A DIECI ANNI DALLA “GRANDE CRISI” (III)

In questo modo, il capitale diventa
un essere incredibilmente misterioso.
K. Marx.

Concludevo il precedente post dedicato alla Grande crisi del 2007/2008 chiedendomi dove è possibile individuare la differenza specifica, di “ultima istanza”, tra «economia reale» ed economia finanziaria. Il problema si pone nella misura in cui il pensiero economico più accreditato, o mainstream, ha individuato proprio nella crescente dicotomia economia reale-economia finanziaria, e nel dominio della seconda sulla prima, la causa scatenante di tutte le crisi economiche “sistemiche” che si sono succedute nel mondo almeno negli ultimi venti anni .

Intanto osservo che parlare di «economia reale» ha, dal mio punto di vista (interamente costruito a partire dalla teoria marxiana dello sfruttamento capitalistico), un solo significato, ed esso non ha nulla a che vedere con la santificazione del lavoro salariato e del capitale industriale e commerciale (nonché della «finanza buona») tipica del pensiero borghese, di ispirazione laica o religiosa (o “cattocomunista”), che vede come il fumo negli occhi le attività finanziarie ed è incapace di  cogliere il meccanismo capitalistico nella sua inscindibile totalità sociale. Alludo alla classica, e tutt’altro che invecchiata, distinzione tra lavoro produttivo e lavoro non produttivo. Parlo di lavoro, e non di capitale, più o meno produttivo, perché è appunto il lavoro che conserva e crea valore, non il capitale che quel valore si appropria semplicemente perché detiene il monopolio dei cosiddetti fattori produttivi. In quel “semplicemente” è naturalmente condensato un lungo e complesso processo storico-sociale che qui non prendo in considerazione.

In un’accezione storicamente e socialmente peculiare, solo apparentemente riduttiva, è produttivo il lavoro industriale (compreso un largo settore di ciò che oggi chiamiamo logistica) e agricolo (una distinzione puramente formale, soprattutto oggi, che comunque faccio a scanso di equivoci) perché solo questo genere di attività è in grado di generare quello che chiamo plusvalore primario o basico (e che Marx qualche volta chiama «profitto assoluto»), materia prima di valore sulla cui base si erge il gigantesco edificio dei profitti e delle rendite – più o meno virtuali e parassitarie.

«La produttività del lavoro nel senso capitalistico è fondata sulla produttività relativa, sul fatto che l’operaio non solo riproduce un valore vecchio, ma ne crea uno nuovo» (1). Qui è sintetizzato il concetto di valorizzazione capitalistica, il cuore dell’attività lavorativa e dell’accumulazione del capitale colta nella sua interezza: produzione, circolazione, accumulazione, produzione… «Poiché lo scopo immediato e l’autentico prodotto della produzione capitalistica è il plusvalore, è produttivo solo quel lavoro che nel processo produttivo viene consumato direttamente per la valorizzazione del capitale» (2). Il concetto marxiano di produttività del lavoro ha dunque  poco a che fare con la quantità fisica di merci che un’unità di lavoro riesce a produrre in un certo tempo: la specifica produttività a cui Marx fa continuamente riferimento ha una natura essenzialmente qualitativa (sociale), ed è quella relativa alla massa del plusvalore (plusvalore “individuale” moltiplicato per il numero degli operai impiegati) e al saggio del profitto, ossia alla redditività del capitale complessivamente investito in un ciclo produttivo.  Perché Marx parla di consumo riferendosi al lavoro salariato? Perché il lavoratore (non semplicemente il suo lavoro!) è acquistato dal capitale alla stregua di una qualsiasi merce, e come qualsiasi altra merce egli possiede due valori: quello di scambio e quello d’uso. Con il salario il capitale “copre” il valore di scambio della merce-lavoratore (le “spese vive” del lavoro vivo), mentre il lavoro “erogato” dal lavoratore nel processo produttivo rappresenta il valore d’uso che appartiene legittimamente a chi lo ha comprato. Se compro una chitarra, il suo valore d’uso (emettere suoni, essere un bell’oggetto) mi appartiene, ed è un mio diritto portarmela a casa e farci quel che voglio. Diciamo allora, per amor di analogia, che il lavoro vivo emette valore e plusvalore. Su tutti questi aspetti rimando ai miei appunti di studio “economici” (Dacci oggi il pane quotidiano, Il potere in tasca, ecc.: vedi nei Testi scaricabili).

Ecco perché tutti i discorsi apologetici intorno al “capitale umano da mettere a valore”, preservandolo dall’impari concorrenza dei robot, ci parlano della maledizione della condizione operaia, in particolare, e di quella umana in generale, perché i disumani rapporti sociali capitalistici informano, in un modo o nell’altro, la vita di tutti gli individui, ne siano essi coscienti o meno.

Nel Capitalismo del XXI secolo il capitale industriale e quello commerciale sono così profondamente intrecciati con il capitale finanziario (creditizio e speculativo), da rendere vano ogni tentativo reale e concettuale volto a separarli in modo chirurgico, e ciò apparve chiaro già alla fine del XIX secolo agli stessi economisti borghesi più intelligenti, quantomeno per ciò che riguardava la grande impresa capitalistica – metalmeccanica, siderurgica, chimica e così via. Scriveva Lenin, buon lettore critico dell’Imperialismo (1902) di J. A. Hobson e del Capitale finanziario (1910) di R. Hilferding: «L’inizio del secolo XX segna il punto criti­co del passaggio dall’antico al nuovo Capitalismo, dal dominio del capitale in generale al dominio del capitale finanziario» (3). Ai suoi tempi Marx registrò «un bel trapasso dalla concorrenza dei capitali al capitale come credito» (4). Si tratta di vedere come si configura il Capitale in questo scorcio di XXI secolo, problema che esula da questo scritto – e certamente dalle capacità di chi scrive. Qui è sufficiente dire che quasi tutte le multinazionali industriali e commerciali oggi hanno, più o meno direttamente, le mani in pasta nella finanza, e per alcune di esse è persino difficile stabilire se il loro core business sia rappresentato dalle attività industriali e commerciali oppure da quelle finanziarie. Ricordo che alla fine degli anni Ottanta, inizio anni Novanta molto si discusse in Italia sulla finanziarizzazione della Fiat, e non pochi economisti e politici devoti all’economia reale denunciarono il tradimento di Gianni Agnelli nei confronti della vocazione industrialista del nonno.

Secondo Mario Seminerio (Blog Phastidio) «Il rischio sistemico è figlio dell’innovazione finanziaria e della liquidità creata per contrastare gli effetti della crisi. Per questo è difficile sfuggire alla conclusione che per la prossima crisi globale non è questione di se ma di quando». In realtà «il rischio sistemico» è sempre stato figlio dell’economia capitalistica in quanto tale, e difatti la crisi è un fenomeno che appartiene alla fisiologia del vigente modo di produrre e distribuire la ricchezza sociale, esattamente come fisiologica è la fase dialetticamente connessa alla crisi: l’espansione economica. Com’è noto fu Marx a spiegare perché la crisi economica è lungi dall’essere estranea alla natura del Capitalismo, mentre ne è piuttosto un momento peculiare, manifestando essa nel modo più evidente le contraddizioni insuperabili dell’economia che ha nella ricerca del profitto il suo più vitale movente. In questo senso Seminerio ha ragione quando scrive che «per la prossima crisi globale non è questione di se ma di quando». L’ingigantirsi del sistema finanziario legato soprattutto alle attività speculative è l’effetto, non la causa, di quella crisi sistemica (“strutturale”) che va ricercata nella sfera delle attività produttive di valore e di plusvalore.

Quando l’investimento nelle attività industriali e commerciali non è più redditizio, secondo le legittime aspettative dei capitalisti, una massa crescente di capitale produttivo esce dalla sfera dell’economia cosiddetta reale e va a cercar fortuna nella sfera finanziaria in generale, e nelle attività finanziarie speculative in particolare. Scriveva ad esempio il Fmi alla fine degli anni Novanta: «Col rallentamento dell’attività economica nei paesi industriali e la caduta dei tassi di interesse su scala mondiale agli inizî degli anni ’90, i titoli emessi dai paesi in sviluppo divennero più attraenti a causa dei loro alti rendimenti». Nei Paesi industrializzati si realizzò un eccesso («una pletora», per dirla con Marx) di capitali, che affluirono nei Paesi affamati di capitali. Questo flusso fu alla base delle crisi finanziarie che terremotarono le economie di molti Paesi in via di sviluppo in America Latina e in Asia nella seconda metà degli anni Novanta. Il fatto è che il cosiddetto capitale volante (flying capital) è pronto a volar via non appena l’azzurro cielo della speculazione inizia a riempirsi di nuvole temporalesche, cioè a dire quando scompaiono le condizioni di alto rendimento che l’avevano fatto atterrare in un dato Paese.

Ho appena evocato il concetto marxiano di sovraccumulazione di capitali, da non confondere con la mera sovrapproduzione di merci destinati al consumo privato e industriale, concetto questo caro ai teorici del sottoconsumismo: la crisi come mancanza di potere d’acquisto da parte di vaste masse di consumatori. Si realizza cioè una condizione di eccesso (pletora) di capitali non in una forma assoluta, ma solo relativa, ossia in rapporto alle condizioni della valorizzazione, la quale non sempre garantisce livelli di profitto tali da invogliare il funzionario del Capitale (capitalista o manager che sia) a investire (accumulare) una cospicua fetta di profitto in un nuovo ciclo produttivo. In questa condizione una massa più o meno grande di capitali che non trova più allettante l’investimento in attività industriali e commerciali bussa alla porta della finanza e della speculazione. Non c’è nulla al mondo che possa impedire questa migrazione capitalistica, salvo ripristinare condizioni ottimali nel processo di valorizzazione, una prassi di risanamento che si traduce sempre e puntualmente in un attacco alle condizioni di lavoro e di vita dei salariati. Certo, sto parlando di intensificazione dello sfruttamento e di svalorizzazione della capacità lavorativa.

La cosiddetta industria finanziaria cerca di intercettare la massa di capitale “disoccupato” e affamato di profitti confezionando prodotti finanziari dall’aspetto appetitoso e seducente, e sulla base di quel capitale reale affluito nella luccicante e promettente sfera della “finanza creativa” prende corpo il gigantesco castello del capitale fittizio, frutto della miracolistica moltiplicazione di valori nominali aventi un legame sempre più flebile e remoto con i sottostanti valori reali. «Con lo sviluppo del capitale produttivo d’interesse ogni capitale sembra raddoppiarsi e in alcuni casi triplicarsi a causa dei diversi modi in cui lo stesso capitale o anche soltanto lo stesso titolo di credito appare in forme diverse in mani diverse. La maggior parte di questo “capitale monetario” è puramente fittizio» (5). Oggi la dimensione raggiunta dal capitale «puramente fittizio» non è neanche lontanamente paragonabile, anche in termini relativi, da quella che ai suoi tempi conobbe e indagò Marx. Anche per questo risulta difficile cogliere il processo di autonomizzazione delle attività finanziarie a partire dal processo allargato dell’accumulazione, autonomizzazione che proprio nel fenomeno-crisi mostra la sua reale genesi e i suoi reali limiti. Come scriveva l’uomo con la barba, «è appunto nella crisi che si manifesta l’unità dei distinti» (6).

A partire da un valore reale (un qualsiasi “bene durevole” acquistato a debito attraverso la sottoscrizione di obbligazioni o titoli) è possibile creare una più o meno estesa bolla di valore fittizio, puramente nominale – scritto su un pezzo di carta, o sul ghiaccio… Tizio compra una casa messa in vendita da Caio e per farlo sottoscrive un mutuo con una banca o con una qualsiasi “impresa finanziaria”; quel mutuo, che rappresenta al contempo un debito (per il mutuatario Tizio) e un credito (dal lato dei suoi finanziatori), sul mercato finanziario acquista una sua autonoma configurazione mercantile, e difatti è trattato sul mercato finanziario alla stregua di un valore reale positivo, idoneo cioè a sostenere alcune attività: ad esempio la sua cartolarizzazione. «Il movimento autonomo del valore di questi titoli di proprietà […] consolida l’apparenza che essi costituiscano un capitale reale accanto al capitale. […] Essi si trasformano difatti in merci, il cui prezzo ha un movimento e un modo di fissarsi suoi propri» (7). E infatti si parla dei “prodotti finanziari” come se fossero delle vere e proprie merci, dei valori di scambio in carne ed ossa, per così dire.

Il titolo di debito è la rappresentazione di un valore reale (una casa, un’automobile, una cucina componibile); il pezzo di carta che esce fuori dalla cartolarizzazione di quel titolo rappresenta invece un puro debito, nonostante esso sia venduto come fosse qualcosa agganciata a un valore reale, “tangibile”, come se fosse un segno di ricchezza: miracoli della “finanza creativa”, appunto. «Il credito permette di distanziare ancora di più le operazioni di compera e di vendita e serve quindi di base alla speculazione» (8). La dilatazione dei tempi di pagamento (prendi oggi e paga domani, no tra un anno!) resa possibile dal credito in tutte le sue molteplici – e spesso «fantasmagoriche» – forme crea alla speculazione finanziaria uno spazio che i professionisti del settore hanno imparato a riempire con numerosissime occasioni di facili profitti. Fin che dura, tutti traggono beneficio dalla finanziarizzazione dell’economia.

La teoria economica oggi più accreditata registra la complessa dialettica del debito-credito considerata in tutta la sua lunga filiera (dal mutuo alla sua cartolarizzazione e sottocartolarizzazione) come una creazione di denaro: il debito crea denaro. Che pacchia! Un miracolo degno di Padre Pio. Il fatto che un debito possa autonomizzarsi sottoforma di pseudo ricchezza è qualcosa che deve farci riflettere seriamente sulla natura “demoniaca” (leggi contraddittoria e disumana) del Capitalismo. Marx visse abbastanza da poter osservare lo sviluppo del credito, ma, come si diceva, quest’ultimo è andato poi assumendo un’estensione che fa impallidire il sistema creditizio dei suoi tempi, ancora strettamente intrecciato con le attività produttive e commerciali che realizzano ciò che gli economisti chiamano appunto «economia reale». Eppure, nelle analisi marxiane si trovano molte delle risposte alle domande poste dalla dinamica del capitale finanziario dei nostri giorni, purché si abbia la capacità e la pazienza di scavare nella spessa stratificazione economica e concettuale formata dalle attività finanziarie. Una volta Lenin disse che scavando nelle viscere del nuovo capitalismo finanziario, alla fine ci si ritrova dinanzi al vecchio Capitalismo alle prese con il suo insuperabile limite storico: il valore (e il plusvalore) può venire fuori solo dal lavoro umano, una vera e propria maledizione per un mostro sempre più affamato di profitti. Lo sviluppo capitalistico da molto tempo ormai non ha altro significato che quello di confermare la maledizione e, allo stesso tempo, di sottrarsi a essa. Questa dialettica mi ricorda un personaggio di La morte a Venezia di Thomas Mann, il quale da lontano appariva bello e giovane, ma che se visto in piena luce e da più vicino mostrava tutti i segni della decadenza fisica, oltre che morale. Ma forse ricordo male, e comunque il concetto che intendo esprimere mi sembra abbastanza chiaro.

Con lo sviluppo del Capitalismo, entrato ormai da tempo (almeno in Occidente e in Giappone) nella sua piena maturità (o senescenza?), una parte sempre più grande di capitale creditizio non rappresenta che capitale fittizio, non è che capitale fittizio (ad esempio, sottoforma di capitale obbligazionario), ossia espressione di una ricchezza sociale che esiste solo nella testa degli operatori economici che vivono di “finanza derivata” e degli economisti che teorizzano feticisticamente su fenomeni che non riescono a comprendere.

