UNA CAPORETTO! A un secolo dalla “madre” di tutte le disfatte

 

 

Al carissimo Carmelo

 

Come sarà bello, in ottobre. Staremo bene, caro,
e quando tornerai al fronte ti scriverò tutti i giorni.
(E. Hemingway, Addio alle armi ).

Ciascuno cercava di riconoscere se stesso in un morto,
di ritrovare la propria umanità in quei volti sfigurati, in
quelle specie di otri rigonfi e screpolati che pure avevano
respirato il vento e camminato nel sole.
(C. Malaparte, Caporetto!)

Aldo Cazzullo divide in due parti ben distinte la guerra del ‘15-18: «Fino a Caporetto, i nostri nonni dovettero andare all’assalto di montagne che non avevano mai sentito nominare, prendere città in cui non erano mai stati; e segnarono il passo. Ma dopo il 24 ottobre 1917 si trattò di resistere, di salvare la patria e la famiglia, di impedire che anche alle altre donne italiane venisse fatto quello che stavano subendo le friulane e le venete. Di difendere la terra: una cosa che i fanti contadini capivano bene, cui erano abituati. E fu il Piave, fu il Grappa. Una guerra che era meglio non fare, segnata da errori e anche da crimini come le decimazioni, divenne una guerra fondativa: l’Italia era giovane, gli italiani non si conoscevano, neppure si capivano tra loro; eppure dimostrarono che la loro nazione non era più un “nome geografico”, ma un fatto compiuto» (Il Corriere della Sera, 26 aprile 2017). Cazzullo è uno dei massimi apologeti del vigente regime sociale, e quindi non stupisce affatto il suo entusiasmo per la “seconda parte” del Primo macello mondiale, quella inaugurata appunto dalla disfatta di Caporetto. Egli parla di questo “secondo tempo” della tragica partita bellica che si giocò un secolo fa come di una «guerra fondativa», e in un certo senso non si sbaglia; reagendo alla catastrofe nazionale imminente la classe dominante italiana seppe infatti superare le sue divisioni interne e dissolvere una volta per tutte le ambiguità geopolitiche che ancora serpeggiavano in molti suoi  ambienti legati alla vecchia alleanza con l’Austria e la Germania. La gravissima ferita del 24 ottobre 1917 inferta al suolo patrio attivò energie materiali e spirituali ancora stagnanti e contribuì ad accelerare la maturazione del Paese come “seria” nazione capitalistica, degna del rispetto tanto agognato da parte delle Potenze europee. Come si vede la tesi del «Secondo Risorgimento Italiano», cara agli interventisti di tutte le tendenze politiche che nel “maggio Radioso” uscirono allo scoperto, non trova spazio alcuno nella mia riflessione orientata in senso radicalmente antinazionale e disfattista, un punto di vista che, detto per inciso, negli anni della Grande carneficina, e soprattutto dopo i fatti qui ricordati, veniva punito con il carcere e con la fucilazione.

Il pericolo della “belva teutonica” alle porte di Venezia riuscì a schiacciare la “timidezza bellica” dei fanti cui alludeva Cazzullo; ma ciò fu possibile anche perché allora non apparve dinanzi ai proletari e ai contadini in armi un’alternativa possibile e credibile alla sanguinosa difesa della nazione – ossia della dimensione economica, politica, ideologica e psicologica (in una sola parola: sociale) che fa degli individui dei soldati al servizio di Sua Maestà il Capitale, in “pace” come in “guerra”. Com’è noto, a Caporetto non seguì la rivoluzione sociale, secondo la ben nota indicazione degli internazionalisti europei, ma Vittorio Veneto, balsamo sull’orgoglio tramortito dei veri patrioti. In questo senso la metafora di Caporetto si può senz’altro applicare anche alla speranza di emancipazione delle classi subalterne e dell’intera umanità. Beninteso, chiamando in causa la celebre metafora non mi sto riferendo solo agli avvenimenti occorsi un secolo fa, che, sia detto per onestà intellettuale, qui prendo in esame senza alcuna pretesa di precisione e completezza storiografica.

