CHUANG E IL «REGIME DI SVILUPPO SOCIALISTA» NELLA CINA DI MAO

La “Questione Cinese” come momento centrale
nella riflessione anticapitalistica del XXI secolo

 

Prima di entrare nel merito della questione che intendo affrontare, credo che sia opportuno premettere quanto segue. Considero molto interessante il lavoro politico e analitico portato avanti dal Collettivo Chuang per almeno due motivi. In primo luogo perché tale Collettivo (che spesso chiamerò semplicemente Chuang) non sostiene in alcun modo, e anzi combatte, il Capitalismo/Imperialismo cinese, non aderendo esso alla miserrima tesi del “socialismo con caratteristiche cinesi” [1]. «La nazione che illustriamo è la Cina che vediamo oggi, una Cina che tiene insieme l’economia globale alle sue radici in disgregazione. Una Cina che, speriamo, sarà finalmente distrutta da più milioni di cinesi, insieme a miliardi di altri che distruggeranno le loro nazioni e, con esse, questa mostruosa economia che lega tutti a tutti e tutti a nessuno». Anch’io, nel mio infinitamente piccolo, mi sento parte di questo straordinario e umanissimo progetto rivoluzionario che riguarda le classi subalterne di tutto il mondo, oggi sottomesse (materialmente, ideologicamente, politicamente e psicologicamente)  allo stesso dominio sociale: quello capitalistico. Mai come oggi, il grido di guerra Proletari di tutto il mondo, unitevi! ha avuto un significato così vero e così importante per il futuro dell’intera umanità.

In secondo luogo, ritengo che gli scritti di Chuang offrano agli anticapitalisti che operano in Occidente un prezioso contributo di analisi sulla società cinese, potendo i suoi esponenti accedere a un vasto materiale documentario redatto anche in lingua cinese. La conoscenza della difficile – e graficamente assai bella – lingua cinese consente di attingere anche alla cosiddetta microstoria, ossia alla storia che dà conto della vita quotidiana delle masse: del loro lavoro, delle lolle loro relazioni, dei loro conflitti interni e con il potere, della loro cultura, ideologia, psicologia, eccetera. Particolarmente interessanti trovo, ad esempio, le analisi di Chuang che hanno per oggetto la differenza tra proletariato urbano e lavoratori rurali nella Cina del XXI secolo.

Non c’è dubbio che quello cinese sia oggi, nel contesto dei Paesi capitalisticamente sviluppati del mondo, lo Stato di gran lunga più autoritario, diciamo pure totalitario, visto anche il ruolo esclusivo che nella Cina ha sempre avuto il Partito-Regime; questo ovviamente non induce gli autentici anticapitalisti a pensare per un solo istante di poter accordare il loro sostegno “tattico” agli Stati meno totalitari sul terreno della “democrazia” e dei “diritti umani”. Personalmente ho mantenuto questa posizione anche nei confronti della crisi che da anni travaglia Hong Kong. Ciò che per me fa premio su tutto è la natura totalitaria del rapporto sociale capitalistico di sfruttamento (dell’uomo e della natura) che oggi domina l’intero pianeta.

La puntuale e approfondita conoscenza di quanto accade nel Paese che è diventato uno dei pilastri centrali del dominio capitalistico mondiale, con ciò che ne segue – o ne dovrebbe auspicabilmente seguire – anche sul terreno della lotta di classe internazionale, consente all’anticapitalista occidentale di condurre una guerra efficace contro i sostenitori del Partito-Regime cosiddetto comunista attivi da questa parte del mondo. «Chuang è un collettivo di comunisti che ritengono che la “questione cinese” sia di importanza centrale nelle contraddizioni del sistema economico globale e nelle potenzialità per un suo superamento. […] Per i proletari al di fuori della Cina, vorremmo sottolineare che, nel XXI secolo, siamo tutti più o meno connessi alla Cina. Soprattutto per quanto riguarda le prospettive di una rivoluzione comunista, i proletari cinesi saranno centrali in un modo o nell’altro a causa del ruolo della Cina e dei lavoratori cinesi nell’economia globale, per non parlare della semplice magnitudine della popolazione cinese» [2]. Non c’è dubbio. È appunto perché considero la “questione cinese” un momento centrale nell’iniziativa anticapitalistica internazionale che da sempre dedico molta attenzione a quanto avviene nella società cinese a tutti i livelli della prassi sociale: dai conflitti sociali alle tensioni etniche, dalla crisi ambientale (inquinamento, distruzione degli ecosistemi, ecc.) alle politiche di repressione e controllo, per non parlare dell’attivismo (economico, militare, politico, ideologico) del Celeste Imperialismo.

Diversi tifosi italiani del «socialismo con caratteristiche cinesi» hanno polemizzato con questa mia insistenza, la quale a loro dire farebbe il gioco dell’imperialismo occidentale (anche nelle loro risibili accuse i nipotini di Stalin e di Mao peccano di originalità); qualcuno è perfino arrivato ad accusarmi di disprezzare il «popolo cinese», sorvolando sulla stratificazione classista della società cinese, e sulla natura capitalista/imperialista di essa – nonché della sua “sovrastruttura” politico-istituzionale. Un dettaglio! Peraltro, e detto en passant, ho avuto sempre in massima considerazione la millenaria storia del grande Paese asiatico – grande anche in termini di civiltà, nell’accezione più alta e meno banale del termine.

Anche questo aspetto politico-ideologico (una società ultracapitalista definita, da amici e nemici, “Comunista”, o quantomeno “Socialista”) conferisce alla “Questione Cinese” una particolare centralità: demistificare il falso socialismo/comunismo è purtroppo un rognosissimo compito che l’anticapitalista di questa epoca non può non assumersi, se intende portare acqua al mulino della possibilità rivoluzionaria: la Comunità umana è davvero possibile, oltre che auspicabile, oggi ancora più che nel passato, nonostante tutto sembra negarlo nel modo più radicale, violento e doloroso. Nella misura in cui i lavori di Chuang offrono materiale prezioso a chi intende dimostrare la natura pienamente Capitalista/Imperialista della Cina (sia nel suo fondamento “strutturale”, sia nella sua architettura politico-istituzionale), tale lavoro va nella direzione che possiamo caratterizzare con il seguente slogan: ripristinare il futuro, accreditare cioè l’idea che il Capitalismo non è, nel modo più assoluto, il solo mondo concretamente possibile – al punto che oggi la fine del mondo, magari per via epidemica, appare agli occhi della gente più credibile della fine del Capitalismo per via rivoluzionaria.

È insomma da questa prospettiva tutt’altro che preconcetta e ostile nei confronti dei compagni di Chuang che mi accingo a mettere in chiaro ciò che non condivido della posizione da essi sostenuta circa quello che chiamano «periodo socialista» dello sviluppo economico-sociale della Cina. Per quanto mi riguarda, non si tratta affatto, come temono questi compagni, di «resuscitare antiche faide intestine alla sinistra», della quale peraltro chi scrive non ha mai fatto parte (se si allude alla “sinistra” che in qualche modo ha avuto a che fare con lo stalinismo, con il maoismo e con le altre correnti politico-ideologiche imparentate con il cosiddetto “Comunismo Novecentesco” e con il “socialismo reale”); si tratta piuttosto di capire cosa intendiamo oggi per “socialismo”, “comunismo”, “progetto comunista” e così via. Polemizzare con il passato ovviamente non ha alcun senso, ma capire una posizione politica attuale anche attraverso il giudizio che essa dà della storia passata, non credo  equivalga a «proporre un gioco di replay storico»: tutt’altro. In ogni caso, mi limito a criticare delle posizioni espresse da Chuang nell’ambito della sua ricostruzione della storia della Cina moderna, tutto qui. Possiamo anche considerare la critica che mi accingo a svolgere come il mio personale contributo a quella ricostruzione.

Per il resto, le analisi e le riflessioni di Chuang sulla Cina e sul mondo mi trovano in larga parte consenziente.

Ho letto Sorghum and Steel: The Socialist Developmental Regime and the Forging of China, Red Dust: The Transition to Capitalism in China, più altri scritti brevi; quasi tutte le citazioni di Chuang che compaiono in questo scritto sono tratte da Sorghum and Steel. Mi scuso in anticipo, soprattutto con gli autori, se la mia traduzione fosse, soprattutto per quanto riguarda la sostanza, eccessivamente difettosa. Spero che la lettera non tradisca troppo lo spirito. Leggendo gli scritti di Chuang ho preso degli appunti, che adesso “socializzo” tali e quali per economia di pensiero e per esigenze di sintesi. Mi auguro che la ripetizione di formule e di concetti non disturbi oltremodo i lettori. Per una più approfondita conoscenza del mio punto di vista sulla Cina rimando ai miei diversi scritti dedicati al tema [3].

Se ho capito bene, la tesi fondamentale che sta al centro della riflessione del Collettivo Chuang sulla Rivoluzione cinese è che a un certo punto della tentata transizione della Cina al socialismo, la polvere rossa della produzione capitalistica globale avrebbe soffocato quella straordinaria esperienza, lasciando in campo solo la tendenza capitalistica. Chuang parla, infatti, di «fallimento del regime di sviluppo socialista»; di «fallimento del progetto comunista in Cina». Un fallimento che avrebbe appunto reso possibile «l’integrazione globale della Cina al commercio mondiale e la sua transizione al capitalismo negli anni ‘70». Quando si sarebbe manifestato in tutta la sua drammatica e dirompente ampiezza questo fallimento? «Il regime evolutivo socialista» sarebbe entrato in crisi alla fine degli anni Sessanta: «L’anno 1969 ha segnato lo sfaldamento del socialismo in Cina».

Scrive Chuang: «Ciò significava che il periodo di sviluppo socialista in Cina vide alla fine soppiantare lo stesso progetto comunista, poiché sempre di più veniva sacrificato alla linea di fondo della costruzione di un’economia nazionale. Questo è stato il fallimento strutturale dall’epoca. La mitologia del movimento operaio ha contribuito a rendere possibile questo errore, poiché tendeva a fondere in modo teleologico l’espansione della produzione e dell’occupazione industriale con il progresso storico della società verso il comunismo. Ma di gran lunga più importante era la condizione assediata e isolata in cui si svolgeva questo esperimento. A partire da una povertà così estrema, è difficile criticare i primi comunisti per aver enfatizzato lo sviluppo». A mio avviso ciò che fallì, e comunque occorre precisare i contorni di questo fallimento, non fu il tentativo di costruire il socialismo in un solo Paese (la Cina), ma piuttosto l’ipotesi di uno sviluppo autarchico del capitalismo cinese, ipotesi che prese corpo non sulla base di una precisa scelta ideologica, sebbene sarà presentata dal Partito-Stato proprio in questi termini (prassi del resto tipica nello stalinismo e nel maoismo), ma a causa di fattori interni e internazionali che lo stesso Chuang ha ben individuato. In poche parole, il fallimento del «periodo socialista» dello sviluppo economico cinese appare tale solo dalla prospettiva di chi concede credito alla natura socialista della Rivoluzione cinese, del Partito che la diresse e, più in generale, del mondo del cosiddetto “socialismo realismo”. Dal mio punto di vista l’esperienza del periodo maoista (individuo un nome solo per economia di pensiero) appare invece complessivamente vincente sul piano storico, perché essa riuscì, pur con molti limiti e contraddizioni, a portare il Paese sostanzialmente unito alle soglie del suo definitivo decollo capitalistico: come ho scritto altrove, si tratta di un successo interamente conseguito sul terreno capitalistico, il solo praticato dal PCC e dalla Rivoluzione cinese. Il «progetto socialista cinese» non è fallito semplicemente perché esso non è mai esistito – se non nella versione ideologica del PCC, il quale di Comunista aveva solo il nome.

Io ho sempre rigettato la tesi del fallimento in Cina della transizione dal capitalismo (o dal precapitalismo o come altro vogliamo chiamarlo) al socialismo, semplicemente perché a mio avviso all’ordine del giorno nella Cina moderna c’è sempre stato il problema della transizione al capitalismo, dello sviluppo economico-sociale cinese fondato sui rapporti sociali di produzione capitalistici, mentre tutti i discorsi intorno alla possibilità del socialismo nel grande Paese asiatico nascevano sul terreno dell’ideologia stalinista tradotta nella lingua di Mao Tse-tung. Mascherare i reali antagonismi di classe con fumose fraseologie e risibili giochi di parole: fu questo il significato politico-ideologico più importante del maoismo, espressione di un populismo “con caratteristiche cinesi” (vedi teoria delle quattro classi [4]) che amava presentarsi in (goffi) abiti “marxisti”.

A differenza di quanto avvenne in Russia, dove una rivoluzione proletaria venne effettivamente portata a termine, pur tra mille contraddizioni e limiti, e in stretta connessione con il movimento operaio internazionale, e dove si verificò una devastante controrivoluzione (quella passata alla storia con il nome di Stalin), in Cina non si verificò nulla di tutto questo, e quindi nel contesto della sua storia recente (dal 1949 in poi) il concetto di controrivoluzione è del tutto fuori luogo. Quel concetto, nel contesto cinese, non spiega nulla che possa avere un legame con il reale processo sociale.

Quello che Chuang definisce «regime di sviluppo socialista» io lo considero come un momento interno al processo di sviluppo del capitalismo cinese, un momento particolarmente complesso e contraddittorio dell’accumulazione capitalistica originaria. Le cause della complessa contraddittorietà che ha caratterizzato la prima fase della “modernizzazione” capitalistica della Cina vanno ricercate nella struttura economico-sociale del Paese e nella sua collocazione internazionale, come del resto i compagni di Chuang hanno ben dimostrato con i loro approfonditi studi.

«Il regime di sviluppo socialista» non è stato «smantellato e incorporato nell’economia capitalista» semplicemente perché tale regime in Cina (e altrove nel mondo) non si è mai realizzato, nemmeno in una forma semplicemente abbozzata. Ciò che Chuang concettualizza come «smantellamento» di un progetto socialista, io lo interpreto appunto come uno sviluppo e un’accelerazione interni al reale processo di accumulazione capitalistica dopo la proclamazione della Repubblica Popolare. È evidente che il concetto di “socialismo” che ho in testa io è diverso da quello che hanno in testa i compagni del Collettivo Chuang.

Ad esempio, e sempre se ho ben compreso, Chuang interpreta lo stalinismo come un fenomeno di ossificazione e di sclerosi burocratica interna alla transizione “socialista” dell’Unione Sovietica; per me si deve invece parlare di una vera e propria controrivoluzione capitalistica, la quale distrusse completamente, alle radici, il potere rivoluzionario che aveva trovato nei Soviet e nel Partito di Lenin la sua più verace espressione. Per questo non condivido la tesi trotskista della «degenerazione burocratica» del Partito bolscevico e del regime sovietico che avrebbe comunque lasciato sostanzialmente in vita le conquiste sociali dell’Ottobre rivoluzionario. Affronto la questione della burocrazia (e oggi della tecnocrazia) come – supposta – nuova classe dominante in uno scritto intitolato Dialettica del dominio capitalistico.

Controrivoluzionario sul terreno della rivoluzione sociale anticapitalista, e rivoluzionario sul terreno dello sviluppo capitalistico: è questa, a mio avviso, la natura storicamente “dialettica” dello stalinismo, la quale ha conferito a questo fenomeno, tutt’altro che riducibile alla personalità di un singolo individuo (Joseph Stalin), un carattere particolarmente difficile da comprendere per chi non ha compreso l’essenza del Capitalismo e, quindi, dell’anticapitalismo. In ogni caso il comunismo occidentale antistalinista non ha dovuto aspettare decenni per denunciare il carattere controrivoluzionario dello stalinismo, visto che vi si oppose appena esso si manifestò come il pieno dispiegarsi di una crisi che era iniziata ben prima, già alla fine del cosiddetto Comunismo di guerra, quando apparve drammaticamente chiaro che il proletariato più avanzato d’Europa (quello tedesco, in primis) non sarebbe andato tanto presto, come la situazione imponeva, in soccorso dell’eroico ma assai traballante potere sovietico. Come scrivo in uno studio sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre (Lo scoglio e il mare) [5], l’isolamento del Paese dei Soviet lasciò che le onde generate dallo scatenarsi delle forze sociali capitalistiche si abbattessero in modo distruttivo sul piccolo scoglio proletario – già sfiancato dalla guerra imperialista e dalla guerra civile.

