PRENDERE IN PAROLA ERNESTO…

Oggi il “pezzo” me l’ha scritto, per l’essenziale, Ernesto Galli della Loggia. Cito: «L’indignazione è all’ordine del giorno. È di gran moda, anzi parti significative delle classi dirigenti europee e americane che fino a ieri sembravano del tutto a loro agio nel “sistema”, adesso arrivano a dirsi, se non “indignati” anch’essi, perlomeno solidali con chi lo è» (Bandiere primitive, Il Corriere della Sera, 19 Ottobre 2011).

Secondo il solito copione, il bravo editorialista definisce la recente ondata di indignazione planetaria come l’«ennesima espressione dell’antipolitica che cresce», in Italia come in tutti i paesi occidentali, a detrimento della democrazia. Ma ciò che gli interessa mettere in evidenza è soprattutto il limite, per così dire teorico e politico, di questo atteggiamento, che per molti versi ha indubbiamente assunto le caratteristiche di una moda, grazie soprattutto al marketing dei mass media, pronti a cavalcare sciagure individuali e collettive e a pompare «Rivoluzioni» (come quella Araba!) a piè sospinto, a destra e a manca, nel sacro nome del profitto. E qui arriviamo al punto.

Forza Italia!

Scrive il Nostro: «Infatti, chi cerca di capire come funziona la società, e insieme ha qualche rudimento di economia, e dunque qualche idea di che cosa siano la polis e il suo governo, di che cosa sia e di come sia organizzato il potere, non si indigna. Propone qualcosa, sciopera, fa la rivoluzione, vota per l’opposizione o ne crea una: ma non si indigna. Soprattutto non sta lì a proclamarsi “indignato”. Marx non si indignava. E neppure Turati, per dire qualcuno di tutt’altra pasta. Robespierre lui sì, amava dirsi indignato, ma forse è passato alla storia per aver fatto anche qualcos’altro. L’indignazione in politica, quando è autentica, è una reazione immediata ed elementare. Se diviene permanente, se diventa bandiera, allora testimonia di una concezione delle cose più che superficiale: primitiva. È la concezione per cui il mondo dovrebbe essere buono e potrebbe esserlo se non fosse per qualche sciagurato che viola le regole senza che nessuno pensi a impedirglielo rimettendo le cose a posto. Guai però, terribili guai, a sottovalutare la portata dei sentimenti elementari. Specie se scelgono come nemico un nemico già di per sé – per sua natura, a prescindere da ogni malefatta – impopolare come la finanza e le banche. È, questo, l’impopolarità tipica di ciò che risulta astratto, immateriale, lontano, per giunta transnazionale, senza patria; come apparentemente incomprensibile è la magica capacità del denaro di crescere su se stesso. La finanza è il volto cattivo del capitalismo industriale che, almeno lui, si tocca con mano e più o meno si capisce cosa fa e come funziona».

Per la verità è proprio perché non si comprende il meccanismo che genera la ricchezza sociale che rende possibile anche la costruzione del gigantesco castello di carta speculativa che rischia di precipitarci addosso, che si pensano, si dicono e si scrivono tante sciocchezze sulla finanziarizzazione dell’economia. Più che il «volto cattivo», la finanza del XXI secolo è il prodotto più genuino del capitalismo mondiale giunto nella sua attuale «fase di sviluppo». È stato proprio l’evocato Marx a definire il Capitale nei termini di una potenza sociale astratta, anonima e senza una bandiera che non fosse quella del profitto, e proprio per questo necessariamente ostile ed estranea all’umano.

Anche Galli della Loggia mostra di essere impigliato nel pensiero reificato e feticistico, quando coglie la differenza tra finanza e industria nel fatto che la seconda, a differenza della prima, «si tocca con mano». Quello che definisce il capitale «reale», infatti, non è la materialità dei suoi prodotti, ma il rapporto sociale che ne rende possibile la produzione in vista del profitto. Storicamente è stata questa prassi, «eticamente corretta» e dal volto rassicurante (certamente per i capitalisti e per gli economisti; per i lavoratori la cosa è quantomeno dubbia), a creare il Sistema Finanziario, e continua a essere la sua insostituibile base materiale, perché «la magica capacità del denaro di crescere su se stesso» è tale solo per il pensiero reificato e feticistico di cui sopra.

Marx ha condotto una polemica aspra nei confronti degli economisti classici, da Quesnay a Smith e Ricardo, proprio perché il loro materialismo della materia, basato sull’osservazione empirica della cosa-merce e della cosa-denaro, non permetteva alle loro feconde intuizioni di fare luce sul lato oscuro del processo di produzione, ossia sulla creazione di un valore supplementare (rispetto a quello investito) durante la normale giornata di lavoro. Come spesso scrivo (non senza qualche fondamento, a giudicare dall’articolo di Galli), la forma-merce e la forma-denaro non sono semplici e «triviali» oggetti d’uso comune, ma, per dirla con Lacan, sintomi, metafore di qualcosa che l’occhio non sarà mai in grado di cogliere, né la mano di toccare. I rapporti sociali capitalistici non pesano sulla bilancia di Newton, ma su quella di Marx.

