CRISI COREANA. A CHE PUNTO È L’APOCALISSE NUCLEARE?

Qualcosa di veramente importante deve accadere (N. Halley).

 

A quella parte di opinione pubblica occidentale meno avvezza all’analisi dei processi geopolitici il comportamento del regime nordcoreano appare inspiegabile, almeno sulla scorta dei “normali” paradigmi politici: «Perché rischiare continuamente il proprio annientamento da parte della superpotenza statunitense? Come si spiegano queste continue provocazioni?». Per fortuna ci vengono in soccorso gli analisti geopolitici abituati a tradurre anche gli atteggiamenti apparentemente meno razionali delle classi dirigenti di un Paese in termini di rapporti di forza e di interessi sistemici.

Per Franco Semprini (La Stampa), ad esempio, «L’escalation riflette – sembra – un irrigidimento della situazione interna con il manipolo dei militari che controllano il potere, inclini a creare un vero clima di terrore nel quale prosperano e fanno cassa». Un’analisi condivisa anche da Guido Keller (Notizie Geopolitiche): «il regime continua nella sua dialettica da guerra rivolta all’esterno ma anche all’interno per giustificare ad un popolo costretto in alcune parti rurali alla fame le ingenti spese militari. La realtà è quella di una Corea del Nord sempre più isolata, anche dalla storica alleata Cina, e di un regime che per sopravvivere deve mostrare continuamente i muscoli. Di certo non è l’immagine di un piccolo Davide contro Golia». Eppure anche in Italia ci sono personaggi, tutti militanti nell’area sovranista (di “destra” e di “sinistra”) e “antimperialista” (notare le virgolette), inclini a simpatizzare con il “Davide” nordcoreano nella sua qualità di inarrivabile modello di resistenza antiglobalista.

Si tratta di vedere fino a che punto il Caro Leader nordcoreano è libero di manovrare sulla base di una precisa strategia geopolitica o non sia piuttosto ostaggio della “cricca militare” che avrebbe moltissimo da perdere in caso di regime change provocato da una disfatta militare o da un improvviso collasso del regime sottoposto a spinte sociali diventate incontenibili. Semprini invita a non sottovalutare «le fobie complottistiche» del giovane Kim, le cui paranoie sembrano irrobustirsi e moltiplicarsi col crescere del deserto politico che lo circonda in seguito alla “scomparsa” e alla morte più o meno “misteriosa” (e reale) di fratellastri e parenti d’ogni genere e grado; tuttavia la follia dei Cari Leader di turno non ha mai spiegato molto (da Stalin a Hitler), mentre a mio avviso è piuttosto sull’irrazionalità (o disumanità) dei tempi che occorre riflettere per comprendere l’essenza dei processi sociali che si dispiegano a scala nazionale e mondiale. La crisi coreana getta un potente fascio di luce su ciò che ho definito Sistema Mondiale del Terrore, che poi è uno dei diversi nomi che si possono dare agli interessi economici e geopolitici che fanno capo a grandi, medie e piccole Potenze, interessi che pretendono di venir soddisfatti con tutti i mezzi necessari: da quelli più “pacifici” a quelli più violenti. Anche il “vecchio” termine Imperialismo va benissimo, e come sempre, almeno all’avviso di chi scrive, esso va attribuito a tutti gli attori in campo, grandi o piccoli che siano, “simmetrici” e “asimmetrici”. Dalla Corea del Nord agli Stati Uniti, dall’Italia al Giappone, dalla Germania a ovunque nel mondo: siamo tutti vittime e ostaggi di un Sistema che per sopravvivere mette nel conto anche la morte di migliaia o di milioni di persone. Possiamo parlare con un certo rigore “scientifico” di “effetto collaterale” della continuità del Dominio. Ma non divaghiamo!

Limes

Certamente il Giappone si servirà della minaccia nordcoreana per accelerare il processo di revisione costituzionale e di riarmo intrapreso già da tempo da Shinzo Abe; già si parla di una deterrenza nucleare indipendente giapponese, cosa che inquieta non poco americani, russi e cinesi. Pare che anche l’Australia stia valutando la possibilità di incrementare la propria flotta navale «per far fronte al comportamento molto irregolare della Corea del Nord», come ha dichiarato il ministro della Difesa e dell’Industria Christopher Pyne ai giornalisti del suo Paese. La Cina è sempre più irritata nei confronti del suo storico alleato proprio perché esso non solo crea instabilità sistemica ai suoi confini, ma anche perché può innescare dinamiche geopolitiche capaci di intaccare in profondità la sua strategia di “pacifica e armoniosa” penetrazione economica regionale e mondiale. Probabilmente per Pechino l’ideale sarebbe un bel colpo di Stato in grado di installare a Pyongyang un “socialismo con caratteristiche nordcoreane” molto simile a quello cinese.