«Al tempo dell’invasione giapponese, il Guomindang (GMD) trovò la sua principale opposizione sotto forma di un esercito contadino mobilitato da un reinventato Partito Comunista Cinese (PCC). Ma lo stesso PCC aveva iniziato decenni prima, nato dallo stesso tumultuoso ambiente intellettuale del Guomindang, entrambi nati sul fondamento di interessi prevalentemente urbani. Il congresso di fondazione del PCC del 1921 doveva originariamente tenersi a Shanghai. Interrotta dalla polizia, la riunione fu spostata a nord, a Jiaxing, dove dodici delegati hanno fondato il PCC come ramo dell’Internazionale comunista. Con la crescita di questo primo PCC, rimase in auge un progetto prevalentemente urbano, gestito da intellettuali e lavoratori industriali qualificati. Sei anni dopo la sua fondazione, fu di nuovo a Shanghai che questa prima incarnazione del PCC giunse alla sua fine violenta. In un’alleanza sostenuta dalla Russia con il GMD, i rivoluzionari hanno preso il controllo della maggior parte delle città chiave della Cina in una serie di insurrezioni con personale operaio. Dopo che la vittoria fu assicurata con il successo dell’insurrezione di Shanghai del 1927, il GMD si rivoltò contro i comunisti, arrestando un migliaio di membri del PCC e leader dei sindacati locali, uccidendone ufficialmente circa trecento e facendone sparire altre migliaia. Il “massacro di Shanghai” ha avviato la distruzione a livello nazionale del movimento comunista urbano. Le rivolte a Guangzhou, Changsha e Nanchang furono represse. Nello spazio di venti giorni, più di diecimila comunisti nelle province meridionali della Cina sono stati arrestati e giustiziati sommariamente. Nel complesso, nell’anno successivo all’aprile 1927, si stima che ben trecentomila persone morirono nella campagna di sterminio anticomunista del GMD. Gli unici frammenti sopravvissuti del PCC erano le sue basi rurali tra i contadini. Alla conclusione della Lunga Marcia, sette anni dopo, il Partito si era ricomposto reclutando contadini, espropriando terre e concentrando la sua agitazione sulle tensioni di lunga data nelle campagne commercializzate, espandendo così questa base rurale. Trasformato in un esercito contadino, il nuovo partito gestiva solo un’ala urbana marginale e sotterranea anche dopo aver riconquistato l’influenza nazionale».

La ricostruzione storica di Chuang lascia molto a desiderare su un punto che a me appare fondamentale: essa non dice nulla sulle enormi responsabilità che il Partito Bolscevico di Stalin e Bucharin ebbe sui sanguinosi fatti del 1927. Mi piacerebbe sapere come  Chuang giudica la lotta che soprattutto Trotsky e Zinoviev condussero contro la linea politica fissata dal Partito di Stalin e Bucharin, e fatta sua da un Comintern ormai russificato, circa l’atteggiamento che il PCC avrebbe dovuto assumere nei confronti del Kuomintang di Chiang Kai-shek e, in generale, della rivoluzione nazionale-borghese allora all’ordine del giorno in Cina.

Quello che determinò la trasformazione del PCC da soggetto rivoluzionario urbano (proletario) a soggetto rivoluzionario contadino (nazionale-borghese) non fu tanto l’eliminazione fisica dei comunisti che agivano nelle città e il venir meno dei suoi contatti con il mondo della metropoli: la causa della sua “mutazione genetica” (in realtà sociale) va ricercata più in profondità, ossia nella distruzione della sua precedente identità di classe autonoma che bisognava preservare a tutti i costi anche nel corso della rivoluzione nazionale-borghese (antimperialista) [6]. Ma questo fu possibile perché nel biennio cruciale 1926-1927 il Partito Bolscevico riuscì nell’intento di fare del PCC l’ala sinistra del Kuomintang, ossia di una soggettività politica borghese. Scriveva Trotsky in una lettera del 4 marzo 1927 indirizzata a Karl Radek: «Abbiamo trasformato il Partito comunista cinese in una varietà di menscevismo e quel che peggio, non nella varietà migliore, cioè non nel menscevismo del 1905, quando si unì temporaneamente al bolscevismo, ma nel menscevismo del 1917, quando si alleò con i Socialisti Rivoluzionari di destra e sostenne i cadetti. […] Temo che le cose, in larga misura, stano appunto così[7]. Voja Vujovič, segretario generale dell’Internazionale giovanile dal 1922, espulso dal Comintern nel settembre 1927 e pochi mesi dopo deportato in Siberia (un “classico” dello stalinismo), nel maggio del ’27 riassumeva in questi termini l’atteggiamento del Partito Bolscevico e del Comintern nei confronti del PCC: «Il PCC ha cercato ripetutamente di correggere la propria linea e di uscire dal “blocco ad ogni costo” con Chiang Kai-shek. Purtroppo, tutti i tentativi del Partito cinese di correggere la propria linea politica e la propria tattica errata si sono scontrati ogni volta nella decisa opposizione del comp. Borodin e del rappresentante del CE dell’IC in Cina» [8].

Il mutamento nella composizione sociale del movimento comunista cinese registrò una sua ben più radicale trasformazione: infatti, da promettente soggetto rivoluzionario proletario, il Partito Comunista Cinese, fondato nel giugno del 1921 e sottoposto alle “amorevoli” cure dello stalinismo (espressione più emblematica della controrivoluzione in Russia e nel mondo), diventò un soggetto rivoluzionario nazionale-borghese. In altre parole, con il PCC di Mao non siamo dinanzi a un semplice cambiamento nella strategia politica dei comunisti, intesa ad adeguarla alla nuova situazione; ci troviamo piuttosto di fronte alla morte della natura proletaria (nell’accezione teorico-politica, e non meramente sociologica, del concetto) di quel Partito, nonostante esso conservasse il vecchio nome – secondo l’esempio sovietico. Il PCC dopo la sanguinosa controrivoluzione del 1927 era diverso dal PCC esistente prima di quella data nel senso più radicale – sociale – possibile. Il Partito del 1921non «era stato riformattato dai suoi anni nelle campagne cinesi», come scrive Chuang: esso si era estinto come soggetto proletario rivoluzionario. Proletario, beninteso, nell’accezione storico-sociale, e non sociologica, del termine. Soggetto proletario nel senso marxiano del concetto, tanto per intenderci.

Scrive Chuang: «Mentre il vecchio PCC si è formato in un’era di rivoluzione internazionale in cui il rovesciamento dei regimi nel cuore dell’Europa sembrava ancora plausibile, il nuovo PCC è emerso in un mondo schiacciato sotto il tallone degli imperialisti reazionari, in cui i movimenti rivoluzionari più promettenti erano stati smembrati e le forze armate dei paesi imperialisti erano gonfie di guerra»: ecco l’essenziale! Sotto le macerie causate dalla controrivoluzione capitalistica internazionale rimasero sia il Partito di Lenin sia il Partito dei comunisti cinesi che «furono screditati, retrocessi e sostituiti da figure la cui strategia prevedeva un ruolo molto più primario per il progetto di sviluppo nazionale rispetto all’espansione internazionale della rivoluzione comunista». Mutatis mutandis, al PCC toccò la stessa sorte del PCR (B) e degli altri ex Partiti Comunisti che nella seconda metà degli anni Venti subiranno il trattamento della famigerata bolscevizzazione.

L’esito disastroso del lungo ciclo rivoluzionario cinese (1920-1927) non ci parla solo della tragedia del giovane ma già molto combattivo proletariato cinese, ma anche, e direi soprattutto dalla mia prospettiva “occidentale”, della tragedia del proletariato europeo di allora, che passava da una sconfitta all’altra sotto i pessimi auspici dello stalinismo: anche dall’Oriente arrivavano cattive notizie, le quali seppellivano le speranze dell’ultimo Lenin.

«Il periodo di sviluppo industriale urbano (1949-1957), associato all’era della riforma agraria nelle campagne, può quindi essere visto come la momentanea continuazione della transizione al capitalismo che era stata abbandonata e riavviata più volte nella storia recente del paese. Il Partito lo ha inteso come tale, designando questo periodo come il completamento della “rivoluzione borghese” nelle città portuali. Ciò diede al fenomeno un perfetto adattamento alla mitologia determinista dell’alto stalinismo, ma questo adattamento era semplicemente l’uso delle risorse teoriche disponibili per giustificare l’azione pragmatica mentre era in corso. La fedeltà teorica allo stalinismo fu, semmai, il risultato piuttosto che la causa delle tendenze industriali viste negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra civile». E che ci dice questo dato “sovrastrutturale” sul reale processo sociale cinese di quel periodo?

Ci parla di un adattamento dello stalinismo alle condizioni storico-sociali della Cina, e ciò confermava in pieno il nocciolo “dottrinario” di esso: la teoria delle «vie nazionali al socialismo». La «via cinese al socialismo» aderisce insomma come un guanto all’ideologia stalinista, ed è perciò corretto, sotto questo fondamentale aspetto, definire il maoismo come la traduzione in cinese dello stalinismo, come un suo adattamento alle condizioni storiche e sociali della Cina. La fusione dell’ideologia stalinista (che nulla aveva a che fare con il “marxismo occidentale”, ma ne era piuttosto la negazione) con le ideologie (laiche e religiose) prese dalla storia cinese, che ha prodotto quel “bizzarro” guazzabuglio ideologico che tanto successo ebbe presso l’intellighentia “marxista” occidentale, non contraddice, ma piuttosto conferma la tesi qui sostenuta.

Quella che Chuang caratterizza come una «momentanea continuazione della transizione al capitalismo» ha per me invece la natura di un processo che, tra alti e bassi, cadute e riprese, arretramenti e avanzamenti, non cessò di dispiegarsi, di precisarsi e di rafforzarsi. Lo ribadisco: tra mille contraddizioni, nel contesto di una realtà sociale estremamente complessa e contraddittoria, e all’interno di un quadro internazionale che di certo non rendeva più agevole la transizione della Cina alla “modernizzazione” capitalistica.

Secondo Chuang, il regime di sviluppo della Cina nel primo periodo (quello definito appunto “socialista”) non si configura come un vero e proprio modo di produzione, né come “capitalismo di Stato” né come “capitalismo burocratico”. «Il tentativo di adornare il capitalismo con aggettivi è semplicemente una cortina fumogena che oscura una scarsa comprensione delle sue dinamiche fondamentali»: concordo e sottoscrivo. «E il regime socialista dello sviluppo non era capitalista»: qui invece non concordo affatto e polemizzo. «Coloro che sostengono che il risultato finale della transizione dimostra in qualche modo l’essenza capitalista preesistente nell’era socialista, fanno una bizzarra presunzione logica che difficilmente sarebbe tollerata in nessuna disciplina al di fuori della teologia: essi confondono la fine di un processo con le sue forme precedenti, come se il germe della specie umana fosse presente agli albori della vita». Forse Chuang potrebbe averla vinta sul piano “dialettico” con chi solo oggi riconosce il carattere capitalistico della cosiddetta “fase socialista” proiettandovi sopra la realtà del presente; ma di certo fallirebbe se si confrontasse con chi già nel 1949 definì la Rivoluzione cinese come una rivoluzione nazionale-antimperialista-borghese, avente il compito storicamente progressivo di unificare il Paese (e il mercato), avviare lo sviluppo capitalistico della Cina e la complessiva “modernizzazione” del Paese. I comunisti occidentali antistalinisti, così come non hanno dovuto aspettare il crollo dell’Unione Sovietica e la caduta del famigerato Muro per dichiarare il fallimento del “socialismo reale”, allo stesso modo non hanno dovuto aspettare le “riforme” di Deng Xiaoping per parlare di transizione della Cina in direzione del capitalismo, le cui premesse essi avevano ottimamente individuato, appunto, già nel 1949.

I compagni di Chuang certamente conoscono la Sinistra Comunista europea che denunciò il progressivo e purtroppo inarrestabile venir meno della spinta propulsiva rivoluzionaria dell’Ottobre Sovietico già negli anni Venti, quelli che Lenin ebbe a definire, a mio avviso del tutto infondatamente, “estremisti infantili”; ebbene, chi scrive ha avuto la fortuna di leggere, ancora giovanissimo, gli scritti di quei comunisti, i quali con l’ascesa dello stalinismo saranno vittima, prima di una violenta campagna calunniosa, e poi di una ottusa damnatio memoriae. Non sempre, anzi assai raramente, il successo sorride a chi dice la verità – la quale è, per dirla con Lenin, rivoluzionaria. Scrivo questo per non affettare sulla natura sociale dell’URSS un’originalità di pensiero che non ho: sulla controrivoluzione stalinista impasto una farina che ho trovato nel sacco altrui – per mia fortuna! Il modo in cui impasto quella farina ricade invece ovviamente sotto la mia esclusiva responsabilità. Ma ritorniamo sul punto!

Dato il presupposto oggettivo (l’arretratezza economico-sociale della Cina del 1949) e quello soggettivo (il cosiddetto Partito Comunista Cinese, “Comunista” solo nominalmente), la fine del processo non poteva che essere la Cina come Paese capitalistico. Non si tratta né di teologia, né di teleologia, né di determinismo meccanicistico o latro: poste determinate condizioni, determinate premesse storiche e sociali, di natura interna e sovranazionale, le conseguenze sono dialetticamente necessarie.

Pensare a uno sviluppo economico-sociale lineare e deterministicamente prevedibile in ogni suo essenziale aspetto, risponde a un’idea di progresso che è del tutto estranea alla mia concezione del processo storico-sociale; si tratta di un’idea “evoluzionista” che peraltro ha trovato decisive smentite in tutti i Paesi del mondo, a cominciare da quelli considerati come la “culla” del Capitalismo. Io sostengo un’altra tesi. La mia tesi è che la complessità, la contraddittorietà, la multiformità e l’originalità che hanno caratterizzato lo sviluppo economico-sociale della Cina non hanno mai oltrepassato in avanti i limiti del Capitalismo, mentre è avvenuto qualche volta che lo oltrepassassero con un movimento all’indietro. Si è trattato di un fatto, poi variamente interpretato e ideologizzato, non di una scelta – al più, si può scomodare l’ambiguo concetto di “scelta obbligata”. Per usare un’immagine “agonica”, è come l’atleta che fa alcuni passi indietro (nella fattispecie: verso forme economiche più arretrate) per poter spiccare un più vigoroso salto in avanti (nella fattispecie: verso il moderno capitalismo). Anche la molla si carica di energia (potenziale) con un analogo movimento. Ma non vorrei impigliarmi in analogie mal congegnate!

Qui si tratta di considerare i problemi posti dall’«accumulazione originaria di capitale» a un Paese drammaticamente indigente di capitali e in cui, dopo la rottura con l’Unione Sovietica “revisionista”, l’investimento estero è praticamente inesistente. «Non solo la Cina aveva perso il suo principale partner commerciale e fonte di aiuti internazionali, ma, nel 1969, le scaramucce di confine avrebbero persino portato i due Paesi sull’orlo della guerra. Nel corso degli anni ‘60, quindi, la Cina si è trovata sempre più isolata. Con la perdita del suo principale partner commerciale, la somma delle importazioni e delle esportazioni cinesi si era ridotta a un misero 5% del PIL entro il 1970» (Sorghum and Steel). Come ho scritto altrove (La campagna cinese), a un certo punto della transizione del Paese al moderno capitalismo il Partito-Stato si trovò nella poco invidiabile situazione di dover fare della necessità una virtù, ossia di dover “mettere a valore” tutte le forme economico-sociali allora presenti nella società cinese, in primo luogo nella fondamentale area rurale. Ciò si imponeva come un’urgentissima  “scelta obbligata” per difendere e consolidare le conquiste politiche della rivoluzione nazionale-antimperialista, e per procedere in qualche modo lungo la strada dello sviluppo economico-sociale del Paese, quasi del tutto privo delle basilari infrastrutture necessarie a supportare il suo sforzo di “modernizzazione”. Occorreva quantomeno realizzare le premesse strutturali di una più o meno rapida accumulazione capitalistica. Si trattava di uno sviluppo e di una “modernizzazione” con caratteristiche capitalistiche? A mio avviso non può esserci dubbio circa la natura capitalistica di quel titanico sforzo: semplicemente non si davano allora altre possibilità, e ciò sempre al netto delle credenze ideologiche coltivate in ottima fede in Cina e altrove intorno alla concreta possibilità di un’originalissima transizione del Paese al socialismo. È dai tempi di Marx che nei Paesi capitalisticamente “ritardatari” assai facilmente si fa strada negli ambienti rivoluzionari l’idea – che il più delle volte ha avuto il volto dell’illusione, dell’utopia piccolo-borghese – di risparmiare alla società le sofferenze connesse con lo sviluppo capitalistico, e di giungere al socialismo o, addirittura, al comunismo percorrendo strade originali. Saltare la fase capitalistica dello sviluppo economico-sociale: un’idea davvero affascinante! Nei confronti di questo più che comprensibile desiderio Marx ed Engels non svilupparono mai una critica astrattamente deterministica basata sulla teoria delle “fasi di sviluppo”: poste alcune eccezionali condizioni, di natura interna e internazionale, la “fase capitalistica” dello sviluppo poteva effettivamente venir risparmiata ai Paesi capitalisticamente arretrati. Classico esempio, la Russia zarista: «In Russia, accanto all’ordinamento capitalistico, che febbrilmente si va sviluppando, e assieme alla proprietà fondiaria borghese, che si sta formando solo ora, oltre la metà del suolo si trova sotto forma di proprietà comune dei contadini. Si presenta, quindi, il problema: la comunità rurale russa, questa forma – è vero – in gran parte già dissolta dell’originaria proprietà comune della terra, potrà passare direttamente a una più alta forma comunistica di proprietà terriera? O dovrà attraversare, prima, lo stesso processo di dissoluzione che ha costituito lo sviluppo storico dell’Occidente? La sola risposta oggi possibile è questa: se la rivoluzione russa servirà come segnale a una rivoluzione operaia in Occidente, in modo che entrambe si completino, allora l’odierna proprietà comune rurale russa potrà servire da punto di partenza per un’evoluzione comunista». Com’è noto, questa eccezionale condizione non si realizzò, è già al tempo in cui il giovane Lenin scriveva i suoi saggi dedicati allo sviluppo capitalistico in Russia (e alla critica dell’ideologia populista), «la più bella possibilità» colta da Marx nel 1882 era sostanzialmente tramontata [9]. La possibilità della via non capitalistica di sviluppo della Russia rurale era quindi da Marx e da Engels direttamente connessa allo sviluppo della rivoluzione proletaria internazionale. Mutatis mutandis, un analogo ragionamento vale anche per la Cina del 1949: il processo sociale mondiale a quella data spingeva la Cina in una sola direzione, quella dello sviluppo capitalistico, e in questa valutazione centrale è l’assenza di una prospettiva rivoluzionaria nei Paesi capitalisticamente avanzati del pianeta. Ancora ai tempi di Lenin quel legame era dato per assolutamente scontato dai marxisti, e difatti la strategia rivoluzionaria leniniana (vedi il concetto di “doppia rivoluzione” o di “rivoluzione permanente”) era interamente concepita come un momento della più generale rivoluzione sociale europea. Con lo stalinismo questo legame fu spezzato, perché esso esprimeva una tendenza sociale interamente nazionale, al cui servizio venne messo anche il Comintern. È corretto parlare di «arresto della transizione al capitalismo», nel caso della Cina dei primi anni Cinquanta, nel senso che l’intera macchia economica cinese allora appariva, oltre che arretrata, bloccata, in parte distrutta, disorganizzata, disarticolata e, soprattutto, priva di carburante (di capitali).

