IL NERO E IL NERO

raobaSe una strategia volta al regime change non funziona, e se la cosa è testimoniata da una lunga pratica, non è forse il caso di sostituirla al più presto con un’altra strategia anche solo in teoria migliore, ossia più intelligente e più in sintonia con l’epoca, di quella fallimentare sperimentata lungamente nel passato? È la domanda, abbastanza suggestiva (nel senso che suggerisce la risposta), che oggi il pragmatico  Sergio Romano rivolge ai suoi lettori dalle colonne del Corriere della Sera. La risposta è quella che ognuno può immaginare senza dar fondo alla propria fantasia “geopolitica”: certo che sì!

Tanto più, osserva sempre l’ex ambasciatore, che «Se la politica di Obama favorirà i viaggi e gli scambi, i cubani della Florida potrebbero avere, all’interno della società cubana, il ruolo di provvidenziale quinta colonna». Ma c’è di più, molto di più: «Per molti anni l’embargo è stato l’arma di cui i Castro potevano servirsi per mobilitare il patriottismo latino-americano contro l’arroganza dell’impero del Nord. Oggi, per merito di Obama, quell’arma è spuntata». Invasione economica e culturale (nel gergo geopolitico si chiama soft power) più indebolimento politico ideologico del regime castrista: e il gioco, dice Romano, è subito fatto. Solo degli sciocchi potrebbero opporsi a una siffatta geniale strategia. Qui il Nostro sembra sottovalutare i cospicui interessi economico-finanziari e politici di chi per decenni ha lucrato sulla precedente strategia americana di “contenimento”.

Non bisogna tuttavia dimenticare il convitato di pietra che sta al centro del ragionamento fin qui stilizzato: la Cina. La presenza del Celeste Capitalismo in America Latina è un fatto che certo non lascia indifferente gli USA.

Quando Cuba faceva parte dell’«Impero del Male» centrato sull’Unione Sovietica il «contenimento militare» e la politica dell’embargo e delle sanzioni economiche potevano soddisfare gli interessi imperialistici degli Stati Uniti in quello che è sempre stato il suo cortile di casa. Finita la Guerra Fredda, crollata miseramente la Superpotenza rivale, mutato, anzi sconvolto il quadro della competizione capitalistica globale con l’ascesa della Cina ai vertici dell’Imperialismo mondiale, si è dunque resa necessaria da parte degli USA l’implementazione di una nuova strategia, il cui obiettivo è sempre lo stesso: conquistare, mantenere e rafforzare l’egemonia sistemica, se non un vero e proprio dominio, su tutto l’emisfero occidentale chiamato America. Todos somos americanos, come continua a ripetere il Presidente Obama.  Mutatis mutandis, lo stesso schema interpretativo può essere esteso alle relazioni USA-Iran dopo il noto e sempre più controverso accordo sul nucleare iraniano.

Naturalmente non è affatto detto che la nuova strategia imposta agli Stati Uniti dai tempi si affermerà nel breve periodo e senza incontrare contrasti, tutt’altro, e basta seguire i media americani per capire quanto sia immangiabile la minestra geopolitica cucinata in questi anni da Obama presso una parte consistente della cosiddetta opinione pubblica e dell’establishment del Paese. Ma nessun pasto è gratis in regime capitalistico, nemmeno ai piani alti del Sistema.

A differenza dell’Imperialismo Russo (da Stalin a Putin), quello cinese fonda la sua capacità di espansione e di radicamento non sulla potenza politico-militare, bensì sulla potenza economica – industriale e finanziaria, ma in prospettiva anche tecnologica e scientifica. Come ho altre volte sostenuto, è proprio nel cosiddetto soft power che bisogna individuare il cuore pulsante del moderno Imperialismo: a suo tempo Hitler non lo capì e pensò bene di dichiarare guerra agli Stati Uniti, seguito a ruota del noto statista di Predappio.

