irrilevante; o addirittura di uscire di scena se mai le elezioni di maggio fossero vinte dagli avversari dell’euro e dell’unione economica». Come se esistesse una nazione chiamata Europa così come esistono gli Stati Uniti d’America, la Russia e la Cina! (Rimando al post L’Unione Europea non è che un’espressione geografica! La Germania no).

Nel caso della Germania c’è d’altra parte da considerare anche il suo ambivalente rapporto con l’Est Vicino: dalla Polonia all’Ucraina occidentale, passando per i Paesi baltici ex “sovietici”; un rapporto quanto mai foriero di imprevedibili conseguenze geopolitiche, come ci suggerisce (ammonisce?) la storia del secolo scorso, non so se «breve», ma certamente sanguinoso.

* Ieri ho postato su Facebook quanto segue:

Scampagnata e Terza guerra mondiale.

Ricordato che il punto di vista della nazione, di qualsiasi nazione, è il punto di vista delle classi dominanti, le quali legittimamente perseguono i loro interessi con gli strumenti più adeguati alla situazione (carota, bastone, diplomazia, missili intercontinentali, referendum popolari, esercitazioni militari ai confini, ecc.); e che perciò su questo terreno (ossia sul terreno del Paese, della patria, del Bene Comune, della Sovranità nazionale) le classi dominate di tutti i Paesi, anche di quelli «nati dalla Resistenza», sono e saranno sempre perdenti, riprendo la scampagnata interrotta. Non prima di suggerire a qualche masochista la lettura dei miei post sullo scottante intrigo ucraino.

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BLACK SITES USA, DIRITTI UMANI E BENALTRISMO

Guantanamo-Bay-007Scrive Alessandro Mauceri su Notizie Geopolitiche (4 aprile): «Nel 2009 Obama promise di chiudere i black sites, ma da allora pare che poco o nulla sia cambiato né per quanto riguarda questi luoghi di detenzione né per quanto riguarda le “tecniche rafforzate” adottate. La verità è che, come sempre, le promesse fatte durante le elezioni sono poi rimaste solo parole al vento. Così è stato per Guantanámo e per gli altri centri di tortura degli Stati Uniti [..] Dei black sites si è tornato a parlare solo grazie alla pubblicazione da parte del quotidiano The Washington Post, di un rapporto in 6.300 pagine stilato dalla commissione Servizi Segreti del Senato federale, ufficialmente top secret. In questo rapporto si parlerebbe anche delle tecniche adottate dai “paladini dei diritti umani” statunitensi. Tecniche come costringere i detenuti a rimanere a lungo immersi in vasconi colmi di acqua ghiacciata oppure il ben più noto waterboarding, l’annegamento controllato (che prevede di riversare acqua nelle vie respiratorie del recluso). Questi moderni sistemi di tortura, perché di questo si tratta in definitiva e nient’altro, sono spesso eufemisticamente definiti «tecniche rafforzate d’interrogatorio» sarebbero, in qualche caso ed entro certi limiti, ufficialmente approvati dal Pentagono. Il problema potrebbe sembrare un mero cavillo legale, ma non è così. Fino a che punto enti come la Cia sono autorizzati a ricorrere ad autentiche torture? È sufficiente dire che “informazioni cruciali” non si potrebbero raccogliere altrimenti, per autorizzare di fatto la tortura di altri esseri umani?». A quanto pare sì. La risposta, ancorché cinica, è innanzitutto realistica, si fonda cioè sull’esperienza degli ultimi… secoli.