Il meccanismo miracolistico qui sommariamente – e forse anche rozzamente – descritto è noto a tutti, e va bene a tutti, anche a quei consumatori che possono acquistare solo a debito beni durevoli che il loro reddito non gli consentirebbe di portare a casa. «Dobbiamo dare una casa a tutti gli americani, anche a quelli meno fortunati», disse nel 2002 l’allora Presidente George. W. Bush; sappiamo com’è andata a finire. Quando le cose non girano più nel verso giusto inizia il piagnisteo generale, e si “scopre” improvvisamente che i cattivi magnati della finanza si sono arricchiti vendendo spazzatura agli allocchi, che i consumatori hanno fatto il passo più lungo della loro (sempre più corta) gamba, e che i decisori politici non hanno controllato a dovere i «delicati meccanismi dell’economia moderna». La caccia ai capri espiatori da dare in pasto al “popolino” che reclama giustizia e ristoro non si fa attendere. «Se potessi tornare indietro», confessò nell’ottobre del 2008 davanti alla Commissione del Congresso USA Richard Fuld, il “banchiere squalo” che da anni guidava la poi fallita Lehman Brothers, «mi comporterei diversamente sul business dei mutui e sull’immobiliare commerciale. E in generale su tutte le operazioni a leva [a debito]. Ma se l’avessi fatto allora, sarei stato attaccato e trattato come un folle: è facile giudicarmi ora» (9). Ben detto! Preferisco di gran lunga lo “squalo” milionario che non ne vuole sapere di recitare la parte   del capro espiatorio, ai tanti miserabili “populisti” che amano nuotare nella fetida acqua della disperazione sociale per portare a casa consensi mediatici ed elettorali. Scriveva Luigi Zingales: «Ho avuto l’onore di testimoniare di fronte al Congresso [degli Stati Uniti] sulle cause della crisi finanziaria. […] I parlamentari erano solo interessati a scaricare la colpa sul partito avversario. […]  Ma a spingere [tutte le istituzioni finanziarie] a investire in mutui subprime fu soprattutto la prospettiva di facili guadagni, non la pressione politica» (10). Diciamo che la politica assecondò allora un’irresistibile tendenza che nasceva dalle viscere della cosiddetta società civile.

Continua. La “puntata” precedente è qui.

(1) K. Marx, Storia delle teorie economiche, I, p. 249, Einaudi, 1954.
(2) K. Marx, Il Capitale, Capitolo VI inedito, p. 66, Newton, 1976.
(3) Lenin, L’Imperialismo, fase suprema del capitalismo, p. 227, Opere, XXII, Editori Riuniti, 1966.
(4) K. Marx, Storia delle teorie economiche, I, p. 65.
(5) K. Marx, Il Capitale, III, p. 554, Editori Riuniti, 1980.
(6) K. Marx, Storia delle teorie economiche, II, p. 553, Einaudi, 1955.
(7) K. Marx, Il Capitale, III, p. 551.
(8) Ibidem, p. 518.
(9) La grande crisi, p. 23, Il Sole 24 Ore.
(10) Ibidem, p. 37.

ECONOMIA E POTENZA DEGLI STATI

Nel post dello scorso giovedì, criticando la colossale fandonia di Barbara Spinelli sulla Germania (la ricerca della primazia economica come prerogativa dei soli tedeschi), facevo notare come la dimensione economica si collochi sempre più, e in misura sempre più imperativa e totalitaria, al cuore della prassi sociale, fino a penetrare la sostanza più intima degli individui, ridotti al rango di lavoratori (più o meno “manuali”, più o meno “intellettuali”), funzionari a diverso titolo del capitale, consumatori, clienti, contribuenti e, vista la stagione, comandati alle «sudate e meritate» ferie. Se, per riprendere la famosa tesi del materialismo volgare, l’uomo è ciò che mangia, non c’è dubbio che nel XXI secolo egli a malapena si distingue da una merce o da un codice fiscale.

Il Capitale ha una natura imperialista in questo senso peculiare, che per sopravvivere esso deve necessariamente sussumere sotto il suo Diritto, che si compendia nella bronzea legge del profitto, l’intero spazio esistenziale degli individui: non solo la produzione, non solo il mercato, non solo i luoghi del consumo, ma anche i corpi e le anime degli individui. Inutile dire che è nel denaro, nel demoniaco «equivalente universale», che questa natura espansiva e totalitaria trova la sua massima espressione, fino al punto da generare  la feticistica impressione di una sua “ontologica” autonomia esistenziale: per un verso esso appare alla stregua di cosa naturale, e per altro verso come mero strumento tecnico al servizio della società. La sua esistenza reale in quanto espressione del lavoro sociale mondiale, e quindi di peculiari rapporti sociali, è un “filosofema” che la prassi quotidiana sembra negare nel modo più evidente. Di qui, appunto, la sua dimensione feticistica, oggetto più consono alla cura dello psicoanalista e del teologo, che allo studio del rigoroso “scienziato sociale”.

La cosiddetta guerra fredda (molto “calda” ai confini dell’Impero) tenne celato il sordo conflitto economico che ebbe come protagonisti indiscussi i partener dell’Alleanza centrata sugli Stati Uniti. Venuto meno uno dei due poli dell’antagonismo (il Patto di Varsavia), il cemento politico-ideologico che aveva tenuto insieme il fronte del «Capitalismo liberale» si è progressivamente indebolito, lasciando venire a galla il fondale. Sotto questo aspetto si può senz’altro dire che gli americani avevano lo stesso interesse dei russi al mantenimento dello status quo interimperialistico generato dalla seconda guerra mondiale, tanto più  che i primi avevano potuto lucrare cospicui vantaggi economici in virtù della loro funzione di leader politici riconosciuti. Basti pensare alla svalutazione del dollaro agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso e agli accordi del Plaza del settembre 1985, entrambi aventi peraltro come maggiore obiettivo il Giappone. Ma fare i conti senza l’oste, ossia senza tenere nella giusta considerazione il fondamento di ogni potenza passata, presente e futura, è una prassi che alla fine mostra tutti i suoi limiti.

Alla fine degli anni Ottanta, ossia alla vigilia dell’ennesima accelerazione nel processo di globalizzazione capitalistica, il quadro della contesa sistemica mondiale presentava questa situazione: la potenza “sovietica” perdente su tutti i fronti (da quello economico a quello tecnologico-scientifico, da quello politico-ideologico a quello militare) e in paurosa crisi; la potenza americana vincente ma in declino, il Giappone vincente e in poderosa ascesa in tutti i quadranti del globo (dagli Stati Uniti all’Inghilterra, dal Sud-Est asiatico al Canada è un fiorire di imprese economiche attivate dal Capitale nipponico), la Germania trionfante, la Cina alle soglie di quel «grande balzo in avanti» che la proietterà al vertice del Capitalismo mondiale. Lungi dall’essersi dileguato, o indebolito, come avevano teorizzato gli apologeti della «buona e sostenibile globalizzazione», assai numerosi nel Vecchio Continente, il fondamento materiale dell’Imperialismo (il concetto più adeguato al termine globalizzazione) si è piuttosto rafforzato in una misura che, ad esempio, ha reso possibile eventi che un tempo postulavano dichiarazioni di guerra e movimento di eserciti: vedi, appunto, la miserabile dissoluzione del Patto di Varsavia e l’unificazione tedesca. La pressione dell’economia ha avuto ragione di ogni volontà politica, non secondo un processo deterministico, bensì sulla scorta di quella che potremmo chiamare dialettica della necessità: poste alcune importanti premesse le conseguenze insistono in un campo di possibilità piuttosto ristretto, e comunque ben definito sul piano storico-sociale. In questo senso, ad esempio, ho parlato della Germania come «Potenza fatale», ossia per rimarcare i fattori oggettivi della sua forza sistemica e, quindi, della sua necessaria funzione storica, soprattutto nel contesto europeo.

Scrive Christian Harbulot: «Le teorie economiche dominanti in Occidente non colgono il cambio di paradigma in corso: la conquista dei mercati come fattore di sviluppo e di potenza degli stati, l’economia come arma» (L’economia come arma, Limes 3-2012). Non vorrei passare per quello che la sa più lunga degli altri, ma non posso esimermi dal formulare l’antipatica domanda: ma dove sta «il cambio di paradigma»? Alcuni scoprono solo oggi ciò che l’ultrasecolare prassi capitalistica ha mostrato in ogni luogo del pianeta, e anziché rallegrarsi per la tardiva, quanto feconda, acquisizione sentono l’irresistibile bisogno di teorizzare «cambi di paradigma» che esistono solo nelle loro teste. Dopo aver giustamente criticato gli intellettuali europei, soprattutto quelli francesi, «riluttanti a riconoscere il peso riacquisto dai conflitti economici nelle relazioni internazionali», Harbulot scrive: «L’accrescimento di potenza attraverso l’espansione economica è il motore del dinamismo della Cina, dell’India e del Brasile». Non c’è dubbio. Ma ciò non prova affatto un «cambio di paradigma», piuttosto conferma la natura eminentemente economica di un “vecchio” fenomeno sociale: l’Imperialismo, che alcuni teorici dell’Impero avevano trattato come un cane morto sulla scorta di una filosofia della storia fin troppo “postmoderna”. Tutti i dati forniti dal francese e tutti i fatti da lui accuratamente descritti, a cominciare dalla strategia del controllo preventivo dei mercati e delle materie prime, rientrano naturalmente nella rubrica dell’Imperialismo, e per rendersene conto basta compulsare anche solo rapidamente il classico libro di John Atkinson Hobson del 1902.

Con ciò voglio forse sostenere che il “nuovo” Imperialismo è identico a quello “vecchio”? Nemmeno per idea. Infatti, al confronto col primo il secondo impallidisce come un bambino che avesse visto l’Uomo Nero. Un secolo e passa di sviluppo capitalistico non è trascorso invano, e oggi l’Imperialismo ha quella natura esistenziale cui ho fatto cenno all’inizio. Ma il paradigma è sempre lo stesso: il Capitale come rapporto sociale di dominio e di sfruttamento di ogni cosa esistente, a partire dagli individui. È la vitale ricerca del profitto che lo porta a inglobare nel proprio spazio tutti i momenti della totalità sociale: individui, materie prime, mercati, stati, nazioni, continenti: tutto.

Proprio per rispondere al «dinamismo della Cina, dell’India e del Brasile», ma io aggiungo, in una prospettiva storica che guarda anche al passato, degli Stati Uniti e del Giappone, i paesi del Vecchio Continente hanno cercato nel corso di parecchi decenni di costruire un’area economica integrata, ma la crisi economica per un verso ha fatto esplodere le vecchie contraddizioni immanenti al progetto europeista (progetto imperialista al cento per cento), e per altro verso ha posto l’aut-aut che terrorizza tutte le nazioni europee, a cominciare dalla sovranista Francia: o si passa al livello successivo, ossia politico, del gioco, oppure il gioco finisce, con quali conseguenze è ancora da capire. I processi economici devono necessariamente avere delle conseguenze sul piano squisitamente politico, e l’attuale crisi del progetto europeista si colloca al centro di questa dirompente dialettica, la quale ha nella Germania il suo centro di irradiamento fondamentale.

Infatti, il passaggio al livello successivo, ossia politico, nella costruzione dell’Unione Europea presuppone un travaso di potenza fra le nazioni coinvolte nel progetto che deve necessariamente spostare l’asse geopolitico del continente verso la potenza sistemica più forte, ossia verso la Germania. Ancora una volta viene avanti l’economia «come fattore di sviluppo e di potenza degli stati». Ma anche come il più potente fattore di ristrutturazione (o rivoluzionamento) della società. Infatti, il processo di violenta “riforma sociale” che sta attraversando i paesi meno forti dell’eurozona (pensiamo alla Grecia, al Portogallo, alla Spagna e all’Italia), certamente va nella direzione della “convergenza europea”, e quindi si muove lungo le linee di forza generate dalla Germania; ma nella misura in cui tende a rendere più produttivo e flessibile il lavoro e a ridurre la spesa pubblica improduttiva essa va nella direzione voluta da ogni Capitale nazionale. In questo senso Monti ha ragione quando dice che ciò che va bene per l’integrazione europea va bene anche per il Paese, ossia per l’accumulazione capitalistica nazionale. Inutile dire che in questa “dialettica oggettiva”, che abbraccia tanto la dimensione sovranazionale quanto quella nazionale, a farne le spese sono soprattutto le classi subalterne, costrette a “scegliere” tra la brace europeista e la padella sovranista.

La forma giuridica (mercato nazionale o mercato sovranazionale) deve alla fine adeguarsi alla realtà economica (l’internalizzazione del Capitale e l’interdipendenza economica dei paesi e dei continenti), e questo adeguamento deve necessariamente generare conseguenze politico-istituzionali di più vasta e generale portata. La forbice temporale che si è aperta fra l’economia, sempre più veloce, e la politica, relativamente assai più lenta, ha creato quella tensione storico-sociale che stiamo avvertendo come crisi sistemica epocale. Non la sola Germania, come sostiene Barbara Spinelli, ma tutti i paesi europei sono stati posti dal processo sociale mondiale dinanzi a un drammatico bivio, foriero di gravi contraddizioni e di inquietanti (per le classi dominanti, beninteso) conflitti sociali. Ciò che nei secoli passati giocò a favore dell’Europa, ossia l’aggressiva competizione sistemica (economica, politica, scientifica, culturale, religiosa) fra tante e relativamente piccole aree geosociali contigue e, poi, fra tante rissose entità nazionali, nel XXI secolo si mostra come potente fattore di debolezza e di degenerazione. Nella Società-mondo della nostra epoca piccolo non è più – posto che lo sia mai stato – sinonimo di bello.

Nel 2000 Robert Gilpin scriveva che «Un nuovo ordine politico ed economico si sta stabilendo in Europa; quale sarà la sua natura, non è ancora dato sapere» (Le insidie del capitalismo mondiale, Università Bocconi Editore). Dodici anni dopo questo «nuovo ordine» sembra assumere contorni meno evanescenti. Azzardare previsioni intorno agli esiti di quella che non pochi analisti politici ed economici definiscono guerra civile europea non mi sembra un esercizio particolarmente sensato. Ciò che conta non è scommettere su questa o quella soluzione (e, almeno per chi scrive, prendere parte a questo o a quel partito: quello federalista e quello sovranista), ma capire la natura della dialettica in corso. Certamente possiamo dire che, comunque vada, la natura del «nuovo ordine» avrà il marchio del Capitalismo e dell’Imperialismo, e che, come scriveva sempre Gilpin, «la Germania rimane l’unica potenza in grado di farsi carico degli impegni richiesti per una più profonda unificazione economica e politica europea». Già sento le imprecazioni dei sovranisti…

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L’improvvisa irruzione nei media del tema della modernizzazione capitalistica dei Paesi arretrati attraverso lo spettacolo della crisi internazionale nel mondo islamico, rende attuale lo studio delle cause che determinarono già alla fine del XVIII secolo il grande Divario di Civiltà tra Occidente e Oriente.

Che sia proprio la Cina – un tempo paradigma dell’arretratezza e della stagnazione sistemica di un paese e di una civiltà – a recitare oggi un ruolo centrale nell’economia globalizzata, ci suggerisce che indagare le ragioni dell’eccezionale successo della Prima Rivoluzione Industriale in Occidente e dell’incredibile insuccesso che fu il mancato decollo capitalistico della Cina al momento in cui “sarebbe potuto accadere”, può forse aiutarci a dipanare il filo rosso che attraversa la storia mondiale di ieri e di oggi e, di riflesso, a farci cogliere in tutta la sua complessità la radice sociale dell’attuale crisi economica internazionale, che peraltro minaccia di toccare il Celeste Impero del Capitalismo mondiale.