Apro una breve parentesi. Durante il cosiddetto Comunismo di guerra nella Russia sovietica, la gran parte dei bolscevichi (Lenin compreso, che confesserà il madornale abbaglio alla fine del 1920) interpretò la catastrofe economica che si era realizzata come conseguenza della guerra imperialista e della successiva guerra civile come transizione al socialismo, e i teorici del partito si sbizzarrirono a commentare la cosa in chiave di “ortodossia marxista”. Era invece accaduto che nella Russia dei Soviet l’economia come la intendiamo modernamente si era quasi del tutto estinta: denaro fuoricorso, mercati quasi del tutto inesistenti, produzione industriale ridotta ai minimi termini, produzione agricola orientata alla pura sussistenza delle aree rurali, infrastrutture distrutte o inservibili e via di seguito. «Abbiamo mandato in soffitta la legge del valore!»: Lenin rise molto ricordando questa sciocchezza “anticapitalista” mentre abbozzava la Nuova Politica Economica. Chiudo la parentesi “storica”.

Scrive Chuang a proposito della fine degli anni Cinquanta: «Nel frattempo, non c’erano prove di alcuna transizione verso il comunismo, che è rimasto un orizzonte meramente ideologico. La forza lavoro si espanse, l’orario di lavoro tendeva ad aumentare e la socializzazione della produzione creò unità produttive locali autarchiche e atomizzate, offrendo le condizioni per una vita collettiva su piccola scala ma non riuscendo a creare la nuova società comunitaria che era stata promessa. La libertà di movimento è diminuita con il proliferare delle crisi, mentre si rendevano evidenti la formazione di due classi d’élite distinte, l’ampliamento del divario urbano-rurale e la formazione di una classe di lavoratori diseredati». Mi si permetta un’aggiunta che riprende le parole di Chuang: nel frattempo, non c’erano prove di alcuna transizione verso il socialismo (non solo verso il comunismo), che è rimasto un orizzonte meramente ideologico. «Il completamento della transizione capitalista sotto gli auspici dello Stato stesso» non fu «un rischio», come sostiene Chuang, ma piuttosto un fatto celato sotto una fraseologia che era essa stessa una caricatura del “marxismo” – si trattava infatti dello stalinismo tradotto in cinese.

«Le tendenze più salienti emerse durante gli anni del Grande Balzo in Avanti possono essere viste come un’evoluzione distintamente cinese dell’alto stalinismo. Era il periodo in cui il modello sovietico e il modello della Cina orientale erano di uguale grandezza e si scontravano. Ma questo non significa che questi esperimenti di breve durata tendessero al comunismo, come sosteneva la propaganda dell’epoca. Invece, erano ancora un’altra dimensione della natura fondamentalmente instabile del regime di sviluppo socialista – questa volta segnalando una forte tendenza verso una reinvenzione delle pratiche produttive tradizionali. Il GBA ha visto un tentativo di rilanciare le reti di produzione rurale, ora sotto gli auspici del nuovo Stato piuttosto che del mercato rurale, orientandole verso i suoi fini di sviluppo».

Non si comprende perché Chuang chiama “socialismo” quello che non riesce a definire come “capitalismo” stricto sensu. Banalmente: non tutto quello che non può essere rubricato come Capitalismo cade nella sfera del Socialismo. Non vedo alcun motivo per definire “socialista” la condizione creata da questo contingente e relativo ritorno indietro della Cina verso forme economiche precapitalistiche o semicapitalistiche. Ma Chuang la pensa in modo diverso: «Il regime di sviluppo socialista designa il crollo di qualsiasi modo di produzione. […] Il periodo non capitalista della Cina fu caratterizzato dal movimento popolare guidato dal Partito Comunista Cinese e riuscì sia a distruggere il vecchio regime che ad arrestare la transizione al capitalismo, lasciando la regione bloccata in una stasi concepita all’epoca come “socialismo”». Ma si trattò davvero di socialismo? E si può davvero parlare di un crollo di qualsiasi modo di produzione? Ma finiamo la citazione: «Il sistema socialista, a cui ci riferiamo come a un “regime di sviluppo”, non era né un modo di produzione né uno “stadio di transizione” tra capitalismo e comunismo, e nemmeno tra il modo di produzione tributario e il capitalismo. Dal momento che non era un modo di produzione, non era nemmeno una forma di “capitalismo di stato”, in cui gli imperativi capitalistici erano perseguiti sotto le spoglie dello stato, con la classe capitalista semplicemente sostituita nella forma ma non nella funzione dalla gerarchia del governo dei burocrati. Al contrario, il regime di sviluppo socialista designa il crollo di qualsiasi modo di produzione e la scomparsa dei meccanismi estrattivi (siano essi tributari, filiali o commerciali) che governano i modi di produzione in quanto tali. In queste condizioni, solo forti strategie di sviluppo guidate dallo Stato erano in grado di guidare lo sviluppo delle forze produttive. La burocrazia è cresciuta perché la borghesia non poteva assolvere questo compito. Data la povertà e la posizione della Cina rispetto al lungo arco dell’espansione capitalista, solo i programmi di industrializzazione “big push” di uno Stato forte, accoppiati a resilienti configurazioni di potere locali, erano in grado di costruire con successo un sistema industriale. Ma la costruzione di un sistema industriale non è la stessa cosa del passaggio con successo a un nuovo modo di produzione».

Nel suo eccellente saggio del 1976 Introduzione alla storia della Cina, Arturo Peregalli individua addirittura ben sette «rapporti di produzione»in un arco di tempo che va dal 1949 al 1974: si va dal rapporto di produzione tipico del capitalismo (Lavoro salariato/Capitale) a rapporti che attestano la «sopravvivenza del mutuo aiuto comunitario di tipo precapitalistico». «I dirigenti cinesi hanno presentato il processo di centralizzazione nell’industria e nell’agricoltura come progressiva introduzione del socialismo. Ma se si esamina storicamente il succedersi delle forme di produzione ed i rapporti sottostanti questo elemento ideologico viene smentito categoricamente. […] I rapporti di produzione fondamentali della società cinese non sono mai usciti dai rapporti capitalistici di produzione [10].

Scrive Chuang: «Anche al culmine della sua diversità, tuttavia, questo progetto è stato infine definito da un particolare orizzonte comunista che era emerso dalla combinazione del movimento operaio europeo e dalla storia stessa della regione con le sue millenarie rivolte contadine. Oggi questo orizzonte comunista non esiste più. Non ha senso “schierarsi” su queste questioni storiche, semplicemente perché non c’è simmetria tra allora e adesso». A mio avviso l’orizzonte di cui parlano i compagni di Chuang non è mai esistito, e ciò chiama in causa, che lo si voglia o no, il giudizio sulla storia «del movimento operaio europeo» dopo l’ascesa dello stalinismo, il quale ha avuto moltissimo a che fare con il PCC e la rivoluzione cinese degli anni Venti.

È vero che «non c’è simmetria tra allora e adesso», talmente diverso è il quadro di riferimento sociale che abbiamo dinanzi a noi rispetto a quello con cui si confrontarono i comunisti (solo di nome?) del passato; ma il giudizio sulla “Russia di Stalin” e sulla “Cina di Mao” non ha perso la sua decisiva importanza perché ci dice quale idea di “comunismo” abbiamo in testa, cosa intendiamo quando parliamo di rivoluzione sociale e di emancipazione del proletariato. Come ho già chiarito, il giudizio sullo stalinismo e sul maoismo è fondamentale, almeno per chi scrive, non in chiave di polemica storiografica, o per una critica politico-ideologica svolta con il viso rivolto al passato e avente l’obiettivo di individuare quale corrente politico-ideologica attiva nel passato ha avuto ragione alla luce del presente: non si tratta affatto di questo. Personalmente non faccio nemmeno parte di nessuna corrente politica più o meno organizzata. Si tratta piuttosto di capire, e mi scuso per la ripetizione, che cosa intendiamo oggi per lotta di classe, rivoluzione sociale, socialismo, comunismo. Ad esempio, il “socialismo” e il “comunismo” di cui parla la stragrande maggioranza di quelli che si definiscono “socialisti” e “comunisti” non mi piace nemmeno un poco e mi appare come la bruttissima copia del capitalismo. Moltissimi cosiddetti “comunisti” non sono che dei miserabili tifosi del Capitalismo di Stato. Non si tratta dunque di schierarsi su «questioni storiche», ma di far comprendere il più possibile agli interlocutori il significato che attribuiamo alle parole, capire a quali concetti esse rimandano. In vista di questo sforzo tutt’altro che dottrinario e intellettualistico personalmente mi sono occupato, ad esempio, della storia del cosiddetto Partito Comunista Italiano di Togliatti, un Partito borghese al cento per cento.

«Allo stesso tempo, l’URSS era considerata un esempio emblematico, anche se profondamente imperfetto, di un sistema non capitalista che era stato in grado di sopravvivere in relativo isolamento, scongiurando sia l’invasione militare che l’embargo economico. La burocrazia e la brutalità che accompagnavano i cambiamenti interni di potere all’interno dell’URSS non erano affatto invisibili ai comunisti cinesi. […] Tuttavia, l’URSS era l’unico esempio mondano di una società moderna che era anche sostanzialmente non capitalista». Ma Chuang condivide il giudizio sull’URSS dei «comunisti cinesi» dell’epoca? La formula «sostanzialmente non capitalista» appare quantomeno ambigua e fumosa, soprattutto alla luce del capitalismo mondiale del XX secolo e della stessa storia russa. L’Unione Sovietica era, a mio modo di vedere, «sostanzialmente capitalista». L’economia russa considerata nel suo complesso si distanziava enormemente dal modello di capitalismo di Stato “puro” o integrale possibile in linea teorica. Solo il settore industriale (industria pesante) e una piccola parte dell’economia agraria (i Sovchos, le fattorie statali) possono infatti essere inclusi senza forzature nel concetto di capitalismo di Stato; per il resto siamo alla presenza di forme miste e ibride di rapporti proprietari (tutte rigorosamente capitalistiche): dalla proprietà privata, più o meno mascherata sul piano politico e giuridico, a quella cooperativistica, con tutti i gradi intermedi tra le due forme. Senza parlare della cosiddetta economia informale (o “nera”), molto diffusa soprattutto nella campagna russa come luogo di produzione – con sbocchi mercantili nelle città del Paese. Il Kolchoz non era una forma di capitalismo di Stato; era piuttosto una forma “mista” che metteva insieme la proprietà statale e quella individuale (sotto forma di un pezzo di terra e qualche capo di bestiame), il lavoro salariato e il piccolo azionariato, visto che il piccolo produttore rurale russo riceveva oltre al salario una piccola parte del profitto generato dall’impresa kolchoziana. Per questa sua peculiare condizione sociale il kolchoziano sviluppò una coscienza e una psicologia tutt’altro che inclini alla rivoluzione. Tuttavia sbaglieremmo a dipingere a tinte rosee la vita dei kolchoziani, che infatti fu sempre dura, anche a causa della scarsa produttività del sistema kolchoziano. Ma qui rischio di divagare!

«Ma questo non vuol dire che l’era socialista non avesse una dimensione globale. È stata la più grande di un’ondata mondiale di rivoluzioni socialiste»: quelle che Chuang definisce «rivoluzioni socialiste» io le definisco rivoluzioni nazionali-borghesi-antimperialiste, rivoluzioni cioè che ebbero la stessa natura storico-sociale della rivoluzione cinese. Diciamo che non si tratta di una differenza poco significativa, tutt’altro. Ecco perché non posso condividere passi di questo genere: «In Cina, la mitologia industriale del movimento operaio si sarebbe fusa con la realtà della rivoluzione rurale in modo più fluido di quanto non fosse accaduto nell’Unione Sovietica. Il prodotto era una cultura socialista in cui l’escatologia marxista si fondeva con secoli di millenarismo contadino. Questa combinazione si è dimostrata in grado di innescare una delle più grandi esplosioni di sviluppo nella storia umana». Condivido solo l’ultima frase: in Cina abbiamo assistito a «una delle più grandi esplosioni di sviluppo nella storia umana»; si tratta di capirne il significato storico e sociale.

Per la Cina degli anni Cinquanta si può parlare correttamente di «una società sostanzialmente non capitalista», soprattutto nel suo gigantesco retroterra rurale, se si precisa che in quel Paese economicamente arretrato era all’ordine del giorno la transizione al capitalismo. La lunga sospensione della transizione al capitalismo di cui parla Chuang, e che sarebbe ripresa nel 1978, dopo la definitiva sconfitta dalle corrente maoista interna al PCC, realizzò le premesse generali del decollo capitalistico del Paese e in ogni caso tale periodo non significò un suo seppur momentaneo passaggio nella dimensione socialista. «I primi anni dopo il 1949 furono anche un periodo in cui al partito fu concesso il tempo di sperimentare le proprie forme di amministrazione industriale e prepararsi per l’arresto della transizione capitalista»: se arresto vi fu, esso non segnò affatto l’inizio della transizione al socialismo, ma piuttosto un contingente ritorno a forme precapitalistiche, più o meno idealizzate – soprattutto dagli intellettuali progressisti occidentali, sempre assetati di nuove e originalissime “terze vie”. A questo proposito scriveva Simon Leys nel 1971: «I nostri filosofi d’oggi, paiono egualmente poco desiderosi d’indagare sulla verità storica del maoismo, temendo, senza dubbio, che un confronto con la realtà, si riveli d’annoso a questo mito, che li dispensa dal pensare di testa proprio» [11]. I “marxisti” occidentali che allora opposero il modello maoista (“movimentista”) a quello stalinista (“sclerotizzato”) non afferrarono la profonda radice che legava i due “modelli”, essendo il primo una derivazione modificata del secondo. Tra l’altro essi non compresero il significato sociale e geopolitico del “movimentismo” e del “volontarismo” maoista, i cui termini essenziali credo di aver toccato in queste pagine.

Da quanto sopra affermato, si comprende bene perché chi scrive non può condividere ciò che scrive Chuang a proposito del «blocco socialista»: «Anche se nel 1969 [incidente dell’isola di Zhenbao] la guerra sino-sovietica fu scongiurata, questo fu il punto in cui i legami sino-sovietici furono definitivamente recisi, concludendo il periodo di diplomazia precaria tra i due più grandi membri del blocco socialista». Chuang parla di «nazioni socialiste» anche per quel che riguarda le nazioni che caddero nell’area di influenza dell’imperialismo sovietico: il “socialismo” imposto ai Paesi dell’Est europeo dall’Armata Russa! I lettori hanno già capito: per chi scrive, non è mai esistito alcun «blocco socialista», comunque lo si voglia intendere dal punto di vista sociale, politico e geopolitico. «Nel contesto della guerra fredda, l’incidente di Zhenbao ha anche segnalato le prime ouverture della Cina verso gli Stati Uniti»: non c’è dubbio. Il movimento della Cina verso gli Stati Uniti si spiega in larga parte con la crescente conflittualità politico-militare tra i due giganti del “socialismo reale”. Sotto l’aspetto economico, la contesa interimperialistica si dipanò invece quasi interamente nel cosiddetto “mondo libero”. Almeno dagli anni settanta in poi, il «blocco democratico» fu il teatro di un’accesa contesa industriale, commerciale e finanziaria tra i Paesi che ne facevano parte, soprattutto tra Giappone, Germania e Stati Uniti. Alla fine degli anni Ottanta, ad esempio, i rapporti commerciali tra Stati Uniti e Giappone giunsero a un punto davvero critico, e contro il Made in Japan e il capitale finanziario nipponico Washington rispolverò perfino la tragedia dell’«attacco proditorio» a Peel Harbour: «Il Giappone vuole conquistare il nostro mercato, le nostre fabbriche, le nostre banche e i nostri grattacieli!». Si spiega anche con la crescente concorrenza portata dal capitale europeo e giapponese al capitale statunitense l’avvicinamento di Washington a Pechino alla fine degli anni Sessanta, che troverà una “sorprendente” accelerazione nel decennio successivo. Ma su queste aspetti Chuang ha scritto analisi molto approfondite che in larghissima parte condivido.