Molti nella Corea del Sud ritengono che il giorno della riunificazione delle due Coree sotto la bandiera «della democrazia, della libertà e della prosperità» (secondo i canoni fissati dall’esperienza tedesca nel 1989, l’annus horribilis per gli stalinisti di tutto il mondo) sia ormai vicino, e che l’escalation bellicista nordcoreana vada interpretata come un estremo tentativo di salvezza da parte del regime veterostalinista di Pyongyang. Scrive oggi Alberto Negri sul Sole 24 Ore: «Il regime di Pyongyang non è così folle come viene descritto. Quello che gli Stati Uniti non hanno mai voluto garantire è la continuità della dinastia nordcoreana al potere da 60 anni: per Washington, ma anche per Seul, l’obiettivo di medio-lungo termine è la riunfificazione della penisola coreana. Un traguardo che la Cina non ha nessuna intenzione di agevolare perché significa avere le truppe americane in casa, cosa che del resto avverrebbe anche in caso di guerra». La matassa è davvero ingarbugliata. Dove sta la ragione, e dove il torto?

«Formalmente sono tutti impegnati a raggiungere l’obiettivo della denuclearizzazione della penisola coreana. Le convergenze tuttavia si fermano qui. Usa e Giappone favoriscono, almeno in linea di principio, il cambio di regime. La Corea del Sud è ostile al regime ma ne teme il collasso perché porterebbe a forti tensioni Usa-Cina e causerebbe un fiume di profughi dal Nord. Russia e Cina diffidano del regime ma non vogliono che crolli perché temono possa portare ad un aumento dell’influenza americana nell’area» (Huffington Post). Il regime nordcoreano gioca una pericolosissima partita a poker cercando di avvantaggiarsi delle contraddizioni e degli opposti interessi che dividono gli uni dagli altri i Paesi direttamente coinvolti nella partita, la cui posta in gioco, è bene ricordarlo, vale il sacrificio delle vite di moltissime persone. Di qui i continui rilanci (di missili), che per adesso mettono in difficoltà gli assai più potenti avversari. Ma l’azzardo non sempre premia. «Gli Stati Uniti hanno dialogato con la Corea del Nord e pagato denaro frutto di estorsione per 25 anni. Il dialogo non è la risposta», ha detto Donald Trump. «Qualcosa di veramente importante deve accadere», ha dichiarato l’altro ieri Nicki Halley, ambasciatrice degli Stati Uniti alle Nazioni Unite; meglio prepararci al peggio, anche solo per non lasciarci sorprendere da eventi che purtroppo non riusciamo a controllare.

Giustamente Fabrizio Poggi (Controcampo) nota come i massmedia mainstream occidentali mettano in risalto le «provocazioni» messe in atto dal regime nordcoreano, mentre nulla essi dicono a proposito delle pur vistose «provocazioni» dei suoi nemici: «In questo caso, il TG2 non ha parlato di provocazioni: non lo prevede il palinsesto delle manovre “Ulchi-Freedom Guardian” (UFG) in Corea del Sud, che simulano l’invasione della RDPC. Soltanto Xinhua riporta le dichiarazioni nordcoreane, secondo cui il test di ieri rappresenta appunto la risposta alle manovre UFG, cui prendono parte 17.500 marines USA, reparti sudcoreani, britannici, australiani, canadesi, colombiani, danesi, olandesi e neozelandesi, per un totale di oltre 50.000 soldati». Tuttavia leggendo l’articolo di Poggi mi sembra che alla fine le sue simpatie vadano alla «Repubblica Democratica Popolare di Corea» e al suo Caro Leader, il quale «ha aggiunto ieri provocazione alla provocazione ai danni della comunità telespettatrice mondiale: ha imposto alla propria consorte di partorire il terzo figlio». Che simpaticone questo «feroce dittatore»! Posso sbagliarmi ma nell’ironia di Poggi avverto una forte puzza di solidarietà “antimperialista” nei confronti del Caro Compagno Kim.

Per capire fino a che punto la paura di non venir fagocitati da nemici e “amici” possa essere micidiale per la vita della “gente comune” basta pensare alla Cambogia dei Khmer rossi o all’Albania “socialista” di Enver Hoxha. Il regime dinastico nordcoreano è nato con la sindrome dell’accerchiamento e ha strutturato l’intera società per scongiurare la perdita dell’indipendenza nazionale del Paese, cosa che peraltro costituisce una miserabile menzogna se si pensa fino a che punto la Corea del Nord dipende dalla Cina sotto ogni aspetto. In ogni caso, sulla base di quella “sacra e imprescindibile” necessità si sono creati interessi materiali e politici (vedi Partito dei Lavoratori [sic!] di Corea e Esercito del Popolo [arisic!] Coreano) che non sarà facile sradicare, come sa benissimo soprattutto la leadership cinese, desiderosa di promuovere una “Primavera con caratteristiche cinesi”, anche per prevenire una ben più minacciosa “Primavera con caratteristiche americane” – o sudcoreane/giapponesi.