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IL MONDO PERDUTO DI TREMONTI

La rivista Aspenia, dedicata questo numero a I futuri del Capitalismo, ospita un’interessante intervista a Giulio Tremonti, che sembra aver beneficiato, sul piano della riflessione “teoretica” intorno al processo sociale capitalistico mondiale, della poco gloriosa fine del governo Berlusconi per mano “tecnica”. E con questo brevissimo accenno all’attualità politica tocchiamo già il cuore dell’argomentazione tremontiana, centrata proprio sulla critica della «fase degenerativa del capitalismo» che avrebbe esautorato la vecchia «sovrastruttura» politica, a partire dallo Stato Nazionale, reso in gran parte obsoleto da un «capitale dominante» (finanziario) che si muove alla velocità della luce su scala planetaria.

Tutto ciò che costituisce il logico (“dialettico”) sviluppo del Capitalismo agli occhi di Tremonti, e dei tremontiani di “destra” e di “sinistra”, appare come sua «degenerazione» e «patologia». Qual è la logica del Capitale? Il massimo e il più rapido profitto, è ovvio! Ovvio ma non evidente prima facie. Tuttavia, solo la complessità della Società-Mondo del XXI secolo, e il carattere feticistico immanente alla forma capitalistica di produzione della ricchezza sociale, impediscono di cogliere con facilità questa logica ferina, ossia la radicalità del male cui tutti siamo assoggettati.

Come la gran parte degli scienziati sociali Tremonti fabbrica un inesistente, e mai esistito Capitalismo, e poi calcola le deviazioni della realtà rispetto a questo modello («idealtipo») del tutto campato in aria, gonfiato con insufflate di ideologie sincretistiche, mitologie e pregiudizi d’ogni sorta – la maggior parte dei quali basati sull’idea del denaro come sterco del Demonio: «Il Santo Padre ha detto cose assai chiare e definitive a tal proposito». Non c’è dubbio…

Che l’odierna economia capitalistica, dominata dal Capitale Finanziario (ma guarda la novità!), sia interamente radicata nella logica del “vecchio” Capitalismo, «quello di Smith e Marx» che tanto piace agli amanti dell’«economia reale», al simpatico Giulio appare impossibile. Non si tratta di uno sviluppo necessario, i cui presupposti sono radicati nel rapporto sociale di dominio e di sfruttamento indagato da Marx, ma di una rottura epocale, di una deviazione, appunto, di una degenerazione, di una patologia. Tremonti individua per l’esattezza ben «quattro patologie». «Per secoli il sistema politico, economico, sociale del mondo occidentale è stato basato su due pilastri: La Ricchezza delle Nazioni di Adam Smith; Il Capitale di Karl Marx (G. Tremonti, capitalismo take away, Aspenia, n. 56, aprile 2012). Questo mondo non esiste più, è andato in frantumi negli ultimi vent’anni con la globalizzazione, basata sull’informatizzazione, «che ha via via trasformato una quota enorme e stra­tegica dell’economia in simboli e segni elettronici a circolazione globale istantanea e interconnessi in rete», e sul mercatismo, «l’ideologia che sovvertendo l’antico ordine po­litico liberale ha teorizzato e legittimato il dominio universale del mercato prima sullo Stato e poi su tutto il resto».

Posto che «il dominio universale del mercato» (leggi: del Capitale tout court) non è un recente acquisto dell’umanità, bensì una realtà ormai secolare che ha anche nello Stato un suo formidabile strumento di rafforzamento e di espansione (vedi soprattutto i paesi storicamente ritardatari sul terreno dello sviluppo capitalistico: Germania, Italia, Giappone, Russia, Cina, ecc.); detto questo, gli antimercatisti sono portati a esagerare il tasso di liberismo che ha caratterizzato l’economia mondiale basata sulla globalizzazione. Scrive Philip Coggan, riflettendo sui diversi modelli di sviluppo economico (anglosassone, europeo-continentale, cinese, e così via): «Eppure, a uno sguardo più attento, si dovrebbe notare che le differenze vengono spes­so esagerate. Il modello anglosassone non ha mai consentito la completa liberalizza­zione dei mercati. Il settore finanziario era soggetto a numerose forme di regolamenta­zione (forse non molto efficaci, ma questo è un altro discorso). Molteplici erano anche le forme di intervento nell’economia, come ad esempio le sovvenzioni ai coltivatori di zucchero in Florida o ai produttori di etanolo nell’Iowa» (P. Coggan, Il capitalismo anglosassone tra liberismo e regole, Aspenia).

Come ogni ideologo che si rispetti, Tremonti pensa che il Diritto abbia preceduto la società civile, e che fermo restando il rapporto sociale capitalistico la politica possa, o debba, dominare «sui mercati». Eppure non poche volte egli ha sostenuto, contro i sinistrorsi, che la politica non può costringere il PIL a crescere, e che la cosa migliore che essa può fare è diventare «un’infrastruttura dell’economia». Evidentemente il Professore non comprende la reale portata dei concetti che esprime.

Per quanto riguarda «L’odierna dittatura del denaro» (Tremonti), essa non è che un «ulteriore sviluppo della produzione delle merci» (Marx): «Estendendosi la circolazione delle merci, aumenta il potere del denaro, della forma sempre disponibile, affatto sociale, della ricchezza … La circolazione diviene la grande storta sociale dove tutto affluisce per uscirne come cristallo di denaro. Nulla resiste a questa alchimia, neppure le ossa dei santi e ancor meno altre meno rozze “res sacrosantae, extra commercium hominum”» (K. Marx, Il Capitale, I). Tremonti non solo non afferra la dialettica dello sviluppo capitalistico, ma tende a creare dualistiche polarizzazioni (merce e denaro, valori e prezzi, sfera produttiva e sfera finanziaria, «finanza etica» e speculazione, Stato e mercato, ecc.) là dove insiste un rapporto dialettico, peraltro tutt’altro che armonico e pacifico, e anzi pregno di forti tensioni antagonistiche, tra diversi momenti di una sola unità sociale, oggi di dimensione planetaria.

Egli guarda il grafico derivati-prodotto interno lordo mondiale e si lascia vincere dalla vertigine. Un pauroso «multiplo iperbolico – 10 forse 11 volte il prodotto interno lordo». Certo, cadere da quell’altezza, senza paracadute, può far male…

«L’ultimo capitalismo si è liberato dal vincolo della partita doppia. Si è spostato sul conto economico, abbandonando la base del conto patrimoniale. Questo non è stato solo un passaggio contabile, è stato soprattutto un passaggio politico e morale. Il conto patrimoniale è, infatti, il mondo dei valori. Il conto economico è invece il mondo dei prezzi». Ma i prezzi esprimono valori (di scambio)! Almeno “in ultima analisi”. «Il prezzo è il nome di denaro del lavoro oggettivato nella merce», scriveva Marx, non dimenticando di aggiungere questo fondamentale concetto: «tempo sociale di lavoro», occultato dalla natura feticistica della cosa-denaro. «Il conto patrimoniale è un mondo in cui vedi la struttura, la storia, l’origine, il presente e il futuro di una società e anche la sua missione industriale e morale. Il conto economico è invece un’altra cosa». Qui ancora una volta si allude al denaro come appare feticisticamente, ossia senza alcun rapporto con il lavoro sociale «astratto» che lo fa esistere in quanto «equivalente universale delle merci». «Se tutto il capitalismo vira sul conto economico e cessa di essere orientato nella logica della lunga durata, come è invece tipico e proprio del conto patrimoniale, se diventa corto e breve, perché così è la logica del conto economico, se non conta più la durata della società, ma l’anno sociale, questo a sua volta diviso in semestri, in trimestri, in fixing giornalieri, allora è chiaro che quasi tutto cambia. È così che il capitalismo ha preso la forma istantanea del conto economico. È così che è venuto via via configu­randosi un capitalismo di tipo nuovo, di tipo take away». Ma la «logica del conto economico», anzi: del calcolo economico, è la logico che muove anche le montagne, vale a dire la logica che fa capo al Capitale. È nella natura del Capitale, da Adam Smith in poi, escogitare metodi sempre più scientifici e sofisticati volti al conseguimento del massimo e più rapido profitto. Che questa necessaria bramosia si realizzi producendo solide merci o castelli di valori fittizi è, sotto quest’aspetto, del tutto indifferente per il singolo detentore di capitali e, se mai, è interessante indagare la relazione tra le due produzioni (quella «reale» e quella «virtuale»), alla luce del processo economico colto nella sua totalità, nella sua necessaria dimensione sociale.

D’altra parte, se negli ultimi vent’anni abbiamo assistito allo «spostamento ciclopico della ricchezza da Occidente a Oriente» (Mario Sechi, Il Tempo, 15 maggio 2012), ebbene ciò non è stato dovuto alla moltiplicazione dei valori fittizi, ma alla gigantesca massa di plusvalore smunta ai lavoratori cinesi, indiani, coreani e via di seguito, la quale, peraltro, ha anche alimentato quell’«economia del debito», oggi tanto bistrattata, che nel corso degli anni Novanta e almeno fino al 2005 ha permesso ai paesi occidentali, Stati Uniti in primis, di sostenere i consumi e, dunque, l’accumulazione capitalistica primaria (industriale, agricoltura compresa). E al contempo, nonché necessariamente, ha reso possibile l’inaudita espansione dei derivati, in ogni loro configurazione e articolazione. Dico questo solo per ribadire un concetto fondamentale, ossia che è del tutto infondato ogni tentativo volto a separare l’«economia reale» da quella «virtuale», la finanza “buona” da quella “cattiva”, o “oscura”, come vuole la fraseologia etica oggi di moda. No, decisamente il salto di qualità da dottore commercialista a filosofo-economista non è riuscito al Professor Tremonti.

Contrapporre il «Capitalismo di una volta» a quello odierno, nel cui seno abbiamo la ventura di vivere, significa non aver capito nulla della sua più intima natura. Lungi dal negare i cambiamenti enormi intervenuti nella struttura del Capitalismo negli ultimi due secoli, sostengo all’opposto – peraltro sulla scorta di Marx, ripreso poi da Schumpeter – che senza cambiamenti rivoluzionari, a tutti i livelli della prassi sociale, non si dà alcun Capitalismo.

Ma Tremonti non se ne dà per inteso e reclama il solido Capitalismo del bel tempo che fu, scivolando nel «triviale materialismo della cosa» che già l’avvinazzato di Treviri rimproverò al grande Smith. «Il ritorno a quello che per secoli è stato definito tout court come “capitalismo” non è la fine ma, all’opposto, è il ritorno alle origini. È, e deve essere, la fine della forma del capitalismo degenerato nella tecno­finanza, ma in realtà in un processo non molto diverso da una magia alchemica folle e mortale come in Faust e in Mefistofele».

Giacché parliamo del – mitico – Capitalismo delle origini, diamo nuovamente la parola a Marx, così coccolato da Tremonti: «Si cerca rifugio in questa astrazione, perché nello sviluppo reale del denaro ci si imbatte in contraddizioni sgradite all’apologetica del buon senso borghese, e che quindi debbono venir celate. Poiché la compra e la vendita, i due momenti essenziali della circolazione, sono l’uno all’altro separati nello spazio e nel tempo, non è affatto necessario che coincidano». La fabbrica della cornucopia s’insinua precisamente in questa scissione, e con i mezzi messi a disposizione dalla tecnologia fa di essa un abisso, affinché la speculazione “valoriale” possa essere più fruttuosa e duratura possibile. Ma l’abisso, che rischia di risucchiare il Nostro Professore, è solo apparente: «Quest’indifferenza può spingersi fino al consolidamento e all’apparente autonomia dell’uno nei confronti dell’altro. Ma poiché entrambi sono nell’essenza momenti di un’unica totalità, deve sopravvenire un momento in cui la forma autonoma viene spezzata con la violenza e l’unità interna viene ristabilita dall’esterno mediante una violenta esplosione. Così già nella determinazione del denaro come mediatore c’è il germe delle crisi, almeno la loro possibilità» (K. Marx, Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica, I). A mio avviso, l’andamento del saggio del profitto nel processo primario (industriale) di produzione della ricchezza sociale gioca un ruolo centrale nella trasformazione della possibilità in attualità della crisi, soprattutto nella sua fenomenologia capitalisticamente più “pura” e socialmente devastante.

La crisi spezza ogni velleità di emancipazione del denaro, e della struttura «chimerica» che su esso di innalza fino a raggiungere vertiginose altezze, e lo riconduce, dopo un periodo più o meno lungo di ubriacatura speculativa, alla sua umile origine, nonché fondamento di ultima istanza, ossia al lavoro sociale, dal cui sempre più intensivo sfruttamento origina il fondamento di ogni più ardita speculazione finanziaria: il plusvalore. L’alchimia di cui parlava Marx non ha nulla a che fare con la «magia alchemica folle e mortale come in Faust e in Mefistofele» che tanto inquieta Tremonti?

La miracolosa moltiplicazione dei pani e dei pesci, sotto forma dei più sofisticati prodotti finanziari (quelli che ultimamente hanno messo in crisi la JP Morgan, la quale aveva beneficiato nel settembre del 2008 del fallimento di Lehman Brothers e della vendita di Merrill Lynch: è la coazione a ripetere della cornucopia!); questo vero e proprio miracolo economico, dicevo, può darsi solo sulla base del miserabile (se confrontato con l’insaziabile appetito del Mostro) presupposto appena accennato. La creazione ex nihilo compete esclusivamente alla Potenza che domina i Cieli, mentre quella che domina il pianeta deve scendere a compromessi con il sudore dei lavoratori produttivi. Che triste destino! E, dialetticamente, è proprio questo limite immanente al concetto stesso di Capitale che per un verso rafforza la tendenza della sfera finanziaria a rendersi autonoma da quella immediatamente produttiva, a volte troppo avara di profitti; e per altro verso spinge una parte sempre più cospicua del capitale industriale a cercar fortuna sul mercato creditizio e speculativo, per l’identico motivo. Ancora una volta la dialettica del processo sociale si oppone nel modo più tetragono a ogni concezione ideologica della società capitalistica, soprattutto a quella che pietosamente e ridicolmente cerca di separare i suoi «lati buoni» dai suoi «lati cattivi».

Tremonti denuncia la «dittatura del denaro». Ieri Giuseppe Vegas, presidente della Consob, ha detto che è ora di finirla con «la dittatura dello spread». Il concetto di Capitale – sans phrase – come totalitarismo sociale dell’economia basata sul profitto è pane troppo duro per i denti dei funzionari delle classi dominanti.

QUEL CHE RESTA DI TONI NEGRI

Per alimentare il dibattito sulla crisi economica e andare «contro le tentazioni “nazionaliste” (in realtà solo “populiste”) che cominciano a nascere e a presentarsi nel dibattito delle sinistre riformiste in questa fase di crisi», il Blog di Controlacrisi.org ha pubblicato un intervento di Toni Negri «fatto in francese al Congresso Marx Internazionale IV, nel settembre 2004 a Parigi». Do il mio contributo al dibattito con lo scritto che segue, sposando in pieno il programma del Blog sintetizzato nello slogan «Abbasso l’ideologia!»

