Il CONGO E LA SOSTANZA DI QUESTA SOCIETÀ-MONDO

Ho appena finito di ascoltare l’informativa sull’attentato in Congo del ministro degli Esteri Luigi Di Maio a Montecitorio. Riassumo la conclusione dell’intervento: per onorare e ricordare i nostri servitori dello Stato, l’Italia, che si trova al centro del Mediterraneo, deve moltiplicare i suoi sforzi per rafforzare la sua presenza in Africa, sulla scia del Partenariato con l’Africa presentato dalla Farnesina nel dicembre 2020.

Cito dal documento Il Partenariato con l’Africa: «L’Africa è da tempo un’assoluta priorità della politica estera italiana. Il rapporto con i Paesi del Continente e le sue organizzazioni è oggi basato su una partnership paritaria, orientata ad uno sviluppo condiviso e ad affrontare insieme le molteplici sfide globali, superando così la tradizionale visione donatore/beneficiario.  L’attenzione italiana verso l’Africa è orientata a garantire sia la crescita equilibrata del Continente che il nostro interesse nazionale, anche in un quadro europeo ed internazionale. La nostra posizione geopolitica al centro del Mediterraneo e la tradizionale propensione al dialogo con l’Africa, anche alla luce della crescente centralità che il Continente sta assumendo di fronte a fenomeni globali sempre più complessi, rende opportuna un’azione di politica estera coerente, articolata su: pace e sicurezza; governance e diritti umani; migrazioni e mobilità; cooperazione e investimenti; sviluppo economico sostenibile; lotta ai cambiamenti climatici; collaborazione culturale e scientifica. Tale azione si innesta sull’antica e intensa presenza dell’Italia in Africa (che ci distingue da altri attori sul Continente) articolata non solo su calibrate scelte politiche, ma anche sulle molteplici iniziative della Cooperazione allo Sviluppo italiana, sulla radicata esperienza delle nostre ONG e dei volontari, sul ruolo delle missioni religiose e di quelle archeologiche, e sulle numerose comunità di connazionali, molti dei quali imprenditori» (Ministero degli Affari Esteri).

Da ciò si evince, tra l’altro, l’importante ruolo che le ONEG e i volontari svolgono a supporto dell’imperialismo italiano. A loro insaputa? Ma certamente! Qui la buona/cattiva coscienza dei soggetti non ha alcun rilievo nello sforzo di comprendere la dinamica del processo sociale considerata nella sua dimensione internazionale.

«L’uccisione dell’Ambasciatore italiano Luca Attanasio e del Carabiniere Vittorio Iacovacci, avvenuta il 22 febbraio ad alcune decine di chilometri da Goma, capitale del North Kivu, regione orientale della Repubblica Democratica del Congo (RDC) al confine con il Ruanda, ha improvvisamente riacceso l’attenzione internazionale su uno dei focolai di conflitto più violenti, complessi e duraturi di tutto il continente africano. Nonostante l’enorme ricchezza naturale e mineraria, il North Kivu è una delle regioni più povere, sottosviluppate e fragili del Paese, dove le vulnerabilità sociali rappresentano il principale incentivo alla feroce conflittualità etnico-settaria. Oltre 20 gruppi etnici e relative milizie armate combattono sia contro le Forze governative e i Caschi Blu della missione ONU MONUSCO, sia e le une contro le altre per il controllo del territorio e delle sue risorse, in particolare quelle agricole e minerarie. Su tutte, oro, pietre preziose e minerali di importanza strategica per l’industria ad alta tecnologia (coltan) e per i traffici illeciti» (CESI Italia). Personalmente, e a differenza dei progressisti e dei francescani (nel senso di Papa Francesco), non ho mai fatto alcuna distinzione, tanto sul piano economico quanto su quello “etico”, fra traffici “leciti” e traffici “illeciti”: si tratta in entrambi i casi di intascare profitti e denaro, di consolidare potere politico e sociale.

Qui di seguito la nota che ho postato ieri su Facebook.