Fin quando si è trattato di mostrare i muscoli, Washington ha sempre avuto facile gioco (vedi lo Scudo Spaziale di Reagan, ad esempio, o le guerre dei Bush), mentre i grattacapi sono insorti quando la potenza americana ha dovuto fare i conti con strategie competitive che si beffavano bellamente di quei muscoli: sto alludendo agli “amici” europei (tedeschi in primis) e giapponesi. Anzi, quegli amici si giovavano, e in parte si giovano ancora, del logorio materiale e “morale” connesso a quella virile esibizione. Contenere la capacità espansiva della Cina con la strategia usata ai bei (lineari, prevedibili fino alla noia) tempi della Guerra Fredda per Washington è qualcosa di impensabile.

«È evidente a tutti», scrive Mimmo Candido sul Corriere della Sera, «che un tempo si era consumato, e che la storia dell’isola – pur bloccata sempre dalle rigidità ufficiali che la Guerra fredda aveva dimenticato nelle acque del Caribe – scivolava ormai inesorabilmente verso un tempo nuovo, dove il “dovere rivoluzionario” era una sovrastruttura che valeva nelle manifestazioni liturgiche del regime ma non inglobava più i sentimenti reali di gran parte della società, se non di tutta la società». La società cubana è stata vittima della Guerra Fredda, e non bisogna dimenticare che il regime castrista si è schierato al fianco di uno dei due maggiori protagonisti di quella Guerra, che agli occhi di chi scrive aveva anche il torto di chiamarsi “comunista”. Quel regime avrebbe potuto fare altre scelte per difendersi dalle mire imperialistiche a stelle e strisce? Non saprei dire. La scienza del poi è poco istruttiva per chi intende capire il processo sociale colto nella sua dimensione mondiale. Ciò che però mi sento di affermare con una certa convinzione è che allora il novero delle scelte si restringeva al campo capitalista, anche a causa della natura borghese della tanto mitizzata rivoluzione cubana. A piangere le conseguenze di quel confronto interimperialistico sono stati i nullatenenti cubani, sacrificati anche sull’altera della difesa di una patria che col socialismo non aveva nulla a che spartire, nemmeno alla lontanissima, se così si può dire.

Ecco perché il «rosso» oggi evocato dal Manifesto (Il rosso e il nero, come recita il titolo dell’editoriale che apre il cosiddetto «giornale comunista») mi suona odiosamente retorico, oltre che prevedibile e di una banalità che sconfina nell’insulsaggine.

RICORDANDO EL PATRIOTA DI CARACAS

murales_chavez_500«Paracadutista con idee marxiste, Hugo Chávez aveva tentato un colpo di Stato nel 1992. Chávez è stato un presidente con una forte – per quanto a tratti confusa – impronta ideologica: si è ispirato al socialismo del XXI secolo, una dottrina filo-marxista elaborata dal filosofo tedesco Heinz Dieterich Steffan. L’altro suo riferimento è stato Simón Bolívar». Così Niccolò Locatelli su Limes. Sulla confusione ideologica dell’ex Presidente venezuelano non ho mai avuto dubbi. Com’è noto, è sul ”marxismo” e sul “socialismo del XXI secolo” di Chávez che ho nutrito forti perplessità, diciamo così. Per economia di pensiero ripubblico un mio post dell’ottobre 2012.

ch3Fra tutte le forme di superbia quella più a buon mercato è l’orgoglio nazionale … Ogni povero diavolo, che non ha niente di cui andare superbo, si afferra all’unico pretesto che gli è offerto: essere orgoglioso della nazione alla quale ha la ventura di appartenere (A. Schopenhauer, Il giudizio degli altri).