Per questo sbaglia di grosso chi vede nel comunista di Treviri un continuatore più o meno creativo degli economisti classici: al centro della sua riflessione, infatti, non c’è la legge del valore, ma, appunto, i rapporti sociali di dominio e di sfruttamento che la rendono possibile e intellegibile. Come osserva giustamente il nostro editorialista di riferimento (per oggi, sia chiaro!), Marx non si indignava, ma odiava il capitalismo (il capitalismo tout court) in quanto regime sociale altamente disumano, e lo combatteva sul piano della politica rivoluzionaria. Chissà se a Ernesto piacerebbe un movimento sociale non di indignati, ma di rivoluzionari come Marx comanda. Nutro più di un sospetto…

La mortifera estetica dei Black Block

Per il resto, non c’è bisogno di leggere Il Corriere della Sera per capire che l’indignazione e la rabbia non fecondate dalla coscienza critica fin troppo facilmente si prestano al gioco di populisti e demagoghi d’ogni tipo e colore. È per questo che mi sottraggo alla moda della facile indignazione, e che non provo neanche a lisciare il pelo a un movimento che per crescere non ha bisogno di adulatori più o meno sinceri e disinteressati, ma di critici severi, perché le questioni in gioco sono, come dimostra assai bene l’articolo citato, davvero scottanti.

TEORIA E PRASSI DEL PERFETTO IMBECILLE

Oggi ho letto, con un misto di curiosità e disgusto, l’intervista che Bonini e Foschini hanno fatto a un Black Block reduce dalla grande impresa romana di sabato. Si tratta di «F., un “nero”. È pugliese, ha 30 anni, una laurea, un lavoro precario e tutta la rabbia del mondo in corpo» (La Repubblica, 17 Ottobre 2011). Basta tutta quella planetaria rabbia a fare aprire gli occhi all’eroe dei nostri tempi? A giudicare dall’intervista la risposta non può che essere negativa, e personalmente non ne sono sorpreso. Tutt’altro!

Il Nero in Rosso

Il Nero è talmente intelligente da spifferare, sin nei minimi dettagli, l’organizzazione della devastazione (frutto di un «master» in Grecia durato un anno: c’è del metodo anche nell’idiozia!), al punto che gli intervistatori si vedono costretti a questo commento: «È la stessa organizzazione con cui funzionano i reparti della celere». Il Nero: «Esatto. Peccato che se lo siano dimenticato. Dal G8 di Genova in poi si muovono sempre più lentamente. Quei loro blindati sono bersagli straordinari». Il Ministro degli Interni prenda nota: la prossima volta usare la cavalleria, come consiglia peraltro la secolare prassi repressiva nei Paesi seri. Silvio, sarai pure un Cavaliere Nero, ma ti dimostri incapace anche sul terreno della repressione! Ovvio: hai sempre la testa nella Gnocca… Meno sesso e più manganello, cribbio!

Berlublack è il Grande Vecchio che sta dietro ogni magagna

I giornalisti, sempre più esterrefatti: «Parli come un militare». Il Nero: «Parlo come uno che è in guerra». «Ma di quale guerra parli?» «Non l’ho dichiarata io. L’hanno dichiarata loro». «Loro chi?» «Non discuto di politica con due giornalisti». E no, caro Nero: tu non parli di politica perché hai la zucca più vuota di chi nei cosiddetti anni di piombo blaterava di «Stato Imperialista delle Multinazionali». Dici: «Un anno fa, avevamo solo una gran voglia di sfasciare tutto. Ora sappiamo come sfasciare». Complimenti! E quando imparerete anche a pensare? Vasto programma, nevvero?

Ieri scrivevo che anziché armare la mano, occorre piuttosto armare la testa di coscienza critica, radicale. Ovviamente non mi riferivo ai Neri, perché loro ragionano con il casco, che all’occorrenza usano come corpo contundente, non certo con la testa. Ma l’onesta gente non s’illuda: la mortifera estetica dei Neri esprime al meglio,non tanto un generico disagio sociale, ma soprattutto l’essenza maligna di questa società strutturalmente violenta e irrazionale. Per questo chi oggi esalta gli organi repressivi dello Stato e collabora per assicurare i teppisti alla Giustizi, non fa che gettare benzina sul fuoco che brucia, ogni santo giorno, la nostra possibilità di vivere come individui veramente liberi e umani.

ARMARE LA TESTA, NON LA MANO!