Secondo Toni Negri, teorico dell’Impero, della Moltitudine e della crisi della marxiana legge del valore, «Parlare di Stato-nazione e di imperialismo senza periodizzarne la figura e la durata diviene molto pericoloso – quasi reazionario». Nientedimeno. Francamente non comprendo in che consista esattamente quel pericolo. Certo, se ci riferiamo a qualcuno che maneggia quei concetti in modo apologetico il «quasi» non ha ragion d’essere, e il pericolo che ci si para dinanzi possiamo fronteggiarlo con efficacia. In realtà la punta della critica negriana è rivolta contro la sinistra statalista, nostalgica del vecchio Capitalismo di Stato e sostenitrice di politiche neokeynesiane. E su questo punto egli mi trova del tutto in sintonia, e non da oggi. Ma il tipo di critica che il bravo intellettuale scaglia contro chi vede «nella figura e nella presenza dello Stato-nazione la condizione essenziale dell’agire politico» non è aliena da ambiguità, e lascia immaginare una sua certa vicinanza, sebbene polemica e sofferta, a coloro che la sostengono, quasi fossero «compagni che sbagliano». Personalmente li ritengo funzionari del dominio sociale capitalistico alla stessa stregua dei cosiddetti «liberisti selvaggi», con l’aggravante, rispetto ai secondi, di aver non poco lordato la terminologia che ai tempi di Marx e di Lenin alludeva alla possibilità della rivoluzione sociale e dell’emancipazione universale.

Negri sostiene che «lo Stato-Nazione è in crisi». Bella scoperta! Nel Capitalismo avanzato lo Stato nazionale vive una condizione di crisi permanente, perché i sempre più rapidi mutamenti sociali innescati dal processo di produzione del valore stressano sempre di nuovo il politico, costretto a inseguire i mutamenti economici, tecnologici, psicologici, esistenziali nell’accezione più ampia e radicale del concetto, nel tentativo di smussarne le asperità, e di ricondurli, per quanto possibile, a un principio unitario. Sorto storicamente sulla base dello Stato nazionale, il Capitale ha avuto fin dal principio un carattere sovranazionale, che gli deriva dalla sua smisurata necessità di trasformare l’intero pianeta e l’intera esistenza degli individui in occasioni di profitto. Già nei primi scritti di Marx è chiaramente annunciata quella tendenza aggressiva ed espansiva del Capitale che agli occhi della «moltitudine» del XXI secolo appare in forma talmente dispiegata, da essere considerata come un fenomeno naturale e banale. Anche per questo il pensiero critico-radicale trova così tanta difficoltà ad affermarsi presso le «larghe masse»: la prossimità del Dominio lo rende quasi invisibile ai loro occhi, almeno nella sua interezza, nella sua reale dimensione. Ma più che di prossimità, dovremmo piuttosto parlare di intimità, di più: di consustanzialità. Infatti, sempre più il Dominio ci crea «a sua propria immagine e somiglianza», come il buon Dio dell’Antico Testamento.

La violenta espansione geografica ed esistenziale (corpi “umani” compresi, ovviamente) delle esigenze economiche marchiate dal Capitale ci dà, a mio avviso, il corretto concetto di imperialismo e di globalizzazione. Due modi diversi di chiamare lo stesso processo sociale. Noi avvertiamo come «crisi dello Stato-Nazione» il suo continuo processo di adattamento a una società in continua trasformazione, quantitativa e qualitativa, a cagione della natura «rivoluzionaria», nell’accezione marxiana del concetto, del Capitalismo. Questo permanente stato di precarietà, o di «liquidità», per civettare con la sociologia alla moda, si acuisce nelle fasi di repentina accelerazione della tendenza «globalizzante». Non c’è dubbio che il ventennio che ci sta alle spalle abbia rappresentato un momento di accelerazione, che ha radicalmente cambiato la dislocazione del Potere (economico e politico) su scala mondiale.

Scrive Marx: «Con la concorrenza universale [la grande industria] costrinse tutti gli individui alla tensione estrema delle loro energie. Essa distrusse il più possibile l’ideologia, la religione, la morale, ecc. e quanto ciò non le fu possibile ne fece flagranti menzogne. Essa produsse per la prima volta la storia mondiale, in quanto fece dipendere dal mondo intero ogni nazione civilizzata, e in essa ciascun individuo, per la soddisfazione dei suoi bisogni, e in quanto annullò l’allora esistente carattere esclusivo delle singole nazioni» (Marx-Engels, L’ideologia tedesca, p. 59, Opere, V, Editori Riuniti, 1972). La creazione del mercato mondiale da parte della grande industria, caratterizzata dalla sussunzione reale della capacità lavorativa sotto il dominio aggressivo ed espansivo del Capitale, crea la storia mondiale, nel cui seno esistono ed agiscono anche i Paesi non ancora giunti alla maturità capitalistica o addirittura ancora fermi a strutture sociali precapitalistiche. È, questo, lo spazio rigato dalla «legge dello sviluppo ineguale» e dallo scontro sistemico tra le moderne potenze imperialistiche. «In generale [la grande industria] creò dappertutto gli stessi rapporti tra le classi della società e in tal modo distrusse l’individualità particolare delle singole nazionalità. E, infine, mentre la borghesia di ciascuna nazione conserva ancora interessi particolari, la grande industria creò una classe che ha il medesimo interesse in tutte le nazioni e per la quale la nazionalità è già annullata, una classe che è realmente liberata da tutto il vecchio mondo e in pari tempo si oppone ad esso» (Ivi). Qui è posta per la prima volta la fondamentale «contraddizione dialettica» tra il carattere universale e mondiale del Capitale, e la sua ristretta base storico-sociale d’origine: la Nazione. Questa dialettica di universalità e particolarità sta alla base delle relazioni internazionali e della crisi permanete della Sovranità politica sopra delineata.

La base del «vecchio imperialismo» era costituita dall’incessante ricerca da parte del Capitale di profitti sempre più pingui e rapidi (non di rado attraverso le forme più disparate di speculazione), di materie prime, di forza-lavoro a basso costo e di mercati «di sbocco». Una voracità talmente violenta e insaziabile da trascinare nelle spire imperialistiche lo Stato, la cui potenza d’altra parte riposava interamente sulla capacità industriale, e quindi finanziaria, scientifica, organizzativa, culturale, in una sola parola sistemica, del Paese. Come notò J.A. Hobson nella sua giustamente celebre opera del 1902, l’imperialismo «implica l’uso della macchina di governo da parte degli interessi privati, principalmente capitalistici, per assicurare loro vantaggi economici fuori del proprio paese». Sempre all’acume critico dello studioso inglese dobbiamo la documentata relazione tra investimenti esteri e imperialismo politico (militarismo incluso): «Le statistiche degli investimenti all’estero gettano una chiara luce sulle forze economiche che dominano la nostra politica … non è esagerato dire che la politica estera moderna della Gran Bretagna si è concretizzata in una lotta per accaparrarsi profittevoli mercati d’investimento» (J.A. Hobson, L’Imperialismo, p. 93, Newton, 1996). C’è una pagina di quell’importante studio, dedicata agli gnomi della finanza del suo tempo, che sembra scritta oggi: «Come speculatori o finanzieri essi costituiscono il più grave fattore specifico dell’economia dell’imperialismo. Creare nuovi debiti pubblici, lanciare nuove società, provocare notevoli fluttuazioni del valore dei titoli sono tre condizioni necessarie per svolgere la loro profittevole attività. Ciascuna di queste condizioni li spinge verso la politica, e li getta dalla parte dell’imperialismo» (Ivi, p. 96).

È forse mutata la base del «nuovo imperialismo», al punto da determinarne il tramonto, o quantomeno la sua trasformazione nell’Impero concettualizzato da Negri? A me non pare proprio, e soprattutto quanto ci capita di osservare negli ultimi anni mi suggerisce l’idea che lungi dall’essersi indebolita, la radice sociale dell’imperialismo si è piuttosto rafforzata enormemente. Concetti quali «post imperialismo» e «post Capitalismo» non hanno alcun senso e testimoniano l’incapacità, di chi li teorizza, di afferrare l’essenza della vigente formazione storico-sociale, la quale vive necessariamente una permanente condizione transeunte: il cambiamento, per essa, non è un’eccezione, ma la regola. Di più: un imperativo categorico. La società capitalistica è sempre «post», «oltre», «smisurata»: deve esserlo, con assoluta e “demoniaca” necessità. Si tratta di mettere a nudo il momento di continuità che persiste nel processo e che realizza la continua trasformazione della Società-Mondo dominata dal rapporto sociale capitalistico.

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LA REPUBBLICA FONDATA SUL LAVORO. E QUINDI SUL PROFITTO

Presi nell’ingranaggio.

Ieri parlavo dei «cattivi maestri» (Asor Rosa, Luciano Gallino, Jeremy Rifkin), e oggi vi trattengo brevemente sugli scolari, qui rappresentati da Alessandra Algostino. Di che si lamenta la Progressista di Sbilanciamoci? È presto detto: della «destrutturazione dei rapporti di lavoro», ossia della sempre più spinta e incalzante precarizzazione del lavoro, non solo sotto l’aspetto delle retribuzioni (salari reali al minimo almeno da dieci anni a questa parte), ma anche sotto quello dei diritti sindacali, della qualità del lavoro e via di seguito. Come non convenire. Ma subito arriva la magagna ideologica. Ed è davvero brutta. Facciamoci coraggio e andiamo a guardarla in faccia.

«Il lavoro, che la Costituzione disegna come strumento di dignità della persona e mezzo di emancipazione sociale, come fondamento della “Repubblica democratica” e trait d’union fra democrazia politica e democrazia economica, è sempre più solo merce» (La Repubblica fondata sul profitto, Sbilanciamoci, 26 gennaio 2012). «Ma come – mi dico – solo qualche ora fa ho scritto che nel Capitalismo il lavoro (salariato) si dà necessariamente come merce, e ora mi tocca leggere questa asinata!» Poi ho realizzato che il «Popolo di Sinistra» non mi ha fra i suoi maestri, e mi sono acquietato. Le cose stanno così: non solo in Italia, come dappertutto nel vasto mondo, il lavoro ha sempre avuto la natura di merce, in quanto capacità lavorativa sussunta sotto il Capitale, pubblico o privato, ma questo disumano fatto trova una plastica sanzione proprio nella Costituzione Italiana, all’articolo 1. Infatti, tutti i regimi politico-istituzionali del pianeta (repubbliche, monarchie, democrazie, totalitarismi, ecc.) si fondano sul lavoro (salariato).

«L’Italia è diventata una Repubblica fondata sul profitto … Si rovescia la Repubblica fondata sul lavoro (art. 1 Cost.) nella Repubblica fondata sul profitto». Nient’affatto! L’Italia continua a essere una Repubblica fondata sul lavoro, dal cui sfruttamento origina quel profitto che fa andare avanti il mondo dominato dal Capitale. Solo se teniamo fermo questo fondamentale, quanto elementare, punto possiamo legittimamente scrivere che l’Italia è sempre stata una Repubblica fondata sul profitto. Nessun rovesciamento, insomma, quanto piuttosto un’assoluta continuità, la quale deve necessariamente implicare un sempre più accentuato sfruttamento del «capitale umano», una sua svalorizzazione, tanto più in tempi di crisi economica e di competizione sistemica con Paesi (Cina, solo per fare un nome esotico, o Polonia, per rimanere nel Vecchio Contenente) che vantano un bassissimo costo dei «fattori produttivi».

Il lavoro salariato non ha mai reso libero nessuno.

Ecco perché la «Costituzione fondata sul lavoro» non va «recuperata», ma «destrutturata» attraverso la chimica critica e ricondotta ai suoi termini reali, squarciandone la mistificazione ideologica che ancora tanto successo ha presso la gente. Naturalmente anche la Algostino si porta dietro il vecchio mito progressista della «Costituzione mai applicata», leggenda metropolitana che ha permesso soprattutto ai partiti di «sinistra» di vivere di rendita e di turlupinare il proprio elettorato: «vedrete come cambieranno le cose quando avremo attuato la Costituzione!» Steso discorso vale ovviamente per l’articolo 41 della Costituzione, il quale appare «svuotato di significato» solo a chi si è fatto delle illusioni sulla natura sociale della «Repubblica nata dalla Resistenza». Ma signori, vi può essere «sicurezza», «libertà» e «dignità umana» nella società disumana basata sulla messa a valore di tutto e di tutti? Ma siamo seri!

«Non si tratta della nostalgia per un tempo che fu», scrive la Nostra Progressista; peccato che le cose che pensa e che scrive dicano il contrario. Infatti, nell’articolo in questione si stigmatizza «un’epoca in cui evapora la distinzione pubblico-privato (a vantaggio del secondo, ça va sans dire»)». Insomma, viene a galla il solito decrepito statalismo, il quale negli anni preferiti dalla Algostino (gli anni Settanta) aveva nei cattostalinisti la sua espressione più compiuta – e deleteria, anche dal punto di vista del Sistema-Paese: vedi arretratezze strutturali di vario tipo, debito pubblico, clientelismo, corruzione e tutte le magagne connesse al «Carrozzone Pubblico».

La nostra amica si scandalizza, pardon: si indigna, perché vede un «diritto prostrato agli interessi privati di una (sempre più) ristretta oligarchia economica», e perché «l’economia domina la politica». Ancora una volta ci si fa delle illusioni intorno al mondo, e poi quando i fatti si prendono la brutta abitudine di gridarci in faccia come stanno le cose, ce la prendiamo con i fatti: «le cose però dovrebbero andare in un altro modo!» Ma in quale film? Non certo nel film intitolato Capitalismo Mondiale. Nel Capitalismo il Diritto e la Politica devono necessariamente assecondare i processi sociali che disegnano sempre di nuovo il territorio della «società civile», ossia il luogo hobbesiano degli interessi materiali. In ultima analisi, e con tutte le mediazioni che danno concretezza al concetto di Dominio sociale capitalistico, il Diritto e la Politica hanno sempre avuto una funzione ancillare rispetto all’Economico. Nessuna «medievalizzazione e privatizzazione del diritto e della politica», quindi, ma continue e necessarie accelerazioni nella prassi capitalistica, niente che possa sconvolgere o indignare un pensiero radicato sulla terra, e non sospeso nel cielo dell’ideologia progressista.

Poi si cade, ci si fa male, e si inveisce contro «gli uomini della Goldman Sachs e affini», i quali «sono al vertice di governi e istituzioni definite tecniche e neutrali», o con «i vari Marchionne», che «spadroneggiano nelle loro terre». Via dunque i vampiri della speculazione finanziaria e i padroni brutti, sporchi e cattivi! E se le cose non fossero così semplici? E Se il cuore del problema stesse nei rapporti sociali peculiari della vigente Società-Mondo, e non nei capri espiatori di turno? D’altra parte, caduto Berlusconi, il Male Assoluto del Progressista senza se e senza ma, non mi sembra che l’Umanità abbia fatto un considerevole salto di qualità…

«Per fortuna la storia non è finita, è in continuo movimento: schiavi e dannati della terra si sono sempre ribellati». L’ottimismo almeno non le fa difetto. È appunto per favorire questa prospettiva, peraltro tutt’altro che scontata, che bisogna sconfiggere le illusioni e le ideologie appena criticate.