All’avviso di Jean-Luc Mélenchon, già candidato alle presidenziali francesi per il Front de Gauche, e Ignacio Ramonet, presidente onorario di Attac, «Chávez dimostra che si può costruire il socialismo nella libertà e nella democrazia». Di qui l’odio che la sua «rivoluzione bolivariana» suscita nei campioni del Capitalismo e dell’Imperialismo, a partire ovviamente dagli Stati Uniti. In che senso Chávez costruisce il «socialismo», beninteso «nella libertà e nella democrazia» (la coda di paglia del «socialismo reale» è dura a morire)? Ecco la risposta degli apologeti: «Ha riconquistato la sovranità nazionale. E, con essa, ha proceduto alla redistribuzione della ricchezza a favore dei servizi pubblici e dei dimenticati. Politiche sociali, investimenti pubblici, nazionalizzazioni, riforma agraria, quasi piena occupazione, salario minimo, imperativi ecologici, accesso alla casa, diritto alla salute, all’istruzione, alla pensione» (Perché Chávez?, Il Manifesto, 5 ottobre 2012).

Possono il Sovranismo, il nazionalismo, lo statalismo, un minimo sindacale di riformismo e un welfare basato sulla rendita petrolifera (vedi anche l’Iran di Ahmadinejad) giustificare cotanto entusiasmo “socialista”? Ovviamente no. Ma se poniamo mente al fatto che per il gauchismo di tutte le latitudini il Sovranismo, lo statalismo e il riformismo populista («andare al popolo!», di più: «servire il popolo!») sono sicuri indici di «socialismo», ancorché «reale», si comprende bene come non bisogna affatto stupirsi per l’ennesima infatuazione “socialista” del sinistrismo mondiale. Dalla Russia alla Cina (alcuni passando anche per la Jugoslavia e per l’Albania), da Cuba al Nicaragua, figli e nipotini dello stalinismo (soprattutto nelle sue varianti maoiste e terzomondiste, più “movimentiste”) non hanno fatto altro che cercare nel vasto mondo i segni di un «socialismo» e di un «antimperialismo» esistiti solo nella loro testa. Per questi personaggi il Paese che si schiera contro gli Stati Uniti e il «liberismo selvaggio» ha già compiuto ipso facto un passo avanti nella direzione del «socialismo» e della lotta «antimperialista». Il Paese che statalizza l’economia, riacquistando la sovranità nazionale “a 360 gradi”, si pone «contro le devastazioni del neoliberismo» e marcia speditamente verso il Sol dell’Avvenire.

«Chávez ha fatto sì che la volontà politica prevalesse. Ha addomesticato i mercati, ha fermato l’offensiva neoliberista e poi, attraverso il coinvolgimento popolare, ha fatto sì che lo Stato si riappropriasse dei settori strategici dell’economia. Ha riconquistato la sovranità nazionale». Ancora nel 2012 esistono su questo disgraziato pianeta persone che pensano che la «sovranità nazionale» sia un valore “socialista”! Peraltro il Venezuela ha sempre esibito un alto tasso di sovranismo, come dimostrò ad esempio durante la guerra delle Falkland del 1982, allorché fu il solo Paese Americano-Latino che sostenne davvero le ragioni dell’Argentina contro l’Inghilterra.

Ma mi faccia il piacere!

Ma mi faccia il piacere!

Scriveva Maurizio Stefanini nel 2003, anno critico per il caudillo di Caracas: «In concreto, la politica economica espressa nel Plan Bolívar 2000 non va oltre un misto tra New Deal e peronismo … Ma quando all’inizio del 2002 il calo dei prezzi del greggio lo ha costretto, anche Chávez si è piegato a una politica di rigore economico relativamente ortodossa» (La geopolitica di Chávez tra Bolívar e petrolio, Limes, 1-2003). La “pace sociale” e le fortune di tutti i regimi che si sostengono sulla rendita petrolifera sono legate al prezzo del greggio, che non deve scendere sotto gli 80 dollari al barile. In generale, questo discorso vale per tutti i Paesi la cui economia si basa sulla vendita delle materie prime: vedi, ad esempio, la Russia di Putin. Giustamente il leader venezuelano sostenne nel 2000, nel momento in cui Chávez avviò la sua nuova geopolitica del petrolio, che portò il Venezuela a schierarsi al fianco dei «falchi» dell’Opec (Libia, Iran e Iraq) contro le «colombe» (Arabia saudita, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti), «Che qualsiasi diminuzione del livello di prezzi attuale sarebbe per il Venezuela una sentenza di morte». In quel periodo il prezzo del greggio oscillava intorno alla drammatica soglia di 22 dollari al barile. In tutti questi anni l’attivo Chávez ha cercato di ricompattare l’Opec intorno a posizioni “radicali”, per farne uno strumento della sua ambiziosa politica estera, oltre che per fini di consenso politico interno, in ciò fedele alla tradizione populista e demagogica del Paese e del Sub Continente Americano.

