L’ALBA DEI MORTI VIVENTI

Ennesimo tentativo di accorpare i rimasugli della sparsa diaspora del “glorioso” PCI. Si chiama Alba (acronimo che mi rifiuto di spiegare, per decenza), ed ha l’ambizione di dar corpo a un «Soggetto Politico Nuovo», probabilmente collocato a “sinistra” del PD. Sponsor ufficiale Il Manifesto, il noto quotidiano che ama definirsi «comunista» – o forse, da domani, benecomunista –, ma che per sopravvivere non disdegna di elemosinare i soldi al Leviatano. Questo a proposito di “comunismo” e di “benecomunismo”.

«Quale urgenza sentono le migliaia di persone che hanno sottoscritto “il Manifesto pubblicato su il manifesto”? Io credo che molti finalmente, dopo la fasulla liberazione da Berlusconi, abbiano capito dove sia il nemico e quale sia la vittima del suo agire spietato e cinico. Il neoliberismo, per la prima volta in crisi di egemonia dopo la caduta del muro di Berlino» (U. Mattei, A Firenze, per cominciare, Il Manifesto, 28 aprile 2012). Si capisce che quanto a originalità gli albisti sono messi piuttosto maluccio. Infatti, è dal 1989, da quando il muro di Berlino è precipitato sulla loro zucca, che gli statalisti dell’ex PCI e dintorni ripetono il mantra del «neoliberismo» cinico e baro. Un po’ più di originalità, cribbio! Adesso che la crisi economica chiama in causa lo Stato per rendere meno dirompente il conflitto sociale e più agevole la ripresa in grande stile dell’accumulazione capitalistica, gli albisti si sentono meno depressi, con ciò stesso rendendo evidente la natura ultrareazionaria (appunto statalista o «benecomunista», per usare un termine meno sputtanato) del loro progetto politico.

I MILLE VOLTI DEL LEVIATANO

«Dobbiamo sostituire il potere degli usurpatori nel minor tempo possibile con un governo partecipato e condiviso che faccia dell’Italia il primo paese occidentale a rompere davvero col neoliberismo (come fatto da diversi paesi e da ultimo l’Argentina con la nazionalizzazione del petrolio». Dopo la Russia, la Cina e Cuba, ecco il nuovo Paese-modello dei social-nazionalisti (uso il termine in senso tecnico, senza alcuna allusione storica) nostrani. Dimenticavo: c’è pure il Venezuela di Chávez. Dal «neoliberismo» che avrebbe fatto fallimento (ricordo che la crisi economica è immanente al concetto stesso di Capitale: vedasi Il Capitale) al nazionalismo economico? Se pensiamo che tra i firmatari del manifesto albista figura Luciano Gallino, il teorico del Finanzcapitalismo e promotore di un keynesismo “spinto” che abbia nello Stato il «datore di lavoro di ultima istanza», capiamo bene di che lordura statalista stiamo parlando.

«La conoscenza critica è stata massacrata con la continua aziendalizzazione della cultura, della scuola, dell’università e con il tentativo sempre più vicino al successo di chiudere la bocca al pensiero critico che non vuole stare zitto». La «conoscenza critica» sarebbe dunque coltivata negli istituti formativi della Mala Bestia? «La tendenza alla massima estensione e diffusione della cultura pretende che la cultura stessa rinunci alle sue più alte, nobili e sublimi aspirazioni per dedicarsi al servizio di una qualche altra forma di vita, ad esempio dello Stato» (F. W. Nietzsche, Sull’avvenire delle nostre scuole). Sebbene dal suo particolare punto di vista aristocratico, Nietzsche aveva almeno intuito il significato della «democratizzazione» e massificazione della cultura e dell’istruzione nel seno della moderna società borghese. Ma dagli statalisti incalliti sarebbe vano aspettarsi un solo grammo della profondità critica di un Nietzsche. Lasciamo quindi che essi belino allegramente il loro: «Viva l’acqua pubblica, viva la scuola pubblica, viva i beni pubblici!» D’altra parte, il loro orizzonte concettuale è dichiaratamente chiuso dentro i confini degli interessi nazionali; si tratta, infatti, di «salvare il nostro Paese», le «nostre istituzioni», il «nostro patto fondativo», e il nuovo soggetto politico nasce proprio «per dar stimolo alla creazione di un Cln contro l’occupazione neoliberista del nostro paese». Questi hanno in testa la guerra, ancorché «partigiana», mica la Rivoluzione!

