UOMINI, CAPORALI E CAPPELLI

schiavi-caporalato1-487x325«Cos’è la mafia?». La mafia è la continuazione del Capitalismo con altri mezzi, mezzi violenti intendo. «Con altri mezzi? E la violenza sistemica cui il Capitalismo ci sottopone nei periodi di cosiddetta pace? Senza contare le guerre più o meno mondiali che ci stanno alle spalle e quelle che vivono nel presente allo stato latente. Perfino il Papa più amato dai progressisti e il Presidente Mattarella evocano continuamente il pericolo di una Terza guerra mondiale!». Mi correggo: la mafia è un modo come un altro (una modalità adeguata alle circostanze “oggettivamente date” in un luogo: ad esempio, il Mezzogiorno italiano) di organizzare la caccia al profitto. Insomma, la mafia è fatta della stessa escrementizia sostanza del Capitalismo. Va bene così? «Un po’ stiracchiata, ma diciamo che come risposta sintetica può andare bene». Dio, come sono diventato esigente ultimamente!

Questo improbabile – schizofrenico? – dialogo intende riferirsi a due concetti tornati in auge dopo le recenti morti sul fronte dello sfruttamento intensivo di “capitale umano” nelle campagne del Belpaese: agromafia e caporalato. Insomma, si scrive agromafia e caporalato ma si legge Capitalismo. Semplicemente. Il Capitalismo “reale”, come si dà in concreto nelle condizioni date. Ecco perché metto subito la mano alla rivoltella quando ascolto o leggo sciocchezze come quelle proferite da Cosimo Marchionna, segretario della Spi Ggil di Brindisi: «il caporalato va combattuto con la stessa intensità di come si combatte la mafia, perché i caporali sono dei delinquenti». Concetti ripresi dal Ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina e dall’intero universo politico italiano, peraltro alle prese con la “scandalosa” vicenda romana. Ecco quanto dichiarava il citato Ministro qualche mese fa: «Dobbiamo creare in tutto il Paese le condizioni perché non si assista più allo sfruttamento di immigrati irregolari: non c’è giustificazione per le aziende che sfruttano la disperazione di chi lavora in nero per cercare margini nell’attività produttiva» (AgroNotizie, 17 febbraio 2015). Non c’è giustificazione? Forse su Marte…

Il sistema del caporalato è parte integrante di una peculiare organizzazione dello sfruttamento capitalistico in agricoltura. Personalmente l’ho sperimentato nel lontano 1980, quando con alcuni amici di scuola andammo a Pachino (50 chilometri da Siracusa) a raccogliere l’uva da vino per mettere in tasca qualche soldo prima che iniziasse il nuovo anno scolastico. Fu un’esperienza a dir poco devastante! Dormivamo nei vagoni vuoti dei treni merci fermi alla stazione. Niente acqua per pulirci! In compenso, l’odore del mosto si sentiva dappertutto. Il caporale ci veniva a prendere con un camioncino prima dell’alba nella piazza centrale del paese, portando secchi, coltelli e cappellini, e ci accompagnava in campagna. Lavoravamo circa dieci ore al giorno, sempre chini sull’uva, attenti a non lasciare a terra un solo acino: chi ci controllava ci faceva ritornare subito indietro. Alla fine della giornata ci voleva un po’ di tempo perché io e i miei amici riconquistassimo la posizione eretta: «Ma questi campagnoli ce l’hanno la schiena?». Ci sembrava impossibile avere una schiena e fare quel lavoro per più di un mese. La cosa che allora mi colpì maggiormente fu l’autosfruttamento che si infliggevano molti proprietari dei vigneti, i quali proprio per questo pretendevano da noi avventizi almeno un pari impegno: «Io ho fatto due filari e tu solo uno!», mi disse a un certo punto una vecchia incartapecorita vestita di nero dalla testa in giù. L’ho subito odiata. A mezzogiorno una breve sosta per il “pranzo”: pane, formaggio, mosto e vino, offerti simpaticamente dalla vecchia di cui sopra. Il vino era superbo, questo lo devo ammettere. Alla sera eravamo tutti ubriachi, di lavoro e di vino. In Francia usavano (e usano) il vino di Pachino per “tagliare” il loro prodotto. Chiudo la parentesi personale.