«È stata la rendita del petrolio», cito ancora dall’interessante articolo di Stefanini, «a finanziare il consenso di dittature e democrazie. È stata la sua crisi a mettere in crisi il bipartitismo tra i socialdemocratici e i democristiani che si era instaurata alla caduta del dittatore Marcos Pérez Jiménez nel 1958 … Dal punto di vista economico, la ridistribuzione della rendita da materie prime non è in America Latina una caratteristica della sola sinistra, ma un modello abbastanza seguito da soggetti di vario orientamento. I sui inventori, a cavallo tra XIX e XX secolo, furono i leader di orientamento liberal-radicale, il cileno Juan Manuel Balmaceda e l’uruguayano Jorge Battle y Ordoñez. E colui che è diventato nel mondo quasi il simbolo stesso di questa politica è stato l’argentino Juan Domingo Perón, il cui ispiratore iniziale era stato mussolini». E a chi si è ispirato EL Patriota di Caracas? A Castro, che domande! Per Stefanini «Castro è un classico caudillo latinoamericano travestito da comunista per convenienza di momento storico. Oggi però non c’è più [se Dio vuole!] un’Unione Sovietica in grado di foraggiare chi abbracci la sua ideologia, e anche quel modello istituzionale sovietico che Castro continua seguire pedissequamente non è più di moda … Così, al posto del marxismo-leninismo Chávez ha riscoperto il pensiero del “padre della patria” Simon Bolívar». (Sul líder máximo dell’Avana vedi Riflessioni sulla “Rivoluzione Cubana”).

Concludo. È vero che, grazie appunto alla distribuzione «più egualitaria» di un’aliquota della rendita petrolifera, le classi più povere venezuelane stanno un po’ meglio di prima; ma al netto del fatto che l’alto standard di vita delle classi dominate non ci parla di socialismo, bensì di Capitalismo ben organizzato e produttivo (vedi Germania, Svezia, Norvegia, Olanda), c’è da dire che il miglioramento nel tenore di vita delle masse venezuelane non è stato ottenuto attraverso «riforme strutturali» (capitalistiche!), ma quasi esclusivamente attraverso la distribuzione della manna petrolifera, la quale peraltro ha moltiplicato la tradizionale corruzione a tutti i livelli della macchina statale. Insomma, tutto ci parla dell’estrema volatilità del successo (borghese) chávista*.

ch4Naturalmente la punta della mia critica non è tanto puntata contro il caudillo venezuelano, che con una certa abilità cerca di implementare una politica – ultrareazionaria – volta a controllare il forte disagio sociale delle masse diseredate venezuelane, e a usarlo in chiave di rafforzamento della «Patria bolivariana», ossia degli interessi nazionali capitalistici del suo Paese, anche in opposizioni a cospicui interessi capitalistici privati, nazionali e internazionali; essa è soprattutto rivolta contro gli apologeti e i teorici della «rivoluzione bolivariana», ultima pia illusione dei sinistri internazionali, i quali si nascondono dietro la popolarità del leader di Caracas. Come se la popolarità di un dirigente politico, democratico o fascista (ovvero stalinista o islamista: non fa alcuna differenza) che sia, fosse un criterio di giudizio adeguato a un pensiero che ama definirsi “socialista” e “antimperialista”.