«Dichiarando uno stato di emergenza, tutti i dispositivi della legalità liberale sono stati sollevati». Non è affatto vero. Sollevate, per dir così, sono state piuttosto le illusioni feticistiche intorno alla democrazia, più o meno «partecipata», la quale è da sempre la migliore – la più economica, sotto ogni rispetto – forma politico-ideologica del dominio sociale capitalistico: altro che fumisterie sul «neoliberismo» brutto, sporco e cattivo. D’altra parte, lo stato di eccezione mette a nudo la regola del Dominio, quella che il feticismo di cui sopra impedisce di cogliere nei momenti di routine. Ma «l’esito dei referendum è stato ignorato»! Non aspettatevi la mia “indignazione”, signori benecomunisti. No, non mi avrete come “partigiano del XXI secolo”.

Gratta gratta, sotto il benecomunista di oggi scopri lo statalista di ieri. Una verniciatina, e via, si riparte!

Marco Revelli, nella sua introduzione alla performance fiorentina del 28 aprile che ha lanciato il progetto-Alba, non si è certo tenuto alla larga dai soliti luoghi comuni tipici di chi «scende in campo»: non si tratta di mettere in piedi «un ennesimo partitino a vocazione minoritaria», ma un soggetto politico di nuovo conio «tendenzialmente maggioritario». Ma va? Nel suo discorso non poteva mancare il «cambio di paradigma», e difatti non è mancato, corroborato da un «salto di paradigma»: nientemeno! Per dire cosa, poi? Che bisogna salvare il Paese dal «crollo delle stesse istituzioni repubblicane», e che gli albisti intendono essere «abitanti di un nuovo spazio pubblico». Stabilità dello status quo politico-istituzionale uscito dalla seconda guerra mondiale come si riflette «nel nostro patto fondativo», e neostatalismo ribattezzato benecomunismo: un progetto politico anacronistico che trasuda muffa, e non solo, da tutti i pori.

Curiosità elettorali. FRANCIA. PER CHI VOTA TONI NEGRI?

Ho cercato di “destrutturare” il commento di Toni Negri sulle elezioni francesi di domenica scorsa, per carpirne l’essenza politico-ideologica nascosta sotto la solita “narrazione” comunistica – nel senso del «Comune», è chiaro. E cosa ho capito? Che il teorico benecomunista tifa per Hollande. Non lo dice subito e apertamente, si capisce, perché ciò non sarebbe troppo moltitudinario, ma lo lascia trasparire chiaramente, tra una frecciata alla «sinistra socialdemocratica» e una punzecchiatura ai «comunisti, vecchi e nuovi». Anzi, a un certo punto il Nostro abbandona ogni cautela e sostiene che «la vittoria di Hollande potrà essere benvenuta». Vivaddio!

Ma a una condizione, ossia «solo se si riuscirà ad organizzare, anche in Francia, dei movimenti sociali di lotta fuori dalle scadenze elettorali, senza illusioni in quello che i governi possono fare» (Elezioni francesi: anticipazioni per discutere dopo il secondo turno, UniNomadE, 26/04/2012). A quel punto, lascia intendere Negri, i movimenti sociali potranno trovare una sponda istituzionale nel Partito Socialista, il quale, nella sua prospettiva progressista, appare comunque da preferirsi al Partito di Sarkozy. E su questo punto non nutrivo dubbi. Lo seguo, ahimè, da fin troppo tempo, per non sapere che la fraseologia pseudorivoluzionaria dell’intellettuale padovano veicola concetti che solo la rozzezza dottrinaria di qualche politologo può assumere come eversivi dello status quo. Inutile dire che per il sottoscritto scegliere tra i due candidati alla presidenza equivale, per le classi subalterne francesi, a scegliere l’albero a cui impiccarsi.

