VA’ DOVE TI PORTA IL POPOLO! MA CON CALMA…

Ho appena letto la riflessione «a botta calda» sulle elezioni politiche del 4 marzo di Carlo Formenti, simpatizzante (pentito?) di Potere al Popolo, e subito mi è balenata in testa il classico “aforisma” andreottiano: «Il potere logora chi non ce l’ha». Oppure, nello specifico, le elezioni logorano chi non riesce a intercettare sufficienti voti. La quantità di voti considerata sufficiente dal soggetto politico che concorre alle elezioni dipende da molti fattori che qui sarebbe troppo lungo e ozioso elencare. Certamente l’investimento in termini di entusiasmo e di speranze (più o meno illusorie) ha una parte molto importante in tutto ciò, soprattutto per quei soggetti considerati degli outsider dall’establishment politico, e che per la prima volta tentano di entrare nei Palazzi della democrazia capitalistica, magari per inventare un nuovo “parlamentarismo rivoluzionario”.

Scrive Formenti: «In attesa di approfondire le riflessioni che quanto è appena successo mi suggerisce, non posso tuttavia esimermi da una prima reazione a botta calda. Troppa è l’irritazione che mi suscitano le reazioni di tutti quei compagni che, di fronte alla duplice schiacciante vittoria di Cinque Stelle e Lega, sanno solo insultare gli elettori italiani accusandoli di essere populisti, qualunquisti, fascisti, razzisti, sessuofobi, xenofobi e quant’altro. Per tutti costoro vale la seguente battuta di J-M. Naulot, riportata in esergo da Luca Ricolfi nel suo libro Sinistra e popolo: “Populista: aggettivo usato dalla sinistra per designare il popolo quando questo comincia a sfuggirle”. Così come vale la definizione di “negazionisti” che il giornalista americano Spannaus ha appioppato alle sinistre che negavano appunto le radici popolari della vittoria di Trump negli Stati Uniti e della Brexit in Inghilterra». Per dimostrare la mia assoluta estraneità alla sinistra comunque considerata, citerò quanto scrissi dopo le elezioni tedesche del settembre 2017, anche perché in qualche modo quella riflessione riguarda, mutatis mutandis, la società italiana:

«L’analisi del voto tedesco ha confermato ciò che anche la scienza sociale “ufficiale” ha sempre saputo: il disagio sociale vota. Come spiegare altrimenti il paradosso per cui Alternative für Deutschland, che pure ha incentrato la sua campagna elettorale praticamente solo sull’avversione alla politica d’immigrazione adottata dal governo tedesco nel 2015, ha raccolto più consensi proprio nelle zone del Paese dove più bassa è la presenza dei migranti? La risposta è abbastanza semplice: perché la paura dello straniero che viene dall’Africa ha fatto tracimare paure e frustrazioni che niente a che fare hanno con il razzismo, con la xenofobia e altro ancora. È come se chi in Germania occupa i gradini più bassi della scala sociale avesse detto a Mamma Angela: “Ma come, invece di pensare ai nostri bassi salari, alle nostre povere pensioni, a un welfare tutt’altro che irreprensibile; insomma invece di prenderti cura dei nostri problemi tu pensi agli stranieri? Vogliamo il pane e tu ci dai da mangiare la solidarietà con il diverso, che peraltro viene a rubarci quel poco che abbiamo e a minacciare la nostra sicurezza: hai dimenticato il terrorismo Jihadista? Prima la Germania, prima i tedeschi, non gli stranieri!”. Il Presidente Donald Trump ha dunque fatto scuola? Diciamo che il nostro sa come gira il pessimo mondo. Anche i sinistri della Linke hanno più volte cercato di fare l’occhiolino al razzismo e alla xenofobia del proletariato più disagiato dell’Est, per intercettarne il voto, ma i loro concorrenti di destra sono stati evidentemente più credibili su questo escrementizio terreno, e infatti l’AfD ha rubato un po’ di elettorato anche al partito degli ultra sinistrati, che adesso è costretto a fare “autocritica”». Come sempre mi scuso con i lettori per le antipatiche autocitazioni, ma spesso l’economia di pensiero reclame i propri diritti.

A differenza di Formenti chi scrive, oltre a non essere un sinistrorso, ossia un nipotino della tradizione “comunista/socialista” italiana, non è nemmeno un populista, e non avverte quindi l’irresistibile desiderio di andare là dove va il popolo, foss’anche il mattatoio bellico, i luoghi dove le masse scelgono democraticamente l’albero a cui impiccarsi, le piazze che inscenano “Primavere” che sorridono solo alle fazioni capitalistiche in reciproca e sanguinosa lotta per il potere, e altro ancora. Il Popolo non ha sempre ragione; anzi, quasi sempre esso ha torto, e questo semplicemente perché come diceva l’uomo con la barba l’ideologia dominante è quella delle classi dominanti. La stessa condizione sociale delle classi subalterne, in assenza di una seppur minima coscienza di classe e in presenza di una grave crisi economica, spinge quelle classi verso posizioni politiche ultrareazionarie, che certamente vanno comprese criticamente e non vanno aggredite con intenzione ideologica (l’ideologia come falsa coscienza: si veda la mia ventennale “battaglia culturale” contro gli antiberlusconiani e gli antileghisti “radical-chic”), ma altrettanto certamente vanno considerate per quel che sono, senza sminuirne la portata reazionaria. Invece di negare o in qualche modo sminuire il razzismo, il fascismo, la sessuofobia, la xenofobia delle e nelle masse, occorre piuttosto denunciare le condizioni sociali che fomentano quelle idee e quei sentimenti, demistificando tanto l’atteggiamento dei progressisti “radical-chic” «con la puzza sotto il naso», quanto il populismo, destrorso o sinistrorso che sia, che ama seguire la corrente “popolare” per catturare il consenso politico-elettorale dei socialmente disagiati.

Formenti disprezza, a ragione, «le sinistre che negavano appunto le radici popolari della vittoria di Trump negli Stati Uniti e della Brexit in Inghilterra»; ma in che senso egli parla di «radici popolari»? Le «radici popolari» richiamano concetti politici troppo vaghi e ambigui. Vogliamo forse negare «radici popolari» al Fascismo e al Nazismo? Vogliamo forse negare al populismo di destra (tipo Alba Dorata) solidissime «radici popolari»? Vogliamo negare che la Lega di Salvini è popolarissima soprattutto tra gli operai del Nord e i Pentastellati mietono consensi soprattutto nel proletariato meridionale assetato di assistenzialismo e di statalismo?