Ma ritorniamo, per concludere rapidamente, al «periodo socialista dello sviluppo cinese». Per quanto paradossale possa apparire a prima vista, gli «esperimenti con forme di produzione non capitaliste» furono poste al servizio dell’accumulazione capitalistica in un contesto sociale fortemente problematico, reso ancor più difficile dalla mancanza di capitale nazionale e dal “soccorso” tutt’altro che fraterno dell’imperialismo russo. La Cina si trovò di fatto isolata nella sua profonda arretratezza economico-sociale e minacciata nella sua sovranità da tutte le parti: dai sovietici e dagli statunitensi. La difesa della sovranità nazionale non è un pranzo di gala!

Lo ripeto: non nego affatto l’originalità dello sviluppo economico-sociale della Cina moderna; ciò che io sostengo è che questa originalità, del tutto comprensibile alla luce della storia di quel Paese nel suo rapporto con il mondo esterno (Occidente incluso, ovviamente) e con le sue caratteristiche fisiche, demografiche, etniche e quant’altro; questa originalità, dicevo, non ha mai toccato, e nemmeno sfiorato, la dimensione socialista, e si è data interamente dentro il solco dell’accumulazione capitalistica, anche quando essa ha assunto le sembianze di prassi economiche precapitalistiche – non postcapitalistiche.

La Cina che uscì dalla catastrofica esperienza del Grande Balzo in Avanti conobbe una drammatica condizione di stallo, dalla quale il Paese sarebbe potuto uscire solo in due modi: o schiantandosi al suolo come entità economica e nazionale sovrana (sempre nei limiti consentiti dalla natura sovranazionale del Capitale), oppure accelerando e potenziando la sua ascesa capitalistica, rendendo definitivo e stabile il proprio decollo economico-sociale. O lo schianto, o il decollo: sappiamo com’è andato a finire l’autaut che i fatti (di natura interna e internazionale, economica e sociale, nazionale e politica) hanno imposto alla Cina. Pur fallendo clamorosamente il suo principale obiettivo (accrescere l’accumulazione e la produttività agricola), il Grande Balzo in Avanti ebbe comunque il merito di mobilitare e scatenare le immense forze sociali esistenti soprattutto nel mondo rurale, mettendole al servizio dello sviluppo economico (soprattutto per quanto riguardava la realizzazione di importanti opere infrastrutturali) nei limiti imposti dalla complessa situazione venutasi a determinare.

Tutte le contorsioni, le contraddizioni, le lotte, spesso sanguinose, interne al Partito-Stato si spiegano, a mio avviso, con la natura nazionale-borghese di quel Partito e della rivoluzione che esso si sforzò di guidare (in conflitto con un altro Partito borghese, il Kuomintang), e con le eccezionali difficoltà che subito vi si pararono dinanzi. Difficoltà di vario genere (economiche, demografiche, geopolitiche, etniche: in una sola parola sociali) che ammettevano più di una soluzione, diverse possibili linee politiche (ad esempio: più o meno stataliste, più o meno filosovietiche, più o meno centraliste, più o meno federaliste, e così via); linee politiche in concorrenza, a volte anche feroce, che erano del tutto interne al regime di sviluppo capitalistico della Cina. Anche il «marxismo più meccanico e ingenuamente ottimista» di cui parla Chuang con riferimento a una corrente interna al PCC degli anni Cinquanta particolarmente incline allo stalinismo, non era che una caricatura del “marxismo” che nulla a che fare aveva con la teoria e con la prassi del comunismo. Qui nuovamente viene in luce l’importanza del giudizio storico sullo stalinismo inteso come fatto (meglio: processo) storico-sociale, al di là, come già detto, della personalità di un particolare individuo. Ho parlato di “stalinismo” e di “maoismo” (nonché della «Cina di Mao») solo per individuare rapidamente la costellazione di idee e di eventi cronologicamente determinati, e non in ossequio alla plechanoviana «funzione della personalità nella storia» – che peraltro sono lungi dal sottovalutare, soprattutto in chiave sintomatica.

Non è certo facile ricostruire in tutte le sue parti, un processo sociale di portata storica così grande ed estremamente complesso e contraddittorio, già nei suoi presupposti storici, sociali e geopolitici, come è stato indubbiamente quello cinese. Per certi versi la transizione dalla vecchia alla nuova Cina è avvenuta, quantomeno nel primo decennio successivo alla proclamazione della Repubblica Popolare nel 1949, nelle condizioni peggiori possibili sotto diversi e importanti aspetti, di natura interna e internazionale, e questo ha impresso a tale transizione un carattere particolarmente aggrovigliato, per così dire, e difficile da decifrare in ogni suo aspetto. Difficile ma tuttavia non impossibile, e difatti è possibile individuare in questo passaggio alcune fondamentali linee di sviluppo, alcune tendenze oggettive riconducibili a una chiara matrice storico-sociale: quella capitalista.

«L’apertura della Cina è stata l’inizio di un ampio processo di una sua sottomissione alla comunità materiale del capitale, processo guidato dalla crescente necessità delle economie sviluppate, che soffrivano di sovrapproduzione, di esportare prima beni e, in seguito, capitale. Questo processo rimane lo sfondo storico per la sottomissione della Cina all’interno dei circuiti globali di accumulazione». Questa riflessione è a mio avviso corretta se si tiene conto che non solo la Cina, ma tutti i Paesi del mondo sono sottomessi «alla comunità materiale del capitale», e se si coglie il cuore pulsante di questa comunità: il rapporto sociale di dominio e di sfruttamento capitalistico, ossia la sottomissione del lavoro salariato al Capitale. La sottomissione della Cina «alla comunità materiale del capitale» deve intendersi, sempre all’avviso di chi scrive, il necessario epilogo di una vicenda scritta dalla storia del capitalismo mondiale, dalle cui pagine il grande Paese asiatico non poteva più rimanere fuori dopo l’espansione colonialista e imperialista dell’Occidente – e, da questo punto di vista, la storia del Giappone del XIX secolo è molto istruttiva.

Le tesi di Chuang sulla cosiddetta «era socialista», o «periodo socialista di sviluppo» in Cina, sono dunque a mio avviso in larga misura viziate da un grave errore di fondo: considerare l’Unione Sovietica “di Stalin” e la Cina rivoluzionaria “di Mao” come due Paesi che, in tempi e forme diverse, hanno avuto in qualche modo a che fare con il socialismo, ossia con il tentativo messo in essere dalle classi subalterne di quelle due grandi nazioni di fuoriuscire dal Capitalismo; un tentativo non riuscito o riuscito solo in parte e non definitivamente. Di qui, la tesi del «blocco socialista». Si tratta di capire, almeno per chi scrive, come si ripercuote questo grave errore di valutazione, di natura non semplicemente storica (tutt’altro), sulla posizione politica del Collettivo qui analizzato per un aspetto specifico. Esiste anche un’altra possibilità, e cioè che io non abbia ben compreso la posizione dei compagni di Chuang sul «periodo socialista» di sviluppo della società cinese e, in generale, sul «blocco socialista». In questo caso non mi dispiacerebbe scoprire di aver “clamorosamente” toppato.

 

[1] Dal Blog Chuang ho ripreso e pubblicato sul mio Blog Social Contagion e l’introduzione a Delivery Riders. Trapped in the System.
[2] Intervista rilasciata dal Collettivo Chuang a Global Projet, 29/2/2016.
[3] Sulla campagna cinese; Žižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinese; Tutto sotto il cielo – del Capitalismo; Da Mao a Xi Jinping. 70 anni di capitalismo con caratteristiche cinesi.        
[4] Per il maoismo il blocco delle quattro classi (operai, contadini, piccola borghesia e borghesia nazionale “patriottica”) partecipa alla costruzione del “socialismo” e ne è il fondamento sociale. Ma il socialismo non è un processo che tende alla eliminazione delle classi? non è «la soppressione delle classi» (Lenin)? Sì, ma nel lunghissimo periodo. Lungo quanto? A piacere…
[5] Sulla Rivoluzione d’Ottobre rinvio anche ai PDF Lenin e la profezia smenaviekhista; Il Grande Azzardo.
[6] «Il carattere antimperialista della rivoluzione cinese non contraddice in alcun modo la natura borghese di questa rivoluzione, né ha impedito alla Cina di diventare a sua volta un Paese imperialista di primissimo rilievo, fino a collocarsi al vertice della piramide del Potere Mondiale, in conflittuale coabitazione con gli Stati Uniti d’America. L’antimperialismo della rivoluzione cinese registra piuttosto un “ritardo storico”, nel senso che lo sviluppo capitalistico in Cina, come in tanti altri Paesi del mondo, si è realizzato nell’epoca imperialista del capitalismo internazionale, e ha dovuto fare i conti con la politica di sfruttamento e di dominio politico-militare perseguita in primo luogo dai Paesi occidentali. Nel caso cinese, soprattutto dopo la Liberazione del 1949 è stata la tenaglia rappresentata dall’imperialismo statunitense e da quello “sovietico” a rendere particolarmente difficile, contraddittoria e generatrice di vere e proprie catastrofi sociali (carestie, violente persecuzioni etniche e politiche, ecc.) la modernizzazione capitalistica della Cina. La rivoluzione cinese aderiva perfettamente alla teoria leniniana dell’ineguale sviluppo capitalistico. «È necessario lottare con energia contro il tentativo di applicare nei paesi arretrati un’etichetta comunista ai movimenti rivoluzionari di liberazione che tali non sono effettivamente» (Lenin, Primo abbozzo di tesi sulle questioni nazionale e coloniale, 14 luglio 1920, Opere, XXXI, p. 164, Editori Riuniti, 1967). Anche questa preoccupazione leniniana colpisce nel segno, se pensiamo al cosiddetto “comunismo” del Partito di Mao» (La campagna cinese).
[7] Trotsky, Vujovič, Zinoviev, Cina 1927, p. 49, Iskra, 1977.
[8] Ivi, p. 224. «Nell’ottobre 1923 Michael Borodin, il comunista di lingua inglese che era già stato attivamente utilizzato negli affari del Comintern, giunse a Canton per invito di Sun Yat-sen. Sembra che fosse designato non dal governo sovietico o dal Comintern, ma dal partito comunista russo. La sua funzione fu quella di consigliere politico di Sun Yat-sen. Dopo sei anni dalla rivoluzione bolscevica, la Russia sovietica era emersa dalla penombra della confusione e dell’impotenza, e interveniva in modo decisivo nella politica di un grande paese asiatico» (E. H. Carr, La rivoluzione bolscevica, 1917-1923, p. 1311, Einaudi, 1964). I frutti velenosi di quell’intervento saranno raccolti dai proletari cinesi e dagli internazionalisti di tutto il mondo nel 1927.
[9] K. Marx, F. Engels, Prefazione alla nuova edizione russa del Manifesto del partito comunista, Opere, VI, p. 663, Editori Riuniti, 1973.
[10] A. Peregalli, Introduzione alla storia della Cina, pp. 89-101, Ceidem, 1976.
[11] S. Leys, Gli abiti nuovi del presidente Mao, pp. 15-16, Edizioni Antistato, 1977.

CINA. ADDETTI ALLE CONSEGNE INTRAPPOLATI NEL SISTEMA. COME TUTTI NOI!

Il sistema è ancora in esecuzione, il gioco continua, ma
i riders non hanno ancora alcuna conoscenza del ruolo
che giocano in questo gioco senza limiti. Stanno ancora
volando lungo la strada alla ricerca della possibilità di
una vita migliore.

Pubblico qui di seguito l’introduzione scritta dal Blog Chuang a un rapporto/inchiesta, intitolato Delivery Riders. Trapped in the System, dedicato ai lavoratori cinesi delle consegne (qui chiamati in diversi modi: riders, motociclisti, ciclisti) e pubblicato dalla rivista cinese Renwu (Popolo) l’8 settembre 2020. Il rapporto si può leggerlo nella sua interezza sempre su Chuang. Si tratta di scritti che toccano temi di interesse generale (come quelli afferenti al cosiddetto Capitalismo delle piattaforme) (1), e che in più aiutano a capire la condizione sociale della classe lavoratrice cinese al la di là della propaganda orchestrata dal Partito-Regime cosiddetto “Comunista” e ripresa anche in Italia dai sostenitori del Celeste Capitalismo/Imperialismo (2).

Mi scuso per la traduzione dall’inglese tutt’altro che impeccabile, il cui scopo d’altra parte è soprattutto quello di segnalare ai lettori l’interessante articolo in questione.

 

外卖 骑手. 困 在 系统 里

In tutto il mondo, il personale di consegna delle merci precedentemente invisibile ha raggiunto una nuova importanza nella coscienza popolare come “lavoratori in prima linea” durante la pandemia COVID-19. Poiché l’emergenza ha evidenziato sia l’importanza che i pericoli del lavoro di consegna, sulle condizioni di lavoro dei riders si sono verificati scioperi e al contempo manifestazioni pubbliche di apprezzamento. In Cina, il settore era già diventato un punto focale di disordini già diversi anni fa, poiché sia ​​il capitale che il lavoro passavano dal settore industriale in declino ai servizi in generale e alle nuove piattaforme di e-commerce poco regolamentate, in particolare. Mentre i blocchi nella prima parte di quest’anno hanno limitato l’organizzazione delle persone, negli ultimi mesi si è assistito a una rinascita delle azioni sindacali combinate con una raffica di notizie sul settore da parte dei media. I corrieri dei pacchi espressi sono stati sequestrati (precettati) in vista della festività dello shopping dell’11 novembre, il “Single’s Day”, con conseguenti proteste, rallentamenti e dimissioni di massa segnalate in più città nelle ultime settimane. E due mesi fa, una delle riviste più lette in Cina, Renwu (Popolo), ha pubblicato un’indagine di lungo respiro sugli orrori del lavoro di consegna di cibo, basata su sei mesi di ricerca. Solo su Weibo il rapporto è stato ampiamente ripubblicato e visualizzato 3,16 milioni di volte tramite il link originale, suscitando una serie di articoli correlati. Di seguito la nostra traduzione, preceduta da un sommario e un breve commento. Nelle prossime settimane pubblicheremo un testo originale che analizza ciò che queste tendenze da incubo del “capitalismo delle piattaforme” rivelano sull’economia cinese nel suo complesso e nel suo rapporto con l’economia globale.

Il rapporto, intitolato Delivery Riders. Trapped in the System, è stato scritto collettivamente da un team di giornalisti anonimi e inviato a Renwu, che lo ha pubblicato l’8 settembre 2020.

La rivista mensile Renwu è stata fondata nel 1980 sotto il People’s Daily Press ed è ora gestito dalla casa editrice statale People’s Publishing, che pubblica principalmente libri di politica. A marzo, Renwu ha condotto un’intervista con Ai Fen, uno dei primi medici a condividere informazioni sull’epidemia di COVID-19 nonostante gli avvertimenti del suo ospedale di rimanere in silenzio. L’intervista è stata cancellata nel giro di poche ore, ma è stata ampiamente condivisa attraverso una varietà di metodi creativi per aggirare la censura, incluso l’uso di emoji e l’inversione dell’ordine delle parole. Il pezzo tradotto di seguito fornisce un esame alternativo della situazione da parte di individui la cui vita è tenuta in ostaggio da forze al di fuori del loro controllo. L’articolo alterna le interviste ai lavoratori con i dati del settore, esaminando non solo l’impatto dei controlli algoritmici sui lavoratori stessi (noti come “motociclisti” perché consegnano cibo e altre merci guidando scooter elettrici), ma anche i modi in cui gli attori esterni contribuiscono a questo sistema, e che sono a loro volta da esso controllati.

Poiché si tratta di un pezzo particolarmente lungo, sarà utile prima fornire ai lettori un riepilogo dei contenuti. La sezione di apertura, “Ordine ricevuto”, racconta la crescente pressione esercitata sui riders dalla riduzione dei tempi di consegna. Poiché i processi di apprendimento automatico spingono verso tempi di consegna sempre più brevi, un risultato celebrato come un trionfo della tecnologia dai creatori dell’algoritmo, i guidatori non hanno altra scelta che violare i sistemi di controllo del traffico. Le sezioni successive “Navigazione”, “Azione sorridente e “Valutazioni a cinque stelle”, approfondiscono le minacce alla sicurezza pubblica create da questo processo e l’ulteriore spostamento di responsabilità dalle aziende ai riders.

Heavy Rain” inizia a mettere in discussione questo “trionfo della tecnologia”, rivelando che un singolo evento meteorologico è sufficiente a rovesciare l’utopia di efficienza degli algoritmi. Come molti presunti “sistemi intelligenti”, gli algoritmi delle piattaforme richiedono l’intervento umano per funzionare. È qui che si apre il sipario, con un supervisore di Ele.me che ammette che questo intervento è fatto per rendere più difficili le condizioni dei lavoratori. In definitiva, coloro che hanno il potere di cambiare il sistema hanno scelto di non fare nulla – o addirittura di esercitare quel potere per spingere ulteriormente i riders ai limiti delle loro capacità alla ricerca di un profitto ancora maggiore.

“Navigazione” mostra come l’uso di un sistema algoritmico consenta alla piattaforma di generare richieste che sarebbero irragionevoli da parte di un altro essere umano, inclusa la guida contro il flusso del traffico, il raggiungimento di tempi di consegna che sarebbero possibili solo volando e persino attraversando i muri. “Games” indaga ulteriormente gli impatti del controllo algoritmico, sostenendo che la ludicizzazione dei salari dei ciclisti dà l’impressione di una maggiore indipendenza per i lavoratori, mentre di fatto li sottopone a un sistema di controllo che plasma la loro stessa percezione della realtà.