Anche il «comunista» Mélenchon è invitato dall’autorevole benecomunista italiano ad aprirsi alla prospettiva aperta da tempo dai movimenti d’opposizione sociale nel Vecchio Continente, soprattutto da quel «proletariato cognitivo» che, com’è noto, egli individua come il nuovo soggetto sociale autenticamente antagonista, e magari rivoluzionario tout court. Negri stigmatizza il fatto che nel programma di Mélenchon «non si parla, e neppure si accenna, al reddito garantito di cittadinanza e neppure si affrontano in maniera radicale le questioni legate al controllo e dalla gestione di un Welfare “comune”». Non c’è dubbio, in un programma benecomunista che si rispetti quelle due rivendicazioni radicali non possono mancare! Sono ironico? Certamente. Non tanto per il significato economico-sociale che quelle rivendicazioni hanno, quanto per il loro travestimento “comunitario”, il quale nella misura in cui non fa i conti con la realtà dell’accumulazione capitalistica, ossia con la fonte di ogni Welfare in regime capitalistico, assume i contorni di una mera ideologia, buona solo da spendere nei salotti dell’antagonismo e nei talkshow. Fare i conti con l’accumulazione capitalistica non significa, ovviamente, scendere a patti col Capitale ma, all’opposto, significa elaborare forme e strategie di lotta davvero efficaci, e capaci di lasciare sul terreno del conflitto sociale qualche frutto fecondo anche in caso di sconfitta. Vendere fumo pseudoantagonista ai movimenti sociali non ha mai prodotto né risultati immediati né, tanto meno, «coscienza di classe».

Lungi dall’essere l’ennesima «terza via» tra Capitalismo e «Socialismo reale» (leggi: Capitalismo di Stato), il Comune negriano non è che l’attualizzazione del vecchio e decrepito statalismo, che rimane tale nonostante la chirurgia plastica benecomunista. Se non è zuppa, è pan bagnato nella scodella sempre più sbrindellata del progressismo mondiale. Lo stesso successo elettorale di Madame Le Pen (circa 6,4 milioni di voti “moltitudinari”) la dice lunga sullo stato di salute dei progressisti, logorati da una crisi economica che fa giustizia di molti luoghi comuni intorno al Capitalismo «ben temperato» e dal «volto umano».

«Sarà possibile, attraverso la continua azione sociale dei movimenti, attraverso una ricomposizione dei movimenti a livello europeo, introdurre nuovi motivi “comuni” nella governance che i socialdemocratici si preparano ad assumere a livello europeo? I dubbi sono altrettanto forti della speranza». Tuttavia la speranza c’è, nevvero? E, come si usa dire, la speranza è l’ultima a defungere. È di queste “speranze” che si alimenta il dominio sociale capitalistico, che i teorici benecomunisti intendono puntellare «dal basso» (non lo sanno, ma lo fanno), rivitalizzando una politica democratica che annaspa sotto l’incalzare delle sempre più totalitarie esigenze economiche.

Il cappio è il Capitalismo tout court, “senza se e senza ma”.

Per Toni Negri le elezioni francesi sono molto importanti anche in chiave europea, perché insiste all’ordine del giorno la necessità di «un rinnovamento democratico dell’Unione», e, sotto questo aspetto, il Front National di Marine Le Pen «costruisce un ostacolo serio»  all’implementazione di «programmi di rifondazione dell’Europa». Negri apprezza il convergere dell’estrema sinistra francese «verso Hollande», che dopo un momento di pericolosa oscillazione ha lasciato alla sola destra gollista e nazionalista la demagogia antieuropea; e poi si chiede, con il consueto gesuitismo: «Ma ciò è sufficiente a garantirci un rinnovamento del processo dell’unità europea?» Dall’«Europa dei banchieri» all’Europa del Comune? Gran bella speranza, niente da dire. Dimenticavo: sono ironico, per usare un eufemismo.