Il caporalato sembrava in via di estinzione, ma la crisi internazionale del 2008 non solo lo ha rianimato, ma lo ha introdotto anche in alcune filiere produttive del Nord, semplicemente perché tale sistema di organizzazione e di controllo si è dimostrato vincente, ossia adeguato alle esigente degli investitori nella produzione agricola. «Il caporalato è come se fosse una medaglia a due facce: da una parte esiste ancora il caporalato classico soprattutto per la frutta pregiata (si pensi alle donne che raccolgono le fragole) nel quale il caporale è quasi un mediatore e molti lavoratori riescono a guadagnare decentemente; dall’altra esistono lavori pesanti di produzione di massa di alcuni prodotti come il pomodoro, del quale il raccolto è veramente massacrante. Questo secondo tipo di caporalato ha incrementato lo schiavismo. Il libro prova a spiegare quale percezione ha il bracciante migrante del suo lavoro, del campo. A un livello più generale la riduzione in schiavitù si estende a un ambito lavorativo. E non è solo un discorso che riguarda i laboratori della Cina dove i bambini cuciono i palloni della Nike, cioè una schiavitù esterna all’Occidente, ma comincia a essere anche interna all’Occidente stesso» (Alessandro Leogrande, intervista rilasciata a Omero, 15 febbraio 2009).

Secondo Roberto Moncalvo, Presidente della Coldiretti, «Senza il quotidiano lavoro di 322mila migranti nelle campagne italiane non ci sarebbe il made in Italy a tavola, che ha permesso al nostro Paese di ottenere primati in tutto il mondo. C’è dunque la presenza di veri e propri distretti produttivi di eccellenza del made in Italy che possono sopravvivere solo grazie al lavoro di 322mila immigrati regolari, dalle stalle del nord dove si munge il latte per il Parmigiano Reggiano alla raccolta delle mele della Val di Non, dal pomodoro del meridione alle grandi uve del Piemonte» (La Presse, 18 luglio 2015). Senza il prezioso lavoro di migliaia di migranti molti settori dell’economia italiani sarebbero chiusi già da un pezzo, senza parlare del contributo che essi danno al nostro Welfare: è l’argomento che molti antirazzisti usano contro i «beceri leghisti» e i razzisti d’ogni tipo. Essi aggiungono anche che, dopo tutto, i migranti fanno i lavori che noi italiani perlopiù ci rifiutiamo di fare: sbaglia o è in malafede, dunque, chi dice che i migranti ci rubano il lavoro. Non c’è dubbio. Però – come scrivevo su un post del 2010 dedicato ai fatti di Rosarno – il discorso “equo e solidale” va completato in questi termini: molti proletari italiani si rifiutano di fare certi lavori particolarmente faticosi non in assoluto, ma a quel prezzo (a quel salario) e a quelle condizioni (orario di lavoro, sicurezza, igiene, tecnologie impiegate, ecc.).

image_1918«Lo sfruttamento del lavoro dei lavoratori migranti nei settori dell’agricoltura e dell’edilizia in parecchie zone dell’Italia meridionale è diffuso. Essi ricevono paghe inferiori di circa il 40 per cento, a parità di lavoro, rispetto al salario italiano minimo concordato tra le parti sociali e lavorano un maggior numero di ore. Le vittime dello sfruttamento del lavoro sono migranti africani e asiatici e, in alcuni casi, cittadini dell’Unione europea (soprattutto bulgari e rumeni) e cittadini di paesi dell’Europa orientale che non fanno parte dell’Unione europea (tra cui gli albanesi). Lavoratori migranti indiani e africani, impiegati nelle zone di Latina e Caserta, hanno parlato con Amnesty International in condizioni di anonimato.[…] “Lavoro 9-10 ore al giorno dal lunedì al sabato, poi cinque ore la domenica mattina, per tre euro l’ora. Il datore di lavoro mi dovrebbe pagare 600-700 euro al mese; io contavo di mandare 500 euro al mese a mio padre in India. Negli ultimi sette mesi, però, il datore di lavoro non mi ha pagato il salario intero. Mi dà solo 100 euro al mese per le spese. Non posso andare alla polizia perché non ho documenti: mi prenderebbero le impronte e dovrei lasciare l’Italia” (Sunny)» (Rapporto di Amnesty International sullo sfruttamento di lavoratori migranti nell’agricoltura, 18 dicembre 2012). Capite bene che in queste condizioni per un disoccupato italiano non particolarmente qualificato (a bassa composizione tecnologica, per dirla con il campagnolo di Treviri) c’è poco da fare, è sconfitto in partenza, e difatti non sono pochi i disoccupati che hanno smesso di cercare un lavoro che in molti settori (dall’agricoltura all’edilizia, dalla metallurgia ai servizi di cura) sembra guardare solo dalla parte dei più disgraziati, degli ultimi fra gli ultimi. Di qui l’interesse per i nullatenenti d’ogni colore, lingua, religione e nazione di non farsi reciprocamente concorrenza su un mercato del lavoro sempre più concorrenziale (hobbesiano) perché esposto ai rigori della globalizzazione. Anticipo la legittima sentenza del lettore: è cosa più facile a scriversi e a leggersi che a farsi. Lo so. E lo sanno benissimo anche i lavoratori “in nero” (bianchi o “colorati” che siano) che obtorto collo si arrendono a paghe miserevoli e a condizioni di sfruttamento indicibili, i loro padroni che hanno facile gioco nella concorrenza al ribasso tra i braccianti e nel ricatto occupazionale, e i caporali eventualmente ingaggiati per organizzare il super sfruttamento del “capitale umano” – a volte il “normale” sfruttamento non consente all’impresa di rimanere sul mercato.