Le sezioni “Ascensori”, “Custodi”, “Coca-Cola e “Peppa Pig” approfondiscono, rispettivamente, le relazioni dei riders con la direzione dell’edificio, i proprietari di ristoranti e i clienti. Ogni relazione rappresenta una variabile nel processo di consegna che i ciclisti, di fronte ai tempi di consegna assegnati dagli algoritmi, hanno l’onere di gestire. Spesso queste variabili richiedono l’esercizio di uno sforzo emotivo e la sottomissione di se stessi da parte dei lavoratori a un sistema dominato dai capricci del consumatore e dalla produzione di prodotti sui quali non hanno alcun controllo. In particolare, “Coca-Cola e Peppa Pig” dimostra come gli algoritmi modellano la realtà non solo per i riders, ma anche per i consumatori: un cliente osserva che mentre in precedenza era stato abbastanza felice di guardare la TV mentre aspettava il suo cibo, ora lo trova insopportabile a causa dei tempi di consegna irrealistici forniti dalla piattaforma.

Le sezioni “Scooter”, “Smiling Action”, “Five Star Ratings” e “The Final Safety Net”, esaminano i sistemi che spingono i riders ad accollarsi ulteriori rischi, assicurando che i profitti continuino ad accumularsi sulle piattaforme. In “Smiling Action”, Renwu mette in luce i tentativi delle piattaforme di respingere le critiche del pubblico riguardo agli incidenti che coinvolgono i conducenti delle consegne con controlli di sicurezza casuali (a cui Meituan ha dato il nome orwelliano di “Smiling Action”) che sottopongono ulteriormente i motociclisti a sistemi di controllo spietati e incoerenti.

Le interviste con gli agenti di polizia nella sezione “Five Star Rating” dimostrano che le risposte del governo hanno ulteriormente spostato la colpa e la responsabilità per le minacce alla sicurezza sui riders. Piuttosto che costruire infrastrutture di trasporto più adatte a un numero crescente di riders che effettuano le consegne, o emanare leggi che affrontano il problema degli algoritmi che spingono i motociclisti a violare le leggi sul traffico, le città hanno invece optato per sorvegliare e punire i singoli ciclisti. Sebbene gli ufficiali di polizia intervistati esprimano simpatia per la difficile situazione dei riders, essi continuano a far rispettare le leggi ai danni di questi ultimi. Mentre puniscono i riders per le infrazioni, questi ufficiali spesso si assumono il compito di consegnare cibo, assicurando la continuità del sistema, che rimane incontrastato. Gli ufficiali alla fine sono diventati anche essi coscritti dell’algoritmo. “The Final Safety Net”, che si occupa delle inadeguatezze e della negazione della copertura assicurativa da parte delle piattaforme, illustra ulteriormente la vulnerabilità dei riders in assenza di formali contratti di lavoro.

La sezione di chiusura, “Gioco infinito”, rivolge brevemente la sua attenzione agli stessi programmatori, suggerendo che a loro volta sono intrappolati, al servizio di un sistema più ampio, con un background educativo che li ha lasciati mal equipaggiati per accedere adeguatamente al sistema. Questa sezione allude anche a preoccupazioni più ampie sulla privacy dei dati personali che stanno guadagnando terreno nella Cina continentale, osservando che anche se i dati dei riders vengono utilizzati per perfezionare i sistemi algoritmici di controllo, la proprietà di tali dati rimane in discussione. Alla fine, conclude l’articolo, questi lavoratori sono intrappolati in un “gioco” che non capiscono completamente, con poca scelta se non quella di continuare a giocare.

Le proteste dei riders delle consegne waimai2 avevano già iniziato a intensificarsi prima dell’attuale maggiore copertura mediatica riguardo alla loro difficile situazione. Gli scioperi dei riders della consegna di cibo sono aumentati di oltre quattro volte tra il 2017 e il 2019, passando da dieci scioperi segnalati nel 2017 ad almeno 45 nel 2019 secondo il China Labour Bulletin. L’abuso di gig worker e corrieri è una questione globale e intersettoriale. Anche i riders in Brasile, Corea del Sud, Tailandia e Romania si sono uniti alle proteste per chiedere migliori condizioni di lavoro. Più di recente, sono aumentati anche gli scioperi e le proteste dei corrieri kuaidi, molti dei quali consegnano ordini dalla fiorente industria cinese dell’e-commerce, con Service Worker Notes che proprio quest’anno hanno riportato migliaia di post online riguardanti scioperi dei corrieri. Analogamente alle piattaforme di consegna di cibo, le piattaforme dei corriere hanno cercato di espandere la propria quota di mercato tagliando i prezzi di consegna, trasferendo tali tagli ai salari dei propri lavoratori mentre le entrate delle piattaforme continuano a crescere. I lavoratori di diverse importanti società di corrieri stanno protestando per gli arretrati salariali. […]

Abbiamo scelto di tradurre questo articolo non solo per la sua utile indagine sulla struttura della governance algoritmica del lavoro, ma anche perché la sua pubblicazione – e la diffusione di analoghi rapporti sui lavoratori precari – segna un significativo evento per ciò che riguarda le condizioni degli addetti alle consegne e la conoscenza delle piattaforme che li impiegano. Mentre nel nostro prossimo articolo esploreremo la storia e le dinamiche attuali del cosiddetto “capitalismo delle piattaforme” in Cina, con un occhio al fatto che l’attuale riconoscimento da parte dei media dei lavoratori delle piattaforme potrebbe essere un segnalare circa la fine dell’espansione di tutte le piattaforme industriali, qui vogliamo sottolineare il terreno conflittuale che ha dato origine a queste forme di segnalazione: l’indagine di Renwu arriva mentre la lenta ripresa della Cina dopo l’epidemia di COVID-19 ha visto un ampliamento della disuguaglianza. Lo stimolo del governo si è concentrato principalmente sulle imprese e sui consumatori della classe media, piuttosto che sui lavoratori migranti che hanno visto la perdita di reddito più significativa (fino al 75% durante l’apice dei blocchi pandemici a febbraio e marzo, secondo la Stanford University’s Rural Education). Allo stesso tempo, funzionari come il Premier Li Keqiang hanno indicato il settore informale come la soluzione alla crescente disoccupazione cinese.

Infine, l’indagine di Renwu sugli impatti negativi del duopolio Meituan/Ele.me arriva mentre il governo cinese sta cercando di affermare un maggiore controllo sulle principali società tecnologiche, con le nuove linee guida antitrust rilasciate il 10 novembre che prendono di mira i giganti della tecnologia tra cui Meituan. Lo stesso giorno, un post dell’Amministrazione Cyberspace ha esortato le aziende tecnologiche cinesi a non consentire ai consumatori cinesi di diventare “prigionieri degli algoritmi”, facendo eco al framing utilizzato nell’articolo di Renwu. In definitiva, questo rapporto dimostra che la crescente dipendenza dal settore informale senza reti di sicurezza sociale rischia di provocare una diminuzione dei salari e una maggiore vulnerabilità per i lavoratori. Inoltre, indirizzando lo stimolo economico attraverso le imprese come Ele.me e Meituan, lo Stato sta favorendo l’ulteriore concentrazione di ricchezza nelle mani di poche grandi aziende. Concentrandosi su un settore che trasferisce intenzionalmente il rischio sui lavoratori, l’articolo di Renwu dimostra chiaramente le ripercussioni negative sui lavoratori di inadeguate reti di sicurezza sociale e scarsa protezione, nonché il controllo crescente e in gran parte incontrollato delle aziende tecnologiche sulla natura della realtà e dei consumi.

(1) Il cosiddetto capitalismo delle piattaforme non celebra il dominio dell’algoritmo, come suggerisce un pensiero feticisticamente orientato che tanto successo ha presso l’opinione pubblica e l’opinione scientifica (due facce della stessa medaglia): esso attesta piuttosto il dominio sempre più invasivo, capillare e globale (totale) del rapporto sociale capitalistico. Su questi temi rinvio a:

L’ALGORITMO DEL CONTROLLO SOCIALE
SORVEGLIARE E PROFITTARE
SUL POTERE SOCIALE DELLA SCIENZA E DELLA TECNOLOGIA

(2) Un solo esempio. La lotta interimperialistica mondiale per la spartizione dei mercati, delle materie prime e del plusvalore, e per la supremazia finanziaria, tecnologica e scientifica è presentata dagli amici della Cina come una «grandiosa lotta di classe». Come si spiega questa gigantesca quanto grottesca sciocchezza? Essa si spiega alla luce di un’altra gigantesca quanto odiosa panzana ideologica: la natura socialista, sebbene “con caratteristiche cinesi” (sic!), del regime cinese. Anche coloro che nella sinistra occidentale sostengono «l’inesorabile deriva capitalistica della Cina» muovono dal falso presupposto di un passato socialista che in Cina non c’è mai stato nemmeno ai tempi di Mao Tse-tung, il “padre” della rivoluzione nazionale-borghese nel grande Paese asiatico. Rinvio ai miei diversi scritti sulla Cina. Ne cito solo alcuni: Sulla campagna cinese; Žižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinese; Tutto sotto il cielo – del Capitalismo; Da Mao a Xi Jinping. 70 anni di capitalismo con caratteristiche cinesi.        

SOCIAL CONTAGION

Queste sono lezioni importanti per un’epoca in cui i disastri provocati da una sfrenata accumulazione capitalistica contaminano, a livello superiore, il sistema climatico globale e, a livello inferiore, i substrati microbiologici della vita sulla Terra. Tali crisi saranno sempre più ricorrenti. Via via che la secolare crisi del capitalismo assumerà aspetti apparentemente non economici, come giustificazione per estendere il controllo statale, e la risposta a nuove epidemie, carestie, inondazioni e altri disastri naturali servirà come un’occasione per mettere a punto nuovi strumenti, non ancora testati, di contro-insurrezione (Chuang).

 

Con “colpevole” ritardo ho letto e oggi pubblico uno scritto (Social Contagion) apparso il 27 febbraio sulla rivista Chuang, una rivista indirizzata a coloro che «vogliono superare i vincoli dell’attuale mattatoio chiamato capitalismo». Trovo molto interessante questo testo, nonostante io sia per diversi e rilevanti aspetti distante dalla concezione “dottrinaria” che lo ispira, e che informa, se ho ben compreso, l’indirizzo politico di fondo della rivista di cui sopra (*). Un solo esempio: «I successi dell’assistenza sanitaria del periodo socialista, come i suoi successi nel campo dell’istruzione di base e dell’alfabetizzazione, furono tanto sostanziali che persino i critici più severi della Cina dovettero riconoscerli. La schistosomiasi, la febbre delle lumache, che afflisse il paese per secoli, fu sostanzialmente spazzata via in gran parte del suo epicentro storico, per poi riprendere vigore quando il sistema sanitario socialista iniziò a essere smantellato». Come sa chi conosce questo Blog, io nego la natura socialista della Cina, da Mao a Xi. Ciò che Chuang chiama socialismo, io lo chiamo capitalismo di Stato “con caratteristiche cinesi”. Ma ci sarà modo di riprendere la questione. Intanto auguro una buona lettura ai lettori e mi scuso per l’imperfetta traduzione del testo.

 

Le fornaci

Wuhan è conosciuta colloquialmente come una delle «quattro fornaci» (四大 火炉) della Cina per la sua opprimente estate calda e umida, insieme a Chongqing, Nanchino e, in alternativa, a Nanchang o Changsha, tutte città dinamiche, con vecchie storie, lungo o vicino la valle del fiume Yangtze. Delle quattro, Wuhan, tuttavia, è anche totalmente cosparsa di altoforni: l’enorme complesso urbano costituisce il nucleo per le industrie dell’acciaio, del cemento e di altre industrie legate all’edilizia cinese, con il suo paesaggio costellato da altoforni a raffreddamento lento delle ultime fonderie statali di ferro e acciaio, ora colpite dalla sovrapproduzione e costrette a un nuovo controverso round di riduzione del personale, privatizzazione e ristrutturazione complessiva che, negli ultimi cinque anni, hanno provocato numerosi scioperi e proteste. Wuhan è sostanzialmente la capitale cinese dell’edilizia, questo significa che ha avuto un ruolo particolarmente importante nel periodo successivo alla crisi economica globale, poiché questi erano gli anni in cui la crescita cinese è stata stimolata dall’attrazione di fondi di investimento rivolti a progetti di infrastrutture e immobili. Wuhan non solo ha alimentato questa bolla immobiliare con la sua esorbitante offerta di materiali da costruzione e ingegneri civili, ma, di conseguenza, essa stessa ha avuto un boom immobiliare. Secondo i nostri calcoli, nel 2018-2019, l’area complessiva destinata ai cantieri di Wuhan era pari alla superficie dell’intera isola di Hong Kong.

Ma oggi questa fornace che guida l’economia cinese post-crisi, sembra che si stia raffreddando, proprio come quelli delle sue fonderie di ferro e acciaio. Sebbene questo processo fosse già ben avviato, la metafora non è più semplicemente economica, poiché la città, un tempo tanto animata, è stata sigillata per oltre un mese, le sue strade svuotate per diktat del governo: “Il più grande contributo che puoi dare è: non riunirti, non creare caos”, si legge a caratteri cubitali sul Guangming Daily, portavoce del dipartimento di propaganda del Partito Comunista Cinese. Oggi, i nuovi ampi viali di Wuhan e gli scintillanti edifici in acciaio e vetro che li coronano sono tutti freddi e vuoti, mentre l’inverno sta finendo con il Capodanno lunare e la città ristagna sotto la costrizione della colossale quarantena. Isolarsi è un buon consiglio per chiunque in Cina, dove lo scoppio del nuovo coronavirus (recentemente ribattezzato SARS-CoV-2 e la sua malattia CoVID-19) ha ucciso più di duemila persone, più del suo predecessore, l’epidemia di SARS del 2003. L’intero paese è fermo, come durante la SARS. Le scuole sono chiuse e le persone sono prigioniere nelle loro case, ovunque. Quasi tutte le attività economiche si sono fermate il 25 gennaio per le vacanze del Capodanno lunare, ma la pausa venne prolungata di un mese per frenare la diffusione dell’epidemia. Sembra che le fucine cinesi sembra che abbiano smesso di bruciare o che si siano ridotte a braci ardenti. In un certo senso, sembra che la città si sia trasformata in un altro tipo di fornace, poiché il coronavirus, attraverso la sua popolazione, brucia come un febbrone.

A torto, l’epidemia è stata incriminata di tutto e di più, dal rilascio, cospiratorio e/o accidentale, di un ceppo di virus dall’Istituto di Virologia di Wuhan – una discutibile voce (una fake news) diffusa dai social media, in particolare dai paranoici post di Hong Kong e Taiwan su Facebook, ma ora sostenuta da media conservatori e dagli interessi militari occidentali – alla propensione dei cinesi a consumare tipi di cibo «sporchi» o «strani», poiché l’epidemia del virus è attribuita a pipistrelli o serpenti venduti in mercati all’aperto, semi-illegali, specializzati in fauna selvatica e altri animali rari (quand’anche non sia questa la causa dell’ultima epidemia). Entrambi i temi principali mostrano la prevedibile warmongering e il disprezzo per l’Oriente, abituali nei reportages sulla Cina, e alcuni articoli hanno sottolineato tale atteggiamento di fondo. Ma anche queste risposte tendono a concentrarsi solo sulla percezione del virus nella sfera culturale, dedicando molto meno tempo a scavare nelle dinamiche, assai più brutali, che si nascondono sotto la fregola mediatica.

Una variante leggermente più articolata considera anche le conseguenze economiche, anche se, retoricamente, ne esagera le possibili ripercussioni politiche. Ci troviamo i soliti complottisti, dai classici politicanti a caccia del dragone cinese per finire con le lacrime di coccodrillo degli ultrà liberisti: le agenzie di stampa dalla National Review al New York Times hanno già insinuato che l’epidemia potrebbe provocare una «crisi di legittimità» del Pcc, nonostante il fatto che l’aria sia appena scossa da un soffio di rivolta. Tuttavia in queste previsioni c’è un fondo di verità: la comprensione delle dimensioni economiche della quarantena, qualcosa che difficilmente potrebbe sfuggire a giornalisti con portafogli azionari più pesanti dei loro cervelli. Perché il fatto è che, nonostante la richiesta del governo di isolarsi, le persone potrebbero presto essere costrette a riunirsi per provvedere alle necessità della produzione. Secondo le ultime stime, già nel corso di quest’anno, l’epidemia causerà un calo del Pil cinese del 5%, inferiore al tasso di crescita del già stagnante 6% dello scorso anno, il più basso degli ultimi tre decenni. Alcuni analisti hanno affermato che la crescita del primo trimestre potrebbe scendere del 4% o ancor di più, e che ciò potrebbe rischiare di innescare una recessione globale. Ci si pone una domanda prima impensabile: in soldoni, cosa succederà all’economia globale, quando la fucina cinese inizierà a raffreddarsi?