LE REGOLE DI CASA KENDELTHON /2

L’ultima delle cinque dispense pubblicate da Scrittori Precari che raccolgono, in modo sintetico, il pensiero economico di Malina Kendelthon purtroppo conferma largamente il giudizio negativo che mi sono permesso di dare nel precedente post (Le regole di casa Kendelthon). La sua adesione alla Scienza Economica dominante è confermata, tra l’altro, dal lusinghiero giudizio che tutte le volte che può lei dà delle Nazioni Unite. Ora, si dà il caso che esse non siano un club per benemeriti filantropi – ammesso che si possa dare della filantropia un simile benevolo giudizio –, e che, quando non funzionano come una macchina ideologica che produce olio lubrificante – soprattutto sotto forma di «Diritti Umani» – per i duri ingranaggi degli Stati, si limitano a registrare i rapporti di forza fra le potenze imperialistiche.

L’UOMO È STRANIERO SU QUESTA TERRA!

Evidentemente alla Kendelthon quell’olio piace. Ecco un esempio: «Le Nazioni Unite hanno ufficializzato un nuovo approccio ai problemi dello sviluppo, che finalmente abbandona la visione riduzionista economicista dell’aumento del reddito pro-capite, e ratifica la necessità della misurazione di variabili quali istruzione, sanità, diritti civili e politici» (Storia delle Utopie Economiche nei Mercati Globali /5, dal Blog di Scrittori Precari, 9 febbraio 2012). Come sempre la brava economista sorvola sulla natura sociale della comunità mondiale che oggi riempie di significato quell’istruzione, quella sanità, quei «diritti civili e politici». E perciò deve necessariamente leggere i processi sociali che rigano il pianeta in termini di scelte, di volontà e di visione. Che la «riduzione economicista» dell’esistenza (dis)umana sia, prim’ancora che una «visione», un fatto necessario sulla base del Capitalismo, soprattutto di quello altamente sviluppato dei nostri critici tempi, sembra sfuggirle, appare completamente al di là del suo orizzonte concettuale.

Non a caso la sua critica ad Amartya Sen si mostra del tutto inessenziale, superficiale, incapace di sfiorare, non dico toccare, la radice dei problemi che si aggrovigliano intorno alla prassi sociale degli individui, nei Paesi del «Primo Mondo» come in quelli del Quarto. «Nonostante l’amore profondo per le teorie dell’etica economica di A. Sen, personalmente serbo molteplici riserve connesse all’idea ottimistica di possibilità di sviluppo e crescita globale». Invece un pensiero autenticamente critico deve innanzitutto rigettare l’etica economica dell’economista indiano, la quale postula la possibilità di un Capitalismo dal volto umano che a me fa ancora più ribrezzo del «modello capitalistico» sostenuto dai «liberisti selvaggi», per il suo sovraccarico ideologico orientato in senso buonista. Che la libertà, l’umanità, l’autodeterminazione, la giustizia e quant’altro riempie le bocche e i libri degli economisti eticamente corretti siano, nell’ambito del Capitalismo, delle assolute menzogne rappresenta invece l’aspetto centrale della mia “etica economica”, e mi sembra che tanto l’attuale crisi economica, quanto i processi sociali che essa ha innescato, testimoniano a favore di questa etica radicale che non coltiva chimeriche illusioni.

L’«indicatore di sviluppo umano» proposto da Sen in alternativa al vecchio e rozzo PIL fa il paio con il concetto di «Capitale Umano», il quale dovrebbe esaltare la presenza dell’umano nei processi economici, mentre invece tradisce la condizione disumana degli individui, ridotti al rango di risorsa fisica e intellettuale da sfruttare nel modo più razionale ed efficiente possibile – proprio secondo il concetto di economia capitalistica. Più si tira in ballo la parola «uomo», e le altre a essa correlate, più ci si sottomette alla prassi necessariamente disumana del Capitale. D’altra parte, la stessa Kendelthon riconosce che «Il sistema sociale basato sullo scambio delle merci e sull’estrema differenziazione sociale è per sua natura indifferente a considerazioni etiche». Appunto. Il fatto è che il Male è molto più radicale di quanto lei sospetti, perché quel sistema sociale plasma l’intero spazio esistenziale degli individui, facendo della loro esistenza un’immensa occasione di profitto. Niente di metafisico (oppure sì?): il Male è il rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che non permette all’umano di respirare. E questo fatto l’«indicatore di sviluppo umano» non può registrarlo…