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Sergio Romano mette in guardia da letture ideologicamente orientate sulla “madre” di tutte le disfatte: «Caporetto è una delle pagine più discusse della storia nazionale italiana. L’evento è stato raccontato e studiato sotto il profilo militare, politico e sociale con una sterminata letteratura composta di saggi, libelli e memorie personali. Ma i toni sono prevalentemente ideologici. I pacifisti se ne sono serviti per denunciare gli orrori della guerra; le opposizione socialiste e repubblicane per celebrare un processo alla monarchia e alla sua casta militare; i critici del Risorgimento per argomentare il fallimento del processo unitario; i pessimisti viscerali (una categoria piuttosto numerosa) per proclamare l’inettitudine dello Stato e delle sue istituzioni. Non ne sono sorpreso. Lo choc provocato dalla rottura del fronte e dal numero dei soldati caduti nelle mani del nemico era inevitabilmente destinato a provocare un dibattito nazionale e un esame di coscienza. Ma gli esami di coscienza sono utili quando sono fatti senza pregiudizi. La storia ideologica di Caporetto ha finito per oscurare un’altra pagina di storia nazionale. Una componente decisiva del Paese ha reagito con un soprassalto di orgoglio e un forte desiderio di rivalsa. […] È giusto quindi continuare a parlare di Caporetto. Ma non è giusto che la storia di Caporetto offuschi quella di Vittorio Veneto» (1). Romano ha perfettamente ragione; ma mentre la sua ragione è fonte di conforto per l’orgoglio nazionale, genera invece un ben diverso sentimento in chi, ed è il caso di chi scrive, vede in quell’orgoglio il più velenoso dei veleni che le classi dominanti e le stesse condizioni sociali iniettano sempre di nuovo nelle vene delle classi subalterne, le sole che, in linea di principio, avrebbero davvero l’interessate a distruggere il Capitalismo, e con esso la stessa radice sociale delle guerre moderne: passate, presenti e future. Appunto, in linea di principio: dal principio alla prassi si dà sempre un certo “scostamento dialettico”, per così dire, una distanza, spiegabile sempre in termini storico-sociali, che quando assume la dimensione del baratro spiega, ad esempio, l’adesione delle masse, o quantomeno la loro non radicale opposizione, a imprese che pure ne mettono in discussione la stessa nuda esistenza. Alla fine della Prima carneficina mondiale non pochi ex soldati si chiesero come fosse stato possibile non ribellarsi a una così abissale catastrofe umana. Una domanda che ritornerà a tormentare la coscienza degli individui umanamente più sensibili dopo la Seconda carneficina del XX secolo. «Quali altre prove dobbiamo subire, per convincerci che è venuta l’ora di farla finita con questa società?»: probabilmente la controversa, e da molti assai equivocata, tesi adorniana secondo la quale dopo Auschwitz non sarebbe stato più possibile scrivere poesie ha a che fare con quella domanda. Sto forse alludendo a una Caporetto umana? Perché no, visto che prima abbiamo scomodato il concetto di metafora. Ma come al solito sto divagando!

«Due anni di battaglie, due anni di vittorie e di gloria! Quando pareva che si dovesse intraprendere l’ultima tappa ecco annullato in poche ore tutto ciò ch’era costato infinito sangue, infinito sacrificio. Eravamo alle porte di Trieste gli austriaci giunsero alle porte di Venezia». Ho appena citato poche frasi di un articolo che Benito Mussolini pubblicò sul Popolo d’Italia il 24 ottobre 1918, a un anno esatto dalla «rotta oscura di Caporetto». Allora il «traditore del socialismo» tentò di abbozzare una prima analisi dell’ignominiosa disfatta («la Nazione era estranea all’Esercito; l’Esercito stava per rendersi estraneo alla Nazione») e, pensando probabilmente a se stesso, augurò alla Nazione che quel catastrofico evento servisse almeno a rafforzarla nel corpo e nello spirito, ossia a “romanizzarla”: «I popoli forti sanno guardare in faccia al loro proprio destino. Roma repubblicana non nascose a se stessa quella grande Caporetto che fu la battaglia di Canne. La utilizzò per tendere sino al possibile l’arco delle energie. Il bruciore rovente di una percossa può stimolare – muscoli e nervi – alla rivincita».

Richiesto qualche anno dopo di dire la sua sulla necessità di fare finalmente luce sulla disfatta di Caporetto, visto che la Commissione di inchiesta non aveva «gettato alcun fascio né grande né piccolo di luce», l’ex socialista “massimalista” diventato nel frattempo il Duce degli italiani rispose, probabilmente sulle orme di Georges Sorel, che il popolo italiano aveva bisogno di miti, non di storia. Soprattutto, mi permetto di aggiungere, se la storia contraddice nel modo più evidente e doloroso il mito della Nazione che con audacia e compattezza cerca il suo più che meritato «posto al sole» fra i Paesi che si disputano le ricchezze del mondo, dopo decenni di rilassamento geopolitico e di avvitamento in una piatta e mediocre prassi democratico-liberale. «Un atto decisivo nella “politica della memoria” del fascismo cadde nel 1924. Nel novembre di quell’anno il duce decise di nominare, assieme, Cadorna e Diaz “marescialli d’Italia”. […] Il primo impegno del fascismo fu quindi quello di offrire della guerra una memoria di regime» (2). Un capolavoro di equilibrismo politico-ideologico degno della già detestata «Italietta liberale e monarchica».

Segue qui (p. 7).

(1) S. Romano, Il Corriere della sera.
(2) N. Labanca, Caporetto. Storia di una disfatta, pp. 107-108, Giunti, 1997.