Chi intende approcciare la scottante questione qui presa a oggetto senza smottare nell’inutile piagnisteo politically correct o nell’insulsa ideologia pacifista (peraltro sempre incline a trasformarsi nel suo contrario al momento opportuno) deve prendere atto di questa realtà. Viceversa, si corre sempre di nuovo, a cadenza regolare, il rischio di scoprire che «ancora» nel XXI secolo ciò che decide del nostro destino è la forza, è un gioco di potere che si consuma interamente sopra le nostre teste, dietro le nostre spalle. Certo, “il sistema” ci concede la “libertà” di indignarci, e perfino di pretendere, attraverso manifestazioni, petizioni ed elezioni, «un mondo più giusto», ossia un inferno più a “misura d’uomo”. D’altra parte, pretendere ciò che questo mondo imperfetto non può offrire significa entrare nel cul de sac dell’utopia, che non a caso fa rima con follia. Ma se lacerare il sacco del Dominio è un’impresa folle, forse occorre che scriviamo un Elogio della follia 2.0, piuttosto che acconciarci al meno peggio, che poi prepara puntualmente il peggio possibile. Insomma, «abbiamo elogiato la Follia, ma non proprio da folli»; piuttosto da umanisti, se mi è concesso esprimermi secondo un gergo da tempo pensionato.

Enduring Freedom«Il vero problema forse è che oggi alcuni Paesi arrivano a considerare “eticamente accettabile” che una superpotenza utilizzi, e non da ora ma da decenni, ogni mezzo per sovvertire il sistema politico di un altro Paese o per raggiungere certi obiettivi di conquista economica. E anche quando ciò non viene visto come “politically correct” spesso si pensa che basti voltarsi dall’altra parte e far finta di non vedere, nascondendosi dietro una maschera di omertà e di garanti della “sovranità nazionale”». Il vero problema, a mio benaltristico avviso, è piuttosto l’esistenza del Capitalismo internazionale nella sua fase socialmente totalitaria, ossia nell’epoca della sussunzione TOTALE (o globale: sociale, spaziale, esistenziale) degli individui al Capitale. Cercare di mettere un freno alla violenza del Moloch attraverso leggi, convenzioni e dichiarazioni, non solo si rivela essere, decennio dopo decennio, uno sforzo inutile, tale da far impallidire un Sisifo, come peraltro denunciano le stesse Agenzie Umanitarie (laiche e religiose); ma a ben considerare questo atteggiamento è parte del problema, nella misura in cui inchioda la cosiddetta opinione pubblica mondiale al muro di chimeriche illusioni circa fantomatici diritti inalienabili dell’uomo puntualmente violati. Di più: violentati. Discorrere di «diritti umani» sorvolando sull’assenza della “materia prima”, cioè dell’umanità, di rapporti sociali umanamente orientati, significa fare dell’ideologia, e perfino dell’apologetica. Certo: un altro mondo è possibile. Ma questa possibilità nega in radice la vigente struttura classista del mondo, ossia il fondamento materiale che genera con stringente necessità la violenza sistemica (materiale, spirituale, psicologica, esistenziale) sugli individui e sulla natura. È su questo maligno fondamento sociale che si dà la competizione interimperialistica per il controllo del pianeta e la spartizione del bottino (capitali, mercati, materie prime, risorse energetiche, risorse “umane”, ecc.), ed è in questa coscienza che occorre individuare l’abisso concettuale che passa tra il punto di vista geopolitico* e quello critico-radicale – che io chiamo punto di vista umano.

È sufficiente riflettere sulla questione delle armi chimiche siriane per capire quanto cinico sia ogni sforzo “umanitario” centrato sugli Stati. Oltre 20 civili morti e decine di feriti: questo è il bilancio dell’esplosione di alcune bombe sganciate dall’esercito siriano su Aleppo lo scorso 4 aprile. Il bilancio complessivo del mattatoio siriano, dopo diversi anni dall’inizio della «guerra civile», parla di 140mila morti, di cui 50mila civili, tra i quali circa 8mila bambini e 5mila donne: una carneficina condotta a quanto pare con armi rigorosamente “convenzionali”. Le sostanze chimiche no, i “rimedi” meccanici, termici e atomici : qui rilevo una discriminazione tecno-scientifica bella e buona!