«Di caldo si muore davvero. La cronaca di quest’estate ci restituisce tredici morti sul lavoro che a causa delle temperature altissime si sono accasciati nei campi, nei cantieri e anche sui camion. C’è anche Arcangelo che da giorni lotta tra la vita e la morte dopo che un infarto lo ha colto nelle campagne di Andria» (Panorama). Di caldo? Ma mi faccia il piacere! Di Capitalismo, piuttosto. Secondo la deputata di Sel, Celeste Costantino che da anni segue le condizioni dei migranti impegnati nei campi del sud, «nell’anno dell’Expo è questa la realtà che ci circonda: molti dei prodotti che acquistiamo al supermercato provengono da una filiera sporca, fatta di sfruttamento nei campi e grandi guadagni per le multinazionali dell’agricoltura». Chi parla di «filiera sporca» mostra non solo di essere un apologeta del Capitalismo a «filiera pulita», ma di approcciare il problema di cui si parla da un punto di vista puramente ideologico, senza cioè fare i conti con il reale processo sociale, con la dinamica capitalistica come si dà in concreto, sulla base di condizioni generali di natura locale, nazionale e internazionale.

Sullo sfruttamento intensivo dei migranti in agricoltura segnalo un interessante studio di Domenico Perrotta (Ben oltre lo sfruttamento. Lavorare da migranti in agricoltura), dal quale cito alcuni illuminanti passi: «Lo scorso settembre, la tv francese France 2 ha mandato in onda un’inchiesta, dal titolo Les récoltes de la honte, sulle condizioni di lavoro e di vita dei braccianti stranieri impiegati in Puglia nella coltivazione e lavorazione di broccoli e pomodori venduti dalle catene di supermercati francesi, come Auchan, Carrefour e Leclerc. Gli autori del documentario – che ha approfondito le condizioni dei lavoratori anche in Camerun e Guinea Conakry – mostravano ai consumatori francesi che i prezzi bassi dei prodotti alimentari sono possibili grazie ai bassissimi salari corrisposti a quei lavoratori. Il caporalato e gli abusi sui raccoglitori di pomodori in Puglia sono stati oggetto di una campagna di denuncia anche sui media norvegesi, tanto da spingere sindacati e catene di supermercati di quel Paese a chiedere un incontro, tenutosi lo scorso ottobre, a sindacati e associazioni di produttori agricoli italiani, per promuovere “standard etici” [sic!] Queste inchieste descrivono una realtà fatta di sfruttamento lavorativo ai limiti della schiavitù, condizioni abitative drammatiche nei casolari abbandonati e nei “ghetti”, lavoro nero o grigio, caporalato, aziende agricole in difficoltà, strozzate dai prezzi imposti dalle catene della grande distribuzione. Questa è l’immagine dell’agricoltura italiana, soprattutto meridionale, che si sta diffondendo in Europa. Una situazione non certo sconosciuta in Italia».