I PILASTRI DELL’IMPOTENZA

Quando il gioco si fa duro, i duri scendono in campo. Almeno secondo il noto film comico americano. E appunto di comicità politica intendo brevemente parlare. I duri in questione sono il fasciostalinista Alberto Asor Rosa, quello del «colpo di Stato democratico» ai danni del Gran Puttaniere di Arcore, e Mario Tronti, «operaista» ancora in servizio presso il think-tank della sinistra «dura e pura». I due prestigiosi intellettuali si sono prodotti sul Manifesto con due interventi davvero degni del loro lignaggio politico e dottrinario, il cui senso generale può essere riassunto come segue: bisogna costruire una sorta di PCI2.0. Magari converrà non chiamarlo col vecchio e sputtanato nome, perché il ricordo della  miseria sociale del «socialismo reale» è ancora vivo (anche se in tempi di crisi economica persino il pezzo di pane raffermo garantito a tutti ha una certa attrattiva), ma per l’essenziale è alla vecchia esperienza “comunista” italiota che i due intellettuali “organici” si ispirano. Come si dice, la storia – togliattiana – non è acqua!

I due giganti del pensiero sinistrorso fanno capire – si vede che dirlo con franchezza sarebbe anche per loro fonte di un certo imbarazzo – che, tutto sommato, il rospo del governo Monti andava baciato. «Il mio italico cuore non ha potuto reprimere un sobbalzo d’orgoglio», scrive ad esempio Asor Rosa (Il Manifesto, 23 gennaio 2012), facendo malignamente notare che il «complotto» ordito ai danni del Cavaliere Nero se non è stato un colpo di Stato al 100 per 100, sicuramente ha avuto il significato di un mezzo colpo di Stato, un golpe all’italiana, e per questo «potrei pretendere che mi sia restituito l’onore che mi era stato strappato ai tempi della mia sparata» (golpista). In effetti, da persona seria e rigorosa, non dimentico della vecchia scuola stalinista, il Professore avrebbe voluto un colpo di Stato in piena regola, con l’intervento di tutte le Forze Armate a sostegno della legittima ribellione etica ai danni del Satrapo di Arcore. Ma le cose sono andate diversamente e non rimane che esclamare «chapeau!» dinanzi alla «capacità di manovra» e alla «lungimiranza» del Capo dello Stato, perché dopotutto se «i mezzi sono stati ben diversi, le intenzioni e soprattutto gli effetti sono gli stessi». Lo spettro del Picconatore Sardo shakespearianamente non trova pace: «Per molto, molto  meno i comunisti lo stato d’accusa contro di me chiesero ai tempi della mia presidenza. Fascista mi chiamarono!» Come non dargli ragione. Tranne, ovviamente, sulla qualifica di «comunisti» conferita ai suoi avversari.

Sul punto scabroso del «complotto» antiberlusconiano Tronti è più ambiguo – deve recitare la parte di quello «più a sinistra» –, e pur criticando la finzione tecnicista del governo Monti, si nasconde egli stesso dietro il muro del dato di fatto oggettivo, da accettare obtorto collo: «Io credo che i professori al governo raramente siano saggi. E quando poi si tratta non del filosofo-re, ma del tecnico economista, voi capite che le cose non sono destinate ad andare per il meglio. E tuttavia questa è la soluzione trovata, bisogna dire con abile mossa da vecchia cara politica, per sbalzare di sella, dopo tanti falliti tentativi, il malefico Cavaliere» (Il Manifesto del 24 gennaio 2012). «E tuttavia» un corno: anche per Tronti Berlusconi andava tolto di mezzo con tutti i mezzi necessari, anche facendo ricorso alla «vecchia cara politica», e questo la dice lunga sulla sua analisi della situazione sociale in Italia, e sulla sua concezione della democrazia e della società capitalistica. Per usare il linguaggio popolano, qui il più pulito ha la rogna Statalista. E lo vedremo tra poco.

Adesso che il Male Assoluto è stato disarcionato dal potere, scrive Tronti, si tratta di andare avanti su questa virtuosa strada: «C’è già stato il dibattito sulla necessità o meno di baciare il rospo. Si tratta adesso di fare più che un passo in avanti. E il discorso di Asor Rosa ha il merito di cominciare a farlo». Ma può quel «dibattito» essere ininfluente sulle scelte da fare nella Nuova Epoca post berlusconiana? Ovviamente no, e l’intellettuale di vaglia ha bisogno di chiudere in fretta la pratica del rospo perché sa che, per l’essenziale, il suo orizzonte concettuale è, al di là dei soliti luogocomunismi sinistrorsi e della consunta terminologia “comunista”, perfettamente sovrapponibile a quello del Professore che oggi governa con piglio decisionista il Bel Paese. (Qui è lo spettro di Craxi, il «cinghialone fascista», che s’indigna. «E ne ha ben donde, cribbio!» È lo spettro di Silvio che ha parlato?).

QUASI TUTTI...

Intanto lasciamo parlare ancora Tronti: «Il governo non è l’amministrazione di un’azienda, è il luogo politico della decisione, sociale, e poi economica, e poi finanziaria: in quest’ordine di gerarchia. Per fare questo, non ci vuole l’Università Bocconi, ci vuole il partito politico. Non ci vuole la tecnocrazia come supplenza, ci vuole la politica come professione».  Marx, com’è noto, definiva il governo borghese nei termini di un consiglio d’amministrazione delle classi dominanti, o almeno delle loro fazioni protempore più forti e, a occhio, mi sembra che proprio alla luce degli ultimi sviluppi nazionali e sovranazionali la definizione del vecchio ubriacone di Treviri non faccia una grinza. Inutile dire che per Tronti – per non parlare di Asor Rosa – queste categorie politiche non reggono il confronto con la dinamica capitalistica del XXI secolo, mentre a modesto parare di chi scrive, è proprio la concezione trontiana a essere vecchia, perché circoscritta all’interno di un orizzonte storico e sociale superato: quello segnato dall’intervento statale nell’economia, secondo il trittico del XX secolo fascismo-stalinismo-keynesismo.  A proposito: di che «partito politico» parla Tronti?

Come ogni individuo che ha paura del Caos, anche il filosofo operaista invoca il Moloch ordinatore: «Senza rivincita dell’istituzione Stato, cioè del potere politico, nazionale o sovranazionale che sia, non ci sarà rilancio del meccanismo economico. I capitalisti moderni lo sapevano, l’avevano capito sull’urto di crisi ben altrettanto devastanti. Non lo sanno questi capitalisti postmoderni, e infatti non riescono a gestire la loro crisi, tanto meno sanno come uscirne». Non c’è dubbio: sono passati i «bei tempi» dei fascisti, degli stalinisti, dei nazisti, dei keynesiani, i quali per mettere in sicurezza l’ordine sociale capitalistico fecero strame di ogni residua illusione liberista. Ma come gestirono la crisi i lungimiranti «capitalisti moderni», e come, alla fine, ne vennero fuori? Ad esempio, preparando la guerra mondiale e precipitando il pianeta nell’inferno bellico, vero boccata d’ossigeno per un Capitale affamato di profitti. Il vecchio e moribondo Capitalismo trovò nella svalorizzazione di tutti i valori mercè la distruzione di uomini e cose, l’elisir che lo fece diventare un ragazzino voglioso di correre sui verdi prati del profitto. Miracoli della dialettica immanente al processo di accumulazione! Ma questi sono dettagli, nevvero? Soprattutto per chi, dopo aver confutato il tecnicismo del cosiddetto governo dei tecnici, tira in ballo lo Stato come se fosse uno strumento tecnico, socialmente e politicamente neutro, che le classi dominate dovrebbero usare a loro esclusivo vantaggio. Che capolavoro politico e teorico!

Un’altra perla teorica: «Il capitalismo non sa fondare un ordine sociale con la politica, lo deve fare con la guerra, previa mobilitazione, appunto, totale. E siccome siamo in piena pace dei cento anni, più o meno come nell’Ottocento, al posto degli eserciti combattono i mercati». Ora, anche i bambini sanno che l’ordine sociale del Capitalismo si fonda, non su generici e fantasmagorici «mercati», ma sullo sfruttamento scientifico di quel lavoro salariato santificato nel primo articolo della Costituzione Italiana. Nel Capitalismo la guerra stricto sensu non è che la continuazione della politica e della competizione economica globale (sistemica) con altri mezzi. L’hanno detto Marx e Lenin? No, ce lo grida in faccia il secolare processo storico, al cui vertice spiccano le due ultime guerre mondiali. Soprattutto la seconda carneficina, avendo spazzato via la vecchia distinzione tra «fronte interno» e «fronte esterno», si presta bene come metafora dei nostri tempi: la guerra che la società disumana porta contro l’individuo è sempre e in ogni luogo. Solo se si ha chiara questa dolorosa realtà è a mio avviso possibile dare un significato non aleatorio e non intellettualistico al concetto di Politica, che gli intellettuali trattano alla stregua di una categoria dello spirito.

Tra l’altro, c’è da dire che le politiche keynesiane hanno un reale impatto sulla realtà solo se adottate ad ampio spettro, massicciamente, mentre se usate omeopaticamente sortiscono effetti trascurabili, buoni magari per rimpolpare un’anemica campagna elettorale, ma non certo per produrre conseguenze concrete sul ciclo economico. Ma tale uso “allopatico” del keynesismo presuppone una situazione sociale e delle conseguenze di vario ordine, sul piano nazionale e mondiale, che agli statalisti ideologici ignorano completamente, a voler essere magnanimi nel giudizio. Soprattutto in tempi di crisi del debito sovrano su scala mondiale come quelli che viviamo, chi parla a cuor leggero di intervento dello Stato nell’economia non sa di evocare i peggiori incubi che possono capitarci in sorte. Bisogna sempre diffidare degli apprendisti stregoni, soprattutto quando affettano pose scientifiche e professorali.

«Qui, si apre lo spazio per l’irruzione in campo di una sinistra del lavoro, di intelligenza e di potenza tale da poter dire: noi sappiamo come rimettere in sesto le cose, ma dovrete prima di tutto pagare voi la vostra crisi. L’utopia di un rovesciamento del rapporto di forza può vestirsi oggi di lucidi realistici panni». Sapete cosa sta dicendo Tronti? Traduco dal sinistrese: «Il Partito Politico della Sinistra [il nome si troverà strada facendo, abbiate fede] giunto al potere saprà come fare uscire il Paese dalla crisi. Ci saranno sacrifici da fare, nessuno lo nega; ma finalmente anche i ricchi piangeranno!» Non c’è che dire, davvero una gran bella “utopia”. Le lacrime per le classi dominate sono assicurate, e il sangue, anche quello non metaforico, è, come dire?, nelle cose.

In fondo anch’io sono Progressista.

Personalmente conosco un solo modo per far pagare la crisi alla classe dominante: precipitarsi fuori dall’orizzonte sociale capitalistico. Ogni altra ricetta “utopistica”, soprattutto quella basata sull’amorevole soccorso del Moloch, vuol farci partecipare alla fustigazione universale col sorriso progressista sulle labbra. Magari mazziato, ma cornuto e contento mai! C’è del tragico anche nel comico, non convenite?

SOTTO IL PELO DELL’ACQUA

Nella sua interessante inchiesta (pubblicata dall’Internazionale, 23/29 Dicembre 2011), Die Zeit parla di «Fine del Capitalismo». Ai tedeschi è sempre piaciuto scherzare con la catastrofe, forse per esorcizzarne la perenne imminenza – e immanenza. Nel 1930 Ferdinand Fried (pseudonimo di Ferdinand Friedrich Zimmermann, futuro programmatore economico del Nazismo) pubblicava La fine del capitalismo, e individuava nella «Filosofia del denaro» la causa del pervertimento economico ed etico che aveva portato la società capitalistica al tramonto. «Il ricco, l’uomo che ha molto denaro, sogna un paradiso della rendita fissa garantita; il povero invece, trova, come disse Max Weber, “la sua posticcia felicità nel grande emporio di merce» (La fine del capitalismo, p. 50, Bompiani, 1932). Fried si fece sostenitore del ritorno all’artigianato, perché «l’artigiano imprenditore produce una merce con amore e abnegazione», mentre il capitalista fa parlare solo il prezzo e insegue ossessivamente il profitto, prescindendo da qualsivoglia considerazione. L’artigiano «cerca di soddisfare un bisogno esistente», il capitalista «lavora lusingando le cupidigie che sonnecchiano nell’uomo». Naturalmente l’«americanismo», concetto equivalente a quello oggi di gran moda di «liberismo selvaggio», venne additato dall’intellettuale tedesco come il paradigma del nuovo capitalismo senz’anima e senza umanità che aveva portato la Civiltà Occidentale al disastro della Crisi di tutti i valori, non solo di quelli azionari.

Lo stesso anno John Maynard Keynes scriveva Prospettive per i nostri nipoti, un breve saggio “visionario” nel quale tra l’altro si legge quanto segue: «L’amore per il denaro come possesso, e distinto dall’amore per il denaro come mezzo per godere i piaceri della vita, sarà riconosciuto per quello che è: una passione morbosa, un po’ ripugnante, una di quelle propensioni a metà criminali e a metà patologiche che di solito si consegnano con un brivido allo specialista di malattie mentali» (tratto da La fine del “laissez faire” e altri scritti economico-politici, Bollati Boringhieri, 1991). In poche parole, uno dei maggiori esponenti della Scienza Economica individuava nel denaro un mero strumento al servizio dei «piaceri della vita», e non l’espressione più alta e peculiare dei rapporti sociali capitalistici, basati su quello sfruttamento del lavoro sociale da parte del Capitale che appunto nella forma denaro trova la sua naturale cristallizzazione. A ragione Marx individuò nel denaro come equivalente universale delle merci (e quindi come espressione-rappresentante del lavoro sociale astratto), nel denaro che tutto misura e che tutto compra, la quintessenza del feticismo (vedi La Cosa ha il Diavolo in corpo! e Denaro-Denaro-Denaro: feticismo al cubo).

Nelle Prospettive Keynes si augurava che, nel momento in cui «i disastrosi errori che abbiamo commesso ci rendono ciechi di fronte a quanto sta accadendo sotto il pelo dell’acqua», l’economia venisse sottratta alla cura di gente impreparata per diventare «un problema da specialisti, come la cura dei denti. Se gli economisti riuscissero a farsi considerare gente umile, di competenza specifica, sul piano dei dentisti, sarebbe meraviglioso». Molto tempo è passato dalle previsioni dell’economista inglese, e la reputazione degli economisti presso l’opinione pubblica mondiale non è mai stata di così infimo conio. Solo il pensiero che essi possano mettere davvero le mani sulle leve del comando fa venire il mal di denti. Come ho più volte scritto su questo Blog, dove esiste il Denaro – forma suprema del Capitale – non può esistere l’Uomo, e viceversa. Si tratta, a mio avviso, di portare al potere «i piaceri della vita», e configurare l’intera esistenza umana (a partire dalla prassi economica) sulla base dei bisogni umanizzati. Certo, se uno pensa, con Keynes, «che il giusto è sbagliato e che lo sbagliato è giusto, perché quel che è sbagliato è utile e quel che è giusto no», le mie Prospettive devono necessariamente apparire assurde.