Come ho scritto in altri post le ragioni della Corea del Nord sono legittime esattamente come lo sono le ragioni che fanno capo alla Corea del Sud, al Giappone, alla Cina, alla Russia, agli Stati Uniti e a ogni altra Nazione e Potenza grande e piccola di questo capitalistico mondo. Quello che, a mio avviso, bisogna capire è che si tratta di ragioni radicate nella disumana dimensione del Dominio sociale, le quali non hanno nulla a che fare con le ragioni di «Un’umanità socialmente sviluppata» (Marx), di «un’umanità al suo livello più alto» (Schopenhauer), di «una più elevata formazione economica della società» (Marx), insomma con le ragioni di una Comunità autenticamente – o semplicemente – umana che la Società-Mondo del XXI secolo nega nel modo più brutale e ottuso mentre, al contempo, ne lascia intravvedere la straordinaria possibilità. Invito insomma a guardare la crisi nordcoreana, come ogni altra crisi (siriana, ucraina, ecc., ecc.), non dal punto di vista degli interessi nazionali in gioco (ripeto, tutti legittimi sulla base di questa escrementizia società mondiale), come sempre celati sotto la spessa coltre della propaganda («lottiamo per la democrazia e la libertà!», «la nostra è un’ingerenza umanitaria!», «lottiamo per l’indipendenza e la dignità della nostra amata Nazione!»), ma dalla prospettiva di chi non ha nulla da guadagnare e molto da perdere nella guerra sistemica permanente tra nazioni e capitali. «Si rimprovera ai comunisti di voler sopprimere la patria, la nazionalità. Gli operai non hanno patria. Non si può toglier loro ciò che non hanno» (Il Manifesto del Partito Comunista).

A proposito di comunismo! Scrive Slavoj Žižek nel suo Problemi in paradiso. Il comunismo dopo la fine della storia (Ponte alle Grazie, 2015): «La Corea divisa non è forse l’espressione più chiara, quasi clinica, della crisi in cui siamo precipitati dopo la fine della Guerra fredda? Da una parte, la Corea del Nord incarna il vicolo cieco del progetto comunista del ventesimo secolo; dall’altra, la Corea del Sud è al centro di uno sviluppo capitalistico impetuoso che l’ha portata a livelli strepitosi di prosperità e modernizzazione tecnologica (Samsung sta minacciando perfino il primato di Apple)». Il celebre intellettuale sloveno chiama «progetto comunista del ventesimo secolo» ciò (stalinismo, maoismo, ecc.) che a mio modesto avviso nulla a che fare aveva con il progetto di rivoluzione sociale e di emancipazione universale del comunismo, mentre aveva interamente a che fare con il capitalismo (più o meno “di Stato”) e con l’imperialismo. Ancora Žižek: «Per comprendere lo speciale status ideologico della Corea del Nord non possiamo evitare di chiamare in causa la mitica Shangri- la del romanzo di James Hilton Orizzonte perduto: una valle tibetana in cui la gente conduce una vita modesta ma felice, totalmente isolata dalla corrotta civiltà globale e sotto il comando benevolo di una élite erudita. La Corea del Nord è quanto di più simile a Shangri-la ci sia nel mondo reale». Questa evocazione/analogia letteraria di Žižek mi appare quantomeno infondata, per non dire altro…

Aggiunta da Facebook

VOGLIO UN BUNKER!

Da Il Giornale: «Minacce terroristiche e crisi internazionali stanno letteralmente facendo schizzare il mercato immobiliare legato a questi rifugi inespugnabili. A investire di più in questo settore sono i guru della Silicon Valley. Tutti hanno scelto luoghi più o meno sperduti per creare le loro case sotterranee a prova di bomba nucleare. Una delle mete più ambite sembra essere la Nuova Zelanda, con i suoi spazi remoti e incontaminati, che la rendono il luogo ideale per sopravvivere all’Apocalisse. Secondo gli ultimi dati, tutto il settore negli Stati Uniti sta crescendo in modo esponenziale: solo nel 2016 le vendite di bunker sono aumentate del 700 per cento rispetto all’anno prima».

Certo che con un bunker così l’Apocalisse fa un po’ meno paura. Come sempre il Diavolo non è poi così brutto come viene dipinto. Naturalmente i soldi, che pure non danno la felicità (così dicono), aiutano a guardare al futuro con un po’ più di ottimismo. Oggi sono particolarmente positivo, diciamo.

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LE RAGIONI DELLA COREA DEL NORD…

Raggio di sole che ci guida!

Pensavo che a difendere il carcere a cielo aperto chiamato Corea del Nord fossero rimaste in Italia due sole persone: lo stalinista incallito Marco Rizzo e il comico-statista Antonio Razzi. Rizzo & Razzi. Mi sbagliavo! Eccone le prove: «Dal canto suo, la Corea del Nord ha sempre ribadito che per garantire la propria sicurezza occorre destinare almeno il 30% del Pil alla spesa militare, sviluppare un forte programma di investimenti nei settori della ricerca scientifica e dello sviluppo tecnologico, integrare programmi nucleari civili e militari, non consentire a chicchessia di mettere in discussione l’integrità territoriale e la stabilità politica degli Stati emergenti sullo scenario internazionale, pretendere una relativa reciprocità nel quadro dei rapporti bilaterali in base ai principi della non-ingerenza e della coesistenza pacifica». Ma certo, difendiamo con tutti i mezzi necessari la sovranità del carcere-caserma, anche a costo di comprimere al lumicino le condizioni di vita e di lavoro delle “larghe masse”: per la sopravvivenza del “Socialismo con caratteristiche nord-coreane” e, in generale, per la difesa della sovranità nazionale di qualsiasi Paese questo e pure altro! L’antimperialismo (sic!) non è mica un pranzo di gala!