Nella stessa Cina, è difficile da prevedere quale sarà la parabola finale di questo evento ma, al momento, ha già generato a un raro processo collettivo di interrogativi e di scoperte sulla società. L’epidemia ha infettato direttamente quasi 80mila persone (secondo le stime più prudenti), ma ha provocato uno shock nella vita quotidiana improntata allo stile capitalistico per 1,4 miliardi si persone, intrappolate in una fase di delicate auto riflessioni. Questo momento, sebbene intriso di paure, ha indotto tutti a porre contemporaneamente alcune domande di fondo: cosa mi succederà? I miei figli, la mia famiglia e i miei amici? Avremo abbastanza cibo? Verrò pagato? Pagherò l’affitto? Chi è responsabile di tutto questo? Stranamente, l’esperienza soggettiva è per certi versi simile a quella di uno sciopero di massa – ma è un’esperienza che, nel suo carattere non spontaneo, dall’alto verso il basso e, soprattutto nella sua involontaria iperatomizzazione, espone gli enigmi di fondo del nostro presente politico, estorto con la medesima forza con cui i veri scioperi di massa del secolo precedente chiarivano le contraddizioni della loro epoca. La quarantena, quindi, è come uno sciopero svuotato delle sue caratteristiche collettive e tuttavia in grado di provocare un profondo shock sia a livello psicologico che economico. Solo questo lo rende degno di riflessione.

Naturalmente, le speculazioni sull’imminente caduta del PCC sono stupidaggini scontate, uno dei passatempi preferiti di «The New Yorker» e «The Economist». Nel frattempo, i media seguono le abituali procedure di insabbiamento, in cui gli articoli sfacciatamente razzisti pubblicati da giornali tradizionalisti vengono contrastati da una marea di servizi sul web in polemica con l’orientalismo e con altri aspetti ideologici. Ma quasi tutta questa discussione rimane a livello descrittivo – o, nella migliore delle ipotesi, sulla politica di contenimento e sulle conseguenze economiche dell’epidemia – senza affrontare il perché tali malattie si siano generate, in primis, e, men che meno, come si siano diffuse. Tuttavia, anche questo non basta. Non è il momento di banali disquisizioni da marxisti Scooby-Doo, che smascherano il cattivo per rivelare che, sì, in effetti, è stato il capitalismo che ha causato il coronavirus, da sempre! Giudizio che non sarebbe più profondo di quello dei commentatori esteri che almanaccano su un cambio di regime.

Naturalmente, il capitalismo è il colpevole, ma in che modo, precisamente, la sfera socio-economica interagisce con quella biologica e che tipo di lezioni più profonde si possono trarre da tutta questa esperienza? Vista così, l’epidemia offre due possibili riflessioni: in primo luogo, si apre un’istruttiva breccia in cui potremmo rivedere domande sostanziali su come la produzione capitalistica si colleghi al mondo non umano a un livello più decisamente intimo: come, in breve, il «mondo naturale», compresi i suoi substrati microbiologici, non possa essere compreso senza far riferimento alle modalità con cui la società organizza la produzione (perché i due «mondi» non sono, di fatto, separati). Allo stesso tempo, questo ci ricorda che l’unico comunismo degno di questo nome è quello che abbraccia le potenzialità di una profonda visione politica della natura. In secondo luogo, possiamo anche usare questo momento di isolamento per le nostre personali riflessioni sullo stato attuale della società cinese.

Alcune cose diventano chiare solo quando tutto si blocca in modo inatteso, e un rallentamento di questo tipo deve per forza rendere visibili le tensioni precedentemente celate. Di seguito, entreremo nel merito di queste due domande, mostrando non solo come l’accumulazione capitalistica produca tali piaghe, ma anche come il momento della pandemia sia esso stesso un esempio contraddittorio di crisi politica, rendendo visibile alle persone le potenzialità e i lacci invisibili stesi attorno a loro, offrendo al tempo stesso, un nuovo pretesto per estendere ancor più il controllo della nostra vita quotidiana. Sotto le quattro fornaci [tra cui Wuhan, ndr] c’è una fornace ancor più importante che alimenta tutti i centri industriali del mondo: è la pentola in ebollizione che cucina l’agricoltura e l’urbanizzazione capitaliste. È il brodo di coltura ideale in cui pestilenze sempre più devastanti nascono, mutano, nella zootecnia poi, attraverso gli umani, diventano veicoli terribilmente aggressivi.

L’origine delle pestilenze

Il virus all’origine dell’attuale epidemia (SARS-CoV-2), come il suo predecessore SARS-CoV del 2003, così come l’influenza aviaria e l’influenza suina prima, è germogliato là dove economia ed epidemiologia si incontrano. Non è un caso che moltissimi di questi virus abbiano assunto il nome di animali: la diffusione di nuove malattie alla popolazione umana è quasi sempre il prodotto di quello che viene chiamato trasferimento zootecnico, che è un modo tecnico per dire che tali infezioni saltano dagli animali agli umani. Questo salto da una specie all’altra è influenzato da fattori come vicinanza e persistenza dei contatti che costruiscono l’ambiente ideale perché la malattia sia spinta a evolversi. Quando muta questa interazione tra uomo e animale, mutano anche le condizioni in cui si evolvono tali malattie. A ciò si aggiungono processi altrettanto intensi che si verificano ai margini dell’economia, dove ceppi «selvaggi» incontrano umani lanciati in incursioni agro-economiche sempre più estese negli ecosistemi locali. Il coronavirus più recente, nelle sue origini «selvagge» e nella sua improvvisa diffusione in un centro fortemente industrializzato e urbanizzato dell’economia globale, rappresenta entrambe le dimensioni della nostra nuova era di pestilenze politico-economiche.

L’ipotesi di fondo qui esposta è sviluppata in modo molto approfondito da alcuni biologi di sinistra tra cui Robert G. Wallace che nel suo libro Big Farms Make Big Flu (2016) spiega bene la connessione tra il settore agroalimentare capitalista e l’eziologia delle recenti epidemie che vanno dalla SARS all’Ebola (1). Queste epidemie possono essere grosso modo suddivise in due categorie, la prima nel cuore della produzione agro-economica e la seconda nel suo entroterra. Nel delineare la diffusione di H5N1, noto anche come influenza aviaria, Wallace indica diversi fattori chiave nella geografia di quelle epidemie che hanno origine nel nucleo produttivo. I paesaggi rurali di molti tra i Paesi più poveri sono ora caratterizzati da attività agroalimentari non regolamentate, attorno alle bidonville delle periferie urbane. La trasmissione incontrollata nelle aree vulnerabili aumenta la variazione genetica con cui l’H5N1 può sviluppare caratteristiche specifiche per l’uomo. Diffondendosi su tre continenti, ed evolvendosi rapidamente, l’H5N1 entra anche in contatto con una crescente varietà di ambienti socioecologici, tra cui specifiche combinazioni locali di tipologie prevalenti e dominanti, come le modalità di allevamento di pollame e le misure sanitarie per gli animali (2).

Questa diffusione è, ovviamente, guidata dalla circolazione mondiale delle merci e dalle regolari migrazioni della forza lavoro che definiscono la geografia economica capitalista. Il risultato è «una sorta di crescente selezione demica», attraverso la quale il virus si insedia con un maggior numero di percorsi evolutivi in un tempi più brevi, consentendo alle varianti che maggiormente si sono adatte di superare le altre. Ma è un aspetto facile da chiarire, ed è già un argomento ricorrente sui mass media: il fatto che la globalizzazione rende più rapida la diffusione di tali malattie, anche se con una coda importante, e cioè che questo stesso processo di circolazione rende ancor più rapide le mutazioni del virus. La vera domanda, tuttavia, viene assai prima: prima della circolazione che migliora la resilienza di tali malattie, l’intima logica del capitale consente di prendere ceppi virali precedentemente isolati o innocui e di metterli in ambienti iper-competitivi che favoriscono l’insorgere di fattori specifici che causano epidemie, come la rapidità dei cicli di vita del virus, la capacità di fare salti zootecnici tra le specie portatrici e la capacità di evolvere rapidamente in nuovi vettori di trasmissione. Questi ceppi tendono a distinguersi proprio per la loro virulenza. In termini assoluti, sembra che lo sviluppo di ceppi più virulenti avrebbe l’effetto opposto, poiché il fatto di uccidere l’ospite, in primis, concede meno tempo alla diffusione del virus. Il comune raffreddore è un buon esempio di questo principio, poiché generalmente mantiene deboli livelli di intensità che ne facilitano la diffusione nella popolazione. Ma in certi ambienti, vale di più la logica opposta: quando un virus incontra, nelle immediate vicinanze, molti ospiti della stessa specie, e specialmente quando questi ospiti possono già avere cicli di vita abbreviati, l’aumento della virulenza diventa un vantaggio evolutivo.

Ancora una volta, l’esempio dell’influenza aviaria è significativo. Wallace sottolinea che gli studi hanno dimostrato «l’assenza di ceppi endemici altamente patogeni [dell’influenza] tra volatili selvatici, fonte decisiva di quasi tutti i sottotipi di influenza» (3). Invece, i volatili domestici, ammassati in allevamenti industriali, sembrano che abbiano una precisa relazione con tali focolai, per ovvi motivi: «Le monocolture geneticamente modificate (OGM) di animali domestici rimuovono qualsiasi tipo di difesa immunitaria, in grado di rallentare la trasmissione. Le dimensioni e la densità dei più grandi allevamenti facilitano maggiormente la velocità di trasmissione. Tali condizioni di affollamento deprimono la risposta immunitaria. L’alto rendimento, scopo di qualsiasi produzione industriale, provvede a rinnovare continuamente la fornitura di soggetti vulnerabili, carburante per l’evoluzione della virulenza (4).

Ironia della sorte, il tentativo di sopprimere questi focolai con l’abbattimento in massa degli animali – come nei recenti casi di peste suina africana – che ha provocato la perdita di un quarto dell’offerta mondiale di carne suina – può sortire l’involontario effetto di accrescere ulteriormente la pressione selettiva, favorendo l’evoluzione di ceppi iper virulenti. Sebbene storicamente questi focolai si siano verificati nelle specie domestiche – spesso in seguito a guerre o a catastrofi ambientali che peggiorano le condizioni degli allevamenti di bestiame –, è innegabile che l’aumento di intensità e virulenza di tali malattie abbia accompagnato la diffusione del modo di produzione capitalistico.

Storia ed eziologia

Le epidemie sono in gran parte la cupa ombra dell’industrializzazione capitalista, e al tempo stesso fungono da presagio. Il caso del vaiolo e di altre pandemie introdotte in Nord America sono un esempio fin troppo noto, poiché la loro intensità è stata corroborata dalla lunga separazione di quelle popolazioni, dovuta la geografia fisica – e tali malattie, nonostante tutto, avevano già raggiunto la loro virulenza a causa dei rapporti mercantili precapitalistici e all’urbanizzazione precoce in Asia ed Europa. Se invece guardiamo all’Inghilterra, dove il capitalismo sorse per primo nelle campagne con la massiccia espulsione dei contadini dalle terre, che vennero destinate ad allevamenti intensivi, vediamo i primi casi di queste piaghe squisitamente capitalistiche. Nell’Inghilterra del XVII secolo, ci furono tre diverse pandemie: 1709-1720, 1742-1760 e 1768-1786. L’origine di ciascuna di esse fu il bestiame importato dall’Europa, infetto a causa tipiche epidemie pre-capitaliste che generalmente avvenivano in seguito alle guerre. Ma in Inghilterra, il bestiame aveva iniziato a concentrarsi secondo le nuove modalità (allevamento intensivo) e l’arrivo di bestiame infetto avrebbe quindi colpito la popolazione in modo molto più aggressivo di quanto non avvenisse in Europa.

Non è certo un caso che epicentro delle epidemie fossero i grandi caseifici di Londra che costituivano l’ambiente ideale per l’esplosione del virus. Alla fine, i focolai furono contenuti grazie al preventivo abbattimento selettivo, su scala ridotta, unito all’applicazione delle moderne pratiche mediche e scientifiche, in sostanza, nel modo simile a quello con cui oggi tali epidemie vengono arginate. Questo è il primo esempio di ciò che diventerebbe un chiaro esempio, sulla falsariga di quello della crisi economica stessa: crolli sempre più pesanti che sembrano spingere l’intero sistema sull’orlo di un precipizio, ma che alla fine vengono superati con un mix di sacrifici di massa che riordina mercato e popolazione e un’intensificazione dei progressi tecnologici: in questo caso, le moderne pratiche mediche più i nuovi vaccini, che spesso arrivano troppo tardi e in misura insufficiente, aiutano comunque a spazzare via i danni causati dalla devastazione.

Ma questo esempio, sorto dalla culla del capitalismo, deve essere abbinato a una spiegazione degli effetti che le pratiche agricole capitaliste hanno esportato alla sua periferia. Mentre le pandemie di bestiame della prima Inghilterra capitalista erano contenute, altrove, i risultati furono molto più devastanti. L’esempio di maggiore impatto storico è probabilmente quello dell’insorgenza della peste bovina in Africa che avvenne attorno al 1890. La data stessa non è una coincidenza: la peste bovina aveva afflitto l’Europa con un’intensità che accompagnava di pari passo la crescita dell’agricoltura intensiva, tenuta solo sotto il controllo solo dai progressi della scienza moderna.

Ma la fine del XIX secolo, vide anche l’apice dell’imperialismo europeo, rappresentato dalla colonizzazione dell’Africa. La peste bovina fu portata dall’Europa all’Africa orientale dagli italiani, che cercavano di mettersi al passo con altre potenze imperiali, colonizzando il Corno d’Africa con una serie di campagne militari. Queste campagne finirono per lo più in disfatte, ma la malattia si diffuse poi tra il bestiame indigeno e, alla fine, trovò la sua strada in Sudafrica, dove devastò la prima economia agricola capitalista della colonia, uccidendo persino le mandrie nelle proprietà del famigerato Cecil Rhodes, proclamatosi suprematista bianco. Il più grande effetto storico era innegabile: uccidendo fino all’80-90% di tutti i bovini, il più importante effetto storico della peste fu una carestia senza precedenti nelle società prevalentemente pastorali dell’Africa sub-sahariana. Allo spopolamento fece poi seguito la diffusione invasiva di sterpaglia nella savana che creò un habitat per la mosca tsetsè che porta la malattia del sonno e ostacola il pascolo del bestiame. Ciò facilitò lo spopolamento della regione dopo la carestia, favorendo l’ulteriore ingerenza delle potenze coloniali europee in tutto il continente.

Queste epidemie, oltre a provocare periodiche crisi agricole e a creare le apocalittiche condizioni che hanno aiutato il capitalismo a estendere i suoi originari confini, sono state anche una maledizione per il proletariato nel cuore stesso dell’industrializzazione. Prima di ritornare ai numerosi esempi più recenti, vale la pena di sottolineare di nuovo che l’epidemia di coronavirus non ha nulla di specificamente cinese. Le ragioni per cui così tante epidemie sembrano sorgere in Cina non sono culturali, è una questione di geografia economica. Questo è abbastanza chiaro se paragoniamo la Cina agli Stati Uniti o all’Europa, quando questi ultimi erano il fulcro della produzione mondiale e dell’occupazione industriale di massa (5). E il risultato è sostanzialmente identico, con tutte le medesime caratteristiche.

Le ecatombi di bestiame nelle campagne si riversano in città con cattive pratiche sanitarie, da cui una diffusa contaminazione. Ed è questo l’ambiente che fu al fulcro delle prime iniziative riformiste liberal-progressiste nei quartieri operai, descritti nel romanzo di Upton Sinclair The Jungle, scritto originariamente per denunciare le sofferenze dei lavoratori immigrati, occupati nei macelli, ma che impressionò i ricchi liberali, preoccupandoli per le violazioni delle normative sanitarie e, soprattutto, per le imperanti condizioni scarsamente igieniche in cui venivano preparati i loro cibi. Questa indignazione liberale per la «sporcizia», con tutto il suo implicito razzismo, svela ancora oggi quella che potremmo definire ideologia dominante che, come un riflesso condizionato, detta il pensiero della maggior parte delle persone, di fronte al lato politico di eventi come il coronavirus o le epidemie della SARS. Ma i lavoratori hanno scarso controllo sulle condizioni in cui lavorano. Situazione ancora più pericolosa, se è vero che le condizioni antigieniche fuoriescono dalla fabbrica attraverso la contaminazione delle forniture alimentari, questa contaminazione è in realtà solo la punta dell’iceberg. Tali malsane condizioni sono la norma negli ambienti di lavoro e nei vicini quartieri proletari, esse poi provocano un peggioramento della salute della popolazione, creando condizioni favorevoli per la diffusione delle molte epidemie del capitalismo.

Prendiamo ad esempio il caso dell’influenza spagnola, una delle epidemie più letali della storia. Fu uno delle primi focolai di influenza H1N1 (correlato a focolai più recenti di influenza suina e aviaria), e si pensò a lungo che questa epidemia fosse in qualche modo differente dalle altre varianti dell’influenza, dato il suo elevato bilancio di vittime. Ciò nonostante, questa ipotesi sembra sia vera solo in parte (a causa della capacità di tale influenza di indurre una reazione eccessiva del sistema immunitario), poiché le successive analisi della letteratura scientifica e la ricerca storica sull’epidemiologia hanno fatto scoprire che l’influenza spagnola potrebbe essere stata poco più virulenta di altri ceppi. Al contrario, il suo alto tasso di mortalità è stato probabilmente causato principalmente dalla diffusa malnutrizione, dal sovraffollamento urbano e dalle condizioni di vita generalmente insalubri nelle aree colpite, che ha favorito non solo la diffusione dell’influenza stessa ma anche la coltura di super infezioni batteriche, sopra al sottostante ceppo virale [6]. In altre parole, il bilancio delle vittime dell’influenza spagnola, sebbene venga descritto come un’aberrazione imprevedibile nella natura del virus, ricevette un aiuto altrettanto energico dalle condizioni sociali.