La sostanza di questo mondo

Nel rituale discorso di cordoglio, il Presidente della Camera Roberto Fico ha definito l’uccisione dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio e di un carabiniere della scorta «un attacco vile e inspiegabile nei confronti di due servitori dello Stato». Ora, se c’è qualcosa che possono capire anche i bambini è proprio quello che è accaduto ieri a Kanyamahoro, nella provincia congolese del Kivu del Nord. Non mi riferisco ovviamente alla dinamica dell’agguato, che rimane ancora avvolta nel mistero, ai gruppi armati locali coinvolti davvero nell’agguato, ma alla sostanza della questione, che ha come fattore centrale la spartizione del bottino: chi per continuare a incassare grassi profitti, chi per portare a casa qualche briciola di pane, magari con l’uso della forza: «Sono uomini cenciosi ma con i kalashnikov, particolare che fa la differenza tra padrone e vittima, tra uomo e insetto da schiacciare. Come ieri nell’agguato al convoglio dell’ambasciatore italiano emergono dalle foreste, occupano un villaggio, saccheggiano una miniera, attaccano soldati malvestiti, affamati, che si trascinano dietro, come nomadi, famiglie e bestie» (D. Quirico, La Stampa).

Le due parole chiave che rendono di facilissima comprensione i massacri che da vent’anni si consumano da quelle parti sono due: immensa ricchezza e immensa povertà. Tradotto in termini meno asettici e più “scientifici”: capitalismo, capitalismo e ancora capitalismo. Rinvio anche alla dinamica storica che tanto a che vedere ha con ciò di cui parliamo: capitalismo, schiavismo, colonialismo, imperialismo.

«Il contrabbando delle ricchezze del Kivu viene favorito dalle multinazionali europee e americane e dai paesi confinanti. Basti pensare che il Ruanda figura fra i primi produttori mondiali di coltan anche se ufficialmente è privo di miniere. Nella capitale Kigali hanno sede le direzioni delle multinazionali, soprattutto belghe e americane, che commerciano in minerali preziosi. L’Italia è un attore relativamente minore» (Limes). E infatti Roma lavora da tempo per conquistare qualche posizione, magari a scapito dei cugini europei – a cominciare dai soliti francesi!

Limes

Come ha scritto oggi il già citato Domenico Quirico in un bell’articolo, «Le guerre nel Kivu hanno nomi misteriosi, legati non alla geopolitica ma alla tavola di Mendeleev»: diamanti, oro, niobio, rame, cobalto, coltan, tungsteno, tantalio, stagno, manganese, piombo, zinco, carbone, uranio, petrolio. Senza parlare del legname e delle piante di eccezionale pregio. In realtà la tavola di Mendeleev in questo caso incrocia anche la tavola della geopolitica.

«Il tantalio: un metallo che resiste alla corrosione, ad esempio. Lo scavano in queste foreste da cui sono balzati fuori i killer dell’ambasciatore, lo scavano uomini e bambini con la vanga, le mani impastate di fango e di sudore. Tante piccole mani distruggono la foresta per cercarlo. Uomini armati li controllano, pronti a sparare. Il padrone della concessione, con un satellitare, tratta forniture, contratti, conti in banca e le tangenti per i funzionari e i ministri del governo. E la cassiterite? La avete mai sentita nominare? Esiste, serve per saldare e per le leghe speciali: si nasconde in questa terra nera come sangue raggrumato. […] Nei villaggi dell’alto Huelè non c’è giorno in cui bambini e bambine non vengano rapiti, trasformati in schiave sessuali e in combattenti, spie, portatori. Li marchiano sulla fronte, sul dorso e sul petto con croci disegnate con olio di karité, che i miliziani acholi chiamano “moo-ya” e dicono sia una pianta sacra. E poi ci sono milizie comandate da stregoni che promettono l’invulnerabilità con pozioni magiche e gris gris, e le bande degli antichi massacratori hutu del genocidio ruandese degli Anni novanta. Sono sfuggiti alla vendetta dei tutsi rifugiandosi nelle foreste del Kivu e si sono trasformati in una armata di spiriti, avida e feroce. E poi piccoli signori della guerra, imprenditori di milizie che le affittano per difendere le miniere, saccheggiare, offrire protezione: la guerra business, la guerra che nessuno racconta perché è un romanzo criminale» (D. Quirico, La Stampa).

Criminale è questa Società-Mondo che ha nel denaro il suo spietato Moloch assetato di sangue – metaforico e reale, realissimo: «Con il denaro posso portare in giro con me, in tasca, il potere sociale universale, la connessione sociale generale e la sostanza della società» (K. Marx). E che questa Società-Mondo abbia una sostanza escrementizia, per me è poco ma altrettanto sicuro. Sicurissimo.