Ottant’anni sono trascorsi dagli anni più bui della grande depressione seguita al crack del ’29, eppure il dibattito sull’attuale crisi economica internazionale sembra avvitarsi intorno agli stilemi concettuali appena richiamati. La prosa si è fatta più sofisticata e apparentemente meno intrisa di ideologia, ma al fondo i concetti masticati son sempre quelli, e la crisi viene spiega soprattutto tirando in ballo magagne rintracciate al di là del meccanismo dell’accumulazione. I mercati, scrive ad esempio Die Zeit, sono stati saturati dal crescente consumo finanziato col debito. Vero. Ma questa è solo una parte del discorso, è solo un pezzo della filiera del profitto e della crisi. La parte essenziale, il tratto iniziale della filiale, ossia il processo di produzione di valore attraverso l’uso sempre più intensivo e scientifico della capacità lavorativa, questo vero e proprio lato oscuro dell’economia non viene illuminato. E invece è proprio lì che bisogna puntare i riflettori, se si vuole comprendere la crisi nella sua essenza capitalistica, se si vuole cogliere ciò che accade «sotto il pelo dell’acqua». Infatti, il crescente consumo finanziato col debito privato e pubblico ha nel capitale industriare il suo più potente impulso, perché è soprattutto nell’interesse di quel capitale espandere sempre di nuovo i limiti del mercato. E lo fa in modo sempre più scientifico, ampliando mostruosamente – nell’accezione filosofica e non moralistica del termine – la capacità di consumo degli individui, ridotti a esseri bulimici che nella merce si identificano sempre più totalmente e necessariamente. Ingoiare fino a scoppiare! è l’imperativo categorico del Capitale, il quale ha un rimedio anche per chi fa indigestione e avverte tutto il disagio di una «condizione umana» interamente impigliata nel meccanismo sociale orientato verso il maggior profitto possibile. Infatti, mai così ricco di articoli in offerta speciale è stato il mercato delle religioni, della spiritualità, delle “filosofie”, dei rimedi farmacologici e psicologici, e così via. Ammacca e ripara. Qualsiasi bisogno capace di pagare non ha che da recarsi «nel grande emporio delle merci», materiali e immateriali. La stessa differenza proposta da Keynes tra «bisogni assoluti» (quelli connessi alla sopravvivenza fisica degli individui) e «bisogni relativi» (quelli legati al «desiderio di superiorità», ossia al prestigio, all’autopromozione, alla simulazione, al «consumo vistoso», ecc.) non regge più alla prova del Capitalismo del XXI secolo. Per la verità essa non aveva molto senso già all’epoca in cui l’economista britannico elaborava le sue teorie, e solo l’irruzione della depressione economica mondiale le conferì una qualche decorosa apparenza.

Zygmunt Bauman, teorico della Vita Liquida

Anche Zygmund Bauman, il teorico della Vita Liquida, batte i soliti tasti della critica al consumismo: «Consumare di più è la nuova religione», con ciò che ne segue anche in termini di sostenibilità ambientale, disagio esistenziale e quant’altro. Siamo passati dalla «società solida dei produttori, alla società liquida dei consumatori». Un tempo il profitto scaturiva «dall’incontro tra capitale e lavoro», oggi viene fuori dal consumo delle merci. «Il potere è il consumo» (intervista a Z. Bauman di Giuliano Battistin, Micromega, 8/2011). No caro sociologo di fama mondiale: il Potere Sociale che ci maltratta in ogni senso continua a chiamarsi Capitale, sans phrase, Capitale in quanto rapporto sociale che fa degli individui mere «risorse umane» da sfruttare come produttori e come consumatori, e delle merci puri contenitori di valori di scambio da realizzare. Consumare di più è sempre stata la «religione» imposta dal Capitale, e in ogni epoca troviamo i soliti intellettuali che se ne lamentano. Bisogna mettere il naso sotto il pelo dell’acqua. Ci si bagna, ma si comprende di più.

Ancora una volta Benedetto XVI ha ripetuto che l’errore fondamentale commesso dall’uomo, che spiega anche la crisi economica, è stato quello di aver voltato le spalle al Signore Misericordioso, e di aver guardato solo a se stesso. Ma la Scienza, la Tecnica e il successo economico non potranno mai parlare al cuore dell’uomo, il quale finisce per smarrire anche la strada della retta prassi economica. La mia “Teologia Politica” osserva invece che il mondo non sta pagando l’assenza di Dio, ma quella dell’Uomo. Mi creda Santità Eminentissima: se l’Uomo non esiste, tutto il peggio è possibile, anche la macellazione di ebrei, di cristiani e di atei nelle camere a gas, nelle città bombardate dalle fortezze volanti, nei gulag e ovunque la voce dell’Uomo non ha modo di farsi sentire. Per questo mi permetto umilmente di tradurre nei termini di una Rivoluzione Sociale la Trascendenza che Lei, dall’alto del Santissimo Scranno Romano, evoca Urbi et Orbi come rimedio impellente per salvarci dal materialismo di un mondo sempre più mercificato. Solo rapporti sociali umanizzati possono rendere del tutto superfluo, anzi inconcepibile, l’attuale Mondo-Merce.

«Mi sa tanto che finisco prima io!»

Alla fine della sua interessante inchiesta Die Zeit si domanda, del tutto retoricamente, se esiste un’alternativa al Capitalismo. C’è bisogno di svelare la risposta? Eccola, comunque: «Le alternative al capitalismo sono naufragate perché si sono rivelate meno efficaci di esso». Ovviamente la rivista tedesca si riferisce al «socialismo reale», il quale di reale aveva solo la sua natura sociale capitalistica. Ma a pensarla così siamo in quattro gatti. Pazienza!

ANALISI LOGICA DELLA SITUAZIONE

A quattro anni dalla sua entrata in scena, la crisi economica internazionale non sembra proprio intenzionata a togliere il disturbo. Anzi, col passare del tempo sembra averci preso gusto, a impazzare sulla scena sociale, e mese dopo mese non smette di sorprenderci con le sue inquietanti performance. Nata ufficialmente – e apparentemente – come crisi finanziaria, essa ha ben presto mostrato il suo aspetto industriale, e da ultimo ama vestire i panni del Debito Sovrano, sempre sul punto di trascinarci nel baratro del default. Considerata la sua dimensione sociale, la sua profondità strutturale e la sua durata, la crisi economica doveva necessariamente investire la sfera politico-istituzionale dei diversi Paesi, mettendo a dura prova vecchie categorie, quali l’autonomia del politico, la democrazia, lo Stato-Nazione.

Un altro keynesiano che piange sulla democrazia versata…

Chi ha in pugno lo scettro del Sovrano, la Politica o i «Mercati»? In Europa comanda «il Popolo», attraverso i suoi rappresentanti democraticamente eletti, ovvero, nell’ordine, la Germania «prussianizzata», la Banca Centrale Europea, i soliti – e fantasmagorici – «Mercati», la Tecnocrazia? Regge ancora il concetto e la prassi dello Stato-Nazione nel mondo globalizzato del XXI secolo, sempre più rigato da interessi e da potenze (economiche, politiche, sistemiche) sovranazionali?

A parere di chi scrive, chi continua a parlare genericamente di «Mercati» svela tutta la sua abissale incomprensione del meccanismo economico-sociale chiamato capitalismo. I «Mercati», di qualsivoglia natura essi siano, non sono mere tecnologie economiche al servizio dell’umanità, salvo «errori», «aberrazioni» e «abusi», sempre possibili nel mondo concreto: (l’imperfezione umanizza la tecnica, si dice); essi sono soprattutto la fenomenologia di peculiari rapporti sociali radicati nel processo di formazione e di distribuzione della ricchezza.

CHE PAURA!

Chi, invece, versa calde lacrime sulla democrazia (o sulla politica tout court) «sospesa» o «commissariata» dai cosiddetti poteri forti nazionali e transnazionali, mostra la sua ingenuità e le sue illusioni rispetto a un regime sociale che da sempre è stato dominato dai funzionari (economici, politici, ideologici, spirituali, ecc.) del Capitale. Quest’ultimo, a sua volta, non è un demoniaco complotto finanziario, non è la Spectre né lo Stato Imperialista delle Multinazionali, ideologico concetto tornato di moda presso alcuni vecchi tromboni nostalgici dell’estremismo «Rosso» (in realtà solo Rozzo!) degli anni Settanta; esso è, in radice, un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento, qualcosa di immateriale che viene prima del denaro e delle merci, e che rende possibile l’esistenza dell’uno e delle altre. In questo peculiare senso Marx scrisse che «il capitale è una potenza sociale, non è una potenza personale».

A differenza di quanto sostengono i tifosi del capitalismo di Stato e del dirigismo vetero o post keynesiano, l’attuale crisi economica non sancisce il fallimento delle «politiche neoliberiste» sponsorizzate dalla «bieca destra reazionaria»; la crisi è infatti immanente al concetto stesso di Capitale, e la prassi capitalistica degli ultimi due secoli conferma questa fondamentale nozione. Espansione e contrazione, creazione e distruzione di valori («capitale umano» compreso): è così che la bestia respira, e per vederla rantolare ci vuole ben altro che un crollo dei suoi meccanismi puramente economici.

Nel momento in cui lo strapotere degli interessi economici (cristallizzati nella forma-denaro e nella forma-merce) annichilisce qualsiasi barlume di umanità e di autonomia degli individui, i quali esercitano il loro cosiddetto «libero arbitrio» dentro i confini di uno spazio esistenziale che somiglia a una prigione; in questo contesto la democrazia mostra la sua reale dimensione storica e sociale, la sua natura di forma politico-ideologica del dominio sociale vigente. Con o senza democrazia gli individui in generale, e le classi subalterne in particolare, non hanno alcun potere reale, e la loro «libertà politica» si estrinseca nella periodica e sempre più rituale “scelta” del personale politico che deve amministrarli, condurli, controllarli e, se del caso, reprimerli.

È soprattutto in tempi di crisi economica acuta, quando le potenze sociali si scaricano con particolare brutalità sulle classi che vivono di salari e sul ceto medio declassato e impoverito, che gli individui intuiscono di non aver mai contato niente per ciò che concerne l’essenziale nella vita di un Paese, di essere stati solo dei numeri, dei codici fiscali, delle risorse economiche («capitale umano») da sfruttare o da scartare, secondo la «congiuntura economica». Le illusioni coltivate ingenuamente e ostinatamente nel corso di una vita mostrano tutta la loro vacuità, ed evaporano come gocce di acqua gettate sul fuoco. Ed è precisamente a questo punto che la crisi economico-sociale si apre alla possibilità di eventi radicali, fecondi di nuova storia. Altro che passaggio dalla «Prima» alla «Seconda Repubblica»!

Certo, si tratta di vedere il senso, la direzione e la natura di quegli eventi; ma si tratta anche, e per chi scrive soprattutto, di avere voce in capitolo su quel senso, su quella direzione, su quella natura. Ciò che scrivo su questo Blog non ha altro significato se non quello di dare forza a questa eccezionale possibilità, a prescindere da quanto distante sia oggi l’Avvento dell’Evento, se mi è permesso civettare con la teologia. Anche perché solo pensarla, questa possibilità, rappresenta ai nostri tempi quasi un miracolo. Ciò che comunque è certo, è che i corifei della democrazia e i teorici del «conflitto sociale» come esercizio della «vera democrazia» avvelenano sempre di nuovo i pozzi dell’iniziativa autonoma delle classi subalterne e di chiunque avverta in qualche modo il disagio di vivere nella Civiltà a misura di Capitale.

Evidentemente depresso dalla crisi economica internazionale, nel suo intervento alla tavola rotonda organizzata la scorsa settimana da Altra Mente e dall’Associazione Rosa Luxemburg (povera Rosina!) per discutere sul «perché la Sinistra europea ha perso», un “post comunista” si è lasciato scappare il seguente lamento: «Il comunismo ha perso. Se adesso perde anche il capitalismo, cosa ci resta?» Ai nipoti, più o meno “critici”, di Stalin, Mao, Togliatti e Berlinguer consiglio una bella eutanasia di gruppo (che costa pure meno: in tempi di crisi…); agli altri ho da comunicare una bella notizia: il Comunismo, in quanto comunità umana, non ha perso semplicemente perché non ha mai giocato. Per dirla con l’ex Cavaliere Nero di Arcore, il Comunismo non è mai sceso in campo.

A Natale puoi regalarti questa eccezionale verità storica comprando Lo Scoglio e il mare. Come dice la nota canzoncina che allieta i cuori dei consumatori (e i profitti delle aziende), A Natale si può capire di più, a Natale puoi, se vuoi!

 

IL REGIME DEL CAPITALE. DA MARX A MONTI

Lo confesso: ci sono libri che leggo solo per saziare il mio smisurato Ego. Infatti, al confronto col pensiero che li ispira, il mio, che pure non si distingue per intelligenza e originalità, appare come la feuerbachiana secrezione di un cervello geniale.  Anche mettendo sotto stretta vigilanza la magagna narcisistica di cui sopra, non c’è niente da fare: il confronto mi restituisce come un Gigante del Pensiero Sociale. So che a mia volta vengo usato per soddisfare l’altrui smisurato Ego, e non me ne lamento: chi con narcisismo colpisce…

E adesso cerchiamo di “quagliare”.

Mi sono approcciato al libro di Giorgio Cremaschi Il regime dei padroni. Da Berlusconi a Marchionne (Editori Riuniti, 2010) vinto da quell’insana brama, e devo dire che l’aspettativa non è andata delusa. Tutt’altro! Un esempio: «Duemila anni dopo Cristo … il profitto viene posto ai vertici della piramide sociale» (p. 63). Qualcuno avverta Cremaschi, che pure, in quanto sindacalista, certe cose dovrebbe pur saperle, che nell’ambito del capitalismo il profitto è stato sempre ben saldo al vertice «della piramide sociale». Centocinquant’anni dopo Marx, Cremaschi scopre, nella Maligna Repubblica di Berlusconi e di Marchionne, la seguente filiera del Capitale: «Se c’è guadagno, c’è l’impresa, se c’è l’impresa c’è il lavoro, se c’è il lavoro c’è il salario e forse ci sono anche i diritti». Che scandalo! Ma da che capitalismo è capitalismo, le cose stanno esattamente così, e non potrebbero stare diversamente, e aver fatto credere ai lavoratori che nell’ambito della società basata sul profitto il lavoro salariato può costringere il Capitale a derogare ai suoi vitali (nel senso proprio della parola) interessi, magari appoggiandosi alla paternalistica benevolenza del Leviatano (vedi alla voce Debito Pubblico!), è una delle tante balle ideologiche progressiste che nel corso di questo mezzo secolo hanno avvelenato la classe dei salariati.

Il Lavoro Morto stuzzica la viva capacità lavorativa. «Non sei merce, ma prezioso capitale umano! Vieni a me, col sorriso sulle labbra!»

Nel corso della sua diuturna lotta, peraltro non priva di valore, contro «l’ideologia liberista della fine del lavoro salariato», la quale nasconde dietro la menzogna del lavoro autonomo sempre più diffuso la realtà di un’espansione planetaria del lavoro salariato (anche nei paesi a capitalismo avanzato come gli Stati Uniti), il nostro dirigente sindacale fa un’altra sconvolgente scoperta: «La distribuzione capillare delle merci, il consumismo, diventa importante come e più della produzione, i grandi centri commerciali prendono il posto delle fabbriche» (p. 32). Cremaschi fa scoperte che, evidentemente, non capisce. Infatti, «il consumismo» è una creatura generata in primo luogo dal Capitale industriale, il quale non dorme la notte (oggi la tecnologia lo permette: basta dislocare il processo produttivo allargato ai quattro angoli del mondo) per escogitare sistemi (dal marketing, la vera scienza sociale dei nostri tempi, alla ricerca tecnologica, al finanziamento del consumo produttivo e privato, ecc.) in grado di forzare sempre di nuovo la capacità di acquisto della gente, ridotta al rango di merce organica che produce e consuma merci. Il corpo degli individui ad alta composizione organica del XXI secolo è diventato un campo di battaglia commerciale. Ma già nella prima metà degli anni Quaranta Adorno e Horkheimer, per fare un solo esempio, parlavano di «Industria Culturale». Per Adorno era già allora scontato che «tutti i prodotti culturali, anche quelli non conformistici, siano incorporati nel meccanismo distributivo del grande capitale, che un prodotto che non rechi l’imprimatur della fabbricazione di massa, non possa raggiungere, in pratica, un solo lettore, spettatore o ascoltatore» (T. W. Adorno, Minima Moralia, p. 249, Einaudi, 1994). Nell’anno di grazia 2010 Cremaschi scopre «l’industria culturale»: che lungimiranza!