E infatti Formenti non lo nega, come abbiamo visto. E allora? Allora il problema si sposta sul terreno politico. Scrive il sociologo criticando – post festum – il progetto di Potere al Popolo: «Avevo detto 1) che in questo modo la chiarezza del nostro discorso contro Euro e Ue si sarebbe annacquata nell’ennesima operazione di restauro di formazioni neocomuniste incapaci di leggere il nostro tempo e sviluppare idee, obiettivi e linguaggi all’altezza della nuova realtà; 2) che così avremmo sprecato energie più utilmente investibili nella costruzione di un progetto internazionale in vista delle europee del ‘19 a fianco di Mélenchon, Podemos e altre forze populiste di sinistra, uscendo dall’asfittico minoritarismo delle vecchie sinistre radicali, 3) che qualsiasi alternativa credibile all’egemonia indiscutibile che 5 Stelle esercita oggi sulla rivolta anti-establishment delle masse popolari italiane avrebbe richiesto tempo, pazienza e fatica, 4) che tale impresa dovrebbe partire da una riflessione critica sulla necessità di costruire una sinistra nazional popolare che non abbia paura di affrontare il tema della sovranità come passaggio obbligato del rilancio della lotta di classe contro il capitalismo globale e i suoi reggicoda nostrani».

Ecco allora che le «radici popolari» di cui parla Formenti si riempiono di precisi contenuti politici, tutti rigorosamente ultrareazionari, come lascia trasparire con fin troppa chiarezza il progetto che sta al centro della sua riflessione polemica: la costruzione di «una sinistra nazional popolare». E perché non nazional socialista? Nazional Socialista, beninteso, nel senso venezuelano del concetto. Auguri!

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MARX, KEYNES E CARLO FORMENTI

marx-keynes-capitalismo-2014Su un post di qualche giorno fa, scrivendo a proposito dei «cosiddetti economisti eterodossi, ossia di scuola keynesiana e di scuola “marxista”», facevo notare che «non sempre questa distinzione ha un senso». Carlo Formenti, bontà sua, ha voluto subito confermare la mia bizzarra tesi.

Lo ha fatto recensendo Marx & Keynes. Un romanzo economico (Jaca Book) di Pierangelo Dacrema. L’autore di questo «romanzo economico» fa incontrare «questi due giganti del pensiero moderno» nella dimensione del fantastico (anche troppo), per farli discutere intorno all’«economia finanziarizzata e marchiata da spaventosi tassi di disuguaglianza che caratterizza questo indigesto inizio di secolo». «In quale misura», si chiede quello che a giusta ragione è considerato uno dei maggiori teorici del Capitalismo cognitivo/digitale in Italia, «i due potrebbero utilizzare le categorie analitiche da loro inventate per capire cosa sta succedendo al nostro mondo? Penserebbero di avere sbagliato tutto o troverebbero una qualche conferma, ancorché parziale, alle loro diagnosi e previsioni? Infine, se fosse loro concesso di dialogare, come giudicherebbero le rispettive teorie: le riterrebbero almeno parzialmente confrontabili o del tutto alternative e incompatibili?» (MicroMega, 19 giugno 2014).

Ebbene, come finisce il dialogo fra i due Giganti, («i quali, malgrado le radicali differenze di carattere, esperienza ed estrazione sociale sembrano fatti per intendersi alla perfezione»)? È presto detto: «i due sembrano alla fine concordi nell’attribuire al denaro – a un denaro “impazzito” e sviato dalla sua originaria funzione di medium dello scambio – la colpa della catastrofe che stiamo vivendo, per cui la seconda vita della coppia sarà destinata alla elaborazione dei principi di una economia post monetaria».

Che delusione, il Marx rincitrullito dal Finanzcapitalismo fantasticato da Dacrema per il sollazzo dottrinario di Formenti e di tutti i tifosi dell’alleanza Marx-Keynes in funzione antiliberista. Personalmente preferisco di gran lunga l’avvinazzato di Treviri che, contro ogni concezione feticistica del meccanismo economico (ad esempio, quella proudhoniana da egli derisa nella Miseria della filosofia), individuò nel denaro non una cosa, una tecnologia economica basata sulla naturale socialità degli uomini, così inclini a scambiarsi ogni genere di cose per la reciproca soddisfazione, ma piuttosto l’espressione di un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento il cui presupposto e il cui risultato è la produzione non di valori d’uso (beni) destinati alla mera soddisfazione di bisogni individuali e collettivi, ma di valori di scambio (merci) la cui ragion d’essere sta unicamente nella loro natura di contenitori di valore (valore e plusvalore), base materiale di ogni forma di profitto e di rendite. Senza la misura astratta del valore di scambio, radicata nell’altrettanto astratto (cioè sociale) lavoro vivo, il denaro non sarebbe nemmeno concepibile: altro che «originaria funzione di medium dello scambio»!

Come già avevano capito gli economisti “classici”, il segreto del denaro (e di tutto ciò che a esso fa in qualche modo capo, in modo diretto o mediato) è il lavoro sociale: tutto il resto non è che circolazione di ricchezza fittizia, teologica moltiplicazione dei pani e dei pesci (ad esempio sottoforma di derivati e sottoderivati), arricchimento dell’uno ai danni dell’altro, creazioni di bolle speculative che fanno il successo (o la disgrazia) degli investitori – e dei creatori di balle dottrinarie intorno al Capitalismo 2.0.

Insomma, anche nel XXI secolo il denaro presuppone il mondo capitalistico, a partire da quella cosiddetta “economia reale” fondata sul lavoro salariato (cioè sfruttato) che tanto piace ai miserabili cultori dell’etica del lavoro e del “giusto profitto” ottenuto attraverso il “duro ma dignitoso” lavoro che la società assegna ai detentori di capitale. È questo mondo, sussunto in maniera sempre più stringente e totalitaria alla bronzea legge del profitto, che ha reso storicamente possibile il dominio del capitale finanziario su ogni forma di attività economica e che rende possibile ogni “avventura speculativa” tutte le volte che al capitale monetario si presenta l’occasione di più alti, rapidi e comodi profitti che non quelli prospettati dalla “economia reale”. “Impazzito” non è il denaro, ma un regime sociale sequestrato nella dimensione dell’astratto valore di scambio, e quindi nella maligna dimensione del lavoro salariato, il quale presuppone e pone sempre di nuovo, con ossessiva coazione a ripetere, il rapporto sociale capitalistico della vigente epoca storica.

6a594e45ed004f2f26d5d903a890e77fUscire dalla dimensione dell’economia monetaria significa necessariamente superare la dimensione capitalistica, a cominciare dalla magagna suprema: il lavoro salariato, che poi è un altro modo di chiamare il Capitale. Puntare i riflettori sul “denaro impazzito” significa continuare ad alimentare il luogo comune del denaro come sterco del Demonio che da sempre ha facile presa sull’opinione pubblica, soprattutto su quella parte di essa più colpita dalle crisi economiche. I “populisti” e i “demagoghi” d’ogni tempo e tendenza politica hanno sempre trovato il modo di cavalcare quel luogo comune ai fini della conservazione sociale.