Scriveva ieri Vittorio Feltri, felice di poter bastonare la concorrenza progressista sul terreno della solidarietà sociale: «Se la signora Clemente fosse stata, anziché una barese del contado, una siriana, una libanese o un’africana, il Paese si sarebbe commosso, avrebbe gridato all’iniquità sociale, alla mancanza di solidarietà. Ma per sua disgrazia era una terrona miserabile e disgraziata». Due disgrazie due misure? «Paola abitava nei dintorni di Bari, che non è in Nigeria, ciò nonostante manco un cane si è interessato alla sua condizione di schiava antica in questo mondo moderno» (Il Giornale). Il tentativo di contrapporre gli schiavi indigeni agli schiavi d’importazione mi sembra abbastanza evidente. Ma posso anche sbagliarmi. Di sicuro non è dal noto giornalista che mi aspetto una dimostrazione di autentico “internazionalismo proletario”…

«È un miracolo – continua Feltri – che finora sia andata al Creatore soltanto Paola. Numerose, però, sono le persone candidate a subire la medesima sorte». Come si legge in Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Mondadori, 2008), un libro-inchiesta del già citato Alessandro Leogrande, nei campi del Tavoliere delle Puglie «Non è raro che vengano ritrovati i corpi dei braccianti morti e abbandonati sul ciglio delle strade per simulare un incidente». Leogrande ha studiato soprattutto lo sfruttamento intensivo di manodopera bracciantile proveniente dall’Est e dai Balcani, dalla Polonia e dall’Albania in primis: «Ho avuto sin da subito chiaro che non era una questione di sfruttamento e basta, ma qualcosa di peggiore: ci sono dei morti ignoti e degli scomparsi avvolti da una nube invalicabile. C’è una vera e propria falla di morti sconosciuti e non spiegabili, e anche le statistiche sono difficili. Uno dei pochi dati certi è di 118 scomparsi polacchi di cui solo il 20% nella sola provincia di Foggia. La cosa impressionante è che, dopo anni di ricerca e inchieste, questo muro di gomma resta intatto e ancora se ne sa pochissimo». Una parte di quei braccianti è stata rimpiazzata dalla nuova ondata di migranti provenienti dall’Africa.

Ancora Feltri: «Nell’era delle tecnologie avanzate, l’agricoltura in Puglia, e non solo in Puglia, non è cambiata rispetto agli anni Cinquanta, quando i braccianti crepavano come mosche per una manciata di spiccioli, compenso misero elargito dal padrone del feudo in cambio di lavoro massacrante in campagna, nelle masserie e nelle vigne». Perrotta ci suggerisce una lettura più complessa del problema: «Attenzione, l’agricoltura che utilizza manodopera migrante non è povera e arretrata. Si tratta invece di produzioni e filiere profondamente inserite nei mercati nazionali e internazionali e diffuse nelle pianure costiere dell’Italia meridionale: il casertano e la Piana del Sele in Campania; le piane di Sibari e Gioia Tauro in Calabria; il siracusano, il ragusano e il trapanese in Sicilia; la Piana di Metaponto e la zona dell’Alto Bradano in Basilicata; la Capitanata, il Nord Barese e la zona di Nardò in Puglia. […] La presenza di un gran numero di lavoratori vulnerabili e disponibili a salari bassi, insomma, ha consentito a molte aziende di reggere alla crescente pressione sui prezzi dei prodotti agricoli operata da commercianti, industrie conserviere e catene della grande distribuzione organizzata, causata in definitiva dalla competizione internazionale dovuta alla liberalizzazione dei mercati dei prodotti agricoli». È la globalizzazione capitalistica, bellezza! Per molti aspetti gli immigrati hanno reso possibile la via italiana alla competizione capitalistica internazionale nei settori agricoli e manifatturieri più esposti alla concorrenza dei prodotti made in Cina piuttosto che a quelli made in Portogallo (o in Tunisia o in Marocco, Paesi nei quali, ad esempio, si è sviluppata una filiera di trasformazione del pescato davvero importante).

Dal punto di vista degli interessi capitalistici non c’è, in assoluto, un modo eticamente migliore o peggiore di far fronte alle necessità della produzione (che, come insegnava l’uomo con la barba, è in primo luogo produzione di plusvalore, ossia di valore non pagato ai lavoratori): su questo punto ogni capitalista si regola come può, avendo sempre come bussola la bronzea Legge del profitto. Lo so che questo discorso suona cinico all’orecchio del progressista e che molto dispiace al compagno Papa («Non ci si può regolare solo in base al profitto»: anche, ma non solo…), ma cinica è la realtà, non le parole che cercano di esprimerla rifuggendo da ogni insulso eufemismo. Gli esorcismi politicamente corretti non aiutano a comprendere i fenomeni sociali e sono un invito a nozze per i populisti d’ogni colore, specialisti nella strumentalizzazione del disagio sociale e della “lotta tra poveri”.