*«Le classi più povere stanno meglio di prima ma l’economia è ancora sostanzialmente dipendente dal petrolio. Il suo progetto di fare del Venezuela una potenza regionale è fallito, vittima anch’esso della diminuzione di risorse economiche legata alla crisi globale e dell’opposizione del Brasile … La retorica anti-imperialista, particolarmente vivace durante la presidenza di George W. Bush, serviva anche a nascondere un dato incontrovertibile: gli Stati Uniti sono il principale partner commerciale di Caracas e il primo acquirente del petrolio venezuelano. Il Venezuela ha bisogno di loro molto più di quanto loro abbiano bisogno del Venezuela» (Niccolò Locatelli, Limes, 5 marzo 2013).

VINCERE FACILE…

Castrismo di andata e ritorno...

Il Santissimo Padre va a Cuba a dire che «il marxismo» si è rivelato una strada senza via d’uscita? E cosa fanno i “marxisti”? Obiettano al Pastore Tedesco che anche il Capitalismo ha mostrato più d’una magagna, e che «i comunisti mangiano i bambini» per evitare che finiscano nelle luride mani dei preti pedofili. E poi, di che s’impiccia quel «servo dell’Imperialismo occidentale»? Insomma, l’ultrareazionario mito della «Rivoluzione Cubana», che per oltre mezzo secolo ha vestito il ripugnante regime castrista (uno stalinismo in salsa tropicale), non sembra mostrare crepe presso una non piccola fetta del «popolo de sinistra».

Sia Lode al Capitale!

Mario monti, da consumato politico e da espertissimo Scienziato del marketing, dice agli astanti della «scuola centrale del Partito Comunista Cinese» che «la crisi economica è anche una crisi del sistema capitalistico», e che dopo il «crollo del Comunismo nell’89» il Capitalismo ha voluto stravincere, lasciando fin troppo liberi i suoi spiriti animali. Come hanno reagito i “marxisti” nostrani dinanzi a questa eccellente lezione di realpolitik? Hanno forse affermato che nell’89 non è crollato un solo atomo di Comunismo, per il semplice fatto che il Comunismo non ha mai avuto a che fare né con la Russia, né con la Cina né con altri paesi del vasto mondo? Hanno forse scritto che la balla speculativa del «Socialismo Reale» nascondeva un Capitalismo di Stato a fortissima vocazione imperialista, e che in Cina domina un Capitalismo “Nero”, non “Rosso”, ossia un’«economia di mercato» che esprime una dittatura politica stalinista (o fascista)? Niente di tutto questo! Ancora una volta essi hanno ribadito lo squallido concetto secondo cui se il “Comunismo” è moribondo, o magari passato a peggior vita, anche il Capitalismo non sta poi messo così bene come vogliono darci a intendere i vampiri della speculazione finanziaria e i sacerdoti del «liberismo selvaggio». «Persino Monti è stato costretto a riconoscerlo!»

Ateismo d’accatto!

Per i Ratzinger e i Monti avere la meglio su questi “marxisti” è fin troppo facile. Capite perché è meglio non definirsi scomodando il nome dell’avvinazzato di Treviri?

Vedi anche: Cina. Ora per allora e Riflessioni sulla “Rivoluzione Cubana”.

RIFLESSIONI SULLA “RIVOLUZIONE CUBANA”

Un’amica mi scrive: «In due (o tre) parole mi spiegheresti la tua distanza con l’esperienza cubana?» Di qui, quanto segue.

La rivoluzione cubana culminata nel dicembre del 1958 fu a tutti gli effetti una rivoluzione democratico-borghese, assai simile alle rivoluzioni che nel secondo dopoguerra agitarono il mondo. Se vogliamo essere pignoli, o semplicemente più precisi, dobbiamo dire che essa si caratterizzò come rivoluzione semicoloniale, ed esattamente come la prima e più importante rivoluzione di quel tipo dalla fine della Seconda guerra mondiale. I paesi semicoloniali si caratterizzavano, rispetto a quelli coloniali, per la loro formale dipendenza politica, mentre la loro dipendenza economica – e dunque la loro reale sudditanza politica – nei confronti della potenza imperialistica di riferimento (nel nostro caso gli Stati Uniti) era pressoché assoluta.