Secondo Formenti il Marx e il Keynes immaginati da Dacrema si sono «resi conto di essere stati resuscitati per compiere una missione precisa»: salvare il Capitalismo dalle sue stesse contraddizioni (come si evince anche dalle riflessioni di Formenti)? Una cosa del genere appare plausibile per un Keynes, il quale operò sempre ed esplicitamente in questo senso. La stessa cosa mi appare ridicola oltre ogni misura in rapporto al comunista tedesco, anche sul terreno della più fervida immaginazione. Ma naturalmente ognuno è libero di immaginare ciò che più gli aggrada, tanto più se il “cane morto” è morto davvero e non può più mordere chi lo chiama inopinatamente in causa. (La cosa ovviamente vale anche e soprattutto per chi scrive, che non a caso ricusa di definirsi col nome del Moro di Germania, pace all’anima sua).

Dimenticavo un dettaglio di una certa pregnanza: «Per compiere quest’ultima missione Marx e Keynes saranno trasformati in docenti di economia all’Università di Bangor, da dove inizieranno a diffondere il nuovo verbo». Una conclusione più “gramsciana” di questa difficilmente si sarebbe potuta concepire: la funzione egemonica dell’intellettuale ha dunque ancora qualcosa da dire! Perlomeno sul piano della fantasia…

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CHIMERE LETALI

IL PIANTO GRECO DI CARLO FORMENTI

CHIMERE LETALI

1468490451327Nel suo interessante libro Utopie letali (Jaca Book, 2013) Carlo Formenti prende di mira le «utopie “di sinistra”», le quali secondo l’autore «hanno poco a che fare con l’utopia comunista che ancora spaventa il capitale» (p. 7). Tesi che mi sento di condividere pienamente, e che già spiega in qualche modo il giudizio di cui sopra. Non è mia intenzione soffermarmi su ogni tema toccato dall’autore (dal «divorzio fra democrazia e mercato» alle «sperimentazioni sociali» in atto in Americana Latina, soprattutto nella Venezuela di chávista, passando per la critica all’ideologia-prassi neoliberista, ecc.); qui mi limito a toccare solo alcune questioni poste nel libro.

Cerchiamo intanto di capire meglio quali sono «le utopie letali con cui polemizza questo libro»: «si tratta delle utopie di quelle sinistre “movimentistiche” postmoderne, postideologiche, postmateriali, postindustriali (l’elenco potrebbe andare avanti per pagine e pagine, ma ve le risparmio) che hanno sostituito le velleità rivoluzionarie con il sogno di un crollo indolore del capitalismo che dovrebbe essere provocato da improbabili mutazioni della psicologia e dell’antropologia individuali, oppure dalle lunghe marce per i nuovi diritti, o dall’invenzione di “terze vie” che ci proiettino oltre la dicotomia fra pubblico e privato, oppure da tutto questo assieme e da altro ancora.
La lista delle ideologie chiamate in causa è lunga e, apparentemente, eterogenea: neo e postoperaisti, neo anarchici, benecomunisti, girotondini, parte dei movimenti femministi, ecologisti e pacifisti; soggetti in cerca di riconoscimento identitario; entusiasti della democrazia di Rete; paladini dei nuovi diritti, ecc.». Chi segue il mio blog certamente avrà notato una certa assonanza tra ciò che scrive Formenti e le polemiche che assai più modestamente organizza chi scrive contro gli ottimisti della rivoluzione, quelli che gridano entusiasticamente Rivoluzione!  a ogni sussulto – a volte perfino a ogni peto, con rispetto parlando – del processo sociale, nonché contro i teorici del post-tutto (o oltrismo: oltre Marx, oltre il Capitalismo, oltre la legge del valore, oltre la modernità, oltre il pubblico, oltre… l’oltre!), intellettuali di successo sempre alla nevrotica ricerca di «nuovi soggetti sociali» cui attribuire la pesante responsabilità di «nuova classe rivoluzionaria». Di qui, probabilmente, il loro imperituro successo come – sedicenti – avanguardie rivoluzionarie.

Sotto questo aspetto, di particolare interesse ho trovato la critica che Formenti rivolge ai teorici del cosiddetto Capitalismo cognitivo, Antonio Negri in testa, i quali «hanno occhio solo per il lavoro immateriale di knowledge workers» e «in particolare sostengono che oggi il general intellect non si oggettiva nel lavoro morto, cioè nel sistema delle macchine, bensì nella cooperazione sociale spontanea e nella produzione di “sapere vivo”. Per questo motivo, aggiungono, il lavoro vivo, pur dipendendo tuttora dall’impresa capitalistica nella sua attuale forma di rete, sarebbe in grado di auto-organizzarsi indipendentemente dal comando capitalistico […] Queste tesi esprimono un’incredibile sottovalutazione della capacità del nuovo sistema di macchine di sovra determinare non solo l’organizzazione, ma anche la stessa antropologia del lavoro» (p. 81). Comprensibilmente l’autore di Utopie letali si stupisce di come certi intellettualoni che dovrebbero conoscere a fondo il meccanismo capitalistico nell’epoca della sussunzione totalitaria di tutto e tutti al Capitale, prendono invece gigantesche cantonate quando si tratta di analizzare criticamente prassi sociali il cui significato va nel senso di un sempre più radicale, stringente, capillare e profondo dominio del rapporto sociale capitalistico. Rimandando il lettore alla critica dei teorici del Capitalismo 2.0 svolta in diversi post e nel mio Dacci oggi il nostro pane quotidiano, qui mi permetto di citare un passo di Cripto-moneta del comune e “acciarpature monetarie”:

«Per una bizzarria del pensiero che andrebbe indagata più a fondo, i teorici del bio-capitalismo cognitivo osservano una contraddizione in grado di far sviluppare forme economiche alternative incompatibili con lo sfruttamento del lavoro e con la ricerca del massimo profitto, là dove invece la contraddizione, che è immanente al concetto stesso di Capitale, attesta il continuo approfondimento del rapporto sociale capitalistico. Riformisticamente, essi rigettano l’ipotesi rivoluzionaria “classica” come unica via maestra in grado di superare con un movimento in avanti la contraddizione. La cosa si mostra con particolare evidenza a proposito del mitico general intellect, che in Marx ha una pregnanza concettuale potentemente dialettica (rivoluzionaria), mentre nei teorici di cui sopra esso svolge una funzione ideologica chiamata a supportare chimerici programmi comunardi da realizzarsi hic et nunc, nell’ambito stesso del Capitalismo, e intellettualistiche congetture intorno a supposti nuovi soggetti rivoluzionari […] Solo la Rivoluzione sociale è in grado di rovesciare dialetticamente la Potenza del Capitale, di assestare un colpo mortale ai vigenti rapporti sociali, i quali danno corpo a una prassi che rende sempre più possibile l’emancipazione integrale (materiale e “spirituale”) degli individui nello stesso momento in cui la nega sempre di nuovo nel modo più violento. Se non si comprende questo, 1. si rimane abbagliati dalla strapotenza del Capitale (per reagire alla quale l’ideologia degli ottimisti della “rivoluzione” offre sempre mille illusorie vie di fuga concettuali), 2. facilmente si nutrono bizzarre idee intorno a «questo tempo di algoritmi macchinici», 3. si cullano false – ancorché poco allettanti – speranze su «una possibilità per costruire un sistema monetario e finanziario alternativo, in grado di superare i nodi contraddittori e iniqui del capitalismo contemporaneo» (Fumagalli)».