Ecco adesso un po’ di bieca propaganda al servizio dell’Imperialismo Amerikano: «Il regime di Pyongyang ha mandato più di cinquantamila persone a lavorare all’estero in condizioni simili al lavoro forzato, secondo i criteri delle Nazioni Unite. È quanto denunciato da Marzuki Darusman, relatore speciale dell’Onu per i diritti umani in Corea del Nord, durante una conferenza stampa. Il governo nordcoreano ricava ingenti somme di valute straniere fornendo migliaia di operai ad aziende all’estero: da 1,3 a 2 miliardi di euro ogni anno, secondo stime del 2012 di North Korea Strategy Center, un’organizzazione di Seoul che lavora con i nordcoreani fuggiti dal regime. Il sistema di esportazione della manodopera permette a Pyongyang di aggirare le sanzioni imposte al paese dalle Nazioni Unite e finanziare così le forze militari e il programma nucleare nord coreano. […] L’ultimo rapporto di Darusman presentato all’assemblea generale spiega che i lavoratori nordcoreani, impiegati soprattutto in Cina e in Russia, devono affrontare turni lunghi fino a venti ore, con solo uno o due giorni di riposo al mese, e che non ricevono cibo a sufficienza. Inoltre sono tenuti sotto la costante sorveglianza di guardie nordcoreane. Alcuni vengono pagati (non più di circa 130 euro al mese in media), ma in generale è il regime di Kim Jong-un a guadagnarci: le aziende che assumono gli operai nordcoreani – soprattutto imprese di costruzioni, del legname, tessili o minerarie in più di quaranta paesi – prendono accordi direttamente con Pyongyang» (Internazionale). Soprattutto la Russia (si parla di 30.000 lavoratori), la Cina (alcune decine di migliaia), la Mongolia e il Qatar (circa 3.000 lavoratori impiegati nell’edilizia) sfruttano nel modo più intensivo la forza-lavoro esportata dal regime Nordcoreano. Anche il dinamico e aggressivo capitalismo sudcoreano sfrutta a dovere i lavoratori che hanno la fortuna (trattasi di macabra ironia!) di esser nati nell’ultimo Paradiso Terrestre con caratteristiche Nordcoreane: «A Kaesong c’è un parco industriale gestito congiuntamente dal Nord e dal Sud. Le 124 aziende e la tecnologia sono di Seul, la mano d’opera è fornita da Pyongyang. Le paghe basse invitano gli imprenditori sudcoreani a investire; il governo nordista incassa buona parte degli utili prodotti da circa 53 mila operai. Ora a Pyongyang hanno deciso un aumento del salario minimo: da 70 dollari e 35 centesimi al mese a 74. Ma quei 3,65 dollari in più non sono piaciuti agli industriali del Sud: contestano la decisione unilaterale» (G. Santevevecchi, Corriere della Sera).

Detto en passant, oggi la società Sudcoreana è attraversata da una crisi sistemica (economica, politica, istituzionale, morale) che ha trovato nell’elezione di Moon Jae-in una sua prima espressione “sovrastrutturale” significativa: «Il nuovo presidente della Corea del Sud è stato eletto per il suo programma di riforme interne, ma dovrà dare la priorità alle sfide regionali: provare a dialogare con Kim Jong-un, riavvicinarsi a Pechino, capire cosa vuole Trump» (M. Milani, Limes). Vedremo come se la caverà.

Sia come sia, per il già citato Eros Barone «la Repubblica Popolare Democratica di Corea rappresenta un esempio di lotta antimperialista», come sostenne peraltro Ernesto Che Guevara il 6 gennaio 1961 in un discorso alla televisione cubana che il Nostro ha cura di ricordare nel suo articolo – forse per punzecchiare qualche compagno guevarista che pensa che il regime di Pyongyang sia indifendibile: «Sembra quasi di trovarsi tra le pagine del romanzo distopico per eccellenza “1984” di George Orwell», scrive su Notizie Geopolitiche Manuel Giannantonio disegnando il profilo «dell’ultima grande dittatura comunista». Non essendo stato mai un simpatizzante del mitico Che, la punzecchiatura di Barone su di me non ha effetto alcuno.