Fino a qual segno Cremaschi non capisca il vero significato delle sue scoperte, lo dimostra il suo rapporto con il lavoro salariato: Merce o non Merce, questo è il problema! Diamo la parola al vecchio ubriacone di Treviri: «L’operaio lavora sotto il controllo del capitalista, al quale appartiene il tempo dell’operaio … Dal punto di vista del capitalista il processo lavorativo è semplice consumo della merce forza-lavoro, da lui acquistata» (K. Marx, Il Capitale, I, p.219, Editori Riuniti, 1980). Il capitale ha come propria conditio sine qua non la natura mercificata (alienata, reificata e feticizzata) della capacità lavorativa. «Così Marx nell’Ottocento. La costituzione e il diritto del lavoro del dopoguerra antifascista si sono invece ripromessi, in certo senso, di smentire la teoria marxiana» (p. 38). Secondo Cremaschi questa «smentita» si vede soprattutto nell’Articolo 1 della Sacra Costituzione, là dove si afferma solennemente che la Repubblica democratica si fonda sul lavoro. Non c’è dubbio: sul lavoro salariato! Infatti, come sapeva lo «smentito» di Londra, la prassi del Capitale presuppone e crea sempre di nuovo il lavoro salariato; di più: è nello stesso concetto di Capitale che è radicato, sul piano storico e su quello sociale, il concetto di lavoro salariato.

Scrive Piero Ostellino: «Il lavoro è un diritto, ma ciò non toglie che esso rimanga, in economia di mercato, merce soggetta alla legge di domanda e offerta, generatrice (anche) di disoccupazione a seconda dell’andamento del ciclo economico» (Piero Ostellino, Il Corriere della Sera, 8 novembre 2011). Come sempre è dal «liberista selvaggio» che possiamo apprendere qualche brandello di verità intorno a questo mondo sussunto sotto le esigenze totalitarie dell’«economia di mercato». Analogo concetto ha espresso oggi su La Stampa Luca Ricolfi, il quale ha scritto che il nodo fondamentale da sciogliere nel nostro Paese è quello del costo dei fattori produttivi: «Produrre costa troppo», e ciò allontana i capitali nazionali e internazionali dalle attività produttive, le sole che possono innescare il superamento dall’attuale circolo vizioso che nel debito pubblico ha il suo fulcro. Per abbassare i costi di produzione, osserva giustamente Ricolfi, bisogna ristrutturare l’apparato industriale, l’organizzazione del lavoro, il sistema infrastrutturale e il Welfare, in modo da eliminare le magagne strutturali che impediscono al capitalismo italiano di sfruttare al meglio la capacità lavorativa.

Invece per l’ideologo Cremaschi, il «ritorno» del primato del profitto nei fatti economici rappresenta un retrocedere al capitalismo ottocentesco, se non addirittura al medioevo. Egli non riesce a concepire la normalità del comando capitalistico se non nei termini di un «fascismo aziendale». E sia! Ma allora «fascista» è l’intera società capitalistica, anche quella costituzionale e democratica che tanto piace al presidente della FIOM. A me sembra più corretto parlare di dominio totalitario dell’economia su tutto lo spazio esistenziale degli individui, ma non mi formalizzo: vada per fascismo sociale (democrazia parlamentare inclusa)! Marchionne si limita a fare il funzionario del Capitale nel nuovo scenario disegnato dall’ultima ondata di «globalizzazione capitalistica» (con l’ingresso nell’agone della competizione totale di Cina, India, Brasile, ecc.) e dalla crisi economica, la quale tra l’altro ha messo sotto stress la capacità dello Stato italiano di sostenere alla vecchia maniera l’economia del Paese. In un certo senso, con Marchionne finisce la Fiat corporativa sopravvissuta al fascismo, e quindi necessariamente il Sindacato corporativo e parastatale (CGIL in testa), che nel connubio tra grandi imprese e partecipazione statale ha trovato il suo più robusto sostegno, si sente mancare il terreno sotto i piedi.

«Il dovere della fedeltà, costi quel che costi, al capo dell’azienda e ai suoi principi è diventato la costituzione formale che ha sostituito in tanti luoghi di lavoro i principi della costituzione repubblicana» (G. Cremaschi, Ecco perché quello di Fiat è fascismo aziendale, Liberazione, 28 novembre 2011). Nient’affatto: trattasi di normale amministrazione capitalistica, tutelata dalla Costituzione Repubblicana e dal Diritto di questo Paese, nel quale, se non sbaglio, domina ancora quella che con pudore liberale Ostellino chiama «l’economia di mercato». In un suo libro di successo Fausto Bertinotti, teorico del «divorzio tra democrazia e mercato», si domanda: «Chi comanda qui?» Il Capitale, come sempre, come nei mitici – o famigerati – anni Sessanta e Settanta. L’ideologia «comunista» (in realtà statalista) di Bertinotti e Cremaschi è vecchia, anzi decrepita e maleodorante, perché esprime una congiuntura del capitalismo internazionale superata da almeno un trentennio. I tempi della politica e dell’ideologia in Italia sono di una lunghezza  esasperante, e anche questo si spiega con la complessa struttura sociale del Paese, diviso in almeno tre «aree capitalistiche»: Nord, Centro e Sud.

Anni ruggenti. Come gli attuali!

Come per ogni luogocomunista progressista che si rispetti, Cremaschi individua nel craxismo degli anni Ottanta «la svolta liberista internazionale che si impossessò della politica italiana» (p. 97). In realtà il «craxismo» rappresentò il tentativo, appoggiato soprattutto dalla parte più dinamica e competitiva del capitalismo italiano (quella che poi sosterrà la Lega e Forza Italia), di mettere «l’Azienda Italia» nelle condizioni di competere sul mercato internazionale venuto fuori dalla «Rivoluzione Liberista» promossa dal «binomio del Demonio» Reagan-Thatcher. Questo tandem «Controrivoluzionario» a sua volta fu necessitato soprattutto dall’irresistibile ascesa del capitalismo giapponese, che costrinse gli Stati Uniti e l’Inghilterra a ristrutturare il loro apparato industriale e finanziario, nonché il loro Welfare, ancora influenzato da sclerotiche prassi keynesiane. La pace e il consenso sociali hanno un costo che alla lunga diventa insopportabile: è la legge dell’accumulazione capitalistica, bellezza, e tu non puoi farci niente! Salvo «lotta di classe», beninteso! Solo in parte il «craxismo» riuscì a spezzare i «lacci e lacciuoli» dell’anchilosata struttura capitalistica italiana, e alla fine rimase schiacciato nel gioco «partitocratico» amministrato soprattutto dalla DC e dal PCI. Tutto questo non è affatto acqua passata, ma ci parla dell’attuale vicenda politico-sociale.

INDIGNARSI DI MENO, CAPIRE DI PIU’!

«Il capitalismo occidentale sta divorziando dalla democrazia, se si vuole salvare la seconda bisogna mettere in discussione il primo» (G. Cremaschi, Se il capitalismo divorzia dalla democrazia, Liberazione, 21 novembre 2011). Abbiamo capito: Cremaschi vuole meno capitalismo privato e più capitalismo di Stato, il quale rappresenta il solo orizzonte sociale e politico che i «comunisti italiani» (ossia i nipotini dello stalinismo italiano, da Gramsci in poi) riescono a concepire. Nel momento in cui il «Governo di responsabilità nazionale» ci chiede di versare lacrime e sangue sull’altare del supremo «Bene Comune» chiamato «Paese», faremmo cosa massimamente utile a noi stessi se abbandonassimo precipitosamente ogni illusione costituzionalista e democraticista, e organizzassimo i nostri interessi di salariati e di «classe media» sempre più declassata, almeno con la stessa «coscienza di classe» e con la stessa aggressività dimostrata dal «nuovo padronato» guidato da Marchionne e da Berlusconi. Pardon, da Monti. Meno indignazione e più «coscienza di classe», per favore!

DENARO-DENARO-DENARO: FETICISMO AL CUBO

«È chiaro che la critica superficiale che vuole la merce ma combatte il denaro, si rivolga adesso con la sua sapienza riformatrice contro il capitale produttore d’interesse, e senza affrontare la produzione capitalistica reale attacchi soltanto uno dei suoi risultati. Questa polemica contro il capitale produttore di interesse al giorno d’oggi si dà arie di “socialismo”» (K. Marx, Storia delle teorie economiche, III).

L’economia verde mi fa venire l’orticaria! Preferisco il verde del Dollaro.

Leggo dal Blog di Sbilanciamoci: «È necessario riflettere che la finanziarizzazione dell’economia non è solo una evoluzione del capitalismo ma la modificazione della sua natura. Il processo è passato dalla proposizione denaro-merce-denaro (D-M-D), attraverso il quale il capitale, con una distribuzione non equa del valore prodotto tra capitale e lavoro, accumulava ricchezza, a quella odierna denaro-denaro-denaro (D-D-D), che senza la “mediazione” della produzione di merci (e servizi), permette di accumulare ricchezza (in poche mani)» (Denaro-denaro-denaro: il ciclo della finanziarizzazione). Qui si nota un salto di qualità dalla Chimera vanamente ricercata in ogni tempo dai possessori di capitali, ossia il denaro che crea denaro, alla sua teorizzazione da parte della Scienza Sociale Progressista. Il sogno è infine diventato una solida realtà! In effetti, questa vulgata intorno alla cosiddetta finanziarizzazione dell’economia è diffusissima anche a «destra». Intendiamoci, sbagliata non è tanto quella locuzione, la quale peraltro registra un fenomeno vecchio ormai di oltre un secolo nei paesi a capitalismo sviluppato; quanto il concetto che lo sottende.

Siccome lor signori hanno voluto scomodare la semplice simbologia matematica di Marx, tocca ricordare che per il comunista di Treviri la formula D-M-D ha un contenuto assolutamente «tautologico», al contrario della formula M-D-M, la quale esprime la circolazione delle merci, e ai cui estremi opposti si collocano due merci aventi uguali valori di scambio (rappresentati da D) ma diversi valori d’uso. Nessuno scambia un computer X per avere in cambio lo stesso identico computer! In questa formula è quindi il principio qualitativo a rendere razionale la transazione. Per avere un senso, la formula che mostra ai suoi poli opposti il denaro, deve essere riscritta in questi termini: D-M-D’. Infatti, «Una somma di denaro si può distinguere da un’altra forma di denaro soltanto mediante la sua grandezza» (K. Marx, Il Capitale, I, p. 183, Editori Riuniti, 1980). Il discorso appare di una evidenza lapalissiana. E invece no! Intanto notiamo che qui è il principio quantitativo che dà senso alla formula, perché mentre è del tutto comprensibile scambiare, attraverso la mediazione del denaro, un’automobile con un’altra merce avente lo stesso valore di scambio (perché nel capitalismo nessuno è fesso, come aveva capito Adam Smith), altrettanto non lo è a proposito della formula che mette in relazione due somme di denaro: nessuno dà 10 X per avere indietro 10 X! Se non subentrasse il principio quantitativo quella formula sarebbe, appunto, tautologica. Nella misura in cui le due formule considerate rappresentano movimenti di valori, ha un senso scrivere M-D-M, perché il valore iniziale cristallizzato in M si conserva nel passaggio D-M (ecco perché Marx non scrive M-M’: egli vuole mettere a confronto grandezze di valore, non qualità intrinseche alle merci), mentre non lo ha scrivere D-D, e ne ha molto, anzi moltissimo scrivere D- D’.

Leggiamo in termini marxiani la formula D-M-D’: investo il capitale D in merci M (mezzi di produzione e capacità lavorativa, «lavoro morto» e «lavoro vivo») per avere indietro dal processo produttivo D + ΔD, ossia il mio capitale anticipato arricchito di un incremento di valore espresso sempre in denaro*. «Chiamo plusvalore questo incremento, ossia questa eccedenza sul valore originario» (ivi, p. 184). Com’è noto, per Marx questa eccedenza, che costituisce la sola ragion d’essere dell’economia capitalistica, non va spiegata «con una distribuzione non equa del valore prodotto tra capitale e lavoro», secondo la vulgata del pensiero economico post classico ripreso da Sbilanciamoci, ma con l’uso della capacità lavorativa nel processo produttivo, il quale è essenzialmente un processo di conservazione di valore (D) e di valorizzazione (ΔD). Il Demonio dell’«accumulazione della ricchezza» non mette la sua coda nel processo di distribuzione della ricchezza sociale, come hanno creduto e continuano a credere tutti i «socialisti piccolo-borghesi» da Proudhon in giù, ma nel vivo e onesto processo produttivo che sforna ogni ben di Dio. Nella formula D-M-D’ la merce M non si limita a mediare i termini D- D’, come invece accade con il denaro D nella formula M-D-M (nella circolazione delle merci nessuno porta a casa più valore di quanto ne avesse all’inizio dello scambio); ma soprattutto essa cela nel suo seno la scandalosa e indicibile realtà di un rapporto sociale, in forza del quale il «lavoro morto» vampirizza il «lavoro vivo», pacificamente, senza infrangere alcuna norma legale e morale. Il profitto non ha nulla a che fare con una «distribuzione non equa» della ricchezza sociale, secondo il secolare mantra progressista, mentre molto ne ha col rapporto sociale di dominio e di sfruttamento di cui sopra.

Giungiamo così al feticismo dell’autore dell’articolo citato, il quale in M ha visto solo «una cosa triviale», forse in regola con il materialismo della scienza borghese, la quale pesa e misura i «corpi tangibili», ma certamente in difetto agli occhi del «materialismo storico», il quale è del tutto disinteressato riguardo alla bruta materia, mentre ha molto interesse per tutto ciò che sfugge alla bilancia e al microscopio dello scienziato della natura. Come l’Anima non la puoi misurare alla stregua di un albero, analogamente non puoi penetrare il mistero della merce M senza uno sforzo metafisico. Com’è noto, il feticismo consiste nel ricercare il valore intrinseco della cosa nella sua nuda materialità. Nel “pezzo” intitolato La Cosa ha il Diavolo in corpo! ho cercato do mostrare come il carattere feticistico della merce prende corpo a partire dall’oggettiva difficoltà di risalire al plusvalore in quanto forma di valore del pluslavoro, ossia del tempo di lavoro che al lavoratore non viene pagato, non a cagione di un inganno o di una insopportabile soverchieria, ma in grazia di peculiari rapporti sociali che normalmente giungono ad effetto senza bisogno né di inganni né di coazione immediata.

Ritorniamo al metafisico di Treviri e all’irrazionale formula D- D’: «Di tutte queste forme, il feticcio più completo è il capitale produttore di interesse. Qui abbiamo il punto di partenza originario del capitale – il denaro – e la formula D-M-D ridotta ai suoi estremi D-D. Denaro che crea più denaro. È la formula originaria e generale del capitale ridotta a un completo non senso … Nel capitale produttore di interesse il feticcio è completo, in questa forma esso non porta più alcuna traccia della sua origine. Il rapporto sociale è completo come rapporto della cosa (denaro, merce) con se stesso» (K. Marx, Storia delle teorie economiche, III, pp. 474-475, Einaudi, 1958). Per Marx la formula D- D’ è «puramente vuota di senso, incomprensibile, mistificata», perché cela la fonte di tutti i tipi di profitto (industriale, commerciale, finanziario) e di tutte le rendite: il plusvalore smunto alla capacità lavorativa nel processo di valorizzazione primario (industriale) del Capitale, cancellando ipso facto la realtà dello sfruttamento degli individui (quelli che per vivere sono costretti a vendere il proprio corpo) per opera di altri individui (i possessori di capitali, beati loro!).