11_MGzoomNaturalmente condivido l’opzione decisamente rivoluzionaria che Formenti sembra avanzare quando sostiene che «il capitalismo non cade da solo, né possiamo illuderci che siano le richieste di diritti e riconoscimenti identitari a rovesciarlo». E come non condividere il suo invito, che colpisce in pieno «lo spontaneismo, l’orizzontalismo organizzativo e culturalista degli ultimi decenni», a «tornare a riflettere sull’idea di partito come organizzazione antagonistica degli interessi di classe, un concetto che va tuttavia adeguato alle attuali condizioni di frantumazione delle soggettività, inventando nuove forme organizzative e nuove procedure decisionali»?

Purtroppo tanto sul terreno squisitamente politico, il terreno appunto del partito di classe (o della classe che si fa partito, marxianamente e dialetticamente parlando), quanto su quello dell’associazionismo operaio e proletario genericamente inteso, siamo praticamente all’anno zero, perché le vecchie forme, anche quelle un tempo più adeguate a una prassi autenticamente rivoluzionaria, oggi non sono replicabili. Insomma, il nuovo Manifesto del Partito Comunista e il nuovo Che fare? aspettano ancora di essere scritti. Lo saranno?

Perché allora sopra ho scritto sembra? Perché avanzo forti dubbi intorno alla reale portata rivoluzionaria delle tesi elaborate da Formenti? Semplicemente perché non mi basta il pur generoso incitamento a «testimoniare la verità», a continuare a chiamare, contro il pensiero unico liberale-riformista, «le cose con il loro nome: lotta di classe, sfruttamento, comunismo, eccetera». Più che di nominare le cose, si tratta infatti di sviscerarne il contenuto, di precisarne il concetto. Per quanto mi riguarda possiamo chiamare il comunismo Pippo, purché si faccia chiarezza intorno alla sua sostanza concettuale, con ciò che ne segue sul piano dell’interpretazione storica e della prassi. Gli stalinisti di tutte le tendenze per decenni si sono riempiti la bocca di comunismo, lotta di classe, rivoluzione, dittatura proletaria e via di seguito blaterando, per riferirsi a concetti e a pratiche che giudico l’esatto opposto di quanto Marx e Lenin avevano elaborato e praticato. Anche – non solo – per non venir associato a questi ultrareazionari personaggi rifuggo da certe pompose autodefinizioni, e come Marx mi proclamo non marxista. Ma ritorniamo a Formenti.

«Le periodizzazioni sono sempre opinabili, ma resta un dato storico inconfutabile: a partire dai primi anni Ottanta, il filo rosso che corre dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’Ottobre, proseguendo nel secondo dopoguerra con le lotte operaie in Occidente e con le guerre di liberazione in Asia, Africa e America Latina, si spezza definitivamente. La caduta del Muro di Berlino non ha fatto altro che calare il sipario su una tragedia che si era consumata da tempo» (p. 151). In questo caso la periodizzazione più che opinabile mi sembra del tutto infondata. Il filo rosso di cui parla Formenti si spezzò non «a partire dai primi anni Ottanta» del secolo scorso, in concomitanza con l’ascesa del thatcherismo, del reaganismo e – su una scala assai più modesta, diciamo casalinga – del craxismo, ma appunto con il trionfo dello stalinismo alla fine degli anni Venti. Lo stalinismo, lungi dall’essere stato la continuazione dell’Ottobre con altri mezzi, nelle mutate circostanze interne e internazionali, fu invece l’espressione-strumento: 1. della controrivoluzione capitalistica internazionale dopo l’ondata rivoluzionaria postbellica (vedi «biennio rosso» in Italia e in Germania), 2. dell’accumulazione capitalistica a ritmi accelerati in Russia e 3. della continuità imperialistica della Russia (di qui anche la scelta di promuovere innanzitutto l’industria pesante, a detrimento dell’industria dei beni di consumo e dell’agricoltura) dopo la brevissima parentesi rivoluzionaria.

Dal punto di vista del proletariato internazionale lo stalinismo fu una controrivoluzione, mentre dal punto di vista dello sviluppo capitalistico russo esso giocò una funzione storicamente progressiva. Com’è noto, nell’Ottobre ’17 Lenin tentò il Grande Azzardo per mettere il giovane proletariato russo all’avanguardia del movimento operaio internazionale, non certo per trasformare il suo partito in un eccezionale strumento al servizio dell’accumulazione capitalistica. Per questa triste bisogna, sarebbero bastati i menscevichi e i socialisti rivoluzionari, i quali infatti denunciarono il programma leniniano esposto nelle Tesi d’aprile come l’opera di un pazzo visionario. Per la verità, non pochi bolscevichi allora pensarono la stessa cosa, a dimostrazione di quanto sia difficile mantenere fermo il punto di vista di classe nelle grandi svolte della storia.

Mutatis mutandis, in Cina il maoismo rappresentò l’ala più radicale, e alla fine vincente, della rivoluzione nazionale-borghese basata sui contadini. La fragile natura proletaria del comunismo cinese evaporò alla fine degli anni Venti, anche grazie all’intervento di Mosca nella lotta di classe in Cina. Che il Partito di Mao si proclamasse “comunista”, come il cugino russo, può forse fare qualche differenza in sede di analisi storica? Certamente. Ma in questo senso: grazie allo stalinismo e alla sua variante cinese nel mondo è circolato un mito (o una balla speculativa) che con il socialismo non aveva nulla a che fare. E ne piangiamo ancora le conseguenze, come lo stesso Formenti conferma.

Apepperosa__chimera_gIl crollo del Muro di Berlino non ha dunque rappresentato «Il venir meno di qualsiasi alternativa – per quanto “nominale” – alla società capitalistica» (p. 68), ma piuttosto la ratifica della sconfitta subita dell’Unione Sovietica, Paese capitalistico/imperialista alla stessa stregua dei suoi avversari,  nella competizione interimperialistica chiamata Guerra Fredda.

Sul post del 18 marzo scrivevo: «Nel definire il concetto di Guerra Fredda, Thomas L. Friedman mette avanti lo scontro ideologico fra due sistemi sociali alternativi, cosa che indusse Fukuyama, per la verità un po’ troppo in anticipo sui tempi, a dichiarare la fine della storia allorché uno dei due poli maggiori della contesa interimperialistica (quello cosiddetto Sovietico) crollò miseramente, e con una rapidità che allora sorprese solo chi ignorava la disastrata condizione dell’economia russa». Anche Formenti sembra prendere sul serio la tesi di Fukuyama, sebbene per affermare un atteggiamento politico di rivalsa nei confronti del «Capitalismo neoliberista» trionfante.