Un’altra perla baronale: «I comunisti, gli autentici pacifisti e i sinceri democratici di tutto il mondo, nel riconoscere la funzione giusta e progressiva assolta dalla Corea socialista sia nella politica interna sia nella politica estera, hanno il dovere di schierarsi al suo fianco nella lotta contro l’imperialismo». Cancellate «Corea» e scrivete «Russia» (o «Cina»): avrete il classico documento “antimperialista” e “sinceramente pacifista” che i “comunisti” italiani amavano scrivere negli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta…

Ora, dire tutto questo significa forse portare acqua, anche solo “oggettivamente”, al gigantesco mulino della prima potenza imperialistica del mondo? A mio avviso solo un imbecille potrebbe pensarlo. La denuncia dell’attivismo imperialistico degli Stati Uniti (ma anche di quello della Cina, del Giappone e della Russia) nel Mar del Giappone e in tutta l’area del Pacifico Orientale non mi impedisce di solidarizzare con i miei “colleghi di classe” nordcoreani che vivono in una condizione di miseria estrema tanto nei – pochissimi – centri urbani quanto nelle zone rurali. Ovviamente colà è illegale anche solo fotografare la miseria di persone povere o dei senzatetto per non infangare l’immagine della Corea del Nord. Dire questo significa squalificare il regime “Juche” (*) agli occhi dell’opinione pubblica mondiale? Benissimo! Tanto più per chi, come me, si è sempre battuto contro ogni forma di falso «socialismo reale», formula che un tempo si applicava ai regimi politici basati economicamente su un Capitalismo di Stato più o meno in regola con i canoni dell’ortodossia economica. Il «socialismo reale» come la più grande impostura ideologica del XX secolo. Com’è noto, i nipotini di Stalin e di Mao hanno voluto rifarsi il trucco con l’ennesima balla ideologica (in procinto di scoppiare): il chávismo come «Socialismo del XXI secolo». Sostenere questo significa forse tifare “oggettivamente” (è lì che il diavolo imperialista mette la coda!) per la “destra neoliberista” che contende il potere all’attuale caudillo di Caracas? Che qualcuno lo pensi non mi fa, come si dice dalle mie parti, né caldo né freddo: sono del tutto indifferente alle critiche che ricevo da certi “antimperialisti”, che critico solo per cercare di accreditare presso le persone politicamente e umanamente sensibili l’idea che il cosiddetto «comunismo novecentesco» (insomma, lo stalinismo variamente declinato in Russia, in Cina, in Italia: vedi PCI, e altrove nel mondo) non aveva nulla a che fare con un autentico punto di vista critico-rivoluzionario, ma che esso era invece parte integrante dell’ideologia dominante radicata nei rapporti sociali capitalistici. L’impresa appare impossibile, ma ci provo lo stesso!

Ai sovranisti d’ogni colore (vedi Le Pen e Mélenchon!) e agli “antimperialisti” che sono totalmente immersi nella logica della competizione geopolitica fra Potenze e Alleanze imperialistiche ricordo un vecchio slogan del “Movimento”: Il proletariato non ha nazione! Internazionalismo, Rivoluzione! Certi “comunisti” e “antimperialisti” lavorano H24 per dare al proletariato di qualche Paese uno straccio di Nazione: che capolavoro di “dialettica rivoluzionaria”! La classe dominante ovviamente ringrazia.

L’esperienza cambogiana dei Khmer Rossi e, mutatis mutandis, quella albanese di Enver Hoxha dimostrano fino a che punto le preoccupazioni sovraniste generate da una disgraziata collazione geopolitica possano creare le più odiose condizioni sociali per la popolazione. Dal mio punto di vista quelle preoccupazioni non valgono una sola, singola vita umana.

Anche Massimo Fini scende in campo, “da destra”, a difesa di quel che rimane del famigerato «Asse del Male»: «Secondo Furio Colombo, in un articolo pubblicato dal Fatto l’8 maggio e intitolato “La follia come politica del mondo”, i leader dei Paesi che non rientrano nel circolo buono delle Democrazie occidentali propriamente dette, sono dei pazzi o quantomeno dei pericolosi psicolabili. Al primo posto sta, di diritto, il dittatore della Corea del Nord Kim Jong-un. Al secondo Nicolás Maduro, il presidente del Venezuela, al terzo e al quarto, leggermente distaccati, Putin ed Erdogan. Sarò più pazzo di lui ma Kim Jong-un a me non sembra affatto pazzo» (Il Fatto quotidiano). La freccia critica di Fini non può certo centrare un nemico “senza se e senza ma” del «circolo buono delle Democrazie occidentali propriamente dette» quale io sono. Ma, invertendo Marx, si può benissimo essere nemici del regime totalitario senza essere per questo amici del regime democratico: ciò che informa la mia analisi politica (e geopolitica!) è in primo luogo la natura di classe di un regime sociale, non la sua contingente “sovrastruttura” politico-istituzionale. Di certo non posso condividere quanto Fini dice a proposito della natura sociale della Corea del Nord: «è l’ultimo Paese comunista rimasto al mondo. È criminale oltre che folle essere comunisti? Per decenni, almeno fino al collasso dell’Urss, pregiati e stimati leader politici occidentali, italiani, francesi, tedeschi, appartenenti all’area della sinistra europea sono stati comunisti – alcuni ancora lo sono – senza che li si considerasse né criminali né folli». Una “oggettiva” ironia, quella di Fini, che coglie in pieno i «pregiati e stimati leader politici occidentali appartenenti all’area della sinistra europea» che un tempo furono “comunisti” (ma «alcuni ancora lo sono»), ossia variamente stalinisti.