«Cuba è, teoricamente, uno stato sovrano. Praticamente, la vita economica e politica dell’isola è dominata da New York e Washington. Questo metodo di controllo evita i costi della colonizzazione mentre lascia libero gli interessi americani. La proprietà di Cuba è pressoché nelle mani della National city Bank. I suoi amministratori controllano la Consolidated Railways e le immense proprietà zuccheriere della Cuba Company, come pure molte altre società cubane … la vita politica cubana è diretta dal rappresentante del dipartimento di stato. La dominazione americana sull’isola è completa» (S. Nearing, J. Freeman, La diplomazia del dollaro, p. 260, Dedalo Libri, 1975). Lungi dall’essere una forma di grado inferiore di dominazione imperialistica, rispetto a quella centrata sul tradizionale possesso coloniale (India, Cina, ecc.), la forma di dominazione semicoloniale esprime piuttosto un più elevato grado di sfruttamento imperialistico, in cui la sistematica rapina delle risorse di un Paese viene condotta con metodi molto efficienti e razionali, e con una copertura politico-ideologico assai raffinata.

Il movimento partigiano comandato da Fidel Castro, che aveva nei contadini poveri la sua base sociale – con qualche aggancio metropolitano che non ne cambiava i sostanziali connotati politici e sociali –, ebbe quindi come suo obiettivo fondamentale la liberazione del Paese dal diretto sfruttamento della potenza imperialistica, ciò che naturalmente postulava lo sviluppo capitalistico dell’isola caraibica. La scoperta castrista del “socialismo” arriverà dopo, quando il nuovo regime sarà costretto a dire sì al «fraterno aiuto» dei russi.

Ho scritto sfruttamento diretto perché nessun Paese che non abbia la dimensione sistemica della grande potenza, può sottrarsi dallo sfruttamento indiretto dell’Imperialismo, nell’accezione economico-sociale di questo concetto. Lo sfruttamento di un Paese relativamente arretrato sul piano economico da parte di un Paese relativamente più avanzato è, infatti, il pane quotidiano del Capitalismo colto nella sua dimensione mondiale, che poi è la dimensione naturale, quasi ovvia, di questa formazione storico-sociale. Dico questo per richiamare l’attenzione sull’infondatezza di certi principi “sovranisti”: persino gli Stati Uniti hanno lamentato il loro sfruttamento da parte del Giappone (anni Ottanta), come oggi lamentano quello cinese. Lenin parlava di «legge dello sviluppo ineguale del Capitalismo».

Alla fine del ’58 gli stati uniti abbandonano il dittatore-fantoccio Fulgencio Batista al suo inglorioso destino, e il movimento castrista ha facile gioco nei confronti di un esercito in rotta e privo di qualsiasi sostegno popolare. Castro nomina presidente Manuel Urrutia, un ex magistrato, e dichiara di non volere rompere le relazioni con Washington. Gli americani riconoscono immediatamente il nuovo regime cubano, provocando con ciò stesso le dimissioni dell’ambasciatore Earl Smith, fortemente compromesso col vecchio regime. Ancora nell’aprile del 1959, in visita a Washington, Castro ribadisce le sue «amichevoli» intenzioni nei confronti dell’ingombrante vicino di casa, la cui leadership si era peraltro divisa circa la linea da seguire nei confronti della nuova Cuba. Come al solito, «falchi» e «colombe» si disputavano la palma del miglior servitore dell’Imperialismo a stelle e strisce. Rimane il fatto che Eisenhower non volle ricevere il leader cubano. I timori americani per i cospicui capitali investiti nell’isola erano molto forti, e a giusta ragione.