Nel frattempo, la rapida diffusione dell’influenza fu resa possibile dalle relazioni commerciali e dalla guerra mondiale, a quel tempo incentrati sugli imperialismi, in rapido mutamento, che sopravvissero alla guerra. E ritroviamo ancora una volta una storia ormai familiare, in primis, le modalità con le quali un ceppo così letale di influenza si sia prodotto; sebbene l’origine esatta sia ancora poco chiara, oggi si presume che abbia avuto origine in suini domestici o pollame, probabilmente in Kansas. Il tempo e il luogo meritano molta attenzione, poiché gli anni successivi alla guerra furono un punto di svolta per l’agricoltura americana che vide l’applicazione diffusa di metodi di produzione sempre più meccanizzati, di tipo industriale. Questa tendenza si intensificò solo negli anni Venti e la vigorosa applicazione di tecnologie, come la mietitrebbia, generò sia la graduale monopolizzazione della produzione agricola, sia il disastro ecologico che, insieme, causarono la crisi del Dust Bowl [tempeste di sabbia: vedi Furore, 1939, di John Steinbeck], con l’emigrazione di massa che ne seguì. Non era ancora sorta l’intensa concentrazione di bestiame che in seguito avrebbe caratterizzato gli allevamenti industrializzati, ma le forme più elementari di concentrazione e produttività intensive, che avevano già creato epidemie di bestiame, in Europa erano ormai la norma.

Se, le epidemie che colpirono il bestiame nell’Inghilterra del XVIII secolo, si possono considerare il primo caso di peste bovina propriamente capitalista, l’epidemia in Africa nel 1890, il più grande degli olocausti epidemiologici dell’imperialismo, l’influenza spagnola può quindi essere considerata la prima epidemia del capitalismo che ha colpito il proletariato.

Gilded Age

Proprio come nel caso dell’influenza spagnola, il Coronavirus è stato subito in grado di affermarsi e diffondersi rapidamente, a causa di un generale degrado dell’assistenza sanitaria di base tra tutta la popolazione cinese. Ma proprio perché questo degrado è avvenuto nel clou di una crescita economica spettacolare, è stato messo in ombra dallo splendore di città scintillanti e di enormi fabbriche. Tuttavia, la realtà è che, in Cina, la spesa pubblica per assistenza sanitaria e istruzione sono estremamente basse, mentre il grosso della spesa pubblica è stata indirizzato verso infrastrutture, mattoni e malta: ponti, strade ed elettricità a basso costo per la produzione. Nel frattempo, la qualità dei prodotti destinati al mercato interno, spesso, è pericolosamente scadente. Per decenni, l’industria cinese ha prodotto per l’export di alta qualità e di alto valore, merci realizzate secondo i più alti standard mondiali, destinate al mercato mondiale, come iPhone e chip per computer. I beni destinati al consumo sul mercato interno hanno standard nettamente inferiori, suscitando ricorrenti scandali e profonda sfiducia da parte dei consumatori. Molti casi evocano The Jungle di Sinclair e altri racconti dell’America della Gilded Age.

Il più eclatante, scoppiato di recente, nel 2008, è lo scandalo del latte alla melanina che ha causato la morte di una dozzina di neonati e il ricovero ospedale di decine di migliaia di intossicati (anche se, forse, i colpiti furono centinaia di migliaia). Da allora, numerosi scandali hanno via via scosso il pubblico: nel 2011, quando si è scoperto che l’olio di recupero, riciclato con i filtri per i grassi, veniva utilizzato nei ristoranti di tutto il Paese, o nel 2018, quando i vaccini difettosi uccisero numerosi bambini e, poi, un anno dopo, ci furono dozzine di ricoveri in ospedale, poiché avevano somministrato loro falsi vaccini anti VPH [virus del papilloma umano]. Storie meno gravi impazzano ancora di più, tracciando un panorama familiare per chiunque viva in Cina: mix di zuppe istantanee in polvere, arricchite con sapone, per abbassare i costi di produzione, imprenditori che vendono ai villaggi vicini maiali morti per cause ignote, scommesse su quale bottega di strada abbia maggiori probabilità di farti ammalare.

Prima dell’integrazione della Cina nel sistema capitalistico globale, servizi come l’assistenza sanitaria venivano forniti (perlopiù nelle città) nell’ambito del sistema danwei, ossia erano legati all’impresa in cui si lavorava o (principalmente ma non esclusivamente nelle campagne) erano forniti gratuitamente da cliniche sanitarie locali, gestite da un ricco stuolo di medici scalzi. I successi dell’assistenza sanitaria del periodo socialista5, come i suoi successi nel campo dell’istruzione di base e dell’alfabetizzazione, furono tanto sostanziali che persino i critici più severi della Cina dovettero riconoscerli. La schistosomiasi, la febbre delle lumache, che afflisse il paese per secoli, fu sostanzialmente spazzata via in gran parte del suo epicentro storico, per poi riprendere vigore quando il sistema sanitario socialista iniziò a essere smantellato. La mortalità infantile è scesa nettamente e, nonostante la carestia che accompagnò il Grande balzo in avanti, l’aspettativa di vita passò da 45 a 68 anni tra il 1950 e l’inizio degli anni Ottanta. Le vaccinazioni e le pratiche sanitarie di base si sono diffuse e le informazioni di base su nutrizione e su salute pubblica, nonché l’accesso ai medicinali di primo intervento, erano gratuiti e disponibili per tutti. Nel frattempo, il sistema dei medici scalzi ha contribuito a diffondere conoscenze mediche fondamentali, sebbene limitate, a una vasta parte della popolazione, contribuendo a costruire un sistema sanitario solido, dal basso verso l’alto, in condizioni di estrema povertà. È opportuno ricordare che questo avveniva quando la Cina era più povera anche rispetto all’attuale PIL pro capite delle popolazioni sub sahariane.

Dall’inizio degli anni Ottanta, un mix di dismissioni e privatizzazioni ha pesantemente degradato il Welfare cinese, proprio nel momento in cui la rapida urbanizzazione e la produzione industriale, non regolamentata, di beni di consumo, alimentari in primis, rendevano indispensabile l’ampliamento dell’assistenza sanitaria, senza dimenticare l’altrettanto importante necessità di stabilire una chiara normativa in materia alimentare, sanitaria e di sicurezza, tutto ciò di cui si aveva maggiore necessità. Oggi, secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, (OMS), la spesa pubblica cinese per la salute è di 323$ pro capite, una cifra bassa non solo rispetto ad altri paesi con un reddito medio superiore, ed è circa la metà di quanto spendono Brasile, Bielorussia e Bulgaria. La regolamentazione è minima o inesistente, con la conseguente sfilza di scandali come quelli prima ricordati. Nel frattempo, gli effetti di tutto ciò ricadono più duramente su centinaia di milioni di lavoratori migranti interni, per i quali qualsiasi diritto alle cure sanitarie di base svanisce completamente nel momento in cui lasciano la loro città di residenza, dove, sotto il sistema hukou [sistema di registrazione delle famiglie] risultano residenti permanenti, indipendentemente della loro residenza effettiva, il che significa che le risorse pubbliche non impiegate non sono disponibili altrove.

Il sistema sanitario cinese è «sotto assedio» e crea terrificanti tensioni sociali. Sono molti i membri della sanità che ogni anno vengono ammazzati e moltissimi vengono feriti nelle incursioni di pazienti infuriati o, più spesso, di familiari di pazienti deceduti nel corso delle cure. L’incursione più recente è avvenuta alla vigilia di Natale, quando, a Pechino, un medico è stato pugnalato a morte dal figlio di una paziente che riteneva che sua madre fosse morta per negligenti cure ospedaliere. Un sondaggio condotto tra i medici ha constatato che, incredibilmente, l’85% aveva subito violenza sul luogo di lavoro e un altro sondaggio del 2015 ha rilevato che il 13% dei medici cinesi era stato aggredito fisicamente l’anno precedente. I medici cinesi, in un anno, visitano il quadruplo di pazienti rispetto ai medici statunitensi, pur essendo pagati meno di 15mila$ all’anno – in termini relativi, è una cifra inferiore al reddito pro capite (16.760$) –, mentre negli Stati Uniti lo stipendio medio di un medico (circa 300mila$) è quasi cinque volte il reddito pro capite USA (pari a 60.200$). In tali condizioni di pesanti disinvestimenti pubblici dal sistema sanitario, non sorprende che COVID-19 si sia diffuso così facilmente. In concomitanza con il fatto che, in Cina, ci siano nuove malattie trasmissibili, al ritmo di una ogni 1-2 anni, sembrano sussistere le condizioni perché tali epidemie imperversino. Come nel caso dell’influenza spagnola, le condizioni generalmente degradate della sanità pubblica tra i proletari hanno aiutato il virus a guadagnare terreno, da cui diffondersi rapidamente. Ma, ancora una volta, non è solo una questione di diffusione. Dobbiamo anche capire come il virus stesso si sia prodotto.

Non c’è più la natura selvaggia

Nel caso della più recente epidemia, il Coronavirus, la questione è meno semplice dei casi di influenza suina o aviaria, che sono decisamente legati al cuore del sistema agroindustriale. Da un lato, le origini precise del virus non sono ancora del tutto chiare. È possibile che provenga da maiali che sono tra i tanti animali domestici e selvatici venduti nei mercati all’aperto di Wuhan – presunto epicentro dell’epidemia –, in questo caso, la causa potrebbe essere più vicina ai casi prima menzionati, di quanto possa sembrare. Tuttavia, sembra più probabile puntare in direzione di un virus originato dai pipistrelli o, forse, dai serpenti, entrambi, solitamente, vengono presi in natura. Anche in questo caso c’è una relazione, dal momento che la diminuzione di disponibilità e di garanzie di carne di maiale, a causa dell’epidemia di peste suina africana, ha fatto sì che la crescita della domanda di carne fosse spesso soddisfatta dai mercati all’aperto con la vendita di carni di selvaggina di frodo. Ma senza il legame diretto con l’agricoltura industriale, si può davvero affermare che gli stessi processi economici comportino qualche complicità con questa specifica epidemia?

La risposta è sì, ma in modo differente. Ancora una volta, Wallace indica non uno, ma due principali veicoli attraverso i quali il capitalismo dà il suo contributo alla gestazione e all’esplosione di epidemie sempre più mortifere: il primo, sopra delineato, è quello direttamente connesso all’industria, in cui i virus sono incubati all’interno degli ambienti industriali, totalmente inglobati nelle logica del capitale. Il secondo veicolo è indiretto: si sviluppa con l’espansione e la devastazione capitalistiche nelle aree periferiche, dove virus fino ad allora sconosciuti contaminano una fauna selvatica e poi si diffondono lungo i traffici del capitale globale. I due veicoli non sono completamente separati, è pacifico, ma sembra che sia il secondo veicolo quello che meglio descrive l’emergere dell’attuale epidemia. In questo caso, la crescente domanda di selvaggina per consumo, per uso medicale o (come nel caso dei cammelli e della MERS – Middle East Respiratory Syndrome) per una varietà di funzioni culturalmente significative, costruisce nuove catene di merci globali nei beni di consumo selvatici.

In altri casi, le catene di valore agro-ecologico preesistenti si estendono semplicemente a specie precedentemente selvatiche, mutando le ecologie locali e modificando le connessioni tra umano e non umano. Wallace stesso è chiaro su questo aspetto, spiegando le diverse dinamiche che generano malattie peggiori, nonostante i virus stessi esistano già in ambienti naturali. L’espansione della stessa produzione industriale «potrebbe spingere ulteriormente alimenti selvatici, già capitalizzati, nei recessi degli ultimi ambienti primitivi, succhiando una più ampia varietà di agenti patogeni, potenzialmente proto pandemici». In altre parole, man mano che l’accumulazione capitalistica ingloba nuovi territori, gli animali vengono spinti in aree meno accessibili, dove entrano in contatto con ceppi di malattie precedentemente isolati – e ciò mentre quegli stessi animali stanno per diventare obiettivi di mercificazione perché «anche le specie di approvvigionamento più selvatiche vengono inserite in catene di valore agricolo». Allo stesso modo, questa espansione avvicina gli esseri umani a quegli animali e a quegli ambienti, che «possono aumentare le connessioni tra popolazioni selvatiche non umane e la nuova ruralità urbanizzata». Ciò offre al virus maggiori opportunità e risorse per le mutazioni in modo da consentirgli di infettare l’uomo, aumentando la probabilità di ricaduta biologica. La stessa geografia industriale non è mai nettamente urbana o rurale, proprio come l’agricoltura industrializzata e monopolizzata ricorre ad aziende agricole sia su larga che su piccola scala: «in una piccola azienda agricola padronale, ai margini della foresta, un animale commestibile può contrarre un agente patogeno prima di essere inviato in un macello nel hinterland di una grande città».

Il fatto è che la sfera naturale è già sussunta in un sistema capitalistico completamente globalizzato che è riuscito a cambiare le condizioni climatiche di base e a devastare una sequela di ecosistemi precapitalistici e i restanti non funzionano più, come avrebbero potuto funzionare in passato. E in questo interviene un altro fattore di causalità, poiché, secondo Wallace, tutti questi eventi di devastazione ecologica riducono «il tipo di complessità ambientale grazie alla quale la foresta sconvolge le catene di trasmissione». In realtà, è quindi sbagliato ritenere tali aree come periferia naturale in un sistema capitalizzato. Il capitalismo è già mondiale e già si sta totalizzando. Non ci sono più frontiere né confini con la sfera naturale non capitalista, al di là di esso, e quindi non esiste una lunga catena di sviluppo/progresso, in cui i paesi arretrati seguono quelli che li precedono nella loro ascesa, percorrendo la catena del valore, né alcuna oasi selvaggia, in grado di essere protetta, come una riserva, pura e incontaminata. Al contrario, il capitale ha semplicemente un entroterra a lui subordinato che, a sua volta è completamente sussunto nelle catene globali del valore. I sistemi sociali che ne derivano – compreso tutto ciò che va dal cosiddetto tribalismo, al revival delle religioni fondamentaliste antimoderniste – sono frutti squisitamente contemporanei e sono quasi sempre, de facto, avanguardie dei mercati globali, e spesso anche direttamente. Lo stesso possiamo dire dei sistemi biologici-ecologici che ne conseguono, poiché le aree selvagge sono in realtà immanenti a codesta economia mondiale sia in senso astratto, in quanto dipendono dal clima e dagli ecosistemi correlati, sia in senso stretto, poiché sono collegati a quelle medesime catene globali del valore.

L’isolamento come esercizio dell’arte di governo

A un livello più profondo, tuttavia, l’aspetto che appare più allettante della risposta dello Stato è il modo con cui è stata inscenata, attraverso i media, come una sceneggiata melodrammatica per la piena mobilitazione della contro insurrezione interna. Questo ci offre preziosi spunti di riflessione sulla capacità repressiva dello Stato cinese, ma sottolinea anche la sua più intima incapacità, rivelata dalla necessità di fare affidamento in modo tanto pesantemente su un mix di assillante propaganda, enfatizzata dei media in tutti suoi risvolti, e di appelli alla buona volontà della popolazione locale che, altrimenti, non avrebbe avuto alcun obbligo materiale a conformarsi. Sia la propaganda cinese sia quella occidentale hanno sottolineato il reale significato repressivo della quarantena: la propaganda cinese la presenta come un esempio di efficace intervento governativo di fronte a un’emergenza, quella occidentale come l’ennesimo esempio di totalitarismo da parte della Cina, in quanto Stato distopico. La verità taciuta, tuttavia, è che la stessa aggressività repressiva indica la più profonda incapacità dello Stato cinese che, a sua volta, è ancora in una fase in cui molto resta da costruire.

Tutto questo ci dà un’idea sulla natura dello Stato cinese, mostrandoci come stia sviluppando nuove e inedite tecniche di controllo sociale in risposta alle crisi, tecniche che possono essere attivate anche in condizioni in cui gli apparati statali di base siano scarsi o assenti. Tali condizioni, di contro, offrono un quadro ancora più interessante (benché più speculativo) su come la classe dirigente in un determinato Paese potrebbe rispondere quando crisi generalizzate e un’insurrezione in atto mettano in panne anche Stati più forti. L’epidemia virale è stata favorita sotto tutti gli aspetti da scarso coordinamento tra i vari livelli governativi: la repressione dei medici informatori da parte di funzionari locali è in contrasto con gli interessi del governo centrale, le inefficaci procedure di segnalazione ospedaliera e le assolutamente carenti erogazioni di assistenza sanitaria di base sono solo alcuni esempi. Nel frattempo, i vari governi locali sono tornati alla normalità, seppure con ritmi diversi, e sono quasi completamente al di fuori del controllo dello Stato centrale (tranne in Hubei, l’epicentro). Al momento in cui scriviamo queste note, sembra assolutamente aleatorio sapere quali porti siano operativi e quali località abbiano ripreso la produzione. Ma questa quarantena improvvisata ha fatto sì che le reti logistiche da città a città su grandi distanze rimangano interrotte, poiché qualsiasi governo locale sembra che sia in grado di impedire tout-court il transito di treni o di camion merci attraverso i suoi confini. E questa incapacità di fondo del governo cinese l’ha costretto a gestire il virus come se fosse un’insurrezione, giocando alla guerra civile contro un nemico invisibile.