«La Corea del Nord», scrive il Nostro, «è circondata da Paesi ostili, alcuni nucleari e anche quelli che nucleari non sono, come la Corea del Sud, è come se lo fossero perché sono di fatto un protettorato della più grande Potenza atomica del mondo. È così strano, così criminale, così folle che la Corea del Nord voglia farsi un armamento nucleare?». Come si vede, anche il pensiero finiano si muove interamente dentro la già ricordata logica della competizione geopolitica fra Potenze e Alleanze imperialistiche; una logica disumana che si nutre della vita delle persone, in tempo di “pace” come in tempo di guerra. Le ragioni delle Potenze, grandi e piccole, e della Nazioni, grandi e piccole, non vanno negate moralisticamente e idealisticamente: esse vanno piuttosto riconosciute e combattute per quel che sono: le ragioni di un mondo (capitalistico) sempre più ostile alle ragioni dell’«uomo in quanto uomo».

Come ho scritto altre volte, È qui che insiste la differenza fondamentale tra il punto di vista geopolitico di considerare la competizione interimperialistica, il quale non solo non mette in questione l’ordine sociale mondiale, ma si sforza di sostenerlo dando scientifici consigli alle classi dominanti dei diversi Paesi, e il punto di vista critico-radicale che all’opposto intende attaccare analiticamente e politicamente quell’ordine.

«Tra la devastazione di un Paese martoriato oggi la villa di Kim Jong-un si erge può bella e maestosa che mai, simbolo di un regime malato che vive nel lusso alle spalle di un popolo ridotto sempre più allo stremo. Facile parlare di comunismo quando la vita di un normale cittadino non vale neanche un millesimo di quella del suo leader ma, in fondo, sono solo storie di vita quotidiana di un lontano regime comunista!» (L. Muzzi, Il giornale). Per i “destri” è un piacere impagabile poter fare del “populismo” contro un regime “comunista”: potrebbero almeno ringraziare i “comunisti” ancora rimasti in servizio!

Io spero che quanto prima le classi subalterne nordcoreane possano trovare la forza di lottare contro le loro terribili condizioni di vita e di lavoro, che esse possano formare sindacati indipendenti e ogni altro tipo di associazione rivendicativa a carattere sia “economico” che politico, e ciò senza nulla concedere alla preoccupazione sovranista-nazionalista sintetizzabile nella domanda che segue: «Ma lo sviluppo della lotta di classe in Corea del Nord non favorirebbe oggettivamente l’Imperialismo degli Stati Uniti e gli interessi geopolitici dei suoi alleati asiatici?» Ovunque nel mondo l’orgoglio nazionalista è veleno iniettato dai dominanti nelle vene dei dominati. Naturalmente la speranza che ho espresso per i subalterni nordcoreani va estesa tale e quale ai lavoratori e ai proletari di tutto il mondo, senza alcun riguardo per gli interessi nazionali di questo o quel Paese. Lotta di classe in Corea del Nord, in Corea del Sud, in Giappone, in Cina, negli Stati Uniti, ovunque! A cominciare dall’Italia, of course. Lo so, si tratta di una speranza che oggi non ha molte possibilità (notare l’eufemismo) di venir soddisfatta, ma quantomeno essa contribuisce a orientare il pensiero che vuole essere radicalmente critico verso piste politicamente feconde, ossia ostili all’ideologia oggi dominante sul pianeta – incluso certo cosiddetto “antimperialismo”.

(*) La Corea del Nord non si considera più “comunista”, ma “Juche”, un termine coniato dal Caro Leader Kim Il-sung per definire la “filosofia politica” del suo regime.

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A CHE PUNTO È L’APOCALISSE NUCLEARE?

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Gli analisti di geopolitica più accreditati del pianeta non hanno dubbi: le prime mosse militari di Trump hanno un forte, se non esclusivo, significato politico, tanto in chiave esterna (avvertimento ai cinesi, ai russi, ai siriani, agli jihadisti, ai nord-coreani, agli alleati orientali e occidentali), quanto in chiave interna: «Trump è impegnato in una dura battaglia con gli altri poteri americani, intelligence inclusa, e quindi gioca la carta del comandante in capo per recuperare prestigio e influenza. D’altro canto, l’unico momento in cui un presidente americano è veramente a capo del sistema è durante la guerra» (L. Caracciolo, L’Unità). Come capita spesso, e non solo negli Stati Uniti, mostrare i muscoli porta consenso al Comandante in capo: basti pensare che già dopo l’attacco con 59 missili alla base siriana di al-Shayrat l’indice di gradimento per il Presidente è passato dall’anoressico 34 per cento a un più dignitoso 42. Chissà quanto in alto sarà schizzato quell’indice dopo il propagandistico uso della Madre di tutte le bombe in Afghanistan! A tal proposito, e a dimostrazione che l’imperialismo americano bombarda secondo inappuntabili criteri di umanità e precauzione (altro che il macellaio/chimico di Damasco!), «il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer ha sottolineato che nell’azione “sono state prese tutte le precauzioni per evitare vittime civili e danni collaterali”» (ANSA). Queste più che credibili assicurazioni fanno bene al cuore, nevvero?