La «delegittimazione non solo di teorie, ideali e speranze, ma delle stesse parole che per un secolo e mezzo, dalla pubblicazione del Manifesto di Marx ed Engels alla fine del XX secolo, erano servite a nominarli», non si verifica, come sostiene il Nostro, nel 1989 e negli anni che videro il miserabile crollo dell’ex «Patria del Socialismo» (ancorché «reale»: sic!), ma ben prima, molto tempo prima, con la semplice esistenza di un «socialismo reale» in Russia, nei suoi «Paesi Fratelli», in Cina, in Vietnam, nella Corea del Nord, e così via.

A pagina 74, l’autore scrive che «fra i primi anni Sessanta e la metà degli anni Settanta del secolo scorso», in risposta alle trasformazioni intervenute nella struttura industriale del capitalismo avanzato, Renato Panzieri, Mario Tronti, Antonio Negri, Romano Alquati e altri intellettuali di sinistra andarono «all’assalto dell’ortodossia marxista del PCI». Ora, quella che Formenti definisce «ortodossia marxista del PCI» in realtà non fu che la variante italiana, diciamo togliattiana, dello stalinismo. Gran parte degli errori teorici di Negri si spiegano con il suo tentativo di colpire quello che negli anni Settanta egli definiva «il movimento operaio ufficiale» (il PCI di Togliatti-Longo-Berlinguer e la CGIL di Lama), concepito, erroneamente, come espressione della vecchia composizione di classe, superata dal Capitalismo «postmoderno», e non come movimento politico-sociale borghese tout court. La teorizzazione della Moltitudine e del «proletariato cognitivo» di oggi ha molto a che fare con la teorizzazione dell’«operaio sociale» di ieri.

Il novantenne (auguri miglioristi!) Macaluso ha ragione quando sostiene che il PCI non è morto con Renzi: «Il Pci non esiste più dal 1991, quando fu travolto dalle macerie del Muro crollato due anni prima». Il Partito Comunista d’Italia nato a Livorno nel ’21 morì invece con la sua stalinizzazione iniziata “diplomaticamente” da Gramsci* e continuata con mezzi più sbrigativi da Palmiro il Migliore. Insomma, la «sinistra storica», quella dedita all’«ortodossia marxista», gronda stalinismo da tutte le parti.

Ecco perché quando nell’Introduzione Formenti scrive che, «se si vuole gestire la transizione a una civiltà postcapitalista, occorre tornare a ragionare, con Gramsci, anche sul “farsi Stato” delle classi subordinate e sulla loro capacità egemonica», il consiglio giunge al mio orecchio con un suono assai sinistro. È la stessa sgradevole sensazione acustica che da ragazzino provavo quando taluni “comunisti radicali” parlavano di «dittatura del proletariato» e mi invitavano a leggere il Libretto Rosso di Mao, oppure Materialismo dialettico e materialismo storico di Stalin.

Se un rimprovero si deve dunque muovere alla «nuova sinistra», e per la verità allo stesso Formenti, è quello di non avere fatto i conti fino in fondo con lo stalinismo; non solo, ma di avere a un certo punto contrapposto a esso ideologie e “modelli sociali” che proprio nello stalinismo e nell’esperienza russa post-rivoluzionaria avevano la loro radice. Alludo ovviamente al maoismo e al “comunismo cinese”, in primo luogo, e poi al castrismo, al guevarismo e via di seguito. Lo stesso DNA politico-ideologico delle brigate rosse appartiene a quella cattiva storia (vedi, ad esempio, la loro mitologia resistenzialista intorno alla «rivoluzione tradita» dal PCI togliattiano), come peraltro hanno riconosciuto i politologi più competenti e meno organici alla tradizione “comunista”. Insomma, più che di utopie letali io parlerei, a questo proposito, di chimere letali.

* Scrive Giorgio Galli nella sua Storia del PCI (Bompiani, 1976) a proposito del Comitato esecutivo del partito comunista a guida gramsciana (1925): «Il linguaggio, che riecheggia quello dell’apparato staliniano che in quegli stessi mesi sta preparando il terreno per il XIV Congresso del partito che ormai controlla, corrisponde a un nuovo concetto per il quale i dirigenti in carica si identificano col partito. Quando infatti la sinistra osserva che se ha dovuto organizzarsi in corrente è perché gli organi del partito funzionano da centro di coordinazione della corrente gramsciana, tocca a Longo, dirigente della Federazione giovanile sino a pochi mesi prima su posizioni di sinistra e che ora svolge un ruolo di punta nella campagna contro Bordiga, replicare che, anche in fase congressuale, “vi deve essere una centrale che ordina e dei compagno costretti, dalla disciplina, a ubbidire”. […] Dunque, da nemico della Centrale, cioè del partito, l’oppositore [antistalinista] è già trasformato in “agente provocatore”. E alle parole seguono i provvedimenti disciplinari: nel giugno Ugo Girone viene espulso. […] Nello stesso mese di luglio Terracini viene arrestato, ma in agosto Togliatti, scarcerato per amnistia [sia da stalinista che da statista l’amnistia sarà per Palmiro una sorta di destino… ], torna a fianco di Gramsci per dirigere con lui la battaglia contro le superstiti velleità bordighiane. […] Alla presunta ragione che la Russia conferiva all’argomentazione di Gramsci, la grande maggioranza dello stato dirigente del Pci sacrificò il principio dell’esame critico, tollerando le falsificazioni e le sopraffazioni» (pp. 112-118).

La leggenda metropolitana del Gramsci antistalinista della prima ora è parte di quella vicenda segnata dall’accecamento ideologico, dalle falsificazioni più pacchiane e dalle sopraffazioni più odiose, in Italia come in Russia – vedi la tragica storia dei comunisti italiani che si rifugiarono in quella che credevano fosse la «Patria del socialismo» per sfuggire alla persecuzione fascista, salvo finire nella brace stalinista.

IL MONDO SECONDO CASALEGGIO

gianroberto-casaleggio-marketing-virale-770x477Per Casaleggio «La Rete rende possibili due estremi: la democrazia diretta con la partecipazione collettiva e l’accesso a un’informazione non mediata, oppure una neo-dittatura orwelliana in cui si crede di conoscere la verità e di essere liberi, mentre si ubbidisce inconsapevolmente a regole dettate da un’organizzazione superiore. Può essere che si affermino entrambi» (Intervista al Corriere della Sera, 23 giugno 2013). Qualcuno avverta il noto guru del marketing politico e della democrazia 3.0 che 1. la «democrazia diretta con la partecipazione collettiva e l’accesso a un’informazione non mediata» è una merce ideologica che già puzza di rancido lontano un miglio, e che 2. siamo già, e da tempo, nell’evocato scenario orwelliano. Anzi, siamo oltre quello scenario, perché la realtà capitalistica, così intimamente penetrata e fecondata dalla potenza tecno-scientifica, è in grado di far impallidire ogni più fervida immaginazione – alludo anche allo sterminio industriale chiamato Seconda guerra mondiale, un inferno che a detta di molti “esperti” ha fatto impallidire lo stesso Satana – mentre ha ringiovanito un Moloch in agonia.