guatnamo_1346231f«Così [il Presidente degli Stati Uniti] potrà continuare con il MUOS in Sicilia, continuare a combattere su e giù per il mondo (celando vere e proprie guerre come “missioni di pace” Obama, che pure aveva promesso di finire le guerre cominciate dai Bush, oggi continua a inviare truppe su più fronti di tutti i suoi predecessori), continuare a sottoscrivere leggi e accordi internazionali per la pace nel mondo e per il rispetto dei diritti umani che poi ci si guarderà bene da rispettare, continuare a imporre le proprie scelte a popoli diversi, continuare a dislocare eserciti in molti Paesi» (A. Mauceri). Insomma, Obama potrà continuare a servire al meglio delle sue capacità la prima potenza capitalista (e quindi imperialista) del pianeta. Non vedo nulla di disdicevole in tutto questo, nulla che possa stuzzicare la mia indignazione, la quale è interamente mobilitata contro il Moloch capitalistico mondiale a prescindere da chi in un determinato momento lo serve e lo legittima sul piano ideologico e politico: democratico o repubblicano che sia, “socialista” con caratteri cinesi o con caratteri venezuelani, e così via. Mi sa che il buon Mauceri a suo tempo coltivò qualche illusione circa la «rivoluzione copernicana» promessa dal Democratico Obama. E son delusioni, lo capisco!

* Almeno nell’accezione mainstream del termine. La geopolitica volgare/apologetica (o semplicemente borghese) si limita a prendere atto della bilancia del potere internazionale, e ne descrive la mutevole fenomenologia (l’ascesa e il declino delle nazioni e delle grandi potenze è un classico concetto geopolitico, forse quello di maggior successo). Naturalmente essa offre molto materiale empirico e analitico alla riflessione del pensiero critico-radicale.

Leggi anche: Droni e diritto internazionale.

 

 

BARACK E FRANCESCO. LA COPPIA PERFETTA

san obama«Barack Obama ha avvertito oggi che i membri della Nato non possono permettersi di tagliare la spesa militare. “La situazione in Ucraina ci ricorda che la libertà ha un costo”, ha detto il presidente americano qui a Bruxelles dopo un incontro con il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy e il presidente della Commissione José Manuel Barroso» (Il Sole 24 Ore, 25 marzo 2014). Non so cosa succede a voi quando il Presidente della prima potenza capitalistica/imperialista del mondo parla di «libertà». Nel mio caso la manina corre velocemente e nervosamente alla rivoltella (metaforica, maresciallo, metaforica, per carità!).

Inutile dire che con il Santissimo Francesco il Nobel per la Pace a stelle e strisce, nonché teorico dell’uso massiccio dei droni nei teatri di guerra (ossia ovunque vi siano interessi americani da difendere), parlerà appunto della pace nel mondo, nonché delle tante magagne che ancora affliggono questo povero pianeta: ingiustizie e diseguaglianze sociali, fame, malattie, inquinamento, surriscaldamento/congelamento di Gaia, e via elencando sulla scorta del noto catalogo delle sventure caro al politicamente ed eticamente corretto. «Obama – ha dichiarato un consigliere del presidente – ammira la leadership di Papa Francesco e con lui discuterà il loro comune impegno a combattere la povertà e la disuguaglianza crescente». Come non sciogliersi in un compassionevole e speranzoso Alleluia?

«La presenza del demonio», ha dichiarato Francesco qualche mese fa (mandando in bestia diversi suoi simpatizzanti sinistrorsi e in solluchero… Giuliano Ferrara!), «è nella prima pagina della Bibbia, e la Bibbia finisce anche con la presenza del demonio, con la vittoria di Dio sul demonio. […] Sant’Ignazio ricorda che “l’uomo vive sotto il soffio di due venti, quello di Dio e quello di Satana”». Certo, il Demonio non come mera metafora teologica, o come espressione di un disagio psichico, secondo l’ingannevole lettura di «alcuni preti che quando leggono i brani del Vangelo, dicono: “Gesù ha guarito una persona da una malattia psichica”»; piuttosto il Demonio come concreta realtà, come «nemico numero uno», come «essere oscuro e conturbante che esiste davvero, e che con proditoria astuzia agisce ancora; è il nemico occulto che semina errori e sventure nella storia umana» (Paolo VI, 15 novembre 1972).