Dedicato a chi mi rimprovera di fare «troppa teoria» e «pochi fatti concreti».

Un punto di vista radicalmente critico sul mondo non manca mai di avere conseguenze pratiche (da L’Angelo Nero sfida il Dominio).

Mutatis mutandis

Ho vissuto i cosiddetti anni di piombo prima da adolescente “normalissimo” ma desideroso di un qualcosa che non riuscivo a mettere a fuoco (e non si trattava solo della Cosa lacaniana!), e poi da ragazzino «politicamente impegnato», un piccolo felice ed esaltato militante del «Movimento». In quel periodo ho capito, tra l’altro, che la violenza armata dei cosiddetti «comunisti» (in realtà puri e semplici stalinisti con la rivoltella, non tanto diversi per il resto dai vecchi militanti del PC di Togliatti) celava un abissale vuoto teorico e una totale mancanza di intelligenza politica. Mimare la “rivoluzione” e sapere cosa essa sia in realtà: tra le due cose corre un baratro concettuale che non pochi giovani hanno pensato – e pensano – di riempire con la coazione a ripetere della cieca violenza, la quale, da che mondo è mondo, serve unicamente gli interessi della classe dominante, o solo di una cosca di essa in lotta contro le altre. Ecco l’importanza di armare la propria testa di pensiero critico-radicale, prima di illudersi di poter passare, «qui e ora», alla «rivoluzione». Sulla critica della cieca violenza rimando anche a L’Angelo Nero sfida il Dominio.

A volte ritornano. E fanno andare di corpo!

Improvvisamente lo stalinista non pentito Oliviero Diliberto è tornato alla ribalta, dopo qualche anno di esistenza tenebrosa nel mondo dei trombati. Giornali e televisioni se lo contendono. Per fargli dire che cosa? Che non solo i «veri comunisti» non hanno niente a che fare con quelli che spaccano le vetrine delle banche e bruciano le macchine, ma che al movimento degli Indignati ieri è mancato «un servizio d’ordine come quello che una volta riusciva a garantire ai movimenti il Partito Comunista» (e la CGIL: una volta ne fece l’esperienza anche chi scrive!). Peggio del Black Block c’è solo lo stalinista che perde il pelo ma non il vizio. In effetti a volte viene voglia di non armare solo la testa…

Ossessione continua

Ieri Marco Pannella è stato duramente contestato dal Movimento Indignato. Due accuse in particolare hanno raggiunto il vegliardo: di essere un venduto e di essere un traditore. Venduto a chi? A Silvio, ovviamente. Traditore di cosa? Della comica aventiniana inscenata dai deputati dell’opposizione venerdì scorso, al momento del voto di fiducia. Fino a quando l’indignazione non si arma di coscienza critica essa rimarrà esposta ai giochetti politici di chi non si è «fatto comprare» dal capro espiatorio di turno e di chi non ha «tradito» la Sacra Causa Antiberlusconiana. Signori, morto un Papi se ne fa un altro, magari con il volto di Nichi Narrazione Vendola o di Antonio Manette Di Pietro! Vi sembra, questo, un grande progresso per l’umanità?

Il Nemico è il capitalismo tout court, non la Finanza

La Repubblica oggi scrive che i capi del Movimento Mondiale degli Indignati hanno riscosso un successo «sorprendente e insperato»: persino Obama e Mario Draghi (Benedetto XVI è stato omesso, forse perché non è nelle grazie del Partito Scalfariano) si sono complimentati per la riuscita dell’Evento. Il Presidente della Prima Potenza Imperialistica del pianeta ha detto che «questi ragazzi fanno bene a prendersela con i guasti provocati dal capitalismo finanziario». Forse i leader dell’Indignazione Mondiale sono stati felicemente sorpresi da questi autorevoli (e paternalistici) sostegni, ma modestamente chi scrivi non può condividere questo sentimento, se non altro perché non smette di ricordare a indignati e incazzati che non ha senso individuare nel solo «capitalismo finanziario» il responsabile della crisi, della miseria e dello sfruttamento. Soprattutto oggi, più che in passato, industria e finanza sono inestricabilmente intrecciate. Senza contare che è stata la prima a rendere possibile la seconda.
Chi vuole la merce ma contesta la speculazione finanziaria non sa quel che vuole e si lascia usare come massa di manovra nella guerra tra capitalisti (buoni imprenditori contro cattivi speculatori) e sistemi capitalistici (Europa, Stati Uniti, Cina, ecc.). Anche nel ’29 la classe dirigente mondiale individuò nella «demoniaca brama di profitti dei finanzieri» (ebrei, in primis!) la causa della catastrofe. E sappiamo com’è andata a finire. Ancora una volta: armare la testa! Magari per non essere costretti domani a puntare i fucili contro qualche «sporco tedesco» (o cinese, o americano, o…).