Quanto debole sia, per usare un eufemismo (in fondo sto criticando nientemeno che un premio Nobel per l’economia: quale smisurata presunzione!), il pensiero economico-sociale di Sen lo testimonia la sua lettura delle ragioni della crisi economica internazionale. «Le ragioni stanno certo nella cattiva politica, nella mano libera consentita alla speculazione finanziaria, nell’eccesso di fiducia nella forza regolatrice del mercato, comprimendo o addirittura osteggiando il ruolo delle pubbliche istituzioni. Diciamo che la prima responsabilità è stata degli Stati Uniti, con la complicità ovviamente di tutti gli altri paesi più ricchi» (Intervista di Oreste Pivetta a Amartya Sen: La crisi economica globale? Colpa di liberismo e finanza. È tempo di giustizia e libertà, L’Unità, 25 maggio 2010). Che la crisi economica sia, in primo luogo, un fondamentale aspetto della prassi capitalistica che produce e distribuisce valore sfruttando scientificamente uomini e cose, e non un incidente, o un errore di valutazione imputabile alla politica, o la conseguenza di perfide ideologie liberiste-selvagge, ovvero il frutto di desideri irrazionali legati alla brama di facili profitti (d’altra parte, chi non brama facili profitti scagli la prima pietra!), deve necessariamente sfuggire all’economista progressista che pensa il Capitalismo dal volto umano come il migliore dei mondi possibili. Finanzcapitalismo e terzomondismo di ritorno: il piatto luogocomunista2.0 è bell’è servito. Personalmente lo trovo parecchio molesto al palato.

Ma ritorniamo alla nostra economista, anche se ho l’impressione di non essermene in realtà mai allontanato. Dal suo punto di vista antisviluppista, che assume l’esistenza del Capitalismo come un dato di fatto impossibile da mettere in questione alla radice, ma passibile tuttavia di “rivoluzionarie” riforme di struttura, la mia critica deve apparire certamente insensata. Per lei si tratta di addomesticare la Bestia, non di sopprimerla. Addomesticarla come? Con iniezioni di benecomunismo. E qui arriviamo al punto nodale, ossia al benecomunismo della Kendelthon, che avevo sospettato dalla lettura delle precedenti dispense.

«È incontestabile che alla ricchezza quantitativa dei beni privati corrisponda, oggi, la povertà qualitativa dei beni pubblici. Il consumatore opulento, il cui gusto esigente è visto come un incentivo alla gara per la produttività e l’efficienza, crede che la sua libertà sia esaltata in un mondo che non disponga di scuole, di ospedali, di sicurezza, di ambiente pulito, di servizi pubblici efficienti. Per questo vengono banditi tutti gli interventi che potrebbero lenire le condizioni di povertà nella supposizione che la semplice crescita quantitativa risolva le antinomie del moderno». A parte la caricatura del «consumatore opulento», individuato come la causa della miseria altrui (obesi a Occidente, scheletrici nel Quarto e Quinto Mondo!), secondo il noto stilema ideologico dei progressisti; c’è da dire che la quantità e la qualità dei cosiddetti «beni pubblici» non possono sottrarsi al calcolo della compatibilità economica generale, perché tutto ciò che ha un costo dipende, in ultima analisi, dall’accumulazione capitalistica, ossia dal reale processo di produzione del valore. Come ho scritto nella precedente puntata, nel Capitalismo nessun pasto è gratis. Svincolare la riflessione intorno ai «beni pubblici» da questo fondamentale aspetto della prassi sociale, significa non capire nulla del meccanismo economico-sociale basato sul profitto.

IL BENECOMUNISMO, MALATTIA SENILE DELLO STATALISMO

Com’è noto, i liberisti “selvaggi” teorizzano lo Stato minimo, e i benecomunisti invocano lo Stato massimo. Ma di che Stato stiamo parlando? Vuoi vedere che si tratta dello Stato capitalistico!

USCITA DI SICUREZZA? NON MI SENTO MOLTO SICURO!

USCITA DI SICUREZZA? NON MI SENTO MOLTO SICURO!