Secondo il Presidente di Confagricoltura Mario Guidi, «La piaga del lavoro nero si combatte non solo con le sanzioni, ma ricostruendo un’economia competitiva ed economicamente soddisfacente. Gli agricoltori devono puntare ai mercati aggregandosi per essere competitivi e le Regioni devono accompagnare questo processo con grandi interventi infrastrutturali e logistici, sfruttando i fondi europei e sostenendo gli investimenti agricoli. Tutti devono lavorare di più, velocemente, con soddisfazione reciproca delle aziende e dei lavoratori» (Agronotizie, 17 febbraio 2015). Musica per le orecchie dei sostenitori del capitalismo «a filiera pulita» e possibilmente anche corta. In attesa delle famose “riforme strutturali” e della costosa rivoluzione tecnologica capace di modernizzare l’agricoltura italiana, molti imprenditori del “settore primario” usano quel che passa il convento capitalistico accettando di correre qualche rischio, perché, come si dice, il gioco vale ancora la candela. «Ecco cosa stupisce e indigna: non c’è anima che combatta lo schiavismo, che tenti di stroncarlo assicurando alla giustizia coloro che lo praticano senza freni e senza pudore» (V. Feltri). Caro Vittorio, se mi posso permettere, il Capitalismo «è quest’acqua qua»: gli “eccessi” che tanto indignano gli uomini di buona volontà ci dicono tutto sulla vera natura di questa società, sulla sua fisiologia. Lo schiavismo praticato «senza freni e senza pudore» non è un dato patologico della realtà, tutt’altro. Patologico, dal punto di vista umano, è piuttosto il regime sociale capitalistico tout court, dalla Cina di Xi Jinping all’Italia di Renzi. Tranquillizzo il lettore: non cerco di convincere Feltri, non credo di possedere ancora capacità magiche; faccio della mera “retorica strumentale”.

A proposito di cinismo e di svalorizzazione della capacità lavorativa! Ecco cosa scriveva il super cinico David Ricardo nei sui Principi di economia politica (1817): «Diminuite le spese di fabbricazione dei cappelli e il loro prezzo finirà per precipitare al loro nuovo prezzo naturale. Diminuite le spese per il sostentamento degli uomini, diminuendo il prezzo naturale dell’alimentazione e del vestiario necessari all’esistenza, e vedrete che i salari finiranno con l’abbassarsi per quanto sia potuta aumentare anche la richiesta di mano d’opera». Ma qui si trasforma l’uomo in cappello! M’indigno! Suvvia, un po’ di rispetto per il capitale umano! L’ubriacone tedesco però la pensava diversamente: «Certo, il linguaggio di Ricardo è quanto mai cinico. Ma non gridiamo troppo al cinismo. Il cinismo è nei fatti», e i fatti ci dicono che «il lavoro, essendo esso stesso una merce, come tale viene misurato in base al tempo necessario a produrre gli oggetti indispensabili al mantenimento costante del lavoro, ossia a far vivere il lavoratore e a metterlo in grado di riprodurre la sua specie» (Miseria della filosofia). La cosa considerata attraverso la mediazione del denaro ci si manifesta attraverso i prezzi dei beni-salario. Paesi come la Cina e l’India, con le loro merci a basso costo che entrano nella formazione del prezzo del lavoro, hanno dato un grande contributo alla riduzione del «prezzo naturale dell’alimentazione e del vestiario necessari all’esistenza»; ma in molti settori produttivi del nostro Paese ciò non è stato sufficiente a garantire la dovuta competitività e gli adeguati livelli di profitto. La pressione sul salario e sulle condizioni di lavoro ha dunque agito direttamente e drammaticamente, con ogni mezzo necessario (“legale” e “illegale”), e ciò è stato possibile grazie appunto all’esistenza di un esercito di miserabili sempre più numeroso. Se non è possibile investire in Cina, in Albania o in Africa, occorre realizzare in Italia (o solo in alcune zone speciali del Paese) condizioni generali di lavoro almeno paragonabili a quelle che offrono quei Paesi. O supersfruttare o perire! Giustifico forse, anche solo “oggettivamente”, il supersfruttamento? Certo che no! Mi sforzo di capire il mondo nel quale ho la ventura di vivere. Tutto qui.

Per Papa Francesco «la chiave con la quale affrontare la questione dei migranti è la Misericordia»; per chi scrive la chiave per affrontare ogni fenomeno sociale e ogni contraddizione sociale è quella che mette insieme la presa d’atto della natura necessariamente disumana della nostra società e la consapevolezza circa la possibilità del suo superamento in direzione di rapporti sociali semplicemente umani. Più che una chiave interpretativa del processo sociale evoco un miracolo, mi rendo conto.