Ora, non vorrei rubare il mestiere né a Giuliano Ferrara né, tanto meno, all’inarrivabile Eugenio Scalfari, i quali sono avvezzi a dare del tu all’Insondabile; e tuttavia, nel mio infinitamente piccolo, non posso contenere un amletico dubbio: e se si trattasse del Dominio, e non del Demonio? E se «il nemico occulto che semina errori e sventure nella storia umana» avesse l’impalpabile ma concretissima sostanza di un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento? Avanzo una semplice ipotesi, Intendiamoci.

imagesMa guarda che bizzarre e oziose idee mi vengono in mente proprio quando Barack e Francesco si misurano con la difficile e complessa realtà del mondo e in fraterno sodalizio tirano avanti il pesante Carro del Progresso. Dio, o chi ne fa le veci, mi perdoni!

LA GERMANIA E GLI “STATI UNITI D’OCCIDENTE”

Ruben-EU-USA-free-trade_0Il tema non è affatto nuovo, e nelle segrete stanze del Potere, inaccessibili alle moltitudini che subiscono passivamente le decisioni che vi vengono prese,  si lavora alacremente al progetto già da qualche anno. Forse perché il progetto è giunto a un sufficiente grado di maturazione, ovvero per mettere qualche partner ancora riluttante nei suoi confronti davanti al fatto compiuto, fatto sta che il Presidente degli Stati Uniti ha deciso di dare alla cosa una brusca accelerazione:  «Il 12 febbraio, in occasione del discorso annuale sullo stato dell’Unione, il presidente americano Barack Obama ha annunciato che gli Stati Uniti avvieranno trattative commerciali con l’Unione europea in vista della creazione di una zona di libero scambio. Il Partenariato transatlantico di commercio e investimento, come l’ha battezzato Obama, aiuterebbe il commercio tra le due sponde dell’Atlantico, che nel 2012 ha mosso circa 480 miliardi di euro» (The New York Times, 13 febbraio 2013).

Immediatamente dopo l’annuncio della Casa Bianca il presidente della Commissione europea Jose Manuel Barroso ha confermato nel corso di una conferenza stampa a Bruxelles il via libera all’avvio di negoziati per un accordo di libero scambio tra le due sponde dell’Atlantico – Trans-Atlantic Trade and Investment Partnership.  «Quando l’accordo di libero scambio tra UE e USA sarà pienamente operativo darà uno stimolo dello 0,5% al Pil europeo», ha dichiarato entusiasta Barroso, senza peraltro convincere gli scettici, che non sono pochi anche nelle alte sfere del comando europeo.

Naturalmente non sfugge a nessuno l’esigenza di creare un blocco economico euro-americano in grado di arginare la capacità competitiva dei Paesi capitalisticamente più aggressivi del pianeta, la solita Cina in testa, ma l’obiettivo comune deve fare i conti con una serie di problemi di non facilissima soluzione, a cominciare da quelli concernenti i non pochi interessi, alcuni anche di rango strategico, che dividono da decenni le due sponde dell’Atlantico, divergenze che non possono venir appianate senza che sul terreno si contino i metaforici morti e feriti, senza che media ci diano contezza dei vinti e dei vincitori.  Nessun accordo è gratuito né indolore in questo mondo!  D’altra parte, «I negoziati su una maggiore liberalizzazione degli scambi multilaterali, che dal 2001 avanzano stancamente sotto il nome di Doha round, hanno mostrato la portata di queste divergenze» (Welt Am Sonntag Berlino). In ogni caso l’associazione transatlantica immaginata lungo l’asse Bruxelles-Washington, quando mai avesse luogo al suo interno non costituirebbe una relazione tra uguali, questo è poco ma sicuro, per dirla in termini volgari.