Giulio Tremonti è finalmente ritornato. E con un proposito che davvero fa giustizia di molte maldicenze propalate ai suoi danni nei caldi mesi dello Spread. Nientemeno quello di «mettere l’ordine al posto del caos». Roba da far tremare le vene ai polsi. Come? È preso detto: separando l’attività produttiva dall’attività speculativa, chiudendo la bisca della finanza, ristabilendo il primato delle regole, investendo capitali pubblici in beni di interesse collettivo (i keynesiani gli fanno il solletico!), mettendo la ragione al posto degli spread, l’uomo al posto del lupo, il pane al posto delle pietre.

Quasi mi commuovo. Anche perché mi torna alla mente Isaia, non io, quello della Bibbia: «Il lupo abiterà con l’agnello, e il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello, il leoncello e il bestiame ingrassato staranno assieme, e un bambino li condurrà». Possibile che il Grande Profeta annunciasse la venuta di Tremonti? D’altra parte, nel 2012 tutto è possibile. La Catastrofe incombe, il Capitalismo traballa, il Comandante Schettino si fa metafora. Ma Giulio non mi sembra esattamente un bambino.

MORTE AL CAPITALE (tout court)!

«Una volta il pronunciamiento lo facevano i militari. Occupavano la radio-tv, imponevano il coprifuoco di notte eccetera. Oggi, in versione postmoderna, lo si fa con l’argomento della tenuta sistemica dell’euro …  lo si fa condizionando e commissariando governi e parlamenti … Ed è la finanza a farlo, il pronunciamiento, imponendo il proprio governo, fatto quasi sempre da gente con la sua stessa uniforme, da tecnocrati apostoli cultori delle loro utopie, convinti ancora del dogma monetarista; ingegneri applicati all’economia, come era nel Politburo prima del crollo; replicanti totalitaristi alla Saint-Simon» (Uscita di sicurezza, Rizzoli, 2012). Il lamento tremontiano, al netto delle improbabili suggestioni storiche, ha un certo fondamento fenomenologico, chi può negarlo? Certamente non può farlo il povero Silvio, il quale temeva il golpe giudiziario e si è visto disarcionare dallo Spread. Per non parlare dei complotti europei organizzati ai suoi danni da colei che non è seduta sulla propria fortuna…

E tuttavia Giulio non coglie la sostanza della cosa. E la sostanza ci parla del pronunciamiento del Capitale tout court, del Capitale come disumana potenza sociale astratta (ma concreta come un colpo di legno che ti sorprende al buio) basata sullo sfruttamento scientifico di uomini e cose. Un pronunciamiento contro la stessa possibilità di un assetto umano della società, che si radica nelle totalitarie esigenze dell’economia del profitto. Come ho sostenuto contro la moda ideologica del giorno, il Finanzcapitalismo, sulla base del Capitalismo del XXI secolo porre la distinzione “ontologica” fra Capitale Industriale e Capitale Finanziario, con speculazione incorporata, non ha alcun fondamento storico-sociale. Ma ne ha uno politico-ideologico molto importante, che esprime la bagarre intercapitalistica intorno alla spartizione del dolce plusvalore mondiale, amorevolmente smunto ai salariati nella realissima economia che sforna merci dure e pure, come piacciono al materialista Giulio. Che il Capitalismo sia una questione di impalpabile tempo (di lavoro non retribuito), è una nozione che sfugge al nostro Genio, il quale celebra l’apologia del «vecchio e caro Capitale», quello basata «sui capi di bestiame, sulla roba, sulle cose, sugli uomini».

La guerra all’ultimo sangue per la spartizione del bottino si nutre anche delle illusioni di tanta gente catturata dalla chimera del Capitalismo «dal volto umano». Soprattutto i lavoratori sono mobilitati contro il demoniaco «Capitalismo Finanziario», «affinché nasca un vasto fronte unito dei ceti produttivi», per dirla con l’austero Berlinguer, ritornato di moda a ulteriore conferma dei pessimi tempi che ci tocca vivere.

«Panna e miele mangerà chiunque sarà rimasto superstite» (Isaia).

Uscita di sicurezza per andare dove? Nel Capitalismo Benecomunista che tanto piace a «destra» come a «sinistra»? Suvvia, Professore, meno paura e più speranza!