Infatti, la riforma agraria e la nazionalizzazione delle attività economiche, due misure volte a velocizzare il processo di accumulazione capitalistica a partire dalla struttura sociale cubana (l’agricoltura era dominata dalla monocultura, che penalizzava fortemente il Paese caraibico nello scambio tra prodotti agricoli e prodotti industriali sul mercato mondiale), entravano in conflitto con gli interessi degli Stati Uniti, per i motivi esposti nella precedente citazione.

Detto di passaggio, quelle due misure economiche non solo non esorbitano dal quadro sociale capitalistico, ma anzi lo confermano e lo sviluppano nel contesto di un pianeta affollato di aggressivi capitalismi avidi di materie prime e di forza-lavoro a basso prezzo. Non a caso praticamente tutti i paesi giunti in ritardo all’appuntamento con il Capitalismo hanno dovuto adottare un modello di sviluppo per l’essenziale simile a quello appena abbozzato. E quasi tutti l’hanno spacciato per una variante nazionale di «socialismo»: «socialismo cinese», «socialismo arabo», «socialismo latinoamericano», e via di seguito. È il lascito dello stalinismo, che fu appunto l’espressione di un Capitalismo di Stato (imperialista) in guisa “comunista”. La maligna radice ideologica di tutti i «socialismi reali» è lì.

La banca nazionale, diretta – con poca perizia, per usare un eufemismo – da Ernesto Guevara, e l’Istituto per la Riforma Agraria, diretto da Antonio Nuñez Jimenez, si mettono alla testa del processo di trasformazione economico-sociale del Paese, intaccando fortemente gli interessi degli agrari e degli americani, che infatti smettono le maniere buone e iniziano a pianificare risposte sempre più aggressive. Nel 1960 gli Stati Uniti acquistano solo una minima parte della quantità di zucchero già contrattata con l’Avana, mettendo in crisi l’economia cubana, centrata appunto sulla produzione ed esportazione dell’«oro bianco».

È a questo punto che l’Unione Sovietica gioca la sua carta imperialista, offrendosi di acquistare 5 milioni di tonnellate di zucchero in cinque anni – peraltro a un prezzo favorevole ai sovietici – e concedendo all’Avana un prestito di 100 milioni di dollari. Nel marzo di quell’anno iniziano le confische delle imprese americane basate a Cuba, e gli americani, per ritorsione, bloccano l’importazione dello zucchero cubano. L’8 maggio Cuba ristabilisce le relazioni diplomatiche con l’URSS, provocando ulteriori misure ritorsive da parte americana – il 3 luglio il congresso americano decreta la totale soppressione delle importazioni di zucchero cubano. Abbastanza rapidamente Cuba entra stabilmente nell’orbita del blocco sovietico, fatto ratificato a dicembre dall’approvazione da parte di Guevara della dichiarazione moscovita sulla «questione cubana». Gli USA rompono le relazioni diplomatiche con Cuba.

C’è da dire che Guevara, convinto stalinista dal 1955 (dopo aver nutrito robuste simpatie peroniste, peraltro mai sconfessate e anzi sempre rivendicate), aveva caldeggiato un avvicinamento di Cuba all’Unione Sovietica fin dai tempi del suo primo incontro con Castro in Messico, posizione che lo mise subito in urto con il Movimento 26 Luglio, nelle cui file si contavano pochissimi “comunisti”. Lo stesso Partito – cosiddetto – Comunista Cubano non aveva alcun seguito popolare nell’isola caraibica, avendo esso in precedenza sostenuto il regime di Batista.

Significativamente, Guevara inizierà a prendere le distanze da Mosca (ma non dallo stalinismo: tutt’altro!) dopo la “crisi dei missili” del 1962, quando poté verificare fino a che punto i sovietici erano disposti a fare di Cuba l’avanguardia atomica del «blocco comunista». Il popolo cubano, disse risentito il Che, «è l’esempio spaventoso di un popolo che è preparato ad immolarsi attraverso le armi atomiche affinché le sue ceneri servano a cementare le nuove società, e che, quando si è concluso un accordo sul ritiro dei razzi atomici senza che lo si sia consultato, non emette un sospiro di sollievo, non accoglie la tregua con riconoscenza» (dalla biografia del Che di Pierre Kalfon, 1968). Agghiacciante, si dirà. Non c’è dubbio. Agghiacciante e in perfetta armonia con il nucleo centrale del pensiero pseudo rivoluzionario di Guevara. Inutile, forse, precisare che quando parlava di «nuove società» egli  aveva in testa la Russia di Stalin (e di Krusciov, almeno fino al 1962), la Cina di Mao, la Corea del Nord di Kim Il Sung e altre perle del «socialismo reale».