Che dire, dunque, della formula D-D-D proposta dall’autore? Si tratta di un feticismo al cubo? Egli sostiene, indirettamente, che mentre le cose economiche andavano come le aveva descritte Marx ai suoi tempi, oggi, con la «finanziarizzazione dell’economia», il capitalismo avrebbe mutato natura: saremmo passati «dalla proposizione denaro-merce-denaro», «a quella odierna denaro-denaro-denaro». Ma come possiamo fidarci di uno che non ha capito la natura del «vecchio» capitalismo, e che mostra di essere invischiato nel feticismo della merce fino al collo?

«Il PIL ammonta a 74.000 miliardi; le Borse valgono 50.000 miliardi; le Obbligazioni ammontano a 95.000 miliardi; mentre gli “altri” strumenti finanziaria ammontano a 466.000 miliardi. Risulta così che la produzione reale, merci e servizi (74.000 miliardi), è pari al 13% degli strumenti finanziari. Quanto uomini e donne producono, in tutto il mondo, rappresenta poco più di 1/10 del valore della “ricchezza” finanziaria che circola». Queste cifre che ipnotizzano molti cervelli scientifici smentiscono il «vecchio» capitalismo, o non ne sono piuttosto un’accecante conferma? Certo, se uno pensa che la ricchezza dei capitalisti nel «vecchio» capitalismo originasse da una «distribuzione non equa del valore prodotto tra capitale e lavoro», e non da un peculiare rapporto sociale di dominio e di sfruttamento, non può certo capire il capitalismo nel suo incessante processo di cambiamento. Il circolo virtuoso – per le classi dominanti, si capisce – dell’accumulazione capitalistica ha storicamente generato il Sistema Finanziario, superando i precedenti sistemi creditizi basati sulla banca e sulla Borsa vecchio stile (Marx ha descritto bene questo passaggio, e l’ha soprattutto capito nel suo reale significato storico-sociale, come dimostra soprattutto il terzo libro del Capitale), e il circolo vizioso immanente alla stessa accumulazione lo ha espanso fino agli attuali mostruosi e vertiginosi (e molti, come si vede, ne soffrono!) livelli.

Nato per supportare il Capitale industriale, e come una sua immediata emanazione, il Capitale finanziario si è col tempo autonomizzato, perché – come peraltro scriveva il «vecchio» Marx – è nella natura del denaro, in quanto «merce universale», «merce par excellence» che con tutto può scambiarsi e che tutti bramano, la tendenza a emanciparsi dalla sua rozza essenza, ossia dal suo essere, « in ultima analisi», espressione del lavoro sociale. Al Capitale sta stretta questa sua umile origine, sulla quale tuttavia è costretto a riflettere ogni volta che il castello della ricchezza ottenuta attraverso la semplice moltiplicazione di identici valori mostra il suo miserabile fondamento «lavoristico».

L’oggettivo feticismo che caratterizza la dinamica capitalistica (prima che nell’idea il feticismo è nella cosa stessa) genera spontaneamente due chimere (la Cornucopia e la Robotica): quella della valorizzazione del denaro attraverso il denaro (D- D’), ossia «forcludendo» la faticosa prassi della produzione, e quella relativa alla totale robotizzazione del processo produttivo, ossia la valorizzazione del Capitale a mezzo Capitale «costante», con l’esclusione della capacità lavorativa vivente (la Robotica).

Il lavoro morto in marcia contro il lavoro vivo.

Ricordate la Foxconn, l’azienda che occupa quasi un milione di persone e dove l’anno scorso si era verificata un’ondata di suicidi a causa delle disumane condizioni di lavoro? Ebbene, la Foxconn è stufa di tutte le noie che arrecano gli operai in carne ed ossa, con le loro pretese di essere pagati, fare pipì, suicidarsi eccetera, e ha pensato di sostituire i lavoratori con un milione di robot. Ma probabilmente riuscirà a sfruttare anch’essi talmente a sangue, che dovrà assumere un esercito di Susan Calvin» (Debora Billi, Cina, arriva la recessione e cominciano i guai, dal Blog Crisis? What Crisis?, 25 novembre 2011). Peccato che «sfruttare» i robot equivale a spillare sangue da una rapa: impossibile! «Ma allora, perché il capitalismo produce la costosissima tecnologia robotica?» Per generare ciò che Marx chiamava «plusvalore relativo», ossia più valore estorto alla capacità lavorativa a parità di orario di lavoro, ovvero con una giornata lavorativa più corta. La tecnologia svalorizza la capacità produttiva e, al contempo, la rende più produttiva (non di merci, ma di plusvalore). La fabbrica mandata avanti solamente da robot è un’”Utopia” capitalistica che rinvia, come già detto, alla maledizione di questo peculiare modo di produzione: la base di tutti i profitti e di tutte le rendite è il lavoro vivo onestamente impiegato per produrre ogni sorta di ben di Dio. Amen!

Proprio la costosissima tecnologia robotica rinvia alla dialettica circolo virtuoso-circolo vizioso cui accennavo sopra: l’alta composizione organica del capitale (ossia il rapporto tra mezzi tecnici e capacità lavorativa, tra «Capitale morto» e «Capitale vivo») genera molto plusvalore, ma innesca nell’accumulazione un meccanismo di autosviluppo (perché la concorrenza diventa sempre più agguerrita e dispendiosa) per supportare il quale, a un certo punto, il saggio del profitto diventa pericolosamente anoressico, non in assoluto, ma in rapporto all’obesità del Capitale investito nella produzione. Di qui, per un verso la necessità del Capitale «reale» a cercare i mezzi finanziari necessari all’investimento produttivo, e a promuovere ogni genere di finanziamento del consumo (esigenza che trova nel Sistema Finanziario e nello Stato orecchie assai sensibili); e per altro verso, la tendenza dello stesso Capitale «reale» a cercare «scorciatoie speculative» che lo mettano in contatto con profitti più facili e pingui. Naturalmente il Sistema Finanziario è il mercato d’elezione per questo tipo di appetito.

Franklin Roosevelt firma la dichiarazione di guerra contro il Giappone. Il sogno preferito di Paul Franklin Roosevelt firma la dichiarazione di guerra contro il Giappone. Il sogno preferito di Paul Krugman.Leggo sempre dal Blog di Sbilanciamoci: «La riconversione economica globale che oggi s’impone al fine di assicurare un futuro non tragico alla civiltà umana somiglia per dimensioni all’impresa della ricostruzione dell’economia mondiale dopo il 1945. Le relative lezioni, perciò, possono essere molto utili. Già l’esperienza del New Deal e la sua feconda internazionalizzazione (durante il decennio che va dal costruttivo boicottaggio americano degli stanchi rituali della conferenza economica mondiale di Londra nel 1933 agli accordi di Bretton Woods del 1944) affermò la nozione che ogni regola circa il denaro dovesse servire le esigenze di ciò che allora si intendeva per sviluppo con decisa priorità rispetto alle attese dei singoli detentori di attivi o comunque di posizioni di controllo sui flussi di capitale nella situazione data. Durante la seconda guerra mondiale, l’amministrazione Roosevelt fece ancora di più sulla strada della relativizzazione della funzione del denaro e del suo ridimensionamento» (Memoria e ragione dicono: mettere in dubbio il debito, relativizzare il denaro, 21/11/2011).

Memoria e coscienza dicono che la ricostruzione post bellica si spiega con la natura sociale della seconda guerra mondiale, la quale permise al capitalismo del pianeta di superare definitivamente la lunga congiuntura depressiva iniziata nel ’29. Non a caso Paul Krugman oggi invoca l’invasione aliena, per contrastare la quale «l’inflazione e il deficit del bilancio passerebbero in secondo piano, e questa crisi finirebbe in 18 mesi» (intervista a Fareed Zakaria GPS, CNN, 16 ottobre 2011). Perché poi scomodare gli alieni, quando ci sono tanti tedeschi, cinesi e giapponesi a disposizione? I progressisti sanno nascondere meglio di chiunque altro la verità dietro i “paradossi”. Non cogliere il profondo nesso che lega la Grande Crisi alla Guerra Mondiale e alla Ricostruzione, significa non aver capito la radice storica e sociale del capitalismo, «vecchio» e «nuovo».

*«Il borghese aveva appena finito di dichiarare, con la presunzione illuministica derivata dall’ebbrezza della prosperità, che il denaro è vuota illusione. Solo la merce è denaro. E ora sul mercato mondiale rintrona il grido: “Solo il denaro è merce!” Come il cervo mugghia in cerca di acqua corrente, così la sua anima invoca denaro, l’unica ricchezza» (K. Marx, Il Capitale, I, p.170). Il denaro è la sola poesia che commuove il Capitale. Per non parlare di tutti noi (salvo i pii toccati dalle ali di Francesco, si capisce)! Il Denaro, vero Assoluto di questa disumana società, non va «relativizzato» ma soppresso senz’altro, attraverso il superamento dei rapporti sociali che in esso si esprimono nel modo più adeguato e naturale.

L’APOTEOSI POLITICA DEL COSIDDETTO GOVERNO TECNICO

La frusta semplice, senza fronzoli che piace ai politicamente ed eticamente corretti.

Il liberale e pragmatico The Indipendent ieri scriveva che il Governo tecnico di Monti «non è democratico ma è necessario». Necessario ad affrontare la grave crisi finanziaria che travaglia il Bel Paese, si capisce. Il governo tecnocratico, per un verso surroga l’impotenza della politica, inetta a implementare la necessaria cura lacrime e sangue; e per altro verso riflette i diktat del direttorio franco-tedesco, motore dell’Unione Europea. Niente di più falso, a mio avviso, a partire dal presunto «direttorio Merkezy»: la Germania si serve della Francia per dare una copertura politica «europeista» a una guerra sistemica che per adesso la vede vincente su tutti i fronti, come ai bei tempi della Blitzkrieg; e la Francia cerca di controllare come può la potenza tedesca, sperando anche di ricavarne qualche beneficio, come ai tempi di Vichy. È un matrimonio di interessi sempre più esposto alla tragica prospettiva del divorzio. Per quanto riguarda la sospensione della politica e della democrazia in grazia della «surroga tecnocratica», siamo all’ipocrisia più spudorata, e al solito feticismo della democrazia, foriero d’innumerevoli e pericolose illusioni. Si guarda la frusta (semplice, senza fronzoli, alla Monti) ma non si vede il Sovrano che la impugna.

Sempre più sorda, sempre più grigia…

La finzione è la peculiare funzione della democrazia rappresentativa nell’epoca del totalitario dominio delle esigenze economiche. Almeno da mezzo secolo politologi e giuristi dibattono intorno alla funzione parlamentare nei pesi capitalisticamente avanzati, costatandone l’eclissi. Il Parlamento non è che un «votificio», la cui funzione meramente rappresentativa e decorativa sempre più spesso, peraltro, intralcia l’azione politica in un mondo «sempre più veloce e competitivo». Già Marx, sulla scorta delle precedenti riflessioni critiche intorno all’impotenza reale dell’uomo nella società regolata dal Dio Denaro (vedi Rousseau e Balzac), scriveva che con la democrazia rappresentativa le classi subalterne avevano il non invidiabile privilegio di scegliersi, ogni tot anni, la corda a cui impiccarsi. Acqua passata, si dirà. E a ragione. Difatti, il capitalismo che Marx aveva di fronte impallidisce, sembra un gioco da ragazzi, se confrontato con quello mondiale e strapotente del XXI secolo. Che il potere politico sia nelle mani del «Popolo Sovrano» è una tesi menzognera che conserva la sua secolare efficacia ideologica, nonostante l’abbagliante evidenza della sua falsità. D’altra parte, dinanzi a una luce troppo abbagliante si fa prima a chiudere gli occhi, per legittima difesa…

Carl Schmidt sosteneva che lo Stato d’eccezione genera nuovo Diritto e ristabilisce il primato del politico sul sociale. Egli si faceva molte illusioni liberali intorno alla società del XX secolo, la cui dimensione totalizzante e totalitaria lasciava davvero pochi margini per simili nette distinzioni concettuali. Non parliamo poi della Società-Mondo dei nostri tempi, nel cui caldo seno abbiamo la fortuna di vivere e prosperare!

La più surreale delle ambiguità politiche («il governo del Presidente») è chiamata dunque a colmare un apparente vuoto, il quale invece, a ben guardare, è un assoluto pieno. È il pieno del Dominio Sociale, la cui astuzia è pari solo alla sua sempre più ottusa disumanità. Nessuno è così sciocco da non capire che il cosiddetto «governo dei tecnici» rappresenta la continuazione della politica – compresa quella tentata con alterne fortune dal trio «riformista» Craxi, Bossi, Berlusconi – con altri mezzi. La commedia degli equivoci e degli inganni che Miserabilandia manda in scena, o in onda, consente al politicume nostrano – di «Destra», di «Centro» e di «Sinistra» – di far scorrere il sangue dei sacrifici senza sporcarsi le mani. Anche Il Manifesto oggi si interroga amleticamente se conviene ancora una volta «baciare il rospo», come toccò in sorte al celebre – e cosiddetto – «quotidiano comunista» ai tempi del governo Dini. Un rospo tira l’altro! Lo stesso Monti, con la sua sorniona ironia, l’ha detto chiaramente ai leader che sostengono il suo governo: «Lo so che vi vergognate di dire alle vostre basi che state governando insieme al Partito che solo un giorno prima avevate demonizzato». Già, il governo Berlusconi-Bersani-Casini-Di Pietro: chi lo avrebbe detto!

Il capro espiatorio da additare alle masse fustigate a sangue e l’alibi della prossima crisi di governo sono già bell’e confezionati: «Il governo dei tecnici ha sospeso e commissariato la politica!» La Lega è già in campagna elettorale, insieme a Giuliano Ferrara: «Solo il Popolo Sovrano può legittimare il governo della Nazione!» Comunque vada a finire, duri un giorno, un mese o un anno, il «governo di impegno nazionale» celebra, al di là della sua «forte caratura tecnica» (il salumiere Bersani dixit), l’apoteosi dell’italico genio politico, assai avvezzo a «rivoluzioni fasciste»,«rivoluzioni giudiziarie», «governi balneari», «convergenze parallele», «compromessi storici» e via di seguito, con altre mille formule politiche, l’una più bizzarra dell’altra, le quali hanno consentito alle classi dominanti di questo Paese di garantire la continuità dello status quo con il massimo di economia di forze e il massimo di consenso sociale.

Dopo il Cavaliere Nero, L’Università Nera: La Bocconi

Siccome chiudere gli occhi dinanzi alla cattiva realtà non basta a scongiurare il pericolo di rimanere impressionati dal fulmine che invita a spalancarli, molti preferirebbero cavarseli, così da razionalizzare meglio la propria impotenza ed evitare di dover prendere decisioni non previste dalle procedure standard del Dominio sociale. Ragionare davvero con la propria testa può diventare troppo faticoso, doloroso e rischioso. Dire che il «governo dei tecnici» cela il diktat di non meglio specificati «Poteri Forti» (ora anche La Bocconi è diventata un luogo demoniaco!), quando la realtà ci grida in faccia la nostra impotenza sociale sotto ogni forma di governo e di ordinamento politico, tanto più se democratico, ha molto a che fare con la tentazione di cavarsi gli occhi.

A proposito, Professor Monti: io non m’impegno, sia chiaro!