SCONTRO DI TITANI INTORNO AL BENE COMUNE

Ieri Valentino ha Parlato con il Saggio Eugenio, il quale domenica, dal pulpito della sua chiesa repubblicana degli onesti e degli austeri, ha dettato la linea politica a mezzo mondo. Solo l’imperialismo fiscale della Germania è stato risparmiato dall’uomo con la barba. Forse perché lo spread tra le sue velleità politiche e la reale dinamica sociale si manifesta nella sua abissale dimensione non appena il suo Verbo varca i confini del Bel Paese. Il che la dice lunga sullo stato della Nazione. Ma queste sono considerazioni che un disfattista del mio calibro affida con piacere ai benecomunisti.

Ritorniamo piuttosto a Parlato, e al suo serrato dialogo con Scalfari, le cui rampogne all’indirizzo della Camusso non sono andate giù a gran parte del «popolo di sinistra», già in grave ambascia per via del solito «bocca a bocca» col rospo di turno. «Non mi convince neppure l’affermazione che la flessibilità sia un bene: dipende da chi è costretto a piegare la schiena, a flettersi. E in queste nostre società che, quando non sono finanziarie, sono capitalistiche, di solito a flettersi sono i lavoratori (Professor Scalfari, ma l’eguaglianza dov’è?, Il Manifesto, 01 02 2012). Veniamo così a sapere da un “comunista” tutto d’un pezzo che nel XXI secolo corre una non lieve differenza fra «società finanziarie» e «società capitalistiche». Certo, lascia intendere il Nostro, entrambe le società sono diversamente deprecabili, per così dire; tuttavia non solo la differenza esiste, ma essa torna a vantaggio delle «società capitalistiche», le quali non hanno ancora perso il contatto con quel «lavoro reale» che, sebbene faticoso e gravato da non poche magagne esistenziali, conserva qualcosa di umano.

Con ciò Parlato non fa che adeguarsi alla nuova moda progressista del Finanzcapitalismo, insulsa ideologia che mette in un’assurda contrapposizione la cosiddetta «economia reale» con l’economia finanziarizzata, la quale, a quanto pare, avrebbe scoperto il segreto della mitica cornucopia. Questa lettura rovesciata del mondo non solo è del tutto infondata sul piano del secolare processo sociale capitalistico, ma si offre come formidabile strumento di lotta politica nello scontro tra le diverse fazioni della classe dominante. Lunedì scorso, nella trasmissione che Gad Lerner conduce su La7 (L’Infedele), era davvero spassoso sentir parlare personaggi come Asor Rosa, il presidente della regione Toscana Enrico Rossi, un economista «riformista» come Michele Salvati, un’attrice antiberlusconiana «senza se e senza ma» come Lella Costa e altri “rivoluzionari” dello stesso inusitato calibro contro il «capitalismo finanziario». «Dobbiamo abbattere il Capitalismo Finanziario!» E il povero Lenin ha dovuto sorbirsi la comica antifinanzcapitalista appeso a una scenografia dello studio televisivo. Nel finanzcapitalismo non si ha più rispetto nemmeno per le anime dei morti!

Ci sono o ci fanno? Non ci dormo la notte!

Un’eco della lotta interborghese naturalmente si trova anche nella critica di Parlato a Scalfari, sotto forma di perorazione della mitica patrimoniale. Se alla lotta all’evasione a «Cortina o nei locali della movida di Milano» non si accompagna «un’imposta patrimoniale», in modo «che anche i benestanti [paghino] qualcosa per temperare una crisi alla quale [hanno] contribuito», quella giusta lotta si risolve in una mera propaganda. Anche i ricchi piangano si conferma il massimo orizzonte “anticapitalistico” che un italico “comunista” riesce a concepire. In primo luogo i «benestanti» non hanno contribuito proprio a niente: la crisi economica è immanente al concetto stesso di Capitale, e si dà alle spalle di tutti i «soggetti sociali»; in secondo luogo, posta la sua fattibilità politica e, soprattutto, la sua compatibilità con le esigenze dell’accumulazione capitalistica, non è affatto vero che la patrimoniale mitigherebbe i sacrifici delle classi subalterne, così come, in terzo luogo, è una colossale balla speculativa affermare che se tutti pagassero le tasse, tutti ne pagherebbero di meno. Semplicemente lo Stato drenerebbe più risorse, la cui gestione dipende, in ultima analisi, dai rapporti di forza che vengono a stabilirsi nel seno delle classi dominanti. Con le risorse supplementari strappate alla malvagia evasione fiscale il Leviatano può comprare biscotti per i bambini indigenti, se ritiene che una simile politica filantropica rafforza lo status quo; oppure può investirli nell’acquisto di sofisticati aerei di guerra. La dinamica del carico fiscale risponde a logiche radicate nella complessiva struttura sociale di questo Paese, e la stessa evasione fiscale non ne è che un’espressione. Credere e far credere alla gente che i cittadini possono «democraticamente» influenzare le scelte di fondo dello Stato, significa ingannare se stessi e gli altri. Di Parlato ci importa poco. Anzi nulla. È agli altri che pensiamo e parliamo, ad esempio commentando le parole dei giornalisti “comunisti”.