brookes_PRISM-490Le recenti rivelazioni sul Grande Fratello a stelle e strisce si limitano a confermare quello che solo pochi ingenui non sapevano, e lo zelo con il quale tutti noi partecipiamo al Grande Evento mediatico che va in onda ogni secondo del giorno e della notte sul Web la dice lunga sulla nostra pessima condizione esistenziale. Siamo tutti presi nella e dalla Rete, e non sto parlando solo di tecnologia. Quando Casaleggio dice che esiste la possibilità che i «due estremi si affermino entrambi», in fondo egli mostra di intuire qualcosa di molto profondo che riguarda la dinamica sociale di questo tempo, anche se non ne comprende l’essenza storica e sociale. E difatti sostiene, come se fosse la cosa più desiderabile, bella e umana del mondo che «Il cittadino deve diventare istituzione». Qui è «l’utopia negativa» di 1984 che trova una puntuale conferma e un suo superamento, in direzione di una sempre più organica («biopolitica») integrazione degli individui nel meccanismo sociale. «Egli era riuscito vincitore su se medesimo. Amava il Grande Fratello».

Naturalmente «l’organizzazione superiore» di cui si tratta non ha niente a che fare con i poteri mondiali occulti di cui cianciano i complottisti e i cultori di Matrix: si tratta piuttosto, e “banalmente”, dell’organizzazione capitalistica. Meglio: dei vigenti rapporti sociali di dominio e di sfruttamento che reggono la Società-Mondo del XXI secolo. Per dirla con il barbuto di Treviri, si tratta di una vera e propria potenza sociale occulta, che agisce alle nostre spalle – evidentemente anche alle spalle dei guru più scafati –, nonostante siamo noi stessi a generarla tutti i santi giorni, semplicemente lavorando, acquistando, consumando, “relazionando”, in una sola parola: vivendo. Una demoniaca dialettica che i teorici della «trasparenza totale» a mezzo Internet non capiranno mai. Anche i teorici benecomunisti del marxiano General Intellect, interpretato ideologicamente come Potere e Contropotere – qui e ora –, mostrano di non saperla poi così lunga sul Capitalismo dei nostri “cognitivi” tempi.

il-protagonista-di-1984«Gli individui sono sussunti alla produzione sociale, la quale esiste come un fatto a loro estraneo; ma la produzione sociale non è sussunta agli individui e da essi controllata come loro patrimonio comune. Niente può essere dunque più falso e insulso che presupporre, sulla base del valore di scambio, del denaro, il controllo degli individui associati sulla loro produzione globale» (K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, La Nuova Italia). E se gli individui non controllano la «loro produzione globale», la quale presuppone e genera sempre di nuovo peculiari rapporti sociali (espressi appunto nel valore di scambio e nel denaro), oltre che un mondo fatto di oggetti, di pensieri, di sentimenti; se essi non hanno potere sulla prassi che quotidianamente ne assicura l’esistenza (materiale e “spirituale”), è chiaro che parlare di libertà, di libera scelta, di trasparenza e quant’altro ha il significato di una maligna presa in giro, non importa se confezionata in buona o cattiva fede.

«Il capitalismo», dice il Nostro, «non è morto con internet ed è ovvio che lo sfrutti per ottenere il massimo di profitto, ma non credo che questa sia la tendenza nel lungo termine. In Rete le idee hanno un valore superiore al denaro. Il Movimento 5 Stelle ne è una prova». Diciamo che si tratta di una prova che convince solo quelli che sono già convinti. Per quanto riguarda la «tendenza nel lungo termine» possiamo dire, con Keynes, che essa non ci riguarda, almeno in quanto essere senzienti. D’altra parte, tutto quello che accade nel mondo “reale” e in quello cosiddetto “virtuale” ci dice che la dittatura del profitto non può che espandersi e radicalizzarsi.

In un saggio di Carlo Formenti del 2002 (Mercanti di futuro, Einaudi) ho trovato dei passi che forse aderiscono al fenomeno-Casaleggio: «L’arcipelago delle sturt-up, dal quale provengono le spinte più avanzate all’innovazione tecnologica e organizzativa, è terreno di coltura di ideologie non meno ambigue, oscillanti fra esaltazione neoliberista e nuove forme di cooperazione sociale […] L’utopia del marketing “politicamente corretto”, con il suo sforzo di conciliare relazioni sociali e mercato, riflette la pratica de quel pulviscolo di piccole-medie imprese che, per conquistare nicchie di mercato, hanno dovuto integrarsi con il variegato universo delle comunità virtuali». Praticamente una foto del nostro guru.

IL PIANTO GRECO DI CARLO FORMENTI

«Con la scusa di “risanare” un territorio urbano che le esauste casse delle amministrazioni locali (falcidiate dai tagli dei governi neoliberisti) non riescono più a curare, industrie e società finanziarie globali allungano gli artigli sugli spazi pubblici che, una volta trasformati in proprietà privata, non vengono più presidiati e difesi dalla polizia ma da guardie armate assoldate dai nuovi padroni. Così lo spazio pubblico si restringe e si restringono anche i diritti di fruizione che tradizionalmente lo regolavano, sostituiti dall’arbitraria volontà dei proprietari fatta valere con la forza». Questo scriveva ieri Carlo Formenti sul blog di MicroMega, commentando la «durissima polemica sulla privatizzazione degli spazi pubblici» in corso in Inghilterra, anch’essa alle prese con la crisi economica che “travaglia” l’intero Occidente.

Denunciare la disumana potenza espansiva del Capitale, il suo sempre più incalzante totalitarismo sociale – che, a volte, indossa i panni del totalitarismo politico, l’eccezione che, per dirla con Carl Schmitt, spiega la regola e se stessa –, è il minimo sindacale che ci si deve aspettare da un pensiero che si vuole critico. Ma Formenti non esercita la critica, bensì la lamentela, anzi: l’indignazione, per citare articoli alla moda. Egli fa l’apologia di un Capitalismo rispettoso dei «diritti di fruizione», del contratto sociale e dei beni pubblici, e con ciò stesso mostra tutta la sua – inconsapevole, e perciò ancora più disarmata – subalternità nei confronti dell’ideologia dominante, la quale, come diceva Quello, è l’ideologia della classe dominante. Necessariamente. E l’ideologia ancora dominante, anche nella patria del modello «liberista-selvaggio» tanto disprezzato dai progressisti, è quella che vuole l’economia essere rispettosa dei «diritti umani», dei lavoratori, dell’ambiente e balle speculative dello stesso tenore. E se non lo è, a cagione dei soliti cinici operatori economici (i vampiri dell’Alta Finanza in testa!), ovvero a causa di politici corrotti e/o incapaci, potrebbe esserlo, di più: dovrebbe esserlo.