Con l’ingresso di Cuba nel «campo socialista», ossia nella sfera di influenza dell’Imperialismo sovietico, viene a perdersi anche la carica radicale-borghese dell’esperienza castrista, che si consuma interamente all’interno del conflitto tra le due superpotenze protagoniste della «guerra fredda». Avrebbe potuto scegliere altrimenti il regime di Castro, ossia di rimanere equidistante dalle due superpotenze? Questa domanda non ha alcun senso, perché la storia è fatta di rapporti di forza, e di “scelte” obtorto collo. Soprattutto quando si tratta di paesi strutturalmente deboli e inseriti in un «cortile di casa» assai inquietante. Il punto non è questo. Ciò che a mio avviso va compreso è che non bisogna chiedere a delle concrete esperienze storiche quello che esse non possono dare, sulla base della loro reale dimensione storico-sociale – nella fattispecie borghese al cento per cento. Coltivare illusioni sulla base di aspettative infondate è l’errore in assoluto più grave, per chi vuole conquistare un punto di vista davvero critico e radicale.

Per questo il mito della «rivoluzione cubana» – o cinese –, intesa come «una nuova via al socialismo», non fu un grande acquisto per i giovani che negli anni Sessanta e Settanta intesero rompere con il mito della «Russia Sovietica», ormai troppo consunto dai fatti. Surrogare la propria impotenza politica e sociale (da quando tempo l’Occidente non conosce un movimento sociale autenticamente rivoluzionario?) con modelli esotici non è stato un buon affare. A parer mio, beninteso.

UN ALTRO “SOCIALISMO” ANDATO A PUTTANE. E NON È UN MODO DI DIRE

Se ti diranno che ovunque il “socialismo” muore, fatti una risata e raddoppia il tuo buon umore. Non si è mai visto sulla faccia della Terra fiorire una pianta che non sia stata piantata. Fatti una risata, fatti una risata!

Adesso che il barbuto dittatore dell’Avana ha sanzionato ufficialmente la fine dell’«esperienza socialista» a Cuba, almeno per ciò che concerne l’economia, alcuni diranno: «il socialismo, al contrario del capitalismo, è una pianta che non attecchisce in nessun clima»; altri, magari versando qualche nostalgica lacrima, diranno che «anche a Cuba la Rivoluzione è stata tradita!» Oppure: «alla fine, il demoniaco Imperialismo Americano è riuscito a soffocare il Socialismo cubano». Corbellerie di “destra” e di “sinistra”.

In effetti, i fratellini di Cuba hanno dovuto prendere atto che il Capitalismo di Stato caraibico, entrato in una crisi irreversibile con la fine dell’Unione Sovietica che lo foraggiava (ruolo poi in parte assunto dalla dittatura petrolifera di Chávez), era da tempo un cadavere in putrefazione. Adesso il modello economico di Cuba è la Cina: liberalismo economico e autoritarismo politico – con un ruolo più forte giocato dall’apparato militare. Non si può vivere a lungo di turismo sessuale (già, le cubane si vendono bene sul mercato mondiale!), di traffico “illegale” di droga e di tabacco. Cuba può davvero diventare una perla capitalistica caraibica, e non è detto che non lo diventi prestissimo.

All’appello ora mi sembra manchi solo la Corea del Nord. Osso duro, per via del suo ricatto nucleare alle potenze mondiali. Ma è solo una questione di tempo...