Ridiamogli quindi la parola: «Siamo realisti. Quello di Monti è un governo tecnico, ma niente affatto indipendente. C’è ancora una maggioranza parlamentare che, ove ci fosse un attacco ai ricchi, che in Italia ci sono e tanti, staccherebbe la spina». Insomma, al Nostro il governo dei tecnici potrebbe pure andar bene; è l’ipoteca berlusconiana che grava su di esso che non gli va giù. Il diversamente fascista Asor Rosa saprebbe come risolvere il problema: una bella squadraccia di poliziotti, carabinieri, guardia di finanza, vigili urbani, vigili del fuoco e quant’altro è possibile mobilitare, a sbarrare l’ingresso al Parlamento del «Partito dei Ricchi». Allora sì che si potrebbe varare una Patrimonialona! Naturalmente combinata con una rigorosa Tobin tax.

Non c’è proprio nulla di cui andare orgogliosi!

«Certo, con debito, globalizzazione e finanziarizzazione siamo in una situazione assai difficile e qualcuno deve pagare». È proprio questa logica del «qualcuno deve pagare» che le classi subalterne devono rifiutare, perché gira e rigira, al netto di misure demagogiche e populiste che hanno la sola funzione di oleare gli ingranaggi dei sacrifici, dal tavolo delle compatibilità economiche o delle finanziarie «alternative e progressiste» sono sempre i salariati ad alzarsi con le ossa rotte. Necessariamente. Se i lavoratori non conquistano il punto di vista del basta con i sacrifici (punto), e non escono fuori dalla logica del benecomunismo (il bene del Paese), come sempre saranno seviziati dalla crisi, le cui cause strutturali non sono «l’esplosione del debito e la finanziarizzazione», come credono Parlato e Scalfari, ma vanno ricercate nel modo di essere del Capitalismo sans phrase, ossia nella Civiltà basata sul massimo profitto. Naturalmente il decorso della crisi economica ha messo in luce tutte le contraddizioni strutturali del Sistema-Paese (gap Nord-Sud, spesa pubblica improduttiva, parassitismo sociale, arretratezza del Welfare, del mercato del lavoro e del sistema formativo, negativa dinamica demografica in rapporto alla spesa previdenziale, ecc., ecc.), per gestire le quali ci sarà bisogno di molte lacrime e di molto sangue. E anche di sindacati «non corporativi», ma responsabili e collaborativi, come la Fiom: «la Fiom – a mio parere – oggi è una forza della democrazia e non solo del sindacato». Qui Parlato ha perfettamente ragione. Si tratta di capire in quali rapporti stanno gli interessi dei lavoratori con la democrazia.

Pistola e spaghetto: il piatto perfetto!

«Scalfari conclude con una esortazione a smetterla con Bandiera rossa e a cantare la Marsigliese. Ma, rispettabilissimo Scalfari, in Italia, e soprattutto in questa fase di crisi, l’eguaglianza dov’è?» Ma rispettabilissimo “comunista”, può esserci «eguaglianza» nelle società che «quando non sono finanziarie, sono capitalistiche»? Personalmente quando sento parlare di «eguaglianza» gli statalisti, soprattutto quelli che “ai bei tempi” pregavano con la testa rivolta chi verso Mosca, chi verso Pechino, chi verso l’Avana, chi verso Tirana, non posso fare a meno di impugnare la pistola. Quella vera.