Per Enrico Oliari il messaggio del Presidente può essere sintetizzato in questi termini: «con lui è “America first”. Anche fuori casa». Esatto. E questo naturalmente in perfetta continuità con la prassi politica (sfera militare inclusa) di quella che rimane la prima potenza imperialistica del pianeta. Sulla falsa alternativa isolazionismo/interventismo nella politica estera americana rimando ai miei post dedicati al tema.

Poteva il virile Putin non reagire alla maschia provocazione trumpista? Certo che no! «L’uso in Afghanistan della potentissima Moab da parte dell’esercito Usa deve aver indispettito i colleghi russi. RT Russia, infatti, sul suo account Twitter si è sentita di puntualizzare che la bomba non nucleare più potente – e molto più “maschia” – è a disposizione dell’arsenale russo. “La Madre di tutte le bombe non spaventa i russi, noi ne abbiamo una ancora più potente: gli americani avrebbero molta più paura del nostro “padre”. La super-bomba russa, precisa il Moscow Times, ha una potenza equivalente a 44 tonnellate di tritolo contro i “soli” 11 di quella Usa – e, a quanto pare, un raggio di distruzione maggiore» (ANSA). Si tratta insomma di una gara a chi possiede l’ordigno più grosso e potente; Madre di tutte le bombe contro Padre di tutte le bombe: qui anche la psicoanalisi freudiana avrebbe forse qualcosa di intelligente da dire, soprattutto a proposito di chi è attratto dalla virile postura dei Cari Leader mondiali dei nostri più che disgraziati tempi.

A proposito di Cari Leader mondiali, c’è da dire che in questi giorni è un vero spasso compulsare i siti sinistrorsi e destrorsi che al momento dell’elezione di Trump avevano brindato, forse un pochino in anticipo sui tempi, all’«alleanza populista» tra gli Stati Uniti e la Russia; oggi vi si nota un certo imbarazzo, per così dire, e certamente molta frustrazione. Secondo certi personaggi rigorosamente “antimperialisti”, il Presidente a stelle e strisce avrebbe infine ceduto alla pressione e ai ricatti dello «Stato profondo» americano, o dell’establishment, oppure dei «poteri forti» (poverino!), o della lobby pro-global (Unione Europea in testa, si capisce). Leggo da qualche parte: «Il tradimento di Trump ha aperto il vaso di Pandora». Tradimento! Il blocco populista-sovranista si vede costretto a retrocedere dal superbo trumputinismo che avrebbe dovuto spezzare le reni al blocco globalista guidato dalla Cina e dall’Unione Europea, a un più modesto e tradizionale putinismo. Bisogna accontentarsi di quel che passa il convento dell’«antimperialismo oggettivo».

Sul versante politico opposto (ma sullo stesso terreno di classe!), Giuliano Ferrara soffre perché non riesce a riposizionarsi senza nulla concedere all’avversario: l’attivismo militare di Trump sarebbe più che legittimo politicamente e giustificato sul terreno della «battaglia culturale», soprattutto dopo il catastrofico disimpegno obamiano sul fronte della difesa dei sacri valori occidentali; ma tutto questo se alla Casa Bianca ci fosse un vero statista, magari intellettualmente modesto come George W. Bush, e non un inaffidabile miliardario newyorchese che insegue giorno per giorno il successo di immagine come una qualsiasi star hollywoodiana. Berlusconi ai suoi tempi, benché su una scala geopolitica molto più ridotta, faceva lo stesso, ma almeno non aveva alcuna arma fine di mondo da lanciare su qualche malcapitata popolazione del pianeta! Tempi duri per gli amici di Washington.

Da Pechino, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ci fa sapere che «si ha la sensazione che un conflitto potrebbe scoppiare da un momento all’altro» (che bella notizia!), ma che d’altra parte «il dialogo è la sola via»: tiro un sospiro di sollievo! Naturalmente tutti i protagonisti del Sistema Mondiale del Terrore sostengono che «il dialogo è la sola via», ma intanto preparano o fanno la guerra armata (quella sistemica non conosce soste) con le armi che hanno a disposizione: dal gas nervino alla Massive ordnance air blast; dalle tecnologicamente arretrate (ma quanto efficaci!) barrel bombs ai più sofisticati e “intelligenti” Tomahawk. Anche Trump è per il “dialogo”, si capisce: «Ho una grande fiducia nel fatto che la Cina gestirà bene la situazione della Corea del Nord». Ma il Presidente, ligio al motto «fidarsi è bene, non fidarsi è meglio», ha già pronto un piano di riserva: «Se non è in grado di farlo, gli Usa, con i suoi alleati, lo faranno». Ecco! Dopo questa puntualizzazione mi sento ancora più tranquillo, diciamo.

