IL PUNTO DI VISTA UMANO – Il Dominio e la Liberazione

Paul Klee, Angelus Novus

Premessa fondamentale contro la grande menzogna del XX secolo

Prima d’ogni altra cosa mi sta a cuore comunicarvi questa fondamentale acquisizione: in nessun luogo del mondo si è mai realizzato un solo atomo di «comunismo» o di «socialismo». Per conquistare il punto di vista umano e trasformarlo in una potente forza creativa dobbiamo liberarci una volta per sempre dalla gigantesca menzogna che per ottant’anni ha spacciato per «comunismo» il miserabile capitalismo di Stato di paesi come la Russia e la Cina. Questa enorme balla speculativa ha reso mute, sorde, cieche e impotenti le classi dominate e gli individui umanamente più sensibili dell’intero pianeta. Se riusciamo a venir fuori da questa menzogna, più facilmente conquistiamo un punto di vista nuovo e fecondo, una prospettiva aperta alla possibilità di un mondo veramente umano. Ho deciso di non usare la terminologia che una volta ha avuto un senso, ma che oggi non ne ha più perché indegnamente travisata, tradita, abusata, svilita, inflazionata. Più che fare sfoggio di «gloriose» parole mi interessa afferrare la sostanza dei concetti, e il primo concetto su cui vi invito a riflettere si chiama umanità.

Se questo è un uomo…

Amici, veniamo subito al sodo: non siamo ancora uomini!

Facciamoci pure tutte le illusioni di questo mondo, raccontiamoci tutte le storielle che vogliamo intorno alla nostra cosiddetta “libertà” e “felicità”, mentiamo spudoratamente a noi stessi tanto per darci coraggio, ma la sostanza delle cose non cambia minimamente. Non siamo ancora uomini. È un fatto. Certo, siamo lavoratori, imprenditori, studenti, disoccupati, consumatori, clienti, utenti, artisti, scienziati e chissà che altro ancora, ma non siamo uomini. E non possiamo diventarlo, se non prendiamo atto della situazione e non agiamo conseguentemente.

Ma cosa è un uomo?

Io non so cosa sia un uomo, perché non ne ho ancora incontrato uno; ma nello sforzo di conquistare il punto di vista umano ho almeno capito (è la sola certezza che non mi vergogno di esibire!) cosa non può essere un uomo. Chi non padroneggia con le proprie mani e con la propria testa la sua intera esistenza non può essere un individuo umano, un uomo propriamente detto. Tutta la nostra decantata – e falsa – “libertà” non si risolve forse nelle diverse opzioni che le esigenze economiche e lo Stato graziosamente ci concedono? Una pubblicità recita: Tutto gira intorno a te, e un’altra ci assicura che quel certo prodotto è stato pensato proprio per noi, presi singolarmente, e siamo talmente bisognosi di “punti fermi” che fingiamo persino di crederci! Invece sappiamo benissimo che in realtà tutto gira intorno al profitto e al denaro, e siamo così disumani, così assuefatti a questa vita dominata da rapporti sociali ostili all’individuo umano, da recepire questo mostruoso fatto alla stregua della cosa più normale e naturale del mondo. Eppure il profitto e il denaro non crescono sugli alberi come frutti, non cadono dal cielo come la pioggia, non si moltiplicano come usano fare le piante o gli animali, mentre hanno molto a che fare con il nostro lavoro, con le merci che produciamo e consumiamo, con il mercato, insomma: con questa società.

Che cosa siamo in grado di controllare e di decidere veramente come singoli individui? Praticamente nulla di fondamentale. La nostra cosiddetta libertà di scelta si riduce a ben misera cosa; l’essenziale della nostra vita non sta nelle nostre mani e nelle nostre teste. Avere o non avere denaro stabilisce la differenza tra la vita e la morte. Noi possiamo solo “decidere” se stare al gioco, accettandone tutte le regole, oppure rifiutarlo sapendo di venir immediatamente scartati dal meccanismo sociale come articoli mal riusciti. Una gran bella scelta, non c’è che dire! Ma nessuno in realtà controlla veramente il meccanismo sociale, nemmeno chi ha nelle proprie mani le redini dell’economia e della politica: tutti sono in qualche modo al servizio di quel meccanismo, il quale domina ciecamente su tutto e su tutti, come un mostro senza testa e senza cuore. L’impotenza degli imprenditori, dei finanzieri, degli economisti e dei politici la vediamo soprattutto in tempi di crisi economica, quando il mostro chiamato capitalismo, senza chiedere il permesso a nessuno, vomita nella pattumiera sociale lavoratori, imprenditori, azionisti, macchine, merci, capitali, materie prime e quant’altro risulti non più conforme al calcolo economico. E a volte ci costringe persino a metterci l’elmetto e a impugnare il fucile, naturalmente in nome della «civiltà», della «patria», della «democrazia», del «progresso» e via di seguito. Il calcolo economico è incompatibile col calcolo umano.

E allora a cosa si riduce la nostra tanto reclamizzata – e negata – libertà?

A una menzogna, è chiaro, e dove non c’è vera libertà non può esserci vera umanità. Viviamo dentro a un gigantesco, globale, mondiale e soprattutto permanente Truman show esistenziale, e quelli di noi più intelligenti – in realtà solo più cinici, per autodifesa – si vantano pure di esserne pienamente coscienti!