Secondo Gabor Steingart, direttore dell’Handelsblatt, «Un’associazione di stati fondati su ideali e interessi comuni non danneggerebbe lo sviluppo dei due continenti, ma lo favorirebbe. Inoltre darebbe un segnale di libertà ai paesi dominati dal capitalismo di stato, come la Cina». Lasciamo stare gli ideali e i “segnali di libertà”, merce a buon mercato che non deve mancare mai quando si trattano le triviali questioni che decidono della vita e della morte delle persone. Concentriamoci piuttosto su tali questioni, ossia sugli interessi economici, e chiediamoci fino a che punto essi sono comuni tra le due sponde. Naturalmente la risposta non deve mancare di considerare le divergenze di interessi che si registrano nel seno della stessa Europa, alle prese con un processo di unificazione altamente contraddittorio e conflittuale, per nulla scontato nei suoi esiti, proprio in grazia ai diversi gradi di sviluppo sociale e di potenza sistemica che connotano i suoi diversi Paesi.

Non a caso la Germania, che cerca di guidare dalla posizione di potenza egemone il processo di cui sopra, e che nell’immediato teme la reazione cinese all’annuncio dei negoziati euroamericani, sta facendo pressioni affinché l’accordo interatlantico sia aperto all’adesione di altri Paesi, e che comunque perda i suoi connotati difensivi-offensivi più spigolosi. Rolf Langhammer, dell’Istituto per l’Economia Mondiale di Kiel, ha dichiarato che  «in caso di un accordo poco solido fra l’Unione europea e gli Stati Uniti, i due blocchi commerciali più potenti del mondo darebbero un cattivo esempio alle altre zone di libero scambio», senza contare che «il resto del mondo considererebbe un accordo transatlantico una forma di esclusione, se non di ricatto, a scapito dei paesi terzi».  Come scrive oggi Maurizio Molinari (La Stampa), il Presidente Obama ha approfittato del tour elettorale di Re Giorgio in terra Americana (per perorare la causa di un Governo Bersani-Monti, o Monti-Bersani) per sollecitare ai partner italiani un’amichevole pressione sulla Germania, molto tiepida nei confronti della sua iniziativa transatlantica.

L’entusiasmo degli inglesi ha confermato e irrobustito i dubbi germanici; il Financial Times di ieri ha giustamente osservato che nell’immediato «La vera posta in gioco non è economica ma geopolitica»: più che agli investimenti, alla crescita e alla prosperità la leadership del mondo occidentale deve pensare allo spostamento del potere globale verso gli «Stati emergenti». Si tratta insomma per «l’Occidente» di riprendere l’iniziativa dopo decenni di declino politico-ideologico, con ciò recuperando la «grande lezione» impartita negli anni Ottanta dalla Thatcher e da Reagan a tutto il pianeta. Certo, mutatis mutandis, perché nulla rimane immutato nel tempo – nemmeno nei Sacri Palazzi Vaticani, come si è visto…

782px-Seconde-guerre-mondiale-debarquement-LCVP-6juin1944Cos’ha da guadagnare la Germania da un riavvicinamento tra le due sponde dell’Atlantico? La sindrome tedesca dello Sbarco in Normandia (l’accerchiamento anglo-americano nel cuore del Vecchio Continente) fino a che punto è attiva?

Inutile dire che la notizia resa di dominio pubblico il 12 febbraio ha irritato non poco i sovranisti basati in Europa, già duramente impegnati contro il processo di unificazione a guida tedesca. Essi temono che l’apertura di un secondo fronte Atlantico possa indebolire le loro posizioni, costringendoli magari ad arretrare proprio verso le linee germaniche, giusto per non perdere anche la sovranità continentale, sacrificata sull’altare dell’odiato americanismo. Sarebbe davvero un delizioso paradosso!

130201handelsblattInsomma, la montagna (il progetto di una «NATO economica», se non addirittura degli «Stati Uniti d’Occidente») rischia di partorire un topolino economico, mentre è sul piano della contesa globale Stati Uniti-Cina che l’accelerazione “liberista” di Obama acquista un chiaro e immediato significato, cosa che balza agli occhi ancora più chiaramente se si pensa all’accordo di libero scambio tra le due sponde del Pacifico promosso dagli Stati Uniti nel 2011. Siamo solo agli inizi di una nuova accelerazione nella contesa capitalistica globale, la quale, è fin troppo banale e rituale dirlo, vede le classi dominate di tutto il mondo in una posizione di assoluta sudditanza e impotenza nei confronti del noto Moloch.