Gli organismi statali nazionali hanno realmente iniziato a funzionare il 22 gennaio, quando le autorità hanno rafforzato i provvedimenti urgenti in tutta la provincia di Hubei e hanno pubblicamente dichiarato di avere l’autorità legale per allestire strutture di quarantena, nonché per raccattare tutto il personale, i veicoli e le strutture necessarie per contenere la malattia o per creare blocchi e controllare il traffico (imprimendo il sigillo dell’ufficialità statale a fenomeni che sapevano che si sarebbero comunque verificati). In altre parole, il pieno dispiegamento delle forze statali, in realtà, è iniziato con una richiesta di sforzi volontari da parte della popolazione locale. Da un lato, una catastrofe così grave metterà a dura prova le capacità di qualsiasi Stato (vedi, ad esempio, come vengono affrontati gli uragani negli Stati Uniti ). Ma, dall’altro, l’emergenza Covid-19 riproduce un modello tipico nell’arte del governo cinese, secondo la quale, lo Stato centrale, in assenza di formali strutture di comando efficienti, formali e applicabili fino a livello locale, deve invece fare affidamento su un mix di inviti, ampiamente pubblicizzati, alla mobilitazione di funzionari e cittadini locali e una serie di sanzioni ex post, inflitte a coloro che non si sono attenuti agli inviti, come si pretendeva (sanzioni spacciate come repressione della corruzione). L’unica risposta veramente efficace si trova in aree specifiche, in cui lo Stato centrale concentra la sostanza del suo potere e del suo impegno – in questo caso, Hubei in generale e Wuhan in particolare.

La mattina del 24 gennaio, la città era già completamente immobile, senza treni in entrata o in uscita, quasi un mese dopo da quando venne individuato il nuovo ceppo del Coronavirus. I responsabili della sanità nazionale hanno dichiarato che le autorità sanitarie avrebbero avuto la possibilità di esaminare e di mettere in quarantena chiunque, a propria discrezione. Oltre le principali città del Hubei, dozzine di altre città della Cina, tra cui Pechino, Guangzhou, Nanchino e Shanghai, hanno effettuato blocchi di varia entità sui flussi di persone e di merci, in entrata e in uscita, dai loro confini. In risposta alla richiesta di mobilitazione dello Stato centrale, alcune località hanno preso iniziative bizzarre e severe. Le più scioccanti sono state prese in quattro città della provincia di Zhejiang, dove, a trenta milioni di persone, sono stati imposti passaporti locali, consentendo a un solo componente per famiglia di uscire di casa una volta ogni due giorni. Città come Shenzhen e Chengdu hanno ordinato l’isolamento di ogni quartiere e disposto la quarantena di interi immobili per 14 giorni, nel caso si fosse rilevato anche un solo caso di virus. Nel frattempo, sono avvenuti centinaia di arresti o di multe per aver diffuso voci infondate sulla malattia e alcuni di coloro che erano fuggiti dalla quarantena sono stati arrestati e condannati a un lungo periodo di detenzione. Le carceri stesse stanno patendo una grave epidemia , a causa dell’incapacità dei funzionari di isolare le persone malate, proprio in una struttura progettata apposta per l’isolamento. Questo tipo di misure disperate e aggressive rispecchia quelle di casi estremi di contro insurrezione che richiamano subito alla mente gli interventi di occupazione militare-coloniale in Paesi come l’Algeria o, più recentemente, la Palestina. Mai, prima d’ora, erano stati condotti su questa scala, né in megalopoli di questo tipo che ospitano gran parte della popolazione mondiale. La condotta della repressione offre quindi una lezione molto particolare per coloro che hanno il pensiero rivolto alla rivoluzione mondiale, dal momento che, in sostanza, assistiamo a uno esempio scottante di reazione statale.

Incapacità

Il 7 febbraio, la morte del Dr. Li Wenliang, uno dei primi a denunciare i pericoli del virus12, scosse i cittadini relegati nelle loro case in tutto il Paese. Li Wenliang era uno degli otto medici arrestati dalla polizia per aver diffuso informazioni false all’inizio di gennaio, prima di contrarre egli stesso il virus. La sua morte ha scatenato la rabbia dei netizen [internettisti], stimolando una dichiarazione di dispiacere da parte del governo di Wuhan. La gente iniziò ad accorgersi che lo Stato è costituito da funzionari e burocrati maldestri che non hanno idea di che cosa fare, pur mantenendo la faccia cattiva. Questa situazione si è palesata chiaramente, quando il sindaco di Wuhan, Zhou Xianwang, è stato costretto ad ammettere alla televisione di Stato che il suo governo aveva ritardato nel dare informazioni critiche sul virus, dopo che un focolaio si era verificato. La stessa tensione causata dall’epidemia, unita a quella generata dalla mobilitazione totale dello Stato, ha iniziato a rivelare alla popolazione le profonde crepe che si celano dietro al ritratto su carta velina che il governo dipinge di sé stesso. In altre parole, in condizioni come queste l’incapacità fondamentale dello Stato cinese è diventata evidente a un numero crescente di persone che, in precedenza, avrebbero accolto la propaganda del governo come oro colato.

Se si potesse trovare un’immagine simbolo che esprima l’essenza della risposta dello Stato, sarebbe simile al video, girato da un cittadino di Wuhan e condiviso con Internet in Occidente, via Twitter a Hong Kong. In breve, mostra alcune persone che sembrano medici o soccorritori di primo intervento, con un equipaggiamento protettivo completo, che scattano foto con la bandiera cinese. Colui che gira il video spiega che ogni giorno sono fuori da quell’edificio per un reportage. Il video segue poi gli uomini che si tolgono l’equipaggiamento protettivo e si fermano a chiacchierare e fumare, usando una delle tute per pulire la macchina. Prima di andarsene, uno degli uomini getta senza indugio la tuta protettiva in un vicino bidone della spazzatura, senza nemmeno preoccuparsi di infilarla fino in fondo dove non sarebbe visibile. Video come questo si sono diffusi rapidamente prima, di essere censurati: piccoli flash, sul fragile schermo dello spettacolo inscenato dallo Stato.

A un livello più sostanziale, la quarantena ha anche iniziato a mostrare la prima ondata di ripercussioni economiche nella vita personale della gente. L’aspetto macroeconomico è stato ampiamente documentato, con una forte riduzione della crescita cinese che rischia di causare una nuova recessione globale, specialmente se abbinata alla permanente stagnazione in Europa e un recente calo di uno dei principali indici economici degli Stati Uniti che mostra un improvviso declino delle attività commerciali. In tutto il mondo, le aziende cinesi e quelle strutturalmente legate alle reti di produzione cinesi stanno ora considerando le clausole di forza maggiore che consentono di ritardare o annullare gli impegni di entrambe le parti sanciti da un contratto commerciale quando diventa impossibile rispettarli. Sebbene al momento sia improbabile, questa semplice prospettiva ha dato la stura all’assordante richiesta di riprendere la produzione in tutto il Paese. Le attività economiche, tuttavia, sono riprese solo in maniera frammentaria, in alcune aree tutto si è avviato senza intoppi mentre in altre tutto è fermo a tempo indeterminato. Attualmente, il 1° marzo è stata stabilita come data provvisoria in cui le autorità centrali hanno chiesto che tutte le aree, eccetto l’epicentro del focolaio, tornino al lavoro.

Ma ci sono altri effetti meno visibili, anche se probabilmente molto più importanti. Molti lavoratori immigrati, compresi quelli che erano rimasti nelle città in cui lavorano per la Festa di Primavera o che avevano intenzione di rientrare prima che fossero stabiliti i vari blocchi, ora sono sospesi in un angosciante limbo. A Shenzhen, dove la stragrande maggioranza della popolazione è migrante, la gente del posto riferisce che il numero di senzatetto ha iniziato a salire. Ma molti di coloro che compaiono nelle strade non sono senzatetto di lungo corso, hanno l’aspetto di essere stati letteralmente scaricati lì, senza nessun altro posto dove andare – indossano ancora abiti relativamente belli, non sanno dove dormire all’aperto o dove ottenere cibo. In vari palazzi della città c’è stato un aumento die piccoli furti, soprattutto il cibo depositato davanti alla porta degli inquilini, chiusi in casa per la quarantena. In generale, poiché la produzione è ferma, i lavoratori stanno perdendo i salari. Nei casi migliori, le interruzioni del lavoro trasformano le fabbriche in dormitori per la quarantena, come imposto nello stabilimento di Shenzhen Foxconn, dove i nuovi rimpatriati sono confinati nei loro alloggi per una settimana o due, gli corrispondono circa un terzo dei loro salari abituali, poi hanno il permesso di ritornare in produzione. Le imprese più povere non hanno tale possibilità e il tentativo del governo di aprire linee di credito con bassi interessi alle piccole imprese probabilmente, alla lunga, servirà a poco. In alcuni casi, sembra che il virus acceleri semplicemente la preesistente tendenza di dislocare altrove le fabbriche, aziende come Foxconn trasferiscono la produzione in Vietnam, India e Messico per compensare il calo.

Una guerra surreale

Nel frattempo, la maldestra e affrettata reazione al virus, la scelta dello Stato di privilegiare misure particolarmente punitive e repressive per controllarlo e l’incapacità del governo centrale di coordinare efficacemente l’azione tra le varie località, destreggiandosi simultaneamente tra produzione e quarantena, indicano la profonda insipienza degli apparati statali. Se, come sostiene il nostro amico Lao Xie, l’amministrazione Xi Jinping ha puntato decisamente sulla costruzione dello Stato, sembrerebbe che ci sia ancora molto da fare, al riguardo. Allo stesso tempo, se la campagna contro COVID-19 può anche essere considerata una lotta al coltello contro l’insurrezione, è bene sottolineare che il governo centrale ha solo le capacità di un efficace coordinamento nell’epicentro di Hubei e che le sue risposte in altre province – anche in centri ricchi e rinomati, come Hangzhou – restano in gran parte scomposte e sconfortanti. Possiamo interpretare ciò in due modi: in primo luogo, come lezione sulla debolezza su cui si fonda il potere statale, e in secondo luogo, contro la minaccia che rappresentano risposte locali non coordinate e irrazionali, quando gli apparati dello Stato centrale sono sopraffatti.

Queste sono lezioni importanti per un’epoca in cui i disastri provocati da una sfrenata accumulazione capitalistica contaminano, a livello superiore, il sistema climatico globale e, a livello inferiore, i substrati microbiologici della vita sulla Terra. Tali crisi saranno sempre più ricorrenti. Via via che la secolare crisi del capitalismo assumerà aspetti apparentemente non economici, come giustificazione per estendere il controllo statale, e la risposta a nuove epidemie, carestie, inondazioni e altri disastri naturali servirà come un’occasione per mettere a punto nuovi strumenti, non ancora testati, di contro insurrezione. Una politica comunista coerente deve cogliere entrambi questi aspetti. A livello teorico, questo significa comprendere che la critica del capitalismo si impoverisce ogni volta che viene separata dalle cosiddette scienze naturali. Ma a livello pratico, implica anche che l’unico possibile progetto politico, oggi, sia quello di potersi orientare in un terreno minato da un diffuso disastro ecologico e microbiologico, operando in un perpetuo stato di crisi e isolamento sociale.

In una Cina in quarantena, iniziamo a intravedere un simile scenario, almeno a grandi linee: strade deserte a fine inverno, spruzzate di neve immacolata, facce illuminate dal telefono che scrutano fuori dalle finestre, posti di blocco gestiti da infermieri o poliziotti o volontari, oppure figuranti stipendiati per sceneggiate con bandiere, che ti dicono di indossare la mascherina e di tornare a casa. Il contagio è sociale. Quindi, non dovrebbe sorprendere che l’unico modo per combatterlo in una fase così avanzata sia di scatenare una sorta di guerra surreale contro la società stessa. Non riunirti, non provocare il caos. Ma anche dall’isolamento si può costruire il caos. Allorché i forni di tutte le fonderie si raffreddano fino a ridursi in braci appena scoppiettanti, infine cenere raffreddata dalla neve, non si può impedire a una moltitudine di piccoli disperati di rompere la quarantena per trasformarsi in un caos ancora più grande che, un giorno, potrà essere difficile da contenere, come questo contagio sociale.

 

(*) Si tratta di un blog di ricercatori cinesi all’estero. «Chuang è un collettivo di comunisti che considera la “questione della Cina” di importanza centrale per le contraddizioni del sistema economico mondiale e le potenzialità per il suo superamento. Il nostro obiettivo è formulare un corpus di teoria chiara in grado di comprendere la Cina contemporanea e le sue potenziali traiettorie. […] Speriamo di vedere la Cina con chiarezza e intento comunista. Ma l’unico modo per comprendere la Cina contemporanea e le sue contraddizioni è iniziare con un’indagine sulla creazione della “Cina” in quanto tale. Qui, la nostra storia non inizia con una storia presumibilmente antica, né inizia con il romanticismo del progetto rivoluzionario cinese, alternativamente glorificato e demonizzato da quelli di sinistra». Chi scrive, che di “sinistra” non è mai stato, non ha né glorificato né demonizzato l’esperienza cosiddetta maoista. Il merito storico e politico di Mao fu quello di aver consegnato ai suoi eredi un Paese certamente prostrato sul piano economico e molto lacerato su quello sociale e politico, ma tuttavia un Paese ancora unito sul piano nazionale (anche in virtù di pesantissime repressioni ai danni delle minoranze etniche che vivono nell’area cinese) e pronto al decollo sulla scena mondiale. Un successo, quello di Mao, interamente ottenuto sul terreno dello sviluppo capitalistico e della costruzione di una potenza imperialistica, non certo sul terreno della costruzione del “socialismo con caratteristiche cinese”, come blateravano ai “bei tempi” i maoisti europei e come continuano a blaterare i non pochi sostenitori italioti del “socialismo cinese”. Se ho ben compreso, secondo Chuang si può parlare di un «progetto comunista» praticato in Cina «durante tutto il periodo rivoluzionario e verso la fine degli anni ’50: «Durante tutto il periodo rivoluzionario e verso la fine degli anni ’50, ci riferiamo a questo processo come a un “progetto comunista”. Questo progetto è stato incredibilmente vario durante la sua esistenza ed è stato sempre definito dal suo status di movimento di massa con profonde radici nella popolazione. All’inizio, il suo fondamento teorico e la direzione strategica erano prevalentemente quelli dei comunisti anarchici. Nel tempo, la particolare visione e strategia del PCC avrebbe guadagnato l’egemonia, ma ciò significava anche che il PCC stesso assorbiva parte dell’eterogeneità del movimento, che avrebbe assunto la forma di fazioni (e purghe) all’interno del Partito stesso. Questa egemonia non è stata imposta al progetto, tuttavia. Era il risultato di un mandato popolare conferito al PCC, che era stato parte integrante della formazione di un esercito contadino di successo e di un movimento di lavoratori sotterranei durante l’occupazione giapponese. Il PCC mantenne la sua egemonia del progetto comunista nei primi anni del dopoguerra dirigendo campagne di ridistribuzione popolare nelle campagne e ricostruendo le città. Con i fallimenti della fine degli anni ‘50 (carestia nel paese e scioperi nelle città costiere), non solo fu messo in discussione il mandato popolare del PCC, ma il progetto comunista stesso iniziò a ossificarsi. Quando la partecipazione popolare è evaporata in risposta a questi fallimenti, quello che era stato un progetto comunista di massa si è ridotto ai suoi mezzi: il regime di sviluppo. Questo regime stesso poteva essere mantenuto solo dal sempre più ampio intervento del Partito, che li fondeva entrambi con lo Stato (come apparato amministrativo burocratico di fatto) e ne spezzava il legame con il progetto comunista». Qui mi limito a rinviare i lettori ai miei scritti sulla Cina: TUTTO SOTTO IL CIELO (DEL CAPITALISMO); SULLA CAMPAGNA CINESE; ŽIŽEK, BADIOU E LA RIVOLUZIONE CULTURALE CINESE; DA MAO ZEDONG A XI JINPING. 70 anni di capitalismo con caratteristiche cinesi

(1) Gran parte di ciò che spiegheremo in questa sezione è semplicemente un riassunto più conciso degli argomenti di Robert G. Wallace. Per coloro che contesterebbero le evidenze di fondo, ci riferiamo in toto al lavoro di Wallace e dei suoi compatrioti.
(2) R. G. Wallace, Big Farms Make Big Flu: Dispatches on Infectious Disease, Agribusiness, and the Nature of Science, Monthly Review Press, New York, 2016. P. 52.
(3) Ibid, p. 56.
(4) Ibid, pp. 56-57.
(5) Questo non vuol dire che il confronto tra Stati Uniti e la Cina di oggi non sia anche istruttivo. Dal momento che gli Stati Uniti hanno il loro enorme settore agroindustriale, essi stessi contribuiscono enormemente alla produzione di nuovi virus perniciosi, per non parlare delle infezioni batteriche resistenti agli antibiotici.
(6) Vedi: JF. Brundage, GD Shanks, What really happened during the 1918 influenza pandemic? The importance of bacterial secondary infections L’importanza delle infezioni batteriche secondary, The Journal of Infectious Diseases, Volume 196, n. 11, dicembre 2007, pp. 1718-1719.