L’individuo umano fa se stesso, realizza insieme agli altri uomini la propria esistenza e quella degli altri, giorno dopo giorno, in piena libertà; il non-ancora-uomo di oggi è dominato totalmente da condizioni sociali disumane che egli si vede costretto ad accettare e a nutrire se vuole nutrire se stesso. È proprio vero: siamo tutti sulla stessa barca. Bisogna affondarla! Non c’è altro da fare.

La società «a misura d’uomo» è dietro l’angolo!

Proprio dietro l’angolo? Certamente, ma per vederne la possibilità occorre conquistare il punto di vista umano, e guardare il passato, il presente e il futuro da questa nuova prospettiva. Gira e rigira il problema si risolve in queste due “semplici” domande: questa società è necessariamente disumana (e perciò illiberale, ostile alla vita felice degli individui, contraria al libero sviluppo di tutte le facoltà umane)? È possibile, oltre che auspicabile, la costruzione – in tempi non biblici! – della società umana, cioè della comunità organizzata per soddisfare pienamente i molteplici bisogni di ogni singolo individuo? Se rispondete positivamente a entrambe le domande siete già sul terreno della critica rivoluzionaria delle condizioni sociali esistenti. Siete militanti del punto di vista umano e avete conquistato il maggior grado di libertà a cui si possa realisticamente aspirare nella società illiberale.

In effetti, questa società è necessariamente disumana nel senso che la sua ostilità nei confronti di tutto ciò che odora di veramente umano non dipende dalla cattiveria di qualcuno, non ha a che fare con un malvagio complotto ordito da chissà quale potenza terrena o ultraterrena contro ognuno di noi. No, il carattere intimamente disumano di questa società è radicato in primo luogo nei rapporti sociali che dominano le nostre attività e le nostre relazioni. Se il capitale, il denaro, il salario, le merci, il mercato dominano le nostre esistenze, e più di quanto siamo disposti a credere per darci un contegno… “umano”; se le cose stanno così è evidente che non ci si deve aspettare da questa società altro che una crescente disumanizzazione di ogni nostra manifestazione vitale. Cosa è, oggi, il lavoro se non una merce come le altre? E abbiamo anche il coraggio di parlare di «capitale umano»… E l’arte, cos’è oggi l’arte? Una merce, si capisce. E la scienza? Una merce, nonché un potente strumento di dominio sociale. Praticamente oggi tutto è sul mercato, persino i cosiddetti «valori etici». La merce è il vero «paradigma» (stigma) di questa società.

Alcuni dicono: «meno male che almeno c’è lo Stato a difenderci!». Che abbaglio, che manifestazione di assoluta incoscienza! Ma lo Stato, amici, è il mostro politico posto a difesa del meccanismo sociale che fa di noi dei non-uomini. Lo Stato, questo vero e proprio Moloch sociale, questa formidabile escrescenza disumana, non difende il cosiddetto «bene comune», semplicemente perché non esiste alcun bene comune. Nascondendosi dietro l’ideologia del «bene comune» esso difende in realtà il potere sociale delle classi dominanti. Di più: esso è l’espressione più genuina e violenta di questo potere, che difende con gli strumenti della politica e della legge nei momenti di «pace sociale», e con gli strumenti della violenza poliziesca e militare in periodi appena appena più “turbolenti”. Il manganello non è che la continuazione della politica (magari «democratica» e «progressista») con altri mezzi!

La società umana è possibile, anzi sempre più possibile, nel senso che già oggi esistono le condizioni materiali che rendono concretamente realizzabile il superamento di questa preistoria dell’umanità. Ma immaginate, amici, cosa l’umanità potrebbe fare se usasse a scopi esclusivamente umani la tecnologia che già oggi conosciamo. Nella società del capitale, del profitto e delle merci ogni rivoluzione tecnologica si risolve immediatamente in un aumento della produttività del lavoro (leggi sfruttamento), in un aumento della disoccupazione e in una espansione dell’alienazione generale. Un progresso materiale si traduce in una tragedia sociale. Nella società dell’individuo umano, all’opposto, la tecnologia è assoggettata completamente ai bisogni umani, e ogni riduzione del tempo di lavoro si trasforma immediatamente in maggior tempo conquistato per l’arte, per lo studio, il divertimento, l’amore, il gioco, insomma: per la felicità di ogni singolo individuo. La società umana non ha bisogno di nessun genere di Stato proprio perché la vita degli individui è governata dal principio umano centrato sulla soddisfazione dei loro molteplici bisogni. Se elimini le classi sociali, e fai degli individui dei “semplici” uomini, hai eliminato le radici storiche dello Stato e della politica.

Oggi non possiamo immaginarci in che modo, concretamente, potrebbe essere organizzata la comunità umana, perché in nessun libro ne troveremo il modello, la ricetta; essa può solo venir costruita dagli uomini giorno dopo giorno, dopo che avranno consegnato alla storia – o preistoria – la società disumana. Però oggi possiamo conquistare il punto di vista umano, possiamo cioè capire che l’odierna società non è una inevitabile maledizione, e che la comunità degli uomini è molto più che una speranza, è una concreta possibilità.