Non mi stancherò mai di ripetere che nella società capitalistica in generale, e in quella del XXI secolo in particolare, ossia nella fase totale del Capitale (un concetto che ingloba tanto la sua dimensione geosociale quanto la sua dimensione esistenziale: tutti noi!) il bene comune è una menzogna, dietro la quale si cela la realtà di rapporti sociali interamente orientati al massimo e immediato profitto. Come ho scritto nel mio modesto lavoro “economico” criticando i teorici del benecomunismo, oggi «non esiste alcun “Comune”, perché tutto quello che esiste sotto il vasto cielo della società capitalistica mondiale (o “globale”) appartiene con Diritto – ossia con forza, con vio­lenza – al Capitale, privato o pubblico che sia. Il Capitale non si appropria arbitrariamente “il Comune”, non lo “privatizza”, ma estende piuttosto continuamente la sua capacità di trasfor­mare uomini e cose in altrettante occasioni di profitto, e può farlo perché l’intero spazio sociale gli appartiene, è una sua creatura, una sua naturale riserva di caccia» (Dacci oggi il nostro pane quotidiano).

Come dimostra Marx (vedi Il segreto dell’accumulazione originaria, Il Capitale, I, cui peraltro fa riferimento lo stesso Formenti all’inizio del suo pezzo), parlare di proprietà comune  (e, per estensione, di Comune, bene comune, bene pubblico) dopo il XVIII secolo è un puro anacronismo, almeno in Inghilterra e nelle metropoli del Capitalismo mondiale. Si desidera illudere se stessi e la gente che esiste, nel XXI secolo, un Comune da difendere con le unghie e con i denti dall’assalto del «neoliberismo» e dalla «cupidigia del capitalismo post moderno»? Accomodatevi! Di certo non sarò mai con i nostalgici del Capitalismo del bel tempo che fu – quando, detto di passata, esisteva ancora il «socialismo reale», il quale, dopo tutto, non era poi così male, a parte qualche piccola magagna…

«Da noi, intanto, il governo dei “tecnici” ci ha appena comunicato che, per risanare i buchi del pubblico bilancio, metterà in vendita i pezzi pregiati del nostro patrimonio pubblico, sia a livello dei beni dello stato centrale, sia a livello dei beni del governo locale: beni mobili e immobili, beni demaniali, partecipazioni in imprese municipalizzate e quant’altro finiranno nelle mani di privati che ne faranno ciò che vorranno (li trasformeranno cioè in fonti di profitto ignorando interessi e diritti dei comuni cittadini)». Nella società capitalistica comanda la totalitaria legge del profitto: che scandalo!

La crisi economica ha reso evidente quello che le briciole materiali e “spirituali” dei tempi cosiddetti grassi nascondevano, e cioè il fatto che tutto quello che in qualche modo entra in conflitto con le esigenze dell’accumulazione capitalistica deve venir spazzato via. È solo una questione di tempo. Tutti i diritti particolari devono fare i conti con questo diritto universale, il quale sta scritto nella prassi, nel linguaggio della vita reale, sempre per civettare con l’ubriacone di Treviri, non certo sui libri sacri che cianciano di «diritti umani», contratti sociali, beni comuni, e luogocomunismi di identico vile conio. Ad esempio, un Welfare che non si armonizza più con il processo che sempre di nuovo crea la ricchezza sociale deve necessariamente confessare il proprio fallimento. agli inizi degli anni Ottanta la Thatcher in Inghilterra e Reagan negli Stati Uniti si limitarono a ratificare un dato di fatto. Oggi ci risiamo.

Tra l’altro, e a dimostrazione di quanto dinamici, fluidi e transitori siano i rapporti di forza intercapitalistici, alla fine degli anni Settanta del secolo scorso spettò all’Inghilterra assumere i panni della cicala dispendiosa, del Paese infetto e reietto – vedi l’odierna Grecia. Nel 1976 Stati Uniti e Germania Federale accusarono la spesa pubblica inglese di ostacolare la ripresa del ciclo economico, e intimarono il governo di Sua Maestà a procedere sulla via del «rigore economico», ossia delle privatizzazioni e del taglio della spesa pubblica. Datevi una mossa con la spending review! Nel dicembre di quell’anno Londra, dopo aver assicurato gli “alleati” circa la sua volontà di voler mettere la testa a posto, ricevette dal FMI un prestito di 3,9 miliardi di dollari. Chiudo la breve digressione “storica”.

Allora bisogna prendere atto della maligna natura del Capitale, e del Leviatano che ne è il cane da guardia, senza fiatare? Tutt’altro! Prendere coscienza della reale natura della potenza sociale che ci tiranneggia, sia durante i boom economici, sia nel corso delle crisi economiche, tanto nel seno della forma democratica del dominio sociale, quanto in quella dittatoriale; assumere questa radicale consapevolezza significa capire con che cosa abbiamo a che fare e scoprire le straordinarie potenzialità sociali che pulsano nel ventre del Dominio.

Il problema non è «il neoliberismo all’assalto dei beni pubblici», ma il Capitale (il rapporto sociale capitalistico) all’assalto dell’intero spazio esistenziale degli individui. È con questa consapevolezza che dobbiamo approcciare il terreno delle lotte parziali, le quali, hegelianamente, lasciano intravedere scenari di più vasta e ambiziosa portata. A patto che si abbandoni la miseranda prospettiva della difesa di uno status quo (il vecchio Welfare, il vecchio «patto sociale» ecc.) che il processo sociale mondiale (vedi l’ascesa capitalistica della Cina, dell’India, del Brasile e via discorrendo) ha reso obsoleto ormai da decenni, e a cui la crisi economica ha inferto l’ultimo colpo, forse il decisivo.

Dopo l’esito delle elezioni in Grecia Formenti appare sconsolato, depresso, pessimista fino al “qualunquismo”: «Tanto, come dimostra il caso greco, la casta neoliberista attribuisce al voto popolare lo stesso valore della carta igienica con cui si pulisce il lato B. Il tutto nell’assordante silenzio delle forze politiche che hanno ancora la faccia tosta di definirsi “di sinistra”. Fino a quando permetteremo loro di abusare della nostra pazienza?». Casta neoliberista versus forze del progresso: ecco in quali ideologici (falsi) termini il Nostro ha interpretato il rito democratico della “fatale” domenica. Peraltro, non la «casta neoliberista» ma l’ormai ultrasecolare prassi capitalistica – nell’accezione sociale, e non meramente economica, del concetto –  si è incaricata di attestare la funzione igienica delle elezioni. Ci vuole davvero molta pazienza nell’esercizio della critica, la quale il più delle volte si risolve nel trattamento chimico di ciò che «il lato B» ama rilasciare a testimonianza di una buona digestione.