Intanto il Caro Leader nordcoreano si appresta a celebrare da par suo la Festa del Sole dedicata all’Eterno Presidente Kim Il Sung, fondatore della dinastia stalinista-maoista che regna in Corea del Nord dal 1948. «Choe Ryong-hae, secondo alcuni analisti il secondo più potente ufficiale della Corea del Nord, ha detto che il Paese è pronto ad affrontare qualsiasi minaccia posta dagli Stati Uniti.  “Risponderemo a una guerra totale con una guerra totale, e a una guerra nucleare con il nostro stile di un attacco nucleare”» (ANSA). Esiste dunque uno stile nordcoreano di attacco nucleare? Non lo sapevo. Per fortuna il Caro – e lui si augura soprattutto Eterno – Senatore Antonio Razzi vola a Pyongyang e si offre come scudo umano: «Quello che voglio far capire a Donald, rispetto al mio viaggio nordcoreano, è che io sono per il dialogo perché “Dio ci ha dato la bocca per parlare e non ci ha dato le bombe da sganciare”. E allora, amico caro, io dico: se ci ha dato la bocca, parliamone» (Il Tempo). Ci sarebbe da ridere se si trattasse di un film comico, e invece da un momento all’altro potrebbe scoppiare, almeno a dar credito ai quotidiani italiani, la Terza guerra mondiale, quella “intera”, non quella “a pezzetti” di cui tanto parla il Santissimo Padre.

Secondo il già citato Lucio Caracciolo, il confronto Usa-Corea del Nord ha superato il perimetro dell’escalation puramente verbale: «Stavolta c’è di più, nel senso che per la prima volta da quando la Corea del Nord è diventata nucleare, gli americani temono che non sia un bluff, quello ordito da Pyongyang, per portare a casa soldi e aiuti, ma che si tratti di una minaccia effettiva. Secondo alcuni analisti, nel giro del primo mandato presidenziale di Trump, Pyongyang potrebbe dotarsi di missili balistici intercontinentali armati con la bomba atomica, in grado di colpire la California, San Francisco o Los Angeles. Questo implica la possibilità che Trump ordini un attacco preventivo per impedire che ciò accada. Che per l’America il riarmo nucleare nord coreano fosse un “grosso pericolo” è stato lo stesso Obama a segnalarlo al suo successore nel colloquio che ha segnato il passaggio di consegne alla Casa Bianca. Non da oggi, peraltro, il confine più critico al mondo è quello che divide le due Coree. Un confine estremamente militarizzato. E tutto questo nel contesto di una partita che si gioca da molti anni nel Nord-Est asiatico fra le principali potenze, tutte schierate a ridosso del confine intracoreano: la Cina, la Russia, il Giappone e naturalmente gli stessi Stati Uniti. Tutto questo rende l’evoluzione di quella crisi permanente uno scenario d’interesse globale».

Ricordo che già nella primavera del 2013 si parlò della possibilità di uno scontro armato imminente in quell’area, come si evince da un mio post (Prove di apocalisse nucleare lungo il 38° parallelo) pubblicato quell’anno: «Per Pyongyang sembra alla fine essere arrivato il “tempo della battaglia finale”. Il Rodong Sinmun, il quotidiano del Partito dei lavoratori (sic!) nordcoreano, ha dichiarato la scorsa domenica che in seguito alle manovre militari congiunte tra Washington e Seul la Corea del Nord considera l’armistizio del 1953 con la Corea del Sud “completamente nullo da oggi”. Se non si tratta di una dichiarazione di guerra, poco ci manca. Le truppe ammassate lungo il famigerato 38° parallelo “aspettano solo l’ordine di attacco”. L’inevitabile redde rationem bussa dunque alle porte del Sudest Asiatico? D’atra parte, l’ex “Caro Leader” Kim Jong-il aveva dichiarato, qualche mese prima di raggiungere il Paradiso Comunista dell’Aldilà, che “a causa della sconsiderata politica bellica dei sud-coreani, non si tratta di guerra o pace nella regione coreana, ma di quando scoppierà la guerra”, e aveva aggiunto, giusto per tranquillizzare i fratellastri sud-coreani, i cugini cinesi e gli odiati giapponesi, che la guerra “condurrà al confronto nucleare e non sarà circoscritta alla penisola coreana”. Com’è noto, la sola fabbrica nordcoreana davvero produttiva è quella del terrore: poliziesco (verso l’interno) e nucleare (verso l’esterno); una fabbrica che ha consentito all’inquietante regime militare di Pyongyang di mantenersi a galla nonostante l’estremo degrado economico, morale e psicologico della popolazione del Paese. Pare che il giovane leader Kim Jong-un sia di fatto ostaggio della “casta militare”, la quale da sempre è stata ostile a qualsiasi “riforma economica”, anche timida e limitata ma quantomeno in grado di frenare l’emorragia di cittadini nordcoreani che fuggono con tutti i mezzi possibili verso la Corea del Sud e verso la Cina».

Quattro anni dopo ci risiamo! Che sia la volta buona? Scherzo! È il Sistema Mondiale del Terrore che invece non ha alcuna voglia di scherzare.