MARX VERSUS STATALISMO

Scrive Carlo Formenti: «La crisi ha portato allo scoperto i limiti della teoria economica egemone tanto a livello accademico quanto a livello politico … Da qualche decennio i dogmi liberisti regnano incontrastati sul mondo degli economisti accademici, sulle forze politiche, di destra come di sinistra, sulle pagine dei giornali e del Web, nelle redazioni dei network televisivi» (Marx e l’istituzionalismo, MicroMega, articolo ripreso da Sinistrainrete, 8 maggio 2012). Come non mi stanco di ripetere, non perché sento il bisogno di sostenere una posizione dottrinaria a cui sono dogmaticamente affezionato, ma in primo luogo per sostenere una peculiare tesi politica confermata sempre di nuovo dal processo sociale, attribuire la crisi economica in generale, e quella in corso in  particolare, a un difetto nella visione “filosofica” del mondo di qualcuno (politici, economisti, intellettuali, opinione pubblica, ecc.), o al cinismo di operatori economici irresponsabili sul piano etico, è del tutto infondato.

In primo luogo cinica e nichilista è un’intera società basata sullo sfruttamento scientifico di ogni risorsa (naturale e “umana”): sto parlando della vigente società mondiale dominata dalla ricerca necessariamente ossessiva del massimo profitto, del Capitalismo tout court, e non del cosiddetto – e modaiolo – finanzcapitalismo. In secondo luogo, come spiegava l’ancora insuperato Marx (checché ne pensino Toni Negri e i teorici del General Intellect), l’alternarsi di espansioni e di crisi costituisce il respiro della «mostruosa creatura», che a volte si trasforma in un rantolo che lascia presagirne la morte più o meno imminente. Salvo scoprire che la sua fine non è inscritta nella meccanica del determinismo economico, come ci insegna la storia del Novecento. Senza l’irruzione della classe sociale rivoluzionaria sulla scena, anche l’agonia si trasforma in un processo di risanamento economico, magari attraverso le più sanguinose «tragedie sociali». E alludo certo al passato, ma anche alle tensioni sociali che crescono in tutto il Vecchio Continente.

Persino il celebre Eric Hobsbawn sembra darmi ragione: «Mi ha chiesto se sia possibile il capitalismo senza le crisi. No. A partire da Marx sappiamo che il capitalismo opera attraverso crisi appunto, e ristrutturazioni. Il problema è che non possiamo sapere quanto sia grave quella attuale, perché ci siamo ancora in mezzo» (Il capitalismo di Stato sostituirà quello del libero mercato, intervista a Eric Hobsbawn rilasciata a L’Espresso, ripresa da Contropiano, 9 Maggio 2012).

Ma ciò che più mi disturba, è quando lo statalista, o il benecomunista, come oggi il primo ama definirsi, cerca di arruolare il comunista di Treviri nella sua ultrareazionaria lotta contro i «liberisti selvaggi». Sempre Carlo Formenti, versus i sostenitori della «teoria economica egemone tanto a livello accademico quanto a livello politico»: «Del resto, il sostegno che questi sacerdoti del nulla ricevono da politici, intellettuali e opinionisti è obbligato: ammettere che le teorie di Marx e Keynes spiegano assai meglio quanto sta avvenendo avrebbe conseguenze devastanti per il blocco di potere che politica e finanza hanno costruito negli ultimi trent’anni». Ma che ci azzecca, direbbe il noto zotico dei valori (oggi in lutto per il successo elettorale di Grillo), Keynes con Marx?

«A prescrivere le ricette per il malato continuano a essere i medici che ne hanno provocato la malattia, sorretti da un’incrollabile fiducia nella bontà dei loro zoppicanti saperi», si lamenta il Nostro. Al quale, oltretutto, sfugge un insignificante dettaglio: la prospettiva di Keynes era la salvezza del Capitalismo, mentre quella di Marx il «superamento rivoluzionario» della società che ha nel profitto la sua stessa ragion d’essere e la sua «autolegittimazione» – mentre Formenti, da buon progressista, ritiene che «l’accumulazione, nella misura in cui genera crescita e aumento dei redditi, [non] sia di per sé in grado di garantire l’autolegittimazione del sistema».

D’altra parte, Contropiano ha ripreso l’intervista di Hobsbawn probabilmente perché ai suoi redattori e lettori piace molto la prospettiva del Capitalismo di Stato, che essi – come del resto gran parte della sinistra progressista – sono soliti contrapporre ideologicamente al «liberismo selvaggio». Ecco perché non mi stupisco affatto quando molti “marxisti” mostrano meraviglia nei confronti del mio antistatalismo, che facilmente si coglie soprattutto nei miei post dedicati alla crisi economica. Il fatto è che nel «movimento operaio internazionale» ha vinto, ancora Marx in vita, la «fede del suddito verso lo Stato», che il bevitore basato a Londra imputava alla «setta di Lassalle». Fede verso lo Stato e, «cosa non certo migliore, fede democratica nei miracoli» (K. Marx, Critica al programma di Gotha). Marx ha perso, Lassalle ha vinto, nonostante Engels e grazie alle teorizzazioni “ortodosse” di Kautsky.

Al Partito Operaio Tedesco che nel suo programma statalista rivendicava un’imposta progressiva unica sul reddito, “utopia” di ogni progressista che si rispetti, Marx rispondeva con la consueta ironia: «Le imposte sono la base economica della macchina governativa e niente altro … La tassa sul reddito presuppone le diverse fonti di reddito delle varie classi sociali, cioè la società capitalistica. Non è dunque niente di eccezionale che i riformatori delle finanze di Liverpool avanzino le stesse rivendicazioni del programma» (Ivi). Di qui, la sua preghiera di non essere assimilato ai “marxisti” di quel Partito, i quali, «per un resto di pudore», mettevano «”l’aiuto statale sotto il controllo democratico del popolo lavoratore”». Come non indovinare il volto schifato del grande barbuto?

A proposito del lassalliano concetto di «popolo lavoratore», ecco cosa scrive Mario Tronti: «Marx, a nome del movimento operaio, non ha forse fondato un popolo, il popolo del lavoro, i lavoratori come soggetto politico, capace di grande storia?» (Vent’anni di populismo senza popolo, L’Unità, 07/04/2012). Rispondo con Hobsbawn: «Marx ha fatto alcune previsioni giuste a medio termine. La principale: che i lavoratori devono organizzarsi in quanto partito di classe». Il concetto di «popolo del lavoro» piace a chi in luogo dell’abolizione del lavoro salariato in vista della comunità di uomini (non di lavoratori!), è chiuso nel cerchio stregato del lavoro salariato, magari esteso a tutti (è questa, ad esempio, la concezione del “socialismo” di Rita Di Leo espressa nel suo lavoro dedicato all’Unione Sovietica L’esperimento profano, cui Tronti ha dedicato un’entusiastica recensione ), in vista di una chimerica «egemonia» dei lavoratori nell’ambito della società capitalistica.  Detto per inciso, un bel pezzo di muro di Berlino è caduto tanto sulla testa della Di Leo («Ho studiato la storia dell’Unione Sovietica più da militante sconfitta che da studiosa accademica») quanto su quella “operaista” di Mario Tronti, come si capisce benissimo anche dalla citata recensione (Urss, il continente scomparso, Il Manifesto, 25/04/2012). Su questo punto rimando al mio post dell’altro ieri.